LOBBY E SPRECHI PUBBLICI
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TENGO FAMIGLIA
L CONSIGLIO FORENSE
BREVE STORIA DEL LOBBISMO
BILDEMBERG TRILATERALE

 

 

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) IL 15.01 15  CONTINUA A ROMA IL PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT .

4) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 09.01.15

5) Processo MPS SIENA MI IN ATTESA DI ASSEGNAZIONE

6) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

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Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
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Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
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Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

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http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

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http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

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http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

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http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

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http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

 

LOBBY 01.01.14

Giornalista del giorno ad honorem: De Benedetti

De Benedetti, il vero mentore del pdexmenoelle, è uscito allo scoperto per difendere la Web-tax che sarebbe più opportuno chiamare De Benedetti-tax in quanto favorisce sfacciatamente e contro il diritto europeo la sua società di pubblicità, la Manzoni srl. Ecco l'intemerata della tessera numero uno del pdexmenoelle, vero elettore del burattino Renzie e lobbista a tempo pieno in Parlamento grazie al pdexmenoelle e ai suoi giornali.

... [continua]

MPS: Atto finale

"Frange del Pd e un pool di banche "selezionate" stanno finendo di saccheggiare quello che rimane del Monte dei Paschi. Ieri mattina 27 dicembre è stata rinviata l'assemblea degli azionisti. La seduta era chiamata a deliberare un aumento di capitale di 3 miliardi di euro che, nei piani del CdA e del suo Presidente Alessandro Profumo, dovrebbe consentire il ripianamento del debito che MPS ha con lo Stato (Tremonti/Monti Bond).

... [continua]

Il volo del calabrone dell'Unità
leggi il post

di Viviana Vi, bologna (voti: 3)

Il Corriere della Sera è stato da sempre la preda ambita del capitalismo italiano da Eugenio Cefis, negli anni 70 pres. di Montedison, a Roberto Calvi, il banchiere dell’Ambrosiano che lo servì su un piatto d’argento a Licio Gelli e alla P2. Ciò perché chi controlla Rcs e la scatola finanziaria che lo possiede, ha un peso forte nell’editoria italiana come simbolo comune dei moderati. Nel 1974, dopo 90 anni, la proprietà passa dalla famiglia Crespi ai Rizzoli. Col dissesto del Banco Ambrosiano e lo scandalo della P2 il capitale del quotidiano vede aumentare gli Agnelli ed entrare Mediobanca, l’allora Montedison e la finanziaria Mittel che ruota intorno a Giovanni Bazoli. Seguono i Romiti fino ai furbetti del quartierino (Ricucci). Si passa al patto d’acciaio tra Bazoli e Cesare Geronzi e al Gotha della finanza italiana, più Giuseppe Rotelli. Ora appare Diego Della Valle. La maggioranza assoluta del capitale ordinario di RCS MediaGroup è controllata da un patto di sindacato di blocco e consultazione siglato tra 13 dei maggiori azionisti. E' una filiera di scatole cinesi che tiene saldamente il Corriere sotto giochi di potere. Quale informazione libera ci possiamo aspettare?

1. IL FINANCIAL TIMES, LA BIBBIA DEI POTERI FORTI, SCEGLIE IL GIORNO DI NATALE PER CRITICARE IL PAPA: “HA TORTO SULLA QUESTIONE DELLA DISEGUAGLIANZA” ECONOMICA NEL MONDO 2. “BERGOGLIO SI PREOCCUPA DEI MILIARDI DI PERSONE CHE GRAZIE AL CAPITALISMO GLOBALIZZATO STANNO MEGLIO NEI PAESI EMERGENTI (CINA, INDIA, BRASILE, ETC.) IN CUI VIVE LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, O DEL NUMERO CONSIDEREVOLMENTE PIÙ PICCOLO DI PERSONE CHE STANNO PEGGIO IN OCCIDENTE?’’ 3. “UNA REDISTRIBUZIONE PIÙ EQUA DELLA RICCHEZZA SU SCALA GLOBALE RENDE INEVITABILE UN ARRETRAMENTO ECONOMICO DELLA CLASSE MEDIA IN OCCIDENTE” 4. ‘’NELL’ULTIMO DECENNIO CI SONO STATI DUE CLASSI DI “VINCITORI” NEL MONDO A LIVELLO ECONOMICO: I RICCHI OVUNQUE E LA CLASSE MEDIA NEI PAESI EMERGENTI. E CI SONO STATI DUE SCONFITTI: I POVERI OVUNQUE E LA CLASSE MEDIA NEI PAESI OCCIDENTALI”

 

IL FINANCIAL TIMES registra una realta’ storico economica che il Papa ha il dovere di cambiare.

 

SNOWDEN AL ‘’WASHINGTON POST’’: “IO NON VOLEVO CAMBIARE LA SOCIETA'. IO VOLEVO DARE LA POSSIBILITA' ALLA SOCIETA' DI DECIDERE SE CAMBIARE SE STESSA. E HO VINTO''

Snowden avrebbe fatto in modo che se venisse arrestato o se morisse in circostanze 'sospette', tutti i documenti segreti di cui e' in possesso verrebbero automaticamente diffusi. Secondo il Post, una ipotesi improbabile: chi aspirasse a conoscere tutti i suoi segreti potrebbe davvero volerlo morto…

 

 

 ...E SI TIENE PUNTA PEROTTI
Il Comune di Bari deve restituire i suoli di Punta Perotti ai costruttori che però li rifiutano. E preferiscono un risarcimento di 350 milioni di euro per i danni causati dall'abbattimento voluto dal sindaco Michele Emiliano. I costruttori (Matarrese, Quistelli e Andidero), all'invito di andare a riprendersi i suoli hanno risposto picche. In quell'area il sindaco ha realizzato il Parco della legalità e, ora che è tornato suolo privato, alle imprese spetterebbe anche l'onere della manutenzione e della custodia. E per questo hanno rifiutato l'invito e hanno deciso di lasciare la patata bollente in mano a Emiliano.23-02-2011]

 

 

 

5 - IL VENETO PER L'ATOMO
Il Veneto potrebbe essere la prima regione italiana a ospitare una centrale nucleare. Il consiglio regionale, infatti, ha approvato un emendamento alla Legge finanziaria che contiene uno stanziamento di 50 mila euro per spesare una campagna informativa a favore dell'atomo. Il provvedimento è stato presentato dal Pd con l'intento di stanare il governatore Luca Zaia. In aula, invece, ha trovato l'inatteso appoggio di diversi esponenti del Pdl, a cominciare da Nereo Laroni, ex sindaco di Venezia ed esponente di primo piano del Psi ai tempi di Bettino Craxi. Si fa quindi sempre più concreta la possibilità che a ospitare una centrale nucleare e le scorie radioattive sia un sito veneto, da individuare, molto probabilmente, tra le località di Chioggia (Venezia), Polesine Camerini (Rovigo) e Legnago (Verona).23-02-2011]

 

 

CANNOLI PESANTISSIMI PER VASA VASA – CUFFARO SALE IN MACCHINA E SI CONSEGNA A REBIBBIA: La corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per l’ex governatore della Sicilia colpevole di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto istruttorio – FORSE PIERFURBY, ANZICHé FARE LA MORALE A TUTTI, DOVREBBE OCCUPARSI DELLE PECORELLE DEL SUO PARTITO…

Stampa.it

Totò Cuffaro finisce in carcere. La corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per l'ex governatore della Sicilia colpevole di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto istruttorio.

a Samarcanda Salvia Dal Corriere

L'ex governatore della Sicilia Salvatore starebbe andando a costituirsi in carcere a Roma. La sentenza della II Sezione penale della Cassazione presieduta da Antonio Esposito conclude definitivamente l'inchiesta denominata "talpe alla Dda" di Palermo, che aveva visto la condanna anche nel secondo grado di giudizio a 7 anni di reclusione per Cuffaro, che con la condanna perde anche la carica da senatore.

 

La Corte si è pronunciata oltre che per la posizione di Cuffaro anche per quella di altri 11 imputati tra i quali Michele Aiello, manager della sanità privata in Sicilia, condannato a 15 anni e mezzo di reclusione. Ieri il procuratore generale Giovanni Galati aveva chiesto alla Corte il rinvio della posizione di Cuffaro per rideterminare la pena al ribasso. In particolare Cuffaro è stato condannato per aver informato esponenti di Cosa Nostra sulle inchieste in corso da parte della Dda di Palermo.

 

Stupore e avvilimento ha espresso la difesa di Cuffaro subito dopo la condanna definitiva della Cassazione a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. «Siamo davanti ad una sentenza che desta grande stupore e avvilimento -afferma l'avvocato Oreste Dominioni, presente alla lettura del dispositivo- Sia perchè la sentenza della Corte d'Appello manifestava numerose e profonde affermazioni erronee in punto di diritto sia perchè lo stesso pg, con una richiesta ampiamente argomentata, chiese di annullare l'aggravante di mafia per cui sarebbe rimasto un favoreggiamento semplice».

Cuffaro inizialmente era stato indagato e interrogato, il primo luglio 2003, per l'ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i pm, avrebbe voluto favorire dall'esterno, in maniera sistematica, l'organizzazione mafiosa, ad esempio facendo vincere un concorso a due medici raccomandati dal medico-boss Giuseppe Guttadauro e accettando i condizionamenti di quest'ultimo nelle nomine dei primari negli ospedali, agevolando una variante al piano regolatore di Palermo per consentire la realizzazione di un ipermercato su un terreno della moglie del capomafia Gisella Greco: Cuffaro avrebbe per questo motivo boicottato le autorizzazioni alla costruzione di un altro centro commerciale, a Villabate, non lontana da Brancaccio.

 

Inoltre, Guttadauro avrebbe ottenuto, grazie a Cuffaro, la candidatura di Mimmo Miceli, che del chirurgo mafioso sarebbe stato diretta espressione. Uno dei principali favori, poi, sarebbe stato l'aver consentito di scoprire la microspia che il boss aveva nel salotto.

L'accusa di mafia era, però, naufragata di fronte agli sviluppi dell'inchiesta: si era scoperto un secondo episodio di rivelazioni di segreti, attribuito a Cuffaro, e il pool coordinato da Grasso e dall'aggiunto Giuseppe Pignatone aveva preferito puntare su episodi concreti e ritenuti provati. L'episodio Guttadauro era diventato così uno dei due elementi centrali della nuova contestazione di favoreggiamento e rivelazione di segreto aggravati dall'agevolazione di Cosa Nostra.

 

Di fronte alla richiesta di archiviazione dell'indagine per concorso esterno si era dissociato il pm Gaetano Paci che, nell'estate 2004, aveva lasciato il pool, di cui facevano parte Nino Matteo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino. Alla fine del 2006 aveva lasciato anche Di Matteo, che avrebbe voluto che al governatore si contestasse il concorso esterno in aula. Di questo reato, tuttavia, Cuffaro è stato poi chiamato a rispondere comunque ed è attualmente sotto processo davanti al Tribunale di Palermo, dove la Procura ha chiesto la sua condanna a 10 anni.

22-01-2011]

 

 

PRENDI IL PALAZZO E SCAPPA! - LO STORICO EDIFICIO STURZO, SEDE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA ALL’EUR (UN GIOIELLO DA DECINE DI MILIONI DI EURO), PALLEGGIATO DALLE VECCHIE VOLPI DEI POPOLARI IN UN GIRO DI FALLIMENTI, SOCIETà FIDUCIARIE E BAD COMPANY - ACQUISTATO PER 34 MLN DALL’IMMOBILIARISTA DI MARIO, QUESTO LO RIVENDE (LO STESSO GIORNO E DALLO STESSO NOTAIO) PER 52 ALLA BANCA ITALEASE (CHE POI HA FATTO CRAC), per riaffittarlo ALLO STESSO DI MARIO, E AL VERTICE DELLA SUA SOCIETà FINISCE IL TESORIERE DEMOCRISTIANO

Marco Persico per "Il Mondo" in edicola domani

 

Era a Roma il gioiello dell'impero immobiliare della Democrazia cristiana. L'unico lasciapassare davvero consistente per resistere agli scossoni del ‘92: gli scandali, le aule giudiziarie, il crollo elettorale, i debiti e i conti in profondo rosso. A spanne un centinaio di miliardi di lire. Palazzo Sturzo era la vera gemma del tesoro di casa Dc. Andava speso sapientemente nonostante il carico di un'ipoteca per un prestito di una trentina di miliardi di lire incassato dalla Banca di Roma.

Un immenso parallelepipedo di oltre 160 uffici con tanto di gradinata e colonnato dall'aria monumentale spuntato nel cuore dell'Eur alla fine degli anni ‘50. Voluto nientemeno che da Amintore Fanfani e firmato dall'architetto Saverio Muratori. In tutto sette piani, di cui due seminterrati, per 53 mila metri quadrati. Fino alle inchieste di Tangentopoli era stato il centro amministrativo della Balena bianca. Per diventare, dopo il duro colpo che aveva lasciato i sopravvissuti alla diaspora cattolica praticamente in braghe di tela, una specie di salvavita finanziario.

Una chicca il palazzo dell'Eur, da solo valeva tra i 30 e i 60 milioni di euro. Nella spartizione dell'eredità dello scudo crociato era finito nel portafoglio dei popolari di Pierluigi Castagnetti e dell'ex presidente del Senato, Franco Marini, (oggi entrambi nel Pd, ma alla fine degli anni '90 leader dei democristiani che facevano rotta verso sinistra), mentre al Cdu Di Rocco Buttiglione (l'attuale presidente dell'Udc) e Gianfranco Rotondi (ministro dell'Attuazione del programma) erano andati il simbolo e una decina di immobili (il Mondo numero 50 del 2010).

 

E dalle mani dei Popolari palazzo Sturzo si era ritrovato catapultato in una specie di labirintico girotondo di cessioni giocato tra preliminari non proprio ortodossi, passaggi di mano in rapida successione e manovre societarie dalle traiettorie a dir poco ondivaghe.

Se ci si addentra nel dedalo di nomi e cifre che entrano nell'affaire Sturzo, salta fuori che gli uomini di Castagnetti e Marini, a partire dai due tesorieri che si sono succeduti alla cassa dei popolari e della Margherita, Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio, dopo aver venduto la gallina dalle uova d'oro per 34 milioni di euro al costruttore di Pomezia, Raffaele Di Mario, si ritrovavano nello stesso giorno alla guida di una delle srl dello stesso immobiliarista che aveva appena comprato. E con la cassaforte improvvisamente ricca di liquidità. Mentre la proprietà della società si inabissava dietro due fiduciarie. Ha tutta l'aria di un gioco di squadra.

 

GRATIS AGLI EX
Ma facciamo un passo indietro. Luglio 1998. Palazzo Sturzo, fino a quel momento nelle casse della vecchia e malandata immobiliare del partito, la Società edilizia romana (Ser), arriva gratis et amore dei direttamente nelle mani degli eredi della Dc, che nel frattempo hanno preso strade diverse: il Ppi di Castagnetti e Marini sta per confluire nella Margherita e il Cdu di Buttiglione guarda alla destra berlusconiana. Nonostante la scissione formalizzata tre anni prima, gestiscono più o meno d'accordo gli averi di famiglia.

Il palazzo dell'Eur viene tirato fuori insieme a decine di altri immobili approfittando della norma che dopo Tangentopoli i partiti si sono approvati appena sei mesi prima per ripianare i buchi di bilancio. «Trasferimenti a titolo gratuito » anche fiscalmente a costo praticamente zero. Ma lasciano sulle spalle della Ser il debito con la Banca di Roma. Nel 2001 lievitato a una ventina di milioni di euro. L'immobiliare inevitabilmente affoga e fallisce. Anche per le peripezie dell'ultimo proprietario, il costruttore veronese Angiolino Zandomeneghi, che nel frattempo ha comprato quel che restava dell'eredità facendolo sparire oltreconfine.

 

Bancarotta fraudolenta, dice il pm che ha istruito l'inchiesta, il capo dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, che incassa il rinvio a giudizio di Zandomeneghi e dei vari segretari amministrativi ex democristiani: dall'ultimo tesoriere della Dc e parlamentare del Cdu, Alessandro Duce, ai segretari amministrativi del Ppi, Romano Baccarini e Oliverio, il deputato calabrese che all'ombra di Marini da funzionario dell'ufficio organizzativo della Balena bianca è arrivato alla tesoreria del Ppi prima, della Margherita poi e quindi ai vertici delle immobiliari dello scudo crociato. E oggi siede sullo scranno di presidente democratico della commissione Agricoltura della Camera.

ENTRA IN SCENA DI MARIO
L'immobiliarista di Pomezia, Di Mario, è uno che si è fatto da sé. Con una ventina di società incastrate una nell'altra, giocando rigorosamente a debito, dalle villette a schiera costruite sul litorale romano ha fatto il gran salto portandosi a casa nel giro di pochi anni, tra l'altro, un albergo sulla Pontina e un centro commerciale alla Bufalotta.

 

Ma incappando nel 2006 in un'inchiesta giudiziaria della procura di Velletri per un giro di mazzette e appalti truccati ad Ardea. «Non ha mai avuto grandi rapporti con noi», dicono alcuni vecchi democristiani. Eppure Di Mario, con perfetto tempismo, si materializza nella procedura fallimentare della Ser attraverso una srl, la Efisio, affidata a un uomo di sua fiducia, Lucio Capasso. Costituita ad hoc alla fine del 2003 nello studio del notaio Monica Giannotti. Neanche a farlo apposta il notaio dei popolari.

 

La Efisio di mestiere fa compravendita di immobili, ha un capitale sociale di 10 mila euro, di cui 3 mila versati, e dopo appena due mesi, nel febbraio del 2004, propone al curatore della Ser, l'avvocato Andrea Morsillo, una transazione dall'aria vantaggiosa: acquistare dalla Banca di Roma (nel frattempo diventata Capitalia) il credito nei confronti della Ser subentrando all'istituto di credito e liberando così, scrive la Efisio, palazzo Sturzo dall'ipoteca. In cambio della rinuncia del fallimento «a ogni azione, ragione o pretesa, compresa l'azione revocatoria nei confronti » della donazione di palazzo Sturzo al Ppi, la Efisio avrebbe rinunciato a far valere il credito.

La srl di Di Mario incassa il no, ma in una seconda istanza, anche questa andata a vuoto, si presenta come «creditore subentrante» e allega una perizia secondo cui il palazzo dell'Eur vale poco meno di 30 milioni di euro.

TUTTO IN POCHE ORE
Il tentativo è fallito, ma ormai i popolari e il costruttore Di Mario fanno squadra. Nella partita di palazzo Sturzo date e luoghi sono importanti. Perché tutto avviene in poche ore. Gli uomini di Castagnetti e Marini, gli ex Dc Gilli e Oliverio, firmano dal notaio Giannotti (il notaio del Ppi dove è stata costituita la Efisio di Di Mario) un contratto preliminare di vendita per persona da nominare con il proprio avvocato, Massimiliano Brugnoletti e il commercialista Saverio Signori a 31,5 milioni di euro. Prorogato per tre volte.

 

L'ultima scadeva nel giugno 2004, ma poche settimane prima del termine rispunta Di Mario, che con la Dima costruzioni sottoscrive un preliminare di acquisto di palazzo Sturzo per 34 milioni. Poi la girandola di atti. È il 29 luglio 2005. Nello studio del notaio Giannotti, Di Mario incassa definitivamente palazzo Sturzo, allo stesso tavolo un'ora dopo lo rivende a 52 milioni di euro a una società del gruppo Banca Italease, la Mercantile leasing, che dallo stesso notaio lo gira in locazione finanziaria alla Dimafin, la spa con cui Di Mario controlla la sua Dima costruzioni, che ha appena comprato e rivenduto il palazzo dell'Eur con 18 milioni di plusvalenza. Ma non è finita. Quel 29 luglio 2005 è una giornata lunga per il notaio Giannotti: alla Efisio c'è un improvviso cambio al vertice.

 

L'uomo di Di Mario, Capasso, lascia e gli subentra come amministratore unico Aldo Raffaele Mastrogiuseppe, un vecchio funzionario dell'ufficio organizzativo del Ppi, uno dei fedelissimi di Oliverio. Mentre Di Mario cede le quote della srl a due società fiduciarie, la Fedra e la Finnat. Anche il bilancio della Efisio rivela qualche sorpresa: nel 2004 l'esercizio si era concluso con un attivo netto di 500 mila euro, un fatturato pari a zero e come disponibilità liquide solo qualche spicciolo, meno di 3 mila euro.

Ma Mastrogiuseppe porterà bene alla Efisio, perché l'anno in cui diventa amministratore si conclude con un fatturato che non si sposta dallo zero, ma con un attivo netto di 7,4 milioni. I documenti contabili dicono che si tratta di disponibilità liquide in cassa. Dal maggio 2008 il nuovo amministratore della Efisio è Gilli. I soci, attraverso le fiduciarie, hanno scelto ancora una volta un uomo del Ppi, anzi l'ex tesoriere del vecchio partito. E ora palazzo Sturzo torna sul mercato con Release, la bad company nata sulle ceneri della Banca Italease.

 


LA STORIA DI PALAZZO STURZO

1950/1958
L'architetto Saverio Muratori vince il concorso lanciato dalla Dc di Fanfani per la costruzione della nuova sede centrale. All'Eur di Roma nascono i 53 mila metri quadrati di palazzo Sturzo.

 

1992-1993
Le inchieste di Tangentopoli travolgono la Dc. Il referendum dei Radicali affossa il finanziamento pubblico dei partiti e la Balena bianca progressivamente svuota gli oltre 160 uffici di palazzo Sturzo. I dipendenti sono quasi 500

1998
L'immobiliare della Dc, la Società edilizia romana (Ser), cede a titolo gratuito palazzo Sturzo al Partito popolare italiano (nuovo nome assunto dallo Scudo crociato dopo Mani pulite) finendo in guai neri. La vecchia Dc è divisa tra il Ppi, che va verso sinistra, e il Cdu, vicino a Silvio Berlusconi

 

2005
Palazzo Sturzo viene acquistato per 34 milioni di euro da una società dell'immobiliarista Raffaele Di Mario, che lo rivende a 52 milioni alla Mercantile leasing del gruppo Banca Italease. Per poi tornare in leasing finanziario a un'altra società controllata dallo stesso Di Mario

2008
Il leasing su palazzo Sturzo viene risolto. Affogato dai conti in rosso, Di Mario ristruttura il debito del suo gruppo e l'immobile dell'Eur finisce nel pieno possesso di Italease, nel frattempo fallita e risorta come Alba leasing13-01-2011]

 

 

Lo Scarparo Della Valle è andato a trovare De Benedetti nel suo ufficio di via Ciovassino a Milano. Hanno parlato di un possibile passaggio a ’’Repubblica’’ di Flebuccio? (attivare Mariopio Calabresi, caro ad Elkann; alla Stampa, duello Gramellini-Cazzullo) - Il nuovo Marzullo della radio si chiama Mauro Mazza - Il bunga bunga diventa un cartoon - C’era una volta il Vaticano - piepoli news! BERLUSCONI E IL PDL NON PERDONO NEANCHE UN VOTO

1- Lo Scarparo Della Valle è andato a trovare Carlo De Benedetti nel suo ufficio di via Ciovassino a Milano. Hanno parlato di un possibile passaggio a ''Repubblica'' di Flebuccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera? Ah saperlo... (attivare Mariopio Calabresi, caro ad Elkann; alla Stampa, duello Gramellini-Cazzullo)

 

2- Il nuovo Marzullo della radio si chiama Mauro Mazza. Sì, proprio lui, il direttore di Rai1. Non trasmette "sottovoce"- come Gigi - ma "sottotraccia". Mazza, in diretta concorrenza con la sua rete, va in onda su Radio1, ogni giovedì, a mezzanotte e mezza: bacino d'ascolto modestissimo, potenziale pubblicitario pari a zero, palestra in passato riservata a precari e apprendisti.

Originalissima la formula, annunciata in un comunicato come frutto di un'idea dello stesso Mazza: un'intervista di mezz'ora ad un personaggio noto. Per l'esordio avranno trovato Obama o il Nobel Vargas Llosa o Robert Edwards? In realtà hanno preferito Roberto Giacobbo e il suo Voyager.

Qual è allora il significato di questa operazione - si chiede una redazione in fermento per aver perso un altro spazio di palinsesto? Aprire semplicemente il microfono agli amici degli amici? O, magari, è un modo per ripagare Mazza di aver tradito il suo mentore Gianfranco Fini? E quanto costerà il programma? Mazza intascherà un extra, in barba al blocco imposto agli stipendi dei supermanager Rai? La risposta-sussurranno i bene informati di viale Mazzini- è nei cassetti del direttore delle risorse umane Luciano Flussi.

 

3- Domani sera, alla Società del Giardino di Milano, via San Paolo, c'è il ballo viennese, con autentica Tanzorkester e ballo delle debuttanti (normalmente figlie dei bauscia milanesi/brianzoli) che danzano con i cadetti della scuola militare Teuliè. Non è raro incontrare qualche noto esponente dell'alta finanza meneghina.

4- Sfratti veneziani: un incubo per 140 famiglie. Tra gli sfratti esecutivi anche quello che Paolo Cacciari fratello di Massimo ha avviato nei confronti di Raffaella Mambelli madre di 2 figlie di cui una minorenne, che paga regolarmente l'affitto. Paolo Cacciari si giustifica: "Mi serve per i miei figli Teodoro e Tommaso". Sul diritto a usare come si crede una proprietà privata non ci sarebbe niente da dire. Peccato che il pargolo Tommaso sia esponente di punta dei "Disobbedienti" veneziani e uno dei portavoce del Centro Sociale Rivolta di Marghera. Esproprio proletario al contrario.

 

5- Da Leggo.it - Il bunga bunga diventa un cartoon. Non si è lasciata scappare l'occasione la Next Media Animation. La società americana-taiwanese realizza piccoli cartoni animati partendo dalle notizie del mondo. Il sex-gate nostrano si trasforma così in un disegno animato. La storia ha inizio con Silvo Berlusconi 'scopre' la sua igienista dentale, Nicole Minetti, che improvvisa un ballo sexy e recluta altre donne per un festino hot ad Arcore, in cui non mancano donne seminude e uniformi da infermiera. Ci sono anche Ilda Boccassini e il Papa nello sketch, ma manca colei che dà il nome alla bufera: Ruby.

6- Tornano al Teatro Eliseo i Lunedì di Artisti riuniti. Il primo appuntamento sarà Lunedì 24 gennaio alle ore 20,45 con il film di Elisabetta Sgarbi "Se hai una montagna di neve tienila all'ombra. Un viaggio nella cultura in Italia". Dopo la proiezione, interventi di Mario Andreose, Achille Bonito Oliva, Pietrangelo Buttafuoco, Ivan Cotroneo, Enrico Ghezzi, Antonio Gnoli, Sergio Claudio Perroni, Alessandro Piperno, Antonio Rezza, Andrée Ruth Shammah, Paolo Terni. Introduce Franco Scaglia, coordinano Eugenio Lio, Edoardo Nesi. Ingresso libero fino a esaurimento posti.

 

6- CASA TULLIANI... - Da "Il Foglio" - Ora mi chiedo: sono o non sono la Terza carica dello Stato? Sono o non sono un patriota repubblicano? Sono o non sono quello che è stato cacciato da Berlusconi? Ecco. Perché mai Ilda Bocassini non mi vuole sentire come persona informata dei fatti? Ho una coscienza democratica, io. Attivarsi.

Italo ha quattro pagine su Chi. E va bene. Italo va da Signorini. E va bene. Ma Serena Dandini non mi può invitare? Attivarsi.

7- Carlo Rossella per "Il Foglio" - Nella sua residenza di Highgrove il principe Carlo fa servire ai commensali un delizioso pasticcio vegetariano, cucinato coi cavoli cresciuti nell'orto del principe di Galles. Cavoli suoi.

 

8 - Con l'aria che tira tra governo e Vaticano casca a fagiolo la presentazione del libro del giornalista del "Corriere" Massimo Franco, "C'era una volta il Vaticano - Perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente" (Mondadori). Coordinati da Flebuccio De Bortoli ne parleranno nientepopodimenoche: Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pierfurby Casini e Mons. Rino Fisichella. Appuntamento il 31 gennaio alle 17.30 al Tempio di Adriano.

9- Le "Formiche" di Paolo Messa cambiano formato, veste grafica e sito internet. Festa grande al salone Angiolillo di Palazzo Wedekind alle 19.30 di martedì 25 gennaio.

 

10 - Appuntamento milanese invece del FAI, il Fondo Ambiente Italiano, che ricorda il primo anniversario della scomparsa di Claudia Gian Ferrari. Lunedì 24 gennaio alle 17.30, a Villa Necchi Campiglio in via Mozart, si terrà alla presenza della presidente del fondo, Ilaria Borletti Buitoni e del sindaco Letizia Moratti, la presentazione al pubblico della scultura "Il Dormiente" di Arturo Martini, lasciata dalla grande storica dell'arte e collezionista come lascito testamentario alla stessa Fai.

 

11- (Adnkronos) - "Pietrificato; o quanto meno atrofizzato". Cosi‚ il sondaggista Nicola Piepoli, sentito dall'ADNKRONOS, definisce il consenso elettorale attorno al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al suo partito Pdl, anche in questi giorni che vedono mediaticamente riproporsi alla ribalta la vicenda giudiziaria legata al caso Ruby"Il Popolo della Liberta‚ viene registrato da noi al 31,5% per quanto riguarda le intenzioni di voto - informa Piepoli - ed e esattamente l'identica percentuale che e‚ stata riscontrata una, due e tre settimane fa. Non ci si è spostati di un decimale: dunque possiamo tranquillamente affermare che il caso Ruby, almeno fino a oggi, non sta penalizzando il capo del governo".

 

12- Edoardo Sassi per il "Corriere della Sera" - Jas Gawronski, classe 1936, giornalista di lungo corso e uomo politico, è il nuovo presidente della Fondazione La Quadriennale di Roma, istituzione nata nel 1927 per promuovere l'arte contemporanea in Italia.

13- Da "La Stampa" - Sarà The Dictator la nuova commedia di Sacha Baron Cohen, l'attore inglese noto per Borat . Il film sarà diretto da Larry Charles, lo stesso di Borat e sarà distribuito l'11 Maggio 2012, informa la Paramount Pictures. Il film racconta l'eroica storia di un dittatore che ha rischiato la sua vita per assicurarsi che la democrazia non prenda piede nel Paese che sta amorevolmente opprimendo. L'ispirazione viene dal romanzo Zabibah and The King di Saddam Hussein. 21-01-2011]

 

 

Saatchi amari per Soru - il Pm chiede un anno all’ex presidente della Regione, otto mesi ai fratelli Benoni (dirigenti del consorzio Sardegna Media Factoring che secondo l’accusa siglò un accordo con Saatchi & Saatchi per una sorta di subappalto) e otto mesi a Fabrizio Caprara, ad di Saatchi - pm: "per Soru la comunicazione istituzionale era una priorità esclusivamente se l’avesse presa Saatchi"... http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/210788

 

Un anno all'ex presidente della Regione, Renato Soru, otto mesi ai fratelli Marco e Sergio Benoni (dirigenti del consorzio Sardegna Media Factoring che secondo l'accusa siglò un accordo con Saatchi & Saatchi per una sorta di subappalto) e otto mesi a Fabrizio Caprara, amministratore delegato di Saatchi.

 

Queste le richieste di condanna avanzate dal Pm Daniele Caria al termine della requisitoria-fiume al processo, in tribunale a Cagliari, per i presunti abusi commessi nell'assegnazione dell'appalto della pubblicità istituzionale della Regione da 56 milioni di euro e per la campagna "Sardegna fatti bella".

"Quello che è emerso in sintesi - ha detto Caria - è che per Soru la comunicazione istituzionale era una priorità esclusivamente se l'avesse presa Saatchi". A confermarlo, secono la tesi dell'accusa, molti indizi univoci e concordanti. Soru ha assistito alla requisitoria in silenzio accanto ai suoi avvocati Federico Grosso e Giuseppe Macciotta. Nella prossima udienza spetterà ai difensori il compito di smontare l'impianto accusatorio del pubblico ministero.

 

 21-01-2011]

 

 

SINDACI DEL PD CONTRO RENZI NUMBER ONE (ROSICANO?) - COLPO DI STATO ALL’ISOLA DEI FAMOSI - RATZINGA LODA ALEMANNO (ISABELLA) - TAGLIUZZI AI PARLAMENTARI - UNICREDIT PREFERISCE GLI INGLESI - LA SALMONATA BRAMBILLA QUERELA A SPESE DELLO STATO - BRIGLIADORI COME PICASSO - 600 MLN PER L’AUTOSTRADA CHE NON ESISTE - L’AEROPLANINO DI BISIGNANI - FRATTINI FURIOSO: 3 MLN DI BAMBINI SENZA NATALE (IN AGENDA) - CHE BOTTA PER MARIO BOTTA - MINI LUNA ROSSA…

Da "L'espresso"

 

TOSCANA / SINDACI CONTRO SINDACI - LE DISCARICHE DI RENZI...
Il più inviperito con Matteo Renzi, proclamato da un sondaggio del "Sole 24 Ore" il sindaco più amato d'Italia, è il presidente della provincia di Livorno Giorgio Kutufà, Pd: "Renzi? Facile far bella figura con i cittadini e mandare i rifiuti a smaltire a Peccioli, in provincia di Pisa, e scaricare i liquami civili in Arno perché metà Firenze è senza depuratore". Già, perché ancora oggi, inizio 2011, ben 140 mila fiorentini non sono collegati all'impianto di San Colombano. Così Renzi sarà pure amato dai fiorentini, ma i suoi colleghi toscani del Pd non perdono occasione per polemizzare con lui.

Dai sindaci limitrofi di Sesto e Campi Bisenzio, Gianni Giannassi e Andrea Chini, critici sulla costruzione della seconda pista dell'aeroporto, a Gianni Anselmi, della lontana Piombino, che rincara: "La costa tirrenica non può essere vista né come la discarica né come la spiaggia di Firenze". Toni simili dal livornese Alessandro Cosimi: "Renzi primo? Complimenti. Solo che Firenze si deve dare una mossa.

È nei fatti che deve dimostrare di essere capitale della Toscana". Mentre da Pisa Marco Filippeschi critica l'accordo tra Berlusconi e Renzi per la tassa di scopo e i musei fiorentini: "Da sei mesi attendo risposta dal governo sul museo delle antiche navi romane, un'intesa firmata dieci anni fa. Non accetto che ci siano disparità tra chi, come Renzi, va in visita ad Arcore e gli altri sindaci che non ci vanno". M. La.

REALITY SHOW - IN ONDA L'ISOLA DEI PROBLEMI...
Protesta in Rete lanciata dal mensile "Altreconomia" contro il programma di Rai2 "L'isola dei Famosi 8". Dal 14 febbraio le isole Cayos Cochinos al largo dell'Honduras tornano a ospitare il reality show condotto da Simona Ventura, che era stato spostato l'anno scorso in Nicaragua dopo il golpe che il 28 giugno 2009 aveva deposto il presidente Manuel Zelaya.

 

Forse i dirigenti di Rai e Magnolia (produttrice del format) non sanno che le organizzazioni per i diritti umani denunciano da mesi l'uccisione di esponenti della società civile, giornalisti inclusi, e il bavaglio all'informazione. Sarebbero oltre settemila le vittime di soprusi, torture, detenzioni illegali e sparizioni. Negli Stati Uniti, trenta deputati democratici hanno chiesto al governo di sospendere gli aiuti al'Honduras in assenza di garanzie sui diritti umani. M. S.

FAZIO ALL'AMATRICIANA...
Si presenta asciutto e composto, il ministro della Sanità Ferruccio Fazio,
il contrario del crapulone. In realtà è un fedelissimo della Gensola, osteria per ghiottoni nel cuore di Trastevere, all'angolo con piazza in Piscinula: gran pesce e grandi piatti romaneschi, dalla coda alla vaccinara all'amatriciana.

ALEMANNO E VATICANO - È ISABELLA CHE DETTA LEGGE...
Smacco per Gianni Alemanno. E a infliggerlo è stato nientemeno che il papa. Nelll'udienza del 14 gennaio, Benedetto XVI ha speso parole di elogio per il quoziente familiare. Complimenti che il sindaco di Roma pensava indirizzati alla sua giunta, che di recente ha deliberato a sostegno dei nuclei familiari più numerosi. Invece il papa non si riferiva al Campidoglio, bensì alla legge che sta per essere varata dalla Regione Lazio e che porta la firma del consigliere Isabella Rauti, moglie di Alemanno, presente all'udienza.

 

Papa Ratzinger ha infatti parlato di legge e non di delibera, soffermandosi sul fatto che anche il nascituro verrà considerato membro della famiglia. Come prevede la legge della Regione e non la delibera del Comune. V. D.

MONTECITORIO - POVERI ONOREVOLI...
Da questo mese i nostri parlamentari sono (si fa per dire) più poveri. Nella busta paga di gennaio, infatti, deputati e senatori hanno trovato mille euro in meno: è entrata in vigore la decurtazione per i prossimi tre anni di 500 euro sulla diaria di soggiorno (fino all'anno scorso pari a 4.003 euro, da oggi sono 3.503) e di altri 500 sulla somma destinata al "rapporto eletto-elettore" (erano 4.190 euro, ora 3.690) destinati anche ai portaborse decisa dagli uffici di presidenza di Camera e Senato dopo il decreto anticrisi di luglio.

Invariata, invece, l'indennità parlamentare, prevista dalla Costituzione: 5.486,58 euro netti. Se il taglio delle competenze per i parlamentari è stato votato a suo tempo all'unanimità dai rispettivi uffici di presidenza, c'è chi mugugna per la riduzione generalizzata della diaria. "Al solito", si lamenta Andrea Sarubbi deputato del Pd, "resta fregato chi lavora ed è sempre presente in commissione: per gli assenteisti non cambia nulla". B. C.

PRESIDENZA DEL SENATO - SCHIFANI CERCA UFFICIO...
Sarà che da qualche mese si respira aria di fine anticipata della legislatura, ma nel dubbio Renato Schifani comincia a pensare al suo futuro da ex presidente del Senato. A partire dal lussuoso ufficio che Palazzo Madama riserva ai propri ex primi inquilini a Palazzo Giustiniani, con annessa squadra di collaboratori pagata dal Senato.

 

Il presidente normalmente sceglie, e Schifani avrebbe già fatto un pensierino sui locali che ospitavano l'ufficio del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Uno spazio vasto all'ultimo piano di palazzo Giustiniani arricchito da boiseries cui si accede direttamente da un ascensore privato azionato con la chiave. Diverse stanze che costituiscono quasi un'ala a sé del prestigioso immobile, una delle quali, quella dello studio di Cossiga, con terrazzino che si affaccia su piazza della Rotonda e da cui si gode di una splendida vista sul Pantheon. B. C.

COMUNICAZIONE - UNICREDIT SI SERVE A LONDRA...
Occasioni perdute per i pubblicitari di casa nostra. Unicredit sta studiando, per la primavera, le nuove strategie di comunicazione in Italia e all'estero, dove la sua immagine è affidata soprattutto alla sponsorizzazione della Champions League. La gara per la scelta della nuova agenzia si sta concludendo a favore della Bbh, boutique inglese pluripremiata ai festival pubblicitari, ma nemmeno presente nel nostro Paese.

 

Notizia poco gradita dalle agenzie nostrane: sono le conseguenze della globalizzazione. Del resto, anche Tim, per il suo nuovo format, che subentrerà da marzo a quello con Belen e Christian De Sica, ha pescato l'argentina Santo: altra sigla assente dal nostro mercato ma, almeno, già attiva per il gruppo Telecom Italia in Sud America. Vi. P.

L'INTERROGAZIONE - QUI CI VUOLE UN AVVOCATO...
Il ministro del Turismo Michela Brambilla ha denunciato per diffamazione "Il Fatto quotidiano". Non è piaciuto al ministro che alla conferenza stampa di fine anno sia stato chiesto al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di esprimersi sulla correttezza del suo
operato.

 

Per questo si è rivolta alla magistratura facendosi assistere all'Avvocatura dello Stato. La cosa non è andata giù alla senatrice Roberta Pinotti (Pd) che si è appellata al governo chiedendo non solo di verificare la gestione del dicastero del Turismo, ma anche di non permettere di utilizzare in modo improprio l'Avvocatura dello Stato (interrogazione S.3/01840). a cura dell'Associazione Openpolis

NEO ARTISTI - BRIGLIADORI REALE...
Dopo il pittore e scultore Loris Nelson Ricci, amico personale del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, tocca ora a Eleonora Brigliadori conquistare le sale del Vittoriano per la sua prima esposizione in assoluto ("Ewolwing art", scritto proprio così). L'attrice-presentatrice è arrivata all'Altare della Patria, a piazza Venezia, dopo aver convinto della bontà delle sue opere il gestore del complesso monumentale, Alessandro Nicosia.

 

Ma Eleonora non si ferma qui. Dopo la capitale, la Brigliadori punta ora a Milano: per le sue opere cosmico-mistiche sarebbe pronta addirittura la Villa Reale. A metterla a disposizione, il responsabile mostre Domenico Piraina, lo stesso che vi portò le sculture di Angiola Tremonti, sorella del più noto Giulio. Forse Roma e Milano non sono poi così lontane come si dice. P. Fa.

AUTOSTRADE - 600 MILIONI PER NULLA...
Il festival del contenzioso sui lavori pubblici segna un nuovo record: 600 milioni di euro per un'autostrada, la Roma-Latina, che neppure esiste. Lo sanno bene i pendolari del Lazio costretti a tribolare ogni giorno sulla statale Pontina, fra le più pericolose d'Italia. Il rimborso per mancato guadagno è stato chiesto allo Stato dai soci privati di Arcea Lazio, società concessionaria dei lavori costituita dall'ex governatore Francesco Storace, con Autostrade, Erasmo Cinque, Ccc (lega Coop), Mario Salabè, ed estromessa con Piero Marrazzo presidente.

 

Arcea è poi stata sostituita da una seconda concessionaria formata dall'Anas e dalla Regione. L'anno scorso il Cipe aveva dato via libera all'opera ma, in seguito a un servizio de "L'espresso" (n. 8, 2010), la Corte dei conti del Lazio ha bloccato il bando per danno erariale, visto che Arcea ha comunque incassato decine di milioni per consulenze e spese di progettazione. G. T.

L'AEROPLANINO DI BISIGNANI...
Per Giovanni Bisignani gli aerei sono molto più di un lavoro. Chi gli fa visita, nell'ufficio con vista sulla pista più suggestiva dello scalo di Ginevra, se ne accorge immediatamente. Accanto alla scrivania, su un ripiano, il direttore generale di Iata, l'organizzazione internazionale che rappresenta oltre 200 compagnie, tiene una nutritissima collezione di aeromodellini.

Agli ospiti, Bisignani ha confessato di cambiare la disposizione a seconda degli incontri in agenda. Così al manager messicano salta subito agli occhi, in primo piano, il modellino con aquila stilizzata della compagnia di bandiera. E il thailandese è colpito dalla riproduzione in prima fila, con il logo floreale, di un jet della Thai Airways. Bisignani non tradisce però le origini italiane: il modellino Alitalia, compagnia di cui è stato amministratore delegato, sembra sia il più grande della collezione. M. D. B.

BRUXELLES - EURO-DIARI SENZA NATALE...
Quei diari sono un'indecenza!", si è sfogato il ministro degli Esteri Franco Frattini col presidente della Commissione europea Manuel Barroso. Il riferimento è ai tre milioni di agende spedite dalla Commissione a 21 mila scuole del Vecchio continente, in cui sono riportate le principali festività religiose nel mondo ma non il Natale e la Pasqua. "Solo un errore", si è giustificata Bruxelles.

 

Ma il caso sta montando. I senatori cattolici del Pd hanno presentato un'interrogazione per sapere come Frattini intenda "difendere la cultura cristiana, all'origine della Ue" e magari chiedere "il rimborso della quota italiana" (l'operazione è costata 5 milioni). La Regione Lazio si è spinta oltre: con un voto bipartisan la commissione Scuola ha chiesto alle sue province di sospendere la distribuzione delle agende e di ritirare le copie già consegnate. Resta da vedere se da Viterbo a Frosinone le amministrazioni accoglieranno l'invito. P. Fa.

MILANO: LA GALLERIA NON AMA LA LIBRERIA...
A Milano ripartono (era ora) i restauri della Galleria Vittorio Emanuele. Ma la stranezza è che le due librerie care ai milanesi, l'antica Bocca, 225 anni di vita, e la grande Rizzoli sopra la quale aveva l'ufficio Enzo Biagi, lavorano a contratto scaduto: Bocca dal 2007, Rizzoli dal 2008. A entrambe il Comune ha triplicato l'affitto. La libreria d'arte Bocca, appena 40 metri quadri, classificata bottega storica, non può assolutamente pagare, giura il direttore Giorgio Lodetti, i 70 mila euro l'anno richiesti; dopo ben sette lettere al sindaco, e zero risposte, da oltre tre anni sta nel limbo, e spera nell'appoggio della società civile.

 

Non va meglio alla Rizzoli, che pure occupa mille metri quadri e ha alle spalle un grande gruppo come Rcs: il Comune ha chiesto oltre un milione l'anno. Rizzoli vorrebbe discuterne, ma a Palazzo Marino, finora, zitti e mosca. Parliamo di due indirizzi di pregio; cosa vuol fare la giunta Moratti: trasformarli in squatter? E. A.

IMMOBILIARISTI - CHE BOTTA PER BOTTA...
Mario Botta, architetto di fama mondiale con base a Lugano, è indignato. Ce l'ha con Nicola Di Luccio, 71 anni, commercialista di Saronno, ricca cittadina del nord Milano. Lì il progettista svizzero aveva firmato un progetto importante: due torri di uffici, un parco, un viale alberato e sette palazzine con oltre 200 appartamenti. Peccato che oggi sull'area spuntino solo tre edifici monchi. L'immobiliare Isi, infatti, è fallita con un passivo di 22 milioni di euro.

 

Bancarotta fraudolenta e falso in bilancio: queste le accuse che hanno portato agli arresti domiciliari Di Luccio, amministratore della società e già noto alle cronache giudiziarie per il suo arresto ai tempi di Tangentopoli, quando a Saronno era assessore Dc. "Ho lavorato due anni al progetto, si sono messi a modificarlo a mia insaputa e ora mi trovo con un buco di quasi 400 mila euro", spiega Botta, che si è iscritto alla lista dei creditori. Come il Comune di Saronno, che stima di aver subito un danno di 2 milioni. Ma recuperare i soldi di un'immobiliare fallita, si sa, è quasi impossibile. S. Ver.

