TELECOM-PIRELLI
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondati da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 21.10.13 CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) IL 06.02.14 ORE 12.30 A10 CONTINUA A ROMA IL PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT .

4) Processo agli amministratori Alitalia Roma rinvio d'ufficio al 10.04.14; 29.04.14; 08.05.14.

5) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO 30.01.14 MAXI 1

6) Pocesso Fonsai-P.LIGRESTI-TORINO 03.02.14 MAXI 1

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 17.11.12 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

·                            Agnelli sul calcio italiano

·                            VIDEO «Nasce il polo Juve»

·                            VIDEO «Dobbiamo dare il meglio»

·                            VIDEO «350 mln per la Continassa»

·                             

VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

 

IL MIO LIBRO "L'USO DELLA TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,  e' ora disponibile presso  di me e basta ordinarlo via email al costo di 30 euro COMPRESE SPESE DI SPEDIZIONE . Oltre al libro sulle mie esperienze assembleari prima del 1998 a 10 e.

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

 

ciao blogger de LaStampa.it,

come ti avevamo annunciato in Aprile, il servizio blog La Stampa verrá chiuso a breve.

Se vuoi che il tuo blog venga migrato su TypePad, dovrai aumentare il tuo livello d’iscrizione ad un livello a pagamento (per ulteriori dettagli, vai su http://www.sixapart.com/it/typepad/prezzi/index.html).

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Altrimenti puoi esportare il contenuto del tuo blog andando su "Blog > Parametri > Importa/Esporta" per usarlo su un’altra piattaforma a tuo piacimento.
Ti consigliamo di avvisare i tuoi lettori che il cambiamento avverrà il 6 gennaio 2010.

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Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad

 

 

 

 

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SITI SOCIETARI

 

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Ø     http://www.mef.it/it/index.html montefibre

Ø     http://www.gruppozucchi.com

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013. rai·12,366 videos.
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

15.06.13

Grillo, Casaleggio e il progetto Gaia. Giovanna Canzano intervista ...
politicamentecorretto.com
Bava – Il servizio di Report della scorsa domenica, ha fato notare che i partiti ... Bava – Infatti, io per dieci anni ho fatto per Grillo le analisi sulla ...

 

http://www.youtube.com/watch?v=YCRO4pEnYok&list=UU9O-k-X9HCmrGzcXdUkL6UQ

 

http://www.youtube.com/watch?v=z0lJNrYykQ8

 

 

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Tavaroli: “L’ad di Telecom Buora mi chiese di spiare il vicedirettore del Corriere”

L'ex capo della security del gruppo depone al processo sui dossier illegali. L'azione contro il giornalista Massimo Mucchetti decisa dopo la divulgazione sul quotidiano di notizie riservate sulla cessione di Pirelli Cavi. Tronchetti Provera "committente" dell'indagine sul fondo Oak, che coinvolse i Ds, "ma lo scoprii solo all'ultimo"

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 6 giugno 2012

C’era anche l’ex amministratore delegato di Telecom Italia Carlo Buora tra coloro i quali nel 2004 commissionarono lo spionaggio ai danni del vicedirettore del Corriere della Sera, Massimo Mucchetti. Lo ha affermato l’ex capo della security di Telecom, Giuliano Tavaroli, sentito nell’aula bunker di San Vittore come testimone-imputato di procedimento connesso nel processo sui dossier illegali di Telecom. Tavaroli ha invece citato l’allora presidente di Telecom Marco Tronchetti Provera come “committente” del dossier sul fondo “Oak“, che c0involse il partito dei Ds, escludendo comunque che fosse intenzione del top manager ottenere informazioni riservate su quel partito (leggi il blog di Peter Gomez sul ruolo di Tronchetti Provera nella vicenda).

“Un venerdì sera sono stato convocato in via Negri (negli uffici della presidenza di Telecom, ndr), dove mi fecero vedere un articolo del Mondo che ipotizzava la cessione del gruppo Pirelli Cavi“, ha raccontato Tavaroli a proposito del caso Corriere. “Questo anticipava decisioni che erano in corso, estremamente riservate, di cui i manager potevano essere chiamati a rispondere alla Consob. Mi chiesero di analizzare eventuali rapporti e fughe di notizie che potessero essere andati verso la stampa. Nei giorni successivi”, ha proseguito,  ”venne fatta una riunione in cui si ragionò del Corriere e delle fughe di notizie. Venne chiesto di iniziare a capire le attività che ruotavano intorno ai giornalisti”. Dalle indagini è emerso che, al di là delle “fughe di notizie”, Mucchetti era un giornalista sgradito al gruppo Telecom. 

L’unico nome che l’ex ufficiale dei carabinieri ha fatto in proposito è quello dell’allora amministratore delegato: “Anche Carlo Buora mostrò grande determinazione nel dire: ‘voi della sicurezza dovete capire da dove escono queste informazioni e come vengono trasferite all’esterno, trovate il sistema di capire chi, come e quando’”.

Vennero dunque commissionati due dossier all’investigatore Marco Bernardini, chiamati “Mucca pazza” e “Clarabella”. Tavaroli ha però affermato che né lui né il management conoscevano la modalità con cui vennero commissionati. La successiva indagine aziendale portò all’incursione informatica nel computer del vicedirettore del Corriere. “L’incursione nei computer di Rcs”, ha affermato Tavaroli, fu “una stupidaggine sesquipedale di cui mi prendo la responsabilità. Nessuno ha detto mai a Ghioni (Fabio Ghioni, colaboratore di tavaroli nel “Tiger Team” di Telecom, ndr) di entrare nei computer di Rcs. Purtroppo è successo, ma i dati che vennero prelevati non furono mai divulgati a nessuno”.

Tavaroli ha affrontato anche il tema del dossieraggio sul fondo “Oak” (“quercia” in inglese), affidato all’investigatore Emanuele Cipriani, che coinvolse il partito dei Ds. E in questo caso ha tirato in ballo anche l’allora presidente Marco Tronchetti Provera. ”Il dossier fu chiesto da Buora e Tronchetti – ha spiegato – perché esistevano rumors e sospetti che dietro il fondo ci fossero manager di Telecom e Pirelli. L’operazione andò avanti a lungo e solo all’ultima pagina dell’ultimo rapporto mi resi conto che riguardava un partito italiano”. Ma Tronchetti, ha precisato Tavaroli, “non mi diede mai nessun incarico d’indagare su alcun partito italiano, estero o extraplanetario”.

Nell’udienza di mercoledì prossimo è prevista la testimonianza di Tronchetti Provera, dell’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti e dell’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli

Poi arriva la conferma a quanto Tavaroli aveva già detto alla giustizia sportiva, oggi interrogato dal difensore dell’arbitro De Santis afferma: “Massimo Moratti commissionò a Giuliano Tavaroli, l’ex capo della security di Telecom e Pirelli la pratica “Ladroni”, quella che riguarda in particolare l’ex arbitro De Santis”. Tavaroli, testimone-imputato di reato connesso, all’avvocato di De Santis, parte civile nel processo, ha poi aggiunto che era “per l’Inter”. Inoltre ha precisato di aver preso contatti con l’allora dirigente neroazzurro Giacinto Facchetti per i termini organizzativi dell’operazione. E quando il legale ha chiesto se dunque l’input provenisse da Moratti, Tavaroli ha confermato con un “sì”. Come risulta agli atti dell’inchiesta, il dossier che riguardava De Santis e altre quattro persone, tra cui l’ex direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani e il guardalinee Enrico Cennicola, è stato confezionato tra il gennaio e il luglio del 2003. Dell’operazione aveva anche parlato l’investigatore privato Emanuele Cipriani, ora imputato al processo milanese con una decina di persone. Cipriani, il 13 ottobre 2006, aveva messo a verbale: “Tavaroli si limitò a dirmi che De Santis era un arbitro che probabilmente prendeva i soldi e che occorreva controllare società sportive in Calabria per verificare un possibile collegamento con De Santis. L’incarico – aveva sottolineato l’investigatore privato – mi venne conferito da Tavaroli in Pirelli ed io fatturai alla Pirelli su richiesta espressa di Tavaroli”.

 

 

Processo Telecom, in aula il testimone chiave Tavaroli Segui la diretta dal tribunale

Capo della security all'epoca di Tronchetti Provera, conosce tutti i segreti dei dossier su politici, giornalisti e concorrenti

di Luca Fazzo - 06 giugno 2012, 11:33

 

Un processo che si trascinava stancamente da quasi un anno, con le accuse che una alla volta si avviavano verso la prescrizione, e la sensazione che la vera storia dei dossier illegali di Telecom non sarebbe mai stata scritta.

Tavaroli arriva al tribunale

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Invece questa mattina nell'aula bunker della Corte d'assise milanese si materializza l'uomo che della creazione di quei dossier conosce tutti i segreti: Giuliano Tavaroli, capo della security di Telecom all'epoca di Marco Tronchetti Provera, l'uomo sotto la cui direzione vennero commissionati e raccolti decine di migliaia di dossier su politici, giornalisti, concorrenti, e persino sui familiari di Tronchetti.

Tavaroli é uscito dalla scena del processo principale patteggiando una condanna a quattro anni di carcere, ma fino all'ultimo sembrava che fosse destinato a non venire mai interrogato in pubblico. Invece, dopo una lunga incertezza accompagnata da qualche manovra sotterranea, il presidente della Corte d'assise Pietro Gamacchio ha deciso: Tavaroli deve rispondere alle domande. Le uniche domande cui potrà opporre il silenzio sono quelle che riguardano i reati fiscali per cui é ancora sotto inchiesta. E tra le domande che lo attendono ce n'é una decisiva: chi fu, nei vertici di Telecom, a ordinare la creazione dei dossier? L'ufficio Security era una "scheggia impazzita" o invece, come sostiene anche una recente sentenza della Cassazione, agiva per conto della proprietà?

11:33 - Tavaroli ha iniziato a rispondere alle domande del pubblico ministero Stefano Civardi. Il pm chiede di ricostruire la genesi degli incarichi che la security di Telecom assegnava agli investigatori privati Cipriani e Bernardini. Tavaroli: "Tutti gli incarichi venivano dall'interno dell' azienda, un manager o una funzione aziendale ci segnalava una esigenza e noi la trasmettevamo al professionista più idoneo". Per le indagini sui parenti di Tronchetti Provera, il cosiddetto dossier " brothers" sui fratelli di Afef Jenin, Tavaroli dice che l'incarico venne direttamente da Tronchetti.

 

 

Telecom e i dossier illegali ai danni di Rcs Tavaroli: «Nessuno me l'aveva ordinato»

L'ex capo della security di Telecom sentito a San Vittore: «L'incursione nei pc Rcs fu una mia stupidaggine»

Giuliano Tavaroli(Fotogramma/Maule)

MILANO - L'incursione nei computer di Rcs fu «una stupidaggine sesquipedale di cui mi prendo la responsabilità per difetto di controllo. Nessuno del management ha ordinato mai a Ghioni (Fabio Ghioni, ex capo dell'ex Tiger team,ndr)di fare un attività così intrusiva. Purtroppo è successo, ma i dati che vennero prelevati non furono mai divulgati a nessuno». A parlare è Giuliano Tavaroli, ex capo della security di Telecom sentito mercoledì mattina nell'aula-bunker di San Vittore al processo sui dossier illegali, come testimone imputato di procedimento connesso.

IL CASO RCS - L'ex a.d. di Telecom Carlo Buora e l'allora direttore amministrativo Claudio De Conto, ha spiegato Tavaroli, chiesero di indagare sulla fuga di notizie interne all'azienda e poi pubblicate sulla stampa. Si tratta in sostanza della genesi dello spionaggio ai danni del giornalista del Corriere della Sera Massimo Mucchetti e dell'ex sindaco di Telecom Rosalba Casiraghi. Rispondendo alle domande dei legali di Mucchetti, che è parte civile, Tavaroli ha spiegato che all'epoca dei fatti venne convocato negli uffici della presidenza di Telecom dove gli fecero vedere un articolo del Mondo che ipotizzava la cessione del gruppo Pirelli Cavi. Una notizia che anticipava decisioni che erano in corso, estremamente riservate, di cui i manager potevano essere chiamati a rispondere alla Consob. «Mi chiesero di analizzare eventuali rapporti e fughe di notizie che potessero essere andati verso la stampa - ha precisato Tavaroli - ma nessuno ha detto mai a Ghioni di entrare nei computer di Rcs. Purtroppo è successo».

MORATTI - Ma nel corso della giornata Tavaroli ha anche fatto altre dichiarazioni. Gli fu commissionata da Massimo Moratti, secondo lo stesso ex capo della security Telecom, la pratica «Ladroni», che riguardava in particolare l'ex arbitro De Santis coinvolto nello scandalo Calciopoli. Inoltre ha precisato di aver preso contatti con l'allora dirigente neroazzurro Giacinto Facchetti per i termini organizzativi dell'operazione. E quando il legale ha chiesto se dunque l'input provenisse da Moratti, Tavaroli ha confermato con un «sì». Come risulta agli atti dell'inchiesta, il dossier che riguardava De Santis e altre quattro persone, tra cui l'ex direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani e il guardalinee Enrico Cennicola, è stato confezionato tra il gennaio e il luglio del 2003. Dell'operazione aveva anche parlato l'investigatore privato Emanuele Cipriani, ora imputato al processo milanese con una decina di persone. Cipriani, il 13 ottobre 2006, aveva messo a verbale: «Tavaroli si limitò a dirmi che De Santis era un arbitro che probabilmente prendeva i soldi e che occorreva controllare società sportive in Calabria per verificare un possibile collegamento con De Santis. L'incarico - aveva sottolineato l'investigatore privato - mi venne conferito da Tavaroli in Pirelli ed io fatturai alla Pirelli su richiesta espressa di Tavaroli».

Redazione Online6 giugno 2012 | 19:47© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

Dossier illegali Telecom. Per i giudici Tronchetti provera può non rispondere

MILANO, 20 GIU 12 – Marco Tronchetti Provera può avvalersi della facoltà di non rispondere nel processo milanese sui dossier illegali che, secondo l'accusa, sarebbero stati fabbricati dalle security di Telecom e Pirelli fino al 2005. Lo hanno stabilito i giudici della prima Corte d'Assise di Milano (presidente Piero Gamacchio), con una lunga e articolata ordinanza, con la quale si è stabilito che anche l'ex ad di Telecom, Carlo Buora, ha la facoltà di non rispondere alle domande nel dibattimento.

Nella scorsa udienza, il legale di Buora e Tronchetti, l'avvocato Roberto Rampioni, aveva gia' annunciato che i due testimoni – nel processo a carico dell'investigatore privato Emanuele Cipriani e di un'altra decina di imputati – si sarebbero avvalsi della facolta' di non rispondere. L'ordinanza di oggi, in sostanza, conferma che l'esame testimoniale di Buora e Tronchetti non si fara'. Per Tronchetti, infatti, i giudici hanno stabilito che va considerato come teste assistito indagato in procedimento connesso, poiche', nonostante siano state gia' archiviate le accuse a suo carico per la vicenda dei dossier della security, resta ancora aperto un procedimento per ricettazione relativo al 'hackeraggio' alla Kroll.

I giudici hanno deciso, invece, di acquisire i verbali della deposizione del 2010, davanti al gup Mariolina Panasiti, dell'ex presidente Telecom e attuale 'numero uno' di Pirelli. Intanto, i legali dell'ex arbitro De Santis, gli avvocati Irma Conti e Paolo Gallinelli, hanno chiesto di acquisire il 'rapporto Deloitte', che e' stato realizzato per Telecom e che fa riferimento tra le altre cose alla vicenda dei dossier illegali. I giudici sull'istanza dovranno decidere nelle prossime udienz

 

 

Processo Telecom, il caso del computer di Tavaroli

Sarebbe molto interessante sapere cosa conteneva il pc sequestrato all'ex responsabile della sicurezza della Pirelli

TORINO - Sarebbe molto interessante sapere cosa c’era in quel computer di Giuliano Tavaroli finito nella seconda sezione del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Roma. Questo perché Giuliano Tavaroli è l’uomo al centro del Processo Telecom, l’ex responsabile della sicurezza della Pirelli e poi della stessa compagnia telefonica, con l’accusa di aver coordinato indagini illegali. E anche perché la seconda sezione citata è quella di via Inselci, dove il maggiore Auricchio ha coordinato le indagini del processo Calciopoli.

COINCIDENZA - Insomma, una curiosa coincidenza. Perché, emerge dalle carte del processo Telecom che si sta celebrando a Milano, quel computer, sequestrato a Milano il 3 maggio, viene spedito a Roma per essere ispezionato. Il decreto di ispezione viene firmato dal pm Napoleone, che stava indagando sullo scandalo Telecom, il 9 maggio del 2005 e quel pc, sequestrato dai Carabinieri di Milano, viene spedito a Roma il 15 maggio, dove alle 14 inizia l’ispezione. Le date sono importanti, perché in quel periodo si stavano concludendo le indagini di Calciopoli. E Tavaroli, la scorsa settimana, ha confermato sotto giuramento quanto asserito in fase d’indagine, ovvero che furono proprio Moratti e l’Inter a commissionare l’Operazione Ladroni. Un dossier che raccoglieva i frutti dello spionaggio ai danni di De Santis, ma anche di utenze dei dirigenti juventini Giraudo e Moggi, dello stesso arbitro De Santis (che chiede 21 milioni di risarcimento per lo spionaggio Telecom), i designatori Bergamo e Pairetto e alcune utenze Gea. «L’operazione mi venne commissionata dall’Inter nella persona di Moratti, poi la feci con Facchetti», ha detto Tavaroli che anche oggi risponderà alle domande.

L'UDIENZA - Fra queste, ci saranno quelle dell’avvocato di De Santis, Paolo Gallinelli che ieri ha scoperto fra le carte il decreto di ispezione di quel pc e oggi cercherà di scoprire come mai finì a Roma e cosa conteneva. Sarà un’udienza molto interessante.

Guido Vaciago

 

13 giugno 2012 -

Telecom e i dossier illegali Cadono le accuse a Tronchetti

Prescrizione per le violazioni della privacy legate ai sistemi informatici che in Telecom fino al 2005 potevano tracciare le intercettazioni; non luogo a indagare su ricatti telefonici in Perù nel 2001; archiviazione per i dossier della Security di Giuliano Tavaroli perché non c’è prova che Marco Tronchetti Provera, al pari di Carlo Buora e Gustavo Bracco, potesse prefigurarsi se e quali reati Tavaroli avrebbe commesso per dargli le informazioni richieste: in gran segreto il 5 giugno la Procura di Milano ha chiuso con queste richieste di archiviazione, accolte già il giorno dopo dall’ufficio gip del Tribunale, quasi tutte le accuse a Tronchetti. Quasi. Perché l’assenza di un episodio lascia presumere che una richiesta di processo, per ricettazione nel 2004 del dvd frutto dell’attacco informatico alla Kroll, possa invece profilarsi sulla base di un inedito interrogatorio di Tavaroli e della deposizione di una segretaria di Tronchetti. «Allo stato non sono accertate ipotesi di intercettazioni illegali », ma i periti dei pm Robledo e Piacente ravvisano che fino al 2005 «il sistema complessivo della rete Telecom era potenzialmente in grado di raccogliere e analizzare i dati sensibili relativi alle comunicazioni intercettate», mentre il sistema Radar poteva «segnalare l’esistenza di traffico tra utenti che si volesse monitorare ». Ma per i pm queste «criticità già esistevano verosimilmente all’insediamento di Tronchetti e Buora», hanno «ereditato e non creato una gestione carente della rete », pur se l’«illecito sfruttamento da parte di Tavaroli» può aver trovato «acquiescenza e/o approvazione» nei vertici: c’è «una responsabilità per il mancato impedimento» delle violazioni del Codice sul trattamento dei dati personali, ma la «condotta illecita è prescritta». Poi c’è il Perù, di cui mai si era saputo. Nel computer di Adamo Bove, dirigente della Security suicida nel 2006, un rapporto del 23-27 novembre 2001 su Tim Perù «fa cenno a conversazioni telefoniche registrate su commissione di personaggi di altissimo livello della società peruviana per essere poi utilizzate come arma di ricatto»: ma mancano i presupposti per indagare su «illeciti asseritamente commessi in Perù» e comunque «verificati (anche) prima del subentro» di Tronchetti. Sui dossieraggi illeciti di Tavaroli (che ha patteggiato 4 anni) i pm, criticando «alcune inesattezze» della gup Panasiti, ribadiscono di non avere prove su Tronchetti, Buora, Bracco: «Se Tavaroli ha solitamente seguito la regola di non riferire ai suoi committenti alcuni particolari che potessero imbarazzarli», essi «non potevano prefigurarsi, quando chiedevano informazioni, se e quale specifico reato sarebbe stato perpetrato al fine di acquisirle». E la conoscenza successiva di un reato «può configurare una ipotesi di connivenza, di adesione morale, ma non implica un concorso nella perpetrazione del reato ». Di qui l’archiviazione, pur se talune «intrusioni informatiche» (come al pc del giornalista Mucchetti) sono state «finalizzate a tutelare gli interessi del presidente». Se per i pmBuora «appare aver comunque assunto una posizione decisamente più defilata rispetto a Tronchetti », invece «elementi di conoscenza sulle modalità illecite di acquisizione di notizie sono stati forniti principalmente al presidente di Telecom » sull’«utilizzo» nel 2004, fatto appunto «in pieno accordo con Tronchetti, dell’illecita attività di hackeraggio ai danni della Kroll», gli 007 privati ingaggiati dai rivali brasiliani di Telecom. Qui i pmcoltivano l’ipotesi di ricettazione sulla base di un interrogatorio di Tavaroli il 13 dicembre 2010 su una riunione «in via Negri a Milano con gli avvocati Chiappetta e Mucciarelli. Feci presente loro che un hacker russo ci aveva fornito, dietro pagamento, materiale riservato della Kroll sulle indagini contro Telecom e posi il problema di come utilizzarlo contro Kroll. Proposi di compendiarlo in un dvd da far recapitare in forma anonima alla segreteria di Tronchetti. Ci recammo nel suo ufficio. Fu informato da Chiappetta di quanto avevo detto, e Chiappetta prospettò la soluzione dell’invio del dvd in forma anonima alla segreteria del presidente. Il presidente accettò la proposta, chiamò la segretaria e le disse che sarebbero arrivate informazioni in forma anonima». Il pm convoca allora la segreteria, E. L., che conferma: «Ricordo che il presidente mi disse che qualora fosse arrivato qualcosa che avesse attinenza con il Brasile, avrei dovuto inoltrarla a Tavaroli. Gli avvocati non dissero nulla. Dopo qualche tempo, in effetti, il plico arrivò»: per i pm era «il dvd che Telecom consegnò ai carabinieri il 27 settembre 2004» in un fascicolo originato «dalla denuncia di un ingresso abusivo nella casa del responsabile affari internazionali Zambeletti».

 

 

16/05/2012 11.49   Commenti - Piazza Affari

Telecom Italia: le delibere dell'assemblea e le posizioni della società sui vari casi giudiziari


FTA Online News

L'Assemblea ordinaria e straordinaria degli Azionisti di Telecom Italia si è riunita ieri sotto la presidenza di Franco Bernabè.

In sede ordinaria l'Assemblea:

  • ha approvato il bilancio dell'esercizio 2011 di Telecom Italia S.p.A., deliberando l'integrale copertura della perdita risultante dalla svalutazione dell'avviamento e la distribuzione di un dividendo in ragione di 4,3 euro cent per azione ordinaria e 5,4 euro cent per azione di risparmio, mediante utilizzo dell'utile 2010 portato a nuovo. Il dividendo verrà messo in pagamento a partire dal 24 maggio 2012, con stacco cedola in data 21 maggio 2012;
  • ha approvato la prima sezione della Relazione sulla remunerazione, che illustra, con riferimento all'esercizio 2012, la politica della Societa in materia di compensi di componenti gli organi di amministrazione e dirigenti con responsabilita strategiche;
  • ha confermato nella carica di consiglieri di amministrazione Lucia Calvosa e Massimo Egidi, già cooptati dal Consiglio rispettivamente in data 4 agosto e primo dicembre 2011. Gli amministratori nominati dall'Assemblea resteranno in carica, come la restante parte del consiglio di amministrazione, fino all'approvazione del Bilancio al 31 dicembre 2013;
  • ha rinnovato il Collegio Sindacale, che resterà in carica fino all'approvazione del bilancio al 31 dicembre 2014. Sulla base delle liste presentate dai soci sono stati nominati Sindaci della Societa:
    -dalla lista Telco S.p.A. Gianluca Ponzellini, Salvatore Spiniello e Ferdinando Superti Furga;
    -dalla lista presentata da un gruppo di societa di gestione del risparmio e investitori istituzionali internazionali Enrico Maria Bignami e Sabrina Bruno.Sono stati nominati Sindaci supplenti Ugo Rock e Vittorio Mariani (tratti dalla lista Telco S.p.A.); Roberto Capone e Franco Patti (tratti dalla lista presentata da un gruppo di societa di gestione del risparmio e investitori istituzionali internazionali).L'Assemblea ha inoltre deliberato il compenso da attribuire ai componenti del Collegio Sindacale ed ha nominato quale Presidente dell'organo di controllo Enrico Maria Bignami;
  • ha approvato il piano di incentivazione a lungo termine basato su strumenti finanziari denominato "Long Term Incentive Plan 2012", riservato al Top Management e a una parte selezionata della dirigenza. Il piano prevede premi parametrati alla componente fissa della retribuzione annua, commisurati al livello di raggiungimento di predeterminati obiettivi di performance nel periodo 2012-2014.

 

In sede straordinaria l'Assemblea:

  • ha approvato le modifiche degli artt. 9 e 17 dello Statuto sociale integrando le regole di nomina di Consiglio di Amministrazione e Collegio Sindacale per assicurare l'equilibrio tra i generi dei rispettivi componenti (c.d. "quote rosa");
  • ha attribuito al Consiglio di Amministrazione le deleghe ad aumentare il capitale sociale a servizio del Long Term Incentive Plan 2012 per un importo complessivo massimo di euro 15.000.000, in parte a pagamento e in parte a titolo gratuito mediante assegnazione di utili.

ALLEGATO AL COMUNICATO

Risposta a richiesta Consob di diffusione di informazioni ai sensi dell'art. 114, comma 5, del d.lgs. n. 58/1998 (Protocollo n. 12038495 del 9 maggio 2012)La Consob ha fatto pervenire una richiesta di informazioni sulla vicenda Kroll, sui rapporti con il Consulente Naji Nahas e su due aree d'indagine gia considerate nel Progetto Greenfield, che sono la Funzione Security e la vicenda Carte Prepagate.

E' utile ricordare che l'avvio del Progetto Greenfield, nel 2010, e stata una decisione unilaterale della Societa. Per quanto riguarda l'oggetto della review, a suo tempo sono state effettuate delle scelte, limitando il campo di analisi alle aree in cui erano emerse evidenze e criticita tecnico-legali riconosciute e ben identificabili a seguito di indagini penali o di attivita di controllo interno.Le aree d'indagine identificate alla luce delle attività della Magistratura sono state Sparkle, Carte Prepagate con intestazione irregolare e Security.

Il 24 novembre 2011, da notizie stampa, la Società è venuta a conoscenza per la prima volta della notizia dell'iscrizione dell'ex Presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera nel registro degli indagati in relazione ad indagini che avrebbero fatto riferimento a:

  • l'acquisizione nel 2004 di dati sottratti alla Kroll in Brasile dai componenti del c.d. Tiger Team;
  • i contratti con il consulente Naji Nahas.

 

A solo una settimana dalla prima notizia giornalistica dell'evento, in data primo dicembre 2011 il Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia:

  • a fronte della circostanza nuova dell'iscrizione del Dottor Tronchetti Provera nel registro degli indagati, in relazione a fatti d'interesse aziendale,
  • nello stesso spirito di trasparenza che ha contraddistinto la Societa nell'esame di altre questioni che hanno incontrato l'attenzione della Magistratura,

ha approvato l'avvio di apposita verifica interna, da realizzarsi sotto la direzione del Presidente del Comitato per il controllo interno e per la corporate governance con il supporto di Deloitte Financial Advisory Services, sui fatti riguardati dalle indagini, che gia non fossero stati a suo tempo trattati nell'ambito del Progetto Greenfield: appunto, i rapporti con Naji Nahas e il presunto hackeraggio Kroll.

Entrambe le questioni nel 2010 non risultavano infatti oggetto d'indagine, e come tali erano rimasti fuori dallo stream Security.

Il lavoro di Deloitte si e concluso da poco e le relative evidenze sono state condivise con il Comitato per il controllo interno e per la corporate governance, che ha presentato le sueconsiderazioni al Consiglio di Amministrazione del 9 maggio 2012. Il report riepilogativo delle conclusioni della verifica interna è stato quindi acquisito dalla Consob.

A questo punto, la Società, nelle more della chiusura delle indagini preliminari, quando potrà avere accesso agli elementi acquisiti dalla Procura della Repubblica e meglio potra valutare ogni eventuale azione di tutela, ha richiesto le valutazioni legali sugli esiti della review agli studi Davis Polk & Wardwell e dell'Avvocato Santa Maria.

Sulla base di dette valutazioni e degli elementi conoscitivi acquisiti, saranno a tempo debito effettuate le necessarie considerazioni, anche di natura economica, avviando le iniziative opportune, ivi incluso il possibile esercizio di azioni di risarcimento verso ex amministratori, nelle forme e con le modalita disponibili. Anticipare in questa sede quali potrebbero essere quelle iniziative o quantificare presunti, possibili effetti economici correlati alle vicende riguardate sarebbe intempestivo.

