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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 01.12.15

4) Processo MPS SIENA MI 27.11.15.

5) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSA IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI il 19.11.16 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

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Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

http://www.solodownload.it/

http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

IL CASO

I “fondi mascherati” nuovo allarme sugli hedge fund dalla Sec americana

 

“ZQPGGAVOOOOO”, “805-1355888867”, sembra un codice a barre invece sono “masked fund”, fondi mascherati che nascondono in pancia hedge fund. E’ l’ultima moda che arriva, ancora una volta, dagli Usa che indubbiamente vantano un primato: la finanza creativa. In barba al nuovo regolamento della Sec, la Consob americana, che obbliga gli Hedge fund a registrarsi presso la Sec, gli hedge fund hanno trovato un escamotage, che fa perno sempre sulla Sec, che permette di preservare l’anonimato dei clienti privati. Facendo leva su questo permesso, alcuni dei 150 gestori privati hanno inventato questo sistema per nascondere l’identità dei loro fondi sia alla Sec che all’esterno. “ZQPGGAVOOOOO” è di Bridgewater Associates; “805-1355888867” di Aqr Capital Management. Paulson ha adottato un’altra formula: Paulson Fund 1, Paulson Fund 2 e così via, ma il risultato non cambia. La nuova moda ha riacceso il dibattito su questi strumenti finanziari, rimbalzato sul Wall Street Journal che gli ha dedicato un’intera pagina. Nonostante tutti gli sforzi della Sec di regolamentare e controllare il settore, infatti, ancora una volta ci si trova di fronte a difficoltà, non legalmente perseguibili. Gli hedge founds sono considerati investimenti rischiosi. Tra i rischi principali quello legato alla strategia. Gli hedge per massimizzare il guadagno usano spesso strumenti derivati “opzioni” e “future”, ovvero ricorrere alla vendita di titoli allo scoperto.

Il principale obiettivo degli hedge founds è di gestire un patrimonio eliminando il rischio di mercato, in altre parole mirano ad ottenere risultati con il segno più a prescindere dagli andamenti dei mercati finanziari, come dire si può guadagnare anche quando il mercato scende. Dipende sempre da da come. (c.p.)

(02 luglio 2012)

 

 

Scommesse sui derivati: per Jp Morgan un «buco» da 9 miliardi. Le indiscrezioni del New York Times scuotono la banca Usa

con un'analisi di Vittorio Da Rold 28 giugno 2012

Le perdite sui derivati di Jp Morgan potrebbero raggiungere la consistente quota di 9 miliardi di dollari: un ammontare circa cinque volte superiore a quello annunciato dalla banca americana lo scorso maggio. A diffondere il nuovo dato è il quotidiano statunitense New York Times, che cita fonti vicine alla vicenda.

  • Il rapporto riservato
    Il quotidiano scrive che in un rapporto preparato nel mese di aprile si ipotizzavano, nel caso del peggiore scenario, perdite comprese tra 8

Il «processo» alle scommesse sui derivati
A inizio giungo il Congresso americano ha aperto il «processo» sul caso JP Morgan: le audizioni parlamentari sullo scandalo delle perdite miliardarie causate da scommesse sui derivati sono in corso dal 6 giugno, con una passerella davanti alla Commissione bancaria del Senato di autorità di regolamentazione, a cominciare dalla principale authority incaricata del controllo della divisione al cuore degli investimenti sbagliati.

 

 

Diari d'America

Solyndra, il simbolo del fallimento di Obama

Il candidato repubblicano Mitt Romney porta i giornalisti in visita alla fabbrica chiusa da 6 mesi al centro di un conflitto d'interesse per Barack. Che criticava il rivale per il passato da imprenditore...

  • 01/06/2012

 

“Due anni fa il presidente Obama era qui per esaltare questa sede e questa società come simbolo del suo stimolo”, ha detto Mitt Romney ieri, giovedì 31, davanti alla Solyndra di Fremont, in California, dove ha portato i giornalisti che coprono la sua campagna per una visita a sorpresa alla fabbrica chiusa da sei mesi. “Bene, come potete vedere questo è il simbolo di qualcosa molto diverso oggi, è il simbolo non di un successo ma di un fallimento. E’ anche il simbolo di un serio conflitto di interesse. Un ispettore generale indipendente ha esaminato questo investimento e ha concluso che l’amministrazione ha dirottato denaro ad amici e compagnia, e a finanziatori della sua campagna”.  Sulla sede c’è il cartello “in vendita” perché l’azienda “verde” che doveva fare pannelli solari ha chiuso dopo aver bruciato i 535 milioni avuti da Obama e ha licenziato i suoi 1100 dipendenti. Quando Obama si avventura nelle critiche a Romney per il suo passato di imprenditore-finanziere commette un atto di imprudenza, anzi di impudenza. 

La Bain, la società di private equity di cui Romney è stato il numero Uno negli anni 70-80, investiva e investe ancora oggi i soldi dei partners e dei clienti investitori esterni (fondi pensione e privati, tutti volontari) in  aziende private agli esordi o in difficoltà, per cercare di farle sviluppare bene o di salvarle, per poi rimetterle sul mercato con profitto. Nel processo, normalmente capitalistico, solo poco più di un quinto (il 22%) delle società partecipate dalla Bain finirono male, mentre ben il 78%  andarono bene o benissimo, e sono ancora oggi sul mercato, profittevoli. Il saldo tra assunti e licenziati negli anni della sua direzione è largamente positivo per una cifra che, indicativamente, lo stesso Romney indicò tempo fa in 100mila posti. 

E Obama? A parte che per la sua attività di organizzatore politico di quartiere a Chicago non ha mai mostrato alcun rendiconto sui risultati del suo attivismo (quanti lavori veri in più furono creati? quanti crimini in meno? quanto benessere sociale quantificabile in termini di diplomati e laureati in più?), da quando è presidente ha fatto anche lui il finanziere che investe in aziende, solo che ci ha messo i soldi dei contribuenti e niente di suo. Per trarre un primo bilancio del suo “fiuto” da finanziere capo basta vedere che cosa è successo, in un paio d’anni, a miliardi di dollari pubblici spesi da Obama a sovvenzionare imprese “verdi”, quasi tutte possedute da amici politici e finanziatori delle campagne democratiche. 

Ecco un elenco, cortesia di Marc Thiessen, dell’American Enterprise Institute, e collaboratore settimanale esterno del Washington Post, da cui abbiamo preso queste notizie.

● Raser Technology. Nel 2010 Obama diede 33 milioni di prestito per una centrale elettrica a Beaver Creek, Utah. La società è in bancarotta da quest’anno, l’impianto ha meno di 10 lavoratori e Raser deve 1,5 milioni in tasse.  

● ECOtality. Obama diede 126,2 milioni nel 2009 per, tra l’altro, installare 14mila ricaricatori di energia per auto elettriche in 5 stati. Obama ospitò il presidente Don Karner nel box di Michelle al Congresso per il Discorso sullo Stato dell’Unione del 2010, presentando ECOtality come un caso di successo del suo stimolo. Secondo dichiarazioni della stessa ditta alla SEC (la Consob Usa) la società ha da allora perso 45 milioni di dollari e ha fatto sapere al governo che “non possiamo raggiungere o mantenere profitti su base trimestrale o annuale nel futuro”. Inoltre, Karner è sotto indagine per “insider trading” e investigato dal ministero dell’energia per le comunicazioni ufficiali date al mercato. 

● Nevada Geothermal Power (NGP). Obama diede 98,5 milioni per un prestito garantito dai contribuenti nel 2010. Il New York Times ha scritto l’ottobre scorso che l’azienda “è in travagli finanziari” e che “dopo una serie di errori tecnici che stanno prosciugando le riserve di cash della NGP, la stessa sua società di certificazione ha concluso in un documento depositato alla SEC la scorsa settimana che c’erano significativi dubbi circa la capacità della società di andare avanti nella sua attività”.  

● First Solar. Obama diede 3 miliardi in prestiti garantiti per centrali di energia in Arizona e California. Secondo Bloomberg Businessweek della settimana scorsa la compagnia “è caduta al minimo di quotazione al Nasdaq il 4 maggio dopo aver riportato 410 milioni in costi di ristrutturazione legati al licenziamento del 30% dei suoi dipendenti”.  

● Abound Solar. Obama diede 400 milioni di prestito per costruire fabbriche di pannelli fotovoltaici. Secondo Forbes, in febbraio ha fermato la produzione e licenziato 180 operai.  

● Beacon Power. Obama diede alla società, che immagazzina energia verde, 43 milioni di prestiti. Secondo CBS News, al tempo del prestito, “S&P aveva confidenzialmente dato al progetto della Beacon Power una previsione scoraggiante di CCC+”, ossia un rating prefallimentare. Infatti nell’autunno del 2011 Beacon è stata cancellata dal listino dal Nasdaq ed è fallita.

“E’ solo la punta dell’iceberg”, commenta Thiessen. La SunPower, che ebbe 1,2 miliardi in prestito garantito, in gennaio valeva la metà di quanto deve in debito. Brightsource ha avuto 1,6 miliardi e ha denunciato una serie di perdite per 177 milioni. E della Solyndra, che diventerà una “cause celebre” della campagna di Romney s’è detto sopra. 

Uno studioso della Hoover Institution, Peter Schweizer, nel suo libro “Throw Them All Out,” (Buttali via tutti) ha scritto che il 71% dei prestiti e dei finanziamenti a fondo perso dati dalla amministrazione Obama (cioè dalle tasse dei contribuenti) sono finiti a “individui che sono larghi finanziatori, o membri del Comitato Finanziario Nazionale pro Obama, o larghi donatori del partito Democratico”. In tutto, costoro hanno raccolto 457.834 dollari per la campagna di Barack, e in cambio si sono assicurati 11,35 miliardi di prestiti o finanziamenti. Secondo Politico.com il dilagare della  corruzione nella scelta delle imprese da finanziare è documentata dal fatto che lo stesso “Ispettore Generale del Dipartimento dell’Energia ha lanciato oltre 100 indagini su comportamenti criminali “ per casi collegati ai programmi del Dipartimento a favore di imprese dell’energia verde. Tra cui, appunto, la Solyndra.  

twitter @glaucomaggi

 

 

 

 . PAULSON, IL RE DELLA FINANZA...
Andrea Greco per "la Repubblica" - Vi hanno preso per i fondelli. Politici, regolatori, soloni che da tre anni vi dicono che nulla sarebbe stato come prima, la finanza aveva ucciso se stessa e si torna al sudato mondo reale. Nell´anno 2010 il signor John Paulson ha guadagnato 5 miliardi di dollari. Per il Wall Street Journal è un record: puntando il suo hedge fund su oro e materie prime ha battuto se stesso (nel 2007, annus horribilis, fece 4 miliardi scommettendo contro i mutui subprime).

Paulson precede altri due hedge manager, Ray Dalio (Bridgewater, 3 miliardi) e David Tepper (Appaloosa, 2). Insieme, surclassano i 36mila banchieri di Goldman Sachs, non esattamente degli sprovveduti visto che si sono spartiti 8,35 miliardi. L´Italia, poveretta, rosica sui 250 milioni in azioni a Marchionne, sui 40 milioni per spesare Profumo. Paulson vale 15 Marchionne e 96 Profumo.31-01-2011]

 

TUTTI A BALLARE AL ’’BILLIO-NERD’’! - VIA I MANAGER DI PROFESSIONE, AL VERTICE DELLE AZIENDE HI-TECH AMERICANE CI SONO I GENIETTI CHE LE HANNO FONDATE - LARRY PAGE CACCIA "L’IMPRESENTABILE" SCHMIDT E TORNA AL VERTICE DI GOOGLE - ZUCKERBERG INCAZZATISSIMO UMILIA PERFINO LA ‘SPECTRE’ GOLDMAN SACHS, REA DI UN COLLOCAMENTO DISASTROSO DELLE QUOTE DI FACEBOOK - MA L’IDENTIFICAZIONE FONDATORE-AZIENDA è MOLTO PERICOLOSA: APPLE è CROLLATA IN BORSA ALL’ANNUNCIO DELLA MALATTIA DI STEVE JOBS…

Federico Rampini per "la Repubblica"

 

È il modello Peter Pan applicato all´industria. Vince chi non invecchia mai. Il capitalismo americano sarà salvato dai ragazzini: è il verdetto che viene dalla Silicon Valley, la culla mondiale dell´innovazione tecnologica, il laboratorio di tutte le rivoluzioni economiche degli ultimi trent´anni. Via i top manager di professione, largo agli imprenditori puri, meglio ancora se ventenni e dotati di "animal spirits". È questa la lezione degli ultimi scossoni al vertice delle imprese leader. Google mette da parte il chief executive Eric Schmidt, 55 anni, per sostituirlo con uno dei due fondatori, Larry Page, 38 anni. L´altro co-fondatore, Sergey Brin, 37 anni, dirige l´innovazione tecnologica.

 

Il terremoto ai vertici giunge in un momento all´apparenza felice: in Borsa Google capitalizza 200 miliardi di dollari (ne valeva 27 quando fu quotata nel 2004), nell´ultimo trimestre i profitti sono saliti del 17% a quota 5 miliardi. Eppure non è tranquilla. Sente sul collo il fiato di un vero ragazzo, Mark Zuckerberg di Facebook, al cospetto del quale perfino Page e Brin sembrano un po´ stagionati. L´incubo di Google è la "sindrome Microsoft": quella che fu la regina dell´informatica per un´intera generazione, ha perso smalto, grinta innovativa e capacità di attrarre i giovani talenti migliori. Via via che l´ex-ragazzino fondatore Bill Gates si allontanava dalla sua missione imprenditoriale, l´azienda si è burocratizzata.

 

La potenza in ascesa oggi è Facebook, perché il sito sociale fa passi da gigante nella pubblicità online, il principale giacimento di profitti di Google. Facebook resta saldamente in mano al fondatore Zuckerberg, di 26 anni. La sua impresa è stata valutata 50 miliardi di dollari, ma lui ha rinviato (fino al 2012, pare) il momento di quotarsi in Borsa: per non condividere il potere con capitalisti finanziari.

 

Il ragazzino spinto dagli spiriti animali del capitalismo creativo, diffida dei professionisti del denaro. Ha umiliato le più grandi società di venture capital della Silicon Valley, sbattendogli ripetutamente la porta in faccia. Pochi giorni fa ha dato una sonora lezione anche a Goldman Sachs. La più potente banca d´affari di Wall Street aveva convinto Zuckerberg ad affidarle un piccolo pre-collocamento, riservato a pochi privilegiati, per circa 1,5 miliardi. Ma i top manager di Goldman hanno combinato un disastro. Le modalità dell´operazione sono apparse ambigue, opache oltre ogni limite, tali da rischiare un´inchiesta della Securities and Exchange Commission (Sec), l´organo di vigilanza sui mercati finanziari.

 

La banca d´affari è stata costretta a cancellare l´operazione per i suoi clienti americani, ma solo dopo essersi subìta un´autentica sfuriata dal "ragazzino", indignato per la pessima figura. Zuckerberg si è rafforzato nella sua convinzione: alla larga dai cosiddetti professionisti del denaro. Il capitalismo vero, quello che crea sviluppo, è un´altra cosa.

La gara che conta tra Google e Facebook non è fatta di profitti, dividendi, relazioni trimestrali di bilancio. No, l´incubo dell´imprenditore creativo nella Silicon Valley è un altro: se la palma della creatività giovanile passa in mano a un altro, è da lui che se ne vanno i migliori. Per quanto il campus Googleplex sembri un parco-divertimenti, dove i Ph.D. d´informatica giocano a volley nei giardini e sono obbligati a dedicare il 20% del proprio tempo a "curare le proprie idee", negli ultimi tempi si è avvertito l´inizio di un esodo dei cervelli.

 

Anche una dirigente di alto livello come Sheryl Sandberg è passata al nemico, e oggi è direttrice generale di Facebook. Altri sono partiti verso aziende ancora più piccole, più giovani, più rischiose. Nel capitalismo post-industriale della Silicon Valley le risorse umane sono tutto.

 

Google è la figlia di un algoritmo geniale partorito dai due fondatori quando erano dottorandi all´università di Stanford, nel 1998. Facebook nasce da un´intuizione felice sui bisogni di interazione sociale delle nuove generazioni. C´è un altro caso di azienda hi-tech divenuta un simbolo potente della fantasia tecnologica.

È la Apple di Cupertino, anche lei oggi rischia molto perché la malattia allontana dai comandi un ex-ragazzino fondatore. Steve Jobs è stato definito «il più intuitivo di tutti gli imprenditori americani». La sua magia, è il carisma leggendario con cui ha convinto il mondo intero di avere reinventato prima il computer (iMac), poi il lettore digitale di musica (iPod), poi il telefonino (iPhone) e infine tutti i media con l´iPad. Anche quella è la storia di un´azienda salvata grazie al ritorno alle origini. Jobs dopo averla creata la lasciò nel 1985. Fu richiamato nel 1997 con una missione disperata: l´azienda stava per morire. Ora è una success-story mondiale.

 24-01-2011]

 

 

finché c’è la salute c’è apple - GLI AZIONISTI, TERRORIZZATI DAL PERDERE I GRASSI DIVIDENDI DEGLI ULTIMI ANNI, sentono puzza di fine-jobs - IL ‘WSJ’ RIVELA: È PRONTA UNA RISOLUZIONE IN CUI SI CHIEDE AL CDA UN PIANO DI SUCCESSIONE, VISTO CHE IL GURU DELLA MELA HA TENUTO TUTTI ALL’OSCURO SUL SUO “CONGEDO PER MALATTIA” - A QUANTO PARE, LA SEC AVEVA GIÀ APERTO UN’INDAGINE NEL 2009, QUANDO JOBS MOLLÒ IL COMANDO PER IL TRAPIANTO DI FEGATO…

Da "Ansa.it"

 

La salute di Steve Jobs potrebbe spingere gli azionisti di Apple ad approvare una risoluzione in cui chiedono al consiglio di amministrazione la comunicazione di un piano di successione dettagliato della societa'. Gli azionisti potrebbero esprimersi al riguardo gia' il prossimo 23 febbraio durante l'assemblea annuale.

Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando come diversi consigli di amministrazione hanno difficolta' nel decidere cosa comunicare agli azionisti in merito alla salute degli amministratori delegati in caso di malattia.

 

La legge impone che le aziende comunichino pubblicamente le informazioni che possono influenzare le scelte degli azionisti nell'acquisto o la vendita di titoli. Ma e' in ogni caso il consiglio di amministrazione che decide quali informazioni rivelare. Nel 2009 - secondo indiscrezioni - la Sec aveva aperto un'indagine sulle modalita' con cui Apple aveva reso noti i problemi di salute di Jobs.

 

Le aziende non comunicano i problemi di salute dei loro amministratori delegati fino a che le condizioni non raggiungono uno stato critico, emerge da una ricerca condotta da Alexa Perryman della Business School della Texas Christian University. ''Fino a che la Sec non decidera' degli standard - mette in evidenza Ben Heineman, ex General Electric e ora professore a Harvard - i consigli di amministrazione non comunicheranno malattie o diagnosi''.

 25-01-2011]

 

 

QUEL PARADOSSO USA DEI SALVATAGGI PUBBLICI...
M. Val. "Il Sole 24 Ore" - L'ultimo paradosso dei salvataggi pubblici americani è forse il più imbarazzante: il contribuente costretto a soccorrere i giganti immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac, a sua insaputa, si è accollato anche la difesa legale dei loro ex dirigenti da sospetti di truffa e irregolarità contabili che hanno contribuito alla crisi. Un conto salato: 160 milioni di dollari. E solo parziale: secondo il New York Times le fatture presentate dagli avvocati non accennano a diminuire.

Reso ancor più surreale dal fatto che spesso sono le stesse autorità, sempre a nome del contribuente, a promuovere indagini e accuse. Il Times rivela in particolare che aiuti per 24,2 milioni sono serviti al «soccorso» legale dell'ex amministratore delegato di Fannie Mae Franklin Raines, dell'ex direttore finanziario Timothy Howard e dell'ex responsabile dei controlli contabili Leanne Spencer. Unica consolazione: se risulteranno colpevoli, il governo potrà provare a chiedere loro un improbabile rimborso.25-01-2011]

 

 

 

ACCUSE NEGLI USA: LA CRISI ERA PREVEDIBILE...
M. Val. per "Il Sole 24 Ore" - La crisi finanziaria poteva essere evitata. E i responsabili del disastro sono tanti: il lassismo di autorità e regole, dalla Casa Bianca alla Federal Reserve. Una gestione fallimentare al vertice della Coporate America. E, naturalmente, spericolatezza e avidità delle banche a Wall Street.

È questo il giudizio sferzante della Commissione speciale sulle cause della bufera del 2008, ribattezzata la nuova Commissione Pecora in memoria dell'inchiesta parlamentare sulla Grande Depressione degli anni Trenta. Un giudizio lungo 576 pagine, frutto di 19 audizioni e 700 testimonianze, che sarà pubblicato oggi e di cui è filtrato un riassunto. Qualcuno potrà ritenerlo scontato. Ma farà bene a leggere il monito finale: «La peggior tragedia sarebbe accettare la tesi che nessuno avrebbe potuto prevedere la crisi e quindi fare qualcosa. Se accettiamo questo, accadrà ancora».

27-01-2011]

 

 

. SE ANCHE BLANKFEIN SI ISCRIVE A FACEBOOK. PRIMA DI QUOTARLA...
M. Sid. per il "Corriere della Sera" - Sarebbe sufficiente sfogliare le pagine dei pluridecorati quotidiani Usa, New York Times e Wall Street Journal, per trovare ricchezza di indizi su una prossima quotazione di Facebook. La regola Sec dei 499 soci, classe 1964, che contribuì ad incastrare anche Google nel 2004 costringendola alla Borsa, è scattata impietosa in queste ore anche per il re del social network. Ma c'è un altro particolare, piccolo quanto prezioso, che il Corriere ha scovato e che potrebbe anche rivelarsi la prova del nove: ad aprire un proprio profilo su Facebook 4 mesi fa - a meno di furti d'identità digitale ma non di omonimie visto che c'è tanto di fotografia - è stato Lloyd Blankfein, Mr Goldman Sachs. Magari si sarà fatto iscrivere da una delle sue tante assistenti. O avrà chiesto aiuto all'help desk della banca d'affari.

In ogni caso, quando è iniziata l'operazione Facebook, Blankfein da buon manager ha voluto provare di persona la favolosa innovazione. Intanto Mr Facebook, il miliardario 26enne Mark Zuckerberg, continua a negare. Ma con Mrs Sec, Mary Shapiro, non si scherza. A meno di cavilli da legulei di manzoniana memoria, la nostra privacy, al secolo Facebook, sbarcherà a Wall Street entro l'aprile 2012. È un gioco delle parti. Zuckerberg dice, e per certi versi deve correttamente continuare a dire, che i documenti per navigare nelle tempestose ma ricche acque di Wall Street al fianco di Google, Apple e Microsoft non ci sono. Ma la Goldman che sta rastrellando per lui un investimento strategico da mezzo miliardo di dollari per l' 1%del sito - portando così il valore del 25%di Zuckerberg da 7 a 12,5 miliardi in poche ore - sa di essere sotto la lente Sec.

Così in un lunch riservato la banca ha presentato i conti dei primi 9 mesi del 2010 di Facebook - 1,2 miliardi di giro d'affari e 355 milioni di utile netto - e ha lasciato di fatto trapelare che non solo tra gli utenti ma anche tra gli investitori privati è febbre da social network. Quota 499 sarà superata. E la regola è chiara: la società ha tempo 4 mesi per quotarsi dopo la chiusura dell'anno fiscale in cui la quota viene scavallata. E questo ci porta all'aprile 2012. Vedremo nel frattempo se nel vorticoso intreccio di socializzazioni low cost Facebook saprà mantenere le promesse fatte. P. S. La speranza di Zuckerberg è che di utenti come Blankfein ce ne siano ben pochi: in 4 mesi il banchiere non risulta avere stretto una sola amicizia (nemmeno con Zuckerberg!). Lo sapranno questo gli investitori?10-01-2011]

 

 

 

. AIG SI PREPARA A RIMBORSARE GEITHNER...
Dal "Corriere della Sera" - Aig verso il rimborso dei fondi pubblici. Il colosso assicurativo Usa, nazionalizzato all' 80%durante la crisi finanziaria, ha dato il via libera all'emissione di 75 milioni di opzioni che daranno diritto agli azionisti privati già presenti nel capitale di acquistare altri titoli Aig, mano a mano che il governo cederà la propria partecipazione. Il 19 gennaio gli azionisti iscritti a libro soci al 13 gennaio 2011 riceveranno warrant a dieci anni da scambiare a Wall Street. Ogni warrant darà il diritto di comprare un'azione Aig al prezzo di base di 45 dollari. A comunicarlo è la Sec, l'autorità di vigilanza del mercato finanziario statunitensi.

10-01-2011]

 

 

 JOBS, SOLO UN DOLLARO PER IL 2010 (MA CON LE AZIONI SU DEL 60%)...
Dal "Corriere della Sera" - Ormai è quasi un rito: i conti di chiusura dell'anno fiscale della Apple (concluso il 25 settembre 2010) si festeggiano con il consueto comunicato sul compenso simbolico di Steve Jobs: un dollaro e zero bonus. Il ceo della mela morsicata ha ricevuto - si legge nel documento consegnato alla Sec - solo 248 mila dollari come rimborsi per i viaggi di lavoro fatti con il suo Gulfstream V del valore di 90 milioni (avuto come bonus Apple nel ' 99). Ma Jobs non è un pazzo che lavora solo per la gloria: il valore dei suoi 5,5 milioni di azioni è salito nello stesso 2010- anno dell'iPad- del 60% a 1,84 miliardi.10-01-2011]

 

 

 

 JOBS NON RIPETERÀ IL MIRACOLO MA NEL 2011 LE AZIONI APPLE SARANNO ANCORA UN BUON AFFARE...
Robert Cyran per "La Stampa" - È raro che un'azienda di grandi dimensioni cresca rapidamente. Apple c'è riuscita, aumentando le vendite di oltre il 50% nel 2010 e facendo salire il valore della società di ben 100 miliardi di dollari, portandolo vicino ai 300 miliardi. Le probabilità che il gruppo tecnologico capitanato da Steve Jobs ripeta questa performance prodigiosa sono assai ridotte. Ciò nonostante, le azioni sembrano ancora un buon investimento se si considera che la valutazione di Apple, tenendo conto dell'enorme liquidità, appare stranamente modesta.

Le azioni Apple vengono scambiate a circa 19 volte gli utili stimati per l'anno fiscale 2011, contro un multiplo di poco superiore a 13 per le società dell'indice S&P 500. Apple può tuttavia contare su oltre 50 miliardi di dollari di patrimonio e investimenti a fronte di zero debiti. Al netto di questa liquidità, la quotazione del titolo Apple è in linea con gli standard del mercato.

Questi dati sarebbero giustificati se la crescita di Apple fosse poco promettente. Stando però alle previsioni degli analisti, nel prossimo anno le vendite della società aumenteranno del 35% grazie al successo di iPad e iPhone. Cifre esorbitanti se si considera che, la crescita dei ricavi sul mercato dovrebbe grosso modo equivalere al Pil degli Stati Uniti. In più, la leva operativa che caratterizza le attività di Apple dovrebbe determinare una crescita degli utili più rapida dell'aumento delle vendite, un fattore che giustificherebbe un premio sostanziale nel prezzo dell'azione. Non c'è dubbio che a Wall Street prevalga spesso un ostinato ottimismo. L'impressione istintiva, però, è quella di un futuro ancora radioso.

Le vendite dell'iPad sono in netta crescita tra le grandi aziende. Le previsioni parlano di un raddoppio della penetrazione degli smartphone negli Usa nel 2011. I Mac stanno guadagnando quote di mercato, ma rappresentano ancora meno del 5% del mercato globale dei pc. E l'ingresso di Apple nei settori della pubblicità e della televisione potrebbe preannunciare nuovi e importanti filoni di crescita. Insomma è possibile che Apple diventi l'azienda americana di maggior valore entro la fine del 2011.31-12-2010]

 

 

SPECULAFACEBOOK - LA SEC (OVVERO LA CONSOB AMERICANA) ACCENDE UN FARO SU FACEBOOK, TWITTER, LINKEDIN E LE ALTRE STELLE DEI SOCIAL NETWORK - PUR ESSENDO ORMAI DEI GIGANTI DA MILIARDI DI DOLLARI, queste società MANTENGONO LA STESSA STRUTTURA DI QUANDO ERANO DEI SOGNI NEL GARAGE DI NERD BRUFOLOSI - MENTRE ZUCKERBERG E GLI ALTRI RITARDANO L’INGRESSO IN BORSA, GLI SPECULATORI COMPRANO NEI MERCATI PARALLELI…

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

 

L´ultimo miracolo di Facebook è un affare da 56 miliardi di dollari. Il social network più grande del mondo, mezzo miliardo di utenti da 5 mila amici in media ciascuno, deve ancora quotarsi in borsa ma ha fatto già boom. Raddoppiando in un anno le transazioni, da 2,4 a 4,9 miliardi di dollari. E praticamente quadruplicando, sempre nel giro degli ultimi 12 mesi, il suo valore.

Il record della compagnia di Palo Alto è la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che il 26enne Mark Zuckerberg è davvero la Persona dell´anno, come l´ha proclamata Time. Ma anche l´ultima performance è accompagnata dalle polemiche che - dalla tutela della privacy ai pettegolezzi svelati dal film The Social network - sembrano incollarsi al marchio almeno quanto l´interesse degli investitori.

La Sec, l´organo statale che controlla le transazioni finanziare, ha aperto un occhio sull´intera vicenda. Il motivo? Ufficialmente non è noto. Ma il volume di affari lascia pensare che nelle contrattazioni siano coinvolti più di quel mezzo migliaio di azionisti che la legge concede alle società ancora saldamente in mano private. Un movimento consentito solo perché le azioni vengono considerate uno strumento di compensazione interna, strettamente riservate insomma ai fondatori, ai primi finanziatori e ai primi impiegati. E in teoria non destinate al mercato pubblico.

 

L´attesa per la quotazione di Facebook, per cui più volte lo stesso Zuckerberg ha sostenuto di «non avere fretta», sta trainando tutto il mercato-ombra dei titoli tecnologici. Attirando l´attenzione degli speculatori su nomi come Twitter, il minisocial che viaggia con gli sms, Linkedin, una specie dei Facebook dedicato però ai professionisti, e Zynga, la compagnia specializzata sui giochi via Internet. Naturalmente a fare la parte del leone è però sempre la compagnia di Palo Alto, che colleziona rispettivamente il 48 e il 40 per cento delle transazioni su SecondMarket e SharesPost, due delle agenzie che permettono gli scambi-ombra, sopratutto su Internet.

 

La barriera dei 500 azionisti risale a una legge degli anni ‘30, quelli della regulation dopo il far west finanziario che portò al Grande Crollo. E quasi tutti i big dell´hi-tech, che magari avevano lanciato la loro piccola azienda, la loro start up, senza pretese, nei mitici garage della Silicon Valley, si sono dovuti scontrare prima o poi con questo muro. Anzi, spesso sono propri i traffici intorno a quota 500 che costringono le compagnie a mettersi in gioco a Wall Street - rendendo pubblici contestualmente anche conti e registri.

Bill Gates ci mise 10 anni, dalla fondazione di Microsoft nel 1975, a presentare nell´85 l´Ipo, l´offerta pubblica, che lo rese per la verità ancora più miliardario. La metà del tempo, dal 1998 al 2003, è servita invece a quotarsi a Google. Per la gioia dei suoi azionisti-impiegati: compresi, ricorda il New York Times, il capo degli chef e la massaggiatrice aziendale che da un giorno all´altro si trasformarono pure loro in miliardari.30-12-2010]

 

 

TROPPO PICCOLE PER ESSERE SALVATE (DI NUOVO) - NONOSTANTE GLI AIUTI PUBBLICI, 100 BANCHE AMERICANE SONO SULL’ORLO DEL TRACOLLO - IL MERCATO IMMOBILIARE NON RIPARTE, I CLIENTI NON PAGANO I MUTUI, E GLI ISTITUTI SI TROVANO IN MANO CASE PIGNORATE CHE NON VALGONO NULLA - IL SALVATAGGIO DELLE MEGA BANCHE SI è RIPAGATO DA SOLO, QUELLO DELLE MICRO è COSTATO FINORA 6,9 MLD $, SOLDI A CUI I CONTRIBUENTI USA POSSONO Già DIRE BYE BYE…

Pignoramenti

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

La crisi starà anche finendo ma quasi cento banche che avevano ricevuto aiuti statali, in America, rischiano di fallire. Il motivo: il capitale che si erode sempre di più e la pila di prestiti non restituiti che aumenta, di pari passo con i continui allarmi notificati dalle autorità bancarie e amministrative.

 

I bailout, i salvataggi, sono stati una delle operazioni più discusse dell´amministrazione americana, iniziati sotto George W. Bush e rilanciati da Barack Obama. Adesso si scopre che molti di quei fondi Tarp, il programma per il salvataggio degli asset in difficoltà, sono andati perduti per sempre.

Non basta. Il numero delle banche in crisi che hanno ricevuto aiuti statali è cresciuto paurosamente proprio negli ultimi tempi. Nel 2009 erano 47. Nel giugno scorso 78. E ora il Wall Street Journal ne conta 98. In totale, il contribuente ha sborsato per loro 4,2 miliardi di dollari.

 

Sette sono già le banche che pur con i contributi di stato sono fallite: 2,7 miliardi non verranno così mai più restituiti. Di dieci milioni è il prestito medio ricevuto dalle banche ora in pericolo. Tutte piccoline per la verità: 439 milioni la media degli asset posseduti. Nomi non proprio conosciutissimi: come la Bank of Milwaukee o la CommunityOne Bank of Asheboro del North Carolina.

 

Ma è quel numero totale, che pericolosamente si avvicina a cento, che fa paura. E quell´altra maledizione che ha accompagnato tutta la recessione: sono i cattivi investimenti immobiliari e l´impossibilità per tanti clienti di pagare i mutui che stanno mettendo nuovamente in pericolo le banche.

 

«Sappiamo che un certo numero di istituti sono in difficoltà», riconosce David Miller del Dipartimento del Tesoro. Che, però, difende l´operazione Tarp nel suo complesso. L´amministrazione ha ragione da vendere. I bailout hanno rimesso in piedi giganti del calibro di Bank of America o Citigroup. E proprio il salvataggio di quest´ultima, per esempio, si è alla fine rivelato un affare: il prestito da 45 miliardi ha fruttato 12 miliardi di interessi al contribuente.

D´altra parte è vero però anche un paradosso: le banche «troppo grandi per fallire», secondo la fortunata espressione che ha fatto scuola, ce l´hanno anche fatta proprio perché le più ricche hanno ricevuto più aiuti. Potendo contare, per esempio, sui fondi d´emergenza della Federal Reserve: negati invece agli istituti più piccoli.

 

I dati ufficiali forniti dal Tesoro non sono del resto complessivamente più confortanti di quelli denunciati dall´inchiesta del Wall Street Journal. Le banche in difficoltà sono aumentate da 729 a 814: più di un decimo insomma dei 7760 istituti che animano, si fa per dire, il panorama finanziario americano. 28-12-2010]

 

 

REGOLE NUOVE, BONUS VECCHI...
Ettore Livini per "la Repubblica" - Buone intenzioni tante, risultati pratici pochini. La guerra a bonus e stipendi stellari della finanza vive (finora) più di annunci che di sostanza. Il Comitato di Basilea ha stabilito nuovi obblighi di trasparenza ai compensi dei manager bancari, che saranno più vincolati ai loro conti economici. I regolatori Usa preparano un altro giro di vite a inizio anno. Goldman Sachs - dopo aver ricevuto un salvagente da 10 miliardi dai contribuenti americani - ha magnanimamente deciso di legare i premi ai risultati a lungo termine.

Ma la musica è sempre la stessa: i bonus di Wall Street, dopo il +17% dell´anno scorso, saliranno nel 2010 di un altro 5%. Uno scandalo? Per carità! È tutto ok, in linea con le nuove norme (un po´ meno con il buon senso). A Wall Street e dintorni - complice la debolezza della politica - la Cuccagna non è mai finita.. 28-12-2010]

 

 

JPMORGAN: COMPRA SEDE LEHMAN BROTHERS
(ANSA) - JPMorgan ha acquistato per 495 milioni di sterline (585 milioni di euro) la vecchia sede londinese di Lehman Brothers. Gli uffici di Canary Wharf diventeranno il quartier generale per l'Europa del gigante di Wall Street, riferisce Bloomberg.20-12-2010

 

 

 

 USA: ERNST & YOUNG SOTTO ACCUSA PER RUOLO IN CRACK LEHMAN...
Radiocor - Il procuratore generale dello stato di New York Andrew Cuomo si prepara a intentare una causa civile contro Ernst & Young per il suo presunto ruolo nel collasso di Lehman Brothers nel 2008 e con l'accusa che la societa' di consulenza e revisione contabile avrebbe aiutato la banca a dare informazioni fuorvianti agli investitori sulle proprie condizioni finanziarie. Secondo quando riportato dal Wall Street Journal, quando Cuomo formalizzera' le accuse per la prima volta una societa' di consulenza sara' presa di mira per il suo ruolo nella crisi finanziaria.

 

Lehman Brothers era uno dei maggiori clienti di Ernst & Young, che avrebbe ricevuto commissioni per circa 100 milioni di dollari tra il 2001 e il 2008 per e attivita' di consulenza. Le accuse, che potrebbero essere formalizzate questa settimana, fanno parte di una piu' ampia indagine sulle banche che, prima che esplodesse la crisi, avrebbero eliminato dai propri bilanci asset tossici mascherando in questo modo il reale livello di esposizione al rischio.20-12-2010

 

 

. HEWLETT-PACKARD: WSJ; SEC INDAGA SU USCITA HURD...
(ANSA) - Le autorità americane avviano un' indagine sull'uscita di Mark Hurd da Hewlett-Packard, per far luce anche sull'eventualità che Hurd abbia condiviso informazioni riservate sulla società. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti secondo le quali la Sec, la consob americana, nell'ambito dell'inchiesta, sta cercando di accertare se Hurd abbia fornito informazioni in merito all'acquisizione di Electronic Data Systems per 13,9 miliardi di dollari da parte di Hp a un ex contractor del colosso informatico.

"Mark ha agito in modo corretto. E' comprensibile che la Sec - spiega un portavoce di Hurd - voglia guardare e analizzare gli eventi che hanno circondato l'uscita di Hurd, alla quale è seguita una flessione dei titoli di Hp".21-12-2010]

 

 

 

MADOFF: ACCORDO PER RECUPERARE 7 MILIARDI DOLLARI...
(ANSA) - Le autorità giudiziarie Usa e il liquidatore Irving Picard hanno raggiunto oggi un accordo che permetterà di recuperare circa 7 miliardi di dollari per compensare le vittime del super truffatore Bernard Madoff, condannato all'ergastolo. L'annuncio ufficiale dell'intesa, la più grande di tutti i tempi di questo tipo, è atteso intorno alle 18:00 italiane in una conferenza stampa organizzata a New York dal procuratore Preet Bharara, responsabile per il distretto sud della metropoli americana. L'accordo chiude il caso dell'eredità di Jeffry Picower, un miliardario di Palm Beach, in Florida, investitore di Madoff, morto nell'ottobre 2009. I circa 7 miliardi in questione vanno ad aggiungersi ai 2,3 miliardi già recuperati altrove.

17-12-2010]

 

 

DRAGO DRAGHI NON SI FIDA DELLE BANCHE - BANKITALIA FA LE PULCI ALLE MANOVRE IN CORSO TRA MONTE PASCHI E POPOLARE DI MILANO - IL GOVERNATORE SMONTA PEZZO PER PEZZO LA FUSIONE TRA LE DUE SGR PRIMA E ANIMA - IL NUOVO GIOCATTOLINO FINANZIARIO VALE 40 MILIARDI DI EURO, MA IL PROGETTO FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI - GLI SCERIFFI DI PALAZZO KOCH VOGLIONO CHIARIMENTI SU TEMPI, NOMINE, GOVERNANCE E RUOLO DEI SOCI BANCARI

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

C'è più di un dubbio, in Banca d'Italia, sulla fusione tra Anima sgr e Prima sgr. Un imprevisto che potrebbe creare qualche problema. Sta di fatto che mentre sembrava tutto in discesa, il percorso della maxi operazione nel mondo del risparmio gestito diventa improvvisamente accidentato. Stiamo parlando dell'alleanza strategica tra il Monte dei Paschi di Siena, il fondo Clessidra e la Banca Popolare di Milano. Che stanno creando il primo polo indipendente nel settore dei fondi comuni d'investimento, da 40 miliardi di euro.
Dopo mesi i chiacchiere, è la prima mossa concreta nel risiko delle sgr.

 

Il matrimonio tra Prima (Mps-Clessidra) e Anima (Bpm), peraltro, va nella direzione auspicata dai mercati finanziari. Bankitalia, però, vuole vederci chiaro. Qualche rilievo, secondo indiscrezioni raccolte da Libero, è stato sollevato la scorsa settimana nel corso di un incontro riservato. Nel quale di fatto è stato gelato l'entusiasmo con cui il 29 ottobre era stata formalizzata la fusione.

 

Il faro di Bankitalia è puntato, in particolare, sulla governance della nuova super holding. Il ponte di comando non convince a fondo i funzionari di palazzo Koch. Nel dettaglio, i rilievi di via Nazionale toccano la procedura di nomina del direttore generale e, più in generale, il ruolo dei «soci bancari» nella selezione dei top manager. Altre osservazioni, poi, sono state fatte sulla tabella di marcia: il progetto prevede di portare a termine tutti i passaggi entro ottobre 2012. Tempi giudicati lunghi da Bankitalia che avrebbe chiesto di accelerare e chiudere la fusione entro aprile 2012. Non è tutto: le perplessità di palazzo Koch riguardano pure la «razionalizzazione della gamma dei prodotti» e i «livelli minimi dei patrimoni».

 

Secondo fonti vicine al dossier, si tratta di «interlocuzione con l'organo di vigilanza» da considerare «ordinaria amministrazione». Ma quando gli sceriffi fanno le pulci, il "fastidio" non si riesce a mascherare.

 15-12-2010]

 

 

A WALL ST. OBAMA SCATENA LA CACCIA AL BANCHIERE - TONI TRIONFALISTICI PER LA FINE DELL’INCHIESTA “BROKEN TRUST”, CHE AVREBBE SCOPERCHIATO 231 CASI DI FRODE PER 8 MLD $ - MA ARRIVATI A GIUDIZIO, SI SCOPRE CHE “L’INSIDER HA FORME COSÌ SOFISTICATE CHE È DIFFICILISSIMO DA PROVARE” E TUTTO RISCHIA DI FINIRE IN UN’OPERAZIONE “BELLA FIGURA” PER L’FBI E LO SBARACKATO - ANCHE PERCHÉ L’EX CAPO DEL BILANCIO DI OBAMA È ANDATO A LAVORARE PER CITIGROUP (IL TESORO NE POSSIEDE ANCORA L’11%), E DALLO STESSO ISTITUTO ARRIVA IL SUO SUCCESSORE…

Da "Il Foglio"

 

E' autunno e in America si è aperta ufficialmente la caccia ai banchieri. L'inquietudine era cominciata con il suicidio di Madoff junior, sabato, poi domenica è arrivato il New York Times - imbeccato dal dipartimento di Giustizia - secondo cui ci sarebbe un fantomatico "club dei nove banchieri" che controlla il mercato dei derivati. Domenica, poi, Fbi e dipartimento di Giustizia hanno chiuso quella che secondo Washington è "la più grande inchiesta nel mondo finanziario" della storia americana.

 

I toni sono quelli delle grandi occasioni: l'operazione si chiama "Broken Trust", "fiducia tradita", ed è stata realizzata dalla Financial Fraud Enforcement Task Force, alle dirette dipendenze del ministro della Giustizia, Eric Holder. L'inchiesta, spiega la polizia federale, ha portato alla luce 231 casi di frode finanziaria, con truffe per oltre 8 miliardi di dollari e almeno 120 mila vittime. Particolare attenzione è stata rivolta ai cosiddetti schemi Ponzi (le catene di Sant'Antonio), business in cui tra l'altro era specializzata la famiglia Madoff.

 

Insomma da alcune settimane, per i banchieri, l'atmosfera è da giro di vite. Anche perché si faceva un gran parlare, il mese scorso, di una clamorosa inchiesta per insider trading, e il 22 novembre il titolo Goldman Sachs ha perso oltre il 3 per cento a causa di voci secondo cui la banca sarebbe stata presto incriminata per questo reato.

 

Voci piuttosto confuse, peraltro, perché da una parte si sparava in alto con i nomi (Goldman, ma anche Ubs e Deutsche Bank) e dall'altra arrivavano segnali tranquillizzanti ("ormai l'insider ha forme così sofisticate che è difficilissimo da provare", si leggeva sul Wall Street Journal).

A oggi, però, di condanne eccellenti per insider non ne sono arrivate, nonostante i tre anni dell'indagine partita a gennaio 2009. Né, a voler vedere bene, sono arrivate condanne eccellenti in genere.

Jonathan Weil, columnist di Bloomberg, si è andato a spulciare le liste di proscrizione e tra i 64 fermi, i 158 indagati, i 104 arresti di "Broken Trust", non solo non c'è nessun nome di punta. Soprattutto, alcuni nominativi risultano slegati dall'operazione, come alcuni condannati prima o dopo l'inchiesta, o paralleli solo per tempistica.

 

Insomma, sembra un'operazione "bella figura" per Fbi e Amministrazione. Alcuni banchieri sono cinici: "Per un governo populista come questo, arrestare e processare i gestori di hedge fund serve a distrarre gli elettori", scrive in una nota Monness, Crespi, Hardt & Co., una boutique di consulenza finanziaria di Wall Street.

Di certo un'opera di comunicazione serve per riconciliare Wall Street e Main Street, almeno da giovedì scorso: quando si è saputo che il più giovane dei fuoriusciti dal gabinetto di Obama, il 41enne Peter Orszag, andrà a lavorare a Citigroup come capo delle relazioni istituzionali.

 

Motivazione: per "fare i soldi veri", avrebbe dichiarato al New York Times. Orszag è stato responsabile del Bilancio e il più stretto consigliere di Obama per la sanità e le misure anticrisi. Al che si aggiunge che il suo successore, Jacob Lew, viene proprio da Citigroup; e che la Casa Bianca è oggi titolare ancora di un 11 per cento di Citi (in seguito al salvataggio pubblico da 45 miliardi di dollari). L'operazione Orszag non è piaciuta affatto, né a destra né a sinistra. E il nome dell'indagine sui banchieri, "Broken Trust", oggi rischia l'ironia involontaria.

 14-12-2010]

 

 

 

1- OBAMA INDAGA E SVELA GLI AL CAPONE DELLA VERA MAFIA, LA "CUPOLA" DEL DENARO - 2- I PADRONI DELL´UNIVERSO: "IL TERZO MERCOLEDÌ DI OGNI MESE NOVE MEMBRI DI UNA ÉLITE DI WALL STREET SI RIUNISCONO A MIDTOWN MANHATTAN. I DETTAGLI DELLE LORO RIUNIONI SONO COPERTI DAL SEGRETO. RAPPRESENTANO GOLDMAN SACHS, MORGAN STANLEY, JP MORGAN, CITIGROUP, BANK OF AMERICA, DEUTSCHE BANK, BARCLAYS, UBS, CREDIT SUISSE" - 3- IL CLUB DEI NOVE "PROTEGGE GLI INTERESSI DELLE GRANDI BANCHE CHE NE FANNO PARTE, PERPETUA IL LORO DOMINIO, CONTRASTA OGNI SFORZO PER RENDERE TRASPARENTI I PREZZI E LE COMMISSIONI", DENUNCIA IL CFTC, MASSIMO ORGANO DI VIGILANZA USA - 4- LA GRANDE ATTESA PER LE RIVELAZIONI ANNUNCIATE DA WIKILEAKS SULLA BANK OF AMERICA: CHISSÀ CHE NON RIESCA JULIAN ASSANGE DOVE LA MAGISTRATURA DI OBAMA NON ARRIVA

 

Federico Rampini per La Repubblica

 

Di nuovo loro: i Padroni dell´Universo. Stessi nomi, stessi vizi, una storia che sembra condannata a ripetersi e col finale che rischia di essere già scritto: l´impunità. Stavolta è l´intero mondo dei titoli derivati - finanza "tossica" che ebbe un ruolo cruciale nella crisi del 2008 - l´oggetto delle loro congiure. Una vera e propria "cupola" di grandi banchieri esercita un potere esclusivo di controllo su questo mercato. Fuori da ogni trasparenza, e al riparo da ogni concorrenza.

«Il terzo mercoledì di ogni mese - rivela il New York Times - nove membri di una élite di Wall Street si riuniscono a Midtown Manhattan. I dettagli delle loro riunioni sono coperti dal segreto. Rappresentano Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse».

 

Ufficialmente, i nove banchieri di questo potentissimo comitato d´affari hanno il compito di «salvaguardare la stabilità e l´integrità» su un mercato che muove ogni giorno migliaia di miliardi di dollari. Di fatto, il club dei nove «protegge gli interessi delle grandi banche che ne fanno parte, perpetua il loro dominio, contrasta ogni sforzo per rendere trasparenti i prezzi e le commissioni». La denuncia raccolta dal New York Times viene dal massimo organo di vigilanza. La fonte più autorevole all´origine dell´inchiesta è Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission.

L´uomo a cui Barack Obama ha affidato il compito di fare pulizia in un mercato altamente speculativo. Ma Gensler è costretto ad ammettere la sua impotenza. «Il costo di quelle pratiche lo paga tutto il resto dell´economia, lo pagano tutti gli americani», lamenta Gensler. E naturalmente anche gli europei, visto che Wall Street è il centro della finanza globale.

 

I derivati infatti hanno innumerevoli usi, una parte dei quali sono "virtuosi" e più vicini a noi di quanto possiamo immaginare. I fondi pensione li utilizzano per ridurre il rischio di perdite sui loro investimenti nel caso che le tendenze di mercato abbiano improvvisi rovesci (per esempio un futuro rialzo dei rendimenti sui buoni del Tesoro che deprime il valore di quelli in portafoglio).

 

Le compagnie aeree e navali comprano derivati per attutire il colpo di un rincaro del petrolio. L´industria agroalimentare si protegge da aumenti nel costi dei raccolti. Perfino il consumatore, l´automobilista, è vittima di manovre speculative che attraverso i derivati accentuano il boom delle materie prime.

 

Nessuno dei protagonisti dell´economia reale è veramente tutelato dalle manipolazioni su questi strumenti. Nessuno sa cosa decidono i nove membri del club esclusivo che si riunisce il terzo mercoledì del mese. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un´inchiesta «sulla possibilità di pratiche anti-concorrenziali nel clearing e nel trading sui derivati».

I sospetti di collusione e di un vero e proprio cartello non sono nuovi. Ma trovare le prove è difficile. E´ vecchia di nove mesi la notizia di un´altra inchiesta del Dipartimento di Giustizia che aveva fatto scalpore: quella che accusava i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) di aver concordato un attacco simultaneo all´euro, in una cena segreta l´8 febbraio a Wall Street.

 

Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell´euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Goldman Sachs e Barclays furono coinvolte nelle cronache su quelle grandi manovre. Ma da allora l´inchiesta sulla congiura ai danni dell´euro non ha avuto sviluppi di rilievo.

Estrarre prove dal club dei Padroni dell´Universo è complicato, almeno se si seguono i metodi "normali". Di qui la grande attesa per le rivelazioni annunciate da WikiLeaks sulla Bank of America: chissà che non riesca Julian Assange dove la magistratura non arriva...

Per quanto riguarda il mercato dei derivati, paradossalmente è proprio per effetto della grande crisi del 2008 che i Padroni dell´Universo hanno assunto un ruolo ancora maggiore. Uno dei momenti più drammatici di quella crisi fu il crac dell´American International Group (Aig), la compagnia assicurativa affondata dalle perdite su un particolare tipo di titoli derivati, i credit default swaps.

