DI PIETRO
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) IL 15.01 15  CONTINUA A ROMA IL PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT .

4) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 09.01.15

5) Processo MPS SIENA MI IN ATTESA DI ASSEGNAZIONE

6) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

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ENI-REPORT

 

28.04.13

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Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

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ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

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Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
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Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

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http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

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http://www.pergliavvocati.it/

 

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

QUANTO GODE DI PIETRO? - LA PROCURA DI ROMA CHIEDE IL RINVIO A GIUDIZIO PER DE MAGISTRIS "per aver acquisito i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza averne richiesto autorizzazione preventiva alla Camera" - nelL’inchiesta ’Why not’ furono coinvolti anche Prodi e Mastella, ma le loro posizioni sono state poi archiviate - l’ex pm: “IL REATO NON HA FONDAMENTO. PAGO LE INCHIESTE CONTRO IL POTERE

 

1 - RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO PER DE MAGISTRIS...
(ANSA) - L'eurodeputato dell'Italia dei Valori Luigi De Magistris ha reso noto su Facebook che c'è una richiesta di rinvio a giudizio avanzata nei suoi confronti dalla Procura di Roma "in base all'accusa di abuso di ufficio, nello specifico per aver acquisito i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza averne richiesto autorizzazione preventiva alla Camera"

I tabulati telefonici furono acquisiti da De Magistris nell'ambito dell'inchiesta Why Not, sui presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria. Nell'inchiesta, avviata da De Magistris all'epoca in cui era pm a Catanzaro e poi avocata dalla Procura generale, furono coinvolti anche Romano Prodi e Clemente Mastella, ma le loro posizioni sono state poi archiviate.

 

Nella richiesta di archiviazione per Prodi i magistrati della Procura generale avevano evidenziato che dagli accertamenti compiuti dal Ros era emerso che il consulente di De Magistris, Gioacchino Genchi, aveva "elaborato i tabulati di traffico telefonico di utenze riconducibili al Senato, alla Camera, alla Presidenza del Consiglio, a Ministri, alla Direzione nazionale antimafia, a direzioni di partiti politici, ad amministratori comunali e finanche a numerazioni private di magistrati".

2 - DE MAGISTRIS, PAGO PER INCHIESTE SU POTERI...
(ANSA) - Il parlamentare europeo dell'IdV, Luigi De Magistris, si recherà in tribunale "e davanti ai giudici mi difenderò, con una disposizione d'animo assolutamente serena perché sono certo della correttezza del mio operato e perché credo nella giustizia".

 

Così scrive su Facebook l'ex pm di Catanzaro che ha reso noto che c'è una richiesta di rinvio a giudizio avanzata nei suoi confronti dalla Procura di Roma con l'accusa di aver acquisito i tabulati telefonici dei parlamentari senza la preventiva autorizzazione della Camera. De Magistris si dice sicuro di provare che il reato contestato "non ha nessun fondamento di verità".

Secondo l'ex pm di Catanzaro, "c'è però un paradosso che non posso fare a meno di sottolineare: questo procedimento a mio carico nasce da segnalazioni presentate da chi è attualmente imputato per corruzione in atti giudiziari ai miei danni, cioè per avermi sottratto illecitamente le indagini di cui ero titolare". Per de Magistris, "permane comunque l'amarezza, di ex pm e di cittadino".

 

"Ho pagato e pago, infatti, un prezzo salatissimo per aver svolto inchieste - spiega - che hanno intaccato il potere nella sua accezione più vasta (da quello politico a quello economico, dalla massoneria ai cda delle società miste pubblico-private, compresi spezzoni di magistratura, servizi segreti e forze dell'ordine deviati). Allora mi sono state sottratte le inchieste illecitamente e sono stato bersaglio di una serie interminabile di procedimenti disciplinari, penali, amministrativi e civili dai quali sono sempre uscito indenne, ma che mi hanno costretto a lasciare la toga".

Sottolinea, poi, l'eurodeputato IdV: "adesso, invece, devo rispondere di quanto compiuto nel mio ruolo di magistrato, sempre in piena coscienza professionale e di uomo. Con l'unica soddisfazione di vedere, oggi, rinviati a giudizio dalla magistratura di Salerno coloro che ieri, dall'interno della politica e dell'autorità giudiziaria, mi scipparono le indagini in modo illegittimo".14-01-2011]

 

 

IDV: MAI PIU' CAMBI CASACCA, PARTITO ISTITUISCE 'NOVIZIATO' PER ISCRITTI...
(Adnkronos) - Un anno prima di essere candidato; due anni prima di assumere incarichi di vertice nel partito. E' quello che lo stesso Antonio Di Pietro chiama 'noviziato', un periodo che i nuovi iscritti dell'Idv dovranno lasciar passare prima di 'contare' nel partito: 'Prima di avere incarichi e ruoli bisognera' essere sicuri di voler prendere veramente i voti', conferma Di Pietro. La decisione arriva dall'esecutivo del partito anche per arginare i cambi di casacca. "Proprio alla luce di quanto accaduto ci siamo dati delle regole ancora piu' stringenti, sia in relazione alle candidature, sia per quanto riguarda la vita del partito', spiega Di Pietro.

Nell'esecutivo "abbiamo riaffermato con forza all'unanimita' che l'Idv e' un partito sano e che proprio in quanto tale puo' capitare che, a volte, persone che vengono con doppi fini, poi si rendono conto che non c'e' trippa per gatti e quindi se ne vanno in altri partiti per soddisfare i loro interessi personali. Noi abbiamo deciso che chi non si riconosce nelle nostre idee, nella nostra politica, nei nostri modi di fare -spiega- deve lasciare l'Idv"".17-01-2011]

 

 

METTETE I FLORES (D’ARCAIS) NEI VOSTRI CANNONI - IL DIRETTORE DI “MICROMEGA” LANCIA UN SONDAGGIO TRA I LETTORI SULLA QUESTIONE MORALE NELL’IDV POSTA DA DE MAGISTRIS & C., E SCOPRE CHE DI PIETRO TENTA DI ALTERARNE I RISULTATI (A LUI SFAVOREVOLI) FACENDO VOTARE I SUOI FEDELISSIMI - E Giù MAZZATE ALL’EX PM: “CARO ANTONIO, È TIPICO DEI MEDIA BERLUSCONIANI, FARE IL MAQUILLAGE ALLA REALTÀ, RACCONTARE UN’ITALIA DI PLASTICA E PAILLETTES, ANZICHÉ AFFRONTARE QUELLA VERA. COSA CI GUADAGNI, A FARE COME LORO?” - TONINO REPLICA: “FLORES ACCIDIOSO. MAI CERCATO DI MANIPOLARE IL RISULTATO”

Paolo Flores d'Arcais per "Micromega" (http://temi.repubblica.it/micromega-online/caro-antonio-che-ci-guadagni-a-manipolare)

 


Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni a manipolare un sondaggio? Sulla questione morale nell'Idv, il sito di MicroMega ha aperto un sondaggio alle 8,33 del 24 dicembre, a partire dalla lettera aperta dei tuoi compagni di partito De Magistris, Alfano e Cavalli, che sottolineavano la necessità di una grande opera di pulizia. MicroMega ha offerto ai suoi "navigatori" la possibilità di scegliere fra quattro opzioni, esattamente quelle che circolavano nel dibattito che si era aperto: le prime due giudicavano che una seria questione morale nell'Idv esistesse effettivamente (la prima considerava Di Pietro responsabile per non averla ancora affrontata), la terza sottolineava come tutti i partiti ne fossero toccati, per cui non andava drammatizzata, la quarta negava che una questione morale per l'Idv esistesse sotto qualsiasi forma.

Malgrado fosse la vigilia di Natale, hanno cominciato ad affluire parecchi voti. Quando hanno raggiunto la quota di 2000 le percentuali erano ormai fortemente stabilizzate. Le prime due rispose raccoglievano circa l'80% dei voti, la terza il 15%, la quarta il 5%. Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre il sito del Fatto metteva la notizia del sondaggio in corso, con un link. La frequenza dei voti si moltiplicava per tre, ma le percentuali restavano sostanzialmente invariate.

 

Il 26 dicembre anche il sito del quotidiano la Repubblica metteva notizia e link, e la frequenza dei voti aumentava ulteriormente (circa cinque volte quella iniziale). Le percentuali segnavano una piccola variazione, i voti alla terza e quarta opzione salivano al 6% e li si stabilizzavano, quelli della prima e della seconda si fissavano invece sul 18% e 50%.

Il significato era inequivocabile. Per il campione rappresentato dai "navigatori" più attivi e motivati di MicroMega, Il Fatto, La Repubblica, che non sono purtroppo rappresentativi della popolazione italiana ma certamente lo sono dei potenziali elettori Idv, quasi l'80% considerava più che ragionevole l'allarme sulla questione morale lanciato da De Magistris, Alfano e Cavalli. Solo il 6% condivideva invece l'immediato "stracciarsi le vesti" con cui il vertice Idv aveva risposto loro.

Questa era la situazione del sondaggio ieri sera.

 

Stamattina alle 11,30 - miracolo! - i voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano a salire (quelli alla seconda opzione sono scesi già al 40%). Nel frattempo ho ricevuto in copia da due militanti Idv (uno di Milano e uno di Napoli) l'sms che è stato inviato a tutti gli iscritti e simpatizzanti dal tuo apparato dirigente: "Ciao, vai su micromega e vota (e fai votare) per il presidente. Grazie, risposta n.4 (gira sms a tutti i tuoi contatti)".

 

Circa tremila voti così "coscritti" hanno fin qui manipolato i risultati, e non dubito che nelle prossime ore altri voti lo faranno ulteriormente.
Ma con queste manipolazioni, caro Antonio, cosa ci guadagni?

Un sondaggio serve a capire - in modo più o meno approssimativo - quale è lo stato d'animo effettivo di un settore dell'opinione pubblica, per poter poi agire. Questo almeno tra le persone serie. Per Berlusconi e altri politicanti, invece, un sondaggio serve a influenzare l'opinione pubblica, ingannandola con lo specchietto di cifre gonfiate sugli effettivi umori del "pubblico" (come con gli applausi finti in certi spettacoli tv).

I sondaggi nei siti non hanno valore statistico generale, perché esprimono solo l'opinione di "navigatori" orientati, e tra loro anzi di quelli più sollecitati dall'argomento (anche quello di micromega.net porta perciò l'avvertenza usuale: "Questo sondaggio non ha, ovviamente, un valore statistico. Si tratta di una rilevazione aperta a tutti, non basata su un campione elaborato scientificamente").

 

Ma, con questi limiti, sono uno strumento assai utile. Se i navigatori di MicroMega (circa 10 mila al giorno), e poi di Il fatto quotidiano (circa 300 mila al giorno) e poi di la Repubblica (circa 2 milioni al giorno) esprimono percentuali pressoché identiche su Idv e questione morale, questo fotografa una situazione di cui un dirigente politico dovrebbe intanto prendere atto, in quanto inequivocabile "dato di realtà".

Organizzando invece una partecipazione artificiosa al sondaggio, e alterandone così i risultati, cosa ci guadagni?

La realtà resta quella che è, i "navigatori" dei tre siti in questione - quale sia la loro rappresentatività di un tuo potenziale elettorato, rappresentatività che credo alta - la pensano come risultava prima dell'intervento organizzato dei tuoi apparati.

Tale intervento dimostra che sei in grado di mobilitare tra le 3 e le 5 mila persone per via telematica, ma questa non è una grande novità. E dimostra infine e soprattutto che di fronte ad un dato di realtà tu preferisci operare per cancellarlo, proprio come i famosi finti applausi, anziché affrontarlo (nel modo che riterrai più giusto, anche in direzione opposta a quella che emerge dal sondaggio, ovviamente).

 

Il che per un dirigente politico che vuole opporsi al berlusconismo non mi sembra proprio la cosa migliore: è tipico dei media berlusconiani, infatti, fare il maquillage alla realtà, raccontare un'Italia di plastica e paillettes, anziché affrontare quella vera. Cosa ci guadagni, a fare come loro?

DI PIETRO: I PECCATI CAPITALI DI PAOLO FLORES D'ARCAIS
DAL BLOG DI ANTONIO DI PIETRO

"Oggi ho scoperto un altro carattere di Paolo Flores D'Arcais: l'accidia, nel senso più biblico del termine: negligenza nel fare il bene. Lo avevo già sospettato tempo addietro, quando - partendo da alcuni casi sporadici di persone che non meritavano di militare nel partito dell'Italia dei Valori - egli aveva criticato la classe dirigente di IDV nel suo complesso, senza fare alcuno sforzo per comprendere le difficoltà che un partito - specie come il nostro, nato spontaneamente e non per scomposizione e ricomposizione di altri partiti - incontra tutti i giorni nel selezionare le persone a cui attribuire compiti, ruoli ed incarichi".

Lo scrive sul suo blog il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. "Ne ho avuto la riprova in queste ore - aggiunge - prendendo atto dell'uso strumentale che ha fatto e sta facendo di un'accorata lettera aperta indirizzatami dagli europarlamentari Sonia Alfano e Luigi De Magistris e dal consigliere regionale Giulio Cavalli, tutti e tre eletti - come circa altre 1.500 persone che prima non avevano mai fatto politica - nelle fila dell'Italia dei Valori, proprio a dimostrazione del fatto che IDV ha aperto e sa aprirsi alla società civile".

 

"Costoro hanno chiesto una maggiore attenzione nella selezione della classe dirigente. Ho assicurato loro che - nei limiti dell'umano possibile - lo farò anche se sono ben conscio di come sia difficile sondare in anticipo i retro-pensieri altrui (Razzi e Scilipoti, tanto per citare gli ultimi due casi di tradimento politico, militavano nel partito da circa 10 anni ed hanno sempre condiviso con entusiasmo ed eccitazione la linea politica di IDV, tanto è vero che Razzi appena un mese addietro aveva addirittura denunciato pubblicamente il tentativo di chi voleva corromperlo per fargli votare il Governo Berlusconi)".

 

"Ho anche immediatamente convocato l'Esecutivo nazionale di IDV (fissato per la metà di gennaio) proprio per affrontare in modo ancora più stringente la questione della militanza nel partito - spiega ancora il leader dell'IdV - e ciò perché credo che abbiano diritto a far valere il loro punto di vista soprattutto coloro che aderiscono e si iscrivono al partito, piuttosto che i tanti "saputoni" della domenica che danno i voti agli altri senza mai mettersi in gioco personalmente".

 

"Senonché proprio alla vigilia di Natale, quando tutti erano affaccendati in altre faccende, Paolo Flores D'Arcais ha lanciato su Micromega un sondaggio per verificare se gli elettori di Micromega ritenessero anche loro che ci fosse una "questione morale" all'interno di IDV. Ancora una volta, quindi, egli ha inteso mistificare casi sporadici di umane debolezze (che in dieci anni di vita di IDV si possono comunque contare su poche unità) con il collasso morale di un partito che ha fatto della legalità la sua bandiera portante ed il suo asse di riferimento".

"Mi sta bene il sondaggio, a condizione, però, che non sia condotto in modo furbastro ed omissivo, come invece ha fatto il direttore Paolo Flores D'Arcais. E' ovvio, infatti, che all'inizio, sono stati solo i lettori assidui di Micromega a rispondere (così assidui da farlo anche il giorno di Natale). E' comprensibile, quindi che, all'inizio, il sondaggio fosse decisamente più favorevole all'opzione caldeggiata proprio dal direttore della rivista".

 

"E' altrettanto ovvio che, finite le feste, l'intera "società in rete" si è mossa (specie dopo che il sondaggio è stato riperso anche da altri siti come Repubblica.it). E' ovvio anche che - come sempre accade in questi casi - si creino spontaneamente in rete dei "passaparola" fra gli internauti, sia da una parte (cioè chi crede che in IDV ci sia una questione morale), sia dall'altra (chi, invece, non ci crede affatto e reputa ingiusto ed offensivo un'affermazione del genere)". "E' accaduto così, che - con il propagarsi in rete della notizia circa l'esistenza di un tale sondaggio - le percentuali siano andate via via modificandosi a favore della seconda opzione (l'ingiustizia dell'accusa).

 

E qui scatta - anzi è scattato come una mannaia - il peccato di accidia di Flores D'Arcais: preso atto che i sondaggi non rispondevano più ai suoi desideri lo ha letteralmente sospeso, bloccando l'accesso in rete a coloro che volevano e vogliono ancora partecipare. Non solo: per giustificare tale suo assurdo comportamento, ha addirittura accusato me - con un velenoso articolo scritto in queste ore sul sito di Micromega - di aver organizzato la manipolazione del sondaggio". "Lo nego nel modo più assoluto: io, fino alla lettura dei giornali di questa mattina, nemmeno avevo piena contezza dell'evolversi dei sondaggi (non fosse altro perché ho passato un sereno Natale in famiglia a Montenero e non ho avuto proprio tempo né voglia né occasione di occuparmi dei sondaggi di Micromega)".

"Lo nego nel modo più assoluto anche perché non avrei nulla da guadagnarci a truccare i sondaggi, tanto la realtà nessuno la può cambiare. Certo, può essere accaduto - come sempre accade quando si propongono all'opinione pubblica due quesiti opposti - che vi sia stato uno spontaneo passaparola da un parte e dall'altra. Ma spegnere l'accesso solo perché le iniziali aspettative non piacciono più a chi ha commissionato il sondaggio - accusando addirittura me di aver organizzato il "passaparola" - è davvero un grave peccato di accidia (il primo dei sette peccati capitali), inteso appunto come "negligenza nel fare il bene".

Anzi di più: è anche un grave peccato di superbia (il secondo dei sette peccati capitali), inteso come ostentazione del proprio sapere per sminuire i meriti altrui.Anzi, ancora di più: è anche un grave peccato di invidia (il terzo dei sette peccati capitali), inteso come frustrazione personale per i successi altrui". "Caro Paolo - conclude Di Pietro posso assicurarti che ieri e l'altro ieri né tu né Micromega eravate al centro dei miei pensieri: a Natale preferisco il presepe. A te ricordo invece che l'accidia e la superbia portano all'inferno dei sentimenti! Buon anno!" 27-12-2010]

 

 

ER MEJO ALLEATO DEL BANANA? GRATTA gratta, UN DEPUTATO DOPO L’ALTRO, è DI PIETRO! - 1- IN PASSATO CI FU VALERIO CARRARA: VENNE ELETTO CON L’IDV E, VELOCE COME UN LAMPO, IL PRIMO GIORNO DI LEGISLATURA PASSÒ COL CENTRODESTRA. POI SERGIO DE GREGORIO, UNO DI QUELLI CHE FECE CADERE IL SECONDO GOVERNO PRODI. POI ARLACCHI E PORFIDIA. INFINE SCILIPOTI E RAZZI. TUTTI FINITI A VARIO TITOLO CON BERLUSCONI - 2- E FLORES D’ARCAIS LANCIA DE MAGISTRIS LEADER: “DI PIETRO PORTA L’IDV AL SUICIDIO” - 3- "DIALETTO E CASTIGO" S’INCAZZA: “A VOLTE CHI CRITICA VUOLE PRENDERE LUI STESSO IL POSTO DI CHI VIENE CRITICATO" (INTANTO IL PARTITINO DI VENDOLA SI MANGIA L’IDV)

 

1- QUESTIONE MORALE, DE MAGISTRIS SCUOTE L'IDV
- DI PIETRO RISPONDE: "VUOLE IL MIO POSTO"
Matteo Pucciarelli per Repubblica.it

E' stato un Natale non proprio tranquillo per l'Italia dei valori. Dopo le improvvise "conversioni" dei deputati Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, già antiberlusconiani di ferro che poi hanno votato la fiducia a Berlusconi lo scorso 14 dicembre, era inevitabile che sul banco degli imputati finisse nuovamente la gestione del padre-padrone del partito, quello cioè che aveva redatto le liste, Antonio Di Pietro.

 

Un'occasione servita sul piatto d'argento per il maggior competitor interno dell'Idv, Luigi De Magistris. Che insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli aveva scritto una lettera, durissima, all'ex pm. Lettera presa non bene da Di Pietro che ha risposto attraverso un video pubblicato su internet.

1Le "ultime vergogne".
La lettera a Di Pietro citava Enrico Berlinguer: "Nell'Idv oggi c'è una spinosa e scottante questione morale, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni".

Poi De Magistris e compagni rilanciavano "la necessità di una brusca virata" chiedendo a Di Pietro "di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi un cambiamento non lo vuole. In chi spera che l'Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Gente che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe".

 

Le reazioni.
Prima il capogruppo alla Camera Massimo Donadi aveva parlato di "pugnalata alle spalle". Dopo la risposta dell'ex pm di Mani Pulite, che ha sì fatto mea culpa, ma poi ha contrattaccato: "Chi critica non ha sempre ragione. A volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato". Un modo insomma per ribadire la leadership e allontanare le pretese dell'eurodeputato: "Voglio rassicurare tutti sul fatto che c'è un impegno preciso del partito per una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale a gennaio".

 

Il sondaggio di MicroMega.
La rivista diretta da Paolo Flores d'Arcais, sempre attenta ai temi e alle vicende dipietriste, è tornata a parlare della gestione dell'Idv e ha lanciato un sondaggio 2 sul proprio sito. Risultato: l'80% dei lettori opta per due delle quattro opzioni possibili che più o meno puntano il dito contro Di Pietro.

 

I precedenti.
Che i cavalli su cui di volta in volta ha puntato Di Pietro si siano spesso rivelati inaffidabili non è una novità. In passato ci fu Valerio Carrara: venne eletto con l'Idv al Senato e, veloce come un lampo, il primo giorno di legislatura passò col centrodestra. Poi Sergio De Gregorio, uno di quelli che fece cadere il secondo governo Prodi. Poi Pino Arlacchi. Poi Americo Porfidia. Tutti ri-finiti a vario titolo con Berlusconi.

Infine Scilipoti e Razzi. Senza dimenticare che dei 29 eletti alla Camera nel 2008 con l'Idv ben sette se ne sono andati, direzione gruppo misto (a parte uno, Touadi, finito nel Pd). Per un movimento che fa della durissima opposizione al premier la propria ragion d'essere, non è il massimo.

 

Terza gamba del centrosinistra.
In mezzo a questo marasma ci sono i sondaggi che arrivano sul tavolo dell'ex pm. E non fanno presagire nulla di buono. Praticamente tutti gli istituti dicono che Sinistra Ecologia e Libertà è diventato il secondo partito di un ipotetico Nuovo Ulivo, con picchi dell'8%. La flessione dell'Idv è evidente e le ultime vicende non hanno certamente fatto bene: il partito viaggia tra il 4,5 e il 7%. Segno che secondo l'opinione pubblica l'alternativa a sinistra del Pd, in questo momento, non è più quella rappresentata da di Di Pietro.

 

2- IDV E QUESTIONE MORALE, FLORES D'ARCAIS: "DI PIETRO PORTA L'IDV AL SUICIDIO"
di Alessandro Calvi, da Il Riformista, 24 dicembre 2010

Paolo Flores d'Arcais, allora, c'è o no una questione morale nell'Italia dei Valori?
Sì. E a differenza di voi del Riformista guardo alla cosa con grande preoccupazione perché la crisi dell'Italia dei Valori indebolisce quel che resta della democrazia nel nostro Paese.

E di chi è la responsabilità di questa crisi?
La responsabilità è sempre di chi ha più peso, quindi nell'Idv è di Antonio Di Pietro.

 

Ma si può condividere o è soltanto sua?
Sua.

Flores d'Arcais, filosofo e direttore di MicroMega, si riferisce al manifesto "L'Idv e la questione morale", firmato da Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli. Si tratta di nomi di peso, slegati dalla "vecchia politica" e che rappresentano l'ala più movimentista del partito. Citando Enrico Berlinguer, i tre partono dal caso Scilipoti-Razzi e chiedono «una brusca virata».

 

«Abbiamo un patrimonio da cui ripartire - scrivono - ed è quella "base" pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all'interno del partito "locale"».

 

Quando nasce la crisi dell'Idv?
Nasce con il successo alle europee. Raddoppia i voti perché inserisce candidature di grande valore simbolico, De Magistris e Alfano in primo luogo, che aprono ai movimenti della società civile. A quel punto Di Pietro ha solo due strade: consentire che i nuovi elettori possano fare irruzione anche nel partito in quanto militanti, o illudersi di continuare ad accrescere la messe elettorale mantenendo gruppi dirigenti locali spesso di provenienza Udeur e comunque adusi alla transumanza politica e del tutto estranei alle lotte radicali della società civile, fatte salve le solite eccezioni.

 

E lui ha scelto la seconda strada.
Lo dimostra in primo luogo l'ultimo congresso dell'Idv, un'autentica parodia di democrazia. I "tradimenti" sono solo l'ovvia conseguenza di un partito il cui ceto politico locale, per benedizione e volontà di Di Pietro, è ancora largamente mastelliano.

La transumanza è terminata o invece il rubinetto potrebbe riaprirsi?
Dati i personaggi, potrebbe aprirsi ancora, in qualsiasi momento.

 

Ritiene che vi sia un problema soltanto di calsse dirigente o anche di scelte e di linea politica?
C'è problema di struttura del partito, non di linea politica. Il tanto deprecato giustizialismo di Di Pietro è invece l'unica forza di questo partito (semmai è quello che manca al Pd). Questo comporta però uno scarto ormai diventato abisso fra una linea politica sacrosanta di opposizione frontale al regime e una conduzione del partito a livello nazionale e locale che la contraddice radicalmente.

 

Cosa dovrebbe fare allora Di Pietro?
Quello che avrebbe dovuto fare dopo le elezioni europee con il congresso: un grande big bang che rifondasse l'Idv con i movimenti derla società civile.

 

È questo che chiede quel manifesto?
Sì. Mi domando però se ormai non sia già troppo tardi.

Siamo di fronte a una rottura?
La risposta di Orlando, Donadi e Pedica - che, fatte le debite proporzioni, ricorda alla lettera l'atteggiamento del Pci nei confronti dei dissidenti del manifesto - fa pensare che Di Pietro voglia andare al suicidio. Senza gli elettori conquistati dalle candidature di movimento tornerebbe verso un innocuo 3 o 4 per cento.

 

Lei era stato il primo a porre certe questioni.
Errare humanum, perseverare diabolicum.

 

Con un Idv che si avvia al suicidio e il Pd che è quello che è, che scenario si apre?
Quello di un regime in decomposizione che punta ormai a misure fasciste per sopravvivere. E di una opposizione vera che ormai esiste solo nel paese e nelle sue lotte, quelle dei metalmeccanici Fiom come due mesi fa, e quelle degli studenti in questi giorni. [27-12-2010]

 

 

IL “FATTO” INCARTA TONINO - INTERVISTA (CORTESE) DI TRAVAGLIO A DI PIETRO SUL QUADRUPLO ATTACCO DI FLORES E DEI PURI DELL’IDV, MENTRE IL PARTITO CONTINUA A FRANARGLI SOTTO I PIEDI (COMMISSARIAMENTO IN PIEMONTE) - ROSICONI: “SAPESSE QUANTI TROMBATI PERDONO IL POSTO E SI METTONO A STRILLARE ALLA QUESTIONE MORALE” - “RAZZI E SCILIPOTI SE NE SONO ANDATI PERCHÉ NON GLI HO GARANTITO LA RIELEZIONE” (DOMANDINA: SE NON ERANO NEANCHE RICANDIDABILI, PERCHÉ NON ESPELLERLI SUBITO, INVECE DI ASPETTARE CHE ANDASSERO COL CAINANO?) - BEHA LA FA SEMPLICE: “E’ ANDATO A SPORCARSI LE MANI UNA VOLTA PULITE ESATTAMENTE COME GLI ALTRI, CON I VARI CAPOBASTONE DETENTORI DA SEMPRE DI PACCHETTI DI VOTI”…

1 - ANTONIO DI PIETRO - "PER COLPA LORO SONO CORNUTO E MAZZIATO"...
Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"

 

Mentre risponde alle nostre domande sul cellulare, dal telefono fisso sta commissariando l'Idv in Piemonte. "Non si può mai stare tranquilli. Da una parte mi accusano, a me!, di questione morale, e intanto io commissario il nuovo coordinatore piemontese che ha appena imbarcato un tizio che vuole stare con noi ma intanto dichiara che resta fedele al sindaco di San Mauro Torinese del centrodestra. Dopo i Razzi e gli Scilipoti, ci mancava solo questo!".

Com'è questa storia del Piemonte? C'entra qualcosa col precedente coordinatore che s'è rivolto ai giudici per contestare la regolarità dell'ultimo congresso?
C'entra e non c'entra. Il congresso in Piemonte, l'ha stabilito il giudice in via d'urgenza, era regolare. Andrea Buquicchio, che ha fatto per 10 anni il coordinatore regionale e per 5 il consigliere regionale, ha perso il congresso e voleva farlo invalidare perché un altro l'ha battuto. L'altro, Luigi Cursio, un medico, uno della mitica ‘società civile', in buona fede per carità, diciamo per inesperienza, era così contento di avere strappato uno al Pdl che non gli ha chiesto nemmeno di scaricare la giunta Pdl di San Mauro. La società civile è una bella cosa, lo dico a Flores d'Arcais: ma a volte combina certi casini... Flores non ha idea di cosa vuol dire creare dal nulla e poi organizzare un partito, basato tutto sul volontariato.

 

Per un riciclato che respingete, altre centinaia ne avete imbarcati. Soprattutto mastelliani.
Ma non è che chiunque abbia fatto politica in altri partiti ha la peste addosso. Abbiamo delle regole: niente inquisiti, men che meno condannati. Ai congressi votano gl'iscritti, e mai per delega: bisogna essere presenti fisicamente. Se poi uno ha consensi e prende più voti di un altro, che ci posso fare io? E' questione morale o è democrazia? Sapesse quanti trombati perdono il posto e si mettono a strillare alla questione morale.

 

Lei ha fatto intendere che De Magistris vuole il suo, di posto.
Ma quando mai. Mi riferivo alle lamentele che arrivano da tanti trombati sul territorio. Luigi mica l'abbiamo trattato come un corpo estraneo: è parlamentare europeo, presiede un'importante commissione sull'erogazione dei fondi europei, è capo del dipartimento Giustizia dell'Idv. Non ha bisogno di posti, li ha già e mi aspetto che si responsabilizzi di più, che mi aiuti a risolvere i problemi. Come l'altra sera, quando ha presenziato al vertice in Campania che ha eletto coordinatore una figura specchiata, Lorenzo Diana. Con lui comunque ci sentiamo due o tre volte al giorno, pure in questi giorni, nessun problema di posti.

E qual è il problema allora?
Che lui, la Alfano e Cavalli hanno sbagliato i tempi e le parole. Dire "questione morale" significa che il partito è marcio, il che è falso e offensivo. Mortifica e avvilisce non solo me, ma i nostri 1500 iscritti e i nostri dirigenti che da anni si fanno un mazzo così, spesso senza gratificazioni. Dirlo a freddo, poi, all'indomani della compravendita di Razzi e Scilipoti, è una coltellata. Per carità, mi prendo le mie responsabilità per averli scelti, ma come potevo prevedere che dopo 10 anni di dipietrismo e antiberlusconismo, quei due, dalla sera alla mattina, passavano con Berlusconi?

 

Beh, a volte bastano i curricula, le facce...
Senta, lo sa qual è la verità? Che, se volevo tenermeli, Razzi, Scilipoti e pure Porfidia me li tenevo. Ma a un prezzo: rinunciare alle nostre regole, cioè proprio alla questione morale tanto sbandierata da De Magistris, Alfano, Cavalli e Flores.

Si spieghi meglio.
All'ultimo esecutivo Idv abbiamo deciso che ci si può candidare solo nella propria regione. Scilipoti sapeva che nel suo territorio, Barcellona Pozzo di Gotto, gli avremmo preferito Sonia Alfano: al confronto con Sonia s'è sentito come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni. Oltretutto, nel frattempo, è venuto fuori che è sotto processo. E noi chi è sotto processo non lo candidiamo. Idem: non sarebbe stato ricandidato, sia perchè strada facendo è saltato fuori un processo anche su di lui, sia perché comunque a Lucerna non poteva più chiedere voti, né avrebbe potuto ricandidarsi in un'altra zona d'Italia. Quindi si son messi sul mercato prima ancora che Berlusconi facesse l'offerta. Certo, se gli dicevo "tranquilli, vi ricandido lo stesso anche se indagati o imputati", quelli restavano. E' per la questione morale che li abbiamo persi. E ora, dopo averli persi, mi si imputa la questione morale?! Cornuto e mazziato.

E Porfidia? Eletto in Campania, indagato per violenza privata con aggravante mafiosa, passato da Idv a Noi Sud.
Le rivelo una cosa. Quando l'abbiamo candidato, aveva il certificato penale intonso. Poi viene indagato: lo stesso giorno lo mettiamo fuori dal gruppo e dal partito. Qualche mese fa viene da me: "Tonino, se resto indagato o mi rinviano a giudizio, tu mi ricandidi?". Se rispondevo sì, restava. Invece ho risposto: "No, non posso". Così se n'è andato. E ora Luigi, Sonia e Cavalli mi incolpano di "questione morale" pure per Porfidia. Ma dovrebbero dirmi bravo! Era questione morale se lo tenevo!

 

Flores, e non solo lui, insiste da anni sulla selezione delle classi dirigenti a livello locale.
Ecco, appunto, grazie. Ma, se scelgo io i candidati come mi impone di fare questa legge elettorale di merda, non va bene perché sono un dittatore. Se gli organi dirigenti li scelgono i congressi, non va bene lo stesso perché passa qualche riciclato. Si invoca continuamente la "base", ma che cos'è la base? Io non conosco altra base se non gli iscritti. Poi lo so benissimo che il De Gregorio di turno si crea "più base" e porta più gente a votare per lui ai congressi e alla fine vince, e non è detto che sia il migliore. Ma qual è l'alternativa? Facile mettersi a tavolino, accendere il computer e, anzichè aiutare con critiche costruttive, criticare o lanciare pseudosondaggi natalizi. Facile cercare il capello nell'uovo e mai la trave che si ficca nell'occhio...

 

Il detto non è proprio quello, ma rende l'idea.
Sono anni che tutti ci passano ai raggi X, poi quando si scopre che siamo sani, nessuno lo scrive. Ricorda il casino che han fatto due anni fa su mio figlio Cristiano indagato a Napoli per lo scandalo Romeo-Mautone? Ho appena scoperto che Cristiano non è mai stato indagato. Nulla di nulla. Ricorda le accuse sull'"associazione familiare" di Di Pietro che succhiava i finanziamenti al partito? Due anni di linciaggio e umiliazioni, poi il giudice ha archiviato: partito e associazione erano la stessa cosa, tutto regolare, anzi chi mi ha denunciato non poteva neppure farlo perché non era parte lesa. Ma non l'ha scritto nessuno.

"Micromega", per aiutarla a fare pulizia, ha pubblicato mesi fa una lista di impresentabili dell'Idv.
Bene, chi non era degno di restare l'abbiamo messo alla porta. Altri avevano l'unico peccato di venire da altri partiti. Ma che ragionamento è? Siccome Flores fa politica da trent'anni, allora non ci parlo più? In quella lista c'erano poche decine di persone, su un partito che in dieci anni ne ha candidate decine di migliaia, tra elezioni politiche, europee, regionali, provinciali, comunali.

 

Da chi ha messo i "valori" nel logo del partito ci si aspetta più rigore che dagli altri.
Se mi dicono dove si vende il Pentotal per il siero della verità, lo compro di corsa. Ma il solo modo per non sbagliare è non far nulla e criticare gli altri. Già abbiamo regole e filtri che non ha nessun altro partito. Noi non paracadutiamo i candidati dalla Sicilia al Trentino: sei calabrese, lombardo, abruzzese? Ti candidi a casa tua, così la gente ti conosce e, se sei un pezzo di merda, prima o poi viene fuori. Certo, su migliaia di candidati, qualcuno sfugge sempre. Ma, quando lo becchiamo, lo cacciamo.

Visti i risultati, si può fare di più.
E infatti lo faremo. Ogni giorno - vedi commissariamento del Piemonte - facciamo pulizie cammin facendo perché l'attenzione non è mai abbastanza. Il 14-15 gennaio ci ritiriamo in convento in Umbria per l'esecutivo nazionale. Lì proporrò una norma anti-riciclati: chi viene da altri partiti deve fare un anno di noviziato prima di prendere i voti, cioè prima di candidarsi alle elezioni o ricoprire incarichi nel partito, così intanto lo studiamo bene. Un anno di dieta vegetariana: niente carne, così non ingrassa... De Magistris e gli altri hanno altre proposte? Benvenuti, quella è la sede. Se Flores vuole venire a spiegarci il suo sistema, siamo felici. Per me ha sbagliato, ma in buona fede: ora, fatta la frittata, chiudiamo la polemica e passiamo alla pars construens. Staniamo il Pd per fare subito la grande coalizione - meglio con un leader scelto con le primarie - con noi e Sel per battere Berlusconi.

Ma Flores l'accusa di aver taroccato il suo sondaggio.
Ma io a Natale ero tutto preso da messa, presepe e capretto in famiglia. Figuriamoci se pensavo al suo pseudo-sondaggio. Poi è ovvio che in Rete i fans dell'uno e dell'altro organizzano le catene di Sant'Antonio: non c'erano solo gli sms "vota Di Pietro", ma anche quelli "affossa Di Pietro". E' normale. E comunque non avevo bisogno di quello pseudo-sondaggio per sapere che dobbiamo sempre fare di più.

 

De Magistris invoca una cabina di regia per scegliere meglio i candidati.
Ma c'è già. E' l'esecutivo nazionale, che riunisce i parlamentari italiani ed europei, i consiglieri e i coordinatori regionali e i responsabili dei dipartimenti tematici. Ne fanno parte non solo Luigi, ma anche la Alfano, responsabile del dipartimento Antimafia, e Cavalli, consigliere regionale con importanti incarichi politici in Lombardia. A proposito: mi dicono che non so scegliere i candidati, ma loro tre chi li ha scelti? Io. E non le dico le resistenze che ho incontrato nella pancia del partito, sempre diffidente sugli innesti di esterni e indipendenti.

Pentito?
No. Tornando indietro, anche dopo queste critiche che reputo ingiuste, li sceglierei di nuovo tutti e tre. Perché lavorano benissimo. Però chiedo più rispetto per quei poveri stronzi di militanti e dirigenti anonimi che, nel silenzio di stampa e tv, han raccolto un milione e mezzo di firme per i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento: è grazie a loro se nemmeno in caso di pronuncia favorevole della Consulta sul legittimo impedimento Berlusconi otterrà l'impunità: a giugno decideranno i cittadini.

 


2 - IL BADANTE - AMORALITÀ...
Oliviero Beha per "il Fatto Quotidiano"

Quando si sente parlare di "questione morale" bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola "cultura": metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una "questione morale" nell'Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una "questione morale" nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una "questione morale" nell'etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ier l'altro allegato a "Repubblica")?

No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell'intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer segretario del più importante Partito Comunista dell' occidente, definiva come "questione morale in politica " abbinata al bisogno di "austerità nei consumi" è oggi diventata tutt'altra cosa.

 

E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell'immoralità violante-minuscolo-dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di "questione amorale": l'aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell'alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell'amoralità condivisa. Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc.

Di Pietro sarà pure "dialetto e castigo", parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievoca la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all'angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l'ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall'oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d'anni a questa parte?

 

E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E' andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di "ponti" elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero. Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all'illegalità e all'amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora.

Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una "questione amorale" nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si "assalta" (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile.

E' il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c'è deontologia senza etica dei doveri, nell'amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

 29-12-2010]

 

 

UNA SUP-POSTA PER TONINO - GLI EUROPARLAMENTARI DE MAGISTRIS E ALFANO, E IL CONSIGLIERE CAVALLI, SCRIVONO UNA LETTERA AL VELENO AL RÀS DI PIETRO - DENUNCIANO UNA GIGANTESCA, E MAI AFFRONTATA, QUESTIONE MORALE NELL’ITALIA DEI VALORI: “LO SCANDALOSO CASO PORFIDIA, INQUISITO PER FATTI DI CAMORRA E ANCORA DIFESO DA QUALCHE DEPUTATO DELL’IDV”, IL FUMOSO PINO ARLACCHI, IL TRADIMENTO DI RAZZI E SCILIPOTI, I “SIGNORI DELLE TESSERE”, LE “MACROSCOPICHE IRREGOLARITÀ NELLA CONSULTAZIONE DEGLI ISCRITTI”…

Eduardo Di Blasi per "il Fatto Quotidiano"

 

Citano Enrico Berlinguer ma parlano all'Italia dei Valori, perchè ritengono che una "questione morale", quella che lo storico segretario icona del Pci sollevò nei confronti della deriva dei partiti di governo, sia all'interno del proprio schieramento. Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli, i primi due europarlamentari, il terzo consigliere regionale in Lombardia, hanno scelto il web per "prendere posizione", per chiedere che "il presidente Antonio Di Pietro" reagisca "duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni".

Premettono subito, prevedendo la tempesta: "Non abbiamo voluto sfruttare l'onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l'Idv", ma poi, partendo dalle ineludibili notizie di cronaca, stilano una lista di questioni aperte che dipingono il partito del gabbiano come un vecchio arnese da Prima Repubblica.

 

"Sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell'Idv che parla di sacrificio a causa di ‘fatti privati'. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l'Idv e solo grazie all'Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?".

Chiedono ad Antonio Di Pietro una "brusca virata". E la motivano con la necessità di levare terra da sotto ai piedi a chi, all'interno del partito, "spera che l'Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero".

 

Parlano di territorio, di "signori delle tessere", di "macroscopiche irregolarità nella consultazione degli iscritti". Sanno di compiere un'operazione politica delicata. E non nascondono il problema: "La maggior parte della ‘dirigenza' dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell'Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell'Italia dei Valori".

La "lettera" di intenti, ha un solo destinatario, ma coinvolge l'intero gruppo dirigente dell'Idv. Tanto che la risposta più dura arriva da una nota con-giunta dei capigruppo di Camera e Senato (Massimo Donadi e Felice Belisario) e dal portavoce del partito Leoluca Orlando.

 

L'Idv, scrivono "è un partito giovane che, a differenza di tutti gli altri, non ha ereditato la propria classe dirigente da precedenti formazioni politiche, ma sta costruendo a fatica, e con qualche inevitabile passo falso, una propria classe dirigente nata dalla militanza, dall'impegno, dalla passione e anche da precedenti esperienze politiche, valutate con molta attenzione.