IMPRENDITORI - LUNA ROSSA JUNIOR...
Alla prossima America's Cup non parteciperà, e la quotazione in Borsa di Prada è ancora per aria (se ne parla dal lontano 2001), ma per Patrizio Bertelli la vela resta una passionaccia inguaribile. Il team Luna Rossa si sta allenando a Valencia per le regate Extreme Sailing Series del 2011, che cominciano a Muscat in Oman il 20 febbraio. Stavolta Luna Rossa, skipper Max Sirena, è un catamarano: di 40 piedi (12 metri) e con equipaggio da quattro, dunque molto più piccolo di una costosissima barca da America's Cup.

 

Muscat sarà la prima del ciclo di nove regate dei velocissimi Extreme 40, che si chiuderà a Singapore a dicembre (la sesta sarà in Italia, a Trapani). Tra le dieci squadre ci sono i fenomeni svizzeri di Alinghi e Emirates New Zealand, una barca francese dei banchieri Rothschild e due team arabi dell'Oman. A un costo ragionevole, insomma, Bertelli e Prada tengono in piedi il nucleo di velisti di Luna Rossa e seguono l'evoluzione dei multiscafi, formula che ora impazza anche in Coppa America. Se mai tornasse la tentazione... T. M.

BANDIERE - SFRATTO TRICOLORE...
I vertici leghisti possono tirare un sospiro di sollievo. La pasionaria del Tricolore, alias Lucia Massarotto, dovrà lasciare la casa in riva Sette Martiri a Venezia. Umberto Bossi non dovrà più rivolgersi a lei, durante la Festa settembrina dei Popoli Padani, invitandola a mettere "il Tricolore nel cesso". Lei che, da 15 anni, all'arrivo dei leghisti esponeva il vessillo italiano alla finestra e volentieri s'affacciava sorridente. Da 25 anni in quella casa, la signora ha ricevuto lo sfratto proprio il giorno d'inizio delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Una beffa. P. T. 21-01-2011]

 

 

UN GIRASOLE PER DON VERZÈ...
Don Luigi Verzè vuol crescere a Nord-Est. Per questo la Fondazione San Raffaele acquisirà Villa Girasole a San Martino Buon Albergo (Verona). A cederla, attraverso una donazione, sarà la Fondazione Invernizzi che ha dichiarato di non essere più in grado di sostenere le spese di gestione. Anche se non c'è una decisione definitiva è probabile che la villa venga utilizzata come sede di rappresentanza del Quo Vadis, il nuovo polo sanitario che sorgerà nella vicina Vago di Lavagno.

19-01-2011]

 

 

UN IMPERO COSTRUITO SUL DEBITO - CARLO TOTO, DOPO AVER APPIOPPATO AIRONE AI FURBETTI DELL’AEROPLANINO SABELLI E COLANINNO, DIVENTA UNICO CONCESSIONARIO DELL’AUTOSTRADA DEI PARCHI, L’ARTERIA TRA LAZIO E ABRUZZO, DI CUI GESTIRÀ LA MANUTENZIONE CON LE SUE IMPRESE EDILI (LA CONCORRENZA RINGRAZIA) - MA IL TRUCCO FINANZIARIO ESCOGITATO PER AFFITTARE GLI AEREI AD ALITALIA CON LE SOLITE SOCIETÀ IRLANDESI NON VA così bene, E L’ESPOSIZIONE (VERA, NON NOMINALE) VERSO LE BANCHE SCHIZZERÀ PRESTO A 1,6 MLD…

Luca Piana per "L'espresso"

 

Chissà se due anni fa, quando ha venduto la sua AirOne alla nuova Alitalia voluta da Silvio Berlusconi, Carlo Toto pensava di mettersi a posto per sempre. I 450 milioni di euro incassati dalla cordata di "capitani coraggiosi", come li aveva chiamati il premier, sembravano un cifra sufficiente per farsi una nuova vita. Non che si trattasse di una montagna di soldi, per carità. Lui, l'imprenditore abruzzese che l'AirOne l'aveva costruita partendo quasi dal nulla, come valore di bilancio aveva scritto una cifra di gran lunga più elevata: oltre 700 milioni.

 

L'effetto della cessione sui conti era stato così paradossale: vendendo la più amata fra le sue imprese, quella che l'aveva reso famoso come l'uomo capace di rompere il monopolio sulla Roma-Milano, la più ricca delle tratte Alitalia, Toto aveva dovuto contabilizzare in bilancio una perdita di 410 milioni. Misteri della finanza d'assalto: proprio mentre veniva ricoperto da più quattrini di quanti ne avesse visti fino ad allora, Toto era costretto a chiudere il bilancio 2008 con la peggior perdita della sua storia.

Lasciata alle spalle la sfida di AirOne, con i rischi e i debiti che la compagnia si portava dietro, all'inizio del 2010 Toto ha però annunciato una svolta che, a dispetto dei 450 milioni incassati due anni fa, proietterà i debiti del suo gruppo con le banche alla cifra record di 1,6 miliardi. Toto acquisterà per 89 milioni dall'Atlantia della famiglia Benetton il 60 per cento della Strada dei Parchi, la società che gestisce l'autostrada Roma-Teramo (chiamata A24) e il tratto gemello che arriva a Pescara (A25).

 

Ne diventerà l'unico azionista (già oggi detiene l'altro 40 per cento), puntando poi a fare della concessionaria abruzzese la numero uno di una collezione di infrastrutture che vorrebbe costruire e gestire, dal nuovo porto di Ancona all'autostrada Pontina. Una nuova avventura che, se da un punto di vista rappresenta l'ennesima rivoluzione di un imprenditore giunto a 65 anni d'età, dall'altra riporterà il gruppo Toto al centro di un complicato sistema di impegni finanziari e di contratti da onorare.

Per capire come Toto stia arrivando a questo punto, occorre tornare nuovamente alla vendita di AirOne. I denari incassati da Roberto Colaninno e dagli altri soci della cordata Cai sono stati in gran parte reinvestiti secondo gli accordi stipulati al momento della cessione: 60 milioni sono stati versati per acquistare il 5,3 per cento della nuova Alitalia; il resto è andato a finanziare una società con sede a Dublino controllata dalla capogruppo Toto Costruzioni Generali, la AP Fleet. La società irlandese ha mantenuto il diritto di acquistare i nuovi aerei Airbus che AirOne aveva prenotato a suo tempo, con l'accordo di girarli poi in leasing all'Alitalia.

 

Uno dei nodi del debito del gruppo Toto è proprio nella AP Fleet. Alla fine del 2009 la società dichiarava di aver ordinato 68 aerei, da consegnare entro il 2018, con un esborso complessivo previsto di 3,1 miliardi di euro. Soldi che il gruppo ovviamente non ha ma che, al bisogno, chiede in prestito alle banche, in genere disponibili a finanziare fino a tre quarti del prezzo di ogni aereo, prendendo come garanzia unicamente gli stessi velivoli. Anche se la natura di questo genere di prestiti è dunque diversa dai debiti contratti direttamente dall'azienda, è però altrettanto chiaro che i debiti contratti ricadono comunque nel perimetro del gruppo Toto.

Nel 2010, a dire il vero, l'Alitalia di nuovi Airbus dalla AP Fleet ne ha ritirati solo tre, cinque in meno del previsto. Gli altri li ha acquistati direttamente da Airbus: il motivo, spiegano al gruppo Toto, è legato alle difficoltà del settore aereo durante la crisi della scorsa primavera, seguita all'esplosione del vulcano islandese Eyjafjöll, quando le banche hanno bloccato tutti i finanziamenti al mondo del trasporto aereo. E l'Alitalia, per completare la propria flotta, ha dovuto scavalcare Toto, rivolgendosi direttamente all'Airbus.

 

AP Fleet, comunque, vedrà il proprio indebitamento crescere ancora. I 275 milioni di euro di debiti di fine 2009 della società, stando alle prime indicazioni, saliranno nel bilancio 2010 a circa 390 milioni. Per raggiungere entro i prossimi cinque anni la quota di 800 milioni.

Se l'attività di noleggio aeroplani è il primo degli snodi del debito dell'imprenditore abruzzese, il secondo è rappresentato dalla Strada dei Parchi. Fino a oggi Toto, in quanto azionista di minoranza delle autostrade abruzzesi, non ha mai dovuto considerare nel proprio bilancio le attività e le fonti di finanziamento della società.

Ora però sarà costretto a farlo. E la Strada dei Parchi, in perdita da anni, si porta dietro obblighi pesanti: oltre a debiti con le banche per 220 milioni, dovrà versarne all'Anas altri 640 lungo la durata della concessione, pagando all'ente pubblico delle strade una specie di canone. In più dovrà effettuare ingenti lavori, alla luce della nuova convenzione firmata dall'Anas, che ha portato dal primo gennaio scorso a un aumento medio delle tariffe di pedaggio dell'8,14 per cento.

In particolare dovrà spendere 250 milioni per potenziare l'ingresso in Roma, dove negli orari dei pendolari si formano lunghe code, più altri 708 milioni in opere di manutenzione ordinaria e straordinaria. Che sono poi il vero motivo dell'interesse del costruttore abruzzese nella società autostradale, visto che conta di realizzare da sé gran parte di questi lavori, secondo un meccanismo che si è affermato in tutta Italia, a dispetto delle accuse di opacità e di aumento dei costi che genera.

 

Per far fronte ai debiti esistenti e preparare le munizioni per i lavori, Toto conta su due aspetti. Il primo è un'operazione di rifinanziamento (con il meccanismo del "project financing", dove la garanzia è fornita dall'infrastruttura stessa e non dalla società che li intraprende) da 580 milioni di euro, le cui trattative sono in corso con Dexia e Société Générale. Il secondo è rappresentato da ulteriori aumenti delle tariffe, tuttora basse rispetto alle più salate tratte del Nord (un esempio che viene fatto sono gli 0,80 euro per il transito nei 10,2 chilometri del traforo sotto il Gran Sasso, rispetto ai 36,8 euro per il passaggio negli 11,6 chilometri del tunnel del Monte Bianco).

 

Correndo sui fili sottili di queste strutture finanziarie, Toto conta dunque di contenere il debito della capogruppo al di sotto dei 200 milioni, a fronte degli 1,6 miliardi di esposizione totale. Una cifra che, tuttavia, resta consistente per un gruppo che, autostrade incluse, ha un giro d'affari compreso fra i 350 e i 400 milioni.

PASSIONE D'ASFALTO

Le origini della Toto Costruzioni Generali risalgono al Dopoguerra e alla piccola ditta edilizia del papà di Carlo Toto, Alfonso. L'attuale patron inizia a lavorarci fresco del diploma di geometra e, alla fine degli anni Sessanta, introduce l'impresa nel mondo degli appalti pubblici prima in Abruzzo, poi a Roma, dove nel 1981 rileva la Palmieri Costruzioni.

 

Nel 1982 viene arrestato con un funzionario Anas in una rara indagine pre-Mani Pulite, relativa all'appalto per un ponte sul fiume Comano, poi crollato. Nel 1988 arriva la condanna in appello per falso.

Nel 1988 acquista la compagnia aerea AliAdriatica, la ribattezza AirOne e ne fa il principale concorrente privato dell'Alitalia sul mercato domestico, dove ottiene le rotte per volare sulla Milano-Roma.

Stringe le relazioni con il mondo della politica, finanziando numerosi partiti di tutto l'arco istituzionale. È in ottimi rapporti sia con i leader nazionali che con quelli locali, a cominciare dal sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso (Margherita).

Nel 2000 vince insieme alla Autostrade della famiglia Benetton la concessione per la gestione della A24 fra Roma e Teramo e della A25 fra Torano e Pescara. Viene costituita una società (la Strada dei Parchi Spa) nella quale Toto ha il 40 per cento.

 

 

Nel 2008 vende AirOne alla cordata Cai, guidata da Roberto Colaninno, che rileva le attività dell'Alitalia. L'unione permette alla nuova Alitalia di ricostituire il monopolio di fatto sulla preziosa rotta fra Milano Linate e Roma Fiumicino.

Da AirOne il gruppo Toto esce con una minusvalenza di 410 milioni di euro fra il valore della compagnia scritto a bilancio e i quattrini incassati da Cai, pari a 450 milioni. Toto ha reinvestito 60 milioni nella Cai stessa, acquistando il 5,3 per cento, e il resto nell'irlandese AP Fleet, che affitta gli aerei in leasing all'Alitalia.

Oggi la Toto è definita dal gruppo la prima azienda di costruzioni in Abruzzo e "tra le prima trenta in Italia". Sta realizzando una delle gallerie più impegnative, lunga 5,5 chilometri, della variante di valico sull'autostrada A1 fra Bologna e Firenze.

All'inizio di gennaio è stato annunciato l'acquisto per 89 milioni di euro del 60 per cento di Strada dei Parchi oggi in mano alla Autostrade. 18-01-2011]

 

LITTIZZETTO NON è UNO SCHERZETTO - “Avete visto la foto di Ratzinger durante lo spettacolo circense in Vaticano, mentre osservava le acrobazie muscolari dei fratelli Pellegrini? Sembrava Lele Mora - BERLUSCONI LO CAREZZEREI. PER VEDERE SE MI RIMANE LA TINTURA IN MANO - IN POLITICA COME GRILLO? IO NON SO FARE IL PREDICATORE. Io sono solo un saltimbanco - CRUDELIO MARCHION MI HA INVITATA A CENA, MA NON POTEVO - MAI DA Vespa. Non mi piace il suo modo di fare tv

Vittorio Zincone per "Sette-Corriere della Sera"

 

Luciana Littizzetto è scrittrice, comica e attrice. Vende montagne di libri e quando appare in video le curve dell'audience si fanno picco. La incontro alla presentazione del suo ultimo volumetto (I dolori del giovane Walter, Mondadori). Alcuni lettori arrivano con un paio d'ore di anticipo. Uno sospira: «Così l'autografo è garantito».

Molti restano fuori dalla porta. Lei entra nella sala stracolma, si appallottola su una poltrona di cartone, prende il microfono e comincia un piccolo show. Alterna vocine e vocette, improvvisa imitazioni di politici e soubrette. Si ride. Come quando è ospite di Che tempo che fa palleggia da un argomento all'altro. Costume e costumini: «I seni delle soubrette che casualmente spuntano fuori dai vestiti durante i balletti sono "minne vaganti"».

Diatribe culturali: «Ho visto Bolle ballare nella Giselle. Ma perché era nudo? Non stava mica interpretando il Flauto magico...». Papa e papi: «Avete visto la foto di Ratzinger durante lo spettacolo circense in Vaticano, mentre osservava le acrobazie muscolari dei fratelli Pellegrini? Sembrava Lele Mora». A un certo punto si alza un fan: «Dicci qualcosa su Scilipoti». Litti (i cultori la chiamano così) non si nega: «Uno dell'Italia dei Valori che vota Berlusconi è come Bin Laden che chiede l'autografo a Benedetto XVI». Si alza una signora: «Facciamo il Partito di Litti». Applausi.

 

Luciana li placa: «Fermi. È l'ultimo dei miei pensieri. Io sono solo un saltimbanco». In realtà una cronista del Financial Times ha scritto che Littizzetto "è una delle più grandi giornaliste d'Italia, provocatoria e sexy, che manda messaggi di rivoluzionario buonsenso". Una settimana fa, durante la trasmissione di Fabio Fazio, il messaggio politico (di buonsenso?) è stato questo: «Non possiamo andare a votare per la terza volta in cinque anni. È da balenghi». Poi Litti ha lanciato una maledizione: «Che vi si rompano le infradito mentre siete sugli scogli, se ci mandate a votare».

Hai pure scritto: "Elezioni? Facciamole nel 2020 che tanto non cambia niente".
«Confermo. Faccio pure fatica a scrivere le battute sui politici. Sono sempre gli stessi. Da anni. Bastaaaa».

Quest'anno qualche novità c'è? Rutelli, Casini e Fini...
«Li ho soprannominati Coalizione da Tiffany. Sono tutti belli. Ma anche lì di movimento se ne vede poco».

 

Se ti trovassi davanti a Berlusconi che cosa gli diresti?
«Lo starei ad ascoltare. Parlano tutti della sua potenza comunicativa. E poi gli darei una carezza in testa. Per vedere se mi resta la tintura dei capelli sulla mano».

Se qualche politico ti chiedesse un appoggio in campagna elettorale glielo concederesti?
«Non ci penso proprio».

In passato lo hai fatto, per Rifondazione comunista.
«Adesso non mi va. Non si capisce più nulla. Voltano tutti gabbana da un giorno all'altro».

 

Il comico Grillo si è messo a far politica.
«Non ho quella profondità di analisi. Non sono un predicatore. E soprattutto non riesco a scherzare sulle cose che mi fanno davvero arrabbiare. Cerco il ridicolo».

A parte Clemente Mastella che volendo tutelare il Cardinal Ruini protestò contro le battute su Eminenz, qualche altro politico ti ha mai dato problemi?
«No. Emanuele Filiberto una volta mi voleva querelare».

Perché?
«Per una letterina che scrissi quando lui e il padre avevano chiesto di riavere indietro il patrimonio dei Savoia. I politici, comunque, ormai hanno capito».

Che cosa?
«Sono diventati personaggi dello spettacolo. Sanno che più si parla di loro e meglio è».

 

Mi fai un esempio?
«Qualche mese fa, durante una puntata di Che tempo che fa ho massacrato Bocchino. Battute su battute. Finita la trasmissione, mi arriva la telefonata. Penso: "Ora questo mi divora"».

Annuncio di querela?
«No. Complimenti e risate».

È vero che una volta la torinese Evelina Christillin ti ha passato al telefono uno dei tuoi bersagli prediletti, Giulio Tremonti?
«Sono stati otto secondi di grande imbarazzo».

Tremonti si è mai lamentato per le prese in giro?
«No. Chi sa di far bene il proprio mestiere non si scompone più di tanto».

 

Dopo il libro dedicato alla Jolanda, che sarebbe l'organo riproduttivo femminile, ora è arrivato quello sui dolori del giovane Walter, che sarebbe il coso... Nei forum on line molti lettori si chiedono: perché Walter? C'entra Veltroni?
«Ma no. Walter è un nome evocativo. È un nome che dà l'idea di una cosa lunga e allampanata. I miei amici che si chiamano Walter sono tutti così. E poi mi sembrava di chiudere bene la coppia: Jolanda... e Walter».

Fazio, quando parli di sesso...
«...si imbarazza. Ma non per finta. E se parlo di cacca o di quelle robe da bambini si indispettisce, eheh».

C'è stata una volta in cui si è proprio arrabbiato con te?
«Quando sfottevo Ruini, mi diceva: "Domani ti scomunicano", ma nulla di più».

Come nascono i tuoi pezzi comici?
«Durante la settimana leggo e prendo appunti».

 

Quanti quotidiani leggi?
«Non tanti. Corriere, Repubblica, Stampa. Poi il Messaggero on line. Giornale e Libero me li risparmio. Segno le idee che mi vengono su qualsiasi supporto: il cartoncino dei collant, la bolletta della luce... Il mercoledì raccolgo per tutta la casa gli appunti sparsi. E la sera, dopo aver messo i ragazzi a letto, scrivo».

 

Non ti aiuta nessuno?
«Ho un autore: Beppe Tosco. Il giovedì mattina ci vediamo e valutiamo nuovi sviluppi rispetto al mio testo».

Si dice che prima di andare in onda tu sia parecchio agitata.
«Mi mette ansia anche la gente che per strada mi dice "ti vedo sempre"».

È per questo che fai stretching in diretta sul tavolo di Fazio?
«Prendo possesso dello spazio. Per l'ansia comunque prendo Fiori di Bach. A litri. Me lo ha insegnato Fiorello».

È vero che molti ospiti dopo la puntata chiedono di conoscerti?
«Sì, è successo anche con Marchionne. Lui mi ha pure invitata a cena. Ma non sono potuta andare».

 

Marchionne ora lo chiami Crudelio Marchion. Da torinese, chi pensi che abbia ragione, lui o la Fiom?
«Non è facile rispondere. Marchionne fa bene a proporre soluzioni, ma come non dar ragione anche agli operai che reclamano i loro diritti?».

Da ragazza scrivevi per Gioventù operaia.
«È vero. Era la rivista della Gioventù operaia cristiana. Sono di famiglia religiosissima».

Sulla quarta di copertina di Rivergination c'è una tua foto in guantini di pizzo e vestito della prima comunione.
«I guantini ce li ho ancora. Li conservo in un cofanetto insieme a mille oggetti della mia infanzia».

 

Quando ti sei resa conto che volevi fare la comica?
«Da bambina prendevo in giro la suora economa del mio collegio».

Il tuo primo spettacolo?
«Ho cominciato facendo cabaret nelle bettole. Contemporaneamente insegnavo musica in una scuola media alle Vallette, periferia di Torino. Un luogo dimenticato da Dio».

In tv come ci sei arrivata?
«Nel 1991 vinsi Bravo Grazie, un concorso di cabaret che si teneva a Saint Vincent. Fabio Fazio presentava la serata insieme a Bruno Gambarotta e a Moana Pozzi. Pensa che trio. Fabio alla fine mi disse: "Ti rendi conto che da oggi la tua vita cambierà?"».

Te ne rendevi conto?
«No. Lì tra i giurati c'era anche Bruno Voglino...».

 

...storico dirigente e talent scout della Rai.
«Voglino mi propose di andare a Roma per una partecipazione ad Avanzi».

La trasmissione di Serena Dandini. Quella tua prima apparizione è stata immortalata su YouTube: avevi un berretto verde pisello.
«Sì. Ma non durai molto. Dopo una puntata tornai a Torino. Il vero esordio in tv è nel 1993 con Cielito Lindo».

Una volta hai raccontato che a quelli di Cielito Lindo non faceva piacere avere tra i piedi una donna comica.
«Era tutta la tv a rifiutare l'idea che una donna potesse far ridere. Un po' è così anche ora. Le donne "parlanti" in tv sono poche. Persino tra gli ospiti di Fazio scarseggiano».

 

Anche tu contro la tv maschilista?
«Non credo che ci sia una presa di posizione ideologica contro le donne. Ce ne sono effettivamente poche. Ma si potrebbe far parlare di più quelle che ci sono».

Un esempio?
«Elena Santarelli è molto intelligente. La stessa Filippa Lagerback a Che tempo che fa dovrebbe avere più spazio».

Mi fai il nome di una comica che ti fa ridere?
«Paola Cortellesi, bravissima. E poi mi piacciono Katia&Valeria, il duo che sfotte Uomini e donne».

 

Tu che cosa guardi in tv?
«Tendenzialmente quello che vogliono vedere i miei figli».

E quindi, che cosa?
«Anche il Grande Fratello. Ma lunedì sera, mentre seguivamo la puntata a un certo punto ho spento e gli ho detto: "Vi prego, non diventate così". Non che sugli altri canali ci fossero grandi modelli da seguire, eh: su Raidue c'era Monica Setta che faceva ballare Valeria Marini».

Dove non andresti mai come ospite?
«Da Bruno Vespa. Non mi piace il suo modo di fare tv».

 

Qual è il programma che manca alla tv generalista?
«Vorrei fare una trasmissione sull'arte contemporanea. C'è un mercato in esplosione e pochissime coordinate a cui aggrapparsi».

Vai in tv con Fazio, scrivi libri, conduci una trasmissione su Radio Deejay. Tra poco usciranno pure una fiction (Fuori classe) e un film (Femmine contro maschi) in cui sei protagonista...
«Vengo da due anni faticosetti».

Su quale medium pensi di funzionare di più?
«Forse sono più adatta alla tv. Ma considero la radio più comunicativa».

Reciteresti mai in un cinepanettone?
«Per ora non l'ho fatto».

 

Ma te l'hanno proposto?
«Più di una volta».

Scrivi per Mondadori e partecipi a una trasmissione (Che tempo che fa) prodotta dalla Endemol. Tutte società della famiglia Berlusconi.
«E che devo fare? È tutto suo. Ai bunga party però non ci sono mai stata. Perché non mi invita, eh».

A cena col nemico?
«Giulio Tremonti».

 

Hai un clan di amici?
«Una su tutte: Laura, ferroviera in uno scalo merci. E poi qualche attore torinese come Michele Di Mauro. Ma ammetto che da quando ho in affidamento i miei due figli, passo più tempo possibile con loro».

Qual è l'errore più grande che hai fatto?
«Non ho mai coltivato altre passioni fuori dal lavoro. Dovrei cominciare. Invece sono così: lavoro... bam, figli... bam. Quadrata».

La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Fare questo mestiere. Ogni tanto incontro dei miei ex alunni, magari con capelli bianchi. Mi chiedono: "Si ricorda di me?". E io per tutelare l'amor proprio rispondo: "No"».

Il film preferito?
«Brazil di Terry Gilliam. Destrutturatissimo. Se invece voglio sorridere mi guardo Colazione da Tiffany».

 

Il libro?
«I Buddenbrook di Thomas Mann».

Leggi molto?
«Abbastanza. Circa un libro a settimana. Fino a un anno fa per leggere di più mi mettevo la sveglia la mattina, così prima di accompagnare i ragazzi a scuola mi ritagliavo un'oretta».

La canzone?
«Voilà l'été dei Négresses Vertes».

Conosci i confini di Israele?
«Allora... La Palestina... aspetta no, la Palestina non c'è... Gaza? In geografia zero!».

 

Quanto costa un litro di latte?
«Un euro e mezzo».

Fai la spesa?
«Tutte le mattine al mercato».

Braccata dai fan?
«L'altro giorno mi si è avvicinato un ragazzo e mi ha detto: "Sono missino. Del Msi". E io: "Perché lo dici a me?". E lui: "Perché lei mi fa molto ridere". La gente è strana forte».

Chiudi questo verso: "Ho visto stamattina, mentre andavo a lavorar...".
«"...Il lattaio, il postino e la guardia comunal". È l'attacco di Viva la gente».

Ma allora è vero, come hai raccontato, che la cantavi per strada con le suore.
«E certo. Non ti fidavi?».

 

Finisci anche quest'altra: "No, non c'è regola, mordimi distrattamente, uccidimi, sento la pelle dividersi...".
«Che roba è?».

È una canzone degli Africa United, il gruppo in cui suona il tuo compagno Davide.
«Cazzarola... ti do cinque euro se scrivi che l'ho azzeccata».

 21-01-2011]

 

 

SAN MATTEOLI DECOLLATO - SE SEI IL GIOVIN RAMPOLLO DEL MINISTRO MATTEOLI E VIENI ASSUNTO IN ALITALIA IN PIENA CRISI PERCHé LA LETTERA DI LICENZIAMENTO ARRIVA IN RITARDO, BEH, QUALCHE NEMICO TE LO FAI - SU FEDERICO, CLASSE 1973, SE NE RACCONTANO DI TUTTI I COLORI (RULLAGGI CONTROMANO, DECOLLO SENZA AUTORIZZAZIONE, ETC.). LUI ALLA FINE S’INCAZZA E CHIAMA GLI AVVOCATI - INTANTO DAI BOEING PASSA AL Più PICCOLO AIRBUS. RETROCESSIONE? NO, LA STRADA PER DIVENTARE COMANDANTE. IN SOLI 9 ANNI…

Ferruccio Sansa per "il Fatto Quotidiano"

 

Vita dura fare il pilota Alitalia se tuo padre è ministro dei Trasporti. Ti senti addosso gli sguardi dei colleghi, devi respingere accuse che ti piovono da ogni parte. Ma stavolta Federico Matteoli, figlio di Altero, ha deciso di ricorrere al Tribunale di Roma e di chiedere centomila euro di danni. Certo l'accusa era grossa.

Basta leggere i blog frequentati dai piloti Alitalia per rendersene conto: "Provate a farvi un giretto sulle frequenze Acc (controllo del traffico aereo), le trovate sul web. E soprattutto: al Kennedy (principale aeroporto di New York) andate contromano in rullaggio (dal parcheggio alla pista di decollo), decollate senza autorizzazione (del controllore di volo), dirottate senza concordarlo con il controllore del traffico aereo e vedete poi se la Faa (Federal Aviation Administration) americana chiuderà un occhio anche se siete figli di un ministro", scrive un anonimo blogger. Non ci vuole un grande sforzo per capire a chi si riferisca: Federico Matteoli.

 

Sembra la manovra di uno stuntman piuttosto che di un pilota di Boeing 777, un colosso di settanta metri da 300 passeggeri. Così Matteoli alla fine si è rivolto ai suoi legali. Ma ormai il giallo era sulla bocca dei piloti. Il Fatto Quotidiano ha cercato inutilmente prove dell'episodio: all'Enac (l'Ente Nazionale Aviazione Civile) non risulta nulla, dalla Faa (Federal Aviation Authority) non arrivano conferme. Federico Matteoli, più volte contattato, era "impegnato".

Possibile che si tratti di una leggenda aeronautica? Di prove, finora, nemmeno l'ombra. Chissà, forse è tutta colpa di quella parentela ingombrante e del curriculum di Matteoli. Era il 2002 quando l'Alitalia assunse Federico. Niente da dire sulle sue qualità, "un'ottima persona e un pilota capace", dicono i colleghi. Ma dopo l'11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura della legge 223 su mobilità e blocco delle assunzioni.

 

Una misura drastica, tanto che, raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in lista d'attesa furono messi sotto contratto come steward". Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973, pilota di Md 80. All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono così: "Federico e un suo collega erano dipendenti di Eurofly. Alitalia decise di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto, il collega ha ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il rapporto".

 

E Matteoli? "Per un disguido, a quanto pare, la lettera è arrivata in ritardo. Così, come previsto dal contratto, il pilota è stato assunto a tempo indeterminato". È solo la prima tappa. Quando Alitalia viene privatizzata i piloti puntano gli occhi su Matteoli junior. "Avendo come base Milano riuscì a evitare la cassa integrazione", raccontano oggi sindacalisti Alitalia. Niente di illecito, ma abbastanza per alimentare le chiacchiere. Basta? No.

Federico abbandona gli Md80 e approda al Boeing 777, il gigante dei cieli, sogno di tutti i piloti. Tutto regolare: adesso Alitalia è privata e il contratto Cai prevede una clausola che consente di scegliere il 25% del personale al di fuori di graduatorie e liste di anzianità (Federico, uno degli ultimi assunti, era in coda nelle liste dei piloti). "È un criterio senza senso perché non premia il merito, ma si presta a lasciare spazio a personaggi, anche sindacalisti, che non avrebbero magari potuto occupare quei posti", sostiene Carlo Galiotto, ex comandante Alitalia.

 

L'ultimo capitolo è di questi giorni: Matteoli starebbe per tornare all'Airbus A320, un aereo più piccolo. Una bocciatura? "No, è la strada per diventare comandante. Dopo appena nove anni di servizio, mentre c'è gente che aspetta decenni", sibilano i critici. Chissà, forse Matteoli maledirà le sue origini. Meglio avere un papà meno ingombrante. O forse no?

12-01-2011]

 

 

 

Ormai è certo che il pistoiese Poli tornerà allo studio milanese di consulenza aziendale che ha fondato otto anni fa con Mario Morelli. È una soluzione che non dispiace al 72enne presidente dell'Eni e spalanca le porte a uno dei commensali della terribile cena gli ossi: Massimo Ponzellini.

Sembra infatti che per il massiccio banchiere bolognese Giulietto abbia in mente di traghettarlo al vertice dell'Eni, una poltrona più sicura e tranquilla della Banca Popolare di Milano.

 

Da alcune settimane si sapeva che Ponzellini stava corteggiando i "barbari" della Lega per trovare una sistemazione alternativa, e la sua presenza alla cena di Calalzo ha confermato in modo plateale il feeling dell'ex-prodiano con il partito della Padania.

 

D'altra parte bisogna ricordare che l'amicizia di Tremonti con il pluridecorato Ponzellini risale al 2002 quando lo portò alla presidenza di Patrimonio Spa, una delle tante cariche nel medagliere di quest'uomo che guarda il potere con la stessa intensità con cui guarda le donne.

Nella tripletta di Tremonti c'è anche Flavio Cattaneo, l'amministratore delegato di Terna che dal 2003 al 2005 ha guidato la Rai come il più giovane direttore nella storia dell'azienda. Per molti anni questo architetto e manager milanese che da giovane faceva il disk jockey a Radio Lombardia '91, è stato covato da Alleanza Nazionale, ma è riuscito a bruciare le tappe grazie ai rapporti intensi con il milieu milanese e berlusconiano.

 

La Lega però lo teneva d'occhio da tempo fino al punto che un consigliere leghista della Rai definì "michelangioleschi" la sua capigliatura e i suoi tratti. Il risultato di questa simpatia ha fatto sì che alla cena degli ossi Giulietto abbia proposto di portare il fulvo Flavio Cattaneo alle Poste dove sta per scadere il secondo mandato di Massimo Sarmi.

Non si deve però immaginare che Sarmi resti in mezzo a una strada; per il manager di Malcesine dalle orecchie generose fa premio lo zelo con cui nell'ultimo anno si è attaccato come un francobollo al ministro dell'Economia fino al punto di rilevare per 100 milioni il Mediocredito Centrale che dovrà essere la colonna della nuova Banca del Sud.

 

Ed è per questa ragione (alla quale bisogna aggiungere i numerosi baci della pantofola che Sarmi ha fatto nei confronti di Berlusconi) che nasce la suggestione di portare Sarmi al vertice di Finmeccanica.

L'operazione non sarà semplice e indolore perché si tratta di convincere il comandante supremo Guarguaglini a ridimensionare il suo ruolo in una presidenza onoraria. Questa comunque è la tripletta che Giulietto vorrebbe piazzare una volta superato il mal di testa per la cena di Calalzo in cui i big della Lega gli hanno dato via libera. L'emicrania però potrebbe ritornargli di fronte alle obiezioni del suo avversario più temibile, quel Gianni Letta che non ha fatto le vacanze alle Maldive e a Saint Moritz, ma ha lavorato sottotraccia costruendo altri cavalli di frisia contro il suo avversario di sempre.

 

2- IL CANDIDATO SBAGLIATO DI FEDERICA GUIDI: UN TICKET CONTRO JACOPO MORELLI
Mentre il padre Guidalberto si rotola sul pavimento della sua azienda Ducati Energia ogni volta che Marpionne mena botte sulla testa dei "comunisti", la figlia Federica Guidi gira per le strade di Bologna con l'aria afflitta.

Sembra infatti che dopo mesi di grandi fatiche per portare sulla poltrona dei Giovani Imprenditori di Confindustria un suo candidato, la battaglia sia ormai perduta. Per la sua successione alla guida dei fighetti confindustriali, la Guidi aveva puntato le carte su Jacopo Morelli, un 34enne fiorentino che svolge la sua attività nella distribuzione degli arredamenti. Pur di affermare questa candidatura la signora con i capelli a caschetto e cane a ricasco ha fatto un mare di telefonate minacciose in giro per l'Italia che hanno avuto come risultato il compattamento degli avversari.

 

Ormai appare chiaro che gli altri due candidati, il piemontese Davide Canavesio e il padovano Jacopo Silva, hanno deciso di unirsi in un ticket che dovrebbe portare il primo alla presidenza e il secondo sullo strapuntino di vicepresidente. I nomi di questi due giovinotti non sono particolarmente blasonati come quelli di Artoni, Colaninno e della stessa Guidi.

 

Nel caso di Canavesio stiamo parlando di un giovinotto che gli industrialotti torinesi hanno scelto come loro capo e di cui si ricorda soltanto una frase solenne pronunciata nel maggio scorso a Torino durante un convegno sui Giovani e il Risorgimento quando attribuì alle madri delle generazioni future le parole: "figlio mio, sono contento del paese che ti lascio".

Anche il padovano Silva (37 anni e un'attività nella distribuzione di veicoli e di ricambi) non ha un curriculum strepitoso ma i due viaggiano ormai d'amore e d'accordo e sono riusciti a compattare i voti dei giovani imprenditori del Nord. Negli ultimi giorni sono stati avvistati in Lazio, Marche e Calabria per un road show al Centro Sud che servirà a raccogliere ulteriori consensi.

 

E la Guidi soffre.

3- PAN DI SPAGNA NUCLEARE: SE AZNAR VIENE ARRUOLATO DA ENEL-ENDESA, IL SUO RIVALE SOCIALISTA GONZALES ENTRA NEL CDA DELL'ALTRO GRANDE GRUPPO ENERGETICO IBERICO, SI GAS NATURAL
Seduto in un bar di Plaza Mayor a Madrid Dagospia ha raccolto ieri la notizia della nomina dell'ex-premier spagnolo José Maria Aznar a consulente internazionale di Endesa, la compagnia energetica di cui Enel ha acquisito nel 2007 il 92% del capitale.

Purtroppo accanto a Dagospia c'era anche il giornalista Mario Calcaterra, corrispondente dalla Spagna del "Sole 24 Ore", e la notizia appare oggi sul giornale di Confindustria.

C'è comunque qualcosa di più che Dagospia ha appreso e che vale la pena di essere raccontato. Per il suo nuovo ruolo di "asesor externo", quale advisor per la strategia internazionale e in particolare nell'area latino-americana, il 57enne Aznar non riceverà soltanto un compenso di 200mila euro come scrive il "Sole 24 Ore", perché in caso di raggiungimento di alcuni obiettivi la quota potrebbe salire a 300mila.

 

Si tratta di una retribuzione che si aggiunge alle remunerazioni che l'ex-segretario del Partito Popolare Spagnolo ed ex-premier dal '96 al 2004 riceve per altri suoi incarichi analoghi.

Il primo di questi riguarda la carica di consigliere di amministrazione nella holding News Corporation di Rupert Murdoch che gli frutta 77.500 euro in contanti e 92.946 euro in azioni. Questi dati Dagospia li ha scovati, dopo una robusta sangria e un piatto di tapas, nel bilancio della società di consulenza Faznartella (acronimo di Famiglia Aznar y Botella), la cassaforte del politico dai capelli laccati che nell'ultimo esercizio ha registrato ricavi per oltre 620mila euro e profitti per 445.417 euro.

 

Da quando ha costituito la sua società di consulenza il politico madrileno ha lasciato la carica di consigliere nel fondo di investimento americano Centaurus Capital, ma è stato ricompensato da analoghi incarichi dentro due società americane, l'immobiliare J.E.Roberts e il Doheney Global Group, quest'ultimo di proprietà dell'imprenditore Irwin Katsof noto per il suo impegno pro-Israele e per le sue campagne a favore dell'energia nucleare.

Ed è proprio l'interesse di Aznar per la costruzione di nuove centrali atomiche che sembra aver convinto Enel-Endesa ad assicurarsene le sue prestazioni. Nel dicembre scorso José Maria ha creato un think tank (Global Adaptation Institute) con lo scopo di convincere le istituzioni internazionali spagnole a investire nei reattori nucleari.

 

La scelta di Aznar da parte di Endesa ha comunque avuto un suo primo effetto: l'altro grande gruppo energetico iberico, Si Gas Natural ha cooptato nel consiglio di amministrazione l'ex-leader del Partito Socialista Felipe Gonzales che riceverà un compenso di 126.500 euro suscettibili di aumentare fino a 215mila.


4- MAR(IO) ROSSO PER TRIPI
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che Mario Rosso, il manager che ha lavorato in Telecom, all'Ansa e in Tiscali (dove si è dimesso nel maggio dell'anno scorso) ha trovato un nuovo incarico nel Gruppo Almaviva degli imprenditori romani Alberto e Marco Tripi.

È di ieri la notizia che a Rosso, classe 1947, saranno affidate le relazioni istituzionali dell'azienda di servizi informatici e call center".12-01-2011]

 

 

 

SPESE SCELLI-ERATE - CONDANNATO MAURIZIO SCELLI, EX CAPO DELLA CROCE ROSSA E OGGI DEPUTATO BERLUSCONE RECALCITRANTE E CORTEGGIATO DAI TIPINI FINI - DOVRà RISARCIRE DI TASCA SUA IL DANNO ERARIALE DI 900MILA EURO, PER AVER “ESPOSTO LA CROCE ROSSA AL DISSESTO AUTORIZZANDO CONTRATTI MACROSCOPICAMENTE INCONGRUI” NONOSTANTE L’OPPOSIZIONE DEI REVISORI - EPOPEA DI UN SEDICENTE EROE DIVENTATO PEONE DEL PDL

Giuseppe Salvaggiulo per "La Stampa"

 

Eppure nemmeno due mesi fa, nel pieno delle convulsioni parlamentari in vista del voto di fiducia, si era rifatto vivo rivelando di essere stato corteggiato da Italo Bocchino, per un passaggio di campo con Futuro e Libertà. Mandava messaggi di insofferenza a Berlusconi, reclamava ruoli adeguati (la Protezione civile sarebbe stata perfetta), risultandogli stretto quello di peone del Pdl.

Oggi l'epopea di Maurizio Scelli, che tra il 2003 e il 2005 aveva occupato le cronache da commissario straordinario della Croce Rossa con imprese da superman del berlusconismo impegnato nei fronti più caldi, liberatore di prigionieri italiani in Iraq (ricordate le due Simone?) restituiti a reti unificate alle madri in lacrime, conosce un epilogo inglorioso. La Corte dei conti, sezione giurisdizionale del Lazio, l'ha condannato in primo grado a restituire 900 mila euro, la misura del «danno erariale» causato alla Croca Rossa che si vantava di aver risanato, «in relazione alle irregolarità connesse all'acquisizione di servizi e forniture informatiche».

 

Scelli è stato sanzionato insieme con due funzionari della Croca Rossa (danno complessivo 3 milioni di euro) per una serie di contratti per servizi informatici (dalla posta elettronica alla gestione management, dal web hosting all'assistenza tramite call center), sottoscritti a dispetto dell'opposizione dei revisori dei conti, che avevano segnalato la mancanza di soldi nel bilancio. Tanto che nel 2007, i successori di Scelli furono costretti ad accordarsi con le ditte, pagando una penale per cancellare quei contratti, rinunciando ai servizi informatici.

 

La vicenda, archiviata dal tribunale di Roma per gli aspetti penali, viene considerata dalla Corte dei conti una forma di sperpero di denaro pubblico: «forniture e servizi illegittimamente acquisiti e non utilizzati».

I giudici hanno demolito la difesa di Scelli, che prima ha contestato la legittimità dell'inchiesta (invocando una legge restrittiva sull'azione della Corte dei conti, approvata nel 2009 dal Parlamento con voto favorevole dello stesso Scelli), quindi ha sostenuto di non aver saputo della mancanza di fondi disponibili.

 

«Obietta la sua inverosimile ignoranza in ordine ai doveri di controllo finanziario a lui incombenti», scrivono i magistrati contabili. La sua condotta è caratterizzata da «totale disprezzo di qualsiasi canone di sana amministrazione» e «noncuranza degli equilibri finanziari». Di più: «autorizzando contratti macroscopicamente incongrui, ha esposto la Croca rossa al dissesto».

 

Un anno e mezzo fa, Scelli era uscito con un'assoluzione da un'altra inchiesta, in cui era accusato di aver distratto a uso interno 17,5 milioni di euro destinati «alle popolazioni irachene». Ma questa volta non è riuscito a cavarsela. Sono lontani i tempi in cui furoreggiava in Medio Oriente e, inebriato dal successo, fondava addirittura un suo movimento politico, dal profetico nome «Italia di Nuovo», non prima di aver progettato di portare in dote a Berlusconi centinaia di migliaia di volontari della Croca Rossa. Gli stessi che, nel 2004, diceva di «non voler tradire per una carriera politica». Chissà che cosa pensano di lui, adesso. 12-01-2011]

 

 

 

UN FIUME DI SOLDI SCORRE SOTTO IL PONTE - L’IDEA MERAVIGLIOSA DEL PONTE SULLO STRETTO (CHE NON È SOLO DEL BANANA, VISTO CHE LA SOCIETÀ È NATA NEL 1981), CI È COSTATA LA BELLEZZA DI 450 MLN € - DENARO PUBBLICO FINITO AL GENERAL CONTRACTOR EUROLINK (DA LIGRESTI A IMPREGILO AI BENETTON) E A CONSULENTI VARI - UN PROGETTIFICIO DI “NOMI ALTISONANTI PRIVO DI TECNICI CHE REALMENTE CONOSCONO IL TERRITORIO” - E TUTTO QUESTO SENZA CHE UNA SOLA PIETRA SIA STATA POSATA

Sandra Amurri per "Il Fatto Quotidiano"

 

La storia del Ponte sullo Stretto di Messina, 3.300 metri, il più lungo del mondo, è anche quella dell'opera più costosa e foriera di spreco di soldi pubblici mai messa in cantiere. Con un preventivo iniziale di 6,3 miliardi di euro, già lievitato a 8, dimostra quanto possa arrivare a costare ai cittadini la propaganda.

La società Stretto di Messina Spa (Sdm) è stata fondata nel 1981, ma i costi partono dal 1971 quando una legge definì il ponte "di interesse nazionale" e venne istituito un concorso internazionale di idee. In dieci anni sono stati macinati 373 milioni di lire. Dalla costituzione della Sdm Spa a oggi si sono spesi altri 420 milioni di euro (900 miliardi di lire).

Somma che, se consideriamo l'inflazione, non rende il senso del flusso di denaro pubblico. A cui si deve aggiungere la cifra fin qui pagata al contraente generale Eurolink (associazione di imprese, capofila Impregilo), che non ci è dato conoscere perché alla nostra domanda non è seguita alcuna risposta. Impregilo, presieduta da Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano (voluto da Tremonti, ex prodiano ora bossiano), domina il mercato delle Grandi Opere (inceneritori, autostrade), sta nell'Alta Velocità, ma non solo.

 

Grazie al suo assetto societario - che vede gruppi imprenditoriali finanziari con le mani sull'editoria, da Benetton a Gavio a Ligresti - gode di un consenso trasversale alle maggioranze che di volta in volta sostengono i vari governi. La realizzazione del Ponte, se mai si farà, avverrà con prestiti erogati dalle banche, garantiti dallo Stato.

LE AUTOSTRADE SICILIANE E CALABRESI IN ROVINA...
L'opera, assicura il governo Berlusconi, verrà inaugurata nel 2016. Per ora è una vera macchina mangiasoldi che a distanza di oltre 20 anni non ha prodotto nulla. La sola opera collaterale è lo spostamento della ferrovia a Cannitello (non ancora terminato), progetto che nasce indipendentemente dalla realizzazione del Ponte anche se viene spacciato come collegato.

 

Fiumi di denaro mentre mancano le risorse per affrontare le penose condizioni in cui versano strade e autostrade calabresi e siciliane, tanto da indurre i sindaci dell'area ionica a minacciare le dimissioni in massa per lo stato di abbandono della SS106. Nonostante le proteste del movimento No Ponte e degli stessi amministratori, che chiedono l'ammodernamento e la messa in sicurezza della SS106, dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (ristrutturazione iniziata nel ‘98), il potenziamento delle linee ferrate, il governo continua a rilanciare il Superponte con sempre nuovi annunci. Il tutto in assenza di un progetto esecutivo.

 

E questo accade contro ogni studio serio finora realizzato. Nel 2001 una ricerca commissionata dal governo di centrosinistra ha stabilito che la metà delle persone che attraversano lo Stretto sono pendolari. E l'80% dichiara che non usufruirà del ponte. I camion usano sempre più le navi e la tendenza del traffico automobilistico (dati forniti dall'Autorità portuale) è in diminuzione.