 

In quel frangente il Tesoro e le autorità di vigilanza si accorsero che nessuno riusciva a capire veramente le interconnessioni sul mercato dei derivati, esposto all´effetto-domino: una bancarotta di Aig avrebbe travolto decine di altre istituzioni e forse l´intero sistema bancario. Perciò fu il Tesoro a spingere per la creazione di una "clearing house" o camera di compensazione, affinché le grandi banche si facessero carico di garantire la stabilità del mercato dei derivati.

 

A questo però si accompagnava la riforma Obama delle regole della finanza, che doveva aumentare i poteri delle autorità di vigilanza, e rafforzare la trasparenza. Quella riforma oggi è sotto tiro da parte della nuova maggioranza repubblicana al Congresso, vittoriosa alle elezioni di novembre e beneficiata dai generosi finanziamenti di Wall Street.

Nell´applicazione della riforma i repubblicani stanno cercando di svuotarla: giovedì il Congresso ha bocciato la richiesta di Gensler per nuove regole sulla trasparenza. "I derivati - spiega il giurista Robert Litan che per il Dipartimento di Giustizia diresse un´analoga battaglia contro le collusioni al Nasdaq - sono un mercato molto concentrato, e quando il governo di una simile entità è in poche mani, possono succedere brutte cose".

Una certezza è che i Padroni dell´Universo usano il loro potere oligopolistico per estrarre dal resto dell´economia dei profitti esorbitanti. Esempio: su un solo contratto derivato di credit default swap - che protegge l´acquirente dall´eventualità di fallimento di uno Stato sovrano come la Grecia, o di una società quotata - il banchiere intermediario incassa una commissione di 25.000 dollari.

 

Contratti simili se ne fanno migliaia ogni giorno, rimpinguando i profitti delle varie Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley. Quando negli anni Novanta il Dipartimento di Giustizia riuscì a dimostrare che un´analoga collusione tra banchieri controllava gli scambi sul Nasdaq (la Borsa dei titoli tecnologici), in seguito al cambiamento delle regole le commissioni bancarie scesero a un ventesimo del livello precedente.

 

Ma un rischio ancora superiore è che dentro il "club dei nove", grazie allo scambio di informazioni quotidiane possano maturare operazioni di cartello, manovre concertate, una manipolazione dei mercati. Quelli che dovrebbero "stabilizzare" i derivati, sono i primi a poter profittare delle prossime fiammate speculative. 13-12-2010]

 

 

. OBAMA, SU FISCO 'ACCORDO BIPARTISAN, PENSO SIA LA COSA GIUSTA'...
Radiocor - 'Siamo arrivati all'ossatura di un accordo bipartisan', ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. L'accordo sull'estensione dei tagli fiscali dell'era Bush, che scadranno il 31 dicembre, dunque si fara'. I partiti sono arrivati a un compromesso, i tagli fiscali saranno prorogati per due anni e per tutti, anche per i ricchi, come volevano i repubblicani. 'In cambio' il presidente Obama e i democratici hanno pero' chiesto il prolungamento per tredici mesi dell'assicurazione per i disoccupati e altri crediti fiscali. 'Penso che questo accordo bipartisan sia la cosa giusta da fare'.

 

'I repubblicani chiedevano anche regole piu' generose per quanto riguarda le tasse di successione', ha spiegato Obama definendo la richiesta ingiustificata. 'Abbiamo insistito affinche' fossero temporanei'. Il presidente ha poi chiarito che in molti non saranno d'accordo con alcune parti del compromesso. 'Ci sono cose che neanche a me piacciono, come ad esempio l'estensione dei tagli fiscali per i cittadini piu' ricchi, ma questi sgravi scadranno fra due anni'. Infine Obama ha ribadito: 'voglio che sia tutto pronto prima che il Congresso vada in vacanza'.07-12-2010]

 

 

 

4. LIQUIDATORE MADOFF: ACCORDO CON UPB PER RECUPERO 500 MLN DLR...
(ANSA) - Irving Picard, il curatore fallimentare della più grande truffa del secolo, quella architettata su scala planetaria da Bernard Madoff, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la banca svizzera Union Bancaire Privee (UBP) per il recupero di una cifra che potrebbe arrivare a 500 milioni di dollari. Lo ha reso noto lo stesso liquidatore che ieri ha avviato un'azione legale da 9 miliardi di dollari contro il colosso Hsbc, dopo quelle contro Jp Morgan per 6,4 miliardi di dollari e contro Ubs per 2 miliardi di dollari.07-12-2010]

 

5. I LIQUIDATORI DI MADOFF A CACCIA DI BANCHE...
G. Ve. per "Il Sole 24 Ore" - Il più grande truffatore della storia non ha agito da solo, almeno secondo il curatore fallimentare della sua società. Irvin Picard, chiamato a tappare le gigantesche falle del gruppo Madoff, ha puntato il dito sulle banche: dopo richieste miliardarie a JpMorgan e Ubs, adesso è arrivato il turno di Hsbc. Il gruppo bancario londinese, secondo Picard che gli ha chiesto un risarcimento di 9 miliardi di dollari, non poteva non accorgersi della colossale truffa ed è quindi corresponsabile per aver raccolto capitali destinati ai fondi di Madoff.

 

Il curatore, negli ultimi giorni disponibili per avviare azioni legali contro i corresponsabili del crack, sembra scatenato: ha fatto causa anche centinaia di «net-winner», cioè investitori che sono usciti dai fondi con più denaro di quello inizialmente investito. Il tutto con la speranza che le nuove strade portino qualche successo in più di quelle percorse finora: ad oggi, infatti, sono stati recuperati solo 1,5 dei 65 miliardi truffati.

07-12-2010]

 

 

13. MADOFF: CHIESTO 1 MLD A 7 GRANDI BANCHE...
(ANSA) - Irving Picard, il liquidatore dei fondi Madoff, ha citato in giudizio 7 colossi bancari internazionali chiedendo complessivamente piu' di un miliardo di dollari sulla base di una loro presunta corresponsabilita' nel crac del gruppo del finanziere americano. Le banche citate sono Citibank, Natixis, Merrill Lynch, Nomura, Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, Fortis e Abn Amro. Citigroup e Natixis sono destinatarie delle richieste piu' consistenti: 425 e 400 mln di dollari.09-12-2010]

 

 

 

 

 

 

STIPENDI IN FLESSIONE PER I BANCHIERI USA...
R.Fi. per "Il Sole 24 Ore" - Le banche americane stanno ridimensionando alcuni eccessi del passato. Secondo uno studio di Option Group, la crescente impopolarità fra i consumatori e la contrazione dei ricavi si stanno ripercuotendo sulle remunerazioni del settore che caleranno in media del 20%. L'entrata in vigore delle nuove regole di governance e il nuovo atteggiamento degli americani, che si indebitano meno di prima, comprimono i margini. «Hanno avuto i loro giorni di gloria. Ora la crescita dei ricavi è anemica e diverse banche sopravvivono e non prosperano» osserva Matthew McCormick, analista di Bahl & Gaynor, sul Washington Post.

«La regolamentazione sta giocando un ruolo fondamentale nel ridefinire il modello di business delle banche nazionali» aggiunge Karen Shaw Petrou di Federal Financial Analytics. E i segni di un rallentamento del settore finanziario sono già emersi: i ricavi di Jp Morgan sono in calo del 15% nell'ultimo trimestre, quelli di Citigroup del 10% e quelli di Goldman Sachs del 28%.01-12-2010]

 

 

 

LEHMAN DUE ANNI DOPO - IL CRACK DELLA QUARTA BANCA AMERICANA E IL CONSEGUENTE INFARTO DEL SISTEMA FINANAZIARIO MONDIALE FU IL RISULTATO DI UN REGOLAMENTO DI CONTI TRA POTERI FORTI CAPITANATI DALLA RIVALE GOLDMAN SACHS (TUTTI LO DICONO, NESSUNO LO SCRIVE) - E HA RAGIONE L’ULTIMO PRESIDENTE DICK FULD A RIPETERE CHE LA BANCA POTEVA ESSERE SALVATA: I SUOI DEBITI ERANO ALLA PARI, SE NON INFERIORI, DI ALTRI ISTITUTI


1 - LEHMAN, QUANDO WALL STREET FINÌ SULL'ORLO DELL'ETÀ DELLA PIETRA...
Massimo Gaggi per "Il Corriere della Sera"
La catastrofe era evitabile? Due anni dopo, le cause del crollo della Lehman Brothers e del conseguente infarto del sistema finanziario americano e mondiale sono abbastanza chiare, ma ci si chiede ancora se governo Usa, autorità monetarie e banche avevano i margini per intervenire, impedendo la caduta di uno dei pilastri di Wall Street.

 

Quello che emerge ormai con chiarezza è che il fallimento di Lehman, col successivo «shock anafilattico» che ha colpito i mercati, non solo ha prodotto una gelata del credito che ha messo in ginocchio le economie di tutto l'Occidente, ma è stato anche il chiodo che ha fatto scoppiare il palloncino del «sogno americano».

Un sogno - la possibilità per chiunque avesse voglia di lavorare sodo di raggiungere un discreto livello di benessere - che per decenni ha avuto una sua concretezza, ma che nell'ultimo quarto di secolo si è trasformato in una bolla: quella del continuo aumento dei debiti di gente che, con i redditi che non crescevano più come un tempo, si era rifugiata nel credito per difendere il suo tenore di vita.

 

I segni premonitori del cataclisma c'erano tutti almeno dal 2007. E all'inizio dell'estate di quell'anno che esplode la crisi del settore immobiliare: saltano alcuni grandi erogatori di mutui, ma le autorità monetarie riescono a circoscrivere la crisi. Poi, all'inizio del 2008, va al tappeto la banca d'affari Bear Stearns che la Federal Reserve riesce a far acquistare dalla JP Morgan Chase. Il sollievo dei mercati dura poco: ben presto inizia la caccia alla Lehman, l'altro gigante malato di Wall Street.

Nella primavera del 2008 Dick Fuld, ultimo capo della banca fondata 158 anni prima da tre fratelli fuggiti da una Germania in preda alle persecuzioni antisemite, le prova tutte per mantenere la banca sopra la linea di galleggiamento: tratta coi fondi sovrani di mezzo mondo per cercare di farli entrare nell'istituto appesantito dagli investimenti in titoli immobiliari ormai ridotti a spazzatura, cerca di tranquillizzare i mercati mostrando che anche in un periodo difficile l'istituto guadagna: il conti trimestrali si chiudono in attivo per la 55esima volta consecutiva. Ma è l'ultima.

 

In estate si apre la voragine delle perdite, poi arriva la resa dei conti. I fulmini che annunciano la tempesta si scatenano nel primo week end di settembre: gli investitori abbandonano precipitosamente Fannie Mae e Freddie Mac, le finanziarie miste pubblico-private che garantiscono mutui per ben 5.300 miliardi di dollari, la metà dei prestiti-casa concessi negli Usa. Henry Paulson, ex capo di Goldman Sachs e ministro del Tesoro del governo liberista di George Bush, decide che non può far fallire questi due pilastri del sistema finanziario e li nazionalizza.

Una misura estrema che sciocca i mercati. Il week end successivo tocca a Lehman. Quando lasciano i loro uffici di Manhattan venerdì sera, funzionari e "broker" della banca già sanno che lunedì potrebbero essere disoccupati: alcuni, con lugubre ironia, parlano di «dead bank walking», parafrasando l'espressione usata nelle carceri americane per segnalare il passaggio dei prigionieri diretti al patibolo.

 

Fuld, un banchiere arrogante, che rischia sempre molto, ma anche un combattente nato, non molla fino all' ultimo: sabato l'ennesima trattativa con un Paese straniero, la Banca di Sviluppo della Corea, è già andata in fumo, ma il capo di Lehman pensa ancora di potersi consegnare agli amici di Bank of America che si erano mostrati interessati all'affare. Non sa che in quelle stesse ore questo colosso del credito sta acquistando un'altra banca d'affari pericolante, la Merrill Lynch. In serata le ultime speranze restano legate a un intervento della Barclays.

La banca inglese è interessata, ma chiede una garanzia che il Tesoro di Washington non può dare: impossibile impegnare dollari del contribuente americano quando c'è in ballo una banca straniera. Domenica mattina, 14 settembre, Fuld è ancora in trincea: Barclays accetta di discutere un accordo più limitato, ma alla fine tutto si blocca in un confuso gioco di veti regolamentari e politici. Senza l'ombra di un compratore, Fed e Tesoro ritengono di non avere il potere legale di intervenire a sostegno della Lehman e decidono di lasciarla fallire.

 

La caduta di una delle strutture portanti di Wall Street produce un vero terremoto. Lunedì 15, davanti all'ufficializzazione del fallimento Lehman, le Borse di tutto il mondo bruciano in poche ore quasi mille miliardi di dollari di capitalizzazione. AIG, il maggiore gruppo assicurativo americano, molto esposto con Lehman, perde in poche ore il 61% del suo valore. Il governo Bush fa con AIG quello che non aveva fatto con Lehman: la nazionalizza.

I mercati vivono giorni di panico: il rischio di veder tornare il sistema economico all'età della pietra con la dissoluzione del sistema dei pagamenti è scongiurato, ma per il credito viene il momento della «gelata». L'economia si ferma, inizia la «Grande Recessione».

Quell'infarto poteva essere evitato? Paulson, il ministro di Bush, e Geithner, il titolare del Tesoro di Obama già in prima linea nel 2008 in quanto capo della Federal Reserve di New York, hanno sempre sostenuto che, in assenza di compratori, governo e autorità monetaria non potevano imporre un salvataggio della Lehman.

 

L'ultima delle indagini condotte in questi due anni dal Congresso è arrivata, pochi giorni fa, a conclusioni parzialmente diverse: che il governo fosse privo dell'autorità legale per varare un salvataggio è materia che rimane controversa, ma la pubblicazione di messaggi ed email scambiate nelle ore cruciali da alcuni protagonisti della crisi, sembra indicare che il governo aveva escluso il salvataggio soprattutto perché lo considerava politicamente impraticabile.

Domenica 14 settembre Jim Wilkinson, capo di gabinetto di Paulson, scrive: "In nessun caso verrà impegnato denaro federale. L'orientamento della Casa Bianca è chiaro e Paulson non può ignorarlo". Intanto dirigenti della Fed si scambiano messaggi sull'impraticabilità di un salvataggio che esporrebbe la Banca Centrale per cifre da capogiro, senza alcuna certezza di avere successo nel salvataggio e di recuperare almeno una parte dei fondi bruciati nella fornace di Lehman.

 

La bufera cambia l'America e cambia il volto del capitalismo anglosassone. Le analisi dei "media" si concentrano sugli eccessi del mondo della finanza: l'abitudine dei banchieri di attribuirsi "megabonus" dopo aver gonfiato i profitti seguendo strategie d'investimento estremamente rischiose, l'inefficacia dei controlli delle società di "rating", i perversi meccanismi di incentivazione.

 

Ma sarebbe miope dare una spiegazione della crisi come una pura manifestazione di eccessi dei professionisti della finanza: l'avidità dei Gordon Gekko di vent'anni fa più l'invidia sociale e lo spirito di emulazione dei banchieri d'affari del terzo millennio che il regista Oliver Stone e Michael Douglas hanno riportato sugli schermi cinematografici di tutto il mondo col nuovo film dedicato a Wall Street che uscirà a giorni.

Le cause del crollo di Wall Street e di un intero modo di declinare il capitalismo sono molto più profonde: hanno origini in un passato abbastanza remoto e non sono state estirpate dopo la crisi. Pesano soprattutto i crescenti squilibri nella distribuzione del reddito negli Usa e l'enorme deficit accumulato dall'America negli scambi commerciali con l'Asia.

 

Sono queste le faglie sismiche sotterranee descritte nel suo ultimo saggio, "Fault Lines", da Raghuram Rajan, uno dei pochi economisti che fin dal 2005 aveva intuito che l'enorme esposizione debitoria spingeva l'America verso la catastrofe e che aveva avuto il coraggio di spiegarlo nei convegni economici davanti a Greenspan, allora osannato da tutti come il maestro d'orchestra dell'economia mondiale che nessuno osava contraddire.

2 - PER IL FALLIMENTO UNA PARCELLA DA 2 MILIARDI DI DOLLARI...
Da "Il Sole 24 Ore" - Le spese per revisioni contabilie legali che da due anni si occupano del crollo di Lehman Brotheres ha raggiunto la cifra di due miliardi di dollari. Tra New York e Londra sono 1.300 i professionisti al lavoro. Per Enron e WorldCom le spese finali legali hanno oscillato tra l'1% e il 2% del patrimonio liquidato, che nel caso Lehman è stato di 691miliardi. 14-09-2010]

 

 

GOLDMAN SACHS: MULTA DA 31 MLN DLR DA CONSOB BRITANNICA...
(ANSA) - La Consob britannica, la Financial Service Authority, ha inflitto a Goldman Sachs una multa di 31 milioni di dollari per non averle comunicato di essere sotto inchiesta da parte degli organi di vigilanza Usa, secondo quanto riferisce Bloomberg. A luglio il gigante di Wall Street ha dovuto pagare una multa di 550 milioni di dollari, inflittagli dalla Sec per pratiche fraudolento.

 

07.09.10

 

 

TORNA LA TAGLIA PER I TRUFFATORI...
M. Val. per "Il sole 24 ore" - Offrire una taglia scovare truffe finanziarie paga. È quanto ha scoperto la Securities and Exchange Commission: l'autorità americana di Borsa è entusiasta di quella che ha definito come una vera pioggia di «tips», di soffiate - anzi di «denunce di alta qualità» generata da un inedito programma. Che anzichè onore e gloria promette all'informatore denaro sonante.

 

E non poco: una tra le norme meno chiacchierate ma di immediata applicazione nella recente riforma finanziaria Dodd-Frank prescrive che la Sec versi premi pari fino al 30% delle penali e dei fondi recuperati dalle autorità grazie a segnalazioni giudicate «originali» su grandi truffe. Quei casi, cioè, superiori al milione di dollari. Simili campagne in passato non avevano riscosso altrettanto successo: già nel 1989 era stato stabilito che gli informatori potevano ricevere l'equivalente del 10% delle multe per truffa.

Accanto alla cifra inferiore, però, esistevano soprattutto altri limiti alle remunerazioni che scoraggiavano gli impulsi etici: la Sec non era obbligata a pagare e gli eventuali premi erano in palio solo per le denunce di insider trading. Risultato: nell'intera storia di quell'iniziale progetto solo sei persone intascarono una taglia, complessivamente poco più d'un milione.

Adesso la Sec ha ricevuto ben altro mandato dalla legge firmata da Barack Obama: sarà tenuta a versare quantomeno il 10% delle somme ritrovate. Il fondo dal quale trarrà i pagamenti sarà inoltre ricco e sotto gli occhi di tutti: una cassaforte da 300 milioni, rimpinguata con il bottino delle crociate anti-truffe. E a portata di soffiata. 09-09-2010]

 

 

IL KROLL(O) DELLA MAFIA DEL RATING – VITA, opere E MIRACOLI DI JULES KROLL – il fondatore dell’agenzia investigativa più famosa e temuta al mondo VUOLE FARE CONCORRENZA A S&P, MOODY’S E FITCH, AGENZIE CHE FANNO MILIARDI EMETTENDO RATING DA LORO STESSE DEFINITI OPINIONI SENZA VALORE LEGALE – LA sfida DI KROLL? “HO SBAGLIATO? FAMMI CAUSA” – PROSSIMO PASSO: RICONTROLLARE I BOND MUNICIPALI AMERICANI (lo spione SCOMMETTE “SARÀ IL PROSSIMO TSUNAMI FINANZIARIO”)…

James Freeman per "The Wall Street Journal" da "Milano Finanza"

 

«Voglio andare dove c'è casino», dichiara Jules Kroll, fondatore dell'agenzia investigativa che porta il suo nome. L'uomo, diventato famoso per essere riuscito a risalire ai fondi neri di dittatori deposti, si è lanciato in una nuova missione. Due settimane fa, la sua nuova Kroll Bond Ratings Agency ha acquistato Lace Financial, società che analizza le condizioni di salute delle grandi banche.

Kroll ha intenzione di sfidare le tre grandi agenzie di rating del mondo: Standard & Poor's, Moody's e Fitch. Difficile credere che l'ambiente in cui Kroll ha intenzione di entrare possa essere più duro di quello in cui ha operato per oltre trent'anni in qualità di fondatore della Kroll Inc. «Il primo amore non si scorda mai», afferma Kroll, ripensando al grande colpo che gli fece conquistare la notorietà negli anni 80.

Allora, riuscì a risalire a centinaia di milioni di dollari che l'ex presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, e la moglie Imelda avevano rubato ai propri concittadini e occultato in ogni dove, compreso il settore immobiliare di Manhattan. Kroll lavorò pro bono per il Congresso, ma la pubblicità diede lustro al marchio Kroll, che a Wall Street aveva già iniziato a guadagnare credito.

Kroll ottenne poi incarichi ancora più esclusivi, come il contratto firmato con il governo iracheno nel 1990 per rintracciare il patrimonio di cui si era impossessato Saddam Hussein dopo l'invasione del Kuwait. L'agenzia trovò milioni nascosti ovunque.

 

Il decollo della carriera investigativa di Kroll si deve a un fallimento politico. Nei primi anni 70, si presentò alle elezioni per il consiglio comunale del distretto del Queens. In seguito alla sconfitta alle primarie democratiche, la moglie lo consolò dicendogli che almeno non sarebbe finito in carcere.

Kroll racconta oggi che ogni suo avversario della macchina democratica del Queens di quell'epoca è finito in prigione, a eccezione di Donald Manes, presidente del distretto del Queens, che nel 1986 si tolse la vita piantandosi un coltello da cucina nel cuore nel corso di uno scandalo di bustarelle in cui era coinvolto.

In tutti gli anni di conduzione dell'agenzia investigativa (venduta nel 2004 e abbandonata nel 2008), Kroll racconta di aver subito minacce personali soltanto in due occasioni, da persone che erano «mentalmente disturbate». Gli incidenti non avrebbero avuto nulla a che fare con la sua linea di lavoro e Kroll sostiene che esistono metodi «di gran lunga più pericolosi» di guadagnarsi da vivere, come «in tutta serietà... il diritto di famiglia. Un ambito brutale, che entra nella vita di una famiglia, nella fine di un matrimonio, nella custodia dei figli». Oggi Kroll esaminerà gli strumenti brutali della vita economica.

 

Il detective che ha indagato sulle finanze di Saddam Hussein studierà l'arma di distruzione di massa conosciuta con il nome di titolo garantito da ipoteca. Nel 2008, il terrore cieco si è impossessato di investitori istituzionali e organi di regolamentazione dopo la scoperta che gli investimenti considerati ufficialmente sicuri non lo erano affatto.

I giudici del rischio di credito investiti dal governo (S&P, Moody's e Fitch) avevano assegnato la tripla A a migliaia di mutui sulla casa ogni giorno più insoluti. Mentre il valore di questi beni crollava e le tre grandi agenzie si affrettavano a rivedere i propri rating, molte istituzioni che detenevano questi asset sono fallite, sono state vendute o salvate con il denaro dei contribuenti.

Eppure le tre big continuano a dominare il settore del rating creditizio. I loro margini di profitto sono ancora così ampi che Kroll è fiducioso di poter fissare prezzi concorrenziali ed esercitare la due diligence che i colossi del rating ammettono di non aver mai attuato. Per evitare ogni responsabilità legale, le tre big hanno sottolineato che i propri rating sono semplici pareri, al pari di quelli espressi su questa pagina, e non giudizi «esperti» come quelli resi da commercialisti o avvocati. Kroll riassume così il loro modello imprenditoriale:

«Pagateci una fortuna per avere un'opinione, ma non riteneteci responsabili se sbagliamo». Kroll ricorda la sorpresa con cui osservò, quando era ceo di una società quotata, la facilità con cui era possibile venire sottoposti all'esame di un'importante agenzia di rating. «Però! Gran bella cosa», aveva pensato. «Niente domande spinose». Ripensandoci ora, però, dice: «Non mi chiesero nulla di rilevante». Il suo sarà un approccio diverso.

 

«Nel nostro Paese è arrivato il momento che la gente si assuma le proprie responsabilità», dichiara. «Vogliamo andare avanti curandoci soltanto di avere prospetti legali lunghi 42 pagine incomprensibili da chiunque? O vogliamo dire cose come: Ho dato la mia parola... Ho detto che avrei fatto qualcosa e l'ho fatto. Ora, se pensate che non l'abbia fatto bene... fatemi causa».

Kroll utilizzerà modelli informatici come quelli dei colossi del rating, a cui accosterà, però, alcuni investigatori e attività di verifica di vecchio stampo per controllare meticolosamente mutuatari, società ipotecarie e richieste di emissioni. La maggior parte delle informazioni necessarie per «fare un Kroll» sono già presenti nei documenti prodotti da Wall Street. «Non eseguirò oscure analisi di regressione di cui nessuno ha mai sentito parlare. Utilizzerò strumenti semplici, essenziali».

Kroll crede che i documenti sulle pubbliche offerte di Wall Street siano generalmente utili e che la crisi del credito non abbia prodotto reati particolarmente gravi. Kroll crede che in quest'epoca gli ex guardiani di Wall Street, Rudy Giuliani e Eliot Spitzer, avrebbero creato grandi casi, ma non sa dire se i risultati avrebbero servito la causa della giustizia. Giuliani e Spitzer sono «identici sotto ogni aspetto: la stessa doppiezza, la stessa ipocrisia, lo stesso bullismo. Sono la stessa persona», dice Kroll, che però ammette: «Le persone animate da un'ambizione cieca possono anche fare alcune cose buone».

 

Kroll ha affermato che, a differenza dei suoi rivali, è disposto a far includere i propri rating nella documentazione delle offerte dei titoli e ciò significa che potrà essere citato come esperto. «Non dirò che la mia è una semplice opinione». Anche se si deve ammirare il suo coraggio, da parte degli organismi di regolamentazione la migliore risposta politica sarebbe attuare una sezione della nuova legge Dodd-Frank per escludere le agenzie di rating dalle norme federali.

Purtroppo, oltre a imporre al governo federale di spezzare il cartello delle agenzie di rating entro un anno, la Dodd-Frank contiene anche una disposizione a parte che potrebbe consentire agli organismi di regolamentazione di riportare il cartello in vita un anno dopo.

Kroll ha acquisito Lace Financial, un servizio in abbonamento per investitori, ma ha in mente un modello di pagamento differente da applicare una volta che l'agenzia inizierà, già a novembre, ad assegnare rating a titoli garantiti da ipoteca, pool di mutui, prestiti auto e simili. Kroll ha venduto il 39% delle attività a fondi di capitale di rischio, tra cui Bessemer Venture Partners, che investe per conto di grandi istituti.

Di conseguenza, una ventina di fondi pensionistici e fondazioni investirà nella sua attività. La sua intenzione è convincerli a chiedere a Wall Street un rating Kroll prima di investire in titoli garantiti da ipoteca. Kroll potrebbe dover combattere una lotta contro il tempo per affermarsi prima che gli investitori dimentichino la crisi finanziaria e tornino a fidarsi dell'opinione del cartello del rating per inseguire rendimenti maggiori. Kroll dovrà, inoltre, crescere in fretta in un mercato in cui, come afferma lui stesso, «le piccole aziende non valgono molto».

 

L'agenzia di analisi del credito più rispettata tra i gestori di hedge fund è probabilmente CreditSights, che non ha mai richiesto né ricevuto l'approvazione statale. Il suo fatturato, però, conquistato in un contesto di libero mercato in cui gli investitori scelgono di acquistare le sue analisi, è una piccola percentuale dei guadagni raccolti dai colossi del mercato controllato da Washington. Kroll calcola che, per diventare una minaccia competitiva per le tre big e costringerle a cambiare modello, nei prossimi due anni la sua agenzia dovrà valutare 50 operazioni.

Oggi, dall'altra parte del corridoio della Kroll Bond Ratings Agency c'è K2 Global, azienda che Kroll dirige insieme al figlio Jeremy e che offre servizi di consulenza sul rischio commerciale di diversi Paesi e i cui clienti si informano in particolare sulla Russia. Kroll spiega loro che la Russia è sempre più governata da «una cricca di gente a cui non interessano le forme democratiche di esistenza. Hanno gli stessi valori che avevano venti, venticinque, trent'anni fa. Si sono semplicemente ripuliti un po'».

Kroll aggiunge che la Russia «è uno dei pochi luoghi al mondo in cui, se stessimo conducendo un'indagine, ci sarebbe qualcun altro che probabilmente la condurrebbe in contemporanea a noi. Esiste una buona possibilità che la prima persona da cui siete andati finirà per vendervi alla parte avversaria».

 

Non è raro il ricorso alla violenza nei casi in cui si vogliano ottenere informazioni commerciali, mentre è molto raro negli Stati Uniti, che comunque non sono immuni dallo spionaggio industriale. Kroll si sente più ottimista riguardo alla Cina, anche se mette in guardia dal suo spirito «eternamente mercantilistico. Non conosco molte aziende occidentali che riescano davvero a guadagnare grandi somme lì. E non esiste uno Stato di diritto». In India, Kroll vede maggiori possibilità di «partnership e mutuo successo... Lì lo Stato di diritto esiste. Certo, c'è molta corruzione, ma il Paese è una vera democrazia e ha una stampa veramente libera».

Negli Stati Uniti, che hanno la fortuna di avere un governo relativamente pulito, Kroll vede comunque buone opportunità per la sua attività di rating, visto che potrebbe indagare sul mercato dei titoli municipali per verificare le finanze degli Stati e delle città che emettono obbligazioni. Si osservano «enormi differenze di qualità» tra i tanti bond municipali a cui è stato assegnato lo stesso rating. «Sarà il prossimo tsunami», annuncia Kroll. «E non vedo l'ora di buttarmi nella mischia»

07-09-2010]

 

1 - L'ESTABLISHMENT USA HA APERTO IL DOSSIER DELLA SUCCESSIONE DEL CAVALIERE - LA PRESENZA IN ITALIA DI JOHN PODESTA - IL VIAGGIO IN AMERICA DI FINE MAGGIO DI NAPOLITANO (DOSSIER PRURIGINOSI SU GHEDDAFI E PUTIN?) - AVVISATE BERLUSCONI CHE UNO DEGLI UOMINI PIÙ ASCOLTATI IN ASSOLUTO DA OBAMA È IL FINANZIERE-SPECULATORE GEORGE SOROS
Qualcuno si è chiesto che cosa pensano a Washington e alla Casa Bianca della crisi politica italiana?, e qual è il giudizio che i collaboratori di Obama danno del Cavaliere e di Fini che continua a sfregiarlo togliendogli la ribalta?

 

Non sono domande facili ma qualcosa si può intuire cercando di raccapezzarsi tra quelli che sono i consiglieri segreti del presidente "giovane, bello e abbronzato". Nelle loro mani c'è un piccolo cannocchiale che cerca di vedere se la nave di Berlusconi oltre ad essere pericolosamente inclinata, è in procinto di affondare.

Al di là degli apprezzamenti formali di Obama, l'establishment Usa ha aperto il dossier della successione del Cavaliere e l'attenzione è diventata più forte dopo il viaggio in America di fine maggio di Giorgio Napolitano. Senza alcuna prova si è favoleggiata intorno a questa missione ed è circolata la voce che l'Amministrazione democratica avrebbe riempito le valige del Presidente della Repubblica con dossier pruriginosi sugli affari di Berlusconi con il beduino Gheddafi e l'amico Putin.

 

Sono autentiche sciocchezze anche se non è un mistero che agli occhi degli americani il business sulle armi e sull'energia con la Libia e con la Russia suonano striduli. In realtà ci sono almeno due personaggi del mondo democratico che da Washington e New York seguono con interesse particolare l'evoluzione del nostro Paese.

Il primo è il giurista e politico John Podesta, nato a Chicago 61 anni fa da una madre di origine greca e un padre italoamericano. Di lui Dagospia ha già segnalato la presenza in Italia verso la fine di agosto quando si è incontrato con Massimo D'Alema per un seminario della Fondazione ItalianiEuropei.

Ma non è stato questo soltanto l'incontro dell'uomo che durante l'Amministrazione Clinton sedeva sulla poltrona di Capo di Gabinetto e adesso è presidente del Center for American Progress, il think-tank di orientamento liberal dove si un pool di cervelli studia la geopolitica.

Podesta è rimasto in Italia parecchi giorni, ha partecipato alla festa del Partito Democratico a Genova, ha fatto un salto a Venezia per vederne le meraviglie, poi ha raccolto le forze ed è arrivato fino a Labro, il paesino in provincia di Terni dove Francesco Rutelli ha organizzato la Festa della sua creatura "Alleanza per l'Italia". E bisognava vedere con quale gioia Cicciobello ha accolto il collaboratore di Clinton di cui all'università di Georgetown e nell'anticamera di Obama sono in molti ad apprezzare l'intelligenza.

 

Sembrano lontani anni luce gli anni in cui i palazzi del potere romano venivano battuti in lungo e in largo dai cervelli dell'American Enterprise Institute, il laboratorio dei conservatori americani dove fianco a fianco hanno lavorato i vari Luttwack, Michael Novak, il supereaganiano Kagan, e l'amico di Giuliano Ferrara, Michael Leeden.

Adesso sono i cervelli democratici a tener d'occhio le quotazioni di Berlusconi e tra questi, oltre a Podesta, vale la pena di segnalare che uno degli uomini più ascoltati in assoluto da Barack Obama è il finanziere ungherese-americano George Soros.

Il personaggio si porta addosso la fama di grande speculatore, un'immagine che nel settembre '92 è esplosa quando Soros vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline e la Banca d'Inghilterra fu costretta a svalutare e a far uscire la sua moneta dallo Sme. Da quell'operazione "l'uomo che distrusse la Banca d'Inghilterra" mise in tasca più di 1 miliardo di dollari ma cercò di riscattarsi buttandosi nella filantropia e appoggiando un altro think-tank importante come il Council on Foreign Relations.

 

La stampa italiana lo ha perso di vista; soltanto un paio di anni fa il suo nome è spuntato fuori in modo del tutto gratuito per l'acquisto della Roma. In realtà il finanziere ha continuato a giocare su due tavoli: quello dell'economia con il suo Fondo Quantum che l'anno scorso - come scrive oggi il "Sole 24 Ore" - è cresciuto del 29% facendogli guadagnare 3,3 miliardi.

 

E sempre sul "Sole" si legge che in questi giorni ha donato 100 milioni di dollari a un'organizzazione per la difesa dei diritti umani (Human Rights Watch) mettendosi in gara per la beneficienza con Bill Gates e Warren Buffett.

In realtà oltre agli interessi finanziari e alla solidarietà (dove opera attraverso l'Open Society Institute insieme alla bella attrice Angelina Jolie), Soros a quanto risulta tiene d'occhio il caos sotto le stelle italiane. E questo suo interesse non va affatto trascurato perché l'uomo che ha appoggiato Solidarnosc e finanziato movimenti in Ucraina, Georgia e Bielorussia, potrebbe menare qualche colpetto a sorpresa durante una campagna elettorale con l'Italia nel mirino degli speculatori.

09.09.10

 

WALL STREET, UN'ESTATE D'ORO PER I BANCHIERI D'AFFARI MA L'AUTUNNO È PIENO DI NUBI...
Da "La Stampa" - I banchieri di ritorno dalle vacanze hanno buone ragioni per rientrare volentieri in ufficio. In fondo, il clima sembra suggerire un ritorno degli affari a livelli quasi normali per il resto del 2010. Ma i mercati rimangono volubili, e per alcuni può profilarsi il rischio di un periodo di riposo più lungo e indesiderato.

Agosto è stato un mese caldo, non solo in termini di temperatura. Secondo Thomson Reuters, ha fatto segnare un nuovo record nelle vendite di titoli «junk» e il massimo numero di annunci di fusioni e acquisizioni dal 1999. Con i tassi di interesse ancora bassi, le operazioni societarie potrebbero tranquillamente continuare.

Anche sul fronte delle emissioni azionarie si sono visti segnali promettenti. La pipeline delle Ipo statunitensi è quasi raddoppiata, passando a circa 75 miliardi di dollari dopo che General Motors, Skype e Hulu hanno presentato o si sono dette interessate a presentare domanda di collocamento in borsa.

Questo valore potrà ancora aumentare quando le quasi 200 società intenzionate a quotarsi sul mercato azionario decideranno quanto capitale raccogliere. Aggiungendo a tutto questo l'arretrato delle Ipo all'estero, gli accordi complementari alle operazioni societarie e le emissioni di obbligazioni convertibili, il potenziale aumenta di altri 330 miliardi di dollari.

 

Wall Street è abituata ai mercati altalenanti. Ma sotto l'occhio accusatore dell'opinione pubblica, fortemente contraria ai bonus generosi, istituti come JpMorgan e Goldman Sachs hanno limitato i compensi a circa il 40 per cento dei ricavi. Se le promesse di agosto non dovessero realizzarsi, le banche potrebbero trovarsi a incassare commissioni troppo basse per soddisfare la domanda di troppi pretendenti. A questo punto, anche una crisi poco acuta potrebbe spingerle a tagliare i posti di lavoro.

07.09.10

 

 

IL CRACK LEHMAN? UNA QUESTIONE DI ’FED’ IN OBAMA (CHE FECE FUORI LA RIVALE DI GOLDMAN SACHS, GRAN FINANZIATRICE DELLA SUA ASCESA ELETTORALE) – L’EX CEO DICK FULD NON RECITA IL MEA CULPA DAVANTI ALLA COMMISSIONE D’INCHIESTA SULLA CRISI FINANZIARIA, MA ACCUSA “FORZE INCONTROLLABILI DEL MERCATO E IL COMPORTAMENTO ONDIVAGO DELLE AUTORITÀ” – “SE AVESSIMO SUPERATO QUELLA FATIDICA DOMENICA AVREMMO LIQUIDATO LE NOSTRE POSIZIONI E CI SAREMMO FUSI CON QUALCHE ALTRA BANCA” - OGGI LA REPLICA DI BERNANKE…

Andrea Fiano per "Milano Finanza"

 

Dick Fuld non si è scusato per il default Lehman ieri a Washington ma ha ribadito che la banca avrebbe potuto salvarsi se non fosse stato per le pessime decisioni della Fed. Parlando di fronte alla commissione d'inchiesta sulla crisi finanziaria guidata da Phil Angelides, l'ex numero uno della Lehman Brothers, ha ripetuto ieri che la storica banca è stata la vittima di un insieme di «forze incontrollabili di mercato.

E quando una banca è sotto assedio, sui mercati si perde fiducia nei suoi confronti». Comunque, per lo stesso ex ceo delle Lehman, le autorità avrebbero potuto fare di più per salvare la banca e la successiva turbolenza sui mercati. Più avanti, nel corso del dibattito, Fuld ha ammesso che la Lehman e i suoi capi hanno commesso degli errori, ma ha anche aggiunto: «Se Lehman avesse superato quella fatidica domenica in cui fallì avremmo liquidato in modo ordinato le nostre posizioni e ci saremmo fusi con qualche altra banca».

 

Il tema in discussione, sul quale oggi interverrà il chairman della Fed, Ben Bernanke, è il comportamento non lineare del governo, intervenuto a sostegno di numerose istituzioni finanziarie e clamorosamente assente nel caso di Lehman. Eppure, nel corso del dibattito, al membro della commissione Byron Georgiou è sembrato addirittura (e non a torto) che Lehman sia fallita per la confusione su come e quanto potesse essere aiutata dalla Fed nelle sue ultime ore sul fronte della liquidità.

 

Fuld, dal canto suo, ha ammesso «gli errori nel timing delle nostre acquisizioni. E mi piacerebbe si potesse tornare indietro. Ad esempio avremmo dovuto chiudere prima del 2007 la piattaforma per generare nuovi mutui immobiliari, ma allora l'opinione pubblica ci sarebbe saltata addosso. Lo stesso Fuld ha anche rivelato che nel week-end fatale Lehman trattò con 8 o 9 diverse società per raccogliere capitali, e una delegazione di una banca coreana che stava partendo alla volta di New York venne bloccata dal ministro delle Finanze di quel Paese.

 

L'intervento di Fuld, distribuito alla stampa prima ancora che venisse letto dall'interessato di fronte alla commissione, è stato seguito a ruota da una risposta di Tom Baxter della Fed di New York: «Lehman, nelle ore finali della sua attività, non era in grado di fornire collaterali o garanzie e non si trovava chi fosse disposto a comprarla».

 

Poi Angelis ha iniziato a torchiare l'ex banchiere sulle posizione di rischio prese dalla banca che sono state all'origine del suo successivo fallimento. Fuld ha ribattuto che metà del rischio contenuto nei libri della banca era in titoli garantiti dal governo federale e anche sul fronte immobiliare e dei mutui la banca aveva ridotto da 130 a 69 miliardi i suoi asset non liquidi. «Non sono in grado di dire perché la Fed, il Tesoro e la Sec hanno deciso assieme di non fornirci un sostegno sul piano della liquidità».

Baxter ha rivelato che erano pronti 30 miliardi di dollari di linee di credito per Lehman, che avrebbero permesso di ridurre in pari misura gli asset illiquidi dai bilanci della banca, ma non c'era la garanzia della Fed e in assenza di quella non era possibile intervenire, ma ha contestato che la banca centrale non abbia offerto una disponibilità d'aiuto alla banca, cosa per altro comunicata per iscritto alla banca stessa. «Peccato», ha ribattuto Fuld, «che la lettera sia stata scritta quando la stessa Lehman aveva già dichiarato il suo fallimento». 02-09-2010]

 

 

 

LA SEC IN THE MOODY’S FOR LOVE (DI FRODE) – LA CONSOB AMERICANA ALZA BANDIERA BIANCA E ASSOLVE L’AGENZIA DI RATING ANCHE SE COLPEVOLE: “GONFIATE LE PAGELLE DELLE BANCHE, MA FUORI DAGLI USA..” - TRE ANNI DOPO LO SCOPPIO DELLA CRISI FINANZIARIA, LA SPECULAZIONE RESTA LA PRIMA FONTE DI REDDITO DEI COLOSSI DEL CREDITO E IL 77% DEGLI SCAMBI È IN MANO A SOLI DIECI GRANDI ISTITUTI

Ugo Bertone per "Libero"

 

Trattenete il respiro per cinque secondi: in quel pur breve lasso di tempo, sui circuiti elettronici che collegano i cervelli della finanza globale, sono passati di mano scommesse per 310 milioni di dollari pro o contro l'euro o lo yen. Già, secondo l'ultimo rapporto della Banca dei Regolamenti internazionali di Basilea, ogni giorno i "Forex trading", cioè gli scambi valutari, ammontano a 4 mila miliardi di dollari, poco meno del doppio del debito pubblico italiano, il 25 per cento in più dei 3.300 miliardi di media del 2007.

 

Una cifra impressionante, anche perché:

1) nonostante la crisi, che nel 2009 ha fortemente colpito per la prima volta nel dopoguerra gli scambi commerciali, il mercato delle valute è in piena espansione;

2) il mercato, pur gigantesco, è nelle mani di un pugno di operatori, primi fra tutti Citigroup e Deutsche Bank. Una concentrazione che negli ultimi tre anni è addirittura cresciuta, visto che il 77 per cento degli scambi è in mano a soli dieci grandi istituti;

3) il fenomeno potrebbe essere cresciuto negli ultimi mesi. I dati di Basilea, infatti, si fermano allo scorso aprile. Ma la giornata più "elettrica"del mercato valutario si è verificata il 7maggio scorso, quando, causa la crisi greca, l'euro è finito, con il consenso delle grandi banche, sulle montagne russe.

 

Al di là di questi rilievi tecnici, però, il dato di fatto è che, tre anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria, la speculazione resta la prima fonte di reddito dei colossi del credito che, nonostante la crisi sia tutt'altro che superata, hanno ripreso a fare utili a palate. Senza che, almeno per ora, siano intervenute regole efficaci per mettere sotto controllo il grande casinò della finanza globale.

 

Anzi, lascia con l'amaro in bocca la clamorosa assoluzione, da parte della Sec (la Consob americana) di Moody's, uno dei grandi del rating, pur riconosciuto colpevole di aver fraudolentemente migliorato la pagella di alcuni prodotti derivati classificati (e venduti a banche e risparmiatori) con la tripla A nonostante fossero veri e propri "titoli spazzatura". Il reato è stato commesso, spiega la Sec, ma non sul territorio americano. Perciò, con le vecchie regole, la commissione ha dovuto alzare bandiera bianca, pur avvertendo che, se fossero già state in vigore le leggi approvate dal Congresso, una sanzione ci sarebbe stata.

Magra consolazione, si potrebbe obiettare. Anche perché, annuncia il New York Times, i segnali in arrivo da Washington non sono confortanti. Prendiamo la commissione d'inchiesta federale che dovrà, entro metà dicembre, concludere i lavori sulle cause della grande crisi: tra defezioni e polemiche, il pur ciclopico impegno (più di 500 audizioni, ultima proprio ieri quella di Richard Fuld, il presidente di Lehman Brothers al momento del crack) minaccia di finire in nulla o poco più. Eppur qualcosa si muove, replicano gli ottimisti.

 

La settimana prossima, ad esempio,prenderà il via il primo mercato "trasparente" sui tassi di interesse, uno dei campi preferiti dalla speculazione. L'Icap, nome del nuovo mercato, risponderà ai requisiti richiesti dalle nuove leggi Usa, approvate nello scorso giugno, che cercano di metter ordine nel Far West dei cds dove, fino a d oggi, non esiste alcuna garanzia che i prezzi comunicati ai mercati siano effettivi (e non il frutto di una manipolazione) o, peggio ancora, una qualche forma di tutela nel caso che una delle controparti non sia in grado di rispettare il contratto. Due "buchi" che, in primavera, spinsero la Germania a vietare queste operazioni.

 

Altro, significativo passo in avanti: la Commodity Futures Trading Commission americana martedì ha finalmente raggiunto un accordo sugli anticipi da versare per partecipare a mercato dei cambi: d'ora in poi, per puntare su un aumento od un ribasso di 100 milioni di euro, una banca o un hedge dovrà versarne, sotto forma di cauzione, due, ovvero un cinquantesimo della scommessa. Vi sembra poco? Finora non esisteva un vincolo qualsiasi, anche se i più "seri" tra gli operatori imponevano il versamento dell'1 per cento.

 

La quota, poi, è il risultato di un compromesso: le grandi banche hanno sostenuto che se fosse passato il vincolo del 10 per cento, l'efficienza dei mercati ne sarebbe stata compromessa. Intanto, tra i non pochi mugugni, i Big, da JP Morgan a Goldman Sachs e Morgan Stanley, (che nel frattempo hanno chiuso l'anno con quasi 22 miliardi di profitti, altro che crisi) si stanno attrezzando con largo anticipo alle nuove regole previste dalla legge Volcker, che impone di separare, tempo due anni, le attività di trading rispetto a quello di banca d'investimento, nel rispetto dei conflitti di interesse.

 

Insomma, pur tra mille resistenze, le regole si fanno strada. Ma, nel tempo che con pazienza avete dedicato alla lettura di queste note (diciamo dieci minuti) gli gnomi di una decina di banche si sono passati di mano poco meno di 40 miliardi di dollari di controvalore: in commissioni fanno più di 200 milioni. 02-09-2010]

 

 BOLLA IMMOBILIARE, AUMENTANO I TIMORI DI UN NUOVO TRACOLLO USA
http://nicolaborzi.blogspot.com

«La bolla immobiliare Usa? Potrebbe dover ancora scoppiare». Chi lo dice? Uno a caso: Robert Shiller , l'economista americano che ha previsto le due grandi bolle del secolo, professore di Yale, autore dell'indice Case-Shiller dei prezzi immobiliari residenziali nelle 20 maggiori aree urbane Usa.

 

Gli ultimi dati destagionalizzati di maggio, pubblicati da Standard & Poor's, mostrano una lievissima ripresa dei prezzi immobiliari a quota 147,33, sei punti e mezzo in più dei minimi a 140,81 del maggio 2009 ma ben lontani comunque dai massimi storici a quota 206,5 segnati ad aprile 2006 .

 

In una intervista esclusiva rilasciata il 29 gennaio 2010 a Giovanni Pivetta di House Living and Business, Robert Shiller ebbe a dire di non avere per nulla chiaro se la bolla attuale sia del tutto esplosa o meno e quale direzione stiano prendendo i prezzi immobiliari e i corsi di Borsa.

Di certo l'entusiasmo non è accentuato da un articolo di ieri del Financial Times che, citando lo stesso Shiller, sostiene che il settore immobiliare residenziale negli Stati Uniti è sul viale del tramonto, anche a causa degli scarsi rendimenti reali offerti dall'immobiliare in confronto a quelli, quintupli, dell'investimento di Borsa (senza capitalizzazione dei dividendi) a partire dai minimi del 1933...

 

 

[18-08-2010]

 

 

L'ECONOMIA CHE NON TIRA RISCHIA DI AZZOPPARE LA PRESIDENZA DI OBAMA...
Da "La Stampa" - L'estate della ripresa» del presidente statunitense Barack Obama è diventata un'estate di debolezza. La crescita del Pil ha scalato di marcia, come i sondaggi sul suo grado di consenso. E con i democratici che probabilmente subiranno forti perdite nelle elezioni di novembre, il presidente dovrà riconsiderare il suo programma economico o affrontare una paralisi nel 2011.

Un nuovo sondaggio di Reuters-Ipsos stima al 48% l'approvazione per l'operato di Obama, in calo di due punti dal mese di giugno. È un dato che non è di buon augurio per i Democratici per le elezioni del Congresso di metà mandato. Dal 1962, il partito di un presidente con un grado di consenso inferiore al 50% ha perso mediamente 41 seggi alla Camera dei Rappresentanti. Attualmente, i repubblicani hanno bisogno di 39 seggi per riprendere la maggioranza alla Camera bassa e, quindi, riguadagnare il controllo sull'inizio dei progetti di legge fiscali e di spesa.

 

Analizzando un po' più a fondo il sondaggio, il pericolo per i democratici al Congresso sembra addirittura più acuto. Nel sondaggio, il 46% ha dichiarato che per il Congresso avrebbe votato i repubblicani contro il 44% che preferiva i democratici. Nel 2008, i democratici avevano ottenuto il 55% di quel voto. Per ora almeno, i repubblicani sono molto più determinati a votare alle elezioni di novembre rispetto ai democratici.

Nel frattempo, il 31% degli intervistati ha affermato di disapprovare molto la performance di Obama, un balzo di cinque punti. L'economia sta danneggiando la sua popolarità. Il sondaggio di Reuters rivela che è il suo punto più debole e gli elettori sono più pessimisti che mai sulla direzione degli Stati Uniti. Questa non è una valutazione irragionevole. Sebbene l'economia statunitense sia in espansione, ora il tasso di crescita annuale è più vicino al 2% che al 3% - non abbastanza per intaccare di molto il tasso di disoccupazione del 9,5% prima che arrivino le elezioni.

27.07.10

 

STRA-PERDENTI MA STRA-RICCHI – GLI STIPENDI DEI SUPERMANAGER VOLANO ALLE STELLE ANCHE SE LASCIANO LE AZIENDE IN ROSSO – NELLA TOP 25 (UNDICESIMO) SI TROVA PERSINO FULD, L’EX BOSS DI LEHMAN – SOTTO ACCUSA IL SISTEMA DELLE STOCK OPTIONS, FUNZIONANO COSÌ BENE CHE I MANAGER CERCANO IL RISULTATO SUL BREVE PERIODO E VANNO ALL´INCASSO – NELLA RIFORMA DI OBAMA GLI AZIONISTI POTRANNO ESPRIMERSI PERIODICAMENTE SUI COMPENSI

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

Perché guadagnano così tanto se le loro aziende perdono? La classifica dei manager Paperoni illustra l´eterna contraddizione di Wall Street: ben quattro tra i primi dieci Ceo d´America hanno guidato le loro compagnie verso il profondo rosso. E nell´hit parade allargata ai magnifici 25 ecco spuntare addirittura il fantasma di Lehman Brothers: il simbolo della caduta del sistema finanziario e della recessione che non abbiamo ancora finito di pagare.

 

Benvenuti nel club dei super-retribuiti del decennio. Conoscerete già Larry Ellison: a 65 anni il patron di Oracle è il numero uno con 1,84 miliardi di dollari. Di fronte al Ceo di questo colosso del software tanto di cappello: nei dieci anni presi in esame dalla classifica elaborata dal Wall Street Journal la creatura fondata nel 1997 ha triplicato il valor di mercato da 36 a 98 miliardi facendo andare alle stelle le stock options che rappresentano il 97 per cento dei suoi compensi.

