SCALOJIA
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

1)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

2) Processo MPS 1 e 2 SIENA MI .

3) PROCESSO A TORINO A CARICO AMMINISTRATORI SEAT

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE PER UN

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

 

 

SI ACCETTANO ISCRIZIONI

STATUTO

mailto:nuovomodellodisviluppo@email.it

  

 

FRA GLI OBETTIVI :

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN  

6) COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DEGLI AZIONISTI NEI PROCESSI PER REATI SOCIETARI

 IL 31.10 15  la sentenza del PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT ha ammesso il danno per i soci Parmalat .     

SENT CRAGN MOTIV 1 MOTIV 2 MOTIVAZ 3

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE:

NO-ISIS.cloud

www.no-isis.cloud

per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

SI ACCETTANO ISCRIZIONI : STATUTO

PROGR ELET

scrivere a :

mailto:no-isis@outlook.con

@mbnoisis

www.facebook.com/No-isiscloud-1713403432283317/

obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

 - PER AFFRONTARE LA CRISI DEI PROFUGHI, L’ITALIA HA GIÀ SBORSATO 8,4 MILIARDI - INSIEME ALL’EMERGENZA TERREMOTO, PUO’ MANDARE ALL’ARIA I PIANI DEL GOVERNO SUL DEBITO PUBBLICO - DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO OLTRE 7 MILA I PROFUGHI SBARCATI IN ITALIA: DI QUESTO PASSO SI BATTERÀ OGNI RECORD

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Mario Sensini per il “Corriere della Sera”

 

Ieri le motovedette della Guardia costiera ne hanno sbarcati 623: 251 a Porto Empedocle e 372 a Lampedusa. Stamattina è attesa ad Augusta la Nave Acquarius, con a bordo altri 783 migranti. Negli ultimi due giorni ne sono stati soccorsi nel mare del Canale di Sicilia, e accolti in Italia, circa 1.600.

 

Ieri la Marina libica ne ha bloccati altri 400 a poche miglia da Sabrata, e nonostante gli accordi tra Tripoli ed il governo italiano, criticati anche dalla Cei, e i nuovi impegni presi dai leader europei al vertice di Malta, il flusso dei disperati dalle coste libiche verso il nostro Paese non si arresta.

 

SPESA RECORD

Dall' inizio dell' anno sono oltre 7 mila i profughi sbarcati in Italia, e di questo passo si batterà ogni record. Quello dei migranti accolti (176 mila nel 2016), ma anche quello della spesa pubblica necessaria per il soccorso e l' accoglienza, che secondo il governo contribuisce in modo determinante, insieme all' emergenza dovuta al terremoto, a mandare fuori linea il debito pubblico. Fino al punto di spingere Bruxelles a valutare una procedura d' infrazione alle regole sui conti pubblici. Il che sarebbe una doppia beffa per l' Italia, che da anni lamenta lo scarso impegno degli altri Paesi nel fronteggiare i flussi migratori.

 

 

In un rapporto appena inviato alla Commissione Europea sui "fattori rilevanti" che influenzano l' andamento del debito pubblico, il ministero dell' Economia sottolinea che quest' anno la spesa per l' immigrazione rischia di arrivare al record storico di 4,2 miliardi di euro. Nel 2016, al netto dei contributi della Ue (che sono stati pari ad appena 120 milioni) sono stati spesi 3,3 miliardi. Per il 2017 ne sono stati stanziati 3,8 e senza tener conto dei 200 milioni del «Fondo per l' Africa» per investire nei Paesi da cui partono i flussi di immigrazione più importanti.

 

Ma quella prevista in bilancio è una cifra che «se il trend degli ultimi mesi dovesse continuare», si legge nel Rapporto, potrebbe crescere di altri quattrocento milioni.

La crisi costa 8 miliardi Si spenderà il triplo rispetto alla media degli anni tra il 2011 e il 2013, prima dell' esplosione della crisi migratoria: tra 2,9 e 3,2 miliardi in più. Se poi si considera la maggior spesa in termini cumulati la dimensione dei costi sostenuti dall' Italia per l' emergenza assume proporzioni gigantesche. Secondo il ministero dell' Economia, dal 2014 al 2017 lo Stato avrà speso tra 8 e 8,4 miliardi di euro in più rispetto al periodo 2011-2013.

 

Così cresce il debito L' Italia pretende che questa spesa sia considerata «eccezionale» e dunque non conteggiata nel calcolo del disavanzo annuale monitorato per verificare il rispetto degli impegni di bilancio. La Commissione, però, è disposta a riconoscere come «eccezionale» non tutta, ma solo la spesa eccedente rispetto all' anno prima. In ogni caso, che pesi o meno sul deficit pubblico, la spesa si scarica sul debito.

 

Nel 2017, sottolinea il rapporto, la spesa per l' accoglienza è stimata in 2,3 miliardi di euro (1,9 l' anno scorso), quella per il soccorso in mare e i trasporti sarà pari a 860 milioni di euro (nel 2016 furono 913).

L' assistenza sanitaria costerà 250 milioni, l' educazione (nel 2016 sono arrivati anche 26 mila minori non accompagnati) 310 milioni.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967-cover.pdf

 

 

 

TEMI STORICI :

 

IL 16.11.19 alle ore 18 nella CHIESA S.MARIA GORETTI SI TERRA' LA MESSA IN COMMEMORAZIONE  DI EDOARDO AGNELLI

VEDI QUI LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

 

Agnelli Segreti puntata 1 "Il silenzio" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=GluwLstPQVk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Perché nessun giornale e nessuna televisione ha mai parlato di quello che accadde veramente poco ...

 

Agnelli Segreti puntata 2 "Il rendiconto" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=0NFdL6Pky2U
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

I momenti precedenti la morte dell'Avvocato, le stanze di villa Frescot precluse a Margherita, il muro di ...

 

Agnelli Segreti puntata 3 "La Dicembre" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=qUSrkoqsznk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Il primo colpo di scena ai danni di Margherita riguarda la decisione di sua madre Marella, che non ...

 

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=YdFSP0y_Zd4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera di Commercio di Torino" - Gigi Moncalvo ...

 

Agnelli Segreti puntata 5 "Le lettere segrete"- Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dVa9RYIuKbs
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Puntata dedicata alle lettere più "segrete" e riservate della storia del patrimonio di Gianni Agnelli ...

Agnelli Segreti puntata 6 "Nei paradisi fiscali" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dV13XpJ7Hg4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli continua la sua ricerca di informazioni sul patrimonio di suo padre custodito all ...

 

Agnelli Segreti puntata 7 "Grande Stevens non poteva non ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=NRk5wky5pU8
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli entra in possesso dei documenti di una importante ... puntata 7 "Grande Stevens ...

 

Agnelli Segreti puntata 8 "Condizioni inaccettabili" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=-_ctVS2R8KA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

In questa puntata Margherita Agnelli, nel suo esposto alla magistratura, illustra lo “strano” comportamento ...

 

Agnelli Segreti puntata 9 "Estorsione" e "truffa"? - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=lu4AwXQ0mQE
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

L'esposto alla magistratura di Margherita Agnelli ci rivela e illustra i retroscena della spartizione del ...

 

Agnelli Segreti puntata 10 "I due accordi capestro" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=Kec3oy8jJVA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli scrive una lettera a sua madre nel tentativo estremo di riallacciare i rapporti e ...

 

Agnelli Segreti puntata 11"Niente pace, solo guerra..." - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=OBEwZqMvE4A
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita aggiunge una sua postilla autografa all'accordo transattivo con sua madre: "Accetto, ma ...

 

 

 

DOPO E.A RAFFAELLO BUCCI

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-be95167b-3325-4adb-9ff1-90ad235c26c4.html

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI:

IL 16.11.17 Gigi Moncalvo ha scritto:
"Il 15 novembre di diciassette anni fa moriva Edoardo Agnelli, unico figlio maschio e uno dei tre legittimi eredi (insieme a sua madre Marella e a sua sorella Margherita) di Gianni Agnelli. E quindi del gigantesco impero economico e, soprattutto, dell’immenso patrimonio (specie all’estero) accumulato dal defunto, scomparso il 24 gennaio 2003, poco più di due anni dopo suo figlio. Anche in questa ricorrenza sarà possibile verificare come sia stato completamente cancellato il figlio “scomodo” dell’Avvocato, a partire da alcuni esponenti di quel poco che resta dell’ex Royal Family. Da anni nessun necrologio, nemmeno sui giornali della Casa, nessuna breve notizia per ricordarlo, nemmeno una messa celebrativa. Anche quest’anno solo un mazzo di fiori inviati dalla sorella nella tomba di famiglia del cimitero di Villar Perosa, e una messa celebrata col rito greco-ortodosso nella cappella di casa Agnelli-De Pahlen ad Allaman sulle rive del lago di Ginevra.
A parte questo, nemmeno un tweet (a meno che non lo scriva dopo aver letto questo articolo) di Lapo Elkann, nipote di Edoardo, che in genere è un prodigo e instancabile facitore di cinguettii telematici. Niente neppure sul sito ufficiale della Juventus, di cui Edoardo era stato consigliere. Ma in questo caso è in buona compagnia, poiché da lungo tempo il club bianconero ha dimenticato perfino di ricordare il famoso e vero “Avvocato dell’Avvocato” – altro che Franzo Grande che si è auto-attribuito questo appellativo… - , cioè Vittorio Chiusano (scomparso nel periodo tra la morte di Gianni, prima, e poi di Umberto Agnelli), per anni consigliere, poi vicepresidente e, dal 1990 al 2004, presidente della società calcistica (con lui vivo “Calciopoli” sarebbe andata ben diversamente…)
UN MOVENTE MAFIOSO - Questo anniversario della morte di Edoardo Agnelli coincide con una notizia clamorosa che, in qualche modo, rende ancora più fitto ma finalmente tenta di svelare il mistero che circonda quell’avvenimento, aprendo nuovi scenari finora sconosciuti: la comparsa in scena di un movente e di una esecuzione mafiosa. Finora sulla morte di Edoardo gli interrogativi erano questi. Fu un suicidio, come si è voluto ostinatamente far credere arrivando perfino a occultare molte verità e molti dati di fatto? Un suicidio eventualmente procurato, e da chi? Oppure, tesi fino al momento meno probabile, si trattò addirittura di un omicidio? La lacunosa e quasi inesistente inchiesta venne condotta superficialmente sia dalla Procura della Repubblica di Mondovì (il corpo di Edoardo venne trovato nei pressi di Fossano, ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona), sia dalla Digos di Torino (che “dimenticò” perfino di sequestrare le videoregistrazioni delle telecamere del perimetro di Villa Sole, la casa di Edoardo nella collina torinese, e interrogò in modo blando gli uomini della scorta accontentandosi di una versione scritta, prefabbricata e identica, predisposta dal Gruppo Orione, cioè la security della Fiat). Tutto ciò ha messo una pietra tombale sulla ipotesi di reato su cui l’allora Procuratore di Mondovì, Riccardo Bausone (da tempo in pensione) aprì un fascicolo: “istigazione al suicidio”. Un titolo cui non corrispose alcun atto concreto. Infatti, in questa direzione sarebbe stato ovvio interrogare per primi i genitori di Edoardo, la sorella Margherita, il cognato Serge de Pahlen (con cui quel giorno fatale ci doveva essere un incontro a Torino), lo zio Umberto Agnelli e l’altro zio (l’editore Carlo Caracciolo, con cui ci fu un’ultima telefonata prima della morte), e anche i due stretti collaboratori di Gianni Agnelli, cioè Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che avevano avuto e avevano contatti con lo scomparso, specie il primo in ambito IFI. Invece niente. Non solo, ma a contribuire alla tesi del suicidio erano stati in questi anni certi atteggiamenti della famiglia o comunque degli ambienti Fiat che, specie nelle versioni accreditate dall’ufficio-stampa, enfatizzavano la versione “ufficiale”, manipolavano notizie di agenzia, “suggerivano” interviste con parenti ed esperti di parte, e stroncavano (non è dato sapere su ordine di chi…) ogni tentativo serio di arrivare alla verità e di mettere in dubbio ciò che si è voluto far credere per diciassette anni instillando nell’opinione pubblica solo la parola “suicidio”.
CINQUANTA LACUNE NELL’INDAGINE - Nel mio introvabile libro “Agnelli Segreti” (lo potete acquistare su www.gigimoncalvo.it), dopo aver esaminato con attenzione il fascicolo giudiziario che era secretato, avevo ricostruito una cinquantina di punti oscuri che erano in forte contrasto con la tesi del suicidio. Per cui, conclusi, che era ed è meglio definire il tutto con l’unica cosa certa: la morte di Edoardo. Dopo aver letto quella parte del mio libro, e alcuni documenti successivi, Margherita Agnelli aveva inviato un dossier (insieme al fascicolo giudiziario) ai suoi legali per esaminare se fosse possibile chiedere la riapertura del caso, un po’ come è avvenuto a Siena in tempi recenti e per un lasso di tempo più vicino alla morte, da parte della vedova di Davide Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi, anch’egli scomparso a seguito di un misterioso “suicidio”. Dopo l’archiviazione da parte della Procura di Siena, ora, dopo una inchiesta condotta dalle “Iene”, la Procura di Genova (competente per le indagini sui magistrati senesi) non ha riaperto le indagini, ma solo un fascicolo, senza però alcuna ipotesi di reato. Ma, nel caso di Edoardo, l’apporto che avrebbe potuto dare un’inchiesta tv non c’è mai stato (a parte un encomiabile tentativo qualche anno fa nel programma “Complotti” di Giuseppe Cruciani). Ed è andato semmai in senso contrario, come dimostra uno scambio di e-mail con la Procura di Mondovì, allorché “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, allo scopo di visionare i documenti secretati e di filmarne alcune parti, scrisse al magistrato: “Dal fascicolo (dov’è vero che emergono alcune lacune nell’indagine svolta) il nostro medico legale neutrale sosterrà l’ipotesi della caduta in piedi (dal tipo di fratture riportate e dall’altezza rilevata dopo la caduta che risultava 20 cm in meno) confermando in sostanza l’ipotesi del suicidio”. Era incredibile: prima ancora di esaminare il fascicolo e farlo leggere ai loro “esperti”, i responsabili del programma avevano già una tesi sostenuta dal «nostro medico legale», ovviamente “neutrale”: dirà che non ci sono dubbi, Edoardo si è suicidato. E aggiungerà perfino che uno dei punti più “strani” dell’esame così poco approfondito del cadavere (scrissero una misura di 20cm inferiore all’altezza reale di Edoardo…) verrà spiegato così: Edoardo è caduto «in piedi», e a causa del violento impatto, il suo corpo si è accorciato di 20 centimetri! Ecco risolto “scientificamente” il mistero dell’errata indicazione da parte del medico legale di Fossano. Prima di morire Edoardo era alto 1,90cm, dopo la morte è diventato un metro e 70 (anche se nel referto medico, sbagliato, c’è scritto 1,75 e quindi “l’accorciamento” sarebbe stato di 15cm). Davvero interessante, per quello che era stato annunciato come un «documentario anglosassone» dal «linguaggio asciutto».
NON CI SONO IMPRONTE - Margherita Agnelli si è affidata a un pool di investigatori italiani e stranieri. I quali sono partiti da un dato: nel rapporto della polizia scientifica di Cuneo, che ha esaminato l’auto di Edoardo (una Fiat Croma grigio metallizzata, targata TO66917V appartenuta a Gianni Agnelli e su cui era montato un motore Peugeot), emerge un dato incredibile, e mai utilizzato come spunto per ulteriori indagini: “Sulle superfici esterne dell’autovettura” non sono emerse “linee di impronte papillari latenti”. Vale a dire: non c’era nessun impronta digitale. Né sulla maniglia, né sul comando di apertura del portellone posteriore (che era aperto). E nemmeno all’interno dell’abitacolo: né sul volante, né sulle chiavi di accensione, né sulla leva del cambio, né sui tasti del telefono, né nella bottiglia d’acqua accanto al posto di guida. Com’è possibile che non ci fossero impronte, dato che Edoardo non indossava mai i guanti? Trentatré fotografie documentano il lavoro della scientifica. Esaminandole con strumenti sofisticati, gli investigatori privati hanno tratto una sola conclusione: tutte le impronte sono state cancellate. Si è trattato quindi, almeno per questo aspetto, di un lavoro compiuto da esperti criminali che potrebbero aver portato l’auto sul viadotto e l’hanno poi ripulita? C’era anche Edoardo su quell’auto e da lì qualcuno lo ha lanciato nel vuoto? Gli investigatori hanno elencato una serie di elementi che potrebbero far pensare a questo. Era difficile per Edoardo parcheggiare così bene l’auto, scendere, armeggiare per salire sull’alto guard-rail tipo jersey, e gli era impossibile muoversi con agilità dato il peso che egli aveva raggiunto e la necessità di far uso di un bastone per una recente caduta in Scozia. Possibile che fosse riuscito a salire da solo su quella barriera e a scavalcarla senza che nessuno delle centinaia di automobilisti che transitavano sulle due carreggiate dell’autostrada notasse nulla?
IL MOVENTE MAFIOSO? – Se la evidente e incontestabile cancellazione delle impronte su tutte le superfici dell’auto rivelava un lavoro di autentici professionisti del crimine, occorreva ripercorrere alcuni avvenimenti accaduti nel gruppo FIAT e cercare di contestualizzarli con un eventuale movente plausibile avente come bersaglio proprio Edoardo, uno degli anelli più deboli della famiglia. Sono stati incrociati numerosi dati e controllate moltissime circostanze specie di carattere finanziario. Gli investigatori si sono soffermati su una vicenda del 1997, allorché IFIL Spa, la società di investimento controllata dagli Agnelli (tramite l’IFI), con un portafoglio di 5 miliardi di odierni euro, gestita da Umberto Agnelli e Gabriele Galateri di Genola, portò a compimento una strana operazione in uno dei settori-chiave delle sue partecipate (che spaziavano su oltre cento società, nel settore bancario, calcistico, turistico). IFIL a un certo punto decise di vendere una parte cospicua di una di queste società. E scelse (o fu “consigliata” o “costretta” a scegliere?) un signore che non aveva alcuna dimestichezza col business di quel settore, anzi il contrario. Si trattava di un piccolo fornitore di parti elettriche per le auto Fiat, proprietario di un piccolo impianto con pochi addetti. Un signore che non aveva mai manifestato alcuna propensione per quel tipo di business che gli veniva affidato da IFIL. Che, addirittura, per incoraggiarlo ad accettare attraverso il San Paolo gli garantì cospicui finanziamenti. Venne costituita una finanziaria ad hoc, e quel signore cominciò a scegliere tra i suoi parenti prossimi gli improvvisati manager per gestire quel grosso affare.
UNA SCALATA - Tutto sembrava filare per il meglio ma nel 1999 a Torino si accorsero che qualcosa non andava. Forse avevano scelto quel nome come “testa di legno” o semplice esecutore di ordini, ma invece quel piccolo imprenditore doveva essersi montato la testa, aveva fatto investimenti e acquisizioni ben al di là di quello che IFIL voleva, a poco a poco aveva osato scalare alcune società e stava diventando padrone assoluto (o si comportava come tale) di tutto quel settore dove IFIL voleva continuare a regnare. Non era possibile che costui si permettesse di portare via ciò che gli era stato fiduciariamente affidato e si appropriasse di beni non suoi, per di più senza alcun rispetto per una potenza come IFIL. Cercarono di convincerlo a fermarsi, ma ormai la macchina era lanciata. Allora ordinarono alle banche di chiudergli i rubinetti del credito e farlo rientrare. La lotta si scatenò su più fronti e il teatro delle operazioni si concentrò in Sicilia, dove tutto era avvenuto nel corso degli anni, e arrivò fino a denunce, fallimenti, curatele, amministrazioni controllate, blocchi delle attività. Con l’intervento della magistratura, i rischi di denunce per appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta cominciarono a lambire i parenti stretti del piccolo imprenditore che comparivano come amministratori delle varie società. Uno o una di questi si confidava continuamente con una persona di fiducia (un fidanzato, una fidanzata, un amico, un’amica?). E a un certo punto annunciò: “Questi di Torino se la stanno prendendo con me. Ma devono stare attenti: non sanno che cosa significa e quali conseguenze può avere toccare me o qualcuno della mia famiglia”). Gli investigatori hanno rintracciato questo o questa testimone che avrebbe firmato una lunga dichiarazione giurata e fornito date, circostanze e particolari su questa vicenda. Concludendo con questa affermazione: “In seguito le cose precipitarono. E la frase che ricordo bene fu questa: “Adesso hanno esagerato. E allora sai che ti dico? Visto che se la sono presa con qualcuno di noi, gli faremo vedere che cosa siamo capaci di fare al qualcuno di loro, a qualcuno della loro famiglia!”.
Da qui sarebbe nata la “vendetta”, il desiderio di “fargliela pagare” a quelli di Torino, fino ad arrivare al bersaglio più vulnerabile, più fragile, meno protetto, affidando il “lavoro” a una squadra di professionisti, quelli che cancellano le impronte. Questa ricostruzione riguarda geograficamente e per molti aspetti, del passato e del presente, la zona di Castelvetrano, terra mediterranea, terra di vini marsala, in provincia di Trapani. Il luogo da cui regna, ancor oggi indisturbato, sull’immenso impero che ha creato Matteo Messina Denaro, la primula rossa di “Cosa Nostra”. Basta incrociare i dati su alcune persone originarie di Castelvetrano, molto ben collegate da anni col boss, basta legare alcune parentele con gli amministratori di certe società, per arrivare alle conclusioni cui sono giunti gli investigatori di Margherita Agnelli.
IL DUBBIO DI MARGHERITA AGNELLI - E adesso? La sorella di Edoardo è di fronte a una strada, la stessa che le si presentò anni fa quando cominciò la sua lunga battaglia per avere trasparenza sul patrimonio di suo padre: andare avanti o fermarsi? Andare avanti significherebbe presentare un dossier alla magistratura, chiedere la riapertura del caso, arrivare perfino alla richiesta di riesumazione del corpo di Edoardo per fare quell’autopsia (a diciassette anni dalla morte è ancora possibile e potrebbe dare qualche risultato interessante) che incredibilmente la Procura di Mondovì non volle ordinare, chiudendo la (cosiddetta) inchiesta in pochi giorni e trascurando ogni pista. Margherita Agnelli, stando a chi le è vicino, sembra aver commentato così le conseguenze che la sua decisione potrebbe provocare: “Già mi hanno insultata, cancellata, diffamata per il solo fatto di aver osato andare in Tribunale per chiedere il rendiconto dei beni di mio padre. Il mio figlio primogenito non mi parla da anni, non mi ha nemmeno invitato al battesimo dei suoi tre figli, né alla festa per il suo decimo anniversario di matrimonio, nonostante si svolgesse a Villar Perosa, che tra l’altro è casa mia, dato che mio padre me l’ha lasciata in eredità. Cosa succederebbe se ora chiedessi di riaprire il caso riguardante il povero Edoardo? Mi direbbero, come minimo, che questa eventuale mia iniziativa è la conferma che sono impazzita, che non ci sono più con la testa, che sono incontrollabile, che di me non ci si può fidare, che ha fatto bene la mia famiglia a rompere i ponti con me, che bisogna che qualcuno mi fermi, che non ho limiti….. Ne vale la pena? E’ il prezzo che devo pagare per conoscere finalmente un po’ di quella verità che da anni sto cercando sulla morte misteriosa del mio povero fratello?”. Come darle torto."

IO LE DO TORTO ! Mb

IL 17.11.18 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.P.COSSA ANG V.ACTIS

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

·                            Agnelli sul calcio italiano

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

Blitz quotidiano

ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

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rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

 

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SITI SOCIETARI

 

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Ø     http://www.gruppozucchi.com

M&C SITO :  http://www.mecinv.com/

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

http://www.solodownload.it/

http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

www.taxjustice.net

www.applebyglobal.com

www.asiacity.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SBUCA LA "PISTA AMERIKANA" SUL PERCHÉ SCOPPIÒ LO SCANDALO DELL’APPARTAMENTO AL COLOSSEO DEL MINISTRO ALLO SVILUPPO ECONOMICO SCIABOLETTA SCAJOLA - IL BUBBONE ESPLOSE IL 23 APRILE 2010 IN COINCIDENZA CON L’ACCORDO SULLE NUOVE CENTRALI NUCLEARI TRA BERLUSCONI E PUTIN CON LA RUSSIA CHE, A DISPETTO DELLE IMPRESE STATUNITENSI, REALIZZERÀ LE CERNOBYL TRICOLORI. E SCAJOLA È IL NUCLEARISTA DI PUNTA DI UN BIG BUSINESS CHE HA FATTO IMBUFALIRE I POTERI FORTI AMERICANI - (SARà VERO, SARà FALSO, MAGARI è VEROSIMILE? AH, SAPERLO... QUELLO CHE È CERTO È CHE DA ALLORA IL GOVERNO BERLUSCONI HA IMBOCCATO IL CA-VIALE DEL TRAMONTO)

1- DAGOREPORT
Sul perché il 23 aprile scoppiò sulla stampa (vedi il pezzo di "Repubblica") lo scandalo dell'appartamento al Colosseo del ministro allo Sviluppo Economico Sciaboletta Scajola, se ne sono sentite tante. Ora sbuca la "pista amerikana". Dicono gli "addetti ai livori": la storiaccia relativa al "dono" di metà appartamento in assegni circolari per la cifra di 900 mila euro, era bell'e pronta nei cassetti da almeno due anni (il fattaccio avvenne a cavallo tra il 2007 e il 2008).

Bene, continuano le 'gole profonde', il bubbone scoppiò proprio il 23 aprile 2010 perché alcuni giorni giorni dopo venne data notizia dell'accordo sulle nuove centrali nucleari tra Berlusconi e Putin con la Russia che, a dispetto delle imprese statunitensi, realizzerà le Cernobyl tricolori. E Scajola è il nuclearista di punta di un business che ha fatto imbufalire i poteri forti americani. Vero, falso o verosimile? Quello che è certo è che da allora il governo Berlusconi ha imboccato la strada del tramonto.

2- ITALIA-RUSSIA, ASSE SUL NUCLEARE. BERLUSCONI: IN TRE ANNI VIA AI LAVORI
La Stampa.it (26 aprile 2010)
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201004articoli/54455girata.asp

Il nucleare tornerà in Italia entro tre anni, ma prima bisognerà convincere gli italiani - «terrorizzati» da una nuova Cernobyl - della sicurezza dei nuovi impianti, magari anche con degli spot da trasmettere sulle reti Rai.

 

Silvio Berlusconi rilancia il progetto nucleare italiano e lo fa al termine di una due giorni trascorsa assieme al premier russo Vladimir Putin, «l'amico Vladimir» come lo chiama più volte durante la conferenza stampa nella dimora settecentesca di Villa Gernetto, teatro dei colloqui che hanno concluso stamattina la visita in Italia dell'ex capo del Cremlino. Una visita iniziata ieri sera con una cena informale «tra vecchi amici» ad Arcore e trasformatasi oggi in un vero e proprio vertice italo-russo su energia, business e soprattutto nucleare.

L'asse tra Roma e Mosca - che già ruota su gas (Eni-Gazprom), auto (Fiat-Sollers) e nuove tecnologie (Pirelli-Finmeccanica-Russian Tech) - si allarga infatti da oggi anche all'atomo. La Russia, ha garantito Putin, è pronta ad entrare nel business che si apre in Italia, con finanziamenti e supporto tecnologico (forniture di combustibile e smaltimento delle scorie). E le due intese firmate a Villa Gernetto aprono già ampi fronti di cooperazione.

 

La prima - tra Enel e la russa Inter Rao Ues - per lo sviluppo di una nuova centrale a Kaliningrad di terza generazione. L'altra per lo sviluppo degli studi nel settore della fusione nucleare: è la «nuova frontiera dell'energia atomica», si è rallegrato Berlusconi, assicurando che i lavori per la prima centrale nucleare in Italia «saranno iniziati entro tre anni», ovvero - come ha già anticipato il ministro Claudio Scajola che ha in mano il progetto - entro questa legislatura.

«Prima di individuare un luogo in cui realizzare una centrale nucleare - ha avvertito però il Cavaliere - bisogna che cambi l'opinione pubblica italiana» e si convinca della sicurezza delle nuove centrali. Perchè se è vero che «il 54% degli italiani» considera necessario il ritorno all'energia atomica per tagliare la sempre più esosa bolletta nazionale, nessuno sembra volere gli impianti «nel giardino di casa».

 

«Dobbiamo fare una vasta opera di convincimento - è stato il ragionamento di Berlusconi - guardando alla situazione francese: in Francia le comunità locali scendono in campo per avere le centrali in casa loro perchè hanno ormai raggiunto una consapevolezza della non pericolosità degli impianti, che portano anche tanto lavoro». Da qui l'idea di spot da far partire sulla Rai: «Ne ho parlato con esponenti della nostra tv di Stato, stiamo lavorando a un progetto per raccogliere le esperienze dei francesi che vivono vicino le centrali e trasmetterle in Italia. È un lavoro che durerà più di un anno, ma è necessario».

 

La decisione del governo comunque è presa, come ha confermato anche Scajola da Belgrado: anche se la Corte costituzionale dovesse accogliere il ricorso di alcune Regioni, il progetto nucleare «andrà avanti lo stesso». Nel giorno dell'anniversario della tragedia di Cernobyl però, il centrosinistra promette barricate. E se il Pd per il momento si limita a definire «non più ragionevole» la scelta di tornare all'atomo, l'Idv alza i toni e annuncia una raccolte di firme e un referendum per «spazzare via la colossale truffa atomica».

Tra i saloni damascati di Villa Gernetto comunque, Berlusconi e Putin hanno rinsaldato oggi non solo la loro amicizia personale («da sola non basterebbe», ha osservato il premier russo) ma soprattutto i progetti comuni, a partire dal mega-gasdotto SouthStream guidato da Eni e Gazprom che collegherà Russia e Ue 'bypassandò la turbolenta Ucraina e i cui lavori, ha garantito il premier, avranno inizio senza intoppi «nei primi sei mesi del 2012».

Unica - anche se pungente - parentesi di politica interna la apre la domanda di una giornalista indirizzata ai due leader sui segreti di un «matrimonio longevo» in politica: «Non ho un'esperienza particolarmente felice nei matrimoni - premette Berlusconi con un sorriso amaro sulle labbra -. Comunque ho già detto di non aver litigato con nessuno: per litigare bisogna essere in due, anche se per divorziare - è la "stoccata" a Gianfranco Fini - basta uno soltanto».

3- DA DAGOSPIA DEL 23 APRILE 2010
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-14999.htm
G8, DAL COSTRUTTORE DELLA CRICCA CINQUECENTOMILA EURO A SCAJOLA...
Carlo Bonini e Francesco Viviano per "la Repubblica"

 

L´inchiesta della Procura di Perugia sulla "Cricca" degli appalti pubblici - G8 della Maddalena, mondiali di nuoto, anniversario per i 150 anni dell´Unità d´Italia - cammina. E ora incrocia la strada del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola perché singolare beneficiario, quando era un semplice parlamentare dell´opposizione, di una provvista di circa mezzo milione di euro messa a disposizione da una delle "tasche" del costruttore Diego Anemone (oggi detenuto con Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis) per l´acquisto di un appartamento intestato alla figlia.

La scoperta del filo che annoda una delle figure chiave della "Cricca" al ministro è recente ed è documentata - lo vedremo - dal lavoro di indagine della Guardia di Finanza. Tanto che, il 12 aprile scorso, durante il suo lungo interrogatorio con i pubblici ministeri umbri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, ne viene chiesto conto allo stesso Guido Bertolaso, accusato per altro di essere stato corrotto proprio da Diego Anemone.

Chiedono i pm: «Sa se e che tipo di rapporti esistono tra Anemone e l´onorevole Claudio Scajola?». Il capo della Protezione civile cade dalle nuvole. Ammesso che esista - spiega - il rapporto tra quei due gli è ignoto.

 

La domanda rivolta a Bertolaso, per quel che se ne sa, non ha sin qui trovato risposte neppure altrove (Anemone, dal giorno del suo arresto, ha scelto di esercitare il suo diritto al silenzio). A meno di non voler considerare tale la circostanza che nel primo governo Berlusconi Scajola sia stato ministro dell´Interno e che Anemone dal ministero dell´Interno abbia nel tempo ricevuto appalti.

Di questa vicenda, dunque, resta al momento solo il presupposto. Che, come si è detto, è documentale. E che racconta una storia che finisce appunto a Scajola, ma parte dagli accertamenti della Finanza sul conto di un oscuro architetto legato a doppio filo a Diego Anemone e su assegni circolari per circa 500 mila euro.

 

L´architetto ha un nome: Angelo Zampolini. Lavora come progettista del Gruppo Anemone e, come il commercialista Stefano Gazzani, è una delle "tasche" di chi del Gruppo e delle sue risorse dispone in prima persona: Diego Anemone. Poco più che una testa di paglia - ipotizzano la Procura e la Finanza - utilizzata dal costruttore per dissimulare l´origine di operazioni finanziarie di cui in realtà è il dominus. E che hanno l´odore di tangenti. Nel 2009, la Banca d´Italia segnala infatti sui conti dell´architetto e del commercialista operazioni contabili sospette. Per i loro importi e - accerta la Guardia di Finanza - per la loro natura.

Tra il 2007 e il 2008, infatti, sia Gazzani che Zampolini si trovano a maneggiare contante di cui non riescono a giustificare né la provenienza, né l´impiego. Gazzani, per dire, versa sul suo conto contanti per 1 milione e 100 mila euro che prendono poi la strada della «Erreti film», la società di produzione cinematografica di Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci, e Vanessa Pascucci (moglie di Anemone) che produce i film in cui il figlio di Angelo Balducci, Lorenzo, recita da protagonista. E quando la Finanza gli chiede da dove salti fuori tutto quel denaro e perché un commercialista lo debba impiegare nella produzione di film, la risposta è grottesca. Il milione e 100 - dice - «è frutto della vendita di lingotti d´oro ricevuti in eredità da un nonno che aveva la passione per il cinema».

 

Non va meglio per Zampolini. Tra il 2007 e il 2008, versa sul proprio conto oltre 800 mila euro in contanti. Una cifra incompatibile, come accerta la Finanza, con i redditi che dichiara al Fisco o, quantomeno, con il suo lavoro di responsabile della progettazione del Gruppo Anemone. Di più: l´architetto non solo non sa spiegare la provenienza di quel denaro, ma neppure il suo impiego.

Quegli 800 mila euro vengono infatti trasformati in assegni circolari utilizzati per due «operazioni immobiliari gemelle». Con la prima viene acquistato un appartamento in via Latina, a Roma, per Lorenzo Balducci, figlio di quell´Angelo che, da presidente nazionale del Consiglio dei Lavori pubblici, assegna appalti al Gruppo Anemone. Con la seconda, degli assegni circolari per circa 500 mila euro finiscono nella compravendita di una casa a Roma intestata alla figlia di Claudio Scajola.

 

Perché? Che c´entra Zampolini con Scajola? E in che modo quegli assegni finiscono nella disponibilità del già ministro dell´Interno e oggi ministro dello Sviluppo economico?

La risposta che verrà data a questa domanda non è evidentemente neutra nelle sue conseguenze. Perché se ha fondamento il sospetto della pubblica accusa per cui quel denaro transitato sui conti di Gazzani e Zampolini non è altro che il veicolo utilizzato da Anemone per "comprare" le benevolenze di chi in qualche modo poteva esercitare un controllo sugli appalti pubblici, è evidente che esisterebbero i presupposti per nuove accuse di corruzione.

Anemone, come detto, pur sotto la pressione della detenzione e della richiesta di commissariamento del suo Gruppo, sin qui non è stato di nessun aiuto nello sciogliere nessuno dei nodi della vicenda che lo ha precipitato in carcere.

 

Né, a quanto pare, lo sarà nell´immediato futuro, anche perché i termini di scadenza della custodia cautelare non sono lontani (maggio). Potrebbe esserlo Zampolini, che, esattamente come Gazzani, in questa storia, al momento, appare il vaso di coccio tra vasi di ferro. Per quanto ne riferiscono fonti investigative, non esiste infatti allo stato alcuna circostanza che consenta di legare autonomamente l´oscuro architetto né al figlio di Balducci, né tantomeno alla figlia di Scajola. Non esiste insomma «spiegazione alternativa» alla circostanza che quei soldi fossero in realtà «provviste nere» di Diego Anemone.

 

2 - SCAJOLA, REGOLARMENTE PAGATO IMMOBILE ROMA...
(Ansa) - "Le notizie apparse quest'oggi su alcuni quotidiani nazionali sono totalmente destituite di fondamento". Così il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, commenta l'articolo apparso oggi su Repubblica, secondo cui i magistrati di Perugia titolari dell'inchiesta sugli appalti indagano anche sull'acquisto di una casa della figlia del ministro con fondi che sarebbero riconducibili al costruttore Diego Anemone.

"L'unico immobile che la mia famiglia possiede in Roma - precisa Scajola - ove attualmente abito, è stato acquistato con regolare contratto ed è stato pagato, per la quasi totalità dell'importo, con un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con bonifico dal mio conto corrente. Escludo categoricamente, quindi, che sia stata versata alcuna somma in mio favore per tale vicenda o per qualsiasi altra". Scajola conclude facendo sapere di aver dato "mandato al mio legale di porre in essere ogni e più opportuna azione a mia tutela, evidenziando altresì che nessuna indagine è in corso nei miei confronti". [18-10-2010]

 

 

SCAJOLA, APPARTAMENTO CON SERVIZI (SEGRETI) ...
"Pagati con fondi del Sisde i lavori di ristrutturazione nelle case di Scajola e Pittorru" (Corriere, p.11). "I lavori di casa Scajola pagati con i soldi dell'appalto Sisde. Il rapporto della Gdf ai magistrati umbri. Un altro favore del costruttore Anemone all'ex ministro" (Repubblica, p.4). Ci avevano visto giusto il Secolo XI2 e il Cetriolo Quotidiano: quelle ristrutturazioni odorano di servizi e di nuovi aspiranti Salabè.

 

SCAJOLA INDAGATO A IMPERIA. L'EX MINISTRO: MI PARE RIDICOLO...
(Reuters) - L'ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, dimessosi lo scorso maggio per la vicenda della sua casa romana, sarebbe indagato a Imperia con l'accusa di aver aggirato la normativa sugli appalti pubblici per la costruzione del porto turistico. Lo scrive oggi il Corriere della Sera, mentre la Procura ligure non conferma né smentisce.

 

Secondo il Corsera, Scajola sarebbe indagato per la costruzione del porto turistico di Imperia assieme all'imprenditore Franco Bellavista Caltagirone, che avrebbe favorito. I magistrati liguri contestano infatti che non sia stata indetta una gara pubblica per l'aggiudicazione dei lavori. "Mi sembra ridicolo, nulla mi può" essere addebitato se non il fatto che sono trent'anni che penso a quest'opera", commenta oggi l'ex ministro in una nota. "E' una questione paradossale: ne deduco che si fa fatica a credere che un amministratore pubblico possa operare nel solo interesse della comunità".

 

17.07.10

 

ANEMONE’S STORY – DALLA BOTTEGA DI FALEGNAME IN PERIFERIA FINO AL “CENTRO” DI ROMA - CRESCIUTO A PANE E CAZZUOLA, GLI INIZI TUTTO CASA E CANTIERE POI L’INCONTRO COL SUO ANGELO (BALDUCCI) E L’ASCESA NELL’EMPIREO DEI LAVORI PER IL GIUBILEO – E DA LÌ SEMPRE E SOLO FAVORI, FAVORI E ANCORA FAVORI.

Tommaso Cerno per "L'espresso"

Dalla bottega di falegname nella periferia nord di Roma s'è arrampicato fin sotto la croce di Cristo. Non proprio quella sul Golgota, ma pur sempre quella da cui Giovanni Paolo II salutò i giovani al Giubileo del Duemila. Quell'altare a Tor Vergata intarsiato di legni pregiati, sobrio e magnificente, era uscito fresco fresco dalla fabbrichetta della famiglia Anemone a Settebagni, due saracinesche nella stradina intitolata al patrono del quartiere, Sant'Antonio da Padova. Che di miracoli, evidentemente, ne dispensa ancora.

 

"Questa scenografia vuole descrivere la vitalità e la laboriosità del Popolo di Dio", proclamarono gli organizzatori della giornata mondiale dei giovani cattolici. Ma nemmeno potevano immaginare fino a che punto una delle loro pecorelle li avrebbe presi in parola. Già. È proprio da quella croce sulla spianata benedetta che comincia la parabola di Diego Anemone, giovane figlio della Salaria povera che un bel giorno decide di conquistare Roma.

Certo papà Dino dalle sue parti era uno piuttosto conosciuto: simpatie comuniste e buone entrature in Vaticano erano un bel mix già negli anni Settanta. Pian piano aveva trasformato la piccola impresa di famiglia e ingrossato i suoi affari: le prime ristrutturazioni, qualche costruzione per vivere fra gli agi di un piccolo borghese.

Ma il figlio l'aveva tirato su a pane e cazzuola: scuole di periferia, diploma di geometra e subito il matrimonio con Vanessa Pascucci, la sua compagnuccia fin dalle elementari. Niente villone, la macchina che capitava, levataccia e diciotto ore di lavoro, pochissime uscite notturne. Sembra quasi l'impresario edile interpretato da Elio Germano ne "La nostra vita".