LE METROPOLITANE DEL MARE CHE NON CI SONO...
Ma nonostante questo, il Ponte sullo Stretto viene finanziato su previsioni di crescita del traffico, non avallate da alcuno studio scientifico, che oscilla tra il 10% e il 30%, entro il 2012: il piano di rientro finanziario infatti si basa sul numero di veicoli che lo attraverseranno. Ma la soluzione per risolvere un traffico che è solo locale - in quanto quello su grande distanza si è già spostato sugli aerei (dall'85 al 2005 vi è stato un incremento del 3000%) - sarebbe realizzare una metropolitana del mare, una serie di barche-bus per collegare 24 ore su 24 Villa San Giovanni a Messina.

 

Basti pensare che nel 1992 la Sicilia era collegata al Nord da 12 treni a lunga percorrenza: oggi ce ne sono appena due. In barba a quel che ripete Berlusconi nel salotto di Bruno Vespa, i cittadini siciliani, per sentirsi più italiani, non hanno bisogno del Ponte, bensì di vie di collegamento più moderne ed efficienti di quelle che oggi li costringono a impiegare 10 ore per andare da Napoli a Catania.

La società Stretto di Messina. Costituita nel 1981, ha dapprima sede a Roma al n.19 della centralissima via Po, 3600 metri quadrati su quattro piani, attico, seminterrato e giardino, costo 75 mila euro al mese di affitto incassato dalla srl Fosso del Ciuccio, immobiliare della Cisl. Poi arriva Prodi, che chiude i rubinetti di questo spreco inaudito di soldi pubblici, non finanziando l'opera. Ma la società non viene chiusa: cambia soltanto sede, trasferita in via Marsala. Sede più piccola (1200 metri quadrati), ma più costosa al metro quadro (600mila euro l'anno - 50mila euro al mese).

L'Anas (azionista di maggioranza con l'82%) la affitta da Grandi Stazioni di cui è azionista Sintonia (gruppo Benetton), che controlla Atlantia, cioè Autostrade per l'Italia, che a sua volta detiene attraverso Igli un terzo di Impregilo (la capofila di Eurolink, cioè dell'associazione di imprese che comprende la giapponese Ishikawajima, la spagnola Sacyr ecc...), per poi subaffittarla a Sdm. Il canone - come ci fa notare l'ufficio stampa - comprende per fortuna le utenze elettriche, la gestione degli impianti, dei servizi di portineria, di guardia e di pulizia.

 

Quarantanove dipendenti, di cui solo otto distaccati dall'Anas e da società controllate e quattro collaboratori con contratti a progetto. Ma nel 2008, quando cade il governo Prodi e torna Berlusconi, il Ponte riciccia in cima all'agenda politica: si riaprono i contratti e viene fissata l'inaugurazione per il 2016. Commissario straordinario: Pietro Ciucci, già presidente della Sdm e contemporaneamente presidente dell'Anas, nominato da Prodi e riconfermato da Berlusconi. Ciucci, il cui compenso sfiora il milione di euro, svolge il ruolo di controllore e controllato, in pratica controlla se stesso.

Dal 1981al 31 dicembre 2009 la Società Stretto di Messina è costata 173 milioni di euro in investimenti per la ricerca, studi di fattibilità, progettazione di massima e preliminare, nonché avvio e conclusione di quattro gare internazionali. Sono previsti ulteriori investimenti per circa 110 milioni per il progetto definitivo - da non confondere con quello esecutivo - più volte annunciato ma che nessuno ha ancora visto.

A cui si aggiungono altri oneri di progettazione per opere collaterali affidate a grandi archistar internazionali come Liberschind (il progettista delle Due Torri). Basti pensare che è stato speso oltre 1 milione e 600 mila euro in pubblicità per partecipare a fiere, mostre e convegni vari. Addirittura il logo dello Stretto di Messina ha sponsorizzato iniziative religiose come la beatificazione di padre Annibale di Francia.

IL MOVIMENTO NO PONTE: UN PROGETTIFICIO...
Ci sarebbe piaciuto anche sapere quanto ha incassato a oggi il contraente generale Eurolink. Ma, alla faccia della legge sulla trasparenza, ci siamo dovuti accontentare del silenzio, visto che la nostra richiesta via e-mail non ha avuto alcuna risposta e il sito web è in perenne stato di manutenzione-allestimento. Ma qualche notizia certa c'è. Tipo questa: alla Rocksoil dell'ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, oggi deputato del Pdl, sono stati affidati consistenti incarichi di progettazione per la parte geologica e geotecnica delle fondazioni.

 

Lunardi intona il consueto ritornello: "Ho ceduto le quote societarie della Roksoil ai miei familiari e questi subappalti sono stati ottenuti quando non avevo più incarichi di governo".

Il movimento No Ponte definisce l'operazione Stretto di Messina "un progettificio", composto da "nomi altisonanti e da cui sono stati allontanati consulenti e tecnici che realmente conoscono il territorio e i problemi che esso può comportare. Questioni legate alla non edificabilità, di tipo sismico, idrogeologico e di funzionalità realizzativa, senza contare quelli legati all'impatto ambientale e territoriale.

A cui si aggiunge un dato allarmante: per realizzare il Ponte Akashi in Giappone, il più lungo finora esistente, che non prevede, a differenza di quello sullo Stretto, il transito dei treni, sono stati impiegati dieci anni; per il nostro invece se ne prevedono solo sei, e siamo in Italia. Non solo: il nostro ponte è progettato per resistere a un terremoto di 7.2 della scala Richter (il terribile terremoto di Messina del 1908 fu del 7.1). Come dire, se abbiamo capito bene, che a 7.3 il ponte crollerebbe. Allegria.10-01-2011]

 

MUNNEZZA CAPITALE - A 6 KM DAL CUPOLONE C’è L’OTTAVO COLLE DI ROMA: LA DISCARICA DI MALAGROTTA - è LA Più GRANDE MONTAGNA DI RIFIUTI D’ITALIA E D’EUROPA (E ILLEGALE PER ENTRAMBE), E SE CHIUDESSE DOMANI, LA CITTà DIVENTEREBBE PEGGIO DI NAPOLI IN UNA SETTIMANA - TRA SINISTRA E DESTRA SI FA FINTA DI NIENTE, PREGANDO CHE NON ESPLODA. UNO STATO DI EMERGENZA CHE ARRICCHISCE IL PROPRIETARIO CERRONI E AVVELENA ARIA E TERRENO

 

Mattia Feltri per "La Stampa"

 

Il confine fra legale e illegale è notoriamente mobile, e il caso della discarica di Malagrotta illustra il concetto: illegale secondo le leggi europee, illegale secondo gli standard sanitari, la discarica continua a funzionare grazie alla proroga delle proroghe. Nel 1999, l'Unione stabilì che le discariche ospitassero solamente i rifiuti non riciclabili. L'Italia fece sua la norma nel 2003 e la applicò nel 2005.

 

A Malagrotta finisce l'80 per cento dei rifiuti di Roma (più quelli del Vaticano, di Fiumicino e di Ciampino) e si tratta di rifiuti di ogni genere. A Roma, secondo dati ufficiali (del 2008) e tuttavia ottimistici, la raccolta differenziata non va oltre il 20 per cento. Così, ogni anno, in un righino introvabile e abilmente occultato della Finanziaria, si concedono a Malagrotta altri dodici mesi. E lo stesso fa la Regione, poiché la zona registra un clamoroso tutto esaurito. Ma un buchino nuovo per un altro carico lo si trova sempre. E intanto Comune e Regione hanno promesso di trovare un'altra area «discaricabile».

 

IL MOSTRO
La discarica di Malagrotta è considerata la più grande d'Europa. È nel territorio comunale di Roma, a Nord Ovest, non lontano da Fiumicino, a sei chilometri in linea d'aria da San Pietro. Non si sa quanto sia estesa. Secondo qualcuno 160 ettari, per altri 240. Se gli ettari fossero 200, l'area equivarrebbe a quella occupata da circa 250 campi da calcio. Un paese da duemila abitanti. Ogni giorno, i camion della nettezza urbana scaricano fra le 4 mila 500 e le 5 mila tonnellate di rifiuti.

 

Secondo le stime dei comitati che si battono per lachiusura della discarica, dagli anni Sessanta lì sarebbero stati riversati 60 milioni di tonnellate di rifiuti. Che cosa significa 60 milioni di tonnellate? Significa 80 milioni di utilitarie come la Fiat Uno. È l'equivalente di 750 milioni di uomini dal peso medio di 80 chili, cioè l'intera attuale popolazione europea. Oppure di 30 milioni di elefanti indiani. O ancora, di un milione e 200 mila capodogli. Ora la chiamano l'ottavo colle di Roma, sebbene secondo un'orografia variabile: il mostro si espande, si innalza, modifica l'orizzonte di giorno in giorno.

DISASTRO BIPARTISAN
Si dice spesso che se l'avvocato Manlio Cerroni, 86 anni, titolare del capitale sociale della discarica, decidesse domattina di chiudere i cancelli di Malagrotta, in una settimana Roma surclasserebbe Napoli. Non succederà. Nel 2007, il comune ha versato a Cerroni 72 euro per ogni tonnellata di rifiuti entrata in discarica. Lui dice che è un prezzo di favore perché ama la capitale. Vero, però il mercato è tutto suo. Dai rifiuti ricava metano. Con i contributi statali ha costruito un impianto con cui produce energia elettrica, e la rivende.

 

Il radicale Massimiliano Iervolino, che segue da anni la vicenda, parla di un «disastro bipartisan»: al Comune e alla Regione si sono alternati sindaci e governatori di destra e soprattutto di sinistra, ma la discarica continua a funzionare per mancanza di un piano alternativo e a prescindere dal colore di chi comanda.

 

Nel 1999, venne nominato un commissario straordinario dotato di un subcommissario, di tre vicecommissari e di una commissione scientifica perché nel giro di un anno studiasse un piano per uscire dall'emergenza dei rifiuti e condurre Roma a differenziare, entro il 2003, il 35 per cento dei rifiuti prodotti. La spesa è stata di 64 milioni di euro. Il commissario, anziché un anno, ce ne ha messi nove. Ma il suo piano è inapplicato. Nel 2002, Walter Veltroni compose un gruppo di otto saggi perché individuasse il modo di differenziare il 45 per cento dei rifiuti. Il loro lavoro non è mai stato diffuso né preso in considerazione.

Oggi, come accennato, Roma differenzia il 20 per cento dei rifiuti. È un dato basso anche perché il vetro, la plastica e i metalli si raccolgono in un unico cassonetto e, quando vengono pressati, il vetro rovina la plastica e la plastica rovina il vetro e si riesce a riciclare solo il metallo. Ora l'assessore Pietro Di Paolo della giunta Polverini indica nel 60% di differenziata l'obiettivo del 2011 e nel 65% quello del 2012, ma a Iervolino ha già spiegato l'ovvio: il traguardo è irraggiungibile.

LA CONVIVENZA
Al palazzo della Regione, che in linea d'aria dista da Malagrotta un paio di chilometri, nelle giornate di vento arriva la puzza della discarica. I 50mila abitanti della zona di Malagrotta la sentono tutti i giorni, da decenni. La loro quotidianità è l'andirivieni spossante dei camion della nettezza.

 

Nel 2007 Veltroni applicò un'ordinanza di 25 anni prima, che imponeva la copertura quotidiana dei rifiuti con la terra. Non lo si fa proprio tutti i giorni, ma in ogni caso migliaia di gabbiani si disputano la spazzatura. Sulla qualità dell'aria si litiga da anni. Su quella dell'acqua i dubbi sono risolti dall'Arpalazio, l'agenzia di protezione ambientale. A luglio ha evidenziato «un peggioramento dello stato di contaminazione del sito» rispetto ai dati del 2009. Che erano già peggiori di quelli del 2008. Il 12 novembre, a «tutela dell'incolumità pubblica», il sindaco Gianni Alemanno ha imposto che entro 30 giorni si avviassero i controlli a Malagrotta (controlli che l'Arpa cominciò a sollecitare nel 2003). I controlli non sono si sono avviati.

Il 25 marzo 2005, senza che nessuno se ne accorgesse, la giunta regionale di Francesco Storace stese due ordinanze con cui consentiva l'allargamento della discarica e la costruzione di un gassificatore per la produzione dell'energia elettrica. Lo si scoprì dopo la vittoria di Piero Marrazzo, che garantì ai residenti di Malagrotta che avrebbe bloccato tutto. Ma non bloccò nulla. Il gassificatore è stato completato e si dibatte su quanto inquini e quanto sia pericoloso. Di tutto questo rimane una fantastica intervista fuori onda di Mario Di Carlo, assessore della giunta Marrazzo con delega sui rifiuti, che a Report raccontò la passione comune con Manlio Cerroni: «Andare a magna' a coda alla vaccinara».

05-01-2011]

 

 

 

IL SOGNO SICILIANO - ALTRO CHE CRISI, TUTTI SULL’ISOLA DI LOMBARDO! 5MILA NUOVE ASSUNZIONI NELLA SANITÀ, E APPENA SBLOCCANO UN’ALTRA LEGGINA DI “STABILIZZAZIONE”, ALTRI 23MILA: 1 SICILIANO SU 5 LAVORERÀ NEL SETTORE PUBBLICO - DALLA CONTA DEI TOMBINI A QUELLA DEI POSTI AUTO, DALL’AMMISSIONE DI AUTISTI SENZA PATENTE PER I BUS, AL CAOS SUL VERDE, DOVE CI SONO QUATTRO DIVERSE COMPETENZE INTORNO A UN ALBERO, ECCO LA FANTASIA AL POTERE DA PALERMO A CANICATTÌ…

1 - SICILIA, ALTRI 5 MILA ASSUNTI...
Riccardo Arena per "La Stampa"

 

Sono già 52.700, tra precari e dipendenti di ruolo: un siciliano ogni 94 lavora nella sanità pubblica, di gran lunga l'industria più attiva dell'Isola. Adesso altre 4.900 persone verranno assunte, per colmare quelli che vengono indicati come i «vuoti di organico». E anche per sanare le situazioni di precariato, che riguardano circa tremila persone, comprese in questo vero e proprio esercito che già popola gli ospedali, le cliniche, i poliambulatori e gli uffici delle aziende sanitarie siciliane.

 

Nelle prossime settimane saranno immessi nei ruoli 2.507 tra medici, infermieri, parasanitari, amministrativi: i bandi sono già stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale della Sicilia del 31 dicembre. Da oltre dieci anni la Regione non assumeva personale in questo campo e ora il governo guidato da Raffaele Lombardo (Mpa) affida all'assessore «tecnico» alla Sanità, Massimo Russo, magistrato in aspettativa, il compito di riempire i vuoti.

Per le qualifiche non dirigenziali nelle Asp, negli ospedali e nei Policlinici universitari saranno disponibili 1.420 posti, 761 per le dieci aziende della Sicilia orientale, 659 per le sette della parte occidentale dell'Isola.

La metà dei posti disponibili sarà messa a concorso e i rimanenti 700 posti saranno assegnati con la mobilità. Spazio dunque a 1.138 infermieri, 117 tecnici di radiologia, 105 fisioterapisti e 60 ostetriche. Per quel che riguarda la dirigenza medica, a disposizione ci sono 1.087 posti: 147 saranno assegnati con lo scorrimento di graduatorie, 606 attraverso nuovi concorsi pubblici, 334 per mobilità.

 

Non si tratta di numeri esagerati, in un campo già apparentemente affollato? I siciliani, secondo i dati disponibili al 31 luglio 2010, sono 5.046.654. Solo per pagare gli stipendi dei 49 mila dipendenti «strutturati» della sanità si spendono ogni anno 2 miliardi e 700 milioni di euro. E le cifre non considerano gli altri dipendenti pubblici, i 20.642 dipendenti della Regione, che costano un miliardo e 84 milioni all'anno.

 

Una legge regionale di fine anno, che punta a stabilizzare 23 mila precari degli enti locali, è stata impugnata dal commissario dello Stato: assunzioni bloccate, per il momento, ma il principio della stabilizzazione rimane. In altri termini, prima o poi l'esercito dei dipendenti pubblici arriverà a circa centomila persone: un siciliano su cinque.

«Lo sblocco delle assunzioni arriva grazie ad un'attenta programmazione - dice l'assessore Russo - ed alla definizione delle piante organiche secondo i parametri nazionali». Russo se l'è presa con i «preconcetti e i pregiudizi» espressi contro la sanità siciliana: «In questi due anni la Sicilia ha prodotto un'opera titanica nel campo della sanità, per ripianare i conti e riqualificare l'offerta sanitaria. Siamo stati più volte elogiati pubblicamente dai rigorosi tavoli ministeriali della Salute e dell'Economia per l'eccellente lavoro svolto. Cambiare si può. Anzi, si deve».

 

Per coprire i vuoti in organico con l'assunzione dei precari, assicura l'assessore, «la copertura in bilancio c'è e non c'è pericolo di bancarotta».


2 - PARADISO DEI DIPENDENTI, QUINTUPLICATI IN 30 ANNI...
Laura Anello per "la Repubblica"

 

L' ultimo colpo di mano l'hanno tentato alla vigilia delle feste, piazzando il regalone del posto fisso sotto l'albero ai 22.500 precari degli enti locali. Ma Babbo Natale è stato battuto sul tempo dal commissario dello Stato, che ha annullato la legge dell'Assemblea regionale, il Parlamento più antico d'Europa. «L'ennesima farsa, tutto previsto», hanno commentato i siciliani avvezzi al tragediamento, alla finzione, alla recita.

 

Avrebbero già saputo, gli «onorevoli», che quel provvedimento non sarebbe mai passato dagli organi di controllo, ma l'importante era dimostrare di volerlo fare. Per poi allargare le braccia di fronte al rigore di un prefetto.

Meglio non scontentare nessuno, prima o poi c'è sempre una tornata elettorale. In compenso, il dono era arrivato puntuale per i 4.500 precari della Regione, che ieri hanno preso servizio come dipendenti a tempo indeterminato dopo avere superato una prova-bluff in cui dovevano dimostrare di sapere mandare un fax e fare una fotocopia.

Insomma, paradossalmente la notizia del maxi-concorso nella sanità siciliana - con corredo di polemiche - è che si tratta, per la prima volta dopo quindici anni, di una selezione pubblica vera. Della prima opportunità, cioè, di guadagnarsi un posto regionale senza passare dalle anticamere di politici, dai comitati elettorali, dall'ala amorevole di un capobastone.

L'ultima selezione esterna conclusa con l'assunzione dei vincitori risale a quindici anni fa, quando fu celebrato il concorso per trenta dirigenti e quello per operatori contabili all'assessorato Bilancio. Se si passa alle qualifiche basse, bisogna risalire addirittura alla fine degli Anni Ottanta. A meno di non volere contare i concorsi banditi e mai fatti, o ritirati per burocrazia-lumaca, ostacoli, «mutate esigenze». Un'altra declinazione del tragediamento.

Da dodici anni, per esempio, 376.749 candidati aspettano di sapere se avranno mai un posto nel dipartimento dei Beni culturali. E che dire del Comune di Palermo, che ha fatto partire e poi annullato i concorsi per funzionario ai quali nel 2005 avevano partecipato in 2.300? A selezione fatta, l'amministrazione si è accorta che mancavano i soldi per pagare i nuovi stipendi. Altri 43 mila erano corsi al bando per 347 forestali che l'allora governatore Salvatore Cuffaro bandì e poi ritirò, preferendo continuare a rimpallarsi la sorte dei 31.040 precari messi a guardia dei boschi.

 

Un patrimonio di alberi cinquanta volte inferiore dello Stato canadese del British Columbia, che può contare però su 10 mila rangers in meno. In Sicilia chi vince un concorso resta al palo, chi si affida a mezzi paralleli ha invece nutrite possibilità di guadagnare uno stipendio.

Infatti, nonostante questo blocco sostanziale delle assunzioni l'amministrazione dell'Isola negli ultimi trent'anni ha quasi quintuplicato i suoi dipendenti. Nel 1980 erano 5.075, ora sono quasi 25 mila. Grazie a un'invenzione, quella del precariato. Un'idea sulla quale il Comune di Palermo - partito dai 350 «soggetti svantaggiati» dell'ex sindaco Leoluca Orlando e arrivato ai 6.600 «lavoratori socialmente utili» del suo successore Cammarata - ha forse battuto la Regione per creatività: dalla conta dei tombini a quella dei posti auto, dall'ammissione di autisti senza patente nei ranghi dell'azienda Trasporti al caos sul verde, dove ci sono quattro diverse competenze intorno a un albero. Niente di cui stupirsi se è diventato il Comune con più personale d'Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti.

Nell'era Cuffaro, alla Regione, la clientela era diventata arte, sublime rappresentazione del potere, macchina elettorale più potente della Santa Inquisizione spagnola che quando arrivò nell'Isola - nel Cinquecento - si sicilianizzò diventando in breve un carrozzone parastatale con 24 mila dipendenti, i temuti «familiares». «Abbiamo stabilizzato quasi tutti i 57 mila precari degli enti locali e i 3.500 della Regione. Adesso mi godo il successo elettorale», snocciolava l'ex assessore Antonello Antinoro, recordman delle preferenze - oltre 30 mila - alle elezioni del 2006 e oggi inquisito per voto di scambio.

La giunta Lombardo - con un presidente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa - paga adesso 6.500 stipendi inutili e fa i conti con gli esuberi. Senza licenziare nessuno, però. E infornando, storia di pochi mesi fa, altri 3200 precari «ex Pip» per la modica cifra di 36 milioni di euro all'anno. Mansione? Nessuna.04-01-2011]

 

 

ANALISI, CONTROANALISI E TAC PER CINQUE BANCHIERI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI POTERE - 1- DA PRIMO BANCHIERE ITALIANO A DISOCCUPATO DI LUSSO. PROFUMO IN FUMO PER ‘TROPPITà’ - 2- I TOP-MANAGER DEL LEONE (PERISSINOTTO, BALBINOT, E SOPRATUTTO AGRUSTI) CAPIRANNO IN PRIMAVERA COSA INTENDE GEROVITAL GERONZI PER GOVERNANCE E POTERE - 3- QUELLE RIVELAZIONI/’AVVISO’ DEL CORRIERE DI BAZOLI CHE HANNO FRENATO L’IMPETO POLITICO DEL “PORTOGHESE” DI COMO, CORRADO PASSERA (AH, QUELLA MANINA…) - 4- DRAGHI CONTRO I BARBARI DELLA LEGA CAPITANATI DALL’EX-TRIBUTARISTA TREMONTI CHE CONTINUANO A VITUPERARLO COME UOMO AL SOLDO DI GOLDMAN SACHS - 5- SCORTATO ALL’USCITA PROFUMO, QUANTO CI TENEVA PALENZONA A DIVENTARE PRESIDENTE DI UNICREDIT. MA NON HA FATTO BENE I CONTI COL TEDESCO DIETER RAMPL -

1- PROFUMO ALESSANDRO.
Da primo banchiere italiano a disoccupato di lusso. E' questa la parabola del bocconiano genovese che dopo l'infanzia a Palermo ha cominciato nel '94 a scalare i gradini di Piazza Cordusio. Un'ascesa spettacolare come la sua caduta nella notte del 21 settembre quando le porte di Unicredit si sono chiuse alle sue spalle.

 

Ad aspettarlo fuori non c'era la solita berlina blu ma la "Ducati" rossa guidata dalla moglie Sabina Ratti che con destrezza ha legato sulle spalle del marito la valigetta con 40 milioni di liquidazione.

Per il mondo della finanza, che divora i suoi protagonisti come nel celebre quadro dove i figli divorano il padre, le dimissioni di Mister Arrogance erano annunciate, e da tempo gli analisti sentivano qualche scricchiolio nella crescita impetuosa di Unicredit: troppa voglia di grandezza nell'Est europeo, troppa fretta nella fusione con Capitalia che il furbo Geronzi aveva suggerito per arrivare a piazzetta Cuccia, e troppa insofferenza verso i bond salvifici di Giulietto Tremonti.

 

E sopratutto, un'autonomia eccessiva nei confronti dei cosidetti "poteri forti". Così, quando l'ex-boy scout dalla voce nasale ha buttato la spugna dopo un drammatico finale con il presidente austro-tedesco Dieter Rampl, gli gnomi milanesi si sono fregati le mani per la gioia.

 

Poco importa se a fottere il banchiere (osannato dal ‘Financial Times' e dalla sinistra) sono stati i tedeschi, i libici prima alleati poi traditori, oppure le Fondazioni pasticcione e provinciali della Lega. E interessa ben poco che dopo la caduta del suo Capo la quarta banca europea si sia avvitata su stessa con il titolo che precipita in Borsa senza paracadute. Per gli squali della politica e dell'economia la caduta degli dei e' sempre uno spettacolo da orgasmi ripetuti.

 

Adesso l' ex-McKinsey e' seduto in panchina e aspetta una nuova Champions League con la valigetta piena di milioni e di rimpianti perché come diceva Oscar Wilde "nessun uomo e' tanto ricco da potersi ricomprare il passato".

2- GERONZI CESARE
Davanti a un vassoio di cotechini e di lenticchie il banchiere di Marino ha giurato alla moglie e alle figlie che si ritirerà a vita privata nel 2015 quando scadrà il secondo mandato alle Generali. A quell'epoca avrà compiuto 80 anni e avrà tutto il tempo per scrivere quella biografia che nessuno finora, nemmeno tra i giornalisti compiacenti, ha avuto la forza di affrontare.

 

Eppure la storia di quest'uomo che non smette di ricordare le sue umili origini, é un'equazione semplice dove il fattore principale é uno solo: il potere. Un potere perseguito con determinazione, senza vagabondaggi mentali e le zanzare morali che frenano le relazioni.

Da giovane Cesarone ha letto Hemingway e gli è rimasta impressa quella frase che dice "non bisogna giudicare gli uomini dalle loro amicizie. Anche Giuda frequentava persone irreprensibili".

Ed é così che ha tessuto come un ragno la sua tela di rapporti attraversando la prima e la seconda Repubblica, la destra il centro e la sinistra, i palazzi d'Oltretevere, le stanze fetenti dei partiti e i salotti della finanza. Una marcia trionfale, con qualche ‘'fastidio'' giudiziario, ma priva di quel pudore che ti fa arrossire davanti a un Gaucci e al cardinal Bertone.

Anzi, con quest'ultimo va a cena come è accaduto prima delle vacanze nel roof-garden di Propaganda Fide, gestita da Bruno Vespa, dove si è attovagliato con il Cavaliere, la figlia Marina, l'onnipresente Letta, il genero di Caltagirone e l'amico di sempre Mario Draghi (e l'escluso Tremonti perse il controllo dei nervi).

 

Adesso Geronzi è arrivato alle Generali e si è messo in testa di risvegliare il Leone delle assicurazioni addormentato dalla cultura della rendita. A dispetto di chi pensava che si adagiasse come fece Kafka quando all'inizio del ‘900 lavorava nella Compagnia, ha preso a sguazzare tra le polizze con la febbre che aveva quando conquistò il titolo di ragioniere.

E per evitare che la bora e il torpore della provincia spazzino via il suo profilo ha preso a parlare, tanto, tantissimo, come mai aveva fatto in passato; un diluvio di parole, di lectio magistralis simili alle encicliche, e di interviste che girano intorno al chiodo fisso della governance, l'assetto di potere dentro le Generali.

 

I top-manager del Leone (Perissinotto, Balbinot, e sopratutto l'ottimo direttore generale Raffaele Agrusti) sono ammirati e preoccupati perchè si chiedono che cosa nasconda l'insistenza sul governo dell'azienda. Lo capiranno in primavera quando il banchiere-assicuratore dopo aver superato un paio di passaggi giudiziari (Parmalat, Ciappazzi) tirerà fuori dal doppio petto la sua formuletta del potere.

3- PASSERA CORRADO
Due giorni prima di Capodanno ha compiuto 56 anni, un'età matura che consente di tirare un primo bilancio della vita. E' quanto il banchiere comasco ha fatto insieme alla sua compagna Giovanna Salza e alla figlioletta Luce nata durante l'estate. Di luce in verità c'è stata solo questa perché l'anno che si è chiuso non è stato davvero meraviglioso per l'ex-McKinsey abituato a collezionare successi.

Molti si aspettavano che dopo il salvataggio dell'Alitalia e l'uscita di scena di Alessandro Profumo, Corradino esplodesse come il "banchiere di sistema" che il Cavaliere aveva ammirato fino al punto di fantasticarlo sulla poltrona di Giulietto Tremonti. E addirittura era corsa voce di una sua discesa in campo insieme all'amico Luchino di Montezemolo che Passera ha foraggiato per il treni dell'Alta Velocità.

 

Non è stato cosi, e oggi IntesaSanpaolo (il colosso creato dopo le penose polemiche tra i sabaudi e i longobardi) soffre in borsa con i francesi di Crédit Agricole che hanno preso il largo mentre il gioiello Fideuram continua a restar fuori da Piazza Affari.

Forse a frenare il suo impeto sono state le rivelazioni/avviso di agosto quando il Corriere della Sera ha sparato un missile sulle società e i milioni parcheggiati qualche anno fa a Madera, paradiso fiscale portoghese, per le operazioni di famiglia nell'acquisto di Villa d'Este.

Per Corradino è stata una botta/avviso inattesa e durissima perché ha dovuto difendere con argomenti plausibili la sua credibilità non solo davanti all'opinione pubblica, ma di fronte al Grande Vecchio, Abramo Bazoli, che inorridisce quando i bacilli intaccano la morale.

Per giorni e notti il longilineo bocconiano si è chiesto quale fosse la manina che aveva aperto il siparietto degli affari privati. Dagospia ne conosce l'identità, ma preferisce lasciargli il compito di cercarla nella cerchia di chi per molti anni gli è stato vicino.

 

Soltanto a dicembre il taciturno banchiere è ricomparso in pubblico alla prima della Scala e in una intervista televisiva costruita a tavolino con la giornalista Maria Nutella (pardon, Latella).
Anche in questa occasione aveva l'aria mesta che non fa vibrare gli animi, e quando ha detto che l'economia del 2011 sarà "tristarella" si è pensato subito alla sua immagine.

4- DRAGHI MARIO
Per il nono Governatore della Banca d'Italia il 2011 sarà decisivo. Con la sua aria gelida e il sorrisetto a lama di coltello non vede l'ora di buttarsi alle spalle le voci che lo indicano tra i salvatori della patria. Lo ha detto ai due figli e alla moglie Serena (discendente di una famiglia medicea) e lo ha ripetuto più volte ai rari amici che gli ricordano come nell'ora del pericolo "servono gli uomini giusti, di conoscenza antica e umana".

 

Sono parole dello scrittore Ceronetti che lo lasciano indifferente perché non vuole essere in alcun modo un uomo per tutte le stagioni. Per lui valgono di piu' i pensieri che ha letto nel libro del sommo regista-scrittore Enrico Vanzina: "pochi ricordano, pochissimi dimenticano".

SuperMario ha una memoria di ferro e non dimentica il duello di cifre e di parole con i barbari della Lega che continuano a vituperarlo come uomo al soldo di Goldman Sachs. Nelle loro file c'è quel Giulietto Tremonti, ex-tributarista di Sondrio che ha bollato le regole di Draghi come un'aspirina, e si è spinto a dire che il modello tedesco è roba da bambini.

Adesso nel mirino del Governatore atermico ci sono due poltrone: la BCE e il Fondo
Monetario Internazionale. Per andare a Francoforte serve un governo che non c'è e che non ha nessuna voglia di tirargli la volata. Meglio puntare su Washington dove si possono mettere a frutto i rapporti coltivati sull'asse anglo-americano.
E' un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Nessun veggente puo' prevedere comunque se ce la farà.

 

6- FABRIZIO PALENZONA
Quando da giovane faceva il camionista si sentiva un fiore nel deserto e la provincia di Alessandria gli stava davvero stretta. Adesso gli stanno stretti non solo i pantaloni per colpa della mole smisurata, ma anche gli incarichi che ha collezionato in un Guinness dei primati. Per questo re dell'inciucio politico, che dopo le esperienze nella DC è entrato nel gotha bancario, ci vuole qualcosa di più pesante.

 

E' questa la ragione per cui si è dato un gran daffare nella vicenda di Unicredit che ha accompagnato all'uscio il povero (si fa per dire) Alessandro Profumo. Ci teneva Palenzona a diventare Presidente della prima banca italiana e per un attimo ha pensato di poter mandare ai giardinetti il tedesco dai dentoni sporgenti Dieter Rampl.

A 57 anni sarebbe stato il coronamento di una vita che lo ha portato dalla strada alle poltrone di Mediobanca, Aeroporti di Roma, Abi, Aiscat e di una delle Fondazioni
piu' vivaci. All'ultimo momento ha capito che il gioco gli stava sfuggendo di mano
per colpa delle Fondazioni guidate dalla Lega, e con una mossa da sottile ballerino,
ha fatto marcia indietro.

 

Adesso l'ex-camionista di Novi Ligure si è messo sulla riva del fiume e aspetta che
il nuovo vertice di piazza Cordusio gli passi davanti. Per quest'uomo che gli amici chiamano Obelix il tempo gioca a favore, e prima o poi riuscirà ad aggiungere con l'aiuto della politica la medaglia d'oro che ancora gli manca. 04-01-2011]

 

 

 

AUTOSTRADE FATTE IN CASA - TOTO SI COMPRA DAI BENETTON, A UN PREZZO STRACCIATO, LE QUOTE CHE GLI MANCAVANO DELLE ARTERIE DI LAZIO E ABRUZZO (A24 E A25), COSì IL COSTRUTTORE POTRà INCASSARE PEDAGGI E OCCUPARSI DELLA MANUTENZIONE, GUADAGNANDO DUE VOLTE - NEL 2010, AUMENTI DEL 5%, NEL 2011, DELL’8%, E SARà COSì OGNI ANNO. PERCHé IL GOVERNO PERMETTE SIMILI AUMENTI? FORSE PERCHé I MAGGIORI CONCESSIONARI SONO I “CORAGGIOSI” CHE HANNO “SALVATO” (QUADRUPLE VIRGOLETTE) ALITALIA

Giorgio Meletti per "il Fatto Quotidiano"

I"coraggiosi" sistemano i loro affari. Il gruppo Atlantia, azionista di rilievo della nuova Alitalia, ha annunciato ieri la cessione al gruppo Toto, azionista di rilievo della nuova Alitalia, del 60 per cento dell'Autostrada dei Parchi, più nota come Roma-Pescara e Roma-L'Aquila-Teramo (A24 e A25).

 

I due gruppi, che avevano rilevato insieme, nel 2003, la concessione delle autostrade abruzzesi dall'Anas, ottimizzano così le rispettive possibilità di business in un mercato, quello delle autostrade, dove per fare veramente i soldi conviene avere una solida società di costruzioni alle spalle. I Benetton, che controllano Atlantia (oltre tremila chilometri di rete, a partire dall'Autostrada del Sole) partecipano al controllo di Impregilo, il maggior costruttore italiano. Carlo Toto è originariamente un costruttore, e si era diversificato dal mattone quindici anni fa per costituire la compagnia aerea Air One.

Quando è nata la nuova Alitalia, Toto le ha lucrosamente venduto Air One, e ha deciso di tornare all'antico, dedicandosi nuovamente a tempo pieno alla sua Toto Costruzioni. E per dare lustro all'antica creatura, che cosa c'è di meglio che una bella concessionaria autostradale con la quale concedersi l'auto-appalto? Il meccanismo è quello cosiddetto dei lavori in house. Il lavoro di una concessionaria autostradale è duplice.

Con una mano si incassano pedaggi sempre più lucrosi, e pesanti per i viaggiatori; con l'altra si fanno i lavori di manutenzione. Se i lavori di manutenzione uno li affida alle proprie aziende guadagna due volte. Una volta era una pratica vietata, e venivano imposti gli appalti con gara europea. Poi le maglie della legge si sono allargate, e quello dei lavori in house (fatti in casa, in italiano) è diventato un sistema molto praticato.

 

Basti guardare l'ultimo bilancio pubblicato da Atlantia per capire quanto sia interessante il business. Nel 2009 la rete autostradale della società controllata dalla famiglia Benetton (ex Società Autostrade, privatizzata nel 1997) ha generato ricavi per 3 miliardi di euro, e un utile netto di 682 milioni.

È evidente che una società a così alta redditività (peraltro obbligata, con i pedaggi che aumentano regolarmente tutti gli anni), può permettersi di pagare senza patemi i lavori di manutenzione o i nuovi investimenti alle società collegate: anche se il costo degli interventi di rivelasse un po' altino, il risultato sarebbe di ridurre l'utile, e quindi le tasse da pagare, nella concessionaria autostradale, arricchendo invece la società di costruzioni della casa.

 

Interessante notare che il sistema viene lubrificato da un regolare, inesorabile aumento delle tariffe autostradali. Va sottolineato anche che i maggiori concessionari autostradali (Benetton, gruppo Gavio, Toto) sono stati tutti convinti dal governo Berlusconi a diventare "coraggiosamente" azionisti della nuova Alitalia.

Appare conforme a questa filosofia l'affare annunciato ieri. Toto, che già aveva il 40 per cento dell'Autostrada dei Parchi, rileva il 60 per cento da Atlantia e sale al 100 per cento. In questo modo consegue un controllo totale e assoluto sull'assegnazione dei lavori di costruzione e manutenzione, che in buona parte possono andare alla Toto Costruzioni.

Carlo Toto paga 89 milioni il 60 per cento delle autostrade abruzzesi, che nel 2010 hanno incassato 156 milioni. Calcolatrice alla mano, la società è valutata quanto i suoi ricavi di un anno, mentre Atlantia vale in Borsa circa il doppio del fatturato. Mentre il gigante Atlantia porta a casa i profitti giganteschi di cui sopra, l'Autostrada dei Parchi è una concessionaria giovane e ancora in perdita, a causa dei costi di avvio. E prevede i primi guadagni nel 2012.

 

Le prospettive sono però assolutamente rosee. Anche se il traffico delle arterie abruzzesi non è paragonabile a quello dell'Autosole, Toto può far conto su un costante aumento dei pedaggi, che gli automobilisti della zona possono solo pagare, sia pure mugugnando. Dal 1° gennaio 2010 l'aumento tariffario per i 281 chilometri gestiti dalla società è stato del 4,78 per cento. Dal 1° gennaio 2011 dell'8,14 per cento. In pratica, un pedaggio di 10 euro del dicembre 2009 è diventato oggi di 13,3 euro. E il contratto di concessione con l'Anas, che scade nel 2030, prevede un adeguamento della tariffa ogni anno. [04-01-2011]

 

 

VITE PARALLELE: HOTEL POLIDORI...
Cercando su Internet due cose diverse si ottiene lo stesso indirizzo: via Senese-Aretina 80, Sansepolcro (Arezzo). Si tratta di Cepu srl (assistenza universitaria) e Borgo Palace Hotel (un albergo 4 stelle). L'una e l'altro fanno riferimento a Francesco Polidori, che per le prossima campagna elettorale ha suggerito a Berlusconi il metodo del "vicinato", adottato dal suo movimento Federalismo democratico umbro.

Polidori è di Città di Castello e tra Umbria e Toscana ha sviluppato i suoi interessi, come una delle prime cellule del Cepu (ora proprietà di Cesd srl) e il Borgo Palace Hotel col rinomato ristorante Il Borghetto. Proprio il restaurant manager, Alessandro Blasi, e parte del personale sono stati chiamati da Berlusconi per organizzare una cena con gli industriali a Macherio. Dal canto suo, la deputata Catia Polidori, che un mese fa è passata da Fini al Cavaliere, nega qualsiasi legame con Francesco Polidori, pur essendo nata anche lei a Città di Castello.

Tuttavia, almeno due sue iniziative legislative mostrano interesse sia per le scuole private sia per gli hotel, passionaccia di Francesco: è dell'ottobre 2010 la presentazione di una proposta per la "concessione di un contributo alle scuole paritarie in aggiunta ai fondi ordinari del ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca" (la 3775); e del giugno 2008 la richiesta di "riduzione al 4 per cento dell'aliquota sul valore aggiunto relativa a prestazione, servizi e prodotti di natura turistico-alberghiera" (la 1401). Al. A.07-01-2011

 

 

CAPODANNO AMARO PER LA FINOCCHIARO - MENTRE LA PROCURA DI CATANIA INDAGA SUGLI APPALTI DELLA SANITÀ, LA REGIONE SICILIA STA PER REVOCARE PER “EVIDENTI PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ” QUELLO DATO AL MARITO DELLA SENATRICE PD: NON POTEVA ESSERE ASSEGNATO IN MANCANZA DI UN REGOLARE BANDO. DUBBI ANCHE SULLA CONGRUITÀ DELLA CIFRA: 350MILA € SOLO COME PRIMA TRANCHE - LA GUARDIA DI FINANZA NELL’ASSESSORATO…Emanuele Lauria per "Repubblica.it"

 


La Regione siciliana si avvia a revocare per "evidenti profili di illegittimità" l'appalto assegnato al marito di Anna Finocchiaro. E la Procura di Catania apre un'indagine sulla procedura amministrativa che ha portato, senza gara, a quell'affidamento. Un fine anno amaro, per la famiglia della capogruppo del Pd al Senato: il caso-Giarre esplode e scuote non solo i palazzi della politica.

L'assessore regionale alla Salute, l'ex magistrato Massimo Russo, annuncia che lunedì chiederà al manager dell'azienda sanitaria di Catania di annullare la convenzione del 30 luglio con la quale è stato dato incarico alla Solsamb, la società di Melchiorre Fidelbo (il marito della Finocchiaro), di realizzare l'informatizzazione dell'ospedale del centro alle pendici dell'Etna.

 

Un atto quasi obbligato, quello di Russo, visto che due ispettori dell'assessorato hanno messo su carta che quell'appalto, di rilevanza comunitaria, non poteva essere assegnato in mancanza di un regolare bando di gara. Non solo: i tecnici hanno ravvisato anche sospetti sulla congruità della cifra concordata: 350 mila euro solo come prima tranche.

 

Nelle stesse ore in cui la relazione approdava all'Assemblea regionale, gli uomini della Guardia di Finanza facevano ingresso nella sede dell'assessorato per acquisire i documenti relativi alla controversa vicenda. In mano, un ordine di esibizione firmato dai pm catanesi.

L'assessore Russo respinge le "strumentalizzazioni politiche" e i sospetti che sin dal primo momento hanno accompagnato questa storia: il taglio del nastro del nuovo presidio ospedaliero di Giarre - presenti la Finocchiaro e il marito, lo stesso Russo e l'ex ministro Turco - è avvenuto a fine settembre, nei giorni in cui decollava la nuova giunta regionale figlia di un accordo fra Lombardo e il partito democratico.

 

La foto di quella cerimonia, adesso, circola sul web e nelle segreterie politiche come prova del presunto inciucio fra il governatore e colei che lo sfidò alle Regionali del 2008. Anche se nessuno, neanche tra i banchi dell'opposizione all'Ars, si è mai scagliato ufficialmente contro la Finocchiaro. "C'è stato un errore amministrativo, il resto sono chiacchiere", ancora Russo.

Fidelbo contesta il risultato dell'ispezione della Regione e lascia intendere di essere pronto a rivolgersi al Tar contro l'annunciata revoca dell'appalto: "Questa vicenda sta creando un grave danno di immagine alla mia azienda, alla quale - scrive l'imprenditore - è del tutto estranea la senatrice Anna Finocchiaro".

Fra polemiche e minacce di querele, potrebbe intanto cadere la testa di qualche burocrate. Il capogruppo del Pd all'Ars, Antonello Cracolici, ora dice: "Chi ha sbagliato deve pagare". E il riferimento è a Giuseppe Calaciura, il manager dell'Azienda sanitaria di Catania che ha dato via libera al finanziamento per la società di Fidelbo e che nel suo curriculum vanta, tra l'altro, l'incarico di segretario dell'Mpa - il partito di Lombardo - nel piccolo comune di Biancavilla.31-12-2010]

 

 

 

 

«SETTECENTOMILA EURO IN CORSI FANTASMA» SIGILLI AI BENI DELL'EX CITY MANAGER DI POMPEI...
Biagio Coscia per il "Corriere della Sera"

Non c'è posto più adatto per organizzare dei corsi di formazione fantasma: gli scavi archeologici di Pompei. Insegnanti invisibili, niente aule, nessuna lezione, nessun esame, nessun test di valutazione, orari anche notturni e festivi o che coincidevano con i turni di lavoro dei 265 dipendenti coinvolti nell'indagine. Tutti addetti alla vigilanza presso i siti archeologici della città sepolta dal Vesuvio ma anche a Torre Annunziata, Boscoreale ed Ercolano. Il complicato sistema di frode era stato organizzato per consentire ai dipendenti di percepire il pagamento di arretrati per ore di straordinari che erano già state prescritte. I finanzieri del comando provinciale di Napoli hanno calcolato un danno erariale stimato in circa 700 mila euro.

 

Le indagini che hanno portato alla luce i corsi di aggiornamento fantasma hanno permesso di stabilire che l'attività didattica non era stata autorizzata dal ministero, nonostante fosse obbligatoria. L'idea di istituire i corsi finti nacque nel 2006 dopo un'aspra lotta sindacale e dopo numerose minacce di sciopero dei dipendenti che pretendevano il pagamento di straordinari effettuati tra il 1988 e il 1996.

Così, dieci anni dopo, Luigi Crimaco il direttore amministrativo della Soprintendenza archeologica degli Scavi di Pompei, in accordo con le organizzazioni sindacali, autorizzò nell'aprile del 2006 lo svolgimento di corsi di formazione nominando docenti sconosciuti o scegliendoli tra gli stessi dipendenti. Un espediente per nascondere dietro ore di lezione mai svolte, indennità di straordinario che erano ormai prescritte e che sono costate provvedimenti penali sia per Luigi Crimaco, ormai ex direttore amministrativo oggi senza incarichi, che nei confronti di 265 dipendenti per concorso in truffa e peculato ai danni dello Stato.

Al manager sono stati sequestrati «per equivalente» un fabbricato a Pozzuoli nell'area Flegrea, tre immobili e altrettanti terreni nel comune di Lugnano in Teverina vicino a Terni, per un valore stimato di circa 700.000 euro, l'equivalente della truffa consumata in danno dell'Ente Scavi.

 

Gli scavi di Pompei sono al centro delle cronache nazionali per una serie di crolli che hanno coinvolto alcune dimore patrizie, così sulla questione dei corsi è intervenuto anche il ministro ai Beni culturali Sandro Bondi: «In relazione alla nuova inchiesta della Procura di Torre Annunziata - ha detto il ministro -, desidero rinnovare la fiducia nell'operato della magistratura e, fino alla conclusione delle indagini, salvaguardare l'innocenza dei funzionari e delle persone coinvolte. Tuttavia, non posso non rilevare, anche sulla base di queste nuove rivelazioni, risalenti al 1996, come la gestione della sovrintendenza di Napoli e Pompei fosse difficile. E come il tentativo da parte del Pd e del partito di Di Pietro di addossare al sottoscritto ogni responsabilità sia immotivato e politicamente disonesto» .