Al numero due, con 1,14 miliardi di dollari c´è Barry Diller. Diller è il Ceo sia di Iac (il contenitore Internet che controlla, tra l´altro, il colosso Ticketmaster e ill sito di Tina Brown, The Daily Beast), che di Expedia.com, il motore di viaggi scorporato nel 2005. Possibile guadagni così tanto con Iac in rosso? Diller rifiuta l´accusa: i compensi riflettono i guadagni e la crescita nei primi anni.

E al numero 3? Ecco Ray Irani, Ceo di Occidental: 857 milioni di dollari. La compagnia petrolifera è ok, per carità, ma i suoi stessi azionisti hanno votato contro il suo piano di retribuzione, giudicato eccessivo.

 

Nessuno protesta invece per i 749 milioni di dollari che incoronano Steve Jobs al quarto posto. La retribuzione ufficiale del genio di Apple è un dollaro all´anno, ma il balzo in classifica è dovuto grazie 647 milioni di stock options del 2003 e del 2007, dopo una partita di giro tra "restricted" e normali risolta naturalmente a suo favore.

Al quinto posto invece un altro signore che guida una squadra che nel decennio è andata in perdita: Richard Fairbank, 569 milioni di dollari di compensi, il capo di Capital One.
Appena sotto i magnifici 10, all´undicesimo posto, ecco poi Richard S. Fuld, l´ex Ceo dell´ex Lehman Brothers, premiato per le prestazioni del decennio con 457 milioni di dollari.

 

Tra gli altri nomi da segnalare l´ex Ceo di Yahoo, Terry Semel, 489 milioni di dollari, Michael Dell dell´omonima Dell, 454 milioni, il capo di Cisco, John T, Chambers, 393 milioni e Howard Schultz, il manager di Starbucks, 358 milioni.

 

Ma la questione dei compensi dei manager è una ferita aperta. Barack Obama ha sventolato proprio la possibilità degli azionisti di esprimersi periodicamente sui compensi come una delle conquiste della riforma finanziaria appena firmata. Sotto accusa sono soprattutto le stock options, che costituiscono la maggior parte dei compensi: funzionano così bene che spesso i manager sono tentati, ai danni del valore nel tempo della compagnia, di cercare il risultato sul breve periodo e andare all´incasso. Evidentemente con successo.

 

 

[28-07-2010]

 

 

USA: BONUS ESAGERATI IN 17 BANCHE...
(AGI/AFP) - Waghington, 23 lug. Sono almeno 17 i big della finanza Usa ad aver elergito bonus esagerati nel bel mezzo della crisi. Lo rivela lo zar sui compensi dell'amministrazione statunitense, Kenneth Feinberg, che punta l'indice contro alcune delle principale banche Usa, come Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase e Citigroup.

 

I pagamenti sarebbero avvenuti tra l'ottobre 2008 e il febbraio 2009, quando la crisi mordeva e secondo lo zar non avrebbero nulla di illegale, anche se riflettono una "cattiva valutazione" da parte delle bache. Oltre ai tre big citati prima, tra gli istituti coinvolti ci sono anche Aig, Morgan Stanley, Bank of New York Mellon e Wells Fargo, molte delle quali hanno gia' rimborsato lo stato per i soldi dei salvataggio.

31.07.10

 

SE L'ITALIA SEGUE GLI USA DI 5 ANNI LA MISERIA AMERICANA POTREBBE ARRIVARE DA NOI FRA 5 ANNI ( 07.07.09)- vedi la trasmissione da WALL STRETT A  GRANDE TORINO 

 

10- MORGAN STANLEY: UTILI PER 1,44 MLD $ II TRIMESTRE, +54% RICAVI A 7,95 MLD...
Radiocor -
Morgan Stanley ha riportato utili netti per 1,44 miliardi o 1,09 dollari nel secondo trimestre fiscale, da una perdita di 138 milioni nello stesso periodo di un anno fa, su un giro d'affari di 7,95 miliardi, in rialzo del 53,8% annuo e in calo del 12% sul trimestre precedente. I risultati, che sono migliori delle attese, includono spese per i compensi dei dipendenti pari a 3,9 miliardi di dollari, inclusi 361 milioni per la tassa sui bonus introdotta dal Regno Unito, e altre spese per 2,4 miliardi.

 

11- BP: VENDE PER 7 MILIARDI AD APACHE ASSET IN NORD AMERICA ED EGITTO...
(Adnkronos)
- BP ha annunciato oggi di aver firmato alcuni accordi per la vendita di asset negli Stati Uniti, in Canada e in Egitto ad Apache Corporation. Gli accordi, per un valore di circa 7 miliardi di dollari, comprendono gli asset di BP di Permian Basin in Texas e nel New Mexico (USA), gli asset nell'upstream del gas nel Canada Occidentale, le concessioni nel Western Desert business e nell'esplorazione dell' East Badr El-din in Egitto.

 

La decisione di disinvestire in questi settori, spiega una nota della societa', si inserisce nella strategia annunciata il mese scorso, che prevede cessioni per 10 miliardi di dollari, una somma destinata ad aumentare la liquidita' a disposizione del gruppo per "rispettare gli impegni che potrebbero derivare dalla perdita di petrolio nel Golfo del Messico". L'ad della compagnia petrolifera Tony Hayward ha minimizzato sulla vendita, parlando di "prooprieta' che per altri valgono piu' che per BP" e per le quali la societa' "ha ottenuto un ottimo prezzo".

23.07.10

 

obama ce l’ha fatta - grazie al voto di 3 repubblicani, il Senato di Washington ha approvato la più ampia riforma finanziaria dai tempi della Grande Depressione - consistenti innovazioni per carte di credito, mutui, derivati, hedge funds, depositi delle banche - Goldman Sachs paga una multa di 550 milioni $ per chiudere la causa legale che l’ha vista accusata di aver ingannato i consumatori suggerendo investimenti sui mutui immobiliari nei quali i suoi stessi manager non credevano....

Maurizio Molinari per la Stampa

Con 60 voti favorevoli e 39 contrari il Senato di Washington ha approvato la più ampia riforma finanziaria dai tempi della Grande Depressione, che il presidente Barack Obama firmerà la prossima settimana dando vita a innovazioni destinate a ridisegnare Wall Street.

 

Il necessario quorum di 60 voti, previsto dai regolamenti del Senato, è stato raggiunto grazie alla decisione di tre repubblicani di unirsi ai democratici: Scott Brown del Massachusetts, Susan Collins e Olympia Snowe del Maine. Il testo approvato si articola in 2300 pagine e oltre 390 mila parole ponendo le basi per il varo di 533 nuovi regolamenti, rispetto ai 16 che seguirono la legge Sarabanes-Oaxley varata del 2002 dopo la crisi innescata finanziaria dal collasso di Enron.

 

Le misure investono ogni settore dell'attività finanziaria - dalle carte di credito ai mutui, dai derivati agli hedge funds fino ai depositi delle banche - e prevedono consistenti innovazioni. Innanzittuto verrà creata un'Agenzia per la protezione dei consumatori di prodotti finanziari a cui spetterà di tutelare i diritti dei titolari di tutte le singole transazioni, con il risultato di esercitare maggiore controllo sulle banche. In secondo luogo non saranno più possibili salvataggi pubblici di grandi istituzioni finanziarie che se falliranno verranno dunque liquidate, con i costi riversati sulle parti sopravvissute.

 

Non sarà dunque più possibile il alvataggio di banche grazie al massiccio ricordo di danaro pubblico. Poi vi sono le misure ad hoc nei confronti hedge funds e derivati che saranno sottoposti alla scrupolosa lente dei regolatori al fine di scongiurare la creazione di "bolle" simile a quella immobiliare che portò alla crisi finanziaria del 2008.

 

Il governo avrà inoltre il potere di intervenire sulle istituzioni "troppo grandi per cadere" al fine di ridurre le dimensioni capaci di portare pericoli all'economia. Le banche dovranno aumentare l'ammontare di capitali in deposito per proteggersi dal rischio di subire l'impatto di crediti non ripagati e dovranno rispettare da "regola Volcker" - dal nome dell'ex capo della Federal Reserve Paul Volcker oggi consigliere della Casa Bianca - che impedisce il "proprietary trading" ovvero assumere rischi sui mercati finanziari ricorrendo ai soldi in cassa.

Il Congresso licenzia così al Senato il testo già approvato dalla Camera dei Rappresentanti che espande la protezione dei consumatori, impedisce il credito troppo facile e accresce la supervisione sulle transazioni al fine di scongiurare nuove crisi. Per Barack Obama si tratta di un successo che premia la lunga una battaglia condotta a Capitol Hill e restituisce slancio all'amministrazione.

 

«Firmerò la legge di riforma di Wall Street trasformandola in legge - ha detto il presidente parlando dalla Casa Bianca poco dopo il voto - con il risultato di proteggere i consumatori e porre le basi di un sistema finanziario più sicuro, innovativo, creativo, competitivo e meno teso al collasso e al panico».

 

E rivolgendosi ai timori che circolano nel Distretto Finanziario, ha aggiunto: «A meno che la vostra azienda non sia pensata per ingannare i consumatori non avete nulla da temere da quanto avverrà». In sintonia con il presidente è il capo della Federal Reeserve, Ben Bernanke, che ha parlato di «un grande passo avanti verso la possibilità di prevenire il ritorno della recente crisi finanziaria».

A confezionare il testo sono stati i presidenti democratici delle commissioni Finanze del Senato e della Camera, Christopher Dodd e Barney Frank, transformando in legge i punti programmatici redatti dal presidente Obama, che coglie in questa maniera il suo secondo successo sul fronte delle riforme dopo il varo della nuova Sanità. «E' una giornata storica, nasce un nuovo sistema finanziario - ha commentato Herry Reid, capo della maggioranza democratica al Senato - che impedisce a Wall Street di gestire l'economia come un tavolo per il gioco d'azzardo».

 

Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, conta sull'impatto positivo in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso: «Questa riforma sillustra quali sono le scelte di fronte agli elettori». Ma anche l'opposizione repubblicana è convinta di giovarsi della riforma contro l'amministrazione e i democratici in quanto la considera «un ammasso di leggi e regolamenti destinati ad appesantire la nostra economia, spingendo investimenti e posti di lavoro verso altre nazioni» ha sottolineato il senatore della Georgia Saxby Chambliss.

 

«Ci troviamo di fronte a un mostro legislativo - ha aggiunto Richard Shelby, senatore dell'Alabama - e sebbene l'Agenzia per la protezione dei consumaori possa sembrare una buona idea la realtà è che è stata concepita in maniera tale da rallentare la crescita». Vi sono state critiche anche dall'ala liberal del partito democratico e Dodd ha ammesso che «non si tratta di una legge perfetta» ma «contiene gli strumenti necessari per consentirci di affrontare la prossima crisi, quando avverrà».

Wall Street ha reagito all'approvazione della riforma con una seduta negativa. Ma l'altra notizia positiva per la Casa Bianca arriva dalla decisione della banca Goldman Sachs di accettare di pagare una multa di 550 milioni di dollari per chiudere la causa legale che l'ha vista accusata di aver ingannato i consumatori suggerendo investimenti sui mutui immobiliari nei quali i suoi stessi manager non credevano. 16-07-2010]

 

 

- IL MIT «SEDUCE» OBAMA CON ENERGIE VERDI ENI...
R. Fi. per "il Sole 24 Ore" - La notizia è di quelle che sembrano passare inosservate: "la gran capa" del Massachusetts Institute of Technology di Boston, Susan Hockfield, ha incontrato ieri il Presidente Obama per parlare di temi inerenti all'energia, e soprattutto di energie alternative al petrolio, oggi sotto accusa per il disastro del Golfo del Messico. Sin qui tutto normale. Curioso invece è che il più grande istituto di ricerca tecnologica del mondo, il Mit, ha potuto "farsi bello" agli occhi del Presidente con progetto finanziato da un'azienda petrolifera, e per di più straniera: l'Eni.

Infatti grazie al "Solar Frontiers Research Program", piano per lo sviluppo di tecnologie solari avanzate, l'Eni dal 2008 è divenuta Founding Member del Mit Energy Initiative, supportando progetti di ricerca nel campo delle energie alternative. Ovviamente la Hockfield ha portato al sempre più preoccupato Obama altri progetti interessanti, ma tutti allo stato embrionale. Davvero un bel colpo per Scaroni e i suoi, che dopo i tormenti venezuelani e iraniani, recuperano terreno con l'amministrazione Usa.

 

10.07.10

 

 

LA SECONDA GIOVINEZZA DEI MUTUI AMERICANI...
My. L. per "il Sole 24 ore"
- È proprio vero: le vie della finanza sono infinite. Le obbligazioni legate ai mutui americani, quelle da cui è partita la crisi mondiale che ha fatto fallire Lehman Brothers, sono tornate l'oggetto dei desideri degli investitori. Masochismo? Feticismo finanziario? Gusto perverso del rischio? No: i bond legati ai mutui Usa - secondo il Wall Street Journal - vengono acquistati dagli investitori perché sono percepiti come un posto sicuro dove mettere i soldi in un momento di turbolenza.

 

Può sembrare un paradosso, ma in realtà un motivo c'è: su alcuni di questi bond -quelli emessi dalle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac e non certo quelli legati ai subprime - c'è ora la garanzia dello stato. Dunque acquistandoli, gli investitori mettono i soldi al sicuro. Morale: i bond legati ai mutui, quelli da cui tutto iniziò, hanno ora prezzi vicini ai massimi storici e rendimenti vicini ai minimi. Da titoli tossici, a titoli ottimi: in fondo bastava cambiare poche lettere. (My.L.)

10.07.10

 

Roba da colletta - Online gli stipendi della Casa Bianca.e si scopre che obama guadagna meno della metà di un manager: 400 mila dollari – segue la busta paga da 172.200 $ che va a 23 suoi stretti consiglieri, i cui ritmi di lavoro non conoscono orario e le cui decisioni implicano responsabilità planetarie - Tagli e sacrifici Rispetto al 2009 - L’uomo-ombra di Obama mette in tasca 102 mila dollari

Maurizio Molinari per La Stampa

Quattrocentosessanta dipendenti per un totale di 38,7 milioni di dollari di stipendi, con nessun aumento di spesa rispetto allo scorso anno e un'oscillazione fra i 172 mila dollari dei super-consiglieri e i 21 mila dei dipendenti part-time: è la radiografia di quanto si guadagna dentro la Casa Bianca, resa pubblica online per disposizione di Barack Obama nell'ambito delle misure sulla «massima trasparenza dell'amministrazione» promesse all'elettorato durante la campagna 2008.

Entrando nel dettaglio ci si accorge subito che lavorare alla Casa Bianca non significa diventare ricchi. Sotto lo stipendio del presidente degli Stati Uniti, che è di 400 mila dollari ovvero meno della metà di quanto guadagna un buon manager di Wall Street, viene la busta paga da 172.200 dollari che va a 23 suoi stretti consiglieri.

Si tratta dei nomi più importanti della Casa Bianca, gli artefici delle politiche dell'ultima superpotenza del Pianeta i cui ritmi di lavoro non conoscono orario e le cui decisioni implicano responsabilità planetarie. Si tratta del capo di gabinetto Rahm Emanuel, del portavoce Robert Gibbs, del capo dell'antiterrorismo John Brennan, del guru politico David Axelrod, dalla consigliera Valerie Jarrett, del legale Robert Bauer, dello speechwriter Jon Favreau, come anche di Susan Sher, capo dello staff della First Lady Michelle, e di Carol Browner, titolare del cruciale portafoglio «energia e ambiente».

Per fare un paragone con i guadagni che a questi alti funzionari potrebbe offrire il mercato basti pensare che il legale Bauer l'anno precedente all'arrivo alla Casa Bianca dichiarò consulenze per un totale di 958.788 dollari. Se il livello complessivo della remunerazione dunque non è molto alto ciò che spicca sono 179.700 dollari che vengono versati a due esperti di «Health Care», Michael Hash e Timothy Love, a conferma dell'importanza che il presidente assegna alla riforma sanitaria.

Scendendo un gradino più sotto si passa ai consiglieri di secondo grado, come Robert Nabors vice di Rahm Emanuel, che guadagna 162.500 dollari, Nancy-Ann DeParle, esperta di Sanità, a 158.500 e Norm Eisen, legale per le questioni etiche, a 149 mila dollari. Reginald Love, l'inseparabile «body man» che vive letteralmente attaccato al presidente, svolgendo le mansioni più differenti - dal versargli l'acqua durante i discorsi a giocare a basket con lui nel tempo libero - ha uno stipendio di 102 mila dollari mentre lo stakanovista Jim Messina, a cui è stata affidata la preparazione delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso di Washington, è nel ristretto club dei 172 mila dollari.

Ad avere stipendi inferiori sono gli alti funzionari che gestiscono le attività online - 70 mila dollari - e i rapporti con i mezzi di comunicazione della comunità ispanica - 78 mila dollari - mentre se si scende a livello di segretarie, assistenti legislativi, consulenti, responsabili del «monitoraggio del media» e dell'«esame dei possibili candidati» le paghe annuali si aggirano fra i 40 e 60 mila dollari.

Fanalino di coda, i funzionari part-time, a cui vengono versati 21 mila dollari. Ma c'è anche chi ha scelto di lavorare completamente gratis: è il caso di Shale Wong e Margaret Chen che pur avendo la qualifica di «impiegati» con mansioni di «special assistant» non ricevono neanche un dollaro. Nel complesso la Casa Bianca oltre ad aver congelato le remunerazioni - su disposizione del presidente Obama - ha anche ridotto il personale rispetto al 2009, scendendo di 17 unità, con un arretramento che appare ancor più vistoso tenendo presente che gli organici comprendono tutti i dipendenti dei consigli per le politiche domestiche e per quelle economiche creati sul modello del consiglio per la sicurezza nazionale.

Il bilancio della Casa Bianca non include invece il vicepresidente Joe Biden, che è anche presidente del Senato, e il suo staff.

2 - BILL CLINTON NON PERDONA AL GORE
Matrimonio senza i Gore per Chelsea Clinton: né Al né l'ex moglie Tipper sono nella lista degli invitati alle nozze della figlia dell'ex presidente con il banchiere d'affari Marc Mezvinski, a Rhinebeck nello stato di New York il 31 luglio. Non è chiaro se i Gore siano stati «disinvitati» dopo la recente separazione e le accuse di molestie sessuali mosse contro Al Gore da una massaggiatrice di Portland.

In dicembre però lo stesso Gore aveva lasciato intendere che sarebbe stato tra i 400 invitati. Il suo portavoce ha risposto con un «no comment» alla domanda precisa del «Daily News», aggiungendo solo: «Fanno entrambi gli auguri a Chelsea, che è una donna meravigliosa, e condividono la gioia della sua famiglia». Molti però evocano la vecchia ruggine tra Al e Bill all'epoca dello scandalo Lewinsky.

 04-07-2010]

 

 

 

WALL STREET: GIRA IN NEGATIVO, PESANO DATI OCCUPAZIONE ...
(AGI/REUTERS) - Dopo un'apertura in rialzo, gli indici di Wall Street entrano in territorio negativo, a causa dei deludenti dati sull'occupazione. Il Dow Jones cede lo 0,51%, il Nasdaq perde lo 0,38%.

3- USA: ORDINI ALL'INDUSTRIA CALANO 1,4%, PIU' DI ATTESE...
(AGI/REUTERS) -- Gli ordini all'industria negli Usa calano dell'1,4% a maggio, piu' dell'atteso -0,5. Si tratta della discesa piu' forte degli ultimi 14 mesi.

10.07.10

 

CACCIA ALL’UOMO (DEGLI SCOOP) – I SERVIZI DEL PENTAGONO STANNO TENTANDO INVANO DI RINTRACCIARE JULIAN ASSANGE, FONDATORE DI WIKILEAKS - IL SITO AVEVA GIÀ MESSO IN IMBARAZZO WASHINGTON, MANDANDO ONLINE UN VIDEO DI UN ATTACCO USA IN CUI MORIRONO 12 CIVILI A BAGDAD - ORA POTREBBE PUBBLICARE MIGLIAIA DI FILE TOP SECRET SULLE STRATEGIE DEGLI USA IN MEDIO ORIENTEPaolo Valentino per "il Corriere Della Sera"

Migliaia di documenti segreti della diplomazia americana potrebbero entro breve fare la loro apparizione sulla rete e mettere in serio pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

I servizi del Pentagono stanno freneticamente cercando di rintracciare l'australiano Julian Assange, fondatore del sito Internet Wikileaks, specializzato nella pubblicazione di carte top secret, in un disperato tentativo di convincerlo a non far uscire il materiale apparentemente in suo possesso, la cui pubblicazione metterebbe in grave imbarazzo Washington, rivelando analisi, giudizi riservati e orientamenti strategici degli Usa sull'intera regione mediorientale.

Secondo il "Daily Beast", il quotidiano online diretto da Tina Brown, le autorità americane sono convinte che Assange abbia ricevuto in tutto o in parte i 260 mila fascicoli riservati del Dipartimento di Stato, che un analista dello spionaggio militare, Bradley Manning, ha scaricato dai computer governativi e trasmesso al fondatore di Wikileaks per farli pubblicare.

Manning, 22 anni, era di stanza in Iraq ed è ora agli arresti in Kuwait, in attesa che un'indagine chiarisca l'entità dell'infrazione. «E' una cosa che prendiamo molto sul serio. Il danno potenziale ai nostri interessi è molto alto», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, P. J. Crowley.

Manning avrebbe avuto accesso ai cable, anche vecchi di alcuni anni, preparati dai diplomatici americani in tutto il Medio Oriente, riguardanti il lavoro dei governi arabi e dei loro leader. Le memorie fisse dei computer da cui ha scaricato i file sono attualmente all'esame degli specialisti del Pentagono.

«A Hillary Clinton e ai suoi ambasciatori verrà un infarto, quando una mattina scopriranno che un intero archivio riservato di politica estera è a disposizione del pubblico» avrebbe detto Manning a Adrian Lamo, l'ex hacker che lo ha denunciato al Pentagono, dopo una serie di conversazioni online, durante le quali l'analista si era vantato delle sue imprese.

Fra le altre cose, Manning avrebbe anche ammesso di essere stato lui a fornire a Wikileaks il video del 2007, mandato in rete da Assange nello scorso marzo, dove si vede l'attacco di un elicottero americano a Bagdad nel quale vennero uccisi 12 civili, compresi due dipendenti dell'agenzia Reuters.

L'uscita del video mandò in bestia i comandi militari Usa. Ma anche se coronata da successo, la caccia del Pentagono ad Assange potrebbe non servire a nulla. Gli stessi inquirenti coinvolti nella ricerca dell'australiano ammettono che non sia affatto chiaro cosa potrebbero legalmente fare per bloccare la pubblicazione dei documenti sul suo sito. Cerchiamo la sua cooperazione», ha detto al Daily Beast uno dei funzionari coinvolti nell'inchiesta.

Assange non ha una dimora fissa. In marzo ha trascorso alcune settimane a Reykjavik, in Islanda, dove aveva organizzato il lancio del video dell'elicottero, titolato «Collateral Murder», assassinio collaterale.

In aprile era stato negli Usa, dove aveva rilasciato alcune interviste. Ma la scorsa settimana, atteso a New York al Personal Democracy Forum, si era collegato via Skype dall'Australia, dicendo che i suoi avvocati gli avevano raccomandato di non tornare in America. Venerdì mattina infine Assange doveva parlare a una conferenza internazionale di giornalisti investigativi a Las Vegas, ma all'ultimo momento ha cancellato per email l'impegno, invocando «problemi di sicurezza».

Nel frattempo, Wikileaks mantiene un atteggiamento di ambiguità sulle sue intenzioni. Dapprima ha definito «non corrette», ma non le ha smentite del tutto, le informazioni secondo cui il sito avrebbe ricevuto i 260 mila cable di Manning. Poi, ieri mattina, ha messo le mani avanti, annunciando via Twitter che «ogni segno di comportamento inaccettabile da parte del Pentagono o dei suoi agenti verso di noi sarà condannato».

Secondo gli inquirenti federali, il sito fa dei «giochetti semantici», mentre si prepara alla pubblicazione del materiale top-secret: «Forse non hanno tutti i 260 cablogrammi, ma ne hanno abbastanza per combinare guai», ha commentato un analista della Difesa.

 

14-06-2010]

 

 

 

MADOFF, UN EROE DEI NOSTRI TEMPI - I COMPAGNI DI CELLA RACCONTANO COME IL TRUFFATORE DEL SECOLO AFFRONTA LA GALERA - Altro che mortificato: arrogante e megalomane e tirchio: "I MIEI CLIENTI SI FOTTANO. LI HO FATTI RICCHI PER 20 ANNI E ME NE SONO BECCATI 150" - È diventato amico di mafiosi e narcotrafficanti, ai quali ha cominciato a dispensare consigli di investimenti, peraltro non sempre andati a buon fine. E visto che in questo caso non sono vecchiette ad essere deluse ma avanzi di galera, un sudamericano lo ha riempito di botte

Eugenio Occorsio per la "Repubblica"

 

«Le mie vittime? Ma che si fottano...» Bernie Madoff dovrà restare in carcere fino al 14 novembre 2139, com´è scritto nel registro del penitenziario di "media sicurezza" di Butner, North Carolina, e già gli hanno fatto uno sconto di vent´anni per buona condotta. Così, non gli manca il tempo per togliersi i sassolini dalle scarpe: «I miei clienti? Li ho fatti ricchi per vent´anni, e poi me ne sono beccati 150».

 

A raccogliere le confidenze del truffatore più spregiudicato del mondo (65 miliardi di dollari il bottino del suo Ponzi scheme) sono gli ex-compagni di cella. Il New York Magazine è andato a cercarseli uno ad uno, appena usciti di prigione, per chiedere loro di cosa parla e come inganna il tempo Madoff (che intanto ha ottenuto un lavoro da pulitore dei pavimenti negli uffici del carcere pagato 14 cent l´ora).

 

Ne esce un ritratto ben diverso da quello mortificato e contrito dei tempi del processo nella primavera dell´anno scorso (fu condannato a 150 anni il 29 giugno 2009), quando implorava la pietà dei clienti truffati: «Mi rendo conto del dolore immenso che vi ho procurato, un´eredità che lascio ai miei figli e ai miei nipoti, e vorrei che un giorno arrivaste a perdonarmi», diceva allora con toni sottomessi.

 

Altro che mortificato: oggi Madoff appare arrogante e megalomane. Un detenuto ricorda che stava guardando al suo fianco un servizio televisivo che lo riguardava. «Ma come hai fatto a intascare tutti quei milioni?», gli ha chiesto sottovoce. E Madoff: «Prego, miliardi».

Un altro gli ha chiesto: «Ma ti rendi conto che hai sottratto i risparmi a tante vecchiette?» Lui lo ha guardato con sguardo gelido e sprezzante: «Sì, l´ho fatto. E allora?» Un altro ancora ricorda queste parole: «Potevo far ruotare il mappamondo e mettere un dito alla cieca su un punto: quasi sicuramente lì avevo una casa». Anche con i secondini fa sfoggio di sicumera, fra provocazioni e paradossi: «Ma perché non mi prendete come coordinatore del bilancio? Non vi ricordate che io ero presidente del Nasdaq?»

La cosa più sorprendente è che intorno a lui si è creata un´atmosfera di ammirazione e di invidia. Cominciò con il suo ingresso in carcere, ricorda chi era già dietro le sbarre, che avvenne fra due ali di folla plaudente. Tutti lo riconoscono, gli rivolgono una battuta, lo trattano da celebrity. Un ex rapinatore di banca, K.C.White, trasformatosi in prison artist gli ha fatto un ritratto a china, lui lo ha preso e ha detto: «Decente».

È diventato amico di mafiosi e narcotrafficanti, ai quali ha cominciato a dispensare consigli di investimenti, peraltro non sempre andati a buon fine. E visto che in questo caso non sono vecchiette ad essere deluse ma avanzi di galera, un sudamericano lo ha riempito di botte. Ma altri ex-compagni di cella trasudano affetto: un certo Robert Ross lo definisce «Un eroe del suo tempo».

 

E Shannon Hay, professione pusher, ricorda che una sera Madoff gli ha confidato: «Io non ho mai capito perché sembrava che tutti facessero a gara per darmi i soldi. Vedi, è vero che qualcuno l´ho ingannato, ma l´ho sempre fatto con raziocinio. Truffavo i più ricchi, quelli che potevano permetterselo, insomma».

Tutti sono d´accordo su un punto: non ha perso la sua scaltrezza da finanziere. Nelle piccole economie carcerarie, un detenuto lava i panni degli altri, e la tariffa-standard è 10 dollari. Bene, Madoff, proprio il più ricco di tutti, tanto ha fatto che paga 8 dollari. Un altro ex-galeotto racconta: «Siamo stati tanti mesi fianco a fianco. Non c´è stato modo di farmi offrire da lui neanche un cono gelato».

 

[07-06-2010]

 

 

MADOFF PAYBACK- LE BANCHE EUROPEE PAGANO 15 MLD AGLI INVESTITORI TRUFFATI DAL VECCHIO BERNIE – GLI ACCORDI COPRONO L’80% DEI CLIENTI E I SOLI SOLDI VERSATI (I GUADAGNI PROMESSI DAL FURBONE SCORDATEVELI) – GLI ISTITUTI PAGANO PERCHÉ HANNO TROPPO DA PERDERE IN IMMAGINE – RESTANO FREGATI I CLIENTI AMERICANI, GABBATI DA INVESTITORI “INDIRETTI” (MONEY MANAGERS, PROCACCIATORI E HEDGE FUNDS

Glauco Maggi per "La Stampa"

 

La grande maggioranza degli investitori europei vittime del truffatore del secolo Bernie Madoff riavranno indietro almeno i soldi versati, grazie agli accordi extragiudiziali che sono stati raggiunti tra il pool di studi legali che li rappresentano e un gran numero di banche internazionali responsabili di aver piazzato sul mercato la finta gestione della società newyorkese. Il classico «schema Ponzi» architettato da Madoff, in cui i soldi dei nuovi clienti venivano usati per remunerare gli interessi ai vecchi, ha prodotto alla fine 65,8 miliardi di dollari di perdite «di carta» agli investitori e procurato al suo ideatore, ultrasettantenne, una storica condanna a un secolo e mezzo di galera.

 

Le transazioni interessano 720mila risparmiatori che recupereranno circa 15,5 miliardi di dollari, secondo quanto Javier Cremades, dello studio legale Cremades & Calvo-Sotelo di Madrid, ha detto al New York Times. Cremades è stato un anno fa tra i promotori del network di 5mila avvocati in 25 paesi che, per la loro assistenza ai truffati al di fuori degli Stati Uniti, hanno finora guadagnato 65 milioni di dollari in commissioni sui risarcimenti.

 

Gli accordi coprono per ora l'80% circa dei clienti e la somma di 15,5 miliardi complessiva è circa pari, ha spiegato Cremades, all'intero ammontare realmente versato dagli investitori, depurato cioè dei «guadagni» inesistenti che la Madoff Securities riportava nei suoi documenti menzogneri.

 

In un solo caso, quello della Banca del Kuwait, la transazione raggiunta alcuni mesi fa ha compreso sia il capitale sia l'incremento che figurava sui rendiconti, per un totale di 50 milioni di dollari da 20 clienti. Al Banco Santander la pace con le vittime è stata raggiunta nel 2009 con un meccanismo finanziario più complesso: i clienti della banca spagnola, terza vittima mondiale per esposizione a Madoff, avevano perso 2,89 miliardi di dollari e sono stati rimborsati con titoli privilegiati redimibili in 10 anni ad un tasso del 2%.

 

Le banche e le finanziarie che non hanno fatto finora offerte di accordo amichevole sono nove: Credit Suisse, Vontobel, Mirabaud, Julius Baer, Efg e Bbva in Svizzera, Banco Espirito Santo in Portogallo, l'olandese Abn Amro e la Barclays spagnola. Per alcune le trattative proseguono, hanno detto i legali, già soddisfatti del successo.

 

«Avrei pensato che solo il 30% avrebbe accettato la transazione, ma evidentemente le banche hanno molto da investire per non distruggere la propria immagine e la capacità di collocare i loro prodotti», ha detto Cremades. «Sono sicuro che questo capita perchè siamo in un contesto in cui la fiducia nelle banche è già scarsa».

 

Gli europei se la stanno cavando meglio degli americani nel recupero delle perdite a causa dei diversi canali usati per veicolare la truffa. Negli Usa il collocamento è avvenuto per lo più attraverso money managers, procacciatori e hedge funds, e gli investitori «indiretti» in Madoff non hanno il diritto di essere compensati dalla Securities Investors Protection Corporation, il fondo di garanzia privato istituito dalle società d'investimento per rimborsare i clienti delle società fallite. 26-05-2010]

 

 

PICCOLI MADOFF TRUFFANO (A HOLLYWOOD) – KEN STARR, FAN DEL FURBONE BERNIE, SI È INTASCATO 30 MLN FRODANDO CLIENTI DEL CALIBRO DI UMA THURMAN, MARTIN SCORSESE, ANNE LIEBOVITZ E WESLEY SNIPES - UTILIZZAVA LE PROCURE AVUTE PER GIRARE FONDI NEL SUO CONTO CORRENTE – LA SEC: “SIAMO DOVUTI INTERVENIRE PER FERMARE UNA FRODE PERICOLOSA E PROLUNGATA

Francesco Semprini per "La Stampa"

Si è ispirato a Bernard Madoff per architettare la frode che gli avrebbe cambiato la vita, ma anche lui è finito nelle mani della Giustizia. Si tratta di Kenneth Ira Starr, il gestore dei Vip, il guru degli investimenti di Manhattan che con la sua Starr Investment maneggiava asset per 700 milioni di dollari.

Per lo più erano di celebrità, star e protagonisti del jet set internazionale che si affidavano a lui per veder moltiplicati i propri guadagni. Tra loro Uma Thurman, Martin Scorsese, la fotografa Anne Leibovitz e persino Wesley Snipes finito nei guai alcuni anni fa per aver evaso tasse su oltre 65 milioni di dollari. Non è chiaro chi dei suoi clienti vip sia stato frodato e per quanto denaro, ciò che è certo è che l'ordinanza di incriminazione del giudice elenca tra le vittime un gestore di hedge fund, un famoso personaggio dedito alla filantropia, un'attrice, un talent-scout, una ricca ereditiera e un gioielliere molto noto.

E' rubando a loro che Starr si è intascato oltre 30 milioni di dollari attuando lo schema Ponzi, il diabolico castello dei vasi comunicanti che ha permesso a Bernard Madoff di mettere in pratica la più grande truffa del secolo da 65 miliardi, e che gli è costata 150 anni di carcere.

E come il suo «mentore» anche il finanziere dell'Upper East Side di Manhattan rischia di finire in cella, anche se la condanna, sarebbe meno severa. Alla sbarra degli imputati comparirà anche il suo socio, Andrew Stein, un ex consigliere comunale della Grande Mela, e presidente circoscrizionale a Manhattan.

La Sec (Consob americana) ha avviato anche un'azione civile contro lo stesso gestore e la moglie, Diane Passage che millantava di essere una produttrice di film e di dedicarsi a diverse attività filantropiche. Secondo i documenti nelle mani della Sec, Starr, 65 anni, avrebbe usato le procure ottenute dai suoi clienti per trasferire fondi sul proprio conto corrente.

Con sette milioni di dollari, ad esempio, ha acquistato lo scorso aprile un lussuoso appartamento nell'Upper East Side di Manhattan con sei bagni, cinque stanze da letto, piscina interna in marmo e 150 metri quadri di giardino. «Siamo dovuti intervenire per fermare una frode pericolosa e prolungata», rende noto la Sec nella sua ordinanza.

A far scattare l'operazione è stato in particolare una manovra bancaria condotta lo scorso 13 aprile, con cui Starr ha trasferito un milione di dollari dal cliente identificato come Investor n. 1. Quando poi questo si è accorto dell'accaduto ed è andato a protestare, il gestore lo ha ripagato con i soldi presi dal conto di un «Investor n. 2».

Oltre allo schema Ponzi, Starr era coinvolto in un presunto intrigo finanziario con sponde in Venezuela come conferma un'intercettazione telefonica secondo cui il gestore avrebbe fornito informazioni importanti a una cliente alla quale era stato promesso un ritorno multimilionario. In realtà l'assegno dei proventi sugli investimenti fatti in Venezuela dalla cliente, in base alle indicazioni di Starr, non si è mai visto e la donna è stata costretta a rivolgersi alle autorità giudiziarie. [28-05-2010]

 

 

 

NEANCHE BUFFETT GARANTISCE SUI TAGLI...
G. Ve. per "il Sole 24 Ore" - Grandi imprese, grandi problemi. Tanto che lavorare in una delle 500 maggiori società degli Stati Uniti non sempre è garanzia di un posto di sicuro. Anzi, le società di Fortune 500, nonostante un aumento dei profitti nello scorso esercizio del 335%, hanno lasciato a casa qualcosa come 761 mila lavoratori. Il primato dei licenziamenti non spetta a un settore in particolare: fra i 15 gruppi che hanno licenziato di più si trova di tutto, dall'industria (Alcoa, Caterpillar, General Motors) alla tecnologia (Hp, AT&T). Inutile dire che la finanza nei mesi scorsi ha guidato i tagli a Wall Street.

 

Non c'è solo Aig (20 mila posti), ma anche Citigroup che, riducendo del 17% la propria forza lavoro, ha vinto il triste primato del gruppo che ha tagliato di più (oltre 57 mila posti). Pochi i porti sicuri. Tanto che nella classifica dei tagli non brilla neanche Warren Buffett, l'Oracolo di Omaha: la sua Berkshire Hathaway ha sempre raccolto l'apprezzamento da parte degli azionisti, ma lo scorso anno ha dovuto lasciare a casa oltre 24 mila dipendenti.

 18.05.10

 

 

I’M IN THE MOODY’S FOR BUFFETT (UN CONFLITTO DI INTERESSI DA FAR IMPALLIDIRE TUTTI I BERLUSCONI DEL MONDO) – L’AMERICA TRUFFONA CHE NESSUN OBAMA POTRà MAI DEBELLARE: IL MILIARDARIO BUFFETT, GESTORI DI FONDI, È IL PRINCIPALE AZIONISTA (13,4%) DELL’AGENZIA DI RATING MOODY’S: MA CHE CI FANNO GESTORI DI FONDI NEL CAPITALE DI CHI DÀ I VOTI AI BOND EMESSI DALLE STESSE SOCIETÀ CHE ABITUALMENTE UN GESTORE COMPRA E VENDE? – ECCO CHI COMANDA UN OLIGOPOLIO CHE GARANTISCE MARGINI VICINI AL 40 %... - -Fabio Pavesi per "Il Sole 24 Ore"

Qualcuno li ha definiti i "Padroni dell'Universo". Finanziario s'intende, che non è comunque poca cosa di questi tempi. Oppure chiamateli pure i signori del rating o le tre sorelle: Moody's, Standard & Poor's, Fitch.

 

Giudici inappellabili dei destini di Stati, mega-corporation, piccole società e persino di singoli mutui cartolarizzati. Loro danno un voto sul merito di credito a tutto e a tutti e una loro bocciatura, così come una promozione, ha vistosi effetti sui mercati come si è visto in questi giorni nel caso della Grecia, della Spagna e dell'equivoco sulle banche italiane.

Ecco perché i padroni dell'universo sono temuti. Loro del resto sono un oligopolio perfetto. Sono solo in tre e si spartiscono la torta di chi emette debito in tutto il mondo. E visto che tutti si indebitano il lavoro non manca. Se non vai da Moody's c'è S&P o Fitch. Senza alternative di sorta. E così il mestiere delle tre sorelle diventa particolarmente remunerativo.

UTILI GIGANTESCHI
Solo le società autostradali o gli aeroporti guadagnano come loro. E non c'è di che stupirsi. Sono tutti mono o oligopolisti, quindi con i ricavi pressoché assicurati. Se sei bravo a gestire i costi puoi solo fare un sacco di soldi.

 

Basti vedere Moody's che essendo quotata a Wall Street consente maggiore visibilità sui numeri. Ebbene Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38.

Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi.

Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su due miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi.

 

Ma Moody's non è sola. Anche Standard&Poor's non è da meno. Non è quotata ed è posseduta dal gruppo editoriale McGraw-Hill che sta invece sul listino di Wall Street. Più difficile in questo caso isolare il contributo dato dall'attività di rating dal resto dei business.
La divisione servizi finanziari è quella che opera con il marchio S&P. L'intera divisione ha fatturato, nel 2009, 2,6 miliardi di dollari con profitti operativi per circa un miliardo.

Come si vede un bel 39% di marginalità in linea con la rivale Moody's. E negli anni precedenti la redditività era ancora più elevata con punte nel 2007 del 45% sul giro d'affari.Ovviamente qui confluiscono i ricavi anche dalla gestione degli indici di Borsa e dei servizi informativi. La parte ghiotta del rating dovrebbe comunque contribuire per l'80% ai volumi complessivi.

 

Resta Fitch, la più piccola delle tre, e l'unica europea. L'agenzia ha prodotto ricavi l'anno scorso per 559 milioni di euro con profitti operativi per 151 milioni. Un po' più sotto, quanto a redditività, delle rivali a stelle e strisce.E così i padroni dell'universo non solo dettano i destini più o meno amari del costo del debito di Stati e società, ma sono anche più che remunerativi. Una sorta di gallina dalle uova d'oro in un mercato grande quanto il mondo e che non può fare a meno di loro. Un vero affare per gli azionisti.

I FONDI USA I VERI PADRONI
Già, e qui viene il punto. Chi comanda in Moody's e le sue consorelle? Chi sono i padroni dei padroni dell'universo? A parte l'europea Fitch che ha due azionisti di peso come il gruppo francese Fimalac e il gruppo edi-toriale Hearst, le altre due sorelle sono di tutti e di nessuno. Vere e proprie public company. In S&P c'è un azionista forte, cioé la McGraw-Hill, ma il resto dell'azionariato è diffuso come del resto in Moody's. E qui arriva la sorpresa.

 

CHE CI FA BUFFETT IN MOODY'S?
Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009 secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard& Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi.
Il che pone una domanda.

 

Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende? La prima risposta è semplice: si sta lì perché si guadagna e perché i fondi in America sono da sempre gli investitori istituzionali per eccellenza.

La seconda è più maliziosa, ma indotta da questa strana presenza. Stare nel capitale di chi determina i destini di una miriade di società magari è utile per avere accesso a informazioni privilegiate. Se so che un'emissione verrà bocciata, vendo prima che sia resa pubblica. Certo è un'illazione, ed è vero che esistono i muri cinesi. Ma quei muri sono stati oltrepassati tante di quelle volte che un filo di sospetto rimane. [10-05-2010]

 

USA: SCORTE PETROLIO E BENZINA SALGONO OLTRE LE ATTESE
(AGI)- Salgono oltre le attese le scorte settimanali di petrolio e di benzina negli Stati Uniti: rispettivamente sono aumentate di 2,8 milioni di barili a quota 360,6 milioni(contro le attese di un aumento di 1,1 milioni di barili) e di 1,2 milioni di barili a quota 224,9 milioni (rispetto alle stime di un aumento di 200 mila barili). Lo rende noto il dipartimento dell'Energia statunitense. In rialzo anche i distillati che sono cresciuti di 600 mila barili a 152,4 milioni rispetto alle attese di un aumento di 1,7 milioni di barili.

10 - BP RIESCE A CHIUDERE UNA DELLE TRE FALLE DELLA PIATTAFORMA AFFONDATA...
(Adnkronos/Dpa) - La British Petroleum e' riuscita a chiudere una delle tre falle della piattaforma affondata da cui sta fuoriuscendo il greggio nel Golfo del Messico. A dare la buona notizia e' la Cnn, la quale riferisce che si tratta della piu' piccola delle tre falle a 1.500 metri di profondita'. Doug Suttles, un manager della Bp, ha spiegato che questo non avrebbe ridotto di molto la fuoriuscita di greggio e dunque l'emergenza, tuttavia, ha aggiunto, cio' agevolera' le ulteriori operazioni per arginare la marea nera.

Del resto, il problema principale non sono le falle, ma il pozzo stesso da cui fuoriesce la maggior parte del petrolio. Oggi e' giunta nel Golfo del Messico una cupola d'acciaio con cui Bp vuole 'tappare' il pozzo, ci vorranno pero' vari giorni prima che possa essere effettivamente impiegat

15.05.10

 

 

MA VAFFAN-RATING – ORA TUTTI SI ACCORGONO CHE MOODY’S, S&P E FITCH HANNO TROPPO POTERE – PER AVER PERSO LA “TRIPLA A”, AIG È CROLLATA, E ORA DOPO GRECIA E PORTOGALLO, SI SCOPRE CHE GLI STATI SONO IN BALÌA DI TRE COMPAGNIE PRIVATE CHE NON SI ERANO ACCORTE DEI GUAI DI GOLDMAN SACHS MA SI AFFRETTANO A DEGRADARE ATENE SENZA ASPETTARE GLI AIUTI UE…

 

Federico Fubini per il "Corriere della Sera"

Robert Willumstad, amministratore delegato di Aig, un giorno scoprì all'improvviso il potere delle agenzie di rating. Il 16 settembre 2008 Moody's e Standard & Poor's (S&P's) declassarono il grande gruppo assicurativo americano che fino a poco tempo prima aveva avuto la «tripla A», il massimo della solidità sul debito. Il vecchio manager si afflosciò sulla scrivania: per quella decisione, Aig avrebbe dovuto trasferire entro poche ore dieci miliardi di dollari, che non aveva, a certi clienti di cui aveva assicurato le posizioni emettendo dei derivati.

 

Seguì un salvataggio a spese del contribuente americano il cui conto finale arrivò a 187 miliardi. Per la sua integrità Aig dipendeva dai rating, che però dovevano esprimere un giudizio su quella stessa integrità. L'ordine di successione fra l'uovo e la gallina non era chiarissimo ma, avesse avuto i soldi in cassa, a Willumstad sarebbe piaciuto poter liquidare il declassamento per esempio come ha fatto Dominique Strauss-Kahn mercoledì.

Sull'ultimo taglio al voto sulla solvibilità dei governi di Grecia, Portogallo e Spagna da parte di S&P's, il direttore del Fondo monetario internazionale ha avuto una sola frase: «Non si dovrebbe credere troppo a ciò che dicono le agenzie di rating, benché possano essere utili».

Negli ultimi tempi sono state utili ad alcuni. Lo sono state ad esempio ad Abacus, il veicolo finanziario di Goldman Sachs sotto inchiesta per frode sui titoli, perché ottenne un rating dignitoso anche se era stato costruito (secondo la Sec) per crollare. Ma lo scetticismo di Strauss-Kahn si riferiva a altre decisioni delle agenzie, quelle di pochi giorni fa a proposito dei governi europei.

 

Lunedì S&P's ha ridotto il voto sulla Grecia a livello «spazzatura», con ulteriori prospettive negative, proprio mentre il governo di Atene stava negoziando nuove misure di risanamento e nel mercato cresceva il panico. Poi ha affondato anche su Lisbona e Madrid, in un momento così delicato che anche il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle ora chiede un arbitro «indipendente» e «europeo».

Nate per fornire una guida ai mercati, spesso le agenzie di rating finiscono semplicemente per seguirli e amplificarne i crolli. Ma il caso ellenico di questi giorni pone un dilemma particolare.

L'agenzia sapeva che Atene sta negoziando un nuovo piano di risanamento triennale. Fra poche ore l'Fmi e i governi europei otterranno un impegno formale del premier George Papandreou a tagliare gli stipendi pubblici e le pensioni (addio tredicesime e quattordicesime), rinviare l'età del ritiro, privatizzare i porti.

 

Se Standard & Poor's valuta solo «guardando avanti», come spiega, perché non ha atteso di vedere le nuove misure prima di bocciare di nuovo la Grecia? La stessa domanda potrebbe valere anche per le mosse su Lisbona o Madrid, perché anche lì la bocciatura è arrivata mentre i governi preparavano nuove misure e i mercati erano in preda al contagio.

Ma il caso ellenico è un'altra storia. Mentre S&P's ha relegato Atene a «spazzatura», la sua principale concorrente Moody's spiega che per decidere «aspetta che vengano resi noti i dettagli del programma con l'Ue e l'Fmi».

Quella di Standard & Poor's contro la Grecia (e la Spagna, e il Portogallo) sa dunque di valutazione non più solo tecnica: è un giudizio negativo sul sostegno politico che i greci avranno dagli europei e dall'Fmi e sulla credibilità di un'operazione che coinvolge quindici governi e l'organismo centrale del sistema di Bretton Woods. Anche le decisioni di grandi gruppi celebri alla fine toccano a uomini in carne ed ossa, persone con una propria storia.

E qui le differenze fra S&P's e Moody's non sembrano del tutto fortuite. Il capo dell'analisi economica e finanziaria internazionale di Moody's, Pierre Cailleteau, vive a New York ma è cresciuto come funzionario (transalpino) della Banca di Francia. A Standard & Poor's invece il presidente del comitato che decide sui rating dei 110 Stati sotto esame risponde al nome di John Chambers: un americano il cui titolo di studio è un Master in letteratura inglese alla Columbia University.

 

Forse non è dunque solo un caso se per S&P's (ma non per Moody's) gli Stati Uniti sembrano destinati a mantenere in ogni caso la «tripla A», il massimo dei voti, mentre il debito cresce rapidamente verso il 100% del prodotto e il deficit annuale è simile a quello della Spagna e superiore al Portogallo. Per l'America conta «il quadro istituzionale» (ancora un giudizio politico); la Cina invece, grande creditore di Washington e forte di un colossale surplus netto del settore pubblico, continua ad avere un rating cinque livelli sotto Washington, due livelli sotto la Slovenia, e senza prospettive di promozione.

Forse indovinare un rating nella complessità del XXI secolo è semplicemente impossibile. O forse non è chiaro perché un'agenzia privata debba dare un rating alla Spagna, all'Italia o agli Stati Uniti. Vero che alle banche e ai fondi istituzionali è utile, perché queste istituzioni sono obbligate a detenere in portafoglio o in bilancio certe quote di titoli con rating elevati (un declassamento, come avvenuto con la Grecia, scatena dunque un'ondata di vendite forzate).

Eppure per le agenzie di rating giudicare gli Stati ha in apparenza poco senso: S&P's, Moody's e Fitch, i tre oligopolisti resi tali dalle licenze concesse con il contagocce dai regolatori americani, con i governi non fanno soldi. Probabilmente ne perdono: le commissioni pagate da Roma o Berlino per farsi giudicare non coprono né il salario degli analisti coinvolti, né le loro spese. Il bilancio di Moody's, l'unica a fornire qualche dettaglio sull'origine dei ricavi da rating, mostra che gran parte delle commissioni deriva da altre fonti: prima della crisi per metà era la «finanza strutturata» ( subprime e simili), oggi molto viene da emissioni delle imprese e dalle operazioni delle banche. Perché allora un operatore privato dovrebbe perdere tempo e denaro con un governo «spazzatura»? Magari è solo che da lì viene molto del potere delle agenzie di rating su banche e fondi d'investimento, e molta della loro visibilità.

Criticate nel 2007 per aver dato in silenzio voti troppo alti a migliaia di titoli immobiliari in cambio di laute commissioni, con (certi) governi le agenzie si rifanno una credibilità. Perché avranno anche validi argomenti. Ma accusare sotto i riflettori, a volte, è comunque meglio che assolvere nell'ombra.

 30-04-2010]

 

 

L’AMERICA HA FATTO CRAC CON L’EURO: ECCO PERCHé VUOLE SPAZZARLO VIA – TUTTI SEMBRANO DIMENTICARSI CHE GLI USA SONO NELLE STESSE CONDIZIONI DELLA GRECIA - HANNO UN DEFICIT PARI AL 12% DEL PIL E UN DEBITO PUBBLICO VICINO AL 100% – MA GLI UNICI GIUDICI SULLA QUALITà del debito SONO TRE SOCIETÀ INAFFIDABILI (MOODY’S, STANDARD & POOR’S, FITCH) CHE SFIANCANO L’EURO PER SALVARE IL DOLLARO… - USA PEGGIO DELLA GRECIA, MA FANNO IL DOPPIOGIOCO
Marcello Foa per "il Giornale"

Atene affonda perché ha un deficit pubblico di circa il 12%, che i mercati giudicano insostenibile. Ma un altro Paese sta in condizioni altrettanto gravi ed è molto più grande della Grecia, dunque potenzialmente molto più destabilizzante: gli Stati Uniti d'America. Sìssignori.