 

Per questo, parlare di una questione morale all'interno dell'Idv, come fanno oggi Sonia Alfano e Luigi De Magistris, è qualcosa di così offensivo e abissalmente distante dalla realtà del partito che può avere solo due spiegazioni. Un attacco così violento ed incomprensibile può essere solo il frutto di una ingiustificabile mancanza di conoscenza della reale natura e della qualità di questo partito, dei dirigenti e dei quadri locali, oppure è il primo passo di chi immagina il proprio futuro politico al di fuori di Italia dei Valori. Se così fosse, Alfano e De Magistris, tradirebbero il mandato degli elettori non molto diversamente da Razzi e Scilipoti.

Anche perché, in due anni di militanza in Idv, non vi è mai stata, sottolineiamo mai, riunione pubblica, esecutivo nazionale o altra sede istituzionale, in cui Alfano e De Magistris abbiano avanzato anche una sola critica verso un solo aderente o dirigente dell'IdV. Ferisce, in particolare, il fatto che un'accusa così grave abbiano ritenuto di porla sui media e non nel prossimo esecutivo nazionale, fissato a metà gennaio. In questo modo si comporta chi un partito lo vuole danneggiare e non migliorare".

 

La risposta del leader dell'Idv, ha toni più amicali, con una frecciata finale: "Carissimi Luigi, Sonia e Giulio, il partito che oggi accusate di avere in seno una questione morale da risolvere, è lo stesso partito con il quale siete stati eletti e in cui siete stati candidati proprio in virtù di quello spirito di rinnovamento della politica che l'Italia dei Valori intende portare avanti. Mi auguro che dopo questa lettera possiate anche voi impegnarvi, nel partito e per il partito, con la stessa determinazione e umiltà con cui migliaia di militanti si stanno adoperando. E, soprattutto, voglio credere che tutto questo lo facciate per il bene del partito".23-12-2010]

 

 

FLASH! TRASH! il turbo-dipietrista Francesco Barbato è stato espulso dall’Aula di montecitorio reo di aver esibito un sacco di spazzatura che poi ha buttato sul banco del Governo! gian-elisebetto Fini lo ha fatto allontanare dai commessi scortato dagli insulti di tutti i berluscones...

[24-11-2010]

 

 

LA BOMBASTICA DICHIARAZIONE DI VOTO DI DI PIETRO AL VOTO DI FIDUCIA (VERSIONE INTEGRALE) - "Lei, sig. Berlusconi è un vero “maestro”: intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato. Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era"...

Silezio, parla DI Pietro:

Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista che, anche oggi, ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un'Italia che non c'è e proponendo azioni del Governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.

 

Fuori da qui c'è un Paese reale che sta morendo di fame, di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in Parlamento a suonarci l'arpa della felicità come fece il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e all'Unità d'Italia.

 

Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2, Cosentino, Dell'Utri e compagnia bella docet!

Anzi, no! Un'altra cosa lei è stato ed è bravissimo a fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con moneta sonante, con incarichi istituzionali, con candidature e ricandidature di favore; i secondi ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e di killeraggio politico di cui lei è maestro.

 

Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero "maestro": intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato.

 

Anzi di più. Lei è l'inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era e in modo da non rendere più punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un nobile principio liberale: "Ad ognuno deve essere consentito fare tutto tranne ciò che è vietato".

Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio sangue questo tassello di democrazia liberale non pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato "non vietato" tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che non era la legge a governare il sistema ma doveva essere Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma è uno "stupratore della democrazia" che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi ad personam per non rispondere di stupro!

 

Lei non è, come alcuni l'hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent'anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di implementare la lotta alla corruzione, all'evasione fiscale, alla criminalità economica delle cricche.

 

E che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non migliore come maggiore e non migliore è l'imprenditoria mafiosa).

 

A Lei non interessa nulla del bene comune perché si è messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri, ammettendo pubblicamente che "se Berlusconi non fosse entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera".
Lei si è impossessato dell'informazione pubblica e privata e la manipola in modo scientifico e criminale.

Un esempio? La casa di Montecarlo venduta da Alleanza nazionale. Lei e i suoi amici dell'informazione avete fatto finta di scandalizzarvi nell'apprendere che, dietro quella compravendita, c'è una società off-shore situata in un paradiso fiscale.

Ma si guardi allo specchio, imputato Berlusconi: Lei di società off-shore ne ha fatte ben 64 proprio per nascondere i proventi dei suoi reati societari e fiscali e per pagare tangenti ai politici e ai magistrati e lo ha fatto ricorrendo a quell'avvocato inglese David Mills, condannato per essere stato, a sua volta, da lei corrotto per mentire ai giudici e così permetterle di ottenere un'assoluzione comprata a suon di bigliettoni.

Già! Perché la magistratura che Lei ha corrotto: quella a Lei piace.
Invece, non le piace quella che vuole giudicarla per i suoi misfatti, tanto è vero che ora, al primo punto del suo "vero programma", quello di cui oggi non ha parlato, c'è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè proprio di quella legge che deve assicurarle l'impunità per un reato gravissimo che lei ha commesso: la corruzione di giudici e testimoni.

 

Solo per questo fatto, Lei non meriterebbe un minuto in più di rappresentare il Governo italiano e se ancora riesce a starci è solo perché compra i voti ricattando quei parlamentari che si rassegnano a vivere vigliaccamente senza onore o senza coraggio!
Questo è il ritratto che noi dell'Italia dei Valori abbiamo di Lei, sig. Berlusconi!
E Lei, oggi, viene a chiederci la fiducia?

 

Lo chieda, ma non a noi.
Lo chieda a quelli che ha comprato o ricattato.
Lo chieda ai parlamentari di Futuro e Libertà che finalmente si sono resi conto con chi avevano e hanno a che fare ma non trovano, o non hanno ancora trovato, il coraggio di dissociarsi dal macigno immorale che Lei rappresenta.

 

Lo chieda al presidente Fini che nel suo discorso estivo a Mirabello ha detto esattamente (ed anzi di più) delle cose che sto dicendo io e ancora indugia a staccare la spina, passando, suo malgrado, da vittima a complice delle sue malefatte!

Lo chieda a tutta quella pletora di disperati che in questi giorni ha convocato a casa sua per offrire loro prebende o per minacciare imbarazzanti rivelazioni e che ora , abbagliati da improvvisa ricchezza o intimoriti dai dossieraggi che Lei ha architettato e commissionato, hanno deciso di vendere la loro anima e il loro onore dandole una fiducia che non merita!
Non lo chieda a noi che siamo stati primi a smascherare le sue reali e criminali intenzioni.

 30-09-2010]

 

 

TIMORI DI TONINO – DI PIETRO MANIFESTA CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO MA TENTA DI IMBAVAGLIARE L’EDITORE KOINÈ DAL PUBBLICARE UN LIBRO SU DI LUI – MA COSA CONTIENE DI COSÌ ESPLOSIVO O DIFFAMATORIO QUESTA OPERA DI MARIO DI DOMENICO? – SEMBRA CHE Il COFONDATORE DELL’IDV ABBIA MOLTO MATERIALE RACCOLTO IN ANNI DI MILITANZA PER RACCONTARE UN TONINO INEDITO

Gianluigi Nuzzi per "Libero"

È un lavoro lungo, sicuro. Meticoloso, certo. Persino rischioso, senza dubbio. Che provoca rabbia e timori in Antonio Di Pietro. Parliamo del libro "Colpo allo stato", una sorta di biografia proibita o, se preferite, non autorizzata sul Tonino nazionale. La sta scrivendo uno dei fondatori dell'Italia dei Valori, quell'avvocato Mario Di Domenico che dopo aver messo le pietre miliari del partito con l'ex Pm, ha sbattuto la porta.

 

Dopo aver rappresentato il movimento nei tribunali e accompagnato il leader negli Usa, ha rotto un idillio per una frattura traumatica, un amore scivolato in odio, in guerra. Querele, denunce, le foto di Di Pietro con Bruno Contrada sul "Corriere", niente di nuovo se non fosse per un dettaglio che di questa storia che incuriosisce. Da quanto è trapelata la notizia del libro infatti Di Pietro non si dà pace.

 

E la guerra tra lui e l'ex co-fondatore, compagno di viaggio e di confidenze si è fatta più ampia, con una mitragliata di raccomandate, smentite, diffide che da settimane finiscono nella casella postale dell'editore di Di Domenico, ovvero la Koiné edizioni.

In poche settimane questo editore di saggistica della capitale (tra gli autori in catalogo numerosi i magistrati come Ferdinando Imposimato, Otello Lupacchini e Lorenzo Matassa) ha collezionato quattro ultimatum con ricevuta di ritorno: ben due diffide a pubblicare il libro e altrettante richieste urgenti di chiarimento contro Di Domenico, vergate dalla pattuglia di penalisti che fanno quadrato intorno a Di Pietro.

 

Insomma ce n'è abbastanza per spiegare quell'omino imbavagliato spuntato l'altro giorno alla manifestazione contro la legge sulle intercettazioni che girava con questo cartello: «Di Pietro manifesta contro la legge bavaglio ma... diffida l'editore Koinè dal pubblicare il libro su di lui». La prima diffida risale allo scorso 3 febbraio.

E' la dichiarazione di guerra firmata dall'avvocato Scicchitano: «la Koinè Nuove Edizioni viene diffidata dal pubblicare il libro dell'avvocato Mario Di Domenico dal titolo "Il Colpo" allo Stato (o di qualsiasi altro titolo che in corso d'opera sarà scelto)». La mossa serve per stoppare l'editore dopo le indiscrezioni pubblicate sui giornali con la foto della cena alla quale partecipò, tra gli altri, l'ex 007 Contrada e l'allora Pm.

 

Passa qualche settimana e, fatto strano, iniziano ad arrivare alla Koiné raccomandate dei difensori di Di Pietro e dell'Idv nelle quali si chiede se gli esposti e le missive inviare da Di Domenico ai magistrati bresciani sono stati scritti in nome e per conto della stessa Koiné.

È evidente che Di Domenico si muove in totale autonomia, forse dal linguaggio delle sue denunce si poteva intuire diversamente o è una forzatura per tenere sotto pressione questa casa editrice? Sta di fatto che solo qualche giorno fa ecco che arriva un'altra nuova diffida.

È la seconda e porta la firma dell'avvocato Raffaella Sturdà con data del 17 giugno: «Con la presente in ragione dell'atto di diffida già notificato - si legge - alla Vostra società ed alla luce dall'intrapresa azione giudiziale, Vi invito e vi diffido dal pubblicare il libro di prossima edizione scritto dall'Avv. Mario Di Domenico dal titolo "Il Colpo" allo Stato (o di qualsiasi altro titolo che in corso d'opera sarà scelto), o comunque dal porre in essere la presentazione o la pubblicazione del medesimo libro in quanto idonea a ledere la reputazione, l'immagine e l'onore dell'on. Antonio Di Pietro.

 

Resta inteso che, ove ciò non accadesse mi vedrò costretta ad agire giudizialmente anche nei Vostri confronti, non solo al fine di scongiurare/inibire detta pubblicazione, ma altresì per tutelare in ogni sede competente i diritti e gli interessi del mio assistito per il risarcimento di tutti i danni dallo stesso subiti o subendi, con aggravio di spese a Vostro esclusivo carico».

 

Ma cosa contiene di così esplosivo o diffamatorio questo libro? E perché mai una casa editrice dovrebbe rischiare le proprie casse nel pubblicare un saggio falso? Se si girano le domande in Koiné la risposta è sempre quella: «Il contenuto del libro è ancora riservato - spiegano - né lo stesso è pronto o in nostra lavorazione. Di certo se e quando lo pubblicheremo è perché ogni fatto sarà documentato e provato come nella tradizione della nostra casa editrice».

A volerne sapere di più sembra che Di Domenico stia impiegando tutto il materiale raccolto in anni di militanza nell'Idv per raccontare retroscena inediti della vita di partito e del suo leader, dai tempi di Mani pulite, dalle connessioni con le indagini siciliane ai nostri giorni. Un libro esplosivo o un grande bluff? Ancora difficile dirlo, di certo è un libro che a qualcuno toglie il sonno».

05-07-2010]

 

 

Ma la nemesi finale è per Antonio Di Pietro. Un uomo col bavaglio gira con questo cartello: «Di Pietro manifesta contro la legge bavaglio ma... diffida l'editore Koinè dal pubblicare il libro su di lui». Il volume s'intitola Il "colpo" allo Stato ed è stato scritto dall'avvocato Mario Di Domenico, quello delle foto dell'ex pm con Contrada. Di Pietro ne vuole impedire la pubblicazione. C'è sempre qualcuno più imbavagliato di te.

 

 

[02-07-2010]

 

 

 

da feltri a veltri, è sempre mannaia per tonino - non dite all’indagato di pietro che anche "REPUBBLICA", come "il giornale", INTERVISTA L’EX AMICO (E COFONDATORE IDV, NONCHé coautore con travaglio de "L’odore dei soldi") ELIO VELTRI - “LE MIE ACCUSE NON SONO ARCHIVIATE” – “L´ASSOCIAZIONE ERA UN SOGGETTO SEMI-CLANDESTINO. IO NON SAPEVO CHE ESISTESSE ED ERO VICEPRESIDENTE” – “L’EX PM CACCIAVA DAL PARTITO GALANTUOMINI PER METTERE INDAGATI E CONDANNATI

 

Alberto D´Argenio per "la Repubblica"

 

Elio Veltri, è lei che ha consegnato ai magistrati l´esposto che ha portato all´iscrizione al registro degli indagati di Antonio Di Pietro. Che nel frattempo ha annunciato una querela nei suoi confronti. Come reagisce?
«Non reagisco perché per Di Pietro contano solo le querele. Dei comportamenti etici e politici non dà mai conto. Il suo annuncio, dunque, non mi meraviglia, mi lascia indifferente. Anche se scambiare la politica con i tribunali è gravissimo. Ci sono due piani di comportamenti: uno etico-politico del quale nelle grandi democrazie tutti devono rispondere, uno giudiziario. E le sentenze non giustificano sempre i comportamenti».

 

Cosa vuol dire?
«Nel 1981 ho litigato con Craxi e sono uscito dal Psi. Ma allora nessuno era indagato e quindi secondo la logica di Di Pietro non avrei dovuto lasciare i socialisti».

E con l´Idv com´è andata? Di Pietro dice che se ne andò perché i risultati elettorali erano deludenti...
«Di Pietro può dire quello che vuole. Io me ne sono andato perché c´era il rischio che diventassi suo complice. Vede, non si può predicare bene e razzolare male. C´era una forbice sempre più aperta tra quello che si diceva e quello che si faceva. Venivano mandate via dal partito persone integerrime e nel frattempo veniva accettata gente di ogni risma. Io non li volevo ma Di Pietro mi zittiva: "Tu vuoi un partito di duri e puri!". E così entravano chiacchierati, indagati e condannati. Pensi che nel 2004 vennero fatte entrare a Barletta tre persone che cercarono di farmi un´estorsione».

 

Cosa contiene il dossier che ha depositato ai magistrati?
«Innanzitutto voglio precisare che non si tratta del rimborso elettorale sulle europee del 2004: io ho denunciato il modo di gestire i finanziamenti per tutte le elezioni dal 2001 al 2009».

Dunque non si tratta delle stesse accuse per le quali Di Pietro dice di essere già stato archiviato tre volte...
«No, e comunque sul 2004 ci sono altri due procedimenti ancora in corso che insieme a me coinvolgono Occhetto e Giulietti».

 

Che prove contiene il suo esposto?
«Al magistrato ho presentato due memorie. Una con gli statuti che spiegano come i rimborsi non venissero percepiti dal partito, ma dall´associazione familiare gestita da Di Pietro, da sua moglie Susanna Mazzoleni e da Silvana Mura. Un soggetto privato che non aveva alcun titolo per sostituirsi ad un partito nel riscuotere i risarcimenti.

Un comportamento contrario alla legge. La seconda contiene quanto ha scritto il magistrato di una delle cause ancora pendenti sul 2004 che riconosce che in udienza il partito Idv era contumace, mentre l´associazione presente».

 

Di Pietro dice che sono accuse già archiviate in tre occasioni.
«Si riferisce alle denunce di Mario Di Domenico, che sono sì state archiviate. Ma quella che ho presentato io è diversa, è nuova, e infatti per la prima volta Di Pietro è stato indagato».

Secondo lei come sono stati gestiti i rimborsi incassati dall´associazione?
«Come questi fondi venissero gestiti non voglio nemmeno saperlo, deciderà il magistrato. Qualche sospetto comunque ce l´ho, ma non voglio parlarne».

 

Sospetta che venissero usati per scopi privati?
«Siccome Di Pietro ha la querela facile dico che quello che penso non conta. Accerterà il magistrato. Io intanto il mio dovere l´ho fatto. Oltretutto quell´associazione era un soggetto semi-clandestino. Ad esempio, io non sapevo che esistesse ed ero vicepresidente del partito. Della sua esistenza l´ho saputo casualmente solo nel 2006. E pensare che mi pagavo le campagne elettorali da solo...». 23-06-2010]

 

CIAK, "IL GIORNALE" PRESENTA “FREGATI DA DI PIETRO” - NON SOLO OCCHETTO, VELTRI E GIULIETTO CHIESA: TONINO HA ALLE CALCAGNA UN VERO E PROPRIO ESERCITO DI CREDITORI - È IN CAUSA CON DECINE DI (EX) ALLEATI E CANDIDATI – SPESE ANTICIPATE E MAI RIMBORSATE, FONDI MAI DIVISI, SOLDI CHE SPARISCONO DAI BILANCI – CHI GLI CHIEDE LUMI, SI BECCA UN DUE DI PICCHE GROSSO COSÌ

 

Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

Qualcuno ad un certo puntò pensò di costituire un'associazione: la FDP,i Fregati da Di Pietro. I numeri per fondare diversi circoli non mancherebbero. Perché se la storia di ogni partito è una storia di tradimenti, separazioni e liti, quella dell'Idv lo è particolarmente.

 

Con una specifica: di mezzo ci sono sempre i soldi, che in politica prendono il più gentile nome di «fondi » o «rimborsi». La costante, in tutte le rotture - anche violente - che hanno costellato i circa dieci anni di vita dell'Idv di Tonino, è che i compagni di ventura (o sventura) a cui spettano i famosi «fondi» o «rimborsi», regolarmente non ne vedono nemmeno l'ombra.

Per i soldi del rimborso pubblico Di Pietro ha rotto anche con amici di vecchissima data, fondatori del partito insieme a lui, compagni della prima ora. Per il rimborso della campagna elettorale delle Europee 2004, tanto per dirne una, Tonino ha tranquillamente mandato all'aria il rapporto con l'amico di sempre, Elio Veltri, che l'ha trascinato in tribunale insieme ad Achille Occhetto e Giulietto Chiesa.

 

Quest'ultimo, una volta eletto a Strasburgo con la lista civica collegata all'Idv, ebbe l'ardire di chiedere la parte spettante di rimborsi. «Mi fece una scenata - raccontò al Giornale - , mi insultò, disse che non doveva niente a nessuno, che io ero in Europa grazie a lui». Chiesa rispose con un'intervista in cui disse «si tenga pure il malloppo», e Di Pietro querelò, naturalmente. Però perse la causa.

Sempre per la mancata spartizione degli indennizzi agli alleati, Tonino ha fatto infuriare Giuseppe Pierino, promotore del listone di centrosinistra «Progetto Calabrie» che ha corso con l'Idv alle Regionali del 2005: aperte le urne, conteggiati i voti, al momento di incassare il rimborso (85mila euro) ogni riferimento a Pierino era sparito nell'autocertificazione presentata alla Camera.

 

Al Sud come al Nord, sempre lo stesso copione. In Friuli l'ex militante Alessandra Battellino siglò nel 2003 un accordo col presidente Illy in base al quale ogni partito avrebbe poi ceduto una parte dei rimborsi al candidato-presidente: vinte le elezioni, tutti rispettarono l'impegno preso. Tranne uno: Antonio Di Pietro. Che fece il bis con la candidata alla Provincia di Genova, Anna Maria Pannarello, che dovette rimborsare di tasca sua il presidente Repetto.

 

E che dire di Aldo Ferrara, ex coordinatore del partito in Toscana, «reo» d'aver criticato la gestione autocratica del partito con consueto strascico di conti da pagare. «Ero tra i candidati del 2001 - ha raccontato il professor Ferrara e come era prassi pagai una quota al partito per la mia candidatura: 50 milioni di fideiussione, lasciapassare per accedere in Parlamento, versamento intestato alla tesoreria dell'Idv.

Uscii dal partito il 31 gennaio del 2001. I 50 milioni li ho rivisti solo dopo un braccio di ferro estenuante con la banca e con la signora Mura che non volevano restituirmi il denaro. Ci sono voluti sei mesi. I soldi che non vidi mai più invece furono i 40 milioni spesi da me per la gestione delle spese in Toscana».

 

Nell'ipotetica associazione «Fregati da Di Pietro» spetta un posto di diritto anche al vicequestore della Dia Giovanni Aliquò, che ancora stenta a credere alla presa in giro post elettorale: «Dopo le elezioni del 2001 riportai alla corte d'Appello di Napoli le spese sostenute pari a 6 milioni di lire, spese documentate fattura per fattura.

Non solo non ho visto la minima organizzazione per la ripartizione dei fondi, ma non ho più rivisto una lira. È una cosa che credo sia successa a tutti quelli che non fanno parte della cricca di Di Pietro». Salvatore Procacci, ex capo Idv in Umbria, iniziò invece a stare sulle scatole a Tonino non appena chiese gli venissero rimborsati almeno i 20mila euro spesi per mandare avanti il partito.

 

E a proposito dell'intesa elettorale in Umbria nel 2005 (vantaggiosa per Di Pietro in danno dei Verdi di Pecoraro Scanio) Procacci ha confessato: «Di Pietro ha sempre avuto una fissazione per i rimborsi elettorali e in un modo o nell'altro riusciva sempre a ottenere quel che voleva. Con lui bisognava stare attentissimi a quello che ti faceva firmare, bisognava leggere tutto, dall'inizio alla fine, senza tralasciare nulla».

 

Battono cassa da anni anche Wanda Montanelli, ex coordinatrice delle donne Idv, che si domanda dove siano finiti i 600mila euro iscritti negli ultimi bilanci del partito; Domenico Porfido, corregionale di Tonino, mai rientrato di nessuno degli 84 milioni di lire spesi in campagna elettorale; Lorenzo Lommano (25 milioni di lire) e Dante Merlonghi (55mila euro). Ai tantissimi che hanno chiesto lumi sul rimborso, la risposta è sempre stata chiarissima: un due di picche grosso così. 22-06-2010]

 

 

LITI, CAUSE, INSULTI EPPURE UN TEMPO SI ERANO TANTO AMATI - tra Cornelio, detto Elio, e Tonino, detto Antonio, le cose sono degenerate lentamente: "Farabutto!». "Calunniatore!". "Quella di Di Pietro è l’Italia dei Valori Immobiliari". "E’ un caso umano" - ma Di Pietro nei tribunali ha sempre vinto: a Monza, non più di qualche mese fa, ben tre cause civili per diffamazione contro ’Il Giornale’, in una delle quali veniva affrontato proprio il discorso dei rimborsi elettorali all’Idv, con allegata condanna di VeltriPaolo Colonnello per "la Stampa"

 

"Gli italiani sono abbastanza intelligenti da capire da soli: tutte queste cose che fanno contro di lui sortiscono un effetto contrario da quello sperato dai suoi nemici». Elio Veltri, gennaio 1996, su Antonio Di Pietro.

«Non ho dimenticato la solidarietà e l'amicizia che mi hai espresso anche nei momenti peggiori, ero e sono contento della tua candidatura. Conosco le tue doti di professionista competente e politico appassionato... Sono convinto che farai il bene del Paese». Da una lettera di Antonio Di Pietro, aprile 1996, a Elio Veltri.

 

«Tonino s'è scocciato di questo Veltri», Gabriele Cimadoro, cognato di Di Pietro, sempre aprile 1996. Eppure si volevano bene. Anzi, si amavano: lui era il magistrato senza macchia e senza paura, che aveva scoperchiato il malaffare delle tangenti e le cantava chiaro a tutti. L'altro era l'ex socialista dalle mani pulite, l'intellettuale della Magna Grecia, lo scrittore che aveva anticipato gli scenari della «rivoluzione giudiziaria» un anno prima dell'esplosione di Tangentopoli. Lui, il molisano scaltro dall'italiano incerto e le maniere rudi; l'altro il calabrese astuto dalla lingua svelta, i modi raffinati e la passione politica accesa.

Una coppia che sembrava destinata a durare, sperimentata nel mare in tempesta della controreazione berlusconiana e post-craxiana che si concentrò nella famosa inchiesta bresciana per i favori e i «prestiti» ricevuti da Di Pietro da alcuni inquisiti di Mani Pulite (D'Adamo, Gorrini). Non si sapeva dove fosse scomparso Di Pietro? Bastava chiamare Veltri che, seppure non ufficialmente, ne faceva il portavoce: «E' immorale che la vita privata di Di Pietro venga sistematicamente violata! Chi muove i fili e perché?».

 

E' in questa stagione assai dura e non priva d'incomprensioni (prova ne sia, già ai tempi, l'uscita un po' pesante del cognato Cimadoro) che tra Veltri e Di Pietro nasce una saldatura che più avanti li porterà a fondare il partito per il quale adesso litigano circa la spartizione dei rimborsi elettorali delle europee 2004: l'Italia dei Valori. «L'appuntamento era a Roma dal notaio Fanfani.

Eravamo in 250 ma poi scoprimmo che a Di Pietro tutta quella gente dava fastidio e avevano già firmato in tre da un altro notaio», raccontò più tardi Veltri in una delle innumerevoli interviste al veleno contro l'ex sodale Di Pietro. Diventato da subito vicepresidente del partito (2000), Veltri, lasciò un anno dopo, nel 2001, definendo l'Italia dei Valori «la più grande anomalia italiana».

 

Al Giornale dell'Acerrimo Nemico di entrambi (in fondo Veltri firmò insieme a Travaglio uno dei più grossi successi editoriali dell'antiberlusconismo: L'Odore dei Soldi, anche questo ora oggetto di contenziosi legali), l'ex sindaco socialista di Pavia, l'indomani del suo primo divorzio da Tonino parlò così: «Me ne sono andato dall'Idv in punta di piedi, se avessi avuto rancori, se avessi voluto colpirlo, tempo ne avrei avuto, non le pare?». Era solo l'antipasto.

Tra Cornelio, detto Elio, da Longobardi di Calabria, classe 1938, e Tonino, detto Antonio, da Montenero di Bisacce, classe 1950, le cose sono degenerate lentamente: «Farabutto!». «Calunniatore!». Ma con fermezza. «Quella di Di Pietro è l'Italia dei Valori Immobiliari», tuonò Veltri dopo una nuova rottura nel 2004. «E' un caso umano», replicò Di Pietro. Che però, al pari dell'ex amico, ha agito anche nei tribunali.

 

Vincendo ad esempio, a Monza, non più di qualche mese fa, ben tre cause civili per diffamazione contro Il Giornale, in una delle quali veniva affrontato proprio il discorso dei rimborsi elettorali all'Idv, con allegata condanna di Veltri.

«Laddove - scrive il giudice - Veltri ha dichiarato (in un'intervista, ndr) che i soldi del finanziamento pubblico non vanno al partito, bensì personalmente a Di Pietro, a Susanna Mazzoleni (la moglie, ndr) e Silvana Mura (la tesoriera Idv) e ha dichiarato che un'ordinanza del tribunale di Roma avrebbe affermato che i finanziamenti non possono andare all'associazione» omonima al partito Idv.

 

Perché, scrive il giudice, «il tribunale di Roma non reca una siffatta affermazione» e anzi dice che «il finanziamento pubblico va all'associazione Idv e il tribunale di Roma non ha ritenuto illegittima tale condotta». C'eravamo tanto amati... 22-06-2010]

 

 

1- SECONDO LA DENUNCIA DELL’EX MEMBRO IDV ELIO VELTRI, I RIMBORSI ELETTORALI SAREBBERO STATI INCASSATI NON DAL MOVIMENTO POLITICO ITALIA DEI VALORI MA DALL’ASSOCIAZIONE PRIVATA "ITALIA DEI VALORI", COSTITUITA DALLO STESSO DI PIETRO INSIEME CON ALTRE PERSONE, ATTRAVERSO UNA SERIE DI FALSE AUTOCERTIFICAZIONI - 2- DI PIETRO REPLICA: "È SEMPRE LA SOLITA STORIA TRITA E RITRITA SU CUI GIÀ, PIÙ VOLTE, SI SONO ESPRESSE LE VARIE PROCURE DELLA REPUBBLICA, ARCHIVIANDO IL CASO. CI SONO PERSONE CHE NON SI RASSEGNANO ALLA PROPRIA SCONFITTA POLITICA" - 3- LETTERA: "ORA L’INDAGATO PER TRUFFA DI PIETRO SIA COERENTE CON IL SUO INSEGNAMENTO, SI SCHIODI DAL SEGGIO E VADA A CASA. NO AGLI INDAGATI IN PARLAMENTO!"

Corriere.it

Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, è indagato a Roma per truffa in relazione a presunti illeciti legati ai rimborsi elettorali assegnati al movimento politico da lui fondato. Gli illeciti riguarderebbe i rimborsi relativi alle elezioni europee del 2004.

 

L'iscrizione nel registro degli indagati, compiuta dal pm Attilio Pisani e dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, costituisce un atto dovuto alla luce di una denuncia presentata recentemente contro l'ex pm di «Mani pulite» da Elio Veltri, ex membro dell'Idv.

Secondo il denunciante i rimborsi elettorali sarebbero stati incassati non dal movimento politico Italia dei Valori ma dall'associazione privata «Italia dei Valori», costituita dallo stesso Di Pietro insieme con altre persone. Il tutto, per Veltri, attraverso una serie di false autocertificazioni. Gli accertamenti sono affidati al pm Attilio Pisani.

 

«È sempre la solita storia trita e ritrita su cui già, più volte, si sono espresse le varie procure della Repubblica, archiviando il caso. Per cui la Procura della Repubblica di Roma non poteva non procedere, anche questa volta, a seguito del solito esposto» ha spiegato in una nota il leader dellIdV, Antonio Di Pietro.

«Porteremo, ancora una volta le carte - ha aggiunto - per dimostrare che è tutto in regola, come peraltro hanno accertato ormai da tempo non solo plurime autorità giudiziarie, ma anche, da ultimo, l'Agenzia delle Entrate e gli organi di controllo amministrativi e contabili. Ci vuole pazienza, ci sono persone che non si rassegnano alla propria sconfitta politica e continuano ad infangare gli altri».

 

Il leader Idv ha anche annunciato che posterà sul suo blog tutta la ricostruzione della vicenda allegando tutti i circa cento documenti che provano la realtà dei fatti. «Quando un politico viene chiamato a dare spiegazioni, le deve dare immediatamente, anche all'opinione pubblica» ha detto l'ex pm.

ARCHIVIAZIONE NEL 2008
Non è, in effetti, la prima volta che la magistratura romana viene investita della questione relativa ai rimborsi elettorali destinati all'Idv. Nel marzo del 2008 fu archiviata un'analoga inchiesta che prese spunto dall'esposto presentato da Mario Di Domenico, ex esponente dell'Idv.

 

Al di là dell'apertura del procedimento, a Piazzale Clodio si ricorda ora che da un lato fascicoli scaturiti da denunce analoghe in passato sono finiti in archivio e dall'altro che lo stesso Di Pietro, qualche mese fa, ha firmato davanti a un notaio un atto per sancire che associazione e movimento politico Italia dei Valori sono la stessa cosa. Sulla vicenda, i magistrati hanno delegato una serie di accertamenti alla Guardia di Finanza.

 

2- GASPARRI, DI PIETRO VIOLA DI VERGOGNA...
(ANSA) - "Di Pietro dice di avere i conti a posto e che finirà tutto in un'archiviazione. Vedremo che accadrà. E se il suo popolo, dopo questioni antiche di case e scatole di scarpe, non finirà viola ... di vergogna", è il commento sarcastico del presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri alla notizia dell'indagine aperta su Di Pietro per i rimborsi elettorali del suo partito.

3- LETTERA
Caro Dago, Di Pietro indagato per truffa. Tonino sia coerente, si schiodi dal seggio e vada a casa. No agli indagati in Parlamento (secondo il suo insegnamento)!
OF21-06-2010]

 

 

 

DALLE STELLE ALLE STALLE (IL CORRIERE CONTINUA A PICCHIARE SU DI PIETRO) - NELL’ANGOLINO DELLA POSTA BRILLA UNA ESPLOSIVA LETTERA DEL NEMICO PIù INTIMO DI TONINO, GIà segretario dell’ Idv, l’avvocato DI DOMENICO, COLUI CHE MISE IN CIRCOLAZIONE LE FOTO DELL’EX PM con Bruno Contrada E DEL LORO VIAGGIO A MIAMI PER RACCOGLIERE FINANZIAMENTI - E ANNUNCIA L’USCITA "IL COLPO ALLO STATO", UN LIBRO CHE SPUTTANEREBBE L’EROE DI MANI PULITE....

 

- LE DICHIARAZIONI DI DI PIETRO
Lettera dell'avvocato Mario di Domenico al "Corriere della Sera"

In riferimento alle dichiarazioni di Antonio Di Pietro (Corriere, 6 giugno) propongo una via d'uscita alla sua smania diffamatoria e anche un vantaggio. La via d'uscita è quella di raccontare finalmente la verità ai giudici di Perugia e Firenze. Il vantaggio è che io, questa verità, l'ho già scritta nel libro che la Koiné Nuove Edizioni sta per divulgare col titolo «Il colpo allo Stato». Anche se debbo dire non passa giorno che lui non mandi diffida di non pubblicare, poi di non pubblicarlo con quel titolo, poi di non pubblicarlo con quelle foto, poi di non pubblicarlo con quelle parole... Insomma di non pubblicarlo e basta.

 

Ho però la pazienza di attendere gli argomenti sulla dignità, perché la consapevolezza informata e la libertà di opinione del Popolo non si regge solo sulle sue sentenze di assoluzione o di non luogo a provvedere, ma anche sugli esempi etici e morali degli amministratori della cosa pubblica.

 

E questo non l'ho detto io ma il PM dr. G. Amato (r.g. 81/07) motivando al G.I.P. Imperiale l'inevitabile richiesta di proscioglimento del sig. Di Pietro (r.g. 4620/2007), con queste dubitative parole proprio sulla condotta etica e morale di questo signore: «Sotto tale profilo, ferma restando la negativa ricaduta di immagine personale e politica che la notorietà del fatto potrebbe determinare nell'opinione pubblica...».

 

E allora che tutta la verità si conosca. Tutti i procedimenti cui egli fa riferimento si sono, guarda caso, conclusi con il rifiuto di qualsiasi attività istruttoria nei suoi confronti. Sarà pure un caso, ma si sono chiusi tutti con sostituzioni di giudici all'ultimo momento, istanze istruttorie tutte rigettate e condanne alle sole spese di giustizia; nessun risarcimento del danno d'immagine che quindi, sotto il profilo delle accuse rivoltegli, resta quella che è! Di Pietro dice ancora che le mie sono false dichiarazioni.

 

Vorrà perdonarmi il sig. Di Pietro, sarà stata una mia non voluta sbadataggine, forse mi è sfuggito il senso del suo ragionamento: ma di quali dichiarazioni parla? Io non ho mai rilasciato dichiarazioni sul suo conto, ho solo raccontato fatti a mia conoscenza e anticipato alcune foto per il corredo della verità che mi risulta.

Di Pietro ha detto anche che io e lui non siamo mai andati in America ed ho esibito le foto americane. Ha detto poi che l'assegno di 50.000 $ dell'americano rispondeva a un impegno di finanziamento interno al partito e ho esibito l'elenco dal quale risulta che l'americano non era nella lista dei contribuenti.

Esca perciò dai ragionamenti equivoci. Ecco perché ho scritto un libro ispirandomi ai moniti di una «magistratura altra», quella di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino verso i cui metodi l'allora giudice Di Pietro disse di non riconoscersi e approfitto per riferire proprio le parole di Borsellino: «Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci gente che è disonesta, ma non è stata mai condannata ed è comunque, invischiata in episodi o fatti inquietanti, anche se non considerati reato?» (Lezione sulla mafia 22.01.1989, Bassano del Grappa).

 

Mi preme infine precisare l'aspetto diffamatorio sulla mia persona, sulla mia professione di avvocato, pubblicista e ricercatore della storia del diritto italiano, per cui ho interessato di questo i Giudici che decideranno, perché credo nella Giustizia di cittadini uguali dinanzi alla legge.

 

2 - AMARCORD DI DOMENICO: DI PIETRO, IL VIAGGIO NEGLI USA E IL MISTERO DI QUELL' ASSEGNO
Felice Cavallaro per il "Corriere della Sera" del 5 febbraio 2010


Di viaggi negli Stati Uniti Antonio Di Pietro ne avrà fatti tanti, ma di uno s' era dimenticato. Quello cominciato il 28 ottobre di dieci anni fa, l' anno del Giubileo. Quando partì per Washington con il suo più caro nemico, visto che si tratta dell' ostinato Mario Di Domenico, ex amico ed ex segretario dell' Idv, l' avvocato delle foto con Bruno Contrada, autore di un libro ancora in bozze, il tono del Saint Just lanciato contro il partito che con Di Pietro ha fondato e dal quale è stato espulso. È la ricostruzione di un viaggio oltreoceano a caccia di finanziamenti, circostanza che l' altra sera a Montecitorio proprio non ricordava Di Pietro: «In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no...».

 

E invece che fa il legale abruzzese con la passione degli statuti medievali? Apre il suo cassetto senza fondo e tira fuori una foto in cui i due inseparabili nemici sorridono seduti su un divano del Ponte Vedra Beach Resort di Miami. E racconta: «Partimmo alla conquista dell' America, spinti dal signor Gino Bianchini, un falso ingegnere...».

 

Ecco un altro passaggio di quella caricatura di spy story che Di Pietro smonta con ironia, autodefinendosi «James Tonino Bond», ma bollando come un acrobatico grafologo il suo accusatore che ha perduto le 19 querele seguite a liti e veleni. La foto «americana» però c' è. Anzi, Di Domenico ne mostra diverse, tutte legate al viaggio che si comincia a preparare nei primi di ottobre, «quando la segreteria Idv a Busto Arsizio riceve una mail da parte di un tal ingegner Gino Bianchini, con un' intestazione intrigante, come se la comunicazione pervenisse dalle organizzazioni ecclesiastiche Vaticane: "Sanctuaryrome"».

Di Pietro chiama subito Di Domenico: «Prendi contatti». E viene fuori che l' «ingegnere» senza laurea, come poi scopriranno, garantisce «cospicui finanziamenti», stando anche ad un capitolo del libro: «Bianchini parlava di suoi potenti amici dell' ambiente politico e imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli Stati Uniti d' America...».

Tutti in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e segretario, ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini con due influenti personaggi al seguito, l' avvocato Sharon Talbot e l' imprenditore Randy Stelk, «tutti in vena di attenzioni verso il nostro Paese in vista di un totale rinnovamento politico...», come avrebbe detto lo stesso Bianchini, stando ai ricordi di Di Domenico, subito sorpreso dallo scambio proposto, «perché tutto era condizionato alla candidatura dell' "ingegnere" al Senato».

 

Scalo a Londra, prima tappa Washington e poi «a scorrazzare lungo tutta la East Coast, fino a Miami in Florida, alla ricerca dei dollari», insiste di Domenico ricordando la prima vera lite con Di Pietro: «Ogni sera tavolate imbandite in nostro onore. Ma mentre io, da ligio segretario del partito, ripetevo il solito ritornello della povertà francescana, Di Pietro puntualmente si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si parlava di quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva. Mi lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi».

Poi il clou: «Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza "13 maggio 2001", il giorno delle Politiche, con la ragione causale "elections". In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l' anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori...». Sarebbe stata questa la molla della crisi interna al vertice Idv. Con Di Domenico che, senza rimpianti per la mancata elezione di Bianchini, quell' assegno non cambiò mai. E infatti lo sventola insieme con le foto «americane».

 

 

[08-06-2010]

 

VIENI AVANTI, TONINO - DOPO LA DEPOSIZIONE DI ZAMPOLINI, DI PIETRO VIENE INTERROGATO DI NUOVO DAI PM SULL’"IMMOBILIARE IDV" – IL TRIBUNO DEVE SPIEGARE COSA SA DEI RAPPORTI TRA “ANGELINA” BALDUCCI E PROPAGANDA FIDE, E IL RUOLO DI CLAUDIO RINALDI – INTANTO PER L’INCHIESTA PERUGINA SFILANO PEZZI GROSSI: LA DIFESA CHIAMA 32 TESTIMONI (TRA LORO MATTEOLI, LUNARDI E VERDINIMassimo Malpica per "il Giornale"

Tonino deve chiarire. Di Pietro dopo il faccia a faccia con i magistrati toscani un paio di settimane fa, ha appuntamento tra oggi e domani con i pm del capoluogo umbro. Che per l'occasione scenderanno nella capitale per interrogare l'ex collega, uno degli ex ministri delle Infrastrutture quando il business della cricca era fiorente.

 

Con Tonino i pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi vogliono dare un nome a un po' di cose. Per esempio, cosa sa l'ex ministro dei rapporti tra Angelo Balducci e il Vaticano, e in particolare dei legami tra l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e la congregazione di Propaganda Fide.

 

Domanda legittima, visto che secondo quanto raccontato a Perugia dall'architetto di Diego Anemone, Angelo Zampolini, Di Pietro avrebbe affittato due case dall'ente che gestisce gli immobili d'Oltretevere per il tramite proprio di Balducci. Al quale l'ex ministro, sempre stando al racconto di Zampolini, avrebbe anche chiesto di introdurlo negli ambienti vaticani.

Ma a Di Pietro i pm perugini chiederanno anche altre delucidazioni sul ruolo di Claudio Rinaldi, successore di Balducci come commissario straordinario per i mondiali di nuoto di Roma, e come Balducci indagato a Perugia per cantieri e appalti legati a quel «grande evento». Di entrambi i dirigenti, tra l'altro, Tonino aveva già parlato con i magistrati fiorentini, con i quali però si era intrattenuto soprattutto sul ruolo dell'aggiunto romano Achille Toro.