Durante le perquisizioni sono stati trovati ad ammuffire, in un deposito, centinaia di compiti scritti che non erano mai stati corretti. La Guardia di finanza di Torre Annunziata, al comando del colonnello Fabrizio Giaccone, ha eseguito il decreto di sequestro dei beni ieri mattina in seguito all'ordinanza del tribunale del Riesame. Il gip aveva infatti rigettato la richiesta della Procura perché aveva ritenuto iniquo il sequestro a esclusivo carico del direttore amministrativo. Non così per il Riesame, in quanto Crimaco viene considerato il responsabile della truffa con la sola complicità dei 265 dipendenti.

 

.30-12-2010]

 

 

 

BUONI CONSIGLI (DI STATO) E CATTIVO ESEMPIO - UNA SENTENZA ANNULLA LA PENALE DA 7 MLN € AI CONCESSIONARI DELLE SLOT MACHINE - E ANCHE I 98 MLD CHIESTI DALLA CORTE DEI CONTI POTREBBERO ESSERE CANCELLATI (MA QUALCUNO HA MAI CREDUTO CHE LI PAGASSERO?) - PER I GIUDICI AMMINISTRATIVI NON CI SONO STATI DANNI PER LA P.A. - UNA SENTENZA DESTINATA AD AVERE RIPERCUSSIONI ANCHE SUL PROCEDIMENTO DELLA CORTE DEI CONTI

Ferruccio Sansa per "Il Fatto Quotidiano"

 

Una sentenza del Consiglio di Stato che annulla una penale da 7 milioni di euro. È passata quasi inosservata nel mare di decisioni prese dalla magistratura amministrativa. Ma potrebbe cancellare i 98 miliardi che la Procura della Corte dei Conti ha richiesto alle società concessionarie delle slot machine. La decisione sulla penale più grande mai richiesta dalla magistratura contabile italiana arriverà dopo l'estate.

L'opinione pubblica ha seguito tutta la vicenda sulle pagine del Fatto, del Secolo XIX, nelle inchieste di Striscia la notizia e sul blog di Beppe Grillo dove sono piovuti migliaia di messaggi. Ma la sentenza del Consiglio di Stato è stata salutata come un trionfo dai padroni delle slot.

Per capire perché bisogna leggere tutte le 25 pagine. I magistrati hanno accolto il ricorso di BPlus Gioco Legale Ltd e hanno annullato le penali delle nuove slot irrogate dai Monopoli di Stato nel 2008.

 

Tutto parte dal ritardo contestato nell'avvio della rete delle slot che avrebbe provocato, secondo l'accusa, un danno ai Monopoli. Una vicenda complessa, che si è divisa in una miriade di giudizi, ricorsi e controricorsi, dal Tar fino alla Corte dei Conti. La sentenza del Consiglio di Stato, come ricorda l'agenzia specializzata Agicos, "riguarda solamente le penali, per la precisione il secondo conteggio, quello basato sugli atti integrativi delle convenzioni di concessione siglati nella primavera del 2008 che hanno reso più favorevoli i parametri per il conteggio delle pena-li".

BPlus (una volta si chiamava Atlantis) è la compagnia con il maggior numero di apparecchi installati. Ad essa i Monopoli avevano contestato penali per circa 7 milioni di euro (ma la Corte dei Conti aveva parlato di 31 miliardi).

 

Il Tar aveva confermato le penali. Ma ecco la decisione di appello del Consiglio di Stato. Il passaggio chiave: "Con riferimento alle violazioni più gravi imputate" alle società concessionarie, "cioè al mancato collegamento di apparecchi entro il 31 dicembre 2004, va condivisa la tesi... secondo cui occorre tener conto delle modifiche alla Convenzione (tra concessionari e Monopoli, ndr)" intervenute successivamente.

È il nodo della questione: la nuova Convenzione. Quella che per le concessionarie è l'ancora di salvezza e che per i critici invece è sempre parsa un colpo di spugna voluto da tutti, partiti compresi, per cancellare decine di miliardi di penali previste per le concessionarie. La nuova disciplina deve essere applicata anche a violazioni precedenti? In materia penale le leggi più favorevoli sono retroattive. Ma qui siamo in un ambito completamente diverso, parliamo di contratti e convenzioni.

 

I legali delle concessionarie cantano vittoria: "Una sentenza ottima che chiude in maniera tombale la questione. Il Consiglio di Stato afferma che i ritardi non hanno causato danni alla pubblica amministrazione. Una sentenza destinata ad avere ripercussioni anche sul procedimento della Corte dei Conti''.

Ma è davvero il preannuncio che le casse pubbliche devono dimenticarsi i famosi 98 miliardi? No, perché il giudizio della Corte dei Conti si basa anche su altri atti e perizie, non sempre favorevoli alle concessionarie. Certo, però, che la sentenza del Consiglio di Stato offre una via di uscita che i magistrati contabili potrebbero scegliere di seguire.

30-12-2010]

 

 

MORTE A TUTTA BIRRA - LA MODELLA ADRIENNE MARTIN MORTA NEL BAGNO DI AUGUST BUSCH IV, MILIONARIO PLAYBOY E RE DELLA BUDWEISER - FORSE PER COLPA DI UNA RARA MALATTIA CARDIACA. MA PERCHÉ ASPETTARE 45 MINUTI PER CHIAMARE LA POLIZIA? IL PASSATO DI SANGUE DEL RAMPOLLO E DELLA SUA FAMIGLIA: L’EX LASCIATA A MORIRE DOPO UN INCIDENTE, L’INVESTIMENTO DI 2 POLIZIOTTI (CREDEVA FOSSERO RAPITORI), IL SUICIDIO DEL NONNO, LO ZIO CHE AMMAZZA L’AMICO ‘BUTTANDO LA PISTOLA SUL LETTO’

Glauco Maggi per "La Stampa"

Giallo di Santo Stefano a Saint Louis, nel Missouri. La polizia vuole capire perché siano passati tre quarti d'ora dal momento della morte di Adrienne, domenica alle 12 e 30, alla telefonata d'allarme al 911 del fidanzato che stava con lei, alle 13 e 12. Troppo tempo. Il ritardo nel chiamare i soccorsi genera sempre qualche sospetto, ma stavolta ci sono le personalità dei protagonisti a gonfiare la curiosità investigativa degli inquirenti e il gossip della gente.

 

Adrienne Martin, giovane modella nativa-americana di 27 anni, capelli lunghi scuri e viso affilato da Pocahontas, era fidanzata da un anno con August Busch IV, 46 anni, maturo playboy dai trascorsi controversi, «normale» successo negli affari ma scapestrato nella vita privata. Dopo aver scalato dagli Anni 80 i gradini della carriera interna nel birrificio di famiglia, la ditta AnheuserBusch, fino a diventarne Ceo nel 2006, due anni dopo ne aveva ceduto il controllo agli europei della InBev, ottenendo un posto non operativo in consiglio d'amministrazione, 10,35 milioni di dollari di buonuscita e un vitalizio da 120mila dollari mensili.

 

Busch IV ha sempre avuto la fama di uno che cerca i rischi e l'avventura. Terry Ganey, coautore di una biografia non autorizzata sulla dinastia dei celebri birrai arrivati a controllare una quota del 50% del fatturato in America (con Budweiser e Bud Light) prima della vendita del 2008, ha ricordato le passioni spericolate di August: «Guidava motoscafi, motociclette, jet ed elicotteri, e partecipava ad attività sportive che avrebbero potuto procurargli danni fisici».

 

In passato, Busch IV aveva già avuto vissuto un'altra tragedia, che aveva coinvolto una sua fiamma. Era il 1983, lui aveva 20 anni e studiava all'Università dell'Arizona. Uscito da un bar di Tucson con la girlfriend Michele Frederick, 22 anni, l'aveva caricata sulla sua Corvette nera. La corsa in auto era però finita con uno schianto che aveva ucciso la giovane, mentre Busch fu ritrovato a casa sua solo quattro ore dopo, con la testa spaccata. Disse di non aver soccorso l'amica in preda all'amnesia provocata dalla botta al cranio, e dopo sette mesi di indagini gli inquirenti chiusero il caso per mancanza di prove.

 

Due anni dopo, August fu prosciolto da una giuria di Saint Louis dall'accusa di aver assalito due agenti. Nell'episodio rocambolesco era stato fermato dopo un inseguimento da parte della squadra narcotici della polizia, che lo aveva scambiato per uno spacciatore ed era riuscito a bloccarlo solo sparandogli a una gomma. Busch IV tentò anche di investire con l'auto gli agenti, ma fu assolto perché riuscì a convincere la giuria di aver agito temendo di essere vittima di un rapimento a scopo di riscatto da parte dei poliziotti in borghese.

Nell'area del Missouri attorno a Saint Louis la famiglia dei Busch è nota per l'impegno nella filantropia e nello sport (ex padroni dei Cardinals, baseball) ma anche per varie tragedie. Nel 1934 August Busch Senior, il presidente della compagnia, si uccise con un colpo di rivoltella.

 

E nel 1976 Peter Busch, figlio di August Busch Junior e ziastro di August Busch IV, sparò e ammazzò un amico, David Leeker. Si difese dicendo che il colpo era partito accidentalmente quando aveva buttato la pistola sul letto: si dichiarò colpevole di omicidio involontario e fu condannato a cinque anni con la condizionale.

L'ultima vittima della «maledizione dei Busch», Adrienne, sognava di sfondare come protagonista delle pubblicità della birra: «Sono stata alle sfilate di bellezza per molti anni e ora sento che voglio fare qualcosa di più: la modella! È solo l'inizio, non vedo l'ora di vivere il futuro eccitante che mi attende», aveva scritto nel suo profilo su iStudio, sito per aspiranti stelline.

 

Sposata dal 2002, un figlio di 8 anni e un divorzio alle spalle, la ragazza aveva fatto la cameriera nei ristoranti della catena Hooters, famosa per il personale di sala discinto e avvenente. Soffriva di sindrome del QT lungo, una rara anomalia cardiaca che predispone ad arresti cardiaci improvvisi. Di solito, sono le forti emozioni, l'iperattività fisica o sessuale e lo stress a provocare crisi irreversibili.

 

«Posso dire che non c'è assolutamente nulla di sospetto sulla sua morte, è la tragica e inaspettata fine di una giovane persona», ha detto ufficialmente, a nome della famiglia Busch, l'avvocato Art Margulis al St. Louis Post-Dispatch . Ma la parola fine sull'ultimo mistero dei Busch tocca anche questa volta a poliziotti e medici legali. [28-12-2010]

 

 

 

1 - LA CAMERA DEI DEPUTATI "RUBA" AI CONTRIBUENTI 46 MLN € L’ANNO IN AFFITTI, TRA SPRECHI, AFFIDAMENTI SENZA GARA, CONTRATTI TOP SECRET E CLAUSOLE CAPESTRO - 2 - PER QUATTRO EDIFICI NEL CENTRO DI ROMA, LOR SIGNORI SPENDONO UNA CIFRA TANTO ELEVATA CHE SAREBBE PIÙ CONVENIENTE ACQUISTARLI - 3 - LO SCANDALO DI PALAZZO MARINI: GLI UFFICI DI 235 DEPUTATI E TRE APPARTAMENTI CI COSTANO 320 EURO AL MESE PER METRO QUADRATO - 4 - QUANTA FORTUNA PER L’IMMOBILIARISTA ROMANO SERGIO SCARPELLINI, CHE DAL ’97 AD OGGI HA CONQUISTATO LA SIMPATIA DI TUTTO L’ARCO COSTITUZIONALE, LEGA COMPRESA

LA CAMERA "RUBA" 46 MILIONI L'ANNO IN AFFITTI...
Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Ecco l'Affittopoli della Camera dei deputati. Gli sprechi, i canoni irrisori, gli affidamenti senza gara, i contratti top secret , le clausole capestro. I dati «fantasma» su Montecitorio rivelati dal Giornale grazie anche alle difficili investigazioni dei radicali e del parlamentare Pdl Amedeo Laboccetta. Cominciamo dai canoni stellari, dunque. I gioielli più costosi del mercato immobiliare, è notorio, si trovano al centro della capitale. Ma quelli che valgono oro sono rintracciabili a metà strada tra piazza Colonna (dove si affaccia Palazzo Chigi) e piazza di Spagna.

 

Un esempio che rende l'idea? Palazzo Marini. È un grande stabile sulla centralissima via del Tritone. Buona parte dei suoi uffici - canone 2010 - sono stati affittati alla Camera per oltre 13 milioni di euro (per l'esattezza 13.269.346 euro). Lo spazio è ampio. Serve ad alloggiare gli uffici di 235 deputati, oltre a tre appartamenti di rappresentanza.

 

I locali appartengono alla società immobiliare Milano 90 di Sergio Scarpellini. Un partner affidabile per Montecitorio, visto che l'istituzione ha affittato dalla sua società non un solo stabile di queste dimensioni e con queste finalità istituzionali, bensì quattro. E nessuno con gara o avviso pubblico. Per un totale di 12mila metri quadrati.

Locali ovviamente chiavi in mano, cioè ristrutturati e arredati secondo il bisogno del locatario e forniti anche del personale di vigilanza, del servizio mensa e di assistenza ai piani. La Camera solo quest'anno spenderà più di 46 milioni di euro (stando ai dati del Bilancio di previsione 2010) per far alloggiare i suoi depu­tati in questi uffici. Forse spendere più di 3.850 euro l'anno al metro quadro (320 euro al mese) è una cifra piuttosto consistente. A nutrire questo sospetto sono stati alcuni parlamentari (Rita Bernardini dei radicali e Amedeo Labocetta del Pdl) che hanno chiesto lumi all'Ufficio di presidenza.

 

Non si sono limitati a questo; hanno osato chiedere addirittura la rescissione di questi contratti considerati troppo onerosi scontrandosi con i vertici burocratici e politici della Camera, che solo alla fine si sono dovuti arrendere, dando pubblicità ad atti finora mai resi pubblici. La cosa però è più complicata di quanto possa apparire anche a chi conosce bene i punti meno «battuti» del Codice civile (dove peraltro è scritto che i contratti di affitto per locali ad uso professiona­le possono sempre essere di­sdetti da parte del locatario).

 

La Camera ha stipulato il primo dei quattro contratti nel '97. Il cosiddetto «Marini 1» impegna le parti per un periodo di «9 più 9» anni. Il 21 settembre scorso, però, l'aula di Montecitorio, durante la lettura, la discussione e l'approvazione del Bilancio di previsione del 2010, è riuscita a far passare la rescissione del contratto.

 

Dal 2012 gli oltre 200 deputati che hanno l'ufficio in via del Tritone dovranno cercarsi una nuova sistemazione. Questo è stato possibile perché il «Marini 1» è l'unico dei quattro contratti che non prevede una clausola che vincola il locatario al rinnovo automatico. Un vincolo davvero insolito. Che non è presente nemmeno nel contratto del cosiddetto «Marini 2» (immobile di via Poli 14/20).

 

Infatti è in una lettera redatta e spedita sei mesi dopo la firma del contratto che viene scritta nero su bianco la rinuncia alla disdetta anticipata della locazione. Il contratto è stato redatto nel luglio del '98. E il 17 dicembre il Servizio amministrazione della Camera dei deputati spedisce alla Milano 90 una lettera in cui si scrive tra l'altro: «La presente Amministrazione rinuncia formalmente alla facoltà di recesso anticipato, contrattualmente riconosciutale a far da­ta dall'inizio del decimo anno di rapporto».

 

Non è casuale la specifica del «decimo anno» visto che nei contratti c'è scritto che la disdetta non è possibile fino al decimo anno (il primo del rinnovo automatico). La Camera dei deputati, quindi, rinuncerà agli uffici di via del Tritone ma non si libererà dei contratti che la legano alla Milano 90 per gli immobili denominati «Marini 2», «Marini 3» e «Marini 4».

Contratti stipulati tra il '98 e il 2000 e che quindi vedranno la loro validità esaurirsi non prima del 2016. Secondo un calcolo approssimativo (in virtù del fatto che ogni anno gli importi dei canoni variano perché soggetti all'indicizzazione Istat), alla fine la Camera dei deputati avrà versato nelle casse della «Milano 90» oltre 540 milioni di euro nel corso di 23 anni. «Secondo questo calcolo - spiega l'onorevole Laboccetta, che insieme con la Bernardini (Pr) ha sollevato il problema dei costi di questi immobili - con la stessa cifra e per la stessa metratura è come se la Camera avesse acquistato immobili per un prezzo che oscilla tra 41.600 ai 50mila euro al metro quadrato».

 

Non proprio a prezzi di mercato (che nella zona del Tritone come in tutto il centro storico si aggirano al massimo sui 10mila euro al metro quadro). Insomma il locatario (in questo caso la Camera dei deputati) non ha badato a spese e non ha nemmeno sottilizzato su un fattore tutt'altro che secondario.

Al momento di prendere in affitto i locali del cosiddetto «Marini 1» (il già citato palazzo su via del Tritone) il proprietario non sarebbe stato in condizioni di concedere il affitto i locali per uso ufficio. La destinazione d'uso era un'altra. Insomma la Camera affitta a prezzi piuttosto fuori mercato e non trova nulla da ridire sul fatto che quegli stessi locali non potrebbero nemmeno essere affittati come uffici.

 

Al problema si rimedia in sede di contratto. L'articolo 14 al punto 1 spiega che «la conduttrice Camera dei Deputati dichiara di essere edotta dell'attuale de­stinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della locazione».

Al punto 2 dello stesso articolo si va ben oltre. «La Camera dei deputati - è scritto - attiverà, entro e non oltre giorni 15 dalla data della sottoscrizione apposta in calce, ogni necessaria procedura di legge per conseguire il cambio di destinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della locazione».

 

Solitamente dovrebbe essere il proprietario a impegnarsi alla modifica della destinazione d'uso e non l'affittuario. Secondo quanto ricostruito dal Giornale, il Municipio I non ha subito concesso il cambio di destinazione d'uso. Questo è stato poi assicurato direttamente dagli ufficio del Campidoglio (il sin­daco di allora era Francesco Rutelli).

QUEL PALAZZINARO ROMANISTA SEMPRE IN AFFARI CON LA POLITICA
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

Del «sor Sergio», come a Roma chiamano il costruttore Sergio Scarpellini (classe 1937), si sono occupati un po' tutti, dagli inviati dei grandi giornali al Romanista per finire ai segugi di Reporter. Lui, titolare di un piccolo impero immobiliare, controllato da alcune società finanziarie, non ama troppo mettersi in mostra. Al contrario vanta un basso profilo piuttosto insolito nella genìa romanesca.

Nei primi anni Novanta la sua società immobiliare navigava in acque difficili (per non dire tempestose). Erano gli anni della crisi del mattone. Come già riportato dal nostro giornale (16 giugno 2007), la società Milano 90, controllata del gruppo Scarpellini, chiuse il peggiore bilancio della sua storia nel '95 con perdite di oltre 12 miliardi di lire. Tanto che il Banco di Napoli aveva avviato un'istanza di fallimento nei confronti della capofila Immobilfin srl. È stato forse il punto più difficile della carriera del «sor Sergio».

 

Poi le cose cambiarono, grazie anche al ritorno in auge del mattone come migliore investimento anticrisi. Il punto di svolta è il '97 con la firma del primo contratto di affitto in favore della Camera dei deputati (allora presieduta da Luciano Violante dei Ds). Nelle pagine della Casta di Rizzo e Stella un capitolo è dedicato proprio al coup de foudre tra Scarpellini, descritto come palazzinaro e proprietario di una delle più grandi scuderie italiane, e Montecitorio.

È l'inizio di una grande amicizia tra il costruttore e la politica. Un rapporto forte e intenso, ma trasparente. Un'amicizia capace di vincere anche le iniziali diffidenze degli ultimi arrivati nello scenario politico: i parlamentari della Lega Nord.

Scarpellini è infatti un munifico sostenitore. A 360°, però. E tutto alla luce del sole, con tanto di ricevute e dichiarazioni pubbliche. Consolidato il ménage con la Camera, la liquidità in cassa aumenta e il gruppo Immobilfin può iniziare a fare «shopping». Nel suo portafoglio entrano anche i terreni della Romanina e quelli della Monachina (130 ettari) dove dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma, il cui progetto è stato approvato in maniera bipartisan nel settembre del 2009 da Piero Marrazzo (presidente della Regione Lazio) e Gianni Alemanno (sindaco di Roma).

Insomma, il rapporto con la politica di Scarpellini è schietto e soprattutto trasparente. Ma non privo di insidie. A cominciare dal già citato contratto per il «Marini 1» che la Camera ha deciso di rescindere. Intervistato il 13 ottobre scorso dal Sole24Ore, l'immobiliarista non si scompone: «Non credo che la Camera scinderà il contratto. E anche se lo facesse, affitteremo quell'immobile ad altri clienti». E sul fatto che i contratti dei quattro immobili siano stati fatti a trattativa privata, senza evidenza pubblica, Scarpellini tira fuori la complessità del servizio fornito. «Il global service chiavi in mano - spiega l'immobiliarista - è parte essenziale dell'accordo, con vantaggi per la Camera: confrontando i costi del contratto global service con quelli che la Camera avrebbe sostenuto aderendo alla convenzione Consip, Montecitorio ha risparmiato in 12 anni oltre 67 milioni.

Per non parlare dei costi che la Camera dovrebbe affrontare se al posto dei miei 400 dipendenti con contratto alberghiero utilizzasse suo personale. Un commesso della Camera guadagna almeno tre volte di più». Il costruttore ha un solo rimpianto: proprio la politica. Se avesse quindici anni di meno scenderebbe in campo, confessa al cronista del foglio economico. Mentre Dagospia sostiene che il suo ultimo flirt è con la nuova creatura di Fini, dandolo come spettatore attento durante la convention di Futuro e libertà di Bastia Umbra del 7 novembre scorso.

 27-12-2010]

 

 

#1- “IO SONO UNO DEI POCHI CHE NON HA MAI CHIESTO NÉ UNA LIRA NÉ UN AIUTO A BERLUSCONI” - #2- BOSSI È CERTO CHE NON C'È MAI STATO NESSUN PATTO CHE LEGA LA LEGA E SILVIO? - #3- LA SOTTILE STRISCIA DEI SOLDI LEGHISTI DAL SALVATAGGIO DELLA BANCA PADANA (BY FIORANI) AL MISTERO DEI 70 MLD CON CUI IL PUZZONE SI GARANTÌ LA FEDELTÀ DI BOSSI - #4- “BALLE SPAZIALI” PER IL SENATUR. MA I SOLDI PER LA LEGA QUALCUNO LI HA TIRATI FUORI - #5- DEL CARROCCIO SAPPIAMO QUASI TUTTO, STORIA, POLITICA, IDEOLOGIA, PASSIONI, INTEMPERANZE... LE SUE FINANZE RESTANO PERÒ UN OGGETTO IN GRAN PARTE MISTERIOSO. SU QUESTO SFONDO OPACO, NON È DUNQUE COSÌ STRANO CHE POSSANO ATTECCHIRE LE LEGGENDE DI PATTI SEGRETI CHE LEGANO PER LA VITA IL SILVIO E L’UMBERTO -

 

Gianni Barbacetto per "Il Fatto Quotidiano"

"Io sono uno dei pochi che non ha mai chiesto né una lira né un aiuto a Berlusconi".

Le parole dette il 20 marzo da Umberto Bossi, sul palco della "festa dell'amore" in piazza San Giovanni a Roma, risaltano di più oggi, dopo che la Lega è diventata l'azionista più forte del centrodestra: il Carroccio è ormai il 31 per cento dell'alleanza, un terzo dello schieramento. Adesso alza il prezzo, sa che può chiedere di più.

È iniziata "la battaglia più insidiosa", come la chiama Ignazio La Russa: quella interna al centrodestra. Ma fino a che punto Bossi può tirare la corda? Il patto tra Umberto e Silvio è destinato a durare? E che tipo di patto è?

IL PATTO. Nasce nei primi mesi del 2000. Prima, la Padania, il quotidiano della Lega, chiamava Berlusconi "il mafioso di Arcore". E pubblicava con grande evidenza (era l'agosto 1998) dieci domande sull'odore dei soldi e sulle imbarazzanti relazioni siciliane del fondatore di Forza Italia. Con il nuovo millennio, il clima cambia. Bossi e Berlusconi siglano un patto di ferro che li porterà al trionfo elettorale del 2001. "L'accordo potrebbe essere raggiunto in tempi brevi. Si può dire che è stato raggiunto, in parte è già scritto", dichiara Bossi a Repubblica già il 27 gennaio 2000.

"Ma lo avete depositato del notaio, come scrive qualcuno?", gli chiede l'intervistatore. Il leader della Lega nega: "A che cosa serve il notaio in politica? Sono cose da matti, invenzioni fantasiose". Eppure la notizia dell'esistenza di un patto scritto, depositato da un notaio, circola da subito. E arriva dall'interno della Lega. Qualcuno favoleggia di un accordo con una parte anche finanziaria: debiti appianati, bilanci risanati. "Cose da matti, invenzioni fantasiose", come dice Bossi.

Qualche anno dopo, si saprà che all'esistenza di quel patto scritto credeva anche la security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli, che lo ha cercato a lungo. Quando nel 2007 arrestano un collaboratore di Tavaroli, il giornalista di Famiglia cristiana Guglielmo Sasinini, tra i documenti che gli sequestrano ci sono anche appunti sul presunto patto Berlusconi-Bossi: "In quel periodo pignorata per debiti la casa di Bossi".

E poi: "70 miliardi dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà". "Debiti già ripianati con 70 mld". E ancora: "Notaio milanese?". Segue anche il nome "Tremonti", senza però alcun dettaglio né legame con il presunto accordo. Bossi non si scompone: "Figurarsi! Una balla spaziale. Berlusconi è uno che non tira fuori un soldo nemmeno per pagare i manifesti elettorali... figurarsi se tira fuori dei soldi per la Lega!".

L'AMICO FIORANI. Ma i soldi per la Lega qualcuno li ha tirati fuori. E ne è restata traccia. È Gianpiero Fiorani, il banchiere della Popolare di Lodi che nel 2005 guida gli assalti dei furbetti del quartierino. È lui che salva la Lega arrivata a un passo dalla bancarotta.

Mai stati gran finanzieri, quelli del Carroccio. Nel 1998 una decina di leghisti di spicco, tra cui il tesoriere Maurizio Balocchi e l'ex sottosegretario Stefano Stefani, investono in un villaggio turistico in Croazia che si rivela un flop e finiscono diritti dentro un'inchiesta per bancarotta fraudolenta.

Fanno peggio quando cercano di diventare banchieri. S'inventano la Credieuronord, un piccolo istituto di credito messo su nel 2000. Primo nome: Credinord. "Ci hanno fatto cambiare nome, pazienza se ci è toccato mettere di mezzo l'euro, l'importante è che sarà una grande banca", dichiara un Bossi pieno di speranza. Poi comincia una struggente campagna di proselitismo, che chiede ai militanti leghisti di mettere mano al portafoglio per contribuire al successo della nuova "banca padana".

Vengono aperti un paio di sportelli a Milano e uno a Treviso, ma dura poco. Fidi importanti vengono concessi, senza troppe garanzie, a pochi clienti eccellenti, tra cui la moglie dell'ex calciatore Franco Baresi. Finanziamenti facili sono concessi alla Bingo.net del tesoriere della Lega Maurizio Balocchi. In breve: Credieuronord collassa. E conquista il record di essere l'unica banca al mondo che in soli tre anni riesce a perdere quasi per intero il capitale sociale. Le azioni pagate 25 euro l'una alla fine dell'avventura crollano a 2,16 euro. Bruciati oltre 10 milioni.

I capi leghisti rischiano, con la bancarotta, di rimetterci la faccia e magari anche i patrimoni. Ma arriva il salvatore: Gianpiero Fiorani. Dieci anni prima era stata la sua Banca popolare di Lodi a concedere alla Lega il mutuo che aveva permesso al partito di comprare la sede di via Bellerio a Milano. Nel 2004, con la regia del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, compra Credieuronord e annega i debiti della banchetta leghista nell'accogliente pancia della Popolare di Lodi.

Erano clienti di Credieuronord, nonché leghisti convinti e sostenitori di Bossi, anche i fratelli Angelino e Caterino Borra, grandi collezionisti di armi, ritrovate in enormi e misteriosi capannoni in provincia di Pavia. I Borra sono i proprietari della storica Radio 101, l'ex Radio Milano International, one-o-one: la loro emittente precipita nel buco nero di un crac. Aggravato dal fatto che, per tentare di far quadrare i conti, Caterino Borra e la sua compagna Carmen Gocini, curatrice fallimentare per il Tribunale di Milano, sottraggono 35 milioni di euro alle aziende affidate dal Tribunale a Gocini e li riciclano in parte proprio attraverso la banca della Lega.

Brutte storie, le storie di soldi delle Lega. Del Carroccio sappiamo quasi tutto, storia, politica, ideologia, passioni, intemperanze... Le sue finanze restano però un oggetto in gran parte misterioso. Su questo sfondo opaco, non è dunque così strano che possano attecchire le leggende di patti segreti che legano per la vita il Silvio e l'Umberto. "Cose da matti, invenzioni fantasiose": parola di Bossi.

[01-04-2010]

 

 

 

LOBBY BANCARIA ALLA RIVALSA SU VOLCKER...
G.Ve. per il "Sole 24 Ore" - L'equilibrio non è semplice. Perché Barack Obama può imporre al sistema bancario nuovi vincoli al trading proprietario, può tassare gli istituti per «recuperare fino all'ultimo centesimo» speso nei salvataggi del 2008-2009, ma - insieme al consenso dei contribuenti - l'amministrazione Obama deve gestire anche il problema dei collocamenti di Treasury bond. La lobby delle banche sta aumentando la pressione contro i limiti al trading proprietario voluti dal consulente della Casa Bianca, Paul Volcker. Nel dettaglio, l'oggetto del contendere è la definizione più o meno ampia di "proprietary trading" che darà il Congresso. La minaccia è chiara: se passasse una stretta al trading ci sarebbero problemi a collocare i Treasury. Un rischio che il Tesoro Usa, con 4 mila miliardi di dollari di obbligazioni in arrivo nei prossimi mesi, non può sottovalutare.

 

 
[22-02-2010]

 

 

 

LA MADDALENA TROMBATA - DAL G8 AL G NENTE, IL FLOP CI È COSTATO 300 MLN€ - DOPO GLI INVESTIMENTI BERLUSCONICI CI SONO ZERO POSTI DI LAVORO - LE OPERE CHE DOVEVANO FAR DECOLLARE L´ECONOMIA DELL'ISOLA SON DIVENTATE UN AFFARE PER HAPPY FEW - CHI CI HA SPECULATO? - COME È ANDATA DAVVERO L´ASSEGNAZIONE DELLE GARE?...

Paolo Berizzi e Fabio Tonacci per "la Repubblica"

C´era una volta l´isola che doveva essere e non è più. C´è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all´Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l´abbandono, l´incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?

LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell´ex Arsenale e nell´ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l´unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l´altra, l´hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere.

Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse "incompiute" nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini.

Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell´isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell´imbarazzo di molti?

DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell´Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile , i lavori alla Maddalena) la scena sull´isola "scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante.

Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell´ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un´area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. «Dopo il danno la beffa, e ora i danni», chiosa l´assessore provinciale all´ambiente Pierfranco Zanchetta.

TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell´albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L´acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù.

Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell´ex Arsenale militare - tra un po´ si avrà traccia solo sull´ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all´ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici "navali" di Luca Cittadini.

Pareti scrostate per l´umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell´hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. «Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne» dice Pio Palazzolo, memoria storica dell´isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.

L´ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c´è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della "Casa sull´acqua" - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall´architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell´ex Arsenale, costo, comprensivo dell´area delegati, 52 milioni e 100. «Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono», ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - «per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese... Com´è la situazione adesso?».

Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell´Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall´aggettivo «affascinante» usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort.

A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell´umidità. Poi c´è la "stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l´aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne.

CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? «Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com´era stato pensato», dice ancora Boeri, «ottimista» ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l´opera che davvero preoccupa di più, è l´ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso.

Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all´acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un´opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l´hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto.

«A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l´assessore Zanchetta - e che c´era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace». Intanto è cresciuta l´erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po´ la Casa bianca. C´è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il "pacco" dell´hotel e levare le castagne dal fuoco?

«La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell´ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione».

CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. «Volevamo rilanciare quest´isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l´ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città». E se invece andasse male, visto che l´aria non sembra delle più elettrizzanti? «Non ci voglio nemmeno pensare.

Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte». Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all´Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d´amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l´Arsenale. Dice Soru: «Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l´Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile».

CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l´assegnazione della gestione dell´Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna.

Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l´anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all´Aquila). Che cosa ci faranno ancora all´Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). «Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto», promette il manager Vasco De Cet.

DUBBI DA CHIARIRE
C´è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l´assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un´indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell´arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell´800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.

ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c´è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell´Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort.

Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. «Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente». Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l´acqua sotto i piedi. «Questo è il mio G8».

[29-01-2010] 

 

 

ZAC! ZAC!, COME TI TAGLIO I GIORNALI – IL GRANDE CARROZZONE DELLA STAMPA A SPESE DEI CONTRIBUENTI TEME LA MANNAIA DEI TAGLI ALL'EDITORIA – LA FNSI VEDE CONCRETIZZARSI L’INCUBO DI CENTO TESTATE CHIUSE E MIGLIAIA DI GIORNALISTI DISOCCUPATI - IL SEN. MURA (LEGA), GIÀ AMMINISTRATORE DELLA PADANIA, RASSICURA: “C’È UN IMPEGNO DEL GOVERNO”…

Franco Adriano per "Italia Oggi"

Bilanci in sospeso in assenza della certezza delle risorse future. Banche che bloccano le linee di credito finché gli amministratori delle imprese editoriali non si presentano con in mano la lettera firmata dal dipartimento dell'editoria. È suspense sul promesso e finora mancato rientro dai tagli all'editoria, che potrebbe portare cento testate giornalistiche a chiudere i battenti e più di quattromila tra giornalisti e poligrafici a perdere il posto di lavoro.

Ieri, l'Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) con Mediacoop, Articolo21 e i cdr dei giornali cooperativi, non profit e di partito, ha convocato un'assemblea per valutare le conseguenze dei tagli all'editoria dettati da una norma dell'art.2 (ex 53 bis) della legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi alla editoria.

 

Il punto è che il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, con delega all'Editoria, Paolo Bonaiuti, si erano esplicitamente impegnati in sede di Finanziaria a risolvere il problema all'interno di un successivo provvedimento, come per esempio il decreto Milleproroghe. Ma fino a oggi l'impegno non è stato ancora rispettato.

La Fnsi sostiene che «il ripristino del diritto soggettivo è indispensabile per garantire le certezze necessarie per una corretta gestione aziendale e consentire agli amministratori delle società di programmarne le scelte». Un problema non rinviabile nella fase di preparazione dei budget annuali. Senza il diritto soggettivo, infatti, si rende incerto l'ammontare dei contributi, non è possibile appostarli nei bilanci aziendali, né è possibile redigerli e certificare, determinando gravissime difficoltà finanziarie, perché l'erogazione dei contributi viene effettuata alla fine dell'anno successivo a quello di riferimento.

 

Ma a che punto è la situazione? Davvero il governo intende restare fermo operando una stretta su un settore a così forte impatto mediatico in piena crisi economico-finanziaria? Inevitabilmente, ieri, gli occhi dei partecipanti all'assemblea Fnsi sono rimasti puntati sul senatore della Lega Nord, Roberto Mura, componente della commissione Comunicazione e trasporti del Senato, ma soprattutto ex amministratore delegato della Padania, dunque nella duplice veste di esponente della maggioranza e interessato al mantenimento delle provvidenze.

 

«Non voglio dire che sono qui per tranquillizzarvi», ha detto Mura, «né posso parlare a nome del governo, ma di certo un impegno c'è stato e mi è stato ribadito dai miei referenti nel governo». Quale sarà il provvedimento legislativo che verrà utilizzato? Nessuna soluzione è da scartare, secondo Mura. «Se c'è il via libera politico, anche un emendamento al Milleproroghe può andare bene». A questo punto occorre aspettare ancora qualche giorno.

Il presidente della Fnsi, Roberto Natale, ieri ha di nuovo gridato: «Non accetteremo il metodo della liste dei buoni e dei cattivi calata dall'alto» pur avendo ricordato, in polemica con la volontà di rigore del governo, «che da anni la Fnsi denuncia che le regole attuali accomunano giornali di partito veri e giornali di partito inventati, testate vere e testate finte».

Intanto, ieri, tra maggioranza e opposizione si sono affacciati nuovi motivi di polemica. Il senatore del Pd, Vincenzo Vita, ha accusato il vice-ministro Paolo Romani di voler accomunare l'Italia alla Cina e all'Iran con la formalizzazione di una proposta «liberticida» per la rete internet in Italia. Tra gli argomenti trattati in assemblea anche la necessità di intervenire sulla spartizione della torta della pubblicità attualmente troppo a sfavore della carta stampata.

[14-01-2010]  

 

 

UNIVERSITA'- QUESTIONE DI VALORI...
Cinque anni fa, l'intitolazione dell'aula magna della Lumsa a Emilia Valori aveva lasciato di stucco più di un docente dell'università cattolica di Roma. La madre di Giancarlo Elia Valori, un tempo boiardo di Stato e oggi rappresentante della spagnola Abertis in Italia (parcheggi e autostrade), aiutò tanti ebrei a salvarsi dai nazifascisti e per questo è ricordata nel Giardino dei Giusti.

Oltre ai rapporti in Vaticano, però, Elia Valori è noto per la sua trasversalità e per aver fatto parte della Loggia P2, dalla quale Licio Gelli lo espulse per eccesso d'intraprendenza. Nonostante la targa dorata 'Aula Emilia Valori' sia sempre al suo posto, ultimamente l'organizzazione della Lumsa ha ripreso a chiamare l'aula 'Giubileo', anche nei cartoncini degli inviti ai convegni. Ripensamento o scarsa gratitudine nei confronti di chi aveva probabilmente sottoscritto una generosa donazione? (F.B.

29.12.09

 

Servizi, servizietti e servizioni! - L'ombra di Silvio e l'intreccio occulto che lega Don Verzé e Pollari: il “raffaeliano” Pio Pompa teneva i contatti tra i due mondi, i suoi report realizzati con spioni al soldo del Sismi riferivano dell'attività dei magistrati anti Berlusconi - I suggerimenti di Pompa per le nomine (Ferruccio Fazio) e per gli acquisti in comproprietà San Raffaele/Sismi per "centri studi" (nome in codice degli uffici Sismi) - “Pompa riferiva anche degli incontri riservati dei magistrati con giornalisti e politici”…

Marco Lillo per "Il Fatto Quotidiano"

 

Un gruppo di mitomani convinti di far parte di una setta di buoni ed eletti che doveva fronteggiare il male come nei film di Harry Potter. A leggere le carte finora segrete del covo di via Nazionale, l'ufficio segreto del servizio militare Sismi, allora diretto da Nicolo Pollari, c'è davvero da rabbrividire. Finora erano stati pubblicati .dai giornali alcuni estratti delle decine di faldoni sequestrati dalla Digos di Milano nel 2006.

"Il fatto quotidiano" ha visionato le migliaia di pagine dell'inchiesta e da oggi comincia a pubblicare una serie di articoli che provano a tracciare un primo quadro dell'attività del servizio deviato che ha operato in Italia dal 2001 al 2006. Gli appunti sequestrati a Pompa dimostrano la sua ossessione per i magistrati.

 

Dopo l'insediamento del Governo Berlusconi nel 2001, grazie alle sue fonti sparse per gli uffici giudiziali, era in grado di controllarne le mosse. Impressionante un suo report del 2001. "da fonte certa nella giornata di sabato 11 agosto 2001 si è avuta notizia dell'acquisizione da parte dei magistrati inquirenti di un elemento di prova circa la collusione tra persona politica di primissimo piano (Silvio Berlusconi Ndr) e un magistrato relativamente al processo SME, appellato in Cassazione.

Tale elemento di prova va riferito al manoscritto, depositato agli atti dal magistrato in questione, che nel giorno successivo al deposito veniva affiancato da una copia dattiloscritta la cui redazione dopo apposita inchiesta interna non risulta avvenuta come di regola presso gli uffici giudiziari".

 

Pompa, in un italiano contorto, sta girando ai suoi capi una presunta "notizia bomba" su Berlusconi. Allora il premier era indagato con l'accusa di avere corrotto i giudici della contesa sulla cessione della Sme-Buitoni negli anni ottanta.

 

Da questa accusa il Cavaliere sarà assolto con formula piena solo nel 2007 ma allora il caso lo preoccupava molto. Pompa monitorava la questione e scriveva nel suo report (probabilmente diretto a Nicolo Pollari, allora numero due del Cesis, l'organismo di coordinamento dei servizi) di avere saputo che i pm milanesi avevano trovato una sorta di "prova regina" contro Berlusconi: un documento manoscritto trovato negli atti del vecchio processo SME dal quale si capiva che un giudice non era stato il vero autore della sentenza Sme di allora, scritta in realtà da un legale amico.

Scriveva Pompa nel 2001 : "Pertanto si ritiene che tale documento (quello trovato dai pm milanesi Ndr) possa essere stato dattilo-. scritto, in periodo precedente al deposito, altrove e più precisamente presso l'ufficio di un noto avvocato anch'esso coinvolto nell'inchiesta". Pompa, con il suo appunto, probabilmente riferisce a Pollari perché il suo capo riferisca al grande capo di tutti: 11 presidente indagato. In quel periodo Pompa è solo un consulente, ben retribuito da Pollari, e cerca in tutti i modi di convincerlo ad assumerlo.

 

Non tutte le informazioni che veicola sono buone. E magari questa sul caso Sme è imprecisa. Ma non è questo il punto. Il dato inquietante è che un consulente di un servizio segreto lavora per ostacolare la magistratura nel suo controllo di legalità sul Governo. Nello stesso report si parla anche del ministro Franco Frattini.

Scrive Pompa: "un ultimo elemento informativo attiene ai contatti avuti dall'ex funzionario dei servizi, dottore Vincenzo Chianese (tradotto in carcere qualche giorno fa) con l'onorevole Franco Frattini. Tali contatti telefonici sono stati intercettati e risultano ora agli atti della magistratura inquirente. Qualora fossero resi di pubblico dominio potrebbero determinarsi condizioni di forte imbarazzo essendo il Chianese coinvolto nell'ambito dell'inchiesta sui servizi deviati e l'onorevole Frattini ha sponsorizzato la candidatura di Orofino (il generale Giuseppe Orofìno, poi nominato vicedirettore del Cesis, l'organismo che allora coordinava i servizi Ndr) per il vertice del Sismi".

 

L'indagine "imbarazzante" per Frattini era coordinata da un giovane pm sconosciuto, tale Luigi De Magistris. Nulla sfuggiva a Pompa. Quando il pm Felice Casson, (poi eletto in Parlamento con il Pd) si occupa di un attentato firmato dalla sigla Nta a Venezia, Pompa scrive a Pollari: " nella giornata di venerdì 10 agosto 2001 ci è pervenuta notizia da fonte certa che Casson, titolare dell'indagine sull'attentato di Venezia, sta cercando con ogni mezzo di attribuire la tentata strage all'eversione di destra". Quando Gherardo Colombo chiede un fascicolo ai suoi collaboratori, Pompa lo segnala.

 

Così se un politico di sinistra come Massimo Brutti o una giornalista come Chiara Berie D'Argentine, vanno a trovare il giudice Edmondo Bruti Liberati. I pm per gli appunti di Pompa erano "bracci armati" di un'area " sensibile " da controllare e disarticolare. Quando vergava questi report Pompa lavorava per don Luigi Maria Verzé, il sacerdote ormai 89enne che ha creato un piccolo impero imprenditoriale anche grazie ai suoi potentissimi agganci con la politica.

 

Proprio il sacerdote amico di Berlusconi (che lo sta curando dai postumi della Madonnina) lo aveva presentato a Pollari. Questo ex dipendente della Sip che aveva tentato di fare l'imprenditore senza successo era diventato così il perno dei rapporti tra mondi, apparentemente lontani, come dovrebbero essere la Chiesa e i servizi segreti. In questa maionese impazzita che è il sistema di potere berlusconiano al governo da ormai un decennio, quei due mondi si incrociano e fanno affari insieme.

 

Lo dimostrano i documenti sequestrati a Pompa e diretti a don Verzé. Vi si parla di operazioni immobiliari per centinaia di milioni di euro con gli amici personali di Silvio Berlusconi come Renato Della Valle e poi ancora di centri scientifici congiunti tra i servizi segreti e il San Raffaele e di basi comuni della Cia e del Sismi.

Poco prima della nomina di Nicolo Pollari a capo dell'intelligence militare, Pio Pompa scrive a Don Verzé: "Caro presidente le invio un report inerente le iniziative sulle quali potremo intervenire con maggiore e puntuale efficacia immediatamente dopo la nomina dell'amico N.". Dove N. sta per Nicolò Pollari. E poi segue un elenco di sette "iniziative", come le chiama lui. Si va dalla nomina di un dirigente del San Raffaele (l'attuale viceministro alla salute Ferruccio Fazio) in una commissione ministeriale all'acquisizione di Palazzo Rivaldi a Roma.

 

Al riguardo Pompa scrive a don Verzé: "aggiungo inoltre l'interesse dell'organismo a cui è destinato N. (il Sismi di Pollari Ndr) per un utilizzo parziale tramite compartecipazione finanziaria finalizzato alla creazione di un "centro studio" (nome in codice degli uffici Sismi Ndr) in eventuale combinazione con il corrispondente Organismo Usa (gestione degli aspetti sensibili della Cabina di regia)".

 

In questa nota Pompa sembra proporre a don Verzé di comprare a Roma un palazzo da destinare, in parte con soldi pubblici, a sede congiunta dei servizi segreti italiani e americani. Poi si passa al punto tré: "Mostacciano: costituzione di un 'centro studi' (ancora! Ndr) utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco Biomedico (il centro studi del San Raffaele a Mostacciano, alla periferia di Roma Ndr).

Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del parco come prefigurato tra gli obiettivi da perseguire in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano". Anche in questo caso, Pio Pompa, nel 2001, prima della nomina di Pollari a capo del Sismi, sta descrivendo un'operazione che poi effettivamente anche se con modalità differenti, sarà portata avanti dal Sismi e dal San Raffaele.