Tutti sembrano essersene dimenticati, ma Washington registrerà quest'anno un deficit pari al 12% del Pil, il debito pubblico salirà oltre l'80% ed è destinato a toccare il 100% nel 2012. Numeri da brivido, con un problema. Anzi, due. Gli americani non risparmiano abbastanza, dunque, contrariamente a noi italiani, non sono in grado di finanziare da soli gli acquisti di Buoni del Tesoro: pertanto, oltre la metà del debito pubblico è finanziato da stranieri.

street

Il secondo problema è che l'America è gravata anche da un enorme debito privato, che, sommato a quello pubblico, raggiunge il 300% del Pil. Un abisso. Conti alla mano, gli Usa, finanziariamente, sono messi peggio dell'Unione europea. Pechino, che è il maggiore acquirente di Buoni del Tesoro Usa, se n'è accorta e ha deciso di ridurre gradualmente la propria esposizione. Da qualche mese i cinesi comprano meno T-bons nella persuasione che il buco Usa sia insostenibile nel lungo periodo; preferiscono l'euro e, soprattutto, l'oro.

Voi direte: e tutto questo che cosa c'entra con la Grecia? C'entra, eccome. Il disimpegno cinese spaventa gli Usa, che devono assolutamente trovare altri acquirenti. Impresa vana, fino a pochi mesi fa. I lettori più attenti ricorderanno che molte banche pronosticavano l'euro a 1,50 o addirittura 1,60.

Ma poi è esplosa la bolla di Atene. Com'è giusto. Quando uno Stato falsifica i conti viene punito dai mercati. A suscitare giustificate perplessità è la drammatizzazione della crisi; è il tentativo di estendere il contagio al Portogallo e alla Spagna, sulla base non di fatti accertati, ma di voci, ipotesi, stime, scanditi dagli annunci di Moody's, Standard & Poor's, Fitch, ovvero dalle agenzie di rating che nel 2006 davano triple A ai bonds basati sui mutui subprime.

Tre agenzie che non dovrebbero nemmeno esistere, tanto sono screditate; eppure sono proprio loro, con straordinario tempismo, ad indicare la strada agli speculatori. Che senso ha annunciare, nelle fasi cruciali della crisi greca, che il Portogallo potrebbe subire un lieve downgrading? Perché aggiungere un meno al debito spagnolo in assenza di nuovi elementi? Strane agenzie. Distratte con Lehman, Citigroup, Enron, inflessibili ed esasperanti con Atene, Madrid, Lisbona. Il doppiopesismo impera.

Mi chiedo: che rapporti intrattengono con gli hedge funds? E con la Federal Reserve di Bernanke? E con il Tesoro dell'ammanigliato Geithner? Perché Obama non le ha ancora riformate? Perché l'Europa non crea una propria autorità di controllo?

Gli unici incontestabili giudici sulla qualità del debito continuano a essere tre società inaffidabili. Detengono un potere enorme, ingiustificato. Agiscono in una zona grigia, senza contrappesi, senza concorrenza. E in queste ore contribuiscono in modo decisivo a indebolire l'euro, moltiplicare i dubbi sulla sua tenuta, e dunque rivalutare miracolosamente l'indebitatissima America.

Di fronte a un'Europa che potrebbe esplodere, molti investitori sono indotti a pensare che tutto sommato siano meglio i Treasury bonds Usa. Un'operazione raffinata che sfrutta la forza dirompente della speculazione e la psicologia dei mercati. Con un obiettivo: sfiancare l'euro per salvare il dollaro.

2- SOCGEN ESPOSTA PER 3 MILIARDI...
Dal "Giornale"

Société Générale è esposta per 3 miliardi di euro al debito pubblico greco. Lo ha reso noto la banca francese nell'annunciare i conti del primo trimestre 2010 che hanno registrato profitti sopra le attese. La stessa banca prevede, inoltre, una ripresa duratura dei propri risultati finanziari nel 2010. «Siamo fiduciosi di poter raggiungere gli obiettivi dell'anno in corso - si legge in una nota - e anticipiamo un rimbalzo duraturo». Il gruppo è poi «tranquillo» riguardo al raggiungimento delle previsioni di profitto per quest'anno, di 3 miliardi di euro, ha aggiunto un portavoce.

L'utile netto dell'istituto francese è salito a 1,1 miliardi nel primo trimestre, su attese di mercato, raccolte da «Reuters», per 614 milioni. Nel primo trimestre dell'anno scorso gli utili avevano fatto segnare una perdita di 278 milioni. Le attività di corporate e investment banking hanno assicurato profitti netti per 541 milioni nel trimestre, grazie al miglioramento generale delle condizioni di mercato, che hanno garantito un incremento dei ritorni sull'azionario e una diminuzione delle svalutazioni di asset tossici.

Tra un mese Société Générale svelerà il piano con le proprie strategie future. Intanto, in una giornata di forte tensione del mercato per via dei timori legati alla crisi greca, ieri il titolo della banca ha chiuso in flessione del 5,6%, a 38,62 euro, il minimo dal 19 febbraio.

 [06-05-2010]

LA SPECULAZIONE AMERICANA ALL’ATTACCO DELL’EURO - MOODY’S INNESCA IL PANIC SELLING SULLE BANCHE ITALIANE: -4,2% MILANO -8% MEDIOBANCA, -7% INTESA E UNICREDIT - Gli analisti parlano di "rischio Paese" - "Il mercato con queste vendite sembrerebbe dare per scontato un eventuale taglio del rating sovrano italiano" -- L’EURO SOTTO 1,27 SUL DOLLARO MA È SEMPRE SOPRAVVALUTATO?... MOODY'S INNESCA PANIC SELLING SULLE BANCHE ITALIANE: -4,2% MILANO -8% MEDIOBANCA, -7% INTESA E UNICREDIT
Radiocor - Piazza Affari sotto attacco colpita dalle perdite verticali degli istituti bancari. Il rischio contagio per il sistema bancario europeo espresso da Moody's hanno innescato le vendite diventate molto consistenti nel pomeriggio. Il Ftse Mib, arrivato a perdere oltre il 6%, ha chiuso a -4,27%. Mediobanca ha ceduto l'8%, Intesa Sanpaolo il 7,7%, Unicredit il 7,4%

2 - BORSE EUROPEE A PICCO, CROLLA MILANO DEL 4,3%: MINIMI DAL LUGLIO 2009
il giornale.it

Moody's, i timori per una possibile espansione della crisi greca e la decisione della Bce di non tagliare i tassi di interesse. Le borse europee hanno chiuso in forte calo. A Parigi il Cac40 è sceso a 3556.11 punti con un calo dell'2,2%, l'Ftse 100 di Londra è peggiorato dell'1,52% a 5260.99 punti e lo Smi di Zurigo ha perso l'1,12% ed è a quota 6376.12 punti. Il Dax di Francoforte segna infine 5908.26 punti, lo 0,84% in meno rispetto alla chiusura di ieri. A Milano la "maglia nera". L'Ftse Mib ha perso il 4,27% a 19483.93 punti dopo aver toccato un 'rossò di oltre il 5%.

Piazza Affari affonda Giovedì nero per la Borsa valori di Milano, trainata al ribasso dalle banche dopo l'allarme lanciato da Moody's sul rischio che la crisi greca contagi il sistema bancario europeo. L'indice Ftse Mib ha perso il 4,27% e, tornando a scendere sotto i 20 mila punti (a 19.483), si è riportato ai livelli di luglio 2009, bruciando i guadagni di dieci mesi.

Giù anche l'All Share, -4,03% a 20.137 punti. Crollo dell'intero comparto bancario, con il titolo di Intesa San Paolo che è stato sospeso in asta di volatilità negli ultimi minuti di scambi. In forte ribasso anche Telecom dopo la diffusione dei dati sul primo trimestre 2010.

Giù gli assicurativi e gli energetici. In controtendenza Pirelli che sale, premiata dagli analisti dopo l'atteso annuncio dello spin-off dell'immobiliare, arrivato martedì sera a mercato chiuso. "Il mercato con queste vendite sembrerebbe dare per scontato un eventuale taglio del rating sovrano italiano", ha commentato a freddo un trader nelle sale operative. Gli analisti parlano di "rischio Paese": l'Italia, insomma, viene considerata a pericolo di contagio della crisi del debito della Grecia. Qualcuno ritiene si tratti di panic selling.

3 - PIAZZA AFFARI NEL MIRINO DELLA SPECULAZIONE, CROLLANO I TITOLI BANCARI
sole24 ore.com

Ore 16.13 Piazza Affari inizia uno dei suoi peggiori finali di seduta degli ultimi anni. L'indice di riferimento il Ftse Mib, dove pesano fortemente i titoli bancari, rompe la soglia psicologica dei 20.000 punti e sprofonda quasi fino a 19.100 punti. Arriva a perdere oltre il 5%, per chiudere in calo del 4,27% a 19.483,93 punti

Una piccola tempesta perfetta fatta costituita da un mix di fattori: i rumors di un taglio del rating da parte di S&P's sull'Italia -ipotesi quest'ultima smentita e comunque assurda in quanto l'outlook sul nostro paese è stabile e quindi non può esserci un taglio del merito di credito; il giudizio di Moody's, arrivato ben dopo quello di S&P's di alcuni giorni fa, sulla possibilità di un contagio del problema del debito anche all'Italia; lo scattare degli stop-loss legati alla soglia dei 20.00 punti con la conseguente chiusura di molte posizioni; i timori conseguenti alla riduzione, seppur minima, delle stime di crescita operate dal governo sul 2010 e 2011 (una già bassa crescita, ancora più ridotta, pone il problema del consolidamento del debito sovrano); infine, la speculazione che non aspettava altro che il momento giusto per sparare le proprie cartucce.

Seduta contratasta per le altre principali Borse europee. Dopo una partenza in netto calo per la tensione legata alla crisi di Atene i listini hanno recuperato terreno per, poi, scendere sotto la soglia della parità. In mattinata una nota di Moody's ha diffuso nervosismo sui mercati. Secondo l'agenzia di rating c'è il rischio che la crisi finanziaria greca possa contagiare anche i sistemi bancari di alcuni dei principali paesi europei. I paesi più a rischio di contagio sono il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda e la Gran Bretagna. Ieri è stata la giornata più nera per Atene dall'inizio della crisi. La rabbia dei cittadini greci contro il piano di austerity del governo Papandreou è sfociata in violenti scontri di piazza che hanno fatto anche tre morti. Oggi si attendono altri cortei e manifestazioni nel paese.

LA BCE MANTIENE FERMI I TASSI
Con l'area euro di nuovo assediata dalle tensioni dei mercati, la Banca centrale europea mantiene i tassi di interesse inchiodati al minimo storico dell'1 per cento. La decisione è stata comunicata dal Consiglio direttivo, che oggi si è riunito in trasferta a Lisbona, una delle capitali dei paesi, assieme alla Grecia, considerati anelli deboli dell'Unione monetaria sulla deriva dei conti pubblici.

BUONA DOMANDA ALL'ASTA DEI BOND SPAGNOLI
Le borse europee sono state penalizzate in avvio dal tonfo della Borsa di Tokyo (-3,27%) e soprattutto Shanghai (-4,1%) che ha fatto segnare la peggiore flessione in termini percentuali dal 19 aprile. Gli operatori temono ulteriori misure restrittive da parte della banca centrale, dopo la stretta sui depositi obbligatori degli istituti di credito decisa a inizio settimana.

C'è il timore inoltre che la crisi di Atene si possa estendere ad altri paesi del Sud Europa dopo che l'agenzia di rating Moody's ha messo sotto osservazione il rating del Portogallo. Segnali positivi intanto arrivano dall'asta dei titoli di Stato spagnoli. Sono stati collocati titoli per 2,345 miliardi di euro a fronte di una domanda di 5,522 miliardi. Il rendimento medio è stato del 3,532% con un rendimento massimo del 3,58%. Nell'asta precedente il rendimento medio era stato del 2,816% con un massimo del 2,842%.

È il primo grosso collocamento di titoli pubblici dopo il taglio del rating da parte di Standard And Poor's. Gli indici FTSE Mib e FTSE IT All Share di Piazza Affari sono in calo. Il Cac40 di Parigi e il Dax30 di Francoforte sono in rialzo. Giù il FTSE 100 di Londra . In calo Wall Street: il Dow Jone perde lo 0,25%, il Nasdaq lo 0,4% e l'S&p500 lo 0,34 per cento.

I TITOLI A PIAZZA AFFARI
Sul listino di Piazza Affari le vendite colpiscono i finanziari, a partire da Azimut, Banco Popolare, Fondiaria Sai e Mediobanca. Giù anche i titoli dell'energia con A2a, Eni e Saipem che soffrono la debolezza del petrolio. Il prezzo è tornato a scendere dopo lo scivolone già accusato ieri. Un barile di petrolio Wti con consegna a giugno viene trattato questa mattina a 78,87 dollari, in ribasso di 1,10 dollari rispetto alla chiusura di ieri. Si tratta del livello più basso dal primo di marzo. Risalgono invece Geox, Unicredit e Fiat, promossa da Nomura. Tiene botta Tenaris grazie all'utile trimestrale calato meno delle attese.

Euro ai minimi da marzo 2009
Ancora sotto pressione l'euro che, dopo un avvio in recupero, ha invertito la rotta iniziando un netto calo (leggi l'analisi a cura del Sole24Ore.com). La moneta unica è scesa per la prima volta in oltre due mesi sotto la soglia di 120 yen a 119,79 da 121,36 della chiusura di ieri. È il livello più basso dal 12 marzo 2009.

4 - L'EURO SOTTO 1,27 SUL DOLLARO MA È SEMPRE SOPRAVVALUTATO?
Vittorio Carlini
per Sole24 ore.com

Se ad un marziano fosse fatto vedere il grafico dell'euro contro il dollaro, a partire dal 2000 fino ad oggi, la sua conclusione sarebbe una sola: la divisa unica europea non è certo debole, né sottovalutata. Nel 2002 valeva attorno a 0,8 dollari e, superata definitivamente la parità solo nel 2003, a fine 2006 viaggiava attorno a quota 1,2 dollari.

Certo, alla chiusura del 22 luglio 2008 aveva raggiunto quota 1,558, e oggi ha toccato nell'intraday un livello sotto 1,27, cioè il minimo dal marzo 2009. Ma al marziano quest'ultimo valore sembrerebbe sempre una quotazione, seppur non alta, almeno "robusta".

Al contrario giornali, e anche molti operatori, parlano sempre e solo di euro in crollo verticale. Dall'altra parte dell'Oceano, invece, siti finanziari importanti come Marketwatch si domandano: «Misteri della crisi sul debito, chi sostiene l'Euro?».

L'euro è ancora sopravvalutato?
Certo, non c'è proprio totale obbiettività nel giornalismo americano su questi argomenti. E certo, il marziano non conosce tutta la "narrazione economico-sociale" che, soprattutto negli ultimi tre anni, ha caratterizzato sia l'Europa sia gli Stati Uniti. Tuttavia la domanda, diciamo pure la provocazione, ci può stare: l'euro, anche a fronte dell'incendio greco non domato e al rischio contagio sul fronte del debito nei paesi del Sud Europa, non è sopravvalutato?

Le risposte degli esperti
«In un certo qual senso sì -risponde Roberto Mialich, esperto valutario di UniCredit -. L'euro potrebbe scendere ancora, pur rimanendo in un contesto di forza. A ben vedere nei mercati valutari, a differenza di quelli azionari, non esiste un fair value per la moneta. Tuttavia, si può tentare di capire a quale livello di cross beni uguali hanno un prezzo uguale. Si tratta di utilizzare modelli che sfruttano variabili quali, per esempio, il deflatore del Pil (cioè il rapporto tra Pil nominale e quello reale, ndr), il costo del lavoro per unità di prodotto e l'inflazione core». E cosa salta fuori? «Che un valore equo dell'euro, nei confronti, del dollaro dovrebbe essere situato nell'intervalo tra 1,12 e 1,17 dollari». Quindi, al di sotto dell'attuale quotazione.

Non è della stessa opinione Ronny Hamaui, docente di mercati monetari internazionali all'università Cattolica di Milano. «L'idea di una sopravvalutazione non mi convince», dice. Per quale motivo? «Se così fosse dovremmo avere una diversa situazione delle partite correnti tra le due sponde dell'oceano Atlantico. L'Europa può vantare un surplus, che indica la forza dell'export; al contrario, gli Stati Uniti vantano un deficit. Si tratta di una combinazione che, a fronte di un euro realmente forte, non avrebbe possibilità di esistere».

«Non vedo una divisa unica europea particolarmente sopravvalutata - afferma da canto suo Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria -. In particolare poi, nell'analizzare i dati, non si può prescindere dal contesto in cui si concretizzano. Negli ultimi anni c'è stata una forte diversificazione, per esempio da parte dei fondi sovrani, sul fronte valutario: è stato abbandonato il dollaro come unica moneta in favore di altre divise», tra cui l'euro. Un trend che, giocoforza, spinge verso l'alto le quotazioni della moneta di Eurolandia: i valori del cross attuale, quindi, non possono considerarsi bassi.

La mancanza di fiducia
Al di là della discussione sul "giusto valore" del cambio, gli esperti trovano una certa concordia nell'analisi su quello che può essere oggi il vero problema dell'euro: la mancanza di fiducia. Già la fiducia: un elemento "impalpabile", difficile da quantificare. Con cui, però, i mercati già dopo il crack-Lehman hanno dovuto fare i conti: gli istituti finaziari non si fidavano più l'una dell'altra tanto da non volersi prestare il denaro. Così, nonostante l'enorme liquidità "pompata" dalle banche centrali, il mercato interbancario si è bloccato.

Adesso come allora, si rischia l'effetto avvitamento. «Oggi -dice Hamaui - non contano tanto i fondamentali: la moneta è considerata alla stregua di un normale asset finanziario il cui valore relativo è fortemente influenzato dalla ricerca di un porto sicuro. Dall'inizio della crisi, ogni qualvolta c'è stata una tensione legata all'economia americana l'euro è cresciuto; viceversa quando, come negli ultimi giorni, si diffonde il timore sul debito dei paesi europei i flussi di capitali lasciano Eurolandia. Si va, insomma, alla ricerca di un asset in grado di conservare il proprio valore».

Parla di fiducia anche Mialich: «In questo momenti i mercati non si fidano della possibilità che la situazione possa stabilizzarsi: i rendimenti dei tassi», per esempio dei bond greci, «sono tornati allo stesso livello ante-crisi, prima che il pacchetto di misure a favore di Atene fosse adottato. È un po' come se fosse successo niente».

Ma a queste accezione fiducia negativa, si può oppore "a contrariis", una confidence intesa quale consapevolezza che : «Non ci sono alternative - come sottolinea Paolazzi -. Si parla di euro a due velocità, addirittura di un euro limitato a pochi paesi. Ma questo vorrebbe dire costi enormi; vorrebbe dire che salta anche il mercato unico. Una strada che non mi sembra percorribile». Una divisa sostenuta artificialmente?

La via, invece, che i flussi monetari sembrano, almeno negli ultimi giorni, imboccare è quella verso il safe-haven tedesco. Ieri, il Bund future quotato al circuito Eurex di Francorte è passato di mano, in chiusura, a 126,43 centesimi, guadagnando lo 0,73% rispetto alla giornata di mercoledì che già aveva registrato un rialzo notevole.

«Questo trend - dice Adam Boyton, esperto valutario di Deutsche Bank - è una delle motivazioni per cui l'euro non ha preso con fermezza la rincorsa verso il basso», nonostante i dati della Commodity Future Trading Commission mostrino che le posizioni short su Eurolandia siano a livelli record. «È un po' come ci fosse una mano invisibile -fa da eco Mike Malpede, capo analista di Easy Forex a Chicago - che tiene su il tutto. Non ho prove, ma forse chi guarda alle banche centrali europei può trovare i "colpevoli"».

«Io non ho sentore di una simile strategia degli istituti centrali europei -ribatte Mialich -. Piuttosto, si può parlare di interventi su basi locali». In che senso? «Certamente la banca centrale svizzera ha messo in campo delle operazioni per sostenere l'euro verso il franco. Gli svizzeri, che hanno gran parte del loro export focalizzato sull'unione europea, non possono permettersi una moneta unica troppo debole. Così intervengono». Un'operazione che può avere un effetto più ampio oltre il franco svizzero? «Non credo. Le masse monetarie che si muovono sul mercato valutario sono enormi. Una sola strategia non ha questa forza».

06-05-2010]

 

 

1- LA GRANDE EUROTRUFFA DEGLI “UNTORI” DI MOODY’S CHE SI SONO GIÀ SCORDATI DEI CLAMOROSI ERRORI DI TRE ANNI FA QUANDO ATTRIBUIVANO VOTI POSITIVI AI TITOLI DI FANNYMAE E FREDDYMAC, E CINQUE GIORNI PRIMA DEL CROLLO DEL COLOSSO IMMOBILIARE SI CHIEDEVANO SE LEHMAN BROTHERS ANDASSE DECLASSATA OPPURE PROMOSSA - 2- NELLE DIECI PAGINETTE DI MOODY’S SI PARLAVA ANCHE DELLE BANCHE IRLANDESI E INGLESI, E QUESTA CITAZIONE DOVREBBE FAR RIZZARE I CAPELLI PERCHÉ CHIAMA IN CAUSA I DATI SPAVENTOSI DEL DEBITO CHE PESA SU QUESTI STATI. QUEST’ANNO IL DEFICIT DI BILANCIO DI IRLANDA E GRAN BRETAGNA È STATO PARI A QUELLO DELLA BISTRATTATA GRECIA (12% RISPETTO AL PIL), MA NON BASTA PERCHÉ LA SITUAZIONE PIÙ GRAVE IN TUTTO IL MONDO È QUELLA DELL’INGHILTERRA CHE NON SOLO HA AVUTO UN DEFICIT DI BILANCIO DEL 12,6%, MA È IL PAESE CON PIÙ DEBITI AL MONDO: 469% DEL PIL - 3- TUTTO PER NASCONDERE IL VERO MALATO DEL PIANETA, GLI STATI UNITI. DOVE IL DEBITO COMPLESSIVO (360% DEL PIL) E IL DEBITO PUBBLICO SONO DA ALLARME ROSSO. È IN ROSSO IL BILANCIO FEDERALE, MA ANCHE QUELLO DEGLI STATI DELL’UNIONE (180 MILIARDI DI DEFICIT) E DI MOLTE CITTÀ COME LOS ANGELES DOVE IERI TRA L’ALTRO SONO FINITI I SOLDI - 4- MENTRE LA CASA BRUCIA, banche E ABI LITIGANO E IL federalismo può finire nel nulla

Con un tempismo degno della peggior causa l'ufficio italiano di Moody's, l'agenzia di rating che ieri ha fatto crollare i mercati, ha organizzato per oggi a Milano un incontro con gli investitori sul tema "Rischio sovrano e locale in Europa: quiete dopo la tempesta?".

Ci vuole davvero una bella faccia tosta per presentarsi con questa domanda davanti agli analisti coperti di bolle e di cerotti per le ferite provocate dal report "speciale" di 10 paginette che ieri ha messo con il culo per terra alcuni Stati europei e milioni di risparmiatori.

È evidente che gli operatori di Moody's nei loro uffici milanesi di Corso Porta Romana non leggono i giornali e non tengono d'occhio i monitor della Borsa come fanno i ragazzi dalle bretelle rosse di piazza Affari e della City. Oggi sul "Corriere della Sera" c'è un articolo di Federico Fubini che li definisce gli "untori" per il loro tempismo perfetto nel pubblicare commenti "non richiesti, non annunciati e non necessari" quando le Borse sono aperte.

Gli uomini di Moody's se ne fregano di questa etichetta e si sono già scordati dei clamorosi errori di tre anni fa quando attribuivano voti positivi ai titoli di FannyMae e FreddyMac, e cinque giorni prima del crollo del colosso immobiliare si chiedevano se Lehman Brothers andasse declassata oppure promossa. Anche oggi possono stare tranquilli perché a Milano non scatterà nessuna caccia agli untori come avvenne nel 1630 per la peste descritta dal Manzoni.

Certo, va detto che quando William e Sarah Moody concepirono il figlio John che nel 1909 fondò la società di rating, non pensavano di aver messo al mondo una creatura così avventurosa. Il piccolo John era il primo di cinque fratelli, uno dei quali di nome Edmund morì a Messina per la febbre da tifo. Adesso la febbre attraversa i mercati e li contagia in modo devastante fino a punto da suscitare lo sdegno dei governi e della parte del mondo estranea alla speculazione selvaggia.

Di fronte al massacro che oltre ai titoli fa crollare addirittura gli Stati, c'è qualcuno a Milano che cerca di reagire, e lo fa con le piccole armi a disposizione. Un esempio viene dal quotidiano "MF" che dopo aver definito una mascalzonata il report irresponsabile emesso da Moody's ieri pomeriggio alle 15,15, propone una raccolta di firme per avviare una grande class action nei confronti degli uomini in grigio che lavorano a Corso Porta Romana, al numero 1 di Canada Square a Londra e nel New Jersey, dove si trova il quartier generale dell'agenzia di rating.

L'iniziativa del quotidiano Paolo Panerai è lodevole ma debole e ricorda la fionda di Davide contro Golia. La realtà è che nella caccia all'untore ci vorrebbero armi pesanti, capaci di contrastare i giochetti speculativi che partono dagli Stati Uniti e puntano chiaramente a far saltare la stabilità dei mercati e dell'euro.

La voglia di sangue specula sul ventre molle dell'Europa e diventa una valanga che si autoalimenta picchiando sulle divisioni tra i paesi europei e sulla debolezza degli organismi preposti a controllare i mercati (in primo luogo quella BCE guidata in maniera terribilmente incerta dal francese Trichet).

Per la terza volta in sole due settimane, Moody's e le agenzie di rating anglosassoni hanno bombardato i mercati finanziari. Il tutto è avvenuto a mercati aperti e ieri è stata la volta dell'Italia con il crollo delle maggiori banche e delle compagnie di assicurazione. Però a ben guardare, dentro il comunicato di Moody's che solo verso le 19 un anonimo portavoce ha cercato di ammorbidire, c'era una significativa novità.

Nelle dieci paginette si parlava infatti anche delle banche irlandesi e inglesi, e questa citazione dovrebbe far rizzare i capelli perché chiama in causa i dati spaventosi del debito che pesa su questi stati. Quest'anno il deficit di bilancio di Irlanda e Gran Bretagna è stato pari a quello della bistrattata Grecia (12% rispetto al Pil), ma non basta perché la situazione più grave in tutto il mondo è quella dell'Inghilterra che non solo ha avuto un deficit di bilancio del 12,6%, ma è il paese con più debiti al mondo: 469% del prodotto interno lordo.

A poca distanza segue il Giappone che non sta messo molto meglio (459% sul Pil per i debiti totali).

Rispetto a questi dati il debito pubblico italiano del 120% rispetto al Pil è assolutamente modesto ed è questa la bandiera che sventola Giulietto Tremonti quando difende la stabilità del nostro Paese. Anche lui ieri si è sdegnato per le dieci paginette di Moody's, ma per la prima volta ha ammesso davanti alla Camera deserta che il rischio del contagio esiste.

Se qualcuno vuole spingersi più in là deve guardare al vero malato del pianeta, cioè agli Stati Uniti dove il debito complessivo (360% del Pil) e il debito pubblico sono da allarme rosso. È in rosso il bilancio federale, ma anche quello degli stati dell'Unione (180 miliardi di deficit) e di molte città come Los Angeles dove ieri tra l'altro sono finiti i soldi.

Per non parlare poi dei debiti delle agenzie pubbliche di mutui immobiliari FannyMae e FreddyMac che assommano a 5mila miliardi, e soprattutto della necessità di finanziare nei prossimi anni le pensioni e la sanità per circa 41mila miliardi di dollari. I fondi pensione americani sono andati a picco. Secondo una ricerca appena pubblicata dalla Stanford University, lo squilibrio tra il patrimonio dei soli fondi pensione dei dipendenti pubblici della California e le prestazioni da erogare è di 500 miliardi di dollari (come ricordava giorni fa l'economista Vladimiro Giacchè in un articolo pubblicato su "Il Fatto").

Con questa montagna di debito pubblico si può ipotizzare che in un prossimo futuro gli Usa e la Gran Bretagna potrebbero subire dai ragazzi di Moody's e di Standard&Poor un abbassamento del la loro pagella. E l'esito delle elezioni inglesi appena concluse fa pensare a uno stallo politico inquietante che lascia un varco immenso per un attacco in gran forze alla sterlina e al debito inglese.

In pratica si potrebbe ripetere lo scenario del '92 quando George Soros mandò a picco la moneta della Regina. Gli elettori della Gran Bretagna hanno scelto di non scegliere (come scrive oggi Andrea Romano sul "Sole 24 Ore") e questa instabilità può alimentare un contagio di dimensioni apocalittiche.

Se questo avverrà la crisi del debito sovrano attraverserà l'Oceano e finirà in quell'America che tre anni fa ha mandato a picco Wall Street e messo in crisi l'economia del mondo. In pratica potrebbe finire dove tutto è cominciato, cioè nell'Impero del Debito.

A questo punto c'è da chiedersi che cosa potrebbe succedere in Italia nei prossimi mesi. Mettiamo da parte la supponenza di alcuni economisti come Giacomo Vaciago che ancora ieri sera nello studio di Sky ironizzava sulla Grecia ("ci sono voluti sei mesi per scoprire le loro truffe") e sulla Germania dove i politici parlano troppe lingue. E dimentichiamo anche le ovvietà di quell'altro economista dalla cravatta di seta rosa Gian Maria Gros Pietro, che dopo aver lasciato la poltrona di Autostrade, nello studio televisivo di Sky strizzava l'occhio alla bravura di Giulietto Tremonti.

Piuttosto c'è da chiedersi se nelle condizioni della finanza pubblica italiana che ha retto per la barra dritta del ministro di Sondrio, si possa attuare la riforma delle riforme, quel federalismo fiscale che sta tanto a cuore al Carroccio. C'è chi ne dubita, e tra questi l'economista fighetto della Bocconi, Tito Boeri, che in un articolo su "Repubblica" spiega chiaramente come in una congiuntura di questo tipo il federalismo fiscale potrebbe essere archiviato.

Soprattutto - spiega Boeri - perché finora il governo ha pensato con Giulietto Tremonti di stringere i cordoni e mettere il fieno in cascina per realizzare la riforma, ma non ha spiegato quanto costa questa rivoluzione che sta tanto a cuore a Umberto Bossi. Di fronte a un dilemma di questo genere Giulietto appare forte e debole al tempo stesso. È forte per il rigore che lo stesso Boeri gli riconosce nella gestione della spesa, ma è debole perché se non porta avanti la riforma delle riforme il primo a mollarlo saranno i suoi amici della Lega.

Un discorso a parte merita infine il mondo delle grandi banche e dell'Abi. Lo spettacolo che stanno dando queste roccaforti del credito è sconcertante. Mentre il titolo di IntesaSanPaolo veniva sospeso in Borsa, ieri pomeriggio il presidente Bazoli ha speso il suo tempo in un lungo colloquio per convincere Rosalba Casiraghi e altri riottosi consiglieri a sciogliere il nodo della penosa battaglia con i torinesi del SanPaolo. Da parte sua Alessandro Profumo tace e non lo fa certo per pavidità, ma perché trema all'idea che il vento dell'Ovest e il vento dell'Est travolgano il suo impero.

Milioni di risparmiatori guardano ai colossi delle banche che in pochi giorni hanno perso un quarto del loro valore patrimoniale e qualche stupido si aspetterebbe che l'Abi lanciasse qualche messaggio di fiducia verso chi non sa se i propri risparmi diventeranno spazzatura. Ma questo è chiedere troppo al vetusto Corrado Faissola perché in questo momento gli traballa la poltrona per colpa del boccoluto Mussari di MontePaschi e del candidato dell'ultima ora, Giampiero Nattino, il presidente di Banca Finnat.

Il mondo delle banche è troppo preso dalle proprie beghe per lanciare una campagna di fiducia e spendere qualche euro sui giornali per dare un segno di tranquillità.

Accontentiamoci quindi delle parole di Draghi, di Giulietto Tremonti e perfino di Berlusconi che ieri è riuscito a distrarsi per un attimo dalle beghe di Sciaboletta Scajola e di Denis Verdini. E speriamo che Moody's, l'agenzia creata dal piccolo John agli inizi del ‘900, non porti l'Italia, l'Europa e l'America dentro l'abisso. Con la faccia tosta che distingue i suoi manager già questa mattina ha detto che l'Italia non è tra i paesi più a rischio.

Anche gli untori hanno un'anima. [07-05-2010]

 

 

 

#1- LE GRANDI BANCHE AMERICANE CONTINUANO A TRUCCARE I CONTI. E NON DI POCO: ABBELLISCONO I PROPRI BILANCI NASCONDENDO IL 42% DEI PROPRI DEBITI - #2- UNA TRUFFA? IN QUALUNQUE PAESE OCCIDENTALE SÌ. ACCADESSE IN ITALIA, IN GERMANIA O IN SVIZZERA, TUTTI GRIDEREBBERO ALLA SCANDALO. MA IN AMERICA NO - #3- DALLE PARTI DI OBAMA, TUTTI FANNO FINTA DI NIENTE E I MANAGER INCASSANO SUPERBONUS – SONO GLI STESSI TRUCCHETTI CHE HANNO PORTATO AL TRACOLLO DELLA BANCA D'AFFARI LEHMAN BROTHERS, E NESSUNO FA NIENTE PER BLOCCARLI -

 

Marcello Foa per "il Giornale"

 

La grandi banche americane continuano a truccare i conti. E non di poco: abbelliscono i propri bilanci nascondendo il 42% dei propri debiti qualche ora prima della presentazione dei risultati trimestrali. Una truffa? In qualunque Paese occidentale sì. Accadesse in Italia, in Germania o in Svizzera, tutti griderebbero alla scandalo. Ma in America no.

Dopo il crash della Lehman, le autorità americane promisero l'inizio di una nuova era per arginare gli eccessi e impedire gli abusi che nell'ottobre 2008 portarono il mondo sull'orlo della catastrofe finanziaria. In realtà nulla è cambiato. Nulla. Non solo le grandi riforme sono rimaste nel cassetto, ma né l'amministrazione Obama, né il Congresso, né le autorità di controllo di Borsa in questi 18 mesi hanno trovato il tempo per modificare alcune semplicissime norme, che avrebbero consentito, da subito, più trasparenza e correttezza. Così il Repo 105, come viene chiamato l'accorgimento che consente agli istituti americani di falsare i bilanci, è rimasto in vigore.

 

La notizia, incredibile, è stata rivelata dal Wall Street Journal, che ha citato fonti della Federal Reserve. E non è stata smentita. Negli ultimi cinque trimestri, i principali istituti statunitensi e in particolare Goldman Sachs, Morgan Stanely, JP Morgan Chase, Bank of America, Citigroup (ovvero i soliti noti) hanno abbassato artificialmente il proprio livello di indebitamento.

Il meccanismo funzionava così: ogni tre mesi, nell'imminenza della presentazione dei conti i debiti, venivano mascherati, utilizzando accorgimenti contabili per sopravvalutare le sofferenze o, addirittura, piazzando quelle più ingenti fuori bilancio. In questo modo la dirigenza della banca riusciva a presentare agli analisti conti molto migliori del previsto. Passata la prova, il bilancio veniva rimesso in ordine, salvo ripetere lo stesso giochino tre mesi dopo. Con il consenso della Federal Reserve, che chiude gli occhi da nove anni.

 

Già, perché la pratica è tollerata dal 2001, sebbene sia diventata diffusa e sistematica solo dalla fine del 2008. Si spiega così la performance degli istituti di credito, che pur non avendo ricapitalizzato e a dispetto, di nuove colossali sofferenze (vedi la voragine dei mutui sugli immobili commerciali), sono tornate ad essere miracolosamente in salute, trainando al rialzo il Dow Jones, che venerdì ha superato quota 11mila.

 

Proprio questa settimana le banche presenteranno i conti e non è difficile prevedere, come già annunciano gli analisti, nuove piacevoli sorprese. Per gli azionisti e, ovviamente, per i manager delle banche che dopo aver incassato nel 2009 bonus per 149 miliardi di dollari, già assaporano un'altra annata da ricordare. D'altronde chi non sarebbe capace di macinare utili se avesse l'opportunità di accantonare al momento giusto quasi la metà del proprio debito?

 

Nel fine settimana alcune banche hanno reagito all'articolo del Wall Street Journal. Goldman Sachs ha precisato che la riduzione del debito è stata di appena il 24%; Jp Morgan non ha indicato cifre ma ha spiegato che il 42% citato dal Wall Street Journal era a suo giudizio esagerato; Bank of America ha assicurato che i suoi sforzi per equilibrare il debito erano «appropriati» e ha spiegato che l'investitore può consultare liberamente anche i dati sull'indebitamento medio. Tutte hanno dichiarato di essere perfettamente in regola. E il dramma è che lo sono davvero.

 

La Sec, ovvero l'ente di controllo di Borsa, lascia correre, come, peraltro, faceva con Madoff e Bear Stearns e Lehman Brothers. Quando quest'ultima saltò per aria, fu accusata di aver ingannato gli investitori per aver rimosso dal bilancio, temporaneamente, passivi per ben 50 miliardi di dollari. Tutti deplorarono l'utilizzo del Repo 105.
È passato un anno e mezzo e il Repo 105 è più in voga che mai. Lo usano ben 18 istituti. I più grandi, più prestigiosi, quelli che fanno tendenza. Tra gli urrah di Wall Street. Una situazione a dir poco sconcertante.

[12-04-2010]

 

 

obama ha osato l'inosabile: sbattere al muro l'intoccabile goldman sachs - non solo una banca d'affari ma la più potente lobby al mondo della finanza, mostruosa "loggia massonica del denaro" che ha sfornato, alla faccia del conflitto di interessi, ministri e governatori, che avevano il compito di combattere ciò che avevano creato (derivati e subprime), capace anche di bruciare rivali come Lehman BRos. mandando a ramengo l'economia globale...

Massimo Gaggi per il Corriere della Sera

«Sempre più debiti, sempre più esposizione nel sistema. Prima o poi tutto l'edificio verrà giù. In mezzo a questa sarabanda di transazioni esotiche, messe in piedi senza nemmeno capire la loro mostruosità, sopravvivrà solo il fabulous Fab». Così si firmava in una delle sue mail Fabrice Tourre, giovane vicepresidente della Goldman Sachs incriminato per frode, insieme alla sua banca, la più prestigiosa istituzione di Wall Street. Almeno fino a ieri.

In un Paese sano non ci sono centri di potere intoccabili. La decisione presa dalla Sec, la Consob Usa, di incriminare il sancta sanctorum della finanza americana dimostra che - con tutti gli errori e le cadute - gli Stati Uniti hanno ancora un sistema immunitario che funziona, con meccanismi di controllo e di bilanciamento dei poteri che ha pochi uguali nel mondo.

L'Amministrazione Obama era stata accusata di aver rinunciato a perseguire i responsabili del disastro finanziario che ha fatto precipitare l'America e il mondo nella più spaventosa recessione degli ultimi 80 anni: un presidente che abbaia alla luna accusando Wall Street mentre salva le banche coi soldi dei contribuenti.

Comincia a emergere una realtà diversa: non solo quei salvataggi si stanno rivelando assai meno onerosi del previsto, ma cominciano ad arrivare a destinazione anche le indagini delle istituzioni di controllo del sistema. Authority non ancora riformate dal Congresso - fin qui bloccato da conflitti politici e dalla guerriglia delle lobby finanziarie - ma che, affidate a una nuova generazione di professionisti, hanno ricominciato a muoversi con determinazione, a indagare in modo accurato.

Goldman Sachs, legittimamente, rivendica la correttezza dei suoi comportamenti. Ma, negando che con le sue gigantesche speculazioni sui mutui subprime e le scommesse fatte contro gli investimenti eseguiti per conto dei suoi stessi clienti si è infilata in un gigantesco conflitto d'interessi, l'istituto si illude di vivere ancora in un mondo disposto a considerarlo al di sopra di ogni sospetto. Un mondo nel quale per decenni i capi della banca sono diventati ministri repubblicani o democratici (il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, che ha lasciato la Goldman nel 2005, non si è mai occupato delle vicende divenute oggetto di indagine).

Il clima oggi è completamente diverso: un cambiamento che sicuramente giunge in ritardo, visto che in passato i moniti non erano mancati. A partire dalla fine degli anni 80 quando John Kenneth Galbraith invitò a non riprodurre a Wall Street i meccanismi della moltiplicazione dell'esposizione finanziaria che avevano provocato il Grande Crollo del 1929.

Allora, come ricostruito dall'economista nel suo celebre saggio su quella crisi, una delle principali responsabili del disastro fu proprio la Goldman, con i suoi investment trust, piramidi finanziarie verso le quali venivano indirizzati gli investitori, mai informati che all'interno di quelle costruzioni c'era solo il vuoto.

Dopo il crollo le piramidi furono messe fuorilegge, ma la fantasia finanziaria ha inventato sostituti che sono andati proliferando man mano che a Wall Street si è diffusa un'avidità non contrastata dal sistema dei controlli. Goldman ha sempre negato di essere stata contagiata da quel clima.

Ma l'inchiesta del «superpoliziotto » della Sec, Robert Khuzami, la smentisce. E la mail di Tourre sembra l'epitaffio di tutto un modo di fare finanza e, forse, anche di un intero gruppo dirigente..

 

[17-04-2010]

GOLDMAN DE NOANTRI – NON NE PERDIAMO UNA. DI TRUFFA. È ITALIANO IL TESTE CHIAVE NELL’INCHIESTA SULLA BANCA D’AFFARI USA – L’IRRESISTIBILE ASCESA DI PAOLO PELLEGRINI, DALLA PASSIONE PER IL JAZZ ALL’INTUIZIONE DEL CROLLO IMMOBILIARE CHE SOMMERSE DI DENARO LUI E IL SUO CAPO JOHN PAULSON – CONTRO DI LORO NESSUNA CONTESTAZIONE (E PELLEGRINI SI GODE LA VITA TRA LE BERMUDA E L’UPPER WEST SIDE DI NEW YORK) MA AVREBBERO SUPPORTATO LA GOLDMAN NELLE OPERAZIONI CONTESTATE…

Massimo Gaggi per "il Corriere Della Sera"

Da giovanissimo attivista del partito radicale e DJ nei locali jazz a miliardario che, ad appena 52 anni, può permettersi di passare gran parte del tempo nella villa a Bermuda e che con gli amici parla della sua Ferrari F430 color argento come di una supercar «entry level». In mezzo, il trampolino della Business School di Harvard e una carriera finanziaria inizialmente stentata: licenziato da due banche d'affari, fra cui Lazard, perche considerato poco abile nella vendita di prodotti finanziari alla clientela.

Poi il decollo quando questo finanziere milanese (ma nato a Roma, figlio di scienziati che lo hanno cresciuto a pianoforte e studi classici) diventa il braccio destro di John Paulson, il gestore di «hedge fund» di maggior successo dell'ultimo decennio, l'uomo che ha guadagnato in due anni 9 miliardi di dollari scommettendo sul crollo del mercato immobiliare.

Fino a due giorni fa Paolo Pellegrini era l'analista e «trader» di grande successo che coi suoi studi sul mercato della casa Usa aveva confermato coi dati l'intuizione di Paulson: che nel settore immobiliare si era formata una grossa bolla inevitabilmente destinata ad esplodere.

Sulla base di quelle analisi nel 2007 Paulson rischiò il tutto per tutto scommettendo su un crollo del mercato immobiliare: comprò Cds (sostanzialmente polizze assicurative) su 25 miliardi di dollari di titoli obbligazionari basati su pacchetti di mutui immobiliari.

Molti banchieri di Wall Street lo giudicarono un folle, ma quando il mattone crollò davvero, Paulson si ritrovò sommerso dal denaro guadagnato. E fece ricchi anche gli altri investitori e i manager del suo fondo, a cominciare proprio da Pellegrini.

In «The Greatest Trade Ever», un libro sulle avventure finanziarie di Paulson pubblicato alla fine del 2009 da Greg Zuckerman, un giornalista del «Wall Street Journal», si racconta della sorpresa della moglie di Pellegrini a fine 2007 quando, in vacanza nell'isola di Anguilla, andando a prelevare un po' di contante da un Bancomat scoprì che Paulson aveva appena accreditato sul suo conto 45 milioni di dollari come anticipo sul «bonus» di fine anno.

Del finanziere milanese, descritto da chi lo conosce bene come un uomo di spessore, capace di analisi approfondite e di giudizi taglienti («ho fiducia zero in quello che la Fed sta facendo», ha risposto qualche mese fa a chi gli chiedeva un giudizio su Bernanke), oggi si parla, però, soprattutto per una vicenda giudiziaria: l'importanza che le sue deposizioni avrebbero avuto nella decisione - presa venerdì dalla Sec, la Consob americana - di incriminare la Goldman Sachs per frode civile.

In realtà Pellegrini, che nel frattempo ha lasciato il fondo di Paulson e si è messo in proprio (PSQR è il curioso nome della «boutique» finanziaria da lui creata 18 mesi fa), sarebbe solo uno dei testimoni ascoltati dalla Sec. Ma è stata la sua la deposizione-chiave. Risalente addirittura alla fine del 2008.

Il finanziere, che in questo periodo è nell'isola in mezzo all'Atlantico, non parla coi giornalisti: rinvia a una società di consulenza che lo rappresenta. È, comunque, chiaro che quella di Pellegrini è stata la testimonianza di un protagonista che ha vissuto in prima persona il successo della scommessa speculativa sul mercato immobiliare e che ha anche avuto un ruolo importante nel gestire queste operazioni finanziarie insieme alla Goldman Sachs e allo stesso Fabrice Tourre, il vicepresidente incriminato dalla SEC.

Mentre, però, la Goldman è finita sotto accusa - non per l'operazione finanziaria in sé ma per aver tradito la fiducia dei suoi clienti - la SEC ha precisato di non aver individuato alcun comportamento illecito da parte della Paulson & Co.

Anche se il caso SEC-Goldman e riflettori della stampa certamente lo mettono in difficoltà, Pellegrini e la sua terza moglie, Henrietta, sembrano insomma poter continuare tranquillamente a godersi, tra Bermuda e l'appartamento dell' Upper West Side di New York, la ricchezza messa da parte soprattutto grazie a una tabella: quella con le cifre-chiave dello studio sul mercato del mattone.

Pochi numeri: crescita media dei valori immobiliari dell'1,4% l'anno dal 1975 al 2000. Crescita media annua del 7% dal 2000 al 2005. Mercato che deve perdere il 40% per cento per tornare ai suoi trend storici. Una specie di uovo di Colombo.

[19-04-2010]

I ’grandi’ del mondo contro GOLDMAN spectre – anche bill clinton, che nominò il capo della banca d’affari suo ministro del Tesoro, fa autocritica: "Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta" - Una situazione senza precedenti con la Goldman che rischia di finire in un gorgo di richeste di indennizzo...

Massimo Gaggi per "il Corriere Della Sera"

I «grandi» del mondo contro Goldman Sachs, la banca d'affari che per decenni ha dato i suoi uomini al governo Usa e a quelli di mezzo mondo, conquistandosi il nomignolo di «Government Sachs»: un istituto che aveva costruito una posizione di potere apparentemente inattaccabile.

Dopo l'incriminazione per frode decisa venerdì scorso dalla Sec, la Consob americana, il premier britannico Gordon Brown si è detto «scioccato per la bancarotta morale delle banche d'investimento» e ha chiesto alle sue autorità di vigilanza (che pare siano già al lavoro) un'«indagine speciale» sulle attività della Goldman in Gran Bretagna, mentre anche la Germania si muove: il portavoce del cancelliere Angela Merkel ha detto che l'«authority» finanziaria tedesca chiederà notizie alla Sec e poi deciderà se procedere contro Goldman per gli affari nelle quali istituzioni finanziarie come Ikb, poi salvata dalla finanziaria pubblica di Berlino Kfw, hanno perso centinaia di milioni di euro.

L'offensiva dei governi europei potrebbe estendersi anche a Parigi, per ora più cauta, forse anche perché alcune sue banche d'affari - soprattutto Calyon e Société Générale - sono sospettate di aver condotto in passato speculazioni molto avventate usando i famigerati CDO: i derivati «sintetici» del caso Goldman.

Ma il tonfo della «caduta degli dèi» di Wall Street si fa sentire soprattutto negli Usa. Barack Obama e il ministro del Tesoro, Tim Geithner, hanno evitato di commentare l'accusa di frode mossa all'istituto guidato da Lloyd Blankfein, ma da venerdì premono sull'acceleratore dell'approvazione della riforma del sistema finanziario fin qui bloccata soprattutto dalla pressione delle lobby bancarie. Già domani dovrebbe riprendere la discussione del provvedimento.

Se il governo tace, affermazioni contro la «filosofia Goldman» che hanno del clamoroso vengono da un altro grande personaggio: Bill Clinton. L'ex presidente che anche nei periodi più neri della crisi aveva sempre difeso le sue riforme degli anni '90 ispirati alla logica del laissez faire e le scelte fare da Robert Rubin, il capo di Goldman che era diventato suo ministro del Tesoro, ieri ha cambiato rotta, giudicando errate le analisi dello stesso Rubin e di Larry Summers, l'altro suo ministro del Tesoro che oggi è alla Casa Bianca come consigliere di Obama: «Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta».

Il tardivo pentimento di Clinton è una specie di epitaffio sull'era del potere illimitato dei grandi banchieri d'affari. Ora il pendolo rischia di muoversi in modo esagerato in senso opposto, quello della demagogia e degli attacchi a testa bassa motivati da interessi elettorali: difficile, nel caso della sortita di Brown, non pensare alle imminenti (6 maggio) elezioni britanniche che lo vedono indietro nei sondaggi.

E anche per Obama il caso Goldman è un'occasione preziosa non solo per scardinare la resistenza delle lobby e dei repubblicani sulla sua riforma finanziaria, ma anche per dirottare su un altro bersaglio, a pochi mesi dalle elezioni di «mid term», il malumore che ha investito il governo, soprattutto l'impopolarità della riforma sanitaria.

Da oggi, insomma, Goldman fa i conti anche con un «establishment» improvvisamente ostile. Ma ci saranno anche problemi finanziari. L'iniziativa della Sec apre, infatti, la porta a una serie, potenzialmente interminabile, di richieste di risarcimento, a cominciare da quella della Royal Bank of Scotland (ormai posseduta all'84% dal governo di Londra) che, quando acquistò l'olandese ABN Amro, pagò 840 milioni di dollari per chiudere la partita dell'esposizione assicurativa sui titoli delle operazioni ora incriminate dalla Sec.

Una situazione senza precedenti con la Goldman che rischia di finire in un gorgo di richeste di indennizzo proprio mentre la Sec l'accusa di tradire la fiducia dei clienti. E ora potrebbe toccare anche ad altre banche: «Quella che è venuta fuori - ha detto ieri James Hackney, decano della Law School della Northwestern University - è solo la punta dell'iceberg». Venerdì, dopo l'annuncio della Sec, Goldman ha perso il 13%, ma anche gli altri titoli bancari hanno sofferto.

Oggi, alla riapertura, andrà verificato il nervosismo dei mercati. Secondo fonti finanziarie e alcune inchieste giornalistiche, i derivati «sintetici» ad alto rischio come quelli maneggiati dalla Goldman sono stati usati con disinvoltura anche da istituti europei, da Ubs a Deutsche Bank, ma soprattutto dai giganti Usa: Merrill Lynch, Citi e quella JP Morgan fin qui giudicata più saggia e prudente.

2- IO, SOPRAVVISSUTO A QUELLA BANCA ORA DICO: IL DENARO NON È TUTTO
Dal "Corriere della Sera"

In una mail al Corriere un giovane (che chiede di non pubblicare il suo nome) racconta la propria esperienza in Goldman Sachs e gli eccessi della corsa al denaro.