 

A Perugia però bolle in pentola anche altro: domani è in calendario l'udienza per il commissariamento delle aziende del gruppo Anemone, vicenda sulla cui definizione potrebbe pesare l'eventuale cambio di strategia dell'imprenditore, che finora si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, dettaglio naturalmente non gradito dai magistrati perugini.

 

L'inchiesta perugina va avanti con la sua sfilata di pezzi grossi. Trentadue nomi da chiamare perché testimonino in difesa di Angelo Balducci. Tra loro, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, l'ex ministro Pietro Lunardi e il coordinatore del Pdl Denis Verdini. I legali dell'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Franco Coppi e Roberto Borgogno, insistono nel rivendicare la nullità del giudizio immediato (per violazione del diritto di difesa), che il gip di Firenze ha fissato per il 15 giugno.

Ma comunque si preparano all'appuntamento, indicando politici, funzionari e imprenditori che dovrebbero chiarire il ruolo di Balducci nella vicenda dell'appalto per la scuola Marescialli. Cantiere che, secondo l'accusa, si tentava in ogni modo di togliere all'Astaldi e di riassegnare alla Btp di Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei.

Oltre a ministri ed ex ministri, nell'elenco compaiono anche il capo di gabinetto di Matteoli, Claudio Iafolla, il consigliere della Corte dei conti Antonello Colosimo, il segretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Malinconico, l'avvocato dello Stato Ettore Figliolia e l'ex provveditore alle opere pubbliche della Campania Mario Mautone, quest'ultimo già coinvolto nell'appaltopoli napoletana che vede indagato anche il figlio di Antonio Di Pietro, Cristiano.

È il momento di vedere le carte. Ieri la procura fiorentina ha concesso ai legali degli indagati che verranno processati con giudizio immediato (oltre a Balducci l'ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, l'avvocato Guido Cerruti e l'imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli) di ascoltare su richiesta, senza registrare né prendere appunti, la massa di intercettazioni che non erano state messe a disposizione dei difensori. Oltre centomila telefonate tra una settantina di soggetti intercettati.

 

 

[08-06-2010]

 

 

TONINO inCRICCATO – SECONDO ROUND TRA DI PIETRO E I PM CHE INDAGANO SUL ’PIANO CASE’ DI BALDUCCI - IL LEADER DELL’ITALIA DEI VALORI (IMMOBILIARI) INTERROGATO IN UNA CASERMA PORTA CARTE CHE “SODDISFANO I MAGISTRATI” – ALLA FINE DELL’INTERROGATORIO FUGA DA STAMPA E FOTOGRAFI DA UN’USCITA LATERALE (Tintinnando manette?)…

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"

 

Lo scorso anno a Napoli era arrivato in una procura per l'occasione blindata e «depurata» dai giornalisti, roba da incidente diplomatico. Antonio Di Pietro fiutò l'autogol, e lasciando la procura dopo aver incontrato i pm partenopei che gli avevano indagato il figlio, Cristiano, scelse di fermarsi a chiacchierare di fronte a taccuini e telecamere. Ieri, nella sede romana del Ros a Ponte Salario, dove sono scesi per interrogarlo come persona informata dei fatti i pm perugini Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, Tonino è invece scivolato via da un'uscita laterale, eludendo i cronisti che l'avevano aspettato per ore.

Era entrato poco dopo le 17, ed è rimasto con i magistrati umbri per circa tre ore e mezza. La delusione è stata enorme per chi si aspettava chiarimenti, spiegazioni, delucidazioni su tutta una serie di questioni che hanno tenuto banco negli ultimi tempi.

 

Nessuna dichiarazione dal leader Idv, muti anche i due pm, che sarebbero però ripartiti per Perugia «soddisfatti» per l'esito dell'interrogatorio, il secondo sostenuto da Di Pietro nell'ambito dell'inchiesta sui grandi eventi: era già stato sentito il 17 maggio a Firenze, allorché Di Pietro giurò di essersi presentato spontaneamente quand'invece era stato convocato come persone informata sui fatti.

 

Quanto verbalizzato ieri dovrebbe dunque essere utile all'indagine, e i due magistrati avrebbero avuto alcuni dei riscontri che cercavano. Sarebbero emerse novità rilevanti sul coinvolgimento dell'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, e protagonista dell'inchiesta sulla «cricca», Angelo Balducci, uno dei «temi caldi» trattati nel lungo faccia a faccia.

A Firenze Di Pietro non aveva approfondito il capitolo del super-burocrate, ma i rapporti tra l'ex ministro e il dirigente delle Infrastrutture erano tornati d'attualità dopo le dichiarazioni dell'architetto di Anemone, Angelo Zampolini. Il quale aveva dichiarato che Di Pietro avrebbe ottenuto in affitto due immobili di proprietà di Propaganda Fide proprio grazie all'intercessione di Balducci, che della congregazione era consultore e gran dispensatore di alloggi per vip e potenti.

 

E sempre a Balducci si sarebbe rivolto il politico dell'Idv, stando al racconto fatto da Zampolini ai magistrati, per ottenere entrature negli ambienti del Vaticano. Dopo aver smentito l'architetto a mezzo stampa, Di Pietro avrebbe replicato con le toghe, consegnando un bel po' di carte per confutare punto per punto le affermazioni di Zampolini e ribadire la trasparenza di quegli affitti, con argomenti che i pm avrebbero trovato sufficienti: «Quanto detto da Zampolini sulle case non corrisponde alla realtà».

 

L'ex pm avrebbe, tra l'altro, tenuto a rimarcare la sua estraneità rispetto alle «liste» dell'imprenditore Diego Anemone diffuse nelle ultime settimane, liste dove per l'appunto risultava uno degli appartamenti incriminati: quello di via Quattro Fontane, alle spalle del Quirinale. Dal tema delle case direttamente riferibili a Di Pietro, argomento che avrebbe a lungo tenuto banco nel corso dell'interrogatorio, si sarebbe poi scivolati più in generale sul ruolo che Balducci, alto dirigente del ministero delle Infrastrutture, aveva nella gestione degli immobili della congregazione di Propaganda Fide.

 

Nelle tre ore e mezza si è parlato anche di Claudio Rinaldi, commissario straordinario per il grande evento dei mondiali di nuoto, del quale Di Pietro aveva discusso più diffusamente, ma in termini pare non troppo lusinghieri, nell'interrogatorio fiorentino.

I due pm sono tornati a domandare al leader dell'Italia dei valori anche di Achille Toro, prima «collega» in magistratura, poi capo di gabinetto del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. Sottani e Tavarnesi avrebbero tra l'altro chiesto se la scelta di un magistrato come capo di gabinetto fosse ortodossa, e sul punto Di Pietro avrebbe escluso l'anomalia della nomina, ricordando di aver anche lui, da capo del dicastero, chiamato a collaborare suoi ex colleghi in toga.

 

 

[09-06-2010]

 

IL “COLPO ALLO STATO”? CHIEDETE A DI PIETRO - L’AVVOCATO DI DOMENICO, NEMICO GIURATO DI TONINO, HA PRONTO UN LIBRO-choc (dice lui) SUgli anni caldi di tangentoli ’92-’93 - MANI PULITE, UN PO’ DI CIA E UN PEZZO DI FBI. TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE DENTRO UNA TESI: ALTRO CHE casino CASE, L’ITALIA DEI VALORI PARE UNA SPECTRE – E I GIUDICI CHE GLI DANNO SEMPRE torto? “QUANDO C’È QUEL SIGNORE DI MEZZO, MISTERIOSAMENTE SI ARRIVA SEMPRE ALL’ARCHIVIAZIONETommaso Labate per il Riformista

 

«Il colpo allo Stato, questo sarà il titolo. Siamo in fase di editing».

È il famoso libro "contro Di Pietro", no? Sicuramente sarà una bomba.

«Non voglio parlare di bomba. Diciamo che è il mio contributo alla storia di questo Paese, scritto anche in nome della difesa della libertà di pensiero garantita dalla Costituzione».

Addirittura.

«Voglio fare luce su quello che successe tra il '92 e il '93».

La voce che risponde alle domande del Riformista è quella dell'avvocato Mario Di Domenico. Massì, proprio lui, il nemico giurato di Tonino Di Pietro, che tra poco sarà in libreria con il suo "Colpo allo Stato". Di Domenico è stato per anni uno strettissimo collaboratore dell'ex pm. «Fino a che un giorno non gli scrivo una lettera e lui, per tutta risposta, mi caccia dal partito».

Sintesi della lettera?

Gli scrissi, era il 2004: "Adesso basta toccare i fondi del partito. Applica lo statuto".

Risposta?

L'espulsione immediata dall'Idv.

 

Da qui l'idea di scrivere il libro?

L'idea del libro nasce nel corso degli anni. Io e i miei collaboratori ci siamo accorti che nel biennio 1992-93 ci furono due eventi giudiziari devastanti.

Beh, non sembra proprio un inedito.

Sì, ma mentre a Palermo Falcone e Borsellino davano seguito ai dettami del maxiprocesso cercando di arginare le malversazioni mafiose nei confronti dello Stato, a Milano Di Pietro e il pool di Mani Pulite lo massacravano, lo Stato.

Si spieghi meglio.

 

Ci sono delle stranezze. Oggi Di Pietro va da Fabio Fazio e dice che lui collaborava con Falcone e Borsellino mentre all'epoca, al contrario, diceva di non riconoscersi nei metodi d'indagine dei magistrati siciliani.

Sta dicendo che Di Pietro ha rifilato una bugia ai telespettatori di "Che tempo che fa"?

Sì. Lo dice anche Borrelli che le indagini di Milano non riguardavano la mafia.

E quindi?

Mi spiego. Dopo il Maxiprocesso Borsellino voleva che nascesse il movimento civico di una nuova legalità. Fondando l'Italia dei valori, invece, Di Pietro crea un partito personale.

E l'ipotesi del «colpo allo Stato», quando arriva?

Basti pensare che la Cia si avvicinò all'inchiesta di Mani Pulite nel luglio '92. Borrelli e Davigo andarono a parlarne da Scalfaro ma il capo dello Stato non voleva sentire parlare di quelle cose.

 

Ne è proprio sicuro, avvocato?

E poi basta prendere i danni provocati, anni dopo, dalla decisione di Di Pietro di fondare il suo partito, che non ha nulla a che vedere con il movimento per una nuova legalità. Vuol sapere come la penso? Io credo che l'Idv faccia più danni alla magistratura che alla politica. Perché alimenta la politicizzazione dei giudici e quindi...

'92, '93, Stato, Milano, Palermo, mafia, Tangentopoli. Tutto in un sol libro.

Sa, io e i miei collaboratori ci siamo pure chiesti chi fosse il "puparo", il grande burattinaio. Però non l'abbiamo scritto. Le risposte le abbiamo trovate nell'ultimo libro di Cossiga, Fotti il potere.

Chi è il puparo?

Cossiga sostiene che Mani Pulite era spinta dall'Fbi. Per cui, tra Mani Pulite ed Fbi, si faccia due conti...

Fbi? Ma non era la Cia?

La Cia c'entrava e forse, stando alla lettura di Cossiga, anche l'Fbi.

Ma la storia delle famose case di Di Pietro? Non ci dica che nel libro non c'è...

Alla storia degli «affari» di Di Pietro è dedicata una piccola parte del libro. Quel signore si è attribuito i fondi del partito destinandoli alla sua associazione.

 

Ma i magistrati gli hanno sempre dato ragione, finora.

No, hanno sempre archiviato tutto. Sa, io faccio l'avvocato e ho visto tante indagini "strane". Può capitare. Ma quando c'è quel signore di mezzo, misteriosamente si arriva sempre all'archiviazione.

Anche l'ufficio di presidenza della Camera dei deputati ha dato ragione a Di Pietro.

Sa com'è, la Camera non è che indaga sempre così a fondo...

Ma è sicuro di quello che dice?

Le racconto un episodio. In una causa ho presentato un documento che testimoniava di euro 36.000 annui che Di Pietro elargiva alla Mura. Di Pietro ne ha presentato uno in cui, invece, mancava uno zero. Da 36.000 a 3.600 euro.

Ma lei che ci azzeccava con Di Pietro? Come l'aveva conosciuto?

Quando lui era ancora pm e io un giovane avvocato. Poi ci siamo rivisti quando è nata l'Idv. Vede io volevo a tutti i costi un partito che si occupasse del mantenimento dei fondi agli invalidi da lavoro.

Invece?

Sono finito in un partito personale, peggio di quello di Berlusconi. E non dimentichiamo che Di Pietro ha tradito, più di chiunque altro rappresentante del popolo, la lezione di Berlinguer sulla questione morale... 11-06-2010]

 

L’ITALIA DEI VALORI (IMMOBILIARI) – TUTTI GLI AFFARI DELLA FAMIGLIA DI PIETRO E DELLA FEDELISSIMA SILVANA MURA (AFFITTI DI PROPAGANDA FIDE E CARIPLO COMPRESI) - DA ANNI TONINO, LA MOGLIE E I FIGLI GIOCANO A MONOPOLI: COMPRARE CASE PER POI AFFITTARLE ALL’IDV PER PAGARE IL MUTUO (CON SOLDI PUBBLICI) – E LA RECENTE ISCRIZIONE DELL’EX PM ALL’ALBO DEGLI IMPRENDITORI AGRICOLI GLI CONSENTE DI SCALARE LE TASSE, SCENDENDO DAL 20% ANCHE FINO ALL’1

Filippo Facci per "Libero"

 

All'associazione blindata che gestisce i soldi dell'Italia dei valori - sulla quale sta indagando una procura, anzi due - Antonio Di Pietro ha da tempo aggiunto un terzo soggetto economico: è la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia l'onnipresente tesoriera Silvana Mura più il suo compagno (o ex compagno) Claudio Belotti, medesimo personaggio cui è intestato l'affitto di uno degli appartamenti romani attribuito alla «cricca ».

L'oggetto sociale della An.To.Cri. Srl sono acquisti immobiliari a raffica. Per capire di che cosa si sta parlando c'è solo da azzardare un riepilogo di tutta l'impressionante sequenza partitica & societaria & familiare & immobiliare dell'uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d'interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari.

 

LA LISTA DELLA SPESA
1) Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio - diverranno uno solo - per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.

2) Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.

3) Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metriquadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica».

 

La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono proprietario dell'appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l'anno: l'acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.

 

4) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro - è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei - di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l'ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell'operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.

5) Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.

6) Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To.Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Di Pietro. L'anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell'associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. La Mura lo segue a ruota.

 

7) Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall'associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l'intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all'anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all'anno 2007.

8) La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l'acquisto, la società affitta l'appartamento al partito dell'Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.

 

IL GIOCHINO SCOPERTO
9) La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l'operazione milanese: affitta l'appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l'altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l'immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l'appartamento milanese di via Casati. A tutt'oggi.

10) Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro. Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.

11) Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell'Inail. L'acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l'aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l'appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.

 

12) Di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov'è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l'acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l'operazione un'immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell'Italia dei Valori.

13 ) Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L'ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari.

I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia. La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all'albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all'1.

 

14) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.

15) Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.

16) Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere l'abbiamo raccontata nella prima puntata.

 

LA VILLETTA A SCHIERA
7) Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario - irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita - nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito».

È vero. I soldi infatti erano dell'inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito » di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D'Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell'acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l'ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne abbiamo parlato nella seconda puntata.

 

Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire - perché Di Pietro non l'ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico - il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie.

Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un'ex moglie.

 

Pur generica, l'opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l'anno.

Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche - espresso desiderio della contessa - ma che Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti faticano a tornare.

 

LE RESIDENZE DELL'EX PM
VIA DELLA VITE (ROMA)
C'è l'edificio di Propaganda Fide dove si trova l'appartamento, usato per stampare il giornale dell'Idv, oggi riaffittato.

QUATTRO FONTANE (ROMA)
Vicino al Quirinale c'è la casa affittata, secondo Zampolini, dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro, dove abita la deputata dell'Italia dei Valori Silvana Mura.

VIA LUNGOBREMBO (CURNO)
Di Pietro compra un cascinale diroccato e aggirando il piano regolatore lo ristrutturò per trasformarlo in abitazione per lui, il figlio e la futura moglie Susanna Mazzoleni.

VIA ANDEGARI (MILANO)
Saltando ogni graduatoria il fondo pensioni Cariplo assegna a Di Pietro un bilocale a equo canone in via Andegari, subito dietro piazza della Scala a Milano. In quella casa ci vivrà illegalmente (perché il contratto di subaffitto era vietato per quelle case) il figlio di Tonino, Cristiano. Siamo nell'ottobre 1988. Uscita la storia, l'ex magistrato abbandonerà la sua casa milanese in fretta e furia.

LE ALTRE CASE
Nella storia personale di Antonio Di Pietro e della sua famiglia, sono numerosi i casi di compravendita. Come si evince dalla terza parte dell'inchiesta sono almeno 17 le operazioni immobiliari che vedono come protagonisti Antonio Di Pietro o uno dei suoi famigliari.

 

IL RUOLO DELL'IDV
Nella mania di compravendite immobiliari entra anche l'Idv attraverso la sua tesoriera Silvana Mura e il suo compagno Claudio Belotti.

GLI AFFITTI "INTERNI"
In diversi casi Antonio Di Pietro ha acquistato casa con un mutuo per poi affittarla alle sedi locali dell'Italia dei Valori che, regolarmente, ha versato all'ex pm un affitto che, in media, era più alto della rata del mutuo. L'Idv paga gli affitti con i soldi dei rimborsi elettorali, ovvero con soldi pubblici. Insomma un vero e proprio conflitto d'interessi per l'uomo politico che più di ogni altro ha fatto della battaglia ai conflitti d'interesse la sua bandiera.

07-06-2010]

 

 

 

TONINO E L’AMICO PRETAIOLO – È IL SENATORE IDV STEFANO PEDICA IL CONTATTO DIPIETRISTA IN VATICANO: “AMICO DELLA CRICCA? NO, SOLO NIPOTE DI UN MONSIGNORE E DI UNA BADESSA” – SE SI CERCA CASA CHIEDERE A LUI, DA VIA DELLA VITE A VIA QUATTRO FONTANE, UNA SOLUZIONE (AL CENTRO DI ROMA, MI RACCOMANDO) SI TROVA SEMPRE – INTANTO DE MAGISTRIS PER TONINO SI SCOPRE GARANTISTA ASPETTANDO IL MOMENTO DI PRENDERE IL SUO POSTO: “L’INCHIESTA È IN CORSO, È MOLTO SERIA E DELICATA”…

per "La Stampa"

 

Luigi De Magistris, astro nascente del firmamento giustizialista, per una volta è cortesemente garantista: «L'inchiesta sul G8? Le dichiarazioni dell'architetto Zampolini? Mi consenta di non esprimermi. L'inchiesta è in corso, è molto seria e delicata...». No, De Magistris non commenta un'indagine aperta. Né per difendere il capo dell'Idv Antonio Di Pietro, ma neanche per alludere a una perplessità. Non è la prima volta che Tonino deve fronteggiare vicende dall'apparenza poco lineare. Per ora ne è sempre uscito senza che la propria immagine di cavaliere senza macchia uscisse appesantita da vicende deontologicamente discusse e discutibili.

 

E anche stavolta, dopo qualche ora di silenzio, sembra aver trovato il modo per uscirne. Nella nota pubblicata ieri sera sul suo sito, tra tante parole calibrate c'è anche un nome infilato con apparente nonchalance, quello del senatore Stefano Pedica. Scrive Di Pietro che quando la figlia Anna aveva bisogno di trovare un alloggio a Roma, «il senatore Pedica indicò diverse soluzioni» tra cui un appartamento in via della Vite di proprietà di Propaganda Fide, ma poi non se ne fece nulla.

 

Qualche tempo dopo, scrive sempre Tonino, anche la tesoriera dell'Idv Silvana Mura aveva bisogno di un tetto e chi viene interpellato? Sempre lui, Pedica, visto che «su sua segnalazione» viene trovato l'appartamento di via Quattro Fontane.

Ma chi è Pedica? Un amico della "cricca"? «Ma figurarsi - dice lui - la mia è una famiglia che ha sempre avuto rapporti strettissimi col Vaticano. Mio zio, monsignor Stefano Pedica, è il fondatore del monastero di Santa Chiara a New York, mia zia Maria era madre badessa del monastero delle Clarisse di Rossano Calabro, mio padre vendette un appezzamento di terreno a Rocca Priora al direttore dei Musei Vaticani. Per me è naturale, quando c'è qualche amico alla ricerca di una casa, provare a bussare dai miei amici. Il tutto nella massima chiarezza e trasparenza: loro dispongono di lasciti che provano a massimizzare con affitti a prezzo di mercato. Tutto qui».

Se davvero è andata così, se dopo la richiesta di Pedica agli "amici" di Propaganda Fide, non ci sono stati interventi.

 

 

LE MURA (SILVANA) DI CASA - LA TESORIERA IDV AMMETTE: "VIVO IN UN APPARTAMENTO DI PROPAGANDA FIDE IN VIA QUATTRO FONTANE, PAGO 1.800 EURO E CON LA CRICCA Balducci NON HO MAI AVUTO A CHE FARE" - "Non corrisponde dunque al vero che Di Pietro sia mai stato affittuario di questo appartamento" - TONINO SMENTISCE DI ESSERE STATO MAI "INCRICCATO": "mia figlia Anna non ha mai abitato in tale appartamento né lo ha mai preso in affitto"...

GRAN GNOCCA DI SILVANA MURA

1 - APPALTI-MURA(IDV): VIVO IO IN APPARTAMENTO VIA QUATTRO FONTANE MA CON CRICCA MAI AVUTO A CHE FARE
In merito alle dichiarazioni dell'architetto Zampolini e alle notizie di stampa pubblicate oggi circa l'appartamento di via Quattro Fontane non ho alcun problema a dichiarare di essere la persona che vi abita. - Lo dichiara l'on. Silvana Mura deputata di Idv - Per vivere in questa casa, di due stanze, bagno e cucina, pago un canone di locazione mensile di 1.800 euro al mese più spese condominiali per un importo totale di oltre 2.000 euro mensili, come previsto da regolare contratto stipulato nel novembre del 2006 con la Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, proprietaria dell'immobile, dal sig. Claudio Belotti, padre di mio figlio.

 

Non conosco né ho mai avuto alcun rapporto con i signori Balducci e Anemone, ma per tutto quello che attiene al mio appartamento ho sempre avuto come unico referente l'ente proprietario dell'immobile.

Non corrisponde dunque al vero - prosegue l'on. Mura - che l'on. Antonio Di Pietro sia mai stato affittuario di questo appartamento, nè che me lo abbia ceduto sotto alcuna forma.
Come tesoriera del partito Italia dei Valori, dichiaro inoltre, che è destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui il partito Italia dei Valori avrebbe preso in locazione un appartamento in via della Vite.

 

Poichè personalmente, e come tante altre persone che abitano in appartamenti di proprietà della Congregazione per l'evangelizzazione dei Popoli, non ho mai avuto nulla a che fare con la così detta cricca, ma mi trovo invece destinataria dell'ennesima "crocchetta" avvelenata, poichè si ritiene che colpendo me si possa in qualche modo colpire Antonio Di Pietro, ho dato mandato ai miei legali di vagliare attentamente le notizie pubblicate oggi sul mio conto e di assumere tutte le iniziative necessarie contro coloro che si sono resi e si renderanno autori di dichiarazioni lesive della verità e della mia dignità personale.

2 - DAL BLOG DI ANTONIO DI PIETRO: "MALE NON FARE, PAURA NON AVERE"
"Ieri sera, all'ora di cena, mi è arrivata una notizia che - lì per lì - mi ha fatto sorridere perché non potevo crederci. Sono stato avvisato che nelle redazioni dei giornali girava uno stralcio del verbale dell'interrogatorio ai PM di Perugia dell'architetto Angelo Zampolini in cui venivo tirato in ballo pure io. Zampolini avrebbe riferito ai magistrati che avrei ricevuto due case dall'istituto religioso Propaganda Fide grazie all'intercessione dell'imprenditore Anemone e dell'ex Presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici Balducci.

 

Ho subito smentito e me ne sono andato a dormire serenamente. Non poteva essere vero, mi sono detto, giacchè non ho mai avuto né in affitto né in vendita né in comodato alcun immobile né da Anemone né da Propaganda Fide". Lo scrive il Presidente dell'Italia dei Valori, onorevole Antonio Di Pietro, in un post sul suo blog dove ha pubblicato tutti i documenti ai quali fa riferimento.

 

"Questa mattina, apro i giornali e scopro che Zampolini, interrogato dai magistrati di Perugia, dapprima il giorno 18 maggio dice di non sapere nulla e poi, 4 giorni dopo, il 24 maggio, sente il bisogno irrefrenabile di tornare "spontaneamente" dai magistrati per dichiarare che "Balducci fece avere al Ministro Di Pietro due case in affitto a Roma, attraverso la Congregazione Propaganda Fide. La prima era in via della Vite ed è stata per un periodo una delle sedi dell'Italia dei Valori. L'altra era in via delle Quattro Fontane, credo fosse per la figlia...".

Non entro nel merito circa l'opportunità o meno di prendere in affitto dai preti un appartamento anche se non credo sia uno scandalo, purchè venga pagato il giusto prezzo e non vi sia nulla di illecito in cambio. Intendo invece riaffermare con forza che non è proprio vero - nel senso materiale del termine - quanto affermato da Zampolini, al quale evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni per mettere tutti nello stesso calderone. Io, ripeto, non ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide (né per me o mia figlia né per la sede dell'Italia dei Valori) e lo voglio qui documentalmente dimostrare (cosa che farò anche con i PM di Perugia ai quali ho chiesto di essere immediatamente sentito).

Con riferimento al primo appartamento - quello che Zampolini indica come una sede di IDV in via della Vite - posso tranquillamente assicurare che fino a stamattina nemmeno sapevo dell'esistenza di un tale immobile. Anzi, fino a stamattina nemmeno sapevo dove si trovasse via della Vite, figurarsi se potevo avervi aperto una sede del partito.

 

Ho subito svolto accertamenti ed ho - ora - appurato che tale appartamento in realtà era stato preso in affitto dalla società Editrice Mediterranea Srl, con sede appunto in via della Vite n. 3 Roma, il cui legale rappresentante è tale Antonio Lavitola. Trattasi di una società editrice che svolgeva (e forse svolge anche tuttora) l'attività di realizzazione, gestione e distribuzione di testate giornalistiche per conto proprio e di terzi.

 

Ebbene, l'Italia dei Valori ha deliberato in data 21 febbraio 2006 (e quindi in epoca addirittura precedente le elezioni politiche di quell'anno e del mio insediamento al Ministero delle Infrastrutture) di stipulare con detta società la realizzazione e la diffusione del giornale del partito. Allego al riguardo la delibera assunta in tale data dall'Ufficio di Presidenza di IDV (allegato 1), da cui - fra l'altro - risulta in maniera inconfutabile che la società Editrice Mediterranea aveva già all'epoca la propria sede in via della Vite n. 3 allorchè stipulò il contratto con IDV. Allego anche la segnalazione al Tribunale di Roma, Sezione stampa e Informazione, effettuata (sempre il giorno 28 febbraio 2006) per conto di IDV dal sen . Aniello Formisano con cui si è affidata alla predetta società la realizzazione del quotidiano dell'Italia dei Valori (allegato 2).

Anche in questo caso vi è la prova della data certa, data che è precedente alla mia nomina di Ministro ed anzi all'epoca non ero nemmeno al Parlamento italiano e quindi - anche volendo - non avrei potuto in alcun modo interloquire con Balducci ed Anemone. Vi è anche la prova che la predetta casa editrice aveva già sede in via della Vite prima ancora che nascesse il giornale e, quindi, non può esser vero che sia stato IDV a prendere in affitto tale immobile.

Il contratto di servizio è stato stipulato in data 7 aprile 2006 (e quindi ancora una volta prima delle elezioni e prima che io diventassi Ministro) ed è durato fino al 1° agosto 2007, come risulta dalla comunicazione di avvenuta dismissione della testata del 30 ottobre 2007, debitamente notificata al Tribunale di Roma -Sezione Stampa ed Editoria - (allegato 3).

Questo documento è interessante perché fornisce la riprova documentale che l'immobile di via della Vite non sia e non sia mai stato nella disponibilità di IDV. Infatti, il mittente della lettera (Editrice Mediterranea) - pur dando atto di aver già da tempo rescisso il contratto - indica nell'intestazione che la propria sede legale è rimasta sempre all'indirizzo di via della Vite n. 3, Roma.

 

In conclusione, è documentalmente provato che la sede di via della Vite era nella esclusiva disponibilità di Editrice Mediterranea prima, durante e dopo i rapporti con IDV. Il partito non ha mai avuto in affitto l'immobile di via della Vite né ha mai fatto richiesta ad alcuno per averla. Il fatto, poi, che una società fornitrice di servizi (di cui si sia avvalsa anche IDV ma non solo) avesse - essa, e non IDV - sede in una casa di proprietà di Propaganda Fide non può in alcun modo essere fatta risalire a nostra responsabilità, altrimenti dovrebbe valere l'assurdo principio per cui ogni volta che qualcuno chiede al giardiniere di tagliargli il prato dovrebbe assicurarsi, prima di sapere di chi è la proprietà del locale, dove tiene gli attrezzi!

 

Con riferimento, poi, all'appartamento di via IV Fontane a Roma, esso è stato preso in affitto dall'on.le Silvana Mura, la quale - su segnalazione del collega sen. Stefano Pedica - ha stipulato il 9 novembre 2006 un contratto di locazione con la società "Congregazione per l'evangelizzazione di popoli" di Roma.

Produco al riguardo il contratto di affitto in questione (allegato 4), da cui risulta un canone fissato sin dall'inizio in euro 21.600 annuali e quindi in 1.800 euro mensili, oltre alle spese condominiali di circa 200 euro mensili. In totale, quindi, l'on.le Mura paga e ha sempre pagato 2.000 euro mensili. Il contratto è intestato a Claudio Belotti che è il convivente ed il padre di suo figlio. Per completezza, segnalo che la società proprietaria ha concesso la locazione espressamente "ad uso abitativo con facoltà del conduttore di destinare alcune porzioni a studio professionale, fermo restando fra le parti che l'uso prevalente sia quello abitativo" (così espressamente recita l'art. 1 del contratto di locazione).

 

Da ultimo, specifico che mia figlia Anna non ha mai abitato - nemmeno per un solo giorno - in tale appartamento né lo ha mai preso in affitto. Anna all'epoca pensava di iscriversi alla Luiss e per questo si mise anche lei, insieme a me, a cercare un appartamentino in affitto ed il sen. Pedica indicò anche a noi diverse soluzioni, tra cui anche l'appartamento di via IV Fontane. Poi, però, Anna preferì iscriversi alla Bocconi di Milano e non dette alcun seguito alla proposta.

Ovviamente se l'affitto si fosse concretizzato, sarebbe stata cura mia e di mia figlia accertare la correttezza sotto ogni aspetto dell'operazione, cosa che comunque ha fatto la collega on.le Mura, riscontrandone ogni regolarità. Altrettanto ovviamente né io, né Mura e - men che meno - mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con il sig. Anemone, persona che nessuno di noi conosce.

E veniamo infine all'insinuazione di Zampolini, secondo cui io avrei fatto solo finta di osteggiare gli appalti che erano stati programmati per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia ed alle elucubrazioni secondo le quali io non avrei preso provvedimenti adeguati.

 

Al mio arrivo al Ministero delle infrastrutture, alla fine dell'Aprile 2006, l'ing. Balducci era Presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici, ovvero era la massima carica istituzionale del Ministero a cui per legge spetta lo status di indipendenza gerarchica anche rispetto al Ministro (art. 1, comma 2 DPR 204/2006). Al predetto Consiglio spettava e spetta il compito di esprimere pareri vincolanti su ogni progetto di lavori pubblici superiore ai 25 milioni di euro e su ogni altro progetto finanziato per almeno il 50% dallo Stato. Per dirla alla "dipietrese", in Italia, in tema di grandi lavori pubblici, non si muove foglia che il Consiglio Superiore non voglia.

Ebbene, io ho subito spostato l'ing. Balducci al 2° Dipartimento (Infrastrutture e regolazione dei lavori pubblici), che per legge (art. 5 DPR 300/99) non gestisce materialmente alcun capitolo di bilancio ma li assegna - questa volta sotto il diretto controllo del Ministro - ai direttori generali competenti per le singole aree di attività del Dipartimento stesso. L'ing. Balducci non ha, peraltro, mai svolto tale tale attività perchè dalla data della sua nomina (18.9.2006) alla data in cui ha lasciato il Ministero (1.11.2006) è sempre stato in malattia.

 

Egli, infatti, è stato chiamato nel novembre 2006 dalla Presidenza del Consiglio dell'epoca a svolgere le funzioni di Responsabile della Struttura di missione per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Insomma con me al Ministero delle Infrastrutture, Balducci non ha mai svolto alcuna attività lavorativa.

Posso invece provare documentalmente che io mi opposi in modo fermo e risoluto alle modalità con cui venne istituita ed organizzata la predetta Struttura di missione ed anche il modo poco trasparente con cui venivano realizzati gli appalti. Ben altro ho detto e dirò ai magistrati, ma sento il dovere pubblico di provare da subito quanto affermo.

 

Produco al riguardo - e tanto per citarne una - la nota n. 16240 del 14 dicembre 2007, da me scritta ed indirizzata al Presidente del Consiglio ed ai colleghi Ministri interessati dell'epoca, con cui testualmente ho contestato sia la legittimità dei compiti che svolgeva la struttura di Missione, presieduta da Balducci, sia le modalità con cui venivano commissionati e svolti gli appalti (allegato 5).

La lettera porta una doppia mia firma per rimarcare la gravità di quanto stavo denunciando e si conclude con le seguenti tre righe da me personalmente manoscritte: "Vi prego, ci stiamo avviando verso macroscopiche violazioni di legge e questo non può essere accettato, se riscontrato".
Poi come noto, con l'inizio dell'anno nuovo, il Governo andò in crisi e ci fu lo scioglimento anticipato del Parlamento. Arrivò il nuovo Governo che - invece di prendere atto di quanto da me segnalato ed intervenire di conseguenza - confermò modalità e struttura fino quando non è arrivata la Magistratura.

 

So bene che molti depistatori e professionisti della disinformazione insisteranno nei prossimi giorni nel prendersela con me nel malcelato tentativo di "fare di tutt'erba un fascio" ma costoro sappiano sin d'ora che dovranno rispondere delle loro azioni davanti all'Autorità giudiziaria".

 02-06-2010]

 

 

1- FELTRUSCONI SCATENATO SU DI PIETRO PRESUNTO "INCRICCATO" DI CASE & CHIESA - QUEL CHE L’EX PM DICE (E NON DICE) SULL’APPARTAMENTO DI PROPAGANDA FIDE-ANEMONE - “IO NON C’ENTRO NIENTE” MA C’ENTRA IL SUO FIDATISSIMO PRESTANOME NEL BUSINESS IMMOBILIARE, CLAUDIO BELOTTI, QUELLO CHE TRATTò L’ACQUISTO DELLA SUA CASA DI BERGAMO, CHE E’ POI E’ QUELLO CHE FACEVA L’AMMINISTRATORE DELLA SUA SOCIETà IMMOBILIARE ANTOCRI, CHE è POI L’EX COMPAGNO DELLA MURA ANCHE LEI NELLA ANTOCRI - 2- TUTTO QUEL CHE C’E’ DA SAPERE SULL’EX PM SFIORATO DAI SOSPETTI DI ESSERE UN AGENTE SEGRETO, UN POLITICO IMMOBILIARISTA, UNO CHE SI FREGA I SOLDI DEL PARTITO. SOSPETTI, SOLO SOSPETTI. PERCHE’ IN TRIBUNALE VINCE SEMPRE LUI (CI SARÀ UN MOTIVO SE È IL SECONDO LEADER DI PARTITO, DOPO BERLUSCONI, A DICHIARARE DI PIÙ AL FISCO) - 3- AVETE NOTATO IL "SILENZIO" SUL PRESUNTO FATTACCIO DI UN ALTRO EX PM, DE MAGISTRIS?

1- QUEL CHE L'EX PM DICE (E NON DICE) SULL'APPARTAMENTO DI PROPAGANDA FIDE-ANEMONE
Paolo Bracalini  e Gian Marco Chiocci per il Giornale

 «Via 4 Fontane Prete». Nella famosa lista Anemone c'è questo criptico appunto, rubricato nei lavori eseguiti nel 2006, precisamente il 29 giugno del 2006. Ma cosa c'è in via delle Quattro Fontane? E cosa c'entrerebbe un prete? Chissà. L'unica certezza è che proprio in quella via, la centralissima via delle Quattro Fontane, la Congregazione di Propaganda Fide possiede due appartamenti rispettivamente al civico 27 e 28, e ben tre piani al numero 29.

E che al primo piano del civico 29, interno 2, abita (proprio da quel 2006) l'onorevole Silvana Mura, custode dei conti Idv, insieme al compagno ed ex marito Claudio Belotti, intestatario del contratto di locazione da 21.600 euro annui. È quello uno dei due appartamenti (l'altro si trova in via della Vite) di cui ha parlato l'architetto Zampolini ai Pm di Perugia.

 

«Zampo», come lo chiamava la cricca, sostiene che fu Balducci a procurare quell'abitazione a Di Pietro, per sua figlia Anna, e che Anemone fece «dei lavori di ristrutturazione per il ministro» in quella casa. È a questi lavori che si riferisce lo scarno appunto nell'agenda dell'imprenditore della cricca? Difficile dirlo. I vicini di casa, però, raccontano di una ristrutturazione avvenuta qualche anno fa, probabilmente nel 2006, esattamente in quell'abitazione.

Il leader Idv è sicuro che si tratti soltanto di calunnie: «Non ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide né per me o mia figlia né per la sede dell'Idv» tuona sul suo blog, allegando copia del contratto d'affitto di via delle Quattro fontane 29 e altri documenti per far capire che «né io, né Mura e - men che meno - mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con il sig. Anemone, persona che nessuno di noi conosce... Non è proprio vero quanto affermato da Zampolini al quale evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni, per mettere tutti nello stesso calderone».

 

Di Pietro smentisce, Zampolini accusa, restano le date di una intricata matassa. Il 29 giugno 2006, dunque, giorno in cui Anemone annota un intervento in via delle Quattro Fontane, segnando accanto la parola «Prete». A quel tempo Angelo Balducci è ancora consultore di Propaganda Fide ed è ancora presidente del Consiglio dei Lavori pubblici (ci rimarrà fino al 31 agosto) presso il ministero delle Infrastrutture. Ministero in cui siede, da circa due mesi, Antonio Di Pietro.Dopo qualche settimana Di Pietro non rinnoverà l'incarico a Balducci, che verrà nominato dal Cdm - su sua proposta - capo del dipartimento per le infrastrutture statali. «Balducci l'ho spostato due volte, volevo una rotazione continua tra le cariche, non avevo nulla contro di lui, ma la legge non mi avrebbe comunque permesso di chiederne le dimissioni» ha spiegato qualche tempo fa Di Pietro.

 

Spiegazione, anche questa, abbastanza sibillina. Se non aveva nulla contro di lui, perché lo spostò? Se invece sapeva qualcosa, perché gli diede un altro incarico, facendo peraltro «ruotare» soltanto lui? A dar invece credito a Zampolini, sarebbe stato Balducci a «dimettersi», stanco delle pressioni di Tonino «che voleva essere introdotto in Vaticano». Ma è una versione tutta da confermare.

Un altro elemento che riguarda l'appartamento di via delle Quattro Fontane 29 è la presenza di Claudio Belotti. Oltre ad essere compagno della deputata Idv, Belotti è stato anche nel Cda della Antocri, società immobiliare di Di Pietro. E sempre Belotti è stato il prestanome per l'acquisto di una casa ex Inail a Bergamo, che altrimenti Di Pietro non avrebbe potuto comprare. Gli immobili, tra Di Pietro, Mura&Belotti: una vera passione.

L'altra casa citata da Zampolini, quella di via della Vite 3, sempre di proprietà di Propaganda Fide, ha ospitato dal 2006 al 2007 la redazione di Italia dei Valori, il quotidiano del partito. Antonio Lavitola, amministratore dell'Editrice Mediterranea, smentisce però seccamente (come anche fa Di Pietro) la ricostruzione dell'architetto.

 

 

«Non ho mai conosciuto il signor Zampolini, il signor Anemone o lo stesso Balducci o persone che li rappresentavano - spiega al Giornale l'ex editore del quotidiano Idv - l'immobile fu da me personalmente affittato con regolare contratto ancora prima della nascita della società Cooperativa che in seguito avrebbe editato il quotidiano. Tutti i canoni di affitto sono stati pagati dalla società che rappresento ed escludo categoricamente che il prezzo di tali canoni sia stato un prezzo di favore (euro 3.500 mensili)». Dunque, solo una sfortunata coincidenza.

  2- BUCHI NERI, SCANDALI, REGALIE, CATTIVE FREQUENTAZIONI, FOTO IMBARAZZANTI. TUTTO QUEL CHE C'E' DA SAPERE SULL'EX PM SFIORATO DAI SOSPETTI DI ESSERE UN AGENTE SEGRETO, UN POLITICO IMMOBILIARISTA, UNO CHE SI FREGA I SOLDI DEL PARTITO. SOSPETTI, SOLO SOSPETTI. PERCHE' IN TRIBUNALE VINCE SEMPRE LUI (Ci sa­rà un motivo se è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a di­chiarare di più al fisco)
Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci

Pur se con le ossa rotte e l'immagine devastata, fra bu­chi neri e cattive frequentazio­ni, alla fine Antonio Di Pietro riesce sempre a uscire dai guai. I suoi detrattori da anni denunciano un atteggiamen­to assolutamente benevolo da parte degli ex colleghi in to­ga, che l'ex Pm molisano di­fende sempre, comunque, do­vunque.

 

Lui, Tonino, rivendi­ca onestà e trasparenza anche se poi ad ogni problema che lo riguarda risponde con quelle «citazioni civili» che fanno cassa ed evitano - per dirla con gli amici del Fatto Quoti­diano incavolati con le citazio­ni civili di Schifani­un dibatti­mento pubblico impedendo «al Pm di svolgere autonoma­m­ente indagini sui fatti conte­nuti negli articoli in maniera più ampia rispetto a quanto si può fare in sede civile».