 

Accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano, infatti, sorge una villetta che in quegli anni era di proprietà della Fondazione di Don Verzé e che, come ha raccontato Francesco Bonazzi in un articolo de "L'espresso" nel 2006, è stata affittata al Sismi per le sue attività segrete.

 

Preveggente, in quell'appunto sequestrato in via Nazionale e agli atti dell'inchiesta, Pompa allora scriveva che tutti gli affari in ballo, compreso il campus biomedico di Castel Romano (che poi sorgerà nel 2002 vicino a Roma sempre sotto l'egida di Don Verzé e con la benedizione di Berlusconi) erano legati alla nomina di Nicolo Pollari al Sismi e aggiungeva: "in tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall'amico N. con i vertici del Polo tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento e alla ricerca". La nomina di Pollari era funzionale a tantissimi altri affari.

Pompa scrive: "la crucialità di acquisire da parte di N. la direzione dell'importante organismo a lei ben noto per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e di sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione". E poi giù un elenco di dieci attività in Italia e una mezza dozzina all'estero.

Per i pm milanesi "l'attività che emerge dal contenuto di tali documenti sequestrati non appare in alcun modo riconducibile alle finalità e competenze istituzionali del Sismi". Ma al pm di Perugia Sergio Sottani, che ha ricevuto gli atti per competenza, .il presidente del Consiglio ha opposto il segreto di Stato. Il premier ha negato le informazioni chieste dal pm: "allo scopo di evitare danni gravi agli interessi individuati dall'articolo 39 comma 1 della legge". Cioè "l'integrità della Repubblica". Chiunque può giudicare se le attività di pompa, Pollari e don Verzé sono degne di questa tutela.

 

 

[30-12-2009] 

 

 

 

“PEDINATE SISSI, È ANTISOCIALISTA” – L’IMPEGNO MILITANTE CONTRO IL REGIME COMUNISTA DELLA DDR MISE ROMY SCHNEIDER NEL MIRINO DELLA STASI - I SERVIZI SEGRETI DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA APRIRONO UN FASCICOLO SULL’ATTRICE AUSTRIACA CON L’OBBLIGO DI SEGUIRLA OGNI VOLTA CHE ENTRAVA NELLA GERMANIA EST (E FORSE ANCHE FUORI)…

Danilo Taino per il "Corriere della Sera"

 

Diavolo d'una Stasi, non si lasciava sfuggire nessuna occasione. Spiava anche Romy Schneider, una delle attrici di lingua tedesca più affascinanti della storia del cinema. L'interprete, giovanissima, del film sull'imperatrice d'Austria Sissi era impegnata politicamente contro la tirannia dello Stato socialista della Germania dell'Est ( Ddr) e quindi la polizia speciale del ministero della Sicurezza del regime decise di metterla sotto controllo: sulla base di un' ordinanza del 1976, ogni volta che fosse entrata nel territorio della Ddr avrebbe dovuto essere pedinata e tutti i suoi movimenti e incontri essere registrati. Così avvenne fino al 7 giugno 1982, una settimana dopo la morte dell'attrice probabilmente per suicidio (non collegato all'attività della Stasi).

 

Il dossier riguardante Romy Schneider è stato rivelato ieri dal quotidiano popolare Bild e confermato dalla Birthler Behörde, l'autorità tedesca che cura gli enormi archivi della Stasi, chilometri di rendiconti dello spionaggio socialista.

L'attrice, nata a Vienna nel 1938 con il nome Rosemarie Magdalena Albach, entrò negli Anni Settanta nello Schutzkomittee Freiheit und Sozialismus, che si occupava delle libertà democratiche represse nella Ddr. Non una semplice aderente ricca e famosa che poteva finanziarne le attività: in qualche modo una militante.

La vita, sentimentalmente tormentata e negli anni successivi drammatica, l'aveva portata a frequentare ambienti intellettuali europei che si battevano per la libertà, fosse essa di destra o di sinistra, soprattutto tra Germania, Francia e Italia, dove girò numerosi film, dalla "Califfa" di Alberto Bevilacqua a "Ludwig" di Luchino Visconti.

In questo ambiente, aveva potuto fare proselitismo per la causa delle violazioni dei diritti civili nella Ddr: tra i nomi famosi che coinvolse, l'attore francese Yves Montand e lamoglie Simone Signoret. Erano anni di grandi battaglie ideologiche e la Stasi ritenne che l'attrice fosse un elemento antisocialista pericoloso da tenere d'occhio. Nel 1978, al suo fascicolo fu aggiunto l'ordine di seguirla e di annotarne i movimenti ogni volta che fosse entrata nella Germania dell'Est (e forse anche fuori da questa).

 

 

 

[22-12-2009]


 

 

DUE POLTRONE PER UNO – PARA PONZI PONZELLINI NON MOLLA IL VERTICE BPM E LA PRESIDENZA DEL GENERAL CONTRACTOR DI IMPREGILO (ED È VICE DI INA ASSITALIA) – INTANTO LA HOLDING DI FAMIGLIA ATTINGE ALLA RISERVA STRAORDINARIA PER COPRIRE LA PERDITA 2008. MA GRAZIE ALL’AMICO TREMONTI (DL ANTICRISI) PUÒ RIVALUTARE I SUOI BENI IMMOBILI (2,8 MLN €)…

John Hawkins per "Soldi"

Proiettato da Giulio Tremonti alla presidenza della Banca Popolare di Milano, Massimo Ponzellini, il banchiere bolognese "glamour" che indossa gli occhiali della storica marca (François Pinton) che portava Aristotele Onassis, non dimentica gli affari di famiglia.

Peccato che la Penta Spa, holding finanziaria e immobiliare presieduta dal fratello Alberto, abbia dovuto vedere qualche giorno fa i soci attingere alla riserva straordinaria per coprire la perdita 2008 di 264.599 euro che si raffronta con un miniutile di poco più di 35.000 euro dell'esercizio precedente.

Pochi sanno, infatti, che i Ponzellini controllano una holding diversificata: Penta vanta immobilizzazioni salite dai 6,22 milioni del 2007 a 18,01 milioni perché è stata incorporata la San Luca srl; mentre il patrimonio netto è salito da 7,34 a 11,2 milioni.

Del totale immobilizzato ben 7,77 milioni di euro sono gli asset immobiliari che comprendono diversi terreni e fabbricati, tutti a Bologna, tranne una multiproprietà a Porto Cervo. E i Ponzellini, grazie al dl anticrisi varato dal governo Berlusconi e firmato dall'amico Tremonti, hanno potuto rivalutare i propri beni immobili di 2,88 milioni di euro.

Tra le partecipazioni di Penta spiccano il 49% di Wegaplast, il 96,16% di Industrie Grafiche srl, il 31,66% di Immobiliare Perticone al Corso e il 10% di MB di Sviluppo Industriale.

Durante il 2008 i Ponzellini si sono comprati anche il marchio d'impresa Ottagono che pubblica dal 1966 l 'omonima rivista, una delle più autorevoli di architettura e design. Nella holding dei Ponzellini i debiti verso banche sono lievitati da 69.231 euro a 2,4 milioni (nel consolidato da 5,98 a 7,89 milioni), mentre la Bnl (di cui Massimo Ponzellini è stato consigliere) ha erogato un finanziamento di 500.000 euro e un mutuo passivo assistito da ipoteca per oltre 1 milione.

E sempre con Bnl la Penta ha chiuso nel corso del 2008 un contratto derivato "interest rate swap OTC" del valore nozionale di 963.720 euro. Massimo Ponzellini, un tempo vicinissimo a Romano Prodi, dopo l'ascesa alla presidenza di Bpm ha ospitato il mèntore Tremonti in diverse occasioni, culminate nel convegno in cui il ministro ha tessuto l'elogio del "posto fisso".

Il 59enne banchiere, sposato con la "signora del caffè" Maria Segafredo, ha recentemente organizzato un grande party nei saloni dell'istituto popolare a Piazza Meda ed è stato visto alla prima della Scala. Al vertice di Bpm, Ponzellini non ha comunque mollato la presidenza del general contractor Impregilo e nemmeno la vicepresidenza di Ina Assitalia (gruppo Generali).

[17-12-2009]

 

 

 

 

IL TRISTE E SOLITARIO TRAMONTO DI VITTORIO - NEANCHE I POP CORN VENGONO LASCIATI A CECCHI GORI: REQUISITI I FONDI DELLA SOCIETÀ CHE RIFOCILLAVA GLI SPETTATORI DEI CINEMA – DELL’IMPERO FONDATO DAL PADRE MARIO RESTA SOLO UN DESOLANTE PATRIMONIO IN SVENDITA – IERI L’OFFERTA DI MASSIMO "VIPERETTA" FERRERO: 59,5 MLN € PER TUTTO IL CUCUZZARO…

Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano"

La cassiera si è fermata a Eboli. Al cinema di provincia dei film di Tornatore. Un cantuccio buio, ciò che resta del giorno, lo sbando di un'antica sala nel centro di Roma, con le pozze d'acqua per terra, i cessi inagibili e un freddo contro il quale le decine di persone strette al centro dell'edificio, seguendo l'istinto al pari della fisica, nulla possono.

 

Domenica romana d'autunno. Cinema Empire. Johnny Depp sullo schermo, una maschera annoiata che prima di emettere il biglietto sibila: "Manca il gasolio, vuole entrare lo stesso?", la fotografia più nitida di un crollo senza resurrezione. Soltanto dieci anni fa, la vita era bella. Ai tempi di Roberto Benigni, della sua favola capace di sovvertire la storia e degli Oscar assegnati in una notte losangelina, con i due toscani abbracciati. Ancora felici.

Del gruppo Cecchi Gori, rimangono reliquie. Stritolato da un crac da oltre 1000 miliardi di lire, assalito dai creditori, costretto a mettere sul piatto case, macchine, uffici, library e esercizi, quella che fu la più grande industria cinematografica italiana del dopoguerra (350 opere, Antonioni, Fellini, Scola, Troisi, Olmi, Salvatores) muore senza eutanasia. Giorno dopo giorno.

Il colpo decisivo, sferrato all'inizio del nuovo Millennio. Quando anche Geronzi, che pure lo aveva sostenuto, si eclissò al momento opportuno. Tragicomiche avventure a Montecitorio precedute da viaggi elettorali siciliani per cui non sarebbe bastata la penna di Sciascia. Transazioni economiche fallimentari (sempre a danno di Vittorio e con il concorso della stessa politica). Amori da copertina cui offrire in pasto baby doll, showgirl, droga scambiata per zafferano, pigiamini di seta bianca e confusione.

Arresti: "Voglio morire ma da solo non ce la faccio, aiutatemi con un'iniezione letale", accuse, distrazioni di fondi, bancarotte fraudolente. I propositi di risalita, puntualmente disattesi. Allora, Cecchi Gori deteneva oltre l'80 per cento della settima arte prodotta tra Aosta e Capo Passero. Registi alti e autori popolari, giovani promesse e comici di ogni risma. I Leoni d'oro e gli eroi dell'assalto natalizio al botteghino. Non si faceva nulla se non desiderava Vittorio e il figlio di Mario, il patriarca burbero che all'erede "il mì bischero", lasciò fortuna e redini, voleva spesso.

 

Una specie di bulimia. Generoso e morbido, itterico e caporalesco, eccessivo e barocco, con il complesso dell'eredità paterna e la presunzione maldestra di potersela cavare in prima persona. Quando cacciò Radice, l'allenatore che i maligni sussurravano avesse disturbato l'intimità familiare, eruttò: "Io sono laureato, sa?".

Poi, prima che Paolo Virzì fosse sequestrato in albergo per mancanza di fondi durante la lavorazione di "My name is Tanino", e altri autori si strappassero i capelli tra progetti accantonati e set smontati, una visibilità assoluta e ricercata. Pedicure d'alto bordo su yacht da emiro per estati senza risparmio in Costa Smeralda, donne con personalità feroce (Maria Grazia Buccella, Rita Rusic, sposata nell'83, dopo averla incontrata sul memorabile "Attila flagello di Dio", con cui ebbe un figlio e da cui, oltre ad alcune notevoli scoperte, ricevette un'ingiunzione per 2000 miliardi delle vecchie lire), un tracciato di multiplex, da far invidia alle multinazionali estere.

 

Adesso, mentre sul sito del gruppo, in luogo delle novità editoriali, appaiono gli avvisi lampeggianti delle aste giudiziarie e a Fontanella Borghese, anche i truffatori di professione (che nel momento del declino, si affacciarono come cavallette) si sono stancati di bussare, un rumore di niente.

Antonio Skármeta, lo scrittore cileno de "Il postino", aspetta invano che le buone intenzioni espresse da Vittorio davanti a un tramonto in laguna nel settembre del 2006, diventino immagini. "Ricomincio, vedrete, il prossimo film sarà ‘Il ballo della vittoria' di Trueba". Nulla. il romanzo di una dinastia pare arrivato all'ultimo capitolo. Vittorio sogna un film sulla sua vita che tenga conto del particolare accanimento riservatogli: "Vorrei intitolarlo ‘Il complotto' o meglio ‘Senza vergogna - il caso Cecchi Gori'".

Intanto il telefono ha smesso di squillare e gli amici di un tempo, quelli pronti a ridere a comando, a omaggiarlo senza ritegno, a partecipare ai banchetti e a farsi pagare trasvolate, alberghi in Costa Azzurra e sceneggiature remunerate a peso d'oro, hanno fiutato l'aria salata, scomparendo dal quadro uno a uno. A Roma, il collegio dei liquidatori aveva innescato in maggio la procedura per ripianare i debiti provocati dal fallimento del forziere Finmavi dell'ottobre 2006.

All'asta undici sale, dall'Adriano all'Atlantic, 31 schermi, il più importante circuito della città. Quasi 83 milioni di euro di valore complessivo stimato, oltre a tre strutture chiuse da anni, lo storico Volturno (nave scuola per generazioni di militari in cerca di un'ora di proibita evasione), l'Excelsior e il New York. Dichiarate insufficienti le prime offerte, la realtà ha continuato a innaffiare il proprio corso e come spesso accaduto gli affluenti hanno inquinato la precaria ansa del fiume Cecchi Gori.

 

Sulla vendita dei beni (in certi casi proprietà degli immobili, in altri solo dell'esercizio cinematografico) si addensa la nebbia. Gli acquirenti (in ballo anche altre proprietà che furono di Vcg in Toscana, a Bari e a Torino) avrebbero dovuto impegnarsi a mantenere per tre anni i livelli occupazionali e a non cambiare la destinazione d'uso. Niente supermercati, né parcheggi.

Poco spazio vitale per le speculazioni. Forse per questo le offerte (si parlava di Benetton) si sono fatte attendere. Sulle centinaia di dipendenti del settore (costo del lavoro, ritardo negli stipendi e alto numero di impiegati, i problemi) aleggiano nubi minacciose. Per questa ragione (garantire continuità), era intervenuta anche una delibera comunale volta a lasciare la possibilità di riservare il 50% della cubatura ad attività commerciali.

Quando sembrava che i tempi dovessero allungarsi, proprio l'altro ieri, Massimo Ferrero, proprietario di Global Media, di quote di "Circuito Cinema", con attività miste tra settore alimentare e celluloide, si è impegnato a versare 59,5 milioni di euro a Ludovico Zocca, il custode giudiziario della Cecchi Gori cinema e spettacolo. Tre milioni già erogati, altri sette alla fine di dicembre. Ulteriori 49,5 entro i successivi sei mesi. Molti soldi, col sospetto che dietro, celato, si nasconda più di un investitore.

 

Togliere l'Adriano a Cecchi Gori, significa abbatterlo definitivamente. Sottraendo al pesce risalito in superficie, acqua, aria e denaro fresco. Oggi, mentre il curatore fallimentare gestisce gli incassi delle sale e l'antico collaboratore, uno degli ultimi rimastigli fedeli, Leandro Pesci, accantona tagli vari per sanare i debiti e pagare i lavoratori, Cecchi Gori, abbandonati gli arresti domiciliari piovuti nel luglio 2008, vola in America alla ricerca di una speranza nuova.

Ricominciare all'estero, portando avanti la causa con la Merryl Lynch e quella riguardante Seat-Pagine Gialle col duo Pelliccioli-Colaninno, ancora in auge in Piazza Affari. Partite ancora aperte, con un finale incerto.

Mentre gli avvocati preparano il disperato tentativo di stupire, a Vittorio hanno tolto anche i Pop Corn. Gelati, bibite e panini, rappresentano il 20 per cento dell'incasso di una sala. Soldi che dopo il sequestro di una società di catering riconducibile a Cecchi Gori, sono venuti a mancare proprio nel momento meno adatto. "Ho parlato di calcio e mi hanno fatto fuori, ho preso due televisioncine (Mtv e Telemontecarlo, ndr) e mi hanno ucciso. Il potere non metabolizza le persone per bene".

Il sistema aveva pensato a forme di ammortizzatori sociali per i dipendenti delle sale a rischio licenziamento (attualmente non esistono, possono andare in mobilità ma senza assegno), a una vendita in blocco che evitasse di far scegliere tra sale potenzialmente remunerative e immobili con meno appeal. Tutto cancellato dalla mossa di Ferrero che con 25 milioni in meno di quanto preventivato, rischia di mettere le mani su un patrimonio in desolante svendita.

 

Intanto Vcg, forse per la prima volta, conosce la fatica. Sequestrate le case di Londra e l'appartamento sulla Quinta strada a New York, intatta la speranza di una riemersione che però appare ogni giorno più complicata. A qualcuno, produttori indipendenti in testa, manca il suo entusiasmo senza regole. Altri rimirano i nuovi assetti e non lo rimpiangono.

 

In mezzo c'è Vittorio, bambino come quando recitava ne "Il Sorpasso", uomo sorpreso nel mezzo del cammino da una tempesta perfetta per tutti, tranne che per lui. Del tycoon che agognava il terzo polo, anelava il superamento, non esclusivamente fisico di Berlusconi "siamo entrambi alti 167 centimetri, però lui ha il tacco" e quando osservava l'Arno sporco, si era messo in testa la meravigliosa idea di depurarlo, rimangono i pezzi della "casa di cristallo" che un giorno, senza preavviso, si trasformò in inferno. Vittorio naviga senza rotta. In fondo ha fatto male solo a se stesso. Mentre chi ne foraggiò la megalomanìa, spesso ha seminato in Borsa illusioni, morti e feriti.

 

 

[27-11-2009]



 

 

 

SOTTO A CHI SBROCCA: RICATTONE A LUCI ROSSE ALLA MUSSOLINI - SECONDO IL SITO NO-GLOBAL INDYMEDIA ESISTEREBBE UN VIDEO CHE RITRAE LA DUCIONA IN AMPLESSO CON IL LEADER DI FORZA NUOVA ROBERTO FIORE - IL FILMATINO HARD ERA STATO OFFERTO AL "GIORNALE" CHE L'AVEVA RIFIUTATO

 

Gianni Pennacchi per Il Giornale

Roberto Fiore

Vedi che ad innescare il ventilatore, gli schizzi giungono dappertutto e senza fine? Andrebbe ricordato a quanti hanno acceso il caso Noemi e poi il rosario (laico e progressista, s'intende) delle escort e dei festini.

 

Quando si stappa l'ampolla dei veleni si spalancano voragini di miasmi, il vaso di Pandora diventa un soprammobile inoffensivo, e la politica più che imbarbarirsi si fa nauseante. Vi sembrava che col caso Marrazzo si fosse toccato il fondo di questa malapolitica fatta di ricatti, misteri, vergogna e violenza all'anima delle persone? Che le faide a colpi di rivelazioni intime fossero giunte finalmente al termine? Niente da fare, ora il ricatto hard tenta di colpire a destra e getta fango su Alessandra Mussolini.

 

Tant'è che ad oscurare il virtuale vortice di filmati che continua a gravare sul già frantumato governatore del Lazio, ecco spuntare il fantasma di un altro filmato che «incastrerebbe» la presidente della Commissione Bicamerale per l'infanzia e Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.

Anche al Giornale è stato offerto telefonicamente un tale video. Abbiamo risposto di no, non ci interessava nemmeno visionarlo. Ieri però, in Transatlantico ha preso a circolare un lancio di indymedia, un sito dell'area no global, dal chiaro intento ricattatorio nei confronti di Fiore e della Mussolini. Fango su di loro, probabilmente in vista delle elezioni regionali. Con qualche schizzo che colpisce anche Il Giornale, e per questo siamo costretti a parlarne.

 

 

Dunque, esisterebbe un video che ritrae i due in intimità - «sesso esplicito» scrive indymedia - nella sede romana di Forza Nuova. Le immagini sarebbero state registrate dal circuito interno di videocamere; e colui che sta contattando «diversi giornalisti» per vendere il filmato, anche «ad alcuni giornalisti Rai e agli ambienti ex An di Milano e Roma», sarebbe un «ex stretto collaboratore di Fiore, già responsabile della sua sicurezza».

 

Il filmato sarebbe «ancora in circolazione e in vendita», dice la nota aggiungendo che la proposta è arrivata anche «alla redazione de Il Giornale, che ha potuto visionare il filmato». E almeno questo, noi possiamo garantire che non risponde al vero. Ci hanno telefonato e abbiamo detto che no, questa storia non ci interessava né punto né poco.

 

Ieri sera abbiamo cercato l'onorevole Mussolini, che ha rifiutato qualunque commento o dichiarazione. Più che comprensibile: dopo il colpo di quella sentenza sul film romeno che l'ha ferita e offesa, questo annuncio di video è un'incitazione al massacro umano, ancor prima che politico.

Roberto Fiore invece ha reagito con fermezza, bollando questa vicenda come «una bufala ridicola», spacciata «da una fonte totalmente inaffidabile», condita di «falsi clamorosi». Uno, a suo dire, è quello del «circuito di videocamere per la sicurezza interna» nella sede di Forza Nuova. L'altro «falso», è che Il Giornale avrebbe visto il filmato. E almeno su questo, concordiamo con Fiore.

alessandra mussolini sex03

 

 

[27-11-2009]



 

 

GIORNALI FINTI, SOLDI (DEI CONTRIBUENTI) VERI – IL SOLITO SCANDALO AL’ITALIANA CHE NON SCANDALIZZA PIÙ NESSUNO: 220 MLN € CHE TUTTI GLI ANNI FINISCONO NELLE TASCHE DI EDITORI E TESTATE CHE NON HANNO MERCATO – UN CLASSICO “IL CAMPANILE” MASTELLIANO: UN SACCO DI SOLDI DI CONTRIBUTI E TIRATURE TUTTE DA DIMOSTRARE…

1 - SOLDI A PALATE PER GIORNALI FINTI
Stefano Feltri
per "Il Fatto Quotidiano"

Duecento milioni 776mila euro. La salute della finanza pubblica italiana non dipende certo dai finanziamenti statali ai giornali, però si tratta pur sempre di un quinto di miliardo. Chi avrà la pazienza di leggere le tabelle che pubblichiamo oggi (le ha rese note il governo e Radio Radicale le ha rilanciate nella sua campagna per ottenere il rinnovo della convenzione con il ministero dello Sviluppo economico) scoprirà testate introvabili da tempo in edicola che continuano a incassare milioni di euro e quotidiani locali che se ne accaparrano centinaia di migliaia.

 

Perfino giornali diffusi all'estero e pubblicazioni specializzate in cavalli e scommesse o storici quotidiani che tutti pensavano scomparsi con la prima Repubblica riescono ad avere oltre due milioni e mezzo (ciascuno) di soldi dei contribuenti.

È solo uno dei mille rivoli in cui finisce quella spesa pubblica che adesso, rotta la diga del rigore contabile (qualcuno dice immobilismo) del ministro Tremonti, dovrebbe essere rilanciata cambiando la Finanziaria. Però è una buona sintesi di problemi più generali: i giornali sovvenzionati competono con quelli che vivono di sole vendite in un mercato dopato che premia, come di frequente nel capitalismo di relazione italiano, gli appoggi politici e non l'efficienza imprenditoriale, la capacità di costruire rapporti e non quella di trovare lettori paganti.

Non è solo una questione di libertà (e qualità) dell'informazione, ma anche di soldi: quanti altri esempi ci sono come questo tra le pieghe del bilancio? Duecento milioni 776mila euro non risolvono tutto, ma visto che il denaro è fungibile, basterebbero per sbloccare i progetti di ricerca che, come ha raccontato "Il Fatto", invecchiano aspettando finanziamenti ministeriali, per stabilizzare i precari nella scuola, o - non sia mai - per ridurre quel debito pubblico il cui costo, notizia di ieri, sta ricominciando a salire e che diventerà sempre più difficile da gestire nella crisi.

Ma i governi, non solo questo, preferiscono le spese discrezionali, che danno potere di ricatto costante a chi tiene i cordoni della borsa. E quando si tratta di giornali da cui dipendono la conoscenza e le opinioni necessarie per deliberare (Luigi Einaudi) il danno è maggiore.

2 - SIAMO TUTTI EDITORI - IL CONTRIBUENTE ITALIANO PAGA OLTRE 200 MILIONI, SPESSO A TESTATE FANTASMA
Beatrice Borromeo
per "Il Fatto Quotidiano"

 

In questi giorni la campagna di Radio Radicale per evitare la chiusura (scade la convenzione ministeriale) ha riaperto il dibattito sui finanziamenti pubblici all'editoria. Sono stati recentemente resi noti i dati dei contributi erogati nel 2008 in riferimento al 2007: si tratta di 200 milioni 776 mila euro. Sono 32 le testate che hanno ricevuto più di 2 milioni e mezzo di euro di finanziamento.

Il Fatto Quotidiano, ha volontariamente rinunciato a questi finanziamenti. Il professor Marco Gambaro, esperto di media e comunicazione dell'università Statale di Milano dice: "Complimenti, scelta coraggiosa. Questi finanziamenti sono uno spreco di soldi pubblici". E aggiunge: "É una scelta solamente politica che serve a far sopravvivere giornali che non vendono".

Oggi gli aiuti a un organo di stampa vengono concessi con queste regole: ne beneficiano le testate espressione di partiti e movimenti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare (spesso costituito con l'unico scopo di ottenere i finanziamenti) in una delle camere o nel parlamento europeo, i quotidiani editi da cooperative giornalistiche o la cui maggioranza sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali. Attingono ai contributi anche le imprese radiofoniche o televisive, sempre a patto che siano organi di partito politico.

"Oggi si finanzia in base alle copie che il giornale tira - continua il professor Gambaro - non di quelle che vende. Il risultato è che ne vengono stampate tantissime e ci sono ogni giorno rese enormi. Questo sistema è completamente sbagliato: è ingiusto e soprattutto non efficiente. I giornali che vendono due o tremila copie non hanno senso di esistere".

É vero però, ribattono gli interessati, che da molti piccoli giornali arriva un contributo al dibattito italiano. Da l'"Unità" al "Foglio", dalla "Padania" all'"Avvenire". É una ragione valida per salvarli? "Il loro peso nel dibattito - risponde il professore - in realtà è minimo. Sono giornali che non hanno mai delle esclusive, o delle notizie importanti".

Il professor Gambaro suggerisce una possibile alternativa al modello attuale: "Io credo nel mercato, bisogna lasciar morire chi non vende abbastanza copie per sostenersi. Per il dibattito delle idee c'è un'alternativa economia alla portata di tutti. Internet può dare spazio ai diversi punti di vista riducendo quasi a zero i costi: si guardi all'esperienza del sito di economisti lavoce.info, è autorevole e influente e costa poco".

 

Nella classifica dei giornali finanziati dallo Stato ci sono testate come "Linea", "Cronacaqui.it", "Il Globo" e addirittura "Sportsman, cavalli e corse". Quest'ultimo si aggiudica 2 milioni 530mila euro all'anno. E anche altri ottengono cifre analoghe. Se li si vuole comprare in edicola però, non è facile trovarli.

"Il Globo - spiega Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale e storico conduttore della rassegna mattutina "Stampa e regime" - era una gloriosa testata economica, molti anni fa . Oggi sinceramente non ho idea di cosa sia diventato. Con questi finanziamenti si generano anche situazioni decisamente imbarazzanti: perché viene sostenuta, per esempio, la Gazzetta di Forlì ma non quella di Cesena? Tutto questo sarebbe ridicolo se le cifre non fossero così ingenti".

Anche Bordin si schiera contro i finanziamenti pubblici, ricordando che Radio Radicale aveva promosso un referendum per abolirli: "I finanziamenti sono indecorosi. Ma allo spreco di denaro pubblico, dopotutto, siamo abituati. Il vero scandalo è che vengano finanziati i partiti".

É anche vero, come ricorda il giornalista, che la stessa Radio Radicale usufruisce dei soldi pubblici: "La differenza sta nel fatto che noi possiamo documentare la destinazione del denaro fino all'ultimo centesimo. Non facciamo una ‘distrazione' di fondi, come molti altri: le truffe sono continue. Leggendario rimane l'esempio del quotidiano 'il Campanile' dell'Udeur, il partito di Clemente Mastella. Prendevano moltissimi soldi in base a tirature tutte da dimostrare. Oppure un giornale che si chiama "La voce repubblicana": neanche l'edicolante sa che cosa sia".

 
[28-10-2009]

 

 

 

DA VOGHERA A ROMA, L’IRRESISTIBILE ASCESA DI UNA DONNA A FORMA DI SALOTTO - MARIA GIRANI IN ARTE MADAME ANGIOLILLO MAI SPOSò RENATO, IL FONDATORE DEL 'TEMPO' - SALì SUL TRONO PIU’ ALTO DEI SALOTTI QUANDO NEGLI ANNI '90 SANDRA CARRARO ABDICò A SUO FAVORE PER COMPIACERE IL SUO FIGLIOCCIO DI CARTA GIANNI LETTA - (LETTA, AVVOCATO E CORRISPONDENTE DE "IL TEMPO" DALLA NATIVA AVEZZANO, ERA ENTRATO NELLE GRAZIE DEGLI ANGIOLILLO: TRASFERITO A ROMA COME SEGRETARIO DI REDAZIONE SI TROVò CATALPUTATO ALLA DIREZIONE, DOPO LA SCOMPARSA DI RENATO) -

"In questo momento
non mi pare che (...)
il gusto domini
incontrastato; non
si è estinto, ma è
dilaniato tra fazioni
diverse: c'è il partito
dei petis mâitres, quello
delle frivole pettegole...
Non lasciarti sopraffare"
(Lord Chesterfield)

2. CHI SERVE E CHI APPARECCHIA
Irma de Polignac per Dagospia

Venerdì mattina 16 ottobre, il sole inonda una Roma tersa e freddina mentre raggiungo a piedi la Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte per l'ultimo saluto alla Maria-Saura. E per capire se tra le dame presenti al rito funebre, contrite e imbellettate per non sfigurare davanti all'obiettivo impietoso di Umberto Pizzi, incontrerò la pretendente a quella che è stata definita la regina dei salotti romani.

Anche se la sera prima, al ristorante "il Bolognese", un collega di lungo corso mi aveva messo in guardia: "Penso si tratti di un falso problema. L'ascesa di Maria al trono, in realtà si è compiuta soltanto dopo l'avvento della seconda Repubblica. E, soprattutto, con l'arrivo a palazzo Chigi di Silvio Berlusconi e del suo figlioccio di carta, Gianni Letta. Siamo a circa metà degli anni Novanta.

Nel frattempo alcune signore, penso a Guya Sospisio e alla giornalista parlamentare Chantal Dubois, già avevano riconvertito i propri tinelli con la parola d'ordine: fuori i liberali Altissimo, De Lorenzo con al seguito i socialisti craxiani, dentro gli Unni di Bossi e i giustizialisti di An.

 

Non dimenticare poi - aggiunge l'amico -, che negli anni Ottanta lo scandalo P2 aveva travolto tutto, compreso il già malandato e sdrucito salotto di Maria. Dunque - conclude - l'incoronazione dell'Angiolillo non è avvenuta per via diretta, ma per abdicazione di sua altezza reale, Sandrina Carraro, che adesso giustamente sul Corrierone di Roma neppure vuol sentir parlare di eredità.

 

Per lunghissimi anni, infatti, Sandra è stata la regina indiscussa della salotteria d'alto (e basso) lignaggio romano. Ricevendo da Gianni Agnelli a Richard Gere (ma avremo tempo di tornarci su) nella sua ineguagliabile dimora, l'Accademia dell'Arcadia al Gianicolo. Un alloggio da favola di proprietà del Comune, una volta abitato da Suni Agnelli. Anche il Villino Giulia, occupato dall'Angiolillo, come ha rivelato Dagospia, è di proprietà dell'Inps, quando si dice il caso".

Mentre provo fatica a immaginare Sandra Carraro Alecce, sposata con il banchiere Franco, nei panni di un Edoardo VIII che rinuncia al trono per sposare la divorziata Wallis Warfield Simpson, la prima figura che incontro sotto la cupola della basilica decorata dal Marini, è quella imponente e gagliarda di Marione D'Urso.

 

Il finanziere (per mancanza di prove) amico dell'Avvocato, mi saluta da lontano roteando all'insù dei suoi occhi ridenti. Un cenno d'intesa che mi riporta alla mente una sua feroce battuta. Uscitagli di bocca quando una signora, a bruciapelo, gli aveva chiesto, troppo curiosa: "Ma che lavoro fa il figlio della Maria Angiolillo?". La sua fulminante risposta, pensando all'età inconfessabile della madre, fu bruciante: "Ma cara, il pensionato!".

Il figlio di primo letto di Maria Girani, si chiama Marco, ha due figli e svolge la sua attività professionale a Milano. Dunque, nonostante le cronache sulla defunta non ne abbiamo fatto cenno, è Girani, nata a Voghera nel 1928, il cognome originale della scomparsa. Almeno prima d'incontrare (e amare) giovanissima, senza mai impalmarlo, il fondatore del "Tempo", Renato Angiolillo.

Molto più grande di lei, ma certe cose non andrebbero sottolineate tra signore, essendo nato nel 1901. Dopo la sua uscita di scena (1973), Maria riuscì comunque (e non si sa come) a conservare il cognome del suo mancato sposo.

Ma chi era Maria Girani? Sicuramente una di quelle "fanciulline scatenate o svampite" di Voghera la cui stagione giovanile è rievocata amabilmente da Alberto Arbasino nel suo libricino adelphiano "Le piccole vacanze". Poi per alcuni di loro, provinciali del dopo guerra, ci fu la fuga verso la Capitale. E all'inizio della nuova avventura anche la rampante Maria, allora poco più che ventenne, forse sarà stata colta, come racconta Arbasino, "dalla vastità di Roma".

Una città che "mi ammazza (...) mi sembra di non riuscire a inserirmi", annota ancora Alberto. Ma tra i caffè di piazza del Popolo e la Galleria Colonna, sia Arbasino sia Maria Girani ben presto riusciranno a trovare il filo mondan-culturale del labirinto romano. E un fil rose e noire, come vedremo, che non si è spezzato con la fine dell'era archeologica Maria-Saura.
(2/ continua - Riproduzione riservata)
Irma de Polignac

 
[20-10-2009]

 

 

ALLARME ROSSO A MILANO! SCATTANO I PRIMI ARRESTI (TANGENTOPOLI 2000?) - SCANDALO SANTA GIULIA: MANETTE PER LA MOGLIE DEL PARLAMENTARE PDL ABELLI E PER GIUSEPPE GROSSI, il maggior imprenditore italiano delle bonifiche ambientali di ex aree industriali…

(Adnkronos) - Cinque nuovi arresti a Milano nell'ambito dell'inchiesta sulla bonifica dell'area Santa Giulia. Destinatari della misura cautelare sono stati, tra gli altri, Rosanna Gariboldi, assessore a Pavia e moglie del parlamentare del Pdl Giancarlo Abelli e Giuseppe Grossi, a capo della Sadi, il maggior imprenditore italiano delle bonifiche ambientali di ex aree industriali.

Milano Santa Giulia

Rosanna Gariboldi era stata indagata dai magistrati milanesi con l'ipotesi di riciclaggio nei mesi scorsi dopo che gli inquirenti avevano individuato un conto corrente a Montecarlo, che a lei faceva riferimento, dal quale, nel luglio del 2007, era partito un bonifico su un deposito svizzero gestito da un fiduciario di Grossi per 500.000 euro.

Poi, in due tranche, nel marzo e nell'ottobre del 2008, sul conto monegasco erano arrivati complessivamente 632.000 euro da conti esteri 'schermati' che per l'accusa facevano riferimento a Grossi.

Giancarlo Abelli Rosanna Gariboldi e Mariastella Gelmini

All'epoca Rosanna Gariboldi aveva dichiarato che le somme non erano altro che la restituzione di un prestito fatto a Grossi, "un amico". Ma le indagini devono aver convinto gli inquirenti di altro.

Grossi, invece, era finito nell'inchiesta milanese nel febbraio scorso dopo l'arresto di due suoi collaboratori, Paolo Pasqualetti e Giuseppe Anastasi e il suo avvocato svizzero Fabrizio Pessina, accusati di aver riciclato all'estero per conto di Grossi, appunto, circa 22 milioni sovrafatturati nei costi di bonifica dell'area Santa Giulia.

 
[20-10-2009]

 

 

 

DOVE SON NATI LETTISMO E VESPISMO IERI È MORTA LA REGINA DEI SALOTTI...
Fabrizio d'Esposito per "il Riformista"

Era soprannominata Maria-Saura e nessuno sapeva la sua età, perché a chi gliela chiedeva rispondeva che «i miei anni non contano». Eppure le è capitato di morire. Ieri. La signora in nero con la falce si è presentata, inaspettata, nel suo rinomato salotto a metà di una mattinata assolata e un po' fredda, senza la dolcezza delle tipiche ottobrate romane. Maria Angiolillo, vedova di Renato, fondatore del Tempo, si è accasciata nel bagno mentre si stava pettinando. Era stata operata da poco e dicevano che si fosse ripresa bene.

Per il più bel necrologio non bisogna aspettare i quotidiani di oggi. L'ha scritto ieri Roberto D'Agostino - fu lui a chiamarla Maria-Saura - su Dagospia, il sito più compulsato dal Potere.

Dieci righe nere a carattere cubitali su sfondo bianco. Come una lapide sepolcrale: «Questa mattina alle 10 è morta Maria Angiolillo, regina di Roma inciuciona - Da decenni il suo salotto era la "stanza di compensazione" della Repubblica - Pontefice massimo Gianni Letta, tutte le diatribe si attovagliavano da Maria-Saura - Bossi, Berti-Nights, Veltroni, D'Alema, Fini, Lady Ciampi, cardinali e vescovi, Tronchetti - Tutti insieme secondo il codice andreottiano: perché escludere, quando si può aggiungere? - Per Dagospia, che lei amava odiare, è una perdita insostituibile».

Il salotto di Maria Angiolillo veniva da lontano. Dalle nebbie della prima Repubblica. Ed è per questo che lei «amava odiare» D'Agostino e il suo paparazzo Umberto Pizzi, il più bravo d'Italia. Con i racconti fotografici del loro sublime Cafonal, titolo poi anche di un libro, sono riusciti a rivelare carne, sorrisi e toilette dei leggendari salotti del Potere.

Quasi una prova dell'esistenza di Dio. Al contrario, Maria Angiolillo detestava il gossip, secondo gli insegnamenti della principessa Isabella Colonna, dama nera della nobiltà capitolina: «Da lei ho imparato come si vive in un certo mondo, come si riceve; che la regola fondamentale è non fare pettegolezzi e che è importante anche non farsi nemici».

Nel suo salotto si mangiava male, raccontano i maligni. In ogni caso, pesante. Paté di fegato anche d'estate. In fondo non contava ciò che i camerieri poggiavano sopra i tavoli, due al massimo tre, ma chi c'era seduto attorno. Nel villino Giulia a Trinità dei Monti si cenava per due ore. Dalle nove alle undici di sera. Una discesa di trentadue gradini, per arrivarci.

Paradossi architettonici per scalare il Paradiso del Palazzo. Il salotto di Maria Angiolillo è stato il laboratorio di un esperimento riuscito a fasi alterne: inoculare il virus del centrismo democristiano nel corpaccione berlusconiano. Di qui la declinazione dei due "ismi" più in voga in quelle stanze inaccessibili ai comuni mortali. Il lettismo, da Gianni Letta. Il vespismo, da Bruno Vespa.

Maria-Saura sognava un'applicazione perpetua dei metodi consociativi della Prima Repubblica. Alla Seconda, ovviamente. E alla Terza, ancora in embrione. Ed è un vero peccato che il cielo se l'è presa nel momento in cui il suo politico prediletto, Gianni Letta, potrebbe essere l'uomo della transizione post-Cavaliere. La "Signora" si vantava di averlo indicato a suo tempo al marito Renato come direttore dell'amato Tempo, che ha la sede proprio di fronte a Palazzo Chigi.

Ieri, quando si è sparsa la notizia della sua morte, si è fermata per un minuto di silenzio anche la Camera dei deputati. L'annuncio è stato fatto da un altro amico sempre presente alle cene nel villino di Trinità dei Monti, l'avvocato Giuseppe Consolo, deputato del Pdl. L'aneddotica sul suo salotto è vastissima, grazie all'archivio di Dagospia.

Carlo Rossella, Paolo Bonaiuti, Stefania Prestigiacomo, Lucia Annunziata, Angelino Alfano, Gianfranco Fini, Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Ferruccio de Bortoli, finanche il direttore di questo quotidiano. Nomi alla rinfusa. Impossibile fare l'elenco completo. È sufficiente sapere che i due pilastri erano i già citati Letta e Vespa più l'amica del cuore Sandrina Carraro, che proprio dopo una di quelle cene venne sorpresa in atteggiamenti affettuosi con Pippo Baudo.

Una sola volta Letta non si è presentato. Quel giorno, sempre Dagospia, annunciò che questa assenza avrebbe fatto nevicare in Africa. Era il dicembre scorso e l'ospite d'onore era Mauro Masi, burocrate numero uno di Palazzo Chigi in procinto di approdare alla Rai come direttore generale. Tra i due, infatti, era calato il gelo dopo un'improvvisa visita di Letta nell'ufficio di Masi alla presidenza del Consiglio. Impossibile sapere che cosa avesse visto. Fatto sta che nello staff del premier avvenne una clamorosa rottura.

Maria Angiolillo era passata indenne pure attraverso lo scandalo della P2. Ecco cosa scrive lo storico Aldo A. Mola nel suo ultimo libro sulla loggia di Licio Gelli, nell'anticipazione che ne ha dato il mensile Storia in rete di Fabio Andriola: «Tra le cause del mortale salasso cui l'azienda (la Rcs, ndr) a detta di Angelo Rizzoli era continuamente sottoposta vi fu l'ininterrotta quanto immotivata e autolesionistica erogazione di somme da capogiro ai soggetti più disparati.

Tra quanti riuscirono a farsi mettere in conto dai Rizzoli vi fu anche la romana Maria Angiolillo, il cui salotto era ben frequentato da politici e prelati. Andrea pensò che fossero sufficienti sei milioni al mese; la vedova dell'antico direttore del Tempo invece ne pretese 25.

"Il primo anno - dichiarò Angelo Rizzoli a P. Dell'Osso ed a L. Fenizia che lo interrogavano - fui io stesso a versare tale somma in contanti nelle mani della Angiolillo". Successivamente i contatti vennero tenuti da Tassan Din. Analoghi versamenti la signora otteneva anche da Calvi e altri, fra i quali, "credo anche il signor Silvio Berlusconi"». Adesso il salotto più potente d'Italia è passato a migliore vita. E la morte ha svelato anche l'ultimo mistero che resisteva. Maria Angiolillo aveva 83 anni.

2- PIZZI: «IN CASA SUA SI DISCUTEVANO LE NOMINE RAI»
D. Mas. per "Libero"

«Era una persona speciale. Perbene e discreta. Una signora d'altri tempi. Con la sua scomparsa, è andato via un pezzo di storia di Roma». È il ricordo di Maria Angiolillo, regina dei salotti romani, tratteggiato da Umberto Pizzi, il fotografo che a ogni cena in casa della signora paparazzava gli ospiti eccellenti del suo salotto bipartisan: politici, imprenditori, banchieri, editori e direttori di grandi testate giornalistiche.

«Io ero un rompiscatole e ovviamente non sono mai entrato in casa - racconta Pizzi - mi fermavo sull'uscio. Ma sentivo che lei dentro si arrabbiava perché fotografavo i suoi ospiti. Poi, quando la incontravo le facevo il bacia mano e lei tornava gentile e cordiale. E anche simpatica. Prima di salutarmi mi bacchettava ricordandomi che i suoi ospiti volevano la privacy e poi mi faceva sempre la stessa domanda: "Pizzi, ma lei come fa a sapere la data delle mie cene?".

Io rispondevo che avrei svelato il segreto se lei mi avesse raccontato tutta la sua vita». Nell'elegante casa di Maria Angiolillo, in piazza Trinità dei Monti, sono passati tutti i personaggi del panorama politico: «Da Berlusconi a Veltroni a Bertinotti a Fini. Inizialmente era un salotto frequentato da personaggi di destra - dice il famoso fotoreporter -. Infatti mi sorpresi molto quando vidi comparire D'Alema, poi Rutelli, Bersani, Veltroni, Finocchiaro, Fassino e tanti altri della sinistra. Erano tutte cene impegnative da dove uscivano decisioni importanti.

Un esempio? Le nomine Rai venivano prima discusse in casa Angiolillo». «Da giovane era una bella donna - ricorda il più stretto collaboratore di Roberto D'Agostino - tanto che lo scultore slavo Mitorai le dedicò una statua, la dea Roma, che sta ancora sul Lungotevere, all'altezza di viale Mazzini. Quella statua è Maria Angiolillo».

 
[15-10-2009]

ANGIOLILLISMO IN PARADISO - SALOTTO & AFFARI, E DIVENNE PIÙ INFLUENTE DEI PARTITI - Maria-SAURA s’irrigidì per una barzelletta di troppo DI SILVIO - le belle ragazze le testava in anticipo all’Hassler - LA PRIMA VOLTA DI PRODI FU GAFFE - ALLA FESTA D’ESORDIO, NEI ‘60, PARTECIPARONO SARAGAT, FANFANI, LA MALFA, MERZAGORA E SEGNI….

1 - QUEL SALOTTO PIÙ INFLUENTE DEI PARTITI
Michela Tamburrino
per "La Stampa"

Un minuto di silenzio alla Camera, un onore mai concesso prima a una signora dei salotti. Si è spenta ieri a 81 anni, quella che sarebbe riduttivo definire semplicemente padrona di casa. Maria Angiolillo era un potentissimo trait-d'union tra affari e politica. Tesseva trame altrui e le rendeva appetibili anche ai palati più difficili. Da lei non mancava la destra e c'era sempre la sinistra. Amava dire: «Il segreto di una buona tavola? Un mix felice di persone che mai ti aspetteresti di vedere insieme».