"Alla competizione in ufficio sono abituato. All'ambizione, anche. Lavoro in un settore, la finanza, in cui tutto ciò è all'ordine del giorno. Ma non me ne sento schiavo, non mi ingozzo di medicinali per rendere di più. E non sono uno di quelli che si vantano di aver passato 60 ore in ufficio senza dormire. Per me lavoro vuole dire responsabilità, impegno e serietà. Non sono disposto a inguaiare il prossimo pur di avvantaggiare l'azienda.

Certo, conosco le logiche dei profitti, so che competizione e ambizione sono necessarie per un risultato di squadra. Ma so anche che quando me ne andrò, visto che ormai credo di lasciare, avrò in dote una maglietta. Una specie di simbolo di chi decide di tornare a vivere. Recita: «I survived Goldman Sachs». Perché sono stufo di dover vivere attaccato al blackberry, di controllare la posta 4 o 5 volte al minuto. Anche altri mestieri hanno ritmi folli, è vero. Ma ciò che muove la baracca per loro non è, come per noi, sempre e solo il denaro.

JPMorgan Chase

Il nostro lavoro crea dipendenza. Spesso rifletto su come i giovani siano stati manipolati nell'intraprendere questa carriera. Le società finanziarie sembrano le uniche a investire sui giovani e spendere sulla loro formazione. E soprattutto pagano. La freschezza e la spregiudicatezza dei giovani, scevra della prudenza senile, sono ingredienti su cui vale la pena investire. Essi accettano, si battono per il sogno che gli è stato inculcato, un sogno di denaro e potere. E in Goldman conta solo la brama di vivere tutto, avere tutto. Ora lascerò: per fortuna ne ho le possibilità".

[19-04-2010]

 

IL GOLDMAN DELLA CASA BIANCA – IL PIO OBAMA SI RICORDI CHE DEVE LA SUA PRESIDENZA ANCHE AL MAXI FINANZIAMENTO RICEVUTO DALLA TRUFFATRICE GOLDMAN (1Mln $) – LA BANCA D’AFFARI, CHE CONTROLLA I GOVERNI DI MEZZO MONDO, PER DIFENDERSI ASSUME L’EX CONSIGLIERE LEGALE DI BARACK (CHE CONOSCE A FONDO L’AMMINISTRAZIONE GOVERNATIVA E WASHINGTON) - INSOMMA: OBAMA, ATTENTO AL RINCULO…

Dal "Foglio"

Tre miliardi e quarantasei milioni di dollari. Ecco i profitti di Goldman Sachs nel primo trimestre del 2010, il novantuno per cento in più rispetto a quanto guadagnato un anno fa, un utile grandioso, al di sopra delle aspettative, con parziale recupero sui valori di Borsa. Ma non è il momento delle celebrazioni, anzi. Da giorni non si fa che parlare di "Goldman Sec", cioè dell'accusa di frode da parte della Consob americana, la Sec, ai danni di Goldman.

 

"Sono questi utili moralmente accettabili?", si chiedevano due giorni fa alcuni commentatori su Fox News, quando ha iniziato a correre voce che i profitti di Goldman sarebbero stati sorprendenti.

Dopo tanto faticare per rimettere insieme i cocci dell'immagine della banca l'anno scorso - quando è emerso chiaramente che Goldman aveva più o meno dettato l'agenda economica dei bailout all'Amministrazione americana - si ricomincia da capo, con in più questa volta un'azione legale che potrebbe non portare da nessuna parte in termini concreti ma che riapre il processo contro le grandi banche e il loro ruolo nello choc finanziario del 2008.

Il governo inglese e quello tedesco hanno iniziato la loro battaglia contro Goldman, mentre le altre banche - a cominciare da Jp Morgan di Jamie Dimon, soprannominato "il banchiere di Obama" - temono l'effetto contagio. Per difendersi Goldman ha assunto nientemeno che Greg Craig, ex consigliere legale di Barack Obama, l'uomo che avrebbe dovuto dare i suggerimenti decisivi per chiudere Guantanamo e che poi è stato licenziato in tronco alla fine del novembre scorso.

 

Uscito dalla Casa Bianca, Craig si è messo a lavorare come avvocato nello studio legale Skadden Arps e da lì è stato assunto da Goldman perché - come ha detto una fonte a "The Politico" - "conosce nel profondo i processi legali e il mondo di Washington".

 

Soprattutto conosce bene il Partito democratico e l'Amministrazione Obama e può essere utile nel momento in cui si sta discutendo una riforma che vuole regolamentare Wall Street e i derivati, una delle fonti di profitto più importanti delle grandi banche d'investimento. L'assunzione di Craig è l'ennesima dimostrazione delle "porte girevoli" esistenti tra Goldman e la politica di Washington, sintentizzate nella nota formula "Government Sachs".

Il via vai tra la banca e l'Amministrazione è intenso, ed è il motivo per cui molti uomini di Obama sono sotto accusa per la loro incapacità di punire i comportamenti irresponsabili di Wall Street. La questione "Goldman Sec" è pericolosa anche per Obama. Da un lato il presidente sponsorizza la riforma al Congresso, che ha avuto un rilancio grazie proprio all'azione della Sec (i complottisti segnalano un tempismo sospetto), e domani sarà a New York per perorare la causa della riforma: "Wall Buster", titola a caratteri cubitali il New York Post segnalando la volontà di Obama di far guerra a Wall Street.

Dall'altro però Goldman Sachs ha finanziato la campagna elettorale del presidente con quasi un milione di dollari, la cifra più alta mai data da un'unica istituzione a un politico da quando è stata introdotta la riforma dei finanziamenti elettorali. Ieri Drudge Report, irriverente come è suo costume, titolava: "Obama restituirà i 994.795 mila dollari ricevuti da Goldman?".

 

La Casa Bianca sa che la questione è radioattiva: la riforma va fatta, va cercato almeno un voto repubblicano al Senato che al momento pare introvabile, ma allo stesso tempo si devono salvaguardare i rapporti con Wall Street. Simon Johnson, ex economista del Mit e coautore di un libro dal titolo "13 Bankers - The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown", ha scritto ieri: "Senza dubbio Dimon, capo di Jp Morgan, avrà già detto al segretario al Tesoro, Tim Geithner, che se ‘si demonizzano' le grandi banche, la ripresa sarà più difficile e si potrebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria in giro per il mondo". Cavalcare l'onda anti banche non è semplice quando i banchieri sono così ascoltati dentro l'Amministrazione.

 

 

 

[21-04-2010]

 

 

 

REATTORE DELLA NASA AL RILANCIO CHRYSLER...
R.Fi. per "il Sole 24 Ore" - I tagli di bilancio decisi dall'Amministrazione Obama hanno allontanato la Nasa dalla Luna. Tuttavia, anche sulla terra, l'agenzia aerospaziale americana non sembra avere problemi a trovare sbocchi applicativi per le proprie tecnologie.

Tanto che dopo il coinvolgimento della Nasa nell'indagine sui difetti Toyota adesso è arrivata una vera e propria alleanza nella ricerca automobilistica con l'americana Chrysler: la casa di Detroit controllata dal gruppo Fiat ha annunciato una partnership di tre anni per la condivisione di informazioni relative a tecnologie avanzate in diverse aree di interesse comune, dall'ingegneria dei materiali alla robotica, dai sistemi radar alle batterie e mezzi di conservazione dell'energia. Le ricadute produttive si vedranno,ma l'alleanza dà già un contributo eccezionale alla percezione del rilancio tecnologico in atto alla Chrysler.

28.04.10

 

- USA: SEC ACCUSA GOLDMAN DI FRODE PER MUTUI SUBPRIME...
(AGI/REUTERS) - Goldman Sachs e' accusata di frode dalla Sec per la gestione dei mutui subprime e la vendita dei prodotti derivati. Goldman, che e' una delle banche che ha avuto meno danni dalla crisi, e' accusata di aver causato danni agli investitori per oltre un miliardo di dollari, nascondendo "informazioni vitali" su Abacus. Anche il maggior partecipante di Abacus, Paulson&Co e' coinvolto e avrebbe pagato a Goldman 15 milioni di dollari per strutturare il Cdo (collateralized debt obligation), chiuso il 26 aprile 2007. Poco meno di nove mesi dopo, il 99% del portafoglio del Cdo era carta straccia. Le azioni di Goldman hanno perso 19,39 dollari con un crollo del 10,5% e quotano 164,88 dollari per azione alle 17 ore italiana.

29.04,10

 

 

NANCY SI PRENDE CURA DI OBAMA E INFILA UNA SUPPOSTA AGLI STATI UNITI D'AMERICA - LA RIFORMA DI OBAMA È TUTT´ALTRO CHE "SOCIALISTA": GLI USA CONTINUERANNO AD AVERE UN SISTEMA PREVALENTEMENTE PRIVATISTICO E NON ESISTERÀ UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE E GRATUITO. PERCHÉ ALLORA SI SONO SCATENATE ATTORNO A QUESTA LEGGE PASSIONI COSÌ IDEOLOGICHE E VISCERALI? - LA NUOVA LEGGE IMPONE NUOVE TASSE PER I REDDITI SUPERIORI AI 200MILA DOLLARI L´ANNO. CHE COLPIRÀ MOLTI CETI MEDIO-ALTI CHE SONO POLITICAMENTE MOLTO INFLUENTI E NON TOLLERERANNO DI PAGARE TUTTO IL COSTO DELLA RIFORMA, CHE TRA L´ALTRO AGGRAVERÀ ANCHE IL DEBITO PUBBLICO AMERICANO"

 

1 - UN SUCCESSO FIRMATO NANCY
Maurizio Molinari
per la Stampa

Dall'iniziativa a Capitol Hill alle citazioni di San Giuseppe passando per il duello vinto con Rahm Emanuel e la dura trattativa con i deputati antiabortisti: nei 250 giorni di battaglia sulla riforma della Sanità è stata Nancy Pelosi l'alleata di ferro del presidente Barack Obama.

Quando a fine giugno il molto malato Ted Kennedy suggerisce a Obama di prendere l'iniziativa sulla riforma della Sanità e la Casa Bianca decide di spingere il Congresso a muoversi è la Pelosi che brucia sul tempo Harry Reid, capo della maggioranza al Senato, nel presentare il primo testo di legge.

vittoria del si alla riforma sanitaria

È il 14 luglio e Nancy, eletta in uno dei collegi più liberal della California, sfrutta il blitz per inserire nel testo l'opzione publica - cavallo di battaglia dei fan obamiani - affiancandolo però a alcune norme contro l'elargizione di fondi per gli aborti che le permettono il 7 novembre di ottenere il voto favorevole dell'aula con il sostegno dei «Blue Dogs» moderati.

L'equilibrio fra approccio liberal alla Sanità e realpolitik sull'aborto è la ricetta che rispecchia la strategia che Obama ha in mente ma poi il tutto si infrange al passaggio al Senato perché qui i democratici prima approvano un testo all'esatto contrario - senza l'opzione pubblica e con i fondi all'aborto - e poi il 19 gennaio perdono la supermaggioranza di 60 voti quando il repubblicano Scott Brown espugna il seggio di Ted Kennedy in Massachusetts. La Casa Bianca si sente con le spalle al muro, anche perché i sondaggi anti-riforma si susseguono.

Obama tradisce incertezza e a sfruttarla è Rahm Emanuel, capo di gabinetto, che senza informare Pelosi si riunisce con i «Blue Dogs» e concorda un testo della riforma ridotto al minimo, pur di farlo passare. Quando Nancy lo viene a sapere va su tutte le furie, accusa Emanuel di essere un «minimalista» che punta a trasformare la riforma in un «Kiddie Care» (cure per bambini) e preme su Obama fino ad ottenere la ritirata di Emanuel, la cui sconfitta diviene di pubblico dominio quando la Casa Bianca non lo include nella delegazione che il 25 febbraio partecipa al summit con i leader del Congresso che si svolge nella Blair House.

La rottura con Emanuel è un passaggio difficile per Pelosi perché fu proprio lui ad affiancarla nella campagna di Midterm del 2006 che portò i democratici alla riconquista del Congresso ma la Sanità oramai è diventato il terreno sul quale «Madame Speaker» - il titolo della presidente della Camera - cementa l'intesa di governo con Obama.

«Molti ci chiedevano di barattare la riforma con dei passi da bambini ma Nancy non ha mai accettato» ricorda lo stretto collaboratore Chirs Van Hollen, deputato del Maryland. E' la cornice nella quale il presidente, dopo il fallito summit della Blair House con l'opposizione, decide di puntare sulla Camera, e non sul Senato, per la riconciliazione dei due testi.

Da vera mastina del Campidoglio, oramai liberatasi di Emanuel, è Pelosi che va a trattare con i «Blue Dogs», cedendo senza colpo ferire l'opzione pubblica a cui tanto teneva. Nel finale di partita l'ostacolo che le rimane da superare è il più duro: Bart Stupak, il deputato del Michigan capofila degli antiabortisti sostenuto dalla Conferenza episcopale americana.

Per superarlo mette sul piatto la propria identità di italoamericana con le radici nella cultura cattolica e si fa riprendere dalle tv mentre indica in «San Giuseppe il Lavoratore» la bussola dell'iniziativa sulla riforma, citando a più riprese la necessità cristiana di «aiutare i poveri e i bisognosi» con un linguaggio destinato ad ammorbidire le gerarchie ecclesiastiche alle spalle degli antiabortisti.

Nella notte fra venerdì e sabato è l'ennesimo colloquio fra Nancy e Barack sull'aborto che la mossa risolutrice: il presidente firmerà un ordine esecutivo per proibire l'elargizione di fondi pubblici all'interruzione della gravidanza che la riforma della Sanità prevede. È un artificio legislativo degno della tradizione di Machiavelli ma Nancy ci crede al punto da affidargli l'ultimo miglio della trattativa, che la obbliga a disertare l'apertura dei lavori nell'aula e il giuramento sulla bandiera per «limare assieme linguaggio del testo del presidente» come lo stesso Stupak si premura di far sapere.

Con la battaglia dei 250 giorni oramai in dirittuta d'arrivo nell'aula della Camera è Patrick Kennedy, figlio di Ted, a rendere omaggio a chi l'ha condotta senza mai titubare: «Grazie a Pelosi per la leadership dimostrata». A «Madame Speaker» non resta che festeggiare, venerdì, i suoi 70 anni.

2 - SABATO: "UNA SVOLTA STORICA MA AL SUO PARTITO COSTERÀ. GLI AMERICANI DIFFIDANO DELLO STATO, QUESTA LEGGE COZZA CONTRO LA LORO SENSIBILITÀ"
Arturo Zampaglione per Repubblica

«Se la riforma sanitaria funzionerà davvero, e non verrà subito smantellata, Obama avrà raggiunto un risultato storico eccezionale», ricorda Larry Sabato: «Nessun presidente democratico dai tempi di Harry Truman era mai riuscito a ottenere un successo del genere. Ma attenzione: il partito democratico pagherà anche un prezzo molto alto in termini politici ed elettorali per questo cambiamento così profondo».

Professore all´università della Virginia, Sabato è uno dei più noti (e ascoltati) politologi americani. Ha studiato anche ad Oxford e ha rapporti assidui con i suoi colleghi europei: è dunque la persona giusta per affrontare una questione che in queste ore colpisce tutti gli osservatori stranieri.

La riforma di Obama è tutt´altro che socialista: gli Stati Uniti continueranno ad avere un sistema prevalentemente privatistico e non esisterà un servizio sanitario nazionale e gratuito. Perché allora si sono scatenate attorno a questa legge passioni così ideologiche e viscerali?

Professor Sabato, in Europa verrebbe considerata una riforma blanda; perché lei parla di cambiamento storico?
«Anche se l´Europa e gli Stati Uniti sono legati a doppio filo da alleanze, fattori culturali e imprese economiche, c´è qualcosa di molto diverso tra le nostre due società: gli americani restano profondamente individualisti, diffidano di ogni soluzione politica collettiva e hanno una filosofia anti-statalista. Ciò spiega perché una riforma come quella di Obama vada a cozzare contro la sensibilità della maggioranza del paese».

Lei ha accennato al rischio che la riforma sanitaria possa essere smantellata. Che significa?
«Che non bisogna farsi illusioni: prima o poi i repubblicani riconquisteranno la Casa Bianca e il Congresso, e cercheranno di fare marcia indietro sulla sanità. Non penso che toccheranno gli aspetti più popolari della riforma, come quello che proibisce alle compagnie di assicurazione di negare una polizza a chi ha già una malattia. Ma la destra vorrà sicuramente modificare i canali di finanziamento previsti dalla riforma di Obama».

Pelosi

Si riferisce all´inasprimento fiscale?
«Sì, la nuova legge impone nuove tasse per i redditi superiori ai 200mila dollari l´anno. Sembra un limite molto alto, ma in realtà colpirà molti ceti medio-alti che sono politicamente molto influenti e non tollereranno di pagare tutto il costo della riforma, che tra l´altro aggraverà anche il debito pubblico americano».

La riforma avrà anche contraccolpi elettorali?
«Non ne ho dubbi. Già a novembre vedremo la prima affermazione repubblicana nel voto di midterm. E anche se Obama sarà riconfermato per altri 4 anni alla Casa Bianca, non penso che avrà mai più una maggioranza parlamentare come quella attuale. Risultato: le altre riforme che ha promesso stenteranno a passare e il suo margine di operatività politica sarà molto ridotto».

[22-03-2010] 

 

MADOFF PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO – ANCHE IN GALERA RIESCE A TRUFFARE – IN CELLA LA GIUSTIZIA è VELOCE E FURIOSA: PESTATO COME UNA ZAMPOGNA – LA VITTIMA DELL’EX FINANZIERE È UN DETENUTO CULTURISTA, CINTURA NERA DI JUDO, ARRESTATO NEL 2002 DURANTE UN CONFLITTO A FUOCO CON LA POLIZIA…

Francesco Semprini per "la Stampa"

Naso fratturato, costole rotte, tagli ed ecchimosi su tutta la faccia. Se l'è vista davvero brutta Bernard Madoff quando lo scorso dicembre, durante l'ora d'aria nella prigione di Butner, in North Carolina, è finito tra le mani di un energumeno pronto a farlo a pezzi per farsi restituire i soldi che l'ex finanziere gli aveva rubato.

Madoff, condannato a 150 anni per aver architettato una delle più grandi frodi finanziarie di tutti i tempi, è stato ricoverato il 18 dicembre nel centro medico dell'istituto: versava in condizioni piuttosto serie, secondo quanto riferito da alcuni detenuti. Conferme ufficiali sull'accaduto non ce ne sono. Ira Sorkin, uno dei legali di Madoff, si trincera dietro il «no comment». E il Bureau of Prison spiega che l'ex numero uno del Nasdaq soffriva di vertigini e ipertensione e per questo sarebbe stato ricoverato.

Le cose sono andate diversamente, sostengono invece tre compagni di prigione. Al centro della disputa ci sarebbe stata una cospicua somma di denaro che l'aggressore avrebbe perso a causa della truffa di Madoff, un piano criminale da 65 miliardi di dollari, attuato con il famigerato «Schema Ponzi» e costato agli investitori circa 20 miliardi di perdite nette. Il violento creditore è un culturista, cintura nera di judo, arrestato nel 2002 durante un conflitto a fuoco con la polizia

«Da quando è in prigione ha ripreso ad allenarsi, ed è più in forma di prima», fa sapere la madre rintracciata da alcuni media Usa. La sua identità non è nota. «A dicembre, quando lo abbiamo sentito, Madoff stesso ci ha confermato che non c'era stata nessuna aggressione. E nessun detenuto sostiene il contrario», spiega la portavoce dell'autorità penitenziaria locale.

Accade spesso però che le vittime di aggressioni all'interno delle prigioni non sporgano denuncia per non essere bollate come «spie» o «delatori», col rischio di subire rappresaglie brutali. Secondo le regole del carcere di Butner, lo scontro è «virtualmente impossibile», visto che Madoff e il suo aggressore sono detenuti in bracci diversi. Ma per Kenneth Calvin White, un ex compagno di cella, i prigionieri di unità diverse possono venire a contatto durante il giorno.

[19-03-2010] 

 

PICCOLi MADOFF CRESCONO (E TI FREGANO) – UOMO DALLE GRANDI AMBIZIONI, CON IL MITO DI AL PACINO, ARRIVATO DAL BRONX – IL SUO MOTTO è DA IMPARARE A MEMORIA: “UN BUON AVVOCATO CONOSCE LA LEGGE, UN GRANDE AVVOCATO CONOSCE IL GIUDICE” – RUBANDO 1,6 MLD$, SI È COMPRATO 13 CASE, 24 SUPERCAR, JET E YACHT - SCOPERTO DALL’FBI, HA COLLABORATO FACENDO ARRESTARE I MAFIOSI ITALIANI DI MIAMI…

Guido Olimpio per "il Corriere della Sera"

 

Alle spalle della scrivania un quadro con Al Pacino nei panni del Padrino. Su un tavolino, un ovale di legno con scritto: «Un buon avvocato conosce la legge, un grande avvocato conosce il giudice». E Scott Rothstein, legale di grido, di persone ne conosceva davvero tante. Ricconi, investitori e persone che non amavano comparire. Gente a posto e tipi poco raccomandabili, tutti però con denaro a volontà.

Wendell

Rothstein, 47 anni, nato nel Bronx ma cresciuto in Florida, li ha fregati. Un bel buco che ha scosso lo Stato del Sole: 1,6 miliardi di dollari. Un piccolo Madoff con grandi ambizioni. Una volta che lo hanno beccato non ha avuto scelta. Ed ha fatto il «deal», ha accettato di collaborare con l'Fbi.

I federali lo hanno usato come grimaldello per arrivare a Roberto Settineri, mafioso italiano trapiantato a Miami. Scott è andato dal boss - si conoscevano da tempo - e gli ha chiesto un aiuto per riciclare del denaro. Settineri ha accettato. Peccato per lui che l'avvocato avesse un registratore nascosto sotto la camicia candida. E una settimana fa l'Fbi e la polizia italiana hanno chiuso la partita e le manette.

 

A Rothstein, che sarebbe ancora in prigione, gli hanno cambiato nome nel timore di vendette. Ora deve vivere sotto traccia. L'opposto di quanto ha fatto fino a novembre di quest'anno. Scott non si è fatto mai mancare nulla. Influente, ossequiato, con i contatti buoni il ragazzo del Bronx ha costruito un impero di opulenza.

governatore della Florida

Cominciamo dai «tetti»: 13 tra appartamenti e residenze varie, compresa la comproprietà di Casa Casuarina, la villa una volta appartenuta a Gianni Versace. Poi il parco macchine: 24 tra Ferrari (5 esemplari), Bugatti (2), Lamborghini (3), Bentley e Rolls Royce, più «qualche» Harley. Ancorato, sotto casa, uno yacht da 5 milioni di dollari. Parcheggiato a Fort Lauderdale un aereo privato: prima un Boeing 727, quindi un jet più piccolo. Al polso quasi sempre un Rolex, uno dei tanti della sua collezione da un milione di dollari.

Una disponibilità che ha reso felice la moglie, la bionda Kim, conosciuta nel 2003 ad un barbecue. La signora Rothstein, 36 anni, mentre i clienti del marito piangevano per i soldi persi, si lasciava andare alla sua grande passione: le scarpe. Ne ha acquistate in quei giorni a bizzeffe. Per centinaia di migliaia di dollari. Nei negozi ma anche via online in una boutique di Los Angeles che ha tra i clienti Paris Hilton e Jessica Simpson. Sotto giuramento, la candida Kim ha confessato: «Spesso le ho acquistate solo per averle». E la stessa cosa vale per borse griffate e vestiti.

Nel mondo di Scott c'era, ovviamente, spazio alla politica. Intesa come amicizia interessata. L'avvocato-confermano i documenti ufficiali -ha finanziato repubblicani e democratici, con una preferenza per i primi. Spiccano, ad esempio, i cinquecentomila dollari per l'ultima campagna del ticket McCain-Palin. Rapporti «trasparenti» e documentati da tante foto della coppia d'oro insieme ai notabili della Florida. Rothstein non era mica una figura da evitare. Anzi, poteva tornare utile. Anche perché piaceva l'ossessione per la sicurezza. Il suo mega-ufficio era protetto da telecamere e microfoni nascosti e aveva alcune uscite segrete. Affari e discrezione.

Ma l'impero, come altri imperi, alla fine è crollato. Scott deve pensare come non affogare. Fine ingloriosa per uno che si credeva superman. Una volta gli hanno chiesto: «Ma quando dorme?». E lui: «Quando sarò morto». Previsione sbagliata. Adesso - e salvo accordi sotto banco - lo attendono 100 anni di prigione, dunque avrà tempo per schiacciare un pisolino.

[22-03-2010] 

RIFKIN BOCCIA OBAMA – ANCHE L’ECONOMISTA ALL’IDROGENO DELUSO DAL NUOVO PRESIDENTE: “VOLEVA CAMBIARE IL PAESE CON I SENTIMENTI MA PER ESSERE VERI LEADER OCCORRE ESSERE SACERDOTE E AL TEMPO STESSO PROFETA… È UNA FIGURA DI TRANSIZIONE VERSO LA ‘CIVILTÀ DELL’EMPATIA’…” (MA GUARDA UN PO’, È IL TITOLO DEL SUO ULTIMO LIBRO)…

Alessandro Barbera per "la Stampa"

In occasione dell'insediamento di Sonia Sotomayor, primo giudice ispanico nella storia della Corte Suprema, Barack Obama disse di sperare in una giustizia capace di unire «intelletto ad empatia». Per quella battuta la destra repubblicana gli saltò al collo accusandolo di voler piegare la giustezza delle regole all'erraticità dei sentimenti. Era la fine di maggio dell'anno scorso.

«Da allora non gli ho più sentito pronunciare quella parola». Jeremy Rifkin, a Roma per promuovere con Mondadori «La civiltà dell'empatia», è invece convinto che quel sentimento potrebbe cambiare il corso della storia umana.

Mister Rifkin, lei invoca l'empatia ma la politica resta anzitutto l'arte del possibile. Questa settimana la Camera deve dire sì o no all'ennesimo compromesso sulla riforma sanitaria. Obama ce la farà?

«Un accordo lo troveranno, ma non sono ottimista sulla sua efficacia. Conosco bene Washington e le regole che la governano. Le elezioni sono oggetto di scambio delle corporation, legate tanto ai repubblicani quanto ai democratici. Glielo dice uno che non vive sulla luna: i vertici delle aziende americane sono anche allievi dei miei corsi. Ma questo non mi impedisce di dire che le leggi federali le scrivono le lobby. E' tutto un imbroglio».

Lei crede che il presidente americano si giochi la credibilità in questa partita? E' un passaggio decisivo del suo mandato?

«Senza dubbio per Obama è venuta l'ora di cambiare marcia. Se l'economista Alberto Alesina sostiene che Obama sarebbe vittima della "sindrome del vigile", io vedo prevalere un'istinto che definirei "sacerdotale". Obama ascolta, comprende, rassicura. Ma per essere veri leader occorre essere sacerdote e al tempo stesso profeta. Obama deve imporre una visione di lungo periodo, accettare, in nome della visione, anche l'impopolarità. La riforma del sistema sanitario americano è un caso esemplare di cosa significhi essere profeti».

Nel suo libro lei definisce Obama «paladino dell'empatia». Lo pensa ancora?

«E' giovane, è un avvocato che ha rinunciato alla ricchezza in nome degli ideali, deve la sua popolarità alla rete. Questo ne fa un politico sulla buona strada. Ma temo che non abbia capito fino in fondo la complessità dei cambiamenti economici che stiamo vivendo. Anche a causa dei consiglieri che lo circondano, non ha capito cosa siano il capitalismo distribuito e sostenibile: la sua scelta a favore del nucleare ne è la prova. Definisco Obama una "figura di transizione" verso la civiltà dell'empatia».

Quali sono i cambiamenti che Obama non avrebbe colto fino in fondo?

«Il mondo si rimpicciolisce, la conoscenza si espande, le menti diventano empatiche. Le nuove generazioni, grazie a Skype e Twitter, condividono con i loro coetanei sparsi per il mondo le conseguenze di un terremoto o della repressione politica in Iran. Nel secolo scorso c'era l'utopia, che è per definizione cinica e realista.

La politica di domani sarà fondata sull'empatia, che è consapevolezza della vita e della morte. E' un modo di pensare che non è né di destra né di sinistra. Su questi temi in Europa siete molto più avanti. Persone come Romano Prodi o come il vostro sindaco di Roma hanno molta più consapevolezza dei cambiamenti che stiamo vivendo».

Si può chiedere ad un presidente americano di essere rivoluzionario?

«Il suo lavoro è difficilissimo, lo riconosco. Ma nei suoi primi mesi di presidenza ha compiuto un grave errore. Quando la crisi finanziaria era ancora acuta e Wall Street vulnerabile, Obama avrebbe dovuto imporre una radicale riforma dei meccanismi di finanziamento della politica.

In quel momento avrebbe potuto imporre qualunque scelta alle lobby finanziarie. Invece non ha colto l'occasione e si è comportato come un politico qualunque. I suoi consiglieri, su tutti Larry Summers e Tim Geithner, lo hanno spinto a non fare nulla. Oggi rischia di rimanere intrappolato in quell'errore».

La sua visione del mondo interconnesso è ottimista. Ma in questi giorni l'Europa, in aperto contrasto con Stati Uniti e Gran Bretagna, discute l'introduzione di regole restrittive nei confronti di alcuni prodotti finanziari. Come lo giudica? E' protezionismo? Oppure è d'accordo con chi dice che in fondo anche l'economia globale vada in qualche modo regolata?

«Il modello di capitalismo distribuito, figlio della rivoluzione tecnologica, muove dall'assunto che, quando gli si dà la possibilità di farlo, l'uomo è portato a collaborare con gli altri. E' il capovolgimento della teoria della mano invisibile di Adam Smith. Finché non si allargherà la fiducia sociale e non smetteremo di pensare secondo logiche nazionali, non troveremo la ricetta giusta per regolare l'economia globale».

[18-03-2010] 

 

CROLLO LEHMAN: UNA STORIA VERA – UN LIBRO SPIEGA COME HENRY PAULSON, EX NUMERO UNO DI GOLDMAN E SEGRETARIO AL TESORO PER BUSH FECE FALLIRE IN 30 GIORNI LA QUARTA BANCA USA, DIVENTATA IL SIMBOLO DELL’AVIDITÀ DI WALL ST. - LE FAMIGLIE SAUDITE ERANO AL CORRENTE E SAPEVANO CHE AVREBBERO DOVUTO CHIUDERE OGNI POSIZIONE AL PIÙ PRESTO…

Fabrizio Goria per "il Riformista"

Lehman Brothers era la quarta banca americana. Nell'arco di 30 giorni, fra l'agosto e il settembre 2008, è diventata l'emblema dell'avidità di Wall Street. Con un fallimento da oltre 630 miliardi di dollari, la banca guidata da Richard Fuld ha creato la peggiore spirale endemica di svalutazioni dai tempi della Grande Depressione.

Si dice che Fuld «non poteva non Lehman Brothers era la quarta banca americana. Nell'arco di 30 giorni, fra l'agosto e il settembre 2008, è diventata l'emblema dell'avidità di Wall Street. Con un fallimento da oltre 630 miliardi di dollari, la banca guidata da Richard Fuld ha creato la peggiore spirale endemica di svalutazioni dai tempi della Grande Depressione.

Si dice che Fuld «non poteva non essere al corrente» dei trucchi contabili che avvenivano nel back office con la connivenza delle società di revisione. Il supervisore dell'indagine, Anton Valukas, spiega che «le macchinazioni erano immense». L'impressione è che tutti sapessero tutto, anche se nessuno osava dire qualcosa. Almeno fino a quando il castello di carte costruito intorno a Lehman non venne fatto crollare.

Per capire cosa successe in quei giorni di fuoco non serve analizzare le oltre 2.000 pagine di indagine conoscitiva della Us Securities and Exchange Commission (Sec), il cane da guardia di Wall Street. Basta leggere un libro. In "Senza fondo, confessioni di un banchiere corrotto" (Rizzoli, 197 pagine, 17 euro) viene spiegato il perverso meccanismo finanziario di Lehman.

Dietro al nome di Creso si nascondono la cronista transalpina Claire Germouty e l'ex direttore generale di un colosso del credito francese, volutamente rimasto anonimo. Ma ogni riferimento porta alla conclusione che il top manager era un uomo di Bnp Paribas. L'indicazione ce la fornisce direttamente il protagonista quando, parlando con Konrad Hummler, capo dei banchieri privati elvetici, parla del «congelamento di tre fondi speculativi nell'estate del 2007». Nel libro si spiega come a Parigi si apprese delle criticità di Lehman, delle paranoie di Fuld e dei trucchi contabili che permisero a una delle colonne di Wall Street di beffare tutti.

Lehman Brothers era un colosso. Con quasi 26mila impiegati era una delle firme più famose al mondo. E nel 2007 il magazine americano Fortune la definì «la banca d'affari più ammirata di Wall Street». Di fatto è stata lasciata fallire. Merito (o colpa) di Henry Paulson, ex numero uno di Goldman Sachs e segretario del Tesoro sotto la presidenza di George W. Bush. La notizia delle malversazioni di Fuld era già nell'aria dalla fine del luglio 2008. Paulson avvisò alcuni investitori privilegiati dei fatti.

Le famiglie saudite erano al corrente di ogni movimento e sapevano che avrebbero dovuto chiudere ogni posizione aperta nei confronti di Lehman al più presto. Tutta colpa di un oscuramento quasi perverso dei bilanci. Mascherare le perdite sui derivati era semplice. Il modo più efficace era quello di creare degli Structured investments vehicle (Siv) in cui contenere le operazioni di cartolarizzazione o hedging.

Ogni asset presente nel Siv era esentato dal consolidamento. In altre parole, poteva essere occultato legittimamente. Dentro questi calderoni poteva rientrare ogni genere di spazzatura finanziaria. Dai subprime ai crediti inesigibili, tutto poteva essere relegato in un Siv. Il tutto senza dover mettere nulla nella colonna delle passività, almeno fintanto il quadro generale era positivo. In caso di rosso, il rientro nei bilanci ufficiali era obbligatorio. Una cosa simile fu fatta non solo da Lehman Brothers, bensì sistemicamente. Tuttavia, c'era un metodo più subdolo.

Con la collaborazione della società di revisione Ernst & Young, nel weekend precedente il fallimento si organizzò un ultimo tentativo per rimediare alle perdite. Tramite una transazione Repo (Repurchase agreement, cioè un contratto pronto contro termine), una banca può ottenere liquidità a breve termine e mettere fuori bilancio gli asset tossici. In sostanza, quello che serviva a Lehman per ottenere il placet del Tesoro per l'apertura di una linea di credito federale. Ciò non avvenne, come non fu permesso nemmeno di mutare il proprio status da banca d'investimento a banca commerciale, così da raccogliere depositi. Serviva di più.

L'idea venne dal back office della banca e l'operazione prese il nome di Repo 105, poiché il valore della controparte finanziaria ottenuta era pari (o superiore) al 105 per cento degli asset ceduti a breve termine. Così, ogni flusso poteva essere conteggiato come una vendita e non come un finanziamento.

I bilanci avrebbero subito un miglioramento sensibile per ogni singola transazione. Prima di fallire, Lehman aprì circa 2.700 Repo. Nessuno poteva immaginare cosa stava accadendo nelle sale trading di Fuld. Paulson invece si. Il banchiere reietto di "Senza fondo" parla di «patto fra banche» per far fallire Fuld. Secondo Paulson «non c'erano i margini per intervenire». In realtà, in una riunione avvenuta il 14 settembre 2008, il giorno prima del fallimento, qualcosa si sarebbe potuto fare.

Paulson convocò il presidente della Fed di New York Timothy Geithner, il numero uno di Bank of America Kenneth Lewis, il capo della Sec Christopher Cox e i vertici dei principali istituti di credito statunitensi. L'obiettivo era uno: verificare la disponibilità degli operatori a salvare Lehman. Servivano 100 miliardi di dollari. Nessuno mosse un dito e il meeting si concluse con una decisione unanime. «Lehman non può essere salvata, dovrà essere sottoposta alla disciplina del Chapter 11 (l'amministrazione controllata, ndr.)», disse Paulson.

All'apertura dei mercati di lunedì 15 settembre 2008, Lehman era già fallita. Colpa, spiega Creso nel suo libro, della feroce guerra fra banchieri Wasp (White anglo-saxon protestant) e banchieri ebrei. Dei primi, Merrill Lynch (salvata poi da Bank of America) e JP Morgan erano le principali. Dei secondi, Goldman Sachs, Lazard e proprio Lehman Brothers.

Si dice che il duro di Wall Street, Dick Fuld, nelle notti fra il 7 e il 14 settembre 2008 chiamò ogni banca per chiedere un accordo di fusione (o acquisizione). Nessuno rispose positivamente. Infine chiamò Paulson. «Mio caro, dobbiamo mettere le cose in chiaro - disse l'ex di Goldman Sachs -. La tua banca non può più andare avanti, deve fallire». Per Lehman era finita.

Ciò che successe dopo, è cosa nota. Ogni società con posizioni aperte su Lehman optò per la limitazione dei danni. Iniziò la sequela di vendite allo scoperto e il titolo crollò fino a un valore inferiore ai 25 centesimi. La prima fu Goldman Sachs. Ma il colpo finale era già stato scagliato.

Nel pomeriggio del 13 settembre 2008 i vertici di JP Morgan chiamarono Lehman. «Abbiamo deciso di congelare ogni singolo dollaro da voi detenuto presso di noi». 17 miliardi di dollari erano diventati per Lehman inutilizzabili. «La vendetta Wasp ha avuto il suo epilogo», direbbe Creso. Forse, non è stato altro che il più classico esempio di asimmetria informativa. Immaginare le malversazioni di Lehman era possibile. Più facile era accettare per buona la sua bancarotta, pensando così di favorire il sistema. I mercati hanno smentito Paulson. Ma per Lehman Brothers era troppo tardi.

 

 

[15-03-2010]

 

OBAMA VUOLE JANET YELLEN ALLA VICE PRESIDENZA FED...
(AGI/AFP) - Il presidente Usa Barack Obama e' orientato a nominare alla poltrona numero due della Federal Reserve l'attuale presidente della Fed di San Francisco, Janet Yellen. Succederebbe a Donald Kohn, il quale intende ritirarsi a giugno prossimo quando terminera' il suo mandato quadriennale. Yellen, 63 anni, e' uno dei componenti del board piu' in sintonia con il presidente della Fed Ben Bernanke e con la sua politica monetaria. L'intenzione di Obama e' stata riportata dal New York Times, che ha citato fonti informate dell'amministrazione. Nessun commento della Fed ne' della Casa Bianca.

18.03.2010

 

BANK OF AMERICA: ACCORDO CON LA SEC SU ACQUISTO MERRILL LYNCH...
(Ansa) - Bank of America ha ottenuto il via libera della giustizia statunitense per chiudere, con il pagamento di 150 milioni di dollari alla Sec, le accuse relative all'acquisizione di Merrill Lynch. Lo scrive la Bloomberg, secondo cui il giudice Jed Rakoff avrebbe detto di aver dato un via libera "riluttante" all'accordo fra le parti. La Sec aveva accusato Bank of America di aver fuorviato gli investitori dopo aver annunciato l'intenzione di acquistare Merrill Lynch.

28.02.10

 

IL COLPO DI OBAMA ALLA BOTTE DEI BONUS...
My. L. per " Sole 24 Ore " -
«I bonus dei banchieri sono osceni». Era un mese fa quando il presidente americano Barack Obama tuonava contro i super stipendi e sferrava un duro colpo alla casta dei banchieri. Ma dopo un colpo al cerchio, e soprattutto dopo un mese di guerra contro Wall Street, lo stesso Obama ha deciso di dare un colpo alla botte. Cioè di fare la pace. In un'intervista a «Bloomberg BusinessWeek» il presidente americano ha infatti parzialmente fatto marcia indietro sulle sue dichiarazioni.

 

«Non invidio il successo e il benessere delle persone - ha detto riferendosi ai numeri uno di JP Morgan e Goldman Sachs che si sono portati a casa 17 milioni di dollari e 9 milioni in titoli nel 2009 -. Ritengo però che i compensi degli ultimi 10 anni non siano stati ancorati sempre alle performance». Parole molto più morbide. Che sicuramente sono piaciute ai banchieri. Ma che hanno sollevato nuove polemiche.

 

12.02.10

 

SBANCAROTTA USA - ALLA SBARRA il segretario al Tesoro (ed ex presidente della Fed di New York) Tim Geithner - L'UOMO AL SERVIZIO DELLE BANCHE, ORMAI SEMI-SCARICATO ANCHE DA OBAMA, SI è DOVUTO DIFENDERE dai pesanti attacchi provenienti da entrambi i lati del parlamento: "IL COLOSSO ASSICURATIVO AIG SALVATO PER IMPEDIRE IL CROLLO DELL'ECONOMIA USA" (DICE LUI)...

Andrea Fiano per "Milano Finanza"

Sono volate parole forti ieri a Washington nell'udienza parlamentare della commissione sulla riforma governativa e la supervisione del Congresso alla quale hanno partecipato in mattinata il segretario al Tesoro (ed ex presidente della Fed di New York) Tim Geithner e nel pomeriggio il suo predecessore Henry Paulson.

Una sessione, quella di ieri, in cui si è visto soprattutto quanto tesi siano i rapporti fra il segretario al Tesoro e molti parlamentari, e come il salvataggio del colosso assicurativo Aig dell'autunno 2008 venga considerato da molti un passo falso.

Geithner si è dovuto difendere dai pesanti attacchi provenienti da entrambi i lati del parlamento, ma lo ha fatto in modo deciso. Le molte critiche nei suoi confronti, anche per i suoi distinguo e i suoi silenzi, probabilmente segnalano un indebolimento della sua posizione nell'amministrazione Obama, ma la seduta di ieri non ha mostrato irregolarità nell'operato di Geithner in merito alla vicenda Aig o l'esistenza di un insabbiamento sulla stessa operazione.

Oltre a questo nessun parlamentare ha proposto soluzioni alternative alle scelte fatte nel salvataggio di Aig. Geithner ha spiegato di non aver avuto un ruolo diretto nella vicenda, in quanto si era autoescluso dalla guida della Fed di New York dopo aver ricevuto la proposta di andare al Tesoro.

Nondimeno ha sostenuto a più riprese che la soluzione scelta «è risultata migliore delle alternative», anche perché «non esisteva l'opzione di un fallimento di Aig», in quanto il suo salvataggio «era necessario per prevenire una seconda Grande Depressione, per evitare un completo collasso» dell'economia e del sistema finanziario. E Paulson ha dichiarato che in caso di fallimento di Aig «il tasso di disoccupazione sarebbe salito oltre il 25%».

[28-01-2010] 

 

 

 

"RIVOGLIAMO IL NOSTRO DENARO E CE LO RIPRENDEREMO. SE LE BANCHE SONO SANE ABBASTANZA PER PAGARE MAXI BONUS, LO SONO ANCHE PER RISARCIRE I CONTRIBUENTI" - E ARRIVA LA TASSA SULLE PASSIVITÀ DI BILANCIO PER RECUPERARE I FONDI STATALI - COLPITE LE ISTITUZIONI FINANZIARIE CON ASSET SUPERIORI A 50 MILIARDI DI DOLLARI - ADDIO VISIONI, PIÙ SPIEGAZIONI E MENO ISPIRAZIONI, STOP ALLA COMUNICAZIONE ENFATICA - È TEMPO DI REALPOLITIK E OBAMA FA FUORI IL SUO SPEECHWRITER, LA STAR JON FAVREAU - AL SUO FIANCO BEN RHODES: I DISCORSI DI POLITICA ESTERA SARANNO COMPITO SUO -

1- OBAMA VS BANCHIERI COMINCIA LA GUERRA...
Fabrizio Goria per "il Riformista"

 

«Rivogliamo il nostro denaro e ce lo riprenderemo. Se le banche sono sane abbastanza per pagare maxi bonus, allora lo sono anche abbastanza per risarcire i contribuenti». Con queste parole il presidente americano Barack Obama ha deciso che le maggiori istituzioni bancarie statunitensi saranno tassate «a causa del loro ruolo nella crisi finanziaria». Obama ha deciso di condurre personalmente una dura battaglia nei confronti del mondo bancario Usa.

 

A partire dal prossimo 30 giugno gli istituti di credito con asset superiori a 50 miliardi di dollari avranno a proprio carica un'imposta «sulla responsabilità». Secondo una prima stima, saranno oltre 50 le società coinvolte, per un gettito di oltre 90 miliardi di dollari. Il preludio è stato l'avvio della commissione d'inchiesta parlamentare sulla crisi. Iniziata due giorni fa, ha portato a Capitol Hill i quattro amministratori delegati più celebri: Lloyd Blankfein (Goldman Sachs), James Dimon (JP Morgan Chase), John Mack (Morgan Stanley) e Brian Moynihan (Bank of America).

 

I Fab four, così sono stati ribattezzati dal Wall Street Journal i big della finanza a stelle e strisce, hanno riferito davanti al democratico Phil Angelidis, presidente della commissione, spiegando le loro tesi. Secondo loro la crisi avrebbe sì causato molte perdite, ma l'acuirsi della crisi non sarebbe stata una colpa esclusiva dei banchieri. Tuttavia, l'opinione pubblica americana non ha digerito gli oltre 40 miliardi di dollari di bonus elargiti nel sistema per il 2009.

e Brian Moynihan alla Commissione d inchiesta

Non a caso, l'inquilino della Casa bianca ha specificato che «la tassa potrà essere agevolmente pagata diminuendo i compensi ai manager». E secondo i calcoli presentati ieri, oltre il 60 per cento dell'imposta sarà sostenuta dai primi dieci istituti bancari statunitensi. L'obiettivo di Obama è quello di recuperare parte dei fondi destinati al sostegno del sistema bancario lungo la crisi. Con il Troubled asset relief program (Tarp) sono stati infatti stanziati oltre 700 miliardi di dollari alla fine del 2008, dall'allora segretario del Tesoro Henry Paulson.

 

A pesare sulla decisione ci sarebbero gli oltre 112 miliardi di dollari che, secondo le stime del Tesoro, peseranno sui cittadini americani per i prossimi anni. Soldi che, giocoforza, incidono sulle manovre di politica economica degli Stati Uniti. L'imposta prevista sarà decennale e peserà per 15 punti base sulle covered liabilities delle banche interessate. In altre parole, verterà sulle passività covered, calcolate in base all'attivo, al netto del capitale Core Tier 1, il rapporto fra patrimonio di base e le attività ponderante al rischio, e dei depositi garantiti dalla Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic).

Con questo metodo Obama punta a recuperare oltre 90 miliardi di dollari, che «saranno destinati al mercato del credito al consumo », come ha spiegato un portavoce della Casa bianca. Saranno esclusi dal piano i soggetti del mercato automobilistico e le sorelle dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, mentre vi rientreranno circa 15 sussidiarie americane di banche internazionali e il colosso dei mutui Aig.

 

Secondo quanto trapelato, si procederà con una valutazione di merito di tutte i bilanci delle major finanziarie interessate. Le operazioni di controllo saranno condotte dalla Sec, l'authority della Borsa, e dal Tesoro. Obama ha spiegato che il suo impegno è quello di «recuperare ogni singolo centesimo che spetta al popolo americano». I banchieri, dopo questo attacco, non sono rimasti a guardare. Blankfein e Mack hanno dichiarato di aver già rimborsato buona parte dei fondi statali messi a disposizione per migliorare le liquidità dei propri istituti di credito.

Inoltre, hanno specificato che il buco da 112 miliardi di dollari citato dal presidente Obama non deriverebbe dal settore finanziario, bensì da quello automobilistico. Secondo la loro opinione i colpevoli nei confronti dei contribuenti sarebbero quindi le major dell'auto, come General Motors e Chrysler. E hanno minacciato di provocare un peggioramento delle condizioni del credito, che secondo Blankfein «potrebbe restringersi ancora con misure penalizzanti come quelle ipotizzate in questi giorni».

Obama ha però replicato implicitamente a queste dichiarazioni nel suo discorso. «Queste misure non hanno una finalità punitiva, ma hanno lo scopo di evitare che abusi ed eccessi si ripetano nuovamente», ha spiegato nella conferenza stampa di ieri. Intanto, sul fronte europeo, i tassi d'interesse rimangono invariati.

 

Così ha deciso il comitato della Banca centrale europea riunitosi ieri. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha spiegato che l'attuale tasso di riferimento, fissato all'1 per cento, è da considerarsi «appropriato » all'attuale congiuntura economica. Secondo il rapporto della Bce permane l'incertezza sulla disoccupazione e sulla crescita economica. Una visione simile a quella dettata dal Beige book della Federal reserve, il rapporto periodico sull'andamento economico statunitense.

2- E BARACK CAMBIA IL SUO SPEECH WRITER...
Alessandra Cardinale per "il Riformista"

«È ben scritto ma...». La puntigliosità di Barack Obama nella stesura dei suoi discorsi non è una leggenda che la stampa accredita nell' aereo presidenziale Air Force One si è inventata per alimentare il mito attorno al Presidente americano. Chi segue Barack dall'inizio della campagna, come Ben Smith di Politico o Jason Horowitz del Washington Post, sa quanto il Presidente americano tenga che i suoi parolieri siano prima di tutto, «inspirational » sulla scia del "Hope, Change..." leitmotiv.

Ultimamente però Obama ha effettuato dei piccoli cambi all'interno della sua squadra di speech writers. Con un'economia da risanare, la sanità universale da far digerire agli americani e soprattutto due guerre che pesano come macigni, la necessità di abbandonare una comunicazione enfatica per passare a un linguaggio più esplicativo e comprensibile soprattutto alla comunità internazionale si è fatta mano a mano sempre più urgente.

In sostanza, per quanto riguarda i discorsi di politica estera, fuori il 27enne, brillante e celebre sciupafemmine di Washington D.C., Jon Favreau, dentro il trentaduenne Ben Rhodes, l'amante della realpolitik (ha più volte dichiarato che la sua citazione del cuore è «i problemi sono stati creati dall'uomo, per cui l'uomo potrà risolverli», di John F. Kennedy), ex ghost writer di Max Warner e Lee Hamilton, con una specializzazione e un interesse personale per il Medio Oriente.

 

Suoi i discorsi che Barack Obama ha tenuto il 3 giugno scorso all'Università del Cairo e il 9 dicembre a Oslo in occasione del ritiro del Premio Nobel per la Pace. Porta la firma di Rhodes anche il testo che il Presidente ha pronunciato a West Point un mese fa in cui ha tentato di motivare davanti a milioni di americani che lo seguivano in televisione la scelta di inviare altri 30.000 militari in Afghanistan.

Cresciuto a New York con il sogno nel cassetto di diventare uno scrittore, e una copia di Fiesta, il sole sorgerà ancora di Hemingway nella tasca dei jeans, si iscrive a un corso di scrittura creativa alla New York University mentre butta giù i primi capitoli del suo romanzo Oasis of love, che però non porterà a termine. Il richiamo della politica arriverà ben presto per il giovane Ben il cui primo incarico nell'arena politica risale al 2001 durante la campagna elettorale del sindaco di New York che verrà vinta da Michael Bloomberg. Ma per chi è seriamente appassionato di politica e ambisce a entrare nella stanza dei bottoni, la Grande Mela non offre grande opportunità.

Per cui Rhodes decide di trasferirsi a Washington e nel 2002 diventa consigliere di Lee Hamilton, ex deputato dell'Indiana alla Camera dei Rappresentanti. Un ottimo inizio nel regno dei political junkies perché Hamilton fu in seguito nominato Presidente del prestigioso Woodrow Wilson International Center for Scholars, e offrirà al giovane Rhodes la possibilità di partecipare alla stesura delle raccomandazioni per la Commissione d'inchiesta sull'11 settembre.

 

Dopo l'esperienza professionale con Hamilton, viene notato dall'ex Governatore della Virginia e perenne candidato democratico alla Casa Bianca, Max Warner che in un'intervista lo definì «uno dei talenti più in vista» nel cerchio dei writers politici di Capitol Hill. Ma l'anno della consacrazione tra gli alti ranghi della politica americana è il 2008. Nel gennaio di due anni fa viene chiamato da alcuni collaboratori di Barack Obama per fa parte di quello che diventerà il dream team del primo presidente afro-americano.