L'uni­ca «condanna» riguarda la so­spensione di tre mesi da parte del Consiglio nazionale foren­se che lo ha riconosciuto «col­pevole » di illecito deontologi­co «per aver violato i doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assi­stita »: che poi era il suo mi­glior amico di sempre, Pa­squalino Cianci, accusato del­l'omicidio della moglie.

Non più magistrato, neo avvocato, Di Pietro prese le difese del­l'uomo a cui voleva tanto be­ne, ma che «tradì» passando con le parti civili che sostene­vano l'accusa. L'immagine del leader dell'Idv di recente ha rischiato di offuscarsi per quel che si è detto e scritto sui suoi presunti rapporti coi ser­vizi segreti (dalle foto insieme a funzionari della Cia al tavolo con l'indagato per mafia Bru­no Contrada fino alle irrituali indagini alle Seychelles per dare la caccia al faccendiere Francesco Pazienza).

 

S'è incri­nata a proposito delle polemi­che sui «viaggi americani» nel boom di Tangentopoli a fian­co di personaggi (Leeden e Luttwak) considerati dalla si­nistra italiana vicini all'intelli­gence a stelle e strisce.

E che dire degli incidenti e dei passi falsi sul fronte «mafia»: accu­sò­il generale Mori per la scom­parsa dell'agenda rossa di Pa­olo Borsellino, e fu costretto a ritrattare: giurò di non aver mai visto Ciancimino, e il co­lonnello De Donno lo smentì ricordandogli un suo interro­gatorio a don Vito a Rebibbia; ammise di aver ricevuto dal Ros, prima della strage di via d'Amelio,un sos che lo mette­va fra gli obiettivi della mafia insieme a Borsellino (e solo lui fu allontanato dall'Italia con un passaporto falso, il giu­dice no e morì) smentendo quanto lui stesso aveva rac­contato nel 1999 ai giudici del Borsellino ter («Ho saputo del­­l'Sos dopo la strage di via d'Amelio»).

Prima, dopo, per­ché non avvertì lui Borselli­no? Boh. Contrada a parte, Di Pietro ha la sfortuna di finire spesso immortalato con per­sone poco raccomandabili: at­tovagliato sul Mar Nero, da eu­roparlamentare Idv, assieme al boss bulgaro Ilija Pavlov, uc­ciso da un cecchino; eppoi è in piedi, abbracciato a vari commensali di un pranzo elet­­torale, fra cui il presunto boss della 'ndrangheta Vincenzo Rispoli. Personaggi scomodi.

 

Come quell'Antonio Saladi­no che frequentò in più occa­sioni, considerato il deus ex machina dell'inchiesta Why Not del collega Luigi De Magi­stris. Come il provveditore Mario Mautone, condannato a due anni nell'inchiesta Ro­meo, noto per le telefonate di raccomandazioni col figlio di Tonino, Cristiano, e per le tan­te versioni date sul suo conto dall'ex Pm in merito anche al­la conoscenza dell'indagine quand'era ancora coperta dal segreto.

Il politico di Montene­ro di Bisaccia s'è imbattuto spesso in collaboratori ingua­iati con la legge (dal fidatissi­mo Roberto Stornelli, appun­­tato arrestato nel ' 96, a Giusep­pe Di Rosa, maresciallo, arre­stato per concussione) e in in­dagati eccellenti da cui ha rice­vuto favori particolari: tipo l'imprenditore della Maa Assi­curazioni, Giancarlo Gorrini, poi sott'inchiesta per banca­rotta fraudolenta, da cui prese in svendita la Mercedes, che per due volte gli assunse il fi­glio, che passò pacchi di prati­che legali alla moglie, la storia dei famosi cento milioni sen­za interessi, altri milioni per coprire i debiti di carte dell'al­tro amico Rea, capi d'abbiglia­mento, viaggi aerei; tipo il co­struttore Antonio D'Adamo, quello della Lancia Dedra, l'uso di un appartamento die­tro il Duomo, la stanza pagata all'esclusivo Mayfair di Ro­ma, altre consulenze per la moglie e per l'avvocato amico Lucibello e via discorrendo.

 

Ma di vicende che fanno anco­ra di­scutere è piena la sua bio­grafia: la laurea presa lavoran­do notte e giorno, dando 21 esami in 31 mesi; il giallo del­l'esame da magistrato (con i sospetti di un rocambolesco ripescaggio dopo l'insufficien­za ricevuta).
Fra gli amici sco­modi al contrario, c'è l'ex fon­datore dell'Idv Mario Di Do­menico che l'ha trascinato in tribunale (senza fortuna) de­nunciando ruberie nel parti­to. C'è l'imprenditore di Ter­moli, Sandro Giorgetta, che ha registrato un finanziere che parlava di un piano di Di Pietro per incastrare Mastella (c'è un'inchiesta a Bari).

C'è Elio Veltri, altro vecchio ami­co ed ex alleato politico con Occhetto, che reclama il dovu­to economico del voto del 2004 e che ha costretto la pro­cura di Milano ha indagare sullo statuto dell'Idv e e sul­l'omonimia «Associazione (di famiglia, ndr) Idv» e «Parti­to Idv » ipotizzando un mecca­nismo diabolico di «sostituzio­ne » dell'una rispetto all'altro per incamerare i rimborsi elet­torali. Nel partito è cresciuta l'insofferenza per la gestione dei soldi, per alcuni candidati dai precedenti penali imba­razzanti. Qualcuno ha alzato la testa, altri se ne sono andati, molti sono arrivati.
Si è detto di tutto e di più del patrimo­nio immobiliare di Tonino e della società immobiliare «An­tocri » (acronimo con le inizia­li dei suoi figli) con apparta­menti persino affittati all'Idv, o privati ma ristrutturati con fatture intestate al partito (co­me quello di Via Merulana 99 a Roma), ma alla fine giudizia­riamente l'ex Pm ne è uscito sempre intonso.

La realtà è sotto gli occhi di tutti: checché se ne dica, Antonio Di Pietro in tribunale non perde (qua­si) mai. E non dite che gode di protezioni particolari sennò vi beccate una querela. Anzi, una citazione per danni. Ci sa­rà un motivo se il capo del gab­biano è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a di­chiarare di più al fisco.

 

 

"IL GIORNALE" NON MOLLA DI PIETRO - Il misterioso silenzio del procuratore che coprì Tonino "007" alle Seychelles - Il magistrato Cannizzo, all'epoca superiore dell'ex pm, ha sempre negato si sapere di quel viaggio. Ma ora spunta la nota informativa del 1985 che prova il contrario. Il leader Idv sostiene di aver informato subito le autorità. Ma lo fece un mese e mezzo dopo - (Sarebbe interessante sapere a chi telefonava in Italia, ogni sera, dalla stanza dell’hotel Sans Souci di Mahé, il turista fai da te, magistrato a Bergamo)...

Gianmarco Chiocci per il giornale.it

Su Antonio Di Pietro magistrato-007 impegnato a dar la caccia in vacanza al faccendiere Francesco Pazienza nascosto alle Seychelles, abbiamo visto come al termine dei suoi accertamenti nell'isola dell'Oceano Indiano il 15 gennaio 1985 compilò un «rapporto informativo riservato» sul latitante che mezzo mondo temeva e cercava.

Quel rapporto era talmente «riservato» che a parte i giudici del processo sul crac Ambrosiano nessuno aveva mai avuto la possibilità di dargli un'occhiata anche solo per capire come mai un pubblico ministero di Bergamo s'era ritrovato a svolgere, da solo, dall'altra parte del mondo, investigazioni porta a porta su un soggetto pericolosissimo con modalità che per molti ricalcano un modus operandi da ispettore di polizia o da agente segreto.

A venticinque anni dalla stesura di quel rapporto per mano di Di Pietro, ieri il Giornale ha recuperato il documento rendendolo noto a tutti. E i dubbi, anziché dissolversi, si sono moltiplicati. Prendete ad esempio l'allora diretto superiore di Tonino, il procuratore capo di Bergamo, Giuseppe Cannizzo.

Ha sempre negato d'aver saputo delle investigazioni molto particolari di Tonino alle Seychelles. L'ha confermato più volte al collega Filippo Facci, che nel suo libro sull'ex toga molisana («Di Pietro, la storia vera») ha riportato un virgolettato dell'alto magistrato orobico, mai smentito: «A me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto del genere l'avrei saputo, ero il capo della Procura. Per quanto ne so, Di Pietro era in vacanza».

Che fosse in vacanza, è agli atti. Che vi fosse andato per le «ferie di Natale», come sostiene Tonino, è un'anomalia visto che il viaggio lo fece a novembre anziché a dicembre. Un dettaglio insignificante. Ma quel che insignificante non è lo troviamo invece fra gli incartamenti allegati al «rapporto informativo», dove a firma del procuratore Giuseppe Cannizzo spicca una sua nota inviata alla Procura di Milano e a quella di Roma con la quale il superiore di Tonino - quello che ha sempre negato di sapere delle indagini alle Seychelles - il 18 gennaio 1985 girava il documento del pm-007 redatto dal suo sostituto tre giorni prima.

«Per opportuna conoscenza - scriveva Cannizzo - si trasmette l'allegato rapporto informativo riservato redatto dal sostituto procuratore della Repubblica dott. Antonio Di Pietro». Perché Cannizzo abbia ripetutamente sostenuto di essere all'oscuro delle indagini del suo ex pupillo, non si capisce. Così come riesce poco chiaro interpretare i silenzi di Tonino sulle certezze espresse dal suo capo dell'epoca.

E ancora. Di Pietro ha recentemente dichiarato che al suo ritorno in Italia dalle Seychelles informò «immediatamente» le «competenti autorità». E «fu per questo che scrissi una relazione che inviai al dottor Domenico Sica che era il magistrato che stava indagando proprio su Francesco Pazienza e che aveva disposto la cattura e le ricerche».

Scrisse una relazione che inviò a Sica, così dice Tonino. Agli atti, però, esiste solo la lettera di trasmissione inviata dall'allora procuratore Cannizzo all'allora collega procuratore capo di Roma. Esiste un'altra relazione? Precedente a quella del 18 gennaio 1985, posto che Di Pietro parla di aver informato «immediatamente» le autorità competenti di ritorno dal viaggio alle Seychelles?

E se Di Pietro è partito per le sue vacanze nell'Oceano Indiano il 20 novembre e rientrò in Italia al massimo tre settimane dopo, di fronte a notizie così importanti su un latitante del calibro di Pazienza perché aspettò il 15 gennaio dell'anno successivo per girarle al suo capo che poi le smistò a Roma e Milano?

E questo vuol dire «informare immediatamente» le competenti autorità? Con oltre un mese di ritardo? Non è che tante volte Antonio Di Pietro ufficiosamente informò «immediatamente» le «competenti autorità» e solo successivamente ufficializzò quelle informazioni facendone partecipe il suo capo?

L'interrogativo viene spontaneo se si ha la pazienza di leggere il capitolo del libro di Francesco Pazienza, mai smentito da Di Pietro, sui misteri delle Seychelles. Pagina 441 de 'Il Disubbidiente', edito da Longanesi. Pazienza racconta di quanto gli riferirono gli agenti segreti locali, con i quali era in contatto, per capire chi diavolo fosse quel turista italiano che nell'isola si muoveva con circospezione, faceva foto di nascosto, chiedeva notizie sul faccendiere: «Lo state registrando?» domandò Pazienza agli 007 delle Seychelles. «Sì - rispose Kim, il capo dell'intelligence - ogni sera chiama l'Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito che cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l'impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull'isola».

Un suo rapporto su Di Pietro alle Seychelles, con un sunto di quelle intercettazioni, Pazienza se lo era conservato. Lo custodiva gelosamente in una cartellina blu indaco come il mare dell'arcipelago indiano, cartellina scomparsa in circostanze rocambolesche che ruotano intorno, ancora un volta, ad Antonio Di Pietro.

Che Pazienza incontrò anni dopo, ripetutamente: una prima volta nel gennaio del '93, in piena era di Mani pulite, in una pausa del processo Armanini fecero una sorta di «rimpatriata» - così la definì Pazienza nel suo libro - su quanto accaduto anni prima alle Seychelles. «Di Pietro ammise di aver passato al suo collega romano (Sica, ndr) tutte le informazioni che aveva raccolto su di me alle Seychelles».

Il secondo incontro, compulsando sempre i ricordi di Pazienza sciorinati ne Il Disubbidiente, avvenne il 19 luglio 1994, cinque mesi prima dell'addio di Tonino alla toga. «Mi chiese che se ero disponibile a dargli una mano in un'attività che non aveva niente a che fare con Mani pulite».

Un terzo faccia a faccia si consumò nell'ufficio di Di Pietro il 14 ottobre successivo: «La mattina, mentre mi trovavo in auto diretto a Milano da Di Pietro, ricevetti sul cellulare una comunicazione dal mio ufficio di la Spezia: alcuni ufficiali dei carabinieri si erano da poco presentati con un ordine di perquisizione alla ricerca di documenti riguardanti i miei rapporti con la contessa Francesca Augusta e Maurizio Raggio. Rimasi completamente indifferente di fronte a quella notizia perché non avevo avuto mai nulla a che spartire col denaro dell'onorevole Craxi».

Arrivato a Milano, il faccendiere chiese all'allora eroe di Mani pulite se fosse stato lui a ordinare la perquisizione nel mio ufficio. «Non realizzo», fu la risposta di Di Pietro. L'indomani, di ritorno in ufficio a La Spezia, Pazienza diede un'occhiata per controllare che durante la perquisizione i militari non avessero mischiato le carte. «Mi accorsi che era tutto al suo posto, tranne il dossier sulle Seychelles: era sparito, pur non avendo niente a che fare con i miei rapporti con la contessa Augusta».

Pazienza andò a leggere il decreto di sequestro e apprese che non era stato stilato come si doveva. Il riferimento alla cartellina blu indaco, ad esempio, non c'era. Si parlava genericamente di sequestro di una «scatola con documenti. In quella scatola c'erano i segreti delle investigazioni private di Antonio Di Pietro.

La cartellina blu da allora non si è più trovata. Chissà se da qualche parte, prima o poi, come per il rapporto riservato di Tonino alle Seychelles, uscirà fuori. Sarebbe interessante sapere a chi telefonava in Italia, ogni sera, dalla stanza dell'hotel Sans Souci di Mahé, il turista fai da te, magistrato a Bergamo.

[29-03-2010]

 

TONINO È SCEMO O PORTA SFIGA? – CHI INCROCIA LA STRADA CON DI PIETRO FINISCE SOTTO PROCESSO, IN GALERA O PEGGIO, MORTO AMMAZZATO (IL BOSS BULGARO PAVLOV) – DA CONTRADA, ALL’EX COMMERCIALISTA, DALL’EX SEGRETARIO AGLI AMICONI DELLA MILANO DA BERE (GORRINI, D’ADAMO, ETC…), FINO AL PRESUNTO BOSS DELLA NDRANGHETA RISPOLI…

Filippo Facci per "Libero"

 

Scusate se insistiamo, ma questo:

1 - Si ritrova a cena sul Mar Nero con una serie di inquietanti personaggi bulgari tra i quali uno, il boss mafioso Ilia Pavlov, che verrà ammazzato da un killer pochi mesi dopo.

2 - Si ritrova a convivio pure con Vincenzo Rispoli, presunto boss della 'ndrangheta di Legnano, successivamente arrestato.

3 - Altra nota magnata pure col funzionario del Sisde Bruno Contrada nove giorni prima che fosse arrestato per mafia, questo in una caserma in cui si ritrova pure con altri pezzi grossi dei servizi segreti più un responsabile della Kroll Service, la cosiddetta «Cia della finanza».

4 - Due anni orsono si ritrova a fare due comizi ad Amantea, in Calabria, con Franco La Rupa, già allora indagato per brogli elettorali e condannato per abuso, poi riarrestato con l'accusa di aver ricevuto aiuti elettorali alle regionali del 2005 da parte della ‘ndrangheta capeggiata da Tommaso Gentile, infine in attesa di giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.

 

5 - Nel 2004, alle comunali di Foggia, appoggia Riccardo Leone (Sdi) che vantava condanne definitive per ricettazione, rapina continuata, resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata, furto continuato e furto in concorso, evasione, danneggiamento continuato e violenza privata continuata, oltre ad aver passato due anni in un manicomio giudiziario.
Un altro candidato appoggiato da Di Pietro, Domenico Padalino, vantava due condanne definitive per furto, oltraggio a pubblico ufficiale, inosservanza dei provvedimenti dell'autorità e resistenza a pubblico ufficiale, oltre a essere indagato per porto abusivo d'armi.

 

6 - Il capogruppo regionale dell'Italia dei valori in Campania, due anni fa, si vede ritirare più volte il certificato antimafia dalla Prefettura.

7 - Il proprietario della Aster - azienda che il giovane Di Pietro sorvegliava negli anni Settanta - anni dopo è stato condannato per associazione mafiosa a 3 anni e 6 mesi per lo scandalo della scalata del casinò di Sanremo. Durante Mani pulite, Di Pietro lo chiamò «il mio maestro».

8 - L'appuntato della polizia Roberto Stornelli, amicone di Di Pietro quand'era vicecommissario in via Poma a Milano e col quale si divertiva a sparare nei boschi, poi cooptato nella squadra di Mani pulite, nel 1996 è stato condannato a tre anni per corruzione.

9 - L'ex commercialista di Di Pietro, l'uomo che redigeva il suo 740, il primo febbraio 1996 fu arrestato a margine di un'indagine su un giro di squillo.

 

10 - Un poliziotto della scorta personale di Di Pietro, nell'autunno sempre del 1996 fu arrestato a margine di un'indagine su un giro di puttane.

11 - Il segretario personale di Di Pietro quand'era magistrato a Bergamo, il maresciallo Giuseppe Di Rosa, nel 1985 fu arrestato per concussione mentre incassava una mazzetta da dieci milioni: quel giorno stesso Di Pietro si trasferiva a fare il pm a Milano.

12 - Il celebre imprenditore Giancarlo Gorrini, l'uomo da cui Di Pietro si fece svendere una Mercedes d'occasione a prezzo ridicolo, uno da cui Di Pietro accettò un «prestito » di cento milioni senza interessi più decine o centinaia di milioni - cifra imprecisata - per ripianare i debiti di gioco dell'amico Eleuterio Rea, più pacchetti di pratiche legali per la moglie Susanna, più un impiego per il figlio Cristiano - due volte - alla Maa assicurazioni, più omaggi vari tra i quali ombrelli, agende, penne e cartolame vario e uno stock di calzettoni al ginocchio e alcuni viaggi in jet privato per delle partite di caccia in Spagna e in Polonia, questo Gorrini, insomma, mentre Di Pietro accettava tutto questo - durante Mani pulite - era inquisito per bancarotta fraudolenta e già condannato per appropriazione indebita.

 

13 - Il celebre costruttore Antonio D'Adamo, altro uomo da cui Di Pietro accettò altri cento milioni senza interessi, una Lancia Dedra per sé e la moglie, più l'utilizzo stabile di una garçonnière dietro piazza Duomo, più l'utilizzo saltuario di una suite da 5-6 milioni al mese al Residence Mayfair di Roma, più consulenze legali per la moglie Susanna, più consulenze legali per l'amico Giuseppe Lucibello, questo D'Adamo, insomma, aveva già le sue società inquisite dall'inchiesta Mani pulite (filone chiuso nel '91, riaperto nel '92) e sarebbe presto finito sotto processo per turbativa d'asta e corruzione.

 

14 - Altri amici nonché dispensatori di favori e case del giro socialista e democristiano (da Paolo Pillitteri ai cassieri Sergio Radaelli e Maurizio Prada, l'architetto Claudio Dini, l'imprenditore Valerio Bitetto e altri ancora) nel 1992 sono finiti quasi tutti in galera. L'elenco potrebbe continuare ma sul serio, non è un modo di dire, anche perché omettiamo per carità cristiana certe terribili disgrazie familiari che hanno colpito amici e soprattutto parenti di Di Pietro. Da qui l'ovvia domanda: è scemo o porta sfiga?

 

[29-03-2010]

 

A ROTTA DI COLLE - DE MAGISTRIS, MASSACRO NAPOLITANO: "non difende in modo adeguato la Costituzione. È un uomo del sistema, che proviene dall’ala migliorista dal Pci, quella coinvolta in Tangentopoli. Lui è questo, perciò non mi ha deluso" - LA FURIA DEL MIGLIORISTA MACALUSO: "a rendere anormale la vicenda politica italiana non sono solo Berlusconi e i suoi soci ma anche i Di Pietro e i De Magistris"...

1 - DE MAGISTRIS VS. NAPOLITANO: È UN UOMO DEL SISTEMA»...
Fabrizio D'Esposito
per "Il Riformista"

Luigi De Magistris a ruota libera per più di due ore, tra una portata e all'altra in uno storico ristorante romano sulla Flaminia Vecchia, Ai Due Ponti. L'eurodeputato dell'Italia dei valori è stato infatti l'ospite d'onore del primo Cenacolo di marzo, i salotti conviviali organizzati dal giornalista Marco Antonellis.

Ancora una volta De Magistris ha rivendicato il diritto a criticare il presidente della Repubblica, già bersaglio delle critiche giustizialiste per la firma al decreto salva-liste del Pdl: «Napolitano mica è il Papa. E secondo me non difende in modo adeguato la Costituzione. Non sono contento di come interpreta il suo ruolo. Ho avuto modo di rendermene conto già nella mia vicenda di pm quando intervenne in vicende interne alla magistratura. Poi c'è stato il lodo Alfano che avrebbe dovuto rispedire indietro con un messaggio alle Camere e non l'ha fatto. Poi c'è stato lo scudo fiscale. Adesso il decreto interpretativo. Ecco, perché è inadeguato».

L'invettiva non è finita. Continua così: «Cossiga, che è stato tra i peggiori presidenti della Repubblica, veniva massacrato tutti i giorni da parte della stampa. Perché allora non si può parlare male di Napolitano? Deluso da lui? No, perché non mi aspettavo nulla. È un uomo del sistema, che proviene dall'ala migliorista dal Pci, quella coinvolta in Tangentopoli. Lui è questo, perciò non mi ha deluso».
Verso la fine, però, De Magistris avverte, sulla manifestazione di oggi del Pd: «Guai a trasformarla in una manifestazione contro il capo dello Stato, cui comunque va una critica ferma. Si scende in piazza contro un disegno autoritario». La svolta di Bersani in piazza? «Una mossa elettoralistica. Il Pd ha già pagato un prezzo alto all'Idv in termini di voti. Stavolta non poteva sottrarsi».

Non manca la solita stoccata a Di Pietro: «Il balletto sul palco, chi sale chi scende, chi parla, chi no, non mi interessa. Io starò realmente nella piazza, tra la gente». A proposito della rivalità con il fondatore nonché padre-padrone dell'Idv: «Credetemi, all'inizio la storia del dualismo non c'è mai stata. Poi voi giornalisti avete talmente insistito con questa storia che alla fine qualcosa è successo».

L'occasione conviviale agevola anche una previsione sugli scenari futuri: «Berlusconi governerà fino al 2013 a meno che non esca davvero un'inchiesta pesante, seria su di lui». E il dopo? Risposta: «Fini non conta nulla e non mi piace, soprattutto se dovesse presentarsi con Laboccetta e Bocchino. Comunque in caso di dialogo bipartisan sulle riforme istituzionali, senza Berlusconi tra i piedi e senza questa maggioranza, con lui ci parlerei. Il mio candidato-premier?

Non c'è ancora e sono preoccupato dal fatto che una parte del Pd lavori all'ipotesi Casini, uno che senza Cuffaro non sarebbe in Parlamento. Il sogno? Un'Idv che non si fonda con il Pd, come auspicato da Di Pietro, ma diventi il perno di una federazione con la sinistra radicale e i movimenti. Possiamo arrivare tra il 15 e il 20 cento».

2 - MACALUSO: DE MAGISTRIS COME BERLUSCONI...
Emanuele Macaluso
da www.leragioni.it

Il carattere eversivo del partito dipietrista oggi è sottolineato dalle dichiarazioni del socio di Di Pietro, l'ex magistrato De Magistris. Questo signore (leggo il Riformista di oggi) ha ancora una volta aggredito verbalmente il Presidente della Repubblica definito "un uomo del sistema, che proviene dall'ala migliorista del PCI quella coinvolta in tangentopoli". Una mascalzonata.

Purtroppo nel PD non c'è nessuno dei dirigenti che dica a questo signore di levarsi il cappello quando parla di persone come Napolitano, Lama, Chiaromonte, Bufalini, Perna, Colajanni e con loro tutti gli altri, anziani e giovani, che con l'area riformista, nel PCI e con il PCI, fecero una limpida battaglia politica e culturale e sono un patrimonio politico e morale non solo della sinistra ma della democrazia italiana.

Oggi a Roma c'è una manifestazione del centro-sinistra per rivendicare uno svolgimento normale della vita democratica del nostro paese. Giusto. Ma è bene sapere e dire che a rendere anormale la vicenda politica italiana non sono solo Berlusconi e i suoi soci ma anche i Di Pietro e i De Magistris. E se si tace questa verità, non si dice tutta la verità e quindi non si è credibili.

 

 

[16-03-2010]

 

 

TONINO SECRET - IL TRIBUNALE DI MILANO GIOCA A NASCONDINO. COSA NON SI FA PER AIUTARE DI PIETRO: D’ORA IN POI NESSUNO PUÒ CONSULTARE GLI ATTI DELL’AMBROSIANO (DOVE C’E’ L’INFORMATIVA SULLE ATTIVITÀ DA 007 DELL’EX PM, CHE A BERGAMO VOLÒ ALLE SEYCHELLES PER CATTURARE L’IMPRENDIBILE FACCENDIERE PAZIENZA: “L’ARIA È INSALUBRE, I FASCICOLI SONO TROPPI, ALTRI NON SI TROVANO”. E ALL’AVVOCATO DEI PICCOLI AZIONISTI CHE INSISTE PER AVERE UNA COPIA, RISPONDE IL PRESIDENTE: “NON SCOCCI”…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

Se a pensar male si fa peccato, le premesse per peccare ci sono tutte. L'oggetto dei cattivi pensieri è ancora una volta Antonio Di Pietro e la corposa informativa, depositata agli atti del processo d'appello sul Banco Ambrosiano, sul misteriosissimo blitz che da pubblico ministero a Bergamo si ritrovò a fare nel 1984 alle Seychelles nel tentativo di catturare il faccendiere Francesco Pazienza, latitante nell'isola dell'oceano Indiano. La storia è nota, gli interrogativi pure.

Cosa ci facesse dall'altra parte del mondo il Di Pietro magistrato nelle vesti del Di Pietro detective, non s'è mai capito. Così come nel mistero è avvolta l'attività di segugio di Tonino in costume da bagno (sconosciuta persino al procuratore capo di Bergamo) che a chiunque, persino in spiaggia, chiedeva notizie del creatore del Supersismi nascosto laggiù.

Quanto poi alle allusioni di Pazienza sui rapporti di Tonino con i Servizi e alla circostanza che il futuro eroe di Mani pulite deve la vita al faccendiere che lo salvò dai sicari dell'intelligence locale, Di Pietro ha sempre svicolato. Ecco perché, forse, sarebbe stato interessante dare una sbirciatina a quel rapporto, cui si fa esplicito riferimento nella sentenza sull'Ambrosiano, vista anche quella frase riportata da uno dei tanti magistrati che si sono occupati del crac: «Si trattò di indagini irrituali di un allora sostituto procuratore della Repubblica».

Incuriosito dal riferimento a Pazienza e dagli ampi servizi che il Giornale ha dedicato al giallo delle Seychelles, l'avvocato Gianfranco Lenzini, storico difensore dei piccoli azionisti dell'Ambrosiano, nell'interesse dei suoi assistiti s'è recato come sempre in archivio a prendere copia dell'atto. Ma per la prima volta, in anni e anni di attività difensiva, s'è trovato davanti un muro di gomma: il documento su Di Pietro alle Seychelles, custodito in archivio, (in teoria), a disposizione delle parti processuali, è stato negato dai magistrati di Milano.

Avvocato Gianfranco Lenzini, ancora a caccia del famoso dossier Di Pietro-Seychelles?
«(ride). È un mese e mezzo, che praticamente ogni giorno, mi reco in tribunale per prendere copia. È diventata una questione di principio. In tutti questi anni non ho mai avuto problemi a tirare via un documento. Andavo, chiedevo, tempo due, tre, massimo quattro giorni, e la copia era pronta. Stavolta invece no. Problemi a non finire, una cosa mai vista, mai vista...».

E come se la spiega?
«Non me la spiego».

Una coincidenza che quel documento imbarazzante, custodito dal tribunale di Milano, riguardi Di Pietro?
«Io non lo so. Prendo solo atto che mai, prima d'ora, mi era stato negato un atto».

Come nasce l'interesse per il dossier Seychelles?
«Premessa: a me del signor Antonio Di Pietro non interessa niente. A me interessa solo recuperare i documenti dall'archivio centrale del tribunale di Milano dove sono conservati tutti i faldoni del processo per il crac dell'Ambrosiano (un centinaio in tutto) perché nell'interesse dei piccoli azionisti devo avviare cause civili contro Pazienza, Gelli, Tassan Din, Ciarrapico e altri. Quelle carte mi servono per ricostruire determinate vicende e avviare le cause per un risarcimento del danno.

Tra le vicende che sto ricostruendo c'è anche questa di Pazienza e Di Pietro che è citata, descritta, nella sentenza del Banco Ambrosiano. Fra l'altro l'interesse nasce anche dal fatto che in un colloquio con Francesco Pazienza, nell'intervallo di un'udienza del processo sull'Ambrosiano, costui mi raccontò che l'aveva chiamato il pm Di Pietro per ringraziarlo per avergli salvato la vita alle Seychelles. La vicenda, lì per lì, non la approfondii. Poi però... ».

Con le motivazioni della sentenza, nel '94, la vicenda di Antonio Di Pietro alle Seychelles e del «rapporto» inviato ai giudici dell'Ambrosiano diventa ufficiale.
«Appunto. E torna d'attualità nel febbraio scorso. E siccome nella sentenza questo passaggio delle Seychelles è indicato chiaramente con il numero del faldone e con le pagine precise non ho fatto altro che andare come al solito in archivio e dare indicazioni per estrarre copia. Una cosa semplice, direi quasi banale.

Ma per la prima volta è iniziata una trafila burocratica allucinante, assolutamente inspiegabile. La prima istanza è di oltre un mese fa, quasi ogni giorno ho perso ore e ore in tribunale, sbattuto da una stanza all'altra. Ogni volta ce n'era una, mi rimandavano da un cancelliere a un segretario, da un giudice al responsabile dell'archivio fino a quando non sono andato a protestare direttamente dal presidente del tribunale».

Il primo intoppo dove l'ha trovato?
«Guardi. Il direttore dell'archivio a sorpresa mi dice che no... , guardi avvocato, bisogna fare un'istanza al presidente. Poi si scopre che costui ha delegato a trattare la pratica al dottor Tranfa, presidente di una sezione del tribunale del Riesame. Va be'. Vado al Riesame e i cancellieri giustamente mi dicono... "guardi avvocato, non è qui che deve rivolgersi". Così vado via, cerco in altri uffici finché mi dicono che devo parlare nuovamente con Tranfa. Riesco a parlarci a fatica e, un po' seccato, mi dice: "Guardi che l'archivio è in condizioni insalubri", i faldoni sono tutti in disordine e dunque non si può rintracciare ciò che l'avvocato chiede. Poi si accommiata così: "Le darò una risposta"».

E la risposta è arrivata subito?
«Macché. Passai diverse volte ma dall'ufficio del giudice Tranfa ma la risposta non arrivava. Così non mi è rimasto altro da fare che bussare alla porta del presidente del Tribunale, Livia Pomodoro. Alla segretaria ho fatto presente quel che stava accadendo, che non riuscivo a capire quest'insolito accavallarsi di problemi, che dovevo parlare direttamente con il presidente Pomodoro perché lei, e non altri giudici delegati, mi dovevano dare spiegazioni. Niente. Nessuna risposta. Ho dovuto fare ben due solleciti per avere finalmente una risposta che mi ha lasciato di sasso».

Cioè?
«Al sottoscritto che ha partecipato più di qualsiasi altro avvocato ai tanti processi collegati al crac Ambrosiano, il presidente del Tribunale ha spiegato che io non sono legittimato a chiedere copia di un atto che dorme in archivio e che dovrebbe essere pubblico! È ridicolo questo trincerarsi dietro scuse formali davvero incomprensibili, come quella che l'archivio non è accessibile "perché i fascicoli processuali assumono denominazione e ripartizioni sempre nuove e diverse".

L'archivio è un archivio, ho diritto ad accedervi a nome dei tantissimi piccoli azionisti che soffrono per tutto quel che è successo. Perché fino a ieri mi si dava la possibilità di fare copia di qualsivoglia atto inserito nel processo e oggi, improvvisamente, viene sostanzialmente posto un divieto?».

Che spiegazioni si è dato?
«Ma che ne so io. C'è la legge sulla trasparenza dei dati amministrativi che parla chiarissimo. Ma vi sembra normale che per avere questo benedetto documento adesso mi debba rivolgere al Tar? Ma dove siamo? Al presidente ho anche detto che se proprio c'erano problemi con gli impiegati e con la ricerca nei tantissimi faldoni sarei andato a fare ricerche personalmente insieme a un mio collaboratore.

Niente, nemmeno questo: "All'archivio non possono accedere estranei", mi è stato risposto. Va benissimo. Ma se non si possono consultare i faldoni dell'Ambrosiano allora tanto vale bruciarli. O no?».

[10-03-2010]

FIAMME GIALLE DIPIETRISTE - MA GUARDA LE COINCIDENZE: DUE AGENTI DELLA GDF CHE HANNO LAVORATO SUL CASO D’ADDARIO E ORA SULL’INCHIESTA DI TRANI STAREBBERO COLLABORANDO CON NICASTRO, L’EX PM CANDIDATO IN PUGLIA CON DI PIETRO – E DALLO STESSO POOL DI POLIZIA TRIBUTARIA LE FUGHE DI NOTIZIE SU TARANTINI E IL PREMIER…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Non solo pm candidati. Anche investigatori in divisa «prestati» alla politica. In prima linea dall'anno scorso con i loro colleghi per montare le inchieste che dalla Puglia hanno tirato in ballo il presidente del Consiglio, in prima linea adesso con il magistrato barese Lorenzo Nicastro che ha scelto di correre per l'Idv. Tutto normale? A domandarselo, sollevando il caso, è il senatore del Pdl Domenico Gramazio, che preannuncia un'interrogazione parlamentare al ministero dell'Interno e delle Finanze per chiedere lumi su un'insolita vicenda targata Bari, una storia di dubbia opportunità, strettamente legata sia ai vari filoni giudiziari che partono dal tacco d'Italia che alle prossime consultazioni elettorali di fine mese.

Elezioni che, tra l'altro, potrebbero essere influenzate nell'esito anche dalle polemiche sollevate dal lavoro delle procure. I protagonisti di cui sopra, seguendo quel che rivela l'interpellanza parlamentare, sarebbero due uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Bari che sarebbero stati visti presenziare ad alcuni incontri pubblici (compreso quello per l'inaugurazione del comitato elettorale del pm Nicastro) e che darebbero una mano allo staff del pm candidato.

L'ufficio dei due militari delle fiamme gialle - continua Gramazio - è proprio quello che negli ultimi mesi si è occupato alacremente di svolgere indagini e accertamenti per le principali inchieste pugliesi. Le Fiamme gialle del capoluogo, infatti, hanno lavorato con la procura di Bari all'indagine sulla malasanità pugliese, sul «sistema Tarantini», sul giro di escort che il giovane imprenditore barese avrebbe fatto muovere prima tra i vertici della giunta Vendola, per poi puntare a palazzo Grazioli con Patrizia D'Addario e le sue rivelazioni «registrate». Inchiesta non priva di clamorose fughe di notizie che mandarono su tutte le furie il neoprocuratore capo della procura barese, Antonio Laudati, che indaga da mesi, anche tra gli inquirenti della finanza, per cercare di scoprire la «talpa» che informava i giornalisti e, pare, qualche politico.

Ma l'indagine interna non ha fermato l'operosità delle Fiamme gialle, visto che adesso è sempre lo stesso pool che si sta occupando delle indagini per l'inchiesta di Trani, quella affidata al pm Michele Ruggiero e che vede indagato il premier Silvio Berlusconi, considerato dagli inquirenti autore di presunte pressioni sull'Agcom per ostacolare, o addirittura oscurare, il programma tv «Annozero» di Michele Santoro.

Ebbene, i due uomini delle Fiamme gialle, che avrebbero lavorato in particolare sul filone degli accreditamenti in regione delle cliniche private e che comunque farebbero parte dello stesso ufficio che si occupa anche di quest'ultima inchiesta, sarebbero ora impegnati attivamente per sostenere la campagna elettorale per l'Idv di un pm titolare tra l'altro di due fascicoli d'indagine su Raffaele Fitto, ministro per gli Affari regionali.

Lorenzo Nicastro è in aspettativa dalla fine di febbraio. L'ha strappata a fatica: il Csm ha dato il suo placet con 4 astenuti, 4 voti contrari e 13 sì. Tra questi ultimi, l'assenso di Nicola Mancino, vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura che accompagnò il via libera stigmatizzando l'opportunità della decisione del pm barese: «Non è possibile che un magistrato inquirente, dopo aver fatto indagini, si presenti alle elezioni nello stesso territorio, mettendo in discussione così la credibilità della magistratura».

Un'osservazione dai connotati fortemente polemici che, se fosse confermata la presenza nello staff elettorale di Nicastro dei due investigatori della gdf barese, guadagnerebbe nuovo vigore. Un elemento, tra gli altri. Tra i componenti del plenum del Csm che ha permesso a Nicastro di candidarsi mettendolo in aspettativa fino al risultato delle urne c'è anche quel Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente, che emergerebbe dalle intercettazioni perché citato dal commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi come una sorta di «consulente giuridico» del presunto team che avrebbe tentato di ostacolare i «pollai» tv.

E proprio Cosimo Ferri, a proposito della candidatura del pubblico ministero Nicastro, s'era espresso con qualche riserva: «Questa candidatura è inopportuna. Cosa devono pensare i cittadini italiani di un giudice che fino a pochi giorni prima ha fatto il pm e poi, zac, entra in politica?».

[15-03-2010]

 

 

PANORAMA” HA RISCOPERTO: SI TRATTA DI UN INTERROGATORIO DATATO 2 LUGLIO 1995. A SUBIRLO È PROPRIO DI PIETRO, CHE SI È DIMESSO DALLA MAGISTRATURA SETTE MESI PRIMA, IL 6 DICEMBRE 1994, E IN QUEL PRECISO MOMENTO È INDAGATO A BRESCIA IN QUELLO CHE VERRÀ DEFINITO IL "DIPIETROGATE" UN VERBALE NEL QUALE TONINO PROSPETTAVA I SUOI STRANI PIANI DOPO L’ADDIO ALLA TOGA: - “PROGRAMMARE L’INGRESSO AL SISDE, PER RICOMINCIARE DA DOVE ERO RIMASTO”…. - LEDEEN (AGENTE CIA): “DI PIETRO CENÒ DA ME” - LUTTWAK (SERVIZI USA): “FU MIO OSPITE” - (NON SOLO. GLI INVIATI ITALICI IN USA RICORDANO A DAGOSPIA CHE, NEL '95, DI PIETRO EBBE PROPRIO L'"AGENTE'LEEDEN" COME TRADUTTORE A UNO SPEECH UNIVERSITARIO NEGLI STATES) -

 

1 - "PROGRAMMARE L'INGRESSO AL SISDE, PER RICOMINCIARE DA DOVE ERO RIMASTO"....
Maurizio Tortorella per "Panorama"

Un mucchietto di foto, che avrebbero dovuto essere distrutte, e invece emergono dopo oltre 17 anni di oblio. E un interrogatorio, anch'esso totalmente dimenticato, che risale al 1995. Sono gli elementi del caso che dall'inizio del mese sta assediando Antonio Di Pietro, presidente appena confermato dell'Italia dei valori.

 

Il 2 febbraio il "Corriere della sera" ha pubblicato alcune immagini che ritraggono l'ex pm al tavolo di una cena romana, il 15 dicembre 1992, seduto aldi la sinistra di Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde, e vicino ad altri personaggi del ramo: come Fausto Del Vecchio, colonnello del Sisde; o come Rocco Mario Mediati, un «investigative specialist» della Kroll security services americana.

 

L'imbarazzo, che per tanto tempo ha fatto tacere Di Pietro sull'episodio, è forse dovuto alla vicinanza con tanti 007 e al fatto che nove giorni dopo quell'incontro Contrada sarebbe stato arrestato per associazione mafiosa.

Tanto che il "Corriere" ha scritto che quel 24 dicembre partì un vortice di telefonate perché le immagini scomparissero. Di Pietro ha opposto molti «non ricordo», e sostanzialmente ha reagito male: «Solo menti malate» ha detto «possono pensare che ho fatto quel che ho fatto nella mia vita per una spy story».

Ma le foto assumono un rilievo ancora più interessante se collegate al verbale che "Panorama" ha riscoperto: si tratta di un interrogatorio datato 2 luglio 1995. A subirlo è proprio Di Pietro, che si è dimesso dalla magistratura sette mesi prima, il 6 dicembre 1994, e in quel preciso momento è indagato a Brescia in quello che verrà definito il «Dipietrogate»:

 

alla base dell'accusa, poi negata in vari giudizi, sono le presunte, indebite pressioni che l'ex pm avrebbe esercitato su una serie di indagati milanesi di Mani pulite allo scopo di ottenerne vantaggi economici per sé, parenti e amici. Il magistrato titolare dell'inchiesta bresciana è Fabio Salamone.

Davanti a lui Di Pietro si presenta con una grande valigia zeppa di documenti. Ed esplode in quello che Salamone, due anni dopo estromesso in malo modo dall'inchiesta e oggi procuratore aggiunto a Brescia, ricorda come un monologo durato 16 ore, nel quale l'indagato parlò di sé e del groviglio di ambizioni e di paure che lo circondava.

 

Nell'interrogatorio Di Pietro prospetta un piano ambiguo, a cavallo tra la politica e i servizi segreti.