A lei si deve il lancio di Fausto Bertinotti in società, appena arrivato a Roma come politico dopo gli anni nella trincea sindacale di Torino, lì intrecciò dialoghi con direttori di giornali e boiardi di Stato mentre spiegava candido che lui, di golf in cashmere, non ne possedeva. Anche D'Alema era della partita, non assiduo quanto Consolo, quanto Tatò o quanto Romiti, ma andava quanto Bossi e La Russa, un po' meno di Fini, mai quanto Andreotti a cui poco si scuciva se non la ricetta contro il mal di testa, quasi quanto Veltroni.

Indimenticabile, la prima volta di Silvio Berlusconi, era il 2007, e lei apparecchiò il suo tipico tavolo da mix spurio, con Sandra Carraro, Pippo Baudo, Tronchetti Provera, Ferruccio De Bortoli e Bonaiuti. Facezie & politica, la cronaca narra che Maria s'irrigidì per una barzelletta di troppo; lei non amava la risata, piuttosto il sorriso.

Nel suo salotto la Prima Repubblica è diventata la Seconda, il costume è diventato politica, i potenti si sono incrociati in quelli che romanamente si chiamano «inciuci», destra e sinistra, alto e basso. Quasi la Costituente parallela della politica italiana degli ultimi 30 anni.

Mai mancavano le belle ragazze per dar colore all'insieme: lei le testava in anticipo e non sbagliava mai. Le invitava a colazione, all'Hassler, per vedere come sapevano sedere a tavola e come se la cavavano in conversazione. Se non seguiva invito a cena erano spacciate per sempre. Ma la divertiva anche fare da pigmalione, così spesso invitava la segretaria di un noto editore, non senza averla debitamente istruita.

Molti accordi economici e politici portano il marchio Angiolillo. Solo da lei (sempre con le sue calze bianche e i capelli impeccabili riordinati quotidianamente da Sergio Valente che le riservava l'unico privé del salone di bellezza in via Condotti) si potevano conoscere dettagli di affari segretissimi, svelati tra il primo e il secondo.

Tanta nobiltà romana e una sola défaillance. Quando per la prima volta Prodi (per cui Maria non provava simpatia), allora presidente dell'Iri, si presentò al suo primo invito al villino, con un giorno di ritardo mandando in tilt il maggiordomo.

2 - L'ADDIO DA ANDREOTTI A LETTA, CENTINAIA DI OSPITI FAMOSI - ALLA FESTA D'ESORDIO, NEI ‘60, PARTECIPARONO SARAGAT, FANFANI, LA MALFA, MERZAGORA E SEGNI....
Paolo Conti per "il Corriere della Sera"

«Casa Angiolillo è un punto d'arrivo, ma da me non si fa politica. Il lusso più grande è l'amicizia vera unita al gusto di capire». Così auto- definiva il proprio salotto Maria Angiolillo, vedova del fondatore de «Il Tempo» Renato, morta ieri a più di ottant'anni di età alle 10 nella sua straordinaria casa accanto alla scalinata di piazza di Spagna. La morte, con un riguardo chic che lei avrebbe apprezzato, l'ha colta mentre si stava pettinando.

Era appena tornata dopo un intervento chirurgico, all'apparenza ben superato. Stava progettando le tradizionali due cene natalizie nel suo salone. Come sempre tre tavole da 12 a tema («alba, meriggio, tramonto »), menù in francese («terrine de esturgeon fumé», vini Borgogna maison Louis Latour), camerieri in guanti bianchi, imponenti centri-tavola di Capodimonte.

Casa Angiolillo, per una certa Italia (non solo romano-centrica) della politica, dell'imprenditoria, del giornalismo, della letteratura era un ambito crocevia. Lei si irritava quando il gossip la avviliva a luogo di intrighi occulti: «Invito per simpatie istintive, non corro dietro al potere, io».

Non ne aveva alcun bisogno: era il potere (soprattutto quando era nuovo) semmai che la adulava. Però la sua casa era diventata nei fatti, come ammise il suo commensale fisso Bruno Vespa titolare di «Porta a porta » ovvero della Terza Camera, la Prima Camera di un circuito ristretto del Paese. Tutto cominciò a metà degli anni Sessanta per sostenere il marito, fondatore e direttore de «Il Tempo».

Alla cena d'esordio parteciparono Giuseppe Saragat, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, Cesare Merzagora, Antonio Segni. Il top. Fu un successo indimenticato. Non smise mai più assumendo come modello l'inimitabile perfezione della principessa Isabel Colonna nata Sursock, per decenni - fascismo incluso - «regina » della nobiltà capitolina, nonostante nascita e patrimonio libanesi.

Maria riprese dopo la vedovanza, riprendendo l'uso con gli amici di sempre, a partire da Gianni Letta, erede della direzione de «Il tempo» e poi protagonista indiscusso della politica italiana. Impensabile una «vera» cena da Maria Angiolillo senza le sue rapide, brillanti introduzioni prima di affrontare un assaggio di ricotta e miele o di tortino di riso.

L'elenco completo dei commensali è impossibile. Una stella polare, Giulio Andreotti, e per anni un cardinale del rango di Agostino Casaroli. E poi, via per i mari dell'attualità politica, per quel «gusto di capire». Quindi, in ordine sparso, Lamberto Dini, Antonio Maccanico, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti, Beppe Pisanu, Claudio Scajola, ed - ebbene sì - Umberto Bossi.

Ma anche Walter Veltroni (un brindisi da sindaco: «Non c'è Natale senza Angiolillo »), Piero Fassino, Fausto Bertinotti, Anna Finocchiaro (una delle rare donne amate dalla padrona di casa, insieme con l'inseparabile Sandra Carraro e ovviamente Maddalena Letta). Altro frequentatore abituale, Cesare Romiti.

Silvio Berlusconi ha spesso bevuto vino francese lì, grazie al legame comune con Gianni Letta. Una notte salvò la cena, rabbuiata da un black-out, intervenendo personalmente sull'impianto elettrico. Ai tempi della sua presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema fu protagonista di una cena con Vespa, Fabiano Fabiani, Marco Tronchetti Provera. Invece Romano Prodi sbagliò serata, e si presentò con un giorno d'anticipo.

Lei aprì la porta: perfetta, lo accolse in vestaglia. In quanto alla cultura, mangiarono sovente da lei Federico Fellini, Giulietta Masina e Gianluigi Rondi. Una sera d'estate, Fellini e Rondi inciamparono e caddero nella fontana del giardino sotto la luna.

Innumerevoli i giornalisti. Leggende assicurano che tra i suoi tavoli si decidessero molti ricambi alla direzione dei grandi quotidiani. Lei non smentiva, in tempi recenti: «Una volta, sì. Oggi... può darsi». Nel 1999, quando Domenico Bonifaci stava per chiudere «Il tempo », organizzò una cena di solidarietà per la redazione: «Voglio che Renato veda che sua moglie si sta battendo per salvare il giornale».

Forse per questo stile un po' da Prima Repubblica si infuriava quando Dagospia piazzava le sue cene nella rubrica «Cafonal » (Roberto D'Agostino: «Ma no...amava odiarci»). Non è retorica: veramente la politica italiana senza Maria Angiolillo non sarà mai più la stessa.

 
[15-10-2009]

Sapete chi è il proprietario del Villino Giulia, sede operativa della defunta Angiolillo, sul cucuzzolo di piazza di Spagna? L'Inps! ANDRà AI PENSIONATI? - 

 
[16-10-2009]

 

 

 

IL SENATO IN CLIMA BIPARTISAN APPROVA LA LEGGE SUGLI STADI SENZA ANDARE NEANCHE IN AULA - NON DITE ALL'ASSESSORE ALLO SPORT DI MILANO CHE IL COGNATO DEL SINDACO E PRESIDENTE DELL'INTER HA GIÀ PRONTI I MATTONI PER IL NUOVO STADIO: A DUE CHILOMETRI DA SAN SIRO…

Antonello Capone e Luca Taidelli per la "Gazzetta delo Sport"

Ieri è arrivato un sì fondamentale per il futuro del calcio. Il Senato all'unanimità ha deliberato in Commissione cultura-sport il testo del disegno di legge per i nuovi stadi di proprietà dei club senza bisogno di passare dall'aula.

Un percorso rapidissimo per la legge bipartisan presentata da Butti (Pdl, maggioranza) e Lolli (Pd, minoranza) e spinta a tutta velocità dal governo attraverso il sottosegretario della Presidenza del Consiglio con delega per lo Sport, Crimi. Adesso il testo andrà in Commissione cultura della Camera che entro l'anno dovrebbe licenziarlo definitivamente e renderlo operativo anche qui senza farlo passare dall' aula.

Nella legge si fa espresso riferimento al sostegno della candidatura dell'Italia per l'Europeo 2016, ma si guarda già anche all'Olimpiade 2020. Al testo è stata opportunamente attaccata la nuova ripartizione della mutualità dai diritti televisivi dal 2010 che sta alla base dell' accordo che ha portato alla formazione della Lega A e della Lega B: 7,5% alla B, 1% alla Pro, 1% ai Dilettanti, 0,5% agli impianti sportivi. Se si considera che l' ammontare è stimato per il 2010 in un miliardo di euro...

Crimi: «Ancora una volta lo sport riesce a unire le forze politiche e in un clima di conflittualità non è poco. Anche l' Italia presto avrà stadi dei club, moderni e produttivi». Butti: «La Legge dà ai club la possibilità di avere dai Comuni le autorizzazioni per gli impianti nel più breve tempo possibile: procedure snelle e veloci che una volta intraprese devono essere per forza completate. I Comuni possono anche cedere o dare in gestione gli attuali impianti, da riqualificare».

Rusconi (Pd): «Siamo tutti d' accordo perché ci rendiamo conto dell' utilità dei nuovi impianti. Inoltre oggi abbiamo avviato una nuova legge a favore dei dilettanti: la chiudiamo in 2-3 mesi».

Per il presidente Figc Abete «Un tassello fondamentale per la modernizzazione del calcio e per la forza competitiva della nostra organizzazione ad ospitare grandi manifestazioni». Il presidente della Lega Beretta: «Un risultato straordinario per un grande lavoro di maggioranza e opposizione con il fondamentale lavoro di cucitura di Crimi. Ci auguriamo che questo percorso prosegua: stadio moderno vuol dire anche nuovo pubblico e cultura sportiva».

L' Inter è subito scattata. Il suo progetto già esiste e lunedì l' a.d. Paolillo lo ha illustrato al presidente del Credito Sportivo Cardinaletti. Con la nuova Legge il credito darà finanziamenti superagevolati con piano di realizzazione dell' opera (minimi abbassati da 15 a 10 mila posti con proposta Barelli) in tre anni. Lo Stato verserà subito nel fondo 20 milioni. Il club di Moratti ha già individuato la zona: ad appena un chilometro e mezzo da San Siro, tra via Novara e il quartiere Gallaratese, attaccato alla tangenziale Ovest. Il modello è quello tedesco dell' Allianz Arena del Bayern Monaco.

 
[08-10-2009]

 

 

 

PRESTO, PORTAMI AL PORTO DI CIVITAVECCHIA! - Perché la dimenticata cittadina laziale è tornata tanto in auge nel mondo degli affari e della politica? - Come mai tre pennelloni del governo si sono scapicollati nella cittadina laziale per celebrare il neo cantiere navale Privilege Yard? - IL PRIVILEGIO DI un nuovo e grande porto...

1 - PORTAMI AL PORTO
Perché quella dimentica da dio cittadina laziale che fa di nome Civitavecchia è tornata tanto in auge nel mondo degli affari e della politica? Come mai tre pennelloni del governo - i sottosegretari alle Infrastrutture
Giuseppe Reina ed agli Affari Esteri Vincenzo Scotti, e il presidente della Commissione Finanze del Senato, Mario Baldassarri - si sono scapicollati a Civitavecchia per celebrare il cantiere navale della Privilege Yard?

Il "privilegio" di Civitavecchia è uno e uno solo: il porto. Non solo, un porto sulla sponda tirrenica collegato con l'autostrada e senza infiltrazioni camorristiche (come quello di Napoli), di padronaggio della 'ndrangheta (come quello di Gioia Tauro), lontano dagli artigli mafiosi (come quello di Palermo). E Genova? Ecco, Genova ormai è un porto saturo: non entra nemmeno un pedalò. E la Privilege Yard, che costruisce yacht per billionaire, ha iniziato a muoversi con un cantiere, quindi partirà la costruzione di una nuova stazione marittina ed è partita la caccia ai terreni di Civitavecchia.

2 - IL GOVERNO FA VISITA ALLA PRIVILEGE
Francesco Serangeli per http://www.trcgiornale.it/news

Civitavecchia ha un ruolo strategico e il suo sviluppo è un interesse del Paese. È questo in sintesi il messaggio mandato nel pomeriggio dai sottosegretari alle Infrastrutture Giuseppe
Reina ed agli Affari Esteri Vincenzo Scotti, e dal presidente della Commissione Finanze del Senato, Mario Baldassarri, in vista alla Privilege.

Elogi al cantiere, ma anche al porto ed alla città, per la soddisfazione del presidente Fabio Ciani e del sindaco Giovanni Moscherini, presenti alla conferenza stampa tenutasi prima della visita al cantiere.

"A fronte di progetti puntuali ed esecutivi - dichiara Giuseppe Reina - il Governo non potrà che rispondere positivamente. Civitavecchia è rilevante nella strategia dell'Italia e, al di là del colore politico, implementarne lo sviluppo è un interesse del Paese.

3 - "IL PORTO PRIORITA' DEL GOVERNO"

www.civonline.it - i fondi Cipe sono importanti, ma non bastano e devono essere accompagnati dalle banche, soprattutto quelle del territorio, perché più vicine ai suoi interessi. In un momento di crisi come questo, proprio dal territorio parte la prima risposta".

Tanti o pochi, l'Autorità Portuale fa comunque molto affidamento sui fondi Cipe ed in questo senso si attendono risposte dal Governo. "Quella di oggi è una giornata importante per il porto - commenta Fabio Ciani - abbiamo avuto ospiti che hanno dimostrato una grande attenzione e questo ci fa ben sperare in vista del momento in cui il Governo modulerà di nuovo gli investimenti, perché i fondi Cipe potrebbero mettere in moto i fondi privati".

Questo il botta e risposta a distanza tra Reina e Ciani, avvenuto comunque in un clima di festa ed al termine di una serie di interventi conditi da complimenti ed impegni. "La Privilege - afferma Mario Baldassarri - può essere un elemento anticrisi perché riveste un ruolo importante per il territorio e poi offre un tipo di lavoro che risponde alle esperienze dei ragazzi italiani, senza dimenticare l'indotto. Civitavecchia, inoltre, è un crocevia di
una rete da inserire nelle autostrade del mare ed il mio obiettivo è quello di unirla ad Ancona creando un asse strategico per l'Italia ma anche per l'Europa".

"Il sindaco Moscherini e il presidente Ciani - sottolinea Vincenzo Scotti - sono due persone dotate di capacità lungimiranti e se si uniscono ad imprenditori lungimiranti possono mettere le gambe alle idee. Non bisogna interrompere il ciclo virtuoso che si è creato a Civitavecchia tra porto, città ed imprenditori".

Naturalmente sia Giovanni Moscherini che Fabio Ciani hanno ringraziato per i complimenti, cogliendo l'occasione per rilanciare i rispettivi programmi. Il sindaco ha citato distretto della nautica, Frasca, Terminal Cina e crocierismo, mentre il presidente dell'Autorità Portuale ha fatto riferimento al bacino di carenaggio, invitando il Governo a creare le condizioni per poter realizzare i progetti.

Come spesso accade in questi casi, ora è il momento di aspettare che gli impegni, le promesse ed i complimenti si tramutino in atti concreti. Per il momento non si può far altro che archiviare un pomeriggio quasi di festa per la Privilege, nonostante la situazione estremamente difficile che stanno vivendo alcuni lavoratori delle ditte impegnate nel cantiere.

Al riguardo non si registrano novità, anzi. Il presidente dell'Autorità Portuale, Fabio Ciani, ha sottolineato ed elogiato le azioni intraprese dalla Privilege con l'assunzione di operai e l'impegno a prendere cassa integrati del territorio in caso di necessità. Nessuna novità, però, sul fronte degli arretrati, che poi è uno dei nodi principali della questione. Le settimane passano e ancora non si sa se e quando i lavoratori riceveranno gli stipendi
di maggio, giugno, luglio e agosto. Chissà se nell'arco della visita al cantiere, il presidente Baldassarri, i sottosegretari Reina e Scotti sono stati informati anche di questo.

Per la Privilege, oltre all'Amministratore Delegato della Privilege Yard Spa Mario La Via,
anche l'On.
Vincenzo Scotti (Presidente della Privilege Fleet Management Spa ed
attualmente Sottosegretario agli Affari Esteri), l'Avv.
Giorgio Assumma (Consigliere
di Amministrazione della Privilege Yard Spa e Presidente della SIAE), ed il Gen.
Giovanni Verdicchio (Presidente della Privilege Yard Spa ed ex Comandante della
DIA).

Il Cantiere Navale Privilege Yard rappresenta un positivo esempio di sinergia tra
amministrazione locale ed investitori privati, che hanno saputo trattenere in Italia
importanti capitali destinati alla costruzioni di navi di lusso. Le navi Privilege Yard
infatti sono state progettate in Italia, ma erano già destinate ad essere costruite in
cantieri del nord Europa ed in Grecia.

Diversamente da quanto purtroppo spesso succede in Italia, si è fatto "sistema", e tramite la mobilitazione di rapporti trasversali nel mondo politico, finanziario e della pubblica amministrazione sono emerse diverse possibili collocazioni, tra le quali gli investitori hanno scelto il Porto di Civitavecchia.

Si è costituita quindi la Privilege Yard Spa, che ha provveduto a tempo di record alla costruzione della struttura cantieristica, portando avanti nel contempo anche la costruzione delle prime navi. Le prospettive iniziali vanno confermandosi, inducendo gli investitori ad effettuare un ulteriore investimento per la creazione di un proprio bacino di carenaggio, utile oltre alla costruzione anche alla manutenzione delle navi, aprendosi anche all'importante mercato della manutenzione delle grandi navi e dei megayachts.

Completato questo sviluppo la Privilege Yard diventa una realtà internazionale completamente privata e realizzata senza interventi di sostegno pubblico. Nell'occasione sono stati fatti plausi alle banche del territorio presenti che hanno contribuito al decollo dell'iniziativa, mentre brillavano per la loro l'assenza le grandi banche nazionali d'investimento.

L'area sterrata che fino all'anno scorso si stendeva nell'area nord del porto è oggi
una struttura capace di produrre contemporaneamente fino a 3 navi di 250m. In
pieno svolgimento anche i lavori prospicienti il cantiere, che devono ospitare la
nuova darsena traghetti, e che vedranno la realizzazione di una moderna stazione
marittima per il potenziamento del progetto ormai avviato delle Autostrade del
Mare, nonché nuovo polo della nautica di lusso.

 
[30-09-2009]

 

 

 

1 - IL GORDON GEKKO "‘E NAPULE" CHE PROPONE LO SPEZZATINO ENI...
Enrico Bernardo
Cavaliere detto Eric Knight: il Gordon Gekko - il protagonista speculatore di Wall Street, con Michael Douglas - alla napoletana... già socio del defunto misterioso finanziere Stern, insieme alla mamma Rosetta Vinke vuole raddoppiarsi il bonus proponendo lo spezzatino di Eni. Il sindacato è in rivolta e i grandi fondi gridano alla speculazione tipo Lehman. Cosa faranno in Eni dove al momento sembrano tutti silenziosi? Cosa diranno a via XX settembre?

- L'AIUTO A DE BENEDETTI DEL FONDO SALVAIMPRESE...
R. Fi. per "Il Sole 24 Ore" - In tempi duri, le holding di Carlo De Benedetti riescono a fare i profitti anche con le operazioni infragruppo. L'Ingegnere nei giorni scorsi ha riportato a nuovo l'utile di 2,18 milioni di euro segnato nei conti 2008 dalla cassaforte Romed International. Il risultato positivo è frutto della voce "proventi straordinari", passato da 176.584 euro del 2007 a 4,19 milioni: si tratta della cessione del pacchetto di Management & Capitali prima in capo alla International e passato nel corso d'esercizio alla controllata Romed Spa.

La quota del fondo salvaimprese ceduta a fine 2007 era pari all' 8,5% ed era valutata 44,83 milioni nei conti della International .Trasferendo "al piano di sotto" la partecipazione in M&C, De Benedetti ha rafforzato la situazione patrimoniale della International il cui patrimonio netto è salito da 20,82 a 23 milioni mentre i debiti sono scesi da 32,03 a 2,25 milioni. Oggi la quota M&C in capo a Romed Spa è pari al 23,43 per cento.

CHIAMPARINO E TOSI, LA POLITICA IN BANCA...
Al. G. per "Il Sole 24 Ore" - Il presidente dell'Acri Giuseppe Guzzetti si è battuto per anni per dare una vera autonomia alle Fondazioni. E in molti casi, anche di grande rilievo, in effetti negli ultimi dieci anni le Fondazioni hanno mantenuto fede all'impegno di comportarsi da investitori istituzionali responsabili nei confronti delle banche - favorendo fusioni che pure ne hanno diluito partecipazioni azionarie e dunque potere - e giocando al contempo un ruolo decisivo nelle erogazioni a favore del territorio.

Ma a rovinare una reputazione faticosamente costruita basta poco. Le uscite degli ultimi giorni del Sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di quello di Verona Flavio Tosi, che entrano nel merito degli equilibri tra fondazioni e banca rivendicando un ruolo decisionale, riportano d'attualità il tema dell'invadenza della politica nelle vicende bancarie. Brutto segnale per le Fondazioni.

SIPRA: ANNO ORRIBILE PER LA PUBBLICITÀ...
Da "la Stampa" - Il 2009 si conferma un «anno orribile» per la raccolta pubblicitaria: 117 sono le aziende che non investono più in spot per la televisione e nel primo semestre di quest'anno il calo per il settore è stato del 15% rispetto allo stesso periodo del 2008. Insomma, «continua il periodo difficile», ha spiegato a margine del Prix Italia Maurizio Braccialarghe, amministratore delegato della Sipra, la concessionaria che si occupa della raccolta pubblicitaria di Viale Mazzini.

«Rispetto ai primissimi mesi dell'anno - ha osservato Braccialarghe - c'è un leggero miglioramento, ma la raccolta resta in terreno negativo. La speranza è che nel secondo semestre ci sia un'inversione di tendenza, che però al momento non pare manifestarsi».

 

 

 

SOTTO A CHI COCA! - ERA TUTTA UNA FINTA! TARANTINI AGLI ARRESTI DOMICILIARI (MEJO FARLO USCIRE SUBITO PRIMA CHE APRA BOCCA E MEZZA POLITICA FINISCA NEI GUAI) - GIANPY SMENTITO DAL PUSHER: IN SARDEGNA MEZZO CHILO DI COCA - "LA SVEGLIA" DI NASO - UN’INCHIESTA FERMATA NEL 2001. CHISSÀ PERCHÉ....

1 - BARI, TARANTINI AGLI ARRESTI DOMICILIARI
Corriere.it
- Gianpaolo Tarantini esce dal carcere. Ma l'imprenditore barese dovrà comunque rimanere agli arresti domiciliari. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi. Tarantini era stato bloccato il 18 settembre dalla Guardia di finanza con l'accusa di spaccio di cocaina nelle feste vip date in casa sua nel 2008, in particolare durante la vacanza estiva in Sardegna.

L'UDIENZA- Nicola Quaranta, legale dell'imprenditore, aveva assicurato che durante l'udienza di lunedì avrebbe chiarito tutti gli equivoci. Ci è riuscito a metà perché per Tarantini c'è comunque un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari « sulla base di un pericolo di reiterazione probabile». Il gip però «non ha convalidato il fermo, in quanto non ha ritenuto esistente né il pericolo di fuga, né l'inquinamento probatorio». La procura aveva adottato il provvedimento cautelare d'urgenza motivandolo proprio col rischio di una fuga all'estero di Tarantini, in Tunisia, e col rischio dell'inquinamento delle prove testimoniali.

2 - TARANTINI SMENTITO IL PUSHER: IN SARDEGNA MEZZO CHILO DI COCA
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

C'era almeno mezzo chi¬lo di cocaina nella cassaforte di Gianpaolo Tarantini durante la va¬canza in Sardegna. A smentire l'im¬prenditore, che aveva parlato di «50, 70 grammi» è stato Nico, il «pusher», durante un interrogato¬rio avvenuto qualche giorno fa. Su¬bito dopo i pubblici ministeri han¬no firmato il provvedimento di fer¬mo contro l'imprenditore finito in manette venerdì mattina subito do¬po essere atterrato a Bari con un ae¬reo proveniente da Roma. Gli con¬testano le bugie raccontate, ma lo accusano anche di voler «inquina¬re le prove avvicinando testimoni e rilasciando alla stampa dichiara¬zioni allarmistiche».

Elemento forte dell'accusa è an¬che il verbale di uno dei suoi due fornitori di fiducia, Nico. Il 27 lu¬glio raccontò al magistrato di aver acquistato in diverse circostanze a Bari e portato in Sardegna «50-70 grammi di cocaina ed un quantitati¬vo inferiore di Md», droga sinteti¬ca che ha lo stesso effetto dell'ec¬stasy.

I finanzieri non hanno mai creduto a questa tesi, anche perché le intercettazioni telefoniche evi¬denziavano come gli abitanti della villa rifornissero abbondantemen¬te tutti gli ospiti. E qualche giorno fa il «pusher» ha confermato: «Io gli diedi almeno mezzo chilo di co¬caina ».

3 - GIANPI, LA DROGA E LE RAGAZZE QUELL'INCHIESTA FERMATA NEL 2001
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

«Siete miei amici, io vi ado¬ro, però purtroppo devo evitare altri¬menti mi devasto... Meglio evitare pro¬prio la compagnia». Vittoria, France¬sca, Raffaella, Eva, Natalia. Eccole le ra¬gazze stordite dalla droga offerta nella villa di Gianpaolo Tarantini durante l'estate del 2008.

Eccole le aspiranti at¬trici e soubrette coinvolte nel giro di feste e cene organizzate dall'imprendi¬tore che diventerà poi famoso per ave¬re reclutato almeno trenta donne da portare nelle residenze di Silvio Berlu¬sconi. Sono le intercettazioni telefoni¬che e ambientali captate durante quel¬la vacanza a raccontare che cosa avve¬nisse nella splendida dimora che lo stesso Tarantini aveva affittato a Porto Rotondo. Ma quei colloqui svelano an¬che come la «rete» fosse nota già dal 2001, quando lo stesso Tarantini finì sotto inchiesta proprio per corruzione e cessione di cocaina.

Quell'inchiesta, avviata dal pm Ro¬berto Rossi, portò i carabinieri sulle tracce dei clienti dell'imprenditore, ma soprattutto sui «pusher» che lo ri¬fornivano di stupefacenti. E nell'elen¬co c'era proprio quel «Nico» che ora racconta di avergli messo a disposizio¬ne la «partita» da trasferire in Sarde¬gna. A luglio scorso, quando gli è sta¬to chiesto di elencare i suoi fornitori, Tarantini ha detto: «Con riguardo a ta¬le Nico, soggetto presso il quale mi ri¬fornivo di sostanza stupefacente, ricor¬do che lavorava in un negozio di abbi¬gliamento sito in Bari in via Putigna¬ni, angolo via Andrea Da Bari, sulla de¬stra andando verso via Sparano».

Rife¬rimenti tanto precisi da rivelare subi¬to come l'uomo fosse già citato, con identico ruolo, già nelle carte proces¬suali di otto anni fa. E dunque come la collaborazione offerta dallo stesso Ta¬rantini ai pubblici ministeri che ades¬so gli contestano altri fatti, compreso il favoreggiamento della prostituzio¬ne, fosse in realtà un bluff.

Eppure quel fascicolo era rimasto inspiegabilmente fermo. Dimenticato in un cassetto, nonostante avesse con¬sentito di rivelare il «sistema» che con¬sentiva al giovane imprenditore di concludere affari nel settore della sani¬tà: donne, droga e altri regali per ri¬compensare medici e direttori delle Asl che acquistavano i suoi prodotti. «Anche io vorrei capire che cosa è ac¬caduto », ha dichiarato qualche giorno fa il procuratore di Bari Antonio Lauda¬ti, consapevole che se quell'inchiesta fosse arrivata a un processo molti per¬sonaggi noti si sarebbero probabil¬mente tenuti alla larga da Tarantini. E invece la sua villa in Sardegna, così co¬me le sue feste organizzate a Bari, so¬no sempre state un polo di attrazione.

4 - SECONDO LE FIAMME GIALLE, FRANCESCA LANA, JENNIFER RODRIGUEZ, RAFFAELLA ZARDO, SABINA BEGAN ERANO OSPITI FISSE DI TARANTINI
Francesca Lana, Jennifer Rodriguez, Raffaella Zardo, Sabina Began erano ospiti fisse, almeno a leggere le infor¬mative della GdF. Il 16 luglio 2008 vie¬ne registrata una telefonata tra Ales¬sandro Mannarini e Gianpaolo Taranti¬ni. Annotano gli investigatori: «Vengo¬no acquisiti elementi che testimonia¬no come, nel corso della sera prece¬dente, Mannarini abbia ceduto alla La¬na quantitativi non meglio determina¬bili di sostanze stupefacenti».

Tarantini : ma chi c'era a casa sta¬notte?( ovvero nella sua villa)

Mannarini : stanotte c'era Angela, Alessandro, Raffaella

Tarantini : quella Angela si deve to¬gliere dai c..., io non so come devo fa¬re, oh...

Mannarini : Angela dice che dorme con Francesca questo week end

Tarantini : e io tutte e due non le vo¬glio...

Mannarini : vedi un po' tu... Poi, An¬gela, Alessandro, Raffaella, Francesca, poi cinque o dieci minuti è stato Tom¬maso, poi dopo un po', prima che io andassi via, poi io sono andato via, Raffaella ha chiamato Tommy perché voleva fare serata, e io non avevo nien¬te, avevo solo un residuo che ho dato, peraltro, a Francesca.

Una settimana dopo Mannarini par¬la con la Zardo di una festa avvenuta la sera precedente durante la quale «aveva disponibilità di sostanze stupe¬facenti da distribuire a persone di sua conoscenza o che ne avessero fatto ri¬chiesta e riferisce di aver ricevuto da Nicola De Marzo detto Nik (ora anche lui indagato, ndr ) in presenza di Sabi¬na Beganovic, la richiesta di cessione gratuita di stupefacenti».

Tre ore dopo - evidenziano i finanzieri nella rela¬zione - «è stato captato, a cornetta aperta, un colloquio intercorso tra Mannarini e Francesca Lana all'esito del quale è verosimile ritenere che Mannarini deteneva 13 grammi, o co¬munque 13 dosi, di una non meglio specificata sostanza stupefacente da destinare al proprio e altrui consu¬mo ».

Lana : è un grammo, un grammo, a pezzo, sicuro? Non sarà 0,9?

Mannarini : questi sono tredici... pe¬sato... tredici grammi

Lana : eh!

Mannarini : tredici pezzi

Lana : ho capito perché di solito un pezzo invece di darti un grammo te ne danno.

A Ferragosto Mannarini «parla con una donna straniera di nome Natalia. La richiesta, formulata dalla donna, è di conoscere qualcuno, operante in Sardegna dove essi si trovano, che le potesse procurare dello stupefacen¬te ».

Natalia : senti, hai qualche amico che può venire a trovarmi?

Mannarini : no, oggi ho troppa gen¬te intorno, assolutamente no!

Natalia : qualche amichetto non ce l'hai?

Mannarini : amichetto? Vuoi fare l'amore?

Natalia : no! Per fare omino

Mannarini : ah, per fare l'uomo! Ma per fare che cosa? Per accompagnarti da qualche parte?

Natalia : no, no, no! per stare in ca¬sa... per spogliarmi...

Mannarini : non ho capito, per por¬tarti a casa?

Natalia : no che io stavo al (incom¬prensibile) con una mia amica e abbia¬mo urgentemente bisogno di una sve¬glia Mannarini : ah! no, non ho nessu¬no. Là, no!

Natalia : non mi puoi mandare qual¬cuno delle zone in cui stai tu?

Mannarini : non ho nessun numero di qua, noi facciamo tutto da Bari, non abbiamo rapporti con questa zona, no, zero, arriva tutto da Bari Natalia : ah, ah! Ma vuoi per manda¬re qualcuno che paghiamo il taxi no?

Mannarini : no, Nat, è impossibile! Ho 200 persone a casa, adesso ci sono 30 camerieri davanti che aspettano me Natalia : guarda, ti credo, ti credo, scusami

Mannarini : venite qua, venite qua

Natalia : no, noi abbiamo questa fe¬sta sulla nave di fashion tv per la Na¬stro Azzurro per la quale lavoriamo.

5 - RAFFAELLA ZARDO: «MAI A PALAZZO GRAZIOLI. GIANPAOLO? ERA AL BILLIONAIRE»
Lettera di Raffaella Zardo al "Corriere della Sera"
- Gentile Direttore, la prego di dare a questa mia un piccolo spazio poiché da essa dipende il mio futuro umano e di lavoro: da qualche tempo, ogni tanto, il mio nome compare non nell'inchiesta, ma nelle cronache dell'inchiesta di Bari.

Non sono mai stata invitata a Palazzo Grazioli. Solo una volta a Villa La Certosa. Se fossi stata invitata, mi sarei sentita privilegiata. Conosco Tarantini perché era cliente del «Billionaire», del quale io curavo le pubbliche relazioni. Quanto alla droga: solo uno (massimo due) bicchieri di vino. Chiarire anche che, in questa inchiesta, io non sono né indagata, né testimone.

 
[21-09-2009]

 

 

 

MATTONATE SU FINI - SI SCRIVE LIGRESTI, SI LEGGE LA RUSSA - PERCHÉ TOTÒ VUOLE 'COMMISSARIARE' DONNA MESTIZIA? - IN BALLO: LO SBLOCCO DI TRE PROGETTI URBANISTICI – PAPI FA PRESSING SULLA MORATTI CHE PERÒ SI IMPUNTA E DICE “NO” – SE 'GNAZIO NON MOLLA GIANFRY, LIGRESTI PUÒ CAMBIARE MESTIERE...

1- COMUNE DI MILANO NEL MIRINO ...
Alessia Gallione per "la Repubblica"

È una dichiarazione di guerra quella lanciata da Salvatore Ligresti a Milano. E la partita, ancora una volta, è l´urbanistica. Tre società (due controllate, Imco spa e Altair spa; una terza riconducibile, Zero società di gestione del risparmio) legate al gruppo del costruttore hanno presentato alla Provincia una richiesta di commissariamento ad acta del Comune per sbloccare altrettanti progetti edilizi, che risalgono agli anni Ottanta.

Tre piani che prevedono soprattutto nuove case, ma che rappresentano soltanto una parte del risiko del mattone pronto a essere giocato nei prossimi anni. Perché la battaglia sembra più grande di quelle aree. E perché quello che, ufficialmente, può essere letto come un atto amministrativo, ha il sapore di uno scontro di poteri.

Presentato ora: alla vigilia dell´approvazione da parte della giunta di Letizia Moratti del Piano di governo del territorio, il nuovo libro-mastro della città che manderà in pensione il vecchio piano regolatore e che rivoluzionerà non solo 31 grandi aree di Milano che coprono più di 12 milioni di metri quadrati, ma anche il sistema di regole dell´urbanistica. Regole che, ha sempre sostenuto l´assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, dovranno partire dall´interesse pubblico.

Il progetto più contestato dai comitati cittadini è quello di via Natta, una zona vicina al polmone verde dell´ippodromo e dello stadio di San Siro, al centro di una direttrice che conduce ai padiglioni di Expo. Qui dovrebbero nascere due palazzi troppo alti per il contesto. E qui, il Comune ha chiesto che le volumetrie non venissero concentrate in un solo luogo, ma distribuite anche nelle vicinanze.

Diritti edificatori vengono reclamati anche a Bruzzano, a Nord del capoluogo, e in via Macconago, a due passi dal parco agricolo Sud e da un altro intervento strategico come il Cerba, il Centro europeo per la ricerca biomedica avanzata di Umberto Veronesi. Tre disegni su cui Palazzo Marino avrebbe continuato a trattare. Eppure qualcosa deve essere cambiato per spingere il gruppo Ligresti a pretendere adesso che un commissario sblocchi la situazione.

Ufficialmente il gruppo Ligresti non commenta, preferendo attendere che la procedura faccia il proprio corso. Tecnicamente nel documento spedito alla Provincia si fa riferimento all´articolo 14 della legge 12, approvata dalla Regione nel 2005 sul governo del territorio.

Con questa norma ogni costruttore, di fronte all´inerzia del Comune su un piano attuativo o su una variante, sentendosi in qualche modo danneggiato può chiedere a un altro ente (Regione o Provincia) la nomina di un commissario ad acta per risolvere la pratica. Ma la risposta che arriverà (entro 30 giorni) non sarà solo tecnica. Sarà politica e racconterà molto della Milano del 2030.

2- COSÌ IL "PARTITO DEL MATTONE" METTE ALL´ANGOLO LA MORATTI...
Rodolfo Sala per "la Repubblica"

Sono mesi che l´ingegner Ligresti bussa al portone di Arcore. Aveva provato prima con il sindaco Letizia Moratti, il direttore generale di Palazzo Marino, l´assessore al Territorio. La richiesta è sempre quella: sbloccare progetti urbanistici ai quali sono interessate tre società del suo gruppo, progetti fermi dagli anni Ottanta.

La Moratti è stata irremovibile: non si può, non si deve, per costruire su quelle aree di proprietà di Ligresti bisogna prima fare un «progetto strutturale», perché le ragioni del vecchio blocco ai diritti edificatori rimangono tutte. «È una questione di principio», si è intestardito il sindaco, a conferma ulteriore delle voci sempre frequenti che danno in caduta libera i suoi rapporti con Ligresti, tessera numero uno del partito del mattone a Milano.

Si è messa di traverso lei, non tanto l´assessore al Territorio Carlo Masseroli, esponente della lobby ciellina che nel mattone vede soprattutto la possibilità di espandersi, e non solo a Milano, nel business dell´housing sociale: case in affitto per giovani coppie e studenti, da tirar su - è il caso della torre di legno che sorgerà nel 2011 alla Bicocca, da 280 a 450 euro la locazione mensile - in una città dove si pensa solo a costruire per poi vendere.

E grazie, particolare non trascurabile, ai buoni uffici del Comune, che a quel progetto denominato «Social main street» ha contribuito cedendo gratis le aree alle cooperative edilizia della Cdo, ma anche a quelle della centrale rossa.

È un business che a Ligresti non interessa, nella richiesta avanzata dal suo gruppo alla Provincia (commissariare l´urbanistica milanese in nome del diritto negato a costruire) l´obiettivo vero, prima ancora dei concorrenti effettivi e anche solo potenziali, è Letizia Moratti. È lei l´ostacolo da rimuovere, è per questo che l´ingegnere si è rivolto direttamente a Berlusconi, forte dei vecchi legami politico-imprenditoriali consolidatisi tra i due nel corso degli ultimi vent´anni.

Tra l´altro, il recente ridimensionamento dell´Expo (si costruisce molto meno rispetto al progetto originario) ha messo in allarme il partito milanese del mattone. È un ridimensionamento che il sindaco ha salutato con grande favore, e che Ligresti - uno dei dominus delle aree su cui sorgerà l´Esposizione del 2015 - non deve certo aver accolto bene.

Il Cavaliere - come fa sempre - ha ascoltato, preso nota, promesso di interessarsi alla vicenda: nella capitale del berlusconismo don Salvatore non è uno qualunque. Il passo successivo è stato un contatto diretto con la Moratti, da lui investita nel ruolo di sindaco quando lei faceva il ministro dell´Istruzione nel suo penultimo governo. Ma neppure il pressing del premier ha dato uno straccio di risultato.

Un problema in più per l´uomo di Arcore, già parecchio insoddisfatto di come il suo ex ministro sta gestendo il Comune di Milano: dall´Ecopass (la tassa d´ingresso sugli automobilisti) alla pulizia della città, tanto per stare a due argomenti sui quali Berlusconi non ha mancato d´intervenire, più di una volta e in modo molto critico. Ci sono anche problemi grossi tra il sindaco e il suo ex collega Tremonti, culminati in liti furibonde sulla vicenda Alitalia e sui finanziamenti per l´Expo.

 

E poi ci sono certi sondaggi che il Cavaliere negli ultimi mesi si è messo a compulsare in modo frenetico: Letizia cala in modo vistoso nel gradimento dei milanesi, e alla corte di re Silvio si moltiplicano i rumors che non danno più così certa la sua ricandidatura nel 2011, quando scadrà il primo mandato.

La guerra dichiarata da Ligresti alla Moratti, la pratica di commissariamento dell´urbanistica milanese già consegnata al nuovo presidente della Provincia Guido Podestà (lui sì in ottimi rapporti con l´ingegnere) e soprattutto il grande fastidio del premier ridanno fiato a quelle voci, e contribuiscono a indebolire ulteriormente l´immagine del sindaco. Tra i due vasi di ferro impersonati da Berlusconi e Ligresti, lei appare sempre più come un vaso di coccio.

A forte rischio di sgretolamento. Di questa debolezza il costruttore vuole approfittare: non foss´altro, come insinua il consigliere di opposizione Basilio Rizzo, che per ottenere il via libera alle ruspe non già nelle tre aree bloccate, ma altrove e per il futuro. «Come quegli allenatori - dice Rizzo - che parlano male degli arbitri a prescindere, sperando di essere aiutati nella partita successiva».

 
[16-09-2009]

 

 

 

il codice dei MASSONI – dan brown mette LANGDON tra i cappucci CHE COLLEGANO WASHINGTON ALL’ANTICO EGITTO – in “LOST SYMBOL” la cia entra in contatto con le logge – SU TWITTER indizi e COORDINATE per trovare SIMBOLI nascosti nella cartina della città…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

Il 15 settembre esce in tutto il mondo in lingua inglese Lost Symbol il nuovo libro di Dan Brown. In attesa dell'arrivo in libreria, il romanzo ambientato nella Washington della massoneria svela uno ad uno gli elementi della trama attraverso Twitter.

La prima indicazione, messa in rete dall'editore Doubleday, consta di due numeri: «29,979093 e 31,133891». Andando su Google Maps ci si accorge che sono le coordinate geografiche esatte della Grande Piramide di Giza, in Egitto. Proprio al profilo di questa Piramide si richiama il triangolo rosso che campeggia sulla copertina di Lost Symbol, all'interno del quale c'è il Campidoglio di Washington con sopra il solenne sigillo di un documento su pergamena.

La sovrapposizione fra la piramide e il Capitol del Congresso evoca lo scenario di un classico thriller: Washington è la capitale della massoneria ovvero la città che porta il nome del fondatore degli Stati Uniti, a sua volta massone, e che venne disegnata dall'architetto Pierre L'Enfant, anch'egli massone.

La seconda segnalazione su Twitter riguarda non a caso la mappa di Washington: e mette in rilievo la stella che viene fuori collegando i sei punti di Dupont Circle, Logan Circle, Scott Ciralle, Washington Circle, Mount Vernon Square e la Casa Bianca. Anche le coordinate dei sei luoghi sono state messe su Google Map. e facendo attenzione alla mappa ci si accorge che verso Dupont Circle, Scott Circle e Washington Circle si dirigono le sei maggiori arterie cittadine, evocando il numero satanico 666.

Se poi si uniscono i punti topografici relativi a Casa Bianca, Campidoglio, Memoriale di Lincoln e Memoriale di Jefferson si ottiene la forma di un diamante, tradizionale simbolo massone al pari della piramide che campeggia sui biglietti da un dollaro ornata con 13 gradini e la scritta in latino «Novo Ordo Seclorum» ovvero un «nuovo ordine nei secoli».

A tale riguardo un altro indizio utile sulla trama del libro di Brown viene dal primo titolo che era stato ipotizzato ovvero The Solomon Key in riferimento alla «Chiave di Salomone» che secondo l'esperto di simboli massonici Wayne Hershel evoca poteri e scritti su Re Salomone che era noto nell'antica terra d'Israele per avere il potere di «controllare i demoni». (Angeli e demoni è non a caso il titolo del primo libro di Dan Brown, uscito nel 2000.

Lì nasceva la figura del professor Robert Langdon che ritroveremo nel Codice da Vinci del 2003 e che ovviamente è anche il protagonista di questo libro. Professore presso l'Università di Harvard, nonché stimato esperto internazionale di simbologia religiosa, il personaggio di Langdon è interpretato dall'attore Tom Hanks nella trasposizione cinematografica degli omonimi romanzi).

Poi c'è la data di uscita del libro di Brown: 15 settembre, giorno di festa alle origini del cristianesimo quando i fedeli vi celebravano la Sacra Croce. Brown da tempo sostiene che anche egiziani e massoni hanno a che fare con il 15 settembre, al pari dell'obelisco del Washington Monument sulla cui cima c'è un'altra piramide, sebbene in miniatura.

Altre tracce sulla trama del libro che Doubleday ha disseminato su Twitter riguardano soggetti che non potrebbero essere più differenti: il Pentagono, la figura di Virginia Dare, il primo neonato americano di una coppia di immigrati britannici, la teoria del Tytler Cycle elaborata dallo storico scozzese Alexander Tytler (sostiene che «i cicli storici si ripetono»), la spia tedesca Frederick Duquesne, Gesù e un compasso, ennesimo diretto riferimento al mondo massonico.

Ma ciò che più colpisce è l'inserimento in questo canovaccio della Cia attraverso il monumento Kryptos che sorge nel campus di Langley ed è da generazioni oggetto di continui tentativi di decrittazione delle centinaia di lettere incise sulle pareti a forma di serpente. Tre quarti del monumento è stato finora decrittato portando a identificare alcune coordinate geografiche a Sud di Langley ma resta l'ultima parte da svelare e Dan Brown lascia intendere che potrebbe aver tentato di sfidare quest'imponente tabù nel cuore della «intelligence community».

Tali e tanti indizi portano critici cinematografici e grande pubblico ad attendersi dopo il libro un film rilevatore sulla genesi massonica di Washington ma nel mondo delle logge del Nord America si respira ben altra aria. Per accorgersene basta parlare con Robert Huke, direttore dello sviluppo della loggia più importante del Massachusetts, con la sede sulla Tremont Street poco lontano dal luogo dove sabato si sono svolte le esequie di Ted Kennedy. Huke non vuole sentir parlare né di Dan Brown né di rituali massonici sul grande schermo perché «volgarizzano la nostra vita e le nostre tradizioni» e «ci trasformano in un fenomeno da baraccone: quello che non siamo in America».