Obama decide, dopo alcuni mesi passati ad osservare quel ragazzo di cui tanti suoi colleghi hanno tessuto le lodi, di portarlo con sé nelle varie tappe, un po' per fargli prendere dimestichezza con la politica on the road, un po' per introdurlo ai suoi fedelissimi come Axelrod e Plouffe. Rhodes capisce al volo l'opportunità che ha davanti e ben presto, da piccolo scrivano di testi che l'allora candidato alle primarie pronunciava negli Starbucks della provincia americana, diventa una delle penne preferite del Presidente.

Non solo. Recentemente è stato nominato come consigliere alla sicurezza nazionale di James Jones e, abbandonati gli strapuntini dei tavoli dell'aereo presidenziale, si rifugia a lavorare in un ufficio segreto al terzo piano dell'Eisenhower Executive Office Building a Washington. I ben informati, dicono che la X-box, con cui giocava nelle notti insonni della campagna presidenziale, non l'abbia del tutto dimenticata, e che la tiene chiusa a chiave proprio nel suo ufficio segreto. Una piccola debolezza che però rende più umano il Genius boy di Barack.

[15-01-2010] 

 

 

BANCHE D'AFFARI NEL MIRINO CON LA NUOVA TASSA DEGLI USA...
Da "La Stampa" - L'imposta sulla responsabilità delle banche allo studio di Obama ha sempre più l'aspetto di una tassa per Wall Street. La scelta di esentare i depositi assicurati colpirà in misura sproporzionata le banche di investimenti "pure" come Goldman Sachs e Morgan Stanley, mentre le banche commerciali come Wells Fargo soffriranno meno. Jp Morgan, Bank of America e Citigroup, che possiedono sia una divisione d'investimento che un comparto commerciale, saranno penalizzate in parte. Certo ognuna non subirà una batosta da 20 miliardi di dollari.

Una tassazione mirata di questo tipo è politicamente astuta, considerata la forte impopolarità di tutto ciò che riguarda Wall Street. D'altra parte è ragionevole, sotto il profilo economico, tassare la "moneta calda" all'ingrosso piuttosto che i depositi, che tendono a costituire una fonte di finanziamento più stabile. Teoricamente anche i prestiti a medio e lungo termine dovrebbero essere esentati, perché anch'essi sono stabili.


Durante la stretta creditizia del 2008, il ricorso eccessivo ai fondi all'ingrosso a breve termine per finanziare asset a lunga scadenza ha portato al disastro. Lehman Brothers, Bear Stearns e Merrill Lynch partecipavano a questo gioco, contraendo prestiti a breve per investire in asset illiquidi. Lo stesso per Northern Rock, la banca britannica di crediti ipotecari. E un analogo ricorso alla moneta calda aveva avuto un peso rilevante nella crisi delle economie asiatiche nel 1997. Le istituzioni finanziarie sono attratte dalla moneta calda come le falene dalla luce.

 

Quando la liquidità abbonda, per le banche è più economico contrarre prestiti a breve sui mercati all'ingrosso che attirare depositi con filiali retail o vincolare i finanziamenti a scadenza più lunga. Quando invece la liquidità scarseggia, chi si affida ai prestiti a breve rimane all'asciutto. Nell'ultima crisi, persino Morgan Stanley e Goldman sono arrivate a un crinale pericoloso. Tutto questo non avrebbe importanza se le banche spericolate potessero fallire. Il problema è che non è così. Data la quasi inevitabilità del salvataggio governativo, le falene hanno ragioni più che giustificate per volare vicino alla fiamma.  

15.01.01

 

OBAMA, 'RIVOGLIAMO IL NOSTRO DENARO DALLE BANCHE, LO RIPRENDEREMO'...
Radiocor - 'Rivogliamo il nostro denaro e ce lo riprenderemo. Se le banche sono sane abbastanza per pagare maxibonus, allora lo sono anche abbastanza per risarcire i contribuenti'. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nella conferenza stampa a Washington con cui ha annunciato l'introduzione di una tassa su tutte le principali banche del paese con asset di oltre 50 miliardi di dollari per ripianare interamente le perdite accusate dai fondi Tarp nel corso della crisi per salvare il sistema finanziario.  

14.01.01

 

IL DUCE WALT – IL VERO DISNEY IN UNA BIOGRAFIA: GENIO E VISIONARIO, MA ANCHE PADRE PADRONE E TIRANNICO VERSO I SUOI DIPENDENTI - SI PRENDEVA TUTTI I MERITI E VOLEVA FAR CREDERE DI ESSERE L’INVENTORE DEI SUOI PERSONAGGI – LA “SBANDATA” PER MUSSOLINI E LO SCIOPERO DEL ‘41 CHE VISSE COME UN TRADIMENTO…

Luca Raffaelli per "la Repubblica"

"Non dimenticatevi questo: è la legge dell´universo che i forti sopravvivano e che i deboli debbano in ogni caso soccombere; e non me ne importa un bel niente di quale schema idealistico ci si possa inventare: niente può cambiarla".

Così disse Walt Disney l´11 febbraio 1941, nei giorni dello sciopero, organizzato da alcuni suoi collaboratori, che cambiò la sua vita. E´ quello il momento che Michael Barrier pone all´inizio della biografia ora pubblicata in Italia (Tunué, pagg. 560, euro 24) sotto la cura e la traduzione di Marco Pellitteri e con un´introduzione di Giannalberto Bendazzi.

Barrier non è un fanatico disneyano né uno scrittore alla ricerca dello scoop a tutti i costi: da appassionato di cinema ha raccolto decine e decine di interviste con i più stretti collaboratori di Disney, documenti, disegni e resoconti stenografici delle riunioni che avvenivano nello Studio. Così è arrivato a scrivere una biografia documentata e obiettiva, in cui del carattere di Walt non si tagliano gli estremi.

"Uomo, sognatore e genio", scrive nel sottotitolo all´insegna della positività: non si può davvero mettere in discussione che Disney abbia avuto una straordinaria visione del mondo da offrire in forma di spettacolo. Per raggiungere il suo scopo (in cui la ricchezza era solo la logica conseguenza del successo) ha agito con coraggio e lungimiranza produttiva e artistica, aiutato da un destino magico, ma non sempre benevolo.

Disney è stato il primo a capire quale fossero le potenzialità dei cartoni animati sonori (il primo film di Mickey Mouse è sonoro, del 1928), poi di quelli a colori, con gli effetti speciali, e poi il primo a gettarsi nell´idea, che altri giudicavano pazzesca, di realizzare un lungometraggio a cartoni ("Biancaneve" è del 1937). Per riuscire in questo ha fatto crescere artisticamente decine di animatori, mettendoli a confronto con l´arte e l´illustrazione europea, e ha ritagliato per sé stesso un ruolo particolare, non quello del produttore e nemmeno del regista: era qualcosa di più, quasi il detentore di un linguaggio e uno stile, il giudice supremo di tutto quello che poteva accadere nel suo Studio.

Non a caso volle anche lui i Nove Vecchi (i nove collaboratori più fedeli) tanti quanto quelli della Corte Suprema degli Stati Uniti. Insomma, lui, Walt, era come il Presidente. Ed è proprio in questo bisogno smisurato di gonfiare il proprio ego l´altra faccia della medaglia.

"Poteva essere una persona molto difficile durante le riunioni, manifestando l´assenza di qualsiasi interesse per chi lo ascoltava. Poi, circa una settimana dopo, veniva nella tua stanza tutto pieno d´entusiasmo e ti raccontava la tua idea come se fosse stata sua", scrive Barrier a proposito degli anni successivi a Biancaneve. "Oh, merda" era la sua frase più frequente, anche se era "notoriamente e contradditoriamente pudico".

Poi Walt Disney si prendeva volentieri il diritto di far credere pubblicamente che certe scene dei suoi film le avesse fatte lui, così come erano firmate solamente "Walt Disney" anche le storie a fumetti della famiglia dei paperi scritte e disegnate da Carl Barks (anche di Barks è uscita una bella biografia, scritta da Thomas Andreas e pubblicata da ProGlo).

Controllare una scena animata insieme a Disney poteva essere un´esperienza frustrante e mortificante, e non a caso Disney aveva battezzato "sweatbox", la saletta in cui l´esame veniva effettuato: sweat come sudore non solo perché la saletta era piccola e poco areata, ma anche per il terrore di quei momenti.

E, nonostante tutto, Disney voleva essere amato: come un padre severo e a volte inarrivabile, come una figura mitica e lontana, come una star. E voleva fedeltà assoluta: nel 1929 licenziò un suo animatore solo perché aveva osato chiedere a un altro Studio quanto pagassero. Così, quando il 28 maggio 1941 fu organizzato un picchetto di scioperanti davanti allo Studio (a scendere in piazza più o meno un terzo dei 1.079 impiegati), per Disney fu un tradimento insopportabile: "Ho capito che devi stare molto attento a dare qualcosa alla gente. Alle persone non puoi regalare nulla".

Qualche giorno dopo, scrisse a un giornalista esprimendo il suo disgusto per uno sciopero "ispirato e diretto in chiave comunista". Fu così che Disney non fu più lo stesso, che a poco a poco il suo amore per i cartoni scemò e crebbe quello per i documentari e i film dal vero. Mentre il suo sogno divenne Disneyland.

LA SBANDATA PER MUSSOLINI
La biografia di Barrier racconta anche di quando, il 20 luglio 1935, i Disney (Walt con la moglie Lillian, il fratello Roy con sua moglie Edna) "viaggiarono da Venezia a Roma, dove ebbero udienza con Mussolini e il papa Pio XI". Ma i commenti provengono da un´intervista del 1968 di Roy (unico socio di Walt e suo amministratore): parlò dell´ufficio di Mussolini dicendo che sarebbe stato perfetto per essere trasformato in versione cartoon.

E poi: "Aveva proprio un ufficio bello grande: davvero grosso. (...) Lui era seduto lì, in relativa ombra, con la lampadina fissa su di noi. Se ne stava seduto sulla sua poltrona e noi stavamo giusto davanti alla lampada che ci puntava. Però fu molto piacevole e cordiale".

Nella biografia non si parla della foto di Mussolini che Disney avrebbe tenuto in vista nel suo salotto. Avrebbe contenuto anche la firma del duce: ma la fonte di tale notizia, vale la pena sottolinearlo, è Art Babbitt, uno degli organizzatori dello sciopero del 1941. Di certo sappiamo invece che Topolino fu l´unico fumetto Usa che Mussolini salvò dalle censure del Minculpop.

 

[04-01-2010]

 

 

 

 

IL TESORO USA ESAURISCE I FONDI PER LE BANCHE
Sole 24
Ore -
Il 31 dicembre il Governo Usa ha concesso 29,26 milioni di dollari a dieci piccole banche, che saranno le ultime a ricevere fondi dal programma a sostegno del sistema finanziario. Il Tesoro ha infatti concluso il Capital Purchase Program con 204,9 miliardi di dollari elargiti a 707 banche.  

29.12.09

 

INGIUSTIZIA AMERICANA - "MA COME! HO RIVELATO il più grande caso di evasione fiscale del mondo, ho denunciato 19 mila criminali e per questo devo andare in galera e rimanerci per 3 anni e 4 mesi?" - IL BANCHIERE CHE HA MESSO IN GINOCCHIO L'UBS (penale di 780 milioni di dollari al governo degli Stati Uniti), E IL SEGRETO BANCARIO SVIZZERO, BATTE ANCHE CASSA...

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"

Probabilmente otterrà una ricompensa di centinaia di milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti. Ma intanto, da venerdì prossimo, deve costituirsi in una prigione federale e rimanerci per 3 anni e 4 mesi.

Bradley Birkenfeld grida all'ingiustizia. Ora che un giudice della Florida ha respinto la richiesta di rinvio della carcerazione presentata dai suoi avvocati, l'ex banchiere della UBS si sente ferito e trattato con ingratitudine dalle autorità del suo Paese: «Ho dato loro il più grande caso di evasione fiscale del mondo, ho denunciato 19 mila criminali e per questo devo andare in galera?», si è sfogato ai microfoni della Cbs.

Birkenfeld non esagera. Poco più che quarantenne, americano vissuto in Svizzera per oltre 15 anni, fu lui nella primavera del 2007 a dare il via all'indagine, che avrebbe finito per minacciare l'esistenza di una delle maggiori banche del mondo e scuotere dalle fondamenta il tabernacolo plurisecolare del segreto bancario elvetico.

Grazie alle rivelazioni dell'allora oscuro funzionario dell'UBS, l'istituto venne costretto ad ammettere di aver frodato l'Internal Revenue Service, aiutando migliaia di ricchi americani a evadere le tasse. Come conseguenza, la banca svizzera ha accettato di pagare una penale di 780 milioni di dollari al governo degli Stati Uniti, oltre a rivelare i nomi di 4.450 cittadini americani titolari di conti segreti. Altri 14.700 contribuenti Usa si sono auto-denunciati lo scorso anno come intestatari di conti off-shore, per evitare conseguenze penali.

birkenfeld bradley

Tutto questo non è però bastato a Bradley Birkenfeld a evitare il carcere. Gli è costata cara l'unica ammissione di colpa: aver aiutato il miliardario californiano di origine russa, Igor Olenicoff, a nascondere parte delle sue ricchezze agli agenti del fisco americano. Gli stessi procuratori federali, in agosto prima della sentenza, avevano inutilmente chiesto clemenza alla corte, invocando il suo ruolo decisivo nel successo dell'inchiesta. Ma i giudici, dando peso alla circostanza che all'inizio Birkenfeld fosse stato reticente sui suoi traffici con Olenicoff, lo avevano condannato a 40mesi di reclusione.

Il paradosso delle vicenda è che Birkenfeld è un pregiudicato miliardario in pectore. Giusta una legge federale che premia i collaboratori di giustizia in materia fiscale, anche se hanno commesso dei reati, il nostro ha infatti teoricamente diritto al 30% delle somme recuperate come conseguenza delle sue informazioni.

Nella fattispecie, l'ordine di grandezza è in miliardi di dollari. È l'Internal Revenue Service, che deve decidere se l'ex funzionario, ora agli arresti domiciliari in Massachusetts, potrà riscuotere la generosa ricompensa.

Nell'intervista alla CBS, Birkenfeld ha rivelato che il 90% dei suoi clienti americani cercava di evadere le tasse: «Era la regola non scritta, non bisognava discuterne, non si attraversa l'Oceano per andare in Svizzera ad aprire un conto bancario perché si vuole dichiarare apertamente la propria ricchezza».

Ma Birkenfeld non si limitava a consigliare investimenti e movimenti. In alcuni casi era protagonista attivo della frode. Come quando ritirò dei contanti a nome di un cliente, acquistò dei diamanti e li portò in America nascosti in un tubetto di dentifricio. Il banchiere sostiene che questa operazione non fu illegale, perché le due pietre valevano meno di 10 mila dollari e non c'era l'obbligo di dichiararli alla dogana. Già, gli ha chiesto Steve Kroft, il giornalista che lo ha intervistato, «ma se non era legale perché li ha nascosti nel dentifricio?». «Era solo un modo per trasportarli - ha risposto -, così non li perdevo».

[05-01-2010]

 

 

 

Natale di sangue per madoff! – picchiato in carcere, ricoverato per “un polmone collassato e fratture al volto e alle costole” ma in America il diabolico truffatore non ha sollevato pietà alcuna - Lo scorso agosto, forse per riscattare la sua fama di uomo più odiato d’America, Madoff aveva fatto circolare la notizia un tumore allo stadio terminale. Ma le autorità carcerarie si erano affrettate a smentire le voci come una semplice "bufala"…

Alessandra Farkas per Corriere.it

Picchiato a sangue la settimana prima di Natale tanto da essere stato ricoverato d'urgenza all'ospedale. Vittima dell'aggressione, che però in America non ha sollevato pietà alcuna: Bernard Madoff, il diabolico finanziare newyorchese condannato a 150 anni di carcere per una truffa da 65 miliardi di dollari che ha visto coinvolti migliaia di investitori in tutto il mondo , mandando in rovina individui, famiglie e fondazioni. E costando addirittura la vita a molti di loro.

"Madoff ha riportato un polmone collassato e fratture al volto e alle costole", rivela una stazione tv di Raleigh, in North Carolina, lo stato dove si trova il carcere nel quale dallo scorso luglio è detenuto il finanziere. Due giorni fa, sempre secondo la tv di Raleigh, il 71enne Madoff sarebbe stato dimesso dal Duke Hospital e trasferito dalla prigione federale in North Carolina alla struttura medica del carcere. Un luogo più protetto e, si presume, a prova di aggressione.

La notizia è stata confermata dal Federal Bureau of Prisons, secondo cui Madoff si trova adesso presso il Federal Medical Center, che fa parte del Butner Federal Correctional Complex a Butner, vicino a Raleigh.Lo scorso agosto, forse per riscattare la sua fama di uomo più odiato d'America, Madoff aveva fatto circolare sui media della Grande Mela la notizia secondo cui era affetto da un tumore allo stadio terminale. Ma le autorità carcerarie si erano affrettate a smentire le voci come una semplice "bufala".

 

 

[24-12-2009]

 

 

 

LE BANCHE DEGLI AFFARI (LORO) – LA MITICA GOLDMAN SACHS, LA BANCA Più ‘INCAPPUCCIATA’ DEL MONDO, SPUTTANATA DAL NEW YORK TIMES: RIFILAVA mutui immobiliari sempre più rischiosi, subprime inclusi, ai PROPRI clienti - Financial Times ha invece nominato Lloyd Blankfein, il numero uno di Goldman, uomo dell'anno 2009 - nomina sospetta vista la vicinanza dei vertici dell'Ft a quelli di Goldman e visto che la stessa Goldman considerò tempo fa di acquistare il giornale…

Mario Platero per il Sole 24 Ore

Non è stato un regalo gradito quello che ha ricevuto Goldman Sachs dal New York Times il giorno di Natale: il quotidiano ha rivelato retroscena inediti dell'operazione Baucus, ideata già alla fine del 2006 da Jonathan Egol un giovane di 39 anni considerato un astro nascente dell'istituto.

L'idea: impacchettare in strumenti "sicuri", mutui immobiliari sempre più rischiosi, subprime inclusi, per poi venderli ai clienti. Chi comprava fidandosi del marchio Goldman non sapeva che la Banca, oltre a scaricare un rischio, stava già scommettendo contro lo stesso strumento, contribuendo alla caduta del mercato.

Più gradito il regalo del Financial Times, che ha invece nominato Lloyd Blankfein, il numero uno di Goldman, uomo dell'anno 2009. Una nomina tuttavia sospetta vista la vicinanza dei vertici dell'Ft a quelli di Goldman e visto che la stessa Goldman considerò tempo fa di acquistare il giornale.

La vicenda del "doppio gioco" sui CDO (Collaterized Debt Obligations) di Goldman era nota e ne abbiamo scritto ampiamente su queste pagine. Ma non c'erano ancora i nomi o i dettagli. Secondo il Times altri facevano la stessa cosa, Morgan Stanley o fondi come Tricadia, che faceva capo a Lewis Sachs, che svolge oggi consigliere speciale del segretario al Tesoro Tim Geithner.

Goldman però fu la più aggressiva nella vendita, e, soprattutto, nello scommettere contro i suoi strumenti. Altri, ad esempio il fondo di J.Paulson scommettevano su una caduta del mercato immobiliare in modo aggressivo, ma non contro i propri clienti.

Una differenza etica e di "trasparenza" non da poco. E per Goldman,già nell'occhio del ciclone per aver accumulato profitti ingenti grazie a operazione di trading favorite dagli aiuti dello stato e per aver stanziato miliardi di dollari da distribuire in bonus ai banchieri, si apre un nuovo fronte nella sua crisi di immagine.

 

 

[27-12-2009]

 

 

 

 

FIGLI SO PIEZZ’ E… - CARCERE PER L’85ENNE EREDE DELLA FILANTROPA BROOKE ASTOR (MORTA NEL 2007 A 105 ANNI) – HA DISTRATTO FONDI DESTINATI DA MAMMÀ ALLA BENEFICIENZA – SU 14 REATI SCONTERÀ LA PENA PER QUELLO PIÙ GRAVE, IL FURTO COMMESSO ATTRIBUENDOSI UN AUMENTO RETROATTIVO DA UN MILIONE DI DOLLARI…

M. Val. per il Sole 24 Ore

DI BROOKE ASTOR


Da uno a tre anni di carcere per aver rubato alla madre milioni di dollari. La saga della fortuna di Brooke Astor, la regina della filantropia scomparsa nel 2007 al 105 anni, si è conclusa con una sentenza che spedisce in prigione il figlio Anthony Marshall, ormai 85enne.

Marshall era condannato per 14 reati a ottobre, al termine d'un processo durato cinque mesi che aveva fatto luce sul mondo della beneficenza d'alto rango: in tribunale erano emerse faide familiari con le testimonianze, a favore dell'accusa, di grandi nomi della politica, del business e dei media, da Henry Kissinger a David Rockefeller.

Ieri è arrivata la decisione del giudice Kirke Bartley: dal 19 gennaio Marshall dovrà scontare la sua pena per il reato più grave, il furto commesso attribuendosi un aumento retroattivo da un milione di dollari quale compenso per la gestione delle finanze della madre. Marshall, che rischiava fino a 25 anni, ha anche ricevuto un anno di prigione per ciascuno degli altri 13 reati, ma questi saranno assorbiti dalla pena iniziale.

 

Marshall si era preso cura della madre negli ultimi anni di vita, quando la salute e le facoltà mentali di Brooke si erano deteriorate. Nel 2006 il primo colpo di scena: il figlio di Marshall, Philip, denunciò il padre accusandolo di maltrattare la celebre filantropa. Il caso fu raccolto dalla procura distrettuale di Manhattan, che presentò accuse di furto e truffa: nel mirino un nuovo testamento firmato nel 2002 dalla Astor che lasciava gran parte del patrimonio, stimato in 200 milioni, a Marshall. In precedenza aveva promesso donazioni più generose a varie istituzioni.

 

 

[22-12-2009]

 

   

 

 

CYBER OBAMA – LA CACCIA AGLI HACKER DIVENTA UNA PRIORITÀ PER IL GOVERNO USA – BARACK NOMINA HOWARD SCHMIDT, EX DI BUSH, COME NUOVO ZAR PER LA GUERRA CIBERNETICA - L’ALLARME PER GLI ATTACCHI INFORMATICI È SEMPRE PIÙ ALTO – PER IL “WSJ” DEI PIRATI DELLA RETE RUSSI HANNO RUBATO DECINE DI MLN DAI DEPOSITI CITIBANK…

Glauco Maggi per "La Stampa"

Il presidente americano Barack Obama ha nominato «zar» della lotta ai crimini informatici Howard A. Schmidt, che è stato responsabile per la sicurezza digitale con Bush dal 2001 al 2003. «Howard è un'autorità nel campo della sicurezza dei computer, con i suoi 40 anni di esperienza nel governo, nelle aziende private e nelle agenzie investigative federali», ha scritto nell'annuncio ufficiale sul sito della Casa Bianca John Brennan, assistente del presidente per il controterrorismo.

COLLAGE FOTO DI SOSTENITORI

In effetti, il curriculum di Schmidt è così eccezionale da stupire solo per i tempi lunghi della selezione. Obama aveva infatti annunciato in maggio la creazione di una carica specifica per la guerra ai nemici informatici, che rispondesse direttamente a Jim Jones, capo del Consiglio per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca.

Ieri, a conferma dei rischi che corrono i sistemi informatici privati e pubblici, sempre piu' connessi e quindi vulnerabili all'attacco di hackers criminali o militari al servizio di paesi stranieri, il Wall Street Journal ha dato notizia di una inchiesta dell'Fbi su un colossale furto digitale.

Una banda cibernetica russa, il Russian Business Network, è sospettata di aver rubato decine di milioni di dollari dai depositi della Citibank, non è chiaro se dal portafoglio della banca o dai conti correnti della clientela. Con la Citibank, che ha per ora smentito, sarebbero finite vittime della gang una seconda ditta privata e persino una agenzia governativa.

 

«Avrà regolare accesso al presidente», ha detto Brennan di Schmidt. Il nuovo zar è stato soldato dal 1968 al 1974, gli anni del Vietnam, e poi ha occupato vari posti al Pentagono e nella Guardia Nazionale, lavorando tra l'altro per la Cciu (Computer Crime Investigation Unit) e per l'Fbi. Nel 2003 Schmidt lasciò il settore pubblico per diventare responsabile della difesa informatica prima eBay e poi Microsoft. Con Bush era stato consigliere per la sicurezza cibernetica della Casa Bianca. Ora Obama lo ha richiamato in servizio

 

 

[23-12-2009]  

 

 

 

GRAND’AMERICA - UN PAESE IN Depressione, CON DISOCCUPAZIONE A MILLE, DA UNA PARTE. DALL’ALTRA, I PROFITTI DELLE GRANDE BANCHE nell’ultimo trimestre sono cresciuti dell’11% grazie all’uso dei derivati finanziari (Sì QUELLE “TRUFFE” che innescarono la crisi del settembre 2008) – LA POLITICA DEL ‘COMPAGNO’ OBAMA CHE HA RIEMPITO GOLDMAN SACHS E COMPAGNIA BELLA DI SOLDI DEI CONTRIBUENTI A TASSO ZERO…

Maurizio Molinari per La Stampa

Il decennio si avvia a chiudersi con ritorni in calo dello 0,5% per i titoli quotati alla Borsa di New York, con una flessione maggiore dello 0,2 registrato durante gli anni Trenta seguiti alla Grande Depressione.

Ma a sorridere sono le grandi banche grazie a profitti che nell'ultimo trimestre sono cresciuti dell'11% grazie all'uso dei derivati finanziari che innescarono la crisi del settembre 2008.

A evidenziare il contrasto fra il macroscenario negativo e l'eccezionale stato di salute delle banche più importanti degli Usa è da un lato Michele Gambera, capo economista di Ibbotson Associates, che spiega al «Wall Street Journal», come «gli ultimi dieci anni sono stati un incubo per i titoli scambiati sugli indici americani» e dall'altro i dati resi pubblici dalle maggiori istituzioni finanziarie sui profitti nelle transazioni per 5,7 miliardi di con il quarto trimestre migliore di sempre.

Fra le banche a vantare il maggior risultato è Jp Morgan Chase con utili per oltre 3,1 miliardi e un relativo incremento del 60% rispetto al trimestre precedente, che porta i profitti da transazioni alla quota annua di 8,1 miliardi polverizzando i risultati ottenuti negli ultimi due anni.

In seconda posizione la banca d'affari Goldman Sachs, con 691 milioni di strumenti è detenuto dalle banche - secondo uno studio dell'«Office of the Controller of the Currency» (Occ) che sorveglia questo tipo di transazioni - nonostante il Congresso e il ministero del Tesoro da tempo stiano tentando di varare regolamenti capaci di imporre limiti molto rigidi. «I cambiamenti di valore dei prodotti derivati pagabili e ricevibili hanno avuto un impatto sui profitti delle transazioni» si legge nel rapporto dell'Occ.

A sollevare perplessità sul perdurante impatto dei derivati sull'andamento dei mercati - e sui bilanci delle banche - è l'ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, che è anche uno dei più stretti consiglieri economici del presidente Barack Obama, secondo il quale «le banche che hanno accesso a fondi pubblici composti da denaro dei contribuenti non dovrebbero poter svolgere tali attività con una tale intensità».

L'obiezione di Volcker riguarda il rischio che l'eccesso del ricorso derivati possa in qualche maniera innescare nuovi terremoti finanziari con il rischio di sacrificare il denaro pubblico con effetti ancor più devastanti di quanto avvenuto nell'autunno 2008 sull'economia nazionale.

«Osservando quanto sta avvenendo sui mercati vi sono assai poche testimonianze di innovazioni che hanno avuto degli effetti visibili sulla produttività dell'economia» ha osservato Volcker per sottolineare come il continuo ricorso ai derivati negli scambi fra banche continua a comporre una parte preponderante delle transazioni a Wall Street.

Ad evidenziare l'eccellente stato di salute delle banche c'è l'imminente trasferimento di Goldman Sachs - i cui profitti nel 2009 dovrebbero arrivare a 11,4 miliardi di dollari - nel nuovo quartier generale a Manhattan, un grattacielo di 43 piani il cui costo finale sarà di 2 miliardi dollari, che sorgerà poco distante da dove fino all'11 settembre 2001 si trovavano le Torri Gemelle.

Niente di misterioso, tutto sotto controllo. Per Jason Trennert, guru della consulenza finanziaria, fondatore e Ceo di Strategas, il decennio peggiore di sempre con il boom delle banche nel 2009 sono fenomeni perfettamente compatibili.

Come si spiega la apparente contraddizione?
«È tutto dovuto alla politica monetaria. La Fed , con la tenuta dei tassi a zero tanto a lungo, ha volutamente creato questa situazione. Tutto avviene secondo un suo preciso disegno».

Banche a mille e Paese ancora in crisi. Non è un bel vedere...
« La Fed ha deciso di far fare alle banche un sacco di soldi quest'anno offrendo loro il più classico dei meccanismi per guadagnare: lo spread. Permette loro di finanziarsi a un tasso zero, così possono poi usare i soldi per fare prestiti o per comprare bond a tassi più elevati. La differenza è lo spread, cioè il facile margine di guadagno tra le due operazioni».

Quanto durerà la pacchia?
«Fino a che Bernanke terrà i tassi a zero, ancora per alcuni mesi. Ma è una pacchia a termine, calcolata».

Sostenere gli interessi delle banche è uno schiaffo ai disoccupati, lo dicono in tanti, nel Paese e al Congresso...
« La Fed vuole dare alle banche i soldi perché ripuliscano i bilanci dai bond tossici. E secondo me le banche finiranno in larga parte con l'usare gli utili di questi trimestri per svalutare i titoli ancora senza mercato che hanno in portafoglio».

I banchieri la faranno franca evitando la legge di regolamentazione in discussione al Congresso e scatenando i loro lobbisti?
«No. Ci sarà una legge e sarà bipartisan, tanti sono oggi i favorevoli a mettere un freno alla finanza e ai suoi strumenti di moltiplicazione degli impieghi. Con i derivati le banche stanno ancora facendo soldi alla vecchia maniera, grazie all'effetto leva».

 

 

[22-12-2009]

 

 

 

 

OBAMA, NON CI AVRAI! - I SIGNORI DI WALL ST. RESTITUISCONO I PRESTITI E SI AFFRANCANO DAL PRESIDENTE USA - I BANCHIERI SI SENTONO DI NUOVO INVINCIBILI E NON VOGLIONO TUTELE, MOLTIPLICANO I BONUS, TORNANO AI DERIVATI E DISERTANO L’APPUNTAMENTO ALLA CASA BIANCA (BARACK RIPIEGA SU UN’AUDIOCONFERENZA) – PER IL “TIMES” BERNANKE È L’UOMO DEL'ANNO…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

Moltiplicano i bonus, restituiscono i prestiti, fanno resistenza alla riforma dei regolamenti, continuano ad adoperare i derivati e disertano l'appuntamento alla Casa Bianca obbligando il presidente a ripiegare su un'audioconferenza: a 15 mesi dal crollo di Lehman Brothers le grandi banche di Wall Street si sentono di nuovo imbattibili e puntano a riequilibrare a loro vantaggio i rapporti con l'amministrazione Obama.

Ciò che più indeboliva le banche rispetto al governo erano i 245 miliardi di prestiti ricevuti dalla Federal Reserve di Ben Bernanke - prima con Bush e poi con Obama - e il basso profilo dei Ceo è durato fino a quando non sono stati in grado di restituirli. Sospinti dalle richieste degli azionisti, dagli interessi guadagnati e dalle condizioni della Fed, i banchieri hanno iniziato la risalita in giugno quando Goldman Sachs, Morgan Stanley e Jp Morgan Chase hanno restituito un totale di 45 miliardi di dollari pochi mesi dopo averli ottenuti.

Il fatto che i conti ricominciavano a quadrare grazie al perdurante uso dei derivati - che avevano causato il tracollo di settembre - e con gran parte dei titoli tossici ancora nei forzieri - a dispetto delle aste di vendita promosse da ministro del Tesoro Timothy Geithner - durante l'estate ha sollevato le preoccupazioni dei consiglieri economici del presidente.

Prima Larry Summers, poi Peter Orszag e, dopo la riconferma, anche Ben Bernanke hanno ammonito sui rischi di una risollevazione del sistema bancario senza passare attraverso le riforme invocate dopo il crollo di Lehman Brothers. Ma anziché rallentare, i colossi di Wall Street hanno accelerato facendo coincidere l'inizio dell'autunno con l'annuncio dell'elargizione di bonus plurimilionari ai propri super-manager, come se la recessione fosse avvenuta una decennio prima.

E' stato quindi il presidente in persona a intervenire a più riprese - l'ultima appena 48 ore fa - denunciando la carenza di eticità dei «grassi gatti» di Wall Street nell'assegnarsi una montagna di danaro mentre oltre il 10 per cento di cittadini è senza lavoro. Ma oramai l'equilibrio di forze fra Wall Street e Pennsylvania Avenue era mutato e a sottolinearlo non sono stati tanto gli annunci in progressione di Bank of America, Citigroup e Wells Fargo sulla restituzione di 85 miliardi di dollari di capitale - più i relativi interessi - quanto la scelta dei Ceo Lloyd Blankfein di Goldman Sachs, John Mack di Morgan Stanley , e Richard Parson di Citigroup, di far sapere a Obama che «a causa del maltempo» non sarebbero potuti salire a bordo «di aerei commerciali» per partecipare a Washington alla prevista riunione fra i vertici delle maggiori banche e il presidente.

Il riferimento agli aerei commerciali è stato percepito come uno sberleffo alla richiesta dell'amministrazione di «tenere sotto controllo le spese» e il presidente ha risposto ricorrendo all'ironia quando ha iniziato l'audioconferenza con un «grazie di aver preso la chiamata» per rimarcare come per qualche secondo lo avevano lasciano in attesa.

Le battute reciproche danno la misura di un clima oramai cambiato, come conferma il fatto che all'indomani dell'incontro alla Casa Bianca i Ceo di Wall Street hanno fatto trapelare che «Obama è stato molto affabile con noi a dispetto degli attacchi pubblici» anche perché «lo abbiamo finanziato più dei repubblicani e abbiamo votato per lui».

Con i banchieri che rialzano la testa si annuncia tutta in salita la scommessa di Obama di riuscire a far loro accettare le riforme che sono riusciti a rimandare quando erano alle prese con il rischio di fallire.

TIME, BERNANKE PERSONA DELL'ANNO PER IL 2009...
(Adnkronos) - Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve americana, e' la persona dell'anno per il 2009 secondo la rivista "Time". Lo scorso anno, il settimanale aveva premiato il neoeletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l'anno prima l'ex presidente russo, ora premier, Vladimir Putin.

"La recessione e' stata la notizia piu' importante dell'anno, e senza Bernanke sarebbe stato molto peggio" ha dichiarato il direttore amministrativo di Time Richard Stengel, spiegando le ragioni della scelta. Il capo della Fed "non solo ha imparato dagli errori commessi nella storia, l'ha scritta lui stesso", ha poi aggiunto.

Il settimanale americano ha poi reso noto che Bernanke e' stato scelto tra una rosa di finalisti, tra i quali il generale Stanley McChrystal, il comandante delle forze Usa e della Nato in Afghanistan, la Speaker della Camera Nancy Pelosi, lo sprinter giamacano Usain Bolt.

Bernanke, ha scritto Michael Grunwald nell'articolo con cui Time presenta la persona dell'anno 2009, e' "il piu' importante giocatore alla guida della piu' importante economia mondiale: la sua leadership creativa ha contribuito a garantire che il 2009 fosse un periodo di debole ripresa piuttosto che di una depressione catastrofica".

[16-12-2009]

 

 

 

7 - OBAMA 'UTILIZZEREMO FONDI TARP PER CREDITO A PICCOLE AZIENDE'...
Radiocor -
'Chiedo al mio segretario del Tesoro di continuare a utilizzare i rimanenti fondi Tarp per facilitare il credito alle piccole aziende'. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parlando a Washington alla Brookings Institution. Nel suo intervento Obama ha delineato tre principali aree di intervento: aiutare le piccole aziende a crescere e assumere nuovo personale, ammodernare le infrastrutture per i trasporti e rendere le abitazioni piu' efficienti in termini di consumi energetici. Obama ha inoltre ribadito la volonta' dell'amministrazione di iniziare a varare un piano di risanamento dei conti e a questo scopo intende ridurre il deficit statale della meta' entro il 2012.  

 

 

MESSAGGI DALL’11 SETTEMBRE – IL SITO RE DELLE “SOFFIATE” WIKILEAKS PUBBLICA GLI SMS INVIATI DURANTE GLI ATTACCHI A NY (MA CHI LI HA FORNITI?) – “VENITE TUTTI DA ME, HO ACQUA A SUFFICIENZA IN FRIGO” – “STA CROLLANDO ANCHE L’ALTRA TORRE. E’ LA FINE” - “BUSH STA FACENDO UN DISCORSO. LA COSA È VERAMENTE SERIA”....

1 - "BUONGIORNO AMORE", POI IL CAOS...
Francesco Semprini per "La Stampa"

Ventiquattr'ore di conversazioni tra privati o istituzioni governative, oltre 573 mila messaggi per complessivi 6,4 milioni di parole. E' la ricostruzione di quello che avvenne su Internet e nelle reti di messaggistica telefonica nel corso della giornata più tragica della storia americana, l'11 settembre 2001. A raccontare quello che gli americani si dissero prima durante e dopo gli attacchi a New York e Washington è il sito WikiLeaks che ha deciso di pubblicare oltre un centinaio di link Internet, rispettando la cronologia temporale di quel giorno.

 

I primi text, che partono alle 3 di notte dell'11 settembre, sono stati pubblicati alle 3 di notte di ieri mentre l'ultimo delle 2.59.59 del 12 settembre è stato pubblicato alla stessa ora di questa notte. Un modo per rivivere in tutta la sua drammatica intensità il susseguirsi degli eventi che hanno cambiato il corso della storia del mondo. Messaggi, e-mail, estratti di telefonate, sms, si riferiscono a conversazioni provenienti da uffici governativi, come Pentagono, Polizia di New York e Fema (protezione civile americana), da cittadini privati, aziende o da computer di società di brokeraggio che operavano all'interno del World Trade Center. Si tratta di comunicazioni fino ad ora coperte da segreto o comunque inaccessibili al pubblico.

 

La tensione di quei momenti si avverte già nella pagina introduttiva in cui WikiLeaks presenta alcuni dei messaggi più significativi: «Per favore non lasciate l'edificio: una delle Torri è appena crollata!», o «Possibile esplosione nell'edificio. Mobilitazione a livello 3». A emergere e destare sospetti è che nelle stesse ore in cui le Torri Gemelle di New York e il Pentagono erano in fiamme, sui pager degli uomini del Secret Service rimbalzavano messaggi falsi, fatti ad arte, almeno sembra, per alzare ulteriormente la tensione. Come quello comparso sul cercapersone degli uomini di scorta al presidente George W. Bush: «Un aereo della Korean Airlines è stato dirottato», mentre era in rotta verso San Francisco.

 

Tra gli altri spiccano i messaggi scambiati dal Secret Service e riguardanti «Twinkle and Turq» (i nomi in codice di Barbara e Jenna Bush, le figlie del presidente): le ragazze «stanno bene e sono al sicuro». Oppure quelli inviati dai responsabili della sicurezza della Bank Of America ai suoi dipendenti («Evacuare tutti le sedi che si trovano in edifici di altezze elevate»).

Il sito non rivela come sia riuscito ad accedere a questo patrimonio di tlc, su cui ci dovrebbe essere una sorta di blindatura. Un algoritmo, forse, più potente di quello che Google usa per il suo motore di ricerche. O semplicemente contatti (in senso di conoscenze) giusti. In ogni caso sull'autenticità dei contenuti non sembrano esserci dubbi.

È anche certo che il traffico telefonico e Internet di quel giorno fu senza precedenti, tale da mandare nel panico sistemi di sicurezza che avrebbero dovuto essere altamente protetti (come appunto quello del Secret Service), consentendo così l'accesso in massa a circuiti riservati. Un'altra ombra che incombe sul giorno più tragico della storia americana.

2 - WIKILEAKS.ORG - UN SITO CONTROVERSO PER SCOOP ANONIMI...
Da "La Stampa" - Wikileaks è un sito internet dedicato a documenti riservati che vengono lasciati trapelare (leaks in inglese significa «soffiata», «fuga di notizie») da fonti a cui viene garantito l'anonimato. Lanciato alla fine del 2006, ha oggi una banca dati di oltre un milione di documenti. È stato protagonista di rivelazioni per esempio da parte di dissidenti cinesi, ma anche di episodi controversi, come la pubblicazione delle mail riservate di Sarah Palin.

3 - GLI SMS DELL 11 SETTEMBRE...
8:46:30 Il primo aereo colpisce una delle Torri.

 

8:47:42 Problemi tecnici si verificano sulle reti di trasmissione. «Il nostro hub di Chicago sta registrando problemi di connessione, non riusciamo a risolvere».

8:47:46 Le prime avvisaglie: «Qualcuno mi sta dicendo che c'è stata un'esplosione al ...». Il messaggio è incompleto.

8:50:25 La tragica realtà: «Un aereo si è schiantato sul Wtc. Bruttissimo».

8:50:46 «Anche la Cnn parla di un'esplosione causata da un aereo. Karen».

8:50:50 Ancora non è chiara la causa dell'esplosione: «Una bomba è esplosa nel Wtc, per favore mettiti in contatto con Mike Brady. W.»

 

8:51:11. Molti sono ancora all'oscuro della tragedia: «Buon giorno, spero tu abbia dormito bene. Ti amo e ti auguro buona giornata. Torno a letto nudo pensando a te».

8:51:37. Arriva la conferma di chi è lì: «Il Wtc è esploso, vediamo le fiamme dalla nostra finestra. Teresa».

08:55:01. Sembra un solo incidente e la giornata va avanti secondo il calendario economico: «Le vendite dei grandi magazzini sono calate dello 0,7% nella prima settimana di settembre».

8:55:18 Cnn: «Il World Trade Center è danneggiato. Aggiornamenti a seguire».

8:55:33: L'allarme dei familiari: «Tesoro, c'è stata un'esplosione al Wtc, stai lontano e chiama. Joe».

08:57:54 Scatta l'allarme negli uffici: «Un aereo si è schiantato sul 2 Wtc, il nostro staff al 5 Wtc sembra illeso, è stato messo al sicuro».

8:59:40 «Mike, un aereo è entrato nell'80° piano del World Trade Center ed è ancora lì dentro. Ho appena visto le foto».

9:00:50 Qualcuno teme per gli altri voli: «Hey non partire per Nashville, rimani qui», Mondora 917-846-7147.

 

09:04:00 La conferma sul telefonino: «Mi hanno appena messaggiato che c'è stata un'altra esplosione al Wtc, in fiamme la seconda torre».

09:04:12 La seconda esplosione mette in allarme il distretto finanziario: il Desk di una società di brokeraggio avverte il quartier generale: «Stiamo cercando di contattare i nostri uomini al Wtc per aver informazioni più precise sull'impatto. Chiediamo assistenza».

9:04:39 L'impatto del secondo aereo fa temere il peggio, la priorità è mettersi in contatto con chi si trova nelle vicinanze: «Un altro aereo si è schiantato sul Wtc, so che sei da quelle parti. Ti prego chiamami appena puoi. Lisa 646 473 3805».

 

9:10:00 Da questo momento e per le due ore successive i tabulati mostrano una serie di numeri telefonici che ricevono messaggi simili: «Per favore chiamami», «Mettiti in contatto con papà», «Stai lontano dal Wtc», «Aiuto! New York è sotto attacco». «Non ti muovere da dove sei».

9:55:05 Arriva la notizia che conferma la pista degli attacchi terroristici simultanei: «Joe, un altro aeroplano si è schiantato sul Pentagono. Per ora non è stata confermata l'ipotesi della bomba. Tutti i voli di linea sono stati sospesi. Dennis».

9:55:33 La conferma della Cnn: «Un aeroplano ha colpito uno dei lati dell'edificio del Pentagono a Washington DC».

9:55:44 La macchina dei servizi di sicurezza si mette in moto. Sul sito Whitehouse.gov compare questa notizia: «La Casa Bianca è stata evacuata, tutti i voli cancellati».

9:56:59 Il Paese è nel caos: «Ora anche il Pentagono. Ho paura che siamo sotto assedio. È la fine. Vi voglio bene», scrive Denis.

09:57:14 I cieli sono paralizzati: «Tutti gli aerei sono stati fatti atterrare, le metropolitane sono ferme», avvertono le autorità dei trasporti.

10:01:30 Si attendono segnali dalle autorità: «Ehi, Bush sta facendo un discorso. La cosa è veramente seria».

10:01:35 Notizie e smentite di altri attacchi rimbalzano dai quattro angoli del Paese quando a New York avviene l'imprevedibile: «Oh mio Dio, la Torre Sud sta crollando completamente».

10:01:59 A Ground Zero è il delirio. Julie: «Non si vede nulla, ci sono morti e feriti, è terribile, dicono che si tratti di terrorismo».

 

10:02:01 Le agenzie battono il nuovo bollettino di guerra: «Un altro aeroplano diretto verso Pittsburgh è stato dirottato, non ci sono notizie più precise».

10:03:45 Le autorità fanno il punto via mail: gli accessi a New York City sono stati bloccati, tunnel e ponti sono chiusi al traffico, le metropolitane sono ferme. Scambi sospesi a Wall Street.

10:04:54 La sindrome dell'attacco crea panico ovunque: «Chiamatemi, sono bloccata nel mio ufficio, stanno bombardando anche il NYSE. Provo a scappare, sono con Hari, pregate per me», è la disperata richiesta di aiuto di Mary, dipendente della Borsa.

 

10:08:34. Dopo il collasso della prima torre i vigili del fuoco danno ordini via Internet: «In 15 minuti dovete evacuare tutta l'area». Molti non ricevono il messaggio perché le reti sono bloccate.

10:21:56 Si teme il peggio. «Ci stanno attaccando con gli aerei, questa è una guerra».

10:22:13 Iniziano ad arrivare le prime informazioni sugli aerei dirottati: «Uno dei velivoli è il volo Amr 11 con 250 passeggeri», scrive Brooks.

10:22:18 Il panico contagia tutto il Paese: «Abbiamo avuto un'esplosione a Capitol Hill e al dipartimento di Stato» compare su un messaggio mail di Datacast.

10:26:06 Le autorità confermano: «Stiamo evacuando tutti gli edifici federali e le Nazioni Unite».

10:27:51 C'è chi pensa a un lungo assedio: «Venite tutti da me, ho acqua a sufficienza in frigo, Rachel sta prendendo bevande, patate, panini. C'è chi azzarda già le prime ipotesi : sarei sorpreso se non si trattasse di arabi».

10:28:10 Tentare la fuga gettandosi nel vuoto è l'unica soluzione: «Sta crollando anche l'altra torre. E' la fine».

15:24:41 E Bush dall'Air Force One prepara la sua risposta all'attacco all'America: «I militari sono in stato di massima allerta, siamo pronti».

 

 

[26-11-2009]  

 

 

CACCIA AL TESORO USA! – NUOVO SMACCO PER OBAMA: IL 'SUO' MINISTRO ECONOMICO GEITHNER COSTRETTO A MOLLARE LA POLTRONA PER INCAPACITÀ A GESTIRE LA CRISI - E SPUNTA JAMIE DIMON, UN EROE DI WALL ST. CHE SALVÒ JP MORGAN DALLA BURRASCA FINANZIARIA…

Francesco Semprini per "La Stampa"

 

Non bastavano i presagi delle cassandre di Wall Street, gli attacchi repubblicani e l'emorragia occupazionale. Ora ci si mette anche un banchiere a minare la serenità di Timothy Geithner, per giunta non uno qualsiasi, ma quello che meglio degli altri ha affrontato la peggiore crisi degli ultimi 75 anni.

Parliamo di Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan Chase: è lui il più accreditato ad occupare la poltrona - sempre più ballerina - di segretario al Tesoro dove oggi è seduto Geithner. A dirlo è il "New York Post" secondo cui il nome di Dimon è rimbalzato con particolare insistenza al Congresso, in coincidenza della marea montante di critiche rivolte al capo del Tesoro la scorsa settimana proprio nella aule di Capitol Hill.

 

La crescente disoccupazione (10,2% destinato ad aumentare sino al primo trimestre del 2010), la debolezza del dollaro, la ripresa lenta e macchinosa e il rampante deficit pubblico, sono motivi sufficienti per veder capitolare il capo del Tesoro, secondo alcuni. La scorsa settimana, Geithner, è finito nel tritacarne del Joint Economic Committee e il suo alterco con un repubblicano si è concluso con la richiesta di dimissioni da parte di quest'ultimo.

A Wall Street invece, Dimon è una specie di rock star, non solo è riuscito a traghettare Jp Morgan fuori dalla burrasca finanziaria senza subire danni sostanziali, ma è stato un prezioso alleato del governo al momento di salvare altri istituti in difficoltà, come Bear Stearns e Washington Mutual.

Le sue gesta eroiche tra le macerie del terremoto di Wall Street sono raccontate in un libro scritto Duff McDonald dal titolo «The last man standing» (L'ultimo a resistere). Gode inoltre di una certa popolarità tra l'opinione pubblica perché ha già detto che non staccherà assegni da capogiro per i bonus di fine anno come invece fanno i suoi colleghi pur di arginare l'esodo di brillanti e capaci banchieri.

 

Con i suoi 53 anni e una formazione maturata negli ambienti di Wall Street, il profilo di Dimon è diverso da quello di Geithner (classe 1961) che ha un background maturato nelle grandi istituzioni pubbliche, anche se in comune hanno una militanza nella Fed di New York.

 

«Sarebbe importante in questa fase avere un segretario al Tesoro che gode del pieno sostegno del presidente e del Congresso - avverte Dick Bove, analista di Rochdale Securities che sta per pubblicare un dossier speciale proprio sul numero uno di Jp Morgan - Questo è Jamie Dimon, non certo Timothy Geithner», il cui mandato secondo alcuni è nato già debole a causa della vicenda dei contributi non pagati emerse subito dopo la nomina.

A rafforzare l'ipotesi è il piano di successione da lui stesso messo a punto per la guida della banca che gode di buona salute nonostante il rischio di perdite legate al credito al consumo. A ciò si aggiunge il fatto che Dimon è un sostenitore democratico e il legame con Obama risale a quando guidava Bank One, con sede a Chicago, città del presidente. È stato sovente ospite della Casa Bianca e il suo nome è emerso come papabile alla guida del Tesoro anche l'anno scorso per il contributo che avrebbe potuto dare nella revisione dell'apparato finanziario.

 

Inoltre a differenza di Geithner non è inviso ai repubblicani per la collaborazione mostrata durante la presidenza Bush. Lui opta per la prudenza, sostiene che Geithner, di cui ha stima, ha ancora molto da dare mentre il suo futuro è alla guida di Jp Morgan per altri sei o sette anni. Ma secondo molti a Washington è solo «fair play».

 

 

 

[24-11-2009]

   

 

 

OBAMA NON FERMA LA CORSA AI SUPER BONUS...
Arturo Zampaglione per "la Repubblica" - Già si sapeva che le banche di Wall Street sopravvissute alla tempesta si preparavano a fine anno a versare dei generosissimi bonus ai loro dipendenti, ma le ultime stime appena elaborate da Option group e da vari cacciatori di teste superano ogni previsione e sono destinate a moltiplicare le polemiche.

Goldman Sachs, Morgan Stanley e JPMorgan Chase, cioè i tre grandi istituti che hanno restituito per primi gli aiuti dello Stato, verseranno a dicembre bonus per 29,7 miliardi di dollari: cioè il 60% in più dell´anno scorso e un nuovo record rispetto ai 26,8 miliardi del 2007.

Diviso per i 119 mila dipendenti dei tre gruppi, il nuovo monte-bonus si traduce in 250 mila dollari a testa, cioè cinque volte il reddito annuo mediano di una famiglia americana. Ogni impiegato della Goldman, che è la banca con maggiori utili, riceverà nel 2009 in media l´equivalente di 490 mila euro. «Nulla sembra più preoccupare i protagonisti di Wall Street», scuote la testa Paul Hodgson , del centro di ricerca Corporate Library.