Al capitolo 12 del verbale, intitolato «il progetto strategico per il futuro», detta per sommi capi la sua tabella di marcia al momento delle dimissioni: «Completare le inchieste sulla Guardia di finanza; raccogliere le prove fondamentali sul gruppo Berlusconi, lasciando il proseguimento dibattimentale ai colleghi (del pool Mani pulite, ndr) per non trovarsi bloccato per altri due anni; completare il processo Enimont; andare fuori ruolo».

 

Ed ecco la parte più interessante, dove Di Pietro detta i passi successivi: «Programmare l'ingresso al Sis (il Servizio dei controllori dell'amministrazione fiscale, ndr) o al Sisde per ricominciare da dove ero rimasto».

La formula è davvero sorprendente, e non è mai stata compiutamente analizzata. Però la frase «per ricominciare da dove ero rimasto», subito dopo la sigla «Sisde», legittima l'ipotesi di scenari che ben si collegano alla fotografia con Di Pietro seduto accanto a Contrada e agli altri ufficiali dell'intelligence.

 

Anche perché nel verbale l'ex pm insiste con i piani, e guarda sempre più in alto: «Il progetto Mani pulite 2, con il ricomponimento del pool sotto il Sis; l'anagrafe tributaria; la direzione del Sisde ».

Infine: «Il progetto Mani pulite 3, con la ricostruzione (dell'Italia, ndr), il ricambio della classe dirigente, nuove leggi e nuovi agglomerati politici; la divulgazione di Mani pulite nel mondo».

Nella vicenda s'inserisce poi un'altra fotografia, pubblicata il 9 febbraio dal "Giornale". Qui Di Pietro, di fronte a una bottiglia di limoncello mezza vuota, scherza tra le braccia di un signore barbuto: è lo psicologo Pietro Rocchini, un fan dipietrista della prim'ora, poi nel 1995 fondatore del movimento Mani pulite e per lungo tempo portavoce e organizzatore nelle piazze d'Italia della propaganda a favore dell'ex pm, ormai lanciato verso la politica.

 

La foto davanti al limoncello appartiene a quel periodo di totale contiguità: da dove nasce l'imbarazzo, allora? Dal fatto che da almeno un decennio Di Pietro rinnega ogni conoscenza con Rocchini. Nel 2000 l'ha fatto addirittura davanti ai giudici, in un'aula del tribunale di Monza, dove Rocchini lo aveva convocato come teste in un processo per diffamazione.

 

Rocchini sostiene che alla base del voltafaccia c'è la partecipazione di Di Pietro a una conferenza americana, organizzata nell'estate 1995 dal politologo Edward Luttwak: «Tornò in Italia» dice oggi Rocchini «e lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il nostro progetto di dare vita a un partito fosse stato accolto con freddezza. Da allora Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana. L'impressione fu che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori».

 

Gli appassionati delle coincidenze sospette ricorderanno che nemmeno un mese fa si è scoperto che Luttwak è stato per anni un consulente doviziosamente retribuito del Sismi, il servizio segreto militare italiano.

E altri ricorderanno che lo stesso Luttwak il 6 dicembre 1994, poche ore dopo l'annuncio dell'abbandono della toga da parte di Di Pietro, mostrò capacità divinatorie e si disse sicuro di una discesa in campo dell'ex pm. Testuale: «Le sue dimissioni sono un passo verso la normalizzazione della politica in Italia».

Soltanto coincidenze, certo. Sta di fatto che con Rocchini il vero gelo inizia nel giugno del 1996, quando Di Pietro, che fino a quel momento ha condiviso le simpatie dell'amico per la destra, annuncia ancora una volta il rinvio di un proprio partito.

 

La decisione viene criticata da Rocchini, che lo accusa di aver rinunciato per le «pressioni americane» e di essere stato convinto negli Stati Uniti ad appoggiare «una determinata parte politica». L'ex pm smentisce, ma subito dopo diventa ministro dei Lavori pubblici nel governo di Romano Prodi. E due anni più tardi fonda l'Italia dei valori.

 

2 - LA CIA È VICINA! - LEDEEN: "DI PIETRO CENÒ DA ME". E LUTTWAK: "FU MIO OSPITE" - LA RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L'EX LEADER DI MANI PULITE FECE A WASHINGTON NEL '95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER I LORO LEGAMI CON I SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSÌ: LO INVITAMMO PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...

Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera" (19-01-2010)


La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995. L'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando l'attuale presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che "il Giornale", testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.

 

«Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali.

 

In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi citati dal "Giornale" sono sgraditi all'elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. "Libero" ha attaccato l'ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia.

 

Per presentare i due americani, "Giornale" ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)».

 

La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato», racconta al "Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero della Repubblica. Avrei dovuto».

 

Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto».

 

Autore di un «manuale» intitolato "Strategia del colpo di Stato", Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi.

 

Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché? Non era affare del mio Paese».

Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però, negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di aver installato i Cruise».

 

 

[15-02-2010]

DA MAUTONE A BALDUCCI, PASSANDO PER RINALDI E IL FIGLIO CRISTIANO. LE RELAZIONI PERICOLOSISSIME DI “NUN SACCIO NIENTE” ANTONIO DI PIETRO - GLI INCROCI A RISCHIO FRA GRAND COMMIS, POLITICANTI E TRAFFICHINI DEGLI APPALTI - PROBLEMI IN ARRIVO DAL SECONDO TRONCONE DELL’INCHIESTA NAPOLETANA (VEDI ROMEO)?...

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per il Giornale

Due orbite indipendenti, ma con punti di attrazione gravitazionale comuni. Le storie di Angelo Balducci e Mario Mautone hanno tratti simili, anche se il curriculum del primo è più luccicante.

 

Entrambi hanno ricoperto l'incarico di provveditori alle opere pubbliche, anche se in diverse regioni, entrambi sono stati a un certo punto della loro ascesa promossi o trasferiti, a seconda dei punti di vista, da Antonio Di Pietro, quando l'ex pm era al dicastero delle Infrastrutture.

Entrambi hanno avuto rapporti troppo contigui con imprenditori interessati agli appalti (Anemone per Balducci, Romeo per Mautone), ed entrambi sono stati sputtanati dalle intercettazioni che li hanno incardinati come «corruttori» nei teoremi della magistratura. In conseguenza delle quali, entrambi sono incappati in guai giudiziari con tanto di soggiorno in carcere.

)

Nell'elenco dei parallelismi nelle carriere di questi due superburocrati dei lavori pubblici (che se anche fanno danni, cambiano poltrona ma non perdono il posto, galera permettendo), colpisce come le traiettorie esistenziali di Balducci e di Mautone impattino con il Tonino nazionale, che di riffa o di raffa «c'azzecca» con entrambi.

Anche se non ha mai smesso i panni del grande moralizzatore, ora chiedendo a gran voce la testa di Bertolaso, mesi fa prendendo le distanze da Mautone, nonostante i coinvolgimenti «familiari». E, sul Riformista di qualche giorno fa, rivendicando di aver «spostato» Balducci per due volte. Pur premettendo: «Non avevo niente contro di lui».

Sappiamo bene delle liaisons ad alto rischio del leader Idv con Mario Mautone, l'ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, travolto dall'inchiesta napoletana sull'appalto «Global Service».

 

E asceso a gloria autonoma persino rispetto a Romeo, con un filone indipendente di quell'inchiesta, che scava su un «sistema Mautone», incentrato tra l'altro sulla costruzione di nuove caserme tra Campobasso e Napoli.

Proprio le intercettazioni fecero emergere una serie di richieste di «favori» avanzate all'ex provveditore da parte di Cristiano Di Pietro, figlio di Tonino e all'epoca consigliere provinciale dell'Idv a Campobasso. Una vicenda tuttora aperta, come l'intera inchiesta. I cui collegamenti portano un po' in tutte le direzioni, da Bari a Roma. E che lambirebbe l'entourage del sottosegretario Guido Bertolaso.

Era infatti quest'ultimo il responsabile dei siti campani dichiarati «di interesse nazionale». In gran parte cave e luoghi destinati a ospitare le discariche. Ma anche, appunto, i terreni dove dovrebbero sorgere la cittadella della polizia e le altre caserme.

Quelle ai cui appalti si interessava pure Cristiano, infatti, avrebbero fatto gola a molti altri imprenditori, ben più importanti degli amici del delfino di Tonino. E le pressioni per forniture e interventi, si ipotizza nella procura partenopea, non avrebbero risparmiato i vertici della Protezione civile.

Un capitolo ancora tutto da scrivere, con una certezza: Di Pietro a luglio 2007 portò Mautone al ministero, e lo nominò a capo di una commissione sugli appalti autostradali. Il politico sostiene che non fu una promozione, ma che anzi era una «mossa» per impedire a quel burocrate «discusso» di continuare a far danni a Napoli.

 

Ma non si può dimenticare che l'allora ministro aveva un chiaro interesse personale a tutelare il figlio da quell'amicizia scomoda e dai riverberi giudiziari. Tanto che Cristiano, sotto il Vesuvio, è finito indagato.

Mautone arriva a Roma, dove c'era già Angelo Balducci. E Tonino in ragione del suo incarico ha rapporti anche con quest'ultimo. Il nome dell'ex soggetto attuatore dei lavori alla Maddalena, Balducci (che è tra i quattro arrestati nell'indagine fiorentina sul G8) finisce nell'agenda di Di Pietro quando l'organizzazione del vertice è ancora lontana.

Nell'estate del 2006, Tonino arriva in Consiglio dei ministri con una serie di nomine da proporre. Una riguarda proprio Balducci, che lascia il Consiglio superiore dei Lavori pubblici e trasloca a capo del Dipartimento infrastrutture statali, edilizia e regolamentazione dei lavori pubblici.

Promozione o bocciatura? Di Pietro, ora, sostiene che fu un «demansionamento», perché la nuova poltrona non era «operativa». La presa di distanza è singolare, una excusatio non petita, un modo per lavarsi le mani nel momento in cui il suo partito spara ad alzo zero sulla Protezione civile. Ma non è nuova, e ricorda quanto accadde con Mautone.

 

E d'altra parte Aurelio Misiti, parlamentare Idv con un passato importante nei Lavori pubblici, per «difendere» il suo leader ha sostenuto sul Fatto Quotidiano la stessa tesi di Tonino, ricordando che Di Pietro non solo non avrebbe mai promosso Balducci, ma addirittura l'avrebbe «rimosso» per due volte dagli incarichi che gli aveva assegnato il centrodestra.

L'ex ministro, insomma, l'avrebbe solo parcheggiato su una poltrona «senza alcun potere operativo». Curioso che sempre Misiti al Messaggero dia una lettura in contraddizione, spiegando che riteneva Balducci «più adatto alla gestione» e che per questo raccomandò a Di Pietro di sostituirlo.

Una doppia versione messa in evidenza dall'agenzia «Il Velino», che si domanda: «Balducci era non operativo o più adatto alla gestione?». Di certo qualsiasi cosa dica Tonino resta il fatto che il dipartimento dell'Edilizia del ministero delle Infrastrutture è un incarico a dir poco prestigioso.

Balducci lo lascia qualche mese più tardi, perché Francesco Rutelli lo fa nominare commissario delegato per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. Ma quella poltrona non gli fa schifo, visto che avrebbe tentato di mandarci un altro alto dirigente del ministero, Claudio Rinaldi.

Che oggi ritroviamo indagato, insieme a Balducci, in un'altra vicenda di appalti: i presunti abusi edilizi commessi per i mondiali di nuoto Roma 2009. Due i commissari dell'evento che si sono avvicendati: Balducci e poi Rinaldi.

 

Entrambi finiti nei guai, tra l'altro, per la costruzione di una piscina al Salaria sporting village, il club dei presunti «festini» di Bertolaso e soci, di proprietà dell'imprenditore Anemone e del figlio maggiore di Balducci, Filippo.

Bell'intreccio. E non è finita. Facciamo un passo indietro e torniamo al dipartimento Edilizia. Perché, due anni fa, qualcuno racconta che Di Pietro si opponga alla nomina di Rinaldi a quell'incarico.

Quel qualcuno si chiama Mauro Caiazza, è un collaboratore di Mautone, intercettato nell'estate 2007 mentre parla con l'ex provveditore campano amico di Cristiano Di Pietro, cercando di convincerlo ad accettare di buon grado il trasloco a Roma.

Un po' di gossip ministeriale, che alla luce di quanto è poi accaduto è interessante leggere. Caiazza: «...tieni conto che a Rinaldi lo ha chiamato e gli ha detto: "O te ne vai...", e lui al capo di gabinetto gli ha detto "no, non me ne vado", "guarda, ha detto il ministro che o te ne vai o ti manda alla procura della Repubblica". Hai capito chi è questo Di Pietro?».

Mautone: «A chi lo ha detto?»: Caiazza: «A Rinaldi. Io lo so perché Rinaldi lo ha detto alle persone, e ha detto "questo mi ha chiamato, mi ha sbattuto al muro e... me ne devo andare". L'ha cacciato via, mandato alle dighe!». Mautone: «E poi lo voleva far rientrare?».

Caiazza: «No, poi lui si è fatto raccomandare per l'edilizia e non lo ha fatto più rientrare». Mautone: «Ma chi ce l'aveva proposto all'edilizia?». Caiazza: «Ce l'avevano proposto perché Balducci conosce Rutelli e Prodi, e ha fatto raccomandare Rinaldi, e dice "mo lo schiaffo all'edilizia, così c'ha tutti i provveditori sotto"!

 

Invece poi Di Pietro non ha ceduto. "No, no!! Questo deve rimanere là, e l'ha lasciato là. E l'edilizia te l'ha data a te, e te l'ha data perché sa che il figlio è intervenuto, ci sono una serie di persone che t'hanno raccomandato. Lui t'ha tolto da Napoli ma non ti ha messo a Canicattì».

Qualche domanda resta aperta. È vero che l'allora ministro minacciò di denunciare Rinaldi in procura? E per quale motivo? La nomina di Rinaldi come commissario straordinario per i mondiali di nuoto è di un anno dopo. Che informazioni compromettenti su di lui aveva Di Pietro, tali da paventare di «mandarlo in procura», e da far resistere il ministro alla «sponsorizzazione» che Rinaldi avrebbe avuto, tramite Balducci, dall'ex premier Prodi e da Rutelli? Se sospettava illeciti non ne ha fatto parola, «cacciando» Rinaldi nel solito modo, ossia nominandolo direttore generale. Per le Dighe.

 

Ma l'effetto più curioso del trasferimento di Mautone a Roma è la comparsa prepotente del dirigente nelle carte dell'inchiesta sul G8. Mautone da direttore generale subentra a Celestino Lops come responsabile dell'appalto per la costruzione della Scuola marescialli nell'area di Castello a Firenze.

Storia da milioni di euro e una diatriba tra due imprese: l'Ansaldi e la Btp di Riccardo Fusi. Si arriverà al recesso dell'appalto dato all'Ansaldi da parte del ministero, ma Mautone è titubante a usare le maniere forti. Tanto che Fusi intercettato parla di «truffa in atto, associazione a delinquere», e aggiunge: «Se Mautone fa tutti questi discorsi vuol dire che è di banda».

E lamentandosi con Verdini dello stallo ministeriale, aggiunge: «Lì c'era il grande ministro Di Pietro quando, con Mautone, hanno fatto tutte queste cose, e prima ancora c'era il vostro ministro». Sbagliava, Mautone era arrivato dopo. E di lì a poco, sarebbe finito in carcere. Per la gioia di Fusi: «Ma si sapeva», ridacchia, e poi chiude: «Fanculo, va buo', ciao».

[17-02-2010] 

 

 

LUIGI, ITALO E LA MALAFEMMENA – BOCCHINO RINFACCIA A DE MAGISTRIS “LE MOLTE TRASFERTE DA UNA ‘AFFASCINANTE PM’” (OVVERO GABRIELLA NUZZI): È LEI CHE HA INDAGATO DE LUCA E APERTO LA GUERRA TRA LE PROCURE DI SALERNO E CATANZARO (QUEST’ULTIMA INDAGÒ LO STESSO LUIGI, RITENUTO L’“ISTIGATORE” DELLA COLLEGA) - TRASFERITO NELLA CAPITALE, IL PROCESSO RIMBALZA A PERUGIA DOVE SI CONCLUDE CON L’ARCHIVIAZIONE. MA I VELENI RESTANO…

Titti Beneduce per "il Riformista"

Dopo più di un anno, il clamoroso scontro tra le Procure di Salerno e Catanzaro torna a infiammare il dibattito politico. I magistrati protagonisti di quella vicenda svolgono ormai da tempo altri compiti, il procedimento a carico di De Magistris è stato archiviato dal gip di Perugia: eppure quei fatti scottano ancora e lunedì sera, nel corso di "Porta a porta", sono stati al centro di un aspro confronto tra l'europarlamentare di Idv e Italo Bocchino. Quest'ultimo, in particolare, ha rinfacciato a De Magistris le sue numerose trasferte alla Procura di Salerno, «da un'affascinante pm».

 

Ovvero Gabriella Nuzzi, poi trasferita dal Csm a Latina. Nuzzi è peraltro il pm che ha indagato Vincenzo De Luca in una delle vicende che vedono inquisito il candidato del centrosinistra alla Regione Campania. Ed è stata, soprattutto, una dei pm che hanno disposto il sequestro degli atti di Catanzaro nella guerra tra la Procura calabrese e quella di Salerno.

La storia comincia tre anni fa, quando a De Magistris - allora pm in servizio a Catanzaro - vengono tolte le inchieste «Why not» e «Poseidone», che vertevano su torbidi intrecci di poteri e coinvolgevano numerosi politici. Il magistrato finisce davanti al Csm, che nel gennaio del 2008 lo punisce in maniera severissima: trasferimento e perdita della funzione di pm.

 

De Magistris è ritenuto colpevole, tra l'altro, di non avere informato i superiori degli sviluppi delle indagini e di avere ordinato arbitrariamente alcune perquisizioni, come quella del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano. Il magistrato approda a Napoli, sezione Riesame. Ma la Procura di Salerno, competente sugli uffici giudiziari di Catanzaro, vuol capire se in quanto è successo siano ravvisabili dei reati.

Chiede a quella calabrese le carte dei processi tolti a De Magistris, ottenendo un deciso rifiuto. L'ex pm viene più volte convocato proprio da Gabriella Nuzzi e dal collega Dionigio Verasani come persona informata dei fatti: il caso è delicato, i magistrati non vogliono fare passi falsi. Proprio le frequenti trasferte di De Magistris a Salerno sono state rimarcate da Bocchino nel corso della trasmissione di lunedì e condite con un pizzico di maliziosa ironia.

 

Dopo avere ricostruito che cosa era accaduto a Catanzaro, i pm, sostenuti dal procuratore Luigi Apicella, dispongono il sequestro delle carte processuali. È il dicembre del 2008; il contrasto tra i due uffici giudiziari non ha precedenti. I magistrati di Salerno mettono sotto inchiesta quelli calabresi, che a loro volta dispongono un controsequestro e iscrivono i colleghi nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio. Il Csm interviene e dispone trasferimenti a raffica.

 

Qualcuno, come il procuratore Apicella, lascia la toga. Nuzzi finisce a Latina, Verasani a Cassino. Nel dimettersi dall'Anm, la pm scriverà una amarissima lettera al presidente Luca Palamara: «Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario... Quale la colpa? Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata».

Tra gli indagati della Procura di Catanzaro c'è anche De Magistris, ritenuto l'«istigatore» della collega salernitana. La notizia viene divulgata subito dopo l'annuncio della sua candidatura al Parlamento europeo. Gli atti vengono mandati per competenza a Napoli, dove però nel frattempo De Magistris è entrato in servizio. Arrivano a Roma, ma poiché una delle parti lese, ex magistrato di Catanzaro, nel frattempo è stato trasferito nella capitale, il processo rimbalza a Perugia. Dove si conclude tutto con un archiviazione.

 

 

[10-02-2010] 

 

 

Caro D'Agostino, dopo aver letto anche su Dagospia, ricostruzioni infamanti su Antonio Di Pietro, accusato di essere un agente della Cia per destabilizzare l'ordine costituito e poiché tra il 1998 ed il 2001 ero il suo più stretto collaboratore e consigliere economico, mi permetto di inviare la più rigorosa ricostruzione dei fatti,anche rispetto a fonti poco attendibili, utilizzate ed elevate dal "Corriere della Sera" ai moderni Saint Just, con finalità puramente diffamatorie.

 

Per screditare ed infangare la limpida attività di Antonio Di Pietro (e di Mani Pulite), ben identificati organi di informazione,i cui assetti proprietari sono riconducibili a potentati economici ed oligarchie finanziarie collusi con la politica dell'inciucio,sentendosi in pericolo dalla dura e tenace opposizione dell'IDV, rendono attendibili screditati personaggi in cerca d'autore, già sconfessati e condannati da decine di sentenze della magistratura. Dopo aver partecipato come socio fondatore dell'IDV a San Sepolcro ed aver lavorato a stretto contatto con Antonio Di Pietro, assieme ad Elio Veltri, Massimo Donadi, Silvana Mura, Giorgio Calò, fino alle elezioni politiche del 13 maggio 2001, sento il dovere di smentire marchiane infamie tendenti ad alimentare teoremi accusatori destituiti di qualsiasi fondamento,con speciale riguardo al viaggio americano avvenuto tra fine ottobre e gli inizi di novembre del 2000.

 

Di Pietro, eletto senatore nel famoso collegio del Mugello alle elezioni suppletive del 10 novembre 1997 sbaragliando Giuliano Ferrara, dopo la rivoluzione delle inchieste giudiziarie denominata "Mani Pulite", raccolse finalmente il pressante invito proveniente dalla società civile e da alcuni parlamentari e senatori, costituendo il 21 marzo 1998 l'Italia dei Valori a San Sepolcro con circa 300 soci fondatori. Antonio Di Pietro era il personaggio italiano più famoso negli Stati Uniti e nel mondo.

 

Per questo in occasioni delle elezioni presidenziali del novembre 2000, raccolse l'invito di italo-americani vicini ai democratici per sostenere la loro campagna elettorale. Assieme ad un giornalista del TG1, che si candidò nel collegio Lazio 2, come capolista alla Camera alle elezioni politiche 2001, contribuimmo ad organizzare quel viaggio.

Idv non avendo una sede propria per svolgere l'attività politica, si riuniva nell'ufficio al Senato sopra Piazza Sant'Eustachio, oppure nella sede Adusbef di Via Farini, e forse proprio per questo ci fu uno strano sincronico furto nei primi giorni di ottobre del 1999, sia nell'abitazione di Di Pietro a Curno con l'asportazione di un computer e di documenti, che nella sede dell'associazione a Roma, dove non furono rubati né contanti, né oggetti di valore, ma solo alcuni documenti.

 

Per partecipare alle elezioni politiche del 2001,dopo aver scelto di non fare alleanze e sostenere le spese della campagna elettorale, l'esecutivo Idv approvò una delibera per richiedere ai candidati un contributo di 50 milioni di lire (il presidente Di Pietro e l'On. Giorgio Calò per 100 milioni di lire). Il quorum del 4%,non venne raggiunto per una manciata di voti.

 

Il viaggio del senatore Di Pietro tra fine ottobre (partenza il 28 ottobre da Roma ed i primi di novembre accompagnato da Silvana Mura, dall'avvocato Sharon Talbot e l'imprenditore Randy Stelk, da Londra a Washington lungo tutta la East Coast, fino a Miami in Florida) negli Stati Uniti, per appoggiare il candidato democratico, venne organizzato da italo americani, che misero a disposizione la macchina organizzativa, per gli incontri con la comunità italiana da una parte all'altra del Pacifico,da Washington a Miami.

 

Un imprenditore italo americano, Gino A.G. Bianchini, che aveva contribuito al viaggio negli Usa, chiese ed ottenne la candidatura nelle liste Di Pietro IDV al Senato, nel collegio 2 Roma-Parioli-Trieste, ottenendo 2.943 voti pari al 2,12%, contribuendo, come tutti gli altri candidati, alle spese della campagna elettorale.

E' il contributo alla chiarezza ed alla trasparenza per rispondere agli squallidi tentativi denigratori di mezzi di informazione, che stanno montando ad arte campagne di stampa per alimentare una cultura del sospetto, facendo assurgere ad eroe un personaggio come il signor Mario Di Domenico, per screditare Antonio Di Pietro e l'IDV, e riabilitare in tal modo i protagonisti della cosiddetta Prima Repubblica, spazzati via proprio dall'inchiesta, dai processi e dalle sentenze di Mani Pulite.
Elio Lannutti (Presidente Adusbef- Senatore Italia dei Valori)

 

 

UNA TV (SPENTA) PER DI PIETRO – NEL 2008 L’IDV RICEVE UNA OFFERTA SPONTANEA DI 50MILA€ DA "SEI TV", UN CANALE CHE NON TRASMETTE DA 7 ANNI DEL PATRON DI ODEON RAIMONDO LAGOSTENA (IN CARCERE PER SPOT E TANGENTI) – ALLE SUCCESSIVE EUROPEE IL PARTITO DI TONINO UTILIZZA SULLE RETI ODEON SPAZI PUBBLICITARI PER 200MILA € ACQUISTATI DALLO STESSO LAGOSTENA, E IL CASO VUOLE CHE QUASI 50MILA€ FINISCANO POI ALLA INATTIVA "SEI TV" – TUTTO LEGALE, MA COMPLICATO…

Alessandro Sallusti per "il Giornale"

 

Tre signori sono stati protagonisti del primo congresso dell'Italia dei Valori. Ad applaudirli, in prima fila, il leader del Pd Pierluigi Bersani. Come dire, gente seria, garantisco io. Vediamo chi sono i tre. Il primo, ovviamente è Antonio Di Pietro, fondatore del partito, la cui immagine sta uscendo a pezzi da sospetti, supportati da fotografie, di collusioni con i servizi segreti italiani ed esteri ai tempi di Mani pulite e da accuse, da parte di suoi ex collaboratori, di scarsa trasparenza nella gestione dei fondi del partito (56 milioni di euro).

 

Il secondo è un altro ex magistrato passato alla politica (è deputato europeo dell'Idv), Luigi De Magistris, che prima di entrare in politica fu trasferito e censurato dal Csm per «gravi anomalie» nelle sue inchieste, una delle quali provocò la caduta del governo Prodi (l'avviso di garanzia all'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, poi risultato completamente estraneo) e che forse per questo riceve oggi gli onori di Bersani.

Il terzo è un ex poliziotto, Gioacchino Genchi, simpatizzante dipietrista, oggi consulente delle Procure di mezza Italia e balzato agli onori della cronaca per aver intercettato i telefonini di 350mila italiani, per questo finito sotto inchiesta e ancora al centro di una intricata vicenda giudiziaria che però non gli impedisce di continuare la sua attività, ben retribuita, al fianco di molti magistrati.

 

Che non hanno ovviamente avuto nulla da ridire quando ieri, dal palco Idv, Genchi ha annunciato di sapere con certezza che l'attentato di Milano contro Silvio Berlusconi è stato una montatura organizzata dallo stesso premier per commuovere gli italiani e intimidire gli avversari.

Insomma, due discussi e discutibili ex magistrati e un ex poliziotto farneticante, spione di professione, si candidano a guidare il Paese in compagnia del Pd e in alternativa al Pdl, il più grande partito liberale europeo. In attesa che il sogno si avveri suggeriamo al trio investigativo di tenersi allenato risolvendo il seguente rebus.

Nel 2008 la maggior offerta spontanea all'Italia dei valori è stata fatta da una piccola emittente milanese, «Sei Tv». Si tratta di 50mila euro. Nulla di illegale, ovviamente, ma è legittimo chiedersi come mai una emittente che non trasmette più dal 2002, e che alla data dell'elargizione risulta alla Camera di commercio «inattiva» e con un solo dipendente, sia stata così generosa con Di Pietro.

 

Proprietario di «Sei Tv» è Raimondo Lagostena, noto imprenditore televisivo, titolare del gruppo Odeon, che attualmente si trova in carcere. È coinvolto in una storia di presunte false fatturazioni e fondi neri sulla cessione di spazi pubblicitari televisivi a favore dell'assessore regionale lombardo Gianni Prosperini, anche lui agli arresti.

Del resto Di Pietro conosce è apprezza le tv di Lagostena, tanto che alle ultime elezioni europee l'Idv utilizzò su quelle reti spazi pubblicitari per un valore di oltre 200mila euro. Che però, a quanto ci risulta, nonostante le rigide norme che regolano la pubblicità elettorale, non furono fatturati in prima battuta al partito dell'ex Pm, ma acquistati direttamente da Lagostena.

 

Quasi 50mila euro di quei 200, finirono poi alla inattiva «Sei Tv», la benefattrice dell'Idv. Insomma, una storia sicuramente legale ma complicata, come tutte quelle che vedono protagonista Di Pietro. E che forse solo lui, insieme con De Magistris e Genchi, può dipanare e spiegare. E se questa volta, e su questo caso, qualcun altro, per esempio la Procura di Milano provasse a capirci qualcosa, così, tanto per dissipare inutili dubbi? Difficile, ma non impossibile.

[08-02-2010]

LA CAPRIOLA DI TONINO - HA VINTO IL CONGRESSO E HA RINSALDATO L’ALLEANZA CON IL PD APPOGGIANDO DE LUCA - L’ALA GIUSTIZIALISTA DEL PARTITO ORA LO ACCUSA - SUL WEB SI DIFENDE: "DOVETE CAPIRMI" MA DE MAGISTRIS NON LO PERDONA E PER TRAVAGLIO: "ANCHE TONINO HA FALLITO" - IL FEELING CON LA BASE È FINITO? LE ELEZIONI REGIONALI TEST VERO PER IL FUTURO DELL’IDV…

Da "la Stampa"

GIOVANE

«Di Pietro si è assunto una responsabilità gravissima», quella di appoggiare Enzo De Luca in Campania, «una persona con reati gravissimi». Luigi De Magistris ieri ha attaccato così la scelta del leader Idv Antonio Di Pietro di appoggiare in Campania la candidatura di De Luca per le regionali di primavera. Di Pietro si è giustificato affermando di «voler salvare il salvabile» perché l'alternativa a questa soluzione significa la consegna «senza lotta, della regione al clan dei Casalesi». E sul web a chi lo critica chiede di «essere capito».

Si è appena celebrato il congresso dell'Idv con il passo indietro di De Magistris, spesso critico, rispetto alla linea del leader del partito che il caso Campania apre una nuova crepa tra i due esponenti del partito anche se De Magistris nega dissidi con il leader («abbiamo la stessa sintonia su quello che è l'obiettivo immediato e futuro». De Magistris chiede però «una linea chiara. Se non c'è una politica netta, alle regionali potrebbe rivelarsi verosimile una flessione dell'Idv rispetto al risultato delle europee». Ma la svolta di Di Pietro non convince né il giornale «Il Fatto», da sempre vicino alle posizioni dipietriste, che lo attacca, né il «popolo viola», né la base del movimento di cui è leader.

 

TRAVAGLIO: "ANCHE TONINO HA FALLITO"

Michele Brambilla per "la Stampa"

È la maledizione di Robespierre: ogni giustizialista trova sempre uno più giustizialista di lui che lo ghigliottina. Marco Travaglio con Di Pietro non ha usato la lama ma anche le parole tagliano: ha scritto su Il Fatto che accettando la candidatura in Campania di Vincenzo De Luca, sul quale pesano due rinvii a giudizio, Di Pietro ha fallito «il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana».

Travaglio, è finito l'amore tra lei e Di Pietro?

 

«Di Pietro non aveva mai fatto errori politici. Aveva commesso molti errori nella scelta degli uomini. Mai in quella delle strategie politiche».

È così scandalosa la candidatura di De Luca? Non è detto che sia colpevole. Ed è uno dei sindaci più amati dai suoi cittadini.

«Io capisco che quando fai parte di una coalizione qualche rospo lo devi mandare giù. Ma quando fai un'alleanza devi porre delle condizioni. E, fra queste, una irrinunciabile è che chi è inquisito non può essere candidato».

Che alternative aveva Di Pietro?

 

«Poteva dire: in Campania corro da solo».

Forse non aveva un candidato all'altezza.

«Non ce l'aveva perché si è mosso troppo tardi. E non ci si può muovere tardi proprio nella Regione che è stata l'origine del tracollo del centrosinistra e della riscossa di Berlusconi. Così adesso la Campania finirà o a Caldoro o a De Luca, che sono la padella e la brace».

E sarà colpa di Di Pietro?

 

«Tutta la gestione della Campania è stata, da parte di Di Pietro, disastrosa».

Addirittura disastrosa?

«Ma sì. Ha lasciato perfino che al congresso De Luca potesse parlare dal palco e raccontare un sacco di balle a un pubblico che, non conoscendo gli atti del processo, si è fatto infinocchiare al punto da tributare un'ovazione al candidato inquisito. Ecco, quell'ovazione a De Luca è stata l'apoteosi della catastrofe».

La vede così nera?

«Pensi solo a questo: il candidato del centrodestra, Stefano Caldoro, è incensurato. Così Caldoro, anche se in realtà è un uomo di Cosentino, potrà fare la morale a De Luca, rinfacciandogli di essere inquisito. Non le sembra un paradosso, per l'Italia dei Valori?».

 

Di Pietro ha ceduto sui principi?

«Ha creato un precedente che lo inchioda per il futuro. Non potrà mai più dire a nessuno: avete candidato un inquisito. Questa storia sarà il suo tallone d'Achille per sempre».

Di Pietro è finito?

«No. Ma ha perso una battaglia importante. Ora vediamo la guerra. Vediamo se sarà un argine contro la tentazione del Pd di tornare all'immunità per i parlamentari».

Ha detto addirittura che sogna una fusione, con il Pd.

 

«Se lo farà, la gente gli metterà le mani addosso».

L'ha chiamata dopo il suo editoriale?

«No. Di solito, quando lo critico lascia passare qualche giorno e poi mi ringrazia».

E se questa volta si arrabbia?

«Non mi farebbe né caldo né freddo».

Forse Di Pietro era in difficoltà anche per le ultime accuse: quella foto con tanti ufficiali dei servizi segreti...

«È possibile. Che dopo 18 anni dal poker d'assi di Craxi si sia qui ancora a seminare veleni, è pazzesco. Il fatto che poi una cosa simile l'abbia tirata fuori non il Giornale, ma il Corriere, deve averlo preoccupato. Forse tutto questo gli ha fatto perdere lucidità e ha condizionato il congresso».

Il futuro è di De Magistris?

«Di tutti e due. Il dualismo è un'invenzione dei giornali. Certo, De Magistris è più giovane...».

E non ha ancora fatto passi falsi?

«Beh, veramente le cose che ha detto contro il "comizio" di De Luca al congresso avrebbe dovuto dirle dal palco, non ai giornali».

Deluso anche da De Magistris?

«Dico solo che io avrei fatto così».

[09-02-2010]

LA STRANA BUGIA DI TONINO - L'EX PM FINGE DI NON AVER NULLA A CHE FARE CON IL FONDATORE DEL PARTITO MANI PULITE, PIERO ROCCHINI: "NON CONOSCO QUEST'UOMO" – MA CI SONO FOTO DEI DUE INSIEME E ROCCHINI RACCONTA IL DI PIETRO CHE CONOSCEVA: "SI PROFESSAVA UOMO DI DESTRA, TORNATO DAGLI USA SI BUTTÒ CON IL CENTROSINISTRA. CI SCONVOLSE"…

1- LA STRANA BUGIA DI DI PIETRO...

 

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

Nega spesso l'evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s'è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l'opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l'indagato principe dell'inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro.

 

Uno che s'è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l'ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l'impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più».

 

Anche Tonino non l'ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell'anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C'è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino.

 

Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell'accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d'averlo incontrato in un viaggio all'estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica.

 

L'avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l'amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi.

 

Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c'era un rapporto connotato d'amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell'inchiesta. L'ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l'ho incontrato con la moglie (...)».

 

Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.

Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. "Non posso venire mi dispiace"».

 

Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l'Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un'occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!". Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.

Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: "Faccia riferimento al signor Rocchini"...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...».

 

Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell'Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). "Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo».

 

Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L'avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?.

Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».

 

Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell'avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l'analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell'immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini.

 

Di Pietro: «La parola "Io" l'ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell'organigramma, non solo la parola io, ma tutto l'organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c'è scritto anche Mani pulite».

 

Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l'ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell'occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C'era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l'estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...».

Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978.

Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c'è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c'è tanto di fotografia, ma non l'ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...».

 

Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». Avv.: «Dov'è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov'è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.

 

2- "DI PIETRO ERA DI DESTRA. POI TORNA DAGLI USA E PASSA ALLA SINISTRA"

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

Dottor Piero Rocchini, quale presidente del Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di Pietro...

 

«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti coloro che credevano in lui e nell'ideale alto della politica che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e Antonio c'è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura totale».

 

Andiamo per gradi. A gennaio '95 Di Pietro lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c'è il Movimento Mani pulite e c'è grande attesa su quel che farà da grande l'ex Pm...

«Nell'aria c'erano più strade da percorrere. Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come riferimento etico fuori dalla politica attiva. In continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare, coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno del battesimo dell'Idv. Addirittura arrivò a prendere personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica.

 

Quando tornò dal viaggio non era più l'Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano e altri pianificò con me la formazione di un movimento trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani pulite e al movimento di cui era ben informato. La sua idea iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie. Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori come a gran voce chiedeva la "sua" base. Ero perplesso...».

 

Torniamo ai circoli americani frequentati da Di Pietro...

«Andò, ufficialmente, per una serie di conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì come entità di appoggio a una determinata parte politica. L'aveva ripetuto in continuazione. Poi si buttò con il centrosinistra».

E la cosa la sorprese?

 

«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che avrebbe fatto parte dell'organigramma del partito che si sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino. Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato l'organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un problema»

E poi che è successo?

 

«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi rassicura che c'è un progetto per stare al centro con il Ccd, grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell'orbita di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».

Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi nega tutto, compresi i rapporti con lei?

«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero l'unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo di comportarsi, l'unico che gli chiese conto del cambio d'atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei confronti dell'imprenditore Giorgio Panto querelato per un'incomprensione politica che chiarimmo prima della sua morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità sui nostri rapporti e sul Movimento».

 

E invece?

«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare una frequentazione assidua, un'amicizia vera, una collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in Australia fu vago, disse che c'eravamo incontrati lì come se non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste.

Ha addirittura sostenuto che non appena lesse degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un'inchiesta su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato l'evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i valori del Movimento».

È sorpreso da quanto si viene a sapere in questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?

«Un passaggio di un mio libro di fantasia riassume il suo modo di pensare: Aggio 'a cumanna'»

[09-02-2010]


ITALIA DEI LIVORI - GRILLO INDIPIETRITO E DE MAGISTRIS VOLA – DOPO TRAVAGLIO E FLORES, ANCHE BEPPE SCARICA IL LEADER DELL’IDV - SUL SUO BLOG HA URLATO: "TONINO, TORNA INDIETRO" - CRESCE LA CORRENTE DI DE MAGISTRIS E LA ALFANO GUIDA LA FRONDA INTERNA - DA PADELLARO A VATTIMO AUMENTANO I FAN DELL’EX TITOLARE DI WHY NOT…

Serenella Mattera per "il Riformista"

 

Su due cose sono tutti d'accordo: primo, l'Idv non è più un "partito personale" e Di Pietro non ne è più il padre-padrone. Secondo, De Magistris è ormai in grado di sfidarne la leadership. Merito del primo congresso, celebrato con regole di una democrazia interna che alcuni valutano ancora zoppicante, ma finalmente esistente. Ma merito anche degli eventi che proprio quando si veleggiava verso una rinnovata concordia nel norme di Di Pietro, hanno preso il sopravvento.

 

Eventi che hanno il volto del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e il suono degli applausi che gli hanno consegnato l'appoggio dell'Idv alle regionali campane. Un appoggio che ha costretto a venire allo scoperto il primo "correntone" nella storia del partito, assemblatosi in maniera spontanea attorno a un principio (non si possono accettare candidati su cui pendano procedimenti giudiziari, neanche per una buona causa) e a un nome: Luigi De Magistris.

All'ex magistrato ed eurodeputato, che di quel principio si è fatto corifeo, guarda la minoranza interna al partito, ma soprattutto quel vasto fronte "movimentista" o se si preferisce, della "società civile", che dell'Italia dei valori costituisce la forza. E che non intende seguire Di Pietro sulla via di De Luca. Anche Beppe Grillo, dal suo blog, ieri lo ha urlato: «Tonino, torna indietro».

 

«Per un partito che ha fatto delle mani pulite la sua bandiera, uno come De Luca rappresenta un suicidio politico - ragiona il comico genovese - Infatti, chi ha le mani sporche potrà dire che Di Pietro è uguale agli altri ». Non comprende più, Grillo, le ragioni dell'unico politico con cui fino ad ora ha condiviso una corrispondenza di amorosi sensi. La Rete, dice, lo "sta giudicando in modo severo, quasi da amante tradita".

Ma decide di non metterci il carico da novanta. Di non consegnare agli atti anche la sua condanna. Perché, sostiene, "Di Pietro non è uguale agli altri". E lo invita allora a un ripensamento su quella "emerita cazzata" che è abbracciare "i fini che giustificano i mezzi". Grillo, insomma, sembra dare a Di Pietro un'altra possibilità. E se il leader Idv non la coglie? Per ora non c'è risposta.

Ma quel che è certo, è che dopo il congresso Idv i grillini si stanno spostando in maniera naturale e sempre più esplicita, sul fronte di Luigi De Magistris. E pensare che dell'Idv l'ex pm napoletano non ha neanche la tessera. «La domanda: perché non mi sono iscritto, andrebbe girata a Di Pietro», ha detto ieri in un'intervista a "Il Fatto". Il segno che anche se De Magistris, dopo aver evitato lo scontro diretto al congresso, continua a negare una contrapposizione, non intende più nascondere i motivi di contrasto con Tonino.

 

Sbandiera ai quattro venti la propria delusione per la scelta di De Luca. Perché su certi principi non si transige. E Di Pietro ha fatto «una scelta incoerente e suicida ». Parole, queste ultime, di Sonia Alfano, eletta eurodeputata nelle liste Idv da indipendente, proprio come De Magistris, e suo più forte sostegno all'interno del partito. Nega, la Alfano, che insieme stiano lavorando per dividerlo, quel partito: «Nessuno vuole spaccare l'Idv - assicura - E io non ce l'ho con Di Pietro. Ma non posso tacere: lo statuto dice che non si può iscrivere chi abbia procedimenti penali in corso: come possiamo pensare di appoggiare la candidatura di uno di loro?». La pensano così anche gli aderenti alla "Base Idv", la corrente nata in vista del congresso e che, dice Giuseppe Vatinno, suo esponente, raccoglie oggi circa 2500 aderenti, tra iscritti e non.