 

Il tempo si divide fra il cantiere e i due figli Arianna e Lorenzo, di 10 e 8 anni. Così la vedono gli Anemone, compreso il fratello minore Daniele e lo zio Luciano. Al punto che adesso non si capacitano di come qualcuno cerchi di scaricare tutta la nuova tangentopoli, che ha coinvolto big come Guido Bertolaso e Angelo Balducci nell'inchiesta sugli appalti del G8 della Maddalena, sulla testa del figliolo prediletto, borgataro dai modi pittoreschi, questo sì, ma delinquente mai: "Speriamo che qualcuno prima o poi se ne renda conto", si sfoga papà Dino, ormai schivato dalla gente di Settebagni che al "sistema Anemone" non ci riusciva a credere nemmeno dopo l'arresto di Diego.

 

La croce che gli cambiò la vita arrivò grazie all'angelo giusto. Quell'ingegner Angelo Balducci, che già il padre Dino conosceva per aver lavorato parecchio con preti e confraternite, ma con cui è Diego a instaurare un vero rapporto "famigliare". Un legame forte, di amicizia, che gli spalanca i sacri cancelli del Vaticano e le porte della Roma che conta.

Non c'è potente cui Diego ora non arrivi. Non c'è indirizzo che non frequenti. Non c'è palazzo che non conosca a memoria. O che non sia finito sulla famigerata lista dei favori. Nella sua Settebagni, chi lo conosce da un po', giura che il salto di qualità in fatto di quattrini e stile di vita sia arrivato poco prima del Giubileo, quando diventa amico di Filippo Balducci, il primogenito di Angelo.

 

Lo stesso con cui costruirà il Salaria Sport Village. Dalle grazie del figlio a quelle del padre, il passo è breve. Tanto che Diego in poco tempo scalza ogni rivale, fino a diventare lui l'uomo di fiducia del capo. Condividono molto. Segreti e pettegolezzi. Dai meccanismi con cui la cricca appalta i lavori, ai favori elargiti a politici e potenti, fino alle scappatelle gay del capo in compagnia di qualche ragazzotto in cerca di carriera. Eppure in pubblico mantengono sempre le distanze: "Quando telefonavo ad Angelo perché c'era un problema, spesso mi rispondeva Diego. Oppure me lo passava. Il legame fra loro era profondo, si sentivano ogni giorno e si vedevano spesso. Eppure erano molto diversi.

 

Mentre Balducci dava subito l'impressione di essere un pezzo grosso, Anemone aveva l'aria del "pezzente ripulito". Parla male l'italiano, ha modi spicci. Glielo dico io che vengo dalle borgate romane", racconta un ex collaboratore dei due. Tanto che Diego non diventa mai un vero vip, anzi spesso si lamenta o si compiace proprio del ruolo di spalla.

Anche perché se l'ex gentiluomo di Sua Santità apre tutte le porte, serve poi qualcuno che si presenti all'uscio. Meglio se con i doni e gli omaggi del grande capo. Per Diego portare i saluti di Balducci era quasi una filastrocca: "L'ingegner Balducci le manda a dire che sta bene", ha ripetuto a imprenditori, ministri, onorevoli, alti gradi delle forze armate stringendo la mano. Una mano quasi mai vuota, come gli insegnò il babbo, innamorato della campagna.

 

Comprò parecchi ettari a Monteleone di Orvieto, in Umbria, dove ancora produce olio, carne pregiata e il Brandesco IX, un vinello rosso con cui s'è tolto pure qualche soddisfazione sulle guide enologiche: "Mi raccomando, dotto', se serve la carne buona chiamatemi, che ci penso io", amava promettere nei palazzi dei potenti. Proprio come adesso fa Diego, che a Natale s'è presentato a casa di un notabile con sei bottiglie "de olio bbono" avvolte nella carta di giornale.

Così Anemone jr ha voltato pagina: ha lasciato il quartiere di Settebagni e s'è trasferito nella villa bunker della Bufalotta. Le vecchie auto sono diventate supercar e, negli ultimi tempi, è arrivato pure un autista al seguito. Il vestito s'è tinto di blu sempre più scuro, sono comparse le iniziali sulla camicia e il Rolex sportivo sempre al polso. Cellulari che squillavano in continuazione.

 

Favori, favori e ancora favori. Al ministro Lunardi, all'ex ministro Scajola, al braccio destro di Matteoli, all'onnipotente Bertolaso, a generali, prefetti, spioni, boiardi di Stato, magistrati, registi e divi del tiggì. Intanto la vecchia società s'è trasferita dallo scalo di Settebagni a un edificio color salmone al civico 1327 della Salaria. Uno spazio enorme dove riceveva i suoi uomini.

Per mesi è rimasto semivuoto, l'ufficio: "Tanto a Diego bastano un tavolo e un cellulare per quello che deve fare lui. Ricordo che l'ultima volta che ci sono stato non c'era nemmeno il pc. Era surreale: uno stanzone enorme, sgombro e lui in fondo che telefonava", racconta un ex collaboratore.

Già, perché venire dalla borgata spesso vuol dire dover fare lo splendido. Come quando decise di assumere Anthony Smith, il fratello della compagna di Mauro Masi, direttore generale della Rai. Lo stipendio partì dal 1 luglio, ma se gli comodava, poteva presentarsi al lavoro tranquillamente a settembre. Per non parlare dei favori al capo. Perché Balducci non ama solo il potere, ma anche la famiglia.

 

La moglie Rosanna Thau adora il cinema, s'è messa in società con Vanessa Pascucci e hanno aperto una casa di produzione. Parola d'ordine: accontentarla. Papà Angelo adora anche i due figli. Che ci sia di mezzo il primogenito Filippo, ex seminarista diplomato in musica sacra, oppure il fratello minore Lorenzo, più che promettente attore di cinema, ci pensa sempre Diego.

La procura per la casa a Parigi dell'amico ballerino. L'auto nuova da immatricolare. E ancora i mobili per l'appartamento di un conoscente. Le cucine su misura per un altro, le librerie in stile per un altro ancora, i lavori nelle dimore dei potenti cedute a prezzi di favore dalla Propaganda Fide.

A spendere e spandere così, qualsiasi imprenditore sarebbe fallito in pochi mesi. Invece Diego ha fatto un altro dei suoi miracoli. Basta guardare il fatturato della Anemone Costruzioni, una delle infinite società del trentanovenne di Settebagni. Ha un capitale sociale da piccola attività commerciale, appena 50 mila euro, eppure ha visto crescere il fatturato da 10,9 milioni di euro nel 2007 a 37,7 milioni nel 2008.

 

Per non parlare del Salaria Sport Village, il suo sogno d'infanzia. Quando lui e Vanessa erano ancora mocciosi, il suocero Pascucci ci faceva il custode. Sulla riva del Tevere all'epoca c'erano solo un paio di piscine malandate di proprietà del Banco di Roma. Ci andavano a nuotare quelli del quartiere a un prezzo di favore. Ora Anemone vi ha costruito la sua piramide.

Calcio, tennis, piscine olimpiche, centri fitness, bar e ristoranti vip al chilometro 14,500 della Salaria sono per tutti il simbolo ostentato del suo conquistato potere. Adesso i ragazzi di Settebagni ci lavorano dentro, perché non possono più permettersi di pagare l'iscrizione. L'affare di famiglia, anzi di famiglie. I cui protagonisti sono anche stavolta i Balducci (padre Angelo e figlio Filippo) e gli Anemone. Quattro anni fa il premier Silvio Berlusconi nominò l'ex gentiluomo di Sua Santità commissario dei Mondiali di nuoto.

Ed ecco che quelle vecchie vasche, assieme a un terreno poco più in là, si trasformano nel più famoso dei beauty center romani: "A Settebagni nemmeno ci volevano credere quando raccontavamo di averci visto Bertolaso, Paolo Bonaiuti, Elisabetta Gardini o Mariano Apicella. Rispondevano che gli Anemone erano dei furbi, certamente, ma non erano gente di questo livello", racconta un ex dipendente.

 

Almeno fino a quando, alla festa del santo patrono, il 13 giugno 2009 non s'accorsero che i fuochi d'artificio in onore di Sant'Antonio non partivano più dalla parrocchia, com'era sempre stato, ma dal Salaria Sport Village, sede di incontri più intimi e profani. Benevolmente offerti alla cittadinanza dalla ricca famiglia Anemone. Secondo alcuni per ringraziare il Santo che li aveva aiutati, secondo altri "preoccupati" di non dover un giorno versare i 9 milioni di oneri di concessione (il doppio del bilancio municipale) finora abbuonati e investiti in business e sport.

Danno e beffa per Giacomo Spaini, il patron del Settebagni calcio. All'improvviso, s'è trovato a fare i conti con Diego e il fratello Daniele in vena di spese folli, pronti a inseguire a tutti i costi il sogno della serie D. Prima si sono comprati il Fidene, ribattezzato Fidene Salaria Sport Village fra casacche, tute e borsoni griffati. Poi sono arrivate pure le offerte di ingaggio a giocatori e dirigenti del Settebagni, molti dei quali hanno accettato allettati dai quattrini. Vada pure per la concorrenza sleale in campo, ma quando Spaini s'è visto anche piombare i vigili per contestargli una tettoia di pochi metri, non deve averci visto più.

 

Ha sgomberato tutto, ha pagato e ha alzato gli occhi verso il Salaria Sport Village che cresceva a vista d'occhio. Senza che nessun vigile e nessun assessore si fosse mai premurato di verificare cosa stesse succedendo. Sono i Mondiali di nuoto, rispondevano in municipio, il commissario ha poteri straordinari. E così anche il rapporto con il quartiere s'è rotto. Pure Vanessa, dopo Diego, ha smesso di venirci. Niente più shopping in zona. Niente più passeggiate nel suo vecchio rione: "Il legame con Settebagni è cambiato solo dopo le polemiche sulla Maddalena.

Fino al 2008, gli Anemone lavoravano con le attività commerciali di qui e nessuno contestava nulla. Poi smisero", spiega il comitato. Tanto la bottega era diventata un impero fra il palazzo per il G8 della Maddalena, la residenza dell'Arsenale, lo stadio del tennis al Foro Italico. Mentre la casa natale dell'Anemone ormai sfiorito al civico 37 di quella via Sant'Antonio, ironia della sorte, ora cade a pezzi. 02-07-2010]

 

 

LA CRICCA “SBARCA” AL PORTO DI SCAJOLANDIA - IL NUOVO SCALO TURISTICO DI IMPERIA (VOLUTO DA SCAJOLA E PROGETTATO DA CALTAGIRONE BELLAVISTA) È COSTATO 5 VOLTE PIÙ DEL PREVISTO – E ANCHE QUI SPUNTA IL PREZZEMOLINO BALDUCCI CONVOCATO DAL PDL PER VALUTARE LA CONCESSIONE NEL 2008 – E C’È IL RISCHIO CHE 40 DEI 110MLN € DI SPESE “EXTRA” POSSANO ESSERE A CARICO DEI CITTADINI…

Ferruccio Sansa per "il Fatto Quotidiano"

Neanche gli stadi dei Mondiali forse c'erano riusciti: il nuovo porto turistico di Imperia, fortissimamente voluto da Claudio Scajola, sarebbe costato cinque volte più del previsto. È scritto nel documento della Commissione di Vigilanza e Collaudo finito alla Procura di Imperia. "E' necessario - scrivono i tecnici - osservare che l'ultimo certificato di pagamento emesso stima in 145,8 milioni il costo delle opere marittime, valore assolutamente non congruo rispetto al progetto approvato, il cui costo in fase di progettazione era stato stimato in maniera considerevolmente inferiore (29,3 milioni)".

 

LA COLATA DI CEMENTO
I riflettori si accendono ancora una volta su quest'opera faraonica: 1.440 posti barca più 117 appartamenti. Il tutto realizzato dall'Acquamare di Francesco Bellavista Caltagirone (non indagato), noto anche per aver partecipato alla cordata Alitalia sponsorizzata dal Governo. L'Acquamare a sua volta detiene il 33 per cento della società Porto di Imperia spa.

Un altro terzo è del Comune di Imperia. L'ultima fetta è in mano a imprenditori locali tra cui risultava anche Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, fratello dell'ex ministro, ma soprattutto suocero di Marco Scajola, fino a pochi mesi fa vicesindaco della città.

 

Il nuovo scalo è forse la più grande colata di cemento in una Liguria dove i porticcioli - benedetti da centrodestra e centrosinistra - sono stati il cavallo di Troia per milioni di metri cubi di costruzioni. Proprio quel porto di cui Angelo Balducci era stato nominato commissario.

 

E la presenza nella Riviera dei Fiori di uno dei protagonisti delle indagini sulla Cricca sta attirando sul progetto l'attenzione delle procure. Non soltanto di quella imperiese. Gli investigatori stanno valutando molti elementi, "come il mancato svolgimento di gare di evidenza europea".

CALTAGIRONE, SCAJOLA E FIORANI
Ma il mega-porto, perfino nella Liguria scajolizzata, aveva suscitato perplessità già prima che arrivasse il cemento. Così qualcuno ricorda quel volo in elicottero compiuto nel 2003 per visionare dall'alto le opere. A bordo, oltre a Bellavista Caltagirone, c'erano Scajola e Gianpiero Fiorani che nel cemento ligure sognava di investire cento milioni. L'episodio, nonostante le inchieste sulle scalate bancarie dell'estate 2005 (Francesco Bellavista Caltagirone partecipò all'operazione Antonveneta attraverso Hopa, ma non fu indagato), fu presto dimenticato.

Nel 2006 ecco il taglio del nastro dei cantieri, presenti Scajola e il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Soltanto la Cgil, guidata allora da Claudio Porchia, tentò di sollevare la questione. Scajola replicò: "Caro Porchia, non sei il sindaco di Imperia, sei il capo di un gruppo parassitario che non conta un tubo e non prende un voto".

L'ex ministro si beccò una querela, ma invocò l'immunità parlamentare. Le ruspe andarono avanti, nonostante un'inchiesta per le variazioni in corso d'opera (ammesse dagli stessi costruttori) per un enorme capannone portuale. Una situazione paradossale: per autorizzare la costruzione era necessaria una variante dello stesso comune che è proprietario di un terzo della società.

Per non dire dell'ipotesi di una condanna: il Comune rischiava di pagare, attraverso la società, una sanzione a se stesso. Alla fine, però, è giunta la contestata richiesta di archiviazione. Basta? Neanche per sogno, perché qui si affaccia Balducci. All'inizio del 2008 gli enti pubblici dovevano nominare la Commissione incaricata di verificare la conformità del porticciolo alla concessione demaniale.

 

Bisognava esaminare le opere a mare realizzate, ma soprattutto andavano stabiliti gli oneri che il concessionario doveva pagare allo Stato. Una verifica amministrativa, ma anche contabile, su cui puntavano gli occhi Bellavista Caltagirone e Beatrice Cozzi Parodi (sua compagna e socia, soprannominata "Nostra Signora dei porticcioli").

La prassi, in questi casi, è che si scelga un membro dell'amministrazione. Invece venne designato anche Balducci. Chi lo scelse? Tutti puntano il dito sull'allora sindaco di Imperia, Luigi Sappa (Pdl), vicino a Scajola (è stato poi scelto dal Pdl come presidente della Provincia di Imperia). Balducci venne nominato presidente della Commissione, ma dopo un paio di mesi si dimise.

 

Intanto i lavori procedevano: nel 2009 ecco l'inaugurazione del molo lungo, presenti Scajola e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset. Adesso, però, l'ultima tegola: il parere dei tecnici della Regione Liguria. Che non usano mezzi termini: "Il concessionario non ci ha fornito la documentazione necessaria per svolgere pienamente i propri compiti... nonostante richieste in tal senso siano state espresse e reiterate più volte".

E il documento conclude: "La Commissione ritiene che il comportamento del concessionario costituisca una violazione degli obblighi previsti". La Commissione così sospende la propria attività chiedendo alle autorità di "valutare l'opportunità di procedere all'avvio del procedimento di decadenza della concessione". Firmato: ingegner Roberto Boni, il tecnico indicato dalla Giunta Burlando che negli ultimi anni ha mostrato cautele sul progetto.

 

LA CONCESSIONE E LE ACCUSE
Il ritiro della concessione sarebbe un terremoto. La Porto di Imperia Spa replica alle accuse:"Le osservazioni sono incongruenti e fuorvianti, nonché destituite di fondamento. Abbiamo sempre fornito tutte le informazioni utili, l'assistenza necessaria e la massima disponibilità per i controlli a cui la Commissione è tenuta per legge".

 

E i costi cresciuti di 110 milioni? "L'aumento è dovuto a una maggiore qualità, bellezza e durata dell'opera. La spesa resta a carico della Acqua-mare, gli enti pubblici non pagheranno un euro". Tutti tranquilli? Niente affatto. Giuseppe Zagarella e Paolo Verda, consiglieri comunali del Pd, da anni si oppongono al porticciolo: "Adesso devono essere fornite alla Commissione tutte le carte richieste sulle spese sostenute e la loro fatturazione. La società cui sono rivolte le fatture è partecipata dal Comune. Abbiamo paura che un terzo dei costi aggiuntivi, cioè quasi 40 milioni, possano essere a carico dei cittadini". Anche di questo si occuperà la Procura.

 

 

[30-06-2010]

 

 

C’È ANCHE LADY SCAJOLA NEL PRE…SEPE – NON POTEVA MANCARE IL NOME DI MARIA TERESA VERDA, MOGLIE DEL MINISTRO CHE NON SA SE QUALCUNO GLI REGALA MEZZA CASA, NEL COMITATO SCIENTIFICO DEL MUSEO DI PROPAGANDA FIDE – QUELLO PER IL QUALE LA SOCIETà ARCUS (QUINDI LO STATO) NEL 2005 SBORSÒ 2,5 MLN E CHE ANCORA ASPETTA DI ESSERE REALIZZATO

Antonio Massari per "Il Fatto Quotidiano"

 

Intorno a Propaganda Fide e alla Arcus Spa - diventate il perno dell'inchiesta sulla corruzione di Pietro Lunardi e del cardinale Crescenzio Sepe - ruotano davvero molti nomi noti. Tra i palazzi "svenduti" di Propaganda Fide non compaiono soltanto personaggi influenti come Pietro Lunardi. Giusto per fare un esempio: c'è anche Maria Teresa Verda, professoressa di Storia dell'Arte, che nel 2004 diventa membro del comitato scientifico del museo di Propaganda Fide.

Parliamo della moglie del ministro Claudio Scajola: non è coinvolta nell'indagine, né risulta indagato Scajola, ma il suo nome compare nel comitato scientifico del museo che, secondo la nota inviata dalla Corte dei conti alla Procura di Perugia, non è ancora stato realizzato.

 

Nonostante il finanziamento di 2,5 milioni di euro stanziato, nel 2005, dalla Arcus Spa per la sua realizzazione. Lo stesso finanziamento sul quale i pm di Perugia stanno indagando, per l'ipotesi di corruzione che vede coinvolti Sepe e Lunardi, e che potrebbe essere rappresentare il vero motivo che spinse l'ente Propaganda Fide e vendere, con un prezzo di molto inferiore al suo valore di mercato, il palazzo in via dei Prefetti alla Immobiliare San Marco spa, società della famiglia Lunardi.

La presenza nel comitato scientifico, della moglie di Scajola, è soltanto un dettaglio in più, ma risulta interessante, considerato che anche l'ex ministro è coinvolto - tanto da essersi dimesso - in quest'inchiesta che ruota ormai sui rapporti tra politica, appalti, strane compravendite di appartamenti e Vaticano.

 

Sebbene non appartenesse al patrimonio immobiliare di Propaganda Fide, infatti, anche l'appartamento acquistato da Scajola rientra nell'indagine: l'architetto Angelo Zampolini dichiara di aver versato assegni, per 900mi-la euro, all'atto d'acquisto, per conto dell'imprenditore Diego Anemone. Siamo nello stesso anno, il 2004, in cui Lunardi acquista il palazzo per il tramite dell'asse Angelo Balducci (indagato per corruzione nell'inchiesta sulla cricca) - Sepe.

 

E fu lo stesso Sepe a lamentarsi, come riporta in un articolo L'espresso quello stesso anno, quando, alla prima riunione del comitato scientifico, l'invito giunge a tale Donatella Scajola. E il cardinale, che aveva nominato personal-mente, nel comitato, la moglie del ministro, si trovò improvvisamente dinanzi a una sconosciuta. La vera miss Scajola, che si chiama Maria Teresa, un mese fa, dichiarò al Corriere: "Se mio marito non parla ancora è per non creare problemi a persone molto più coinvolte di lui in questa vicenda".

 

Posizione poi smentita dal suo stesso marito. Intorno alla Arcus e al museo ruota anche il nome di Ercole Incalza, manager in forza al ministero delle Infrastrutture, al quale, sempre Zampolini, fa riferimento per un altro appartamento: fu acquistato per il genero, anche questa volta, con l'intervento di Zampolini e degli assegni smistati, secondo la sua versione, per conto di Diego Anemone. Ercole Incalza compare nel consiglio di amministrazione della Arcus, la società pubblica che si occuperà, con lo stanziamento di quei 2,5 milioni di euro, del restauro del Palazzo di Propaganda Fide e del museo fantasma. Sono molte, quindi, anche al di là di Lunardi, le convergenze tra Propaganda Fide e i personaggi coinvolti - anche se non indagati - in questa inchiesta. A supporto di questa tesi, le intercettazioni telefoniche dimostrano il ruolo centrale di Propaganda Fide, anche dopo la sostituzione di Sepe.

 

Nel 2006, infatti, il cardinale Crescenzio Sepe lascia la direzione di Propaganda Fide, sostituito, come prefetto, da Ivan Dias. Due anni dopo, però, l'influenza di Balducci sull'ente Vaticano e i suoi immobili sembra immutata. Quattro anni prima fu Balducci che portò a Lunardi l'elenco dal quale scegliere il palazzo da acquistare.

 

Cinque anni dopo - con Sepe non più prefetto - parlando con l'avvocato Roberto Molinelli, Balducci viene intercettato dal Ros dei carabinieri mentre discute "di una comune iniziativa, non meglio specificata, in cui è interessata Propaganda Fide": "Scusa Robè - dice Balducci - senti una cosa... questa iniziativa è inquadrata con Propaganda Fide ... e tu... però, qualunque cosa ... tu dici... tu non fai nessun riferimento alla... (..) situazione tua... tu sei una persona di fiducia mia... in questo senso si interpreta tutta l'operazione... qualunque cosa... tu ti metti a disposizione... dici... ‘io ho un'indicazione da lui'... che sono io".

 

Anche l'imprenditore fiorentino Riccardo Fusi (indagato per corruzione), parlando con l'avvocato Alessandro Biagetti, fa riferimento al Vaticano e a un imprecisato "conosorzio" che potrebbe riguardare proprio l'affare Arcus-Museo, visto che l'operazione non è ancora partita: "Ascolta - dice Biagetti - le cose si stanno evolvendo... c'è stato un passaggio... oggi abbastanza importante... la costituzione finale del Consorzio lì per la Cei... il cardinale Bertone sta cominciando a parlare di posa della prima pietra".

 

Il giorno dopo sempre Biagetti informa Fusi: "C'è stato un altro incontro fra il nostro amico e Sodano... le tensioni interne sembrerebbero risolte... spostamento del Propaganda Fide che rompeva le palle... il passaggio che ti ho detto ieri è stato fatto... tu verrai convocato se non oggi... nel giro di pochissimi giorni".24-06-2010]

 

CRICCOPOLI PARTY – COME GLI SCIAGURATI DEL TITANIC CHE FESTEGGIAVANO MENTRE LA NAVE AFFONDAVA, COSì I FURBETTI DELLE INFRASTRUTTURE SI GODEVANO VACANZE A CORTINA, MEGAFESTONE A FIRENZE, CENE A ROMA E MILANO. TUTTO PAGATO CASH – INTANTO IL ROS AVEVA Già UN FALDONE DI PROVE ALTO COSì – IL CURIOSO CAPITOLO DELLE ZOCCOLE PAGATE PER TENERE COMPAGNIA MA QUANDO SI TRATTAVA DI FAR SESSO DICEVANO NO… Cristiana Mangani e Massimo Martinelli per "Il Messaggero"

A guardarla adesso, la disposizione dei tavoli apparecchiati con le tovaglie di lino e le composizioni di fiori, vengono in mente gli sciagurati del Titanic che ancora festeggiavano mentre la nave imbarcava acqua. Allo stesso modo se n'è andata la "cricca", la sera dell'undici luglio 2009, festeggiando nei saloni del Four Seasons di Firenze, mentre i carabinieri del Ros avevano già un castello di prove alto così da depositare in Tribunale. Le ultime istantanee di questo album rutilante e pretenzioso è stato messo a disposizione degli indagati solo ieri.

E l'ultima immagine è anche la più suggestiva: sette tavoli imbanditi nell'elegante albergo di Firenze, per celebrare i coniugi Fabio e Silvia De Santis. Lui è il Provveditore alle Opere Pubbliche toscane, ma anche il braccio operativo di Angelo Balducci, l'ex potentissimo presidente della Commissione Lavori pubblici, anche se tutti, o almeno i più vicini, chiamavano semplicemente il "Capo" quando ne parlavano al telefono. C'era anche lui al tavolo d'onore, quella sera, rigorosamente da solo.

Lo indicava il cartellone in corsivo appeso nella hall, per indirizzare gli ospiti ai tavoli: «A.Balducci; D.Verdini e Signora; R.Fusi e Signora; F.Tagliente e Signora; R,Girlanda; P.Cuccioletta e Signora; V.Carducci e Signora; P.Cuccioletta e Signora». Gli altri della Criccopoli romana erano intorno: Della Giovampaola e Anemone al tavolo 2; i fratelli De Santis ai tavoli 6 e 7. La cena serviva probabilmente per cementare quel patto di ferro che doveva spostare gli appalti per i lavori dei Grandi Eventi a Firenze verso le ditte amiche.

Fu uno degli ultimi fuochi di quel sistema di corruttela e clientelismo costruito sulle regalìe e le prebende sotto qualsiasi forma. E lo racconta bene il dossier depositato ieri in vista del processo che si sarebbe dovuto svolgere a Firenze dal prossimo 15 giugno e che invece verrà trasferito a Roma. Ci sono gli orologi d'oro, le vacanze a Cortina d'Ampezzo, le assunzioni di parenti, amici e amiche degli amici.

Ci sono anche le cene, in grande stile, come quella del Four Seasons ma anche al celebre ristorante Il Bolognese di Roma, con i conti pagati cash e senza farsi vedere da chi ha mangiato, preoccupandosi pure di non arrecare il minimo imbarazzo a chi si andava a divertire sapendo che avrebbe dovuto ricambiare gestendo la cosa pubblica.

E poi c'è, più nei dettagli, l'incredibile capitolo delle escort. Assoldate per "tenere compagnia" per un notte e, il giorno dopo, capaci di mettere a verbale che «sì, è vero, si è dormito insieme. Si è bevuto champagne, c'è stato un massaggio rilassante». Ma poi, quando il dottore ha chiesto un rapporto sessuale, «io mi sono opposta fermamente».

Emerge con forza, dalle carte, che il vero professionista della regalìa era Francesco De Vito Piscicelli, costruttore campano trapiantato a Roma, di casa nei ristoranti più celebri della Capitale e nelle gioiellerie di lusso. Nei primi prenotava cene per la "cricca", nelle altre acquistava orologi di moda e di gran lusso, mentre i carabinieri del Ros lo fotografavano persino con i pacchetti in mano. Il nome della sua società metteva quasi soggezione: "Opere Pubbliche e Ambiente Spa"; ma era privata, ovviamente; anche se i negozianti fatturavano pensando forse di avere a che fare con un'istituzione.

Così è nei libri contabili della Opere Pubbliche che si coglie la strategia aziendale della "cricca": ci sono gli orologi, le vacanze, i conti del ristorante, i mobili per quel dirigente del provveditorato e tanto altro ancora. E a confermare che proprio quella era la tecnica, i magistrati mettono in file le deposizioni di chi ha ammesso l'esistenza del sistema. Come Pierfrancesco Gagliardi, il cognato di Piscicelli, quello che rideva la mattina del terremoto all'Aquila, che ai pm di Firenze ha ammesso che anche l'acquisto di una villetta all'Argentario e la sua ristrutturazione altro non era che un regalo per il provveditore De Santis.

DELLA GIOVAMPAOLA ESCE DAL CARCERE

Il sistema strizza l'occhio alla politica, ovviamente. Ecco Denis Verdini, il coordinatore di Forza Italia, anche lui indagato che siedeva al tavolo di Balducci al Four Seasons e si adoperava per il suo amico Riccardo Fusi, già presidente della Btp, una della aziende che volevano spartirsi la torta degli Grandi Eventi.

E a raccontare il ruolo di Verdini è Gerardo Mastrandrea, capo dell'ufficio legislativo del ministro Altero Matteoli, che ricorda davanti ai pm un pranzo all'Harry's Bar di Roma, voluto da Verdini che si presenta con il suo amico Fusi, e, davanti al ministro Matteoli sembrava volesse dimostrare al costruttore «che aveva fatto un lavoro di messa in contatto». Che poi, a leggere le carte, non diede alcun risultato. [14-06-2010]

 

 

 

cricca news - non solo scajola, Lavori gratis anche per Lunardi - "METTA IN CONTO I TENDAGGI PER IL FIGLIO DI BALDUCCI" - i due domestici romeni di casa Balducci in Toscana PAGATI DA ANEMONE - L’ASSUNZIONE DI MR SMITH (fratello dell’ex fiamma di masi) E LE ESCORT-zoccole PER GLI APPALTI - Nei negozi la moglie di Balducci acquistava senza pagare. Altri poi saldavano i conti - Di Pietro Chiama in causa Rutelli... Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

Lavori gratis anche per Lunardi. Secondo gli inquirenti perugini, la ristrutturazione del palazzetto dell'ex ministro in via dei Prefetti, a Roma, è un «gentile omaggio» della cricca a un politico. Come era già accaduto per la casa di Claudio Scajola in via del Fagutale, anche per l'immobile di Lunardi l'esito dei riscontri incrociati da parte degli investigatori al lavoro sulla «lista Anemone» ha portato a individuare la società che aveva effettuato quell'intervento edile. Un subappalto, riconducibile alle imprese del gruppo Anemone.

Ma, di fronte all'opera prestata nella casa di via dei Prefetti, gli inquirenti hanno setacciato invano la documentazione contabile delle società dell'imprenditore. E non hanno trovato traccia di pagamenti, né ad Anemone né alle società del gruppo, da parte dell'ex ministro delle Infrastrutture. Nessun giallo sull'acquisto dell'immobile, che Lunardi avrebbe pagato di tasca sua.

A questo punto i pm perugini vogliono ascoltare l'ex titolare del dicastero di Porta Pia, che sarà presto convocato in procura come persona informata dei fatti. E tra i nomi eccellenti che in settimana incontreranno i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi c'è anche quello di Francesco Rutelli. Chiamato in causa da Antonio Di Pietro nell'interrogatorio di qualche giorno fa, quando il leader dell'Idv ha depositato lettere in cui manifestava dubbi sulle opere per i 150 anni dell'Unità d'Italia proprio all'allora vicepremier Rutelli.

Intanto, dalle ultime carte depositate a Firenze saltano fuori i riscontri investigativi sui tanti favori e sui benefit che la cricca chiedeva agli imprenditori. Lavori, vacanze, domestici. E, naturalmente, escort. Ecco i verbali.

LAVORI PER DE SANTIS: «PAGO IO PER LUI»
L'onnipresente Piscicelli si dà un gran da fare per far ac¬quistare una villa all'Argenta¬rio al provveditore della To¬scana, Fabio De Santis, trat¬tando all'inizio come se fosse lui l'acquirente, poi dicendo che opera per conto della ma¬dre di costui. Ma soprattutto si sbatte per pagare personal¬mente i¬ materiali necessari al¬la ristrutturazione della dimo¬ra costata 230mila euro.

Ales¬sandro R., titolare della ditta di composti edili, a verbale conferma: «Piscicelli mi disse al telefono che avrebbe paga¬to lui il materiale prelevato da Giancarlo B. (...) per la ristrut¬turazione. Tutto il materiale lo pagava lui». E infatti, al cel¬lulare, Piscicelli lo tranquilliz¬za: «Sì, lo pago io, lo pago io...». Ma c'è da saldare anche il tipo della ristrutturazione, che batte cassa a Piscicelli vi¬sto che De Santis è irreperibi¬le.

Il «risolvi-problemi» della cricca propone al rintraccia¬to De Santis di anticipare lui i soldi e saldare il conto in so¬speso. «Fabio senti,volevo so¬lo l'autorizzazione da te, se gli potevo dare un po' di soldi, glieli do io...». De Santis dà l'ok: «Bene, poi lunedì te li do». Piscicelli contatta il credi¬tore e fa presente che lo pa¬gherà con un assegno: «Però lo deve imputare alla signora (...)», madre di De Santis. Il ti¬tolare della ditta va nel pani¬co. Non capisce. «...e come faccio?».

«METTA IN CONTO I TENDAGGI PER IL FIGLIO DI BALDUCCI»
Fra le accuse mosse inizial¬mente all'imprenditore Ane¬mone c'era quella di aver fat¬to ponti d'oro per ingraziarsi Balducci. Di fronte all'inter¬cettazione delle titolare del negozio di tendaggi che rag¬guagliava Anemone sulla spe¬sa (non pagata) dalla moglie di Balducci per gli arredi del¬l¬'abitazione del figlio del prov¬veditore alle opere pubbliche («sono tutte cose abbastanza importanti, tutti tessuti belli costosi...»), c'era poco da di¬re, anche se gli interessati ne¬gavano.

Ora che il Ros esibi¬sce le fatture del tappezziere intestate alla Maddalena Con¬sortile (società di Anemone per il G8 in Sardegna, ndr ) le parole scarseggiano: «Fattu¬ra da 7.490,00 euro, e fattura da 11.639,20 euro». Anche i la¬v¬ori a casa sono pagati da Ane¬mone. Il tappezziere Roberto T. esibisce ai carabinieri una fattura di 22.632,00 euro a fa¬vore della Consortile Madda¬lena «nella quale sono descrit¬ti i lavori di fornitura - si legge nell'informativa del Ros - di una testata di letto (900 euro) e di un Sommier (1.850 euro) effettuati per l'abitazione di Balducci Angelo di Montepul¬ciano».

QUEI DUE DOMESTICI PAGATI DA ANEMONE
A.A. e la moglie L. sono i due domestici romeni di casa Balducci in Toscana che stan¬do alle intercettazioni, pur vi¬vendo e lavorando nella villa di Montepulciano, venivano stipendiati da Diego Anemo¬ne. Balducci ha respinto que¬sto addebito con i pm ma gli interrogatori dei due, e l'in¬quadramento nelle società di Anemone, lo smentiscono.

«Da verifica effettuata presso gli archivi dell'Ipns - si legge nell'informativa del Ros - si evince che A.A. almeno dal 1 giugno 2006 è di fatto alle di¬pendenze di imprese del gruppo Anemone (società consortile Minerva e società Redim 2002) e interessate, pe¬raltro, ai lavori di ristruttura¬zione della villa di Montepul¬ciano di Angelo Balducci ».

In¬terrogato l'11 marzo 2010, A.A. rivela: «Tramite un cono¬scente sono stato messo in contatto con Diego Anemone che mi ha prospettato la possi¬bilità di essere assunto presso la sua ditta edile che, in quel periodo, avrebbe dovuto svol¬gere lavori di ristrutturazione in una villa appartenente a una persona importante di Roma, tale Angelo Balducci, che aveva la possibilità di dar¬ci una casa dove abitare.

Per¬tanto sono stato assunto dal¬la Minerva nel giugno 2006 in qualità di operaio edile perce¬pendo uno stipendio di 1.300 euro mensili e immediata¬mente mi sono trasferito, qua¬le custode, a casa Balducci a Montepulciano. A novembre 2006 sono stato licenziato dal¬la Minerva e contestualmen¬te assunto alla Redim 2000 (...). Davo anche una mano nelle opere di ristrutturazio¬ne e ch¬e hanno interessato va¬rie parti dell'abitazione, il ter¬reno circostante e la piscina per un importo stimato di cir¬ca 400mila euro anche se sul cartello posto all'esterno la spesa era di 200mila.

Ritengo la spesa quella da me stimata perché la casa è stata comple¬tamente ristrutturata, sono stati montati pali di sostegno in tutto il terreno, sono stati rifatti ex novo infissi, porte, pi¬scina e pavimentazione. Fac¬cio presente che nell'occasio¬ne la mia consorte L. è stata assunta presso la Tecnowood (gruppo Anemone, ndr ) con uno stipendio di 500 euro, quale addetta alle pulizie.

Riti¬ravano lo stipendio negli uffi¬ci di via Monte d'Orvieto, abi¬tazione di campagna del pre¬detto Anemone (...). Ricordo che il direttore dei lavori era Mauro Della Giovampaola (...). La causa scatenante del licenziamento è dovuta al fat¬to che mia moglie ha chiesto un aumento di stipendio per¬ché i¬l suo lavoro era aumenta¬to visto che la presenza di Bal¬ducci nella villa era sempre più assidua e non si limitava a due o tre volte l'anno».

SIAMO LA COPPIA PIU BELLA DEL MONDO! MAURO MASI E SUSANNA SMIT

L'ASSUNZIONE DI MR SMITH E LE ESCORT PER GLI APPALTI
Proseguendo coi riscontri sul¬¬le intercettazioni, i carabinie¬ri mettono nero su bianco la versione di Anthony Smith, fratello dell'ex compagna del direttore generale della Rai, Mauro Masi, assunto da Die¬go Anemone al Salaria Sport Village. «Sono operatore tec¬nico subacqueo e mi occupo di impiantistica portuale. Il 31.07.2009 sono stato assun¬to a tempo determinato pres¬so la società Salaria Nuoto, il contratto l'ho stipulato al Sa¬laria Sport Village (...) per uno stipendio di 1.321,06 euro (...). Non sono mai stato im¬piegato con le mansioni per cui sono stato assunto, ovve¬ro istruttore di nuoto, bensì sono stato utilizzato per rim¬piazzare di volta in volta altro personale con mansioni va¬rie (...). Ho reperito il lavoro attraverso l'interessamento di mia sorella Susanna e più in particolare attraverso cono¬scenti delle stessa che all'epo¬ca non conoscevo».

Il contat¬to con Anemone avviene «presso una villa con giardi¬no, presumo in zona San Gio¬vanni, credo di proprietà di Angelo Balducci (...). Nella circostanza (Anemone, ndr ) mi chiedeva che cifra gradissi di stipendio, rispondendogli che chiedevo una cifra ade¬guata che mi permettesse di soggiornare a Roma (...) dove ho poi soggiornato in un ap¬partamento trovatomi da Anemone in via Salaria».

Il ca¬pitolo prostitute, che dalle in¬tercettazioni cristallizza in tre appuntamenti (due a Ve¬nezia e uno a Roma) i presun¬ti favori sessuali della «cric¬ca » a De Santis, si apre con l'interrogatorio della ragazza G.D.L. (...) che nel conferma¬re i rapporti con Rossetti del Salaria Sport Village, nega pe¬rò d'aver consumato rapporti sessuali: «In due occasioni mi ha proposto di guadagnarmi soldi (1.000 euro) sempre con la stessa persona definita "im¬portante" all'Hotel Excelsior di Venezia. Gli accordi erano di intrattenere tutta la notte questa persona ma dopo aver bevuto dello champagne in camera, Fabio (De Santis, ndr ) mi ha chiesto di avere un rapporto sessuale ma io mi so¬no rifiutata».

Un dipendente del Salaria Sport Village inve¬ce la mette così: «Mi ricordo che il 18 ottobre 2008 Simone Rossetti mi ha chiesto esplici¬tamente di reperire due "zoc¬cole- escort" che dietro paga¬mento avremmo dovuto ac¬compagnare in alcune came¬re del Gritti Palace di Venezia per intrattenere rapporti ses¬suali verosimilmente a favore di due persone di sua cono¬scenza che sconosco». Dopo aver fatto più tentativi su in¬ternet ( «ma ho lasciato perde¬re perché chiedevano trop¬po ») ha ripiegato su una pro¬stituta veneziana. «Se ne è oc¬cupato Rossetti, non ho più saputo nulla».

DAL MOBILIO IN OMAGGIO AL RESORT SULLE DOLOMITI
L'ex provveditore De Santis sembra insaziabile. Se le in¬tercettazioni evidenziano il regalo di Anemone -attraver¬so la società Tecnowood - di una splendida libreria che la moglie non gradisce perché non è del colore richiesto, i ri¬scontri arrivano da Antonio Monterotti che ha montato «la libreria, una mensola, due mobili per la sala per un valo¬re stimato di 10mila euro», e dall'amministratore unico della Tecnowood, Rita Monta¬nari.

De Santis, poi, strappa un soggiorno all'hotel Cristal¬lo di Cortina, 750 euro a notte, a carico dell'imprenditore Ga¬etano Ciotola ( che gli metterà a disposizione anche un'auto Smart) in stretti rapporti con Anemone. Le fatture del sog¬giorno di De Santis, rintrac¬ciate all'agenzia di viaggio, evidenziano una spesa - a ca¬rico del Ciotola - di 4mila eu¬ro.