 

Attraverso il nuovo "zar degli stipendi", Kenneth Feinberg, la Casa Bianca ha cercato di mettere un freno ai compensi d´oro, insistendo sulla necessità di evitare che i bonus premino comportamenti troppo rischiosi. I chief executives di Goldman (Lloyd Blankfein), di Chase (Jamie Dimon) e di Morgan Stanley (John Mack) sono stati anche convocati la settimana scorsa dal presidente della banca della Federal Reserve di New York, William Dudley, per discutere su questo tema.

Ma c´è ben poco che il governo o la Fed possano fare, in assenza di una legge specifica, per calmierare i salari delle banche a capitale privato. Diverso è il discorso per gli istituti come Bank of America e Citigroup in cui il Tesoro esercita ancora il controllo.

 

11.11.09

 

MADOFF OFF RECORD - AGLI 007 DI WALL STREET: "NON VI CREDEVO TANTO SCEMI, SAREBBE STATO FACILE SCOPRIRMI” - Dal 1992 per ben sei volte la Sec ricevette denunce precise suL "GENIO DELLA TRUFFA" - “ERO CONVINTO CHE MI BECCASSERO PRIMA, HO VISSUTO NOTTI INSONNI” - NON EMERGONO TANGENTI, È STATA SOLO LA SCEMENZA A FARE DANNI?…

Federico Rampini per "la Repubblica"

 

 

Davvero non vi credevo tanto scemi. Così si può riassumere "la verità di Bernard Madoff". 6.157 pagine che raccolgono tutte le confessioni del protagonista della truffa del secolo, colui che ha fatto sparire nel nulla almeno 21 miliardi di dollari dei suoi clienti. Una montagna di carte dove ricorre più volte quell´ammissione: Madoff era convinto che lo avrebbero scoperto molti anni prima.

 

Lui stesso non si capacitava della dabbenaggine dei "guardiani" del mercato. A cominciare dalla Sec, la Securities and Exchange Commission, cioè la più importante authority di vigilanza sulla Borsa di New York. Un organo che un tempo era circondato da un´aureola di credibilità, e la cui reputazione esce distrutta dalle rivelazioni. Le ha dovute divulgare lo stesso ispettore generale della Sec, David Kotz.

 

 

Per l´authority quelle carte sono la prova di una disfatta umiliante. Dal 1992 per ben sei volte la Sec ricevette denunce precise su Madoff. Ogni volta fu avviata un´indagine e ogni volta finì nel nulla. Madoff era esterrefatto. Il genio del male, protagonista del più grave raggiro finanziario degli ultimi 75 anni, non si considera affatto un genio.

 

 

«Gli ispettori della Sec - ha raccontato il finanziere nelle deposizioni rese dal carcere - venivano a controllare le mie mail e chiedermi spiegazioni. Ma non facevano lo sforzo di verificare se le operazioni che dicevo di fare avevano un riscontro nel centro di compensazione di Wall Street a cui fanno capo tutte le transazioni.

 

 

Non mettevano a confronto gli investimenti che io dicevo di fare e quelli effettuati dalle mie controparti, le società finanziarie che dovevano eseguire per me acquisti e vendite di titoli». Se avessero fatto quelle verifiche, l´abc del mestiere di un ispettore, «sarebbe stato facile scoprirmi» ha dichiarato Madoff. «Se sei alle prese con una piramide di Ponzi, quelli sono i primi accertamenti da fare».

 

 

Charles Ponzi fu il protagonista di una gigantesca truffa che precedette il crac di Borsa del 1929. I due casi hanno diversi elementi in comune: la credulità di investitori ricchi e sofisticati; l´inefficienza delle autorità che dovrebbero regolare i mercati.

 

 

Madoff ricorda il giorno in cui credette che la sua fine era vicina. Nel 2006, in occasione di una delle varie ispezioni presso la sua società finanziaria (un´istituzione-fantasma, un paravento, come si sarebbe scoperto tre anni dopo) i funzionari della Sec gli chiesero di vedere gli estratti conto delle sue transazioni presso la camera di compensazione centrale di Wall Street. Da quelle carte, lui lo sapeva, sarebbe emersa la gigantesca truffa. La richiesta gli arrivò un venerdì pomeriggio.

 

Madoff passò il week-end insonne, preparandosi al peggio. Ma il lunedì nessuno si fece vivo per ottenere quelle carte. Gli ispettori si erano scordati della loro stessa richiesta. Lasciando il vecchio Bernie "stupefatto, incredulo" di fronte alla loro inefficienza e alla propria fortuna. Alla fine è stato lui a consegnarsi e rivelare tutto. Dall´inchiesta attuale non emergono tangenti, collusioni, né un sabotaggio deliberato. La scemenza può fare altrettanti danni della corruzione.

 

 

[02-11-2009]

 

 

OBAMA APRE GLI OCCHI DEGLI USA – L’AMERICA VEDE I SUOI MORTI PER LA PRIMA VOLTA IN ANNI - BARACK MOSTRA LE BARE DEI MILITARI CADUTI IN AFGHANISTAN - DAL 1991 NESSUN LEADER AMERICANO L´AVEVA MAI FATTO: NÉ BUSH SR, NÉ CLINTON, NÉ BUSH JR – ORA GLI AMERICANI SANNO CHE SONO IN GUERRA…

Vittorio Zucconi per "La Repubblica"

C´era il velo affettuoso della notte, non velette nere di madri e di vedove, per il ritorno a casa del sergente dell´Indiana Dale Griffin dentro la bara bianca d´ordinanza. C´era a riceverlo il primo Presidente degli Stati Uniti che finalmente avesse trovato il coraggio di vedere con i propri occhi i risultati delle guerre dove lui stesso manda i figli degli altri a morire.

Per 18 anni, da quel 1991 che aveva terrorizzato le autorità americane e il governo di George Bush il Vecchio al pensiero della possibile processione di caduti dal Golfo, la base aerea di Dover, nelle piane alluvionali del fiume Delaware sull´Atlantico, dove tutti i morti d´oltremare sono riportati, era rimasta chiusa ai non addetti allo scarico delle bare. Vietata ai fotografi, alle telecamere e anche ai parenti.

Per rispetto, per risparmiare a quei morti e alle loro famiglie, il "media circus", era stato spiegato, ma in realtà per evitare alla nazione di vedere che cosa c´è sempre all´altro capo della retorica e delle marcette, delle guerre giuste o ingiuste, combattute per necessità o per scelta che siano. Bare.

Obama ha avuto il coraggio di spezzare questa ipocrisia del pudore propagandistico. In queste ore sta decidendo se mandare altri come il sergente Dale Griffin dell´Indiana, campione di lotta libera nel liceo di Terre Haute saltato su una mina in Afghanistan, a contendersi l´onore di tornare a casa coperto dalle bandiere sudario e ha voluto fare almeno il gesto di uscire dalla bolla del potere washingtoniano, dei consiglieri, della strategia, per vedere di persona. Per provare che cosa significhi vedere un enorme aereo militare da trasporto C5 scaricare dai suoi rulli 18 bare che quattro giorni prima erano uomini.

Era molto diverso il Barack Obama che le telecamere hanno ripreso sull´attenti, accanto agli ufficiali e ai soldati in tuta mimetica da fatica, che lo affiancavano ai piedi dello scivolo del C5 carico di casse da morto atterrato sulla pista di Dover. Nella crudezza dei faretti portatili, senza filtri "soft" da studio e senza cerone, contro il fondale della notte, era più pallido lui, l´afro, delle facce bianche che lo circondavano, le rughe del volto scavate dal troppo contrasto fra i flash e il buio, la giacca e i calzoni sbattacchiati dal vento del maltempo che agitava tutta la costa Atlantica.

Anche il suo saluto militare, fatto da un presidente che non ha mai indossato un´uniforme e che, come i suoi ultimi predecessori Bush il Giovane e Clinton, non ha mai visto una guerra da vicino, era persino troppo perfetto e tagliente, come di chi abbia timore di sbagliarlo.

Sembrava, lui che pure è alto e atletico, minuto tra quei militari irrobustiti dalle tute mimetiche, rimpicciolito dalle dimensioni dell´enorme aereo e dal fisico dei sei portatori della pesantissima bara di acciaio saldato e laccato bianco a chiusura ermetica e guarnizioni di gomma, costo all´ingrosso per il Pentagono dollari 949.

Era stato proprio Obama ad annullare il black-out, l´oscuramento imposto da George Bush Primo nel 1991 nel timore di scuotere l´opinione pubblica e di incrinare il fronte interno di fronte alla processione di bare dal Golfo. Lo avevano mantenuto Clinton, che i suoi morti, soprattutto in Somalia, aveva prodotto e George il Piccolo, che temeva di alimentare l´ostilità crescente alle guerra in Iraq e Afghanistan.

Ma nessuno di loro, neppure Bush padre che pure la guerra aveva visto e combattuto come pilota di marina nel Pacifico, era mai salito da Washington sceso a quella base di Dover, mezz´ora di volo per l´Air Force One, che ha l´esclusivo e tristissimo onore di essere il primo approdo dei caduti. Il luogo dove avviene, secondo la formula ufficiale, «la dignitosa cerimonia» del trasferimento dei morti ai furgoni e poi ad altri aerei commerciali che li trasporteranno dove le famiglie li vogliono seppellire. 

Il sergente dell´Esercito Griffin era stato salutato alla partenza per l´Afghanistan da un´edizione speciale del giornale della sua cittadina, il Terre Haute Daily Journal, perché era un piccolo eroe locale, campione di lotta libera nello stato dell´Indiana a 16 anni, figlio di una coppia religiosissima di Avventisti del Settimo Giorno, bel ragazzo che aveva preferito l´uniforme alle aule di un´università che non poteva permettersi.

Sono stati i genitori a concedere il permesso a che la sua bara fosse quella scelta dai comandi e dal Presidente per la cerimonia che finalmente ha squarciato il buio di quell´ipocrisia e che Obama ha preteso per capire, e per far vedere, di essere costretto anche lui a essere un presidente che ha ereditato due guerre. Ma almeno con il rimpianto di doverlo essere. Quella di Griffin è stata la cinque millesima bara scaricata dai C5 Galaxy della Lockheed a Dover. Ne sono state necessarie 4.999 perché un presidente andasse a onorarne una.

 
[30-10-2009]

 

 

 

MATA-ALI (PAESE CHE VAI, D'ADDARIO CHE TROVI) – Ci voleva uno scandalo nella Manhattan dei Vip per scoprire che così fan tutte. Almeno, le giovani americane: maestre nell´uso di software avanzati, non esitano a intercettare le telefonate e spiare le segreterie dei loro uomini. O delle rispettive amanti...

Federico Rampini per "la Repubblica"

Ci voleva uno scandalo nella Manhattan dei Vip per scoprire che così fan tutte. Almeno, le giovani americane: maestre nell´uso di software avanzati, non esitano a intercettare le telefonate e spiare le segreterie dei loro uomini. O delle rispettive amanti.

«Mille volte vostro onore». Così ha confessato di averlo fatto Ali Wise, prima di beccarsi quattro incriminazioni che potrebbero costarle altrettanti anni di carcere. La sua udienza alla Manhattan Criminal Court sembrava una serata degli Oscar, tanta era la folla dei paparazzi. «Hi-Tech Vendetta», la sua storia domina la prima pagina del tabloid New York Post.

30 anni, un fisico da top model, più volte sulle copertine dei rotocalchi, con alle spalle un incarico nelle relazioni pubbliche per Dolce & Gabbana: la Wise era una habituée delle serate mondane nella Manhattan degli stilisti e degli artisti, degli attori e delle pop-star. Lo stesso universo glamour contro il quale lei ha rovesciato la sua furia vendicatrice.

Scegliendo però bersagli esclusivamente femminili: solo le rivali hanno subito le sue intrusioni a catena. A scatenare lo spionaggio tecnologico erano le rotture tra Ali Wise e i suoi uomini. Tutti Vip noti nel mondo dello spettacolo e del lusso. Prima c´era stato Josh Deutsch, fondatore della casa discografica Downtown Records. Troncata la relazione con la Wise, Deutsch si era messo con Nina Freudenberger, decoratrice di interni con una clientela miliardaria.

337 volte l´inconsapevole Nina è stata "visitata" nelle sue conversazioni al telefono e nella segreteria del cellulare dalla Wise. La stessa sorte è toccata a Briana Rasinski, stilista indipendente, anche lei per via di una relazione con Deutsch. Altre donne spiate elettronicamente erano colpevoli di frequentare Jason Pomeranc, il magnate della catena di alberghi Thompson, anche lui un ex della Wise. 137 intrusioni per la seconda vittima, 119 effrazioni a distanza nei telefoni della terza, 102 per la quarta. Una furia scatenata dalla gelosia, ma con la lucidità di una hacker, una professionista delle intercettazioni.

E qui l´affaire Wise rivela il suo lato più sconcertante. I tabloid scavano nel versante glamour, esibiscono le foto di tutte le celebrità coinvolte, e soprattutto lei: il completo nero elegantissimo che sfoggiava davanti alla Corte penale di Manhattan, le minigonne inguinali, le scollature.

I blog specializzati si lanciano in un´altra direzione: l´incrocio fra gelosia e nuove tecnologie. SpoofCard è il software galeotto usato da Ali Wise. Consente di dissimulare l´identità del proprio cellulare, infiltrarsi in una segreteria telefonica altrui, e saccheggiarla. «Per molte donne - si legge sul sito di gossip Macleans - Ali Wise è un´eroina. Perché quel che ha fatto lei, lo fanno anche loro da molto tempo».

Allen Brik, a capo del servizio di detective privati Blue Star Investigations, rivela che «negli ultimi anni sono esplose queste intercettazioni private; e sono le donne molto più degli uomini a farle. I maschi sono più ingenui. E non hanno nessuna fantasia nello scegliersi le password».

 
[21-10-2009]

 

 

 

"Chinamerica SUPERFUSION"! - Le economie di USA e Cina sono a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un’unica realtà - MA LA PARITà TRA STATI NON ESISTE IN NATURA E PECHINO SI MANGERà GLI HOT DOGS - senza gli oltre 800 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa detenuti dalle banche cinesi sarebbe stato TRACOLLO PER Obama...

Maurizio Molinari per "La Stampa - Economia & Finanza"

Le economie di Stati Uniti e Cina sono a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un'unica realtà. A sostenerlo è «Superfusion», il saggio firmato dall'economista Zachary Karabell che tiene banco a Wall Street come nei centri studi - il «Council on Foreign Relations» gli ha dedicato una seduta di approfondimento ad hoc - perché documenta l'esistenza di «Chinamerica» come di una fonte di ricchezza unica, con un pil combinato che in alcune circostanze arriva ad essere oltre la metà di quello dell'intero Pianeta.

«Il libro di Karabell è una sorta di Bibbia del G2» riassume Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley in Asia, e in effetti la tesi di fondo è che l'anno della recessione globale ha fatto decollare «Chinamerica» per due ragioni convergenti: senza gli oltre 800 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa detenuti dalle banche cinesi sarebbe stato assai arduo per l'amministrazione Obama stabilizzare il proprio sistema finanziario così come senza gli acquisti di beni «made in China» da parte dei consumatori americani Pechino nel 2008 non sarebbe riuscita ad accumulare le riserve che le hanno consentito di sostenersi, mettendosi al riparo dalla recessione globale fino a chiudere l'anno con una crescita del pil dell'8 per cento.

Alla base della «super-fusione» c'è dunque l'interscambio commerciale fra i due giganti che si affacciano sull'Oceano Pacifico, che nel 2007 ha toccato i 410 miliardi di dollari creando un motore di consumi che non ha eguali. La tesi di Karabell è che tale processo iniziò con la scelta fatta dal presidente Bill Clinton, negli anni Novanta, di non condizionare gli scambi commerciali al rispetto dei diritti umani - come gli Stati Uniti avevano invece fatto con l'Urss durante la Guerra Fredda - ed ora Barack Obama continua sulla stessa strada, come la recente decisione di posticipare l'incontro con il leader tibetano Dalai Lama ha confermato.

Il risultato della decisione di Clinton, e l'imminente visita di Obama a Pechino, è per Karabell descritto da due storie di successi economici americani in Cina: la catena del Kentucky Fried Chicken, i cui circa 2000 fast food gli garantiscono il 25 per cento dei profitti globali, e Avon riuscita non solo a imporre i propri cosmetici ma anche a produrne in loco per andare incontro alle richieste delle donne cinesi.

Nel caso di Avon, l'impatto è stato anche quello di trasformare migliaia di donne del ceto medio in venditrici qualificate con redditi decuplicati rispetto al passato e un conseguente aumento dei loro consumi. «Interdipendenza e interconnessione fra Cina e Stati Uniti» portano Karabell a prevedere che i mega-prestiti finanziari di Pechino al Tesoro Usa porteranno «ad aprire il nostro impero commerciale ai loro prodotti» proprio «come fece la Gran Bretagna con i prodotti americani dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».

Da qui il consiglio al presidente Obama di «riorientare la politica verso la Cina» facendo passare in secondo piano «le questioni militari come gli aiuti a Taiwan e le basi in Giappone» dando maggior importanza al «focus economico» per «poter integrare sempre di più i due sistemi». Sperando di risparmiare agli Stati Uniti la fine che fece l'Impero britannico dopo l'ultimo conflitto mondiale.

 
[19-10-2009]

 

 

 

MEDIA WAR – IL SINDACO-TYCOON BLOOMBERG COMPRA BUSINESSWEEK PER UNA CIFRA RIDICOLA (TRA 2 E 5 MLN $) E PARTE LA SFIDA A MURDOCH – NASCE UN TERZO POLO DELL’INFORMAZIONE “WIRE” CHE SFIDA DOW JONES-WSJ E THOMSON-REUTERS – LO SQUALO AL TRAMONTO? LE TESTATE BOCCHEGGIANO E INTERNET A PAGAMENTO FARÀ FLOP…

Michele Masneri per "Il Riformista"

Il sindaco di New York si prende Business Week. L'operazione, annunciata dalla stessa rivista americana, prevede che Bloomberg Lp, il gruppo dell'informazione finanziaria creato nel 1981 proprio dall'attuale primo cittadino di New York, pagherà una somma compresa tra i 2 e i 5 milioni di dollari a McGraw-Hill, colosso editoriale Usa che controlla tra l'altro l'agenzia di rating Standard & Poor's, per mettere le mani sul glorioso settimanale.

La cifra è ridicola, ma tiene conto dello stato boccheggiante in cui il periodico finanziario (921mila copie di tiratura) era ridotto a causa della recessione. Nel 2008, infatti, il fatturato pubblicitario della storica testata era crollato del 37%, e redattori e impiegati erano già pronti a fare gli scatoloni come i colleghi di altre testate che hanno chiuso i battenti nel 2009 (ultima, Portfolio, diretta concorrente edita da Condé Nast, editore di Vogue).

 

L'entrata in scena del "cavaliere bianco" Bloomberg ora però cambierà gli assetti di potere dell'informazione, e andrà a scontrarsi direttamente con l'impero dello "squalo", Rupert Murdoch. Innanzitutto perché crea un terzo polo mondiale dell'informazione "wire", andando così a completare un percorso di aggregazione cominciato nel 2007 quando lo stesso Murdoch si è impossessato della Dow Jones & Co. (società che controlla a sua volta il Wall Street Journal e l'agenzia d'informazione finanziaria Dow Jones Newswires) per una cifra considerata già allora spropositata (5 miliardi di dollari).

Pochi mesi prima c'era stata un'operazione economicamente anche più importante: la fusione tra il colosso canadese Thomson e la gloriosa agenzia Reuters, fusione da 8,7 miliardi di dollari che ha generato il primo attore mondiale dell'informazione finanziaria. Ma l'operazione Bloomberg-BusinessWeek scombinerà ulteriormente gli equilibri sia sul lato digitale che su quello cartaceo.

Sul primo, perché segnala il forte espansionismo del gruppo Bloomberg: solo qualche giorno fa la società aveva annunciato un'alleanza con il Washington Post che prevede forti integrazioni sul versante delle notizie online, con le 300 mila sale di contrattazione sparse per i cinque continenti che hanno sulla scrivania i terminali Bloomberg che avranno accesso anche alle news del Wp. A sua volta, il sito Internet del Wp avrà nuove pagine economiche a cura dei 1.500 reporter Bloomberg.

Adesso, ci sarà un'ulteriore integrazione della piattaforma con i contenuti di Business Week. Ma anche sul fronte cartaceo la minaccia allo status quo è tangibile: sia perché da mesi Bloomberg sta tentando di impadronirsi del glorioso New York Times (finora senza successo) sia perché adesso, come ha detto lo stesso presidente di Bloomberg, Daniel Doctoroff, "vogliamo prendere un marchio venerabile e farne il miglior settimanale economico globale".

 

Su entrambi i fronti, digitale e cartaceo, l'operazione va quindi a impattare sul - traballante - business di Rupert Murdoch. Come racconta Michael Wolff in una monumentale biografia intitolata "The Man Who Owns the News" (L'uomo che possiede la notizia), 464 pagine frutto di nove mesi di interviste al magnate australiano, Murdoch, l'uomo che nella sua vita è riuscito a battere tutti - la Cnn, la Bbc, la censura cinese, i sindacati inglesi, la resistenza dello stesso Wall Street Journal - sarebbe quasi al tramonto. La stessa battaglia per il Wsj può essere considerata perdente: Murdoch ha già dovuto mettere a bilancio 3 miliardi di dollari di perdite a causa del crollo della pubblicità.

 

Il suo amato New York Post va talmente male che si pensa addirittura a cederlo (magari all'arci-rivale Daily News). Anche le sue testate britanniche (The Sun e The Times) e quelle australiane (Daily Mirror, The Australian, Daily Mail) non vanno per niente bene. E l'avventura nella free press è stata così fallimentare che The London Paper ha dovuto chiudere (prima volta assoluta nella carriera di Murdoch). Ma la vera sfida che Murdoch perderà, sostiene Wolff, è quella di Internet, più precisamente di Internet a pagamento. A breve tutti i siti di informazione della galassia Murdoch, compresa Fox News, non saranno più gratis.

Una decisione che contrasta nettamente con una legge non scritta del Web: secondo cui la gente è disposta a pagare solo per notizie finanziarie e per il porno. Tutto il resto, ovvero l'informazione generalista, non può che essere gratis. Ma Murdoch - sostiene Wolff - questo non lo capisce.

Lo testimonia anche l'esperienza di MySpace: acquistata nel 2005 per 580 milioni di dollari, oggi boccheggia dietro la concorrenza del rivale Facebook. E dopo averla comprata, pare che Murdoch si fece spiegare esattamente che cosa fosse un social network. Per poi concludere: "capisco, si tratta di fare stalking sulla gente". Forse Wolff è troppo estremista, e forse il futuro riserverà delle sorprese.

 
[19-10-2009]

 

 

 

LACRIME A WALL ST. – MUORE A SOLI 61 ANNI, BRUCE WASSERSTEIN, IL MITOLOGICO A.D. DI LAZARD – DALL’ARREMBAGGIO ALLA RJR NABISCO A QUELLO DI CARL ICAHN CONTRO TIME WARNER, NON C’ERA AFFARE NEL QUALE NON FOSSE RIUSCITO A ENTRARE – E ORA IL SUO SUCCESSORE, STEVEN GOLUB, DOVRÀ COLMARE UN ENORME VUOTO…

1 - È MORTO A 61 ANNI BRUCE WASSERSTEIN...
Mario Platero
per "Il Sole 24 Ore"

Bruce Wasserstein, 61 anni, uno dei titani di Wall Street, l'amministratore delegato di Lazard Freres e co-fondatore anni fa della celebre boutique d'affari Wasserstein Perella è morto ieri in un ospedale a New York, dove era stato ricoverato domenica scorsa per un battito cardiaco irregolare.

La notizia, drammatica per Lazard e triste per Wall Street, che perde uno dei suoi grandi inimitabili protagonisti, è giunta pochi minuti prima dello scampanellio che segna la chiusura delle contrattazioni al New York Stock Exchange e ha colto tutti, banchieri, analisti, operatori, grandi manager, di sorpresa. È vero che il comunicato di domenica sera definiva le sue condizioni serie.

Diceva però che erano anche stabili, e passati i primi due giorni dalla crisi, ricoverato in uno dei migliori ospedali del mondo, ci si aspettava che potesse soltanto migliorare. Non è stato così. Così in tarda serata Lazard ha nominato il successore: l'amministratore delegato ad interim da oggi è Steven Golub (già vice presidente).

Non c'era affare in cui Wasserstein non fosse riuscito ad entrare, dal mitico arrembaggio alla RjR Nabisco a quello di Carl Icahn contro Time Warner portando sempre una creatività geniale sul piano finanziario e una buona dose di spregiudicatezza. Per Lazard, che si era rivitalizzata e che aveva sempre lui al centro di tutto si apre un difficile problema di successione.

Il personaggio era controverso. Riuscì a conquistare Lazard Freres nel 2005, lui, che si era fatto dal nulla, strappandola dopo una lunga battaglia alla famiglia Weil e in par-ticolare al capo famiglia, Michel David Weill, un aristocratico della finanza che aveva trasformato la banca originariamente francese, in uno dei grandi protagonisti della finanza mondiale. La sua aggressività, la sua tenacia erano leggendarie, un rapido calcolo stima in mille gli affari che ha direttamente gestito fin dall'inizio della sua carriera,per un valore complessivo di 250 miliardi di dollari. Un record difficilmente raggiungibile.

La sua fortuna personale è stimata in 2,5 miliardi di dollari. Ha anche dei forti interessi nei media: di nuovo, dopo una lunga battaglia, riuscì a comprare il settimanale New York Magazine, ma riuscì a vendere prima della crisi American Lwayer Media per 630 milioni di dollari. Ha cominciato la sua carriera come avvocato. Dopo la gioventù e la prima laurea a Brooklyn fu ammesso alla facoltà di legge a Harvard. Andò subito a lavorare allo studio Cravath Swaine and Moore, uno dei più prestigiosi d'America.

Capì presto, lavorando per i banchieri, che la sua vera vocazione era quella di stare dall'altra parte. Passò a Fist Boston, dove conobbe Joe Perella. Insieme fondarono poi Wasserstein Perella.

La personalità dirompente di Wasserstein portò a un litigio e Perella se ne andò. Pochi anni dopo, nel 2000, di nuovo poco prima dello scoppio della bolla di Internet, Wasserstein vendette la banca alla Dresdner per 1,4 miliardi di dollari. Lascia la quarta moglie, Angela Chao e due figli. Poco prima di sentirsi male aveva lasciato una donazione di 25 milioni di dollari alla facolta di legge di Harvard.

2 - WASSERSTEIN, NON SOLO LAZARD - IL SUO MARCHIO RESTA IMPRESSO SULL'INTERO SETTORE FINANZIARIO...
Da "La Stampa"

Una delle imprese più memorabili di Bruce Wasserstein è forse quella di avere impresso il suo marchio sull'intero settore più che su una singola società. Questo non significa che il navigato uomo d'affari non abbia lasciato un'impronta indelebile su Lazard, l'ultima banca di investimenti presso cui ha lavorato fino alla sua scomparsa pochi giorni fa. Ma nonostante l'enorme influenza che ancora esercitava, il suo operato nell'istituto era già in larga parte compiuto.

La perdita di Wasserstein sarà dolorosa per Lazard - ma lo sarà, probabilmente, più per ragioni personali ed emotive che per ragioni strategiche o finanziarie.

Quando è approdato in Lazard nel 2002, Wasserstein portava con sé la reputazione di un uomo temibile, basata su tre decenni di accordi di successo e su una personalità smisurata. Questo gli ha permesso di svolgere il duro e necessario lavoro di riunire una società aspramente divisa fra tre città e due continenti.

Wasserstein ha contribuito a ripopolare l'organico di Lazard con banchieri esperti, attirandoli con lauti compensi, un ambiente poco burocratico e, in alcuni casi, una partecipazione azionaria nella società, la cui proprietà era stata fino ad allora strenuamente difesa dalle famiglie fondatrici francesi. Wasserstein ha completato la trasformazione nel 2005, facendo uscire Lazard dall'ombra della proprietà privata e collocandola sotto i riflettori del mercato.

Nonostante il cambiamento, Lazard è rimasta straordinariamente simile alla società che era sempre stata. Continua a dispensare consigli finanziari incondizionati alle aziende, esattamente come faceva quando gli uffici di Lazard erano occupati da autorevoli veterani del settore come Raymond Philippe, André Meyer, Michel David-Weill, Steve Rattner o Felix Rohatyn.

Steven Golub, il sessantatreenne successore di Wasserstein, dovrà colmare un enorme vuoto.

 
[16-10-2009]

 

 

 

ADDIO HOLLYWOOD PARTY! – LA CUCCAGNA È FINITA E DA UNIVERSAL A DISNEY SI FA PIAZZA PULITA DEI TOP MANAGER - INCASSI A PICCO, PRODUZIONI COSTOSISSIME - Il futuro è già disegnato: film di cassetta, senza troppe pretese, MODELLO VIDEOGIOCHI, con bassi costi di produzione, capaci di interessare soprattutto il pubblico dei giovani...

Massimo Gaggi per Corriere Economia

Il presidente degli studi cinematografici della Disney, Dick Cook, è stato messo alla porta senza complimenti alcune settimane fa. Produttore di successi come «I pirati dei Caraibi», ha pagato i «flop» dell'ultimo anno, da «G-Force» a «Confessions of a Shopaholic» («I love shopping» nella versione italiana).

Poi, qualche giorno fa, è toccato ai due copresidenti della Universal Pictures, il braccio cinematografico del gruppo NBC-Universal. Anche Marc Shmuger e David Linde sono stati licenziati brutalmente per aver prodotto pefficole di qualità, assai apprezzate dalla critica, ma che hanno fallito al botteghino come «Frost/Nixon», «State of Play», un film interpretato da Russell Crowe o «Duplicity», con Julia Roberts. In precedenza erano state la Paramount e la Metro Goldwyn Mayer a sostituire i capi dei loro «studios».

C'era una volta la terra felice dei «mogul». A Hollywood, vera capitale della prospera California, i capi dell'industria delle stelle erano chiamati così, «mongoli» per descrivere la loro potenza, ma anche la loro inamovibilità. Poi tutto è cambiato: «In 18 mesi» racconta Mark Gill, capo di Film Department, una società che finanzia produzioni cinematografiche indipendenti, «ci sono stati più cambiamenti che nei precedenti 18 anni messi insieme».

INCUBO CALIFORNIA
La California felix, che per mezzo secolo è stato il «sogno» delle giovani generazioni di mezzo mondo, si è improvvisamente risvegliata sull'orlo della bancarotta. Devastata dagli incendi saliti fin sulle colline di Beverly Hills, impoverita, con interi settori industriali - come quello aeronautico - spazzati via e una «Silicon Valley» sempre vitale ma assai ridimensionata. L'orgoglio dello Stato della «West Coast», non a caso governato da un attore, Arnold Schwarzenegger, è rimasto aggrappato alla scritta a caratteri cubitali che campeggia sulla collina più alta di Hollywood.

Ma con la crisi finanziaria e la recessione, anche l'industria del cinema, considerata inaffondabile, ha cominciato a imbarcare acqua. In realtà l'emorragia dei biglietti venduti al botteghino durava già da anni, ma il fenomeno era più che compensato dai proventi internazionali e, soprattutto, dalle vendite di Dvd. Improvvisamente, nell'ultimo anno, queste ultime sono crollate di più del 25 per cento.

Nei bilanci delle case cinematografiche si sono aperte gigantesche voragini proprio quando, con la «gelata» del credito, anche per le «majors» più blasonate è diventato più facile vincere un Oscar che trovare finanziatori per una nuova produzione.

Così, per un mondo abituato ai «party» a bordo piscina nell'eterna primavera di Los Angeles, è improvvisamente arrivato il momento del «ribaltone». Che per ora ha risparmiato Warner Bros, Sony-Columbia e la 20th Century Fox di Ruperi Murdoch: gruppi che hanno investito massicciamente, vincendo la loro scommessa, su saghe di grande successo come quelle di Spider Man (Soly) ed Harry Potter (Warner). Che, però, stanno pian piano arrivando al capolinea: anche qui di benzina ne è rimasta poca.

PIÙ CASSETTA, MENO QUALITÀ
Il futuro è già disegnato: film di cassetta, senza troppe pretese, con bassi costi di produzione, capaci di interessare soprattutto il pubblico dei giovani. Meno «stelle» alla Russell Crowe che chiedono 10 o 20 milioni di dollari per un film senza poi attirare folle nei cinema, più rielaborazioni di vecchi cartoni animati (quella di «Toy Story» è già nelle sale Usa), o pellicole basate su videogiochi.

Ai nuovi produttori, come Adam Fogelson e Donna Langley, la coppia appena insediata ai vertici della Universal, è stata affidata una missione chiara. Per ora si va avanti con le costose produzioni già in cantiere per il 2010: il nuovo «Robin Hood», «The Wolfman» e «The Green Zone», sulla guerra in Iraq, tutti film sui quali sono stati investiti più di cento milioni di dollari.

Ma poi si passerà a produzioni meno ambiziose, dai costi drasticamente ridotti. È una scelta dolorosa, ma necessaria per la sopravvivenza: Universal è scesa all'ultimo posto nella classifica degli otto maggiori «studios», con una quota di mercato ridotta all'8,6%. Jeff Zucker - il gran capo del gruppo NBC-Universal che un paio di mesi fa ha messo alla porta anche Ben Silverman, il capo della divisione televisiva, anch'essa affetta da una crisi di ascolti - ha agito con brutalità, ma non aveva più molti margini di scelta: il tempo sta finendo anche per lui.

Coi risultati della sua conglomerata dell'«entertainment» che continuano a peggiorare, la Generai Electric di Jeff Immelt sta seriamente considerando la possibilità di liberarsi di una partecipazione ormai diventata più un problema che un'opportunità.

Stessa musica alla Disney dove Robert Igier, ammiraglio di una nave sballottata nella tempesta del crollo dei livelli di consumo degli americani, ha affidato le produzioni cinematografiche a Rich Ross, il manager televisivo che ha rivitalizzato il moribondo Disney Channel.

MODELLO VIDEOGIOCHI
Cambiano i personaggi, ma la musica è la stessa per tutti. Preparatevi a una serie di film basati su videogiochi, giocattoli e vecchi show televisivi. Si partirà col videogame «Asteroids» e con «Battleship», la battaglia navale, un film basato sull' omonimo gioco da tavolo che arriverà nei cinema nel 2011.

Intanto sono già in preparazione anche pellicole a base di Lego. I mattoncini di plastica della casa danese saranno pure meno espressivi delle stelle di Hollywood, ma vuoi mettere il risparmio?

 

 

 

ALBERGO A ORE (CONTATE) – LA CATENA HILTON SOTTO ACCUSA: SPIATA LA RIVALE STARWOOD – L’ACCUSA DEI CONCORRENTI IN MANO A UN GRAN GIURÌ: RUBATI MIGLIAIA DI DOCUMENTI SEGRETI – L'HOTEL DEL PRIVATE EQUITY BLACKSTONE RISCHIA GROSSO, HA UN DEBITO DI 20 MLD $...

Daniela Roveda per "Il Sole 24 Ore"

Giallo nel mondo degli alberghi di lusso: la catena Hilton Worldwide rischia l'incriminazione un evento raro e potenzialmente fatale nel mondo del business americano - per avere rubato dei documenti segreti alla rivale Starwood Hotels & Resorts, proprietaria degli Sheraton. Un gran giurì sta valutando proprio in questi giorni i risultati di un'inchiesta del ministero della Giustizia durata sei mesi che potrebbe sfociare nell'incriminazione della società e anche di alcuni suoi dirigenti.

HOTEL HILTON DI ROMA

Tutto è iniziato nel giugno dell'anno scorso quando la Hilton, acquistata nel luglio 2007 dal gruppo di private equity Blackstone Group, «rubò» alla Starwood due manager-chiave, Ross Klein e Amar Lalvani. I due dirigenti sono stati accusati l'aprile scorso di avere portato con sè 100.000 documenti elettronici, spediti un po' alla volta via mail al proprio indirizzo di posta elettronica. I documenti delineavano la strategia della Starwood per lanciare una nuova catena di alberghi di lusso, un rapporto corredato da studi demografici e analisi di diversi mercati in varie parti del mondo.

HOTEL HILTON AEREOPORTO

Per la Starwood si tratta del «caso più lapalissiano di spionaggio industriale». La Hilton ha risposto che l'accusa è senza fondamento, ma la società ha allo stesso tempo deciso di sospendere il responsabile della divisione "Global development and real estate" Steven Goldman, il dirigente che aveva assunto Klein e Lalvani. Da quando è partita l'inchiesta del ministero della Giustizia, la Hilton ha licenziato o sospeso 30 dei suoi dirigenti.

y Hilton Taba

Sotto la proprietà del Blackstone Group, la Hilton aveva deciso di entrare nel segmento degli hotel di lusso nel tentativo di imitare il successo degli alberghi "W" della Starwood. La Starwood, proprietaria degli Sheraton, dei Meridien Hotel, degli Hotel Westin e St Regis e degli hotel della Compagnia Italiana Grandi Alberghi, gestisce questi "boutique hotels" in diverse città americane, ma anche a Hong Kong, Istanbul, Londra, Barcellona, Doha, Maldive, Montreal, Santiago del Cile, Seul, San Pietroburgo e Porto Rico.

L'ingresso in un settore alberghiero più profittevole fa parte della strategia del Blackstone Group volta a valorizzare il megainvestimento nella Hilton Hotels, acquistata in un leveraged buyout per 26 miliardi di dollari nel luglio 2007, proprio alla vigilia del collasso di Wall Street e della recessione.

Quello nella Hilton è stato anche il primo grosso investimento della società di private equity prima del suo debutto in Borsa nel giugno 2007. Oggi questa catena di 3.400 hotel in 34 paesi sta soffrendo non solo per gli effetti negativi della recessione, ma anche per il peso di un indebitamento da 20 miliardi di dollari contratto dal Blackstone Group per portare a termine il buyout.

La spada di Damocle dell'incriminazione pesa quindi sul futuro della Hilton. Il verdetto del gran giurì è previsto nei prossimi due mesi, ma anche se la commissione dovesse determinare l'esistenza di prove sufficienti per l'incriminazione, la decisione di proseguire con un'azione penale spetterà alla procura distrettuale di New York. Molti legali credono che la procura cercherà di evitare un'azione estrema.

I tribunali americani hanno infatti usato molta cautela negli ultimi anni nell'avviare azioni penali contro aziende. Nel 2002 l'incriminazione della società di revisione dei conti Arthur Andersen, condannata in primo grado per la complicità nella frode perpetrata alla Enron Corporation, sfociò nella dichiarazione di fallimento e nella sua liquidazione. La sentenza fu annullata successivamente dalla Corte Suprema, troppo tardi per salvarla.

 
[08-10-2009]

 

 

 

OBAMA SNOBELLIZZATO AL “SATURDAY NIGHT LIVE”: “Chiudere Guantanamo? Non l’ha fatto. Ritirare le truppe dall’Iraq? Non l’ha fatto. Migliorare la situazione in Afghanistan? Non l’ha fatto, anzi la situazione è peggiorata. riforma sanitaria? Riforma dell’immigrazione? Ma va... Riscaldamento terrestre? Non ancora. E, ricordatevi, può fare qualsiasi cosa voglia. Ha la maggioranza in entrambi i rami del Congresso...

Christian Rocca per "Il Foglio"

Lasciate perdere i sondaggi in calo, ignorate i dati sulla disoccupazione, trascurate le difficoltà sulla riforma sanitaria e sulla guerra in Afghanistan, c'è qualcos'altro a segnalare il mutamento di status di Barack Obama, da nuovo messia a uomo politico normale: i comici hanno cominciato a prenderlo in giro.

Sabato scorso il più tradizionale dei programmi televisivi di satira, il Saturday night live della Nbc, che in campagna elettorale ha sostenuto il candidato Obama in ogni modo possibile, ha inaugurato la nuova stagione con una devastante imitazione del presidente fatta da Fred Armisen.

 

Nei panni di Obama, Armisen ha letto un messaggio alla nazione dallo Studio ovale della Casa Bianca: "Buona sera e congratulazioni a Rio per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2016", ha detto ricordando subito il clamoroso fallimento della candidatura di Chicago sostenuta con insuccesso da Obama.

"L'anno scorso sono stato eletto col mandato di apportare un cambiamento credibile in questo paese - ha detto il finto presidente - Ma ora c'è gente a destra che è molto arrabbiata. Pensano che stia trasformando questo grande paese in qualcosa che somiglia all'Unione Sovietica o alla Germania nazista. Ma non è così. Se guardate bene ai primi mesi di presidenza è molto chiaro che cosa ho fatto fino a questo momento: niente, nada. E' trascorso quasi un anno e non ho niente da mostrarvi".

Nel 2000 il Saturday night live ha preso in giro lo stile di Al Gore e Al Gore ha perso, mentre l'anno scorso la credibilità di Sarah Palin è stata sbriciolata dalla parodia di Tina Fey e il duo McCain/Palin è stato travolto da Obama. Ora il nuovo obiettivo stagionale sembra essere Obama come un "do-nothing president", un "presidente fancazzista", nonché leader, diremmo in Italia, di un'immaginaria fondazione "Fare niente".

I giornali americani segnalano che le battute di Snl non sono una buona notizia per la Casa Bianca. I consiglieri del presidente dovranno rendersi conto che in giro c'è molta gente convinta che Obama non abbia fatto assolutamente niente o, perlomeno, niente di diverso dal suo predecessore George W. Bush, tanto che, questa settimana, sulla copertina dello storico settimanale della sinistra britannica New Statesman campeggia il titolo "Barack W. Bush", sotto un formidabile fotomontaggio di due immagini sovrapposte di Obama e Bush.

E' molto probabile, poi, che gli sfottò di Saturday night live continueranno, anche perché Obama ci mette qualcosina di suo. Ieri, per esempio, ha convocato alle cinque un gruppo di ministri e deputati per una partitella a basket alla Casa Bianca.

Le battute di Saturday night live hanno colpito al punto che la Cnn, con scarso senso dell'umorismo, si è spinta fino a condurre una serissima inchiesta sull'accuratezza delle critiche (fact-checking) mosse al presidente dal programma satirico.

"Guardate la lista delle cose fatte e non fatte", ha detto Armisen/Obama ricordando le promesse di Obama in campagna elettorale. "Chiudere Guantanamo? Non l'ho fatto. Ritirare le truppe dall'Iraq? Non l'ho fatto. Migliorare la situazione in Afghanistan? Non l'ho fatto, anzi la situazione è peggiorata. E che dire della riforma sanitaria? Certo che no.

Riforma dell'immigrazione? Ma va... Riscaldamento terrestre? Non ancora. E, ricordatevi, posso fare qualsiasi cosa voglia. Ho la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Avrei potuto rendere obbligatorio il matrimonio gay e imporre automobili alimentate a marijuana. L'ho fatto? No!".

Qualcosa, secondo gli autori di Saturday night live, però Obama l'ha realizzata: "Non ci sono soltanto brutte notizie. Posso vantare qualche risultato: gli incentivi alle rottamazioni hanno davvero stimolato l'economia, peccato fosse quella del Giappone. Fatemi vedere, cos'altro? Ah sì, ho ucciso una mosca in tv, ve lo ricordate?", ha detto il comico riferendosi a una cosa realmente successa durante un'intervista alla Casa Bianca.

"E poi ho invitato un poliziotto bianco e un professore nero a bere una birra. Chi altri avrebbe potuto fare una cosa del genere? Sì, avete ragione, anche Oprah. Nessun altro, però".


IL VIDEO SU YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=YT5Kl38fSVY

 
[09-10-2009]

 

 

 

BLOOMBERG, IL PAPI D'AMERICA – 120 MLN $ DI CAMPAGNA ELETTORALE PER FARSI RIELEGGERE - I DIFENSORI DEL PUBBLICO INTERESSE: “IL SINDACO DI NEW YORK SPENDE COME UN MILIONE DI MARINAI UBRIACHI, E QUESTO DISTORCE IL GIOCO DEMOCRATICO” – IL TEAM DEL SINDACO: “SONO TUTTI SOLDI SUOI”…

Federico Rampini per "la Repubblica"

Che cosa costa più caro di tutte le campagne pubblicitarie dei kleenex della Procter & Gamble? Chi spende più degli yogurt Yoplait per le loro promozioni? È Michael Bloomberg, il sindaco di New York: per farsi rieleggere al suo terzo mandato il 3 novembre polverizzerà i precedenti. Venerdì scorso ha denunciato spese di campagna elettorale per 65 milioni di dollari.

Il sindaco più caro d´America e del mondo. Più costoso da "vendere" alla sua constituency di molte campagne pubblicitarie per prodotti di largo consumo. Eppure il primo cittadino della Grande Mela non dovrebbe averne bisogno. A un mese dal voto i sondaggi gli danno un robusto margine di vantaggio, dieci punti sul rivale democratico William Thompson. Ma Bloomberg non vuol correre rischi.

Nel mese finale la sua pubblicità alla tv e sui giornali avrà un´impennata formidabile, a novembre avrà "bruciato" quasi 120 milioni. Più del doppio rispetto alla sua prima campagna del 2001, il 50 per cento in più che nel 2005. Ogni volta che si sottomette - si fa per dire - al verdetto dei newyorchesi, Bloomberg stabilisce dei record storici.

Questa escalation fa scalpore perfino in un´America abituata a costi esorbitanti della politica. Molte ong che vigilano sul governo locale denunciano la ricchezza della macchina propagandistica del sindaco, uno spreco che offende mentre la città è ancora in piena crisi, con il 10,2 per cento di disoccupati. Gene Russianoff del Public Interest Research Group dichiara al New York Times che «Bloomberg spende come un marinaio ubriaco, anzi come un milione di marinai ubriachi, e questo distorce il gioco democratico». La squadra del sindaco ribatte: sono soldi suoi fino all´ultimo centesimo.

Gli uomini di Bloomberg puntano il dito sull´avversario democratico che, non avendo ricchezze personali, in passato ha accettato generose donazioni da personaggi come lo stilista Ralph Lauren o il gruppo immobiliare Park Tower. È il messaggio che Bloomberg va ripetendo nel suo spot in onda su tutte le reti locali: «Come uomo d´affari di successo non sono schiavo di altri interessi economici, difendo solo voi cittadini».

Ex trader della banca d´affari Salomon Brothers, lui uscì con una ricca liquidazione per mettersi in proprio nel 1981 creando la Bloomberg L. P.: oggi ha diecimila dipendenti, fornisce informazioni finanziarie a 300.000 banche, 450 giornali, 80 milioni di lettori. L´azienda vale 23 miliardi di dollari e lui ha l´88 per cento del capitale.

È l´uomo più ricco di New York, l´ottavo nella classifica dei miliardari americani. Democratico per tutta la vita, convertito ai repubblicani solo per strappare la nomination nel 2001, Bloomberg è riuscito a imporsi puntando su un mito antico e assai screditato: la favola del capitalista incorruttibile perché già fin troppo opulento. Finora gli è andata bene. È attento a spendere davvero soldi propri.

Non usa la residenza ufficiale di Gracie Mansion ma il suo appartamento dell´Upper East, sulla 79esima strada fra la Quinta Avenue e la Madison. Si sposta spesso in metrò. E il suo numero privato figura ancora nell´elenco del telefono. Non risponde lui in persona, però. Anche per evitare le minacce. Degli ex dipendenti, per esempio. In azienda non tutti lo adorano. A centinaia gli hanno fatto causa, tra cui 72 donne che lo descrivono come un aguzzino feroce. Soprattutto quando una collaboratrice gli si presentava incinta. «Kill it!», uccidilo, era la sua battuta più dolce.

 
[06-10-2009]

 

 

 

CHI LI PAGA? - CICCIO MOORE APPRECCHIA UN PROVOCATORIO FILM CONTRO IL CAPITALISNO "MALVAGIO" DI WALL STREET CON I SOLDI DI UN PESCECANE DEL BUSINESS - JOHN MALONE NON È UN CAPITALISTA COME TANTI ALTRI, È UNO DEI PIÙ SPIETATI IMPRENDITORI D'AMERICA, È IL DARTH VADER DELLA FINANZA SECONDO LA DEFINIZIONE DI AL GORE...

D. Ro. per "Il Sole 24 Ore"

«Michael, we love you» hanno detto i fan italiani all'ultraprovocatorio documentarista di " Capitalism: a love story" Michael Moore. Peccato che dietro al film anticapitalista inneggiato al Festival del Cinema di Venezia c'è un capitalista di prima categoria in odore di monopolismo, John Malone.

Il documentario-denuncia contro gli abusi del «malvagio» sistema economico americano è stato co-finanziato e distribuito in Usa dalla Overture Films, una divisione del conglomerato Liberty Media controllato dal miliardario Malone.

Malone non è un capitalista come tanti altri, è uno dei più spietati imprenditori d'America, un proverbiale mastino del business, un nemico dichiarato dell'ingerenza dello stato nel settore privato, è il Darth Vader della finanza secondo la definizione dell'ex-vicepresidente Al Gore.

Da buon capitalista ha messo i soldi in un film d'attualità che in questo periodo di indignazione collettiva contro i finanzieri e i capitani d'industria dovrebbe fruttare bene. E Michael Moore da buon anticapitalista non li ha rifiutati.

 
[18-09-2009]

 

 

 

CUOMO CONVOCA 5 BANCHIERI DI BOFA...
Dal "Corriere della Sera" - Andrew Cuomo, il procuratore generale di New York, ha spiccato cinque mandati di comparizione per cinque manager di Bank of America, mentre proseguono le indagini in merito all'acquisizione di Merrill Lynch da parte dell'istituto guidato da Kenneth Lewis.
Il procuratore di New York sospetta che il consiglio di amministrazione di Bank of America fosse al corrente delle perdite crescenti di Merrill Lynch, e le abbia tenute nascoste agli azionisti.

 

 

WALL ST. SUICIDE – L'AMMINISTRATORE DI ROCKEFELLER & CO (GESTISCE RISPARMI PER 28 MILIARDI $) SI SPARA IN MACCHINA – NESSUNO SI SPIEGA IL GESTO DEL 57ENNE JIM MCDONALD: LA SOCIETÀ NON AVEVA GROSSI PROBLEMI E SU DI LUI NESSUNA INDAGINE CONOSCIUTA. MA A DOMANDA LA SEC RISPONDE: “NO COMMENT”…

M. Ga. per il "Corriere della Sera"

 

Un altro suicidio nel mondo della finanza. A togliersi la vita non sono trader o manager di seconda fila, come avvenuto qualche mese fa e, di nuovo, la scorsa settimana, ma il gestore della Rockefeller & Co.: una società, creata dalla celebre famiglia del capitalismo americano, concepita come un centro di consulenza finanziaria che oggi gestisce un patrimonio di oltre 28 miliardi di dollari.

Capitali di vari membri del «clan» Rockefeller, ma anche di altri clienti, fondazioni filantropiche e fondi universitari e di istituzioni culturali. James McDonald, persona stimata, nota per la sua meticolosità, era anche membro del consiglio d'amministrazione della Borsa di New York.

McDonald è stato trovato morto nella sua auto in una strada di New Bedford, in Massachusetts, ucciso da un solo colpo di pistola. Era domenica pomeriggio (al mattino avrebbe chiamato la moglie al telefono), ma la notizia del suo suicidio è stata data solo lunedì notte. Per ora non ci sono altre informazioni sulle ragioni di questo gesto disperato.

Non sono esclusi motivi familiari o legati al suo stato di salute ma - ovviamente - il primo pensiero va al fondo amministrato da questo finanziere di 56 anni.

In maggio McDonald, che era anche uno dei tre amministratori del Cit Group, una finanziaria di New York in grave difficoltà, lasciò l'incarico, sostenendo di non condividere alcune scelte fatte e di avere troppi altri impegni. La società, che a luglio rischiò la bancarotta, è stata poi oggetto di un tentativo di salvataggio tuttora in corso.

Il caso, per ora, appare abbastanza misterioso: la famiglia ha rifiutato ogni commento, gli investigatori si sono limitati a confermare l'apparente suicidio, le società per le quali lavorava manifestano sorpresa e dolore per la scomparsa di un uomo che - sottolineano - godeva della loro piena fiducia.

Chi conosceva lui e la sua società assicura di non aver sentito voci di difficoltà particolari della Rockefeller and Co, una società che era stata fondata nel 1882 dal capostipite, il petroliere John Rockefeller. McDonald, che si era laureato ad Harvard e all'università della Virginia, la guidava da più di 8 anni.