LA STELLA E IL DIAMANTE
Una cartina di Washington con la stella e il diamante che si ottiene unendo i punti che le anticipazioni uscite su Twitter danno come importanti nel nuovo libro di
Dan Brown. Tanto la stella, quanto il diamante assumono importanza nella simbologia in gran parte massonica che percorre tutto il romanzo. A sbrogliarsi fra questi simboli sarà ancora il professor Langdon

 
[03-09-2009]

 

 

 

“SCUDARE O NON SCUDARE?” - PERCHÉ TORNANO IN AZIONE PROPRIO OGGI GLI “SPALLONI”? PERCHÉ SONO IN MOLTI A VOLER APPROFITTARE DELLO SCUDO FISCALE DA METÀ SETTEMBRE IN POI - PARADOSSALMENTE, COSÌ, GLI SPALLONI PARTECIPANO ALL'EMERSIONE DELL'ECONOMIA SOMMERSA ITALIANA….


Stefano Elli e Marco lo Conte per il Sole 24 Ore

L' appuntamento è davanti a un museo di fossili alpini. Qui un primo alpinista riempie la borraccia alla fontana di un lavatoio in pietra. Poi si gira e un secondo alpinista gli fa un cenno. Una stretta di mano e inizia lo scambio degli zaini. Uno contiene mezzo milione di euro e sta per varcare la frontiera. È il momento clou di una rappresentazione che pare d'a ltri tempi, ma che va in scena quest'estate sul confine italo-svizzero.

Una vicenda non inedita, siamo ormai alla terza edizione dello scudo fiscale, ma che non manca di suscitare interesse.

Per comprenderla a fondo bisogna conoscere la parola chiave, che non è più «segreto bancario » bensì «privacy»: le informazioni relative ai depositi di un cliente vanno tutelate, secondo la normativa elvetica in materia, come un dato sensibile. E ora i personaggi e gli interpreti: alcuni loquaci, altri muti come lapidi.

Innanzitutto i clienti italiani con il conto in Svizzera: combattuti tra l'idea di riportare a casa il denaro e quella di restare con un piede off shore. C'è poi il Fisco italiano, a caccia dei patrimoni in un contesto internazionale che ha messo all'indice della black o della grey list paesi come la Svizzera, poco o punto collaborativi con le autorità internazionali.

Poi ci sono le banche della Confederazione Elvetica che hanno seguito per mesi con trepidazione la contesa tra Ubs e l'amministrazione Usa dividendosi sulla convenienza di pagare una multa salata, ma garantendo l'anonimato dei propri clienti, o convinti a consegnare una lista di evasori indifendibili e risparmiare qualche miliardo di dollari. Desiderose, in ogni caso, di chiudere questa vicenda e ripartire a fare affari.

In questa recita non mancano personaggi come gli alpinisti, o i «passatori» dell'organizzazione smantellata nei giorni scorsi dalla Guardia di Finanza di Como nell'inchiesta battezzata «Mozart» (perché tra gli spalloni c'era anche un musicista). Tariffa a chilometro: 400 euro per 250 km percorsi con il denaro, l'oro o i diamanti stipati in doppifondi supertecnologici con aperture a combinazione.

Ma anche consulenti finanziari e promotori iscritti all'albo non disdegnano l'attività transfrontaliera. Ma perché costoro tornano in azione proprio oggi? Perché sono in molti a voler approfittare dello scudo fiscale da metà settembre in poi. Paradossalmente, così, gli spalloni partecipano all'emersione dell'economia sommersa italiana, in cambio di percentuali che oscillano dal 2% del denaro trasportato, se la sede di partenza è il nord Italia e che sale al 3% circa se proviene dal Sud.

 

Obiezione: la norma prevede che potranno essere regolarizzati solo i patrimoni già all'estero al 31 dicembre 2008. E in buona parte degli istituti elvetici si guarda con scrupolo a questa data; in altri invece si osserva come la data è quella indicata dal contribuente italiano «scudante» e che la banca di cui è cliente si limita ad attestare. Ma - si sa - i clienti si trattano bene anche quando se ne vanno, perché - si spera - potrebbero tornare.

Non manca anche un convitato di pietra: il debito pubblico italiano, un tiranno che esige ogni anno circa 75 miliardi di euro dai contribuenti per soddisfare la fameliche fauci delle sue creature, ossia i titoli di Stato, che chiedono questa cifra esorbitante da girare a fondo perduto ai detentori di BoT e BTp, nel 60% circa dei casi non italiani.

In questa commedia si gioca a evitare equivoci: e alcuni personaggi sono chiamati proprio a evitarli. Sono i revisori interni degli istituti elvetici, il cui compito è guardare con sospetto a ogni flusso importante di denaro in ingresso, segnalando comportamenti eccessivamente disinvolti da parte degli addetti della banca.

Costoro non sono disposti a rischiare di incappare in brutte sorprese e preferiscono perdere clienti piuttosto che apparire come elusori, per esempio, di norme anticiclaggio. Divergenti gli interessi in gioco. Entro il 15 aprile prossimo il Fisco punta a incassare uno o due miliardi dall'operazione rimpatrio, le banche svizzere a non perdere i clienti, mentre i clienti - nel mezzo, con il rendiconto in mano - si chiedono se «scudare o non scudare».

«A noi non interessa acquisire clienti con modalità poco ortodosse - dice risoluto il private banker di una banca internazionale con base in Svizzera - . Non giudichiamo chi lo fa, ma il nostro business è un altro ». Un business che si è quasi dimezzato in due anni.

Tentazioni? «È vero che abbiamo patito più degli altri per la crisi dei mercati. Ma stiamo iniziando a raccogliere i primi segnali di un lavoro di pulizia avviato tempo fa. E presto torneremo forti». Se vengo da lei e le chiedo di aprire ora un conto presso il vostro istituto? «È del tutto lecito - spiega il gestore di una boutique finanziaria ticinese - trasferire fino a 10mila euro attraverso il confine italo-svizzero. Se una famiglia di cinque persone vuole fare una gita in un giorno feriale, oppure il 25 aprile o il 2 giugno, giorni di festa da voi, può trasferire qui da noi quasi 49mila euro. È tutto lecito».

E per importi maggiori? Chi non ha modo di fare avanti e indietro e deve depositare qualche centinaio di migliaia di euro? «Noi di questo non ci occupiamo - continua -. Se crede posso informarmi sul numero di un trasportatore». Né mancano tra gli svizzeri i "dissuasori occulti": «Noi diciamo al nostro cliente attenzione: il fisco italiano è un'idrovora - il banchiere A.P., direttore di un istituto di media grandezza, 5 miliardi di patrimonio -. Ti inizia a prendere poco e poi non ti molla più: io sono certo che i vincoli dello scudo-ter diventeranno via via più stretti. L'esosità crescente del Fisco italiano non ti permette di liberarti più. Quindi se hai già scudato una prima volta, o se vuoi rimpatriare il denaro per paura, meglio rinunciare: gli fai sapere che produci nero. Scudare conviene solo a chi intende investire il denaro rimpatriato in attività commerciali o immobiliari ».

[16-08-2009]

SCUDO BUCATO – DITE A TREMONTI DI LEGGERE “LIBERO”: I COMMERCIALISTI BOCCIANO IL RIENTRO DEI CAPITALI DALL'ESTERO: "CONDONO FISCALE TROPPO CARO, SARA' UN GIGANTESCO FLOP" - POCHE GARANZIE SUI REATI SOCIETARI, LE COPERTURE SI LIMITANO AI SOLI REATI TRIBUTARI…

Francesco De Dominicis per "Libero"

Promessa mantenuta. A distanza di un mese dall'annuncio sono scattati i rimborsi fiscali. Proprio in queste ore, infatti, sotto gli ombrelloni sta arrivando una boccata d'ossigeno per gli italiani. Dei circa 600 milioni di euro inviati a oltre 900.000 contribuenti dall'agenzia delle Entrate nei giorni scorsi il 20% è arrivato in Lombardia: 116,71 milioni di euro divisi per 156.104 rimborsi. Estate con qualche soldo in più, che in questi tempi di crisi non guasta, pure nel Lazio dove gli 82mila rimborsi valgono 58,2 milioni di euro.

Tra le province è Milano al top della classifica con 71.543 rimborsi e un importo complessivo di 59,13 milioni di euro. Segue Roma con quasi 60mila rimborsi e 46,58 milioni di euro. Al terzo posto Napoli: più di 39mila rimborsi e 22,71 milioni di euro. In Abruzzo, dove la liquidità ora serve anche a far fronte al dopo-terremoto sono stati inviati 11,2 milioni di euro a 19mila contribuenti.

Per i funzionari delle Entrate è un Ferragosto al lavoro. Ma non solo per i rimborsi. Ora si punta soprattutto a fare cassa. Fra 30 giorni esatti scatta lo scudo fiscale. Per il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, è una scommessa da vincere. Ma sul successo dell'operazione non mancano le perplessità. Come quelle dei commercialisti, che nella partita giocheranno un ruolo chiave nel dare consigli ai clienti che hanno fondi all'estero.

Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Claudio Siciliotti, parla senza mezzi termini di «rischio flop». Si tratta, spiega a Libero, di «una manovra che complessivamente ha poco appeal» per chi ha capitali oltreconfine, «ma da un punto di vista etico è giusto così».

«Le iniziative mediatiche dell'amministrazione finanziaria denotano qualche timore da parte chi gestisce l'operazione». Fatto sta che «rispetto ai condoni del 2002-2003, quello appena varato è più costoso» osserva Siciliotti. E in effetti l'imposta secca da versare con lo scudo 2009 è del 5% contro il 2% circa pagato negli scorsi anni. Il leader dei commercialisti fa riferimento anche alle "coperture" che ora «si limitano ai soli reati tributari», lasciando i contribuenti scoperti sul fronte degli «illeciti societari».

[16-08-2009]

 

 

 

PER LA PRIMA VOLTA NELLA SUA STORIA L’ARMA REPLICA A UN GIORNALISTA: GIORGIO BOCCA - L'INDIGNAZIONE DEL COMANDO DEI CARABINIERI PER LE OMBRE DI COLLUSIONE CON LA MAFIA - BOCCA SULL'ESPRESSO: “I CARABINIERI, COME LA MAFIA, NON SONO QUALCOSA DI ESTRANEO E - DI OSTILE ALLA SOCIETÀ SICILIANA, FANNO PARTE FONDAMENTALE DEL PATTO DI COESISTENZA - E DI CONTROLLO SUL TERRITORIO CONDIVISO CON LA CHIESA E CON LA MAFIA”

1 - L'INDIGNAZIONE DELL'ARMA PER LE OMBRE DI COLLUSIONE CON LA MAFIA
Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri - http://www.carabinieri.it/Internet/

Il settimanale l'Espresso pubblica oggi un articolo a firma di Giorgio Bocca dal titolo "Quanti amici ha Totò Riina" nel quale si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l'ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando Generale respinge con fermezza e con indignazione.

Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della mafia, tra i quali il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri.

All'eroica testimonianza dei caduti si affianca quella delle migliaia di Carabinieri che in Sicilia continuano ad offrire quotidiane prove di abnegazione e di riconosciuta efficienza. Sono i Carabinieri che ieri hanno arrestato lo stesso Riina e oggi hanno stroncato sul nascere il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra.

Sorprendono, quindi, le ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato.

Il Carabiniere è pienamente consapevole del rischio che corre ed è invero "innaturale" insinuare che risponda a "tacite regole di coesistenza", perché obbedisce con coraggio e lealtà unicamente all'imperativo del dovere, per la difesa della legalità e l'affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere muore a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassyria, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine.

2 - CASINI, l'ARTICOLO BOCCA INFAME. SOLIDARIETA' ALL'ARMA DA UDC
(AGI) - "Tutto il Paese si deve stringere in ogni sua componente, maggioranza e opposizione, intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalita' e nella consapevolezza di cio' che rappresenta per il presente e per il futuro. L'articolo di Giorgio Bocca e' infame e ogni altro commento e' superfluo. Esprimo al Generale Gallitelli la solidarieta' dei simpatizzanti e militanti dell'Unione di Centro". Lo dichiara in una nota il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini.

3 - QUANTI AMICI HA TOTÒ RIINA - L'ARTICOLO DI BOCCA PUBBLICATO DA L'ESPRESSO
di Giorgio Bocca

I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza

L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.

Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.

Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.

Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.

Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.

Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia.

In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori.

E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?

 
[13-08-2009]

 

 

MA QUALE COCA, L’”AIUTINO” ERA IL VIAGRA - ERANO DIVERSE LE DONNE VIP CHE FREQUENTAVANO LA VILLA DI TARANTINI IN COSTA SMERDATA - ANCHE EVA CAVALLI, MOGLIE DELLO STILISTA, CHE SI SENTE MALE, UNA SERA, PER VIA DI UN COCKTAIL A BASE DI MD, UN ALLUCINOGENO…

Guido Ruotolo per La Stampa

Questa storia non finisce mai di stupire. Dal punto di vista giudiziario, gli interrogatori di ieri promettono sviluppi. Forse prima di Ferragosto. Di certo, l'interrogatorio di garanzia dell'amico del cuore ed ex socio di Gianpiero Tarantini, Max Verdoscia, ha aggravato la posizione dell'imprenditore che ingaggiava le escort anche per le notti d'amore a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. E anche dell'ex «consulente» di Gianpi, Alex Mannarini.

Ma adesso, accanto alla coca e alle puttane, in questa storia di malasanità che racconta anche il tentativo di «scalata» sociale dell'imprenditore Tarantini e della sua «coorte» nel mondo dei vip e dei potenti, spunta l' «aiutino» per garantirsi una nottata indimenticabile. L'aiutino, ovvero il Viagra, il noto stimolatore (chimico).

Si è difeso così Massimiliano Verdoscia, arrestato venerdì scorso - insieme al pusher Stefano Iacovelli - per acquisto, detenzione e cessione di almeno 50 grammi di cocaina, davanti al gip Sergio Di Paola, nel corso dell'interrogatorio di garanzia. Non che non abbia ammesso di sniffare coca, di comprarla - «ma solo per uso personale» - anche dal pusher Stefano, e di averne vista girare nelle feste che Gianpi organizzava nella villa presa in affitto a Capriccioli, Costa Smeralda, l'estate del 2008. Il quale Stefano si difende così: «Io a Verdoscia portavo il Cialis». Ma allora, Cialis o Viagra? Un particolare sul quale evidentemente i due si sono contraddetti.

Poi Max ha voluto precisare che un'intercettazione telefonica che gli era stata contestata nell'ordinanza di custodia cautelare andava diversamente interpretata. E' il 20 agosto del 2008, Max parla con un suo amico, Ezio Mastromarco, per organizzare una serata di sesso («Ezio, ti volevo dire una cosa, ma neanche una zoccola riusciamo a trovare?»).

A un certo punto, Max chiede: «Che dici, dobbiamo prendere pure un aiutino?». Il gip deduce che quell'aiutino dovrebbe essere droga. Errore. Precisa Max: «Non è droga, è Viagra». Ma perché chiedeva ad altri di procurare il Viagra? Per «vergogna». In realtà, secondo chi ha frequentato Verdoscia e la sua allegra compagnia, era l'autista di Max l'incaricato di procurare il Viagra. E non Iacovelli, così come ha sostenuto nel corso dell'interrogatorio lo stesso pusher.i

Ma non è questa la novità che potrebbe dare una svolta alla indagine del pm Pino Scelsi sul filone droga. Il punto è che Verdoscia ha rispedito al mittente l'accusa di essere lui il procacciatore di coca per le feste di Tarantini. Gianpi era stato sentito in due occasioni dal pm Scelsi, il 28 e il 31 luglio scorso. E si era difeso scaricando l'amico Max: «Verdoscia comprava droga da tale Stefano. Lui e Mannarini si rifornivano da Stefano di Torre a Mare». Ieri, però, Verdoscia ha detto che in Sardegna la droga era nella disponibilità dell'amico Gianpi.

Dunque, Tarantini ha mentito, come è suo diritto essendo indagato. Ma è evidente che adesso la sua posizione - come quella di Mannarini - sarà attentamente valutata dal pm Scelsi. Anche perché, la Procura ha depositato agli atti diverse intercettazioni telefoniche. Nell'informativa della Guardia di Finanza, si sottolinea, per esempio, che la soubrette Francesca Lana, riferendosi a Tarantini e Mannarini, dice che i due «si divertono a far drogare tutti nel Privé (del Billionaire, ndr), pure Briatore». E sempre Francesca Lana chiede le «dosi» a Mannarini.

Erano diverse le donne del mondo dello spettacolo e dei vip che frequentavano - da sole o accompagnate - la villa di Capriccioli. Anche la signora Eva Cavalli, moglie dello stilista Roberto. Che si sente male, una sera, per via di un cocktail servitole a base di Md, un allucinogeno. Ma la signora Cavalli, interrogata, si è limitata a dire di non «ricordare» la circostanza. E poi Sabina Began, Jennifer Rodriguez, Victoria Petrov.

I difensori di Verdoscia e Iacovelli hanno chiesto un'attenuazione della misura di custodia cautelare. Insomma, gli arresti domiciliari anche per la disparità di trattamento con gli altri indagati - Tarantini e Mannarini - che sono a piede libero. La Procura deve esprimere il suo parere entro stasera. Poi il gip dovrà decidere.

 

 

 

INTERCETTATA FRANCESCA LANA, L´AMICA LESBO-CHEAP DI MANUELA ARCURI - “QUELLI DI BARI STANNO RIEMPIENDO DI COCA MEZZA SARDEGNA, LO SA ANCHE BRIATORE” - L’ARCURI FU CONDOTTA DAL SUO AMICO TARANTINI A UNA CENA A PALAZZO GRAZIOLI - TARANTINI USAVA OFFRIRE COCA AI SUOI OSPITI COME FOSSE UN BICCHIERE DI VINO

 

gabriella de matteis e giuliano foschini per La Repubblica

«Quelli di Bari», li chiamavano lo scorso anno in Costa Smeralda. «Quelli stanno riempiendo di coca mezza Sardegna». Così parlava lo scorso anno «a cornetta aperta con un interlocutore non identificato» Francesca Lana, una delle soubrette vicine al gruppo di Gianpaolo Tarantini, l´imprenditore barese accusato dalla procura di Bari di aver portato prostitute al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.

arcuri ezio costantino CHI09

La Lana era intercettata dalla Guardia di Finanza e ora quella conversazione è agli atti del fascicolo che, venerdì mattina, ha portato in carcere Massimiliano Verdoscia, il socio di Gianpaolo Tarantini e Stefano Iacovelli. È il luglio del 2008, la prima estate che Gianpaolo Tarantini, per sua stessa ammissione davanti alle fiamme gialle, trascorre in Sardegna.

Un´estate di feste e coca, «tanta che anche noi eravamo coscienti che si esagerasse - racconterà Alessandro Mannarini, collaboratore di Tarantini e anche lui indagato per coca - ci si riprometteva di smettere, ma le promesse venivano puntualmente disattese».

Una delle ospiti fisse di quell´estate a casa Tarantini era Francesca Lana, una «soubrette» - come la definiscono gli investigatori - nota alle cronache mondane soprattutto per essere l´amica del cuore di Manuela Arcuri. Bene, è una notte di luglio quando la Lana - «in stato confusionale» scrivono gli stessi finanzieri - non misura le parole e si lascia andare ad un´affermazione che, nell´indagine, diventa importante o comunque meritevole di essere citata.

«Quelli di Bari danno la droga a tutti, lo sa anche Briatore (ndr, che non è né indagato né coinvolto nell´inchiesta, a nessun titolo)» dice, in sintesi, l´attrice così come riportato nel verbale agli atti dell´indagine.

A questa ricostruzione segue una nuova conversazione, anch´essa intercettata, tra la Lana e Mannarini, nella quale si parla di alcune dosi di cocaina che l´uomo avrebbe dovuto portare. Il tenore delle feste sarde nella villa di Tarantini sono definite dal gip «inquietanti» per il giro di droga: l´imprenditore barese - che portò Patrizia D´Addario e altre signore a Palazzo Grazioli dal presidente - usava offrire coca ai suoi ospiti come fosse un bicchiere di vino.

Tarantini ha però fatto al pm Giuseppe Scelsi, nell´interrogatorio del 28 luglio scorso, il nome di Massimiliano Verdoscia come colui che avrebbe portato la droga. Ed è stato sempre Tarantini a tirare in ballo Stefano Iacovelli. Dichiarazioni che la difesa di Massimiliano Verdoscia e Stefano Iacovelli contestano.

Questa mattina, davanti al gip Sergio Di Paola, è in programma l´interrogatorio di garanzia dei due indagati. Il legale di Iacovelli, l´avvocato Rosario Greco non vuole fare alcun commento sull´indagine. Ieri però è stato in carcere dove ha incontrato il suo assistito che era sereno e certo, spiega il legale, «di poter dimostrare la sua assoluta estraneità ai fatti che gli vengono contestati».

 

 
[11-08-2009]

 

 

 

MI MANDA RETROMANNO – ECCO A VOI RICCARDO MANCINI, NEO AD DI EUR SPA: GIOVANE DIRIGENTE DEL FRONTE DELLA GIOVENTÙ, LAUREATO HONORIS CAUSA (!) ALLA PRO DEO (!!) – PER MERITI FAMILIARI (IMPRESA DEL NONNO) A 24 ANNI È AD DI AGIP SERVIZI PIEMONTE. ED È SOLO L’INIZIO…

Pietro Romano per "Il Mondo" in edicola domani

Da giovane, dirigente del Fronte della gioventù con Gianni Alemanno leader. Da adulto, amministratore delegato di Eur spa, una delle più importanti società partecipate dell'amministrazione comunale di Roma, con Alemanno sindaco, del quale è stato nel board dei tesorieri in campagna elettorale. Ma da un Alemanno all'altro ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere per Riccardo Mancini, nuovo ad di Eur con presidente l'imprenditore Pierluigi Borghini, già candidato del centrodestra a primo cittadino della Capitale.

 

Nato nel 1958, laureato honoris causa in ingegneria meccanica alla pro Deo, Mancini ha l'imprenditoria nel dna. Il suo nonno materno Romolo Zanzi nel 1916 fondò un'azienda specializzata nel ramo riscaldamento e condizionamento che alla fine degli anni ‘90 arrivò a fatturare 160 miliardi con oltre 500 dipendenti.

Proprio il gruppo Zanzi con Jacorossi e Agip petroli nei primi anni ‘80 costituì l'Agip servizi con lo scopo, come si diceva allora, di metanizzare il Paese e contribuire alla sua modernizzazione e al suo sviluppo. E Mancini, a poco più di 24 anni, dopo aver maturato esperienze nell'azienda di famiglia, divenne ad di Agip servizi Piemonte (competente anche per Lombardia, Val d'Aosta e Liguria, insomma la parte più consistente della società), un incarico conservato fino al 2000, alla vigilia dell'assorbimento di Agip servizi da parte dell'Eni, che la trasformò nella divisione Refining and marketing.

 

Nello stesso anno il gruppo Zanzi venne ceduto alla Cofatec, polo servizi di Gaz de France. Mancini, però, era troppo giovane per vivere di ricordi. Si guardò intorno e nel 2003 rilevò le quote di Franco Bernabè nella Treerre, azienda all'avanguardia tecnologica nel settore waste management, specializzata nella bonifica e nei processi di smaltimento di rifiuti di idrocarburi, in particolare nella dismissione e la demolizione di stabilimenti petrolchimici nonché nella bonifica di siti contaminati da amianto e da rifiuti speciali.

La Treerre, che possiede quote di discariche per rifiuti speciali in Olanda e Germania, ha clienti come Eni, Syndal, Tav e Bagnoli. Da tre anni della Treerre (che controlla con il 60%) Mancini è presidente, dopo aver lasciato l'incarico di ad a Emilia Fiorani, che possiede il residuo 40% della società.

Il nuovo ad di Eur è stato attivo anche nel settore multimediale, con la Kairos, di cui era azionista e presidente, che importava in esclusiva i film della casa produttrice francese Gaumont, successi come La cena dei cretini e L'impero dei lupi. Mancini ha inoltre interessi in società petrolifere ed è consigliere di amministrazione della Friuli Venezia Giulia spa (che opera nei processi di dismissione degli immobili regionali) e della Fiumicino servizi spa, attiva nella gestione dei servizi comunali.

 

 
[06-08-2009]

 

 

 

ALLA FACCIA DEI ROSICONI, MEGALÒ MALAGò CELEBRA IL SUCCESSO DEI “SUOI” MONDIALI - LA SAN PELLEGRINI EFFERVESCENTE SI SPUPAZZA IL FIDANZATO CHE FA CILECCA (IN PISCINA) - ARRIVA LAPO, RETROMANNO TAGLIA LA TORTA POI TUTTI IN PISTA (MEGLIO VEDERLI NUOTARE)

 

Claudia Alì per "Il Messaggero"
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo

Il trio di piscine sotto le stelle dice addio al mondiale. Invitati eccellenti si sono ritrovati al Village Roma 09 organizzato da Jumbo Grandi eventi per un esclusivo party di chiusura. Dopo la cerimonia conclusiva allo Stadio del Nuoto e dopo aver mangiato blindatissimi all'Acqua Acetosa, ecco sfilare le star del mondiale: Massimiliano Rosolino e Alessia Filippi.

Attesi anche Filippo Magnini, i fidanzati più famosi d'Italia Luca Marin e Federica Pellegrini, la campionessa di tuffi Tania Cagnotto, Michael Phelps. Tutti alla corte del presidente del comitato organizzatore Roma 09 Giovanni Malagò e del presidente della FIN, Paolo Barelli, accolti insieme al sindaco Gianni Alemanno con la moglie Isabella Rauti, il professor Emanuele Emmanuele, presidente della fondazione Cassa di Risparmio e Samantha De Grenet.

«Grazie Roma, sono soddisfatto e emozionato», ha detto Malagò. C'è buona parte della Roma: Daniele De Rossi, Marco Cassetti, Mirko Vucinic. Invitati da Gaetano e Gianni Mangione e Giuseppe De Mita, organizzatori della discoteca del Villaggio "Billie Jean". Atteso Lapo Elkan che dopo aver visitato il villaggio si è imbarcato su un volo per New York.

 

 
[03-08-2009]

 

 

 

COSTA SMERDATA - TUTTI CONTRO BRIATORE: GLI ABITANTI DI ARZACHENA RIVOGLIONO LA SPIAGGIA E LA PINETA “CANCELLATA” DAL BULLONAIRE - LUI VUOLE 380 MILA EURO DI DANNI DA DUE OPERAI - LO SCANDALO DELLE CONCESSIONI DEMANIALI, 98% FUORI REGOLA A ARZACHENA…

Da Blitzquotidiano.it

Gli stabilimenti balneari in Sardegna, insieme a gazebo improvvisati, chioschi, ristoranti sulla spiaggia, non rispettano mai i limiti e la lettera delle concessioni del demanio. Sotto accusa stavolta i gazebo abusivi sulla costa del comune di Arzachena di Flavio Briatore e della sua creatura Billionaire on the beach, che ha scatenato la protesta degli abitanti del luogo e dei numerosi amanti della splendida località.

Il risultato dell'indagine ordinata dal comune di Arzachena lascia basiti: su 20 delle 61 concessioni rilasciate, il 98% sono irregolari. Così, a fronte di spese irrisorie per privatizzare alcuni dei tratti costieri più belli del mondo, si affittano lettini davanti al mare anche a 70 euro al giorno.

Il sit-in di protesta dei bagnanti della spiaggia di Capriccioli denunciava la cancellazione di una storica pineta per far posto al "Rubacuori" ultima trovata di Briatore. Che non ha preso affatto bene la cosa: ha chiesto 380 mila euro di risarcimento per i danni provocati a due operai che hanno partecipato alla protesta.

 
[02-08-2009]

PIAZZA AFFARI, LA CRISI RESTRINGE IL CLUB DEI MILIARDARI: SOLO DIECI SOPRA I MILLE MILIONI, ERANO 13 UN ANNO FA – FUORI ZALESKI, DENTRO GHEDDAFI – CHI INCREMENTA LA RICCHEZZA? MASSÌ LUI, IL CAVALIERE DEL CIALIS - E IN EUROPA È BOOM, MA DI DISOCCUPATI…

1 - PIAZZA AFFARI, LA CRISI RESTRINGE IL CLUB DEI MILIARDARI: SOLO DIECI SOPRA I MILLE MILIONI, ERANO 13 UN ANNO FA - FUORI ZALESKI, DENTRO GHEDDAFI - CHI INCREMENTA LA RICCHEZZA? MASSÌ LUI, IL CAVALIERE DEL CIALIS...
Francesco Spini per La Stampa

Il club dei miliardari in Borsa si restringe causa crisi. Erano 13 un anno fa, sono rimasti in 10 i superazionisti che possono vantare partecipazioni a nove zeri in società quotate. Non è solo il parco buoi, dunque, ad uscire con le ossa rotte dal cataclisma della finanza.

Secondo la consueta rilevazione di Milano Finanza sui 300 signori del listino, prìncipi di Piazza Affari si confermano Gianfelice e Paolo Rocca, il cui valore della partecipazione in Tenaris vale sì la bellezza di 7,25 miliardi di euro ma, nei dodici mesi trascorsi dal 31 luglio del 2008, si è praticamente dimezzato, perdendo il 48,8%. Il resto del ristretto club presenta più di una novità.

Dimenticate Romain Zaleski: il finanziere franco-polacco un tempo padre padrone della Carlo Tassara è uscito di scena a favore delle banche creditrici. Escono dalla parte alta della classifica - quella a nove zeri - anche i Bulgari (la loro quota valeva 1,05 miliardi un anno fa, oggi 548,9 milioni, la metà). Morale: 20esimo posto.

Pesante new entry in vetta, invece, quella del leader libico Muammar Gheddafi. Il colonnello ha incrementato notevolmente gli investimenti libici in Italia: dall'1 è passato al 5% di UniCredit, è entrato in Retelit, oltre a mantenere la vecchia partecipazione nella Juventus. Si guadagna così la sesta posizione (1,57 miliardi) dalla 24esima di un anno fa.

Al posto di Zaleski, invece, medaglia d'argento della Borsa milanese è Leonardo Del Vecchio. Grazie alla sua Luxottica (+80% da marzo), alla salita in Generali (2%) e sommando le altre partecipazioni in Foncière des Régions e Molmed assomma 6,5 miliardi, con un progresso del 12% che gli ha permesso di abbandonare il quarto posto dell'anno scorso. E superare i Benetton, passati da un valore di portafoglio di 6,7 miliardi a 5,8 (-13%).

Dietro la famiglia di Ponzano Veneto resiste, e più che bene visto che incrementa la sua ricchezza in titoli dello 0,9%, il premier Silvio Berlusconi, quarto Paperone di Piazza Affari (era quinto un anno fa). Le quote, che nella classifica ricomprendono anche i figli, sono ora a 3,517 miliardi, +0,9%. Gli si sarà pure svalutata la Mondadori, Mediaset non ha avuto particolari slanci. E allora ci ha pensato l'amico Ennio Doris con la sua Mediolanum a ristabilire le sorti del gruzzolo. Cosa che sa bene lo stesso Doris.

Un anno fa stava al diciottesimo posto con 802,8 milioni e ora entra nel circolo dei nove zeri con 1,18 miliardi (+47,1%), nona posizione. Ma più in alto in classifica, dopo la famiglia Berlusconi, resistono i novaresi Boroli/Drago - con Dea Capital, Lottomatica, la spagnola Antena 3 e Generali - che pure perdono in un anno il 30% e assommano ora 2,28 miliardi.

Dopo di loro, c'è Gheddafi appunto, Francesco Gaetano Caltagirone (1,39 miliardi, -21%) e i fratelli Massimo e Gianmarco Moratti a cui la loro Saras, le partecipazioni in Pirelli e Camfin non hanno dato grandi soddisfazioni: perdono una posizione in classifica, numero 8, lasciano per strada il 38% a 1,21 miliardi.

Chiudono la classifica dei primi 10 gli Agnelli-Nasi: il valore della quota in Exor vale 1,095 miliardi, calata del 15,9%. Restano gli esclusi. Di Danilo Coppola, un anno fa al 82esimo posto non v'è traccia. Resiste Luigi Zunino, ma dal 29esimo posto (e 450,79 milioni) crolla alla 67: la quota attuale in Risanamento di milioni ne vale ormai "solo" 76.

2 - E IN EUROPA È BOOM, MA DI DISOCCUPATI - NELL'ULTIMO ANNO OLTRE TRE MILIONI DI CITTADINI UE SONO RIMASTI SENZA LAVORO
Marco Zatterin per La Stampa

Il bollettino dal fronte dell'occupazione regala ancora numeri drammatici e annuncia che a giugno l'armata dei senzalavoro è arrivata al 9,4% della popolazione attiva di Eurolandia. Vuol dire che, nello spazio di trenta giorni, sono stati 246 mila i cittadini comunitari che hanno perso l'impiego, cifra che porta a oltre tre milioni il totale delle persone rimaste a casa in un anno nell'intero club della moneta unica.

Dati duri, senza dubbio. Però, a leggerli in controluce, oltre le difficoltà emerge un segnale positivo. E' che la caduta d'inizio estate vale il 40% di quella marzolina, quando fu toccato il picco dei posti bruciati (626 mila). L'emorragia rallenta, nota Bruxelles: «E' una buona notizia, speriamo che continui».

L'auspicio si basa su analisi concrete eppure non c'è nulla da ridere, non si può quando migliaia di famiglie vivono nell'incertezza. Il tasso di disoccupazione registrato da Eurostat a giugno nell'Eurozona è il più alto dal 1999. Nella configurazione a Ventisette, la percentuale dei senza lavoro si riduce all'8,9%, contro l'8,8% di maggio e il 6,9% del giugno 2008. Fa poca differenza. Nel complesso, gli europei che un anno fa andavano in ufficio o in fabbrica sono oggi oltre 5 milioni di meno (totale di chi sta a casa controvoglia: 21,5 milioni). La crisi è stata dura, non c'è dubbio.

La Commissione Ue sostiene che non si deve interpretare la tendenza come la fine del lieve progresso del tono congiunturale. «C'è un ritardo evidente fra la crisi economica e l'andamento del mercato del lavoro - spiegano le fonti -, tanto che l'occupazione ha cominciato ad andare veramente male nella seconda parte del 2008, quando la tempesta finanziaria aveva già trasferito la parte più significativa dei suoi effetti dannosi sull'economia reale». Oggi Bruxelles vede «potenziali segnali di stabilizzazione». E conferma che il clima delle imprese pare essere più virtuoso, così non da consentire di smentire le caute aspettative di una ripresina per l'autunno 2010.

O - copyright Pizzi

Presto per spingersi oltre. E' necessario attendere ottobre per capire se veramente si può pensare di avere il peggio alle spalle. I pareri si dividono fra chi sospetta che, con la ripresa dell'attività, licenziamenti e mancato rinnovo dei contratti potranno impennarsi, e chi immagina un'evoluzione positiva, lenta e graduale. Il problema è che a farne le spese sono sopratutto le donne (disoccupate al 9,7%) e i giovani, con un "under 25" su cinque che non sa cosa fare.

Nerissimo il quadro spagnolo: i ragazzi a spasso sono il 36,5% e Madrid (18,1%) si ritrova in testa alla classifica Ue della disoccupazione. Non succedeva dal 1998.

 

 

 
[02-08-2009]

 

 

 

PORTAVOCE RICCO, MI CI FICCO - ADDETTI STAMPA? MEGLIO ADDETTI ALLA CASSA! – DEL BONO (BOLOGNA) GUADAGNA 130MILA IN PIÙ DELL’ERA COFFERATI - I CASI TURBOLENTE (ALEMANNO), FILIPPO DE BORTOLI (MORATTI) E CALDARA, CHE GUADAGNA PIÙ DI CHIAMPARINO…

Eleonora Capelli per "La Repubblica"

Anche in tempi di tagli per gli enti locali e di bilanci in rosso, c'è un mestiere che meglio sembra resistere ai colpi della crisi economica: il portavoce del sindaco. Stipendi altissimi, che pesano per cifre vicine agli 800 mila euro sulle casse dell'amministrazione (e del contribuente) nei 5 anni di un mandato e mettono d'accordo nord e sud, grandi capoluoghi e città di medie dimensioni. Senza sfuggire al paradosso che vede il comunicatore superare in busta paga il primo cittadino, come nel caso di Torino.

Dopo l'eco suscitata dal caso del sindaco di Bologna, Flavio Delbono, che ha impegnato 724.878 euro in cinque anni per ingaggiare il giornalista e scrittore di noir Marco Girella, riuscendo a battere il predecessore Sergio Cofferati che per Massimo Gibelli ne stanziò 594 mila, anche le altre città si fanno i conti in tasca. In questa particolare classifica, Bologna raggiunge Roma: la nomina di Simone Turbolente a direttore dell'ufficio stampa del sindaco Gianni Alemanno pesa per 162.408,48 euro sul bilancio 2009 della capitale, anche se il professionista riceve un compenso lordo di oltre 118 mila euro all'anno (il resto sono oneri) poco distante dai 117 mila euro annui del collega bolognese Girella.

Da Milano a Palermo, in una giungla di delibere e atti dirigenziali, con denominazioni che vanno da capo ufficio stampa a responsabile della comunicazione, da "spin doctor" a portavoce, i professionisti che devono mettere in relazione i media con il primo cittadino hanno in comune retribuzioni a sei cifre che a volte superano persino quelle del loro "capo".

A Torino il caso è scoppiato pochi mesi fa: Riccardo Caldara, responsabile della divisione informazione e servizi con il cittadino, oltre che portavoce del sindaco, in un anno prende 123.837 euro lordi, di cui 25 mila come premio di risultato. Il suo "superiore", Sergio Chiamparino, si ferma a 109 mila.

A Milano il compenso di Filippo De Bortoli, responsabile della comunicazione e coordinatore dell'ufficio stampa del sindaco Letizia Moratti, è fissato da una delibera del 3 luglio 2006 in 132.452 euro lordi all'anno, in una gerarchia in cui alla qualifica di vice capo servizio dell'ufficio stampa corrispondono 79.470 euro all'anno e al semplice addetto 44.539 euro. In buona posizione anche Palermo, con i 74 mila euro lordi all'anno dell'esperta per la comunicazione di Diego Cammarata, Donatella Palumbo, da aggiungere ai 155 all'anno della busta paga del capo ufficio stampa Rino Canzoneri nel 2008 (adesso però il ruolo si sta assegnando per concorso).

Tra i comuni virtuosi Trieste, dove il portavoce Guido Galetto, ex assessore provinciale dell'area Lega Nord, nel 2006 prendeva 64 mila euro all'anno e Padova, con il sindaco Flavio Zanonato preferisce parlare direttamente con i giornalisti risparmiando in immagine e nel portafoglio. Qui il portavoce Antonio Martini percepisce una cifra attorno ai 20 mila euro all'anno, come del resto, per tornare a Bologna, Luca Molinari, comunicatore e membro dello staff di Delbono.

 

 
[21-07-2009]

 

 

 

perché I BIG DEL MATTONE COME IMPREGILO O ASTALDI SI SONO TENUTI LONTANO DAL BIG BUSINESS DELLA RICOSTRUZIONE POST-TERREMOTO? – SOLO LE AZIENDE MEDIE SI SONO LANCIATE SULLA TORTA DA 700 MLN € (CON PAGAMENTI A 60 GIORNI) – E GLI 8 MLD € PER L’AQUILA?…

Adriano Bonafede per "Affari & Finanza" de "la Repubblica"

È una bella torta da 700 milioni di euro. E, soprattutto è una torta che si mangia subito. Per la ricostruzione dei venti piccoli villaggi prefabbricati intorno a L'Aquila lo Stato paga questa volta quasi cash. E' improbabile che qualche costruttore abbia mai visto in vita propria una cosa del genere e certamente nessuno che abbia avuto a che fare con la pubblica amministrazione.

Per questa volta tuttavia si cambia: la Protezione civile paga a 60 giorni a stati di avanzamento lavori. Per incassare la propria parte, le imprese che hanno vinto le gare hanno dunque solo un problema: sbrigarsi.

E il bello è che, data l'accelerazione impressa alle costruzioni in una lotta contro l'inverno, particolarmente precoce e rigido in Abruzzo, quei soldi affluiranno presto nelle casse delle società di costruzione.

«Secondo il contratto che abbiamo firmato con la Protezione Civile spiega Giampiero Astegiano, presidente della Zoppoli e Pulcher ci devono pagare a 60 giorni ad avanzamento lavori. Ci pagheranno presto, ma noi siamo qui in circa 220 persone a lavorare giorno e notte per rispettare i tempi. Certo, magari tutte le opere pubbliche si facessero con questa rapidità!».

La Zoppoli e Pulcher è, come tante altre che hanno vinto le gare per il Progetto Case dell'Aquila, una media impresa forse poco conosciuta al grande pubblico ma ben nota nell'ambiente. È fra il sessantesimo e il settantesimo posto della graduatoria generale con circa 100 milioni di fatturato. E oggi, con i 12,5 milioni che sono l'importo della sua commessa, potrà rimpinguare i propri bilanci per il 2009.

Ma ce la faranno a rispettare i tempi? «Noi siamo assolutamente tranquilli spiega Astegiano dobbiamo costruire 59 "piastre" in cemento armato (sono le basi su cui saranno poggiate le case prefabbricate , Ndr) in 75 giorni e ne abbiamo già completate 5. Mi risulta che anche le altre imprese di costruzione impegnate nella realizzazione delle piastre siano in regola con i tempi. Certo, poi la palla passerà ai prefabbricatori e per loro sarà certamente una bella sfida».

La Zoppoli e Pulcher è, come tutte le altre impegnate nella ricostruzione, una media impresa. I big come Impregilo, Astaldi, Condotte, si sono tenute alla larga da questi appalti. Perché? «Io credo che qui serva una grande duttilità e questo spiega forse perché non ci siano i grandi", spiega Astegiano.

Appena un punto avanti alla Pulcher, per importo del lotto aggiudicato, c'è il Gruppo Bison di Venezia: 13,2 milioni di euro. Anche questa società è impegnata a nella "realizzazione di getti, posa del ferro di armatura, punterazione e casseratura per la realizzazione di piastre di cemento armato". La società non vuole commentare i lavori in corso: «Parleremo a lavori conclusi», dice Marino Giannetti.

Altra media società alle prese con ben tre lotti da realizzare per complessivi 16 milioni circa è la Colabeton, che produce calcestruzzo. «Noi siamo un'impresa nazionale con 150 impianti in tutta Italia e produciamo intorno ai 4 milioni di metri cubi di calcestruzzo l'anno dice il direttore tecnico Paolo Messini impegnato all'Aquila . In Abruzzo avevamo 12 impianti di cui 2 all'Aquila, ed è stato probabilmente questo il vantaggio che ci ha fatto vincere la gara della Protezione Civile.

Il nostro lavoro si svolge nelle 24 ore, senza soluzione di continuità, cosa che già avviene nelle grandi opere pubbliche come le gallerie dell'Alta Velocità e la Variante di Valico. Ora lavoriamo con 40 persone nostre ma ci avvaliamo anche dei alcune imprese locali che ci forniscono ghiaia e sabbia». Anche la Colabeton sostiene di essere in regola con i tempi, addirittura in anticipo di tre giorni sul ruolo di marcia.

Una fetta della "torta" va anche a un'altra società di Venezia, famosa (almeno tra gli addetti ai lavori) per aver portato a termine in tempi abbastanza ristretti la ricostruzione del Teatro La Fenice. È la Sacaim Spa, un'azienda che ha alle spalle ben novant'anni di storia e che si è aggiudicata un lotto da 2,5 milioni.

«La difficoltà più grande di questo intervento è nella logistica dice Daniela Alessandri, figlia del titolare e rappresentante della quarta generazione imprenditoriale assai più complicata che nelle altre situazioni. E nella tempistica, che mette a dura prova le capacità organizzative di qualunque impresa. Noi siamo un'azienda strutturata: nel 2008 il nostro fatturato è stato di 200 milioni di euro.

E siamo in crescita, visto che abbiamo fatto più 20 per cento sull'anno precedente. A L'Aquila operiamo per il momento con una trentina di persone, ma sono pronte altre 30 e, se serve, possiamo far arrivare altro personale». La Sacaim deve fornire 13 piastre antisismiche (le piattaforme sono come un sandwich fatto da due piastre inframezzate da elementi antisismici che sono in grado di assorbire gli effetti di un eventuale terremoto senza trasferirli alle case sovrastanti).

Il Veneto sembra aver fatto la parte del leone in questa prima fase di costruzione delle piastre. Un'altra società di questa regione, la Veneta Reti, ha vinto una gara per 12,7 milioni. Ci sono poi Rti Edimo Metallo Spa e Taddei Spa, che insieme hanno vinto una gara da 19 milioni per la fornitura di elementi di connessione per gli isolanti antisismici, e la Cardiolo Spa con un lotto da 18,4 milioni per la stessa fornitura.

Per gli elementi di isolamento sismico la Alga Spa ha vinto due commesse da 3,7 e 2 milioni. Ci sono infine la Fip Industriale con 2,8 milioni, la Co.ge.fer con 2,5, la Ati Prs con 2 e la Midal con 600 mila euro, tutte per scavi e movimento terra.

Le gare per la torta da 700 milioni di euro sono state espletate finora soltanto per 450 milioni, e comprendono, oltre che i progetti, anche il calcestruzzo, le piastre antisismiche, le case prefabbricate. Rimangono da espletare gare per 250 milioni di euro per l'urbanizzazione primaria e secondaria.

L'intervento dello Stato va naturalmente oltre L'Aquila. I cittadini nelle tende sono circa 56.000 in tutto l'Abruzzo. Di questi, la Protezione civile calcola che circa la metà, con piccoli interventi (anche di tipo condominiale) sugli edifici danneggiati, possano tornare a casa prima dell'inverno. Ne rimangono 28.000 circa, di cui 1315 mila finiranno appunto nelle case dell'Aquila. Le ultime 1314 mila persone dovrebbero avere prima dell'inverno una sistemazione provvisoria.

«Una parte di questi spiega Vincenzo Spaziante, uno dei più stretti collaboratori del responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso finirà in prefabbricati in legno, un'altra nelle case sfitte e un'altra ancora nelle strutture alberghiere. Poi dovrà ripartire la vera e propria ricostruzione, ovvero la rimessa in sesto delle case distrutte, che però è un compito che riguarda in primo luogo gli enti locali».

Finita l'emergenza, come spera il governo, entro dicembre, e augurandosi che davvero i tempi possano essere rispettati, resta l'immane opera di ricostruzione dell'Aquila, tutta da progettare. Ma questa è un'altra storia, e nessuno nel governo ha dato tempi certi. Si sa solo che lo stanziamento massimo può arrivare fino a 8 miliardi di euro. Ma per ora sono solo 700 milioni i "soldi veri".

 
[13-07-2009]

 

 

QUANTO COSTA FARE UN’OPA SUL PD? CON 6 MLN € TI PORTO IL PARTITO A CASA – BARONI E “CACICCHI” DELLE TESSERE (IN VISTA DEL CONGRESSO) – BOOM DEL 366% NEL CIRCOLO DI FUORIGROTTA – A NAPOLI 80MILA ISCRITTI: 4 VOLTE QUELLI DI ROMA, 5 VOLTE QUELLI DELLA LIGURIA…

Alberto Statera per "la Repubblica"

Sei milioni di euro. Occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a tessera, per fare un´Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi spende ogni anno per Villa Certosa.