LE CENE CON PARLAMENTARI E IL COGNATO DI BERTOLASO
Piscicelli, sempre lui, preno¬ta tavoli e organizza serate. Il 20 ottobre 2009 al ristorante il Bolognese in piazza del Popo¬lo a Roma conferma per 16 persone «a nome Balducci, se me lo mette in una saletta, la prego ci tengo moltissimo». La cena l'ha chiesta Balducci attraverso un uomo della se¬gretaria, Roberto Di Mario. È probabile, osserva il Ros, che a pagarla sia stato Piscicelli.

Altra cena, l'11 luglio 2009, al Four Season di Firenze. Sette tavoli, 103 persone importan¬ti. Al tavolo numero uno, tra gli altri, spiccano Balducci, Denis Verdini con signora, Riccardo Fusi con la moglie e l'onorevole Girlanda. Al tavo¬lo accanto Diego Anemone, Mauro Della Giovampaola e il cognato di Guido Bertolaso.

SHOPPING
Nei negozi la moglie di Balducci acquistava senza pagare Altri poi saldavano i conti

14-06-2010]

 

 

 

LA BELLA POLITICA - Appalti e nomine si decidevano all´Harry´s bar di Via Veneto a Roma e non negli uffici del ministero delle Infrastrutture - È li che il ministro Altero Matteoli convoca il capo dell´ufficio legale del dicastero, Gerardo Mastrandrea PER FAR AFFIDARE L’appalto per la Scuola marescialli di Firenze All’AMICO DI VERDINI, Fusi, E PER la nomina di Fabio De Santis a provveditore per le opere pubbliche della Toscanafrancesco viviano per La Repubblica

Appalti e nomine si decidevano all´Harry´s bar di Via Veneto a Roma e non negli uffici del ministero delle Infrastrutture. È li che il ministro Altero Matteoli, invitato dal coordinatore del Pdl Denis Verdini e dall´imprenditore e suo amico Riccardo Fusi, convoca con una telefonata il capo dell´ufficio legale del dicastero, Gerardo Mastrandrea.

Occasione in cui il ministro Matteoli parla sia dell´appalto per la Scuola marescialli di Firenze da affidare a Riccardo Fusi sia della nomina di Fabio De Santis a provveditore per le opere pubbliche della Toscana. A rivelarlo è proprio Mastrandrea, capo dell´ufficio legale del ministro, in un interrogatorio davanti ai pm di Firenze.

«Era il 24 o 25 ottobre del 2008 quando, per la prima volta, ho visto Verdini durante un pranzo all´Harry´s Bar. A convocarmi è stato il ministro Matteoli. Mi telefona e mi dice: "Venga qui". Quando sono arrivato ho visto che c´erano anche Verdini e Fusi, ma non sapevo chi fossero. Ho avuto subito l´impressione che Verdini volesse in qualche modo dimostrare a Fusi che, insomma, aveva fatto un lavoro di messa in contatto con il ministro...».

I quattro commensali parlano dell´appalto della Scuola dei marescialli di Firenze e della nomina di Fabio De Santis. «In quell´occasione il ministro mi disse: "Mastrandrea, che cosa state facendo?"». La domanda riguardava il contenzioso tra l´imprenditore fiorentino Fusi e la Astaldi, in lite per l´appalto della Scuola marescialli, e alcune delibere per l´assegnazione dell´appalto e per la certificazione del collaudo dei lavori che erano ancora in corso. «Poi si sono messi a parlare di politica - conclude il dirigente - e io sono andato via».

di costruzioni BTP

Che il ministro Matteoli abbia perorato e ottenuto la nomina di Fabio De Santis a capo del provveditorato delle Opere Pubbliche della Toscana proprio per favorire Verdini e Fusi, lo ha confermato anche un altro alto funzionario del ministero, Claudio Iafolla, capo di gabinetto del ministro. Interrogato dai magistrati fiorentini, Iafolla non ha indugiato a raccontare che fu proprio il suo ministro a chiedere quell´incarico. «A proposito della nomina di Fabio De Santis me lo disse proprio il ministro, come fa di solito: "Ci sarebbe questo De Santis e io vorrei mandarlo al Provveditorato di Firenze"».

Ma è l´interrogatorio di Mastrandrea che coinvolge in maniera pesante Matteoli e il coordinatore del Pdl, Verdini. Il capo dell´ufficio legislativo racconta che dell´appalto per la Scuola dei marescialli se ne occupò fin dall´inizio. Era una gara complicata «e ne fui incaricato dal ministro che aveva bisogno di chiarimenti ed era molto preoccupato per questa vicenda».

Poi, a verbale, anche un altro incontro che Matteoli avrebbe avuto verso la fine di maggio del 2008 con il titolare della Baldassini-Tognozzi, Riccardo Fusi. «Io ero in ufficio, mi chiama e mi dice: "Guardi qui, c´è una situazione..."». Matteoli insomma sollecitava il suo capo dell´ufficio legale a sostenere la causa di Riccardo Fusi nel contenzioso dell´Astaldi per la Scuola marescialli.

Mastrandrea si attiva trovando cavilli giuridici per "accontentare" le richieste del ministro e quando i pm gli contestano alcune sue iniziative Mastrandrea risponde: «Col senno di poi potrei dire che ho sbagliato, mi prendo le mie responsabilità. Io pensavo che... non sapevo assolutamente che Balducci sapesse di questa cosa, anche se mi aveva forse detto che aveva partecipato al collaudo...».

Mastrandrea sostiene di essersi trovato in imbarazzo. Da una parte doveva accontentare il ministro, dall´altra rispettare la legge. «Io ho un incarico pesantissimo al ministero, essendo capo dell´ufficio legislativo delle Infrastrutture... ed è veramente una vita infernale al ministero per cui ho capito che questa era una cosa importante ma non potevo dare seguito a tutti quelli che mi chiamavano». [12-06-2010]

 

 

Travaglismo senza limitismo - Ma come: cacciano dal governo un pover’ometto che s’è soltanto fatto pagare la casa da un altro, per giunta a sua insaputa, e poi nominano ministro uno rinviato a giudizio per lo scandalo Bpl-Antonveneta? - Il 18 giugno 1993, quand’era il vice di Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni, Brancher fu sbattuto a San Vittore su richiesta del Pool di Milano. restò in carcere tre mesi e, per trasmettergli la consegna del silenzio, Berlusconi e Confalonieri giravano in auto intorno al carcere “per metterci in comunicazione con lui”. La telepatia funzionò: Brancher tenne la bocca chiusa

 

Marco Travaglio per Il Fatto

Basta, c'è un limite a tutto. Non si può seguitare a mortificare Claudio Scajola. Già dev'essere umiliante venire scaricato da uno come B, che in vita sua non ha mai scaricato nessuno, anzi ha sempre caricato di tutto. Figurarsi come deve sentirsi, lui che non è neppure indagato, ora che viene promosso ministro del Federalismo l'imputato Aldo Brancher, l'ex prete paolino poi spretato e divenuto dirigente della Fininvest e dunque deputato di Forza Italia.

 

No, non si fa così. Ma come: cacciano dal governo un pover'ometto che s'è soltanto fatto pagare la casa da un altro, per giunta a sua insaputa, e poi aprono le porte a uno rinviato a giudizio per lo scandalo Bpl-Antonveneta? Ma allora lo dicano che vogliono provocare. Fra l'altro la signora Scajola ha fatto sapere che, se il marito s'è finora avvalso della facoltà di non rispondere, è stato per non inguaiare "gente più compromessa di lui".

Chissà se conviene contrariarlo: e se poi parla? Potrebbe esplodere una rissa nell'ora d'aria del Pdl, simile a quella che sta dilaniando l'Udc col simpatico scambio di vedute tra il senatore Cintola (indagato perché mandava l'autista con l'auto blu a comprargli la coca) e il segretario onorevole Cesa (arrestato nel '93 per una trentina di mazzette, mise a verbale: "Ho deciso di svuotare il sacco"). Appena Cesa ha sospeso Cintola dal partito, Cintola - suo affezionato biografo - ha replicato: "Cesa dovrebbe sospendersi da solo, con tutto quel che ha combinato".

 

Ora non vorremmo che la guerra fra impresentabili riesplodesse nel centrodestra a proposito della biografia di Brancher. Il 18 giugno 1993, quand'era il vice di Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni, fu prelevato e sbattuto a San Vittore su richiesta del Pool di Milano, in base alle accuse di Giovanni Marone, segretario del ministro della Malasanità Francesco De Lorenzo: "Brancher venne da me a nome della Fininvest per raccomandarsi che le venisse riservata una maggiore fetta di pubblicità nella campagna anti-Aids (sulle reti Fininvest, ndr). E quando questo privilegio fu realizzato, mi fu riconoscente pagando 300 milioni in due rate": 300 a Marone e 300 al Psi.

 

Brancher restò in carcere tre mesi e, per trasmettergli la consegna del silenzio, B. ricorse al paranormale: "Quando Brancher era a San Vittore - ha raccontato il Cavaliere - io e Confalonieri giravamo in auto intorno al carcere per metterci in comunicazione con lui". La telepatia funzionò: Brancher tenne la bocca chiusa.

 

Fu poi condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio. Poi, in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dal governo Berlusconi, di cui era sottosegretario lo stesso Brancher. Il quale, nel 2005, torna sul luogo del delitto: la Procura di Milano trova un conto alla Banca Popolare di Lodi intestato alla sua compagna Luana Maniezzo con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300 mila euro in due anni.

 

Un regalino di Fiorani, come spiega lo stesso banchiere ai pm: "Con Brancher ho avuto diversi rapporti economici: una somma nel 2003 sul conto di Luana Maniezzo; nel 2004 100 mila euro che ho consegnato in ufficio a Lodi per ringraziarlo per l'attività svolta in Parlamento per aiutare Fazio; 100 mila euro nel 2005 a Roma; 200 mila euro a Lodi quando ho consegnato la busta a Brancher che la doveva dividere con Calderoli... che aveva bisogno di soldi per la sua attività politica".

Il 26 giugno sarebbe dovuto iniziare al Tribunale di Milano il processo a suo carico per appropriazione indebita, processo finora rinviato per i suoi impedimenti parlamentari (tipo una imprescindibile missione alla Fiera di Hannover). Ma niente paura, ora che è ministro il processo non partirà nemmeno, grazie alla legge sul legittimo impedimento. L'amico B. l'ha salvato appena in tempo. E il capo dello Stato, nelle cui mani questo bel giglio di campo ha giurato ieri, ha fatto finta di nulla. Chissà com'è felice Scajola.

 19-06-2010]

 

 

 

PIATTO RICCO MI CI FITTO (RAFFAELE) –UN TESORO DI FONDI PUBBLICI DI 80 MLD PRIMA GESTITI DA SCAJOLA – LA STORIA DELL’EX GOLDEN BOY (A PROCESSO PER CORRUZIONE) CHE COME UN VERO DEMOCRISTIANO, DI DIMETTERSI NON CI HA MAI PENSATO…

Emiliano Fittipaldi per "L'Espresso"

I suoi soprannomi non si contano. "Il golden boy del Tavoliere", "La protesi di Berlusconi", "L'enfant prodige di Maglie". Raffaele Fitto è permaloso come pochi, ma ai nomignoli che gli appiccicano non ha mai fatto caso. S'arrabbia di brutto solo quando lo chiamano "perdente di successo".

Fitto odia perdere ma, ahilui, ultimamente perde spesso. Dopo vent'anni di trionfi ininterrotti, Nichi Vendola è apparso sul suo cammino, sgambettandolo per due volte nella corsa alla presidenza della Puglia. Nel 2005, in un testa a testa al fotofinish. Nel 2010, quando l'avversario omosessuale e comunista ha fatto a pezzi Rocco Palese, il candidato imposto da Fitto contro tutto e tutti.

Il tracollo del suo uomo ha impedito che l'alleanza di governo portasse a casa il jackpot, il clamoroso sorpasso per 7 a 6 sul centrosinistra. "Berlusconi lo ha sempre sostenuto, ma adesso è furioso", sussurravano a marzo i luogotenenti del Pdl che vaticinavano la caduta definitiva dell'astro pugliese. Il Cavaliere, dopo le elezioni, lo ha messo sub judice, respingendo sì le dimissioni ma rimandando la resa dei conti a data da destinarsi.

Due mesi e mezzo di passione, per il giovane ministro degli Affari regionali con la riga di lato e la faccia da bambino. Che la scorsa settimana, all'improvviso, ha ritrovato il sorriso. Contro ogni pronostico, Silvio ha regalato alla sua "protesi" (lo chiamò così durante un convegno nel 2000) la gestione del dipartimento delle Politiche per lo sviluppo.

Quello che controlla il forziere da 54 miliardi di euro dei fondi Fas per le aree sottoutilizzate. Soldi a cui vanno aggiunti altri fondi comunitari: in tutto si arriva a 80 miliardi tondi tondi, prima appannaggio di Claudio Scajola. Un tesoro su cui Giulio Tremonti e la Lega di Umberto Bossi hanno cercato di mettere le mani dal giorno stesso delle dimissioni dell'ex ministro dello Sviluppo economico.

Ma Berlusconi ha puntato i piedi: prima ha girato l'ufficio sotto l'ala della presidenza del Consiglio, poi ha consegnato il malloppo a Fitto, per l'abbisogna passato da "reietto" a "fedelissimo". "Raffaele", giurano da Palazzo Chigi, "userà i soldi sotto il tutoraggio stretto di Berlusconi".

I miliardi fanno gola a tanti. Politici, amministratori, aziende. Dodici miliardi serviranno per potenziare le infrastrutture, e altri 27 devono finanziare i vari programmi regionali. Viabilità, sviluppo industriale, ammortizzatori sociali, gli imprenditori faranno la fila davanti alla scrivania di Fitto, perché il dipartimento - seppur è la Finanziaria che stabilisce annualmente le risorse da assegnare - ha grandi poteri di indirizzo. Di certo chi si siederà sulla poltrona che fu di Scajola avrà poteri e capacità di spesa dimezzati: pure Invitalia, l'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, è stata messa (in parte) sotto il cappello del ragazzo pugliese.

Fitto è dunque tornato protagonista della scena. Quarantuno anni il prossimo 28 agosto, appassionato di soldatini, è un uomo tutto famiglia, Chiesa e ciuffo da bravo ragazzo. Abilissimo nella gestione del consenso e delle clientele, forte sul territorio di Lecce e dintorni, è un cacicco democristiano vecchio stile, con voti e metodi - dicono i maligni - ereditati dal padre, ex governatore della Puglia dal 1985 al 1988. In realtà di strada ne ha fatta molta, andando ben al di là di quello che papà Salvatore gli ha lasciato in dote. "Chi l'avrebbe detto", ripetono a Maglie, il paese che diede i natali ad Aldo Moro, dove tutti si ricordano le bravate del rampollo diventato ministro.

Secondogenito di una ricca famiglia della Dc, Raffaele finisce infatti sulle cronache locali per le scazzottate con i comunisti della zona, si fa notare sulle piste delle discoteche del Salento o mentre impenna - lo ricorda lui stesso parlando a "Libero" - con il Sì Piaggio per le vie del paese. Ribelle in famiglia, un disastro a scuola: rimandato a settembre, maturità presa con 38 su 60, qualche vaffa di troppo al preside e lezioni marinate per andare a tirare calci al pallone: Fitto, juventino sfegatato, è un centrocampista coi fiocchi, tanto che chi ci ha giocato insieme lo definisce "uno cattivo, in campo è un vero bastardo, ma bisogna ammettere che con i piedi ci sa fare davvero".

L'andazzo scavezzacollo da figlio-di-papà-di-provincia finisce ai tempi dell'università. Raffaele mette la testa a posto quando il destino gli uccide il padre in un brutto incidente stradale. La famiglia, latifondista, ex simpatie monarchiche e impegnata con la Dc, decide che sarà lui l'erede designato.

Mentre il fratello Felice continua a studiare per diventare ortopedico, il piccolo della casata diventa consigliere regionale nel 1990, a soli 21 anni. L'anno successivo è segretario del Partito popolare a Bari, a 25 anni diventa assessore al Bilancio della Puglia. Il ragazzo è seguito passo passo dalla madre, donna di polso e cattolica praticante. Memorabili le telefonate con un amico deputato, intercettate dai giudici del capoluogo.

Leda Dragonetti - impegnata per la campagna elettorale del figlio - spiega di aver chiamato il vescovo di Lecce perché "mi hanno detto che le suore stronze non vanno a votare". Fino al 2005, saranno proprio i voti a non mancare mai: la carriera di Raffaele continua tra vicepresidenze di Regione e valanghe di preferenze per le elezioni all'Europarlamento, fino alla vittoria del 2000 che lo trasforma nel più giovane governatore della storia d'Italia. Il ragazzo schiacciasassi si fa notare presto da Berlusconi, che con lui crea un rapporto fiduciario strettissimo.

Il golden boy impara presto a gestire il potere. Fa lobby, i suoi uomini finiscono dentro gli ospedali, nella gestione della Fiera del Levante, nelle aziende pubbliche e negli aeroporti. Vendicativo con chi si oppone e con chi tradisce ("se sgarri non ti dà mai una seconda possibilità", racconta chi lo conosce bene), ha ingaggiato da un annetto una guerra fratricida con il senatore Gaetano Quagliariello, barese, che vuole fargli la festa e strappargli le redini del partito regionale.

La lista dei nemici interni è sempre più lunga. Insieme all'ex radicale, Adriana Poli Bortone è l'altra sua grande rivale, seguita a ruota dal sottosegretario all'Interno (pure lui salentino) Alfredo Mantovano. Lui si batte, e per ora non molla lo scettro. Gli amici sono ancora tanti, gli appoggi robusti.

Raffaele è un organizzatore come pochi, e sa essere generoso con la sua squadra: il suo avvocato Francesco Paolo Sisto è diventato parlamentare, come il suo collaboratore Antonio Distaso, vice coordinatore regionale del partito trasformato onorevole. Fitto, da buon democristiano, è trasversale, e ha ottimi rapporti con Casini, un amico di famiglia, con il ciellino Roberto Formigoni, persino con Vasco Errani e Massimo D'Alema ci si rispetta.

Difficile dire se i Fas e il nuovo asse con Berlusconi potranno ribaltare gli ultimi anni costellati da cocenti delusioni. Vendola, sconfiggendolo due volte, ha ridimensionato di molto le sue ambizioni: è cosa nota che Raffaele sognava, prima o poi, di scalare anche il potere dei Palazzi romani per diventare il delfino del Cavaliere.

Un sogno diventato chimera anche per colpa dei giudici, che lo hanno incriminato mettendolo davanti alla sbarra. I processi da fare riguardano due vicende: la presunta svendita dei supermercati Cedis (è accusato di concorso in turbativa d'asta per aver favorito un imprenditore salentino, Brizio Montanari) e la tangente da 500 mila euro che - secondo i pm di Bari - Giampaolo Angelucci avrebbe versato alla lista di Fitto "La Puglia prima di tutto" nel 2005.

Contropartita: un appalto da 198 milioni per la gestione di 11 residenze sanitarie assistite. Fitto, in questo caso, è indagato per corruzione e illecito finanziamento ai partiti. Reati che andranno in prescrizione nel 2012: come un vero democristiano, di dimettersi non ci ha pensato nemmeno.

[18-06-2010]

 

 

 

LO SGUB DI RI-PUBBLICA
"Appalti gonfiati per pagare la casa di Scajola". Bum! Carlo Bonini, sempre orfano del commissario Davanzoni, scopre che i pm di Perugia hanno sequestrato al Sisde le carte sulla base di piazza Zama, a Roma. E questa è una notizia. C'entra con Scajola? Non si capisce bene. Poi uno si legge tutta la paginata con date, nomi e riunioni del Sisde sulla costruzione di Piazza Zama e gli viene in mente che forse l'ha già letta da qualche parte.

Piccola ricerca d'archivio ed esce "Quando la Cricca sconfisse i servizi segreti", pubblicato sul Secolo XIX del 20 maggio scorso, a firma Francesco Bonazzi (e il 6 maggio:"Agente Anemone, la licenza era di costruire").

Il grande Bonini riprende, sviluppa e aggiunge da par suo. E rispetto al Secolo toglie solo un passaggio che metterebbe in difficoltà l'eroico generale Mario Mori, girandola invece tutta su Scajola che, va detto, all'epoca era il "potentissimo" ministro senza portafoglio per l'attuazione del Programma.

10.06.10

 

SCAJOLA RISTRUTTURATO A SUA INSAPUTA ...
Intanto non si ferma la slavina dell'unico che si è dimesso. "Duecentomila euro di ristrutturazione, l'ultimo regalo di Anemone a Scajola. Ancora ricerche sulle proprietà di Bertolaso: ora nel mirino un casale sopra Positano" (Repubblica, p.13).

Sul Cetriolo, micidiale pezzo di Antonio Massari: "Suoi neppure i soldi per ristrutturare. Scajola non avrebbe pagato un euro per i lavori della casa al Colosseo" (p. 9). Ne aveva già spesi troppi per acquistarla.

10.06.10

 

C’È CHI IN QUESTE ORE SI AGITA SENZA REQUIE PER PRENDERE IL POSTO DELL’INCRICCATO SCAJOLA AL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO. E’ IL VICE DELLO STESSO DICASTERO: ADOLFO URSO, FINIANO DI FERRO BATTUTO, RESPONSABILE DI "FAREFUTURO", E ANCHE LUI CON UN ATTICO DI 500 METRI QUADRI DA SOGNO CHE È RIUSCITO AD ACQUISTARE PER TRE MILIONI DI EURO A PONTE CAVOUR, VISTA MOZZAFIATO SULLA CAPITALE - NO DEL CAV AL TIPINO FINI: LE SPERANZE DEL POSTINO SARMI, L’OUTSIDER GIANPIERO CANTONI - MA PER URSO C’è L’ALTERNATIVA DEL MINISTERO DI MATTEOLI (CHE STAREBBE PER MOLLARE)

C'è chi in queste ore si agita senza requie per prendere il posto di Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo Economico. E' il vice dello stesso dicastero: Adolfo Urso, 53 anni, finiano di ferro, e anche lui con un attico di 500 metri quadri da sogno che è riuscito ad acquistare per tre milioni di euro a Ponte Cavour, vista mozzafiato sulla città.

 

A venderglielo l'immobiliare Gruppo Refin, e c'è ora chi sta verificando, come si dice in Rai, se il prezzo è giusto... Per far fronte all'acquisto, ha acceso secondo le sue stesse dichiarazioni, un misero mutuo di due milioni e mezzo di euro.

Gran colpo anche quello che gli ha permesso, appena scoppiato il caso Scaloia, di ottenere dal venditore, con atto notarile del 6 maggio scorso, un vasto terrazzo, definito nel documento 'lastrico solare'?

Segretario generale di Fare Futuro, la fondazione presieduta da Gianfranco Fini, il viceministro ha un cursus honorum culturale di tutto rispetto: direttore di Charta Minuta, rivista della Fondazione, è stato, oltre che redattore del Secolo d'Italia, direttore di Proposta Nazionale e di Morbillo.

 

Nella sua veste di segretario generale, Urso, che allo Sviluppo economico ha la delega per il commercio internazionale, ha il compito precipuo di valorizzare FareFuturo, un organismo che, a giudicare dalla sua presentazione e dal personale di cui dispone, sostiene costi molto alti, che gestisce assieme all'ad del Poligrafico Ferruccio Ferranti e al consigliere d'amministrazione dell'Eni Pier Luigi Scibetta. Ora per allargare gli orizzonti, mantenendo però l'incarico che detiene attualmente, il viceministro vorrebbe salire di grado e insediarsi al vertice di Via Veneto.

 

A rovinargli la festa potrebbe essere un ex finiano, l'ad di Poste Italiane, Massimo Sarmi, un ingegnere elettronico veneto di 62 anni oggi nelle grazie di Letta, che il Cavaliere vedrebbe bene al posto di Scaiola. In tal caso Urso, rivelano i suoi collaboratori più stretti, punterebbe sul ministero delle Infrastrutture dove, stando ad alcune voci, Altero Matteoli starebbe per lasciare. Ma Berlusconi per via Veneto comincia a pensare anche a Gianpiero Cantoni, economista e attualmente professore alla Bocconi, Presidente della Commissione difesa del Senato. [11-06-2010]

 

 

 

 

TROVANO CONTI MILIONARI A SAN MARINO E LUSSEMBURGO INTESTATI AL RAS DELLA CRICCA E AL COMMISSARIO DEI MONDIALI DI NUOTO RINALDI – SI DECIDE SUL COMMISSARIAMENTO DELLE IMPRESE DI ANEMONE - SOLO UNA QUARANTINA DI INTERVENTI INSERITI NELL’ORMAI FAMOSA LISTA SAREBBERO STATI PAGATI (CONCUSSIONEFiorenza Sarzanini per "il Corriere Della Sera"

Sono due imprenditori inseriti nella «cricca» ad aver fornito agli investigatori la traccia su una casa all'estero messa a disposizione di Guido Bertolaso. Ne parlano al telefono, in una delle intercettazioni non ancora depositate. Non è l'unica. Sono diversi i riferimenti su questa possibilità concessa al capo della Protezione Civile. Lui stesso, in un altro colloquio registrato durante le indagini, farebbe cenno ad un «appoggio» che si trova oltreconfine.

 

Per questo i magistrati di Perugia hanno delegato nuovi accertamenti ai carabinieri del Ros, non escludendo che l'appartamento possa essere intestato a una delle società che fa capo al costruttore Diego Anemone. Nei colloqui si parla di Montecarlo e dunque ci si è orientati verso la Costa Azzurra, però non si escludono altre località, visto che si è già accertato come Angelo Balducci e lo stesso Anemone avessero effettuato investimenti all'estero, in particolare in Tunisia.

 

Si cercano gli immobili, ma si cercano soprattutto i soldi. Nei giorni scorsi i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno incontrato il Commissario della Legge di San Marino Rita Vannucci. E da lei avrebbero già avuto conferma dell'esistenza di nuovi depositi bancari intestati allo stesso Balducci e al commissario per i Mondiali di Nuoto Claudio Rinaldi. Su quei conti sarebbero transitate decine di milioni di euro e non è escluso che anche altri indagati abbiano utilizzato lo stesso meccanismo per occultare le proprie provviste finanziarie.

 

Per scoprirlo è stata trasmessa ieri una richiesta di rogatoria alle stesse autorità Sammarinesi e quelle del Lussemburgo dove sono già stati trovati tre milioni di Balducci e due di Rinaldi.

Le verifiche già disposte in quei Paesi avrebbero consentito di scoprire che anche Anemone potrebbe aver portato lì una parte dei propri soldi e adesso è necessario una risposta ufficiale per poter effettuare contestazioni formali e stabilirne la provenienza.

Del resto sono stati gli accertamenti compiuti dalla Guardia di Finanza a dimostrare come negli ultimi anni le imprese del costruttore abbiano quadruplicato il fatturato grazie all'aggiudicazione di numerosi appalti inseriti nel programma dei «Grandi Eventi» e dunque assegnati con procedure più rapide e sottoposte a un minor numero di controlli.

 

Un privilegio che il costruttore avrebbe ripagato concedendo favori a numerosi interlocutori istituzionali. Oltre ai fondi messi a disposizione dell'ex ministro Claudio Scajola, del generale dei servizi segreti Francesco Pittorru e del genero del manager delle Infrastrutture Ercole Incalza per l'acquisto di appartamenti a Roma, l'imprenditore avrebbe effettuato gratuitamente anche decine di ristrutturazioni.

 

Secondo i primi dati acquisiti dagli investigatori soltanto una quarantina di interventi inseriti nell'ormai famosa lista trovata in uno dei computer dell'azienda di Anemone sarebbero stati pagati. Nella maggior parte degli altri casi non sarebbe stata emessa alcuna fattura e nel caso dei lavori effettuati per il Vaticano la cifra dovuta sarebbe stata in realtà accantonata, in modo da poter contare su una provvista in contanti da utilizzare in caso di necessità.

 

Un sistema che i pubblici ministeri hanno evidenziato ieri durante l'udienza convocata dal giudice per decidere il commissariamento di tutte le società che fanno capo all'imprenditore sollecitato dall'accusa.

Sono stati i magistrati a ribadire come esistesse una «disponibilità "in bianco" delle imprese a compiacere i pubblici funzionari: può trattarsi di concussioni, con i soggetti titolari di pubbliche funzioni che inducono o costringono i privati a elargire utilità indebite (ad esempio, dietro la minaccia di ritardare pagamenti dovuti per legittime spettanze degli appaltatori), ovvero di prezzi di una corruzione insita nella struttura stessa del rapporto fra i due soggetti, con il privato che già sa, nel momento in cui avanza la propria candidatura per l'aggiudicazione di un lavoro, che quel lavoro gli verrà assegnato soltanto a condizione di soddisfare qualunque richiesta del soggetto pubblico.

 

Della prima chiave di lettura, però, ci sono solo larvati ed episodici segnali e dunque non resta che la seconda, tale da offrire della fattispecie concreta un quadro emblematico di malaffare nella gestione della cosa pubblica, dove la corruzione si annida fra le stesse condizioni poste da chi è chiamato ad amministrarla, e giunge al grottesco risultato di una assoluta bilateralità di cointeressenze».

 

 

10-06-2010]

 

 

DA DON BANCOMAT A FRA CASSA DEPOSITI (DI ANEMOME) – PER GLI INQUIRENTI IL CONTO DI DON EVALDO BIASINI USATO NON SOLO IN USCITA, MA ANCHE IN ENTRATA – LO STRANO GIRO DI ASSEGNI TRA IL RELIGIOSO, BRUNO CIOLFI DELLA IGIT (CHE GUARDA CASO VINCE LA COMMESSA PER L’AUDITORIUM DI FIRENZE) E ANEMONE

Marco Imarisio per "il Corriere della Sera"

 

Non solo Bancomat, ma anche Cassa depositi. Il conto corrente di don Evaldo Biasini veniva usato in due diversi modi da Diego Anemone. In uscita, per pagare tangenti, come sospettano i pubblici ministeri. Ma anche in entrata, usando il religioso per mascherare una serie di versamenti a suo favore che i carabinieri del Ros di Firenze definiscono «di natura altamente sospetta».

Dall'esame della contabilità del religioso, economo della Congregazione del Preziosissimo Sangue, sono spuntati infatti nuovi assegni emessi dall'imprenditore Bruno Ciolfi, titolare della Igit, azienda che si è aggiudicata l'appalto per il Nuovo Auditorium di Firenze. Fu proprio l'esito di quella gara a generare un epiteto che tuttora gode di una certa diffusione.

 

Di «cricca» si parla per la prima volta, e ripetutamente proprio nell'informativa del Ros del 13 gennaio 2008 che si occupa dell'Auditorium, inserito nell'ottobre del 2007 tra le grandi opere previste per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. «Facendo così avviare- osserva il Ros- la procedura d'appalto attraverso cui si sceglierà in un sol colpo il progettista che firmerà l'intervento e l'azienda costruttrice che dovrà realizzarlo».

Vince a sorpresa la Igit di Ciolfi, insieme alla Sac di Emiliano Cerasi. L'amministratore delegato della Baldassini Tognozzi Pontello, giunto terzo, si sfoga al telefono con l'architetto Marco Casamonti, inveendo più volte contro la «cricca romana».

Adesso, i carabinieri alle prese con il sacco pieno di ricevute che don Evaldo ha consegnato loro, hanno trovato una lunga serie di assegni, per un totale complessivo di 345mila euro, che Ciolfi ha consegnato ad Anemone, il quale li ha poi girati al religioso, che li ha depositati in banca a suo nome.

 

Gli investigatori hanno rilevato alcuni dettagli comuni in questa serie di pagamenti emessi a distanza ravvicinata, e divisi in tre tranche. Alcuni sono stati emessi da Ciolfi a favore di una società. Altri, per un totale di quasi duecentomila euro, erano destinati ad una lunga lista di persone, probabilmente inconsapevoli, tutte dipendenti della Igit. Operai, impiegati, segretarie, beneficiavano di cifre «sotto soglia» - l'importo singolo di questo nugolo di assegni non supera mai i 12.000 euro - che grazie a don Evaldo sono finite però nella disponibilità di Anemone.

Pochi giorni dopo il deposito della terza tranche, l'imprenditore romano è passato a ritirare parte del denaro. Solo in due circostanze, annotano i carabinieri, sul conto a scalare sequestrato al religioso gli assegni vengono indicati alla voce entrata. «Per gli altri accrediti si tratta di presunti lavori edili effettuati dall'impresa Anemone in favore della Congregazione».

 

Quel che incuriosisce i carabinieri è una coincidenza temporale. I versamenti degli assegni emessi da Ciolfi vengono effettuati il primo, il 7 e il 15 aprile 2008. «Si sottolinea che per l'esecuzione dei lavori di realizzazione dell'Auditorium di Firenze, proprio in data 7 aprile 2008 è stata costituita la consortile denominata Parco della Musica da parte della Sac (75%) di Cerasi Emiliano e della Igit spa (25%), riferita quest'ultima società all'imprenditore Bruno Ciolfi, risultato in stretti rapporti con Anemone Diego».

Gli investigatori ipotizzano quindi che questi versamenti, «improvvisi» perché è l'unica occasione nella quale il fondo cassa contante di don Evaldo riceve tre versamenti in uno spazio temporale ristretto di 15 giorni, siano una sorta di ricompensa che Ciolfi ha versato all'amico Anemone per averlo aiutato, con la sua rete di conoscenze, a inserirsi nell'affare dell'Auditorium, nel quale la Igit entra successivamente alla pubblicazione del bando d'appalto.

La Igit compare spesso in altre consortili insieme ad imprese del gruppo Anemone. E' presente nel consorzio che si occupa di costruire il nuovo carcere di Sassari, in quello che deve realizzare il nuovo museo dello sport italiano a Tor Vergata, Roma.

Figura anche in altri lavori che cadono sotto l'ombrello delle celebrazioni per il 150esimo dell'Unità d'Italia, come il completamento dell'aeroporto di Perugia, ed era presente nella società costituita per i lavori alla residenza dell'Arsenale che avrebbe dovuto ospitare i grandi del mondo al G8 della Maddalena. Si sa poi come è andata.

E fino ad oggi Ciolfi era apparso in questa storia semplicemente come benefattore di don Evaldo. Gli investigatori sono sempre più convinti che il suo ruolo abbia uno spessore maggiore. E all'orizzonte, compatibilmente ai pesanti impegni dei magistrati fiorentini, si profila la vicenda dell'appalto dell'Auditorium, sempre più oscura.

 

[07-06-2010]

 

 

 

UCCI UCCI C’è BALDUCCI - Dopo IL conto in Lussemburgo con 3 milioni di euro, i carabinieri afferrano la traccia di un nuovo tesoretto, IN MANO A UN COLLABORATORE DEL COMMERCIALISTA GAZZANI CHE CUSTODIVA L’ARCHIVIO DI PIÙ INDAGATI - che motivo ha, la famiglia Balducci, di intestare i propri conti a un prestanome se la provenienza dei soldi è lecita? - IL COMMERCIALISTA È SOCIO DI ANEMONE NELLA TECNOWOOD, CHE RISTRUTTURÒ CASA BERTOLASO... Fiorenza Sarzanini per "il Corriere della Sera"

Conti correnti bancari «riconducibili alla famiglia Balducci, ma intestati a Fernando Mannoni». Il verbale di sequestro del materiale trovato nello studio del commercialista Stefano Gazzani rivela l'esistenza di un prestanome che custodiva i soldi del Provveditore ai Lavori Pubblici. E ne svela l'identità, individuandolo come uno dei collaboratori del professionista che curava anche gli affari di Diego Anemone.

 

Esiste dunque una provvista di denaro che Balducci aveva intenzione di far sfuggire ai controlli. Dopo la scoperta di un conto in Lussemburgo con circa 3 milioni di euro, i carabinieri del Ros afferrano la traccia di un nuovo tesoretto. L'esame dei documenti già acquisiti presso gli istituti di credito dovrà adesso accertarne la provenienza, anche se le prime verifiche hanno già fornito dettagli di interesse investigativo su passaggi che portano direttamente al costruttore privilegiato nell'assegnazione degli appalti per i «Grandi Eventi».

La perquisizione risale a circa tre mesi fa. Quando i militari dell'Arma entrano nello studio del commercialista chiedono di poter visionare tutte le carte relative a Balducci, Anemone e Mauro Della Giovampaola, il funzionario delegato alla gestione del G8 a La Maddalena arrestato per corruzione e tornato in libertà per scadenza dei termini. Trovano gli estratti relativi e centinaia di conti e si soffermano su quelli intestati agli indagati.

Analizzando le movimentazioni si accorgono però di un'anomalia che riguarda le disponibilità di Balducci e dei suoi figli. C'è un nome che ricorre, pur non avendo alcun legame evidente con loro. È, appunto, quello di Mannoni. Chiedono chiarimenti e scoprono che in realtà l'uomo è uno dei collaboratori di Gazzani. Il suo computer, insieme a chiavette Usb e altro materiale informatico, è stato appena sequestrato.

 

La circostanza appare subito sospetta: che motivo ha, la famiglia Balducci, di intestare i propri conti a un prestanome se la provenienza dei soldi è lecita? Ma soprattutto, come mai è stato scelto un collaboratore del commercialista che il Provveditore ha in comune con Anemone?

L'ipotesi degli investigatori, che avrebbe già trovato primi riscontri, è che quei depositi siano serviti a far transitare il denaro che il costruttore versava dopo aver ottenuto gli appalti. E dunque che il prezzo di quelle assegnazioni non fossero soltanto gli appartamenti, i viaggi con l'idrovolante, le vacanze e persino i domestici assunti e messi a disposizione di Balducci e di sua moglie. A fare la differenza sarebbero stati i contanti per Balducci che Gazzani avrebbe provveduto ad occultare grazie alla disponibilità di una persona che lavorava al suo fianco.

Il commercialista, a sua volta titolare di decine di depositi, è stato segnalato dalla Banca d'Italia per alcune operazioni sospette riconducibili alla «cricca». Iniziative finanziarie che potrebbero nascondere l'acquisto di beni o il passaggio di denaro da utilizzare come tangente. Del resto lui stesso ha avuto un ruolo attivo negli interventi di ristrutturazione nelle case di politici e funzionari dello Stato: è socio con Anemone della società «Tecnowood srl» che ha effettuato numerosi lavori, compresi quelli nel villino del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso.

 

E dunque è a conoscenza di tutti i rapporti personali gestiti dall'imprenditore, delle frequentazioni che gli hanno consentito di ottenere poi una posizione privilegiata quando si trattava di aggiudicarsi appalti e commesse.

Le intercettazioni telefoniche hanno rivelato che proprio Gazzani si recava ad incontrare il generale della Guardia di Finanza, poi passato ai servizi segreti, Francesco Pittorru che prometteva rivelazioni sulle indagini in corso e per questa sua disponibilità ha ottenuto due appartamenti e l'assunzione della figlia presso il Salaria Sport Village.

Insieme all'architetto Angelo Zampolini, il commercialista è certamente uno degli uomini più fidati di Anemone. Dal suo studio i carabinieri del Ros hanno portato via anche 34 faldoni che documentano la contabilità delle aziende, l'elenco dei fornitori, quello dei consulenti. Migliaia di fogli che disegnano la rete dei contatti. E per questo fanno paura a molti.

 

 

[07-06-2010]

 

 

ZAMPOLINI, L’ARCHITETTO CHE FACEVA DA ARCHITRAVE AL SISTEMA BALDUCCI, VUOTA IL SACCO - E SI COMPRENDE BENE PERCHÉ L’EX PM NON HA MAI APERTO BOCCA SULLO SCANDALO BALDUCCI-BERTOLASO E PERCHÉ SANTORO SBOTTÒ CONTRO "L’ITALIA DEI VALORI IMMOBILIARI" - "IO SO CHE BALDUCCI FECE AVERE AL MINISTRO DI PIETRO DUE CASE IN AFFITTO A ROMA ATTRAVERSO PROPAGANDA FIDE. LA PRIMA ERA IN VIA DELLA VITE ED È STATA PER UN PERIODO UNA DELLE SEDI DELL’ITALIA DEI VALORI. L’ALTRA ERA IN VIA DELLE QUATTRO FONTANE, CREDO FOSSE PER LA FIGLIA (DI PIETRO). ANCHE IN QUESTO CASO ANEMONE SI OCCUPÒ DELLA RISTRUTTURAZIONE" - ULTIMO GOCCIA DI VELENO FA TRABOCCARE IL VASO: "NON SO SE IL MINISTRO DI PIETRO HA MAI PAGATO L’AFFITTO, COMUNQUE SI TRATTAVA DI UNA CIFRA MOLTO BASSA" - NON È FINITA: "L’AFFITTO DELLA CASA DI VIA GIULIA DI GUIDO BERTOLASO L’HO VERSATO IO PER CONTO DI DIEGO ANEMONE. ERA UN PICCOLA CASA, ANEMONE MI DAVA I SOLDI IN CONTANTI CHE IO PORTAVO AL PROPRIETARIO. AVEVA ANCHE PROVVEDUTO A RISTRUTTURARLA"

Fiorenza Sarzanini per Corriere della Sera

«L'affitto della casa di via Giulia di Guido Bertolaso l'ho versato io per conto di Diego Anemone. Era un piccola casa, Diego mi dava i soldi in contanti che io portavo al proprietario. Aveva anche provveduto a ristrutturarla».