Per completezza, Telecom Italia  precisa che, sulla base delle evidenze disponibili alla Società in relazione ai provvedimenti di sequestro eseguiti in febbraio preso i nostri uffici, i reati oggetto di contestazione nell'ambito di queste indagini sono l'associazione a delinquere, la ricettazione "e altro" (cosè gli atti notificati all'Azienda).

* * *

Passando al procedimento Security (processo in corso avanti alla Corte d'Assise di Milano), la Cassazione, con sentenza del 20 settembre 2011, n. 1265/11, le cui motivazioni sono state depositate solo a inizio maggio 2012, ha giudicato immune da vizi logici o giuridici la decisione del Giudice per le Udienze Preliminari di Milano di ritenere insussistenti i delitti di appropriazione indebita inizialmente contestati dalla Procura della Repubblica.

Più in particolare la Corte ha concluso che la sentenza del GUPbene ha deciso per l'infondatezza dell'accusa: in sintesi, la Direzione Security non avrebbe agito all'insaputa delle altre Funzioni aziendali e dei Vertici di Pirelli prima e di Telecom Italia poi (coincidenti nelle stesse persone).Anche a fronte di queste circostanze, il Consiglio di Amministrazione del 9 maggio 2012 ha deciso di porre in essere nei confronti dell'ex Amministratore esecutivo Carlo Orazio Buora un atto interruttivo della prescrizione (che scadrebbe il 3 dicembre 2012), propedeutico all'esercizio dell'azione sociale di responsabilita, che sara inserita all'ordine del giorno in apposita Assemblea, compiendo tutti gli atti necessari ed opportuni a tal fine.

Peraltro, per quanto attiene alla refusione dei costi ingiustamente sopportati in relazione alla vicenda Security, la Societa ha gia effettuato una richiesta nei confronti di Pirelli, come rappresentato all'Assemblea dello scorso anno.Al fine di formulare tale richiesta, sono state esaminate in dettaglio tutte le operazioni investigative fatturate a Telecom Italia dalle societa Worldwide Consultant Security Ltd, Security Research Advisory Ltd e Polis D'Istinto S.r.l., riconducibili a Emanuele Cipriani, imputato nel procedimento pendente avanti alla Corte d'Assise di Milano.

All'interno di questo bacino di operazioni investigative Telecom Italia ha individuato quelle oggettivamente riconducibili a Pirelli, alla luce dei seguenti criteri:

  • pratiche presenti negli archivi di Cipriani recanti il "codice cliente" Pirelli;
  • pratiche inizialmente fatturate a Pirelli, poi stornate e rifatturate a Telecom Italia quando Pirelli e divenuta azionista di riferimento di Telecom Italia;
  • pratiche commissionate da soggetti aziendali Pirelli, alla luce delle evidenze emerse nell'ambito del procedimento.

 

L'importo complessivamente corrisposto per le operazioni individuate come sopra e pari a circa 1,2 milioni di euro, di cui Telecom Italia ha richiesto a Pirelli il rimborso.Sempre per il ristoro dei danni causati in connessione alla vicenda Security da attività estranee all'interesse sociale, la Società ha adottato le seguenti ulteriori iniziative:

  • nei confronti degli attuali imputati dinanzi alla Corte di Assise di Milano, ha chiesto e ottenuto di essere ammessa quale parte civile. Telecom Italia ha pertanto richiesto:
    (i) il risarcimento delle spese sostenute per il contenzioso tributario relativo agli anni 2003 e 2004 e pari a circa 15,4 milioni di euro,
    (ii) il risarcimento dell'importo di 750.000 euro pagato in via transattiva alle Pubbliche Amministrazioni coinvolte nel procedimento,
    (iii) il rimborso delle somme corrisposte in favore dei dipendenti dossierati, a titolo di gesto di solidarieta e pari a circa 1,8 milioni di euro,
    (iv) il risarcimento degli ulteriori danni (incluso il danno all'immagine ed alla reputazione commerciale) nella misura quantificata dal Giudice;
  • nei confronti di Emanuele Cipriani, imputato nell'ambito del procedimento penale, e stato ottenuto un sequestro conservativo per 2,6 milioni di euro. Le procedure di esecuzione sono in corso;ƒ¤nei confronti di alcuni ex fornitori della Security, a seguito delle analisi svolte da Deloitte nell'ambito del Progetto Greenfield, la Societa ha infine richiesto il pagamento di un importo totale di circa 5,5 milioni di euro.

* * *

Passando ad altro fronte, il 20 aprile 2012 la Procura della Repubblica di Milano ha notificato un avviso di conclusione delle indagini a Riccardo Ruggiero, Luca Luciani, Massimo Castelli e a Telecom Italia.Quanto alle persone fisiche, sono prospettati i reati di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorita perché, previo accordo ed in concorso con altri soggetti, fra l'altro:

  • "al fine di prospettare il raggiungimento di una quota di mercato da parte di Telecom Italia S.p.A., relativamente alla telefonia mobile, superiore a quella effettiva, ricorrevano ad un artificio tecnico-contabile finalizzato ad incrementare 
  • comunicavano tali dati dolosamente alterati all'Autorita per le garanzie nelle Comunicazioni, al fine di modificare la customer base e la market share aziendali;

 

Tali fatti, in ipotesi d'accusa, sarebbero stati commessi anche nell'interesse e a vantaggio di Telecom, che avrebbe beneficiato di un "totale complessivo di 5.130.000 schede fittiziamente ricaricate" e di un incremento della market share rispettivamente corrispondente allo 0,19% nel 2006, all'1,88% nel 2007 e all'1,64% nel 2008.

Merita notare che il fenomeno è stato rilevato proprio nell'ambito del Progetto Greenfield, che e stato oggetto di disclosure nell'appendice alla relazione sul governo societario per l'anno 2010.Secondo l'avviso di conclusione delle indagini, gli indagati avrebbero altresi comunicato all'AGCOM a partire dall'aprile del 2006 e fino al 31 marzo 2009 un totale complessivo di "1.042.447 schede non ricaricate nei dodici mesi successivi all'attivazione" e considerate attivate irregolarmente, con una condotta che la Procura ha ritenuto parimenti commessa nell'interesse e a vantaggio di Telecom Italia.

Per quanto attiene alla Società, la responsabilita ipotizzata ai sensi del d.lgs. n. 231/2001 sarebbe quella di "non aver adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quelli verificatisi". L'avviso di conclusione delle indagini non fa riferimento a un eventuale profitto economico che Telecom Italia avrebbe tratto dai fatti contestati.

In merito alle vicende oggetto dell'indagine, la Società non ha notizia di istruttorie in corso da parte dell'Autorita per le garanzie nelle Comunicazioni.

L'esame della documentazione raccolta dalla Procura della Repubblica è in corso. Al suo esito e nell'eventuale prosieguo del procedimento penale Telecom Italia assumerà - nello stesso procedimento penale o in sede civile - tutte le opportune iniziative a sua tutela, nella sua qualità di parte lesa, ivi incluso in termini di ripetizione di importi corrisposti agli indagati in virtu di meccanismi incentivanti.

Al riguardo si segnala che per Luca Luciani, in esito alle risultanze del Progetto Greenfield la Funzione Human Resources and Organization ha esaminato il tema del bonus riconosciutogli in funzione del numero di sim attivate.

In sintesi:

  • per il 2005 non risultavano obiettivi correlati al numero di acquisizioni di linee mobili;
  • rispetto al 2006 era presente un obiettivo ("Performance Commerciale Mobile") che includeva la quota di mercato Tim, ma in concreto non e stato raggiunto;
  • nel 2007 rispetto all'obiettivo "Portafoglio sim Tim" (peso 10%) e stato erogato un bonus di 45.000 euro, che sarebbe risultato non dovuto. Luca Luciani ha peraltro volontariamente e spontaneamente messo a disposizione della Societa lo stesso importo, che quindi è stato recuperato, mediante deduzione dalle competenze successive del dirigente;
  • per il 2008 nessuno degli obiettivi commerciali assegnati era direttamente correlato all'incremento del numero delle sim.

A partire dal 2009 al Dottor Luciani sono stati assegnati obiettivi in qualità di Diretor Presidente di TimPart, con riferimento alle performance brasiliane.Si ricorda che, nel report Greenfield, Deloitte aveva stimato tra i 19,9 e i 27 milioni di euro i costi sopportati dalla Società per la vicenda delle carte sim irregolarmente intestate; tale stima potrebbe essere rivista alla luce dell'andamento del procedimento.Nel frattempo il Consiglio di Amministrazione del 9 maggio 2012 ha deciso di porre in essere nei confronti dell'ex Amministratore esecutivo Riccardo Ruggiero un atto interruttivo della prescrizione (che scadrebbe il 3 dicembre 2012), propedeutico all'esercizio dell'azione sociale di responsabilità, che sarà inserita all'ordine del giorno in apposita Assemblea, compiendo tutti gli atti necessari ed opportuni.

Allo stato non sono state svolte ulteriori valutazioni nei confronti dei destinatari dell'avviso di conclusione delle indagini in rassegna.Dei tre indagati, tutti dipendenti di Telecom Italia all'epoca dei fatti in contestazione, all'atto della notifica era ancora in forza il solo Dottor Luciani, che in particolare al 20 aprile 2012 rivestiva la carica di Chief Executive Officer di Tim Brasil.

Successivamente il Dottor Luciani ha rassegnato le proprie dimissioni, rinunciando altresi a tutte le cariche sociali detenute nelle societa del Gruppo.In occasione del trasferimento in Brasile avvenuto nel 2008 si era convenuta la somma di 2,9 milioni di euro come trattamento di uscita in caso di risoluzione del rapporto di lavoro. La clausola ha trovato applicazione nel caso di specie; inoltre, si e ritenuta conveniente la stipula di un patto di non concorrenza esteso all'intero Sud America, con corresponsione all'interessato della somma di 1,5 milioni di euro per il 2013.Nel rassegnare le proprie dimissioni il Dottor Luciani è decaduto dai diritti di partecipazione al piano di stock option di Tim Partecipacoes S.A., descritto in bilancio (fatti salvi i diritti riferiti alla performance 2011). Non sono previsti benefici successivi alla cessazione dalla carica di CEO di Tim Brasil.La Societa non ha assunto impegni di manleva o di indennizzo per eventuali azioni di responsabilita nei confronti del Dottor Luciani.Un impegno in tal senso e stato invece a suo tempo assunto all'atto dell'uscita del Dottor Ruggiero (dipendente e, in allora, Amministratore Delegato della Societa): in particolare l'atto di transazione con il quale il rapporto di lavoro e stato risolto, sottoscritto dal Vice Presidente Esecutivo pro tempore, Carlo Orazio Buora, manleva il Dottor Ruggiero in

relazione all'attivita prestata quale dirigente di Telecom Italia e reca l'impegno a mantenergli la tutela prevista dalla contrattazione collettiva per i dirigenti di aziende industriali anche in relazione agli incarichi sociali ricoperti. Preciso che non c'e stata rinuncia all'azione sociale di responsabilita da parte della Società, ai sensi di legge.Non constano impegni analoghi per altri amministratori, anche cessati, della Società.

* * *

Con riferimento ai fenomeni riguardanti le carte prepagate, oggetto dell'indagine della Procura della Repubblica di Milano, la Consob ha altresi chiesto di fornire informazioni, con riferimento a Brasile (ove Telecom Italia controlla il gruppo Tim Brasil) e Argentina (ove Telecom Italia controlla il gruppo Telecom Argentina),

  • le attività di internal audit o eventuali iniziative ulteriori svolte o previste per verificarne la presenza nei due Paesi sudamericani;
  • sui sistemi di incentivazione relativi al processo di gestione dei servizi prepagati.

In merito agli audit, va premesso che le discipline locali in materia d'intestazione, e soprattutto identificazione, del cliente sono diverse da quelle vigenti in Italia.Ciò detto, in Brasile (dove Tim Brasil storicamente e un operatore mobile only) la gestione delle carte prepagate e stata oggetto di uno specifico progetto nell'ambito del piano di audit 2009-2011, che ha gia riguardato il processo sia di intestazione che di cessazione a scadenza delle sim.

In continuità, sono in corso due audit riguardanti i sistemi di consuntivazione statistica e monitoraggio delle intestazioni e il processo di gestione e controllo delle intestazioni multiple. In ogni caso, al fine di conferire effettiva continuità al processo di controllo interno, sono previsti almeno due audit all'anno, condotti da team integrati italo-brasiliani.

Gli audit svolti nell'ambito del progetto hanno evidenziato debolezze nei controlli e nei processi, alle quali ha fatto seguito un importante aggiornamento del quadro procedurale interno, formalizzato nel marzo 2012.In Tim Brasil si e inoltre nei giorni scorsi conclusa una internal limited review degli internal controls over financial reporting, in vista del filing dei Form 20-F per l'anno 2011 sia di Tim Partecipacoes che di Telecom Italia, che sono stati depositati ieri.

Da detta review non sono emersi rilievi significativi, ivi incluso con riferimento al processo d'intestazione/cancellazione delle sim card prepagate.In Argentina i criteri di gestione delle vendite delle sim card ed i processi di monitoraggio e controllo in essere sono stati considerati adeguati in sede di verifica del sistema di controllo interno agli effetti della corretta rappresentazione della situazione economico-finanziaria di Telecom Argentina.

Quanto ai sistemi d'incentivazione, quelli di Telecom Argentina non includono l'attivazione di linee prepagate ne la market share, basandosi sul parametro del revenue share netto annuale e sulle attivazioni di contratti di alto valore.In Brasile, nel 2011 il sistema MBO attribuiva a tutti gli incentivati (ad esclusione del CEO, del Top Management e della dirigenza impegnata nella gestione della rete fissa) un obiettivo di attivazione linee post-pagate e un obiettivo relativo alla market share mobile.

Tra gli obiettivi assegnati alle funzioni di vendita erano presenti obiettivi di Gross Adds Prepagato e Gross Adds Postpagato, articolati per regione e canale; peraltro, l'obiettivo relativo al prepagato risultava condizionato al raggiungimento di una percentuale di linee con seconda ricarica. Tra gli obiettivi assegnati alle funzioni di Marketing erano previsti obiettivi di customer base, distinguendo tra business e prepagato.

(GD)

 

PAR CONDICIO TELECOM SUL RAPPORTO DELOITTE...
A. Ol. per "Il Sole 24 Ore" - L'Asati reclama il rapporto Deloitte sulle conseguenze delle vicende giudiziarie per Telecom, nonchè i pareri dei consulenti legali per valutare l'ipotesi di avviare eventuali azioni di responsabilità. Il segretario del board, nonchè general counsel del gruppo, Antonino Cusimano, risponde picche al presidente dell'associazione dei piccoli azionisti, Franco Lombardi.

«Non riteniamo di poter soddisfare la sua richiesta», perchè «la comunicazione della società in materia» sarà improntata alla «rigorosa applicazione del principio di parità informativa, che esclude la possibilità di una comunicazione selettiva della documentazione in oggetto». Lombardi replica: «Bene, allora il problema è facilmente ovviabile dando pubblica informazione a tutti gli azionisti di Telecom Italia, e non solo all'Asati, del contenuto del predetto rapporto e relativi pareri legali». Come dargli torto?31-12-2010]

 

 

I DOSSIER TELECOM STANNO INNESCANDO un regolamento di conti da tempo sospesi tra le diverse anime della magistratura milanese, esploso nel pieno del cambio della guardia al vertice della Procura, con il nuovo capo Bruti Liberati deciso a segnare un cambio di rotta rispetto alla gestione DI Minale - Intanto i nuovi capi di Telecom hanno già fatto sapere che se il timone della Procura milanese mutasse rotta, e si andasse a fare le pulci alla gestione Tronchetti, a loro non dispiacerebbe affatto. Anzi

 

Luca Fazzo per "il Giornale"

 

Un gigante immobile, affogato nell'afa opprimente dell'estate milanese. Questo sembra il palazzo di giustizia di corso di Porta Vittoria, in questi giorni a ridosso della pausa feriale. Ma l'apparenza inganna. Nell'atmosfera rarefatta dei corridoi semideserti, il palazzaccio marmoreo vive al suo interno uno scontro senza precedenti e dagli esiti imprevedibili. Se ne parla a mezza voce, ma non si parla d'altro. E la parola che ricorre in tutti i commenti è: Telecom.

 

Tutto, infatti, nasce dall'inchiesta sulla compagnia telefonica e sui dossier raccolti dalla sua security. Ma l'impressione è che il caso Telecom sia divenuto strada facendo lo spunto per un regolamento di conti da tempo sospesi tra le diverse anime della magistratura milanese, esploso nel pieno del cambio della guardia al vertice della Procura, con il nuovo capo - Edmondo Bruti Liberati - non ancora formalmente insediato, ma già deciso a segnare un cambio di rotta rispetto alla gestione del suo predecessore, il roccioso Manlio Minale. Divergenze ce ne sono sempre state. Ma per la prima volta lo scontro avviene in buona parte alla luce del sole.

 

Breve riassunto. L'inchiesta Telecom - indagine quanto mai delicata, destinata a toccare tanto gli ambienti del potere economico che il mondo dei servizi segreti - nasce fin dall'inizio con un'impostazione precisa: il vertice dell'azienda era vittima inconsapevole delle malefatte dell'ufficio security, guidato dall'ex carabiniere Giuliano Tavaroli.

 

L'inchiesta viene affidata a tre pm: Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Nicola Piacente. Un terzetto eterogeneo, con alle spalle esperienze e culture differenti, formalmente coordinato dal coordinatore del pool «pubblica amministrazione», Corrado Carnevali, ma che nei fatti risponde direttamente al capo della Procura, Minale. Ma prima della fine dell'inchiesta la squadra si assottiglia: Napoleone viene spedito a Sondrio, Carnevali a Monza, Minale viene nominato procuratore generale.

Così Civardi e Piacente si ritrovano soli quando l'inchiesta va a sbattere contro un iceberg totalmente imprevisto: il fascicolo con le richieste di rinvio a giudizio finisce sul tavolo del gip Mariolina Panasiti, una siciliana cocciuta che smonta l'indagine pezzo per pezzo.

Quando si capisce che tira brutta aria, parte una manovra (sostenuta dai legali di Pirelli ma anche da una parte del palazzaccio) che punta a togliere il fascicolo alla Panasiti promuovendola in Corte d'assise: deve intervenire con durezza Livia Pomodoro, presidente del tribunale, per dire che «la Panasiti non si tocca».

 

E la gip va fino in fondo: pronuncia pochi rinvii a giudizio e una valanga di proscioglimenti, e rispedisce il malloppo alla Procura perché riapra l'inchiesta. Accusa i pm di avere chiuso gli occhi davanti alle tracce che portavano ai conti esteri dei Ds, e così pure davanti alle responsabilità di Marco Tronchetti Provera.

 

A quel punto accade l'impensabile: Bruti Liberati decide di aprire un nuovo fascicolo, lo lascia formalmente nelle mani di Civardi e Piacente ma mette i due pm sotto il controllo di un altro procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, moderato, nuovo capo del pool «pubblica amministrazione». Di fatto, i due pubblici ministeri sono commissariati. La prendono malissimo.

 

Civardi fa ricorso contro le assoluzioni disposte dalla Panasiti: un testo di asprezza surreale, il pm insulta la collega accusandola di essersi basata «sulle suggestioni degli imputati» senza conoscere le carte. Bruti Liberati non firma il ricorso. Robledo nemmeno. A sorpresa, è il vecchio Minale a togliere Civardi dall'isolamento: dal suo nuovo ufficio di procuratore generale, esce dal consueto silenzio per rivendicare la paternità dell'intera inchiesta e delle sue modalità.

 

La «benedizione» di Minale vuol dire una sola cosa: l'inchiesta non ha coinvolto Tronchetti perché, chiacchiere a parte, non c'era nessun elemento concreto che portasse in quella direzione. Ed è verosimile che le cose stessero davvero così. Ma gli elementi che potevano inguaiare Tronchetti, vennero cercati con sufficiente convinzione?

 

Di fatto le sentenze della Panasiti hanno dato fiato a chi da tempo accusava la Procura milanese di avere occhi di riguardo per alcuni (potenziali) imputati e per alcuni studi legali. Vero o non vero? Questo, di fondo, è il tema dello scontro. Intanto i nuovi capi di Telecom hanno già fatto sapere che se il timone della Procura milanese mutasse rotta, e si andasse a fare le pulci alla gestione Tronchetti, a loro non dispiacerebbe affatto. Anzi. 05-07-2010]

 

 

Caso Telecom, rese note le motivazioni della sentenza

Lunedì 05 Luglio 2010 07:40 di Flavia Campoli

Sono state rese pubbliche le motivazioni a fondamento della sentenza di proscioglimento, emessa   nei confronti  di Trochetti Provera e dei suoi 007 privati, almeno per quanto riguarda il reato di appropriazione indebita,  in un primo momento addebitato  ai vertici amministrativi di Telecom e Pirelli.

Il Gup  Mariolina Panasiti ha voluto così porre l’accento su quello che, ha definito,  sarebbe stato  “ un inutile aggravio”,  volendo contestare,  con tale  riferimento,  l’atteggiamento tenuto durante le fasi  dibattimentali da Tronchetti  Provera, che ha negato tutto ed il contrario di tutto, arrivando a disconoscere persino i suoi familiari.

Nel merito, il gup ha ritenuto risibili queste negazioni,  affermando che le azioni intraprese da Tavaroli e dai suoi collaboratori,  certamente “ non potevano essere  frutto di attività autoreferenziale del Tavaroli , bensì di un pieno e soddisfatto  interesse aziendale e del  Presidente stesso”, in tal modo azzerando l’attendibilità di Tronchetti Provera  e portando a suffragio di questa tesi,  esempi e prove inconfutabili.

Ha infatti ricordato, tra gli altri, l’episodio riguardante la società di investigazioni  Polis d’Istinto ed il suo referente Emanuele Cipriani, che il Presidente della Pirelli ed ex Presidente Telecom ha negato di conoscere,  pur se alla predetta ditta  nel 2004,  fu  pagata una parcella di 30.000 euro,   per la vigilanza prestata nel giorno del matrimonio della figlia di Tronchetti Provera.

La fattura, evidenzia il gup,  fu inviata direttamente all’abitazione del Presidente (come è ovvio che fosse trattandosi di  attività privata ndr) e pertanto non poteva non essere presa in considerazione né essere posta a conoscenza del Presidente stesso!

Altra situazione poi è stata quella riguardante il pagamento della richiamata fattura, pagamento che venne effettuato dalla segretaria del Presidente, però in ambito Telecom!

Questo poi è stato ancora un altro capitolo del dibattimento molto contestato,  che affrontava  il capitolo della distrazione dei fondi aziendali a favore delle necessità del singolo amministratore, il famoso conto del Presidente, dal giudice considerato alla pari di un reato di indebita appropriazione ed invece ridotto dagli avvocati difensori ad un normale  centro di costo aziendale, peraltro,  a loro dire, già in essere con le precedenti gestioni amministrative delle due aziende incriminate.

D’altra parte, come già fatto anche nella precedente motivazione dei 16 patteggiamenti di qualche settimana fa, il giudice Panasiti ha stigmatizzato le attività di illecita investigazione come  “ attività strettamente pertinenti a scelte aziendali pienamente conosciute e condivise dal gruppo dirigente”, accusando quindi questi ultimi di aver voluto soprattutto soddisfare interessi aziendali e personali, in danno di terze persone ed a favore delle aziende,  delle quali  ricoprivano responsabilità di comando.

Di tale situazione,  il gup accorda una qual certa corresponsabilità anche ai pm,  che accusa di leggerezza valutativa per non aver  correttamente considerato  la portata politico-giudiziaria delle intercettazioni .

Di opposto avviso le considerazioni invece esternate, dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza,  dagli avvocati degli accusati, primo tra tutti l’avv. Roberto Ramponi, che parla di  “ apparato motivazionale delle sentenze  che  suscita più  di  una  perplessità”, perché la lettura del materiale probatorio  posta in essere dal gup è, secondo il legale della Pirelli, totalmente contrastante  con quella della Procura,  mentre  l’interpretazione di alcuni dati risulta fantasiosa, perché gli stessi dati non trovano riscontro  nei fascicoli processuali.

E’ chiaro che adesso la schermaglia  verbale,  prenderà il sopravvento su quella  finora attuata nelle aule del Tribunale  e le carte ed i loro scritti,  saranno passati al setaccio di una analisi capillare e luciferina, alla ricerca di ogni appiglio utile alla causa di chi farà le suddette analisi, in attesa di un ulteriore scontro giudiziario.10.07.10

 

 

DOSSIER TELECOM, TOGHE ALLO SCAZZO – TONI DURISSIMI DEL PM CIVARDI CONTRO IL GUP: “IL GIUDICE PANASITI HA FRAINTESO IN PIÙ OCCASIONI L´ESTENSIONE DEI SUOI POTERI E DELLA SUA COGNIZIONE” – IL sodalizio tra Tavaroli, l´investigatore Cipriani e l´agente segreto Marco Mancini, agiva ora nell´interesse delle società, ora di qualche ente esterno, ora di se stessi, per fini personali e di lucro - Pur di massacrare la vergine della bicocca, ’Il Fatto’ ignora i PM...

1 - "IL FATTO" NON SUSSISTE
Pur di massacrare l'Afeffato, 'Il Fatto' ignora i PM. Dopo paginate dedicate al verbo di Ghioni e Tavaroli e Cipriani e a tutti quelli che avevano qualsiasi cosa da dire contro la Vergine della Bicocca, se la Procura la pensa in modo diverso da loro la notizia non esiste.

 

Ieri la Procura di Milano, seppur divisa, ha infatti impugnato la sentenza di Mariolina Panasiti sparandole contro parole grosse. In sintesi il PM Civardi ha detto che la Panasiti ha travisato il suo ruolo, che non sa bene di cosa parla, visto che non puo' avere accesso a tutte le carte del processo, che si' e' fatta suggestionare dagli imputati, cui non risparmia l'epiteto di spie, aggiungendo che questi sono stati supportati nel loro battage pubblicitario da alcuni gruppi editoriali.

L'assalto all'arma bianca del PM non ha trovato pero' spazio sulle pagine del "Fatto" - perfino il nemico più intimo di Tronchetti, "Repubblica" lo riporta, vedi l'articolo che segue.

2 - DOSSIER TELECOM, TOGHE ALLO SCAZZO
Walter Galbiati per "la Repubblica"

 

La procura non ci sta e passa al contrattacco. Prima era stato il giudice Mariolina Panasiti a smontare l´impianto accusatorio dei pm Stefano Civardi, Nicola Piacente e Fabio Napoleone. Ora è Civardi, autore di uno dei ricorsi per Cassazione, a chiedere di annullare la sentenza del giudice per l´udienza preliminare. E lo fa da solo, perché in procura ci sono diverse interpretazioni sui reati in campo. Al centro della contesa, è la vicenda sui dossier illeciti della Security Telecom, confezionati ai tempi di Marco Tronchetti Provera.

Quei report erano stati preparati nell´interesse delle aziende oppure no? Un dilemma importante dal quale dipende soprattutto l´accusa di appropriazione indebita e il potenziale coinvolgimento nell´inchiesta di Tronchetti Provera e dell´allora amministratore delegato Carlo Buora.

 

Per la Panasiti, che ha seguito la linea dell´ufficio Gip, non c´è appropriazione, perché quei dossier servivano a perseguire il fine aziendale, erano commissionati dai vertici e venivano regolarmente fatturati, mentre per il pm il giudice ha confuso gli interessi delle persone fisiche con quelle delle società, non ha capito i ruoli degli indagati all´interno di una inchiesta della quale non conosce non solo gli atti, perché in parte secretati, ma nemmeno le ipotesi di reato, sia quelle coltivate nel fascicolo centrale sia quelle eventualmente finite in altri procedimenti.

 

È il solo pm Civardi a firmare questa parte di ricorso, mentre Nicola Piacente e Alfredo Robledo, sempre con Civardi hanno firmato quelli contro l´assoluzione di Mancini. «Ognuno ha firmato la parte di cui si era occupato», ha spiegato l´aggiunto Robledo.

Secondo il pm, il giudice doveva limitarsi a essere il giudice degli imputati e non dell´inchiesta. Invece è andato al di fuori delle righe: ha frainteso in più occasioni l´estensione dei suoi poteri e della sua cognizione, perché avrebbe dovuto negare di essere giudice nel merito, perché dopo le decisione della Cassazione sui dossier illegali, non ha a disposizione né il corpo del reato né il verbale che dovrebbe contenere il riassunto dei dossier.

 

Il giudice si è fatto condizionare dagli imputati e dalla stampa, mentre il pm non si è certo appiattito sui pareri dei legali delle società coinvolte. Anzi sono state le stesse difese, che inizialmente sostenevano l´operato della Security, a convincersi del contrario e ad abbandonare Tavaroli.

 

Secondo Civardi, poi, alcune operazioni, come la schedatura dei dipendenti di Pirelli, non smontano l´accusa di appropriazione indebita perché si tratterebbe di pratiche effettuate nell´interesse dell´azienda, ma corroborano invece da una parte il coinvolgimento della società, contro la quale il pm ha chiesto di agire in base alla Legge 231 e dall´altra la stessa accusa di appropriazione indebita, perché quelle operazioni sono contrarie allo statuto dei lavoratori e allo stesso fine aziendale.

Proprio per questo, il pm ribadisce di non aver mai parlato di una Security come di una «scheggia impazzita e autoreferenziale», ma di un sodalizio tra Tavaroli, l´investigatore Cipriani e l´agente segreto Marco Mancini, che agiva ora nell´interesse delle società, ora di qualche ente esterno, ora di se stessi, per fini personali e di lucro.