Era considerato un brillante, un «visionario» con grandi progetti, ma anche un perfezionista, severo con sé stesso e con i suoi dipendenti. In Massachusetts, dove i reati finanziari sono perseguiti con particolare durezza, non ci sono tracce di indagini sulle sue società. Ma il portavoce della Sec, la Consob americana, richiesto se ci fossero indagini in corso o in vista nei confronti del finanziere suicida, ha risposto non con un diniego ma con un no comment .

Poco per costruire delle ipotesi, anche se qualcuno dice che negli ultimi tempi McDonald sembrava sotto pressione, provato dai tempi difficili che avevano reso complicata la gestione delle attività finanziarie da lui amministrate.

 
[16-09-2009]

 

 

 

CONDURRE UN TG IN AMERICA NON è UNA QUESTIONE DI BELLE FIGHETTE SPEAKERINE CHE SBIRCIANO LE NOTIZIE SUL 'GOBBO': OCCORRE ESSERE GIORNALISTI E CREDIBILI - A 63 ANNI, diane sawyer diventa la seconda donna negli usa a conquistare la poltrona di un tg in prima serata...

Luigi Spinola per La Stampa

diane sawyer 012


È stata lunga e gloriosa l'ascesa di
Diane Sawyer alla poltrona che per un giornalista televisivo americano conta di più, quella di "anchor" del telegiornale di prima serata in una delle "Big Three" dell'etere, Abc, Nbc e Cbs. Al Tg della Abc Diane Sawyer, moglie del grande regista Mike Nichols (Il Laureato) è arrivata solo a 63 anni, alla soglia fisiologica della pensione. Del resto la Sawyer sostuisce Charlie Gibson, che molla per anzianità dopo aver raccolto il microfono tre anni fa dal defunto Peter Jennings. Il posto richiede esperienza.

 


L'America è troppo politicamente corretta per celebrare la fresca nomina come un successo di "genere". Eppure la Sawyer è solo la seconda donna d'America a vedersi affidare la conduzione del telegiornale più istituzionale e seguito. Trent'anni fa
Barbara Walters affiancava il conduttore - che la trattava con visibile disprezzo - sempre alla Abc. Ma non è mai andata oltre, rimanendo confinata al Tg del mattino. Solo Katie Couric ha preceduto Diane Sawyer, di soli tre anni, alla Cbs. E l'ha pagata cara.


L'America è troppo politicamente corretta per bocciare una conduttore perchè di sesso femminile. Alla
Couric veniva addebitata mancanza di "gravitas", eccesso di informalità e un curriculum giornalistico leggero, più talk-show che notiziario. Troppo femminile? Nessuno lo ha scritto esplicitamente ma le critiche ci giravano intorno, l'audience è crollata e sola a fatica Couric ha risalito la china. Completando la rimonta con la straordinaria intervista che nell'estate 2008 smascherò la crassa incompetenza di Sarah Palin in politica estera.


L'America del "infotainment", l'informazione-intrattenimento, quando si tratta di notizie in prima serata è piuttosto conservatrice. La nomina della Sawyer è dunque una piccola rivoluzione: adesso la maggioranza dei Tg "classici", due su tre, è in mano alle donne. Gli ascolti ora premiano
Brian Williams della Nbc ma da gennaio, quando Diane Sawyer prenderà il microfono, tutti gli occhi saranno puntati sulla sua sfida a Katie Couric. La Sawyer è un'avversaria temibile. Anche lei, come Katie Couric, ha un'esperienza da talk show leggero visto che è suo il microfono della storica trasmissione Good Morning America. Ma il suo curriculum politico è imbattibile.


Diane Sawyer ha intervistato le star più pop, da Michael Jackson a Britney Spears, ma anche tutti i presidenti degli Stati Uniti da George Bush padre in poi. E come corrispondente del mitico 60 minutes ha realizzato documentari su Afghanistan e Corea del Nord. Sopratutto, Diane Sawyer faceva parte dell'ufficio stampa della Casa Bianca ai tempi di Nixon. E per anni è stata sospetta di essere la fonte principale di Woodward e Bernstein, l'invisbile artefice del Watergate. L'ascesa ora è compiuta. Da presunta "gola profonda" a voce del Tg più seguito d'America.

 
[07-09-2009]

 

 

 

AFGHANISTAN, OBAMA INDECISO A TUTTO – LA SITUAZIONE PRECIPITA DOPO IL BOMBARDAMENTO NATO CON CONSEGUENTE STRAGE DI CIVILI E L’AGGHIACCIANTE PRIMA IMMAGINE CHE RITRAE UN SOLDATO AMERICANO MORENTE - RAPITO GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES….

1 - RAPITO GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES.
Repubblica.it -
Un giornalista britannico del New York Times è stato rapito dai taliban nel distretto di Khahar Dara, nella provincia settentrionale di Kunduz, la stessa del raid Nato. Insieme al giornalista è stato rapito anche il suo interprete afgano. Il governatore, Mohammad Omar, non aveva autorizzato il giornalista a raggiungere il luogo del bombardamento della Nato, ma il reporter ha voluto spingersi comunque nella zona ed è stato rapito da un comandante taliban che si chiam a Mullah Abdur Rehman

2 - AFGHANISTAN, OBAMA INDECISO A TUTTO
Angelo Aquaro per La Repubblica

Adesso non c´è più tempo da perdere. Sarà anche l´ultimo weekend di vacanza, ma Barack Obama sa bene che quando domani sera tornerà da Camp David alla Casa Bianca una decisione dovrà averla presa. Il punto di non ritorno è la strage di civili avvenuta proprio all´indomani dell´ordine impartito da Stanley McChrystal, il nuovo zar americano a Kabul, di limitare i blitz aerei.

Eppoi quella foto dell´Associated Press, la prima immagine che ritrae un soldato americano morente in Afghanistan, e che ha fatto andare su tutte le furie il capo del Pentagono, Robert Gates, proprio mentre un sondaggio rivela che la maggioranza degli americani è contraria all´invio di nuove truppe.

Adesso è venuto il momento di dare la linea. Anche perché la Casa Bianca non può permettersi di rincorrere i retroscena dei giornali, come quello del New York Times che ieri parlava di «divisioni interne». E neppure lasciare campo ai think tank come quello raccolto intorno alla lettera aperta che conservatori dichiarati, da Robert Kagan a Bill Kristol, si apprestano a spedire al 1600 di Pennsylvania Avenue, spingendo per un più forte impegno sul terreno.

Ieri è toccato al portavoce Robert Gibbs esprimere la «grave preoccupazione» per il bombardamento Nato, «particolarmente per le vittime civili», specificando che l´amministrazione apprezza l´apertura dell´inchiesta ordinata dalla Nato.

McChrystal aveva diffuso ad agosto 7 pagine di linee guida: «Proteggere la gente è la nostra missione. Il conflitto sarà vinto conquistando il consenso, non distruggendo il nemico». Di più: «La potenza aerea contiene i semi della nostra distruzione, se non la usiamo in maniera responsabile. Potremmo perdere la battaglia». Avvertimento inascoltato.

Ma la battaglia più importante si gioca ora sulla sua richiesta di invio di più truppe. E qui la linea della Casa Bianca comincia a fare una serie di curve. Il vicepresidente Joe Biden sarebbe quello più contrario, anche perché la vera questione che si sta aprendo, dice, è il Pakistan, Al Qaeda si muove da lì, non si ci può distrarre dal problema.

All´altro lato del tavolo Richard Holbrooke, l´inviato speciale degli Usa: più truppe, sostiene, significa più sicurezza, anche dei civili. Gates, che in principio sembrava freddo sull´aumento («Non dobbiamo caratterizzarci come invasori») ora è più possibilista, segnala il Washington Post: «Sicuramente non è vero che l´Afghanistan ci sta sfuggendo di mano». Alla fine, la soluzione che anche il segretario di Stato, Hillary Clinton, avallerà, sarà probabilmente quella intermedia: nel dossier di 25 pagine in mano a Obama, McChrystal avrebbe consigliato un aumento minimo fino a 15mila truppe, massimo oltre le 45mila e medio sulle 25mila.

Il presidente deve agire in fretta. In settimana è previsto l´incontro con Gates. L´opinione pubblica è spaccata. E la foto del caporale Joshua Bernard, 21 anni, ucciso in una imboscata, diffusa ieri dall´Ap, apre l´ultimo fronte. L´immagine è stata scattata da una fotografa che ha disatteso il divieto imposto agli "embedded". L´agenzia ha deciso di renderla pubblica perché «è dovere giornalistico mostrare la realtà della guerra, anche se brutale e spiacevole».

Gates ha cercato di impedirlo telefonando al presidente dell´Ap, Thoms Curley: «Non c´è legge che tenga, è mancanza di compassione: la foto di quel giovane smembrato è raccapricciante». Ma l´agenzia non si è fermata neanche di fronte al no del padre di Joshua, ex marine anche lui. Dice la fotografa, Julie Jacobson: «Il marine era a una decina di metri da me, le gambe appese a un brandello di pelle. Diceva: non riesco a respirare, non respiro... Mi sono buttata per terra e ho cominciato a scattare».

Pentita? «Troppo facile starsene seduti in qualche Starbucks dall´altra parte dell´oceano, leggere i nomi delle vittime e non pensarci più su. Con una foto è diverso: non è così facile vedere tirare dritto». Lo ha capito tutta l´America. E adesso tocca a Obama.

 
[05-09-2009]

COME TI FACCIO NERO IL verde DI Obama – la destra costringe il guru dell´ambiente Van jones a dimettersi – con un passato di radicalismo nero, aveva definito i repubblicani “assholes” e aveva dichiarato: bush potrebbe aver lasciato che accadesse l’11 settembre…

Federico Rampini per La Repubblica

La settimana di fuoco di Barack Obama si apre con una sconfitta. Assediato dalla destra che lo accusa per il suo passato di "estremista", deve dimettersi il consigliere della Casa Bianca per l´ambiente, Van Jones. Mentre il presidente assapora l´ultimo giorno di vacanza (oggi è la festa del lavoro) preparando un cruciale discorso sulla riforma sanitaria, l´opposizione repubblicana assapora la riscossa.

 

«Glenn Beck ha avuto il suo primo scalpo», commenta il blog progressista Huffington Post, alludendo all´anchorman della Fox News che nelle ultime settimane ha guidato l´offensiva contro Van Jones.

«Non posso chiedere ai colleghi dell´Amministrazione di sprecare tempo ed energie preziose a difendere il mio passato», è stato l´ultimo commento di Van Jones nel gettare la spugna. La sua uscita di scena è un colpo duro per il presidente. Lo scopre a sinistra e tra gli ambientalisti, facendo scomparire uno dei teorici più innovativi della "rivoluzione verde". E al tempo stesso conferma i pregiudizi della destra più virulenta, convinta che la Casa Bianca sia diventata un covo di sovversivi.

Afroamericano, Van Jones è un personaggio emblematico della parabola politica di tanti militanti neri, dalle posizioni radicali all´impegno riformista. Per due volte nelle scorse settimane, sotto l´assedio della Fox News, ha dovuto scusarsi per il suo passato. Si è detto pentito per aver firmato nel 2004 un appello di intellettuali che conteneva questo passaggio esplosivo:

«L´Amministrazione Bush potrebbe aver lasciato che accadesse l´11 settembre, magari come un pretesto per la guerra in Iraq». E ha dovuto fare ammenda perché in un discorso pubblico - prima della nomina alla Casa Bianca - aveva affibbiato un epiteto ingiurioso ai repubblicani («assholes»).

 

Ma il vero scandalo è il suo passato più remoto. Sul quale gli opinionisti di destra hanno scavato implacabilmente, per crocifiggerlo come un quasi-terrorista. Alla pari di tanti intellettuali neri della sua generazione, Van Jones ebbe un impegno politico su posizioni estreme.

Fu membro dell´organizzazione Standing Together to Organize a Revolutionary Movement (dalle iniziali Storm, come "tempesta"), un gruppo dall´ideologia vagamente maoista e terzomondista. Fu militante per i diritti civili in California. Fino alla "conversione verde" degli ultimi anni, quando il suo interesse si spostò sui temi dell´ambiente.

Il suo libro «The Green Collar Economy», best-seller nel 2008, ha introdotto nel linguaggio corrente l´espressione "colletti verdi" per indicare i mestieri del futuro, nelle energie rinnovabili e nelle tecnologie ambientaliste. Obama lo aveva voluto al suo fianco per dare sostanza al progetto di rilancio della crescita economica trainato dagli investimenti a tutela dell´ambiente. Le sue proposte dovevano contribuire all´agenda che l´America presenterà il 23 settembre alla conferenza dell´Onu sul cambiamento climatico, poi al vertice di Copenaghen sulla riduzione delle emissioni carboniche.

 

Nell´orchestrare le accuse contro Van Jones si è distinto Glenn Beck, la nuova star televisiva dei conservatori, definito anche il "televangelista" della destra per i toni ispirati, melodrammatici e apocalittici. Beck parla regolarmente di una «colonna segreta» di comunisti infiltrati da Obama nei gangli vitali del governo per portare avanti un «progetto radicale, rivoluzionario, marxista». I toni virulenti e le tesi improbabili non hanno impedito al suo messaggio di propagarsi.

I messaggi di Beck hanno conquistato non solo le frange della destra più oltranzista - come i gruppi di disturbatori che si presentano armati ai comizi di Obama - ma anche l´establishment repubblicano. Riprendendo le accuse della Fox, il deputato Mike Spence la settimana scorsa ha detto che «un estremista come Van Jones non ha diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico».

E il senatore Christopher Bond ha chiesto l´apertura di un´indagine del Congresso su Jones «per la sua condivisione di sentimenti radicali ripugnanti». Queste tattiche sembrano funzionare. Sulla riforma sanitaria Obama tentenna, forse ritirerà il progetto di un´opzione pubblica perché spaventato dalle accuse di "socialismo". Beck non si sente certo appagato. «Van Jones - dice - è solo la punta dell´iceberg».

 
[07-09-2009]

innovazioni speculative per wall st – IERI i subprime, ora le assicurazioni sulla vita: la nuova moda è SPOLPARE vecchi e malatI – l’assicurato vende la polizza per integrare la pensione o pagare le spese mediche - prima muore, più alto è il profitto di chi è subentrato…

Federico Rampini per La Repubblica

 

In barba ai proclami del G20 la malafinanza dei "titoli strutturati" è viva e vegeta più che mai. La cartolarizzazione torna in auge, malgrado il ruolo chiave che ha giocato nel collasso finanziario del 2007-2008. Si è appena spenta l´eco delle polemiche sui metodi opachi con cui venivano triturati nello spezzatino delle obbligazioni i debiti sui mutui subprime, ed ecco che spunta una nuova speculazione.

Questa volta avrà per bersaglio gli anziani e i malati. Sempre alla ricerca di "innovazioni" finanziarie, Wall Street punta gli occhi sulle loro polizze vita. In particolare quelle che vengono stipulate perché l´accumulazione dei premi si traduca in un pagamento ai familiari sopravvissuti, nel momento del decesso dell´assicurato.

Accade, soprattutto in tempi di crisi, che l´assicurato abbia bisogno di incassare il premio da vivo. O perché la sua pensione è troppo magra. O perché un´improvvisa malattia ha trascinato con sé dei costi sanitari esorbitanti. In questi casi alcuni contratti consentono la vendita anticipata della polizza a terzi.

 

L´acquirente paga subito una somma scontata - per esempio il 40% del premio finale - e diventa il titolare dell´assicurazione. Così alla morte dell´assicurato, chi ha comprato la polizza per 400.000 dollari incasserà un milione. Il rendimento di un simile investimento dipende naturalmente dalla durata della sopravvivenza: prima muore il titolare del contratto, più alto è il profitto di chi è subentrato nella polizza. Finora questo tipo di transazione avveniva con un contatto diretto fra l´assicurato e l´investitore.

 

E´ qui che Wall Street ha fiutato la possibilità di costruire un nuovo business. Dando un´organizzazione "industriale" a questi scambi, diffondendoli in titoli da piazzare sul mercato. Proprio come accadde con i mutui subprime, quando le grandi banche d´investimento crearono un passaggio d´intermediazione nel tradizionale rapporto fra il debitore e la banca. In quel caso, i debiti dei proprietari di case vennero frazionati e impacchettati in bond (titoli obbligazionari) che il mercato collocava nel mondo intero, fino ai fondi comuni d´investimento emessi da importanti banche europee.

 

Lo stesso gioco è pronto a ripartire con le polizze vita. Anche in questo caso è decisiva la comparsa di un nuovo intermediario: il gruppo finanziario compra le polizze scontate cedute dagli anziani e dai malati bisognosi di incassare subito il premio; impacchetta questi futuri crediti in nuovi bond; li colloca sul mercato.

 

Dove magari saranno comprati da fondi pensione a caccia di elevati rendimenti per compensare i tassi ridottissimi sui titoli del Tesoro. L´intermediario lucra commissioni abbondanti e (come sempre in queste innovazioni) si libera dal rischio vendendo subito sul mercato. Proprio qui sta l´incognita: nella valutazione del rischio. Che può assumere tante forme.

I calcoli di probabilità sui decessi usano le tavole attuariali delle compagnie assicurative, non sono infallibili. Le stesse compagnie assicurative, pagatori di ultima istanza, non hanno tutte lo stesso grado di solvibilità. Nei "titoli strutturati" la distinzione di qualità tra debitori scompare nella nebbia.

All´epoca dei subprime bond, il trucco per collocarli era nell´etichetta delle agenzie di rating. Che spesso promuovevano con la tripla A (il voto massimo) titoli ad alto rischio di insolvenza. Salvo scoprire, dopo lo scoppio della bolla e la crisi sistemica dei mercati, il gigantesco conflitto d´interesse: le agenzie di rating sono remunerate dagli stessi emittenti dei titoli. Un conflitto d´interessi che è passato indenne attraverso tutti i G20 e i vertici dei banchieri centrali, dove il ruolo delle agenzie di rating è rimasto ai margini delle discussioni sulle grandi riforme.

 
[07-09-2009]

 

 

 

le memorie delL’ultimo kennedy - ted: “Conosco i miei peccati» - “imperdonabile” l’incidente in auto in cui morì mary jo – oswald? agì da solo – l’incontro segreto tra johnson e bob kennedy - il nemico carter e la frustrazione con reagan…

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"

La tragedia di Chappaquiddick lo ha «perseguitato» fino alla fine. Fu «imperdonabile» il suo comportamento nell'incidente d'auto che nel 1969 causò la morte di Mary Jo Kopechne e «terribile» la decisione di non denunciarlo fino al giorno dopo. Probabilmente fu anche il dolore per quanto accadde che accelerò la morte di Joe, il vecchio padre già ammalato.

Con un lungo epitaffio autografo, una personale Spoon River onesta, spietata ma anche orgogliosa, Ted Kennedy consegna dalla tomba la sua autobiografia all'America e al mondo, che pochi giorni fa lo hanno salutato commossi. Esce il 14 settembre True Compass , la mia bussola, il libro di memorie scritto dal senatore del Massachusetts, di cui il New York Times ha fornito ieri ampie anticipazioni. Nessuna reticenza: dalle «auto- distruttive» abitudini etiliche alla bulimia sciupafemmine, che dopo il divorzio dalla prima moglie lo vide per anni rincorrere ogni donna si profilasse al suo orizzonte. Sincere introspezioni sull'effetto devastante che su di lui ebbero le tragedie di famiglia.

E molte rivelazioni golose per gli storici. Come l'incontro segreto del 1967 tra Lyndon Johnson e Bob Kennedy, già critico feroce della guerra in Vietnam: scrive Ted che il fratello chiese al capo della Casa Bianca l'autorità di negoziare una pace in Indocina: «Se il presidente avesse accettato, Bobby sarebbe stato troppo occupato per candidarsi alla presidenza». Ma Johnson, che pure ne temeva la discesa in campo alle primarie democratiche, disse di no, sospettoso delle sue vere motivazioni.

Ancora, Kennedy dice di aver sempre accettato le conclusioni della commissione Warren sull'assassinio del fratello John: fu Lee H. Oswald da solo a sparare sul presidente a Dallas, nel novembre 1963, con buona pace delle teorie complottistiche. La morte di John, altra rivelazione del libro, ebbe su Robert un impatto così forte che la famiglia temette per la sua salute mentale: «Andammo vicini a una tragedia nella tragedia».

A sua volta, l'omicidio di Bob nel 1968 sprofondò Ted in un buio totale. All'inizio non riusciva a tornare al Senato. Il rumore di un fuoco d'artificio o quello causato dal ritorno di fiamma di un'auto lo mandavano in fibrillazione. L'abuso di alcol fu uno dei modi di sfuggire al trauma. L'altro fu l'impegno da legislatore a Capitol Hill, l'esempio dei fratelli sempre a ispirarlo: «Pensando a cos'hanno fatto, qualche volta mi sembra che la mia intera vita sia stata un costante tentativo di recuperare ».

Rimorsi, Ted ne ha parecchi. Chappaquiddick in testa, anche se nega di essere stato ubriaco la notte dell'incidente e di avere avuto una storia con la ragazza. E poi Palm Beach, nel 1991, quando tirò fuori dal letto il figlio Patrick e il nipote William Smith per portarseli in giro per locali a sbevazzare. Smith probabilmente violentò una ragazza quella notte. Ma venne assolto al processo forse anche grazie alla testimonianza dello zio Ted.

Ma le scuse per le pagine spericolate della sua vita non attenuano la rabbia per le molte calunnie subite: «Ho goduto la compagnia delle donne, qualche drink più del giusto, il sapore di un buon vino. Ogni tanto ho ecceduto troppo in questi piaceri. E ho sentito i racconti sulle mie imprese, alcuni accurati, altri con qualche esagerazione e altri ancora così oltraggiosi che non posso neppure immaginare come qualcuno possa averci creduto».

Fu amico di molti presidenti, Ted Kennedy. Ma non certamente di Jimmy Carter, l'uomo che sfidò per la nomination democratica nel 1980 e che nel libro accusa di eccessiva «timidezza» sulla riforma sanitaria: «Un uomo difficile da convincere, in primo luogo perché non ascoltava».

Gli piaceva la bonomia di Ronald Reagan invece, anche se spesso era frustrante: come quella volta che insieme ad altri senatori andò alla Casa Bianca per convincerlo a imporre limiti all'importazione di scarpe e tessili. Avevano 30 minuti, Reagan guardò i mocassini di Ted e gli chiese se erano delle Bostonian. Poi si lanciò in una dissertazione sulle scarpe, raccontando anche di quando lui le vendeva per conto di suo padre. Ted guardò l'orologio, ma la mezz'ora passò così. Non una parola sulle quote all'import. Vennero accompagnati fuori, mentre il vecchio Ronnie li salutava con un sorriso.

 
[04-09-2009]

 

 

 

il fisco s’ingrossa - Washington sulle tracce di 10 banche europee - Austria nel mirino - arresti negli Usa di un ex manager ubs e di un avvocato svizzero – le confessioni di centinaia di evasori che hanno deciso di trarre vantaggio dall'amnistia offerta dal fisco usa…

1 - Scatta l'effetto Ubs: Austria nel mirino - arresti negli Usa di un ex manager ubs e di un avvocato svizzero -
da La StampaS

La firma dell'accordo tra Svizzera e Stati Uniti per i clienti Usa di Ubs sospettati di evasione fiscale ha innescato un coro di reazioni in Europa e in America. Intanto negli Usa continua la stretta del Dipartimento di Giustizia che ieri ha accusato un ex manager di Ubs, responsabile della banca privata svizzera Neue Zuercher Bank (Nzb) e un avvocato svizzero, sospettati di aver aiutato cittadini americani a sottrarre al fisco parecchi miliardi di dollari.

Il manager e l'avvocato sono accusati di aver incoraggiato clienti americani a trasferire i loro fondi da Ubs verso Nzb, una banca molto più piccola attiva dal 2002. I fondi appartenevano a cittadini svizzeri, i due sono anche sospettati di aver utilizzato diverse strategie di contorno per aiutare i loro clienti a riportare soldi negli Usa.

L'effetto Ubs si è fatto sentire anche in Austria e a San Marino. Ieri la Banca europea per gli investimenti (Bei), braccio finanziario della Ue, ha minaccia di tagliare i propri prestiti ai progetti finanziati dalle banche austriache se Vienna non abbandonerà al più presto il segreto bancario.

In una lettera inviata al ministro delle finanze austriaco, Wilhelm Molterer - spiegano alla Bei - il presidente Philippe Maystadt ha illustrato la nuova politica che intende seguire, ottemperando alle indicazioni del G20 del 2 aprile a Londra. Indicazioni che anche la Banca mondiale e la Bers dovranno seguire, ridimensionando il flusso dei prestiti verso i Paesi che non sono «cooperativi» dal punto di vista fiscale e inseriti nella cosiddetta lista grigia dell'Ocse. Tra questi c'è l'Austria, unico Paese dell'Ue ancora nella lista.

Mentre nella Repubblica di San Marino è in dirittura d'arrivo l'intesa con l'Italia in materia fiscale e finanziaria. «Sul piano tecnico l'intesa è stata praticamente raggiunta e credo che la firma possa esserci entro metà settembre e l'accordo potrebbe essere operativo, questo almeno è il mio auspicio, a partire dal primo gennaio 2010», ha detto ieri il segretario alle Finanze del Titano, Gabriele Gatti.

L'intesa riguarda la doppia imposizione fiscale e la collaborazione finanziaria. Infine tornando alla Svizzera proprio ieri la Confederazione ha annunciato la cessione del 9,9% di Ubs incassando un profitto circa 1,2 miliardi di franchi.

2 - Washington sulle tracce di 10 banche europee coinvolte nello scandalo - L'indagine si allarga ad altri istituti
Daniela Roveda per il Sole 24 Ore

Dopo Ubs sarà il turno di altre banche europee, alcune svizzere, altre no. Il fisco americano si è già messo sulle tracce di una decina di altri istituti europei dove numerosi evasori fiscali americani confessi hanno depositato i propri soldi. Per ora sono emersi i nomi di Credit Suisse, Julius Baer, Zürcher Kantonalbank e Union Bancaire Privée, ma la lista è decisamente più lunga.

«Dopo l'enorme vittoria messa a segno con il governo svizzero su Ubs, l'indagine si allarga - ha detto ieri Douglas Shulman, responsabile del fisco americano Internal Revenue Service - e colpiremo tutte le categorie di istituzioni che favoriscono l'evasione fiscale». Non solo banche, quindi, ma anche studi legali, commercialisti e consulenti finanziari e fiscali.

Il governo svizzero, ha comunicato ieri il ministero della Giustizia Usa, ha già acconsentito a prendere in esame le richieste americane e si è detto disposto a fornire informazioni sugli intestatari di conti presso altre banche «se i sospetti del fisco Usa sono basati su fatti e circostanze simili a quelli del caso Ubs».

I sospetti del fisco Usa sono basati sulle confessioni di centinaia di evasori che hanno deciso di trarre vantaggio dall'amnistia offerta dall'Internal Revenue Service e che scade il 23 settembre. «Ogni volta che il titolare di un conto all'estero varca la porta, scopriamo qualcosa in più su chi altro evade le tasse e quali banche facilitano l'evasione» ha detto Shulman.

Secondo il Wall Street Journal, sono stati proprio alcuni evasori confessi a fare i nomi delle banche europee dove sono depositati i loro soldi. Per ottenere l'immunità ed evitare il pagamento di multe salatissime, i rei confessi hanno l'obbligo di elencare tutti i conti e le attività detenute in banche estere, e i nomi dei consulenti consultati.

Possedere un conto all'estero non è necessariamente sinonimo di evasione fiscale. Molti cittadini americani depositano legalmente soldi oltre confine e sono soggetti all'obbligo di farne comunicazione se superano i 10mila dollari; le banche europee dove sono aperti quei conti non sono necessariamente colpevoli di avere facilitato l'evasione fiscale.

Il fisco Usa tuttavia ha accertato che Ubs suggeriva ai clienti complesse transazioni finanziarie allo scopo di far perdere le tracce dei soldi e depistare il fisco Usa; ora vuole indagare sull'operato delle altre banche in questione.

In America intanto si è aperta la caccia ai favoreggiatori dell'evasione. Dal vaso di Pandora aperto dall'amnistia stanno uscendo i nomi dei consulenti e dei legali che aiutano i clienti a evadere le tasse. Nel mirino è soprattutto la categoria degli "asset protection specialists", la cui specialità è appunto "proteggere" il patrimonio della clientela spesso tramite conti offshore.

 
[21-08-2009]

 

 

 

Un ex agente segreto Usa e due hacker russi incriminati dai giudici del New Jersey per il più grosso furto di numeri di carta di credito della storia di Internet, 130 milioni - vulnerabili anche con il chip, i sistemi di ciber-sicurezza fanno acqua da tutte le parti…

Daniela Roveda per Sole 24 Ore

Gli hacker hanno colpito ancora, questa volta al cuore del sistema finanziario Usa. Un americano di 28 anni, Albert Gonzalez, un ex informatore del Secret Service, e due russi non identificati sono stati indiziati ieri per il più grosso furto di numeri di carta di credito della storia di Internet, 130 milioni. Ieri il ministero della Giustizia Usa ha rivelato di avere messo a segno la più grande azione giudiziaria contro la criminalità online, ma la dimensione del colpo non fa altro che sottolineare le falle nella ciber-sicurezza di molti operatori finanziari.

Vittima eccellente del megafurto è stata la Heartland Payment Systems, una società che gestisce le transazioni bancarie e i pagamenti di carte di credito per conto di 250mila dettaglianti e ristoranti di piccola e media dimensione negli Stati Uniti. Il volume delle transazioni viaggia sui 100 milioni di dollari al mese. Tra le altre vittime la catena di supermercati Hannaford, la catena di minimercati 7-Eleven e due altri dettaglianti non identificati.

Albert Gonzalez, ma non i due complici, è anche stato accusato l'anno scorso di avere rubato milioni di numeri di carta di credito dalle società TJX Companies, Dave & Busters,BJ's Wholesale Club,OfficeMax, Boston Market, Barnes& Noble, Sports Authority, Forever 21 and Dsw.
Secondo i risultati dell'indagine Gonzalez, alias "segvec", "soupnazi" e "j4guar17", e i due russi noti solo come "Hacker 1" e "Hacker 2", hanno iniziato a penetrare nei sistemi di pagamento online di queste aziende a partire dall'ottobre 2006 rubando numeri di carte di credito e di carte Bancomat.

Secondo quanto è emerso finora, i tre hanno usato sofisticate tecniche chiamate «Sql injection attack» per abbattere le barriere di protezione (firewalls) dei network delle società per far man bassa di numeri carta di credito e dei nomi ad essi associati. I tre hacker dirottavano la massa di dati su server localizzati in California, in Illinois, in Latvia, in Olanda e in Ucraina e rivendevano i numeri a network criminali che effettuavano acquisti e prelievi dai conti correnti delle vittime.

I tre sono stati raggiunti da due capi di imputazione: il primo è associazione a delinquere per accesso non autorizzato a computer, frode e danni; l'altro è frode elettronica. I tre rischiano un massimo di 35 anni di carcere e una multa pari al doppio dei danni monetari causati.

Per il momento solo Gonzalez è stato arrestato ed è rinchiuso in un carcere di Brooklyn. Ma il pirata informatico è una vecchia conoscenza delle autorità giudiziarie americane: nel 2003 era stato arrestato per il furto di carte Bancomat, mentre nel 2008 era stato indiziato per essere entrato nei sistemi informatici di numerose aziende Usa.

Gli hacker, quelli con intenti buoni, continuano ad avvertire che i sistemi di ciber-sicurezza fanno acqua da tutte le parti. Lo fanno spesso in modo provocatorio, sbandierando le loro imprese e dimostrando passaggio per passaggio come perpetrare un attacco a un network poco sicuro. Ma spesso le aziende ignorano le loro provocazioni, mettendo a repentaglio la sicurezza dei propri clienti. La mega-frode di ieri potrebbe forse persuadere imprese e istituti finanziari a rafforzare la sorveglianza su Internet.

2 - Nate per stare lontano dalla rete e vulnerabili anche con il chip
umberto rapetto per il Sole 24 Ore

Se fosse successo vent'anni fa, un simile episodio non avrebbe turbato nessuno: i dati delle carte di credito prima dell'avvento di internet e della possibilità di adoperarne le coordinate online sarebbero stati completamente inutili.
Il sistema della moneta elettronica è nato per funzionare - incredibile dictu - lontano dai gangli del tessuto connettivo telematico.

La carta doveva essere esibita, controllata dall'interlocutore, accompagnata da un documento d'identità: erano i tempi in cui avevano importanza il pezzo di plastica che si teneva tra le dita, i marchi e le diciture stampate, i caratteri in sovrimpressione, l'ologramma e mille altri dettagli oggi superati dalla semplice disponibilità di una sequenza alfanumerica fatta di numero, data di scadenza, titolare e codice di controllo Ccv (o Cvv).

Il sistema -recentemente sottoposto a un patetico lifting con l'introduzione di un microprocessore (la cui esistenza lascia perfettamente indifferente la pagina web su cui la carta viene impiegata) - è dannatamente vecchio e la cronaca sta costringendo ad affrontare un argomento glissato storicamente per un quieto vivere che si riverbera sui conti bancari dei sempre più numerosi malcapitati.

A dicembre del 1999, un hacker russo noto come "Maxus" e anagraficamente registrato come Maxim Ivancov riuscì a impossessarsi di 300mila carte di credito approfittando delle inesistenti misure di sicurezza a tutela degli archivi amministrativi del sito web di CD Universe.

Il giorno di Natale - complice lo spirito delle festività - ne regalò 25mila a chiunque pensasse di averne bisogno: la pubblicazione di quell'elenco su internet fu il primo segnale che informava della breve distanza che separava dall'imminente precipizio, ma chi doveva rimboccarsi le maniche preferì fare spallucce...

Da allora, ogni giorno, c'è chi ruba informazioni di una criticità inaudita e le tesaurizza come Paperon de' Paperoni nel suo deposito. Il crimine organizzato (e l'appellativo mai fu così appropriato) ha scoperto che un database vale più di qualunque arsenale.

Un vecchio spot pubblicitario ritraeva un docente che in aula - mostrando una piccola bustina che palesemente conteneva un contraccettivo - domandava agli studenti a chi mai appartenesse. Se oggi qualcuno vedesse sventolare un modulo colmo di dati personali mai rilasciati, non esiti ad alzare la mano e non si preoccupi di dire «è mio!».

 
[18-08-2009]

AMBASCIATORI DI FAMIGLIA – ARRIVA A ROMA David Thorne CHE PRENDE IL POSTO DI SPOGLI – IERI IL FINANZIATORE DI OBAMA (IN USA PAGHI E OTTIENI) HA GIURATO ALLA PRESENZA DELL’EX COGNATO, John Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato…

Giannino della Frattina per Il Giornale

David Thorne, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma che succede a Ronald Spogli, ha prestato giuramento a Boston nel penultimo atto della procedura che si concluderà nei prossimi giorni con la presentazione delle credenziali al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Thorne, che dovrebbe arrivare in Italia la prossima settimana, ha giurato presso la John Joseph Moakley Courthouse della città del Massachusetts nelle mani del giudice di Corte d'Appello Arthur Gajarsa che era stato il candidato della Niaf per il posto di Villa Taverna.

Presenti, tra gli altri, il senatore John Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato ed ex cognato del neo-ambasciatore, suo fratello Cameron Kerry, consigliere legale del Dipartimento al commercio, l'ambasciatore italiano a Washington Giovanni Castellaneta, il console generale a Boston Liborio Stellino, il sindaco di Boston Thomas Menino che è di origine italiana.

Introdotto da Kerry che lo ha definito "la persona più qualificata per il suo prossimo ruolo" e che ha avuto parole di elogio per l'Italia sia per il costante appoggio nelle varie sfide internazionali che per la leadership dimostrata al G8 dell'Aquila, Thorne ha parlato dopo il giuramento parte in italiano, lingua che conosce bene, e parte in inglese.

Visibilmente emozionato, il nuovo ambasciatore a Roma ha ringraziato Kerry, ricordando una lunga amicizia condivisa «in guerra e in pace, nel matrimonio e nel divorzio, nella vita e nella morte». Kerry, che ha studiato a Yale con Thorne ed è stato con lui in Vietnam, ne aveva sposato in prime nozze la sorella gemella Julia, un matrimonio finito in divorzio. Julia Thorne è morta nel 2006.

Il nuovo ambasciatore ha 64 anni ed ha un antico legame con l'Italia per averci vissuto da giovane. La nomina di Thorne conferma che nello scegliere la nuova leva di ambasciatori, il presidente usa Barack Obama non abbia rotto con le tradizioni del passato, orientandosi su personaggi che lo hanno aiutato nella vittoria elettorale e che hanno stretti legami con il Partito democratico.

David Thorne è uno di questi. Nato a New York il 16 settembre 1944 da una famiglia di antichissime tradizioni (è pronipote di Henry Stimson, ministro della Guerra di Franklin Roosevelt), ha seguito i genitori a Roma, dove il padre, Landon, lavorava come diplomatico e poi come editore del "Rome Daily American", un giornale in lingua inglese pubblicato nella Capitale.

 
[19-08-2009]

 

 

 

Ubs-Usa pronti i 5mila nomi - Oggi l'accordo - Già individuati 150 evasori – SEGRETO SALVO: non si tratterebbe di una "pesca" di nomi fatta dalle autorità Usa, ma di una consegna fatta dal Governo svizzero sulla base del principio del “caso per caso”…

1 - Ubs-Usa pronti i 5mila nomi - Oggi l'accordo - Già individuati 150 clienti accusati di reati fiscali
Lino Terlizzi per il Sole 24 Ore

Sono attesi per oggi i dettagli dell'accordo tra Svizzera ed Usa sulla vicenda di Ubs, accusata dal fisco americano di aver favorito frodi ed evasioni fiscali. Voci molto insistenti indicavano ieri, ancora in tarda serata, che i rappresentanti di Berna e Washington erano ormai pronti a siglare l'intesa definitiva, dopo aver messo a punto i meccanismi di attuazione.

Le firme dovrebbero essere apposte alle 8 ora Usa costa orientale, dunque alle 14 ora Svizzera. Dopo la firma, è possibile che vengano finalmente resi noti i dettagli dell'accordo extragiudiziale che è stato annunciato il 12 agosto e che permetterà ad Ubs di evitare un processo negli Usa.

Le indiscrezioni emerse sul versante elvetico parlano della consegna alle autorità Usa di circa 5mila nomi di clienti Ubs su cui peserebbero forti indizi di gravi infrazioni fiscali, quindi circa un decimo dei 52mila nomi richiesti a suo tempo dal fisco Usa. Ciò avverrebbe secondo la stampa elvetica salvando formalmente le norme svizzere sul segreto bancario, quindi attraverso una procedura di assistenza amministrativa accelerata, gestita da Berna.

In altre parole, non si tratterebbe di una "pesca" di nomi fatta dalle autorità Usa, ma di una consegna fatta dal Governo rossocrociato sulla base del principio del «caso per caso».

Resta un interrogativo sui tempi, visto che l'amministrazione Usa non ha mai nascosto di essere molto interessata anche ad una attuazione rapida dell'intesa. Probabilmente l'intenzione di Washington è di partire con l'attuazione a fine settembre, considerando che il 23 del prossimo mese scadrà la possibilità di autodenuncia per i contribuenti Usa inadempienti.

C'è poi molta attesa per conoscere la soluzione trovata dalle parti sul diritto di ricorso presso il Tribunale federale elvetico: diritto che dovrebbero avere i clienti della banca i cui nomi sono destinati ad essere trasmessi. Anche in questo caso le indiscrezioni parlano di un compromesso già definito. I termini di quest'ultimo saranno particolarmente importanti dal punto di vista della rapidità dell'operazione, perché il fatto di avere eventualmente ricorsi potrebbe allungare non poco i tempi.

Inoltre, le voci sulla piazza elvetica continuano ad indicare altri due punti: Ubs non dovrebbe pagare ulteriori multe, dopo l'ammenda di 780 milioni di dollari già subita; l'ordine di priorità nella formazione della lista dei 5mila nomi dovrebbe basarsi, oltre che sulla gravità degli indizi, anche sulla consistenza dei patrimoni affidati oltre frontiera alla banca elvetica.

Negli Stati Uniti, due le notizie di ieri collegabili alla vicenda. La prima è la conferma delle indagini giudiziarie avviate dalle autorità Usa nei confronti di 150 clienti accusati di «mancata denuncia di redditi e asset attraverso Ubs». La voce diffusasi nei giorni scorsi è stata confermata ieri da agenzie di stampa che hanno citato documenti presentati in Tribunale dal procuratore Jeffrey Sloman.

Non è ancora chiaro se i 150 facciano parte oppure no della lista "corta" di clienti, circa 250, già consegnata nei mesi scorsi da Ubs, con l'accordo di Berna. La seconda è che lo stesso procuratore Sloman ha chiesto uno sconto di pena per Bradley Birkenfeld, l'ex manager Ubs da cui ha preso le mosse l'intera inchiesta e che ha cooperato come testimone chiave.

Per Birkenfeld sono stati chiesti 2 anni di reclusione, invece dei 5 che rischierebbe in un procedimento normale. La sentenza su Birkenfeld dovrebbe essere resa nota venerdì, in Florida. Tornando al complesso della vicenda fiscal-giudiziaria di Ubs negli Usa, è chiaro ormai che dalla sua conclusione dipendono molte cose. Certamente i tempi del rilancio della maggior banca elvetica, che ora va meglio e che resta ai vertici della gestione internazionale di patrimoni, ma che ha subito un deflusso di capitali.

E poi, gli assetti del sistema bancario svizzero, che difende ora con forza il pur allentato segreto bancario. La piazza elvetica gestisce, oltre all'on shore,poco meno di un terzo dei patrimoni off shore mondiali ed ha quindi ancora una marcata leadership nel settore. Dal tenore del compromesso negli Usa usciranno indicazioni per i futuri rapporti della Svizzera non solo con Washington, ma anche con l'Ocse e con l'Unione Europea, che pure hanno messo sotto accusa il segreto bancario.

 
[19-08-2009]

NULLA SARà Più COME PRIMA - La banca svizzera Ubs, il Governo elvetico e le Autorita' Usa hanno siglato un accordo definitivo: Ubs DEVE trasmettERE i nominativi di 4.450 correntisti sospettati di evasione fiscale e frode al Fisco americano…

Il Sole 24 ORE - Radiocor

Ubs: accordo finale con gli Usa su fisco, 4.450 nomi a Washington
Radiocor - Berna, 19 ago - La banca svizzera Ubs, il Governo elvetico e le Autorita' Usa hanno siglato un accordo definitivo sulla composizione extragiudiziale del contenzioso sui conti correnti di cittadini Usa sospettati di evasione fiscale e frode. Lo hanno annunciato il Governo elvetico e il Ministero della Giustizia Usa. L'accordo prevede che Ubs trasmetta i nominativi di 4.450 correntisti al Fisco americano.

 
[19-08-2009]

 

 

 

OBAMA IN TOUR PER SPIEGARE UNA RIFORMA CHE STA SPACCANDO SEMPRE DI PIÙ IL PAESE E LA SUA LEADERSHIP, ATTACCA LE ASSICURAZIONI: ”TENGONO IN OSTAGGIO GLI AMERICANI, E SOVENTE NEGANO LORO LA COPERTURA SANITARIA O LI CARICANO DI POLIZZE CHE NON SI POSSONO PERMETTERE”…

Paolo Madron per il Sole 24 Ore

Tour delle città con dibattito, dove la comunicazione seduttiva di Barack Obama dovrebbe, almeno nelle intenzioni, avere la meglio sulla folla riottosa e scontenta della sua riforma sanitaria. Così il presidente, rotti gli indugi, ha deciso di scendere "nella tana del leone" (copyright Huffington Post) a spiegare per l'ennesima volta perché entro l'anno la sua riforma ha da passare.

Debutto ieri a Portsmouth, nel New Hampshire, poi si proseguirà venerdì nel Montana e sabato nel Colorado. A differenza del Congresso, la Casa Bianca non va in ferie anzi intensifica la pressione sull'opinione pubblica, temendo di perderne il già risicato consenso.

Una strategia studiata in fretta e furia per fronteggiare l'offensiva repubblicana e lo scetticismo degli stessi democratici sul progetto. E soprattutto dopo che in molte città ci sono state dimostrazioni contro quella che gli oppositori definiscono come una statalizzazione della sanità.

Ancorché bollate come delle provocazioni ad arte, alla fine quelle manifestazioni hanno fatto suonare nello staff di Obama un campanello d'allarme. Oltretutto il protrarsi del dibattito gli gioca contro, per almeno due motivi. Lo obbliga a stare concentrato sul tema, finendo così per ritardare la fitta agenda di riforme in programma, a cominciare da quella di Wall Street e dell'energia. Gli fa perdere inevitabilmente lo smalto e la passione manifestati durante la campagna elettorale, e che molti amici vorrebbero ritrovasse in fretta.

Come inseguisse una sorta di fantasma che lo incalza, a ogni intervento il presidente alza la posta, precisa, denuncia e si accalora. E a ogni intervento c'è un particolare bersaglio su cui concentrare la controffensiva. Ieri è toccato ai burocrati del governo e delle compagnie di assicurazione, che farebbero bene a non immischiarsi in faccende che riguardano medici e malati.

Non risparmiando nemmeno coloro che, senza andare tanto per il sottile, evocano scenari apocalittici in cui se passasse la riforma i bambini resterebbero senza cure e i vecchi non avrebbero alternative all'eutanasia.

Nella scuola di Portsmouth dove ha tenuto il suo discorso il presidente ha avuto per le assicurazioni parole di inusitata durezza (sarà costretto a rettificare invitandole alla Casa Bianca per un summit della birra?). «Tengono in ostaggio gli americani, e sovente negano loro la copertura sanitaria o li caricano di polizze che non si possono permettere» ha detto Obama. «È un modo di metterle sul lastrico, ed è per questo che noi approveremo prima della fine dell'anno la riforma».

Fuori, ad aspettarlo, si fronteggiavano a suon di slogan tifosi acclamanti e incalliti detrattori, a testimoniare una vicenda che oltre che spaccare il paese ne sta sempre più inasprendo gli animi.

Ma al di là delle enfatizzazioni e dei parossismi, il vero motivo del contendere è economico. Per i Repubblicani l'America non può permettersi una riforma da 2,5 trilioni di dollari a fronte di un deficit federale già alle stelle. Per Obama l'estensione della copertura ai 46 milioni che ne sono privi comporterà invece una razionalizzazione della spesa, quindi un risparmio.

 

 

 
[12-08-2009]

 

 

 

PALIN-GENESI - LA VICE DI MCCAIN LASCIA L’ALASKA E ANCHE IL MARITO – ALTRO CHE FAMIGLIA FELICE PER LA PROMESSA DEI REPUBBLICANI - L’EX GOVERNATRICE NEGA TUTTO, MA INTANTO VA A VIVERE IN MONTANA COI 5 FIGLI (E GLI 11 MLN $ INCASSATI PER SCRIVERE UN LIBRO)…

Francesco Semprini per "La Stampa"

Sarah Palin da giovane

Prima la carica da governatore dell'Alaska, poi il matrimonio. Non smette di far parlare di sé, Sarah Palin, l'ex vice di John McCain alle elezioni presidenziali del 2008, che dopo aver lasciato la guida del 49simo Stato americano sembra ora pronta a chiudere il suo rapporto col marito. A rivelarlo è Alaska Report, il quotidiano locale che per primo ha riportato la notizia dell'imminente separazione dell'ex governatrice, considerata uno dei volti nuovi del partito repubblicano. «Todd e Sarah stanno per divorziare», spiega citando fonti vicine alla Palin, tra cui alcuni collaboratori che hanno lavorato con lei tra Wasilla e Anchorage.

Pochi giorni fa il National Enquirer aveva rivelato particolari inediti del rapporto di coppia di Sarah messo da tempo a dura prova da difficoltà e da un forte stress che l'avrebbe costretta alle dimissioni. I coniugi Palin non amavano parlare del proprio rapporto in pubblico se non quando strettamente necessario, e anche per questo l'immagine che ne era emersa, specie dopo la candidatura alla Casa Bianca di Sarah, era quella di una famiglia solida, all'antica, rispettosa dei principi conservatori e unita, specie nei momenti di grande difficoltà.

In una recente intervista a Fox News, Todd aveva annunciato che dopo le dimissioni della moglie sarebbe ritornato a lavorare per una società petrolifera dell'Alaska mentre Sarah, in attesa di ritagliarsi un ruolo preciso all'interno della compagine repubblicana, ha recentemente firmato un contratto da 11 milioni di dollari per un libro.

In realtà sotto quell'apparenza di famiglia-modello bruciavano focolai di tutt'altra natura che per la prima volta si sono intravisti la scorsa settimana quando dopo il discorso di dimissioni a Fairbanks, l'ex governatrice ha letteralmente piantato in asso il marito dietro il palco andandosene da sola. Pochi giorni dopo si sarebbe levata la fede nuziale dall'anulare, il segno della rottura definitiva.

Lo scoop dell'Alaska Report ha innescato una serie di voci e smentite che hanno fatto pensare a un giallo architettato ad arte dai media. «Per tutti coloro che si erano eccitati all'idea che Sarah Palin diventasse di nuovo single dico solo mi spiace, vi siete fatti un'idea sbagliata», riferisce Meg Stapleton sulla pagina di Facebook dedicata all'ex governatrice.

«I Palin rimangono uniti, fedeli l'uno con l'altro e alla loro intera famiglia», avverte la portavoce secondo cui quanto riportato su Internet è «il frutto di una storia di fantasia creata ad arte da alcuni giornalisti, se vogliamo chiamarli in questo modo, ma che nulla ha a che vedere con la realtà».

Le dichiarazioni dell'entourage non sembrano sgombrare interamente il campo dalle indiscrezioni o almeno dai dubbi, visto anche il basso profilo assunto dall'ex governatore: solitamente attiva su Twitter, da domenica scorsa non vi ha più scritto lasciando a bocca asciutta le 129 mila persone che la seguono.

Il giallo è infatti durato solo per qualche ora, sino a quando a farsi sentire di nuovo sulla rete è stato Alaska Report, che citando la testimonianza scritta del legale di Sarah, Van Flein, ha confermato alcuni particolari della storia. Ma non è tutto perché a conferma di quanto sostenuto dal giornale locale è giunta la notizia secondo cui la Palin ha acquistato una proprietà in Montana dove andrà ad abitare con i cinque figli.

A parlare della Palin ma in termini politici è stato ieri lo stesso McCain. «Sarah - ha detto - ha fatto la cosa giusta, sono sicuro che continuerà a dare un contributo importante e ad essere uno dei punti di forza del partito».

 

 
[03-08-2009]

SICK-OBAMA - ASSICURAZIONI, MEDICI, INDUSTRIE HI-TECH, AVVOCATI, I QUATTRO POTERI DEL "CAPITALISMO SANITARIO" USA - ECCO COME FUNZIONA LA SUA MACCHINA DA GUERRA PER IMPEDIRE LA RIFORMA DI BARACK – I REPUBBLICANI CI SPERANO: “SARÀ LA SUA WATERLOO”… -

Federico Rampini per "la Repubblica"

«Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica», confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria. L´opposizione annusa sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia: «La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo». Qualche segnale incoraggia gli avversari. A sei mesi dall´inizio della sua presidenza, Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L´indice di approvazione della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard Nixon o George Bush dopo il primo semestre.

La ragione principale è proprio il crescente disagio dell´opinione pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che Obama ha voluto inaugurare. Con i costi medici più alti del mondo, una pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati, e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla Camera, i giochi restano aperti.

Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all´establishment assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la formidabile macchina da guerra del "capitalismo sanitario". Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni angoscianti, tattiche calunniose.

La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti, azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per "errore medico", i pescecani del contenzioso giudiziario che costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando procedure inutili. E´ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993 fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro colpo alla credibilità di quell´amministrazione.

Wendell Potter è un "pentito" della lobby sanitaria. Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla logica spietata di un business "che assicura solo i sani", oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi dei suoi ex datori di lavoro. «Conosco la loro strategia della paura - dice Potter - e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale, mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte. Martellano nell´opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario socialista, dove fra il paziente e il dottore c´è un burocrate di Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre funzionato, hanno vinto loro».

I metodi a cui allude Potter son