È il 18 maggio. Di fronte ai magistrati di Perugia parla l'architetto Angelo Zampolini. Conferma i sospetti degli inquirenti. E smentisce la versione fornita dal capo della Protezione civile che aveva negato fosse stato il costruttore a mettergli a disposizione quell'appartamento. Poi gli viene chiesto se sappia che tipo di rapporti c'erano tra l'ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e Angelo Balducci. Zampolini glissa. Ma quattro giorni dopo chiede di essere nuovamente interrogato.

E rivela: «Io so che Balducci fece avere al ministro due case in affitto a Roma attraverso la congregazione Propaganda Fide. La prima era in via della Vite ed è stata per un periodo una delle sedi dell'Italia dei Valori. L'altra era in via delle Quattro Fontane, credo fosse per la figlia. Anche in questo caso Anemone si occupò della ristrutturazione».

Replica Di Pietro: «Escludo di aver preso quegli appartamenti, chiederò agli inquirenti di saperne di più». L'architetto Zampolini, che si era occupato dell'acquisto delle case per l'ex ministro Claudio Scajola, per il generale dei servizi segreti Francesco Pittorru e per il manager delle Infrastrutture Ercole Incalza - pagate in parte con i soldi di Anemone - conferma dunque la sua volontà di collaborare con i pubblici ministeri che indagano sugli appalti per i «Grandi Eventi».

I carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza stanno adesso verificando ogni dettaglio, compresi quelli che riguardano la scelta degli architetti per i lavori del G8 a La Maddalena e per le celebrazioni dell'Unità d'Italia. «Io fui estromesso, mentre lavoravano quelli indicati da Prodi, Veltroni e Rutelli», ha raccontato Zampolini.

L'affitto per Bertolaso e il ritardo dei pagamenti
Il riferimento a un appartamento di Bertolaso del quale si ignorava l'esistenza, viene rintracciato nella «lista Anemone». Accanto al cognome ci sono due indirizzi: quello di via Bellotti Bon, dove risiede con la famiglia, e quello in via Giulia. Poche ore dopo la pubblicazione dell'elenco, il Dipartimento della Protezione civile dirama un comunicato per affermare che «né lui né i suoi familiari possiedono alcun immobile in quella zona del centro della città.

Per un breve periodo Bertolaso ha potuto utilizzare un appartamento in Via Giulia, posto nelle sue disponibilità da un amico - che non era il costruttore Anemone - e non ha mai notato nella sua permanenza attività di ristrutturazione, né di altre opere edili, che comunque non sarebbero state di sua competenza o responsabilità». A smentire questa versione ci pensa Zampolini.

 

«L'amico - dichiara a verbale il 18 maggio - è proprio Anemone. Fu lui a incaricarmi di pagare l'affitto, 1.500 euro sempre in contanti. Ricordo che una volta c'era un ritardo di circa sei mesi e versai i soldi tutti insieme. Anemone si occupò anche della ristrutturazione dell'appartamento». Di tutto questo Bertolaso non aveva fatto alcun cenno durante l'interrogatorio del 12 aprile scorso, quando era stato convocato con il difensore perché indagato di corruzione.

E aveva omesso di parlare anche dell'incarico ottenuto da sua moglie Gloria Piermarini per la ristrutturazione dei giardini del Salaria Sport Village, il circolo che Anemone aveva in società con il figlio di Angelo Balducci. Contratti sui quali sono stati disposti nuovi accertamenti.

 

Le case per il leader dell'Italia dei Valori
Quando l'interrogatorio sta per terminare i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavernesi chiedono a Zampolini se sia a conoscenza del tipo di rapporto che c'era fra Balducci e Di Pietro, quando quest'ultimo guidava le Infrastrutture. Il leader dell'Italia dei Valori è già stato ascoltato a Firenze come testimone, ha affermato di aver cacciato l'alto funzionario. Di fronte agli investigatori e al suo legale Grazia Volo, l'architetto tace. Ma il 22 maggio chiede di essere nuovamente sentito.

E rivela: «Non è vero che Di Pietro ha cacciato Balducci, fu lui ad andare via perché era pressato dalle richieste del ministro che voleva essere introdotto in Vaticano. Io so che proprio Balducci gli fece avere in affitto due case di proprietà della congregazione Propaganda Fide. La prima si trova in via della Vite, nello stesso palazzo dove abita la giornalista Cesara Buonamici. Anemone si occupò della ristrutturazione e poi l'appartamento fu utilizzato come sede dell'Italia dei Valori. Non so se ha mai pagato l'affitto, comunque si trattava di una cifra molto bassa».

 

Zampolini va avanti: «Mi risulta che Di Pietro chiese anche un'altra abitazione, era per la figlia. Si trova in via Quattro Fontane e ricordo che Anemone, oppure uno dei suoi collaboratori, mi disse che stavano facendo dei lavori di ristrutturazione per il ministro». L'architetto chiarisce che fu proprio lui a firmare alcune Dia, le «dichiarazioni di inizio lavori», poi depositate presso il Comune di Roma «anche se non ero sempre io ad occuparmene davvero».

 

L'Auditorium di Isernia per avere il via libera
Secondo l'architetto, Di Pietro quando era al governo «osteggiava gli appalti che erano stati programmati per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Erano lavori fortemente voluti da Romano Prodi e da Francesco Rutelli, mentre lui era contrario. Si convinse soltanto quando nel programma dei lavori fu inserito l'Auditorium di Isernia, per il quale erano stanziati oltre 20 milioni di euro.

 

Appena fu approvato il progetto lui concesse il via libera anche a tutte le altre opere». Il 18 maggio, quando è stato interrogato dai pubblici ministeri di Firenze e Perugia, Di Pietro ha affermato di essere «un teste dell'accusa» e poi ha chiarito di non aver «mai ritenuto affidabili né Balducci, né Pietro Rinaldi», poi diventato commissario per i Mondiali di Nuoto e tuttora indagato per corruzione proprio perché accusato di aver accettato soldi e favori da Anemone. Una versione che Zampolini ha negato.

 

I progetti per La Maddalena
Durante il suo interrogatorio di dieci giorni fa, Zampolini si è soffermato sulle dinamiche del «sistema» messo in piedi per la gestione dei lavori e ha affermato che «durante il governo Prodi i miei progetti in vista del G8 a La Maddalena e delle opere per le celebrazioni dell'Unità d'Italia furono scartati perché venivano privilegiati altri». In particolare ha fatto due nomi. «Quelli che lavoravano erano Stefano Boeri, che era amico di Prodi e Rutelli. E l'architetto Napoletano che era amico di Walter Veltroni».

 

Si tratta probabilmente del professionista che si è occupato anche della ristrutturazione del loft con vista sul Circo Massimo che è stato la prima sede del Partito democratico. Il nome di Boeri compare nelle carte processuali. Annotano i carabinieri del Ros: «Nella tarda serata del 31 luglio 2008 l'architetto Marco Casamonti riferisce al collega Stefano Boeri, cui è stata affidata la progettazione generale delle opere del G8 alla Maddalena, che la Giafi Costruzioni (Carducci Valerio), aggiudicataria di una di queste opere (un albergo) gli ha chiesto di predisporre la progettazione di una spa avendo verificato che il progetto predisposto dal tecnico incaricato, architetto Giovanni Facchini, è assolutamente carente...

"Ti telefonavo per questo... mi ha chiamato una delle ditte che ha vinto le gare al G8... alla Maddalena... che sono quelli che han fatto con noi... sai... il concorso dell'Auditorium di Firenze. E devo venire alla Maddalena... ci hanno dato l'incarico di fargli una specie di spa per l'albergo... ma questo albergo pare che l'abbia progettato un certo Facchini... un nome così... e dice che è una cosa orrenda... ma tu l'hai visto questo progetto dell'albergo? Ma è veramente così brutto?".

Boeri, dopo aver confermato che l'impresa Giafi Costruzioni è in difficoltà per l'esecuzione dei lavori a causa delle riscontrate carenze progettuali, comunica a Casamonti che provvederà ad organizzargli un incontro con l'ingegner Angelo Balducci che coordina l'intera attività edificatoria».02-06-2010]

 

 

 

Periodo nero per il ministro ex nero e podestà di Orbetello - Tutti sempre già inquisiti i suoi uomini: da Ercole Incalza alla new entry Ciriaco D’Alessio, carcerato e poi assolto, ed oggi nuovo Provveditore della Toscana - Per facilitare la tanto cara "Spacca Maremma" dimenticanza al Cipe scoperta all’ultimo momento dagli uomini di Tremonti che evitano un salasso per lo Stato... 1 - DAGOREPORT
1- Periodo nero per il ministro ex nero e podestà di Orbetello. Tutti sempre già inquisiti i suoi uomini: da Ercole Incalza alla new entry Ciriaco D'Alessio, carcerato e poi assolto, ed oggi nuovo Provveditore della Toscana.

2- Guai anche dalla Procura di Larino per Mauro Luciani ex direttore generale del suolo che la sceriffa Prestigiacomo ha messo in disparte e che sta per approdare alle Infrastrutture con un incarico d'oro.

3- Per facilitare la tanto cara "Spacca Maremma" dimenticanza al Cipe scoperta all'ultimo momento dagli uomini di Tremonti che evitano un salasso per lo Stato - come rivela "L'Espresso".

4 - Per risparmiare nuovo assurdo progetto anzichè raddoppiare semplicemente l'Aurelia : niente più gallerie e devastare semplicemente la Valle d'Oro alla faccia del professor Carandini Presidente del Consiglio dei Beni Culturali. Ma perchè Frate Bondi non dice neppure una parola in merito ? E perchè invece il povero Matteoli non va un po' in vacanza ? Ah saperlo...


2 - MATTEOLI SOSTITUISCE DE SANTIS AL SUO POSTO UN EX INQUISITO -L'ARCHITETTO DIVENTA PROVVEDITORE ALLE OPERE PUBBLICHE - D'ALESSIO FU PROCESSATO CON PRANDINI PER TANGENTI
Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"

Da qualche parte si dovrà pur ricominciare. Dopo gli arresti e la contestuale scoperta dell'esistenza di un «sistema gelatinoso» che monopolizzava gli appalti, la Toscana delle opere pubbliche riparte da Ciriaco D'Alessio, dirigente di prima fascia, architetto, inglese fluente, spagnolo e giapponese scolastici, come recita il suo scarno curriculum vitae pubblicato sul sito del ministero delle Infrastrutture.

C'erano delle caselle da riempire, lasciate vuote dai presunti appartenenti alla «cricca». Una di queste, tra le più delicate vista la sua funzionalità al succitato sistema, era quella di Provveditore alle Opere Pubbliche di Toscana e Umbria. Fino allo scorso 10 febbraio, giorno del suo arresto, la carica era di proprietà di Fabio De Santis, uomo di fiducia di Angelo Balducci.

Per metterlo in quella posizione strategica si era scomodato persino Denis Verdini, che più volte aveva interceduto per lui presso il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Come è finita, lo sappiamo. De Santis in carcere da mesi, il coordinatore della Pdl indagato per corruzione, l'ombra di una trasparenza dubbia che si allunga fino alle stesse Infrastrutture, con il capo di gabinetto e il portavoce del ministro convocati dai magistrati per alcune delucidazioni.

Dunque, in Toscana si doveva voltar pagina. Su proposta del ministro, il nome scelto per farlo è quello di D'Alessio, 60 anni, originario di Bonito (Avellino), manager che dal 2007 ricopre l'incarico di provveditore alle Opere Pubbliche di Piemonte e Val d'Aosta, e precedentemente fece lo stesso per la Calabria. Nel 2005 venne indicato dal ministero dell'interno come proprio rappresentante nel comitato per le Olimpiadi invernali di Torino.

C'è un piccolo dettaglio nella sua storia personale che forse avrebbe dovuto far nascere una questione di opportunità sul suo nuovo incarico. Era il 14 maggio del molto fatidico 1993 quando venne arrestato a Milano, dove da poco aveva smesso i panni di provveditore cittadino alle Opere pubbliche.

Una bustarella da 400 milioni di vecchie lire per un appalto stradale. L'accusa era di corruzione aggravata e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, l'ambito quello dell'inchiesta su Giovanni Prandini, all'epoca ministro dei Lavori Pubblici.

Il processo ebbe vita lunga e tortuosa, venne riconosciuta la competenza di Roma, che infine, siamo ormai nel giugno 2001, condannò Prandini a sei anni e quattro mesi di reclusione per le tangenti pagate sugli appalti dell'Anas dal 1986 al 1993. Il suo difensore, l'avvocato Dario Buzzelli, sottolineò come «il dato certo di questo processo è che i soldi sono finiti nelle casse di tutti i partiti perché questo era il sistema necessario alla politica per mantenersi».

D'Alessio ebbe miglior sorte. Nei suoi confronti venne dichiarato il non luogo a procedere, perché con le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti il reato - nel tempo la corruzione era stata sostituita dalla concussione - veniva dichiarato estinto per prescrizione.

La sentenza nei confronti dell'ormai ex ministro venne annullata nel 2003 per una irregolarità procedurale, il pubblico ministero aveva svolto anche funzioni di Gup disponendo il rinvio a giudizio di Prandini. Due anni più tardi arrivò l'assoluzione, dovuta, così motivò il Giudice dell'udienza preliminare all'inutilizzabilità della carte processuali raccolte durante l'inchiesta.

Tra quelle carte però c'è anche la deposizione di D'Alessio ai magistrati, che venne giudicata di «fondamentale importanza» nel dare il via libera in Parlamento all'autorizzazione a procedere nei confronti di Prandini. Nel ravvisare l'esistenza della concussione nei confronti dell'ex ministro, la Giunta infatti portò come prova la sua testimonianza. «Anche il Provveditore delle Opere Pubbliche di Milano, Ciriaco D'Alessio, ha confermato di aver consegnato personalmente al Prandini somme di denaro da parte di imprenditori». [28-05-2010]

 

ANEMÒPOLI – CHI È E CHI SI CREDEVA DI ESSERE DIEGO ANEMONE: “OGGI” RICOSTRUISCE LA BRILLANTE CARRIERA DEL “PILASTRO DELLA CRICCA”: FIGLIO D’ARTE, PASSIONE PER LE AUTO SPORTIVE, LE SUE FORTUNE DECOLLANO DOPO AVER “AGGANCIATO” SCIABOLETTA SCAJOLA: IN DIECI ANNI COSTRUISCE, RISTRUTTURA, DECORA, MOLTO GRAZIE AL ’N.O.S.’, IL NULLA OSTA SEGRETEZZA CHE GLI DÀ ACCESSO AGLI APPALTI CHE RIGUARDANO LA SICUREZZA DEL PAESE, E CHE SONO APPUNTO SEGRETI, ASSEGNATI SENZA GARA… Alessandro Penna per "Oggi" (www.oggi.it)

Il destino ce l'aveva scritto nel cognome. Anemone è pianta che attecchisce ovunque e cresce in fretta. Nella sua vertiginosa carriera di costruttore dei vip, Diego Anemone, romano, figlio d'arte e rampantissimo virgulto di una famiglia palazzinara da generazioni, ha reso giustizia alla sua «impronta» botanica. Sarebbe lui il pilastro della «cricca», lui lo scrigno che irrora di assegni e denari questa Tangentopoli in salsa romana, che ha già fatto rotolare una testa (quella dell'ex ministro Scajola, che s'è dimesso perché sospettato di aver preso da Anemone un «contributo» di 900 mila euro) e promette altro sangue, altre sozzure.

 

Ma chi è, davvero, Diego Anemone? Trentanove anni, sposato con Vanessa Pascucci, due figli, attaccatissimo al fratello Daniele e al padre Dino, una passione per le macchine sportive, per i magistrati che l'hanno arrestato a febbraio e scarcerato per decorrenza termini il 9 maggio scorso, è un impresario inondato di appalti in cambio di mazzette, massaggi, assunzioni.

Le foto che vedete in queste pagine sono un piccolo grande scoop: è la prima volta che lo si vede dopo la scarcerazione. Prima, solo immagini confuse e «tagliate» del viso, con gli immancabili occhialini a oscurargli lo sguardo, che resta uno dei tanti segreti ancora da decifrare.

LA LISTA DEI "CONTATTI"
La lista dei suoi contatti, invece, è spoglia di misteri. Dentro ci sono 412 nomi: politici d'alto rango (Lunardi, Scajola), finanzieri, spie, registi (Pupi Avati) e produttori cinematografici (Andrea Occhipinti), mezza Protezione Civile (da Bertolaso in giù), sacerdoti.

La sua attività è un capolavoro di eclettismo: ha tirato su, riformato e «vinto» appalti per costruire dimore private, ministeri, templi dello sport (lo stadio di tennis e il nuovo Museo dello sport di Roma), stazioni di carabinieri e polizia tra Lazio e Maremma, carceri (quello di Sassari gli ha fruttato 58 milioni di euro), ospedali, palestre (il Salaria Sport Village, dove Bertolaso vedeva le stelle grazie alle manipolazioni di terapeuta o di una brasiliana in bikini). E tutto partendo da un quartier generale che è un inno al minimalismo.

 

La sua ditta, l'Anemone Costruzioni, ha infatti taglia mignon: 26 dipendenti, una sede smilza in via Sant'Antonio da Padova, zona Settebagni.

La cavalcata di Anemone comincia una decina di anni fa, quando aggancia l'allora ministro degli Interni Claudio Scajola. Gli rifà l'appartamento di servizio e prende il volo. L'anno dopo lavora già a 150 ordini (leciti fino a prova contraria, ma sospetti per gli inquirenti).

L'ASSO NELLA MANICA
Costruisce, ristruttura, decora: fornisce gli arredi del ministero delle Finanze, riempie di mobiletti Palazzo Chigi. La sua ditta comincia a espandersi, a «figliare» una galassia di società fiduciarie che, per i giudici, sono tutte riconducibili al costruttore romano. L'asso nella manica è il N.o.s., il nulla osta segretezza che gli dà accesso agli appalti che riguardano la sicurezza del Paese, e che sono appunto segreti, assegnati senza gara.

 

Il mentore è Angelo Balducci, manager di Stato che lo rimpinza di commesse nei Grandi Eventi. Il G8 della Maddalena, poi spostato a L'Aquila, è il banchetto più ricco: riceve incarichi per 123 milioni di euro. L'accelerazione degli affari dà il capogiro: in sei anni, artiglia più di 60 ordini pubblici. L'appartamento di Scajola con vista Colosseo è la buccia di banana che fa crollare l'impero.

 

Sullo sfondo di questa irresistibile ascesa (e caduta), resta una riflessione. Il metodo Anemone, la capacità di fabbricarsi e ungere una clientela di potenti, la sua voracità ricordano lo stile di «Gianpi» Tarantini. È questo il dato che scoraggia: gli scandali che hanno paralizzato la politica nell'ultimo biennio hanno l'epicentro in due giovani. Anemone ha 39 anni, Tarantini 36. E poi dicono che l'Italia è un Paese per vecchi. 25-05-2010]

 

 

LE AVVENTURE LIGURI DI PICALARGA E ANEMONE – INDAGANDO SULLA DITTA PICALARGA (CHE SI ERA CUCCATA L’APPALTO DELLA FAMOSA CASERMA DEI CARABINIERI) SI È APERTO IL VASO DI PANDORA - I (MOLTI) COLLEGAMENTI PORTANO AGLI APPALTI PER IL PALAZZO DEL CINEMA DI VENEZIA (PARTE DELLE GRANDI OPERE DEL SISTEMA GELATINOSO) – A ZAMPOLINI (UFFICIALE PAGATORE DI ANEMONE) – A MICARELLI, IMPRENDITORE INCIUCIONE, AMICO DI ANEMONE – E TUTTI QUESTI LEGAMI RIPORTANO AL NOME DI WALTER LUPI, EX PROVVEDITORE DEI LAVORI PUBBLICI… Matteo Indice e Marco Menduni dal "Secolo XIX"

 

L'inchiesta sulla cricca degli appalti vira verso la Liguria. Walter Lupi, ex provveditore ai lavori pubblici e oggi Commissario al terzo valico ferroviario, è stato convocato come testimone dai magistrati perugini. Il pm Sergio Sottani vuole capire perché compaiano almeno quattro volte riferimenti alla nostra regione (tutti legati a Lupi, che era anche provveditore della Lombardia) nella "Lista Anemone": l'elenco dei 400 nomi annotati dall'imprenditore romano sospettato di aver dispensato piaceri e favori, con la sponda della Protezione civile, per accaparrarsi i lavori più redditizi.

Lupi dovrà spiegare perché nel documento il suo nome ricorra due volte, ci sia un riferimento a una vicenda che lo riguarda (il "villino di Mulinetti") e cosa significhi l'appunto "Genova Micarelli".

Chi è Micarelli? Gli inquirenti lo ritengono il trait d'union tra Anemone e il Nordovest. Alberto Micarelli è un piccolo imprenditore di Guidonia, nel Lazio. Titolare di un'impresa individuale, fa all'improvviso un grande balzo nel 2006. Crea una Spa e inizia ad assicurarsi appalti di enorme impegno e di delicatissima realizzazione.

 

Molti in Liguria. Non nega i suoi contatti con Anemone, anche se chiarisce con il suo avvocato Nicola Scodnik, uno dei più noti penalisti genovesi: «Sì, conosco Diego Anemone con il quale ho avuto rapporti professionali del tutto trasparenti. Ho realizzato importanti opere in Liguria in virtù della mia professionalità e dell'esperienza sul campo».

 

Ma come si lega il nome di Micarelli (la cui azienda e la cui abitazione sono state perquisite) all'ex provveditore Lupi? La sua ditta ha eseguito la ristrutturazione del villino di Mulinetti, vicino a Recco. Lupi è a processo (ieri la prima udienza) con l'accusa, formulata dal pm Biagio Mazzeo, di averlo trasformato da foresteria in appartamento extralusso a spese del ministero e di averlo eletto a suo "alloggio di servizio".

 

Micarelli esegue i lavori a Mulinetti. Oggi si scopre, sempre dalla "lista dei 400" emersa durante l'inchiesta di Perugia, che Diego Anemone se ne interessò direttamente, tanto da annotarlo di suo pugno. Micarelli fa incetta di incarichi di rilievo, sempre per le forze dell'ordine. Per il Corpo Forestale, a Recco. Poi interventi alla questura e alla caserma dei vigili del fuoco di Savona. E al comando regionale dei carabinieri di Genova.

 

Ma la sua non è l'unica azienda che lavora nella villa di Lupi. In mano alla Finanza genovese c'è la foto di una "parete attrezzata", realizzata sempre nell'appartamento sul mare divenuto alloggio dell'ex provveditore Lupi. Una lussuosa libreria di legno pregiato su misura. Cosa c'entra con un alloggio di servizio? Le Fiamme Gialle scoprono che è stata fornita da un'altra azienda romana: la Picalarga. Trapela addirittura che uno dei titolari è partito appositamente dalla capitale per seguirne l'installazione.

E non sfugge agli inquirenti che Picalarga è la società cui viene affidata la realizzazione del nuovo comando provinciale dell'Arma, sempre a Savona. Appalto assegnato dal provveditore alle opere pubbliche di Liguria e Lombardia. E qui scatta una lunga serie di collegamenti, ancora oggi al vaglio della polizia giudiziaria.

Il primo. La progettazione esecutiva-strutturale della caserma è dell'ingegner Antonio Maffey. Era il commissario alla costruzione del nuovo palazzo del Cinema di Venezia. In laguna Picalarga entrò , "cooptata", tra gli aggiudicatari dell'appalto. È una delle due grandi opere, insieme al nuovo Parco della Musica e della Cultura a Firenze, che i pm hanno definito quali capisaldi del "sistema gelatinoso" degli appalti: l'avvio dell'inchiesta sulla Protezione civile e i Grandi Eventi.

Il secondo nome di rilievo (progettazione esecutiva architettonica) per l'Arma a Savona è quello di Bruno Agates. È l'ex socio di Angelo Zampolini. Proprio lui: l'ufficiale pagatore di Diego Anemone, il professionista che cambiò gli ottanta assegni (per novecento milioni) destinati all'acquisto della casa dell'ex ministro Claudio Scajola in via del Fagutale, di fronte al Colosseo.

Il terzo nome è quello che, idealmente, chiude il cerchio. Responsabile del procedimento, sempre a Savona, è Luigi Calvanese. Ai liguri non dirà molto, perché è di Salerno. Ma si collega direttamente all'amico di Anemone Alberto Micarelli, il mini-imprenditore che da Guidonia si è messo a fare incetta di appalti in Liguria.

La Finanza, perquisendo Micarelli, scopre infatti che Calvanese lo aveva arruolato per ristrutturagli il bagno nella sua casa campana. In pratica: Micarelli da Guidonia è amico del romano Diego Anemone, uno dei vertici della cricca, e lo diventa del provveditore alle opere pubbliche in Liguria Walter Lupi. È incaricato di ristrutturare la casa dell'ingegner Calvanese. Micarelli inizia a costruire caserme in Liguria. Calvanese diventa responsabile del procedimento di un maxi-cantiere pubblico in Liguria. [27-05-2010]

 

BALDUCCI ALLA PROVA VATICANA...
Il futuro dell'Angelo della cricca, Balducci, è in mano a un conte: Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, figlio dell'ex direttore dell'"Osservatore romano", membro del gran magistero dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, nonché rettore della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa), già consigliere comunale a Roma.

I titoli non mancano a questo ordinario di diritto ecclesiastico dal sangue blu che dal 1994 presiede il tribunale della Città del Vaticano. In tale veste, nelle prossime settimane, dovrà decidere sulla richiesta di rogatoria, presentata dai giudici italiani, per poter acquisire gli eventuali conti correnti presso lo Ior di Balducci o riconducibili a lui.

Lo assisteranno altri due giudici, Piero Antonio Bonnet e Paolo Papanti-Pelletier. È prevedibile che il tribunale negherà la rogatoria sul territorio del piccolo stato, per difendere l'inviolabilità della banca vaticana. Mentre per gli inquirenti italiani si tratterebbe di un tassello essenziale delle indagini. (Ignazio Ingrao)

 

UCCI UCCI, ORA TOCCA A LUNARDUCCI – L’EX MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE HA UN POSTO SPECIALE NELLA CRICCA CONNECTION: NOMINANDO NEL 2001 TRE FUNZIONARI DEI LAVORI PUBBLICI, CREA DI FATTO UNA RETE DI DIRIGENTI IN GRADO DI SOPRAVVIVERE AI CAMBI DI COALIZIONE E IN GRADO DI DETERMINARE I COSTI E GLI INDIRIZZI DELLA POLITICA - UN’OMBRA CHE HA INDOTTO PERFINO CIAMPI, A FIRMARE INCONSAPEVOLMENTE ATTI CONTRARI ALLE NORME… Fabrizio Gatti per "l'Espresso"

Chi ha protetto la cricca degli appalti aveva un compito preciso: costruire una rete di altissimi dirigenti di governo in grado di sopravvivere ai cambi di coalizione. Questo emerge dalle indagini. Dopo Mani pulite, che negli anni Novanta aveva spazzato via boiardi e faccendieri, qualcuno ha voluto ricostituire la squadra.

E soprattutto riconquistare il controllo su soldi pubblici, contratti e imprese. Così è successo. Una struttura parallela dentro e fuori i ministeri. E, se necessario, dentro e fuori la legge. Qualcosa che puzza di massoneria o almeno di accordi stretti al di sopra dello Stato. Un'entità in grado di determinare i costi e gli indirizzi della politica. Un'ombra che ha indotto perfino il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a firmare inconsapevolmente atti contrari alle norme.

I soldi di Diego Anemone serviti a comprare appartamenti di lusso ai familiari dei grand commis Ercole Incalza e Angelo Balducci e al ministro dimissionario Claudio Scajola: quei soldi potrebbero essere soltanto i rivoli di un fiume carsico di denaro e potere. "L'espresso" ha provato a ripercorrerlo controcorrente.

Ed è risalito a un anno chiave: il 2001. In quel periodo l'allora ministro alle Infrastrutture, Pietro Lunardi, sostituisce tre capidipartimento dei Trasporti con tre funzionari dei Lavori pubblici, nonostante la differente specializzazione. E un collega nel governo, Franco Frattini, in quegli anni ministro per la Funzione pubblica e per il Coordinamento dei servizi di intelligence, prova a fermarlo.

Ma il suo tentativo viene spazzato via. L'imprenditore dei grandi appalti prestato alla politica, Lunardi, vince sull'esponente di Forza Italia. E in una lettera del 10 ottobre 2002, scoperta da "L'espresso", Frattini esprime "serio disappunto".

Da allora nessuno ha più fermato la cricca. Nemmeno il successivo governo di centrosinistra. Con i ministri Antonio Di Pietro e Francesco Rutelli: già nel 2007 il leader dell'Idv rimuove Balducci dal posto di presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e in due settimane Rutelli gli inventa un incarico al ministero dei Beni culturali e del Turismo, in via della Ferratella a Roma, che presto diventerà quartier generale del partito del malaffare.

Perché nessuno avverte Rutelli? Il Consiglio dei ministri doveva essere già bene informato sull'esistenza della banda. Nel gennaio 2007 il ministro Di Pietro riceve infatti l'ennesima denuncia di alcuni imprenditori su presunte irregolarità nel pagamento di un appalto, per opere affidate come commissario al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso: per quei lavori l'alter ego di Balducci, Claudio Rinaldi, e altri funzionari avrebbero proposto compensi con assegni privati.

"Anche per questo ho spostato Balducci e Rinaldi", dice Di Pietro a "L'espresso". Nonostante l'esposto e la rimozione, però, Balducci rinasce subito grazie a Rutelli. E nel marzo 2008, un anno dopo, il premier Romano Prodi concede per decreto a Bertolaso la possibilità di mettere proprio Balducci a capo dei super appalti per il G8 sull'isola della Maddalena. Ed è quello che avviene. Bertolaso sceglie da solo? La riconversione dell'Arsenale è il fiore all'occhiello dell'operazione.

Ma si trasformerà in uno scempio di denaro pubblico. Spese folli e nomine sospette che, come hanno scoperto le procure di Firenze e Perugia, proseguiranno sotto il successivo governo di Silvio Berlusconi e il controllo di Gianni Letta.

La lettera di Frattini, attuale ministro degli Esteri, è indirizzata a uno dei capidipartimento sostituiti da Lunardi nel 2001. "Egregio ingegnere", scrive Franco Frattini in poche righe su carta del ministero, "comprendo bene il suo fondato rammarico. Lei sa bene che sono intervenuto personalmente, senza risultato positivo, e ciò evidentemente ha determinato un serio disappunto".

"L'espresso" ha rintracciato l'ingegnere: Bruno Salvi, ora in pensione. Salvi ha fatto parte della commissione tecnica ministeriale sull'incidente di Linate dell'8 ottobre 2001 ed era capo del dipartimento per l'Aviazione civile. Prima di andarsene dall'amministrazione, il dirigente generale ha vinto la causa contro il decreto di revoca del suo incarico.

Revoca firmata dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e controfirmata da Berlusconi e Lunardi, in quegli anni assistito dal capo di gabinetto Claudio Gelati. Il presidente della Repubblica non ha competenza diretta. Ma qualcuno al Quirinale gli ha presentato il fascicolo per farglielo siglare. Atto che poi il Tribunale del lavoro ha giudicato irregolare tanto da stabilire il reintegro e il risarcimento di Salvi.

C'è un altro provvedimento di Lunardi che incrementa il potere di Balducci e il guadagno dei suoi affiliati. È il 17 febbraio 2006 e il ministro con una firma ordina un nuovo ribaltamento delle regole del ministero. Da quel giorno le gare di appalto che riguardano caserme, uffici e infrastrutture della Guardia di finanza non verranno più sottoposte al controllo dei provveditorati regionali. Verranno tutte gestite dal provveditorato di Lazio, Abruzzo e Sardegna.

Cioè dall'ufficio del pupillo di Balducci, Claudio Rinaldi. Sempre Lunardi, cambiando le norme in vigore, dispone che anche le opere di importo inferiore ai 25 milioni siano sottoposte al parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Cioè Balducci. Sarà un caso ma proprio quei contratti per le caserme della Guardia di finanza faranno incrementare di decine di milioni in pochi anni i bilanci delle imprese di Diego Anemone, che ormai si muovono e incassano in simbiosi con Balducci.

Lunardi firma il provvedimento due giorni dopo la riunione di coordinamento con il presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, il direttore Valeria Olivieri che dovrebbe controllare l'ufficio di Rinaldi e, sentite un po', l'allora sottocapo di Stato maggiore della guardia di finanza, il generale Paolo Poletti, attuale vicedirettore dell'Aisi. È il servizio segreto interno, nel quale lavora l'altro generale della finanza, Francesco Pittorru, destinatario con la figlia Claudia di assegni del giro Anemone. Le coincidenze sono sempre più interessanti.

Perché negli stessi anni Lunardi compra dal Vaticano una palazzina in centro a Roma, in via dei Prefetti, di proprietà di Propaganda Fide di cui Balducci è "consultore", cioè amministratore immobiliare. E affida ad Anemone i lavori di ristrutturazione di cui, sostiene l'ex ministro, ha le fatture. Per essere completamente trasparente Lunardi potrebbe ora mostrare pubblicamente gli estratti conto da cui risultano i pagamenti.

Nell'enigmatico elenco dei lavori personali eseguiti da Anemone, risulta invece un "Poletti-via Ofanto". Se fosse il generale amico di Balducci, potrebbe comunque essere un appalto istituzionale visto che si tratta della casa del numero due del servizio segreto. Tra le tante coincidenze, "L'espresso" ha invece chiesto a Di Pietro come mai non abbia avvertito Rutelli e Prodi dei suoi sospetti su Balducci. E su Rinaldi, poi nominato commissario delegato per i Mondiali di nuoto 2009: un piano di finanziamenti e deroghe di cui ha beneficiato il Salaria sport village, il circolo di proprietà Anemone e Balducci, frequentato da Bertolaso e vip della politica. Di Pietro sostiene che il suo ruolo di testimone nell'inchiesta gli impedisce di rispondere.

Ricorda invece bene quei giorni del 2001 Bruno Salvi. "Avvenne una rivoluzione e una espropriazione", racconta Salvi: "La rivoluzione determinò l'eliminazione dei tre capi dipartimento del settore Trasporti. Due diedero le dimissioni per conservare le competenze accessorie per la pensione. Io chiesi un consiglio all'allora ministro per la Funzione pubblica, che era Frattini e che tuttora ringrazio con rinnovata stima.

Il ministro mi suggerì di non andare via perché, cito le sue parole, nessuno si sarebbe potuto privare della mia esperienza in materia di trasporto aereo. Risposi: obbedisco". Frattini, però, non riesce a fermare Lunardi. "Tutti i capidipartimento furono rimossi per assegnare le funzioni a dirigenti, alcuni promossi nell'occasione, dell'ex ministero dei Lavori pubblici", continua Salvi: "L'epurazione proseguì con la rimozione del direttore del personale.

Ma fu anche politica. Il viceministro Mario Tassone fu collocato all'Eur, lontano dalla sede del ministero. L'operazione si estese alla costituzione del gabinetto del ministro che registrò l'assenza di personale qualificato dei Trasporti civili. Ne fecero parte il generale dell'aeronautica Andrea Fornasiero, il dottor Vito Riggio poi nominato presidente dell'Enac e l'ingegner Ercole Incalza".

Fornasiero, estraneo alle indagini in corso, è conosciuto per la sua stretta amicizia con il costruttore Salvatore Ligresti. I contatti di Riggio con la cricca emergono dalle telefonate tra il coordinatore del Pdl Denis Verdini e l'imprenditore Riccardo Fusi. Di Ercole Incalza, l'attuale ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli ha da poco respinto le dimissioni: l'alto funzionario, già indagato durante Mani pulite, le aveva presentate dopo la scoperta che il marito della figlia avrebbe comprato un appartamento con l'aggiunta di 520 mila euro girati dall'architetto di Anemone, Angelo Zampolini.

Gli appalti aeronautici sono un altro settore di grande interesse. Negli anni '90, durante l'ampliamento di Fiumicino, Salvi paga il suo rifiuto a gonfiare le spese con il carcere, grazie a un'accusa di concussione smentita durante il processo e completamente inventata da un imprenditore che voleva toglierselo di mezzo.

Altre gravi irregolarità emergono durante l'inchiesta sull'incidente di Linate e il mancato funzionamento del radar di terra. E anche qui sono in gioco appalti segretati, come quelli gestiti dalla coppia Bertolaso-Balducci per il G8. "La segretazione non serve per nascondere l'appalto, ma chi lo fornisce", dice Salvi: "In quei giorni si indagava sull'Enav, l'ente di assistenza al volo. Il pm di Milano mi aveva chiesto una relazione sull'effetto della segretazione sui costi. La differenza tra i prezzi di mercato degli stessi apparati rispetto a quelli sostenuti dall'Enav, riferita a 41 impianti, superava i 130 miliardi di vecchie lire".

Proprio in questi giorni sull'Enav ha aperto un'inchiesta la Procura di Roma. Riguarderebbe l'allontanamento di un manager addetto al controllo dei conti e l'assunzione in ruoli chiave dei soliti amici degli amici. Tra i nomi, Luca Iafolla. Chi è? Il papà si chiama Claudio. È il capo di gabinetto del ministro Matteoli. Sempre la solita coincidenza all'ombra della cricca. 28-05-2010]

 

 

 

CRICCOPOLI - “LIBERO” E “IL FATTO” TIRANO IN BALLO MATTEOLI E BONDI (ANCORA NON INDAGATI) NEL GIRO DI SOLDI DELLA CRICCA: NIENTE APPARTAMENTI MA STRANI MOVIMENTI BANCARI SU UNA FILIALE DI UNICREDIT IN LUSSEMBURGO – CONTINUANO I RACCONTI DELL’AUTISTA TUNISINO – I DUE MINISTRI S’INCAZZANO DI BRUTTO E MINACCIANO QUERELE… 1 - CASE E BUSTARELLE: I MINISTRI IN BALLO
Roberta Catania per "Libero"

Ecco i quattro ministri finiti nell'inchiesta sul G8 e di cui si vociferava nelle ultime settimane: Altero Matteoli, Sandro Bondi, Pietro Lunardi e Claudio Scajola. I primi due in carica (alla guida delle Infrastrutture e dei Beni culturali), il terzo ai vertici dei Trasporti nel passato governo Berlusconi, l'ultimo neo dimissionario dal dicastero per lo Sviluppo economico. A legarli ci sono le evoluzioni del filone d'inchiesta sulle Grandi opere trasmesso alla procura di Perugia in seguito al coinvolgimento dell'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro.

 

I nomi dei politici (fatta eccezione per Bondi) escono dall'ultimo interrogatorio di Angelo Zampolini, l'architetto tutto-fare di Diego Anemone e «al servizio di Angelo Balducci», come ha rivelato lui stesso tre giorni fa ai magistrati.

 

I quattro amministratori sono dunque al centro di verifiche finanziarie che in queste ore stanno subendo un'accelerazione. Il professionista umbro, nato 57 anni fa a Sellano ma da tempo residente nel centro di Roma, martedì scorso è tornato dagli inquirenti per aggiungere nuovi dettagli alla collaborazione iniziata il 23 aprile, quando nel suo primo faccia a faccia con i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi aveva parlato dei milioni di euro cambiati in assegni per consentire ai "potenti" di stipulare i rogiti dei propri appartamenti. Il primo a beneficiarne, nel 2003, era stato Lorenzo Balducci, il figlio di Angelo, con un'abitazione in via della Pigna, al Pantheon.

 

Subito dopo era stata Claudia, la figlia dell'ex generale dei Servizi segreti Francesco Pittorru, a giovarsene, trasferendosi in via Merulana.

GRANDI ACQUISTI
Un anno dopo, a distanza di 24 ore uno dall'altro, Claudio Scajola aveva comprato un primo piano in via del Fagutale, di fronte al Colosseo, e il genero di Ettore Incalza, ex funzionario alle Infrastrutture, aveva spostato la residenza a due passi da piazza del Popolo, in via Emanuele Gianturco. Infine, di nuovo Pittorru, con una seconda casa: in via Poliziano, sempre a San Giovanni, ma questa volta per viverci lui insieme alla moglie.

Altro discorso per i nuovi nomi «confermati» da Zampolini (che non aggiunge mai nulla a ciò che gli inquirenti sanno già), i quali non avrebbero ricevuto favori immobiliari da Anemone e Balducci. Fatta eccezione per "Sciaboletta", ma nel suo caso l'architetto ha aggiunto particolari su questo filone solo in relazione al fatto che non poteva escludere che «il ministro sapesse» dei 900mila euro divisi in 80 assegni che il 6 luglio servirono a concludere l'affare con le sorelle Beatrice e Barbara Papa.

 

Soprattutto confermando la presenza di un funzionario della Deutsche Bank, Luca Trentini, al momento della stipula dell'atto di fronte al notaio Gianluca Napoleone.

FATTURE NEL MIRINO
Durante i primi accertamenti sulla lista Anemone, gli investigatori della Finanza hanno scoperto che l'imprenditore avrebbe fatturato al Sisde - nel contesto dei lavori per la palazzina dei servizi in piazza Zama a Roma di cui Anemone aveva l'appalto - i lavori di ristrutturazione per alcuni dei nomi che compaiono nell'elenco. Anche per chiarire questo aspetto oggi in procura sono attesi i vertici delle Fiamme gialle.