 

 

[30-06-2010]

 

 

la quercia dei misteri - cipriani senza cipria: "Me lo ricordo come fosse oggi. Tavaroli era nel suo ufficio in Telecom, in piedi, con il "Sole 24 Ore" sul tavolo. Il giornale riportava una tabella con la composizione dell’azionariato della Bell. Giuliano puntava il dito sulla voce “Oak Fund”. Diceva: “Questi sono i comunisti. Indaga. Nessun limite di spesa. Chiama lo svizzero”...

 Luca Fazzo per Il Giornale

«Me lo ricordo come fosse oggi. Tavaroli era nel suo ufficio in Telecom, in piedi, con il "Sole 24 Ore" sul tavolo. Il giornale riportava una tabella con la composizione dell'azionariato della Bell. Giuliano puntava il dito sulla voce "Oak Fund". Diceva: "Questi sono i comunisti. Indaga. Nessun limite di spesa. Chiama lo svizzero"».

Sono le 11 di ieri mattina, a Palazzo di giustizia di Milano. Nella grande aula della Corte d'assise cerca di prendere il via - tra mille intoppi - l'udienza che deve celebrare un singolare autodafè giudiziario: la distruzione delle migliaia di dossier raccolti illegalmente dall'ufficio «security» di Telecom sotto la guida di Giuliano Tavaroli, all'epoca in cui presidente era Marco Tronchetti Provera.

 

Su quei dossier si è scritto di tutto. Ora, dice la legge Mastella, approvata precipitosamente proprio a questo scopo, devono essere distrutti. Sarà davvero così? Di sicuro, se anche i dossier verranno mandati al rogo, non si potrà mandare al rogo chi quei dossier ha raccolti, e sa perfettamente cosa c'è dentro.

 

A partire dal toscanaccio tarchiato che passeggia su e giù, fuori dall'aula: Emanuele Cipriani, investigatore privato, l'uomo di fiducia di Tavaroli. Per conto del quale ha realizzato migliaia e migliaia di indagini. Compresa quella - nome in codice «New Entry» - sul misterioso Oak Fund, azionista della compagnia telefonica Bell.

Indagine che portava dritta dritta ai vertici della Quercia. E che, quando venne trovata dalla Procura, venne - lo dice il giudice Mariolina Panasiti, nella sentenza di pochi giorni fa - sottovalutata al punto di venire rubricata tra i «fatti non costituenti reato».

 

«Chiama lo svizzero», disse Tavaroli a Cipriani. Ovvero John Poa, ovvero John Dollar Bea, costoso ed efficiente segugio di segreti bancari e societari. Furono i dodici rapporti di Poa, poi riassunti e sottoposti da Tavaroli a Tronchetti Provera sotto forma di «executive summary», a confermare la traccia: raccontando come di passaggio in passaggio, da un paradiso fiscale all'altro, si arrivasse fino agli uomini di vertice dei Ds.

 

Così, almeno, ha raccontato Cipriani nei suoi lunghi interrogatori davanti ai Pm di Milano. E la reazione dei Pm di Milano - così come la ricorda l'investigatore - merita di essere raccontata: a partire da un incredibile interrogatorio iniziato, prima che si accendesse il registratore, con l'ammonizione: «Mi raccomando, non faccia nomi».

I nomi, invece, Cipriani li fece: quelli di alcuni esponenti politici dei Ds. Il Pm lo guardò storto. Quando Cipriani andò a rileggere la trascrizione di quell'interrogatorio, scoprì che al posto dei nomi dei politici c'erano solo dei puntini di sospensione.

 

O come l'altra storia, ancora più pazzesca, della macchia che nel rapporto finale di John Poa rende illeggibili proprio i nomi dei beneficiari delle azioni Bell. Possibile? «La macchia c'era. Ma non era poi così importante. Sotto la macchia c'erano i nomi di chi operava sul conto. Ma i nomi dei politici erano in alto, perfettamente leggibili».

Dov'è finito, quel foglio? Durante un interrogatorio i Pm dicono a Cipriani che non si trova da nessuna parte, anzi loro non l'hanno proprio mai visto. Lui insiste. Se non c'è, dice, è perché è stato tolto. Ma un maresciallo della Finanza che assiste all'interrogatorio si alza, esce dall'ufficio, torna dopo venti minuti e dice ai Pm: «Eh sì, il foglio c'è».

 

Va avanti e indietro, Cipriani, nell'androne del palazzo di giustizia. Quel foglio, come i milioni di altri raccolti in tanti anni, adesso è nelle mani di un giudice, pronto per essere distrutto per sempre, insieme alla storia dei fondi esteri dei Democratici di sinistra.

Andrà davvero così? La Procura, in queste ore, si giustifica dicendo che in realtà stralciare il rapporto «New Entry» fu un modo per toglierlo dal mucchio, evidenziarlo, iniziare a scavare. Un fascicolo, dicono, venne aperto. Ma John Poa, quando venne convocato per essere interrogato, si guardò bene dal presentarsi. E la faccenda morì lì.

 

«Eppure...», dice Cipriani. E intende: eppure si poteva scavare, bastava volerlo. «I Pm mi dicevano: "Lei fa in fretta, le basta una fotocopia arrivata chissà come, a noi invece servono rogatorie, timbri, ufficialità, e poi le Isole Cayman non ci risponderanno mai".

Io risposi: "Guardate che questa storia dell'Oak Fund e dei Ds mica si svolge tutta alle Cayman. Ci sono personaggi che sono qui, in Italia. Ce n'è uno, in particolare... ha presente il compagno G? Primo Greganti? Quello che teneva i conti del Pci ai tempi di Mani pulite? Ecco, un altro come lui. Voi lo chiamate, lo interrogate, e ditegli pure che Cipriani dice di avere le prove che dietro quel fondo c'è proprio lui, e se vuole mi quereli pure". Gli diedi il nome. Ma non lo hanno mai interrogato». Chissà perché. 21-06-2010]

 

 

DOSSIER ILLECITI: DOMANI UDIENZA A MILANO PER DISTRUZIONE ATTI...
(Adnkronos) - Prendera' il via domani mattina davanti al gip Giuseppe Gennari l'udienza per decidere la distruzione dei dossier e delle informazioni riservate acquisite illegalmente nell'ambito della vicenda che ha coinvolto la security interna a Telecom e Pirelli. Si tratta di un'udienza praticamente imposta dalla Corte Costituzionale che in passato, confermando la validita' della norma approvata dal Parlamento, aveva rigettato le eccezioni proposte dallo stesso giudice Gennari e da altri suoi colleghi.

All'udienza parteciperanno le 130 parti che si sono dette interessate alla distruzione dei dossier, i 34 imputati e i loro difensori. In teoria tutti potrebbero interloquire con i pm davanti al giudice su ciascuno dei 20mila files informatici che compongono i 4.287 dossier su persone e 132 su societa'. In teoria, quindi, l'udienza e' destinata a durare alcuni anni perche' si dovra' discutere su ogni singolo atto da distruggere.

10.06.10

 

DOSSIER ILLEGALI: GUP, DA ATTIVITA' BENEFICI A PROPRIETARIO...
(ANSA)
- Le 'logiche' dell'attivita' di dossieraggio illegale 'tendono a beneficiare, non gia' l'azienda come tale, ma chi in un dato momento storico ne e' il proprietario di controllo'. E' uno dei passaggi delle motivazioni del gup di Milano Mariolina Panasiti, davanti alla quale nelle scorse settimane hanno patteggiato Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni e altri imputati per la vicenda dei dossier illegali.

Il giudice, che nelle scorse settimane ha disposto anche la trasmissione degli atti alla Procura perche' valuti se aprire nuove indagini, parla di una 'gravissima intromissione nella vita privata delle persone mossa da logiche partigiane nella contrapposizione tra blocchi di potere economici e finanziari, logiche che tendono a beneficiare' colui che 'in un dato momento storico' e' 'il proprietario di controllo' dell' azienda.

Nel corso dell'udienza preliminare, l'investigatore privato Emanuele Cipriani aveva piu' volte chiamato in causa l'attuale presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, sostenendo di aver agito sulla scorta di direttive aziendali. Secondo il giudice e' 'palesemente inverosimile' che Fabio Ghioni abbia agito di sua iniziativa, come e' 'altamente improbabile' che Giuliano Tavaroli, ex capo della security di Telecom e Pirelli, abbia agito 'nel suo interesse'.

20.06.10

 

- "IL GIORNALE" DI FELTRUSCONI È L’UNICO CHE MIRA ALL’’OAK FUND’, IL DOSSIER-CHOC SUI CONTI ALL’ESTERO DEI DS, INSABBAIATO DAI PM, CHE FA TREMARE D’ALEMA E FASSINO - 2- TAVAROLI: "I SOLDI HANNO VIAGGIATO NELLA PANCIA DI 300 SOCIETÀ IN GIRO PER L’EUROPA PER POI APPRODARE A LONDRA NEL CONTO DELL’OAK FUND CUI ERANO INTERESSATI I FRATELLI MAGNONI (CHE HANNO SMENTITO, NDR) E DOVE AVEVANO LA FIRMA NICOLA ROSSI E PIERO FASSINO (CHE HANNO ANNUNCIATO QUERELA, NDR). QUESTE COSE LE HO DETTE ANCHE AI PM CHE MI HANNO INTERROGATO. LORO MI DICEVANO: NON SCRIVIAMO I NOMI NEL VERBALE, DICIAMO ESPONENTI POLITICI..."" - 3- PERÒ NELLE REGISTRAZIONI DEGLI INTERROGATORI I NOMI RELATIVI AL FILONE DS CI SONO, E SPUNTANO ANCHE NEI DOCUMENTI CRIPTATI: “Z0048602, DA PAGINA 23821 A PAGINA 23833, DA PAGINA 23789 A PAGINA 23802, DA PAGINA 23810 A PAGINA 23820…” - 4- DICE TAVAROLI: "L’OPERAZIONE PERÒ SI FERMA QUANDO VIENE ACCERTATO CHE IL FONDO OAK RIGUARDA ESPONENTI DI UN PARTITO DELL’ATTUALE MAGGIORANZA" NONCHÉ UN RETICOLO FINANZIARIO CHE FA CAPO A SOCIETÀ E PRESTANOME DEI DS - -

Gian Marco Chiocci per il Giornale

Il lungo filo rosso dei (presunti) fondi esteri dei Ds, venuto alla luce nell'inchiesta Telecom col dossier «Oak Fund» (fondo quercia) redatto dall'investigatore privato Emanuele Cipriani su input del capo della security Giuliano Tavaroli, viene spezzato dalla Procura di Milano quando si faceva ancora in tempo ad indagare. E cioè, sei mesi prima dell'entrata in vigore della Legge Mastella che prevede l'invio al macero di tutti i dossier assemblati illegalmente.

Ora che il gip ha tirato le orecchie ai distratti pm, l'argomento delle presunte tangenti a esponenti Ds collegate alla scalata di Colaninno in Telecom torna d'attualità. Per venirne a capo occorre premettere che sui politici non se n'è potuto sapere di più poiché i pm, oltre a non voler mettere a verbale i nomi fatti da Tavaroli e Cipriani (almeno stando alle versioni degli interessati), hanno evitato anche di capire se l'immenso materiale sui Ds sequestrato a Cipriani fosse buono, in parte buono, oppure carta straccia.

Secondo quanto raccontato ai pm (12 aprile 2007) dall'ex capo della security di Telecom, Tavaroli, gli accertamenti su Oak Fund nascono quando si profila l'ipotesi dell'acquisto Olivetti presso la finanziaria lussemburghese Bell, per capire se fosse presente una componente del management Telecom che, attraverso Oak Fund, avesse lucrato sull'acquisto di Olivetti.

Dice Tavaroli: «L'operazione però si ferma quando viene accertato che il fondo Oak riguarda esponenti di un partito dell'attuale maggioranza» nonché un reticolo finanziario che fa capo a società e prestanome dei Ds.

Nell'interrogatorio successivo (31 maggio 2007) Tavaroli aggiunge che Tronchetti, nel gennaio 2006, gli chiede conferma se nei dossier vi sono indagini sui politici. «Gli dissi di Oak Fund (...). Il presidente si inquietò chiedendomi conto di questo incarico, io gli rammentai che si trattava di un'operazione del 2001 per conoscere gli azionisti di Bell».

L'ex capo delle security di Telecom rammenta inoltre che se effettivamente «nell'agosto del 2001 al festival dell'Unità di Rimini, D'Alema aveva attaccato frontalmente l'operazione di acquisito di Tronchetti, proprio grazie alla mia mediazione che si è snodata attraverso i contatti con Lucia Annunziata e quindi Nicola La Torre e infine D'Alema, nella primavera 2002 i rapporti fra Tronchetti e D'Alema erano assolutamente cordiali».

Incassato il patteggiamento a 4 anni e mezzo, definitivamente fuori dal processo, Tavaroli si sente libero di parlare. E a Repubblica confessa tutta un'altra storia. Accusa Tronchetti di avergli commissionato l'indagine sui Ds per capire se erano girate tangenti nell'acquisizione di Colaninno, e poi entra nel dettaglio del dossier «Baffino», così etichettato in azienda:

«I soldi hanno viaggiato nella pancia di 300 società in giro per l'Europa per poi approdare a Londra nel conto dell'Oak Fund cui erano interessati i fratelli Magnoni (che hanno smentito, ndr) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino (che ha annunciato querela, ndr). Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo esponenti politici...».

Altro personaggio che viene invitato a non fare i nomi dei politici è l'autore del dossier, l'investigatore privato Emanuele Cipriani. Interrogato in tempi non sospetti, nel lontano 28 marzo 2007, Cipriani rivela che «Tavaroli mi invitò a svolgere investigazioni sull'Oak Fund, dicendo che avrei dovuto verificare se dietro c'era un partito politico».

Tavaroli fece riferimento «al partito del Pds» e «mi chiese di rivolgermi all'investigatore svizzero John Poa, da me solitamente utilizzato per le investigazioni all'estero». Che durano mesi. E che sono continuamente aggiornate da report «con documentazione societaria e bancaria» reperita in Belgio, Olanda, Svizzera, e paradisi fiscali.

 

Man mano che il dossier prende consistenza Cipriani si rende conto «che si trattava di informazioni straordinariamente riservate che John Poa poteva aver avuto attraverso proprie conoscenze che riuscivano ad ottenere consegne indebite della documentazione».

Quanto ai soggetti «italiani» coinvolti, l'investigatore osserva che sono tutti emersi da «sue» indagini. A un certo punto, però, Cipriani fa presente al pm che lo interroga che fra il materiale che gli viene sottoposto manca «uno schema particolarmente approfondito di tutti i passaggi che dimostravano la riconducibilità del fondo a determinati soggetti, e non trovo un documento che indicava un noto soggetto politico», che nell'interrogatorio (che è registrato) Cipriani dice essere Massimo D'Alema. Il documento, però, «in parte è macchiato». Non si legge bene.

Per capire come mai non si trovano i pezzi di carta cui fa riferimento l'investigatore bisogna correre poche righe più avanti, ma solo dopo che Cipriani ammette d'aver relazionato l'esito delle indagini a Tavaroli («che mi disse di averle riferite a Tronchetti Provera», il quale però ammette solo d'aver invitato Tavaroli a rivolgersi in procura «perché le chiacchiere da bar su Oak non mi interessavano») e pure a Marco Mancini, capo del controspionaggio del Sismi, suo ex coindagato.

A pagina 4 del verbale finalmente il riferimento al filone Ds, rintracciato dalla polizia giudiziaria, compare: «Riconosco negli atti che mi vengono esibiti le seguenti pratiche: Z0048602, da pagina 23821 a pagina 23833, da pagina 23789 a pagina 23802, da pagina 23810 a pagina 23820» e via discorrendo. In questi numeri cifrati, secondo Cipriani, si nasconderebbe il segreto di D'Alema e compagni.

Seguendo l'esempio di Tavaroli, anche Cipriani vuota il sacco su Oak lontano dalla procura: «Siamo andati avanti gradino per gradino - denuncia al Fatto Quotidiano -, abbiamo fatto più di 10 report». Il risultato «è un sistema finanziario di altissimo livello, le famose società finanziarie...».

Il documento risolutivo, però, sembra essere illeggibile perché macchiato. È un documento ottenuto da una fiduciaria estera di un Paese off-shore. È su carta intestata. «Dentro c'è una frase, se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra richiesta vi diciamo che dentro questo conto ci sono queste persone. Sono macchiate le firme degli amministratori della fiduciaria. Quando il pm mi ha detto che potrebbe essere falso, gli ho risposto: peccato che negli ultimi report, tra documenti bancari, telex e carta con le firme macchiate, ci saranno una trentina di allegati». Veri.

Come dire: se anche il dossier è falso al 50 per cento, per il restante cinquanta è reale. Venerdì prossimo il gip aprirà l'udienza per disporre l'eventuale distruzione delle carte top secret. Nonostante la legge Mastella, secondo i legali degli imputati il dossier Oak può ancora vedere la luce. Una speranza c'è, minima ma c'è.

 

 

[16-06-2010]



 

 

1- TRA LE PIEGHE DEI DOSSIER TELECOM, SBUCA LA CELEBRE PIAGA DEI CONTI ESTERI DEI DS - 2- A RIVELARE COME VENNE LASCIATA "RAFFREDDARE" LA TRACCIA DELL’OAK FUND CHE PORTAVA - SECONDO ALCUNI TESTIMONIANZE - IN DIREZIONE DI MASSIMO D’ALEMA È IL GIUDICE MILANESE MARIOLINA PANASITI: "LA PROCURA INQUIRENTE SOTTOVALUTÒ IL DOSSIER SUI PRESUNTI FONDI ESTERI DELLA QUERCIA". E DOPO SEI MESI IL GOVERNO PRODI (CON LA LEGGE MASTELLA) SEPPELLÌ TUTTO CON UNA PROVVIDENZIALE LEGGE AD HOC - 3- NEI LUNGHI MESI PASSATI TRA LA SCOPERTA DEL DOSSIER SUI DS E L’ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE MASTELLA, PERCHÉ LA STORIA DEI FONDI OCCULTI DELLA SINISTRA È STATA INFILATA NEL CASSETTO DEI "FATTI NON COSTITUENTI REATO"? AH, SAPERLO... - 4 - “NON È AFFATTO SCONTATO CHE IL DOSSIER SU OAK FUND RACCOLTO DA CIPRIANI PER CONTO DI TELECOM SULLA COMPOSIZIONE AZIONARIA DI BELL, VADA A FINIRE AL MACERO

 

1 - PERCHÉ LA STORIA DEI FONDI OCCULTI DELLA SINISTRA È STATA INFILATA NEL CASSETTO DEI "FATTI NON COSTITUENTI REATO"? AH, SAPERLO...
Luca Fazzo per "Il Giornale"

«Fatto non costituente reato»: con questa formula la Procura di Milano liquidò la traccia dei conti esteri dei Ds, quando vi si imbatté nell'ambito dell'inchiesta sui dossier Telecom. La traccia che poteva permettere di scavare sugli affari occulti della Quercia venne sottovalutata e ibernata per sei mesi: fino a quando, cioè, entrò in vigore la legge Mastella, approvata a tempo di record e alla quasi unanimità dal Parlamento, che prevedeva la distruzione di tutti i dossier illegalmente raccolti. Compreso quello sull'Oak Fund (letteralmente, in inglese, il «Fondo della quercia»), la misteriosa entità che controllava una quota della Bell.

A raccontare come venne lasciata raffreddare la traccia che portava - secondo alcuni testimonianze - in direzione di Massimo D'Alema è il giudice milanese Mariolina Panasiti, nelle motivazioni depositate ieri della prima sentenza sul caso Telecom. È la sentenza che ha assolto da buona parte delle accuse Giuliano Tavaroli, ex capo della security di Telecom, e numerosi altri imputati, tra cui l'investigatore privato Emanuele Cipriani.

Come ci si attendeva, nella sentenza la dottoressa Panasiti boccia esplicitamente la linea della Procura su un punto centrale dell'indagine: i vertici di Telecom, a partire da Marco Tronchetti Provera, secondo il giudice erano «interessati » alle attività occulte della security. Ma, a sorpresa, la Panasiti formula giudizi pungenti nei confronti della Procura anche su un altro passaggio-chiave dell'inchiesta: il trattamento riservato all'affare Oak Fund, indicato nel compact disc sequestrato a Cipriani come «operazione New Entry ».

Scrive la Panasiti: «L'autorità inquirente (ovvero la Procura, ndr ) assai probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata, tanto che la notizia medesima relativa alla Operazione New Entry era stata separata dal procedimento principale, con iscrizione a c.d. "modello 45", quali atti non costituenti notizia di reato, ed inviata, in data 12/5/2006, al Procuratore della Repubblica in sede per le sue determinazioni ».

Per sei mesi non accade nulla. Il 20 novembre entra in vigore la legge «Mastella». Il 20 dicembre 2006 il procuratore della Repubblica scrive ai pm titolari del fascicolo chiedendo se nelle carte su Oak Fund «fosse configurabile, con riguardo alla detta documentazione confluita nel separato fascicolo, un'ipotesi di raccolta illegale di informazioni ».

A quel punto, cioè, si ipotizza al massimo di indagare su Cipriani e Tavaroli per avere realizzato il dossier. Di quello che il dossier invece contiene, la Procura non si può occupare perché lo vieta la legge approvata in gran corsa. Ma prima, nei lunghi mesi passati tra la scoperta del dossier sui Ds e l'entrata in vigore della legge Mastella, perché non si è fatto nulla? Perché la storia dei fondi occulti della sinistra è stata infilata nel cassetto dei «fatti non costituenti reato»? Per il giudice Panasiti, si è trattato di una sottovalutazione: la Procura «assai probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata».

Cosa c'era in quel dossier? A parlarne ai pm, ricorda la Panasiti, è Giuliano Tavaroli: durante la scalata di Pirelli a Telecom, Tronchetti aveva chiesto di scoprire chi si nascondesse dietro la sigla Oak Fund, che controllava una quota della Bell. Il timore di Tronchetti era che dietro la società ci fossero manager di Telecom.

Invece, grazie alle indagini di Cipriani, arrivò la sorpresa: «Nel corso dei suoi accertamenti il Cipriani aveva ritenuto di individuare che i soggetti realmente interessati al fondo Oak fossero esponenti del partito politico dei Democratici di sinistra».

A individuare i beneficiari del fondo, Cipriani era arrivato grazie alle indagini di tale John Poa, ovvero John Dollar Beare. Nella copia del rapporto finale finito nel cd, i nomi dei beneficiari del fondo sono occultati da una provvidenziale macchia.

Ma Tronchetti ha ricordato il riassunto che gliene fece Tavaroli: «Marco Tronchetti Provera ha indicato di avere avuto riferita la circostanza nel 2005 da Tavaroli, con indicazioni che la vera proprietà del fondo era da riportarsi ad un partito politico e, in particolare, alla persona di Massimo D'Alema. Aveva indicato in quel contesto al Tavaroli che se vi fossero state delle cose rilevanti avrebbe dovuto denunziarle alla magistratura ».

Ma alla magistratura non venne denunciato nulla, e a Cipriani venne ordinato di sospendere le indagini. Alla fine, il cd con i dossier alla magistratura arrivò lo stesso: ma ugualmente non accadde nulla.

2 - TELECOM, QUELLA NORMA (GOVERNO PRODI) CHE AFFOSSÒ INDAGINE OAK FUND
Da Il Velino.it

"Non è affatto scontato che il dossier su Oak Fund raccolto da Cipriani per conto di Telecom sulla composizione azionaria di Bell, vada a finire al macero". I legali di Emanuele Cipriani, titolare dell'agenzia investigativa fiorentina Polis d'Istinto, attendono la prima udienza di venerdì prossimo fissata dal gip di Milano che dovrà affrontare (ma di udienze ce ne vorranno parecchie) il tema della distruzione dei dossier "illegali" emersi dalla vicenda giudiziaria relativa alle indagini fatte dalla security di Telecom, direttamente o indirettamente, su imprese e personaggi del mondo politico, giornalistico ed imprenditoriale.

Il gip di Milano dovrà decidere se fra le tante pratiche da mandare al macero dovrà inserire anche il file su "Oak Fund" rinvenuto nel corso delle perquisizioni a carico di Cipriani.

La legge, infatti, proposta dal governo Prodi e votata alla fine del 2006 in tutta fretta dopo le polemiche sulle intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali e relative ad alcuni esponenti di primo piano del partito allora guidato da Piero Fassino e che coinvolgevano anche l'ex ministro degli Esteri Massimo D'Alema, fu aggiornata in dirittura d'arrivo con un piccolo emendamento che apparve quasi ininfluente.

Non andavano distrutte soltanto le intercettazioni illegali ma, si stabilì con una minuscola norma passata quasi inosservata, anche le investigazioni illecite. Nessuno si accorse che l'emendamento sarebbe stato decisivo per chiudere la vicenda "Oak Fund" .

Il "Fondo Quercia" è un dossier realizzato, a detta di Cipriani, per conto di Telecom che pagò una fattura molto salata, come risulta dagli atti, affinché si mettessero in chiaro le partecipazioni della società, appunto Oak Fund, azionista, nel ‘99, della Bell, la finanziaria lussemburghese che fu utilizzata per la scalata azionaria a Telecom e che fece risparmiare fiscalmente agli acquirenti mille miliardi di vecchie lire.

Il titolare dell'agenzia di investigazioni private agli inizi del 2000, dopo che Telecom passò a Marco Tronchetti Provera, fu incaricato (ha sostenuto davanti ai magistrati milanesi) da Giuliano Tavaroli, ex capo della security della società telefonica, di scoprire chi effettivamente si celava dietro quella società creata nel ‘96 a Georgetown, la capitale delle isole Cayman. Cipriani pare abbia ricostruito interamente la catena di comando della società e svelato chi aveva accesso ai conti nei Caraibi e a Londra.

Proprio in una banca londinese sarebbero arrivati fondi e plusvalenze per milioni di euro. La Polis, per la difficile investigazione finanziaria si avvalse di un ex poliziotto inglese, John Beare, specializzato nella caccia ai capitali dei paradisi fiscali che, pare, sia già stato ascoltato dai magistrati di Milano ma non si sa con quali risultati.

Fatto sta che l'inchiesta fu chiusa, grazie a quel piccolo emendamento fatto di alcune parole, ma decisivo per sbarrare la strada ai pubblici ministeri che, si apprende adesso dalle carte del processo Telecom, non furono molto curiosi. A sostenerlo è un giudice, Mariolina Panasiti che, come scrive Il Giornale: "formula giudizi pungenti nei confronti della Procura ....." sul ... " trattamento riservato all'affare Oak Fund, indicato nel compact disc sequestrato a Cipriani come ‘operazione New Entry‘".

Per la Panasiti, "l'autorità inquirente (ovvero la Procura, ndr ) assai probabilmente non ne aveva percepita neppure la portata, tanto che la notizia medesima relativa alla Operazione New Entry era stata separata dal procedimento principale, con iscrizione a c.d. ‘modello 45', quali atti non costituenti notizia di reato, ed inviata, in data 12/5/2006, al Procuratore della Repubblica in sede per le sue determinazioni'.

Per sei mesi non accade nulla. Il 20 novembre entra in vigore la legge Mastella. Il 20 dicembre 2006 il procuratore della Repubblica scrive ai pm titolari del fascicolo chiedendo se nelle carte su Oak Fund ‘fosse configurabile, con riguardo alla detta documentazione confluita nel separato fascicolo, un'ipotesi di raccolta illegale di informazioni‘". E' la fine dell'inchiesta sui contenuti del dossier , quella norma mandò tutto in soffitta in attesa delle decisioni della Corte costituzionale, che confermando la legittimità costituzionale della legge, ha obbligato il gip di Milano a convocare gli interessati per procedere all'eventuale distruzione degli atti.

Ma la stessa procura non può certo dirsi sicura di distruggere definitivamente il dossier su Oak Fund. Infatti sono stati appurati nel corso del processo e delle indagini sul dossieraggio Telecom, gli stretti rapporti fra Tavaroli e settori importanti dei servizi segreti. Consultazioni frequenti e tanto rilevanti che la presidenza del Consiglio ha dovuto vincolare l'uomo che più di tutti manteneva i rapporti con Tavaroli e cioè Marco Mancini (ex capo operativo del Sisde, oggi all'Aisi) al "segreto di Stato".

Si può pertanto prevedere che copia del dossier di Cipriani sia finita al Sisde ed anche all'M16, i servizi segreti inglesi, visto il ruolo avuto nella redazione del documento da John Beare. Insomma anche se il gip di Milano dovesse decidere per la distruzione del file " operazione new entry", nessuno è in grado di stabilire che non sia stato già archiviato da altre istituzioni. Della vicenda si è già parlato, ma senza particolare approfondimento, nel corso di alcune sedute del Comitato per la sicurezza della Repubblica, guidato da Massimo D'Alema, ma nessuno è fino ad oggi in grado di fare chiarezza .

D'altro canto anche se il gip dovesse decidere per non utilizzabilità giudiziaria del dossier sulla società che controllava la Bell, non è detto che i servizi segreti debbano adeguarsi. Ed è quello che con ogni probabilità accadrà e, forse, fra qualche anno fughe di notizie più o meno interessate potranno farci conoscere l'intero documento e se dietro Oak Fund c'era veramente un partito ed alcuni dei suoi leader.