«Noi abbiamo sempre detto che guardavamo con attenzione a De Magistris - spiega Vatinno - Adesso stiamo iniziando anche a collaborare. Lui al congresso ha parlato apertamente di attenzione all'area del dissenso interno. E noi sosterremo i candidati alle regionali che fanno riferimento a lui. In Lombardia, ad esempio, l'attore Cavalli».

 

Ma mentre prende forma il "correntone" Idv, attorno a De Magistris e in aperta polemica con la linea di Di Pietro, si schiera soprattutto quel mondo che pur rimanendo esterno, ha finora sostenuto il partito. Ieri su La Stampa l'eurodeputato Gianni Vattimo, che pure difende certe decisioni di Di Pietro, ha scritto: "De Magistris si sente ed è il rappresentante-custode di questo aspetto movimentista essenziale al partito. Che è anche il suo spirito di sinistra, quello per il quale io, ad esempio, mi dichiaro suo adepto".

Esplicito era stato l'endorsement del direttore di MicroMega Paolo Flores D'Arcais, che prima del congresso aveva chiesto a De Magistris di candidarsi in Campania. Mentre dalle pagine del Fatto negli ultimi giorni sono piovute aspre critiche alle scelte di Di Pietro. Travaglio ha parlato di "sconfitta". E anche Padellaro ieri ha posto una serie di spinose domande al leader idv. Cosa succederà adesso? «Non lo so - risponde il direttore - le ragioni della politica non sono quelle di un giornale. Quel che mi pare è che non ci sia un buon clima, anche perché le divisioni sono su questioni di fondo».

[10-02-2010]


LUIGI, ITALO E LA MALAFEMMENA – BOCCHINO RINFACCIA A DE MAGISTRIS "LE MOLTE TRASFERTE DA UNA ‘AFFASCINANTE PM’" (OVVERO GABRIELLA NUZZI): È LEI CHE HA INDAGATO DE LUCA E APERTO LA GUERRA TRA LE PROCURE DI SALERNO E CATANZARO (QUEST’ULTIMA INDAGÒ LO STESSO LUIGI, RITENUTO L’"ISTIGATORE" DELLA COLLEGA) - TRASFERITO NELLA CAPITALE, IL PROCESSO RIMBALZA A PERUGIA DOVE SI CONCLUDE CON L’ARCHIVIAZIONE. MA I VELENI RESTANO…

Titti Beneduce per "il Riformista"

Dopo più di un anno, il clamoroso scontro tra le Procure di Salerno e Catanzaro torna a infiammare il dibattito politico. I magistrati protagonisti di quella vicenda svolgono ormai da tempo altri compiti, il procedimento a carico di De Magistris è stato archiviato dal gip di Perugia: eppure quei fatti scottano ancora e lunedì sera, nel corso di "Porta a porta", sono stati al centro di un aspro confronto tra l'europarlamentare di Idv e Italo Bocchino. Quest'ultimo, in particolare, ha rinfacciato a De Magistris le sue numerose trasferte alla Procura di Salerno, «da un'affascinante pm».

 

Ovvero Gabriella Nuzzi, poi trasferita dal Csm a Latina. Nuzzi è peraltro il pm che ha indagato Vincenzo De Luca in una delle vicende che vedono inquisito il candidato del centrosinistra alla Regione Campania. Ed è stata, soprattutto, una dei pm che hanno disposto il sequestro degli atti di Catanzaro nella guerra tra la Procura calabrese e quella di Salerno.

La storia comincia tre anni fa, quando a De Magistris - allora pm in servizio a Catanzaro - vengono tolte le inchieste «Why not» e «Poseidone», che vertevano su torbidi intrecci di poteri e coinvolgevano numerosi politici. Il magistrato finisce davanti al Csm, che nel gennaio del 2008 lo punisce in maniera severissima: trasferimento e perdita della funzione di pm.

 

De Magistris è ritenuto colpevole, tra l'altro, di non avere informato i superiori degli sviluppi delle indagini e di avere ordinato arbitrariamente alcune perquisizioni, come quella del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano. Il magistrato approda a Napoli, sezione Riesame. Ma la Procura di Salerno, competente sugli uffici giudiziari di Catanzaro, vuol capire se in quanto è successo siano ravvisabili dei reati.

Chiede a quella calabrese le carte dei processi tolti a De Magistris, ottenendo un deciso rifiuto. L'ex pm viene più volte convocato proprio da Gabriella Nuzzi e dal collega Dionigio Verasani come persona informata dei fatti: il caso è delicato, i magistrati non vogliono fare passi falsi. Proprio le frequenti trasferte di De Magistris a Salerno sono state rimarcate da Bocchino nel corso della trasmissione di lunedì e condite con un pizzico di maliziosa ironia.

 

Dopo avere ricostruito che cosa era accaduto a Catanzaro, i pm, sostenuti dal procuratore Luigi Apicella, dispongono il sequestro delle carte processuali. È il dicembre del 2008; il contrasto tra i due uffici giudiziari non ha precedenti. I magistrati di Salerno mettono sotto inchiesta quelli calabresi, che a loro volta dispongono un controsequestro e iscrivono i colleghi nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio. Il Csm interviene e dispone trasferimenti a raffica.

 

Qualcuno, come il procuratore Apicella, lascia la toga. Nuzzi finisce a Latina, Verasani a Cassino. Nel dimettersi dall'Anm, la pm scriverà una amarissima lettera al presidente Luca Palamara: «Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario... Quale la colpa? Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata».

Tra gli indagati della Procura di Catanzaro c'è anche De Magistris, ritenuto l'«istigatore» della collega salernitana. La notizia viene divulgata subito dopo l'annuncio della sua candidatura al Parlamento europeo. Gli atti vengono mandati per competenza a Napoli, dove però nel frattempo De Magistris è entrato in servizio. Arrivano a Roma, ma poiché una delle parti lese, ex magistrato di Catanzaro, nel frattempo è stato trasferito nella capitale, il processo rimbalza a Perugia. Dove si conclude tutto con un archiviazione.

[10-02-2010]

 

 

LA VERSIONE DI CONTRADA (NUOVE FOTO) - TRA ME E L’EX PM DI MANI PULITE UN INCONTRO CASUALE. IO ERO SEDUTO ACCANTO A VITAGLIANO E, QUANDO ARRIVO’ DI PIETRO, CEDETTI IL MIO POSTO A LUI - NEGLI SCATTI CON TONINO, ROCCO MARIO MODIATI, UOMO DELLA KROLL SECRET SERVICE….

Felice Cavallaro per "il Corriere Della Sera"

Non è solo l'ex segretario di Italia dei Valori Mario Di Domenico a custodire alcune delle foto scattate nella caserma dei carabinieri di Roma il 15 dicembre 1992 con Antonio Di Pietro e Bruno Contrada vicini. Perché proprio l'ex numero tre del Sisde arrestato per mafia nove giorni dopo ne ha trovato sette in un cassetto di casa, a Palermo. E ce n'è pure una in cui di spalle compare l'«americano», Rocco Mario Modiati, l'agente della Kroll Secret Service collegata alla Cia, ancora in servizio all'ambasciata Usa di via Veneto.

Eccolo mentre, tutt'intorno, ufficiali dell'Arma e vertici dei servizi segreti sorridono verso l'obiettivo. A differenza di Di Pietro che, rilassato e quasi divertito, ascolta proprio Modiati, arrivato con una targa del Servizio statunitense per premiare il magistrato più determinato del pool Mani Pulite, quel giorno a Roma con il suo fidato collaboratore dell'Arma, il maggiore Francesco D'Agostino, per la notifica dell'avviso di garanzia a Bettino Craxi.

Contrada sta ai «domiciliari» per ragioni di salute, scontando una condanna definitiva e parla attraverso il suo avvocato catanese Giuseppe Lipera, pronto a mostrare foto «innocenti», come ripete l'ex 007, guardando però le istantanee con amarezza perché dietro il sorriso di quella sera, spiega, c'è la rabbia dell'umiliazione: «Il 7 dicembre mi avevano sospeso dal Sisde ed ero rientrato in polizia...». Lo status di «sospeso» potrebbe acuire le polemiche suscitate dalla pubblicazione delle prime foto sparite dalla circolazione dopo l'arresto dello stesso Contrada e riapparse adesso in vista di un libro d'attacco scritto da Di Domenico contro il suo ex amico Di Pietro.

Il provvedimento di sospensione doveva essere ovviamente noto ai colleghi di Contrada, ai capi dei servizi, certamente a tanti ufficiali riuniti quella sera dal comandante del reparto operativo Tommaso Vitagliano. Tutti stupiti dall'atteggiamento dell'amministrazione, come lo saranno poi al momento dell'arresto, increduli davanti alle accuse di due pentiti contro il collega e il giudice Domenico Signorino, pm al maxi processo, per questo già suicidatosi il 3 dicembre.

Quell'evento drammatico aveva scosso gli apparati, mentre l'Italia, oltre che sul fronte antimafia, accendeva attenzioni internazionali anche per le scosse dell'inchiesta Mani pulite. Un vortice. Montavano tensioni e ansie. Ma quella sera, alla mensa della caserma di via In Selci, è il momento degli auguri. E Contrada, chiamato come Di Pietro pure per il saluto ufficiale al microfono, siede accanto all'ospite d'onore.

«Ma fu tutto casuale» assicura il funzionario. «Io ero seduto accanto a Vitagliano e, quando arrivò, cedetti il mio posto a Di Pietro che mi chiese "Ma lei che grado ha nei carabinieri?". Spiegai di essere un questore. "Allora siamo colleghi", sorrise pensando a quando era poliziotto».

 

E Modiati? «Non saprei se si conoscessero, forse sì, forse no. La targa premio? Non so. Anch'io ho i diplomi firmati George Bush senior. I servizi americani sono molto attenti al nostro lavoro. E in quel caso premiavano le operazioni da noi fatte contro le fabbriche di dollari falsi». Perché Di Pietro? «Io non parlo di quello che non so» ripete a Lipera. «La Cia interessata aMani pulite? I servizi seguono tutte le vicende politiche degli altri Stati. Difficile che fossero distratti sul punto. E' prassi normale. E la Kroll in particolare si occupa di tutela del presidente, protezione del dollaro e attività economiche».

[08-02-2010]

 

 

CASINI: DI PIETRO SI ASTENGA DA LEZIONI DI MORALISMO A GENTE PER BENE COME NOI...
(Adnkronos) - "Dato che spesso Di Pietro parla dell'Udc, spero che oggi non parli troppo di noi perche' dovrei amaramente rispondergli citando le sue gesta da magistrato con rapporti speciali con gli imputati, cosa che dovrebbe esimerlo da qualsiasi lezione di moralismo rispetto a gente per bene come noi".

 

Questa la frecciata del leader dell'Udc Pierferdinando Casini nel corso di una conferenza stampa a Milano per l'apertura della campagna elettorale in Lombardia. Oggi l'Idv apre i lavori del proprio congresso "senza la delegazione dell'Udc - sottolinea Casini - perche' noi riduciamo al minimo indispensabile i contatti cn l'Idv, nel senso che non vogliamo avere niente a che fare col giustizialismo di Di Pietro e il suo moralismo degli immorali".

 

- DI PIETRO: QUERELO IL "CORRIERE DELLA SERA"...
(Adnkronos) - "Escludo di aver mai visto, ricevuto ne' tanto meno incassato, ne' personalmente ne' per conto dell'Italia dei Valori, l'assegno a firma Bianchini che il 'Corriere della Sera' ha pubblicato in data odierna e che, per stessa ammissione dell'interessato, era invece da ben nove anni nelle mani di Mario Di Domenico senza che lo stesso ne avesse titolo. Per questa ragione sia io che l'Italia dei Valori provvederemo a querelare Mario Di Domenico e anche il 'Corriere della Sera' considerando ingiustificato che vengano pubblicate notizie senza effettuarne i dovuti riscontri".

Lo si legge in una nota del presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro. "Spiace constatare che la stessa scorrettezza e' stata usata dal 'Corriere della Sera' anche in riferimento alla pubblicazione di alcune foto scattate nella caserma dei carabinieri, in cui sono stato ripreso non solo insieme a Contrada ma anche ad alcuni ufficiali dell'Arma, affermando che le stesse sarebbero state volutamente occultate mentre io non ero neppure a conoscenza della loro esistenza', conclude Di Pietro.

 

- DE MAGISTRIS: APPOGGIO DI PIETRO MA NON REPRIMIAMO IL DISSENSO INTERNO...
(Adnkronos) - Si' alla leadership di Antonio Di Pietro, ma non reprimere il dissenso interno. E' il messaggio che lancia Luigi De Magistris, intervenendo al congresso dell'Italia dei Valori, riconfermando l'appoggio all'ex pm di Mani Pulite, ma sottolineando anche la necessita' di creare un partito con una classe dirigente che sappia rispondere alle attese della base e anche all'eventuale dissenso che puo' manifestarsi.

"Doveva essere il giorno della sfida a duello tra me e Di Pietro -sottolinea De Magistris- io chiarisco subito, come feci in un esecutivo un po' turbolento, che approvo la mozione Di Pietro. Credo che Antonio Di Pietro debba essere alla guida di un grande movimento politico che impedira' il disegno autoritario del nostro Paese. Sono convinto che dobbiamo passare da movimento politico a partito d'azione, per farlo dobbiamo realizzare una squadra, e' inutile creare dei finti dualismi, delle sfide a duello. Fin qui non ho visto divergenze che potessero portare ad un cambiamento di rotta".  

10.02.10

 

I NUOVI SOSPETTI DELL’AVVOCATO EX AMICO DI TONINO: AGOSTO 2008 DI PIETRO A HONG KONG, "NEI LOCALI DELLA SHANGAI BANK, EFFETTUAVA OPERAZIONI DI DEPOSITO" - ROCCO ‘O SPIONE AMERICANO CON UFFICIO IN VIA VENETO: “ALLA CENA DI NATALE CON TONINO E CONTRADA C’ERO ANCHE IO, E’ VERO. GLI HO FATTO UN REGALO DEI SERVIZI USA" - DI PIETRO RIBATTE ALLE ACCUSE: "IERI, SULLA PRIMA DEL CORRIERE DELLA SERA, NON SI POTEVA LEGGERE LA NOTIZIA DI MASSIMO CIANCIMINO, CHE RACCONTA: LA MAFIA INVESTÌ I SUOI SOLDI A MILANO DUE. PERÒ C’ERA UNA MIA FOTO DEL NATALE DEL 1992, ACCOMPAGNATA DA UN PEZZO CHE PROVA AD ACCREDITARE IL TENTATIVO DI DEMOLIZIONE - VORREI TANTO SAPERE CHI E' IL BURATTINAIO CHE MANOVRA DE BORTOLI..." -

 

1 - INTERVISTA A TONINO: "VORREI SAPERE CHI E' IL BURATTINAIO CHE MANOVRA DE BORTOLI"

Di Pietro e Contrada a cena nel 1992 - Da sinistra, il colonnello dei carabinieri Gargiulo, Bruno Contrada, Antonio Di Pietro , il generale Tommaso Vitagliano, il colonnello Conforti e il colonnello Fa

Luca Telese per " Il Fatto Quotidiano"

Senta, ma allora lo scriva... Se tutto questo è vero, se sono questo formidabile spione, vissuto in incognito per trent'anni, ma allora io sono il più grande agente segreto del ventesimo secolo. Io non sono Mata Hari, sono Bond, James Tonino Bond!". Ironico, sarcastico, ma anche terribilmente incazzato. Letteralmente, incazzato. Antonio Di Pietro ieri, era un fiume in piena.

 

Il Corriere della sera pubblica in prima pagina la foto del 1992 in cui lui compare - in un pranzo, in un tavola di sei persone, al fianco di Bruno Contrada, uno dei più famosi 007 italiani? Di un ufficiale - all'epoca numero tre del Sisde - che sarà arrestato solo nove giorni? La notizia diventa deflagrante perché si lega alle voci che circolano da anni, quella secondo cui l'ex Pm avrebbe una seconda vita. Agente segreto, secondo qualcuno, addirittura uno degli uomini della Cia in Italia secondo una (auto)denuncia fatta dallo stesso Di Pietro: "Vogliono incastrarmi".

 

Insomma, in questo clima, e nell'umore in cui si trova, Di Pietro accetta di spiegare la sua verità e di ribattere, uno per uno, a tutti gli addebiti che gli fa uno dei suoi principali biografi (e critici) il giornalista Filippo Facci.

Onorevole Di Pietro, quando lei ha visto il Corriere, questa mattina....

"Sono fuori dalla grazia di Dio".

Vorrei farle un piccolo interrogatorio...

"Allora, se permette, le do qualche consiglio".

Vorrei chiederle...

 

"Alt! Se è un interrogatorio, prima di iniziare mettiamo a verbale".

Che cosa? Non le ho ancora chiesto nulla

"Questo Di Domenico, ovvero l'uomo che Il Corriere considera attendibile sostegno delle tesi fantastiche secondo cui io sarei un agente segreto, è un uomo che ha ricevuto ben 18 provvedimenti di diffida da parte dell'autorità giudiziaria! Diciotto, ha capito?".

E cosa dicono questi provvedimenti?

 

"Che si tratta, cito testualmente, e le mando pure il fax, di un grafomane di pro-fes-sio-ne!".

Lei lo ha denunciato?

"Denunciato? Sa che gli hanno persino venduto all'asta la casa per pagare le spese processuali? Io le chiedo perché secondo lei il Corriere abbia fatto ricorso a una fonte così screditata".

Lei stesso, però, ha preannunciato l'arrivo di queste accuse. Perché?

"Sì, perché sapevo che stava arrivando della spazzatura. Se dico che stanno arrivando dei veleni, mica questo significa che ci sia un qualche fondamento".

I giornali pubblicano le notizie quando le valutano come tali.

 

"E allora io domando, pubblicamente. Quali sono le ragioni che spingono, ora, il Corriere della sera, ad attingere a leggende metropolitane e testimonianze di gente screditata?".

Cosa vuol dire?

"Che mi colpiscono a freddo. E che c'è un burattinaio che cura questa regìa".

Non vorrà dire che De Bortoli è un burattinaio, non ci crede nemmeno lei.

 

"Allora c'è qualcuno che strumentalizza De Bortoli e Il Corriere contro di me, chiaro? Non è che sono obbligati a mettere in pagina tutto quello che passa".

Quale sarebbe il movente?

"Si cerca di demolire politicamente e pubblicamente un soggetto non conforme ai poteri dominanti".

Cioè lei.

"Mi scusi. Io giudico quello che leggo. E anche quello che non leggo".

Cosa intende dire?

"Ieri, sulla prima del Corriere della sera, non si poteva leggere la notizia di Massimo Ciancimino, che racconta: La mafia investì i suoi soldi a Milano due. Però c'era una mia foto del Natale del 1992, accompagnata da un pezzo che prova ad accreditare il tentativo di demolizione. Non c'era notizia, ha capito! Solo allusioni".

 

Parliamo di questa benedetta foto, allora.

"Certo, non ho nulla da nascondere. Non ero mica in un bordello, circondato da veline".

E dove si trovava, se lo ricorda?

"Ohhhh.... In una caserma dei carabinieri! Ha capito? In una caserma...".

Ricorda i dettagli di quel giorno?

"Certo. Mi invitò il colonnello Tommaso Vitaliano, che oggi è uno stimato generale, non un latitante".

E l'occasione quale era?

 

"Un evento tipico dell'attività della Spectre.... La cena degli auguri di Natale, del colonnello con i suoi ufficiali".

Nove giorni prima dell'arresto di Contrada.

"Esatto. Certo. Il problema, semmai, sarebbe se fosse stato nove giorni dopo. non trova?".

A quel tavolo è stato riconosciuto e identificato anche un agente della Kroll, agenzia legata ai servizi americani.

"Ho letto. Embè?".

 

Le risulta?

"Senta, se le vedesse tutti gli altri scatti, scoprirebbe che eravamo quasi cento, forse ottanta. Se le dico che con questo signore non credo di aver scambiato una parola mi crede?".

Eravate il tavolo d'onore.

"Sì, ero al tavolo con quello che per me, e per tutti, era il Questore Contrada. Ma se anche avessi parlato con il signore della Kroll, non ci sarebbe niente da dirmi: non avevamo fatto nulla di male, né io né lui. Sarebbe un problema se fossi stato a una tavolata con Riina! Ma che paese è diventato, l'Italia".

Senta, Di Pietro, tutto questo diventa singolare perché lei stesso denuncia il tentativo di darle della spia.

 

"C'era anche il colonnello Del Vecchio... c'erano ufficiali, sottufficiali, non era mica la mensa del Kgb. E nemmeno eravamo in un gradevole incontro di escort".

Dicono che ci sono altre foto.

"Bene. Se me ne danno copia, le metto tutte sul sito e le commento una ad una".

Tutto inizia dal fatto che lei si laurea bruciando le tappe...

"Lo conosco il teorema. Dicono: Di Pietro è stato aiutato, infiltrato, favorito per oscuri disegni. Mavvia!".

 

Facci scrive: lavorava, amministrava i condomini, e poi riesce a dare 32 esami in 21 mesi.

"Embè? Ma lo sanno come funziona l'università? Io ho seguito il piano di studi del corso di laurea, punto. Ci ho messo quattro anni esatti".

I conti non tornano. O sbaglia lui, o sbaglia lei.

"Tornano, tornano.... Non è che uno da gli esami il primo giorno. La sessione dura sei mesi, a volte un anno... Mi sono fato un mazzo così. Altro che titolo regalato!".

Solo un anno prima era in Germania, a "Lucidare mestoli", come scrive Facci. Poi torna in Italiane trova posto in una ditta legata al ministero della Difesa...

"Questa la devo raccontare. Ero uscito da scuola perito elettronico, specialista in comunicazioni..."

Codici segreti?

 

"Mavaàà... Ha presente la famosa scuola radiolettra? L'unico codice con cui avevo dimestichezza era il molisano di Montenero di Bisaccia".

Insomma, lei fa un concorso.

" E mentre ero lì in Germania, a faticare, mi arriva una lettera di mia madre. Ci sono 2000 concorrenti, 36 posti..."

Ma ricorda tutto così bene?

"Mi sono andato a rivedere le carte. Insomma, io come arrivo? Ultimo! E quindi non scelgo la sede. Niente Roma, mi mandano a Milano, prima legione aerea".

A contatto con il servizio segreto dell'esercito in un sito militare, dicono...

"Ah, ah, ah... Lo sa cosa facevo? Il magazziniere. E poi l'ispettore".

 

Ah, attività inquirente.

"Sì, certo. Il mio lavoro era verificare come e se, erano stati montati i pezzi che venivano caricati sulle bolle".

Altra leggenda metropolitana che lei non ha mai smentito: Di Pietro era nella scorta di Dalla Chiesa.

"Ma per l'amor Diddio! Ma quando, nel 1972? Nel 1973? Appena uscito da scuola? Magari".

Quindi non è vero?

 

"Ma scusi, io mi metterei una medaglia al petto di essere stato al fianco, o di aver servito un uomo come Dalla Chiesa. Purtroppo non è vero, perché allora mi prenderei volentieri anche l'accusa di essere spione".

Insomma: laurea normale. Facci ha trovato una testimone secondo cui lei vendeva anche gli appunti.

"Questa è una grande cazzata".

 

Lo faceva anche Berlusconi.

"Guardi, se qualcuno capiva la mia grafia e il mio metodo glieli davo pure gratis. Ma questo cosa dimostrerebbe? Che facevo gli appunti per darmi una copertura? Ah, ah, ah... "

Quindi nessun aiuto o aiutino.

"Ho fatto un sacco di cose di cui vado orgoglioso, mica solo quelle! Ho studiato di giorno e di notte, ho lavorato, ho vinto un concorso da segretario comunale prima, da magistrato poi. Altro che Cia, altro che Kgb. Un bel percorso per un contadinotto che già allora bisticciava con l'Italiano".

 

E poi c'è la famosa spedizione alle Seichelles, in cui lei da magistrato, va a caccia di latitanti...

"Quella è la ciliegina sulla torta. Siccome al film mancava Ursula Andress... ecco che vado a fare le operazioni sullo scenario di mare, con Usula Andress al seguito. Ma questo, se non fosse tragico sarebbe uno scherzo".

Quindi?

"Sa che le dico? Prima querelo tutti. Poi, prendo le carte processuali e ci faccio altri soldi".

Come?

 

"Beh, appena leggono questo popò di romanzo, quelli ci fanno sopra un film. Gliel'ho detto, don Tonino Bond. Nel mio ruolo ci voglio Scamarcio".

2 - DALL'AMERICA A HONG KONG IN DUE LETTERE I NUOVI SOSPETTI DELL'AVVOCATO EX AMICO...

Felice Cavallaro per "il Corriere Della Sera"

Diventa una delle prime storie bollenti nelle mani di Massimo D'Alema la cena con Tonino Di Pietro e Bruno Contrada seduti accanto, fotografati il 15 dicembre del 1992 nella caserma dei carabinieri di via in Selci a Roma. Perché non si ferma l'ex amico dello stesso Di Pietro, l'avvocato Mario di Domenico che ha rilanciato ieri i suoi sospetti inviando un dossier al nuovo capo del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi presieduto, appunto, da D'Alema e una lettera personale al leader di Italia dei Valori.

Pizzi

Documentazione alla quale Di Pietro ha risposto con una diffida a pubblicare il libro già ultimato da Di Domenico per le edizioni Koinè, pronto a stampare anche gli scatti che ritraggono Di Pietro e Contrada con ufficiali dei carabinieri, altri 007 dei Servizi italiani e un agente «americano» dell'agenzia Kroll Secret Service.

Il tutto a 24 ore dall'avviso di garanzia del pool Mani pulite a Bettino Craxi. Scatti che alcuni dei presenti avrebbero cercato di fare sparire, dopo l'arresto di Contrada, appena nove giorni dopo. Scatti in parte salvati, ma riapparsi dopo diciassette anni, pubblicati dal Corriere della Sera e ieri inseriti nel dossier di Di Domenico.

 

A D'Alema e al suo vice Giuseppe Esposito è diretto un robusto plico recapitato non solo a Palazzo San Macuto, ma in copia anche alle Procure di Palermo e Brescia dall'avvocato quarantenne protagonista di un duro scontro tutto interno allo storico zoccolo di Italia dei Valori, visto che con Di Pietro fondò il partito e ne scrisse lo Statuto.

Fra le accuse cita perfino un assegno da cinquantamila dollari rilasciato da un «mister X» americano e mai incassato dallo stesso Di Domenico che lo tira fuori adesso insinuando nuovi sospetti. Pronto «a depositare copia della foto in cui l'agente Rocco Mario Mediati consegna la targa su fondo oro, con stemma a cinque punte del Secret Service U.S.A. al dottor Di Pietro». Certo di aver scoperto «la smaniosa necessità di fare sparire, alla chetichella, tutte le foto che qui, invece, doverosamente si allegano».

 

Siamo allo scambio di documenti, lettere e diffide su carta bollata. La prosa di Di Domenico è dura, accorata quando si rivolge a D'Alema. E forse anche un po' rancorosa quando scrive direttamente a Di Pietro. Una lettera personale inviata proprio ieri, dopo le repliche dell'ex magistrato contro le «menti malate» che fanno girare quelle foto. Un giudizio pesante quello di Di Pietro sull'avvocato liquidato come un «fumoso e pretestuoso grafologo».

E lo dice, assicura, ripetendo la qualifica attribuita da alcuni dei magistrati che si sono occupati di diciannove cause, «tutte perse da Di Domenico». E delega l'avvocato Sergio Scicchitano a presentare la diffida alla Koinè per il libro-denuncia «Il "colpo" allo Stato».

 

Ed è scattato il pesante incipit della lettera «personale» scritta a Di Pietro: «Chi le scrive non ha bisogno di presentazioni. Ci conosciamo bene: siamo nati lo stesso giorno, dinanzi lo stesso notaio, abbiamo adottato lo stesso statuto e fatto tante altre cose tutte sub iudice...». Poi un riferimento a un avvocato che avrebbe informato Di Domenico di avere casualmente incontrato nell'agosto 2008 Di Pietro a Hong Kong, «nei locali della Shangai Bank, mentre effettuava operazioni di deposito». Materia per la causa numero 20?

3 - PARLA ROCCO ‘O SPIONE AMERICANO CON L'UFFICIO IN VIA VENETO: "ALLA CENA DI NATALE CON TONINO E CONTRADA C'ERO ANCHE IO, E' VERO. GLI HO FATTO UN REGALO DEI SERVIZI USA. SE VENIVA IN AMBASCIATA? IO NON L'HO VISTO, IO..."
Gian Marco Chiocci per il Giornale

 

 Alla cena di Natale nella caserma dei carabinieri di Roma, quella con Antonio Di Pietro seduto accanto al numero tre del Sisde indagato per mafia Bruno Contrada (che di lì a poco verrà arrestato dalla procura di Palermo con accuse infamanti) quel 15 dicembre del 1992 c'era anche l'«americano». Anche se in foto non compare, effettivamente presenziava pure Rocco Mario Mediati, personaggio conosciuto nel mondo dell'intelligence e della sicurezza internazionale.

Questo signore è noto come «secret service», specializzato nelle scorte e nelle «bonifiche» in occasione delle visite delle delegazioni statunitensi. Esperto anche di frodi informatiche, specialista in contraffazioni di dollari e carte di credito, un uomo tuttofare che col tempo ha fatto una carriera folgorante. Se lo si cerca attraverso il centralino dell'ambasciata Usa in via Veneto a Roma te lo rintracciano con una discreta celerità. In serata il Giornale riesce a contattarlo. Ecco il botta e risposta con l'«americano».

 

Allora, signor Mediati, è sorpreso?
«Sorpreso è dire poco. Casco dalle nuvole».

In che senso?
«Non me l'aspettavo dopo tanto tempo».

Cos'ha da dire di quel pranzo con Di Pietro?
«Intanto non era un pranzo ma una cena. Era per le feste di Natale. Sono state scritte un sacco di cose poco corrette, alcune proprio sbagliate».

Precisiamole.
«Non mi interessa. Non ne ho voglia».

Faccia uno sforzo, è importante.
«Non so e comunque...».

Dica.
«Guardi sono tantissimi anni che faccio questo lavoro, conosco tanta di quella gente e non c'è niente...».

 

Provi a ricordare.
«Per quello che ricordo io... Semplicemente una cena per le feste. Sono stato chiamato, ero a casa...».

Consegnò lei la targa-premio o targa-ricordo a Di Pietro?
«Sì, cioè, mi spiego. Non si trattò di una vera e propria targa bensì di una specie di fermacarte con lo stemma del Servizio sopra. Per quanto ricordi non fu messa alcuna dedica. Ricordo che venni chiamato, ero a casa, fu una serata piacevole. Si parlò di tutto e di niente. Questo è quello che le posso dire».

Lei non lo ha più visto Di Pietro?
«Io? No, non l'ho più visto».

 

E in ambasciata l'ha mai visto Di Pietro ? Un senatore della Repubblica, De Gregorio, citando alcune sue fonti sostiene che Di Pietro fosse andato più volte all'ambasciata dove lei presta servizio.
«Allora se chiede a me, le dico che io personalmente non l'ho visto, io».

Scusi l'insistenza, ma chi la chiamò per la cena con Di Pietro e Contrada?
«Adesso non ricordo. Conoscevo bene, sin da quando era capitano, l'allora colonnello Vitaliano che prestava servizio al reparto operativo di Roma».

Scusi Mediati, ma lei ufficialmente che lavoro svolge? Che incarico ha in ambasciata?
«Sempre quello che era all'epoca. Il Servizio per cui lavoro riguarda la polizia federale. Sono un impiegato italiano che lavora per un corpo americano».

Non è un agente...
«Qui non c'è nessuna spy story, c'è solo una cena con dei carabinieri, un funzionario dei servizi segreti italiani, il pm Di Pietro e il sottoscritto. E anche se il mio servizio di appartenenza si chiama servizio segreto, in realtà non è un servizio segreto vero e proprio».

 

Prego?
«È così».

È mai stato coinvolto in qualche inchiesta in Italia o in America?
«Mai. E poi io sono cittadino italiano, non americano».

Anche se la chiamano l'«americano».
«Appunto».

Ma lei ha lavorato o no per l'agenzia di investigazioni Kroll?
«Mai».

Sicuro?
«Sicurissimo».

 

E allora com'è uscita questa cosa della Kroll?
«E lo chiede a me? Grazie, adesso ho una riunione. Arrivederci».

Dei rapporti di Tonino con gli americani (in senso lato) si è detto e scritto molto, specie dopo l'uscita dell'ex pm che preannunciava l'imminente pubblicazione di un dossier sul suo conto. A proposito dei viaggi-conferenze organizzati negli Usa per Di Pietro da parte di due nemici giurati del popolo dipietresco come Michael Leeden (preso di mira da Repubblica nella campagna stampa sul governo italiano che tentò di rovesciare il regime di Teheran) e come Edward Luttwak (crocifisso sempre da Repubblica perché dall'inchiesta sul sequestro Abu Omar venne fuori che parlava con Pio Pompa, il funzionario Sismi dell'archivio in via Nazionale a Roma).

I due politologi hanno confermato il contatto: Leeden ha ricordato che portò in giro Tonino e che poi cenarono addirittura a casa, Luttwak che gli organizzò una importante conferenza. Per non dire dei sospetti d'intelligence avanzati dal faccendiere Francesco Pazienza in un suo libro mai querelato, a proposito delle indagini segrete di Tonino alle Seychelles (all'epoca pm a Bergamo) per catturare il latitante dell'Ambrosiano. Oppure dell'architetto Bruno De Mico, che collaborò a Mani Pulite, e che parlò di strani «ambienti americani» interessati alle inchieste del pool.

[03-02-2010]


IL DOSSIER CHE SPAVENTA TONINO – MEJO DI UN TELEFILM! SI PARLA DI ASSEGNI AL PARTITO E CANDIDATURE, LIMOUSINE, JET PRIVATI, MIGLIAIA DI DOLLARI - LA PRIMA VICENDA RISALE ALL’AUTUNNO DEL 2000 QUANDO DI PIETRO VOLA NEGLI USA CON LA CASSIERA DEL PARTITO SILVANA MURA – E QUESTI DOCUMENTI ORA SONO SUL TAVOLO DEL COPASIR PRESIEDUTO DAL MAGO DALEMIX…

Gianluigi Nuzzi per "Libero"

 

Più che un dossier è un insieme di storie che chiedono di essere spiegate quello che sta emergendo su Antonio Di Pietro. Storie svelate tramite fotografie, assegni e documenti, carte che avevano provocato il gioco di anticipo del leader dell'Idv quando due settimane fa aveva svelato la circolazione di foto di una cena del 15 dicembre del 1992 alla quale partecipò con l'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, pochi giorni prima dell'ar - resto per concorso in associazione mafiosa.

 

In realtà queste storie non hanno un'origine misteriosa ma emergono dal libro "attentato allo stato" firmato per Koiné Edizioni da Mario Di Domenico, avvocato romano, appassionato di codici antichi e per anni fedelissima ombra proprio del leader dell'Idv. Tanto da scrivere lo statuto quando il partito era ancora in fase progettuale. Tra i due il legame fiduciario pareva indissolubile sino aquando, qualcheanno fa, è arrivata una rumorosa rottura.

 

Da allora l'amore si è trasformato in odio. Di Domenico ha puntellato la vita politica dell'ex pm di denunce di ogni tipo a iniziare dalla gestione dei finanziamenti elettorali. «Ho già presentato diffida - replica Di Pietro a "Libero" - alla casa editrice a non pubblicare un libro su fatti già chiariti in sede processuale. Ho fatto il conto: ho vinto tutte e venti le cause con Di Domenico, pignorandogli anche la casa. Al nostro avvocato deve 60mila euro ».

"Libero" ha visionato in esclusiva parte del materiale che ha costituito la base del libro. Soprattutto quella finita nelle ultime ore sul tavolo del Copasir, l'organo parlamentare di controllo sui servizi segreti e alle procure di Brescia e Palermo dopo l'esposto presentato dal professionista. Limousine, jet executive privati, decine di migliaia di dollari. La prima vicenda risale all'autunno del 2000 quando Antonio Di Pietro vola negli Stati Uniti con la cassiera del partito Silvana Mura.

 

Prova a rafforzare l'Italia dei Valori e cerca fondi almeno stando a un assegno della Chase Manhattan Bank che l'Idv ottiene dall'imprenditore Gino A.G. Bianchini. Ma di chi si tratta? Deve essere un personaggio poco chiaro se proprio un omonimo Gino A. G.. Bianchini alla fine degli anni '80 venne coinvolto in processi per truffa e bancarotta in Virginia.

La corte del distretto della Columbia: "Valutando il ricorso di alcuni clienti per un assegno sparito da un milione di dollari, Gino A. G. Bianchini, presidente di Enercons, venne accusato di aver fatto fare all'assegno una serie di giri a vuoto per bypassare le norme sulla sicurezza monetaria". Ancora. Lo stesso Bianchini, definito truffatore, viene accusato di aver organizzato un sistema fraudolento di finte esportazione per sottrarre circa 16 milioni di dollari a banche italiane e straniere col fine di fallire e tenersi i finanziamenti.

 

Appello venne fatto da Banca Emiliana, banca di Sondrio, Banca Agricola Mantovana, ma Bianchini si salvò perchè aveva usato un'altra società come scudo: la Montepelmo intestata a tale Davide Farinacci. E che ci fa Di Pietro con lui su un jet privato in giro per gli Usa?«Cercavamo candidati negli Usa. L'aereo fu presoanoleggio», spiega il leader dell'Idv che non si sottrae alle domande .

Torniamo all'assegno. Quello che conta è che tre mesi prima delle elezioni, il 22 marzo 2001, Bianchini stacca un assegno da 50mila dollari di sovvenzione per l'Italia dei Valori, datandolo proprio 13 maggio 2001, ovvero il giorno delle elezioni. Perchè un contributo post-datato? Mistero. Sta di fatto che 24 ore dopo la giornata elettorale, quando arrivano i primi dati, Bianchini scrive una lettera assai ambigua nella quale si rivolge anche a Di Pietro.

 

Missiva che farebbe intravedere accordi economici o intenzioni poco chiare: "Rimango ovviamente con Di Pietro - si legge nel documento -ma debborientrare a curare le mie cose in Toscana e poiin Usa.È ormaipenosamente chiaro che non sono stato eletto quindi strappa il mio assegno che annullo". E qui la frase più interessante: "Nel caso di un miracolo, ve lo sostituisco con altro ben maggiore..(...), un abbraccio a Antonio...".

Al Copasir, Di Domenico afferma che Bianchini gli venne «segnalato da Di Pietro in quanto proveniente da ambienti politici vaticano-americani, ma che io ravvedendo in quella forma di finanziamento piuttosto un acquisto di cariche politiche e quindi una certa pericolosità mi sono rifiutato di portare all'incas - so». Di Domenico allude a una compravendita di posti da parlamentari e a rapporti poco chiari. Di Pietro risponde: «Non ho mai visto quell'assegno, anzi vorrei capire a che titolo Di Domenico lo aveva in mano e perché non lo ha distrutto come gli chiedeva Bianchini».

Una storia complicata che non aiuta a far chiarezza. Come la vicenda della cena con Contrada. Come un altro assegno per 50 milioni, questa volta di lire, che Di Domenico sostiene di aver dato a Di Pietro e provenienti nientemeno che dal Vaticano a seguito di istanze che insieme avrebbero portato avanti entro le mura leonine per trovare fondi. «Siamo al telefilm», è la replica di Di Pietro che smentisce qualsiasi richiesta di denaro presso vescovi e cardinali.

Nel libro si fa riferimento a un arbitrato nel quale lo stesso leader dell'Idv venne scelto daun gruppodi albergatori romani finiti a carte legali con la Santa Sede per la convezione sui pellegrini del Giubileo, rimasta disattesa. «Di Domenico diede 50 milioni, è vero ma si trattava di soldi suoi. Il resto è solo fantasia». Insomma, una storia intricata che sarà la magistratura a chiarire. Almeno, si spera.

[03-02-2010]

IL CORRIERE METTE 'ASSEGNO' NUOVO CALCIO IN CULO AL DEMOLITION MAN DEL MOLISE - DI VIAGGI NEGLI STATI UNITI DI PIETRO NE AVRÀ FATTI TANTI, MA DI UNO S’ERA DIMENTICATO. QUELLO DI DIECI ANNI FA. QUANDO PARTÌ PER WASHINGTON CON IL SUO PIÙ CARO NEMICO MARIO DI DOMENICO, EX SEGRETARIO DELL’IDV, A CACCIA DI FINANZIAMENTI - "UNA SERA BIANCHINI MI ALLUNGÒ UN ASSEGNO DI 50 MILA DOLLARI, MA CON SCADENZA "13 MAGGIO 2001", IL GIORNO DELLE POLITICHE, CON LA RAGIONE CAUSALE "ELECTIONS"..." -

 

Felice Cavallaro per il Corriere della Sera

l’assegno di 50 mila dollari di Bianchini a Di Pietro

Di viaggi negli Stati Uniti Antonio Di Pietro ne avrà fatti tanti, ma di uno s'era dimenticato. Quello cominciato il 28 ottobre di dieci anni fa, l'anno del Giubileo. Quando partì per Washington con il suo più caro nemico, visto che si tratta dell'ostinato Mario Di Domenico, ex amico ed ex segretario dell'Idv, l'avvocato delle foto con Bruno Contrada, autore di un libro ancora in bozze, il tono del Saint Just lanciato contro il partito che con Di Pietro ha fondato e dal quale è stato espulso. È la ricostruzione di un viaggio oltreoceano a caccia di finanziamenti, circostanza che l'altra sera a Montecitorio proprio non ricordava Di Pietro: «In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no...».

E invece che fa il legale abruzzese con la passione degli statuti medievali? Apre il suo cassetto senza fondo e tira fuori una foto in cui i due inseparabili nemici sorridono seduti su un divano del Ponte Vedra Beach Resort di Miami. E racconta: «Partimmo alla conquista dell'America, spinti dal signor Gino Bianchini, un falso ingegnere... ».