 

Per Matteoli, Bondi e Lunardi non si parla di case. I loro nomi figurano in un'altra tranche dell'inchiesta, quella che punta ad accertare una decina di movimenti bancari transitati per una filiale della Unicredit a Lussemburgo. I tre esponenti del PdL non sono indagati e inoltre i riscontri finanziari sarebbero ancora ad una fase «sicuramente embrionale» per permettere agli inquirenti di parlare di qualcosa che vada oltre «importanti sospetti».

Però è in questa chiave, per verificare la pista degli altri movimenti di denaro di cui aveva parlato l'autista tunisino Hidri Fathi Ben Laid, che i pm di Perugia, in collaborazione con i colleghi di Firenze, hanno fatto una rogatoria all'estero. In dodici pagine, scritte in francese, si legge la richiesta dei cinque magistrati affinché siano trasmessi nei loro uffici i brogliacci degli spostamenti finanziari della «Unicredit S.A., siége en 4, Rue Alphonse Weicher, L- 2721 Luxembourg».

Ancora una volta, dunque, le indagini ruotano attorno alle dichiarazioni rese dal tunisino il 25 marzo scorso. «Su incarico di Anemone Diego o di collaboratori dello stesso», aveva raccontato Fathi ai pm toscani, «mi sono recato molte volte ad effettuare operazioni bancarie di ogni genere, tra cui il ritiro di denaro contante anche per somme assai ingenti. Questo denaro, sempre su indicazione di Anemone, diverse volte, circa una ventina, l'ho consegnato all'architetto Zampolini. So che egli effettuava operazioni immobiliari per conto di Balducci e Anemone con intestazione ad altre persone».

 

Le cinque «operazioni immobiliari» sono state «smascherate». Adesso resta da capire a che cosa siano serviti gli altri quindici «ingenti movimenti di denaro».

2 - BONDI, SU DI ME CALUNNIE E NOTIZIE COMICHE...
(ANSA) - "Sapevo di vivere in un paese barbaro e incivile almeno per le persone oneste, ma non fino a questo punto". Si sfoga così, in una nota, il ministro dei Beni culturali e coordinatore nazionale del Pdl, Sandro Bondi, replicando agli articoli di Libero e Il Fatto che ipotizzano un suo coinvolgimento in un'inchiesta su movimenti sospetti di denaro all'estero.

 

"Apprendo oggi su Libero - scrive Bondi nella nota - che il mio nome figurerebbe in una inchiesta su movimenti bancari transitati per una filiale di Unicredit a Lussemburgo. Si tratta di una notizia semplicemente comica. Purtroppo - aggiunge - so bene che quando i fatti saranno accertati sarà sempre troppo tardi per rendere giustizia alla mia onestà. Comunque - conclude Bondi - in riferimento alle notizie riportate oggi sui quotidiani Libero e Il Fatto, gli autori delle calunnie ne risponderanno presto in tribunale".

 

3 - MATTEOLI, MAI AVUTI CONTI IN BANCHE ESTERE...
(ANSA) - "Non ho, né mai ho avuto conti aperti né disponibilità in banche estere, tantomeno in filiali di banche italiane operanti in Lussemburgo. Non possono dunque esistere operazioni bancarie direttamente o indirettamente a me riconducibili, ovvero a persone a me collegate". Lo afferma il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli smentendo la notizia pubblicata oggi su alcuni quotidiani secondo la quale ci sarebbe un conto riconducibile al Ministro in una banca operante in Lussemburgo. "Quanto riportato da alcuni quotidiani è quindi assolutamente falso e calunnioso, specie per me che all'estero non ho mai messo piede in una banca. Ho già dato mandato al mio legale di proteggere il mio buon nome in ogni sede".21-05-2010]

 

ANEMONE’S LIST MISTERY - BOMBA SU “LIBERO” (CONFINATA A PAGINA 15): LA LISTA CONSEGNATA DALLA FINANZA ALLA PROCURA DI PERUGIA DA 3 MESI (DOPO IL COINVOLGIMENTO DI TORO) - DA ALLORA I PM AVREBBERO CONVOCATO UNO AD UNO I 400 NOMI CITATI PER I CHIARIMENTI - “GIANNI DE GENNARO NON BATTE CIGLIO E MOSTRA TUTTE LE FATTURE. ALTRI BALBETTANO. ALTRI SI DANNO ALLA MACCHIA” - I LAVORI PER POLITICI, GIORNALISTI, GIUDICI E GRAND COMMIS ERANO FATTURATI ALL’ERARIO. E SE IL PRIVATO PAGAVA, ANEMONE INCASSAVA DUE VOLTE… Gianluigi Nuzzi per "Libero"

 

Il sistema Anemone per accontentare politici, giornalisti, giudici e grand commis di Stato, assicurando ristrutturazioni pregiate, lavori puntuali, discrezione assoluta era una perfetta macchina del consenso e un'autentica slot machine per il costruttore romano. I controlli sulla lista dei 380 clienti che tra il 2003 e il 2008 hanno bussato alla sua porta è un'autentica miniera di sorprese. La Guardia di Finanza ha infatti scoperto che i materiali impiegati nelle ristrutturazioni venivano pagati dallo Stato.

 

Se poi il cliente vip voleva pagare l'intervento di Anemone non c'era alcun problema. Con un abile stratagemma, secondo gli inquirenti, Anemone prima si faceva saldare la ristrutturazione poi caricava le fatture passive dei lavandini, tapparelle, marmi e quant'altro tra le spese degli appalti che vinceva. Alla fine il parquet pregiato che risultava comprato per il G8 alla Maddalena era realtà finito ad impreziosire la casa del tal ministro o del tal boiardo.

Con la beffa che a volte ci sarebbe stato addirittura il doppio pagamento: dal pubblico e dal privato. Insomma sarebbe stata la collettività a pagare gli interventi edilizi della cricca. Una ipotesi che sta ritrovando diversi riscontri nella verifica voce per voce che le Fiamme Gialle stanno compiendo sull' ormai famosa "lista Anemone". Sulla quale emergono nuovi dettagli interessanti che raccontano la genesi di quest'indagine.

Innanzitutto ci sono delle date certe. È da fine febbraio, quindi da quasi tre mesi, che la procura di Perugia dispone di questo elenco. Ed ha subito disposto una serie di accertamenti bancari, tributari e fiscali sui nominativi della clientela dell'Anemone costruzioni Spa. Significa che da due mesi e mezzo, dal 4-5 marzo, le Fiamme Gialle del nucleo provinciale di Roma sono sulle tracce dei privilegiati o presunti tali.

 

Né risulta vero che la lista era da due anni a Roma. Libero ha infatti ricostruito, giorno dopo giorno, la storia della lista, alla caccia di insabbiamenti veri o presunti. Bisogna andare però indietro a fine settembre inizi ottobre del 2008 quando la Anemone costruzioni Spa finisce sotto la lente d'ingrandimento di una verifica programmata delle Fiamme Gialle. I militari fanno incursione sia negli uffici romani in via Sant'Antonio di Padova, sia alla sede fiscale dell'impresa presso il commercialista Stefano Gazzani. Vengono controllati i documenti focalizzandosi su un computer non in bellavista. È quello di Luciano Anemone, fratello del titolare.

 

All'interno sono sette i file a incuriosire i finanzieri, oltre ai bilanci del 2006, le buste paga, il "prospetto lavori 2006" c'è un "elenco commesse" ovvero la famigerata lista Anemone. A una prima lettura le carte risultano sospette al punto che la verifica fiscale si allarga alla galassia Anemone.

Vengono così controllate altre società a iniziare dalla Amp sas, la Red.im 2002 e altre micro sigle riconducibili alla famiglia del costruttore. Siamo ormai a fine 2008 quando Fabrizio Gatti, firma di punta dell'Espresso, è l'autore di una serie di inchieste sulle presunte spese pazze per i lavori del G8.

Gatti coltiva fonti di prima mano e pubblica dati che incuriosiscono non poco i piani nobili della procura della Capitale. Così il procuratore aggiunto Achille Toro convoca i vertici della GdF di Roma città e assegna loro una delega per capire meglio gli affari del gruppo. La Finanza si mette al lavoro. Per mesi la verifica fiscale va avanti con una sessantina di controlli incrociati tra Anemone e i suoi fornitori tanto che dopo un anno, nel gennaio scorso, si amplia ulteriormente la rosa dei controlli estendendo la verifica sino al 2009.

Ed è sempre in febbraio che l'indagine delle Fiamme Gialle arriva in profondità e sui giornali si registra la seconda fuga di notizie con gli articoli dedicati all'inchiesta di Firenze e le intercettazioni della cricca. Con un fatto finora inedito. Quando scoppia la vicenda dei rapporti pericolosi dell'ex procuratore aggiunto Toro, la Finanza manda subito tutta la documentazione a Perugia che aveva ricevuto il fascicolo dai magistrati di Roma.

 

Un furgone blindato contenente i 42 faldoni con i documenti dell'accertamento tributario partono dalla capitale alla volta del capoluogo umbro. Dopo pochi giorni parte la verifica sulla lista Anemone. Ad uno ad uno i clienti vengono convocati per l'atteso chiarimento.

Qualcuno, come Gianni De Gennaro, il capo dei servizi segreti, non batte ciglio. Mostra tutte le fatture pagate con le matrici dei relativi assegni sborsati per gli interventi di Anemone. Altri balbettano. Altri diventano irreperibili. E si è anche chiarito, finalmente, perché né i magistrati fiorentini né quelli romani, avevano materialmente in mano la lista dei clienti. La stessa infatti, faceva parte delle carte della verifica fiscale che non viene trasmessa in Procura se non nel caso rivesta rilevanza penale. Come accaduto proprio in questa storia sulla cricca. 19-05-2010]

 

 

 

 

GENTIL MESSAGGIO DELLA MOGLIE DI SCAJOLA AL BANANA, LETTA, IOR E SERVIZI SECRETATI - “MIO MARITO AL MOMENTO STA ZITTO PER NON CREARE PROBLEMI A PERSONE MOLTO PIÙ COINVOLTE DI LUI IN QUESTA VICENDA” (E QUALE OCCASIONE MIGLIORE PER RECAPITARE UN MESSAGGINO MAFIOSO DEGENERE DAL SAGRATO DELLA MESSA DOMENICALE?) - OCCORRE RASSICURARE IL FUTURO DI SCIABOLETTA: SEI MESI E LO FATE CAPO DEL PDL - 2 - G8, SOLDI ALLO IOR! MA IN VATICANO, CON LE ROGATORIE, CI FANNO GLI ORIGAMI -

a cura di Minimo Riserbo e Falbalà

 

AVVISO AI NAVIGATI
Non mollate il soldato Sciaboletta, perché se parla, molti più in alto di lui saranno travolti. Quale occasione migliore per recapitare un messaggino del genere della messa domenicale? E quale luogo migliore del sagrato di una chiesa? E quale messaggero migliore di una santa donna che "ha finanziato i lavori di ristrutturazione della chiesa" per lanciare un bell'avvertimento mafioso? C'è tutto il meglio dell'Italietta di ieri e di domani nelle parola di Maria Teresa Scajola, consegnate al bravissimo Massimo Calandri di Repubblica: "Mio marito AL MOMENTO sta zitto per non creare problemi a persone molto più coinvolte di lui in questa vicenda" (p.4).

 

AL MOMENTO, cari Banana, Letta, Ior e Vertici dei Servizi non più segreti ma Secretati, occorrerebbe rassicurare Scajoletta sul proprio futuro. Tipo che tempo sei mesi lo fate capo del Pdl.

2 - BUSSATE E NON VI SARA' APERTO
"G8, la pista dei soldi versati allo Ior. L'indagine dei pm bussa in Vaticano. Via a un'altra rogatoria. Verdini: mai avuto tesoretti all'estero" (Repubblica, p.6). Francesco Viviano scrive questa notizia ben sapendo che tanto in Vaticano, con le rogatorie, ci fanno gli origami.

Si scalda anche la Stampa di San Marione: "Balducci e la pista che porta allo Ior. Pronta una rogatoria presso la Santa Sede per un conto del "gentiluomo di sua santità". Gli inquirenti vogliono capire cosa si nasconde dietro ai 280 mila euro versati al monsignor Camaldo" (Stampa, p.5). Camaldo il Caldo, per gli amici.

- SCAJOLA COMPRENDE (O QUALCUNO GLIELO HA FATTO CAPIRE) CHE CERTE MESSAGGINI NON SONO EDUCATI: "NON CONDIVIDO L'INTERVISTA DI MIA MOGLIE A 'REPUBBLICA'"
(Adnkronos) - "In relazione all'articolo apparso oggi su 'La Repubblica' e riportante un'intervista asseritamene resa da mia moglie, preciso di non condividerne il contenuto. In particolare, non e' assolutamente conforme al vero la circostanza che io abbia deciso di non presentarmi dinanzi ai Pubblici ministeri di Perugia per non 'creare problemi ai veri colpevoli' o a 'persone molto piu' coinvolte di me'". Lo afferma in una nota Claudio Scajola. "Preciso, inoltre, che le uniche persone titolate a rilasciare dichiarazioni in merito alla nota vicenda -aggiunge- siamo io e il mio legale, avvocato Giorgio Perroni. Prego, pertanto, la stampa di non cercare di ottenere dichiarazioni dai miei familiari, i quali stanno vivendo un momento di comprensibile difficolta' di cui si deve avere rispetto".

 

CRICCOPOLI - ECCO PERCHé LA VOCE TUONANTE DELL’EX MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE DEL GOVERNO PRODI, ALIAS ANTONIO DI PIETRO, ERA RIMASTA COMPLETAMENTE AFONA NELLO SCANDALO BALDUCCI-BERTOLASO: "SONO TESTE D’ACCUSA E MANTENGO LA RISERVATEZZA" - si è presentato spontaneamente, nel primo pomeriggio, per essere sentito dai pm fiorentini e perugini come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti....

 (Adnkronos) - 'Il primo dovere di un teste d'accusa e' mantenere la riservatezza'. Lo ha detto il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro uscendo dagli uffici della procura di Firenze dove si e' presentato spontaneamente, nel primo pomeriggio, per essere sentito dai pm fiorentini e perugini come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti. Ai giornalisti che chiedevano se avesse consegnato anche documenti ai magistrati, Di Pietro ha sottolineato il suo dovere alla riservatezza. 'Sono orgoglioso - ha aggiunto Di Pietro - di continuare nella mia testimonianza di verita' su questioni che possono aiutare la magistratura a fare chiarezza sulle vicende su cui sta indagando'. 17-05-2010]

 

 

ANEMONE’S LIST, LISTA TAROCCATA? –NON TORNANO LE DATE E CI SONO DELLE COINCIDENZE BIZZARRE (E TROPPO PREMONITRICI) - GLI INTERVENTI A CASA SCAJOLA SONO INDICATI NEL 2003, MA LA CASA È STATA COMPRATA NEL 2004 – CASI SIMILI PER PITTORRU E LORENZO BALDUCCI – COME MAI? - (DI SICURO ALMENO CINQUE NOMI DELLA LISTA APPARTENGONO A PRESTANOMI, DIETRO I QUALI CI SONO I PESCI GROSSI

Franco Bechis per "Libero"

 

Elenco anno 2003 nell'Anemone's list. Al terzo posto, con l'appunto 2003-108 (e chissà che vuole dire) si trova uno dei nomi più noti della lista di proscrizione: "Scajola- Via Barberini 38- Via del Fagutale". Il primo indirizzo è giusto. Nel 2003 Claudio Scajola era ministro dell'attuazione del programma, e in via Barberini c'era una sede della presidenza del Consiglio dei ministri, dove oggi invece ha sede l'Agenzia del Demanio. Anche via del Fagutale è indirizzo ormai noto.

 

Lì ha sede la celebre casa Scajola con vista sul Colosseo. Ma nel 2003 quella casa era di proprietà della signora Maglione. Che non sapeva di dovere tragicamente morire da lì a poco, lasciando in eredità alle due figlie (che di cognome fanno Papa) l'immobile. Scajola lo avrebbe comprato solo nell'aprile del 2004.

Come fa nel 2003 Anemone a sapere che un anno dopo il ministro avrebbe comprato proprio lì? Mistero. Stesso anno, altro giallo. Numero 112 della lista: Pittorru. Si tratta del generale della guardia di Finanza poi approdato ai vertici dei servizi segreti. Numero 114: "Via Merulana 71- Pittorru".

Sì, anche qui nome e appartamento coincidono. Ma l'acquisto avviene un anno dopo. Altra curiosa preveggenza. Non sono gli unici errori della Anemone's list. Si indicano lavori all'appartamento di via della Pigna di Lorenzo Balducci addirittura due anni prima che lo acquisti. Si collegano indirizzi e proprietà inesistenti, anche per la presidenza del Consiglio dei ministri.

 

Nel 2003 nella lista c'è anche una misteriosa annotazione, al numero 27: "Acquisti vari personali pagati". In sei anni è l'unica volta. Il che significa o che Anemone non faceva mai acquisti personali o che se li faceva non li pagava mai, per cui l'occasione unica e irripetibile andava segnalata. Ci sono anche altri errori, con spiegazioni più semplici: una tastiera malandrina del computer, un nome di battesimo confuso. Ma quelli sopra segnalati non sono errori di poco conto.

 

E il dubbio a questo punto è legittimo: quella lista sembra taroccata. Non può essere lo specchio fedele di una contabilità rintracciabile in altra documentazione amministrativa: impossibile effettuare lavori in un appartamento un anno prima che siano commissionati. Quindi ci sono solo due possibilità. La prima è che l'estensore sia davvero Anemone e che solo nel 2008 (poco prima del sequestro) abbia annotato quel lungo elenco solo sulla base di ricordi personali un po' fallaci.

La seconda è che l'autore non sia Anemone. E qui le strade aperte sono tante. Un collaboratore maldestro. Una mano terza intervenuta dopo l'ispezione della Finanza, magari anche solo per mettere in fila ordinata documentazione e magari appunti su agenda trovati e così ricomposti.

 

I BILANCI DELLE SOCIETÀ
Il giallo resta, e a questo se ne aggiunge un altro proprio passando al setaccio i conti di tutte le società di Anemone che avrebbero fatto quei lavori. Si tratta della Tecno-cos srl, della Redim 2002 srl, della Amp srl, della Keys System srl edella Anemone costruzioni. La più antica ènata nel 1994, la più recente nel 2007. Il fatturato più alto è quello della Anemone costruzioni del 2008: 37,7 milioni di euro (un boom: erano stati 10,9 l'anno precedente).

 

L'utile di bilancio più consistente è di quella società nello stesso anno: 588.456 euro. Ma sommando la media annua complessiva di tutte e cinque le società in una sorta di bilancio consolidato si ottiene un fatturato medio annuale di 34 milioni di euro e un utile medio annuale di 531.107 euro. Cifre discrete per un piccolo imprenditore, ma che certo non possono spiegare e nemmeno giustificare le centinaia di migliaia di euro di presunti regali a Scajola, Pittorru, Ettore Incalza, Lorenzo Balducci etc.., né favori e regalie emersi dall'inchiesta.

Tanto meno lavori gratis per centinaia di migliaia di euro ciascuno ai 400 dell'Anemone's list. Quindi o il gruppo aveva una contabilità in nero doppia, tripla o quadrupla rispetto ai bilanci ufficiali, e la finanza che vive lì dall'ottobre 2008 avrà pure scoperto qualcosa. Oppure assegni circolari, liquidi o beni in natura offerti da Anemone non erano attinti dalle provviste del suo gruppo. Fondi neri probabilmente, ma non attinti dalla sua provvista. Ed è forse questo il filone più interessante su cui indagare. [17-05-2010]

 

 

A.D. 24-6-2004: SI CELEBRA IL MISTERO GAUDIOSO DEL PRIMO MIRACOLO DELLA CRICCA - COME MAI IL CAPO DEL SISDE MARIO MORI PASSÒ IN SOLE 24 ORE DALLE PAROLACCE NEI CONFRONTI DELLA FUTURA "ANEMòPOLI" (PER L’AUMENTO DEI COSTI DEI LAVORI DI P.ZZA ZAMA) A UN LACONICO: “FACCIAMO COME DICE BALDUCCI, TANTO COPRONO LE SPESE”? - E COME MAI IN POCHI GIORNI CHI PRETENDEVA DI CONTROLLARE LE OPERE (GEN. SECHI) VENNE SOSTITUTO DAL GEN. PITTORRU? PROPRIO QUELLO CHE I PM DI PERUGIA RITENGONO ABBIA POI AVUTO UN PAIO DI CASE IN REGALO DA ANEMONE (MA LUI HA MESSO A VERBALE DI AVER RESTITUITO TUTTI I SOLDI, ANCHE SE GLI HANNO RUBATO LE RICEVUTE)

Francesco Bonazzi per "Il Secolo XIX"

 


La volta che il Sisde avrebbe potuto stroncare sul nascere la cricca è il 24 giugno del 2004. Quel giorno, in una stanza di via Monzambano 10, dalle parti del Castro Pretorio, si ritrovano Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone.

Ovvero i quattro dirigenti pubblici che saranno arrestati il 10 febbraio del 2010 con l'accusa di corruzione. Di fronte a loro, dall'altra parte del tavolo, ci sono l'allora capo del Sisde, il prefetto Mario Mori, e alcuni dei suoi collaboratori più stretti.

 

Qualcuno, per fortuna, tiene un diario. E grazie a questo diario, che il Secolo XIX ha potuto consultare, oggi si può ricostruire per la prima volta la storia di un appalto "top secret" che non solo finirà per costare allo Stato oltre il doppio del dovuto, ma è in tutto e per tutto il primo "capolavoro" di un sistema che arriverà a fatturare oltre 400 milioni di euro tra il 2004 e il 2008. Quel sistema Balducci-Anemone sul quale oggi indaga la procura di Perugia.

 

"Via Monzambano" è un indirizzo che ricorre spesso nelle oltre 30mila pagine dell'inchiesta "Grandi Eventi". Per molti dei costruttori e grand commis intercettati dal Ros, "Via Monzambano" è un modo per indicare Balducci e i suoi fedelissimi.

Al numero 10 di quella strada c'è un palazzo del Demanio dove hanno sede l'Anas e il Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio. E dopo il Giubileo del 2000, ai vertici dei servizi segreti, del Viminale, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, quelli di "Monzambano" non sono i quattromila abitanti di un paesino del mantovano, ma i maghi delle opere pubbliche "presto e bene".

L'appalto "capolavoro" riguarda la costruzione di un grande centro del Sisde in piazza Zama, nel quartiere Appio-Latino. Si tratta di tre palazzine in cui Mori decide di mettere il Roc, un nuovo reparto mutuato dal "suo" Ros dei carabinieri. Alla gara, bandita alla fine del 2002 e ovviamente segretata, vengono invitate cinque aziende.

 

Vince quella rappresentata da Dino Anemone, padre di Diego e vecchio amico di Balducci, con un ribasso del 6% netto. La prima stranezza è che anche le altre offerte presentano scarti tondi, ovvero senza l'ombra di un decimale. Ma tant'è. L'appalto viene assegnato per 3,2 milioni di euro più Iva (al 10%) agli Anemone e i lavori partono subito con una seconda stranezza: un ricco acconto.

 

Ai primi di giugno del 2003 la struttura che per conto di Mori di occupa della logistica, guidata dal generale Gianpaolo Sechi e dal generale Lorenzo Cherubini, comincia a sollevare i primi dubbi sul costo dell'opera.

Il direttore esecutivo del progetto, l'ingegner Della Giovampaola preme per dotare il centro Sisde di una serie di attrezzature molto costose e di dubbia utilità. La goccia che fa traboccare il vaso dei "controller" del Sisde è l'installazione di due generatori autonomi da 500 chilowatt (contro quello da 150 previsto dal capitolato), fatturati da Anemone a quasi il triplo del valore di mercato.

Alla fine di maggio del 2003, inizia un ping-pong informale tra Via Lanza (sede dei servizi) e Via Monzambano, durante il quale il Sisde fa notare che si rischia di sforare di molto il limite del 10% di maggior spesa oltre il quale la legge prevede che si debba rescindere il contratto.

De Santis e Della Giovampaola, che solo nel 2010 si scoprirà quanto erano legati ad Anemone, fanno orecchie da mercante e tutto viene rimandato a una sorta di "vertice bilaterale" tra Sisde e Infrastrutture, fissato per il 24 giugno. Alla vigilia, ai piani alti dell'intelligence civile, va in scena una riunione ristretta in cui a Mori vengono spiegate tutte le "stranezze" e le inutili grandiosità del cantiere.

 

Il capo del Sisde, che nella sua vita precedente ai vertici dell'antiterrorismo e del Ros ha arrestato decine di brigatisti e boss mafiosi (uno per tutti, Totò Riina), pronuncia parole irripetibili all'indirizzo degli uomini di Balducci. Tutto fa presagire, insomma, che alla futura "cricca" verrà dato un serio stop.

Ma il giorno dopo, nell'incontro di via Monzambano, ecco il colpo di scena. Di fronte a un Diego Anemone muto come un pesce, per circa tre ore i "tecnici" del Sisde smontano e bocciano una per una tutte le "migliorie" proposte dagli uomini di Balducci. Ma quando si sta per arrivare a un rinvio "tecnico", prende la parola Mori e dice più o meno così: "Facciamo come dice il provveditore Balducci, tanto coprono loro le spese". Nei giorni seguenti, anche ai vertici dei servizi, la vittoria di Balducci sarà totale.

Chi pretendeva di controllare da vicino i lavori eseguiti da Anemone entra in un cono d'ombra, viene esautorato o si ritrova con la scrivania vuota. L'epurazione culmina con la sostituzione, il 10 ottobre 2004, di Giampaolo Sechi e dei suoi collaboratori più fidati.

Al suo posto viene messo l'ex generale della Finanza Francesco Pittorru, quello che i pm di Perugia ritengono abbia poi avuto un paio di case in regalo da Anemone (ma lui ha messo a verbale di aver restituito tutti i soldi, anche se gli hanno rubato le ricevute). [20-05-2010]

 

 

UCCI UCCI, C’È BALDUCCI (PURE A SINISTRA) - CHAMPAGNE, PER BRINDARE A UN INCONTRO TRA IL GOTHA DELLA SINISTRA PUGLIESE (A PARTIRE DAL SINDACO DI BARI) E LA CRICCA - NEL 2009, IL FEDELISSIMO DI D’ALEMIX EMILIANO FESTEGGIA CON I PUZZONI BALDUCCI E DE SANTIS LA RINASCITA DEL TEATRO PETRUZZELLI – MA ORA I PM INDAGANO SUI LAVORI COSTATI IL 150% IN PIÙ, AFFIDATI CON PROCEDURA D’URGENZAMassimo Malpica per "il Giornale"

 

C'è un «vecchio» nuovo appalto nel mirino dell'inchiesta su G8 e grandi eventi. Quello per la «ricostruzione» del teatro Petruzzelli di Bari, che bruciò nella notte tra il 26 e il 27 ottobre del 1991, e che da poco ha riaperto i battenti.

Finora la vicenda dello storico teatro barese era entrata nell'inchiesta solo marginalmente, più che altro per la presenza in quel cantiere di due protagonisti delle indagini avviate dalla procura di Firenze, Angelo Balducci e Fabio De Santis, immortalati il 7 settembre 2009 al fianco del sindaco Michele Emiliano in occasione della consegna dell'«opera», prima del ciclone G8, tutti intenti a sorridere e stappar bottiglie.

Ora anche l'affaire Petruzzelli entra a pieno titolo nei faldoni di atti giudiziari. Nei giorni scorsi i carabinieri del Ros hanno sequestrato, su incarico dei magistrati, la documentazione su quell'appalto, sia a Roma che a Bari.

 

Vogliono veder chiaro sui criteri di aggiudicazione e sull'ennesima impennata dei costi, cresciuti di oltre il 150 per cento grazie a una richiesta - giunta a cantiere appena aperto, e subito esaudita - fatta da Balducci, per buttare sul tavolo della rinascita del Petruzzelli altri 13 milioni di euro, oltre ai 23 milioni e spiccioli di spesa stanziati inizialmente. E a Firenze verrà ascoltato come persona informata sui fatti su sua istanza Ciro Garibaldi, avvocato ed erede dei proprietari del teatro, per niente convinto della «ricostruzione».

 

Di certo, alla luce di quanto è emerso negli ultimi mesi sugli affari della cricca, la vicenda del teatro pugliese è da leggere tutta di un fiato. A cominciare dalla genesi del «commissariamento». A dare il «la» è una lettera del sindaco di Bari, Michele Emiliano, che il 19 dicembre 2006, un martedì, scrive all'allora vicepremier Francesco Rutelli. Ad agosto era stato pubblicato il bando di gara per la ricostruzione del teatro.

Ma il primo cittadino vuol scavalcare «l'applicazione delle procedure ordinarie», che rischiano «di rallentare notevolmente l'effettiva esecuzione dei lavori», paventa rischi per la sicurezza perché «l'inusuale ritmo delle precipitazioni piovose» potrebbe compromettere la struttura. E quindi chiede di «valutare e rappresentare» al premier «l'opportunità di adottare lo strumento giuridico e amministrativo più idoneo per evitare il suddetto rischio».

 

«Suddetto rischio?». Poteva bastare la pioggia a far crollare il teatro, nonostante i venti miliardi di lire stanziati dalla Legge Melandri per consolidarlo, i cui lavori si erano conclusi, con il collaudo, appena un anno prima? Intanto la macchina si è messa in moto, anzi, già corre. Il giorno dopo, 20 dicembre, il governatore pugliese Nichi Vendola comunica a Guido Bertolaso la «favorevole intesa» della Regione sul commissariamento.

E il 22 dicembre 2006 ecco l'ordinanza 3557, firmata da Romano Prodi. Che «vista la nota» di Emiliano, «acquisita l'intesa» di Vendola, stabilisce che i lavori «sono indifferibili e urgenti e autorizzano il ricorso alle procedure acceleratorie». E, contestualmente, nomina Angelo Balducci «commissario delegato per fronteggiare la situazione di criticità». Tutto in novantasei ore: se non è emergenza questa.

Balducci il 9 febbraio nomina Fabio De Santis (poi arrestato con lui) responsabile del procedimento, e la sua fedelissima Maria Pia Forleo responsabile delle procedure amministrative. La Forleo finisce anche in commissione di gara.

 

Nella commissione giudicatrice ci sono invece, tra gli altri, l'ingegnere Silvio Albanesi (che ha lavorato come progettista per la Maddalena e per la Scuola Marescialli, finito nell'inchiesta perché intercettato al telefono con Anemone) e l'architetto Giampaolo Imbrighi («annotato» nella lista di Anemone).

La scadenza di presentazione delle domande è il 3 maggio 2007. Il 10 maggio alle 11 di mattina la gara è già aggiudicata. Vince l'Ati costituita da Conscoop di Forlì, l'imprenditore pugliese Vito Barozzi e la Sac di Roma, quella che si aggiudicò la gara per l'auditorium di Firenze che fece tanto arrabbiare il capo della Btp, Riccardo Fusi, per la «cricca romana». La Btp, per la cronaca, gareggiava anche qui. Invano. Barozzi, tra l'altro, lavorerà poi con Anemone nella società consortile Maddalena.

 

La cosa curiosa, ma non è una novità, proprio ricordando le lamentele sull'appalto per l'auditorium fiorentino, è che la suddetta Ati vince nonostante il minor ribasso, appena -2,657 per cento contro un - 10 per cento di media dei concorrenti. La gara però premia soprattutto il valore tecnico e temporale.

Alle altre imprese restano le briciole. Pochi mesi dopo, i costi lievitano. Il 29 ottobre Balducci chiede a Regione e Provincia un «incremento dell'erogazione di fondi», motivata da «sopraggiunti e imprevisti incrementi dei costi sostenuti dalla Ati vincitrice dell'appalto per la ricostruzione». Altri 13 milioni di euro piovono sul teatro, che nel frattempo torna ai suoi vecchi proprietari, ai quali era stato espropriato, per sentenza della Corte Costituzionale.

Conta poco. A settembre scorso si stappano bottiglie, il sindaco Emiliano ringrazia «lo straordinario gruppo di lavoro rappresentato dal commissario straordinario Angelo Balducci. Funzionari dello Stato che si sono distinti per la loro massima discrezione e che in questi mesi si sono limitati a servire e non ad apparire». Chissà se i pm fiorentini sono d'accordo. [20-05-2010]

 

 

1- FERMI TUTTI! LA LISTA DI ANEMONE È ROBETTA. UNO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE. IL TERREMOTO ARRIVERÀ NEL MOMENTO IN CUI A FINIRE SUI GIORNALI SARANNO I SOLDI VERI, 25 MILIARDI IN PARTE ALL’ESTERO E IN PARTE RIENTRATI IN PATRIA PIÙ O MENO RIPULITI - 2- E CHI È IN GRADO DI POTER INTERCETTARE IL BOTTINO DI BALDUCCI & C.? IL MINISTERO DELL’ECONOMIA, QUELLO GUIDATO DA GIULIO TREMONTI, L’UNICO CHE VIENE CONSIDERATO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO PER GUIDARE UN GOVERNO DI SALUTE PUBBLICA - 3- AD ALIMENTARE LE VOCI MALIZIOSE SONO LE ORME DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA IN QUASI TUTTI I CAPITOLI GIÀ LETTI DI APPALTOPOLI. A COMINCIARE DALLA LISTA DI ANEMONE, ACQUISITA DALLA GUARDIA DI FINANZA NEL 2008, E CHE, COME DIMOSTRANO LE PAROLE DEL PROCURATORE CAPO DI ROMA, "ERA SCONOSCIUTA" PERSINO AI MAGISTRATI. COME È FINITA SULLE PAGINE DEI GIORNALI DOPO TANTI ANNI? E PERCHé PROPRIO ADESSO? AH SAPERLO... -

1 - CHI HA LA SUPERLISTA DA 25 MILIONI DI EURO?
Tommaso Labate PER IL RIFORMISTA

L'esponente del governo, che per ovvie ragioni chiede di rimanere anonimo, li mette in fila come se fosse una cantilena: «Un cambio di infissi di qua, un'aggiustatina all'impianto elettrico di là...».

 

La cantilena prosegue: «Poi qualche muro abbattuto, un pezzo di terrazza, letti, cucine, camere da letto, rubinetti che perdono e sì, mettiamoci pure qualche bell'appartamento tutto intero con vista Colosseo, come quello per cui Claudio s'è fatto "aiutare"... Ma vi pare che l'epicentro di un terremoto politico degno di questo nome possa essere facilmente confuso per il numero di maggio di una rivista di arredamenti?».

 

E visto che l'elemento dell'orchestra berlusconiana si attende una sola risposta - e cioè «no» - ecco che è lui stesso a completare il ragionamento: «La lista di Anemone è robetta. Uno specchietto per le allodole. Il terremoto arriverà nel momento in cui saranno i soldi veri, a finire sui giornali».

L'elemento mancante della criccopoli sono appunto loro, «i soldi». Che, stando all'incontrollato chiacchiericcio che s'è alimentato nei corridoi deserti di Montecitorio, potrebbero anche ammontare a venticinque milioni di euro, centesimo più, centesimo meno. Domanda numero uno: chi li ha ricevuti, «i soldi»? Una risposta l'ha azzardata il ministro Gianfranco Rotondi, convinto che quest'inchiesta finirà per coinvolgere «più governi e una decina di fazioni politiche». Domanda numero due: dove sono i soldi?

 

Risposta: sono stati senz'altro all'estero, in parte stanno ancora all'estero, in parte sono rientrati in patria più o meno ripuliti. Da qui la domanda numero tre: chi è in grado di poter intercettare le tracce di quei capitali? E qui la risposta si fa semplice semplice, soprattutto dopo l'approvazione dello scudo fiscale: il ministero dell'Economia, quello che sta a via XX settembre.

 

Quello guidato da un Giulio Tremonti che anche i più acerrimi nemici ormai considerano l'uomo più in ascesa dell'intero centrodestra italiano. D'altronde lo riconoscono anche ai piani alti del quartier generale piddì che «nelle ore in cui circolano voci sulla qualsiasi e piovono schizzi di fango su chiunque, l'unico che viene considerato al di sopra di ogni sospetto è proprio il ministro dell'Economia».

Ad alimentare le voci maliziose sono le orme del ministero di via XX settembre in quasi tutti i capitoli già letti di Appaltopoli. A cominciare dalla lista di Anemone. Che, come dimostrano le parole del procuratore capo di Roma, «era sconosciuta» persino ai magistrati. Come è venuta fuori dopo tanti anni? Come è finita sulle pagine dei giornali?

 

Su Libero di ieri Franco Bechis ha scritto che «la superlista» è l'ultimo residuo della «guerra tra 007» combattuta tra Niccolò Pollari e Gianni De Gennaro. È vero, ancora non è possibile stabilire se il suo contenuto favorisca più il fronte dell'ex capo del Sismi o quello dell'ex capo della Polizia. Ma un aspetto di tutta la faccenda è ormai definito: la «lista» è stata acquisita dalla Guardia di Finanza nel 2008 e resa nota solo adesso.

 

Di fronte all'avvisaglia del terremoto, Silvio Berlusconi continua a muoversi leggendo la propria parte da due copioni differenti. Da un lato, «chi ha sbagliato pagherà e sarà cacciato». Dall'altro, «basta isterie e liste di proscrizione». È il sintomo, come dicono nella sua cerchia ristretta, che il Cavaliere sta cercando più che altro di «capire» gli effetti collaterali di una storia poco chiara persino agli occhi del capo del Governo.

Ma se il premier continua a muoversi a zig-zag, l'asse del Nord formato da Tremonti e dalla Lega ha già scelto il proprio ruolo. «Stavolta», s'è sentito dire Berlusconi da un amico nei giorni scorsi, «vedrai che Giulio e Bossi, di fronte a tutta l'opinione pubblica nazionale si posizioneranno perfettamente dalla parte dei "buoni"».

BERLUSCONI - copyright Pizzi

La profezia s'è avverata. Mentre un pezzo di ceto politico è già finito sui giornali (lista di lavoretti) e un altro pezzo è pronto a finirci (soldi), tutti ovviamente dalla parte dei "cattivi", Tremonti ha partecipato alla riunione del Cipe di ieri imponendo un'ulteriore stretta ai colleghi ministri e ai presidenti di regione che volevano "un aiutino" per coprire i loro bilanci disastrosi («Questo no, questo no, questo sì, questo no...» è stato l'adagio tremontiano di fronte alle richieste dei colleghi).

 

E la Lega, in vista della manovra lacrime e sangue, gli ha offerto il migliore degli assist con la proposta di Calderoli di abbassare del 5 per cento gli stipendi di politici e parlamentari. E nel momento in cui dovesse uscire la lista di serie A, quella dei politici foraggiati dalla cricca? «Tremonti», scommette un berlusconiano di rango, «sarà in prima fila a chiedere il taglio delle teste colpevoli, come ha fatto con Scajola. E Silvio, immediatamente, lo accontenterà». E, magari, sarà l'antipasto di quel «governo di salute pubblica» su cui Pier Ferdinando Casini ha scommesso una settimana fa rispondendo in tivvù alle domande di Lucia Annunziata.

2 - LA GUERRA FRA LETTA E TREMONTI TRA SALOTTI E PALAZZI APOSTOLICI
A. G. per il settimanale Soldi

Sussurri e grida si rincorrono da settimane tra i corridoi del Parlamento e i "boatos" di Roma si diffondono a Milano e negli ovattati ambienti dei Salotti Buoni meneghini: l'inchiesta sulla Protezione Civile che ha portato da un lato all'indagine sul suo potente numero uno Guido Bertolaso - che medita le dimissioni - e dall'altro all'uscita di scena del ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, è il frutto avvelenato di uno scontro tutto interno al Popolo delle Libertà del premier Silvio Berlusconi che avrà pesanti riflessi anche sul mondo della finanza.

 

La guerra, sotterranea, violentissima e senza esclusione di colpi come lo è ogni guerra per il potere, vede da un lato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti che nella partita della successione al premier può contare - mancandogliene uno proprio - sul serbatoio di voti della Lega Nord e dall'altro il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, custode e interprete del berlusconismo "romano", visto che proprio nella Capitale fu costituita la Fininvest.

 

Scajola è stato nemico giurato di Tremonti, come testimoniano a esempio le grandi frizioni - mai rese pubbliche - fra i due ministri sulle competenze per il credito all'export, divise tra gli istituti preposti dei due dicasteri, rispettivamente Simest e Sace. Letta è un osso più duro per Tremonti: è infatti talmente nel cuore di Berlusconi che il Cavaliere lo ha più volte immaginato come suo successore o addirittura indicato pubblicamente come l'uomo giusto per succedere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

L'inchiesta sulla Protezione Civile e la vicenda Scajola, fra l'altro, lambiscono sempre più da vicino il Vaticano, punto di riferimento del voto dei cattolici, dove Letta è sempre stato di casa. Ma anche Tremonti nei Palazzi Apostolici sta conquistando posizioni grazie al ruolo di "apripista" che gli fornisce il cattolico-doc Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior (la banca del Vaticano), ricambiato puntualmente dal ministro con una doppia poltrona nel consiglio d'amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti e nella Sgr dello stesso ente.

Berlusconi - Dal Fatto Quotidiano - Di Emanuele Fucecchi

La guerra fra Tremonti e Letta, che ha visto in Berlusconi da sempre una stanza di compensazione, si rifletterà puntualmente nella prossima partita di potere sulla nomina del nuovo presidente della Consob, visto che il ministro dell'economia vuole avanzare i suoi candidati in una materia "romana" che è sempre stata di competenza del sottosegretario di Palazzo Chigi. Chi vincerà fra Letta e Tremonti?