 

 [15-06-2010]

 

 

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"Dossier illegali nell'interesse di Tronchetti". Milano, il giudice: il presidente Telecom commissiono' lo "spionaggio" di Tavaroli" (Repubblica, p. 21). Cuor di leone Berna-bebe' ora fara' causa a Tronchetti Dovera nell'interesse di Telecom, vero? Esattamente come il cda della Juve con Moggi.
Nella stessa sentenza, il Giornale scova ben altra notizia: "La giudice critica la Procura: non indago' sui conti esteri Ds. "L'autorita' inquirente non si occupo' dell'affare Oak Fund. Forse non capi'" (Luca Fazzo, p. 8).

 

1- NELL’INTERVISTA TRONCA-TRONCHETTI, ORMAI APPUNTAMENTO FISSO CON ’REPUBBLICA’, L’EX SPIONE SENZA LEX DI TELECOM SCODELLA DELLE CHICCHE GOLOSE ED INEDITE. SUL MITOLOGICO MAGISTRAT CASELLI ATTOVAGLIATO A CASA TRONCHETTI PER UNA GRANA GIUDIZIARIA DI MONTEZEMOLO, AVANTI LUCIA ANNUNZIATA CHE FA DA TRAMITE PER UN RIAPPACIFICAZIONE CON D’ALEMA (CASO COLANINNO-OAK FUND), ECCO L’INTERISTA FACCHETTI CHE GIOCA A CALCIOPOLI CON GRECO E BOCCASSINI, TRAPASSANDO PERFINO LE INTERVISTE ’SDRAIATE’ DI FABIOLO FAZIO - 2- ATTENTI A TAVAROLI, È UN TIPINO CHE CONOSCE (E BENE) LA STORIA SEGRETA D’ITALIA (INSIEME A MARCO MANCINI, POI AGENTE SISMI DI POLLARI, L’EX CAPO DELLA SECURITY TELECOM ERA TRA I CARABINIERI DI DALLA CHIESA CHE ENTRARONO NEL COVO BR DI VIA MONTE NEVOSO DOVE FURONO RITROVATI LETTERE E REGISTRAZIONI DELL’INTERROGATORIO DI ALDO MORO, POI MISTERIOSAMENTE "SBIANCHETTATI" DA QUALCHE MANONA DEVIATA DEI SERVIZI) -

1- DAGO-NOTA
Nell'intervista tronca-Tronchetti, ormai un appuntamento con scadenza mensile di Tavaroli con 'Repubblica', l'ex spione senza lex di Telecom, oltre alle immancabili accuse al suo ex padrone ("codardo") scodella delle chicche golose ed inedite. Su Giancarlo Caselli, Montezemolo, Lucia Annunziata, Tremonti, D'Alema, trapassando Fabiolo Fazio. Eccole:

Tavaroli da Giovane

2- TAVAROLI ATTOVAGLIA TRONCHETTI CON CASELLI, LUCIA ANNUNZIATA FA DA TRAMITE PER LA PACE CON D'ALEMA, CI VUOLE L'EX GDF MARCO MILANESE PER UN INCONTRO CHIARIFICATORE CON TREMONTI, FACCHETTI FA CALCIOPOLI CON GRECO E BOCCASSINI
Stralci (e stracci) dell'intervista di Piero Colaprico e Walter Galbiati a Tavaroli per La Repubblica

 

Un Giuliano Tavaroli un po' appesantito, ma muscoloso, con l'occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a quattro anni e due mesi: "Sì, ho letto ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera". Scuote la testa: "E l'ho anche visto in tv in un'intervista sdraiata di Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi manco mi conosceva".

 

Ma, scusi, Tavaroli, si è sentito offeso?
"A livello personale non m'importa, qua c'è un'offesa professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche in decine di università, perché la nostra Security aziendale era un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro avvocati, come un'accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di niente".
...................

Ci aiuti a capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l'ha chiamata per proteggere qualche persona importante in difficoltà?
"Più d'una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti. Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse, e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una vecchia inchiesta di Torino".

 

Lei è sicuro di quello che sta dicendo?
"Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli".

C'è stato questo pranzo?
"Che c'è stato è sicuro, ma io non ho partecipato".

È proprio vero che stavate aiutando l'Inter di Moratti contro Luciano Moggi?
"La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete sapere a quando risale? Al 2002... Succede che un arbitro bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di quella che sarà Calciopoli. All'Inter vanno in fibrillazione, si spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi".

 

Siete andati dalla magistratura?
"Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a Moratti l'unico suggerimento possibile, e cioè portare Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può parlare, resterà anonimo, l'indagine comincerà".

All'Inter che dicono?
"Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano. Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e Ilda Boccassini. E l'arbitro, convocato, va in procura, ma non è così facile come sembra... Fa scena muta. L'inchiesta Calciopoli non parte quindi da Milano, com'era possibile, ma partirà qualche anno dopo, a Napoli".

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Ma Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare chicchessia?
"Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere contatti con chiunque, ma è anche vero che c'era gente come D'Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo".

 

E lei che cosa fa?
"Sono io che gli ho fatto fare la pace con D'Alema, per il tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti, attraverso l'ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli formali c'era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri, serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato".

 

Lei dà del falso a Tronchetti, che invece fa l'anima bella, perché ha mentito in altre occasioni?
"Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del 2005, invece sono nate nel 2001, dopo l'acquisto di Telecom dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l'acquisto di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui Tronchetti dava fastidio".

 

Fastidio?
"Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da tanti. Voleva fare l'imprenditore indipendente e questo può comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti, tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia".

 

 

[05-06-2010]

 

 

Tronchetti replica al ‘servizietto’ dello spione - "Nelle dichiarazioni del Signor Tavaroli, a parte gli insulti, non ci sono fatti nuovi. Credo che la storia di questi ultimi anni dimostri come mai, su questi e altri temi, il dottor Tronchetti si sia sottratto al confronto o, addirittura, allo scontro”…

Riceviamo e pubblichiamo:

Dichiarazione portavoce Pirelli

Alla richiesta di una replica a quanto affermato oggi da G.Tavaroli nell'intervista a Repubblica, il portavoce della Pirelli ha dichiarato:
"Nelle dichiarazioni del Signor Tavaroli, a parte gli insulti, non ci sono fatti nuovi. Alle sue ricostruzioni, smentite gia' in passato da alcuni dei personaggi che ancora oggi chiama in causa, il dottor Tronchetti rispondera' in modo puntuale e argomentato.

Credo che la storia di questi ultimi anni dimostri come mai, su questi e altri temi, il dottor Tronchetti si sia sottratto al confronto o, addirittura, allo scontro. Il prezzo pagato e' evidente e credo sia di per se' una prima risposta a chi oggi parla di coraggio e di patti con la politica".05-06-2010]

 

 

 

1- TRONCHETTI TRONCA TAVAROLI:“PERCHÉ ORA MI INFANGA, DOPO AVERMI SEMPRE DIFESO NEI SUOI NUMEROSI INTERROGATORI DAVANTI AI MAGISTRATI?”. L’AFEFFATO LEGGE UN VERBALE DEL 2007 DELL’EX SPIONE DAVANTI AL GIP: “VI DEVO DIRE CHE TRONCHETTI È UN DELINQUENTE? MA NON È VERO. MI PIACEREBBE, NON GLIELO POSSO DIRE. È GENTE CHE MI HA SEMPRE CHIESTO DI OPERARE NELLA TUTELA DELLA LEGALITÀ” - 2- ORA LA MUSICA DELL’EX CAPO DELLA SECURITY TELECOM ITALIA È CAMBIATA. COME MAI? COME NEL CASO CIPRIANI, FORSE QUALCHE ‘RICHIESTA’ NON È STATA ESAUDITA DALL’AFEFFATO? - 3- PER QUANTO RIGUARDA L’ACCUSA DI MUCCHETTI DI ESSERE STATO SPIATO DA TRONCHETTI, ECCO UN ALTRO PASSAGGIO DELL’INTERROGATORIO DEL TAVAROLI DI IERI AL GIP: “MUCCHETTI È UNA PESSIMA PERSONA. QUANDO L’HO INCONTRATO MI HA OFFERTO DI TUTTO PERCHÉ MI HA DETTO: IO VOGLIO VEDERE IL DOTTOR TRONCHETTI IN GALERA” - 4- SU CALCIOPOLI: “MORATTI SI ERA RIVOLTO A TAVAROLI, SU MIO CONSIGLIO. POI È ANDATO DIRETTAMENTE DALLA BOCCASSINI A DENUNCIARE CIÒ CHE AVEVA SAPUTO. MA ALLA FINE IL GIOVANE ARBITRO NON SE LA SENTÌ DI TESTIMONIARE E TUTTO È SALTATO” - 5- “FUI COSTRETTO A RINUNCIARE A TELECOM ITALIA DALLE INGERENZE DEL GOVERNO PRODI: AVREI INCASSATO DAGLI AMERICANI AT&T E AMERICAN MOVILES LA STESSA CIFRA CHE HO PRESO DALLE BANCHE, MA IN PIÙ SAREI RIMASTO AL 33 PER CENTO DEL GRUPPO” - 5- TUTTO SU CASELLI-MONTEZEMOLO, DOSSIER DE BENEDETTI, BOBO VIERI, OAK FUND E D’ALEMA

Nicola Porro per Il Giornale

Tavaroli, Cipriani, Ghioni, tutti ex dipendenti o comunque a contratto con Pirelli e Telecom, dicono che Marco Tronchetti Provera era a conoscenza dei dossier illegali che confezionavano. Possibile che mentano tutti?
«Mettiamo le cose in ordine - dice subito Tronchetti nella sua prima intervista su questa vicenda -. Tutte le persone che lei cita riferiscono cose dette o riportate da Tavaroli (l'ex capo della security Telecom e Pirelli, ndr). Nessuno di questi signori può infatti sostenere di avermi parlato o passato personalmente un documento di carta.

Per quanto riguarda Tavaroli, invece, nei suoi numerosi interrogatori davanti ai magistrati dice che sia il sottoscritto sia Buora siamo persone per bene e ammette di non averci mai consegnato alcun dossier. Uno dei motivi per i quali non sono entrato nel processo. Quello che i signori dicono fuori dalle aule giudiziarie è tutt'altra cosa. Pensi che Cipriani riferisce di un Tavaroli che con il dossier sotto il braccio si precipitava di continuo nella mia stanza. Lo stesso Tavaroli nell'intervista di ieri lo smentisce. Insomma sui giornali si legge di tutto».

Ma proprio nell'intervista di ieri a «Repubblica», Tavaroli dice che lei sapeva tutto.
«Tavaroli sostiene cose, ancora una volta, che non sono in linea con la verità e in contraddizione con la sua stessa verità processuale. L'unica cosa corretta che dice è che sono un persona indipendente e che per questo ho pagato e pago un prezzo».

Ritorniamo a quella che lei definisce verità processuale.
«Sia di fronte al giudice Gennari sia davanti ai Pm, Tavaroli dice esattamente l'opposto di quanto ha dichiarato a Repubblica. È agli atti».

 

E Tronchetti inforca gli occhialini e inizia a leggere l'interrogatorio in cui Tavaroli ammette che pur di uscire di galera sarebbe pronto a dire qualsiasi cosa, ma non può mentire. «E che vi devo dire? - Tronchetti legge un verbale di Tavaroli davanti al Gip nel 2007 -. Cioè vi devo dire che Tronchetti è un delinquente? Ma non è vero. Che Buora è un delinquente? Non riesco. Cioè non mi viene. Mi piacerebbe, non glielo posso dire. Son gente di cui non ho idea di illeciti. Anzi tutto il contrario. È gente che mi ha sempre chiesto di operare nella tutela della legalità».

 

Ritorniamo ai casi specifici. Tavaroli e il suo amico Cipriani sostengono che lei abbia commissionato dossier sull'universo mondo. Ma anche sui filippini al suo servizio, sulla guardarobiera di sua moglie, sulle sue figlie bloccate alla frontiera di Sankt Moritz. Difficile immaginare che queste pratiche non fossero da lei richieste.
«Non facciamo confusione. Io non ho mai commissionato un dossier a nessuno. Ho in azienda una persona di fiducia, che si occupa di sicurezza. Se ho un piccolo problema, mi viene naturale chiedergli una cortesia per risolverlo. Insomma ho i miei figli bloccati per un errore in frontiera, e gli chiedo di fare una telefonata per controllare cosa sia successo.

 

E altrettanto vale per il figlio di un mio amico che aveva dei seri problemi con la droga. Che poi Tavaroli si rivolgesse a Cipriani mi era del tutto oscuro. È normale che mi rivolgessi a un uomo di fiducia, con un passato nelle forze dell'ordine e che per di più curava la security di un gruppo complesso come il nostro»

Si trattava di semplici telefonate?
«Sì, mai un dossier. Bisogna dunque distinguere bene le cose. In casi eccezionali ho chiesto delle cortesie, banali e semplici, a un uomo della sicurezza. Ma l'attività di dossieraggio era ben altra cosa. E mettere insieme le due vicende è assurdo».

Le si può contestare l'utilizzo di strutture aziendali per uso privato?
«Non mi sembra il caso. In rarissimi casi ho chiesto una cortesia a una persona che per la funzione che ricopre ha dei contatti. La stessa cosa ho fatto in casi eccezionali con un medico, consulente della Pirelli con relazioni in tutto il mondo, quando qualcuno ha avuto un problema di salute serio».

 

Tavaroli accenna a una riunione al vertice sulla fuga di notizie riguardo a Telecom, in cui si metteva sotto osservazione il sindaco Casiraghi?
«È una cosa dissennata. La dottoressa Casiraghi è stata per anni sindaco del gruppo e non ha mai avuto a che ridire sulle strutture di governance all'interno delle aziende, e attribuirle soffiate alla stampa mi sembra scorretto».

Mi scusi Tronchetti, ma la Casiraghi collaborava con Massimo Mucchetti, che guarda caso è stato oggetto di un tentativo di spionaggio. Insomma sarà pure una cosa dissennata ma il giro, diciamo così, Casiraghi-Mucchetti qualche attenzione illegale l'ha subita?
«Anche qui mi rifaccio alle parole di Tavaroli. Tronchetti si mette a leggere di nuovo il verbale in cui Tavaroli davanti al giudice Gennari dice: "Il dottor Tronchetti non ha mai chiesto un'indagine su Mucchetti e su altri". Per quanto riguarda i rapporti tra Tavaroli e Mucchetti è interessante vedere un altro passaggio dell'interrogatorio di Tavaroli in cui, chi scrive, legge nel verbale:

 

"Mucchetti è una pessima persona. Mucchetti è uno che quando l'ho incontrato mi ha offerto di tutto perché mi ha detto: Io voglio vedere il dottor Tronchetti in galera. Lo odio. E mi ha offerto di tutto per vendermi qualsiasi cosa del dottor Tronchetti perché lui doveva far un libro per rovinare il dottor Tronchetti perché lo vuole vedere in galera. Queste sono le parole che lui ha detto a me". Questo è ciò che Tavaroli dice davanti ai magistrati e che dà uno squarcio interessante di quali fossero rapporti e sentimenti».

 

Ma perché secondo lei Tavaroli la difende a spada tratta davanti al giudice a costo di restare in galera, mentre oggi la molla?
«È certamente un comportamento anomalo, quello di chi ha tante verità quanti sono i suoi interlocutori. Ma non è l'unico in questa vicenda. Pensi a quello di Cipriani. Pochi mesi fa ha chiesto, attraverso i suoi avvocati, un accordo transattivo da 4 milioni. Noi rifiutiamo. E ora viene in Tribunale e come se nulla fosse dice tranquillamente di aver operato su mio mandato. E per quale motivo solo pochi mesi fa allora voleva fare un accordo per restituire dei soldi? Per il suo buon cuore? Si tratta evidentemente di un modo per turlupinare l'opinione pubblica e comunicare il falso».

Ma in realtà tra lei e Cipriani qualche rapporto esiste. C'è una fattura di una società di Cipriani per la sicurezza del matrimonio di sua figlia?
«Io ho la fortuna di avere due figlie che hanno sposato due bravi ragazzi, ma se lei mi chiede chi ha fornito il catering o chi si è occupato dei trasporti o della sicurezza non le sarei in grado di risponderle. Ci saranno sicuramente fatture a mio nome, ma non per questo conosco e ho rapporti con tutti i fornitori del matrimonio».

 

Torniamo alle accuse mediatiche di Tavaroli. È vero che lei ha organizzato una colazione con il giudice Caselli per approfondire una vicenda legata a Luca Cordero di Montezemolo, a ridosso della sua elezione alla presidenza di Confindustria?
«È vero, l'ho detto anche ai magistrati nella mia testimonianza. È avvenuto per il tramite di don Ciotti ed evidentemente Tavaroli ne era al corrente».

Ma quale era il problema con Montezemolo e perché se ne occupava lei?
«C'era stato un attacco fatto in Assolombarda, l'associazione industriali di cui faccio parte, e riguardava alcune vecchie storie. Il giudice Caselli mi ha confermato che non c'era nulla a sua conoscenza che riguardasse Montezemolo di recente. E non c'era dunque nessuna ragione che gli impedisse di ricoprire un ruolo pubblico».

 

In tutta questa brutta vicenda ricompare come un fiume carsico un famigerato dvd di Cipriani contenente tutti i dossier illegali. Tavaroli dice che lei era preoccupato perché la Procura ci aveva messo le mani sopra e aveva la password per decrittarlo.
«Dobbiamo fare un passo indietro. A fine 2005 ci rendiamo conto che mancava una parte della documentazione che giustificasse fatture di società estere riferibili a Cipriani. Per farla breve dopo una certa consultazione tra legali, Tavaroli mi disse che era in grado di produrre le pezze giustificative.

 

Quando a marzo-aprile del 2006 non ottenemmo alcun riscontro capimmo che il rapporto fiduciario con Tavaroli si era rotto. Gli abbiamo chiesto di lasciare l'azienda e abbiamo inviato alla magistratura copie delle fatture. In questa fase si inserisce la storia del dvd. Prima dell'uscita di Tavaroli c'era arrivata attraverso un legale di Cipriani l'offerta di un dvd dove, stando a quanto dicevano, erano conservati i dossier e altro materiale. Rifiutammo. E dicemmo di inviarli direttamente alla magistratura».

Quindi voi avete detto di inviarlo alla magistratura?
«Non so cosa ci fosse nel dvd. Ma la cosa certa è che noi non abbiamo mai avuto nessun timore che il dvd finisse ai magistrati. Anzi siamo stati noi a chiederlo»

 

Non era neanche interessato a sapere chi si celasse dietro al misterioso fondo Oak che partecipò all'Opa di Colaninno su Telecom? Per anni si è fantasticato di partecipazioni nascoste e scottanti.
«Ma si figuri. Quando entrammo in possesso di Telecom il problema non era quello dell'Opa passata, ma semmai dell'indagine Telekom Serbia. E sulla vicenda demmo l'incarico all'ex presidente della Corte costituzionale Corasaniti di dialogare con la commissione parlamentare di inchiesta avendo pieno accesso a tutte le carte dell'azienda, perché non volevo coinvolgere l'azienda. Quando nel 2002 negoziammo l'uscita totale da Telekom Serbia, Tavaroli, che in un viaggio aveva accompagnato Buora nell'operazione, mi disse che gli avevano offerto della documentazione che poteva interessare le indagini. Dissi a Tavaroli di consegnarle alla magistratura se rilevanti».

Va bene, ma la sua security passò un bel po' di tempo a occuparsi di Oak found. E anche in questo caso l'interesse poteva apparire aziendale. Semplifico: lei non era molto gradito al governo Prodi, dimostrare che D'Alema e amici avessero avuto un ruolo nel fondo le avrebbe dato in mano un arma nucleare.
«E anche in questo caso le rispondo come ha fatto Tavaroli nell'interrogatorio che ha avuto davanti alla Procura il 31 maggio 2007. Si consuma il solito rito delle carte e degli occhiali e Tronchetti inizia a leggere il verbale in cui Tavaroli dice, e siamo nel gennaio 2006: "Il presidente Tronchetti mi chiese conferma del fatto se nei dossier vi fossero indagini riguardanti politici. Risposi che mi ricordavo, oltre a quelle che stavano emergendo, che vi era l'operazione Oak found, nelle cui conclusione si attribuiva il fondo al partito Ds. Il presidente si inquieta chiedendomi conto di questo incarico".

 

Lo stesso Tavaroli davanti ai giudici ammette quindi che io non ne sapevo nulla e che quando lo seppi mi inquietai, come dice lui. E se vuole le dico che è uscito sui giornali che il fondo era gestito da Magnoni ed era partecipato dall'ex proprietario della Campari, Rossi».

È vero che Tavaroli però le procurava dei buoni rapporti con alcuni politici?
«La questione D'Alema a cui si riferisce è presto detta. È una balla. Avevo un rapporto diretto, come è naturale, con D'Alema. Credo piuttosto che Tavaroli, alla ricerca di un modo per accreditarsi, abbia cercato per fatti suoi di metterci in contatto: cosa che però non serviva. Operazione che avrà fatto anche con altri politici.

 

Brancher l'ho conosciuto una volta allo stadio, grazie a una occasionale presentazione di Tavaroli. Ma poi non l'ho più rivisto. Anche in un altro punto Tavaroli si contraddice. A Repubblica afferma che ero io a chiedere il suo ritorno alla security di Telecom. Ai magistrati invece dichiara: "Preciso che nel gennaio 2006 pareva che dovessi rientrare in Telecom; ebbi un colloquio alla presenza di Giancarlo Valente con il presidente Tronchetti nel suo ufficio di Piazza Affari a Milano. In quella circostanza il presidente mi comunicò che non trovandosi alcune pratiche degli incarichi affidati a Cipriani era inopportuno che io tornassi in azienda"».

Tavaroli dice che si stavano anche occupando di Calciopoli?
«È vero ciò che dice. Moratti si era rivolto a Tavaroli, su mio consiglio, perché aveva delle questioni delicate da affrontare su vicende arbitrali che poi portarono a Calciopoli. Quello che è successo è un po' diverso: Moratti è andato direttamente dalla Boccassini a denunciare ciò che aveva saputo. Ma alla fine il giovane arbitro che poteva svelare tutta la vicenda non se la sentì di testimoniare e tutto è saltato».

 

Era la stessa security che teneva d'occhio Vieri...
«C'era il timore che Vieri conducesse una vita non da sportivo e Moratti si chiedeva cosa facessero le altre squadre in tema di sicurezza. È stato normale chiedere al responsabile della sicurezza Pirelli cosa si potesse fare. Si trattava solo di una consulenza».

 

Ma tutte queste attività, diciamo così collaterali, e per di più svolte con Cipriani e altri consulenti non facevano scattare un campanello di allarme nei costi della security?
«Non è così semplice. Le dico solo che un funzionario dell'amministrazione era riuscito dal 1999 al 2003 a sottrarre 10 milioni all'azienda senza che nessuno se ne accorgesse. Poi ne abbiamo recuperati quattro. Ma i campanelli d'allarme in due società che complessivamente avevano oltre 120mila dipendenti, esborsi per gli acquisti che solo per Telecom ammontavano a circa 12 miliardi di euro all'anno, possono non suonare immediatamente.

Nel caso della Security il budget annuo ammontava a 50 milioni. Quelli relativi a servizi affidati ad esterni erano meno di 10 milioni. Il resto erano acquisti di apparati per la sicurezza di rete, software, centraline, generatori in caso di black out. Non è facile cogliere anomalie».

Mentre era piuttosto facile cogliere l'anomalia dei media vicini all'ingegner De Benedetti nei suoi confronti è dunque molto suggestivo il pensiero che lei avesse potuto chiedere alla sua struttura di darle qualche informazione riservata, come dice Tavaroli?
«In quella fase gran parte dei media, come scrisse anche il pm Napoleone, hanno contribuito a creare l'illusione collettiva delle intercettazioni telefoniche. Si continuavano a pubblicare foto che alludevano a grandi orecchi Telecom che ascoltavano per mio conto il Paese.

 

Tutto ciò si è rivelato una grossa balla: come ha anche denunciato Guido Rossi al Copaco nell'ottobre 2006 non vi è evidenza di una sola intercettazione. Era un modo per deleggittimarmi. Dice la verità Tavaroli quando dice che volevano fare fuori un imprenditore indipendente. Dal gennaio del 2005 a fine 2006 milioni di italiani sono stati bombardati dall'illusione delle intercettazioni. Quando lascio la gestione di Telecom la cosa svanisce e perde appeal».

E il dossier su De Benedetti?
«L'unica cosa che so è grazie a De Benedetti stesso. Davanti a un testimone mi ha riferito che nel dossier che lo riguarda non c'è nulla. Anzi no, sostiene di essersi stupito del fatto che ci sono i numeri di telaio di tutte le sue automobili. Ma io quel dossier non l'ho visto».

 

E l'ingegnere come ha fatto?
«Non lo so lo chieda a lui».

Lei ha visto qualche dossier?
«Neppure uno».

Erano tutti nel famoso dvd?
«Così hanno detto. Anche se una parte li abbiamo trovati noi, in un ufficio della Bicocca che era utilizzato dalla security. Non appena li abbiamo visti, li abbiamo sigillati e inviati alla Procura».

Tavaroli nella sua intervista allude a un sua spallata, che avrebbe dato a Leopoldo Pirelli con Tangentopoli...
«Questa è la cosa che mi ferisce di più, capisco l'amarezza per una persona che si è trovata nella situazione in cui si è trovato Tavaroli, però certe cose superano anche dal punto di vista umano la soglia accettabile. Leopoldo lasciò gli incarichi operativi dell'azienda tra la fine del '90 e l'inizio del '91, prima di Tangentopoli. Mediobanca nelle persone di Cuccia, Maranghi e Braggiotti mi chiese di assumere la responsabilità dell'azienda. Io dissi che non la avrei assunta senza la richiesta di Leopoldo e senza che a quest'ultimo fosse conferita la presidenza».

 

C'è chi ritiene che ci sia un certo occhio di riguardo da parte della Procura di Milano nei suoi confronti e di quelli di un'azienda storica come Pirelli. Un po' sul modello della Fiat a Torino?
«Se lei guarda gli interrogatori che il giudice e i Pm hanno fatto a Tavaroli vede quante volte è costretto a ripetere che sa benissimo che se mettesse in mezzo il sottoscritto o il dottor Buora sarebbe la via più facile per uscire di galera ma come le ho già detto non lo fa, nonostante Pm e giudici lo incalzino.

Oggi Tavaroli sostiene che ci sono prove importanti contenute nei computer. È stato quasi un anno in prigione, bastava che tirasse fuori un documento, una mail per uscire e tornare a casa dai suoi figli, perché non lo ha fatto? Forse perché le prove non esistono, né nei pc né da nessuna altra parte».

Teme che con il rinvio delle carte alla Procura fatto dal gup si possa riaprire la sua vicenda processuale?
«Noi abbiamo denunciato dei comportamenti illeciti. Tutto ciò che avevo da dire l'ho testimoniato in quattro diverse occasioni durate qualche decina di ore».

Ma il fatto che Cipriani & Co. non siano stati rinviati a giudizio per appropriazione indebita ma «solo» per associazione a delinquere e corruzione non apre scenari nuovi?
«Occorre leggere le motivazioni».

 

È tranquillo dunque?
«Ma veda, un risultato tutta questa vicenda lo ha avuto. È stato alimentato un processo mediatico che ha contribuito ad indebolirmi nel momento in cui cercavo un percorso di sviluppo per la Telecom. Inoltre oggi qualcuno vorrebbe usare questi ultimi schizzi di fango per condividere le responsabilità che come emerge da quanto detto sono chiare e definite».

 

Lei pensa che senza la campagna di stampa, oggi sarebbe ancora in Telecom?
«Penso che senza le pressioni mediatiche e le ingerenze politiche sarebbe stato possibile portare avanti quel percorso di sviluppo cui facevo riferimento».

 

E il governo Prodi, la politica ci hanno messo il loro zampino?
«Questo lo lascio valutare a lei. Pensi però al fatto che il prezzo che mi venne pagato dalle banche per cedere tutta Telecom è pari all'offerta che mi avevano fatto At&T e American Moviles per una minoranza e non già per tutta la mia partecipazione. Ancora più chiaramente: oggi avrei incassato dagli americani la stessa cifra che ho preso dalle banche, ma in più sarei rimasto al 33 per cento del gruppo.

Fui costretto a rinunciare a quell'offerta per le ingerenze esterne che subii in quella fase. Ne è testimonianza l'inusuale presa di posizione che fece in quell'occasione l'ambasciatore americano sul Corriere della sera e che denunciava la difficoltà di fare investimenti in Italia».

 

[06-06-2010]

 

 

SPIONI TELECOM - FABIO GHIONI ’INCRAVATTA’ DI NERAZZURRO TAVAROLI - A mettere in fila le dichiarazioni del Cipria (il bello), del Tava (il buono?) e di fabio ’svioni’ (il Cattivo), oggi su "Il fatto", le cose non tornano sono sempre di piu. Vittima del fuoco amico stavolta è Tavaroli - Tronchetti era o no un Berlusconiano di ferro? - Chi la racconta giusta tra i due? E perche la raccontano diversa?...

 

 

1 - SPIONI TELECOM: FABIO "SVIONI" INCRAVATTA TAVAROLI
Nel duello con il buono, il brutto e il cattivo, l'Afeffato non e certo l'uomo con il fucile, direbbe Sergio Leone. In questi ultimi giorni infatti il Tronchetto dell'infelicità ha preso sui giornali piu colpi di quanti non ne abbia restituiti. Capita, quando non si gioca ad armi pari, con il trio Tavaroli, Cipriani e Ghioni che si muove con la scioltezza di chi, per sua ammissione, usa verita a geometria variabile.