Ecco un altro passaggio di quella caricatura di spy story che Di Pietro smonta con ironia, autodefinendosi «James Tonino Bond», ma bollando come un acrobatico grafologo il suo accusatore che ha perduto le 19 querele seguite a liti e veleni. La foto «americana » però c'è. Anzi, Di Domenico ne mostra diverse, tutte legate al viaggio che si comincia a preparare nei primi di ottobre, «quando la segreteria Idv a Busto Arsizio riceve una mail da parte di un tal ingegner Gino Bianchini, con un'intestazione intrigante, come se la comunicazione pervenisse dalle organizzazioni ecclesiastiche Vaticane: "Sanctuaryrome"».

Di Pietro chiama subito Di Domenico: «Prendi contatti». E viene fuori che l'«ingegnere» senza laurea, come poi scopriranno, garantisce «cospicui finanziamenti », stando anche ad un capitolo del libro: «Bianchini parlava di suoi potenti amici dell'ambiente politico e imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli Stati Uniti d'America...».

Tutti in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e segretario, ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini con due influenti personaggi al seguito, l'avvocato Sharon Talbot e l'imprenditore Randy Stelk, «tutti in vena di attenzioni verso il nostro Paese in vista di un totale rinnovamento politico...», come avrebbe detto lo stesso Bianchini, stando ai ricordi di Di Domenico, subito sorpreso dallo scambio proposto, «perché tutto era condizionato alla candidatura dell'"ingegnere" al Senato».

Scalo a Londra, prima tappa Washington e poi «a scorrazzare lungo tutta la East Coast, fino a Miami in Florida, alla ricerca dei dollari», insiste di Domenico ricordando la prima vera lite con Di Pietro: «Ogni sera tavolate imbandite in nostro onore. Ma mentre io, da ligio segretario del partito, ripetevo il solito ritornello della povertà francescana, Di Pietro puntualmente si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si parlava di quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva. Mi lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi».

Poi il clou: «Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza "13 maggio 2001", il giorno delle Politiche, con la ragione causale "elections". In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l'anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori... ». Sarebbe stata questa la molla della crisi interna al vertice Idv. Con Di Domenico che, senza rimpianti per la mancata elezione di Bianchini, quell'assegno non cambiò mai. E infatti lo sventola insieme con le foto «americane».

[05-02-2010] 

 

DI PIETRO: BERLUSCONI A MESSINA COME OSPITE ABUSIVO INAUGURA OPERA CHE NON HA COSTRUITO...
(Adnkronos) - Berlusconi si e' presentato alla posa della prima pietra del Ponte sullo Stretto di Messina "per inaugurare da ospite abusivo un'opera che non ha costruito". Lo ha detto oggi il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro nel corso di una conferenza stampa a Milano. Una prima pietra, ha sottolineato il leader dell'Idv, che comunque "non era una pietra, non era sul ponte e non era a Messina: hanno semplicemente iniziato i lavori per lo spostamento di un pezzo di binario autorizzato dall'altro governo Prodi 10 anni fa".

La stessa cosa, ha continuato Di Pietro, "succedera' anche nei prossimi giorni con la Pedemontana: una finta pietra per dire che la Pedemontana c'e'". Per questa opera l'Idv "rivendica l'identificazione del percorso e delle priorita' di realizzazione e soprattutto di aver iniziato a metterci i soldi", ha detto Di Pietro, aggiungendo che il governo Berlusconi "non soltanto non ha messo altri soldi, ma anzi, se mai ne ha sottratti".

- DI PIETRO: GESTIONE FORMIGONI FORMALMENTE CORRETTA MA SOSTANZIALMENTE CRIMINOGENA...
(Adnkronos) - Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro definisce la gestione Formigoni in Lombardia "formalmente corretta, ma sostanzialmente criminogena, perche' si affida alle lobby finanziarie e blocca la libera concorrenza".

Se prima c'era la "Milano da bere", ha aggiunto Di Pietro, "quella di oggi e' diventata una Lombardia da mangiare". Parlando a margine di una conferenza stampa alla sede del consiglio regionale a Milano, Di Pietro ha paragonato la gestione di Penati ad una "chemioterapia per la politica in metastasi che c'e' in questa regione" e ha aggiunto: "la strada e' in salita, ma la vetta e' alla nostra portata".

[01-02-2010]  

 

 

 

SECONDA FACCI-ATA DELLA BIOGRAFIA RIGOROSAMENTE NON AUTORIZZATA DI DI PIETRO - LO STUDENTE DI PIETRO, MATRICOLA 144836, DIVENNE DOTTORE IL 19 LUGLIO 1978 - DIEDE VENTIDUE ESAMI IN TRENTUN MESI SI LAUREÒ CON 108 E NON LO DISSE A NESSUNO - DAL LIBRO "L'ANNO DEI COMPLOTTI", 1995: "IN OCCASIONE DI UNA FESTA A LOS ANGELES IN ONORE DELL’ALLORA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ITALIANO [PROCLAMATO UOMO DELL’ANNO DALLA NIAF], UOMINI D’AFFARI LEGATI A FRANK STELLA, IL RICCHISSIMO PRESIDENTE DELLA PIÙ AUTOREVOLE ORGANIZZAZIONE DI ITALO-AMERICANI, SI INCONTRARONO CON UOMINI DEL DIPARTIMENTO DI STATO. UNO DEI FUNZIONARI DEL GOVERNO USA, IN QUELLA OCCASIONE FU UDITO DIRE, IN RIFERIMENTO A CRAXI: “QUESTO LO FACCIAMO FUORI PRESTO”. ERA IL 1987. QUATTRO ANNI DOPO SCOPPIAVA MANI PULITE, UN’OPERAZIONE CHE EVIDENTEMENTE ERA INIZIATA MOLTO PRIMA" -

 

Filippo Facci per "Libero"

Seconda e ultima parte del Tonino segreto. Quando lavorava per una ditta di armamenti; la laurea sprint; i silenzi attorno a una misteriosa struttura di intelligence antiterrorismo.

pietro idv


Il percorso biografico che portò Antonio Di Pietro sino al suo viaggio misterioso alle Seychelles - raccontato da Libero di domenica - non è meno carico di piccoli e grandi interrogativi che forse andrebbero semplicemente risolti: se solo Di Pietro si decidesse a farlo.

I temi sono sempre gli stessi: l'inizio della sua carriera a sorvegliare ditte di armamenti, l'effettiva attività svolta da poliziotto: se ricostruire la sua acerba carriera si è rivelato un inferno, probabilmente, è perché l'ex magistrato su questi temi ha sempre taciuto. Le biografie, quelle autorizzate, glissano.

Si torna dunque al 1973 e a un Tonino giovanissimo, quando, in febbraio, gli giunsero due notizie. La prima era che aveva passato il concorso dell'Aeronautica: avrebbe controllato le produzioni che una ditta, l'Elettronica Aster, eseguiva per conto del Ministero. Questo a Milano e poi in Brianza, nella sede di Barlassina. La seconda notizia è che la sua fidanzata era incinta, sicché entro due mesi provvederà a un matrimonio riparatore: ma questo ora non interessa.

 

E' un Di Pietro difficile da immaginare. Aveva una barba improponibile (foto dell'epoca lo mostrano poi con scarpe bianche, pantaloni bianchi, giacca bianca, cravatta bianca e camicia nera) e nei ritagli di tempo amministrava stabili, perché come ministeriale guadagnava 170mila lire il mese.

 

Secondo un testimone, Tonino cominciò a lavorare al Centro Regione Aerea di piazza Novelli, a Milano. Secondo un altro, passò direttamente in un ufficio di Barlassina, in provincia di Como. Secondo un altro ancora, trascorse qualche tempo negli uffici dell'Aeronautica di Linate, o forse in Via Farini sempre a Milano. La versione più probabile è che facendo parte del Dca (Direzione costruzione armamento) abbia saltabeccato qua e là prima di passare, dopo poco tempo, all'Ustaa di Barlassina.

 

Un colonnello del genio dell'Aeronautica, Michele Merlo, aveva lasciato il corpo per entrare nella proprietà della Aster, azienda di apparecchiature elettroniche; all'interno di questa società era dislocata una postazione dell'Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e fu appunto lì che ministero della Difesa aveva spedito Di Pietro. Secondo Merlo, dal 1975. Secondo un amico di Tonino di allora, Gianni De Cet, nel '73.

 

L'Ustaa, in sostanza, aveva il compito di sorvegliare l'operato delle aziende fornitrici, ossia che i prodotti corrispondessero ai requisiti contrattuali per quantità e termini di consegna. E questo faceva Tonino: compilare i documenti che accompagnavano i materiali al collaudo e dare un'occhiata perché tutto fosse prodotto come i capitolati d'appalto prevedevano.

L'ufficio si occupava, e saltuariamente anche Di Pietro, di aziende come la Breda Meccanica, l'Aerea, la Salmoiraghi e altre ancora. Ma il suo ufficio era appunto dislocato presso la Aster di Barlassina, e di essa Tonino si occupava in prevalenza. Si parla di un'azienda che lavorava per conto dell'Aeronautica, della Marina e dell'Esercito, che collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai paesi Nato e che, in consorzio con altre aziende (ma solo successivamente, e tanto per fare un esempio), avrebbe prodotto parti dei sistemi di controllo dei caccia Tornado. Il giovane Di Pietro, per dire, si occupava perlopiù di «Arma Nike», parti di missili in dotazione alle nazioni del Patto Atlantico.

Va da sé che un organismo cruciale come l'Ustaa fosse a contatto con il Sismi: si vorrà dare per scontato che i Servizi segreti militari tengano d'occhio perlomeno i centri di produzione militare. E, come detto, nelle aziende in questione non si producevano gavette. Quelli con il Sismi, beninteso, non erano contatti ufficiali (non lo sono mai) ed era ben logico che i proprietari delle aziende ne fossero tenuti all'oscuro per quanto possibile.

 

Ma che qualche militare o dipendente abbia svolto un doppio incarico è tuttavia sicuro, e sono stati appurati dei casi anche negli ambienti della Aster. Alcune sparate su un Di Pietro «dei servizi segreti» nascono da queste considerazioni, poste in maniera mai seria e comunque indimostrate. Non era strano che il Sismi fosse a contatto con la Cia, e che questa fosse legittimamente interessata al controllo e alla supervisione di quelli che in fondo, anzi principalmente, erano prodotti strategici della Nato.

Tanto che i militari, gli industriali bellici e i dipendenti come Di Pietro dovevano preliminarmente (ogni sei mesi, più o meno) passare il vaglio del Nos, il Nulla osta sicurezza. In un mare di sigle, dipartimenti e organismi non stupirebbe se fosse caduto in confusione persino l'ex capo del Sismi Fulvio Martini, a suo tempo da noi interpellato: «Da quel che ho capito Di Pietro lavorava all'Usi, l'Ufficio sicurezza»; ma come, non si chiamava Ustaa? «Io credo che lavorasse all'Ufficio sicurezza... Ma forse ha cambiato nome dopo la legge del '77-78, la 801. Io non conosco l'Ustaa, conosco l'Uspa»; cioè? «Ufficio sicurezza Patto Atlantico».

PIETRO

L'Ustaa, o quel che fosse, comunque esisteva. anche se Di Pietro ha fatto di tutto per complicare le cose. Un amico di Tonino, Gianni De Cet, ha raccontato che nel 1974 Di Pietro accompagnò addirittura suo padre Giuseppe alla sede di Barlassina «per mostrargli dove lavorava»; è De Cet ad accompagnare Tonino per la prima volta a Barlassina; ed è stato confermato che fu Di Pietro stesso a indicare ai biografi il nominativo di Michele Merlo (proprietario della Aster) tra quelli da contattare perché raccontassero bene di lui.

Ma niente da fare: «Non lavoravo alla Aster» disse Di Pietro il 7 febbraio 1997 in tribunale e in ogni sede possibile. E chiusa lì. È vero, lavorava all'Ustaa, non alla Aster. Ma l'Ustaa era solo un ufficio dentro la Aster. Ma Di Pietro ogni volta non lo spiega: nega. Fa di tutto insomma per autorizzare misteri e sospetti.

Per capire: in un interrogatorio reso a Brescia nel 1995 metterà per iscritto di aver lavorato per il Controllo armamenti del ministero della Difesa dal 1973 al 1977; subito dopo, in un libro che raccoglie le sue carte processuali, comparirà una correzione: dal 1973 al 1979, come per coprire quel paio d'anni in seconda stesura; finché, da altri documenti ufficiali e non smentibili, si apprende che vi lavorò dal 10 febbraio 1973 al 15 gennaio 1980. In un libretto a sua firma titolato La mia politica, nel 1997, torna a scrivere: fino al 1977. Si parla dell'uomo che invoca trasparenza.

 

Nel 1977, tuttavia, qualcosa accade. All'Ustaa, Di Pietro si fa vedere sempre meno. Di quel periodo si sa che sfornò un esame universitario dietro l'altro, al limite del miracolo: diede ventidue esami in trentun mesi, si laureò con 108 e secondo le biografie non lo disse a nessuno: un'impresa che di norma riesce a pochi studenti modello, gente che non ha altre occupazioni oltre allo studio.

 

Di Pietro invece - sempre secondo certe biografie, da lui praticamente dettate - era pendolare, amministratore condominiale, ristrutturava una villa, giocava da portiere in una squadretta e sciava nei week-end. Il che, beninteso, non significa nulla: in fondo alla Aster aveva orari da ministeriale, staccava alle 14. A generare qualche sciocco sospetto, forse, il fatto che non festeggiò mai la laurea, nessun amico o familiare assistette alla tesi, ai genitori non aveva neppure mai detto d'essersi iscritto, e fotografie dell'evento non ce ne sono.

L'unica testimonianza - dopo una quindicina d'anni di ricerche - l'ha rilasciata una donna di Gallarate, L.M.B.: «Conobbi Tonino alla Statale di Milano nell'autunno del 1980. Lui era già laureato, faceva il poliziotto ma si stava preparando al concorso per la magistratura. Mi diede in prestito i suoi appunti, li conservo ancora. Sorvolando su errori grammaticali e di sintassi, scoprii subito che aveva una capacità di sintesi e una testa incredibilmente acuta.

 

Mi aveva chiesto di restituirglieli, perché li noleggiava a pagamento. I quadernoni di Tonino sono costellati, per intere pagine, di "prove" di firme... sicuramente aveva fin d'allora manie di grandezza. Io non ero sua compagna di corso, non ho assistito alla discussione della sua tesi, la mia testimonianza lascia il tempo che trova: ma mi chiedo come sia possibile fare il magistrato senza titolo».

 

Lo studente Di Pietro Antonio , matricola 144836, divenne dottore il 19 luglio 1978 con una tesi sull'attuazione della Costituzione nel primo trentennio di applicazione. Relatore il costituzionalista Paolo Biscaretti di Ruffia, correlatore l'assistente Maria Paola Viviani.
Purtroppo Biscaretti di Ruffia è morto, ma nel 1995 fece in tempo a controllare il suo quadernetto personale in cui annotava tutti gli studenti laureatisi con lui. Di Pietro c'era, disse. Il nome del futuro magistrato compare anche nell'archivio informatico dell'Università. E il Rettore, con lettera privata, ha confermato che Di Pietro Antonio risulta laureato. In quale straordinario modo, si può vedere qui di seguito:

1975
28 maggio - Storia del diritto romano (400 pagine): 28/30
4 giugno - Istituzioni di diritto romano (700 pagine): 25/30
4 luglio - Istituzioni di diritto privato (1100 pagine e 2969 articoli del codice civile): 24/30.
10 novembre - Diritto costituzionale (700 pagine e 139 articoli): 30/30.
(data illeggibile) Diritto costituzionale comparato: 26/30.

 

1976
20 febbraio - Esegesi delle fonti del diritto italiano: 26/30
28 aprile - Contabilità dello Stato: 26/30
3 maggio - Diritto regionale e degli enti locali: 29/30
15 giugno - Diritto ecclesiastico: 26/30
1° ottobre - Diritto canonico (300 pagine): 28/30
25 ottobre - Diritto commerciale (1400 pagine): 27/30
30 novembre - Economia politica (700 pagine): 26/30
20 dicembre - Organizzazione internazionale: 27/30

 

1977
24 gennaio - Scienze delle finanze e diritto finanziario (800 pagine): 26/30
7 febbraio - Storia del diritto italiano (650 pagine): 28/30
31 marzo - Diritto processuale civile (1000 pagine e 831 articoli): 28/30
18 aprile - Diritto tributario (450 pagine): 27/30.
24 maggio - Diritto penale (1200 pagine, 734 articoli): 27/30
7 luglio - Procedura penale (1100 pagine, 675 articoli): 28/30
29 ottobre - Diritto civile (800 pagine): 25/30

1978
26 gennaio - Diritto amministrativo (1400 pagine): 28/30
19 luglio - Tesi di 320 pagine e laurea. Voto finale 108/110.

In un libretto a firma Antonio Di Pietro degli anni novanta, «La mia politica», è scritto: «Si è laureato con il massimo dei voti». Non è vero, come visto: prese 108. Purtroppo la maggior parte dei professori dell'epoca sono morti. Quelli vivi sarebbe anche normale che non ricordassero uno che non frequentava i corsi. Per la stessa ragione, forse, non figura neanche uno studente tra i centomila personaggi intervistati nel corso degli anni Novanta perché dicessero «anch'io conoscevo Di Pietro».

 

Il quotidiano «Il Foglio» aveva ritenuto di averne individuato perlomeno uno, di personaggio: Agostino Ruju, assistente di Diritto civile del professor Pietro Trimarchi. Di Ruju erano assodati i rapporti intrattenuti con carabinieri, poliziotti, finanzieri e uomini del Sisde e Sismi. All'interno dell'Università milanese era un punto di riferimento per figli di generali e di questori e vantava la tessera «Amici dei carabinieri».

Il «Foglio» aveva ipotizzato che Ruju avesse preso a cuore anche le sorti del giovane Di Pietro, ma l'interessato ha smentito la circostanza dapprima cortesemente e si è detto anzi convinto che Tonino avesse studiato al Sud. «Dopo la pubblicazione dell'articolo era semplicemente terrorizzato» hanno fatto sapere dal quotidiano. Va detto che Ruju fu arrestato da Di Pietro per Mani pulite ed era in attesa di giudizio.

Ma una cosa curiosa, da principio, aveva fatto in tempo a dirla: «Se è vero che Di Pietro sostenne Diritto privato il 4 luglio del '75, ricordo che quello fu il mio primo appello da assistente: bocciai tutti». Messa così è inquietante. Qualche mese dopo, per fortuna, correggerà il tiro sul «Corriere della Sera»: l'esame? «Non l'ha certo sostenuto con me. Io ero appena stato nominato assistente, ricordo bene quell'appello: lui è stato promosso, mentre io ho bocciato tutti». E messa così è diverso: potrebbe anche solo significare che Di Pietro era il migliore di tutti. A ogni modo, anche qui, le illazioni del Foglio non hanno trovato conferma.

Divenuto dottore, Di Pietro si licenziò dal ministero della Difesa. Ma neanche qui risulta niente di chiaro: parlò di dimissioni avvenute nel 1977 (in un interrogatorio bresciano) e poi corresse in 1979 (in un suo libro di memorie difensive) e a complicare le cose contribuisce un'intervista che il noto giornalista Paolo Guzzanti fece il 29 aprile 1993 ad Antonia Setti Carraro, suocera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e madre della sfortunata Emanuela con lui assassinata a Palermo.

 

La signora, affettuosamente, riferì che aveva conosciuto Di Pietro (già celeberrimo, nel periodo dell'intervista) quand'era un «agente» al servizio del generale: novità assoluta e titolo di merito stranamente escluso da ogni profilo biografico. Il 1° maggio 1993 « La Stampa » pubblicò l'intervista. Domanda: «Lei ha conosciuto Di Pietro?». Risposta: «Benissimo. Le dirò che era alle dipendenze del generale Dalla Chiesa».

I nuclei del generale erano dei gruppi interforze, un apparato di intelligence antiterrorismo a metà strada tra magistratura e ministero dell'Interno, a stretto e giustificato contatto con i servizi segreti. Dopo la pubblicazione dell'intervista non accadde nulla, nessuno smentì nulla. La signora, anzi, ringraziò. Quattro anni dopo, il 16 settembre 1997, Guzzanti ripropose la confidenza della Setti Carraro e scoppiava il finimondo.

 

Lei smentiva in maniera un po' disordinata, poi riferiva che a dirle dell'attività di intelligence svolta da Di Pietro (dunque confermata) fu lo stesso Di Pietro quando le rese visita in compagnia di un «alto magistrato». Ricontattata a bocce ferme, la signora Setti Carraro ha detto: «Mi venne a trovare a casa accompagnato da una collega magistrato di cui adesso non ricordo il nome, mi pare fosse la figlia di uno dei presidenti del Tribunale di Milano. S'intrattenne a casa mia per circa un'ora e mezzo e, parlando, mi disse di aver lavorato alle dipendenze di mio genero a Milano. Per quello che ricordo non faceva parte della sua scorta personale ma era uno degli agenti che avevano il compito, credo, di tenere sotto controllo l'accesso ai covi».

La citata «figlia di uno dei presidenti del Tribunale» dovrebbe essere il pm Gemma Gualdi, in realtà nuora del presidente della Corte d'appello Piero Pajardi e molto amica di Di Pietro, tanto che questi, nello st

esso periodo, cercava di cooptarla nel Pool di Mani pulite. Per quanto riguarda i covi, è lo stesso Di Pietro - anche se ieri, sul suo blog, ha negato tutto - ad aver ammesso una sua «attività di investigazione riservata presso il covo terroristico di via Astesani sotto coordinamento dell'allora mio dirigente Vito Plantone»: l'ha scritto in una memoria difensiva del 2 luglio 1995.

 

Non era proprio il primo che passava, Plantone: aveva guidato l'irruzione nel covo del brigatista Walter Alasia e aveva dato la caccia ai peggiori delinquenti degli anni Settanta prima di diventare questore. Ma Di Pietro non ha mai voluto dire una parola sull'argomento. Lo stesso Di Pietro che di lì a poco diverrà magistrato. E che partirà per strane vacanze alle Seychelles.

2 - DI PIETRO NELLE MANI DELLA CIA? UN VECCHIO SOSPETTO IN UN LIBRO DEL 1995.

Dal libro di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono «L'anno dei complotti», Baldini&Castoldi, Milano 1995: (pagina 83)
«Il giornalista Francesco D. Caridi [...] ha scoperto un particolare importante circa il possibile coinvolgimento di ambienti statunitensi nell'attacco a Craxi. In occasione di una festa a Los Angeles in onore dell'allora presidente del Consiglio italiano [proclamato Uomo dell'Anno dalla NIAF], uomini d'affari legati a Frank Stella, il ricchissimo presidente della più autorevole organizzazione di italo-americani, si incontrarono con uomini del Dipartimento di Stato. Uno dei funzionari del governo USA, in quella occasione fu udito dire, in riferimento a Craxi: "Questo lo facciamo fuori presto". Era il 1987. Quattro anni dopo scoppiava Mani Pulite, un'operazione che evidentemente era iniziata molto prima.»

Nota degli stessi Autori: «Nel febbraio del '95 è stato reso noto un rapporto della Cia di dieci anni prima in cui gli spioni americani prevedevano già oltre alla svolta democratica del Pci, il dissolvimento della Dc e il ritorno della destra».

[19-01-2010]

LA CIA è VICINA! - LEDEEN: “DI PIETRO CENÒ DA ME”. E LUTTWAK: “FU MIO OSPITE” - LA RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L’EX LEADER DI MANI PULITE FECE A WASHINGTON NEL ’95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER ILORO LEGAMI CON I SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSì: LO INVITAMMO PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...

Maurizio Caprara "Corriere della Sera"

La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995. L 'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando l'attuale presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che "il Giornale", testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.

 

«Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali.

 

In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi citati dal "Giornale" sono sgraditi all'elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. "Libero" ha attaccato l'ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia.

Per presentare i due americani, "Giornale" ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)».

La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato», racconta al "Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. il Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero della Repubblica. Avrei dovuto».

 

Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per il rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto». Autore di un «manuale» intitolato "Strategia del colpo di Stato", Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi.

Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché? Non era affare del mio Paese».

 

Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però, negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l 'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di aver installato i Cruise».

[19-01-2010]

 

 

 

INDAGATE DI PIETRO, ANZI NO - IL TRIBUNALE DI MILANO CHIEDE ALLA PROCURA DI INVESTIGARE SULLA CURIOSA GESTIONE DEI FONDI DELL’IDV – L’ACCUSA DELL’EX FEDELISSIMO VELTRI: “UNA SEMPLICE ASSOCIAZIONE DI FAMIGLIA DI TRE PERSONE CHE HA INCASSATO MILIONI DI EURO DI FONDI PUBBLICI SPACCIANDOSI PER UN PARTITO POLITICO” – MA IL PM INCARICATO TIENE LA PRATICA FERMA TRA LE "NOTIZIE INFONDATE"…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

1 - IL TRIBUNALE CHIEDE DI INDAGARE SU DI PIETRO
Antonio
Di Pietro spa, nuova puntata. Sulla controversa gestione dei soldi pubblici da parte dell'ex pm di Mani Pulite, attraverso non si capisce bene quale soggetto - se la sua «associazione di famiglia» Italia dei Valori e/o il suo omonimo «movimento-partito» Italia dei Valori - il presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro ha attivato quella stessa procura in cui il Tonino nazionale un tempo giocava a tutto campo. indagare

La palla è passata così al pm Eugenio Fusco, che da mesi la sta trattenendo senza sapere bene cosa fare delle nuove circostanziate denunce di Veltri (nel 2004 alleato insieme a Occhetto per le Europee in una lista con Di Pietro, a cui ancora chiedono la loro parte di rimborsi elettorali).

Il magistrato è indeciso se continuare a tenere la pratica scottante ricevuta dal presidente Pomodoro a «modello 45» (ovvero nel calderone delle notitiae criminis completamente infondate) oppure iscrivere il tutto a «modello 21», a «carico di noti».

Una differenza non da poco: nel primo caso il pm può infatti decidere di archiviare direttamente la pratica e di far morire seduta stante il procedimento senza che le parti possano metterci becco; nel secondo, deve optare invece per una richiesta di archiviazione su cui dovrà pronunciarsi un gip e su cui le parti potranno eventualmente avanzare opposizione.

Nonostante l'iniziativa del presidente del tribunale (che se avesse reputato l'atto totalmente infondato nemmeno l'avrebbe trasmesso alla procura) il fascicolo Veltri-Di Pietro ancora galleggia a «modello 45», appunto tra le notizie prive di qualsiasi fondamento. Il pm Fusco si è preso altro tempo e la cosa sorprende non poco Elio Veltri (leggere l'intervista sotto).

L'avvocato di Veltri, Luigi Gianzi, è altrettanto perplesso: «Confermo che la pratica è ancora a modello 45. A prescindere da tutte le valutazioni sulla fondatezza in diritto e in fatto, anche da una lettura ictu oculi delle carte, come minimo meriterebbe una iscrizione a modello 21. Sostenere che determinate notizie di reato, che il presidente Pomodoro ha ritenuto meritevoli di un approfondimento da parte della procura, siano ritenute affatto meritevoli di approfondimento dalla stessa procura, beh... ce ne passa».

L'iniziativa del presidente del tribunale di Milano nasce da un ricorso rivolto al tribunale civile di Milano per chiedere la nomina di un liquidatore dell'«associazione Italia dei Valori» in quanto soggetto giuridico non legittimato a percepire i milioni di euro di fondi elettorali destinati ai «partiti», e non certo alle «associazioni di famiglia» come sembrerebbe essere quella di Di Pietro.

Con l'ordinanza del 23 luglio 2008, il tribunale di Roma aveva constatato che esistono due soggetti distinti, aventi organi diversi, e quindi ognuno una propria autonomia: ovvero l'«associazione» Italia dei Valori (costituita da Di Pietro, dalla moglie e dalla fiduciaria, onorevole Mura) e il «movimento politico» vero e proprio. L'Associazione di famiglia si era presentata in giudizio affermando di essere il partito e in tale modo sostituendosi ad esso. Condotta di per sé strana e discutibile.

Leggendo gli atti, il presidente del tribunale si è convinto a trasmetterli alla procura dopo aver preso atto degli esiti delle ulteriori iniziative degli ex alleati di Di Pietro, come i controlli effettuati presso le corti di appello e il Viminale per capire quale soggetto, di volta in volta, effettivamente percepisse rimborsi elettorali.

Controlli che a detta di Veltri avrebbero dimostrato lo schermo fittizio «con cui l'associazione familiare Idv - si legge nella memoria depositata - si sia potuta facilmente sostituire, nella richiesta e gestione dei fondi elettorali, attraverso proprie auto dichiarazioni non rispondenti al vero, al Movimento politico Idv, in modo che i fondi elettorali affluissero direttamente sul conto corrente intestato alla stessa associazione (nell'esclusiva disponibilità dei tre soci) e non invece al movimento politico che mai ha potuto esercitare alcuna ingerenza tanto che non risulta aver mai richiesto un codice fiscale.

Se sono vere tali premesse, il movimento politico non ha mai richiesto e percepito fondi elettorali, tanto che non risulta aver mai richiesto un codice fiscale», tutto essendo rimesso al buon cuore e all'arbitrio dell'associazione.

Proprio per interrompere ciò che ai ricorrenti pare una evidente gestione «privata» e «personale» dei fondi pubblici, il 10 luglio scorso sul tavolo del presidente del tribunale viene recapitata la richiesta di nomina immediata di un liquidatore.

E proprio in merito a questo meccanismo di condotte di sostituzione di un soggetto (l'associazione dei tre soci) con l'altro (movimento politico) nella richiesta e gestione dei fondi pubblici elettorali, il presidente Pomodoro ha ritenuto di trasmettere gli atti al procuratore capo. E ciò nella premessa, rimarcata da Veltri, che un soggetto diverso da un partito o da un movimento politico non possa avere in alcun modo titolo a richiedere in sostituzione e al posto di essi, questi fondi.

Nel frattempo (il primo dicembre 2009) Antonio Di Pietro è corso a sottoscrivere l'ennesimo atto notarile, l'ennesima rincorsa per tentare di dimostrare che nulla di illecito è stato commesso, e che l'associazione e il movimento-partito sono la stessa, identica, cosa. Come Di Pietro scrisse a Vittorio Feltri quand'era direttore del quotidiano Libero.

2 - "ABBIAMO PORTATO LE PROVE, ALTRO CHE NOTIZIE INFONDATE"

Signor Elio Veltri, il tribunale di Milano trasmette gli atti alla Procura ritenendo i fatti documentati su Di Pietro meritevoli di indagine. E cioè, chiede di verificare se un'associazione di famiglia che reca lo stesso nome di un partito, si sia sostituita ad esso sfruttando l'omonimia e la carenza dei controlli della Camera. È così? Teme trattamenti di favore per l'ex pm?
«Sulla questione soldi e Antonio Di Pietro , da Milano ci si attende una risposta di imparzialità e grande serietà. L'atto compiuto dal presidente del tribunale, persona serissima, parla da solo. Sarebbe un errore gravissimo se di fronte a fatti come quelli che sono stati descritti nella nostra memoria, calasse il silenzio o peggio. Fatti di questo tipo porrebbero davvero a rischio le istituzioni democratiche.

Quanto da noi documentato e, ripeto, giudicato meritevole di approfondimenti dalla dottoressa Pomodoro, assume un significato importante: perché i fatti su cui fare chiarezza hanno non solo un rilievo penale ma prima di tutto costituzionale. Qui si parla, è vero, di una semplice associazione di famiglia di tre persone che ha incassato milioni di euro di fondi pubblici elettorali spacciandosi per un partito politico».

Non ha risposto. Teme, o no, trattamenti di favore?
«Confido nella magistratura, anche in quella dove Di Pietro ha prestato servizio per molti anni. Registro, però, che gli atti trasmessi dal presidente del tribunale giacciono ancora nel limbo del modello 45 come se fosse una qualsiasi notizia totalmente infondata, e non invece documentata.

A giudicare dall'iniziativa della Pomodoro, magistrato di lunga esperienza, considerato da tutti attento e preparato, così infondata questa benedetta notizia di reato non sembra esserlo. È da sottolineare che nessuno aveva chiesto al presidente di trasmettere gli atti alla procura, si è trattato di una decisione autonoma, vuol dire che ha ravvisato la necessità di farlo, di andare a fondo alla faccenda, di chiarire passaggi sui quali chiunque inorridirebbe alla lettura di quanto riportato. Se invece poi non si indaga, allora è un altro discorso...».

Il pm Fusco ha fama di magistrato preparato in reati finanziari.
«Appunto. Il pm a cui il procuratore capo ha affidato il caso è decisamente competente a indagare sui fatti che trattano della gestione poco trasparente di un mare di soldi dello Stato. Anche per questo chiederemo al pm Fusco di essere ascoltati sui fatti documentati che vanno esaminati seriamente e portate davanti a un giudice terzo».

[08-01-2010]

 

 

 

 

AGGIUNGI UN DIPIETRISTA A TAVOLA! INCIUCINO PRO TONINO AL SENATO, ARRIVANO ALTRI DUE SEGRETARI D’AULA PER DARE UNA POLTRONA ALL’ITALIA DEI LIVORI - I POSTI PASSANO DA 8 A 12, +33% DI SPESE TRA SEGRETARIE, ASSISTENTI, PREBENDE VARIE - TUTTI D’ACCORDO, SI OPPONGONO SOLO I RADICALI E TEX VILLARI…

Gian Antonio Stella per "Il Corriere della Sera"

 

Esiste l'inciucio puro e virtuoso? E' quello che ti chiedi annotando quanto accadrà oggi al Senato dove, come succede sempre alla vigilia di Natale con le faccende che non devono dare nell'occhio, verranno votati due nuovi segretari d'aula, portando il conto finale a dodici contro gli otto fissati dal regolamento. Uno scandaletto piccolo, se vogliamo. Ma illuminante. Il tutto per placare Antonio Di Pietro, che spara contro ogni accordo trasversale il lunedì, martedì, mercoledì, giovedì... Sia chiaro, all'Italia dei Valori non viene regalato niente: a quella poltrona aveva diritto.

 

Ma il modo in cui si arriva a chiudere una delle tante guerricciole tra destra e sinistra è piuttosto discutibile. A partire dal contesto. Dicono i numeri, infatti, che palazzo Madama non ha mai faticato poco come di questi tempi. Basti ricordare che, come ha dimostrato poche settimane fa un'inchiesta di Carmelo Lopapa su Repubblica, non solo «la commissione Affari costituzionali negli ultimi sei mesi si è riunita 37 volte per 25 ore di lavoro (meno di un'ora a seduta), la commissione Giustizia 33 riunioni per 36 ore di attività, Esteri 17 sedute in 14 ore, Difesa 24 sedute per 22 ore, e via così...» ma la stessa assemblea, dal primo di maggio alla fine di ottobre, ha lavorato mediamente 8 ore e 45 minuti.

 

C'è chi ne trarrebbe la conclusione che, visto che per regolamento i segretari d'aula «tengono nota dei senatori iscritti a parlare; danno lettura dei processi verbali e, su richiesta del Presidente, di ogni altro atto e documento che debba essere comunicato all'Assemblea; fanno l'appello nominale; accertano il risultato delle votazioni...», già otto dovrebbero farsi carico di un'ora di fatica la settimana a testa.

Ridotto in dieci a 52 minuti a testa. In dodici a 44 minuti scarsi. Ma sentiamo già l'obiezione: è il prezzo della democrazia! Lasciamo stare... Qual è il punto? Il punto, come hanno inutilmente sottolineato i senatori radicali Donatella Poretti e Marco Perduca denunciando la «tenia partitocratica che vede consociati tutti i gruppi in Senato per fare un favore all'Italia dei Valori», è che come ogni organismo di garanzia che non appartiene a nessuno la struttura dei segretari d'aula avrebbe dovuto avere al suo interno una rappresentanza di tutti i gruppi parlamentari.

 

E come ha riconosciuto Anna Finocchiaro non è giusto che esista «un Gruppo parlamentare con 13 senatori che non ha la possibilità o l'occasione di partecipare al Consiglio di Presidenza e, dunque, di concorrere all'organizzazione ed alle scelte politiche ed istituzionali che caratterizzano le funzioni del Consiglio di Presidenza».

 

Parole d'oro. Sottoscritte dalla stessa maggioranza. Ma da cosa è nato il pasticcio? Dall'ingordigia, accusa il senatore dell'Udc Gianpiero D'Alia, dei partiti più grossi che, «invocando un principio maggioritario che non c'è ne nello spirito ne nella lettera della norma (ne costituzionale ne regolamentare), hanno giocato all'asso pigliatutto, come si suoi dire: avendo il maggior numero di voti, hanno determinato le elezioni dei quattro Segretari di maggioranza e di opposizione, escludendo dalla rappresentanza i Gruppi parlamentari più piccoli».

 

«E noi?», avevano protestato i dipietristi. Risposta corale: d'accordo, ne aggiungiamo due, uno dell'Idv e uno della maggioranza, per pareggiare i conti. Macché: nel segreto dell'urna il candidato di Tonino Di Pietro, Aniello Di Nardo, era stato scartato in favore della sudtirolese Helga Thaler Ausserhofer. Nuove proteste dipietriste: vergogna! E nuova risposta, un mese fa: ne aggiungiamo provvisoriamente altri due, uno ai dipietristi e uno alla maggioranza.

Altri due? Nonostante i gruppi parlamentari, grazie alla nascita del Pdl e del Pd e la scomparsa di vari partiti minori, si siano dimezzati? Nonostante si tratti di nuove spese (segreterie, assistenti, prebende varie...) in un momento di crisi pesantissima in cui soltanto il mondo della politica non vede neppure scalfito il proprio fatturato? Nonostante le promesse di tagli e di moralizzazione?

Scusate, ha chiesto a quel punto il senatore Riccardo Villari, ma invece che aggiungerne altri con un aumento complessivo del 33% sul limite del regolamento, «basterebbe che coloro i quali hanno, in qualche misura, recuperato una presenza in più la cedessero, dimettendosi spontaneamente».

Una proposta sensata. E applaudita anche dai rappresentanti dell'Italia dei Valori. Ma bocciata dall'assemblea con 239' favorevoli ad aumentare l'organico, 12 contrari e 15 astenuti. Un accordo trasversale che, in altre occasioni, sarebbe stato marchiato con un solo aggettivo: inciucista.

Oggi, alle 16.30, dopo un mesetto di trattative, siamo finalmente al voto. E se qualche manina misteriosa facesse un altro scherzetto bocciando di nuovo il candidato dipietrista per far passare un altro esponente dell'opposizione, hanno maliziosamente chiesto Donatella Poretti e Marco Perduca, cosa succederebbe? Ne facciamo altri due e poi altri due e poi altri altri due e avanti così all'infinito?

 

 

[22-12-2009]  

 

 

DI PIETRO, NO SCISSIONE OK A PROGRAMMA O FUORI DA PARTITO...
(Agi) - "L'Italia dei Valori non sta vivendo nessuna scissione, ne' e' affetta da 'correntismo', per quanto ci sperino i giornali ed i nostri avversari. E' invece vero che e' finita la 'fase fluida' dove ognuno, nonostante il pensiero del partito fosse piu' che noto, votava ora per l'acqua pubblica ora per quella privata".

Lo afferma Antonio Di Pietro , leader di Idv, nel suo blog. "Ora il partito ha un programma chiaro che traccia una linea di demarcazione tra chi vuole seguire un pensiero politico e chi cerca una 'casacca per coltivare il proprio orticello'. L'Italia dei Valori non ha avuto nessuna 'deriva populista' nell'ultimo periodo, come hanno dichiarato alcuni doppiogiochisti, ha semplicemente dialogato con i lavoratori, i cassaintegrati e le maestranze rimaste ormai orfane di interlocutori politici, impegnati a dibattere sulla loro giustizia e sulle ronde. Chi si opporra' a questa apertura, a quella verso la societa' civile, e non si atterra' al programma in 10 punti, costruito con il nostro elettorato, deve scegliere di andarsene.

 

5 - MOLISE: ESODO DA ITALIA DEI VALORI, LASCIA ANCHE EX BRACCIO DESTRO DI PIETRO
(Adnkronos) - Sono oltre venti gli esponenti, eletti e non, dell'Italia dei valori che hanno annunciato l'abbandono del partito dell'ex pm. L'annuncio e' avvenuto nella tarda mattinata nel corso di una affollata conferenza stampa convocata nei saloni dell'Hotel Rinascimento di Campobasso. A guidare il folto gruppo di 'dissidenti' il senatore Giuseppe Astore, fino a un anno fa coordinatore regionale del partito ed in passato braccio destro di Di Pietro in Molise. Fra i nomi illustri che hanno annunciato l'uscita dall'Italia dei valori, oltre al senatore Astore, che ha comunicato il transito nel Gruppo misto di Palazzo Madama, anche il consigliere regionale Massimo Romano, l'intero gruppo del partito al Comune di Campobasso olter a consiglieri comunali di piccoli centri, coordinatori cittadini e semplici iscritti.  

10.11.09

 

DI PIETRO FACCI (FILIPPO) SOGNARE – OGGI IN LIBRERIA IL LIBRO CHE L’EX PM VORREBBE BRUCIARE – DAI PASCOLI MOLISANI, ALLA SORVEGLIANZA DI ARMAMENTI NATO - DA UNA LAUREA IN SOLI 32 MESI, A VIAGGIATORE IN SCENARI DA SPIONAGGIO INTERNAZIONALE - DALLA STRETTA AMICIZIA CON UNA COMBRICCOLA DI POTENTI AL SUO AVERLI PASSATI PER LE MANETTE UNO PER UNO...

Esce oggi "Di Pietro, la storia vera" di Filippo Facci (Mondadori, 528 pagine 21 euro) e cioè una biografia decisamente non autorizzata che per 528 pagine scava in un passato che lo stesso Di Pietro tende misteriosamente a dissimulare: dai pascoli molisani all'emigrazione in Germania, dalla sorveglianza di armamenti della Nato a una laurea conseguita in soli trentadue mesi, dal ruolo di agente dell'anti-terrorismo a quello di viaggiatore in scenari da spionaggio internazionale, dalla stretta amicizia con una combriccola di potenti al suo averli passati per le manette uno per uno.