 

I restanti tre anni della legislatura sono un tempo sufficiente per vedere l'esito della guerra, ma certamente il ministro dell'Economia, che conta sulla Guardia di Finanza e che gode dell'appoggio di molti giornali (dal "Corrier della Sera" al "Sole") pare oggi in vantaggio nei confronti di Letta, che pure è l'uomo di riferimento di Berlusconi nei Servizi Segreti.

E forse non è un caso se Cesare Geronzi, il banchiere più vicino al Cavaliere e neopresidente delle Generali, da sempre vicino a Letta, oggi parli spesso e volentieri col ministro ex commercialista. 16-05-2010]

 

 

COME ANEMONE CREAVA FONDI NERI PER I POLITICI ATTRAVERSO MINI-FATTURE AL VATICANO - SI RIPETE PARI PARI, CAMBIATI I PROTAGONISTI, IL COPIONE DELLO SCANDALO SISDE DEL 1993 - ALL’EPOCA, LE RISTRUTTURAZIONI LE ESEGUIVA UNA DITTA DI FIDUCIA DEI SERVIZI (STARRING ERA L’ARCHITETTO SALABÉ, COME BALDUCCI ANCHE LUI GENTILUOMO DI SUA SANTITÀ) - LA DITTA EMETTEVA UNA MINI-FATTURA A UN ENTE EXTRATERRITORIALE COME IL VATICANO. LA DIFFERENZA MILIARDARIA LA SALDAVA IL SISDE CON FONDI RISERVATI. E LA DITTA RIUTILIZZAVA QUEI SOLDI IN NERO PER FARE I FAVORI CHE IL SERVIZIO OFFRIVA AI POLITICI

Francesco Bonazzi per il Secolo XIX

È un vero capolavoro la portantina lignea realizzata da Dino Anemone e da suo figlio Diego per le processioni con la statua di San Gaspare Del Bufalo, fondatore della Congregazione del preziosissimo sangue di Gesù. A commissionare l'opera, nel 2004, è stato l'economo Evaldo Biasini, ormai noto alle cronache come "don Bancomat" per quell'intercettazione in cui si rammarica di aver bisogno di 24 ore per dare 50 mila euro in contanti a Diego Anemone.

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Di questo lavoro c'è traccia nella lista sequestrata a Daniele Anemone (il fratello minore di Diego), insieme ad altri otto interventi di carattere "ecclesiale" realizzati tra il 2003 e il 2005. Interventi per i quali, secondo quanto risulta al Secolo XIX , sarebbero state emesse fatture per importi di scarsa entità.

«Un mistero nel mistero», racconta un inquirente, una stranezza che però ricorda parecchio le famose mini-fatture emesse a enti religiosi dalla "Frasa Spa" di Adolfo Salabè, l'architetto coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde esploso nel 1993. Insomma, un film già visto, ma che vale la pena di riavvolgere perché la sensazione di chi oggi indaga sul "Salabè del 2000" è che i sistemi per creare fondi riservati non siano cambiati molto. Anzi, sono gli stessi. Vediamoli.

Balducci e Diego Anemone

Nel 2008, la Guardia di Finanza di Frascati fa una verifica fiscale a una ditta della famiglia Anemone. Forse non sanno che si tratta di gente che ha il Nos (Nulla osta sicurezza) e che lavora almeno da 6 anni per i servizi segreti, la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri e la stessa Guardia di Finanza.

Nel computer di Daniele Anemone trovano la famosa lista dei lavori 2003-2007 sbucata sui giornali giovedì scorso. I nomi che fanno notizia sono altri, a cominciare da quelli di Scajola, Lunardi e Balducci, ma ci sono nove annotazioni che riguardano la Chiesa. Si comincia nel 2003 con i "Missionari di via Narni", il "Complesso parrocchiale di Santa Maria Alocoque di Tor Vergata" e la chiesa di "Santa Maria in Trivio vicino a Fontana di Trevi" .

Si va avanti, l'anno seguente, con lavori per "l'abbazia di Terni (coro)" e con la "portantina di San Gaspare". Mentre nel 2005 sono registrate commesse per "Monsignor Camaldo (Università cattolica di San Giovanni)", per la "casa di Santa Rita (padre Domenico)", per "don Carlo Ambrosio" e una seconda tranche di lavori nella parrocchia di Tor Vergata.

Non si sa come sia andata a finire quella verifica fiscale del 2008, anche perché uno degli ufficiali ha lasciato le Fiamme Gialle giusto pochi mesi fa per accettare un incarico dirigenziale in una municipalizzata romana. Ma dopo gli arresti della "cricca" decisi dalla procura di Firenze lo scorso 10 febbraio, la polizia tributaria del Lazio sta ora esaminando con rinnovato interesse anche le fatture trovate ai Castelli romani.

Alcune di quelle relative ai lavori "religiosi" sarebbero di importi piuttosto bassi e non avevano destato particolare attenzione. Perché il fatto che un imprenditore che ha già molti ricchi clienti faccia lo sconto agli enti religiosi può rientrare fra le opere buone.

 

Benissimo, ma le analogie con il precedente scandalo del Sisde ce lo spiega un commercialista che all'epoca fu tra i periti del Tribunale di Roma. Nel 1994, i carabinieri che indagavano sulle malversazioni del servizio segreto civile trovarono alcune fatture da 100 mila lire emesse dalla "Frasa Spa" per lavori di ristrutturazione in alcune chiese di Roma. Per esempio, una riguardava una ristrutturazione eseguita nella chiesa di San Pietro e Paolo dell'Eur.

 

Visto che la Frasa era dei fratelli Salabè, la domanda su quelle fatture di importi ridicolo fu rivolta all'architetto Adolfo Salabè, che si fregiava già allora del titolo di Gentiluomo di Sua Santità (come Angelo Balducci). A verbale, l'uomo disse che "per la Chiesa dell'Eur, il lavoro era un rifacimento di intonaci".

Alla fine, racconta oggi uno che quelle fatture le ha studiate per bene , "ci convincemmo che gli enti religiosi pagassero il giusto e che la differenza con i documenti fiscali serviva a creare una provvista in nero per il Sisde, da usare per altre ristrutturazioni di appartamenti di servizio".

Va da sé che la Frasa Spa, come la Borgo Parahelios e altre società dei Salabè, lavorava parecchio con il Sisde. Proprio come gli Anemone. Ma allora perché non fare tutto in nero direttamente; visto che tanto nessuna autorità fiscale italiana va mai a fare controlli incrociati Oltretevere?

 

La risposta è questa: si emetteva un fattura da pochi soldi a inizio anno, quando il Sisde ancora non sapeva se quella spesa sarebbe stata indicata nel capitolo riservato o meno. Poi il costo del "lavoro" cresceva in corso d'opera e a fine anno la differenza veniva caricata dal capitolo di bilancio "in chiaro" a quello riservato e senza rendicontazione.

Insomma, le ristrutturazioni le eseguiva una ditta di fiducia dei servizi che emetteva una mini-fattura a un ente extraterritoriale. La differenza miliardaria la saldava il Sisde con fondi riservati. E la ditta riutilizzava quei soldi in nero per fare i favori che il servizio offriva ai politici.

 

2 - ARCHEO: 1993, SCANDALO SISDE-SCALFARO - TRATTO DA WIKIPEDIA

Nel 1993 scoppiò lo "scandalo SISDE", relativo ad una gestione di fondi riservati che aveva tutta l'aria di essere stata giosamente disinvolta. Partita dalla bancarotta fraudolenta di un'agenzia di viaggi i cui titolari erano funzionari del servizio segreto del Viminale, un'inchiesta della magistratura fece emergere fondi "neri" per circa 14 miliardi depositati a favore di altri 5 funzionari;

 

ci furono l'intervento del Consiglio Superiore della Magistratura per dissidi fra il magistrato che indagava ed il suo procuratore capo, quello della commissione parlamentare d'inchiesta sui servizi segreti, presieduta da Ugo Pecchioli, e quello del ministro dell'interno Nicola Mancino, e tutti si misero ad indagare sull'operato del Servizio mentre a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di ugualmente sospetta provenienza.

 

Nel frattempo la figlia di Scalfaro, Marianna, fu fotografata in compagnia dell'architetto Adolfo Salabé (la vera ragione dell'incontro era il suo progetto per l'arredamento dell'abitazione del Presidente)[, sospettato di intrattenere affari per lui eccessivamente vantaggiosi con l'ente e che nel 1996 patteggiò la pena per le diverse imputazioni ricevute. I funzionari fornivano versioni di uso "regolare" dei fondi riservati, ma in ottobre uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del servizio ed agli arresti da due giorni, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire; aggiunse inoltre che il SISDE avrebbe versato ai ministri dell'interno 100 milioni di lire ogni mese.

 

La stessa sera Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate, con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò l'espressione "Non ci sto", parlò di "gioco al massacro" e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti. Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di attentato agli organi costituzionali, accusa dalla quale furono prosciolti nel 1996.

 

Nel 1994 i funzionari furono poi condannati, e nel 1999, concluso il settennato, Scalfaro fu denunciato da Filippo Mancuso per presunto abuso d'ufficio relativamente al suo periodo come Ministro dell'interno e sempre sull'ipotesi di illecita percezione dei detti 100 milioni al mese; circa l'effettiva percezione vi erano state diverse versioni di Malpicae la denuncia di Mancuso provocò numerose prese di posizione, come quella di Oliviero Diliberto, in quel momento guardasigilli, il quale ricordò che la Procura di Roma aveva comunicato il 3 marzo 1994 che "nei confronti dell'onorevole Scalfaro non sussiste alcun elemento di fatto dal quale emerga un uso non istituzionale dei fondi"

 

Lo stesso Scalfaro, del resto, nel maggio 1994, durante una visita al santuario di Oropa, aveva ammesso la percezione di tali fondi: "Sfido chiunque a dimostrare che chi è stato ministro dell'Interno, e non solo io, ha dato una lira fuori dai fini istituzionali". La sortita aveva provocato una richiesta trasversale di spiegazioni da parte di esponenti di Alleanza Nazionale, Forza Italia e Partito Democratico della Sinistra, ma il Quirinale, almeno nell'immediato, si tacque.

 

3 - ARCHEO: La carriera dell' "hidalgo" Salabe' , laureatosi a 50 anni L' ARCHITETTO DEI POTENTI - Nel suo "Borgo Paraelios" si incontravano ministri e prefetti - Dopo l' universita' , nell' 80, entro' in affari coi servizi segreti: riceveva 120 milioni al mese per l' affitto di un villaggio

Gallo Giuliano per Corriere della Sera del 13 marzo 1994

 

"Giulia Scotti ha il piacere di invitarti alla festa per il suo diciottesimo compleanno. Ti aspetto al "Borgo Paraelios" di Poggio Mirteto, alle ore dodici...". Quel cinque di aprile del ' 92 fu davvero una gran bella giornata, anche se il cielo minacciava pioggia. I giovani amici di Giulia, figlia del ministro degli Interni Vincenzo Scotti, erano riusciti tutti a trovare facilmente la strada: sugli inviti, stampati su eleganti cartoncini di Pineider, c' era anche una mappa dettagliata.

 

Papa' Vincenzo aveva fatto le cose in grande. Colazione alle tredici e trenta, poi un pomeriggio libero ("potrai scegliere fra tennis, piscina, bocce, biliardi", suggeriva l' invito. Il golf invece non era citato: roba da adulti). E alle diciannove "sara' messa a disposizione una stanza per cambiarti". Aperitivo alle venti, pranzo alle ventuno.

 

Gran bel posto, Borgo Paraelios. Cinquanta ettari di colline distesi attorno a un casale dell' Ottocento, dodici suites opulente, querce disseminate nella macchia mediterranea, fiori ovunque. E poi una fuga di salotti come nelle dimore patrizie, mobili antichi, quadri di pregio.

 

E la premura mai incombente che solo gli alberghi di classe sanno garantire. Adolfo Salabe' ci aveva abitato per anni, fino a quando non gli era venuto in mente che forse era piu' redditizio aprire quel piccolo paradiso agli altri. Pochi ospiti e ben scelti, era la regola dell' architetto. Proprio come per il lavoro: discrezione, discrezione e ancora discrezione. I Salabe' , racconta Francesco Cossiga, vengono da Alghero: sangue sardo, origini catalane. "Hidalgos" fieri ma anche gente di chiesa, con un fortissimo senso della famiglia.

 

Il padre di Adolfo si chiamava Luigi, ed era stato per anni l' architetto del Comune di Roma. Dicono che firmasse le sue opere sui cornicioni, in un posto invisibile a tutti. Assieme a Mario e ad Andrea, i suoi due fratelli, Adolfo ha messo in piedi nel corso degli anni un robusto impero finanziario. Iniziato, dice la leggenda, con dei terreni a Ostia sui quali sorgera' poi il piu' celebre (e discreto, naturalmente) stabilimento balneare del lido di Roma, "La casetta".

 

Adolfo ha traccheggiato un poco prima di decidersi a prendere la laurea: ci e' arrivato solo nel 1980, quando aveva gia' superato i cinquant' anni. Ma non aveva certo battuto la fiacca, nel frattempo. Turismo, costruzioni, forniture militari, finanza: i Salabe' si occupano un po' di tutto. Anche se a Roma li conoscono in pochi, perche' non fanno parte della rumorosa cerchia dei palazzinari. Non e' che non frequentino bene, solo che lo fanno senza smanie di presenzialismo, senza darsi in pasto ai fotografi.

 

Adolfo a esempio e' di casa in Vaticano: gia' nel 1963 il suo nome compariva a pagina 2237 dell' Annuario Pontificio con la qualifica di "gentiluomo di Sua Santita' ", e lo studio privato di Borgo Paraelios e' costellato di foto che lo ritraggono assieme al Papa. Unico, minuscolo peccato di vanita' (oltre ai capelli, che ama portare un po' troppo lunghi nonostante la calvizie incipiente) il ritratto in alta uniforme da "gentiluomo" che si e' fatto dipingere, e che tiene appeso nel villone di famiglia in via dei Santi Pietro e Paolo, all' Eur.

 

Adolfo si e' inventato anche un suo stile, come architetto: lo chiamano appunto "stile Salabe' ", ed e' ben conosciuto fra quelli che possono permettersi i suoi servizi. "Stile Salabe' " significa abbondare nelle boiseries di legno pregiato, usare drappi e colori classici ma sobri, e soprattutto curare i dettagli con precisione maniacale. Tutta roba che costa, naturalmente. Ma tanto i clienti dell' architetto non hanno mai problemi economici: o sono ricchi, o spendono soldi non loro.

 

Come gli uomini dei servizi segreti, con i quali l' architetto inizia a lavorare in un' epoca imprecisata: forse proprio dopo la tardiva laurea in architettura, nel 1980. Quando direttore del Sisde e' il generale Giulio Grassini, uomo della P2. Comunque, quella del Sisde e' la stagione d' oro dell' architetto, anche se finira' per rivelarsi la fonte di tutti i suoi guai: soprattutto perche' lo privera' di quella discrezione che aveva indossato per anni come un' armatura.

 

Anni felici e fecondi, comunque. Che la perversa bizzarria della vita ha trasformato in pacchi di atti giudiziari: boiseries per Vincenzo Scotti, vetri blindati e muri di cinta per Ciriaco De Mita, impianti di sicurezza per Nicola Mancino. Ma anche costruzione di carceri, caserme per polizia e carabinieri, appartamenti per magistrati "a rischio", impianti d' allarme per la Banca d' Italia.

 

L' architetto ai servizi forniva di tutto. Anche luoghi appartati dove trascorrere le vacanze o incontrarsi al sicuro da occhi indiscreti: Borgo Paraelios per la primavera e l' autunno, la "foresteria" di via della Croce (nel centro di Roma) per appuntamenti veloci e Baia Paraelios per i mesi caldi. Baia Paraelios e' in Calabria, vicino a Tropea: villette bianche sparse in un parco di venti ettari, tre piscine, ristorante sul mare. Ci si potevano incontrare Vincenzo Scotti, Giuseppe Zamberletti, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il sottosegretario agli Interni Antonino Murmura, il potente vicere' della Calabria Riccardo Misasi che faceva il bagno protetto da una motovedetta dei carabinieri.

 

Il Sisde con Baia Paraelios aveva una vera e propria convenzione: 120 milioni al mese piu' Iva, compreso "l' uso della pista per atterraggio e sosta per elicotteri" e 900 pasti mensili. Il servizio pagava regolarmente le fatture (attraverso la societa' di copertura "Gattel" di Maurizio Broccoletti) ma nessuno ha mai utilizzato quelle stanze e quei pasti. E le ricevute adesso, come il testo della convenzione triennale, sono diventate atti giudiziari. [15-05-2010]

 

 

VERBALI BERTOLASO: PERQUISITI I CRONISTI DEL “FATTO” E DI “LIBERO” - BUCHI, IMISSIONI E “NON RICORDO” NEL SUO INTERROGATORIO. PER QUESTO I PM DELLA PROCURA DI PERUGIA STANNO VALUTANDO DI CONVOCARLO NUOVAMENTE - E LE VOCI DI DIMISSIONI, PRIMA DELL’ESTATE, QUANDO È PREVISTA LA SUCCESSIONE DELL’EX BARBAFINTA DEL SISDE GABRIELLI, SI FANNO SEMPRE PIÙ INSISTENTI... - INTERROGATORIO BERTOLASO: PERQUISITI CRONISTI DEL "FATTO" E DI "LIBERO"
I cronisti Antonio Massari del Fatto Quotidiano e Roberta Catania di Libero sono stati interrogati e perquisiti ieri dalla Procura di Perugia dopo la pubblicazione sui due quotidiani di stralci dei verbali dell'interrogatorio del capo della Protezione civile Guido Bertolaso dello scorso sei aprile davanti ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi, interrogatorio durante il quale il sottosegretario non avrebbe convinto i magistrati che infatti sarebbero intenzionati ad ascoltarlo nuovamente.

 

La procura, secondo quanto si apprende, sta procedendo contro ignoti per violazione del segreto istruttorio. "È vero, mi hanno fatto spogliare, ma il carabiniere donna che ha eseguito la perquisizione è stata assolutamente corretta. Era presente anche il mio avvocato" ha spiegato la giornalista, a cui è stata anche copiata la memoria del computer. Non è stato comunque sequestrato materiale ai due giornalisti.

2 - BUCHI E "NON RICORDO" NEL SUO INTERROGATORIO. PER QUESTO LA PROCURA DI PERUGIA STA VALUTANDO DI CONVOCARLO NUOVAMENTE
Antonio Massari del Fatto Quotidiano

"Bottiglie di vino". Erano queste le utilità che il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, avrebbe ricevuto dall'imprenditore Diego Anemone in questi anni. O meglio: questo ha raccontato ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi il 12 aprile quando è stato interrogato. Nessuna traccia, nel verbale, dei 130 mila euro guadagnati da suo cognato Francesco Piermarini, nei lavori alla Maddalena con la società Cogecal, riconducibile agli Anemone.

 

Nessuna traccia della consulenza da 99 mila euro per sua moglie Gloria, per il verde del Salaria Sport Village, riscossi soltanto in parte, e cioè per 25 mila euro. Alcun cenno della ristrutturazione nell'appartamento in via Simon Saint (...). Né, infine, dei lavori effettuati, sempre in appalti gestiti dagli Anemone, per la sede dei servizi segreti in via Zama. Troppi buchi, nella sua deposizione, ed è per questo che la Procura di Perugia sta valutando di convocare nuovamente Bertolaso.

Troppe omissioni. Sciolto ieri il nodo fondamentale della competenza - l'inchiesta rischiava di essere trasferita a Roma - i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi stanno pianificando i passi successivi dell'indagine. Tra questi, convocare Bertolaso, per coprire le falle dell'interrogatorio che potrete leggere, in parte, nelle righe che seguono. "Ha mai ricevuto utilità da Anemome?", chiedono gli inquirenti il 10 aprile.

 

"In occasione delle festività natalizie ho ricevuto delle bottiglie di vino, dell'azienda degli Anemone, che ho condiviso con i miei dipendenti. I regali mi sono sempre arrivati in ufficio. Diego Anemone ha sempre manifestato la sua disponibilità a soddisfarmi per qualsiasi mia richiesta. Mi chiedete se ero a conoscenza dei rapporti economici tra Angelo Balducci e Diego Anemone e ne sono venuto in qualche modo a esserne informato solo con gli articoli di stampa. Ho chiesto spiegazioni a entrambi, che mi hanno negato qualsiasi loro cointeressenza comune".

 

Amici da dieci anni. Bertolaso, spiegando il suo rapporto con Anemone, racconta: "Ho conosciuto Dino Anemone una decina di anni fa e in quel contesto ho conosciuto anche Diego Anemone, cioè per i lavori del Giubileo". "Quando ha saputo che Diego Anemone era uno degli imprenditori dei lavori?", domandano i pm. "Diego Anemone m'è venuto a trovare a Roma, nel mio ufficio, per una visita di amicizia per informarmi che stava lavorando alla Maddalena. Con Diego Anemone ci davamo del "tu". (...). Sapevo che Anemone e Angelo Balducci erano amici". Dal verbale emerge anche il nome dell'ex ministro Claudio Scajola.

 

"Nella previsione della contabilità speciale", chiede l'accusa, "viene coinvolto il dipartimento dello Sviluppo economico?" "Sì", risponde Bertolaso. "Faccio presente che il capo del dipartimento dello Sviluppo economico era Mancurti, mentre il ministro di riferimento di questo dipartimento è Scajola". "Sa se Anemone conosce il ministro Scajola?" "Non sono a conoscenza di questo", risponde il capo della Protezione civile, "però sono a conoscenza che effettuato numerosi lavori con il ministero dell'Interno".

La Cogefal e Piermarini. Come abbiamo anticipato, la Cogecal, lavora nell'ambito delle bonifiche alla Maddalena, per i lavori del "G8". E dalla Cogecal ottiene una consulenza da 130mila euro il cognato di Bertolaso, il quale, però, dichiara di non aver conosciuto prima l'azienda in questione. Non fa alcun riferimento, invece, ai lavori effettuati da Piermarini con Anemone per l'appalto di piazza Zama, ottenuto dai servizi segreti nel 2004.

Bertolaso

Domandano i pm: "Vediamo tra i destinatari della nota di nomina del Rup nella persona di Calvi alcune società. Quali conosceva personalmente?". Risposta: "Allora non sapevo che fosse la Cogecal, mentre, invece, ho conosciuto per la Giafi, sul posto, Valerio Carducci. (...). All'epoca non avevo riferimenti per le altre società". I pm insistono sul cognato: "In Abruzzo ha lavorato suo cognato Piermarini?" "No", risponde Bertolaso, "non è mai venuto in Abruzzo, neppure a trovarmi". "Con suo cognato ha mai parlato dei lavori alla Maddalena?". "Sì che ne abbiamo parlato", risponde il capo della Protezione Civile, "anzi a volte mi dava utili informazioni sull'andamento dei lavori, visto anche il rapporto di parentela che c'è tra noi".

Infine, i rapporti a pagamento al Salaria sport village. Conferma di aver avuto rapporti sessuali a pagamento?", chiede l'accusa. "Nego tale circostanza. (...). Preciso che sono stato acompagnato dalla scorta che mi è stata assegnata. (...). Voi credete che io sarei andato da una prostituta con il rischio di essere interrotto nella mia intimità da un membro della scorta? (...). In quella circostanza è stata l'unica volta che ho incontrato Monica e, per quanto mi riguarda, il massaggio è stato identico agli altri, anche se secondo me Francesca è più qualificata ed efficace. (...). Non ho consumato alcun rapporto sessuale all'interno del centro (...).

 

Mi contestate la telefonata tra Morandi e Rossetti delle ore 23.59 in cui si parla di ‘armadietti e pulizia' nonchè di preservativi e in effetti io avevo un armadietto personale. Mi contestate la telefonata del 17 febbraio 2009 dove si parla di ‘pacchettini' all'interno dell'armadio che sarebbero stati predisposti per me. Non so cosa si intenda per pacchettini, anche se ricordo che una volta ho trovato un accappatoio nuovo del centro. In fondo si trattava di gadget con prodotti da bagno. Ripeto che in nessuna occasione ho visto pacchettini, men che meno di natura sessuale". [16-05-2010]

 

 

DOPO SCIABOLETTA, MATTEOLI? ALTERO NON SI ALTERA – I FUNZIONARI DEL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE VANNO DAI PM A SPIEGARE I CRITERI DI NOMINE E APPALTI, E LUI OSTENTA SICUREZZA: “I MAGISTRATI FACCIANO IL LORO LAVORO” – QUANDO BALDUCCI DICEVA CHE “DE SANTIS STA BENE AL MINISTRO” – CHE BOTTA! LA GDF SMENTISCE: “MAI DATA LA LISTA ANEMONE ALLA PROCURA DI ROMA O AD ACHILLE TORO” – E SE DIETRO LA LISTA DI DIEGO SI NASCONDESSE CONTABILITÀ IN NERO?... 1 - MATTEOLI, NESSUNA PREOCCUPAZIONE, MAGISTRATURA FACCIA SUO LAVORO...
(Adnkronos) - 'Non sono assolutamente preoccupato. La magistratura faccia il proprio dovere'. Ad assicurarlo e' stato il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli, interpellato sugli sviluppi dell'inchiesta partita dagli appalti del G8. In particolare a chi gli chiedeva di una decisione sulle dimissioni del capo della struttura tecnica di missione del dicastero, Ercole Incalza, Matteoli ha riferito di 'non averci ancora parlato': 'ero in Sicilia, sono appena tornato', ha detto Matteoli.

 

2 - GDF, SENZA FONDAMENTO NOTIZIE SU CONSEGNA 'LISTA ANEMONE'...
(Adnkronos) - Sono 'prive di fondamento' le notizie relative alla consegna della cosiddetta 'Lista Anemone' alla procura della Repubblica o all'ex procuratore aggiunto Achille Toro. Lo precisa il comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma in una nota.

 

'Con riferimento al contenuto di alcuni articoli stampa pubblicati negli ultimi giorni, laddove si afferma che la cosiddetta 'lista Anemone', sarebbe stata consegnata alla Procura della Repubblica di Roma e/o all'ex Procuratore Aggiunto dalla Capitale dott. Achille Toro, si precisa che tali notizie sono prive di fondamento'.

'Si precisa, altresi' -prosegue la nota- che tale documentazione e' stata acquisita nell'ambito di una verifica fiscale d'iniziativa, tutt'ora in corso di svolgimento, e che l'intero contesto investigativo relativo ai cosiddetti 'grandi eventi' e' oggetto di approfondimenti delegati dalla Procura della Repubblica di Perugia'.

 

3 - CRITERI PER NOMINE E APPALTI- DAI PM I FUNZIONARI DI MATTEOLI - LISTA ANEMONE», SOSPETTI SU UNA CONTABILITÀ IN NERO...
Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

L'indagine sugli appalti per i "Grandi Eventi" entra alle Infrastrutture. I magistrati hanno convocato il responsabile dell'ufficio legislativo e il capo di gabinetto del ministro Altero Matteoli. Motivo dell'interrogatorio di Gerardo Mastrandrea e Claudio Iafolla sono i criteri di nomina dei funzionari, primo fra tutti Fabio De Santis, e le procedure di autorizzazione dei lavori pubblici.

 

Ma anche i rapporti stretti tra Iafolla e Angelo Balducci, così come emergono dalle telefonate intercettate dai carabinieri del Ros. Le «commesse» affidate alle imprese di Diego Anemone rimangono al centro degli accertamenti, anche perché la lista trovata in uno dei computer appare inesatta nelle date e soprattutto non contiene una serie di aggiudicazioni che il costruttore ha avuto negli ultimi anni.

«La nomina De Santis? Sta bene al ministro» - La prima volta che il nome di Iafolla compare nelle intercettazioni, risale al maggio 2008. Balducci parla al telefono con il suo amico della Corte dei Conti Antonello Colosimo. Annotano i carabinieri: «Esterna la sua intenzione di voler lasciare il Dipartimento del Turismo, asserendo di averne già fatto cenno al sottosegretario Brambilla e Colosimo vuole appunto parlare della possibilità che il suo interlocutore torni ad occupare il posto originario, alludendo alla carica di presidente del Consiglio Superiore presso il ministero delle Infrastrutture.

 

E afferma: "Secondo me conviene ... ma tu devi tornare al posto originario ...tu sai che Claudio Iafolla che è mio amico fraterno ed Ernesto Basile che è mio fratello ... noi abbiamo già un discorso in piedi su di te». Effettivamente pochi mesi dopo vengono intercettate alcune telefonate dirette tra Balducci e Iafolla. L'occasione è la nomina di De Santis a Provveditore della Toscana.

È il 20 gennaio 2009. Il capo di gabinetto cerca il provveditore.

Iafolla: pronto
Balducci: consigliere
Iafolla: ah ... ti avevo chiamato... però ho visto che mi avevi mandato tutte le carte lì per Fabio
Balducci: coso ... De Santis
Iafolla:questo lo nominiamo come esterno eh perché questo ... non è dirigente
Balducci: ... certo ... certo

Scrivono i carabinieri nell'informativa: «Iafolla chiede e riceve da Balducci assicurazione che il curriculum di De Santis sia di livello, anche la fine di prevenire eventuali lamentele e ricorsi da parte degli esclusi».

Iafolla: il curriculum non l'ho letto ma ha un buon curriculum si?... tutti agguerriti ... rompono i coglioni ... insomma senti questo sta bene al ministro ... è una scelta sua ... no?
Balducci «conferma l'indicazione di Iafolla, assicurando che si tratta comunque di un buona scelta»: «Sì, be' per me sarà anche una sorpresa per la verità ... però lui sarà un risultato, come lo conosco io, di primo livello proprio eh».

Il blocco dei lavori per la Scuola Marescialli - Nella storia infinita dell'appalto per la costruzione della scuola dei Marescialli Iafolla e Mastrandrea sembrano aver avuto un ruolo importante. I lavori inizialmente assegnati alla Btp di Riccardo Fusi, furono poi affidati alla ditta Astaldi. Fu proprio Fusi - con l'appoggio del suo amico Denis Verdini, coordinatore del Pdl - a brigare perché il cantiere venisse fermato e lui potesse così provare a ottenerne nuovamente la titolarità.

Nell'informativa consegnata ai magistrati i carabinieri ricostruiscono che cosa avvenne nelle stanze del ministero: «Il pomeriggio del 9 febbraio 2009 Gerardo Mastrandrea accenna a Balducci che ha avuto modo di parlare con Iafolla e con la dottoressa Maria Pia Pallavicini, dirigente del ministero, delle misure da adottare per il cantiere "perché il ministro è un po' preoccupato"».

Le consultazioni evidentemente ottengono però l'effetto di risolvere la questione perché «la mattina dopo Pallavicini riferisce a Balducci che è stata investita da Iafolla e Mastrandrea della problematica relativa al cantiere della Scuola Marescialli e di aver preso visione della relazione, alludendo al documento predisposto dalla commissione composta da Fabio De Santis, Silvio Albanesi e Andrea Ferrante, in cui si propone la sospensione temporanea dei lavori. Balducci puntualizza che si tratta si una sospensione "tecnica" da ritenersi però "strumentale".

La Pallavicini spiega che la motiverà anche con la necessità di effettuare la verifica delle condizioni di sicurezza del cantiere. Ma accenna pure alla necessità di dover trovare una via d'uscita durante il periodo di sospensione dei lavori, alludendo probabilmente proprio alla sostituzione dell'impresa».

I magistrati di Firenze e Perugia vogliono adesso sapere il retroscena di questo blocco, scoprire chi ne fosse stato realmente informato, verificare i contatti tra Verdini e Matteoli sulla vicenda, visto che le telefonate dimostrano come il coordinatore del Pdl insistesse con il ministro affinché si occupasse della questione.

I lavori cancellati dalla lista - Sarà la Guardia di Finanza a dover indagare invece su tutti i misteri che riguardano la lista trovata nel computer della "Anemone Costruzioni": 370 clienti del costruttore che avrebbero beneficiato delle ristrutturazioni. Un aiuto potrebbe arrivare dall'architetto Angelo Zampolini che sarà interrogato oggi dai magistrati di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. Il resto dovrà invece essere accertato confrontandola con quella degli appalti pubblici ottenuti dall'imprenditore. È bastato infatti un primo esame per scoprire che quell'elenco non contiene la maggior parte dei lavori che l'imprenditore era riuscito ad aggiudicarsi.

La circostanza avvalora così l'ipotesi che quelle voci custodite nel pc non fossero state registrate nei bilanci e - in numerosi casi - non sia stata emessa alcuna fattura. Si tratterebbe dunque della prova dell'esistenza di una contabilità parallela a quella ufficiale, ma anche la dimostrazione che molte di quelle ristrutturazioni erano in realtà la contropartita che l'imprenditore forniva a chi lo aveva agevolato nelle assegnazioni.

Non a caso l'attenzione si sta concentrando sui lavori effettuati per il Vaticano, per i politici e per numerosi funzionari delle Infrastrutture e del Provveditorato che avevano poi il potere di segnalarlo quando si trattava di scegliere le ditte per i Grandi Eventi. Resta anche da capire come mai alcune «commesse» siano state archiviate con date certamente false.

Il caso più eclatante è quello della ristrutturazione della casa del ministro Claudio Scajola che lo stesso Anemone contribuì ad acquistare. Nella lista quell'appartamento è inserito nella colonna relativa all'anno 2003. È invece certo che fu comprato molto dopo, esattamente nel luglio 2004. Al momento nessuno è stato in grado di spiegare questa incongruenza.

Tra le ipotesi esplorate c'è quella che l'elenco sia stato compilato in tutta fretta quando Anemone e gli altri componenti della "cricca" furono avvisati che era stata avviata un'indagine dalla procura di Roma. Ma, appunto, al momento è solo una tesi. E per cercare di saperne di più sarà confrontata con un altro file trovato nello stesso computer: quello che contiene i nomi di tutti i dipendenti, compresi quelli che non sono mai stati messi in regola, impiegati nei cantieri che il costruttore aveva sparsi in Italia. 18-05-2010]

 

 

I PM DI PERUGIA VOGLIONO CAPIRE CHE RUOLO HANNO AVUTO NELLA NASCITA DEL “SISTEMA BALDUCCI” I RAPPORTI DI AMICIZIA DELL’EX PRESIDENTE DEI LAVORI PUBBLICI CON IL POKER DI VESCOVI E CARDINALI (RE, SEPE, CAMALDO, SANDRI) CHE AVREBBERO CONTRIBUITO AL SUO STRAPOTERE E A QUELLO DELLA CRICCA - C’È ADDIRITTURA CHI IPOTIZZA L’ESISTENZA DI UNA PIRAMIDE SUPERIORE, UNA SORTA DI “SANTA CRICCA”, CHE AL DI LÀ DEL TEVERE AVREBBE PILOTATO L’AGGIUDICAZIONE DEI GRANDI APPALTI... Rita Di Giovacchino per "il Fatto Quotidiano"

 

I conti dello Ior. Non c'è scandalo italiano che prima o poi non approdi alla Banca del Vaticano - quell'austero Istituto opere religiose ospitato nella Torre che domina porta Sant'Anna - dove nella massima riservatezza transitano enormi ricchezze. Soldi che dagli sportelli di questo piccolo ufficio nel cuore di Roma spiccano il volo verso banche svizzere e istituti off-shore dei paradisi fiscali al di fuori di ogni forma di controllo della Banca d'Italia o della Guardia di Finanza.

 

Sembra che anche Angelo Balducci, dal 1995 gentiluomo di Sua Santità, avesse un conto corrente presso lo Ior, anzi lo abbia ancora. I pm di Perugia vogliono vederci chiaro, capire che ruolo hanno avuto nella nascita del "sistema Balducci" i rapporti di amicizia dell'ex presidente dei Lavori pubblici con vescovi o cardinali che avrebbero contribuito al suo strapotere e a quello della cricca. C'è addirittura chi ipotizza l'esistenza di una piramide superiore, una sorta di "santa cricca", che al di là del Tevere avrebbe pilotato l'aggiudicazione dei grandi appalti. Le contropartite non sarebbero mancate.

 

Ma andiamo con ordine. Balducci poteva senz'altro contare sull'appoggio del potentissimo Giovanni Battista Re, ex responsabile della Prefettura Pontificia - sarebbe stato lui ad accreditarlo come Gentiluomo del Papa - che, in vista del Giubileo, lo ha riportato a Roma dal nord Italia guidando i passaggi più importanti della sua carriera.

 

Anche grazie all'appoggio del ministro democristiano Prandini, come il cardinale nativo di Brescia. Quando al posto di Re arrivò l'argentino Leonardo Sandri, ex braccio destro del cardinale Sodano , non cambiò nulla perché anche lui capì al volo il valore dell'uomo. E sarà proprio Sandri a favorire la nomina di Crescenzio Sepe a presidente del Comitato organizzatore per il Giubileo, anno chiave per la cricca.

Balducci poteva infine contare sulla disponibilità di monsignor Francesco Camaldo. Un poker formidabile, di cui Sepe è la carta migliore, visto che le grandi opere per l'Anno santo vedono Balducci sul predellino di lancio assieme al commissario straordinario per il Giubileo, Guido Bertolaso in veste di omologo laico. Il sindaco di Roma era all'epoca Francesco Rutelli, le iniziative fioriscono.

 

Dal maxi-parcheggio del Gianicolo, al sottopasso di via della Conciliazione - progetto poi ridimensionato per imprevisti ostacoli nei sotterranei di Castel Sant'Angelo - il "deus ex machina" è sempre Balducci, che fa da trait d'union tra le due sponde del Tevere. Il suo peso cresce, di pari passo alla stima conquistata in Vaticano anche grazie al fatto che Sepe, incassato il successo giubilare, viene premiato con la porpora cardinalizia e la nomina a Papa rosso, colui che gestisce le finanze dell'immenso impero vaticano all'estero attraverso la Congregazione per l'evangelizzazione di Popoli.

 

Un filone molto seguito anche dai pm di Perugia per alcune connessioni con due protagonisti dell'inchiesta: il costruttore Anemone e il suo fido "bancomat", ovvero don Evaldo Biasini, economo per l'Italia dei missionari del Preziosissimo Sangue. Un pezzo da novanta nella raccolta di offerte per l'Africa.

La Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli controlla infatti centinaia di diocesi in Asia, Sud America, Africa, ha un bilancio autonomo e un colossale patrimonio immobiliare che solo in Italia ammonta a 50 milioni di euro. Per supervisionare ristrutturazioni, cantieri, manutenzioni, l'"uomo di fiducia" è sempre Balducci, che da Sepe viene introdotto in un altro potentissimo circuito delle finanze vaticane: la "Propaganda Fide", istituto proprietario anche di numerosi immobili nel centro storico di Roma da cui furono cacciati i vecchi affittuari per far posto ad inquilini Vip, tra cui anche giornalisti come Bruno Vespa.

 

E in queste ore non soltanto i pm di Perugia, ma anche gli uffici missionari della Santa Sede vogliono vederci chiaro in questi giri di denaro. A Perugia si cerca di ricostruire, con l'aiuto della guardia di finanza, quali siano stati i movimenti sui conti di Balducci e chi oltre lui ci abbia messo le mani. Le indagini puntano ai santuari svizzeri, più difficile penetrare nelle ovattate stanze dello Ior dove l'ingegnere ha molti amici.

Uno dei rapporti più significativi - almeno dal punto di vista dell'inchiesta perugina - è certamente quello con monsignor Francesco Camaldo, amico tra gli altri di Vittorio Emanuele di Savoia che più volte ha ospitato a Roma. Tutti e due finiscono indagati nel 2006 nell'ambito di un'inchiesta su logge massoniche e truffe milionarie dal pm di Potenza John Woodcock che inutilmente accuserà il prelato di pirateria informatica.

Mentre i pm di Perugia hanno scoperto che Balducci avrebbe prestato centinaia di migliaia di euro a Camaldo e che il passaggio di denaro sarebbe avvenuto all'interno della stessa banca. Ma del vescovo parla anche il tunisino Fathi, uomo di fiducia di Balducci - fin quando non se la squagliò con 200 mila euro che gli erano stati affidati - che ha raccontato di aver più volte accompagnato Anemone da Sua Eminenza. Insomma, come in ogni trama, molti tasselli cominciano ad incastrarsi nel posto giusto. [18-05-2010]

 

 

 

UN SET PIENO DI MILIONI - È "viperetta" Ferrero il produttore cinematografico che nel 2004 ha ricevuto 1,1 milioni di euro da Stefano Gazzani, commercialista di Anemone, considerato dai magistrati uno degli ufficiali pagatori della cricca - il versamento nasconde una tangente per Lorenzo Balducci? - "viperetta" Ferrero è colui che comprò per non distribuirlo mai il film “Bye Bye Berlusconi” che sbertucciava il banana... Gianfrancesco Turano per "L'espresso"

Ferrero - Copyright Pizzi

È Massimo Ferrero il produttore cinematografico che nel 2004 ha ricevuto 1,1 milioni di euro dalla Stefano Gazzani communications. La società è stata fondata dal commercialista di fiducia del costruttore Diego Anemone in quello stesso anno e non è mai più stata attiva.