 

Però, con tutte queste giravolte, i pistoleri stanno cominciando a spararsi tra di loro. A mettere in fila le dichiarazioni del Cipria (il bello), di Tava (il buono?) e di Ghioni (il Cattivo), le cose che non tornano sono sempre di piu. Vittima del fuoco amico stavolta è Tavaroli.

L'ex carabiniere, nelle sue chiacchiere con il Commissario D'avanzoni & Co. ha sempre bollato Tronchetti come un Berlusconiano di ferro. I nemici erano altrove e lui, su ordine del Presidentissimo, si dava da fare per prevenire, che è sempre meglio che curare. Oggi invece Ghioni, detto Svioni, l'hacker re del fumetto e delle esoteriche passioni (da non perdere su Youtube le sue dichiarazioni a Enigma Tv sull'apocalisse e sugli "illuminati" - vedi alla fine del pezzo), assesta una botta che fa girare la testa alla Vergine della Bicocca e le palle all'ex maresciallo dei CC.

 

L'hacker Svioni, senza alcun avvertimento cambia le carte in Tavola e comunica che il vero nemico, era proprio l'attuale presidente del Consiglio. Chi la racconta giusta tra i due? E perche la raccontano diversa? Sussulta il verginello. Caspita, era col Cavaliere e con Tremonti che allora bisognava ricucire. E invece, a sentire Tavaroli, tutti gli sforzi erano sul dossier Oak Found e per far le pulci alla sinistra, cincischiando con Massimo D'Alema e con Lucia Annunziata.

Ecco perche hanno sfilato la Telecom da sotto il naso di Tronchetti. Tavaroli gridava barra a sinistra e i suoi uomini viravano a destra? O forse che non c'era una rotta e ciascuno pensava solo alle cose sue? Chissa cosa ne pensa Tavaroli, smentito oggi dal suo ex collaboratore.

 

Eppure tra i due il filo era diretto se e vero che era lui che a Ghioni parlava, riferiva di continuo, trasferiva in tempo reale gli ordini del presidentissimo. Se si parlavano molto, evidentemente si comprendevano poco. Svioni, quindi, non capisce chi è il nemico vero. E' distratto, ma fino a un certo punto. Con l'occhio del vignettista coglie un particolare da fumetto: l'ex superiore si precipitava dall'Afeffato in ogni momento ma senza mai dimenticare di cambiarsi la cravatta e di indossare, novello Fregoli-Fantozzi, quella interista.

 

Chissà lo sconforto di quanti dipendenti Telecom che oggi hanno improvvisamente compreso la ragione delle loro sfortune professionali constatando che il loro collo non è mai stato cinto dai colori nerazzurri.

- VIDEO DELL''ILLUMINATO " GHIONI
http://www.youtube.com/watch?v=Kmicyo6QeKM&feature=player_embedded#!


2 - L'INTERVISTA A "IL FATTO" - IO CAPO "SPIONE" AL SERVIZIO DI TRONCHETTI - GHIONI: NELLE MIE E-MAIL LE PROVE DEL COINVOLGIMENTO DEI TOP MANAGER
Antonella Mascali per "Il Fatto Quotidiano"

Il sorriso di chi la sa lunga, la voglia di raccontare pubblicamente, ora che ha patteggiato la pena, quello che ha detto a porte chiuse alla giudice di Milano Mariolina Panasiti, e molto di più. Fabio Ghioni, ex responsabile del "tiger team" della security Telecom, accusa Marco Tronchetti Provera. Chiede al suo ex capo, Giuliano Tavaroli, di dire la verità anche ai giudici e non solo ai giornali.

 

Ritiene che la Procura di Milano avesse gli elementi per indagare l'ex presidente di Telecom a causa dei dossier illegali e degli attacchi informatici contro Rcs, Telecom Brasile, l'Authority. Ghioni il 28 maggio ha patteggiato 3 anni e 4 mesi di pena per associazione a delinquere in concorso con Tavaroli e altri imputati, finalizzata alla corruzione e all'accesso abusivo di sistema informatico o telematico. Caduta per tutti l'accusa di appropriazione indebita. Segno che per la giudice Panasiti hanno agito illegalmente nell'interesse dei vertici della società.

Gli "spioni" Telecom fioriscono con l'arrivo, all'inizio del 2003, di Tavaroli, voluto da Tronchetti.
Diventa il responsabile della security al posto di Luciano Gallo Modena, uomo di fiducia di Enrico Bondi. L'Ad era andato via, secondo quanto mi disse Gallo Modena, perché c'erano troppe spese fuori standard. Tavaroli dava a intendere, a ragione, che aveva le spalle coperte da tutti i punti di vista. Faceva operazioni di lobbying per introdurre Tronchetti nel mondo berlusconiano.

 

Ma Tronchetti ha detto che non aveva bisogno di Tavaroli per incontri istituzionali.
Tronchetti allora non era ben visto dal mondo politico e in particolare da Berlusconi. Ricordo che Tavaroli con l'ausilio della consulente Margherita Fancello gli organizzò diversi incontri.

Con chi?
Tremonti, Gianni Letta, D'Alema, Brancher. E non mi faccia aggiungere altro.

Che altre coperture vantava Tavaroli?
Attraverso il giornalista Guglielmo Sasininni (rinviato a giudizio, ndr) aveva rapporti con magistrati di Roma, e Milano. Con il ministero dell'Interno, con l'Ucigos.

Quando Tavaroli le chiedeva un'operazione illegale cosa le diceva?
Ogni volta che ordinava, Tavaroli era di ritorno da un incontro con Tronchetti e il preambolo era: ‘Il Presidente vuole che...'.

 

Poteva millantare...
Ma cosa gliene fregava a Tavaroli di spiare Telecom Brasile, l'ex Ad di Rcs, Colao, De Benedetti, ecc. ecc? Una volta ero nella sala d'attesa dell'ufficio di Tronchetti, in via Negri a Milano, ad aspettare proprio Tavaroli. Come sempre quando andava dal presidente, si cambiava la cravatta e metteva quella dell'Inter.

Tronchetti in un'intervista a Il Giornale ha ribadito che lo spionaggio è stato opera vostra a sua insaputa. Ha inoltre detto che Tavaroli, il quale lo ha accusato dalle pagine di Repubblica, mente. Mentre ha detto la verità quando lo ha difeso davanti ai giudici.
Mi sembra normale che continui a negare un suo coinvolgimento. La notizia sarebbe se ammettesse le sue responsabilità. È come quando, per esempio, gli inquirenti chiedono a un mafioso se è tale. Lui risponde di no. Ovviamente. Per quanto riguarda le due verità di Tavaroli, ‘processuale e mediatica', come le ha definite Tronchetti, sarebbe bello in effetti che si decidesse a dire le cose come stanno alla magistratura oltre che ai giornali, esattamente come ho fatto io.

 

Lei ha mai avuto contatti diretti con Tronchetti?
No. Ma sia io sia la mia segreteria abbiamo avuto contatti via mail con la signora Longaretti, assistente personale di Tronchetti. Quindi non è vero che il presidente non si occupava di security.

Entriamo nei particolari di quelle che lei chiama operazioni non convenzionali. Per esempio, l'incursione nel pc di Vittorio Colao che nel 2004 era Ad di Rcs.
L'operazione nasce da un allarme di Adamo Bove (capo security Tim, morto suicida, ndr). Sosteneva che Vodafone, di cui Colao era stato ai vertici, era in possesso dell'elenco dei clienti ‘Gold' di Tim che venivano contattati per passare alla concorrenza. Nell'ottobre-novembre 2004 Tavaroli mi chiede di entrare nel computer di Colao per capire se in realtà lavorava ancora per Vodafone. Come sempre dice che è Tronchetti a volerlo.

Rcs ha sospettato della security Telecom. Tronchetti, davanti al gup Panasiti ha dichiarato che Colao ha commesso "un grave errore" nel non averglielo detto perché lo avrebbe aiutato. E lei sarebbe finito in galera subito.
(Ghioni scuote la testa) Quando Colao è stato avvertito di un'intrusione probabilmente di Telecom, Tronchetti mi ha contattato attraverso Tavaroli, chiedendomi una relazione scritta, che avrebbe dovuto presentare al Cda di Rcs, in cui dovevo parlare di anomalie che avevamo trovato nella rete. Dovevamo fingere di averli aiutati.

 

Tronchetti quando ha testimoniato davanti al gup ha detto che leggendo la sua relazione non aveva capito dell'hackeraggio. Anzi ha pensato che avevate fatto ‘un buon servizio ad Rcs' avvertendo del ‘buco' della rete.
(Risata) Quella nota serviva per proteggere Tronchetti. Esiste uno scambio di mail tra la mia segreteria e quella di Tavaroli per correggere fino alle virgole la relazione.

Lei è entrato illegalmente anche nel sistema di Kroll, agenzia di sicurezza che lavorava anche per Telecom Brasile e che ha spiato Telecom Italia.
È vero. A gennaio del 2004 Tavaroli ci ha detto che il presidente ci avrebbe pagato una vacanza in Polinesia se gli avessimo risolto il problema in Brasile.

Davanti alla giudice ha lanciato un'accusa grave: ha detto che con il professor Francesco Mucciarelli, avvocato di Tronchetti, avete concordato "dichiarazioni non vere" per la procura, proprio su Kroll.
Confermo. Quando Telecom stava per presentare una denuncia per prendere le distanze da quello che stava emergendo dall'inchiesta, mi ha chiamato Gustavo Bracco, capo del personale, per dirmi che dovevo andare da Mucciarelli. Il professore prima mi ha chiesto i nomi di chi sapeva dell'operazione Kroll (tanti e tutti interni) e poi mi ha detto che ai pm avrei dovuto dare la stessa versione di Telecom: avevamo saputo che Kroll ci spiava, attraverso un dvd anonimo. E così ho dichiarato. Dopo l'arresto, invece, ho detto la verità.

Quindi il professor Mucciarelli le ha chiesto di dire il falso?
Preferisco rispondere che l'avvocato mi ha detto di proteggere la società e il suo top management.

Kroll su cosa stava indagando illecitamente?
Gli era stato chiesto di cercare prove sul presunto coinvolgimento di Afef e dei suoi fratelli nel traffico di armi in Medio Oriente e nel finanziamento del terrorismo internazionale.

Con quali soldi sono state finanziate queste operazioni?
Era Giancarlo Valente (ex dirigente Telecom, ndr) che gestiva questo tipo di operazioni attraverso un conto che chiamavamo ‘conto del presidente'. Consentiva di emettere fatture aggirando i controlli di Telecom. Serviva per produrre anche contanti sempre mediante false fatture rilasciate da investigatori quali Emanuele Cipriani e Marco Bernardini.

Chi le ha parlato di questo conto?
Me l'ha detto nel dettaglio proprio Valente, quando gli chiesi spiegazioni su input di Tavaroli. Quei soldi, mi disse, il presidente li aveva usati anche per suoi viaggi in Medio Oriente. Quando scoppiò l'inchiesta sulla security Telecom, Valente mi confidò anche che alcuni suoi amici della Gdf lo avevano avvertito che era stato trovato sul suo conto personale un bonifico di Cipriani del 2002. Gli consigliai di trovarsi un avvocato e lui mi rispose: 'Ma no. Se prendono me, faccio saltare tutta la baracca'.

Ma Valente non è mai stato indagato...
Forse era più facile sparare addosso a chi non avrebbe fatto saltare la baracca. Magari i segreti custoditi da Valente sono talmente inconfessabili che per qualcuno è stato meglio così.

L'investigatore Cipriani, che sarà processato a settembre, ha dichiarato che la Procura di Milano ha ignorato gli elementi da lui forniti e che dimostrerebbero il coinvolgimento di Tronchetti e di altri manager Telecom.
Se i pm avessero controllato anche la mie e-mail avrebbero trovato numerose prove... [08-06-2010]

 

2 - Quando uno dice i cattivi maestri. Va bene pensare che la legge bavaglio sia una porcata, ma farlo dire a Tavaroli, il re degli spioni, è una mossa davvero geniale - C’è riuscito il Corriere di oggi che riprende, con tanto di foto e unico quotidiano, un’intervista dell’ex capo della Security Telecom - Nella scelta con chi stare nella battaglia a colpi di interviste tra lui e l’Afeffato, L’IMBAZOLATO DE BORTOLI sembra non avere dubbi: più sicuro TRONCARE l’azionista RCS Tronchetti, che finire nella lista nera di Tavaroli... 1 - DAGOREPORT: FLEBUCCIO DE BORTOLI METTE IN CATTEDRA TAVAROLI
Quando uno dice i cattivi maestri. Va bene pensare che la legge bavaglio sia una porcata, ma farlo dire a Tavaroli, il re degli spioni, è una mossa davvero geniale. C'è riuscito il Corriere della Sera di oggi, che a pagina due riprende, con tanto di foto e unico quotidiano, un'intervista dell'ex capo della Security Telecom rilasciata ieri a Popolare Network.

 

Una cosa è certa, in via Solferino conoscono bene l'abilità dell'ex maresciallo del generale Dalla Chiesa che tanti anni fa fece incursione, insieme al'agente Marco Mancini, nel celeberrimo covo BR di via Monte Nevoso (da cui scaturirono tante sciagure: dietro un muro di cartongesso, furono ritrovati l'interrogatorio e le lettere di Moro).

 

Ebbene, fu proprio Tavaroli a chiedere a Fabio Ghioni, detto Svioni, l'hacker esoterico e illuminato, di "bucare" il computer del vice direttore Massimo Mucchetti e dell'ex AD di RCS Vittorio Colao. Flebuccio però non sente l'imbarazzo e attacca il ddl tanto voluto dal Cavaliere del Cialis trasformando in opinionista chi dichiarava, con un certo orgoglio professionale, al concorrente commissario D'Avanzoni di Repubblica: "una moderna concezione della sicurezza deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E' un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell'avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche sapere".

 

Se le cose stanno in questo modo, è indubbio che per realizzare il Tavapensiero le intercettazioni aiutano parecchio. Uno così, disinvoltissimo per sua ammissione nel maneggiare la verità, è meglio tenerselo buono avranno pensato al Corriere durante la riunione di redazione. Nella scelta con chi stare nella battaglia a colpi di interviste tra lui e l'Afeffato, al giornale sembrano proprio non avere dubbi: più sicuro "odiare e sperare di vedere in galera" l'azionista Tronchetti-Troncato, che finire nella lista nera di Tavaroli. Visti i propositi del maresciallo e il suo futuro da editorialista, dargli torto non è semplice.

 

2 -TAVAROLI: LE INDAGINI DIVENTANO IMPOSSIBILI
Dal "Corriere Della Sera"

Certo, si potrebbe dire, che più esperto di lui in intercettazioni ce ne stanno ben pochi. E così, dall'alto della sua esperienza e dell'attività svolta, che però l'ha portato anche ad avere guai con la giustizia, Giuliano Tavaroli interviene sul disegno di legge in discussione al Senato e sul quale oggi verrà votata la fiducia.

 

E lo fa per bocciare senza appello le norme in questione in una lunga intervista a Popolare Network: «Nessuna indagine per accertare responsabilità penali - che vadano dalla corruzione al riciclaggio, criminalità organizzata, terrorismo, reati ambientali- oggi può prescindere dagli strumenti di analisi, di intelligence e di indagine informatica e telematica. Questo è un fatto.

 

Limitare questi strumenti pone serie questioni all'efficacia delle indagini». Nell'intervista, che tocca anche altri temi legati alla sua passata attività, come il «dossier Brasile», l'ex carabiniere, che ha patteggiato una pena di 4 anni e 2 mesi nell'inchiesta sulle attività illegali di dossieraggio compiuti in Telecom, si precisa che altra cosa è l'informazione: «Si possono avere opinioni diverse sull'esigenza di informare i cittadini già in fase di indagine oppure attendere il processo dove c'è il confronto fra accusa e difesa». Però - conclude in modo perentorio- «limitare lo strumento d'indagine è un grave rischio per l'efficacia stessa dell'indagine».10-06-2010]

 

 

  • Mancini non va a processo per i dossier Telecom, Tavaroli patteggia 4 anni

 

Sono 12 i rinvii a giudizio decisi dal gup del tribunale di Milano, Mariolina Panasiti, nel procedimento sui dossier illegali di Telecom Italia (qui lo speciale di Radio 24). La Procura ne aveva chiesti 13. Non andrà a processo Marco Mancini, ex numero due del Sismi, mentre il commercialista Marcello Gualtieri che aveva chiesto di essere processato con rito abbreviato e per il quale erano stati chiesti 4 anni di carcere, è stato prosciolto dall'accusa di riciclaggio. Sono stati ratificati tutti e 18 i patteggiamenti (compresi quelli di Telecom Italia e Pirelli), anche se talora con pene lievamente diverse da quelle per cui è stato raggiunto l'accordo.

Il processo inizierà il prossimo 22 settembre 2010 davanti alla prima corte d'assise del tribunale di Milano. Sono stati mandati a giudizio l'ex ufficiale dei carabinieri ed ex capo della sicurezza di Telecom Brasile, Angelo Jannone, l'ex funzionario del Sisde Marco Bernardini, l'investigatore privato Emanuele Cipriani, il giornalista Gugliemo Sasinini, oltre a Antonio Vairello, Giorgio Serrelli, Roberto Rangone Preatoni, Amedeo Nonnis, Giuseppe Nuzzi, Andrea Pompili, Giuseppe Porcelluzzi e Manuela Lupi. Per loro le accuse sono, a vario titolo, di associazione per delinquere, corruzione, accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di notizie sensibili.

Hanno patteggiato, invece, l'ex capo della security di Pirelli, Giuliano Tavaroli a quattro anni e due mesi, l'ex numero uno del 'Tiger Team', Fabio Ghioni, a tre anni e quattro mesi, Gianpaolo Spinelli a due anni e dieci mesi, Mirco Ferrari a due anni (pena sospesa), Fulvio Guatteri a due anni e quattro mesi, Diego Tega a due anni e otto mesi, Lucia Rocco a due anni (pena sospesa), Alfredo Melloni a due anni, Antonio Galante a due anni (pena sospesa), Pierguido Iezzi a due anni e otto mesi, Edoardo Dionisi a due anni e due mesi, Piero Giuseppe Leuzzi a sei mesi in continuazione con altra condanna (pena sospesa), Giuseppe Mazzocca a sei mesi in continuazione con altra condanna (pena sospesa), Franco Rossi a due anni e quattro mesi, Nicolò Maria Fabrizio Rizzo a un anno e dieci mesi.

 

 

DOSSIER ILLECITI TELECOM-PIRELLI MANCINI E CIPRIANI A GIUDIZIO...
W.G. per "la Repubblica" - A giudizio 14 imputati, tra cui l´ex funzionario del Sismi, Marco Mancini, nonostante i problemi relativi al segreto di Stato, e l´investigatore privato Emanuele Cipriani. Patteggiamenti per Giuliano Tavaroli, Fabio Ghioni, le società Telecom - Pirelli e altri 12 imputati. Con le richieste di ieri al giudice per l´udienza preliminare, Mariolina Panasiti, i pm Nicola Piacente e Stefano Civardi hanno chiuso la loro requisitoria, confermando di fatto il loro impianto accusatorio.

I colpevoli per i dossier illeciti costruiti dalla Security Telecom e Pirelli sono Giuliano Tavaroli e i suoi sodali. Per i pm, i vertici delle due società e soprattutto Marco Tronchetti Provera, ascoltato per ben tre giorni nell´ambito dell´udienza preliminare, non c´entrano nulla. Le accuse sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, appropriazione indebita, rivelazione del segreto di Stato, accesso abusivo a sistema informatico e altri reati.

«Siamo rimasti sconcertati del fatto che tutti i rilevantissimi fatti criminosi emersi nel corso dell´udienza preliminare e nell´incidente probatorio siano stati totalmente ignorati dai due pm», ha commentato l´avvocato di Cipriani, Francesco Caroleo Grimaldi. «I magistrati hanno confermato la loro Impostazione complessiva e tutto quello fatto in questa udienza», ha dichiarato invece Marta Lanfranconi, avvocato di Pirelli. Il giudice dovrebbe decidere entro il mese di maggio

14.04.10

 

 

#1- CIPRIANI INCIPRIA L’AFEFFATO: “NON MI SI VENGA A DIRE CHE IO HO RUBATO E CHE TRONCHETTI, PRIMO BENEFICIARIO DEL MIO LAVORO, È UNA VITTIMA. QUESTO È INACCETTABILE” - COSÌ PARLÒ IN AULA LO SPIONE INDAGATO PER I DOSSIER ILLECITI DELLA SECURITY TELECOM - #2- SI CHIEDE, RETORICAMENTE, CIPRIANI: “A CHI INTERESSAVA UNA INVESTIGAZIONE SU BERNABÈ, RUGGIERO, SQUATRITI, SUGLI ARBITRI DI CALCIO O SUI GIOCATORI DELL´INTER?” - #3- SECCA LA REPLICA DI TRONCHETTI: “CIPRIANI SI CONTRADDICE, È LA STESSA PERSONA CHE AVEVA DETTO CHE NON MI CONOSCEVA, POI POCHE SETTIMANE FA HA DETTO CHE MI CONOSCEVA. ED È LA STESSA PERSONA CHE HA CHIESTO DI TRANSARE PER 4 MILIONI DI EURO” - #4- SECONDO TRONCHETTI FU PER ESEMPIO IL PRESIDENTE RCS QUOTIDIANI MARCHETTI A INFORMARLO CHE ALLA RCS CIRCOLAVA UNA VOCE SU UN´ATTIVITÀ DI HACKERAGGIO DI TELECOM CONTRO L´AZIENDA EDITORIALE (CHIEDERE SUBITO A MARCHETTI CHI LO AVVERTÌ!) -

 

Walter Galbiati per La Repubblica

«Non mi si venga a dire che io ho rubato e che Marco Tronchetti Provera, primo beneficiario diretto e indiretto del mio lavoro, è una vittima, questo è inaccettabile». Sono le parole di Emanuele Cipriani, l´ispettore fiorentino indagato nella vicenda per i dossier illeciti della Security Telecom, pronunciate ieri in aula come dichiarazioni spontanee durante l´udienza preliminare.

Cipriani è convinto, oggi più che mai, di aver sempre lavorato nell´interesse di Pirelli e Telecom, su mandato dei dirigenti delle due aziende o degli stessi vertici. Per lui, Marco Tronchetti Provera «si contraddice», quando afferma che «Giuliano Tavaroli e la Security erano autoreferenziali».

A sostegno delle sue parole butta lì una pratica che dovrebbe essere ben conosciuta dal numero uno di Pirelli. «Tronchetti esordisce affermando che nulla gli è noto, eppure c´è una pratica che gli dovrebbe ricordare qualcosa, mi riferisco all´"Op. JHO" fatturata per alcune decine di migliaia di euro, con durata di alcuni mesi, totalmente mirata ad appurare i movimenti e le frequentazioni del figlio Giovanni».

Cipriani sostiene tra gli altri di aver agito per i vertici delle divisioni Personale, Legale, Acquisti e Commerciale di Telecom e Pirelli, mentre Tavaroli ripeteva sempre di lavorare per obiettivi, nell´interesse o dell´azienda o del "Dottore" (ovvero Tronchetti).

Lo stesso comitato di gestione della sicurezza agiva con l´avallo dei vertici. «A chi interessava una investigazione - si chiede Cipriani - su Bernabè, Ruggiero, Squatriti, sugli arbitri di calcio o sui giocatori dell´Inter?». Secca la replica di Tronchetti Provera: «Cipriani si contraddice, è la stessa persona che aveva detto che non mi conosceva, poi poche settimane fa ha detto che mi conosceva. Ed è la stessa persona che ha chiesto di transare per 4 milioni di euro. Le società hanno rifiutato e ora si dichiara innocente».

Cipriani torna poi sulla vicenda dell´hackeraggio informatico contro la Rcs, il suo amministratore delegato di allora, Vittorio Colao, e il vicedirettore Massimo Mucchetti. «Come i dirigenti della Comunicazione avvertivano della preparazione di articoli o servizi poco graditi, cosi facevano i dirigenti» che lavoravano con Cipriani.

Proprio nell´udienza del 29 marzo, l´ultima in cui è stato ascoltato Tronchetti Provera, si è ricostruito come le informazioni potevano arrivare ai vertici del gruppo. Secondo le parole di Tronchetti, fu per esempio il presidente di Rcs Quotidiani Piergaetano Marchetti a informarlo che alla Rcs circolava una voce su un´attività di hackeraggio di Telecom contro l´azienda editoriale.

La notizia sarebbe arrivata a Tronchetti intorno a metà dicembre, una data che coinciderebbe, secondo la difesa di Mucchetti, con la distruzione del computer dal quale partivano gli attacchi.

Una volta avvisato, Tronchetti avrebbe sollecitato l´intervento di Tavaroli, che a sua volta avrebbe attivato Fabio Ghioni, capo della sicurezza informatica, nonché autore dell´intrusione alla Rcs.

In realtà l´amministratore delegato della Rcs, Vittorio Colao, già sospettava che l´attacco informatico, avvenuto il 5 novembre, fosse partito da Telecom, un dubbio confermato dalla successiva e sospetta visita di Ghioni, che offriva a Rcs i servizi di sicurezza informatica di Telecom.

Sul punto Tronchetti si è difeso e ha attaccato la gestione di Colao, che secondo il presidente della Pirelli avrebbe dovuto avvertire non solo la polizia postale, ma anche Telecom: «La considero questa una scorrettezza e un errore, perché se mi fosse stato dato l´allarme avrei proceduto in modo totalmente diverso, così come ho fatto quando ho avuto evidenza della mancanza delle pezze giustificative alle fatture del signor Cipriani».

E ancora: «Fu un grave errore da parte di Rcs. Se Kpmg avesse seguito tutta la procedura, per arrivare al signor Ghioni non ci sarebbero voluti due anni».07.04.10

 

GALLI, POLLI E POLLARI - TRONCHETTI TIRA LA CATENA E SCARICA TUTTO SULL'EMINENZA AZZURRINA: “FU GIANNI LETTA A CONSIGLIARMI DI RIPRENDERE TAVAROLI COME CONSULENTE” - Secondo L'AFEFFATO, Letta gli disse che “siccome ci sono forti tensioni tra organismi dello Stato, lui [Tavaroli, ndr] è amico di una persona molto vicina a Pollari [allora capo del Sismi, ndr], probabilmente hanno messo di mezzo lui per colpire questo suo amico che si chiama Mancini”....

Antonella Mascali per "il Fatto Quotidiano"

 

E' stato il sottosegretario Gianni Letta a consigliare Marco Tronchetti Provera di riprendere in Telecom, come consulente, Giuliano Tavaroli, il capo della security costretto ad andarsene dalla società perché finito sotto inchiesta nel 2005 per i dossier illegali. Il presidente di Pirelli lo ha confermato ieri nella terza e ultima parte della sua testimonianza in udienza preliminare e lo ha ribadito ai giornalisti, all'uscita dal Tribunale.

 

Il nome di Letta è stato fatto più volte su domande di uno degli avvocati di parte civile, il professor Domenico Pulitanò, che ha chiesto a Tronchetti come mai Telecom ha tardato nel presentare le denunce sulla security. Tronchetti ha risposto che quando Tavaroli fu messo sotto inchiesta chiese informazioni al sottosegretario Letta, che lo rassicurò. In sostanza ha ribadito quanto dichiarato ai pm nell'unica deposizione resa in Procura nel giugno 2008.

Secondo Tronchetti, Letta gli disse che "siccome ci sono forti tensioni tra organismi dello Stato, lui [Tavaroli, ndr] è amico di una persona molto vicina a Pollari [allora capo del Sismi, ndr], probabilmente hanno messo di mezzo lui per colpire questo suo amico che si chiama Mancini". Ovvero Marco Mancini, l'ex numero tre del Sismi, anche lui imputato in questo procedimento e che nelle settimane scorse si è appellato al segreto di Stato anche sui suoi presunti rapporti con Tronchetti, negati dal presidente di Pirelli.

 

 

Perché Tronchetti, invece di chiedere informazioni su Tavaroli al suo ufficio legale, si rivolge al sottosegretario? Su questo punto il presidente è stato evasivo.

Si è dilungato, invece, nel raccontare quando Letta è entrato in scena nel luglio 2005, dopo l'attentato alla metropolitana di Londra: Tavaroli non era più in Telecom, rientrato formalmente in Pirelli e trasferito alla security della sede in Romania.

"Dopo quanto successo a Londra - ha spiegato Tronchetti - c'era il rischio di un attacco terroristico in Rete, non avevamo in Telecom una persona" all'altezza del compito e "ho chiesto consiglio al dottor Letta" che era d'accordo "sul contratto di consulenza, a Tavaroli, per la sua competenza".

 

Anche se era indagato, "non avrebbe avuto responsabilità nella società". Perché si confrontò proprio con il sottosegretario con delega ai servizi segreti? "Perché - ha detto ai giornalisti - aveva la delega alla sicurezza nazionale". Quando Tronchetti ha chiesto a Letta informazioni sugli elementi a carico di Tavaroli c'era stata la perquisizione nell'ufficio e nella casa dell'allora capo della security Telecom.

 

E nel decreto veniva indicato anche il nome dell'investigatore Emanuele Cipriani (imputato) che il presidente di Pirelli continua a dire di non conoscere. Ed è solo al momento della perquisizione, il 3 maggio 2005, che l'audit sulle spese eccessive della security viene consegnato ai vertici Telecom dal manager responsabile, Armando Focaroli.

 

Sempre nell'udienza di ieri è stato affrontato nuovamente l'attacco informatico, nel 2004, al computer dell'allora ad di Rcs, Vittorio Colao, per opera dell'hacker Fabio Ghioni, che lavorava con Tavaroli. Tronchetti ha confermato che "è stato un grave errore" da parte dell'attuale numero uno di Vodafone non riferirgli i sospetti sulla security Telecom.