Di Pietro La Storia Vera La copertina

Poco è stato raccontato, in realtà, anche di un presente che il leader dell'Italia dei Valori lascia regolarmente nell'ombra: il familismo, il partito fondato sulla cieca obbedienza, l'incredibile disinvoltura nell'incassare e gestire il finanziamento pubblico, gli accordi sottobanco col «regime», lo spettacolare trasformismo, la doppiezza tra politica e impolitica.

Un viaggio che ripercorre anche gli anni di Mani pulite, quando Di Pietro apparve come l'uomo della provvidenza a più del novanta per cento degli italiani, e coincise con il cambio di stagione più devastante dal Dopoguerra.

Tratto da "Di Pietro, la storia vera" di Filippo Facci

Antonio Di Pietro era pur sempre l'uomo che aveva capovolto una Repubblica, era l'ariete che dal 1992 al 1994 aveva indagato un Parlamento che passava metà del tempo a discutere le autorizzazioni a procedere che lui aveva richiesto, e negarne una era lo sfregio massimo, l'ultimo arroccamento del regime morente, il sigillo dell'impunità.

 

Erano state alcune mancate autorizzazioni nei confronti di Bettino Craxi - e neanche tutte: due su sei furono concesse - che il 29 aprile 1993 avevano scatenato una mezza guerra civile che aveva portato alla parziale abolizione dell'immunità parlamentare. Di Pietro da una parte, Craxi dall'altra. Ora c'era solo Di Pietro uno e due.

La nemesi definitiva, a diciassette anni da Mani pulite, era che Antonio Di Pietro si era trincerato dietro l'immunità parlamentare per non essere condannato in una causa per diffamazione che l'avrebbe sicuramente visto soccombente, cioè perdente.

Il Parlamento di Bruxelles, il 22 aprile 2009, decideva di non revocare lo scudo dell'immunità che lo stesso Di Pietro aveva chiesto dopo averlo pubblicamente negato. Non era neppure un procedimento penale, era una causa civile: significava che Di Pietro l'aveva fatto solo per non perdere dei soldi. Proprio come i mostri della casta.

Di Pietro è nei particolari. Nell'ottobre 2002 aveva scritto un articolo sul quotidiano «Rinascita della sinistra», organo dei Comunisti italiani, e non ne aveva azzeccata una: aveva qualificato il giudice Filippo Verde come un imputato nel processo per il Lodo Mondadori - dipingendolo oltretutto come uno dei giudici che avevano influenzato l'annullamento di una sentenza favorevole a Carlo De Benedetti - e nello specifico aveva messo nero su bianco che «per l'insieme di queste vicende, la pubblica accusa rappresentata dalla tenace Ilda Boccassini ha chiesto pene di tutto rispetto, tra cui 10 anni per il giudice Filippo Verde».

Ma Filippo Verde non era mai stato coinvolto in quel processo: era stato imputato in un altro, il cosiddetto Imi-Sir, e peraltro ne era uscito assolto in primo e secondo grado. Di Pietro della castroneria non solo non si accorse, ma nel febbraio 2003 la ripubblicò tale e quale sul sito internet dell'Italia dei Valori.

E a quel punto partì una causa per diffamazione con richiesta di risarcimento danni, visto che Tonino non aveva mai smentito né rettificato ma addirittura reiterato, per usare il suo linguaggio (Nota 62). I legali di Filippo Verde gli chiesero 210.000 euro di risarcimento. Del suo errore, Di Pietro darà colpa ancora una volta ai giornali.

Di Pietro scrisse quell'articolo nel 2002 e cioè quando era eurodeputato. Perciò, un anno e mezzo più tardi, dopo che la pratica si era congelata nella cancelleria del Tribunale di Roma, presentava richiesta di immunità europarlamentare e incaricava della pratica l'avvocato Sergio Scicchitano, deputato dell'Italia dei Valori e già autore di varie querele dipietresche ai danni di giornalisti che facevano errori come il suo o più lievi del suo. La richiesta fu inoltrata a Bruxelles all'inizio del 2007:

«L'articolo deve intendersi quale espressione di critica politica e dunque si richiede che nel caso di specie venga applicato l'articolo 68 della Costituzione».

Critica politica. Uno scrive che un giudice ha influenzato illecitamente una sentenza - la peggiore delle accuse, per un giudice - e dice pure che per questo volevano condannarlo a 10 anni: una classica critica politica.

I giudici romani spedirono le carte all'apposita commissione di Bruxelles perché l'Europarlamento valutasse.

Era da una vita che Di Pietro per qualsiasi sciocchezza invitava la classe politica a farsi giudicare come cittadini qualsiasi. Così pure fece nel 2007 e nel 2008: L'articolo 68 della Costituzione [l'immunità parlamentare] va cancellato perché aveva senso quando fu scritto, dopo la fine del fascismo. Ho sempre detto che andrebbe abrogato (Nota 63).

L'aveva ripetuto di recente:

Se Berlusconi vuole querelarmi, rinunci all'impunità. (Nota 64)

Quando Di Pietro querelava un altro politico, poi, non mancava mai di scrivere:

Mi auguro che, come me, Ella rinunci all'immunità e accetti il giudizio del giudice terzo. (Nota 65)

Quelli poi non erano giorni qualsiasi: era il febbraio 2009 e c'era Di Pietro per strada che raccoglieva firme contro il Lodo Alfano. La notiziola che Di Pietro aveva chiesto l'immunità la diede per primo e praticamente per ultimo Paolo Bracalini, cronista del «Giornale».

Di Pietro rispose il 6 febbraio, come infastidito:

Con riferimento alle notizie di stampa che ipotizzano ciò che io andrei a sostenere al Parlamento europeo la prossima settimana, specifico che non chiederò l'immunità, ma che il procedimento civile prosegua ... Tale rinuncia all'immunità verrà da me formulata in un atto scritto che pubblicherò sul mio blog, in modo da evitare qualsiasi strumentalizzazione.

Non chiederò l'immunità, voglio che mi processino, vi terrò informati. Di Pietro ogni tanto dismetteva improvvisamente la sua chiarezza popolana, ma aveva scritto questo.

Ed eccoci al 22 aprile 2009:

Approvando con 654 voti favorevoli, 11 contrari e 13 astensioni la relazione di Aloyzas Salakas (Pse, Lt), il Parlamento ha deciso di non revocare l'immunità di Antonio Di Pietro a seguito dell'ordinanza del Tribunale Civile di Roma rivolta al deputato nella causa civile intentata da Filippo Verde. In tale ordinanza il Tribunale italiano, esaminando l'argomento difensivo sollevato da Di Pietro «sotto forma di eccezione di insindacabilità », ha chiesto al Parlamento europeo di decidere sulla sua immunità, dal momento che all'epoca dei fatti egli era parlamentare europeo ...

egli stava esercitando le sue funzioni di parlamentare, esprimendo la sua opinione su un tema d'interesse pubblico per i suoi elettori. Cercare di imbavagliare i parlamentari, avviando procedimenti giudiziari nei loro confronti, per impedire loro di esprimere le proprie opinioni su questioni che suscitano un legittimo interesse e preoccupazione nell'opinione pubblica, è inaccettabile in una società democratica. (Nota 66)

Il quello stesso giorno, il giorno in cui l'immunità da lui richiesta lo aveva salvato, per coprire la notizia Di Pietro dichiarò:

Silvio Berlusconi si avvale del Lodo Alfano anche per sfuggire alla mia querela ... È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi dall'accusa di diffamazione (Nota 67).

A dire quel che si pensa, l'immunità tornerebbe utile.

NOTE
62 Come spiega la stessa «Relazione sulla richiesta di consultazione sull'immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro dell'Europarlamento», 23 aprile 2009: «Di Pietro ha riconosciuto che il suo articolo conteneva un "errore madornale" ... In effetti, Filippo Verde non è mai stato coinvolto nella vicenda processuale del Lodo Mondadori, mentre lo è stato nel processo Imi-Sir, nell'ambito del quale era stato assolto da tutte le imputazioni contestategli. Nella sua difesa, Di Pietro ha sostenuto che questo errore tecnico/redazionale si è verificato perché i mass-media accomunavano normalmente le due vicende giudiziarie con il termine "processo Imi-Sir/Lodo Mondadori"».

63 Ansa, 23 luglio 2007.
64 Ansa, 12 aprile 2008.
65 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
66 Comunicato dell'ufficio stampa del Parlamento europeo, 22 aprile 2009. Anche in "Relazione sulla richiesta di consultazione sull'immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro", 23 aprile 2009.
67 «Il Giornale», 23 aprile 2009.

 
[13-10-2009]

 

 

 

DI PIETRO SCORDARELLO – “IO INTERROGAI VITO CIANCIMINO? FORSE. SENTIVO DECINE DI PERSONE PER LA TANGENTE ENIMONT” - MA IL FIGLIO DELL’EX SINDACO: “ERANO PRESENTI ANCHE I MAGISTRATI DI PALERMO, E MIO PADRE SI RIFIUTÒ DI PARLARE PERCHÉ RITENNE CHE NON CI FOSSERO LE CONDIZIONI” - SULLO SFONDO IL RAPPORTO DEL ROS SU “MAFIA E APPALTI”…

Guido Ruotolo per "La Stampa"

C'è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio i ricordi poi non sono così nitidi, anche quelli che riaffiorano sorprendentemente nei protagonisti (delle istituzioni) di quell'epoca, che sembrano offrire nuove verità finora nascoste.

E che delineano un nuovo scenario inquietante: Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri. Questa nuova verità porta a un'altra possibile interpretazione del movente della stessa strage di via D'Amelio: Borsellino fu ucciso perché si opponeva a questa trattativa.

Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell'allora pm Antonio Di Pietro. Giovedì sera ad «Annozero», il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli.

E invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell'inchiesta Enimont».

Di Pietro non ricorda, dunque. Per altri protagonisti, invece, il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse». Massimo Ciancimino conferma quell'incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo, e mio padre si rifiutò di parlare perché ritenne che non ci fossero le condizioni».

Al di là dei non ricordo, l'interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un'ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva.

Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull'agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti.

Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all'ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po' di ricostruire la sua storia». Precisò Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno».

Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino. Una circostanza confermata, invece, soltanto oggi dall'ex Guardasigilli Claudio Martelli, che ricorda di averla saputa da Liliana Ferraro - gliene parlò il capitano De Donno - che informò a sua volta lo stesso Borsellino.

Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L'ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro per dirle di Ciancimino. Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, dopo 17 anni di silenzio ha deciso di essere ascoltata dai magistrati di Palermo.

Chissà se ha raccontato dei timori di Paolo, del suo disappunto sulla trattativa. «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell'allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.

 
[12-10-2009]

 

 

 

 

IL TRAVAGLIO DEI VALORI BOLLITI - MARTEDÌ NOTTE, UNA RIUNIONE DI ROUTINE DEI PARLAMENTARI DIPIETRISTI S'È TRASFORMATA IN UN MAXIPROCESSO, SOTTO ACCUSA FLORES D'ARCAIS E MAGISTRIS - TONINO HA INIZIATO A SOSPETTARE CHE I DUE VOGLIANO LANCIARE UN'OPA OSTILE SUL PARTITO...

Tommaso Labate per Il Riformista

Ieri ha indossato la coppola davanti a Montecitorio, per chiedere al capo dello Stato di non firmare quello scudo fiscale che rappresenta «un regalo alla mafia». Ma la sua ultima grande impresa, Antonio Di Pietro, l'ha messa a segno due notti fa, al riparo da microfoni, taccuini e da ogni sguardo indiscreto. Quando, al chiuso di una stanza della Camera dei deputati, ha dovuto gestire una delle assemblee di gruppo più drammatiche nella storia dell'Italia dei valori.

E così, martedì notte, una riunione di routine dei parlamentari dipietristi s'è trasformata in un maxiprocesso. Un dibattimento in cui la maggioranza dei deputati e dei senatori italvaloristi ha messo sotto accusa due grandi imputati, entrambi in contumacia: Paolo Flores d'Arcais, il direttore di Micromega, rivista che nell'ultimo numero presentava un attacco frontale all'«anima inciucista e politicante» del partito del Gabbiano; e soprattutto Luigi De Magistris, fresco di elezione all'europarlamento, considerato l'ispiratore dell'inchiesta (uscita col titolo "C'è del marcio in Danimarca. L'Italia dei valori regione per regione").

Lo stesso che ieri ha «annunciato formalmente» la sua decisione di lasciare la magistratura con una lettera molto polemica al presidente della Repubblica («Sono stato isolato dai mafiosi di Stato») pubblicata dal 'Fatto'.

Alla riunione di martedì, Di Pietro s'era presentato con canovaccio pronto, che andava solo recitato: «Il partito è uno solo, non esiste un'anima nobile e una meno nobile». Ma quando s'è trovato di fronte a un gruppo di parlamentari inferociti contro Micromega - molti dei quali, spiega una fonte, «hanno già deciso di querelare Flores e la sua rivista» - l'ex pm è stato costretto ad accantonare la versione light dell'intervento.

Quindi, di fronte alle accuse dei peones italvaloristi («Ci difenderemo in tribunale», «De Magistris ci ha tradito», e via dicendo), «Tonino» è passato al contrattacco: «Ho già sentito Flores d'Arcais e, credetemi, quando gli ho parlato la mia voce era abbastanza inca....a». Non solo.

A seguire, Di Pietro ha aggiunto: «Paolo mi ha garantito che sul prossimo numero di Micromega mi darà almeno venti pagine. Uno spazio in cui risponderò, in maniera circostanziata e puntuale, alle tante falsità pubblicate su di noi in questo numero».

Esaurito il dossier relativo a Flores, l'ex pm ha preso di petto anche la questione De Magistris. «Luigi - ha scandito - mi ha giurato che non era a conoscenza dell'inchiesta di Micromega». E quando qualche deputato gli ha fatto notare che «l'articolo era corredato da una sua intervista», Di Pietro ha ribattuto: «Quella conversazione era già uscita. L'hanno semplicemente ripubblicata senza che lui sapesse».

Non è tutto. Dalle elezioni europee in poi, anche «Tonino» ha iniziato a sospettare che De Magistris voglia lanciare un'opa ostile sul progetto politico dell'Italia dei valori. Tante le mosse non concordate, eccessivo il protagonismo dell'ex pubblico ministero di "Why not?", troppi gli indizi per non ricavarne una prova.

E così, alla fine del summit con i suoi gruppi parlamentari, è stato lo stesso Di Pietro a trovare l'escamotage: la prossima settimana, è stata la decisione presa dall'Italia dei valori, l'ufficio di presidenza del partito incontrerà De Magistris. Forse non un processo bis, senz'altro qualcosa di molto simile.

«Per quanto possano infastidirci le falsità - ha concluso il leader - la libertà di informazione è un bene da difendere anche quando ci andiamo di mezzo noi». E comunque, è stata la sintesi finale dell'ex pm, «De Magistris è una grande risorsa per tutti noi. Ma per il bene del partito, forse è il caso d'ora in poi dei problemi ne parli direttamente con noi, invece di farceli sapere dai giornali».

Che le strade di «Tonino» e «Luigi» possano anche separarsi, lo dimostra un'altra curiosità: ieri, nel giorno in cui il primo ha rilasciato al Corriere la sua intervista più "morbida" sul Cavaliere (titolo: «Io e il tumore alla prostata. Sono solidale col Cavaliere»), l'altro s'appalesava sulla prima pagina del Fatto con il j'accuse rivolto al Quirinale e l'addio alla magistratura.

Dicono che Di Pietro, di quest'uscita, non solo non ne sapesse nulla. Ma che cominci addirittura a sospettare, sussurrano nel partito, del «giro Travaglio». Verità? Menzogne? Chissà. Di certo «Tonino» è concentrato a frenare la possibile emorragia di italvaloristi in marcia verso il Pd bersaniano anche per ribadire la sua forza al congresso della prossima primavera. Lo stesso che, in vista delle regionali, sancirà il ritorno del suo nome nel simbolo dell'Idv.

 
[02-10-2009]

 

 

 

L’ITALIA DEI VALORI IMMOBILIARI – L’INCHIESTA DELLA CORTE DEI CONTI SUI FINANZIAMENTI ALL’IDV FA EMERGERE IL DI PIETRO IMMOBILIARISTA – CON UN SISTEMA DI SCATOLE “MOLISANE” (PARTITO, ASSOCIAZIONE, SOCIETÀ) TONINO HA COMPRATO E VENDUTO CASE COI SOLDI PUBBLICI…

Filippo Facci per "Libero"

La Corte dei Conti, come è noto da prima dell'estate, sta conducendo un'istruttoria sui finanziamenti pubblici - adesso di chiamano rimborsi - che l'Italia dei Valori da molti anni percepisce con modalità quantomeno singolari.

E' un gioco di scatole molisane: in sostanza il partito è sempre stato affiancato da un'altra e diversa associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e dall'amica Silvana Mura (tesoriera) e dalla moglie Susanna Mazzoleni (segretaria) nel cui consiglio si poteva accedere solo con il consenso dello stesso Presidente (Di Pietro) il quale si è sempre intascato tutti i soldi e ha deciso come e quando usarli; solamente l'associazione è un soggetto giuridico con tanto di codice fiscale, il partito formalmente era e resta una scatola vuota con facoltà di gestire in termini amministrativi i soldi eventualmente calati dall'alto, ma senza poter dire una parola al riguardo.

 

In pratica Di Pietro è presidente a vita di questa associazione parallela e gli iscritti al partito non possono sfiduciarlo, non esistono organi di controllo neppure sul bilancio (quindi su entrate e uscite per milioni di euro) e insomma non c'è collegamento diretto tra il partito e l'associazione che lo gestisce economicamente e politicamente: tranne nel fatto che Di Pietro è padrone di entrambi. E' qualcosa che non si mai visto in nessun paese del mondo e la Corte vuole appunto vederci chiaro, visto che le varie gestioni dei soldi paiono inestricabili.

I TANTI DI PIETRO
In uno sforzo di distinzione delle diverse spese, abbiamo infatti:
1) il pubblico partito dell'Italia dei Valori;
2) i pubblici affari dell'Italia dei Valori;
3) gli affari privati dell'associazione Italia dei Valori;
4) gli affari privatissimi di
Antonio Di Pietro e della sua famiglia che a sua volta, con Cristiano e Susanna, milita rispettivamente nel partito e nell'associazione Italia dei Valori. Ed ecco: in questo intreccio si muove una quantità di affari immobiliari da conturbare un enigmista.

All'associazione blindata che gestisce i soldi, e al partito scatola vuota, Di Pietro ha pensato infatti di aggiungere un terzo soggetto: la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia sempre Silvana Mura, e però stavolta, come secondo socio, la novità: non sua moglie, ma il marito di Silvana Mura o convivente che sia.

Oggetto sociale della Srl: acquisti immobiliari a raffica in un incrocio continuo col partito e con l'associazione. Per capire di che cosa si sta parlando c'è solo da azzardare un riepilogo di tutta l'impressionante sequenza partitica e societaria e personale e familiare e immobiliare dell'uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d'interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari. Il lavoro di ricostruzione catastale è stato curato da Giulio Sansevero dal luglio 2008 all'aprile 2009.

Segue cronologia.

- Antonio Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio - diverranno uno solo - per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
 
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Antonio Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
 
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Antonio Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese».

È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio scorso: «A Roma sono proprietario dell'appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l'anno: l'acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
 
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Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro - è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei - di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l'ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell'operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.
 
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Antonio Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.

LA AN.TO.CRI
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Antonio Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Antonio Di Pietro. L'anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti, uomo di lei. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell'associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Silvana Mura lo segue a ruota.
 
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Antonio Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall'associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l'intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all'anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all'anno 2007.
 
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La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l'acquisto, la società affitta l'appartamento al partito dell'Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
 
- La
An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l'operazione milanese: affitta l'appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l'altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l'immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l'appartamento milanese di via Casati. A tutt'oggi.
 
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Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.
 
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Antonio Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell'Inail. L'acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l'aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l'appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
 
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Antonio di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov'è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l'acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l'operazione un'immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell'Italia dei Valori.
 
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Antonio Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L'ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.

TONINO AGRICOLTORE
La recente iscrizione di
Antonio Di Pietro all'albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all'1.
 
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Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
 
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Antonio Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.
 
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Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere - incredibile - la racconteremo un'altra volta.
 
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Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche  tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario - irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita - nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito».

È vero. I soldi infatti erano dell'inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D'Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell'acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l'ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire.

I CONTI DELLA SERVA
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce: gli acquisti immobiliari sinora ammessi dall'ex magistrato, per capirci, sono parziali e incompleti rispetto a quanto emerso successivamente e riportato nelle righe qui sopra.  

Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire - perché Di Pietro non l'ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico  - il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un'ex moglie.
 
Pur generica, l'opinione di
Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l'anno.

Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche - espresso desiderio della contessa - ma che Di Pietro utilizzò per comprarci case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti non tornano. Per niente proprio.

 
[11-09-2009]

 

 

 

ITALIA DEI VALORI BOLLATI (E BOLLITI) – DI PIETRO SI SENTE AL SICURO DALL'ATTACCO DI FELTRUSCONI: "NON HO NULLA DA TEMERE DALL’ISTRUTTORIA DELLA CORTE DEI CONTI SUI FINANZIAMENTI ELETTORALI" - MA IL SUO EX SOCIO ACCUSA: "NEL 2003 CI FU UN’ASSEMBLEA FANTASMA PER FAR INCASSARE I SOLDI DALL’ASSOCIAZIONE. HO LE PROVE"…

Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

«Caro Direttore, non intendo lamentarmi della pubblicazione della notizia, non temo nulla circa l'esito dell'istruttoria e con assoluta serenità sono a disposizione della Corte dei conti per dare tutte le spiegazioni che ritiene necessarie». Antonio Di Pietro risponde con una lettera alla rivelazione del Giornale circa l'indagine avviata dalla Corte dei conti sui finanziamenti pubblici all'Idv.

La procura generale sta verificando la regolarità dei pagamenti effettuati dalla Camera verso il conto corrente dell'Idv, che a differenza degli altri partiti presenta un inedito dualismo - come denunciano gli autori degli esposti - tra due soggetti distinti ma omonimi: il «partito» Italia dei Valori (il movimento che si presenta alle elezioni) e l'«associazione» Italia dei valori (che incassa i soldi ed è composta da soli tre soci, Di Pietro, sua moglie Susanna Mazzoleni e la deputata Silvana Mura).

Le carte all'attenzione dei magistrati contabili (l'indagine è condotta dal viceprocuratore generale della Corte dei conti, Pio Silvestri) riguardano le delibere dell'associazione Idv, i documenti prodotti alla Camera per attestare le spese elettorali (in base ai quali si calcola il finanziamento spettante), e certi particolari che secondo gli accusatori rappresenterebbero delle evidenti anomalie. Come la questione del codice fiscale dell'Idv, denunciata dall'ex socio di Tonino, Mario Di Domenico: «Il partito politico Idv non ha un codice fiscale - spiega - il codice fiscale a cui viene erogato il rimborso pubblico è quello dell'associazione Idv. Vuol dire che il partito non ha una posizione fiscale, e questo è un fatto molto strano».

Ai magistrati contabili Di Domenico ha portato un altro elemento a riprova delle anomalie nel finanziamento pubblico dell'Idv. Riguarda la delibera con cui l'Idv (anzi, l'associazione Idv) ha approvato il proprio bilancio in data 31 marzo 2003, cioè l'ultimo giorno utile per presentare la domanda di rimborso elettorale alla Camera. «A quell'epoca ero uno dei tre soci dell'Idv (poi, dopo l'uscita dal partito, gli subentrerà Susanna Mazzoleni, ndr), Di Pietro ha sempre sostenuto che io fossi presente a quella famosa assemblea, io ero certo di no ma non ho avuto mai modo di provarlo.

Casualmente due mesi fa mi è stato restituito il fascicolo di un altro processo, dentro il quale c'è un foglio della cancelleria che attesta che il 31 marzo io ero a Roma in Tribunale. Vuol dire che quella delibera di assemblea è valida, perché non è stata firmato da tutti e tre i soci come sostiene Di Pietro. Ma i soldi sono stati incassati comunque».

E c'è altro lavoro per la Corte dei conti. Un punto sottolineato da un'altra delle parti coinvolte nella vicenda, i legali della formazione del «Cantiere» di Occhetto, Veltri e Chiesa (che si alleò con Di Pietro ma non ebbe un euro dei rimborsi elettorali) è che - dal momento che la restituzione dei soldi spesi per le elezioni spetta solo a partiti politici - se i rimborsi fossero andati ad un soggetto diverso dal partito politico Idv, ci si ritroverebbe di fronte ad una palese irregolarità.

Di Pietro però, nella lettera al direttore del Giornale, si dice perfettamente sereno. «Ritengo un suo diritto pubblicare la notizia anche se si riferisce a fatti datati nel tempo - scrive il leader Idv - ritengo altrettanto corretto che la Corte dei conti abbia aperto una doverosa istruttoria a seguito di un esposto ricevuto: non poteva fare altrimenti; non temo nulla circa l'esito dell'istruttoria, in quanto per gli stessi fatti, già più volte, sia il giudice civile sia il giudice penale hanno accertato l'insussistenza dei fatti denunciati».

Ma anche in Parlamento c'è qualcuno che vuol vederci chiaro. Il deputato della Lega Nord, Matteo Brigandì, ha presentato ieri un'interrogazione parlamentare in merito: «I punti sono due - dice il deputato -. Se a prendere i fondi pubblici non fosse un partito politico ma un'associazione di tre persone, si pone il problema delle tasse da pagare su quella ingente somma.

Secondo: Silvana Mura è uno dei tre soci Idv e contemporaneamente è anche nell'ufficio di presidenza della Camera, l'organo parlamentare a cui spetta la ripartizione dei rimborsi ai partiti». In altre parole, controllore e controllato coincidono nella deputata-tesoriera Idv. Ma anche questo non sembra rovinare «l'assoluta serenità» di Antonio Di Pietro. Almeno finora.

 
[10-09-2009]

 

 

 

TONINO E I GIOCHI DI PRESTIGIO – parte l’indagine della corte dei conti su di pietro: dove sono finiti i soldi dell’idv incassati dall’associazione da lui presieduta? – per l’ex pm partito e associazione “sono la stessa cosa” ma non fornisce il verbale. Perché?…

Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

Più esposti e le inchieste del Giornale sulle stranezze della gestione finanziaria dell'Idv sono confluiti in un fascicolo della Corte dei conti. I magistrati contabili della procura generale stanno indagando sul «tesoro» dell'Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L'istruttoria - spiega un alto magistrato - concerne varie questioni, ma non posso dire di più».

Il filone è quello aperto inizialmente dalla denuncia dei legali di Veltri e Occhetto, e seguita in prima istanza da un pool di finanzieri che da mesi sta provvedendo all'acquisizione di numerosi atti: «Sì, confermo. L'istruttoria è aperta. Altro però non posso dire».

La vicenda è nota ai lettori del Giornale, che per primo ha evidenziato le stranezze nella contabilità dell'Idv. Se venisse confermato che un'associazione di tre soli soci, Di Pietro, un familiare e un fiduciario, che si chiama «Italia dei Valori» come il partito, si è sostituito ad esso sfruttando i controlli solo formali della Camera, richiedendo e percependo in sua vece questi fondi pubblici, sarebbe un fatto senza precedenti.

È la famosa (ma mai veramente chiarita) questione dell'ambiguità tra partito Italia dei Valori (quello che elegge i parlamentari) e associazione Italia dei Valori (il soggetto giuridico che incassa i soldi) distinzione già riconosciuta dal Tribunale di Roma che si è pronunciato in proposito nel 2008, nel quadro della causa civile che vedeva opposti l'Idv e il Cantiere, la formazione politica di Veltri, Occhetto e Chiesa che si era presentata alle Europee 2004 in «ticket» con l'Idv.

Una distinzione talmente palese, secondo il Tribunale, che «il partito Idv» venne dichiarato «contumace» al processo, essendosi presentato in sua sostituzione (come se fosse il partito) solo l'«associazione Idv», di cui Antonio Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e la fidata tesoriera Silvana Mura, costituiscono la «totalità dei soci» come si legge nella «delibera di associazione» approvata un giorno prima di incassare i rimborsi per le europee. La questione, come si vede, non è irrilevante. E la Corte dei conti se n'è accorta. L'indagine della procura contabile mira a chiarire una volta per tutte se la differenza tra associazione e partito possa configurare un'irregolarità nel finanziamento dell'Idv. È la domanda che il Giornale pone da almeno otto mesi.

Ma oltre ad essere un'inchiesta giornalistica la vicenda delle casse Idv è anche una questione di trasparenza pubblica, a maggior ragione per un partito che ha fatto della trasparenza la propria bandiera. La Corte dei conti sta lavorando sulla documentazione prodotta dall'avvocato Mario Di Domenico, già socio dell'Idv e ora grande accusatore di Tonino, e anche sull'esposto degli avvocati del Cantiere, che nel luglio del 2008 hanno fatto pervenire al procuratore generale della Corte un «Invito a provvedere in autotutela» per il movimento ex-alleato di Di Pietro.

I legali di Veltri & Co. avevano evidenziato, in quella nota, come «nella più totale assenza di qualsiasi controllo da parte dell'Ente pagatore (Montecitorio, ndr) sulle condizioni minime di legittimazione a ricevere i pagamenti dei rimborsi elettorali, essi vengono conseguiti da parte di una associazione formata da sole tre persone, che consegue tali ingenti fondi nella inesistenza per giunta di qualsiasi rendiconto».

Di Pietro, interrogato a suo tempo dal Giornale, aveva risposto con una lunga lettera a Libero annunciando di aver disposto il cambiamento dello statuto Idv, cioè del documento che conteneva quella ambiguità. Di Pietro annunciò allora che, dopo quella modifica, l'associazione e il partito «sono la stessa cosa», ma nel farlo si dimenticò di pubblicare guarda caso anche il verbale notarile con cui era stato disposto dal partito quel cambiamento statutario.

Perché? Ci sarebbero voluti altri sei mesi per scoprirlo, e non grazie a Di Pietro che anzi diede precise istruzioni al suo notaio di fiducia di non fornire al Giornale quel verbale, sebbene si trattasse di un atto pubblico. Il motivo è presto detto: quel verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro, in qualità di presidente dell'associazione Idv.

In sostanza vuol dire che Di Pietro, per fugare i dubbi sulla gestione personalistica dell'Idv, ha modificato di sua iniziativa e in perfetta solitudine lo statuto dell'associazione come se fosse quello del partito, nelle vesti non di presidente (magari autorizzato da una delibera assembleare o da una disposizione degli organi del partito), ma solo come titolare dell'associazione di famiglia.

Un gioco delle tre carte, un gioco di prestigio dietro al quale ci sono però questioni molto concrete. Per esempio, i milioni (circa 11 solo per il 2009) del rimborso pubblico. A quale soggetto vanno davvero quei soldi? Ora non è solo il Giornale a chiederselo, ma anche la Procura generale della Corte di conti.

 
[09-09-2009]

 

 

 

MISTERI D’ITALIA - Di Pietro nella scorta di Dalla Chiesa, una storia MAI raccontaTA – STRANO CHE TONINO NON ABBIA MAI MENATO vanto di essere stato, mentre ERA UN giovanissimo poliziotto, uno degli angeli custodi Del GENERALE UCCISO DALLA MAFIA (DI STATO)…

Piero Laporta per Italia Oggi

Alcuni mesi addietro Il Giornale pubblicò una notizia che ci incuriosì. Si narrava che il magistrato Antonio Di Pietro, mentre compariva in televisione durante la temperie di Tangentopoli, era stato riconosciuto con una certa sorpresa dai genitori di Emanuela Setti Carraro, come uno dei componenti della scorta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa quando questi, molti e molti anni prima, si era recato in visita dai suoceri.

Per quante ricerche abbiamo fatto, non ci risulta alcuna smentita da Di Pietro, il quale peraltro non avrebbe nulla di disonorevole da smentire. Anzi è singolare ed è un peccato che questa sua presenza al seguito di Dalla Chiesa non sia stata mai narrata altrove né dal futuro magistrato né dai colleghi poliziotti che erano con lui.

Conosciamo dei carabinieri che per aver servito una volta il caffè al valoroso e mitico generale non perdono occasione di raccontarlo incessantemente ai nipoti, agli amici e al parroco. Sarebbe quindi stato naturale che uno come Antonio Di Pietro, che certo non rifugge i riflettori e giustamente ama dare un'immagine positiva di sé, menasse vanto di essere stato, mentre operava come giovanissimo poliziotto, uno degli angeli custodi di Dalla Chiesa.

D'altro canto la scorta al generale dalla Chiesa fu assicurata dai carabinieri finché egli non andò in Sicilia per assumere il suo ultimo e fatale incarico, come prefetto di Palermo. La scorta dei poliziotti quindi è proprio correlata al periodo più drammatico e conclusivo dell'avventura terrena del generale.

È quindi ancora più singolare non la mancanza di una smentita di Di Pietro, quanto piuttosto che la notizia sia del tutto assente dalle cronache piccole e grandi che contribuirono a dare all'ex magistrato la forte e positiva immagine attuale. Pensiamo che sia stata un'occasione perduta per lui perché quando ebbe le note difficoltà se avesse fatto sapere di avere avuto una tale alta responsabilità la sua immagine ne avrebbe guadagnato.

Si tratta di una esperienza, sia sotto il profilo umano che storico, di assoluto valore e risulterebbe quanto mai interessante conoscere il punto di vista di Di Pietro sulle ultime settimane del generale.

Sarebbe un documento di valore assoluto avere le impressioni che ne ricavò il futuro magistrato, con il suo acume e la sua intelligenza sottile, mentre percorreva le vie di Palermo, respirando e percependo le medesime esperienze del generale nel momento più pericoloso e drammatico della sua esistenza.

Sarebbe anche interessante e curioso ricostruire chi erano i colleghi di Di Pietro e com'era il futuro magistrato e l'attuale leader politico di opposizione, nelle vesti di giovane poliziotto, mentre faceva l'angelo custode del famoso generale.

C'è tutto per fare sia per una grande fiction televisiva, sia per lanciare un'altra positiva immagine del politico molisano.

D'altra parte, una ricostruzione di quelle settimane del 1982 sarebbe quanto mai opportuna anche per evitare che in futuro un tale episodio non si tramuti in uno dei tanti cosiddetti «misteri d'Italia», scavando nei quali spesso ci si accorge che la banalità prevale di molte lunghezze sull'arcano.

Così accadde, per esempio, a via Fani quando rapirono Moro. Sulla scena del rapimento una foto mostrava la presenza alle nove del mattino di un colonnello del Sismi. Apriti cielo! Che ci faceva lei a via Fani? E quello improvvisò una risposta scema come «andavo a pranzo da un amico».

Forse non voleva rivelare il suo ruolo e fece un danno più grande. Ecco qui, si scatenarono i dietrologi, un agente del Sismi in via Fani a dare manforte ai brigatisti! L'episodio fu preso e messo di diritto in cima ai «misteri d'Italia». Un magistrato scrisse una quantità di pagine che adombravano sospetti pesanti su quel colonnello, il quale invece avrebbe dovuto dire la banale verità: «Andavo nel mio ufficio a lavorare e la sede del Sismi è a due passi da via Fani».

Però pensandoci bene, forse quel colonnello fu lungimirante. Se avesse detto dov'era diretto in realtà, non avrebbe avuto scampo ugualmente. «Ah, il Sismi è qui vicino! Ecco chi ha rapito Aldo Moro!» e si sarebbe scritto un altro capitolo dei «misteri d'Italia». Che vogliamo farci siamo il paese dei misteri.

 
[17-08-2009]

 

 

 

DI PIETRO REAL ESTATE – "IL GIORNALE" INCARTA TONINO, IL SUO TONNO PREFERITO: IL PRINCIPE DEI MORALISTI RISTRUTTURA LA CASA CON I SOLDI DEL PARTITO – A ROMA, NELLA CENTALE VIA MERULANA) E LA FATTURA È INTESTATA ALL’IDV…

Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

Non è tanto la cifra che impressiona (7mila e 200 euro) ma l'interrogativo, che sorge spontaneo: Antonio Di Pietro nel 2002 ha usato i soldi del «suo» partito per pagare i lavori della «sua» abitazione romana? La domanda, più che legittima, viene sollevata alla luce di un documento rimasto al buio per anni e che il Giornale ha rintracciato in originale dopo che a farne specificatamente cenno è stata la monumentale opera sulla carriera di Antonio Di Pietro (Il Tribuno, Castelvecchi editore) scritta dal giornalista Alberico Giostra, da venerdì in libreria.

Silvana Mura

Del presunto pagamento avvenuto attingendo alla cassa dell'Idv aveva inizialmente parlato anche quel Mario Di Domenico, amico del cuore e braccio destro dell'ex pm nonché cofondatore dell'Idv, che s'era impelagato in una causa penale trascinando in tribunale proprio Tonino (poi prosciolto dal gip) al quale addebitava una gestione allegra, personale, familiaristica, delle finanze del partito.

Di Domenico temeva infatti che all'indomani dei primi rimborsi elettorali riferibili alle politiche del 2001 l'eccessiva identificazione di Antonio Di Pietro con il soggetto giuridico Italia dei valori «potesse dare luogo ad abusi» visto che Di Pietro, «delegando le operazioni contabili alla fedelissima Silvana Mura - osserva Giostra - aveva accentrato su di sé anche il controllo delle finanze del partito». Nessuno, nel partito, poteva curiosare nella contabilità.

E se pure lo statuto prevedeva che solo i tre soci originari (Di Pietro, Di Domenico, Mura) erano deputati all'approvazione dei bilanci, secondo Di Domenico di fatto era esclusivamente l'ex pm a provvedere all'approvazione, come dimostra la sola firma in calce di Tonino per il bilancio 2005. 

In questo clima di sospetti e cattivi pensieri si inquadra la vicenda dei lavori svolti nell'appartamento romano, personale, del leader Idv in via Merulana 99, appartamento così descritto dall'interessato, sulle colonne di Libero, per replicare a un'inchiesta del Giornale, il 9 gennaio 2009: «Sempre a Roma sono proprietario dell'appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L'ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001 per 800 milioni di vecchie lire (di cui, come al solito, parte in mutuo)».

La fattura in questione viene emessa il 18 novembre 2002 ed è intestata a Italia dei valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese. La vecchia sede del partito. Il codice fiscale riportato è proprio quello dell'«associazione» Italia dei Valori (90024590128) ma nella descrizione dell'opera svolta si legge: «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». Sede sociale? In via Merulana 99 - come ha specificato lo stesso Di Pietro - non si trovava alcuna sede sociale dell'Italia dei valori bensì l'appartamento privato di proprietà di Di Pietro e dove il leader dell'Idv viveva e vive tuttora quando si trovava nella capitale. «L'ex pm si era forse pagato i lavori di ristrutturazione coi soldi del partito?», si chiede Giostra. Il documento sembra parlare da solo, non prova automaticamente che Di Pietro ha messo mano alle casse dell'Idv, «ma rende lecito sospettarlo» taglia corto l'autore.

A proposito di case e di Tonino. Nel libro si ripercorre, nel dettaglio, l'inchiesta del Giornale sull'«Italia dei Valori immobiliari». E si rifanno i conti in tasca al deputato molisano, perché «resta ancora da capire dove Di Pietro abbia trovato tanti soldi per comprare così tante case». E allora vediamoli questi conti: Di Pietro su Libero ha scritto che dal 1996 a oggi ha guadagnato un milione di euro netti, a cui si debbono aggiungere 700mila euro per risarcimenti da diffamazioni a mezzo stampa.

LE CASE DI DI PIETRO - da "Il Giornale"

A questo milione e settecentomila euro vanno però sottratti più o meno 500mila euro «spesi in dieci anni fra soldi per vivere e mutui da pagare». Restano un milione e duecentomila euro. Da qui il calcolo sui soldi spesi per le case: mutui esclusi, si arriva a 2milioni e 900mila euro. Ne ha incassati 1 milione e 750mila dalle vendite di Busto Arsizio e via Principe Amedeo a Roma, cui bisogna sottrarre i soldi dati indietro agli istituti di credito per i mutui, ovvero 400mila euro.

«L'incasso netto diventa, così, un milione e 350mila euro», scrive Giostra. Dei 2 milioni e 900mila euro spesi si scende perciò a 1 milione e 550mila circa. Una cifra nettamente superiore a quanto Di Pietro ha detto di aver incassato. «Se poi Tonino ha per caso comprato anche gli appartamenti per sua moglie e suo figlio Cristiano, dobbiamo aggiungere tra i 700 e gli 800mila euro» per un totale di 2milioni e300mila euro.

E i conti sembrano non tornare nemmeno rispetto ai 300 milioni di lire dell'eredità Borletti che Di Pietro ha messo sul piatto delle compravendite immobiliari quando la stessa contessa glieli donò per l'attività politica (e così erano stati registrati alla Camera) e non immobiliare dell'Idv.

DA BERGAMO ALLA CAPITALE: ECCO L'IMPERO DELL'EX PM...
Dieci proprietà immobiliari dieci. L'ultima «spuntata» (nell'aprile 2007) è una masseria nel suo Paese natale, Montenero di Bisaccia: proprio dirimpetto al vecchio terreno di 15 ettari con annessa casa colonica ereditato dalla famiglia anni fa, e ora diventato un'azienda agricola. Ma l'impero immobiliare di Antonio Di Pietro va da Bruxelles (bilocale, prezzo sconosciuto) a Bergamo (due appartamenti, uno destinato ai figli), da Busto Arsizio (un immobile di 300 metri quadrati acquistato nel 1995, e in seguito girato al partito) a Curno, nel Bergamasco (due villette, entrambe acquistate nel 1994).

Di villetta in appartamento, seguendo la mappa delle proprietà del leader dell'Italia dei valori si arriva infine nella capitale: a Roma Di Pietro è proprietario di un elegante appartamento in via Merulana 99 (foto nella pagina a fianco, in alto a destra), non distante dal Colosseo, recentemente «messo a posto», con tanto di imbiancatura, stucchi e lavori idraulici grazie ai soldi del partito; infine, a lungo Tonino ha potuto vantare anche un appartamento di dieci vani, per un totale di 190 metri quadrati, in via Principe Eugenio 31: l'ha acquistato nel 2004 per un milione e 50mila euro, e l'ha destinato a sede nazionale di rappresentanza politica dell'Idv, che così è diventata affittuaria del suo leader. Per comprarlo Di Pietro ha anche acceso un mutuo, di 385mila euro, con scadenza nel 2019. L'immobile è stato poi rivenduto nel 2007.

 

 
[13-05-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

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ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

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Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/0