La Guardia di finanza, che ha convocato Ferrero per i prossimi giorni, vorrebbe sapere se il versamento nasconda una tangente per Lorenzo Balducci, figlio di Angelo e attore indagato per riciclaggio. "Viperetta", come è soprannominato Ferrero, nega. «Tutte sciocchezze», dice. «Gazzani mi ha finanziato "Uccidimi", con Balducci nel cast. Era un progetto che non funzionava. Io ho preso i soldi e li ho girati su "Ma l'amore sì", uscito in sala in 150 copie con Anna Maria Barbera protagonista».

 

A interpretare il figlio della popolare Sconsolata è appunto Balducci junior, un giovane che teme di confessare al padre retrogrado la propria omosessualità. Secondo Ferrero, il montaggio finanziario avrebbe presentato problemi da cui sarebbero nate cause legali con Gazzani. Il commercialista di Anemone, considerato dai magistrati uno degli ufficiali pagatori della cricca, ha una vita ricca di interessi imprenditoriali.

 

Risulta costruttore in proprio attraverso la Keys Systems ed è socio nella Spes con Alida Lucci, intercettata mentre chiede denaro a don Evaldo Baldini per conto di Anemone. Lucci ha una piccola quota nell'Impresa Anemone e amministra la Casal Monastero di Roberto Calcabrini, cugino di Anemone impegnato con la sua Cogecal nei lavori di sbancamento dell'arsenale della Maddalena per il G8.

Oltre a produrre "Uccidimi", la Blu International di Ferrero doveva distribuire "Bye Bye Berlusconi", film satirico del regista tedesco Jan Stahlberg presentato alla Berlinale del febbraio 2006 e mai uscito in Italia.

 

A fine marzo 2006 Ferrero aveva dichiarato al "Giornale" di avere acquistato i diritti e di essere pronto a mandare in sala la pellicola a ridosso delle politiche del 9 aprile 2006. La promessa non ha avuto seguito. Oltre due anni dopo, nel settembre 2008, c'è stato un tentativo di proiettare l'opera al Tamtam Digifestival di Napoli ma Ferrero ha messo il veto dichiarando di avere i diritti fino al 2013. Chi vorrà vedere "Bye Bye Berlusconi" dovrà aspettare la fine della legislatura. 11-05-2010]

 

 

SCIABOLETTA NELLE DRAMMATICHE ORE CHE HANNO PRECEDUTO LA PIÙ GOFFA CONFERENZA STAMPA DELLA STORIA ITALIANA (HANNO PAGATO A MIA INSAPUTA"), HA FIRMATO LA NOMINA DI UN SUO FEDELISSIMO ALLA PRESIDENZA DELLA SOCIETÀ "NUCLECO", SPECIALIZZATA NELLA GESTIONE DEI RIFIUTI RADIOATTIVI
Secondo il copione già collaudato dal Cavaliere di Arcore e scritto da Niccolò Ghedini, il ministro dell'aeroporto di Albenga, Sciaboletta Scajola, si rifiuta di andare davanti ai magistrati.

 

Come avvenne per Vittorio Emanuele III, il re sciaboletta al quale il politico ligure viene paragonato per la sua statura diversamente svuluppata, Scajola è andato in esilio nella sua villa di Imperia e soffre in solitudine alternando le letture a profonde riflessioni. Prima di imboccare la strada di casa sembra che abbia compiuto al ministero dello Sviluppo Economico un blitz niente male.

 

La notizia arriva dal quotidiano "La Stampa" che rivela come Sciaboletta nelle drammatiche ore che hanno preceduto la più goffa conferenza stampa della storia italiana, abbia firmato la nomina di un suo fedelissimo alla presidenza della società "Nucleco", specializzata nella gestione dei rifiuti radioattivi.

Questa azienda è nata nel maggio del 1981 e vede tra i soci la Sogin con il 60% e l'Enea con il 40%. Non è un'azienda qualunque ma uno strumento molto importante perché lo smaltimento dei rifiuti radioattivi rappresenta il preliminare indispensabile al business delle centrali nucleari.

Per saperne di più sul colpetto messo a segno da Sciaboletta bisogna andare sulle pagine di Genova di "Repubblica" dove si legge che il nuovo presidente di "Nucleco" è il professor Pietro Canepa, un fedelissimo di Scajola, ex-sindaco forzista di Bogliasco che già era consigliere della società per i suoi requisiti scientifici.

Nel 2008 il professor Canepa ha patteggiato una sanzione pecuniaria per aver truccato un concorso pubblico che assegnava fondi comunitari per progetti di bonifica dei fanghi derivanti dai dragaggi portuali. Questa condanna si tradusse nel pagamento di circa 3.000 euro, e comunque non allontanò il docente di chimica dall'alveo degli esperti e degli scajolani doc. La nomina di Canepa ha coinciso con l'ingresso nel consiglio di amministrazione di altri uomini di centrodestra tra cui il leghista Paolo Mancioppi e l'avvocato Stanislao Chimenti, socio dell'ex-parlamentare di Forza Italia, Donato Bruno.

 

Così invece di dedicarsi alla numismatica come fece Vittorio Emanuele III dopo la fuga a Brindisi, lo Sciaboletta ligure può contare le pedine che gli sono rimaste tra le mani. E quella della società specializzata nella gestione dei rifiuti può ancora dargli qualche soddisfazione.

10.05.10

 

E SE ALLA FINE FOSSERO SOLDI DEI SERVIZI?
Oggi però ci sono due giornali che vanno totalmente fuori linea sulla storiaccia delle case. E forse ci prendono. Sul Cetriolo, lo scooppettaro Antonio Massari scrive un gran pezzo: "Caserme e 007. Gli affari con Scajola e Lunardi. Non solo case-regalo: Anemone & co. lavoravano per Sisde e Infrastrutture" (p.4).

Sul Secolo della Liguria liberata (da Scajola), titolo fantastico: "Agente Anemone, la licenza era di costruire. Quanti appalti da Servizi e forze dell'ordine" (p.5). Dopo una lunga ricostruzione sui rapporti tra Anemone e il Sisde, ecco come conclude Francesco Bonazzi: "Ogni giorno che passa, in questa storia di case e ristrutturazioni a sbafo, gli incroci tra politici e "spioni" sono sempre di più". Già. Anche perchè tanto D'alema quanto Scajola hanno stretti rapporti con l'intelligence, essendo stati seduti in posticini come Farnesina, Viminale e Copaco.

 

 

1- IL TUNISINO LAID BEN FATHI IDRI, EX FACCENDIERE DI BALDUCCI E ANEMONE, NEL CORSO DEL SUO INTERROGATORIO HA PARLATO DI REGALI DI ANEMONE A IMPORTANTI PERSONAGGI DEL CINEMA. FRA QUESTI FIGURA ANCHE IL REGISTA PUPI AVATI, CHE SAREBBE STATO IL BENEFICIARIO DI UN OMAGGIO DA PARTE DEL COSTRUTTORE DELLA “CRICCA” - 2- A DOMANDA, PUPI: "CONOSCEVO IL PAPÀ E ANCHE LA MAMMA. FORSE LA MADRE MI HA CHIESTO DI AIUTARLO, MA QUALE GENITORE NON LO FA? MA QUESTI SONO FATTI PRIVATI" - 3- IL CLIMAX: BALDUCCI LE HA MAI FATTO REGALI? "NON CERTO PER FAR LAVORARE LORENZO"

1 - REGALO A PUPI AVATI
Da "la Repubblica" - Il tunisino Laid Ben Fathi Idri, ex autista di Balducci, nel corso del suo interrogatorio ha parlato di regali di Anemone a importanti personaggi del cinema. Fra questi figura anche il regista Pupi Avati, che sarebbe stato il beneficiario di un omaggio da parte del costruttore della "cricca".

2 - «REGALI DA BALDUCCI? NON PER FAVORIRE LORENZO»
Virginia Piccolillo per il "Corriere della Sera"

«Maglioni? Non li metto. Ho il pancione...». Prima il «maestro» Pupi Avati, sorride di gusto. Il teste tunisino Ben Fathi Hidri dell' inchiesta Grandi Eventi ha parlato di «regali costosi», acquistati in un negozio di maglieria pregiata e in un' argenteria per conto di Angelo Balducci, e recapitati a «registi famosi». A suo giudizio per «favorire la carriera di attore del figlio Lorenzo».

Però poi il pluripremiato regista emiliano settantunenne, ex presidente di Cinecittà Holding, che ha diretto, fra i tanti, Festa di Laurea, Regalo di Natale, e Il papà di Giovanna, oltre a sceneggiati cult come Jazz Band, si fa serio: «Se la domanda è: "I registi utilizzavano Lorenzo Balducci in cambio di regali?". La risposta è non credo sia io l'interlocutore giusto».

Perché?
«Perché con me Lorenzo ha fatto solo qualche posa».

Per quale film?
«Fece una posa di un solo giorno per i "Cavalieri che fecero l'impresa". Senza nemmeno pronunciare battute. Però piangeva».

Come mai?
«Era una scena in cui suo padre doveva morire. E devo dire che l'ha fatta molto bene. Era la prima cosa che ha fatto. Ed è stato un vagito. Come i bambini che nascono».

Lo utilizzò ancora?
«Nel 2004 con "Il cuore altrove" dove faceva un allievo di Neri Marcorè che veniva interrogato sulla traduzione di De rerum Natura. Lì lavorò un paio di giorni. Parlava e si commuoveva pure».

Di nuovo?
«Adesso che mi ci fa pensare sì: l'ho sempre fatto piangere».

Un debutto d'autore
«Il primo era un debutto. Mi ricordo che venne accompagnato dalla madre sul set che attendeva fuori trepidante. Ma poi lui fece altri film prima di "Il Cuore Altrove"».

Lei conosceva il padre?
«Conoscevo il papà e anche la mamma. Ma questi sono fatti privati».

Nel senso che Balducci non le ha chiesto di far lavorare il figliolo?
«Lui no. Forse la mamma. Ma quale genitore non chiede un aiuto per far debuttare il figlio? Con me lo hanno fatto centinaia di persone».

Balducci le ha mai fatto regali?
«Non certo per far lavorare Lorenzo. Insomma, con me ha debuttato mezzo cinema italiano: Muccino, Stefano Accorsi, Elena Sofia Ricci, Giovanni Veronesi e decine di altri. Mi piace aiutare i giovani. Forse perché a me non mi ha mai aiutato nessuno. E Lorenzo è fra quelli che hanno avuto un maggior risultato. E so anche perché».

Ovvero?
«Perché secondo me è un attore straordinariamente dotato e molto, molto sensibile. Con una peculiarità: ha sempre una sorta di luminescenza negli occhi. E nel cinema, che è fatto di sguardi, questa è una qualità non secondaria. Basta guardare al poi».

In che senso?
«In seguito, credo grazie al suo talento, ha avuto parti da protagonista brillanti. E so che ha lavorato con Carlo Verdone, con Ricky Tognazzi, con Gabriele Muccino, con Carlos Saura, con Krysztof Zanussi e con André Techiné»

Il teste tunisino sospetta che la carriera sia stata agevolata dal padre.
«Non lo so. Ma uno che fa il protagonista con questi registi dovrebbe avere diramazioni molto in là. Anche a livello internazionale. Non lo so. Ormai si sospetta di tutto e di tutti. Io sono esperto perché ho fatto anche un film sulla corruzione. Però...».

Lei che è stato anche presidente di Cinecittà, ha mai avvertito corruzione nel mondo del cinema?
«Per quello che mi riguarda, grazie a Dio, in questi 40 anni non sono mai stato sfiorato da tentazioni, proposte, per scorciatoie».

L'ha stupita vedere Angelo Balducci al centro di questi sospetti?
«Molto, anzi moltissimo. C' è una sorta di schizofrenia tra l' uomo che ho conosciuto io, per quanto l' ho potuto conoscere, in ambiti totalmente diversi dal lavoro e quello che leggo. Immagino quel ragazzo, così fragile, quanto stia soffrendo».

3 - E VERDONE DIFENDE BALDUCCI JR
Corriere.it - «Ha lavorato con me a Che colpa abbiamo noi (2002). Ha interpretato la parte di mio figlio. Pressioni per prenderlo? Se mi vuoi far girare le scatole il modo migliore è raccomandarmi qualcuno». Così il regista Carlo Verdone difende Lorenzo Balducci, l'attore figlio di Angelo, imprenditore coinvolto nello scandalo degli appalti del G8. «Negli anni Ottanta e Novanta le segnalazioni le ho avute da politici. Ora? «Non mi arrivano da dieci anni».07-05-2010]

 

ANEMONE REAL ESTATE – TUTTE LE CASE DELL’IMPRENDITORE: C’È UN’OPERAZIONE BANCARIA DELL’ARCHITETTO ZAMPOLINI CHE PUZZA DI FINTA COMPRAVENDITA E RISALE A 24 ORE DOPO LA TRANSAZIONE DI CASA SCAJOLA AL COLOSSEO – TROVATI ASSEGNI PER 520 MILA € - CHI SARÀ MAI L’ANONIMO BENEFICIARIO DELLA INFINITA GENEROSITÀ DI ANEMONE? – INTANTO CIAMPI SPECIFICA CHE NON HA “MAI AVUTO RAPPORTI CON LUI”….

1- CACCIA AI CLIENTI DI CASA ANEMONE...
Francesco Grignetti per "la Stampa"

Tra le tante che interessano alla procura di Perugia, c'è un'operazione bancaria dell'architetto Angelo Zampolini talmente sospetta da apparire di sicuro un'altra compravendita fittizia. E ora è aperta la caccia all'anonimo che ha beneficiato della generosità di Diego Anemone.

L'operazione in questione risale al 7 luglio 2004, ventiquattro ore dopo la transazione che portò Claudio Scajola a divenire proprietario dell'appartamento dietro il Colosseo. Quel giorno, il 7 luglio, l'architetto si presentò alla solita filiale della Deutsche Bank in largo Argentina con una valigetta zeppa di banconote.

Al cassiere dello sportello risultarono essere 520 mila euro. Come aveva fatto già in diverse altre occasioni, Zampolini nemmeno versò i soldi sul suo conto ma chiese di trasformarli all'istante in assegni circolari. Ne furono emessi 52 da diecimila euro ciascuno. Zampolini indicò anche un nome, un «tale Maurizio De Carolis», che tutto lascia pensare fosse un ennesimo venditore di appartamento.

COLOSSEO

Chi sia e dove viva questo signor De Carolis, però, la procura perugina ancora non l'ha scoperto. E già si ipotizza di chiamare Zampolini per un nuovo interrogatorio: che sia lui a dire chi è il fortunato mortale che s'è visto pagare il suo appartamento dalla «cricca» di Balducci & soci.

Se il meccanismo è stato il solito, anche questa compravendita del 7 luglio 2004 dev'essere stata perfezionata dal notaio Gianluca Napoleone. In genere è lui quello che mette i timbri a questi curiosi acquisti di casa. E infatti la Guardia di Finanza è già stata nel suo studio e ha sequestrato un'ingente mole di documenti: probabilmente il nome del signor De Carolis salterà fuori da lì.

Ma la Finanza è al lavoro anche su tutt'altro fronte: si stanno seguendo le tracce di migliaia di assegni, per lo più intestati a una tal signorina Annika Sanna, classe 1986, italo-finlandese, per capire chi li abbia incassati. Rientra in questo filone anche lo screening di tutti i movimenti bancari dell'architetto Zampolini. Il nome di De Carolis, prima o poi, salterà fuori anche qui. E poi non sfugge che il notaio Napoleone registra abitualmente i contratti di compravendita presso l'Agenzia delle Entrate di Civitavecchia: si vanno facendo accertamenti anche qui.

Colosseo

La Fiamme Gialle hanno in mano una «black list» predisposta dalla Banca d'Italia che segnala 8 nominativi sospetti: don Evaldo Biasini, Antonello Colosimo, Valerio Carducci, Dino e Luciano Anemone, Alida Lucci, Stefano Gazzani e Bruno Ciolfi. A carico di queste persone Bankitalia ha diramato un cosiddetto «allarme antiriciclaggio» che non prova nulla, ma certo lascia intendere qualcosa di losco.

E infatti di don Evaldo si sa che è il «cassiere» di Anemone; Alida Lucci è la sua segretaria e dispone di ben 23 conti correnti pur dichiarando un reddito da 30 mila euro annui; Stefano Gazzani è lo spregiudicato commercialista; Dino Anemone è suo papà nonché fondatore dell'impresa di famiglia; Antonello Colosimo è il magistrato della Corte dei conti che nel 2008 era vice Alto Commissario per la Lotta alla Contraffazione e allo stesso tempo interveniva pesantemente sui funzionari di banca per spianare la strada al suo amicone costruttore Francesco De Vito Piscicelli;

Bruno Ciolfi è un costruttore associato ad Anemone per la costruzione del nuovo carcere di Sassari (opera segretata), l'allargamento dell'aeroporto di Perugia (150° Anniversario dell'Unità) e il Museo dello Sport (Mondiali di Nuoto); Valerio Carducci è un altro costruttore, fiorentino, tenuto fuori ad arte dall'appalto per l'Auditorium e poi «risarcito» con un albergo da costruire alla Maddalena.

Tutti indagati, tutti nell'occhio del ciclone. E non solo loro. Sarebbero arrivate a Perugia ulteriori venti segnalazioni «antiriciclaggio» di Bankitalia. Ricostruendo tutti questi movimenti bancari, la procura vuole verificare che non ci siano altre «teste di legno», altri architetti Zampolini che si prestavano a schermare le compravendite farlocche di appartamenti.

Complessivamente, il solo architetto ha movimentato 2 milioni e ottocentomila euro, sempre alla stessa maniera: «Versati in banca - scrive la Finanza - a fronte dell'emissione di centinaia di assegni circolari». Da dove siano venuti i soldi, c'è la parola di Zampolini che indica Anemone e c'è anche l'ex factotum tunisino che materialmente consegnava le valigette.

«Gli stessi sono serviti per l'acquisto di immobili da parte di terzi soggetti», conclude la Finanza. E c'è da domandarsi che fine faranno, questi appartamenti. Né il generale Pittorru né l'ex ministro Scajola sono indagati. Ma se in futuro venissero indagati per concorso in riciclaggio, o per corruzione, molte cose potrebbero cambiare anche sul versante immobiliare.

2- CIAMPI LAVORI IN CASA "MAI RAPPORTI CON LUI"
S. N. per il "Fatto Quotidiano"

Anche la casa romana di via Anapo di Carlo Azeglio Ciampi è stata ristrutturata da Diego Anemone? La notizia, uscita ieri su Dagospia, ha creato un terremoto. Perché effettivamente la casa dell'ex presidente della Repubblica è stata ristrutturata nel 2006, poco prima della fine del settennato, "perché era stata a lungo disabitata - hanno raccontato persone vicine al senatore a vita - ed era necessario dare una rinfrescata prima del rientro della famiglia nell'appartamento".

Trattandosi della casa di un ex presidente della Repubblica, la ristrutturazione poteva essere affidata solo a ditte in possesso del Nos (nulla osta sicurezza), per altro in possesso anche di Anemone, e dunque la notizia poteva avere una sua credibilità. Invece Anemone non ha mai messo piede in casa Ciampi. La ristrutturazione è stata portata a termine dalla ditta dell'architetto Marco Picalarga, uno degli studi più antichi stimati della Capitale, che ha fatto anche la ristrutturazione delle facciate della Camera e del Senato.

"La Picalarga srl - spiega lo stesso Marco Picalarga - ha fatto solo interventi di manutenzione ordinaria, soprattutto sugli infissi che erano da cambiare. Lavoriamo solo con i nostri uomini, non affidiamo lavori delicati a terzi". L'intera ristrutturazione dell'appartamento è stata pagata da Ciampi di tasca propria nonostante potesse usufruire di fondi del Quirinale destinati proprio a questo tipo di esigenze. La connessione con Anemone e la sua ditta è stata poi ufficialmente smentita anche dall'ufficio stampa di Ciampi.

 [07-05-2010]

 

 

ANEMONE RISTRUTTURAVA LE CASE DI TUTTI, ANCHE QUELLA DI CIAMPI IN VIA ANAPO - IL IL ’MURATORE’ DI BALDUCCI DOTATO DEL "nulla osta sicurezza": CASE CON "DOPPI SERVIZI" (SEGRETI) - L’AFFARE CON LUNARDI CHE COMPRò Dalla Propaganda Fide, una delle nove curie della Chiesa romana, Al prezzo di 3 milioni, coperti con 600 mila euro in contanti e il resto con un mutuo. Un affarone per quattro piani nel cuore di Roma...

- DAGO-REPORT> UNA RISTRUTTURAZIONE NON SI NEGA A NESSUNO
Le imprese del mitologico Diego Anemone, non si sa per quale superiore motivo, hanno sempre goduto da tempo il "nulla osta sicurezza". Cioè, sono imprese che possono ristrutturare immobili "sensibili", dai ministeri alle caserme, dal G8 alla Maddalena agli appartamenti di cariche istituzionali. Tra questi, dicono gli addetti ai livori, anche l'abitazione privata in via Anapo di Carlo Azeglio Ciampi fu rIstrutturata dalle manine di Anemone.

2 - CASERME E 007 QUEGLI AFFARI CON LUNARDI
Antonio Massari per "il Fatto Quotidiano"

Pietro Lunardi, all'epoca ministro per le Infrastrutture, incontrava gli uomini della "cricca" e il suo dicastero risulta committente di molti lavori affidati alle imprese di Anemone e soci. L'anno cruciale, in questa storia, come vedremo, è il 2004. Già allora le società vicine a Diego Anemome e Angelo Balducci, agli arresti per corruzione dal 10 febbraio, si occupavano di caserme.

D'altronde, le imprese di Anemone, da tempo hanno ricevuto il "nulla osta sicurezza". Bene introdotto nel settore delle opere secretate, Anemone, può vantare anche un cognato nell'Aisi: Arnaldo Pascucci.

Ma torniamo all'ex ministro Pietro Lunardi, al suo appartamento, e ai suoi rapporti con le imprese che s'occupavano di caserme militari. "Ho portato a Lunardi dei progetti - dice l'autista tunisino del dirigente del ministero Angelo Balducci, Hidri Fathi Ben Laid - mi pare di ricordare predisposti dalla società Medea.

Ho capito che Lunardi li vistava e li restituiva. Io ritiravo la documentazione in questione, che portavo a Balducci. Penso che Balducci affidasse, quale provveditore lavori, a Diego. A proposito della Medea, posso dire che tale società era di fatto degli Anemone e del capo, termine con cui io ho indicato allora Balducci.

Ho conosciuto anche la figlia di Lunardi e ricordo che in due occasioni ho viaggiato da Roma a Milano per portarle delle buste, che le ho consegnato direttamente in aereoporto. In una di tali occasioni, Anemome mi disse di fare attenzione, dentro la busta c'era un assegno".

Gli episodi devono essere precedenti al 2004, considerato che Fathi, proprio a ottobre 2004, svanisce nel nulla: è Daniele Anemone, il 14 ottobre 2004, denuncia che il tuttofare tunisino "dopo aver prelevato 200mila euro in contanti dalla sede romana della banca delle Marche, si allontanava facendo perdere le proprie tracce".

Il giorno dopo è sua moglie a denunciare che Fathi "a seguito di un prelievo di circa 200mila euro non dava più notizie di sé". In una lettera anonima, allegata alla dalla Procura ma che va presa con beneficio d'inventario, si sostiene che i soldi erano destinati proprio alla figlia di Lunardi. Comunque a luglio 2006 il tunisino ricompare. Il periodo in cui Fathi dice d'aver presentato i progetti della Medea a Lunardi e di aver incontrato sua figlia coincide con la presenza del politico del Pdl al ministero delle Infrastrutture.

La Medea è una delle società chiave della "cricca" e proprio con il ministero retto da Lunardi, chiude più di affare. A rivelarlo è l'architetto Caterina Pofi che, per la Medea, ha lavorato sin dal 2003, prima di passare dall'altra parte alla Presidenza del consiglio. "Il mio primo incarico - dice la Pofi - l'ho avuto al provveditorato alle opere pubbliche. Feci pervenire un curriculum all'ingegner Balducci, che mi conferì un incarico, nell'ambito dei lavori da effettuare al Viminale.

Faccio presente che ho redatto un prospetto con il riepilogo delle mie prestazioni lavorative e degli incarichi da me ricevuti dal 2003 a oggi". E dalla nota, allegata agli atti dell'inchiesta e presentata dall'architetto Pofi, si scopre che la Medea si occupa della ristrutturazione della caserma romana dei Corazzieri, la "A.N: di Sanfront", in via XX settembre.

Chi è il committente: il ministero per le infrastrutture di Lunardi. Che commissiona, sempre alla Medea, anche i lavori per il Comando generale dell'Arma dei Carabinieri, la protezione elettromagnetica del comando generale della Guardia di Finanza, l'eliminazione delle barriere architettoniche e la riqualificazione di alcuni locali della Farnesina e la realizzazione del suo archivio storico, il restauro della facciata della Caserma Piave della GdF.

Questo è l'elenco dei lavori, per la Medea, dal 2003 al novembre 2006. La Pofi scrive: "Per circa un anno, dal novembre 2006 al novembre 2007, ci siamo occupati di chiudere i vecchi lavori avviati in precedenza, perchè non avevamo nuovi avori da eseguire". A partire dal novembre 2007, quindi, per la Medea non c'è più lavoro, al punto che la Pofi aggiunge: "a causa dei numerosi debiti è stato licenziato quasi tutto il nuovo personale". Strano.

A partire dal 17 maggio 2006, il governo Berlusconi, e quindi anche il ministro Lunardi, lascia il posto al governo Prodi. E per almeno un anno la Medea non lavora più. Vediamo che accade , nello stesso, tempo, sul versante dell'ex ministro Lunardi. È proprio nel 2004 che Lunardi acquista un palazzetto nel cuore di Roma: via dei Prefetti, a cinquanta metri dalla Camera dei Deputati.

Come ha già rivelato, alcuni giorni fa, il Fatto Quotidiano, è la società di famiglia Lunardi, la Immobiliare San Marco Spa di Milano, a compare l'imbobile. Da chi ? Dalla Propaganda Fide, una delle nove curie della Chiesa romana. Il prezzo è di 3 milioni, coperti con 600 mi-la euro in contanti e il resto con un mutuo. Un affarone per quattro piani nel cuore di Roma.

La Propaganda Fide, all'epoca era diretta da Crescenzio Sepe, uomo molto vicino ad Angelo Balducci, che di lì a poco, proprio da Lunardi, sarà promosso Presidente del Consiglio dei Lavori pubblici.

C'è un ulteriore nesso, tra la vicenda di Lunardi e qualla di Scajola, e cioè la conoscenza dell'architetto Angelo Zampolini che, per l'appartamento di via dei Prefetti, a detta di Lunardi, si sarebbe occupato della "pratica del passo carrabile". Zampolini: è l'uomo che, per conto di Anemone, portò 900mila euro, in ottanta assegni, alle venditrici dell'appartamento acquistato dall'ex ministro Scajola. 06-05-2010]

 

 

I REGALUCCI DI BALDUCCI – L’AUTISTA TUNISINO (CON DELEGA AD OPERARE SUL CONTO DI ANEMONE) SPIFFERA DETTAGLI GUSTOSISSIMI – I REGISTI FAMOSI A CUI “BALDUCCI FACEVA REGALI COSTOSI PER FAVORIRE LA CARRIERA DEL FIGLIO LORENZO” – MA ANCHE VILLE IN TUNISIA, A ROMA, MILANO, PARIGI, TANGENTI IN DENARO, SEGRETARIE E SACERDOTI…

1- «SOLDI E CASE A POLITICI E PRELATI PER I REGISTI - REGALI DA BALDUCCI» - IL TESTE: A LUNARDI IL 10 PER CENTO. IL GIALLO DI DUE LETTERE ANONIME...
Fiorenza Sarzanini per "il Corriere Della Sera"

Case in Tunisia, ma anche a Roma, Milano, Parigi. Appartamenti acquistati da Angelo Balducci e Diego Anemone che si occupava pure di ristrutturare le dimore di politici, alti prelati, funzionari di Stato. Il filone di indagine avviato dai pubblici ministeri di Perugia continua a puntare sulle compravendite immobiliari.

Ma anche su tangenti in denaro pari al 10 per cento dell'importo dei lavori, che sarebbero stati versati a esponenti di governo. L'unico nome contenuto nelle carte processuali messe a disposizione delle parti è quello di Pietro Lunardi, ex titolare delle Infrastrutture. Ma altri potrebbero essere coinvolti al termine dei riscontri affidati alla Guardia di Finanza e ai carabinieri del Ros.

A rivelarne i retroscena dell'attività della «cricca» che gestiva gli appalti dei Grandi Eventi è il tunisino Laid Ben Fathi Hidri nel suo interrogatorio del 25 marzo scorso. L'uomo che aveva svelato di aver «ricevuto la delega a operare sui conti di Anemone» e aver consegnato «buste dal contenuto misterioso a vari soggetti, compresi ministri», aggiunge clamorosi dettagli. E racconta: «Balducci era in contatto con registi famosi ai quali faceva regali costosi. Questi rapporti credo fossero finalizzati a favorire la carriera di attore del figlio Lorenzo. Andavo io a ritirare questi regali presso il negozio Spada e Anatriello».

LE VILLE A CARTAGINE
L'esistenza dell'autista tunisino era stata rivelata da due lettere anonime recapitate alla procura di Firenze poco dopo gli arresti disposti a febbraio. L'autore sosteneva di essere un suo amico, ma i magistrati non escludono che possa essere stato lui stesso a inviare gli scritti per vedere le reazioni, forse nel timore di non essere creduto.

E ora le missive sono state allegate al fascicolo, visto che i primi accertamenti hanno mostrato l'attendibilità del testimone. «Su indicazione di Anemone - dichiara Fathi a verbale - ho consegnato circa una ventina di volte denaro contante all'architetto Zampolini che faceva le operazioni immobiliari. Ho conosciuto anche don Evaldo e in più occasioni gli ho portato delle buste su incarico di Diego.

Credo si trattasse di buste contenenti denaro, ma non posso dirlo con certezza. In altri casi ho ritirato buste da don Evaldo che ho consegnato a Diego. Balducci si è recato più volte in Tunisia, anche insieme a me oppure con Diego Anemone. Non so quali interessi abbiano i due in Tunisia».

In realtà il motivo è ben descritto nella lettera spedita ai magistrati: «Con i soldi delle tangenti, per anni Balducci ha comprato ville in Tunisia e precisamente a Cartagine, intestandole a Fathi per due tre anni e poi rivenderle per riprendere denaro pulito». Il sospetto è che non tutte quelle case siano state cedute e alcune possano essere state in realtà offerte da Anemone come merce di scambio a chi lo aiutava negli affari.

CASE A POLITICI E PRELATI
Fathi racconta di aver conosciuto Balducci quando lavorava in un'agenzia immobiliare di Roma «e lui si è affezionato a me, riponendo in me fiducia, tanto che ho abbandonato l'agenzia e ho iniziato a lavorare per lui come autista tuttofare. All'epoca lui lavorava al provveditorato alle opere pubbliche. Successivamente ho avuto degli incarichi da società che avevano ricevuto appalti dal provveditorato.

Per quello che ho compreso le società mi assumevano e mi pagavano e io ero a disposizione degli ingegneri in orario di lavoro e di Balducci fuori dall'orario di lavoro. Ricordo che una di queste società era la "Medil srl", con sede a Napoli. Intorno al 2000 Balducci mi ha fatto conoscere Diego Anemone, tutti i componenti della famiglia Anemone e i più stretti collaboratori di Diego, tra cui Alida Lucci e l'autista Molinelli.

Poiché Balducci mi ha indicato come persona di sua fiducia e ho cominciato a lavorare per Anemone che si fidava così tanto di me che mi ha autorizzato a operare su conti correnti riferibili ad alcune sue società. Sono a conoscenza che Balducci possedeva un appartamento a Parigi in quanto in un'occasione, su incarico di Anemone, mi sono recato in tale città per pagare una tassa di poche centinaia di euro che mi furono dati dallo stesso Diego».

Poi parla dell'ex ministro Pietro Lunardi, dice che lui e Balducci «avevano rapporti molto stretti». E aggiunge: «Ho portato a Lunardi progetti, mi pare di ricordare predisposti dalla società Medea. Ho capito che Lunardi li vistava e li restituiva. Io ritiravo la documentazione in questione, che portavo a Balducci».

La lettera contiene circostanze più precise: «Lunardi approvava e mandava a Balducci che a sua volta dava il lavoro a Diego... Per ogni lavoro la tangente era del 10 per cento. Il denaro ricavato Balducci lo portava alla figlia di Lunardi la quale prendeva soldi in contanti in banconote di piccolo taglio. Una parte ancora andava a vari politici di turno, inoltre le imprese di Diego facevano ristrutturazioni di appartamenti di prelati e politici».

SEGRETARIE E SACERDOTI
Gli investigatori si concentrano sull'analisi dei conti bancari che il costruttore aveva intestato a prestanome e utilizzava, secondo l'accusa, per distribuire tangenti a chi lo favoriva nell'aggiudicazione degli appalti pubblici. Scoprono che alcuni depositi esteri sarebbero stati chiusi dopo aver fatto rientrare i capitali in Italia grazie allo scudo fiscale. E individuano altri sacerdoti che avrebbero aiutato don Evaldo Biasini a gestire la cassaforte di Anemone.

È proprio lui a raccontare nel suo verbale il sistema messo in piedi da Anemone per avere sempre la certezza di poter avere contanti disponibili: un deposito fiduciario dove venivano versati i soldi che il costruttore avrebbe dovuto percepire per i lavori effettuati per la Congregazione del preziosissimo sangue.

Spiega che «alla data del primo gennaio 2007 il conto a scalare di Anemone presenta un saldo debitore da parte della Congregazione di 128.510 euro». Le movimentazioni vengono effettuate soprattutto da Alida Lucci, la segretaria che a sua volta è tuttora intestataria di 30 conti, dei quali 23 ancora aperti. Dichiara don Evaldo dopo aver consegnato copia dei documenti bancari: «Al 31 dicembre 2009 il saldo debitore della Congregazione nei confronti dell'impresa Anemone è di 475.410 euro».

I LAVORI AL VIMINALE
Tra le persone indagate per aver beneficiato di fatture per redditi inesistenti c'è l'architetto Caterina Pofi. È lei stessa a raccontare di aver ricevuto numerosi incarichi da Balducci: «Il primo fu per alcuni lavori da effettuare al Viminale nel 2003». La donna viene poi affiancata a Mauro Della Giovampaola e nel 2007 viene ingaggiata per le celebrazioni per l'Unità d'Italia. Poi, l'anno successivo diventa «coordinatore per la sicurezza nei cantieri de La Maddalena in vista del G8.

Per l'incarico ho ricevuto 720.000 euro circa, importo da cui vanno sottratti 200.000 euro che diedi a Della Giovampaola. L'importo era lordo e mi feci fare una proiezione delle tasse che avrei dovuto pagare dal mio commercialista. Mi sembrava una cifra spropositata e Della Giovampaola ne parlò con il suo commercialista Stefano Gazzani che suggerì come escamotage una consulenza fittizia affidata alla società Mida.

Gazzani mi diede 16 assegni da 12.499 euro ciascuno intestato a Annika Sanna, persona di cui non conosco neanche l'effettiva esistenza. Non li ho mai incassati perché mi sembrava una situazione strana e poi sono stati sequestrati al momento della perquisizione che ho subito e da me consegnati ai pubblici ministeri di Firenze». L'architetto è adesso sotto indagine. Decine di assegni con la stessa intestazione sono stati sequestrati nella cassaforte di don Evaldo.


2- UN NUOVO FILM PER L'ATTORE NELLA BUFERA...
Dal "Corriere della Sera"

Lorenzo Balducci, attore, compirà 28 anni a settembre ed è figlio di Angelo. L'ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dal settembre 2005 al febbraio 2010, nonché responsabile dei contratti per i lavori del G8 alla Maddalena. Il grand commis, secondo il tunisino Laid Ben Fathi Hidri, si teneva in contatto ed elargiva regali costosi ad alcuni registi famosi per favorire l'ascesa artistica del figlio. Intanto Lorenzo, nei prossimi giorni, sarà fra gli interpreti del film "Due vite per caso" del regista Alessandro Aronadio.

Con lo stesso aveva girato, lo scorso anno il film "Aspettando Godard". Il giovane attore aveva debuttato sul grande schermo, con il film "I cavalieri che fecero l'impresa" (2001), diretto da Pupi Avati. Con lo stesso regista ha girato anche "Il cuore altrove" (2003). Successivamente ha alternato lavori sia sul grande sia sul piccolo schermo dove si è specializzato in fiction come "Il Papa buono" (2003) con la regia di Ricky Tognazzi e la serie "R.i.s. - Delitti Imperfetti" con le regie di Alexis Sweet e Pier Belloni. Serial andati in onda su Canale 5 dove il giovane Balducci ha interpretato il ruolo del tenente Francesco Negri. [05-05-2010]

 

 

ZAMPOLINI CI METTE SEMPRE LO ZAMPINO – COME LARINI IN TANGENTOPOLI, È ANCORA UN ARCHITETTO CHE VUOTA IL SACCO E FA SCRICCHIOLARE IL PALAZZO – I 2,8 MLN TRANSITATI SUI SUOI CONTI? LA GIUSTIFICAZIONE È UN CRESCENDO STILE JOHN BELUSHI: “SONO I PRIMI RICAVI DI PRATICANTE… ERA UN LASCITO DI MIO PADRE… AVEVA RICEVUTO MOLTI LINGOTTI D’ORO DA UN SIGNORE IRANIANO”… Marco Lillo per "Il Fatto Quotidiano"

Ancora una volta è un architetto a far scricchiolare il Palazzo. Nella Prima Repubblica era stato Silvano Larini, con il suo dettagliato racconto sulle mazzette milanesi e il conto Protezione a far dimettere il ministro Claudio Martelli. Stavolta è stato Angelo Zampolini, con i suoi verbali sulle triangolazioni tra Diego Anemone e il ministro Claudio Scajola, a dare la prima vera scossa al governo Berlusconi. È lo strano destino di una professione votata a costruire che nella politica italiana si ritrova a distruggere.

Se Larini, con la sua latitanza dorata nell'atollo di Rangiroa, resa celebre dall'imitazione della banda Guzzanti in Avanzi, è rimasto il simbolo di Tangentopoli, così Zampolini con il suo aspetto curiale, la carnagione lattea e la sua timidezza resterà l'emblema della cricca romana del Terzo millennio: ben inserita nei Palazzi della Protezione civile e tra i Gentiluomini di Sua Santità. Prima della sua sparizione nel nulla per evitare le telecamere, Zampolini ci ha ricevuti nel suo ufficio di Corso Vittorio, a due passi da Castel Sant'Angelo. Zampo, come lo chiamava affettuosamente Anemone, è molto lontano dall'iconografia del faccendiere.

L'uomo che ha portato gli assegni a Scajola nell'ufficio di via della Mercede in quel giorno del luglio del 2004 nel quale il ministro ha innescato una bomba a orologeria (scoppiata per la verità con sei anni di ritardo) sotto la sua poltrona, si presenta come un architetto perbene. Sulla porta dell'androne del suo studio fa bella mostra uno schizzo di una chiesa antica.

Nella sua stanza, piena di gigantografie di opere da lui progettate si resta avvolti in un profumo di sacrestia e sobrietà. L'architetto al quale Anemone consegnava milioni di euro in contanti senza battere ciglio è la classica persona dalla quale compreresti un'automobile, anche se non ti regalasse lui gli assegni per pagarla.

Niente a che vedere con quel tipaccio dell'autista tunisino sparito al primo litigio con 200 mila euro. Con quella faccia da Luciano Rispoli giovane, Zampolini carpirebbe la fiducia di chiunque. A confrontare i progetti e le pubblicazioni sparse sulla sua scrivania antica con i circolari delle avventurose compravendite ministeriali, si vede una traiettoria che incarna una metafora del destino delle professioni nell'Italia berlusconiana.

Angelo Zampolini prima di diventare un porteur degli assegni per la cricca, era per tutti un progettista vero. Dopo gli inizi con lo studio Di Grazia, Zampo si mette in società con il collega Bruno Agates e disegna i restauri delle massime istituzioni: dalle facciate del Quirinale alla biblioteca della Banca d'Italia. Poi tra i due soci nel 2002 qualcosa si rompe. Zampolini si lega a doppio filo con Angelo Balducci, allora potente Provveditore delle Opere del Lazio e Gentiluomo di Sua Santità.

Grazie a Balducci, Zampolini entra in contatto con Diego Anemone e con il grande giro. Progetta il circolo simbolo della cricca, il Salaria Village, anche se lui oggi con Il Fatto minimizza: "Volevano solo un nome ma io lì non ho mai lavorato". Poi comincia a fare da schermo per le operazioni più spericolate. L'autista tunisino di Balducci gli consegna i contanti e lui li trasforma in assegni circolari nella filiale della Deutsche Bank vicina al suo studio, pronti per essere consegnati per l'acquisto delle case dei potenti.

Quando il ministro Scajola cerca casa, Zampolini si fa agente immobiliare e cerca una sistemazione adeguata dal Gianicolo al Celio. Quando il generale responsabile della logistica dei servizi segreti, Francesco Pittorru dell'Aisi, compra all'Esquilino due appartamenti, è sempre Zampolini a occuparsene.