Così facendo, ha dichiarato ai giornalisti, "le indagini sono state ritardate. Io avrei potuto essere di aiuto e Ghioni [uno degli hacker che ora accusa Tronchetti, ndr] non sarebbe stato arrestato due anni dopo. Invece l'inchiesta è stata condotta nella tana del lupo e il lupo ha fatto in modo di sviarla".

 

In aula, quando aveva espresso lo stesso concetto, il professor Mario Zanchetti, parte civile per il vicedirettore del Corriere della Sera, Massimo Mucchetti, spiato dalla security, ha ribattuto: se Colao avesse confidato i suoi sospetti "Lei li avrebbe riferiti a Tavaroli". La fine della testimonianza di Tronchetti Provera è arrivata dopo la conclusione del cosiddetto incidente probatorio, cioè un interrogatorio con valore di prova, di Fabio Ghioni, che ha chiesto di patteggiare una pena a 3 anni e 6 mesi.

 

Venerdì scorso, davanti al gup Panasiti, l'hacker ha mosso una grave accusa all'avvocato di Tronchetti, il professor Francesco Mucciarelli. Ha sostenuto che il legale ha chiesto a lui e "a un altro gruppo di persone" di mentire "nell'interesse di Telecom" davanti ai magistrati che li hanno sentiti dopo la denuncia dell'azienda contro Telecom Brasile, per lo spionaggio subito. Ghioni e gli altri della security non potevano dire che avevano scoperto l'azione di Kroll (l'agenzia di sicurezza brasiliana) "bucando" la loro rete.

 

 

[30-03-2010]

 

 

TRONCHETTI DOVERA E MUCCA PAZZA - Ieri, al processo di Milano, si è stabilito che un azionista di via Solferino non possa esprimere la sua opinione sull'assunzione di un nuovo vicedirettore che si è distinto nel corso del tempo sull'Espresso di Carletto (COL FIGLIO MARCO IN TELECOM), come il suo nemico più intimo - E tutto questo accade nella maniera più ipocrita: anche i sassi sanno che per decidere un nuovo direttore del Corrierone si corre il rischio del referendum tra i poteri marci unificati. Altro che opinioni post-assunzione e l'indipendenza del corriere...

Walter Galbiati per "La Repubblica"

Fu un vero e robusto pressing sul direttore del "Corriere della Sera" e il presidente della Rcs Editori quello che Marco Tronchetti Provera, azionista del patto di sindacato del gruppo editoriale, esercitò per impedire l'assunzione di un vicedirettore, Massimo Mucchetti. Il quale, qualche mese più tardi, dovette subire l'intrusione informatica del Tiger Team di Fabio Ghioni, il pool di hacker costituito all'interno della Security Telecom di Giuliano Tavaroli.

Lo rivelano le trascrizioni integrali del controinterrogatorio che Marco Tronchetti Provera, allora ai vertici della Telecom Italia, ha sostenuto il 16 marzo scorso davanti al giudice per l'udienza preliminare Mariolina Panasiti. Quasi uno scontro con l'avvocato di Mucchetti, Mario Zanchetti che, verbali alla mano, mette Tronchetti di fronte alle testimonianze eloquenti di Stefano Folli e Cesare Romiti. «Come reagì - chiede Zanchetti a Tronchetti - quando venne a sapere che Mucchetti era stato assunto come vice direttore al Corsera?».

Risposta: «Me lo disse il dottor Romiti e poi me lo disse il dottor Folli... Il dottor Mucchetti scriveva, prima, su "l'Espresso" e aveva tradizionalmente scritto, sempre, cose negative, ma io apprezzo anche chi scrive cose negative. E li ho avuti, anche, come collaboratori a La7. Il dottor Romiti mi disse: "Non è congeniale al ‘Corriere', ma è bene avere anche gente come il dottor Mucchetti" e io non feci nessun commento... Il dottor Mucchetti ha potuto scrivere libri, mentre io ero nel sindacato Rcs, scrivere articoli e partecipare a convegni, dicendo cose che non condivido e che sono, secondo me, molto lontane dalla verità.

E non ho mai fatto un intervento, uno che sia uno, contro Mucchetti». Ma Zanchietti insiste: «Neanche con il dottor Folli si lamentò?». Tronchetti: «Col dottor Folli dissi le stesse cose che avevo detto a Romiti». L'avvocato incalza: «Non si lamentò? Non disse di pensarci meglio?». «No, era una cosa fatta... Non sono stato consultato per sapere se ero favorevole o contrario».

E a questo punto che l'avvocato Zanchetti estrae dal cilindro le testimonianze di Folli e Romiti, raccolte attraverso le indagini difensive: «Entrambi mi hanno detto che lei è stato l'unico a lamentarsi». Tronchetti: «No no... Chi, Folli ha detto che mi sono lamentato?». E l'avvocato: «Folli disse letteralmente che lei gli disse di pensarci meglio e Romiti pure, che lei si sarebbe lamentato».

Tronchetti: «No, io ho sempre detto la stessa cosa all'uno e all'altro: che loro avevano deciso e che la persona, a mio giudizio, non era congeniale a quella che era la storia del "Corsera": veniva da un mondo diverso, che era quello dell'Espresso, e ci sono sempre state, diciamo, delle diverse visioni di quella che era l'informazione... non mi opposi in nessun modo, né dissi nulla contro la persona».

Zanchetti sottolinea poi il fatto che l'intrusione informatica nel computer di Mucchetti avvenne dopo un articolo critico nei confronti di Tronchetti. Ma per l'ex presidente Telecom quegli articoli erano all'ordine del giorno: «Mucchetti non ha mai mancato di scrivere cose sbagliate, che gli sono state contestate. Io non ho più voluto parlargli, da ben prima che entrasse al Corriere della Sera». Zanchetti: «A ruota, proprio nel momento in cui il dottor Mucchetti interloquiva coni suoi collaboratori in Telecom, per questo articolo sono stati fatti pedinamenti e perquisizioni...». Tronchetti: «Guardi, se fosse stata fatta l'intrusione un mese prima, sarebbe stata a ruota comunque di un articolo del dottor Mucchetti».

[24-03-2010] 

 IN VENDITA LA KROLL INVESTIGÒ SU PARMALAT E TELECOM BRASIL...
Da "la Repubblica"
- La Kroll, colosso mondiale del settore della sicurezza privata e delle agenzie di investigazione coinvolta nelle inchieste Telecom e Parmalat, è in vendita. Secondo il Financial Times, il gruppo americano della consulenza aziendale Marsh & McLennan ha deciso di mettere sul mercato la Kroll, puntando a ricavare dall´operazione 1,3 miliardi di dollari.

Il nome della Kroll spunta durante le inchieste del crac Parmalat, filone sudamericano, quando si scopre che l´agenzia stava indagando a tutto campo su Tronchetti Provera (per incarico del banchiere Daniel Dantas, in quel momento socio rivale dell´imprenditore italiano in Telecom Brasil).

 

 

 

#1 - “CI FU ACCORDO FASTWEB-ANTITRUST PER FAR RICEVERE UNA MULTA A TELECOM” - #2 - "TAVAROLI MI DISSE: IL PRESIDENTE AUTHORITY TESAURO IN CONTATTO CON FASTWEB” - #3 - “TAVAROLI MI DISSE CHE AFEF ERA IL PUNTO DEBOLE DI TRONCHETTI: OGGETTO PRINCIPALE DELLE INDAGINI DELLA KROLL SUI RAPPORTI FAMILIARI (EX MARITO E FRATELLO)" - #4 - "IL MINISTERO DELL'INTERNO TEMEVA FOSSE ASSOLDATA E CERTE COSE LE PASSASSE ALLA TUNISIA, ALLA LIBIA. VOGLIONO CAPIRE BENE CHE RUOLO ABBIA QUESTA QUI" - #5 - “TAVAROLI VOLEVA BUCARE LA RETE DI RCS. SECONDO LUI CI DOVEVA ESSERE QUALCOSA SOTTO AL FATTO CHE COLAO AVESSE ACCETTATO UN TRATTAMENTO ECONOMICO MOLTO INFERIORE A QUELLO CHE AVEVA IN VODAFONE PER VENIRE IN RCS - #6 - L'INTRECCIO TRA LA IKON DI GARBAGNATE MILANESE E LA DIGINT LEGA LE TRAME DI GENNARO MOKBEL E DI FABIO GHIONI, L'HACKER PER ANNI A SERVIZIO DI GIULIANO TAVAROLI -

 

1- GHIONI: CI FU ACCORDO FASTWEB-ANTITRUST TAVAROLI MI DISSE, TESAURO IN DIRETTA RELAZIONE CON SOCIETA'...
(ANSA)
- ‘Un accordo tra Fastweb e l'Autorita' garante per la Concorrenza 'per far ricevere una multa molto rilevante a Telecom Italia'. E per tal motivo 'fu chiesta un'attivita' di questo tipo', ovvero una intrusione informatica all'Authorita'.

E' quanto ha spiegato Fabio Ghioni, ex vertice della sicurezza informatica di Telecom, durante l'incidente probatorio del cinque marzo scorso davanti al gup del Tribunale di Milano, Mariolina Panasiti. I fatti in oggetto si riferiscono al periodo in cui, presidente dell'Antitrust, era Giuseppe Tesauro.

Ghioni, imputato nella vicenda dossier illegali - il suo esame riprendera' la prossima settimana - rispondendo alle domande dei pm Fabio Napolene e Nicola Piacente ha spiegato a proposito della intrusione al Garante della Concorrenza: 'L'evento, che e' sempre stato segnalato da Tavaroli era in relazione a una specie di accordo che, secondo Tavaroli, Sasinini e Bernardini (gli ultimi due rispettivamente ex giornalista e investigatore privato a loro volta imputati) era stato fatto tra l'Autorita' Garante e Fastweb per far ricevere una multa molto rilevante a Telecom Italia che poi tra l'altro in effetti e' stata data.

Secondo Tavaroli la persona, mi pare si chiamasse Tesauro (Giuseppe Tesauro presidente dell'Authority, ndr) era in diretta relazione con Fastweb proprio per fare una concorrenza sleale a Telecom Italia. Fu chiesta una attivita' di questo tipo (intrusione informatica) pero' non ricordo assolutamente se sia andata a buon fine, ma non era nello stesso periodo di Colao.

'Pero' ancora una volta il sospetto segnalato da Tavaroli era quello di una possibile complicita', possiamo dire, tra la societa' concorrente Fastweb, all'epoca, e l'Authority - dice il pm - quindi una sorta di accordo per colpire Telecom? Questo era il senso?'. 'Si - risponde Ghioni - per colpire Telecom per quanto riguarda l'abuso di posizione dominante: in un caso specifico e... ecco in questo caso ad esempio Bernardini aveva prodotto un'ampia documentazione in relazione a Fastweb che aveva questo accordo con l'Authority e questa documentazione era nella mia cassaforte'.

2- GHIONI: AFEF PUNTO DEBOLE TRONCHETTI, LO RIFERI' TAVAROLI - MINISTERO INTERNO TEMEVA FOSSE ASSOLDATA...
(ANSA)
- 'Secondo Giuliano Tavaroli e anche secondo Guglielmo Sasinini, e non mi ricordo secondo chi altri' la signora Afef era il punto debole della gestione di Marco Tronchetti Provera'. Lo si legge nei verbali dell' interrogatorio di Fabio Ghioni - di cui l'ANSA e' in possesso - durante l'incidente probatorio svoltosi davanti al gup di Milano Mariolina Panasiti, il 5 marzo scorso, nell'ambito della vicenda sui dossier illegali che vede imputato gli stessi Ghioni, ex capo della sicurezza informatica di Telecom, Tavaroli, ex capo della Security dell'azienda, e Sasinini, ex giornalista di Famiglia Cristiana.

Secondo Ghioni 'le attivita' relazionabili alla signora Afef sono iniziate, per quanto mi riguarda, gia' nel 2002, nel senso di una primissima richiesta che era stata fatta da Giuliano Tavaroli'. 'Lei era il punto debole - ha spiegato Ghioni ai pm Napoleone e Piacente, le cui dichiarazioni avranno valore di prova nel processo - in quanto oggetto principale delle indagini da parte della Kroll in relazione ai suoi rapporti familiari'.

Il pm chiede conto a Ghioni di un appunto trovato durante una perquisizione a Sasinini: ''Il problema non e' lui - legge il pm - il problema e' il Paese: hanno paura che sia assoldata, che sappia certe cose e le passi all'altro Paese...ex marito, fratelli, Libia, Turchia, Armenia e Tunisia vogliono capire bene che ruolo abbia questa qui'.

Il pm continua: 'Lei accennava a Sasinini: fece mai questo tipo di discorso? A chi accennava?, Insomma chi erano le persone che avevano questi timori?'. Ghioni risponde: 'Per quanto ho appreso, appunto da discussioni effettuate in mia presenza nell'ufficio di Giuliano Tavaroli, con Sasinini, queste persone erano persone del Ministero dell'Interno e lo stesso Tavaroli. Non so se Tronchetti Provera sia mai stato portato a conoscenza delle indagini che venivano fatte sulla signora Afef, tuttavia da queste conversazioni si evinceva che ipotizzavano che avesse a che fare con traffici illeciti di denaro e altri materiali.

Questi Paesi, secondo quanto ho appreso da Valente (Giancarlo Valente ex dirigente della Security Telecom) erano i Paesi dove spesso viaggiava anche Tronchetti Provera, quelli che lei, pubblico ministero ha menzionato prima, Tunisia, Armenia e poi c'era anche lo Yemen'. Ghioni spiega che 'durante queste riunioni, per quanto ho potuto apprendere, la signora Afef era mantenuta sotto tutela, chiamiamola cosi'. Le sue attivita' e quelle del fratello, che pero' non ho mai avuto il piacere di conoscere, venivano monitorate a detta di Tavaroli e di Sasinini, per proteggere Tronchetti Provera da eventuali fatti, diciamo, di dubbia natura'.

3 - GHIONI: TAVAROLI 'ABBIAMO BUCATO RCS DITELO' EX CAPO TIGER TEAM, 'COME MAFIA, PRIMA SPAVENTA E POI PROTEGGE' ...
(ANSA)
- 'Ecco, adesso andate in Rcs e ditegli che sono vulnerabili, che sono stati bucati'. Cosi' Giuliano Tavaroli, imputato a Milano nella vicenda dossier illegali (che ha chiesto e ottenuto dal Governo il 'veto' del segreto di Stato sulla sua posizione), avrebbe apostrofato Fabio Ghioni, coimputato nel medesimo procedimento ed ex capo del 'Tiger team', la struttura della Security Telecom che avrebbe collaborato alla redazione di dossier illegali.

Ghioni ha rivelato, tra l'altro, nel corso dell'incidente probatorio, di cui l'ANSA ha i verbali (depositati alle parti) svoltosi davanti al gup Mariolina Panasiti il 5 marzo scorso, particolari inediti sulla intrusione nel sistema informatico del Corriere della Sera, per ottenere informazioni 'sensibili' dai computer del'ex Ad di Rcs, Vittorio Colao, e del giornalista economico Massimo Mucchetti, entrambi costituitisi parti civili nel procedimento che e' ancora in fase di udienza preliminare: lunedi' riprendera' l'esame di Ghioni, mentre martedi' continuera' quello di Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, convocato dal gup come testimone.

'Io risposi a Tavaroli - spiega Ghioni interrogato dai pm Fabio Napoleone e Nicola Piacente - 'guarda che se vado li' in Rcs e' come la mafia no?, che spacca il vetro della pizzeria e poi va li' e si propone per proteggerla, no? Mi sembra abbastanza stupido come movimento'. Ma sono stato obbligato ad andare li, poi ci sono andato. Quelli di Rcs hanno mangiato la foglia'.

Secondo quanto si legge nei verbali redatti in incidente probatorio (le dichiarazioni sono state fissate come prove), Ghioni spiega che Colao era diventato un obiettivo da tenere sotto controllo in quanto 'era stato amministratore delegato di Vodafone Italia (e quindi concorrente di Telecom Italia)'. 'Secondo quanto Tavaroli aveva riferito - dice Ghioni - non si riusciva a capire come mai Colao avesse accettato (in Rcs, ndr) uno stipendio molto inferiore o, comunque, un trattamento economico molto inferiore a quello che aveva in Vodafone per venire in Rcs.

Secondo Tavaroli ci doveva essere qualcosa sotto e allora mi era stato chiesto di acquisire, di fare insomma un prelevamento di informazioni, quindi una intrusione informatica all'interno dei computer di Colao per verificare se lui era ancora in contatto con la sua vecchia gestione o con altri, diciamo nemici di Tronchetti Provera'. Ghioni spiega che avrebbe sconsigliato a Tavaroli l'intrusione informatica e che 'sarebbe stato facilissimo ottenere i dati della posta elettronica di Colao dai sistemi informatici di Rcs, lui (Tavaroli, ndr) invece voleva a tutti i costi una intrusione informatica'.

'Gli chiesi perche' e lui (sempre Tavaroli ndr) mi spiego' che in un suo piano generale di outsourcing della Security in Value Partners voleva che la stessa Value Partners acquisisse il cliente Rcs in modo piu' sostanziale. Io lo sconsigliai ancora e tra le righe mi fece capire che era meglio che lo facessi perche' altrimenti il presidente Tronchetti Provera non avrebbe approvato'.

'I dati di Colao alla fine sono stati acquisiti - spiega Ghioni - ma nel computer non vi era nulla di particolare, c'era il piano industriale di Rcs che comunque suppongo Tronchetti Provera avesse gia', visto che stava nell'azienda e a questo punto l'ho consegnato a Tavaroli'.

4 - PREMIATA DITTA SPIONI E GHIONI
Vittorio Malagutti per L'espresso - (25 febbraio 2010)


I dettagli dell'affare stanno tutti in un voluminoso documento di quasi 200 pagine. È un contratto di vendita, datato 15 giugno 2007, tra due società. Da una parte la Ikon di Garbagnate Milanese, a pochi chilometri dalla metropoli lombarda, dall'altra la Digint, nata solo un mese prima.

Quest'ultima, secondo gli investigatori, sarebbe stata creata dalla banda capeggiata da Gennaro Mokbel, l'organizzatore della colossale frode fiscale in cui sono coinvolti Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Ikon invece è una vecchia conoscenza per gli appassionati delle spy story nostrane.

Già perché questa piccola azienda è salita agli onori delle cronache già tre anni fa, quando 'L'espresso' se ne occupò nella sua inchiesta sullo scandalo della security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli. Ikon altro non era che la creatura di Fabio Ghioni, il principe degli hacker, il gran capo del Tiger Team per anni al servizio di Tavaroli, che ha patteggiato una pena di tre anni e sei mesi dopo essere stato arrestato nel 2006 per una serie di incursioni informatiche, tra l'altro contro il giornalista Massimo Mucchetti del 'Corriere della Sera'.

Che cosa racconta il voluminoso dossier contrattuale recuperato da 'L'espresso'? Semplice: Ikon ha trasferito alla Digint di Mokbel e compagni tutte le sue tecnologie. Tra queste, per esempio, un software denominato 'IK Spy', cioè una 'microspia esclusivamente sviluppata per il mercato Polizia giudiziaria e militare e utilizzata per la lawful interception e l'intelligence interception'.

Ma poi c'è anche la 'Ik web mail' per la 'lettura nascosta di caselle di posta elettronica' senza lasciare traccia. Insomma un vero arsenale per operazioni di spionaggio elettronico. Va detto che Ghioni già nel 2002 aveva girato le sue quote di Ikon alla sua compagna Damiana Bernardo, che a sua volta nel 2005 si fa da parte a favore di tale Mario Micucci, un geometra già consigliere comunale negli anni Novanta a Garbagnate per il Pds.

Sarà un caso, ma l'uscita di scena, almeno formale, di Ghioni e della sua compagna coincide con le prime rivelazioni de 'L'espresso' sulle attività della security di Tavaroli. Micucci arriva così a possedere una partecipazione del 60 per cento.

A chi fa capo invece Digint? Le carte ufficiali dicono che all'epoca dell'operazione con Ikon il capitale era controllato per intero dalla società lussemburghese Financial Lincoln. Secondo gli investigatori quest'ultima sarebbe riconducibile al gruppo di Mokbel.

Il colpo di scena arriva nel 2008 quando i presunti truffatori trovano un socio di minoranza per l'azienda fondata da Ghioni. A comprare il 49 per cento di Digint arriva nientemeno che un gruppo di Stato: la Finmeccanica guidata da Pier Francesco Guarguaglini.

[15-03-2010]

 

 

 

 

BRUCIA, DOSSIER. BRUCIA! – IL DURO LAVORO DI TAVAROLI & C. ANDRÀ DISTRUTTO - IL TRIBUNALE HA COMUNICATO ALLE PARTI LESE (OLTRE 40 MILA!!), CHE DELL´ARCHIVIO SEGRETO TELECOM NON RESTERÀ NULLA - CANCELLATE LE INFORMAZIONI RACCOLTE SU CALCIATORI, GIORNALISTI E POLITICI - E CHISSÀ QUANTI (DA MOGGI A CESA) TIRANO UN SOSPIRO DI SOLLIEVO…

Emilio Randacio per "la Repubblica"

Addio dossier illeciti. Addio report riservati dei Servizi segreti, rapporti sulla vita privata di centinaia di aspiranti dipendenti Telecom, di personaggi pubblici che entravano più o meno in rotta di collisione con gli interessi dell´ex proprietario del colosso telefonico, Marco Tronchetti Provera.

Il gip di Milano, Giuseppe Gennari, ha notificato a migliaia di parte lese (oltre 40 mila), la sua decisione. In dodici pagine di provvedimento, Gennari ha convocato le parti processuali il prossimo «18 giugno, ore 10, aula della prima d´assise d´appello, piano terra del tribunale», per distruggere l´attività illecita raccolta in otto anni di «lavoro» dalla Security che venne gestita dall´ex brigadiere dell´antiterrorismo, Giuliano Tavaroli.

La mole è talmente corposa e vasta, che per comunicare la decisione a tutti gli interessati, nei prossimi giorni apparirà un avviso su cinque quotidiani nazionali. Tra poco più di tre mesi, poi, Gennari procederà alla distruzione delle carte, sequestrate dalla procura di Milano per l´inchiesta sulle attività illeciti delle Security Telecom. Sfociata negli arresti del settembre del 2006, e la cui udienza preliminare sta proseguendo in questi giorni.

Non verranno così mai resi pubblici i dossier illegali sulla presunta «cricca» che legava la «Gea» di Luciano Moggi e i vertici arbitrali. Tra le carte processuali «cestinate», anche i report sull´ex direttore generale della Juventus, sul figlio Alessandro, sul capo dei designatori Paolo Bergamo, sull´ex giacchetta nera Massimo De Santis. Sospettati di ordire trame illecite per garantire successi al clan bianconero, questi signori sono stati pedinati e controllati dalla struttura Telecom per capire quale fossero i rapporti e i ruoli precisi di questa congiura. Vittima delle angherie del clan Moggi, ovviamente l´Inter, di cui la Pirelli di Tronchetti Provera è sponsor storico.

E la stessa sorte, la faranno i dossier personali finiti nella mani della struttura Telecom, che hanno riguardato il vice direttore del Corsera, Massimo Mucchetti, l´ex ad Vittorio Colao, spiati per settimane, quando l´azionista Rcs Tronchetti sembrava fosse finito al centro di una campagna di stampa negativa.

L´interminabile elenco di soggetti «attenzionati», comprende anche magistrati, manager pubblici, noti sportivi, come Bobo Vieri, il cui stile di vita è stato controllato lungamente. Tutti loro, senza saperlo, avevano un dossier riservato, custodito nelle salde mani di Tavaroli. Materiale raccolto illegalmente e su cui, la Corte Costituzionale, con due diverse sentenze, ha ordinato la loro distruzione. Per conoscere meglio la vita dell´ingegner Carlo De Benedetti, la struttura illegale Telecom si sarebbe rivolta direttamente al Sisde, acquistando illegalmente notizie riservate da due agenti infedeli. E la stessa trafila sarebbe stata seguita per ricevere informazioni sul segretario dell´Udc, Roberto Cesa, e sui presunti conti esteri riconducibili al vecchio Pds, dall´emblematico nome di «oak found» (fondo quercia).

Tutto questo materiale, tra tre mesi, dovrà tassativamente finirà nella spazzatura.

 

 

[12-03-2010]

TRONCHETTI ATTACK! – “QUELLO DEL GIP È UN TEOREMA… SIAMO STATI NOI A DENUNCIARE I DOSSIER DI TAVAROLI… È VEROSIMILE CHE ABBIA SPIATO DE BENEDETTI SENZA DIRMELO” – MA CIPRIANI, CHE HA UN TESORETTO DI 15 MILIONI BLOCCATO IN SVIZZERA, NON CI STA: “DICE DI NON CONOSCERMI? SI RINFRESCHI LA MEMORIA”…

1 - TRONCHETTI: «QUELLO DEL GIP È UN TEOREMA»...
Luigi Ferrarella
per il "Corriere della Sera"

La valutazione del giudice Giuseppe Gennari sul caso dei dossier illegali della Security di Telecom? «Un teorema». Se la sostanza della prima parte di deposizione del teste Marco Tronchetti Provera in udienza preliminare il 9 marzo era stata già riferita, pur con tutte le difficoltà del doverla ricostruire dietro le porte chiuse, ieri dal deposito delle trascrizioni emerge qualche sfumatura inedita nei toni.

Quando infatti il giudice dell'udienza preliminare Mariolina Panasiti ha richiamato il fatto che alcuni imputati e parti lese non fossero soddisfatti, «anche con il sostegno autorevole del gip» Gennari, delle spiegazioni fornite ai pm dall'ex presidente di Telecom nel 2008, e sul punto ha riletto il passo di una delle ordinanze d'arresto di Tavaroli in cui il gip Gennari ravvisava «logiche che tendono a beneficiare non già l'azienda come tale, ma colui che in un determinato momento storico ne è il proprietario di controllo», Tronchetti ha opposto una rivendicazione orgogliosa:

«Siamo stati noi a scoprire e a denunciare. Noi a trovare il sistema Radar, noi grazie ai nostri tecnici e grazie alla mia decisione di andare fino in fondo. Abbiamo dato noi un contributo che, è vero, il gip non ci ha riconosciuto. Ma credo che il gip allora non abbia letto tutte le carte, il teorema viene fatto dal gip che non ha fatto le indagini», condotte dai pm.

In un altro momento Tronchetti è intervenuto a correggere il gup Panasiti, e cioè quando la giudice ha ricordato che «lei era presidente di Pirelli e Telecom, Carlo Buora era amministratore delegato di Pirelli e di Telecom, e questa compagine, questo duo, immagino particolarmente affiatato, questo duo che continuamente ricorre e che ha concesso...».

Qui Tronchetti la interrompe: «No no no, questo duo non ha concesso...». Giudice: «Non dico "duo criminale", dico "duo regolare, amministrativo"». Ma a Tronchetti non va lo stesso: «Forse ho capito male, ma mi suona un brutto termine, se non nelle canzoni».

Più avanti dirà e ripeterà che «il signor Tavaroli era responsabile del suo budget, la Security dipendeva da Buora e il budget della Security veniva approvato da Buora. Veniva approvato ma io non lo vedevo, io approvavo i budget dei diversi responsabili di business ma io guardavo i macronumeri». E comunque «la Security aveva un budget di 50 milioni di euro» a fronte di «una spesa totale del gruppo Telecom in un anno con i fornitori di 14 miliardi di euro».

Per il resto il teste Tronchetti (di cui oggi proseguirà l'esame) ripete di non aver saputo nulla delle illegalità della Security: «Nessuno ha mai visto il signor Tavaroli passarmi un dossier o parlarmi al telefono di cose strane».

2 - TRONCHETTI: VEROSIMILE CHE TAVAROLI SPIASSE 'AUTONOMO'...
(ASCA) -'E' verosimile' che Giuliano Tavaroli avesse deciso di 'spiare' l'ing. Carlo De Benedetti in autonomia, senza riferirlo a Marco Tronchetti Provera. A sostenerlo e' stato lo stesso ex presidente di Telecom durante la sua testimonianza presa oggi nell'ambito dell'udienza preliminare sulla vicenda dei dossier illeciti.

Secondo quanto si e' potuto apprendere dai legali che hanno partecipato all'udienza preliminare che si svolge a porte chiuse, quando l'avv. Elisabetta Rubini, legale di parte civile della Sir, si e' soffermata sull'attivita' di dossieraggio illegale ai danni di Carlo De Benedetti, Tronchetti ha replicato: 'Non ne sapevo nulla, era un'iniziativa autonoma di Tavaroli'. E quando poi l'avvocato Rubini ha insistito chiedendogli se dal suo punto di vista possa essere verosimile che Tavaroli avesse deciso di spiare De Benedetti in autonomia, Tronchetti ha replicato: 'E' verosimile'.

Pizzi

3 - TRONCHETTI: MAI SAPUTO NULLA DI OPERAZIONI SCANNING SU DIPENDENTI...
(Adnkronos) - Nel corso del suo interrogatorio davanti al gup Mariolina Panasiti, nell'ambito del procedimento milanese sui dossier illeciti, Marco tronchetti Provera ha dichiarato di non aver mai saputo nulla di operazioni di scanning e di filtro sui dipendenti.