"Nel caso di Scajola ero presente all'atto, mentre Pittorru non l'ho mai visto", precisa lui e aggiunge: "Facevo questi piaceri ad Anemone e Balducci perché erano persone molto importanti che potevano farmi avere lavoro". Effettivamente il lavoro arrivava. Nei Mondiali di nuoto 2009, gestiti dalla struttura dei Grandi eventi di Bertolaso, Zampolini progetta il polo natatorio di Ostia.

Magari non per colpa sua ma quella piscina è diventata celebre perché era più lunga di un metro e mezzo rispetto a quelle regolamentari e non è stata utilizzata per le gare. Quando il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi ha un problema con il passo carrabile del palazzo di via dei Prefetti, Balducci gli invia il suo architetto. La metamorfosi di Zampolini in Zampo prosegue inesorabile.

E così quando la Guardia di finanza lo chiama per avere spiegazioni su quei 2,8 milioni transitati sui suoi conti e che poi si scoprirà essere stati usati per pagare le case dei politici e dei funzionari amici di Anemone, lui, con quella faccia da cardinale comincia a raccontare serissimo: "Sono i primi ricavi di praticante allo studio del famoso architetto Portoghesi".

Ma allo studio Portoghesi non se lo ricorda nessuno. Allora aggiunge: "Era un lascito di mio padre" ma i finanzieri verificano che il genitore era un coltivatore diretto. Gli chiedono dove li aveva presi papà, e a quel punto Zampo dà il meglio di sé: "Aveva ricevuto molti lingotti d'oro da un signore iraniano". Come si chiama? Gli chiedono. E Zampo serio: "Non lo so".05-05-2010]

 

 

PIOVE SUL BAGNATO – OGNI MEZZ’ORA ARRIVA UNA TEGOLA GIUDIZIARIA PER IL GOVERNO – ORA TOCCA AL TOSCANACCIO VERDINI, INDAGATO PER CORRUZIONE DALLA PROCURA DI ROMA – FAREBBE PARTE DI UN “COMITATO D’AFFARI CHE SI SAREBBE OCCUPATO, IN MANIERA ILLECITA, DI APPALTI PUBBLICI, IN PARTICOLARE I PROGETTI SULL’EOLICO IN SARDEGNA” - E TRA GLI INDAGATI SPUNTA IL NOME DI FLAVIO CARBONI…

(Ansa) - Denis Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, è indagato dalla procura di Roma per corruzione nell'ambito dell'inchiesta riguardante un presunto comitato d'affari che si sarebbe occupato, in maniera illecita, di appalti pubblici, in particolare i progetti sull'eolico in Sardegna.

Ieri, a Firenze, è stato perquisito il Credito Cooperativo Fiorentino, istituto bancario presieduto da Verdini. Gli investigatori inviati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli erano alla ricerca del passaggio di un certo numero di assegni dei quali gli inquirenti intendono accertare la provenienza e la destinazione. In procura c'é un grande riserbo sulla natura delle indagini in corso.

Gli accertamenti su quello che si ritiene essere stato un giro di appoggi e di promesse per favorire alcuni imprenditori sono stati avviati nel 2008 nel quadro di un'altra indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia. Oltre a Verdini sono indagati, tutti per concorso in corruzione, anche l'uomo d'affari Flavio Carboni, il costruttore Arcangelo Martino, il consigliere provinciale di Iglesias Pinello Cossu, il consigliere dell'Arpa di Sanremo Ignazio Farris, e un magistrato tributario, Pasquale Lombardi.

 05-05-2010]

 

 

VERDINI SUI CARBONI (FLAVIO) ARDENTI – CHE CI FA TRA GLI INDAGATI NELL’INCHIESTA CHE METTE NEI GUAI IL COORDINATORE PDL, IL MITOLOGICO FACCENDIERE COINVOLTO IN QUASI TUTTI I MISTERI DELLA PRIMA REPUBBLICA? - DAL BANCO AMBROSIANO ALLA P2 AL RAPIMENTO DI EMANUELA ORLANDI - REFERENTE DELLA BANDA DELLA MAGLIANA COME DELLO IOR, IL SUO “FILE” SBUCA NEI FASCICOLI DELLE PROCURE DI MEZZA ITALIA – BERLUSCONI COMPRÒ DA LUI UNA VILLA IN COSTA SMERALDAPaolo Colonnello per "La Stampa"

Prima ancora di essere «un faccendiere» Flavio Carboni, nato nel 1932 a Torralda, provincia di Sassari, è un vero e proprio «snodo» delle più misteriose vicende del passato e probabilmente del futuro prossimo venturo del Paese.

GELLI

Dopo un avvio da discografico dalle scarse fortune, il suo nome compare nelle cronache giudiziarie dei primi Anni 80 inizialmente per le speculazioni in Sardegna sulla costa di Olbia (Olbia 2) come socio di un allora sconosciuto imprenditore milanese, Silvio Berlusconi (a cui venderà la sua villa in Costa Smeralda) cui venne presentato da Romano Comincioli (oggi senatore Pdl), e come grande amico del cassiere della mafia Pippo Calò, poi come braccio destro del banchiere dell'Ambrosiano Guido Calvi, ucciso il 17 giugno del 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, e quindi come referente della banda della Magliana e perfino dello Ior, la banca del Vaticano, negli strascichi seguiti al fallimento e al buco da 2000 miliardi (dell'epoca) del Banco Ambrosiano.

Più Carboni stringe alleanze e amicizie nel mondo degli affari (frequenta anche il principe Caracciolo), negli ambienti della massoneria soprattutto, ma anche dei cosiddetti «servizi deviati» (vedi l'amicizia con Francesco Pazienza), più il suo nome circola come una trottola impazzita nei fascicoli che scottano aperti dalle Procure di mezza Italia.

Vicende «giurassiche», si dirà, eppure ancora attualissime, visto che su molte di esse ancora permangono più ombre che luci. Tanto per dirne una, proprio oggi a Roma dovrebbe essere emessa la sentenza di secondo grado sull'omicidio Calvi in cui Carboni, prosciolto in primo grado - ma per insufficienza di prove -, compare tuttora come imputato.

Il «file» di Carboni sbuca praticamente ovunque: dalla P2 al rapimento di Emanuela Orlandi (secondo Sabrina Minardi, l'ex pupa del capo della banda della Magliana Renatino De Pedis, sarebbe stata intestata inizialmente a Carboni la Bmw usata per sequestrare la giovane scomparsa dal Vaticano), fino alla mai chiarita vicenda della fuga di Calvi a Londra, accompagnato proprio da Carboni negli ultimi giorni di vita, più recentemente in un'indagine dei carabinieri del nucleo ecologico per una storia di smaltimento illegale di rifiuti con abbandono abusivo di amianto in una discarica non attrezzata di Pomezia nel Lazio e che, alla fine dell'estate scorsa, ha portato in galera imprenditori e dirigenti pubblici, arrivando a toccare immobiliaristi e manager sportivi.

E ora, è cronaca di questi giorni, eccolo emergere nell'inchiesta della magistratura romana, partita due anni fa, su un gruppo di imprenditori che si sarebbe servito delle sue ramificatissime conoscenze nel mondo politico e della pubblica amministrazione per ottenere appalti e corrompere diversi personaggi passando dalla banca fiorentina del coordinatore Pdl Denis Verdini.

Affari che si concentrerebbero sul business dell'eolico in Sardegna trovando, secondo le accuse, in Carboni e in un magistrato tributario, Pasquale Lombardi, il perno per gli smistamenti di prebende e lavori.

 [06-05-2010]

 

 

DOPO SCIABOLETTA TOCCA AL CIARRA - INDAGATO PER TRUFFA PER I CONTRIBUTI ALL’EDITORIA – SEQUESTRATI AL SENATORE PDL BENI PER 20 MILIONI DI EURO…

 (Ansa) - Il senatore Giuseppe Ciarrapico, il figlio Tullio ed altre cinque persone, per lo più prestanomi, sono indagati dalla procura di Roma per truffa in relazione a contribuiti all'editoria percepiti illecitamente dalle società editoriali che fanno capo al parlamentare. Contemporaneamente la guardia di finanza ha sequestrato beni per circa 20 milioni di euro tra immobili, quote societarie ed una imbarcazione di lusso.

 [04-05-2010]

CIARRA-IMPICCIO STORY – NON C’È AVVENTURA IMPRENDITORIALE DI CIARRAPICO (EDITORIA, CATERING, RISTORAZIONE, SANITÀ, ACQUE MINERALI, ALIMENTARE, FINANZA) CHE NON SIA costellata da "un sacco di impicci" sempre sfociati in vicende giudiziarie da cui “il Ciarra” è riemerso talvolta faticosamente dopo anni - DAL FIDO BANCARIO PER LA GITA A PREDAPPIO, AI FINANZIAMENTI PUBBLICI FINITI IN LUSSEMBURGO, ALLE FATTURE FINTE PER TAPPEZZARE CASA… Fosca Bincher per "Libero"

C'è una telefonata intercettata fra il direttore degli affari legali del gruppo e la segretaria personale dell'attuale senatore Giuseppe Ciarrapico in cui con semplicità una dice all'altra «uè, senti... io sono andata stamattina al Policlinico Casilino a parlare con Tullio, dobbiamo fa un sacco di impicci».

Eccola, la chiave: «un sacco di impicci ». E di «un sacco di impicci» sono piene le 61 pagine del decreto di sequestro preventivo di oltre 20 milioni di euro firmato ora dal gip del tribunale di Roma, come la storia stessa dell'ex re delle acque minerali.

Non c'è sua avventura imprenditoriale (editoria, catering, ristorazione, sanità, acque minerali, alimentare, finanza) che non sia costellata da «un sacco di impicci» sempre sfociati in vicende giudiziarie da cui Ciarrapico, "il Ciarra" è riemerso talvolta faticosamente dopo anni.

Impicci nel carteggio scoperto ora dai magistrati con la Banca della Ciociaria a cui Ciarrapico - sbagliandosi (non poteva firmare lui e così poi ha mandato una seconda lettera firmata da Giulio Caradonna) - chiede un fido da 75 mila euro per le sue Edizioni Ciarrapico per un'iniziativa editoriale di supporto a un libro di Giampaolo Pansa.

Quella è la motivazione ufficiale - del tutto inventata - ma nelle carte sequestrate alla segretaria di Ciarrapico si scopre che il fido serviva a pagare una gita organizzata di nostalgici a Predappio e il catering servito dal Bar Rosati. Il Ciarra era in origine intestatario di tutte le attività del suo gruppo.

Poi travolto da una raffica di vicende giudiziarie e colpito dalle pene accessorie, non è più potuto risultare intestatario di nulla. Per ogni società ha messo in campo un prestanome fidato, negando naturalmente di esserne il proprietario. Finchè non è andata in pensione ha collaborato come azionista palese la sua storica segretaria, Marisa Petazzo. Poi ha dovuto contare su altri.

Il Bar Rosati ad esempio risulta intestato al suo autista, Mauro Ballini. Ma che fosse cosa di famiglia si comprende bene da una telefonata intercettata alla consorte di Ciarrapico, Anna Paola, in seguito alla quale si sono fatturati alla società che controllava il Rosati i lavori effettuati alla tappezzeria di casa del senatore. Stesso schema per le cliniche e le società editoriali.

Lui - il Ciarra - non doveva figurare ufficialmente. Ma poi si faceva prendere la mano. Disegnava organigrammi interni, decideva aumenti di stipendio e punizioni, dispensava favori. Scriveva, all'epoca di Francesco Storace, all'assessore Andrea Augello per avere finanziamenti e accreditamenti per le cliniche. Cambiata la maggioranza scriveva di suo pugno a Piero Marrazzo per le stesse cose.

Altra lettera trovata a Maurizio Venafro, direttore comunicazione e relazioni esterne della Regione Lazio all'epoca di Marrazzo, per sollecitare due delibere di giunta sul Policlinico Casilino e la clinica S. Elisabetta. La finzione così crollava davanti ai protocolli ufficiali. Ed è stata disintegrata dal reperimento di una chiavetta usb in casa della segretaria di Ciarrapico dove era contenuta la mappa delle 90 società possedute dall'imprenditore-senatore e perfino alla sua reale situazione patrimoniale e reddituale. I magistrati hanno così scoperto che i finanziamenti pubblici per l'editoria come quelli per altre attività finivano in un calderone indistinto utilizzati secondo bisogni assai differenti e perfino per scopi del tutto personali, andando ad arricchire i conti dell'imprenditore e dei suoi figli scoperti in Lussemburgo.

Scrivono i pm: "la libera disponibilità delle risorse delle due società editrici si è tradotta nella loro costante indebita appropriazione, operata da Ciarrapico Giuseppe, sia facendole entrare nel proprio patrimonio personale - come dimostrano gli accertati trasferimenti di denaro in suo favore, sia attraverso la distrazione dei mezzi finanziari delle società editrici (...) come dimostrano l'utilizzo esclusivo delle carte di credito, il finanziamento di eventi e manifestazioni, il sostenimento di oneri relativi ad imbarcazioni e automobili".

Una lunga serie di "impicci" che si aggiunge a quella infinita e variopinta che già ha costellato la vita imprenditoriale del Ciarra. C'è l'ultima vicenda, quella della denuncia per stalking editoriale presentata dai pm di Cassino su denuncia della direttrice di Tele Molise, da lui perseguitata a mezzo stampa. Ma è acqua di rose al confronto di pesanti condanne passate in giudicato e già scontate, anche se non sempre onorate fino in fondo.

Fra le più famose quella per il crack del Banco Ambrosiano: il Ciarra è stato condannato a risarcire 500 mila euro ai piccoli azionisti. C'è il loro rappresentante comune, un energico ultranovantenne che prova ogni mese a riscuotere e rimane sempre senza un cent. Chissà se ha ottenuto qualcosa di più il fisco italiano, che nel 2008 alla vigilia delle elezioni gli mise ipoteca legale per 1,4 milioni non pagati.

Lui disse che in base al decreto mille proroghe in corso di approvazione si sarebbe avvalso della possibilità di rateizzare il dovuto. Non se ne è saputo più nulla. Inchieste su acque minerali, su Italsanità e la gestione del Policlinico Casilino, vendita della Ciappazzi, crack del suo gruppo Italfin, finanziamenti della Safim gruppo Efim: una serie infinita di "impicci". Ma lui passate le bufere è sempre riuscito a trovarne di nuovi.

 

 05-05-2010]

 

 

MA LETTA L’HA LETTA? – PER I PM DI PERUGIA, BALDUCCI E RINALDI INFORMAVANO IL SOTTOSEGRETARIO DEGLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA – GLI SMS DI FUOCO TRA I DUE FUNZIONARI PUBBLICI: “LA PAGHERAI TUTTA… EVITA GLI SPECCHI POTRESTI VERGOGNARTI PERFINO TU” – PROFETICO DE SANTIS SUI CANTIERI DEI MONDIALI DI NUOTO: “DA TERZO MONDO, GLI OPERAI L´INGESSANO E SPARISCONO. QUI NON ANDIAMO IN PROCURA, ANDIAMO A REGINA COELI

 

Francesco Viviano per "la Repubblica"

Quando nel maggio del 2009 il settimanale l´Espresso pubblicò l´inchiesta sui Mondiali di Nuoto, gli uomini della «cricca» che gestivano anche i Grandi Eventi e gli appalti per il G8, cominciarono a preoccuparsi seriamente. E i due principali funzionari pubblici, Angelo Balducci e Claudio Rinaldi, finiti in carcere assieme a Fabio de Santis e al costruttore Diego Anemone, tentarono di correre ai ripari predisponendo una «difesa» che avrebbero poi inviato al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta che, dunque, stando alle indagini della Procura di Perugia, fu informato di ciò che stava accadendo.

 

La notizia emerge dalla richiesta di custodia cautelare dei pm perugini (respinta poi dal Gip), Alessia Tavernese e Claudio Sottani, nei confronti dell´architetto Angelo Zampolini e del commercialista della «cricca» Stefano Gazzani. Alle ore 20,09 del nove maggio 2009 l´ing. Claudio Rinaldi ed Angelo Balducci si inviano degli sms e cercano di trovare una linea comune.

 

«La predisposizione di una difesa comune tra i due pubblici ufficiali, sembra prevedere a un certo punto - scrivono i pm di Perugia - la necessità di informare dei fatti anche altri soggetti, presumibilmente di un livello superiore; subito dopo l´incontro con Rinaldi, infatti, Balducci dà ordine alla propria segretaria di preparare due buste (dove presumibilmente si trova copia della memoria predisposta per la difesa nel procedimento penale o comunque si trovano appunti riferibili a tale vicenda) di cui almeno una deve essere recapitata all´attenzione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, On. Letta».

 

E in quella occasione Balducci dice alla sua segretaria che da lì a qualche minuto dovrebbe arrivare Vittorio (l´autista di Balducci ndr) e bisogna preparare due buste «una con l´indirizzo della lettera e fuori un´altra busta all´onorevole Gianni Letta, Sottosegretario alla Presidenza». Poi Balducci chiede alla segretaria se per caso ha un timbro con la scritta «Presidenza del Consiglio».

Ma anche dopo, quando la «cricca» venne a conoscenza che la Procura di Firenze si stava interessando alle loro attività (informazione svelata da Achille Toro) aveva in qualche modo informato Guido Bertolaso e almeno un´altra figura di spicco a Palazzo Chigi, probabilmente Gianni Letta.

 

Era il 29 gennaio scorso e Balducci informa l´amico del procuratore Toro, l´avvocato Azzopardi - il quale si stava adoperando per cercare informazioni sull´inchiesta - che era stato a Palazzo Chigi «dove abbiamo fatto il punto... presumo sulla stessa cosa». Il riferimento «stessa cosa» secondo gli investigatori era proprio l´inchiesta dei magistrati di Firenze. Almeno Bertolaso e Gianni Letta venivano quindi informati su come procedeva l´indagine.

Dall´inchiesta di Perugia emerge che durante le «voci» dell´indagine, Rinaldi e Balducci si minacciano inviandosi messaggi via sms. «Si è trattato di scambi di sms - scrivono i magistrati - dal tenore quasi minatorio». Il primo messaggio è di Balducci che ritiene Rinaldi la fonte dell´Espresso e gli scrive: «Ricordati quello ciò che ti dico, LA PAGHERAI TUTTA».

 

E Rinaldi: «Ho sempre pagato tutto non si è mai lamentato nessuno». Balducci rincara la dose: «Fai pure il gradasso, ti renderai conto di che cosa sei dalla mia reazione... Non avrò timore di nulla... Evita gli specchi potresti vergognarti perfino tu».

La «cricca» non aveva scrupoli, si arricchivano tutti, anche a danno degli operai impegnati nelle opere dei grandi eventi ed in un cantiere, quello per la realizzazione della Piscina per i mondiali di nuoto a Roma dove il coordinatore per la sicurezza dei lavori, Pierpaola Gandola, parlando con Fabio De Santis, riferisce che quello è «un cantiere da terzo mondo... guarda figlio mio che qui non andiamo in Procura, andiamo a Regina Coeli, qui gli operai l´ingessano e spariscono». E molti di loro in galera ci sono finiti davvero. 04-05-2010]

 

SO’ SCIABOLETTA, ER MEJO DER COLOSSEO – BRINDANI BRINDA ALLO SCOOPONE: “OGGI” PUBBLICA LA FOTO DI SCAJOLA ALLA FINESTRA DELLA CASA “INCRIMINATA”, SULLO SFONDO DEL MONUMENTO SIMBOLO DELLA CAPITALE (MA NON DOVEVA ESSERE UNA SPECIE DI SEMINTERRATO?) – “TESTIMONIANZE CONCORDANTI DICONO CHE QUELL’APPARTAMENTO DAVANTI AL COLOSSEO ERA PIUTTOSTO MALE IN ARNESE. CHI L’AVRÀ RISTRUTTURATO?”… Umberto Brindani per Oggi.it

Il caso Scajola tiene banco da giorni ovunque. Nella sezione News anticipiamo una straordinaria foto (il servizio completo sul prossimo numero di "Oggi") che ritrae il ministro con la moglie Maria Teresa proprio nell'appartamento di via del Fagutale a Roma. Alle spalle dei due, sullo sfondo, il Colosseo. Come dire: guardate un po' che razza di location mi sono trovato...

Quell'appartamento Scajola l'ha pagato 610.00 euro nel 2004. Sono 180 metri quadrati in una delle zone più belle di Roma. Farebbero più o meno 3.300 euro al metro quadrato: praticamente come al mio paese, Busseto, 5 mila abitanti, provincia di Parma, bassa padana.

In realtà nel 2004 (ma anche adesso) quella casa valeva almeno tre volte tanto. E infatti le sorelle venditrici hanno incassato un altro milione e centomila euro, in nero. Chi glieli ha dati? Il ministro? O qualcuno che a sua insaputa voleva fargli un favore?

Delle due l'una: o Scajola sapeva o Scajola non sapeva. Se sapeva, beh, vostro onore, la parola alla difesa. Se non sapeva (e neanche sospettava), allora come dicono proprio a Roma peggio me sento, perché a un ingenuone così non si affiderebbe neppure l'amministrazione di un condominio, altro che un ministero.

Insomma, il ministro chiarirà alla magistratura che cosa è successo veramente. Intanto, noi ci limitiamo a registrare che uno degli uomini più potenti d'Italia è "caduto" su una di quelle vicende che fanno imbufalire i connazionali. La casa. Non ci sono cose strane, in questa storia, robe poco comprensibili come conti cifrati o pagamenti estero su estero. C'è una polemica su una casa pagata troppo poco, un privilegio che nessuno è disposto a mandare giù. Del resto, sulla casa (epoca Affittopoli) si erano già inguaiati in tanti. E bastava vedere D'alema che perde la testa, ieri sera a Ballarò, per capire quanto sia scoperto questo nervo.

Ci resta un dubbio. Testimonianze concordanti dicono che quell'appartamento davanti al Colosseo era piuttosto male in arnese. Chi l'avrà ristrutturato? 06-05-2010]

 

 

SCIABOLETTA STORY - ASCESA E CADUTA (BIS) DEL RAS DI ALBENGA E DINTORNI (NEL PONENTE LIGURE NON SI MUOVE FOGLIA CHE SCAJOLA NON VOGLIA) –TRA GAFFE, RINASCITE E CULTO DEL CAVALIERE – DA GIOVANE SINDACO DC SI FA 72 GIORNI DI GALERA PRIMA DI ESSERE PROSCIOLTO – TORNA IN SELLA GRAZIE AL BANANA (VIA DON BAGET BOZZO) – LA CARRIERA DI MINISTRO INTERROTTA DAL “ROMPICOGLIONI” A MARCO BIAGI NEL 2002 E OGGI DALLA CASA CON VISTA COLOSSEOFilippo Ceccarelli per "la Repubblica"

Sette vite hanno i gatti, e Claudio Scajola per ora si ferma a quattro. Capita di rado che i personaggi politici offrano spunti arcani o stregoneschi utili a identificarli nella loro più riposta natura. Ma quando, in piena polemica, l´ex ministro ha detto che non si dimetteva perché sarebbe stato come farsi beccare «con il sorcio in bocca», ecco, è apparso chiaro che Scajola era esattamente un gatto, un gattone, e anche dei più svelti e resistenti. (Gnaaao!)

Sui vari e differenti sorci che hanno funestato la sua carriera esiste ormai un´abbondante pubblicistica, pari a quella che ne ha celebrato le imprese fin dalla più tenera età e che trova il suo raro gioiello in un opuscolo, pure ricco di foto, che s´intitola «La politica del fare» e che nell´introduzione mette in guardia gli elettori: «Rischiamo di essere nelle mani di mestieranti senza ideali, pronti a vendersi per qualsiasi causa».

E già. Ecco dunque il neonato Scajola che nel capitolo «Una vocazione precoce» è tenuto a battesimo da Maria Romana Catti De Gasperi, la figlia, e a cresima da Paolo Emilio Taviani.

Famiglia democristiana, si sarà capito. Padre emigrato a Imperia dal basso Lazio, poi sindaco; fratello pure sindaco, poi deputato; e lui anche, Claudio, dopo propizia presidenza ospedaliera, sindaco, a 35 anni. Ma per gli impicci al casinò di Sanremo nel 1983 viene arrestato, prime dimissioni, prima vita, e si fa 72 giorni di carcere.

Lo difende il suocero, grande ricco avvocato. Nel 1989 è completamente prosciolto. Per dire il personaggio: dopo la sentenza si mette fuori dalla stanza del Pm e quando lo vede non gli stringe la mano, per parificare i conti. Non solo, una volta ministro dell´Interno, a Milano pretende di visitare, nella caserma dei carabinieri di via Moscova, la cella dove è stato per qualche giorno. Un uomo che non dimentica e sa prendersi le sue soddisfazioni. Però...

Nei manuali di fisiognomica è contemplato il tipo-gatto. Figura minuta, viso triangolare, occhi piccoli, magnetici ed espressivi, bocca perennemente atteggiata in un´espressione ambigua ed enigmatica. Carattere imprevedibile, ma anche a se stesso, curioso miscuglio di lucidità e istinto. Indipendente per natura, sa recitare benissimo la parte del sottomesso, per poi scartare e/o scappare alla prima occasione.

La seconda gliela offre Berlusconi. Colpo di fulmine, dirà lui: «Mi ha stregato». Gianni Baget Bozzo, teologo di Forza Italia, teorizza l´«intrinseca complementarietà» dei due. In realtà Scajola paragona il Cavaliere al sole e assume addirittura i tic del capo, una sera a Porta a porta apre la puntata con un meditato «mi consenta», Vespa sorride comprensivo, «è il linguaggio della casa», in studio nessuno ride. Per il resto, e non è poco, Scajola reca in dote al partito-azienda il know-how della Dc e la meccanica territoriale del doroteismo. Coordinatore azzurro, con Babbo Natale reca doni ai figli dei funzionari per le feste: «Io sono nonno Silvio - chiosa il Cavaliere - lui è lo zio Claudio».

Nonno si fida al punto di impedirgli di andare a sciare: «Se ti rompi una gamba, chi me le chiude le liste?». In questo zio Claudio è spietato e si fa un sacco di nemici. Ma Berlusconi l´ha anche spinto a laurearsi a 54 anni, tesi sulla nascita della provincia di Imperia. Ma soprattutto è fra i veri vincitori delle elezioni 2001. Merita perciò il Viminale. Siamo alla seconda vita, o forse già alla terza.

Il G8 di Genova è quello che purtroppo si ricorda. Il ministro fa una gaffe strepitosa, pensa alle frontiere, ma gli scappa «il controllo delle fioriere». Un anno dopo, estate 2002, dopo aver esordito «non fatemi parlare», non riesce a tenersi e sbotta: Biagi era un rompicoglioni, ma stavolta la gaffe suona terribile nella sua crudeltà. Dimissioni. Ma per chi volesse sapere in che modo, qualche mese prima, Scajola aveva liquidato la questione della scorta negata al povero professore, la dichiarazione ufficiale è certo meno volgare, ma comunque significativa nel suo stile: «Si è appurata una evidente distonia nel circuito valutativo a livello centrale e periferico che è stata fondata, distintamente nelle fasi della concessione e della revoca delle misure di protezione, su parametri non omogenei, il che ha prodotto risultati disomogenei».

Quindi ritorno al partito, con l´aria «adesso sistemo tutto io». Immediata rivalità con il coordinatore-usurpatore, a nome Antonione, di professione dentista: si legge in una cronaca che i due si fanno la guerra anche sulla misura dei bagni a disposizione a via dell´Umiltà, toponomastica quante altre mai inadeguata a Scajola, che dalle sue parti è bollato «Sciaboletta», come Vittorio Emanuele III, pur sempre un re.

Ma presto, 2003, anche per lavargli la reputazione politica, Berlusconi lo riporta al governo, sia pure nel ministero più inutile che ci sia, Attuazione del Programma, cui si deve la produzione massiva di cd che in numero pare di 50 mila glorificano la messa in opera dell´ormai dimenticato, già allora, Contratto con gli italiani.

E´ più o meno a questo punto che Scajola «compra» la casa con affaccio sul Colosseo. Insieme con la moglie, richiestissima esperta d´arte, ricevono due volte l´anno e pare di vederli mostrare soddisfatti agli ospiti quelle antiche pietre, gli archi, le volte. I rotocalchi umanizzano i potenti, nel caso specifico il ministro ama i presepi e i trenini, fa lavoretti da idraulico, lucida la vecchia Guzzi e sistema le pendole di casa perché suonino all´unisono regalandogli un attimo di perfezione.

Nel frattempo, per non lasciare nulla d´impunito, ritorna con Vespa sulla storia di Biagi: «Se dico che Galileo è stato un rompicoglioni a sfidare frontalmente la scienza del suo tempo non penso che si possa dire che ho espresso disistima verso il grande astronomo».

Astuto capocorrente, presunto capo di presunte colombe, Scajola sta per ritornare al governo. Berlusconi gli dà lo Sviluppo economico, missione nucleare. E´ l´ulteriore rinascita del gattone del palazzo. I provvidi francesi, a marzo, gli danno pure la Legione d´onore. C´è una foto che lo immortala assai compreso di se stesso. Due mesi, ed eccolo qui, beccato con il sorcio in bocca, gnaaao! In quel serial che è diventata la politica c´è da chiedersi quando accadrà di nuovo [05-05-2010]

 

BALLA CONTINUA! - OGNI GIORNO CRESCE LO SPUTTANAMENTO DI SCIABOLETTA - ANEMONE GLI HA PAGATO LA CASA A SUA INSAPUTA E GLIEL’HA ANCHE RISTRUTTURATA! - DAL CATASTO DEL CAMPIDOGLIO LE CARTE CHE INCHIODANO LA TRAGICOMICA CONFERENZA STAMPA DI IERI - A CASA SCAJOLA I LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE SONO STATI AFFIDATI A UN IMPRESA DI ANEMONE SOTTO LA DIREZIONE DI ZAMPOLINI - “DAI 9 VANI DI PARTENZA, DUE NUOVE STANZE E DUE NUOVI BAGNI. LAVORI A NORMA CHE, A PREZZI DI MERCATO, SIGNIFICANO UNA FATTURA DA 100 MILA EURO, A VOLER STARE STRETTI”…

Carlo Bonini per "La Repubblica"

Conservato negli archivi degli uffici tecnici del Comune di Roma, un documento cui "Repubblica" ha avuto accesso svela l'ultimo segreto dei 180 metri quadri di via del Fagutale 2. Mette a nudo come, anche nel giorno delle sue dimissioni da ministro, Scajola abbia continuato a mentire ("Un ministro della Repubblica, non può sospettare di abitare in una casa in parte pagata da altri").

Il documento porta la data del 16 settembre del 2004. È la "Denuncia di inizio attività" (Dia) con cui il Comune viene informato che "Scajola Claudio, nato a Imperia il 15 gennaio 1948", ha avviato la ristrutturazione dei 9 vani e mezzo catastali di quell'importante "mezzanino" che guarda il Colosseo di cui da metà luglio è diventato proprietario.

Ebbene, la "Dia" certifica che in quel cantiere lavorano in due. "Progettista e direttore dei lavori" è l'architetto Angelo Zampolini, nato a Sellano il 4 luglio 1953 e residente a Roma. L'impresa esecutrice è la "A. M. P. srl" di Roma, con sede in via Sant'Antonio da Padova 13, località Settebagni. Una ditta di cui è proprietario Daniele Anemone, fratello di Diego, il costruttore che ha messo a disposizione, proprio attraverso l'architetto Zampolini, la provvista di 900mila euro in nero necessaria all'acquisto dell'appartamento.

La verità custodita dal polveroso foglio dell'archivio comunale è la prova che via del Fagutale fu un pacchetto Anemone "completo" (ricerca, acquisto e ristrutturazione della casa). E consente di rileggere le parole dello Scajola di oggi e dello Scajola di ieri (intervista a "Repubblica" del 1 maggio) svelandone ancor di più il tratto tanto menzognero quanto protervo.

Appena quattro giorni fa, infatti, Diego Anemone viene liquidato da Scajola come ininfluente ricordo di un lontano passato: "Ho conosciuto Anemone da ministro dell'Interno, perché una sua impresa stava effettuando dei lavori di messa in sicurezza dell'alloggio di servizio del ministero (2001 ndr.)".

Per non parlare di Zampolini. Il professionista, che la casa a Scajola l'ha trovata, che ha consegnato gli 80 assegni in nero per acquistarla e che - scopriamo ora - ne ha anche diretto i lavori di ristrutturazione, non merita che un'alzata di spalle: "Di Zampolini ricordo poco. Era la persona a cui si era rivolto Angelo Balducci, l'allora provveditore alle Opere pubbliche del Lazio, che si era offerto di aiutarmi a cercare casa a Roma".

Più dignitose di quelle dell'ormai ex ministro suonano le spiegazioni di Zampolini. La circostanza della ristrutturazione di via del Fagutale, risveglia nel professionista qualche ricordo. Interpellato attraverso il suo avvocato Grazia Volo, l'architetto spiega che il "dettaglio" della sua "progettazione e direzione lavori" in casa Scajola, sino ad oggi, gli era passato di mente. Non mette dunque in dubbio quanto documentato dalla "Dia" ma, aggiunge, che "il suo coinvolgimento fu un pro-forma". Insomma, mise il nome e null'altro perché "a tutto pensò Anemone. Lavori, direzione e progettazione di fatto". Non fu dunque pagato da nessuno. Né dal ministro, né da Anemone. O almeno, così dice di ricordare.

Per saperne di più, bisogna allora bussare da Anemone. Con una premessa. La "Dia" degli archivi comunali certifica che i lavori cominciati in quel settembre del 2004 non furono esattamente quella che nel gergo dei muratori di questa città viene definita una "romanella", la "tinteggiatura" a tirar via. Insomma, la rinfrescata degli intonaci che normalmente dà un padrone di casa spremuto nei suoi risparmi dal mutuo per l'acquisto.

Dai 9 vani di partenza, Scajola dichiara infatti di voler ricavare due nuove stanze e due nuovi bagni, perché ogni ambiente notte abbia il suo servizio. Lavori a norma che, a prezzi di mercato, significano una fattura che supera certamente i 100 mila euro, a voler stare stretti. Chi li paga? La voce maschile che risponde alla segreteria della "A. M. P. srl" di Daniele Anemone è tanto gentile quanto inutile.

Passa un'intera giornata senza che qualcuno abbia il tempo o la voglia di rispondere se esistano o meno fatture che documentano il pagamento e l'ammontare dei lavori di ristrutturazione di via del Fagutale 2. Il nome di quel cliente - "Scajola" - fa ammutolire. Del resto, all'A. M. P. non tira una buona aria. La ditta, che viene registrata nell'ottobre del '99 come falegnameria, nel tempo, insieme alla gemella "Tecnowood" (ne sono soci Diego Anemone e il suo commercialista Stefano Gazzani), diventa uno dei nodi della ragnatela societaria del Gruppo Anemone.

Di più: il veicolo utilizzato per gli acquisti e le ristrutturazioni di pregio di "immobili per conto terzi" (così la ragione sociale), tra cui, sappiamo oggi, è stato appunto anche un "fortunato" e "inconsapevole" Scajola. Della A. M. P., Daniele Anemone, 36 anni, il più giovane dei fratelli, è proprietario per i due terzi (quel che resta delle quote è intestato a Paolo Presciuttini, cugino di primo grado dei fratelli Anemone per parte di madre).

E Daniele Anemone di Diego è il braccio. Gli atti dell'inchiesta di Firenze sul G8 della Maddalena lo indicano direttore dei lavori per il lotto di appalti che si è assicurato il Gruppo. Ma, soprattutto, lo vedono, come "A. M. P. srl", vincitore, nel 2005, di un appalto della Protezione Civile di Guido Bertolaso per la ristrutturazione di una sala briefing.

I lavori di ristrutturazione della "A. M. P." per Scajola non sono stati un caso. E non fu lui il primo cliente importante (racconta ai pm di Firenze Laid Ben Fathi Hidri, ex autista di Anemone e Balducci: "So che Anemone ha svolto lavori edili presso le abitazioni di persone importanti, tra cui certamente Scajola").

Il che significa che l'ex ministro avrà una nuova incombenza. Dopo aver promesso che verrà a capo di come sia stato possibile che Diego Anemone gli abbia comprato a sua insaputa i tre quinti della casa che abita, sicuramente vorrà sapere con quale gioco di prestigio quel diavolo di costruttore sia riuscito di nascosto a mettergli a posto anche i bagni e le camere da letto con gli "invisibili" operai del fratello Daniele. 05-05-2010]

 

 

L’ARCHITETTO DELLA CRICCA VUOTA IL SACCO – “FUNZIONAVA COSÌ: L’AUTISTA DI ANEMONE ARRIVAVA CON LE BUSTE DI CONTANTI E ME LE CONSEGNAVA. QUINDI ANDAVO IN BANCA E CAMBIAVO IL CONTANTE IN ASSEGNI CIRCOLARI. NELLO STUDIO DEL MINISTRO GLI HO CONSEGNATO GLI ASSEGNI PER 900 MILA EURO” – “HO CONOSCIUTO ANCHE LA FIGLIA DI LUNARDI. IN DUE OCCASIONI HO VIAGGIATO DA ROMA A MILANO PER PORTARLE DELLE BUSTE, CHE LE HO CONSEGNATO DIRETTAMENTE IN AEROPORTO. ANEMONE MI DISSE DI FARE ATTENZIONE PERCHÉ DENTRO LA BUSTA C’ERA UN ASSEGNO. POSSO DIRE CHE C’ERANO RAPPORTI MOLTO STRETTI TRA BALDUCCI E LUNARDI”… talo Carmignani e Cristiana Mangani per "Il Messaggero"

Sessantacinque pagine di richiesta di custodia cautelare nelle quali viene spiegato come "la cricca" faceva i suoi affari. Ci sono i "vecchi" indagati, Angelo Balducci, Diego Anemone, Maura Della Giovampaola, e ci sono i nuovi, quelli che stanno trascinando verso le dimissioni il ministro Claudio Scajola.

Primo fra tutti Angelo Zampolini, al quale i pm di Perugia chiedono il 23 aprile, giorno dell'ultimo interrogatorio cosa sapesse del ministro Scajola. «Può essere preciso?», è la domanda. «Funzionava così - risponde l'indagato - Ben Laidi Hidri Fathi, l'autista di Anemone, arrivava con le buste di contanti e me le consegnava. Quindi andavo in banca e cambiavo il contante in assegni circolari».

«Nel caso del ministro, quanti erano?», insistono i magistrati. «Erano - spiega Zampolini - 900 mila euro, mi pare». «E poi, cosa ha fatto?». L'architetto aggiunge: «Sono andato nello studio del ministro e gli ho consegnato gli assegni». «Da chi è partito l'ordine di consegnarli a lui?» «Da Anemone», è la risposta. «Ne conosce il motivo?». «No - conclude l'architetto - eseguivo soltanto gli ordini, non conosco il motivo».

L'accusa arriva durante un lungo interrogatorio. Non può sottrarsi dal rispondere Zampolini, perché di quegli assegni e dei loro movimenti la Guardia di finanza ha ricostruito il percorso. Il ministro Scajola probabilmente si presenterà a Perugia il 14 maggio per raccontare la sua verità. Intanto respinge le accuse e parla di massacro mediatico. Ma sono più di uno i testimoni che forniscono la stessa ricostruzione dei fatti.

Nella richiesta di arresto vengono elencati anche i sistemi che "la cricca" adottava per veicolare il denaro. Un meccanismo oliato che non è sfuggito alla Deutsche Bank e alla Banca d'Italia che ha inviato alla procura la segnalazione di almeno una decina di movimenti di denaro sospetti, tutti riferibili a Zampolini, ma dei quali non si conoscono gli eventuali "beneficiari".)

Lui ha raccontato, a chi lo accusa, di aver venduto lingotti d'oro lasciatigli dal padre coltivatore diretto, per un milione e mezzo di euro a un fantomatico iraniano, oltre ai proventi dell'attività professionale svolta presso uno studio di architettura e in una società.

Tutto questo per cercare di negare di essere il «riciclatore» dei fondi neri dell'imprenditore Diego Anemone. Soldi che sarebbero serviti, tra l'altro, anche per l'acquisto dell'appartamento vista Colosseo del ministro Scajola. La spiegazione è stata giudicata dai pm Sottani e Tavernesi, come «assolutamente implausibile».

Gli uomini delle Fiamme gialle chiedono conto all'architetto, nel 2009, dei 2 milioni e 878 mila euro depositati nell'agenzia 582 della banca tedesca, soldi che sarebbero poi stati trasformati in assegni circolari per l'acquisto di diversi immobili: oltre a quello di Scajola (900 mila euro in 80 assegni circolari), due per il generale della Gdf ora all'Aisi, Francesco Pittorru e uno per il figlio di Angelo Balducci, Lorenzo.

L'architetto fornisce ai finanzieri alcune giustificazioni che vengono smentite dagli accertamenti. La più incredibile appare ed è quella del compratore iraniano e della vendita di un lascito d'oro. Per questa ragione, secondo i pm, non c'è dubbio che l'indagato abbia rivestito «in modo stabile» il ruolo di «riciclatore del denaro destinato alla remunerazione di pubblici ufficiali». Denaro «fornito dall'imprenditore Diego Anemone per il perseguimento per fini illeciti più volte evidenziati».

E, d'altronde, lo stesso architetto, a distanza di un anno, cambia radicalmente versione e una settimana fa ammette che almeno 500 mila euro utilizzati per l'acquisto di casa Scajola, gli furono dati dall'au