Di operazioni di dossieraggio, soprattutto nei confronti delle persone di assumere in Telecom e Pirelli, aveva parlato ieri uno dei tanti testi sentiti nell'aula dell'udienza preliminare, Francesco Lambiase, ex membro della security di Telecom. Inoltre, come riferisce uno dei legali del presidente di Pirelli, alle domande sul fondo Oak, Tronchetti Provera ha ribadito di non aver mai saputo nulla.

Del fondo, avrebbe dichiarato Tronchetti Provera, gliene aveva parlato Giuliano Tavaroli (ex capo della security di Telecom e Pirelli, al centro del procedimento milanese, ndr) ma lui lo aveva invitato ad andare in Procura. Sollecitato dalle domande, Tronchetti Provera ha poi precisato che il fondo era gestito da Giorgio Magnoni e faceva capo ad Antonio Rossi.

All'inizio della nuova udienza di interrogatorio, Marco Tronchetti Provera ha illustrato i contenuti delle memorie e degli esposti che sono stati presentati nel corso del tempo all'autorita' giudiziaria in seguito ad una serie di verifiche interne e approfondimenti.

4 - CIPRIANI: TRONCHETTI SI RINFRESCHI MEMORIA...
(ANSA) -'Tronchetti dice di non conoscermi? Non ci posso fare nulla. Dovra' rinfrescarsi un po' la memoria. Dice di non conoscere niente e nessuno. Che le devo dire'. Cosi' Emanuele Cipriani, ex titolare dell'agenzia di investigazioni Polis d'istinto, imputato nella vicenda dossier illegali, sollecitato dai cronisti, risponde in una pausa dell'udienza preliminare durante la testimonianza di Marco Tronchetti Provera a Milano.

'Dalle testimonianze che stanno emergendo - dice Cirpiani - sia dei testi, sia per quanto oggi e' possibile appurare da parte dello stesso dottor Tronchetti Provera, sicuramente molte cose dovrebbero essere rivalutate sulle ipotesi accusatori. Ovviamente mi riferisco alla appropriazione indebita, che sta venendo fuori in maniera piu' acclarata'. A una sollecitazione dei cronisti che gli ricordano una parte della testimonianza di Tronchetti Provera che ha ribadito anche oggi di non sapere nulla delle attivita' della security, Cipriani ha risposto: 'Questo e' molto difficile, comunque c'e' un'udienza in corso e non fatemi altre domanda.

Ma e' sicuramente molto difficile che Tronchetti proprio nulla non sapesse. E' una risposta molto ardua quella data dal presidente, pero' lui tiene una parte e continua a reggerla'. Cipriani ha confermato che la security di Telecom aveva gestito la sicurezza del matrimonio della figlia di Tronchetti Provera 'su questo c'e' una fattura regolarmente pagata - ha aggiunto Cipriani -, una fattura pagata personalmente dal dottor Tronchetti Provera, che peraltro e' stata nuovamente depositata in atti in questa udienza preliminare'.

5 - DIFESA CIPRIANI: DA TRONCHETTI ATTEGGIAMENTO DI CHI NON SAPEVA NULLA...
(Adnkronos) - "L'atteggiamento in aula di Marco Tronchetti Provera e' sempre lo stesso, quello di chi non solo ha saputo dopo ma che, una volta accertati i fatti, si e' rivolto all'autorita' giudiziaria. Ovviamente le domande tendono a dimostrare il contrario".

Ad affermarlo e' Vinicio Nardo, uno dei difensori di Emanuele Cipriani, l'ex investigatore privato fiorentino imputato a Milano nel procedimento sui dossier illeciti per il quale e' in corso l'interrogatorio di Marco Tronchetti Provera. "Il problema vero pero' -aggiunge Nardo- e' accertare se tutte queste attivita' illecite siano state svolte con la consapevolezza degli organi di due aziende che oggi si presentano come parti civili come se fossero vittime del reato".

[16-03-2010]

 

 

PIACENTI NICOLA E STEFANO CIVARDI. Un memoriale trasportato a pelo acqua forse per un disguido non è finito nel romano Porto delle Nebbie, bensì sulle scrivanie di noce dei due procuratori milanesi che stanno liquidando, a colpi di milioni in patteggiamenti, il processo sui dossier illegali riguardanti la Security Telecom e Pirelli.

Ma il papello scritto dall'imputato Emanuele Cipriani, inzuppato di molte domande insidiose sul ruolo diretto avuto nella vicenda da Marco Tronchetti Provera, a sorpresa è finito nel cestino dei due togati. A quanto si deduce, fervidi seguaci, della Dea bendata.

 

Il Gup Mariolina Panasiti, ha ripescato la memoria di Cipriani. E, inforcati gli occhiali, ha deciso di vederci chiaro sullo scandalo Tavaroli&C. Diceva lord Bowen: "Piove sul giusto e piove sull'ingiusto, ma sul giusto di più, perché l'ingiusto gli ruba l'ombrello". 08.03.10

 

TELECOM italia E la TELEFONICA di ALIERTA RESTA ALLA LARGA DALLA FUSIONE - Ancora una volta Il cinese Bernabebè condannato alla trincea

1 - TELECOM ITALIA: ALIERTA (TELEFONICA), NESSUN CAMBIAMENTO NEI RAPPORTI CON TELECOM
Finanzaonline.com
- Telefonica getta acqua sul fuoco della possibile fusione con Telecom Italia. Cesar Alierta, presidente del gruppo spagnolo, ha dichiarato oggi che Telefonica continua a essere focalizzata sulla generazione delle massime sinergie con Telecom Italia ed gli sta bene la quota attualmente detenuta in TI attraverso Telco. "L'attuale partnership industriale è la migliore opzione per i nostri azionisti", ha detto il presidente di Telefonica a margine della presentazione dei conti 2009.

 

2 - ANCORA UNA VOLTA IL CINESE BERNABEBÈ CONDANNATO ALLA TRINCEA
Ugo Bertone per Panorama

Franco Bernabé aveva messo le mani avanti: «Non aspettatevi fuochi d'artificio» dichiarò l'amministratore delegato della Telecom Italia in vista del doppio appuntamento, giovedì 25 e venerdì 26 febbraio, con il consiglio di amministrazione e con gli analisti dedicato ai conti 2009 e, soprattutto, all'aggiornamento del piano industriale.

Ma a lanciare razzi (o fumogeni) alla vigilia dei Telecom day hanno pensato, ancora una volta, i magistrati aprendo il capitolo delle fatture fantasma, tra il 2003 e il 2006, della Sparkle, la rete in fibra ottica di cui lo stesso Bernabé ha cercato invano di vendere, tramite la Mediobanca, una quota di minoranza.

Un fulmine a ciel sereno? Forse no, almeno per lui, perché tra le prime decisioni del manager dopo il rientro alla guida della Telecom Italia ci fu proprio, pare, la cancellazione d'imperio di alcuni contratti della società di «routing» internazionale del gruppo.

 

E poi come interpretare l'intervento dello stesso Bernabé sul Corriere della sera, proprio alla vigilia del blitz della magistratura? Solo una combinazione o qualcosa di più? Di sicuro quella lettera sul tema della corruzione dimostra che Bernabé, protagonista della bonifica in casa Eni ai tempi di Mani pulite, non ha perso il fiuto degli anni buoni, quando, per dirla con il Grande timoniere Mao, capì che se «grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente».

E che in certi casi la cosa migliore è ispirarsi alla saggezza dell'Arte della guerra di Sun Tzu, alla cui lettura l'ha iniziato il fido luogotenente Giovanni Stella: «Chi è prudente, e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso».

 

Anche perché non ci sono scorciatoie per l'ex gruppo monopolista, schiacciato dai debiti, che si aggirano ancora su una cifra di poco inferiore al triplo del margine operativo lordo, e dall'ipoteca di un partner forte come la spagnola Telefonica. Anzi, complice la crisi, la lunga marcia minaccia di durare più del previsto perché, soprattutto nella telefonia mobile, rallentano i ricavi e i margini, pur in crescita percentuale, sono condannati a finanziare l'indebitamento, più che l'espansione.

Insomma, per il terzo anno di fila Bernabé si presenta agli analisti con toni dimessi, senza promettere colpi di scena o novità da prima pagina. Ma ci pensa la cronaca a ridare smalto alla sua leadership di manager che, con la benedizione di Francesco Cossiga, si è addentrato senza scottarsi nei meandri dei servizi segreti.

Altro che vendere una quota della rete internazionale in fibra (375 mila chilometri di cavi sotto gli oceani) per ridurre la massa dei debiti. Oggi, come ai tempi caldi dell'Eni, si tratta di evitare l'ultimo schiaffo per un gruppo che dai tempi della privatizzazione non trova pace: l'onta del commissariamento della Telecom Sparkle, già presieduta da Riccardo Ruggiero. L'ultima eredità dell'era Tronchetti, sottolineano i collaboratori di Bernabé, generale condannato all'emergenza.

 

L'emergenza è il clima in cui del resto si trova a proprio agio perché, in tanto trambusto, come il guerriero di Sun Tzu, può aspirare al risultato massimo: vincere, grazie alla forza dei fatti, senza bisogno di combattere. Già, dopo l'ultima ferita all'immagine della Telecom Italia, chi si sogna di mettere in discussione la leadership del «cinese» di Vipiteno?

Certo, il business plan non esalterà i mercati finanziari. Ma le soluzioni che più piacciono ai mercati finanziari, dalle nozze con la Telefonica a una qualche improbabile separazione della rete che permetta all'ex monopolista di fare cassa, si allontanano sempre di più.

E in questi tempi grami, perciò, ai banchieri e al governo non resta che affidarsi al Bernabé ultima versione, custode ben attento del valore residuo della Telecom Italia, in Italia e Brasile. Meglio lui, insomma, che un'altra avventura destinata magari a concludersi in qualche procura della Repubblica, devono convenire i soci della controllata Telco, Mediobanca compresa, anche se non è un mistero che Cesare Geronzi avrebbe preferito un altro manager più votato a «creare valore», in vista di una bella cessione alla Telefónica (magari dribblando per la terza volta di fila nella storia recente della Telecom il vincolo dell'opa).

 

E lo stesso vale per il mondo politico: nessuno può permettersi il lusso di sbagliare ancora sul fronte delle telecomunicazioni, soprattutto quando si profila uno scandalo che Maurizio Decina, guru italiano delle tecnologie, non ha esitato a paragonare per gravità e profondità all'affaire Worldcom, la madre delle mele marce di Wall Street.

 

Difficile, salvo colpi di scena impensabili (ovvero qualche schizzo di fango sullo stesso Bernabé, che finora vanta uno strepitoso percorso netto in mezzo a tanta melma), trovare di meglio di questo manager che, al pari di Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco, fa parte del ristretto club dei Reviglio boys.

Per questo Bernabé Sun Tzu può tirare avanti, senza incontrare le resistenze che pure aveva messo in conto e che in questi anni si sono fatte sentire, fuori e dentro l'azienda. E dedicarsi, con pazienza, a togliersi alcuni dei tanti sassolini nelle scarpe che gli restano e che spuntano, qua e là, tra le slide di un piano industriale che non promette nulla di sexy, tipo la «media company» di Marco Tronchetti Provera, ma che pure offre qualche spunto di riflessione.

Il revival della rete fissa, che sembrava destinata alla decadenza senza appello, per esempio. Merito, è la diagnosi del team di Bernabé, della decisione di sostituire il marchio Alice, costosa punta di diamante del management precedente (vedi Riccardo Ruggiero, liquidato a suon di milioni al pari degli altri manager della stagione Tronchetti), con il vecchio ma solido brand Telecom, che si è rivelato efficace per rilanciare l'offerta della banda larga.

Anche così, senza fuochi d'artificio, si può salvare il salvabile di quella Telecom ancora condizionata dai frutti di quella scalata che fu «un delitto» e da una stagione torbida e infinita che riempie ancora, in un modo o nell'altro, i mattinali delle procure. Con pazienza cinese, sulla riva del fiume, in attesa che termini la sfilata degli scheletri che spuntano dai tanti armadi della Telecom.

 

 

[27-02-2010]

PREMIATA DITTA SPIONI E GHIONI (TOCCATO IL FONDO, SCAVARE!) - C'è UN FILO ROSSO CHE LEGA E COLLEGA MOKBEL, IL PRINCIPE DEGLI HACKER GHIONI, LA SECURITY DI TAVAROLI E LA FINMECCANICA guidata da Guarguaglini - I dettagli dell’affare stanno tutti in un voluminoso documento di quasi 200 pagine....

Vittorio Malagutti per "L'espresso"

I dettagli dell'affare stanno tutti in un voluminoso documento di quasi 200 pagine. È un contratto di vendita, datato 15 giugno 2007, tra due società. Da una parte la Ikon di Garbagnate Milanese, a pochi chilometri dalla metropoli lombarda, dall'altra la Digint, nata solo un mese prima. Quest'ultima, secondo gli investigatori, sarebbe stata creata dalla banda capeggiata da Gennaro Mokbel, l'organizzatore della colossale frode fiscale in cui sono coinvolti Fastweb e Telecom Italia Sparkle.

sinistra con la giacca chiara Gennaro Mokbel LEspresso Franco Pugliese a sinistra insieme a Gennaro Mokbel LEspresso

Ikon invece è una vecchia conoscenza per gli appassionati delle spy story nostrane. Già perché questa piccola azienda è salita agli onori delle cronache già tre anni fa, quando "L'espresso" se ne occupò nella sua inchiesta sullo scandalo della security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli.

Ikon altro non era che la creatura di Fabio Ghioni, il principe degli hacker, il gran capo del Tiger Team per anni al servizio di Tavaroli, che ha patteggiato una pena di tre anni e sei mesi dopo essere stato arrestato nel 2006 per una serie di incursioni informatiche, tra l'altro contro il giornalista Massimo Mucchetti del "Corriere della Sera". Che cosa racconta il voluminoso dossier contrattuale recuperato da "L'espresso"? Semplice: Ikon ha trasferito alla Digint di Mokbel e compagni tutte le sue tecnologie.

Tra queste, per esempio, un software denominato "IK Spy", cioè una "microspia esclusivamente sviluppata per il mercato Polizia giudiziaria e militare e utilizzata per la lawful interception e l'intelligence interception". Ma poi c'è anche la "Ik web mail" per la "lettura nascosta di caselle di posta elettronica" senza lasciare traccia. Insomma un vero arsenale per operazioni di spionaggio elettronico.

 

Va detto che Ghioni già nel 2002 aveva girato le sue quote di Ikon alla sua compagna Damiana Bernardo, che a sua volta nel 2005 si fa da parte a favore di tale Mario Micucci, un geometra già consigliere comunale negli anni Novanta a Garbagnate per il Pds.

Sarà un caso, ma l'uscita di scena, almeno formale, di Ghioni e della sua compagna coincide con le prime rivelazioni de "L'espresso" sulle attività della security di Tavaroli. Micucci arriva così a possedere una partecipazione del 60 per cento. A chi fa capo invece Digint? Le carte ufficiali dicono che all'epoca dell'operazione con Ikon il capitale era controllato per intero dalla società lussemburghese Financial Lincoln.

 

Secondo gli investigatori quest'ultima sarebbe riconducibile al gruppo di Mokbel. Il colpo di scena arriva nel 2008 quando i presunti truffatori trovano un socio di minoranza per l'azienda fondata da Ghioni. A comprare il 49 per cento di Digint arriva nientemeno che un gruppo di Stato: la Finmeccanica guidata da Pier Francesco Guarguaglini.

 

[01-03-2010]

HASTA LA FINANZIA SIEMPRE! - come è piccolo il mondo! SPY GENCHI INTERCETTA E SCOVA UN FILO ROSSO-COMUNISTA CHE LEGA DILIBERTO AD ACHILLE TORO E A GIANCARLO ELIA VALORI - IL COMPAGNO OLIVIERO AL PROCURATORE NEI GUAI: "TRANQUILLO, TI RESTO AMICO, NON CAMBIA NIENTE"...

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Sinceramente uno si sarebbe aspettato che alla notizia del coinvolgimento del procuratore aggiunto di Roma nell'inchiesta sugli appalti del G8 dove Achille Toro è indagato per corruzione, i più accesi detrattori della toga romana scatenassero il finimondo. E invece no. Al massimo qualche frase di prammatica.

L'ex pm Antonio Di Pietro, che tanto aveva difeso il superconsulente Gioacchino Genchi dopo la perquisizione del Ros disposta proprio da Toro per sequestrare il noto «archivio» con milioni di dati sensibili, sostanzialmente non ha fiatato.

L'ex pm Luigi De Magistris s'è invece limitato a dire che «la questione morale in magistratura non è meno grave della questione morale in politica» e che «Toro è emerso negli atti di Why Not e che nonostante ciò non ha esitato a svolgere indagini sulla stessa inchiesta».

 

Poco o altro dal resto del partito. Non sappiamo se ciò sia dovuto al fallimento della tesi complottistica cara ai supporters Idv che vedeva nel Ros il braccio armato di Toro contro Genchi (quando sono state le indagini del Ros a costringere Toro alle dimissioni), all'imbarazzo per alcune intercettazioni fiorentine che coinvolgono parenti di parlamentari Idv, agli incroci pericolosi dell'ex ministro Tonino con funzionari dello Stato poi arrestati.

 

Sorprende il silenzio assordante dopo gli sforzi profusi per difendere Genchi dalle iniziative di Toro descritto in tempi non sospetti dal consulente siciliano come una toga dalle discutibili frequentazioni, sempre in mezzo a inchieste viziate da gravi fughe di notizie.

Sorprende, perché se uno va a incrociare atti di vecchie inchieste e le risultanze delle indagini telefoniche che il superconsulente ha trasferito nel suo libro («Il caso Genchi, storia di un uomo in balia dello Stato») scopre cose singolari. Una di queste, stona con le avance al popolo viola da parte di Antonio Di Pietro e Oliviero Diliberto, ormai inseparabili, prima al congresso Idv, sabato al comizio in piazza del popolo.

 

Stona perché gli investigatori sono andati a rileggersi carte giudiziarie su Achille Toro dove spunta Diliberto, carte in parte riassunte da Genchi, a pagina 731, con riferimento alle fughe di notizie sul caso Bnl-Antonveneta e ai rapporti del magistrato romano con ufficiali della guardia di finanza e soprattutto con Giancarlo Elia Valori, presidente di numerose società, uno che nella concezione genchiana e grillina della vita è assolutamente da evitare. Il riferimento di Genchi a Diliberto si rifà a una data precisa: 23 dicembre 2005. «Alle ore 23.02 - osserva Genchi - da Cagliari un cellulare intestato al Partito dei comunisti italiani chiama Elia Valori».

 

Genchi dice d'aver scoperto che la sim che chiama è all'interno di un cellulare dove è stata inserita anche un'altra scheda, sempre del Pdci, il cui numero era registrato nelle memorie» di un ufficiale della Gdf «che ha conoscenze davvero ovunque, con l'annotazione "Diliberto". Oliviero Diliberto, l'unico politico che, a quanto pareva di supporre da un'intercettazione tra Achille Toro e Vincenzo Barbieri, era stato invitato a qualcosa: al matrimonio del figlio del procuratore aggiunto di Roma.

 

Che Elia Valori e Achille Toro abbiano pure amicizie in comune, addirittura con l'ex ministro della Giustizia (Diliberto, ndr)? Di certo la presunta amicizia tra Diliberto e il signore delle strade (Valori, ndr) sarà anni più tardi il cuore della polemica scatenata dal deputato Marco Rizzo: che urlerà a tutti la vicinanza tra i due, per via della partecipazione di Diliberto a diverse presentazioni librarie di Elia Valori.

Rizzo, poi espulso dal Pdci, attribuirà la sua cacciata dal partito a queste affermazioni». Ma a quale intercettazione fa riferimento Genchi parlando di Toro e Barbieri? A quella effettuata dalla squadra mobile di Potenza nell'ambito di un'inchiesta sulla massoneria.

 

Toro spiega al collega di come stia per diventare «capo di gabinetto del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi» uno del Pdci, proprio come Oliviero Diliberto che come capo dell'ispettorato si era avvalso delle competenze di Giovanni Ferrara, il superiore di Toro, che nelle vesti di procuratore capo l'altro giorno ha esternato tutta la sua rabbia per le modalità d'azione dei pm fiorentini che hanno investigato su Toro.

L'intercettazione citata da Genchi è lunga. Dopo aver parlato di incarichi ministeriali e caselle da riempire in procura, Toro dice: «(...) io avevo escluso gli interessi per la Giustizia, ti confesso, come lo avevo escluso poi, parlando per altro verso, già all'epoca con Oliviero, e nel... nel... l'ipotesi era comunque di Ettore Ferrara».
Barbieri: «Sì, sì... ».

 

T: «Come capo dipartimento (...). Già avevano fatto un organigramma completo, eh, con Nello Rossi, con un sacco di gente (...). Invece con Mastella gli è saltato tutto, con Amato pure ma in modo un po' diverso insomma. Oh. A questo punto, io stamattina mi sono congratulato con Loris D'Ambrosio per la nomina che lui ha avuto di capo di quell'Ufficio...».

B: «Sì. Achille a te te la posso dire, siccome mi ha chiamato lui per ragioni sue...»
T: «Esatto. Io stamattina l'ho chiamato a lui e l'ho detto al capo mio, che già veramente gliel'avevo detto 15 giorni fa, a me Oliviero l'anno scorso mi chiese di... prima mi chiese un impegno e io dissi: "No, ma guarda..." fra l'altro stavo in un momento in cui le cose erano super impegnate e compagnia, e poi mi precisò: "Guarda che però devo andare a fare io il ministro e quindi... ero interessato ad averti come capo di gabinetto"».

B: «Uhmm».
T: «Dissi: "Oliviero..." che poi è l'unico politico che io ho invitato sinceramente a (inc.) insomma, eh ... E dissi: "Con te è un'altra cosa, insomma, il rapporto è diverso, poi ci conosciamo con le mogli, eccetera, quindi per te vengo senz'altro, non c'è nessun problema". Quando poi ebbi la mia storia a gennaio, da fuori, mi chiamò, mi disse: "Achi', guarda che non è cambiato niente dei nostri rapporti e di quello che ci siamo detti nel tuo salotto". Dico: "Va bene, ti ringrazio"». Un amico vero, Oliviero.

 

 

[02-03-2010]

IL GRANDE OSTACOLO ALLO SCORPORO RETE TELECOM SI CHIAMA TREMONTI: DOVE TROVA IL GOVERNO UNA MONTAGNA DI 10-12 MILIARDI? (CHE PESSIMO SGARBO PER GIULIETTO L'INCONTRO BERLUSCONI-PASSERA)
Mentre si aspettano le decisioni dei magistrati su Fastweb e Sparkle, i riflettori si accendono su Telecom e sulla notizia lanciata oggi da "Repubblica" per lo scorporo della Rete.

L'autore è il giornalista Giovanni Pons che scrive di un faccia a faccia tra Corradino Passera e Silvio Berlusconi durante il quale i due personaggi avrebbero esaminato l'idea che la Rete passi nelle mani di una cordata. Il banchiere ex-McKinsey e il presidente tuttofare sono gli stessi che hanno realizzato il Piano Fenice per l'Alitalia e che adesso vorrebbero trovare una soluzione per il futuro dell'azienda.

È chiaro che la crisi della Spagna e le incertezze dei manager di Telefonica, hanno archiviato l'ipotesi di fusione e la nascita di quella Telecom Europe dove Franchino Bernabè e Cesar Alierta avrebbero dovuto sposarsi per spartirsi il mercato.

Quel progetto era condiviso anche dal capo di TelecomItalia, quel Bernabè che nell'incontro rivelato da "Repubblica" era assente e durante il quale si sarebbe definita "una missione il più possibile industriale per TelecomItalia". Se questo è vero, il rendez-vous tra il premier e il banchiere suona come una presa di distanza e una sconfessione del manager di Vipiteno che è profondamente convinto di essere l'unico depositario di una strategia industriale di cui si cerca da tempo di capire il contenuto.

La mazzata dei magistrati su Fastweb ha messo fuorigioco Stefano Parisi e comunque finirà questa vicenda lo scenario dei player italiani nelle telecomunicazioni è destinato a cambiare. Da qui l'accelerazione impressa da Berlusconi sulla Rete da vendere a una cordata nella quale potrebbero ritrovarsi soggetti pubblici e privati.

Non è affatto chiaro che cosa succederà poi per il resto di una Telecom priva della Rete, ma la fantasia non impedisce di pensare che l'utilizzatore finale potrebbe essere Mediaset. C'è un però, ed è un però grande come una casa, anzi come una montagna di 10-12 miliardi, ed è rappresentato dai quattrini che il governo dovrebbe almeno in parte buttare sul tavolo per lo scorporo.

Di fronte a questa montagna c'è un omino, non troppo alto di statura fisica ma dotato di ambizioni e di grande intelletto che porta il nome di Giulietto Tremonti. È difficile immaginare che l'ex-tributarista di Sondrio accetti la fotocopia del salvataggio Alitalia dove oltre alle banche e ai capitani coraggiosi lo Stato sarebbe chiamato a mettersi sulle spalle il fardello più grande. Questa volta non sarà così.

IL SENSO DEL SOLE 24 ORE PER LE NOTIZIE SU TRONCHETTI DOVERA...
Bankomat per Dagospia - Il Corriere della Sera si sa non e' sempre insensibile alle ragioni dei poteri forti che lo controllano. Ma certo sabato non ha potuto che mettere su sei colonne e quasi a tutta pagina la notizia relativa a Cipriani, ex uomo Telecom, che per gli illeciti spionaggi dei quali e' inquisito ha chiaramente indicato in Tronchetti l'utilizzatore finale. Anzi, i vertici Pirelli e Telecom, per la precisione. La notizia c'e' tutta e il corriere la da' con ampio e doveroso risalto.

 

Titolo: "Cipriani accusa, Tronchetti lo denuncia". Anche se nell'incipit subito si sente il bisogno di precisare che forse Cipriani accusa solo per ingraziarsi i PM e salvare i suoi soldi sotto sequestro. Naturalmente con pari zelo garantista il Corriere non dice ne' insinua che Tronchetti contro accusa Cipriani solo per ingraziarsi azionisti e opinione pubblica...ma lasciamo perdere.

Riserviamo la nostra indignazione per l'articolo del Sole 24ore che alla notizia, parsa cosi importante al Corriere, dedica appena una colonnina a pagina 33. Titolo grandioso:"Tronchetti denuncia Cipriani". Per il Sole la notizia e' tutta li'. Complimenti al Direttore Riotta, chissa' se questi schemi li ha appresi dai suoi maestri del giornalismo anglosassone.

3 - TRONCHETTI DENUNCIA CIPRIANI...
Da "MF" - Il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, come informa in una nota un portavoce della società, «ha dato mandato ai suoi legali di avviare nei confronti di Emanuele Cipriani azioni legali in ogni sede, civile e penale, a tutela della reputazione sua e dei suoi familiari». L'investigatore privato è imputato (insieme a Giuliano Tavaroli, ex capo della security di Telecom e Pirelli) e accusato di una lunga serie di reati, dall'associazione a delinquere al riciclaggio.

 

Nell'udienza preliminare di Milano, Cipriani ha detto che l'attività di dossieraggio illecito serviva all'ex presidente Marco Tronchetti Provera, non indagato nella vicenda. E così il numero uno di Pirelli ha deciso di adire le vie legali.

«Ancora una volta», si legge nella nota, «per necessità legate alle sue strategie processuali e alla volontà di rientrare in possesso del patrimonio che gli è stato congelato», le ricostruzioni di Cipriani tentano di rimettere in discussione quanto già accertato dai magistrati che, «dopo la puntuale verifica della sua condotta e delle dichiarazioni da lui rese in 30 interrogatori», hanno chiesto il rinvio a giudizio «escludendo invece, dopo quasi quattro anni di indagini accuratissime, qualsiasi responsabilità di Marco Tronchetti Provera»

   

18.02.10

 

DOSSIER ILLEGALI: MEMORIALE CIPRIANI (CHE CHIAMA IN CAUSA TRONCHETTI), ATTI AL PM (GUP SENTIRA' TRONCHETTI PROVERA IL 26/2)...
(ANSA) -
Il gup del Tribunale di Milano Mariolina Panasiti ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura della repubblica in relazione alle dichiarazioni spontanee lette da Emanuele Cipriani il quale ha fatto riferimento nelle stesse dichiarazioni ad attività svolte per conto di Marco Tronchetti Provera. "Il giudice Panasiti - ha detto l'avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, difensore di Cipriani - ha trasmesso la dichiarazione del mio assistito in Procura.

Riteniamo che questa iniziativa sia assolutamente corretta in quanto le circostanze lette in aula da Cipriani, se provate, costituiranno certamente motivo di indagine". Lo stesso legale ha chiesto infine che venga convocato il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, in udienza preliminare come testimone.

Il gup del Tribunale di Milano, Mariolina Panasiti, convocherà il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, come testimone nell'ambito dell' udienza preliminare dell'inchiesta sui dossier illegali. "Il gup - ha detto l'avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, legale di Cipriani - ha accolto la nostra istanza dopo le dichiarazione del mio assistito".

 12.02.10

 

 

DOSSIER ILLECITI: CHIESTO PROSCIOGLIMENTO IMMEDIATO PER MARCO MANCINI...
(Adnkronos) - I difensori di Marco Mancini, l'ex agente del Sismi coinvolto nel procedimento sui Dossier illeciti, hanno chiesto il proscioglimento immediato per il loro assistito, dopo che la presidenza del Consiglio ha confermato il segreto di Stato nei rapporti intercorsi tra Sismi, Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Telecom, e l'investigatore privato Emanuele Cipriani.

La richiesta e' stata formulata questa mattina davanti al gup Mariolina Panasiti, contraria si e' detta la procura. Sulla richiesta si pronuncera' il giudice probabilmente all'esito della lunga udienza preliminare in corso a porte chiuse.

TRONCHETTI PROVERA: MAI AVUTO RAPPORTI CON MANCINI...
(Adnkronos) - Il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera ha depositato nei giorni scorsi una lettera in Procura a Milano nella quale sostiene di non avere mai avuto rapporti diretti con Marco Mancini, l'ex agente del Sismi imputato nel procedimento sui dossier illeciti.

Nella missiva Tronchetti Provera non esclude di avere incontrato Mancini occasionalmente in passato ma comunque, sostiene, non ne ha ricordo. Il contenuto della lettera e' stato letto oggi nell'aula dell'udienza preliminare davanti al gup Mariolina Panasiti che ha aggiornato l'udienza al 12 febbraio prossimo.  

 

 

 

 

furbetti del telefonino (L'INNOCENZA SI PAGA!) - Altro che parte lesa, sul dossieraggio selvaggio Pirelli e Telecom sono talmente “innocenti” che patteggiano e pagano la bellezza di 7 milioni e mezzo di euro - E proprio ieri intervista bomba dello spione cipriani: nella Bell, la società Lussembughese di GNUTTI, che controllava parte della telecom, C'era scritto Oak fund: fondo quercia…

1 - L'INNOCENZA SI PAGA

Luigi Ferrarella per "Il Corriere della Sera"

 Tavaroli dall Espresso Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai dipendenti schedati al momento dell'assunzione (circa 4,8 milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7 milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all'accordo che, depositato sabato mattina negli uffici deserti per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, farà uscire le due aziende dall'udienza preliminare sul dossieraggio illecito praticato dalla divisione Security negli anni in cui la guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa di patteggiare 4 anni e mezzo.

In questo modo, sebbene entrambe le imprese quotate in Borsa non intendano ammettere alcuna responsabilità ma si rappresentino come danneggiate dal comportamento di Tavaroli e degli altri manager della sicurezza aziendale che avrebbero reso vani i modelli organizzativi interni anti illeciti, Telecom e Pirelli chiedono di patteggiare l'accusa di corruzione per la quale i pm Napoleone- Civardi-Piacente ne avevano chiesto nel 2008 il rinvio a giudizio in forza della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reati commessi dai propri dipendenti nell'interesse aziendale.

Il dossieraggio illegale con casi anche di intercettazioni non telefoniche ma telematiche, pagato dal 1997 al 2005 con 34 milioni di euro aziendali (11 dei quali sequestrati all'investigatore privato Emanuele Cipriani), si alimentava infatti di molti canali: le risorse societarie utilizzate dalla struttura di Tavaroli per il mercimonio di tabulati telefonici o l'intercettazione di posta elettronica; l'agenzia di investigazione privata di Cipriani; il flusso informativo veicolato da detective privati come Giampaolo Spinelli (ex Cia) e Marco Bernardini (ex Sisde); la pirateria informatica del Tiger Team di Fabio Ghioni in Telecom; le notizie carpite dagli archivi dei servizi segreti grazie ai contatti con 007 (Marco Mancini) e «fonti» italiane (Rossi e Vairello) e francesi (Guatteri); i «profili» stilati dall'ex giornalista di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini. Ma anche, ed è questa l'origine dell'imputazione di corruzione mossa alle aziende in base alla legge 231, le tangenti pagate a poliziotti-carabinieri- finanzieri per gli accessi abusivi alle banche dati del ministero dell'Interno, della Giustizia e delle Finanze.

Per riparare le conseguenze del reato, l'articolo 17 della legge 231 chiede che la società indagata risarcisca integralmente il danno, vanti un modello organizzativo che sia riconosciuto come adeguato a prevenire i reati dei dipendenti, si faccia confiscare il profitto conseguito.

È quello che Telecom e Pirelli hanno preferito fare, rinunciando a giocare nel futuro la lotteria delle tante variabili che pezzo dopo pezzo stanno smantellando l'udienza preliminare: la prescrizione che corre e che ha già cancellato i reati fino al 2003; la legge 2007 di distruzione dei dossier illegali, che dopo la sentenza della Corte costituzionale dell'aprile 2009 rende di scarsissima utilizzabilità gran parte del dvd sequestrato a Cipriani con migliaia di dossier; la recente apposizione del segreto di Stato da parte del premier Silvio Berlusconi sulle circostanze richiamate dall'indagato ex numero tre del Sismi, Marco Mancini; e la possibile approvazione della legge sul «processo breve» anche per le aziende, che estinguerebbe un procedimento la cui richiesta di giudizio non è lontana dai 2 anni.

Così Telecom e Pirelli hanno ciascuna affrontato 400.000 euro come sanzione pecuniaria misurata dalla legge in un numero variabile di quote societarie, versato 100.000 euro come confisca del profitto delle corruzioni; e con 750.000 euro l'una hanno risarcito i tre ministeri tutelati dall'Avvocatura dello Stato, cifra 10 giorni fa rifiutata ma ora accettata dalla presidenza del Consiglio come indennizzo del danno sia diretto sia da responsabilità per fatto illecito dei dipendenti.

In più, nel pacchetto vanno conteggiati i 2 milioni che Telecom e i 2,8 milioni che Pirelli avevano già offerto ai propri lavoratori come risarcimento (3.000 euro a dipendente) per le schedature di massa operate dalla Security al momento dell'assunzione e per asserite finalità antiterrorismo.

Come effetto collaterale della definizione della procedura sulla corruzione ai fini della legge 231, alle vittime del dossieraggio non resterà che provare a intentare alle società per le quali lavorava Tavaroli una causa civile a parte. Telecom e Pirelli restano invece nell'udienza preliminare solo come parti civili costituite contro Tavaroli e Cipriani per l'ipotesi che costoro si siano indebitamente appropriati di soldi delle società, e come responsabili civili rispetto ad altri reati contestati agli indagati.

2 - Cipriani al Fatto: "Tronchetti sapeva tutto dei nostri metodi. Ci chiedeva dossier sui politici che doveva incontrare

Peter Gomez per "Il Fatto Quotidiano"

Guardi, funzionava così. Io, quasi ogni settimana, incontravo a Milano Giuliano Tavaroli e gli illustravo il contenuto delle pratiche. Quando il dossier era particolarmente importante, Giuliano nemmeno mi lasciava finire di parlare, che già era al telefono. Come ho raccontato ai pm chiamava la segreteria di Marco Tronchetti Provera o lui direttamente, visto che in azienda era uno dei pochissimi a poterlo fare. Diceva: 'Dottore sono qui con il fiorentino, ha portato l'esito che aspettavamo, vengo subito'. Poi s'incamminava verso via Negri, dove Tronchetti ha l'ufficio, con il dossier sotto il braccio".

Eccola qui la verità del "fiorentino", al secolo Emanuele Cipriani, 49 anni vissuti nell'ombra tra detective privati, servizi segreti e grandi aziende. E anche se viene da un imputato è una verità scomoda. Perché Cipriani, l'uomo che raccoglieva dossier su esponenti del mondo della finanza e della politica - dai Ds a Forza Italia - e che schedava i dipendenti di Telecom e Pirelli, oggi ha un diavolo per capello.

Ce l'ha con Tronchetti che nell'inchiesta sullo scandalo della security della compagnia telefonica era ed è rimasto testimone. Ce l'ha con i magistrati che "non sono saliti di livello". E che, per giunta, gli hanno sequestrato molti milioni di euro considerati frutto di una gigantesca appropriazione indebita ai danni dell'azienda. Denaro che adesso Cipriani rivuole indietro.

"Perché - protesta - è come se mi dicessero che quei soldi li ho rubati. Ma io i reati che ho commesso, li ho ammessi. Ladro però, no. Era tutto fatturato. E a ogni fattura corrispondeva un codice numerico che rimandava ad una pratica, ovvero ad una attività che poteva essere: lecita, illecita o parzialmente lecita. Un lavoro di cui, oltretutto i vertici dell'azienda e Tronchetti, che adesso fa persino fìnta di non sapere chi sono, erano perfettamente a conoscenza. I miei committenti erano Pirelli e Telecom. Tra i miei clienti, in qualche caso, ci sono stati lo stesso Tronchetti e alcuni suoi avvocati: è tutto riscontrabile".

D'accordo, Cipriani, le cose staranno pure così. Ma lei come fa a sostenere che Tronchetti fosse al corrente dei metodi usati per raccogliere informazioni? Agli incontri tra lui e Tavaroli lei non partecipava...

Sa che cosa sono i disturbatori d'assemblea?

Sì, azionisti che fanno domande scomode. In qualche caso sono persino dei ricattatori...

Esatto, in Telecom ce ne erano molti. Ma alcuni di loro erano delle brave persone. Gente laureata, preparata che, come mi diceva Tavaroli, Tronchetti pativa. Lo puntavano da anni e spesso con le loro domande lo mettevano in imbarazzo.

E allora?
Beh ogni anno Tavaroli mi chiedeva un aggiornamento investigativo sulla loro situazione. Si andava a vedere se c'era qualcosa di negativo su di loro. Li analizzavamo da cima a fondo.

Questo cosa dimostra?
Mi ascolti. Le racconto un episodio che non ho riferito ai magistrati, anche perche sul punto non mi hanno chiesto niente. Sarà stato il 2003 o il 2004, era comunque l'ultima assemblea da me seguita. Tavaroli riceve una telefonata. È Tronchetti che gli dice "Mi raccomando quello là". Si riferiva a un docente calabrese, Gianfranco D'Atri, su cui c'è un dossier molto particolareggiato. Giuliano mi spiega che "quello il Dottore lo patisce".

E lei cosa fa?
Un'attività pesante. Giuliano diceva: "voglio tutto". In assemblea D'Atri verrà anche controllato di continuo, in gergo diciamo mappato, dagli uomini della security d'accordo con i loro dirigenti e alcuni vertici dell'azienda seduti al fianco di Tronchetti.

Non mi pare un reato.
Sì. Ma io ho un colpo di fortuna. Riesco ad affiancargli una mia fonte. Una persona che mi anticipa quasi tutte le domande che farà a Tronchetti. È un'operazione stile servizi segreti, loro la chiamerebbero un'operazione di manipolazione. Nella notte precendente all'assemblea giro le informazioni a un uomo della security che, come mi viene detto, le veicola a Tronchetti. Il risultato è che il dottore risponde a tutto con tranquillità. Insomma fa una bellissima .figura. Mi spieghi lei come poteva pensare che fossero informazioni ottenute lecitamente?

Storiaccia. Ma non chiude il cerchio...
Dice? Io mi sono occupato di business che per Pirelli e Telecom valevano molti milioni di dollari. Le richieste d'informazioni "ordinarie" riguardavano di solito i fornitori o gli aspiranti fornitori: facevamo delle analisi per capire se erano affidabili. In altri casi, chiamiamoli " straordinari ", le richieste erano mirate e dirette ali 'acquisizione di notizie anche strategiche per Pirelli e Telecom. A richiederle erano i cosiddetti "clienti interni". I mega dirigenti, spesso della direzione legale o del personale, che ne parlavano con Tavaroli o gli inviavano delle mail che, a volte, mi girava.

E allora?
Questo dimostra che l'azienda era perfettamente al corrente delle modalità, anche illegali, del mio lavoro. E non solo perché Tavaroli mi diceva che le pratiche più importanti e sensibili riguardavano affari che ovviamente Tronchetti seguiva personalmente. Il punto è che venivano spesso raccolte informazioni di natura bancaria e patrimoniale. E visto che il segreto bancario esiste, mi pare che tutti potessero capire che ci si trovava di fronte a qualcosa d'illecito. Per non parlare poi delle schedature di massa...

Schedature di massa?
Sì, se lo ricorda lo scandalo dei primi anni Settanta sulle migliaia di dipendenti Fiat su cui l'azienda di Torino aveva fatto fare dei dossier?

Certo.
Beh, anche noi avevamo fatto qualcosa di simile. Nelle operazioni Scanning e Filtro abbiamo controllato chi aspirava ad entrare in Telecom e in Pirelli. Controlli anche sui precendenti di polizia. I risultati li mandavo alla security che li girava ai dirigenti del personale.

E i dossier sui politici, invece, a che cosa servivano?
Quello sul sottosegretario alle riforme Aldo Brancher 10 facemmo perché Tavaroli mi disse che il "dottore" doveva incontrare il leader della Lega, Umberto Bossi. E che per questo " Tronchetti aveva bisogno della sponsorizzazione di Brancher". Lui mi spiegò che doveva essere pesante, che doveva sapere tutto di lui. Io così partii da una società off-shore che lo collegava a una serie di operazioni speculative. Da lì sono arrivato andato a finire su di lui.

Ma Tronchetti lesse il dossier?
Quando ne riportai l'esito a Giuliano fu una di quelle volte in cui lui gli telefonò per dirgli "è arrivato il fiorentino, vengo subito da lei". Ma adesso leggo che Tronchetti sostiene di non aver quasi mai visto Giuliano e che Tavaroli si è approfittato della sua fiducia. E il bello è che la magistratura gli ha creduto.

Forse perché Tavaroli nei suoi interrogatori lo ha accuratamente tenuto fuori da tutto. Mentre lo ha tirato in ballo durante sei chiacchierate con Giuseppe D'Avanzo di Repubblica. Si è chiesto il perché di questo atteggiamento da parte di Tavaroli?
Me lo sono chiesto, e non l'ho condiviso. Dico solo che Tavaroli, a distanza di due anni dalle sue dichiarazioni a Repubblica, ha chiesto il patteggiamento e ha chiuso tutto con 4 anni e mezzo di pena. Una pena di fatto già espiata, visto che tre anni sono stati condonati. Insomma forse alla luce del suo patteggiamento la risposta ciascuno se la può dare da solo.

Cosa pensò quando vide le sue affermazioni?
Dopo aver chiuso il giornale, dissi "Finalmente si è deciso a parlare". Siccome ero contentissimo insistetti con i miei avvocati perché andassero in procura dal dottor Fabio Napoleone a chiedere che cosa sarebbe accaduto. Uno dei miei legali mi riferì la risposta: "Io sono qua, se Tavaroli viene lo verbalizzo". Mi cascarono le braccia...

Per lei, quindi, non si è voluto indagare a fondo.
Constato quello che è accaduto. Si potevano sentire molte altre persone da me menzionate come a conoscenza del "modus-operandi" nelle aziende Pirelli e Telecom. Pensi solo ai dirigenti che ricevevano i report sul personale d'assumere. Si potevano fare perquisizioni, per riscontrare le mie dichiarazioni. Mi fa poi riflettere il fatto che le registrazioni di alcuni miei interrogatori sui dossier più sensibili politicamente sono state depositate, ma senza trascriverle. Agli atti ci sono i verbali riassuntivi in cui mancano dei nomi che sono quasi certo di avere fatto.

 Cosa intende dire?
Le faccio un esempio: il dossier su Lorenzo Cesa, il segretario dell'Udc. Durante un interrogatorio il dottor Napoleone mi dice sorridendo che per certi versi ho anticipato delle situazioni che poi sono emerse nelle indagini di Luigi De Magistris Poseidone e Why Not. Io gli ho risposto, con altrettanta simpatia: "Ha visto perché mi pagavano bene? Perché dicevano che ero bravo". Lui si è messo a ridere. Ma era la verità. La procura però per capire perché mi era stata commissionata l'indagine avrebbe dovuto prendere l'agenda di Tronchetti, come avevo suggerito, mi pare ovvio.

Anche il dossier Oak, quello su presunti conti esteri dei Ds fu disposto in vista di un appuntamento politico?
No, quella fu un'inchiesta lunghissima. La chiese Tavaroli per Tronchetti in occasione dell'acquisto del pacchetto di maggioranza di Telecom, insomma subito dopo il suo ingresso.

Tavaroli ha detto a verbale che si era partiti perché si credeva che Oak Fund riguardasse dei dirigenti di Telecom.
No, le dico come è andata. L'ho già detto ma nessuno mi ha creduto. Lui mi chiama e mi dice che devo rientrare dalle ferie "perché il Dottore ha comprato Telecom" . Siamo a fine agosto 2001. Tavaroli ha II Sole 24 ore sul tavolo. Prende la penna e dice guardando la composizione di Bell, la società Lussembughese, che controllava parte del capitale: questi sono loro. C'era scritto Oak fund: fondo quercia. Io dico 'ah bene, è uno scherzo? ', lui mi dice ' no io ho contezza che sono loro. Il Dottore vuole sapere chi ha in casa'. E io esco con l'articolo in mano, chiedendomi: e adesso come faccio a partire?

Già, come ha fatto?
Come quasi sempre. Dall'inizio, analizzando le notizie su fonti aperte e banche dati accessibili a tutti. Se ci fossero qui i mie faldoni anche lei se ne renderebbe conto. Chiamai a rapporto le mie fonti, tra cui la mia fonte principale per operazioni internazionali, il famoso investigatore inglese "John Poa" e siamo andati avanti gradino per gradino. Abbiamo fatto più di 10 report, con altrettanti schemi riassuntivi, perché il Dottore voleva solo schemi ed "executive summary", Tavaroli me lo diceva sempre. Il lavoro che fai, lo fai bene. Ma i documenti me li metti dietro. Ed è così venuto fuori un sistema finanziario di altissimo livello. Le famose società finanziarie...

Il problema, hanno scritto i giornali, è che l'ultimo documento, quello decisivo, è macchiato.
No, non è l'ultimo documento. E' un documento, allegato a uno degli ultimi "executive summary", ottenuto da una fiduciaria estera di un paese off-shore. Ma è su carta intestata e dentro viene lasciato il corpo. Insomma si legge una frase, se ricordo bene, del tipo: secondo la vostra richiesta vi diciamo che dietro questo conto ci sono queste persone. Poi sono macchiate solo le firme degli amministratori della fiduciaria.

Quindi potrebbe essere falso...
Me lo ha detto anche il dottor Napoleone. Ma io gli ho risposto: peccato che negli ultimi report, tra documenti bancari, telex e carta con le firme macchiate ci saranno una trentina di allegati. Ipotizziamo che mi abbiano truffato al 50 per cento, ma mi pare che basti. E poi tenga conto che le mie fonti sono persone con cui ho lavorato per più di dieci anni e non mi hanno mai dato un'informazione sbagliata. Le stesse aziende Pirelli e Telecom ne hanno certificato l'affidabilità.

Che cosa vuoi dire fonti certificate ?
Significa che ci sono stati dei dirigenti costretti alle dimissioni sulla base dei miei dossier. Dirigenti che oggi non si sono costituiti parte civile contro di me. Eppure in quei fascicoli si parla di loro conti esteri; di bonifici bancari oltre frontiera, insomma di infedeltà aziendale. È tutta gente che è stata dimissionata con tanto di lettera di benemerenza di Tronchetti. Insomma, erano Telecom e Pirelli che mi confermavano che le mie fonti erano buone, perché quei dirigenti erano stati visti "in difficoltà" da Tronchetti. E allora, se erano buone quando io facevo cacciare i dirigenti, perché non dovevano essere buone su Oak?

Le polpette avvelenate si vendono anche così...
Certo, però io ho trenta allegati....

Solo che ora nessuno per legge può indagare per sapere se il contenuto dei dossier era falso o meno. Nel 2006 il parlamento con una legge bipartisan ne ha ordinato la distruzione..
Interviene Francesco Caroleo Grimaldi, avvocato di fiducia di Cipriani, assieme a Vìnicio Nardo: "Sulla base dei dossier non si può aprire un'indagine. Ma sulla base delle dichiarazioni del nostro assistito si. E infatti ci lascia interdetti che oggi si colpisca l'autore delle investigazioni e che viceversa restino immuni chi ha dato l'incarico delle investigazioni e i soggetti destinatari di ipotesi di reato oggetto delle investigazioni". Cipriani continua: "Io penso che se era difficoltoso fare le verifiche sull'estero, c'era abbondante materiale su persone fisiche e societarie italiane che avevo individuato come fiduciari italiani, alcuni dei quali addirittura lombardi. Queste cose andavano verificate."

Credo di sì, anche se in procura spiegano che i fatti contenuti nel suo dossier non erano recenti. E che l'eventuale ipotesi di reato, la violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, era già caduta in prescrizione. Comunque, Cipriani, le informazioni sui Ds a che servivano?
Tavaroli diceva che le avrebbe gestite il dottore nelle sue attività romane. Perché Telecom, sosteneva, era un patrimonio romano ed un "feudo " di una certa area politica. Io ne prendevo atto e pensavo che loro volessero sapere come gira la musica per avere argomenti di interlocuzione.

Un ricatto?
In carcere i magistrati mi hanno chiesto: "ma voi chi ricattavate?". Ho risposto io nessuno e sfido chicchessia a dire se è mai stato ricattato da me. Le pratiche non erano per me, ma per chi le commissionava: lo chieda a loro. Comunque io, con tutto quello che penso di Tronchetti, sono convinto che non sia un ricattatore. Certo, però, che conoscere le notizie serve: si dice da sempre che l'informazione è potere.

Lei aveva anche legami di amicizia e lavoro con Marco Mancini, il capo del controspionaggio...
Sì, da quasi trent'anni. Ma su questo, oggi, c'è il Segreto di Stato. Posso dire, come ho già fatto con la procura, dopo aver chiesto ai magistrati che s'informassero se potevo rispondere, che ho fatto delle attività per conto del Sismi. A verbale ho parlato di due operazioni perché ritenevo, e ritengo, che non ponessero problemi si segretezza anche se erano riservate. Del resto non ho parlato. Comunque la mia collaborazione col servizio risale all'epoca del colonnello'Umberto Bonaventura. Era un supporto finalizzato all'attività informativa, operativa e logistica italiana ed estera. Il mio interlocutore di solito era Mancini anche perché io avevo delle fonti che lui non aveva.

Così tra legge che impone la distruzione dei dossier, il segreto di Stato, i silenzi di Tavaroli e quelli della stampa di queste storie nessuno parla più...
I poteri forti esistono. Quando Tavaroli, nelle sue dichiarazioni a Repubblica ha descritto il network "romano" che può influenzare strategie e decisioni di rango politico ed economico, sulla base di quanto mi narrava, ritengo avesse ragione. Tronchetti ha giocato bene le sue carte. Ha trovato i canali attraverso cui poteva essere ascoltato. La situazione è questa. E il fatto che sia diventato vice-presidente di Mediobanca dopo aver lasciato Telecom, per me, la dice lunga. Comunque facciano come credono.

A me importa solo che non mi facciano passare per un ladro. Le mie società non erano una cartiera, non facevano fatture false. Lavoravano per Pirelli, Telecom e per le migliori industrie italiane, con un portafoglio clienti di tutto rispetto. E io oggi voglio solo indietro quello che mi spetta.

[01-02-2010]

MI FAI UN Baffino! - Appena comprata (a debito) Telecom, Tronchetti chiede a Tavaroli & Cipriani di scoprire chi c’è dietro il “Fondo Quercia” (Oak Fund) - Nell’archivio Zeta c’è un faldone “alto più di una spanna”, Cipriani parla di “un noto esponente politico”. Tavaroli cita esplicitamente Piero Fassino - L’ex segretario Ds ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata - Del dossier Oak esistono diverse copie. E prima o poi il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica...

Da "Il Fatto Quotidiano"

Quelli della security Telecom lo chiamavano il "dossier Baffino", e non bisogna essere degli straordinari investigatori per capire il perchè. Era una delle pratiche scottanti dell'archivio Zeta di Emanuele Cipriani, che insieme a decine di altri fascicoli su politici ed esponenti della finanza, per mesi hanno dato l'impressione di condizionare l'attività del parlamento.

Quando, per esempio, l'ex capo del controspionaggio Marco Mancini racconta di aver illustrato, su ordine dell'ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, il contenuto di due di essi a Nicola Latorre (Ds) e Lorenzo Cesa (Udc) - i quali però negano - immediatamente viene presentato un emendamento (poi ritirato a causa delle polemiche) per introdurre nella riforma dei servizi segreti una norma che avrebbe salvato dai processi sia Pollari che Mancini.

Le carte di Cipriani insomma scottano. Anche se nessuno può dire se le informazioni in esse contenute siano esatte o meno. Le indagini su queste notizie sono infatti state vietate per legge già nel 2006. Il mistero più grande riguarda comunque il caso "Baffino", cioè un faldone alto più di una spanna, in cui sono contenuti gli accertamenti sugli azionisti di Bell, la finanziaria lussemburghese al centro della scalata a Telecom da parte dei "capitani coraggiosi" di Roberto Colaninno. Era il 1998, al governo c'era Massimo D'Alema dal cui arrivò il via libera all'operazione. Tra chi controllava il capitale di Bell c'era però anche il misterioso Oak Fund (Fondo Quercia).

Nel 2001, quando in Telecom arriva Tronchetti, parte così l'operazione "New Entry" o "Operazione Fondo", condotta da Cipriani per capire chi si nascondesse dietro. Cipriani durante le indagini, in un suo verbale riassuntivo dice il 28 marzo del 2007, che uno degli ultimi documenti raccolti macchiato sulle firme) indicava come dietro tutta la complessa operazione ci fosse "un noto esponente politico".

Giuliano Tavaroli, in una serie di dichiarazioni a La Repubblica, parla invece esplicitamente di Piero Fassino. L'ex segretario dei Ds, nell'estate del 2008, ha per questo annunciato una querela che però a Tavaroli non è mai stata notificata. Forse anche perchè Guido Calvi, storico avvocato della Quercia, sentito qualche settimana fa da Il Fatto spiega di non aver ricevuto un mandato in proposito.

Il mistero, insomma, resta fitto. E l'unico fatto certo è che la norma approvata per distruggere i dossier di Cipriani è servita solo ad evitare le indagini. Stando a quanto risulta a il Fatto Quotidiano almeno del dossier Oak esistono altre copie. E prima o poi, vero o falso che sia, il suo contenuto tornerà ad avvelenare la politica.

[01-02-2010]

OAK FUND MISTERY - Malagutti svela sul Corriere della Sera (13 aprile 1999) i segreti del Fondo Quercia - Dalle Cayman Islands alla Svizzera. Tra i soci di Giorgio Magnoni anche Rossi, ex Campari - il promotore dell'Oak fund figura tra gli amministratori della Intek, societa' quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata dall'Olivetti allora guidata da De Benedetti - L' investimento passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell'intero gruppo di Ivrea...

Vittorio Malagutti per Corriere della Sera (13 aprile 1999)

L' indirizzo e' esotico quanto basta per un villaggio vacanze: West Bay road, Grand Cayman Islands, Indie occidentali britanniche. + questo il recapito dichiarato dell' Oak fund, importante finanziatore di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti nella loro scalata all' Olivetti. Tanto importante da comprare il 5,92 % della finanziaria Bell di Lussemburgo, principale azionista del gruppo di Ivrea con una quota di capitale del 13,84 % .

Ma per chi cerca informazioni su questo fondo d' investimento nato al sole delle Antille, e' inutile bussare a quella porta. L' indirizzo di West Bay road corrisponde agli uffici della Citco services, una vera multinazionale dei servizi finanziari off shore, con filiali nei piu' diversi paradisi fiscali. "Tra gli amministratori dell' Oak fund c' e' Giorgio Magnoni", ha dichiarato Gnutti in una recente intervista al Corriere.

Magnoni e' un cognome noto nel mondo della finanza internazionale. Se non altro perche' Ruggero, fratello di Giorgio, e' uno dei manager di punta della Lehman, la banca d' affari statunitense che sin dai primi passi dell' operazione assiste Colaninno nel suo attacco a Telecom.

E allora, per trovare qualche informazione utile, conviene lasciare il sole delle Antille per spostarsi nel meno esotico Canton Ticino. Qui, nel paesino di Manno, non lontano da Lugano, che Giorgio Magnoni tira le fila dell' International technology innovation (Iti), una societa' registrata a Rotterdam in Olanda. E insieme a Magnoni, ai vertici di Iti siede Antonio Rossi, un manager abituato a muoversi ben lontano dai riflettori della cronaca.

Fino a pochi anni fa pero' Rossi, 40 anni circa, controllava il 40 % del capitale della Campari, forse uno dei marchi piu' noti dell' industria italiana. Antonio Rossi gestiva il patrimonio di famiglia insieme al padre Erinno, alla madre Angelina e alla sorella Erinna.

Nel 1994, quando nell' azienda del bitter entrarono come soci forti gli olandesi della Bols, i Rossi preferirono farsi da parte incassando un assegno che a quei tempi, in mancanza di notizie certe, venne stimato intorno ai 400 miliardi. Da allora Antonio Rossi si e' impegnato in numerosi investimenti in campo finanziario e immobiliare e Giorgio Magnoni e' da tempo uno dei suoi partner abituali.

Tra le iniziative della coppia di finanzieri ci sarebbe anche l' Oak fund, che, nato qualche anno fa, col tempo ha raccolto adesioni di altri investitori. Del resto lo stesso Giorgio Magnoni vanta molteplici attivita' anche in Italia, alcune di queste insieme al fratello Ruggero.

Tra l' altro il promotore dell' Oak fund figura tra gli amministratori della Intek. Quest' ultima e' una societa' quotata in Borsa che fino a pochi anni fa si chiamava Teknecomp ed era controllata proprio dall' Olivetti allora guidata da Carlo De Benedetti. L' investimento passo' inosservato: nessuno a quei tempi pensava che un giorno Magnoni avrebbe addirittura partecipato alla scalata dell' intero gruppo di Ivrea.

[01-02-2010] 

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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ATTENZIONE AI RISCHI DELL'EOLICO

 

RIFIUTI ED EMISSIONI 0

 

 

 

 

Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL PROF.UGAZIO clicca qui

La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

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Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

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Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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