I baroni delle tessere napoletani, cui piace la quantità, si sono così scatenati alla vigilia del congresso non tanto per la scalata al partito, ma per conservare in loco la genia intramontabile dei castosauri partenopei, la «cacicchità» degli amministratori locali evocata da Massimo D´Alema quando citò come esempio non proprio commendevole i capi delle comunità tribali nell´America centro-meridionale ai tempi dell´occupazione spagnola.

Per godere di visibilità congressuale contano le percentuali, per cui a Milano se si vuole contare basta spendere poco e avere ottomila tesserati (120 mila euro), invece degli 80 mila, quattro volte quelli di Roma e cinque quelli della Liguria, che la principesca megalomania partenopea impone, conquistando più di un quinto del totale nazionale delle tessere. Ma, si sa, qui le cose si fanno in grande.

Prendiamo un caso piccolo, ma - come dire? - di scuola. Circolo piddì di Fuorigrotta, via Cariteo 59, stesso stabile del municipio di zona, intonaci dei balconi che cascano, marciapiedi coperti di eiezioni canine, inquinamento a mille nell´ingorgo perenne, in un quartiere di melting pot assoluto, disoccupati, operai, impiegati, professori, professionisti.

Al primo piano, sotto un ritratto di Lenin, vigila di pomeriggio il segretario Giorgio, che ha al suo attivo un record: l´incremento del 366 per cento delle tessere, lievitate da poche centinaia a 2.177. Il quartiere, ultima roccaforte di sinistra, partecipa più degli altri. Ma si narra che di quelle tessere sia effettivo titolare il consigliere regionale Tonino Amato, bassoliniano, se nel frattempo la topografia rapidamente mutevole non ne ha cambiato la location.

Tanto più che alle primarie del 2007, in piena crisi dei rifiuti, fu qui che si cercò un´oasi favorevolmente fresca per la candidatura di Bassolino all´assemblea fondante del Pd, ma a sorpresa prevalse l´ignota signora Fortuna Caccavale, operatrice sociale, che poi non ci mise molto a farsi cooptare dal pupillo bassoliniano Andrea Cozzolino, assessore regionale e neoparlamentare europeo.

Cambio scena rispetto alla calura olezzante di Fuorigrotta. Salerno l´altro ieri: quaranta forzuti impediscono, tra schiaffi e scontri corpo a corpo, che si tenga il congresso dei Giovani democratici. Il segretario regionale Michele Grimaldi dice che sono «camorristi fascisti», sia pur tesserati Pd. Off the record, come si dice, sarebbero invece i «bravi» del sindaco di Salerno democratico Vincenzo De Luca, storico nemico di Bassolino.

Sarà vero? Ridacchia amaro, al racconto dei dettagli di battaglia metropolitana salernitana, il consigliere comunale di Torre del Greco Pier Paolo Telese che se la vide con le «presenze inquinanti» e i «loschi figuri» tesserati della sua città: «Contammo persino dei latitanti in quella massiccia affluenza degenerata».

Fu azzerato il tesseramento e nominato commissario Aldo Cennamo, che si è appena dimesso perché dice che il partito continua ad essere inquinato da «guerre per bande», come non esita a definirle anche Telese. Storiacce di provincia profonda?

Macchè, giura Telese, che propende per la segreteria nazionale del partito a Bersani, ma non cambierebbe una virgola di quel che dice Ignazio Marino: «Torre del Greco come tutta la Campania è la fotografia del sistema feudale che vige a Napoli e probabilmente a Roma: vassalli, valvassori, valvassini. Geografia identica di un partito amorfo e pieno di lupi voraci».

«Sì - filosofeggia il professor Eugenio Mazzarella, deputato lettiano, nel senso di Enrico Letta - c´è il confuso assemblaggio di destini personali di un ceto politico alla ricerca di una scialuppa di salvataggio». Ma secondo lui è persino meglio così che la realtà di un partito «non scalabile fino al compiersi tardivo del ciclo biologico, come quello di Berlusconi».

Ma è difficile leggere come un segno di salute il dato di un partito come il Pd apparentemente contendibile con un´Opa tutto sommato poco costosa sulle tessere. Anche se a Berlusconi la Lega Nord costò meno in termini monetari.

Marco Follini, ex segretario dell´Udc e oggi senatore campano del Pd, ha vissuto nella Dc la sindrome del partito delle correnti e delle tessere e oggi, smaliziato, fa la morale: «Sa qual è la vera sindrome? La somma del tesseramento stile democristiano, più il vecchio apparato comunista, più la propensione meridionale».

Propensione a che, lui non lo dice, ma è abbastanza evidente che si riferisca al «familismo amorale», come lo battezzò il sociologo americano Edward C. Banfield. Soccorre, semmai, per spiegare gli effetti della sindrome, lo statuto del Pd, un documento che sembra scritto da un autore pazzo medievale. O da Stranamore, come sostiene l´ex presidente del Senato Franco Marini.

«Un dottor Stranamore non solo pazzo, ma per di più di pessimo umore», aggiunge Follini, che rivendica il ripensamento urgente e totale di un sistema che si è rivelato un mostro, cercando invano di mettere insieme l´happening delle elezioni primarie con le esigenze bulimiche dell´apparato dell´ex Pci. Persino a Firenze le primarie che incoronarono Matteo Renzi, nuovo sindaco-ragazzo, si narra che furono gonfiate dalle truppe berlusconiane di Denis Verdini. E, per di più, gratis.

«Ah, Fanfani!»: pure questo va registrato nel «confuso assemblaggio» del Pd della vigilia congressuale. Debora Serracchiani? Il buon giovanotto Giuseppe Civati? Diceva il saggio Fanfani, come sadicamente ricorda Follini: «Hovvia! Chi l´è bischero, l´è bischero anche a vent´anni!».

Resta da stabilire chi sono i principali baroni napoletani delle tessere, i castosauri partenopei i cui nomi da Fuorigrotta al Vomero, dalla Riviera di Chiaia a Castel dell´Ovo, pochi osano pronunciare. Eppure, sono sulla bocca di tutti. Primo Andrea Cozzolino, il pupillo ex socialista di Bassolino, indagato tra l´altro per la costruzione di una centrale a biomasse a Caserta.

E´ un miracolo vivente: da assessore regionale è diventato parlamentare europeo con 120 mila preferenze per un partito ridotto in Campania al 23 per cento. Secondo, il boss della sanità Angelo Montemarano, la cui potenza fu testata quando suo figlio Emilio, sfrecciante in Porshe cabriolet per via Caracciolo, risultò primo degli eletti in consiglio comunale con 7.500 preferenze e nominò tra i suoi amici un assessore del comprensivo sindaco Rosetta Russo Iervolino.

Come direttore demitiano dell´Asl numero 1 di Napoli il suo papà già tanti anni fa aveva avallato un contratto per la gestione degli immobili con Alfredo Romeo, il re degli appalti pubblici truccati. Non va invece a Strasburgo, pur con 80 mila preferenze, Pasquale Sommese, che di Romeo fu il primo sponsor nella Regione dell´era bassoliniana. Incidenti. Ma Bassolino rivendica orgogliosamente la sua storia di cacicco. Chi portò nel 2006 quelle poche decine di migliaia di voti che consentirono a Prodi di salire a Palazzo Chigi?
I baroni a Napoli sono di casa. Lasciategli la terra da coltivare, se no con pochi soldi fanno l´Opa.

 
[16-07-2009]
 

 

 

TOCCATEMI TUTTO MA NON LE BANCHE – LA COMMISSIONE FINANZE DEL SENATO STA CONCLUDENDO L’INDAGINE SULLO SCANDALO DEI DERIVATI VENDUTI AGLI ENTI LOCALI MA NON CONVOCA LE BANCHE (I PRINCIPALI RESPONSABILI DELLA TRUFFA!) - E POI LANCIANO ANATEMI SULLA MAFIA...

Francesco Bonazzi per "L'espresso"

Davvero riescono a fare un'inchiesta sui derivati senza sentire i banchieri? Ma è impossibile farne a meno, se ci si vuol capire qualcosa!... Bruno Tabacci, l'ex presidente della commissione Attività produttive che trascinò in Parlamento i banchieri di casa nostra per parlare di Fiat, Cirio e Parmalat, non nasconde lo stupore per la piega che stanno prendendo i lavori della commissione Finanze del Senato.

Si sta concludendo l'indagine conoscitiva sullo scandalo dei derivati venduti agli enti locali, ma loro, i venditori di queste autentiche bombe finanziarie sulle quali stanno sedute città come Milano, Napoli, Torino e Firenze, per non parlare di regioni e piccoli comuni, non verranno disturbati dai senatori.

Una scelta che il presidente della commissione, l'economista del Pdl Mario Baldassarri, difende con forza: "Abbiamo già sentito l'Abi e poi li chiameremo presto a parlare di credito alle imprese", annuncia.

Ad aprire le ostilità è stato nei giorni scorsi Elio Lannutti, senatore dipietrista e bestia nera delle banche con la sua Adusbef, l'associazione di difesa degli utenti dei servizi bancari: "Baldassarri non vuole creare imbarazzi alle banche". Il calendario delle sedute prevede di sentire la Guardia di Finanza e i tecnici della Banca d'Italia. Ma delle banche venditrici dei derivati, nessuna traccia.

"Non ci sarà la volontà di risparmiare ai vari Profumo e Passera una sfilata in Parlamento che gli istituti di credito temono per la loro reputazione?", si accende Lannutti. E non sarebbe solo un problema dei vertici di Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma anche di fior di banchieri esteri.

Perché a imbottire le nostre amministrazioni locali di derivati sono state in primo luogo Merrill Lynch, Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs, Barclays e Nomura. Poi anche le principali banche italiane non sono certo rimaste a guardare in un mercato che il ministro Giulio Tremonti ha bloccato per legge solo nei mesi scorsi, a buoi scappati.

Parte proprio da qui l'autodifesa di Baldassarri con 'L'espresso': "Mi spiegate che senso ha mettere alla gogna gli italiani se è dimostrato che oltre il 60 per cento dei derivati è stato venduto dai loro colleghi stranieri, che mai verranno da noi in Senato?". Alcune banche, poi, sono anche quotate e una raffica di audizioni, sostiene Baldassari, "potrebbe anche alterare i corsi azionari".

Baldassarri però non vuole passare per il Ponzio Pilato di turno, e anticipa due proposte che potrebbero venire dalla sua Commissione. La prima è un appello alle banche perché chiudano tutti i derivati in essere con i nostri enti locali, approfittando di questa fase di tassi bassi. La seconda è di vietare per legge a comuni, province e regioni la pericolosa frequentazione di un mercato "per il quale hanno dimostrato di non avere i requisiti di maturità e preparazione".

Al di là delle polemiche su chi convoca chi, sostiene Baldassarri, "se porteremo a casa questi due risultati, avremo fatto un'opera meritoria per tre generazioni". Sarà, ma parlarne direttamente con i banchieri nelle solenni aule del Parlamento non sarebbe un buon inizio?

Alla fine, il presidente della Commissione si sbilancia: i banchieri saranno invitati in autunno nell'ambito dell'altra indagine conoscitiva, quella sul credito alle imprese, "e in quella sede i commissari potranno fare domande anche sui derivati". Sempre che il presidente Baldassarri non scampanelli, obiettando che si va fuori tema.

 
[10-07-2009]

“ITALIAN BANKSTER” - INDAGINE SU 5 SUPER-MANAGER ITALIANI AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO E DIFETTO, SALITI AI VERTICI DELLE BANCHE USA – MAGNONI (EX LEHMAN, ORA NOMURA) E IL BLITZ SU TELECOM – LA REGIA DI BRAGGIOTTI (BANCA LEONARDO) PER INTESA-AGRICOLE…

Pubblichiamo due stralci del libro «Italian Bankster» di Laura Serafini (Fazi editore, pagine 229, 18 euro) in libreria da oggi. Il volume ripercorre le storie di cinque banchieri d'affari italiani saliti ai vertici delle maggiori banche americane: Claudio Costamagna, Ruggero Magnoni, Federico Imbert, Gerardo Braggiotti e Panfilo Tarantelli.

COPERTINA DI ITALIAN BANKSTER LAURA SERAFINI

Protagonisti della finanza in Italia dalla quotazione di Enel alla scalata di Olivetti su Telecom, dal crack Parmalat alle fusioni bancarie. Gli stralci rivelano un retroscena inedito sulla vendita di Telecom al gruppo Pirelli e la regia di Braggiotti nell'accordo tra Intesa e Credit Agricole per avere via libera, nel 2006, alla fusione con il San Paolo.L'accordo è oggi al centro di una procedura di infrazione da parte dell'Antitrust.

Laura Serafini per "Il Sole 24 Ore"

1 - MAGNONI E IL BLITZ SU TELECOM...
Gnutti decide di muoversi in autonomia, senza rispettare l'intesa. Come molti soci della holding, è preoccupato per la flessione che i titoli del gruppo Telecom stanno subendo in Borsa anche a causa delle inchieste giudiziarie. Sa, inoltre, che assieme agli altri azionisti dovrà probabilmente sostenere un nuovo aumento di capitale per Bell (nei tre anni ne vengono fatti diversi), mentre Antonveneta comincia a ventilare la prospettiva di chiedergli il rientro delle linee di credito.

Il suo sponsor nella banca, Silvano Pontello, si è ammalato (morirà l'anno seguente) e inizia a raccomandargli prudenza. Antonveneta è tra i principali promotori della ricerca di un compratore cui vendere la quota Olivetti controllata da Bell.

Colaninno capisce che è meglio darsi da fare per trovare nuovi soci con cui sostituire Gnutti e i suoi compagni di ventura. È ancora una volta Lehman a essere incaricata della delicata operazione. Magnoni individua anche i possibili investitori: imprenditori di rilievo internazionale con i quali aveva già lavorato nel salvataggio di Mediaset.

Nei piani di Colaninno, l'uscita di Gnutti dal capitale di Bell deve essere gestita con un aumento di capitale, un innesto di risorse fresche portato da nuovi soci e di cui il finanziere bresciano non può disporre, motivo per cui la sua partecipazione sarebbe stata diluita. Ma a Gnutti questa mossa non piace, perché non ci avrebbe guadagnato nulla, mentre deve ancora restituire i soldi alle banche che lo avevano finanziato.

Ecco perché, in gran segreto, si muove alla ricerca di qualcuno che offra di più. Verso la fine di giugno (2001, ndr) si tiene una colazione nella foresteria della Pirelli a Milano cui partecipano il ragioniere mantovano, Magnoni, Tronchetti Provera e Carlo Buora, suo braccio destro e futuro amministratore delegato di Telecom Italia.

L'incontro viene fortemente voluto da Colaninno perché nel frattempo stanno circolando voci sui nuovi acquirenti in movimento per entrare in Bell: le indiscrezioni parlano di Pirelli, E.Biscom, Mediaset e Benetton.

In quell'incontro, i cui contenuti trovano riscontro da parte di alcune fonti vicine a Pirelli, il clima all'inizio è molto teso: Tronchetti e Colaninno si danno ancora del lei. Il ragioniere gli chiede se, visto l'interesse per Telecom, è disposto a entrare nell'azionariato di Bell. Ma Tronchetti declina l'invito con fermezza: «Dottor Colaninno», replica, «sono un industriale, per cui o prendo il controllo del gruppo oppure l'investimento non mi interessa».

Questi replica che nel patto di Bell esistono precisi accordi che impediscono che se ne possa cedere il controllo; in ogni caso si possono studiare con Pirelli ipotesi di business in settori contigui oppure nell'immobiliare: «Non c'è ragione alcuna», aggiunge, «perché i rapporti siano tesi». I due si lasciano cordialmente, ma senza calore: l'accordo prevede che ognuno resterà padrone a casa propria.

Colaninno se ne va in vacanza in Argentina, dove può dedicarsi alla caccia, una delle sue passioni. Ma c'è chi è rimasto a Milano, in allerta. Qualcuno avverte Magnoni che Tronchetti sta per fare a Gnutti un'offerta per comprare le azioni Olivetti controllate da Bell. Il banchiere si precipita dal manager di Pirelli per avere spiegazioni poiché, a suo avviso, sta violando l'accordo di giugno.

Tronchetti lo porta a conoscenza del fatto che Gnutti stava già trattando con Benetton per cedere la sua quota e che proprio l'avvocato Sergio Erede stava facendo da mediatore nell'operazione.

E dato che l'avvocato è al tempo stesso sia consigliere di amministrazione di Olivetti che vice presidente di Telecom, Tronchetti conclude che Colaninno non poteva non essere al corrente della trattativa.

Invece il manager mantovano ne è davvero all'oscuro. Del resto, Erede aveva uno storico rapporto con i Benetton dal tempo in cui aveva assistito gli imprenditori di Ponzano Veneto, assieme a Leonardo Del Vecchio, nell'acquisizione di GS e Autogrill.

In pochi giorni si consuma il blitz: Gnutti e soci, che avevano l'85 per cento del capitale di HOPA, fanno approvare una modifica dello statuto che azzera gli accordi esistenti e autorizza la cessione immediata del pacchetto del 20 per cento di Olivetti.

2 - BRAGIOTTI IN REGIA PER INTESA-AGRICOLE...
Chiusa la complessa vicenda dell'universo Fiat, nel 2006 Gerardo tornerà a lavorare con Banca Intesa, per la quale gestirà un lungo negoziato per la fusione con Capitalia che non andrà mai in porto,anche per l'opposizione dell'allora amministratore delegato Matteo Arpe. L'anno seguente, invece, avrà la regia della prima grande aggregazione bancaria degli ultimi tempi: la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi.

È proprio in questo contesto che i buoni rapporti con Passera si cementano.L'operazione non fila via liscia come l'olio: la fusione viene annunciata nel corso dell'estate, ma appare presto evidente che la banca francese Crédit Agricole, azionista con il 18 per cento del capitale d Intesa, non ne è affatto contenta perché in cuor suo sta accarezzando l'idea di potersi comprare Banca Intesa.

E l'operazione annunciata con il gruppo di Torino viene fatta per fermare le aspirazioni francesi in Italia, ma anche quelle dello spagnolo Banco di Santander sul Sanpaolo.
Il problema,però,è che l'ostruzionismo dell'Agricole rischia di impantanare la situazione.

Braggiotti si mobilita e sfodera la sue capacità diplomatiche e di ingegnere della finanza: incontra a più riprese i vertici del Crédit Agricole, con i quali i rapporti sono ottimi dai tempi di Lazard (la banca francese era presente nel suo capitale). Talmente buoni che proprio in quei mesi conclude un accordo per l'ingresso di Eurazeo, di cui fa parte l'Agricole, nel capitale della sua nuova creatura, Banca Leonardo.

Braggiotti propone un compromesso che non si può rifiutare: l'acquisto di Cariparma, Friuladria e di 193 sportelli bancari che verrebbero ceduti da Intesa. In tutto fanno ben 654 sportelli che trasformano così, dalla sera alla mattina, Agricole in un operatore bancario italiano a tutti gli effetti. La soluzione arriva in extremis a ottobre, il giorno prima che si riunisca il cda del Sanpaolo per approvare la fusione.

Da allora il rapporto tra Braggiotti e Intesa diventa quasi simbiotico. Il banchiere affianca il gruppo guidato da Passera all'inizio del 2007, quando viene gestito il passaggio di consegne tra la Pirelli di Tronchetti Provera e la cordata guidata da Telefonica e alcune banche. Lo ritroveremo nel 2008 al lavoro per conto del governo, in qualità di advisor indipendente, nella cessione di Alitalia alla cordata guidata da Colaninnoe da Intesa Sanpaolo.

In quell'occasione la stampa ha preso di mira la nuova creatura di Braggiotti per via del conflitto di interessi, poiché molti suoi azionisti, come vedremo, sono presenti anche nel capitale della società ( la famosa cordata italiana) chiamata a rilevare la compagnia di bandiera. In verità chi conosce il banker sa che quell'incarico gli ha creato solo problemi:
ha lavorato praticamente gratis, perché il Ministero del Tesoro paga poco e tardi, e per di più è stato accusato di fare l'interesse dei suoi soci e non dello Stato, quando invece la sua perizia sul valore di Alitalia ha costretto la cordata ad alzare di 150 milioni l'offerta. Ma molti dei concorrenti di Braggiotti, in verità, puntano il dito su un altro conflitto di interessi più insidioso: il rapporto che lo lega a Banca Intesa che è tra gli azionisti che hanno comprato Alitalia.

 
[10-07-2009]

 

 

MATTONATE A TOTI – LA PROCURA METTE I SIGILLI ALLA SEDE LUISS (CONFINDUSTRIA): INVECE DI RISTRUTTURARE, AVREBBE AUMENTATO LA SUPERFICIE DI 250 MQ – SOTTO SEQUESTRO L’AFFITTO (6 MLN € L’ANNO) – CELLI: "L´università è estranea" - 6 MESI PER CAMBIARE SEDE…

Marino Bisso e Carlo Piccozza per "la Repubblica"

Scattano i sigilli per la sede dell´università privata Luiss, in viale Romania, ai Parioli. Violazione delle leggi urbanistiche è l´ipotesi di reato contestata ai proprietari dell´immobile, i costruttori Claudio e Pierluigi Toti, al rappresentante legale della loro società, Lamaro appalti srl, e al direttore dei lavori.

Per il gip Massimo Battistini che ha disposto il sequestro, mancherebbero le autorizzazioni per le opere eseguite nel 2006 nel complesso immobiliare dell´ex "Assunzione", un istituto religioso con scuola annessa. Sarebbero stati consumati, insomma, abusi edilizi attraverso la realizzazione di nuove volumetrie nel complesso di 18 mila metri quadrati.

E sotto sequestro sono finite anche le somme dei canoni di locazione corrisposti dalla Luiss ai Toti. Intanto è stato aperto un conto corrente intestato alla Procura dove confluiranno gli affitti versati dall´ateneo alla società proprietaria, la Lamaro appalti srl (6 milioni di euro l´anno).

L´università avrà sei mesi di tempo per trasferirsi in un´altra sede: la disposizione adottata dal gip è tesa a scongiurare interferenze del sequestro sulle attività didattiche e di ricerca della Luiss. «L´università è estranea ai fatti contestati», precisa il direttore Pierluigi Celli. E l´avvocato Gianluca De Fazio, che assiste il legale rappresentante della Lamaro srl, annuncia: «Stiamo preparando la richiesta di riesame, che sarà esaminata nei prossimi giorni».

«Senza entrare nel merito della natura delle opere», continua, «riteniamo inattuale il provvedimento perché interviene a lavori ultimati da almeno due anni». Non sussisterebbero, insomma, per l´avvocato De Fazio, i presupposti per l´applicazione del sequestro. E anche il gruppo Toti precisa: «Verrà riconosciuta la legittimità degli interventi».

Nella dichiarazione di avvio lavori (Dia) erano stati indicati interventi di «restauro e risanamento conservativo», mentre per i pm sarebbe stata realizzata una «ristrutturazione con aumento di superficie e modificazione della sagoma».

Una prima indagine nel 2007 si era orientata verso l´archiviazione, grazie a una consulenza tecnica che ha ritenuto i lavori conformi alla Dia. Un anno dopo, dagli schermi televisivi, Report punta di nuovo i riflettori su quei lavori. La Procura, riaperte le indagini, affida la consulenza tecnica a un altro perito le cui conclusioni sono di segno opposto a quelle del suo collega capovolgendo la valutazione del primo procedimento (archiviato).

Ai 18 mila metri quadrati del complesso centrale (ci sono anche immobili accessori, dalle scuderie a una chiesa sconsacrata), se ne sarebbero aggiunti altri 250 (800 metri cubi) con l´ampliamento della parte alta del fabbricato e l´apertura di lucernari.

Nel decreto di sequestro il gip segnala anche «la parziale modifica della destinazione d´uso di un locale denominato Casale, la modifica delle ex scuderie in un punto ristoro con bar» e la realizzazione nel parco di «un plateatico di 150 metri quadrati per 30 centimetri di altezza e, su questo, di un manufatto della stessa superficie con altezza da metri 3,80 a 4,40».

Domande di condono edilizio per l´allargamento dei locali sotto il tetto non sembra siano state presentate mentre le aerofotogrammetrie attesterebbero una copertura più bassa dell´attuale.

 

 
[08-07-2009]

 

 

 

LA METAMORFOSI KAFKIANA DI RETROMANNO IN DALEMANNO – DOPO PERUZY NEL CDA ACEA ECCO UN ALTRO FILO ROSSO CHE TIRA IL SINDACO DI ROMA: DIETRO LA “FONDAZIONE ROMA MEDITERRANEO” C’è (PER DUE TERZI DEL PATRIMONIO) IL BANCHIERe DALEMONE DE BUSTIS – IL GIOCO DI DATE…

Stefano Sansonetti per "Italia Oggi"

 

Una società londinese costituita il 12 maggio scorso. L'ex banchiere del Monte dei Paschi, Vincenzo De Bustis, amico dell'ex premier Massimo D'Alema. Un gettone di 500 mila euro, a cui la società inglese aggiungerà altri 500 mila euro nei prossimi cinque anni. Per alcuni si tratta già di una bella matassa da sbrogliare.

E questa matassa si chiama, o dovrebbe chiamarsi, Fondazione Roma Mediterranea, un progetto a cui sta lavorando il sindaco della capitale, Gianni Alemanno, per promuovere la città di Roma nel bacino del Mediterraneo e il dialogo tra le varie nazioni e città che si affacciano sul mare nostrum. Iniziamo subito dicendo che questa fondazione, nell'arco dei prossimi cinque anni, dovrebbe fare affidamento su un patrimonio di 1,5 milioni di euro.

 

Ma chi c'è dietro al progetto? E qui nascono le perplessità, perché da una parte c'è una società di Londra, la Mercantile Bridge Ltd, che conferirà all'ente la dotazione iniziale, ovvero 500 mila euro. Dall'altra c'è il comune di Roma, che come i «benefattori inglesi» si è impegnato a versare 100 mila euro all'anno per i prossimi cinque anni. Quindi sul tappeto ci sono anche soldi pubblici.

 

E poi la sorpresa finale, una lettera il cui contenuto ItaliaOggi è in grado di svelare. Collegato alla Mercantile Bridge Ltd, è nientemeno che l'ex banchiere Mps Vincenzo De Bustis, conosciuto anche per la sua amicizia con Massimo D'Alema, e per alcune vicissitudini finanziarie non proprio esaltanti (si pensi all'avventura di Banca 121 in Puglia e ad alcuni prodotti che hanno frastornato i risparmiatori come My Way e 4You).

Ebbene, il 12 maggio 2009 De Bustis, su carta intestata della Mercantile Bridge Ltd, ha scritto una lettera ad Alemanno il cui intento è quello di «formalizzare la nostra volontà di adesione come socio fondatore alla Fondazione Roma Mediterranea». La società londinese, prosegue la lettera, «dichiara altresì la propria disponibilità a conferire al fondo patrimoniale della Fondazione, al momento della costituzione della stessa, 500 mila euro».

E subito dopo vi si legge l'impegno per ulteriori 500 mila euro nel prossimo quinquiennio. Occhio però alle date. De Bustis scrive il 12 maggio 2009, che è la stessa identica data in cui viene costituita la Mercantile Bridge Ltd. Ma c'è di più, perché il giorno dopo, ovvero il 13 maggio, la giunta Alemanno ha adottato la proposta di costituzione della fondazione. Proposta che la prossima settimana dovrà essere sottoposta al consiglio comunale.

È chiaro, però, che i sospetti non mancano. Li ha messi in fila, uno per uno, l'ex ministro della sanità, ora capogruppo della Destra in consiglio comunale, Francesco Storace, che per primo ha sollevato il caso. Un pacchetto di 10 domande rivolte al sindaco in cui si chiede innanzitutto di sapere che fa questa Mercantile Bridge Ltd.

Storace chiede ragione delle date, domandandosi come sia possibile che la società londinese sapesse il giorno prima (12 maggio) quello che avrebbe deciso la giunta il giorno dopo (13 maggio). E ancora: dove avrà sede la fondazione? Avrà dipendenti comunali? Comporterà oneri aggiuntivi a carico della cittadinanza? Si dovranno dare soldi pubblici a una fondazione per internazionalizzare il ruolo di Roma? Insomma il nodo c'è.

Anche se, vista la presenza del dalemiano De Bustis, qualcuno parla del rafforzamento di quell'asse ironicamente ribattezzato «Dalemanno». E a tal proposito si ricorda il recente ingresso nel cda dell'Acea, controllata al 51% dal comune di Roma, di Andrea Peruzy, direttore della dalemiana fondazione Italianieuropei.

Nel frattempo, tanto per arricchire il quadro, una settimana dopo la lettera ad Alemanno, De Bustis ha fondato una società di consulenza societaria a 360 gradi che si chiama Bridge Italia srl. La tentazione potrebbe essere quella di pensare a un'appendice italiana della Mercantile Bridge.

Soci di De Bustis (al 33% ciascuno) nella Bridge Italia, sono due imprenditori che si chiamano Massimiliano Marotta e Fabio Lancellotti. Quest'ultimo, in particolare, vanta la stessa estrazione di De Bustis, essendo stato vicepresidente del cda di Mps Professional (cancellata a inizio 2007).

 

 
[08-07-2009]

 

 

 

LE POMPE DI Retromanno - "SCANDALO" PER il contratto da 30mila € annui al capo del cerimoniale della Provincia di Roma – SILENZIO ASSORDANTE INVECE PER L’OMOLOGO CONSULENTE DEL CAMPIDOGLIO (FIGLIO DELL'AMBASCIATORE VATTANI): QUASI 500MILA € IN 5 ANNI…

Qualche giorno fa si è fatto un giro sui giornali il marchesino Andrea La Spina della Cimarra dei Sacconi di Montalto, consigliere al bon ton della Provincia di Roma per la modica cifra di 30mila euro l'anno. "Sono l'unico precario dell'ufficio del cerimoniale di Palazzo Valentini, marchese co.co.co per 1300 euro al mese" si è difeso il giovane.

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Gran clamore mediatico, insomma, per il consulente di Nicola Zingaretti. Meno, invece, per l'omologo del marchesino in Campidoglio, Mario Andrea Vattani, figlio del potentissimo presidente dell'ICE, Umberto Vattani, già passato agli onori delle cronache per la condanna per peculato a due anni e otto mesi e l'interdizione dai pubblici uffici.

L'accusa era l'aver utilizzato il telefonino di servizio per quasi 300 telefonate alle proprie collaboratrici, una delle quali lo aveva anche denunciato per molestie. Venticinquemila euro di telefonate a scrocco.

Ma torniamo al figlio. Al cerimoniere di Gianni Alemanno per il solo 2008 - come evidenzia la delibera sul sito del Campidoglio - sono andati oltre 80mila euro (ma L'Espresso in una inchiesta sulle poltronissime del Sindaco di Roma parlava di 488mila euro di reddito lordo totale più oneri fino al dicembre 2013). In pochi mesi, insomma, Vattani jr. ha triplicato il povero marchesino La Spina della Cimarra quanto a emolumenti.

Sarà per questo che il rinnovo della delibera in scadenza del consigliere di Alemanno è al centro di un infuocato dibattito nei corridoi del Campidoglio? Sono in molti a non vedere di buon occhio la conferma del giovane rampollo, dal momento che il cerimoniale capitolino ha una sua struttura di 16 dipendenti e professionalità che di sindaci ne hanno visti di tutti i colori, da Nicola Signorello a Walter Veltroni.  Che bisogno c'è - sussurrano in Campidoglio - di andarci a prendere da fuori e pagare profumatamente il giovane Vattani?

 

 
[06-07-2009]

LA CASTA DELLA PENSIONE/1 – QUANTO CI COSTANO I PARLAMENTARI CHE RICEVONO LA BABY (SI FA PER DIRE) PENSIONE – CON POCHI ANNI DI LEGISLATURA ARRIVA UN ASSEGNUCCIO DA 3.108 €, CHE FA FELICI TONI NEGRI, GINO PAOLI, ASOR ROSA, MARIO D’URSO, BENETTON…

Andrea Ducci per "Il Mondo"

Ventiquattro ore che fanno la differenza. Sono quelle che obbligano i nati dopo la mezzanotte del 30 giugno del 1951 a scornarsi con le nuove regole per andare in pensione introdotte dal governo Prodi. Un meccanismo che, per mitigare gli effetti dello scalone, dal 1° luglio aggancia il miraggio dell'assegno di anzianità alla fatidica quota 95.

Una sorta di numero jolly composto dalla somma tra i contributi e l'età anagrafica, con una rigidità: quest'ultima non può essere inferiore a 59 anni. Tradotto vuol dire che servono 36 anni di contributi e non più 35. Quindi un anno di lavoro in più rispetto a quei coetanei che nel 1951 hanno avuto la ventura di nascere prima di luglio.

Un meccanismo (in futuro si passerà a quota 96) che da un lato non basta a contenere la spesa pensionistica, arrivata secondo l'Ocse al 14% del pil, un record in negativo su scala europea, e dall'altro mette a nudo, ancora una volta, i privilegi della classe politica.

Differenze che vanno ben oltre il terno a lotto tra chi è nato 58 anni fa alla vigilia dell'estate e quelli più giovani di appena qualche giorno. Un'occhiata all'elenco dei parlamentari in pensione e agli importi dei vitalizi svela la diversità di quanto capita a Montecitorio e Palazzo Madama. Tra gli onorevoli pensionati si annida un esercito di ex deputati e senatori che hanno trascorso tra aule e commissioni una manciata di anni. Sono i 765 titolari di baby pensioni che grazie alla assai snella quota cinque, ovvero cinque anni di contributi, incassano un vitalizio di 3.108 euro lordi.

Meccanismo che porta il costo totale a quasi 30 milioni di euro. Una voce che vale oltre il 12% dei complessivi 219 milioni di euro destinati nell'ultimo anno da Camera e Senato alle 3.309 pensioni degli ex parlamentari. Non è un caso, del resto, che l'Italia sia la nazione con la spesa previdenziale più alta tra le 330 aderenti all'Ocse.

Va da sé che aspettarsi dal Parlamento un impegno per rivedere l'assegno a chi ha ricoperto per pochi anni uno scranno in legislature che si perdono nelle notte dei tempi, come quelle del 1963 (garantisce la pensione alla giornalista Rossana Rossanda) o del 1968 (uno dei pensionati è Eugenio Scalfari, ex deputato del Psi), risulta impensabile e si presta a critiche per lesa maestà.

Le poche riforme alle pensioni dei parlamentari varate sinora sembrano essersi dimenticate della prerogativa riservata a chi ha lavorato qualche anno appena o addirittura non si è mai visto. Vale la pena di ricordare che per il resto dei cittadini la pensione di vecchiaia richiede almeno 20 anni di contributi. Neanche l'evidenza dei fatti o dei numeri serve a molto.

Nel primo caso si tratta di vicende come quella di Toni Negri, il leader di Autonomia Operaia eletto nelle liste dei radicali e poi fuggito in Francia senza mai praticamente mettere piede in Parlamento (lo ha ricordato l'Espresso un paio di anni fa in un articolo in cui elencava tutte le pensioni d'oro degli onorevoli).

Nel secondo dello sbilanciamento tra le ritenute previdenziali versate dai parlamentari in carica e la spesa pensionistica sostenuta dalle camere. Montecitorio incassa 10 milioni di euro, ma ne spende 138. Al Senato l'andazzo è più o meno lo stesso: a fronte di 6 milioni di ritenute ogni anno, servono 81 milioni di euro per mantenere i vitalizi degli ex.

Un privilegio che, ça va sans dire, è reversibile, cioè trasferibile in caso di morte agli eredi che ne abbiano diritto e, ovviamente, può essere cumulabile con altri redditi. Niente ostacoli perciò agli assegni destinati, per esempio, a Giancarlo Cito (ex missino ed ex sindaco di Taranto rinviato a giudizio per mafia), a Mario d'Urso (ex top banker di Lehman Brothers), e ad Augusto Fantozzi (tributarista, ex ministro e oggi commissario straordinario di Alitalia).  

Meteore durate lo spazio di una legislatura. Appena un mandato che in molti casi, come nell'ottava, nell'undicesima e nella dodicesima legislatura si è addirittura rivelato meno duro del previsto concludendosi in poco più di due anni. Il record di brevità spetta alle camere elette in era Tangentopoli nell'aprile del 1992 e sciolte nel gennaio del 1994. Circa 600 giorni che hanno permesso di assicurare un vitalizio all'ex presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, (eletto con il Psi e poi colpito dalle accuse di bancarotta e falso in bilancio). Analogo privilegio tocca tuttora a Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia sbarcato proprio nel 1992 alla camera con i Verdi.

A tutti i non rieletti è infatti bastato versare volontariamente i contributi per i tre anni di legislatura mancanti e maturare così la fatidica soglia del cinque. Il vecchio regolamento, poi rivisto nel 2007 dagli ex presidenti di Camera e Senato Fausto Bertinotti e Franco Marini, consentiva anche di rateizzare fino a 60 rate il totale delle quote retributive necessarie a conquistarsi il super bonus.

Nel frattempo, a beneficiare della chance di diventare baby pensionati del Parlamento con il minimo sforzo sono stati i giornalisti (Sandra Bonsanti, Livio Caputo, Umberto Cecchi e Vittorio Emiliani) e un paio di noti avvocati (Raffaele Della Valle e Vittorio Dotti), tutti eletti nella dodicesima legislatura. Quella iniziata nell'aprile del 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e naufragata velocemente nel maggio di due anni dopo. Il mondo dei giornali, della cultura e dello spettacolo ha fornito nel tempo una bella truppa di capitani di breve corso.

Ad accomunare Enzo Bettiza, Alberto La Volpe, Alberto Arbasino, Corrado Stajano, Claudio Magris, Carla Gravina, Gino Paoli, Pasquale Squitieri, Alberto Asor Rosa ed Edoardo Sanguinetti più che il lavoro politico, esauritosi nello spazio di una legislatura, è l'assegno mensile targato Parlamento italiano. Alla lista delle meteore più conosciute si aggiunge il lungo elenco dei trombati condannati all'oblio. Quelli che in fondo sarebbero rimasti molto volentieri tra i seggi di Montecitorio e Palazzo Madama, ma che gli elettori hanno bocciato privandoli del bis ma non del vitalizio.

Un diritto di sapore feudale che non toccherà più ai deputati e parlamentari eletti in questa legislatura. Per loro valgono le nuove regole adottate due anni fa. Per avere diritto alla pensione minima (ridotta dal 25 al 20% dell'indennità parlamentare, cioè circa 2.400 euro al mese) bisognerà effettivamente avere svolto il mandato per almeno cinque anni. Non basterà, insomma, uno spezzone di legislatura. Con buona pace di chi mastica amaro per i diritti pregressi dei parlamentari che lo hanno preceduto. Un po' come tra i nati prima e dopo la mezzanotte 1° luglio 1951.

LA VITA (PENSIONABILE) COMINCIA A 50 ANNI
Uno dei primi a fare cadere quello che era un tabù è stato Luciano Violante. Esattamente nel luglio di 12 anni fa, l'allora presidente della Camera propose e ottenne la modifica del regolamento pensionistico di Montecitorio. Un giro di vite che gli valse qualche critica da destra e da sinistra, compreso il rimprovero di avere ceduto alla demagogia trascurando i privilegi riservati ad altre categorie come i magistrati. Eppure, quell'estate fu approvata una modifica che rendeva, almeno in apparenza, più presentabile il regime dei vitalizi assicurati agli ex parlamentari.

Si stabilì infatti che a partire dalla legislatura seguente, cioè dal 2001, il diritto alla pensione sarebbe scattato a 65 anni e non più a 60, adeguando gli onorevoli al resto del Paese. Il guaio è che la riforma introdotta dall'ufficio di presidenza si tirava dietro una serie di eccezioni e deroghe che di fatto aggiravano il paletto appena introdotto. Un meccanismo barocco che, come spiegato nel regolamento, permette tuttora di abbattere la soglia dei 65 anni di un anno per ciascun anno di mandato oltre il quinto, «fino al limite inderogabile di 60 anni». In pratica, con dieci anni di attività è possibile andare in pensione a 60 anni con il 40% dell'indennità, cioè circa 4.800 euro lordi.

Il bello, però, è che buona parte degli onorevoli oggi in pensione sono stati eletti prima della tredicesima legislatura e, quindi, per loro vale la vecchia cuccagna. Tetto a 60 anni e soprattutto la possibilità di ridurlo a 50 scalando tutti gli anni di attività oltre il quinto.

Un regime intoccabile, che per i vecchi senatori eletti prima del 2001 risultava se possibile ancora più privilegiato. Per gli ex di Palazzo Madama valeva la possibilità di incassare il vitalizio a 60 anni con una legislatura, soglia che scendeva a 55 grazie a dieci anni di contributi e addirittura a 50 con tre legislature. Con l'intervento adottato nel 2007 da Franco Marini, all'epoca presidente del Senato, la pacchia è in parte finita anche per i senatori. Per la cosiddetta Camera alta vale lo stesso meccanismo utilizzato per i deputati: pensione a 65 anni, con la possibilità di scendere fino a 60 scalando tutti gli anni di mandato oltre il quinto.

Non solo. Tra le decisioni adottate il 23 luglio di due anni fa dall'ufficio di presidenza della camera e da quello del Senato è stato stabilito lo stop al cumulo della pensione con una lunga lista di cariche. Dal gennaio del 2008 gli ex parlamentari nominati per incarichi nel governo, in giunte regionali, nelle authority (Antitrust, Agcom, Consob, Isvap, Lavori Pubblici, eccetera), nel cda della Rai, oltre che sindaco nei comuni con oltre 250 mila abitanti devono scegliere tra il nuovo stipendio e la pensione. Se invece la nuova carica non consente di rinunciare ai relativi emolumenti la pensione viene sospesa fino alla fine dell'incarico. Anche qui però è prevista un'eccezione: la sospensione e l'obbligo di scelta scattano solo se l'importo del nuovo incarico è superiore al 40% dell'indennità parlamentare.

 

 

 
[06-07-2009]

LA CASTA DELLA PENSIONE/2 – ECCO IL MOSTRUOSO ELENCO DI ONOREVOLI CON ASSEGNO DA 3.108 € - TRA GLI ALTRI: EUGENIO SCALFARI, AUGUSTO FANTOZZI, CARLO TAORMINA, GUIDO ROSSI, ECC. – TUTTA GENTE CHE HA BISOGNO DI METTERE INSIEME IL PRANZO E LA CENA…

Da "Il Mondo"

CAMERA DEI DEPUTATI: L'elenco degli ex deputati che riscuotono l'assegno previdenziale mensile di 3.108 euro. Compaiono anche le pensioni di reversibilità assegnate ai coniugi

 

Cosimo Abate
Michele Abbate
Amaele Abbiati
Andrea Agnaletti
Vincenzo Alaimo
Giovanni Alasia
Giuseppe Aleffi
Tommaso Alibrandi
Giuseppe Aloise
Malgari Amadei
Gaetano Ambrico
Fausto Amodei
Renato Andreani
Vittorio Angelici
Franco Angioni
Bruno Antonucci
Nino Alberto Arbasino
Rosario Ardica
Luigi Arisio
Paolo Armaroli
Patrizia Arnaboldi


Alfredo Arpaia
Mario Artali
Alberto Asor Rosa
Gaetano Azzolina
Giovanni Bacciardi
Licia Badesi
Vinicio Baldelli
Guido Baldo Baldi
Enzo Balocchi
Angiolo Bandinelli
Giuseppe Antonio Barbieri
Gennaro Barboni
Pietro Barcellone
Roberto Barontini
Enzo Bartocci
Ada Becchi
Angelo Becciui


Nicola Bellisario
Italo Bellotti
Alida Benedetto
Giorgio Bernini
Ivana Bernini
Gaetano Berretta
Giuseppina Bertone
Lamberto Bertucci
Giovanni Bettini
Alfredo Bianchini
Ilario Bianco
Salvatore Biasco
Adriano Biasutti
Gino Birindelli
Luciano Bistaffa
Vincenzo Bizzarri
Ludovico Boetti Villanis
Luigi Boggio
Mario Giovanni Boi
Franco Boiardi
Luca Boneschi
Casimiro Bonfiglio
Giovanni Martino Bonomo
Alessandra Bonsani


Francesco Borgia
Gian Mauro Borsano
Benito Mario Bortolami
Mario Bortoloso
Lia Bracci
Maria Gloria Bracci Marinai
Aldo Brancati
Antonio Brizioli
Arnaldo Brunetto
Giovanni Battista Bruni
Vincenzo Buonocore
Maria Buro
Paola Buttazzoni
Antonino Buttitta
Maria Anna Calabretta Manzara
Antonino Calamo
Gabriele Calvi
Giuseppe Caminiti
Giuseppe Camo


Raffaele Cananzi
Giorgio Canestri
Francesco Maria Capitaneo
Dante Cappello
Giovanni Caravita
Giorgio Cardetti
Luca Carli
Pietro Fausto Carotti
Ezequiel Stefano Carrara Sutour
Roberto Caruso
Amelia Casadei
Giovanni Casola
Emidio Casula
Mario Catalano
Francesco Catanzariti
Luisella Cavallini
Paolo Caviglia
Umberto Cecchi
Ugo Cecconi
Giuseppe Ceni
Gianni Cerioni
Fulvio Cerofolini
Gianluigi Ceruti
Sergio Chiesa
Rosario Chiriano
Carlo Chirico
Angelo Ciavarella
Francesco Cicerone
Carlo Alberto Ciocci
Paolo Emilio Ciofi Degli Atti
Lorenzo Cirasino
Vincenzo Ciruzzi
Giancarlo Cito
Salvatore Civita
Nicola Colaianni


Mario Columba
Michele Columbu
Giovanni Battista Colurcio
Giorgio Conca
Ilia Coppi
Luigia Cordati
Magda Cornacchione
Calogero Corrao
Michele Cortese
Claudio Bruno Corvatta
Robinio Costi
Ugo Crescenzi
Paolo Cristoni
Amedeo D'addario
Piergiuseppe D'andreamatteo
Guido D'angelo
Giorgio Da Mommio
Carlo Aristide Dal Sasso
Alessandro Dalla Via
Giuseppe Lorenzo Dallara
Roberto Damiani
Ferruccio Danini
Giovanbattista Davoli
Paola De Biase Gaiotti
Fabio De Felice
Simone De Florio
Ferdinando De Franciscis
Raffaele De Grada
Giuseppe De Grazia
Antonio De Gregorio
Paolo De Paoli
Mazarino De Petro
Dino De Poli
Luisa Debiasio Calimani
Giuseppe Del Barone
Leone Delfino
Salvatore Dell'utri
Raffaele Della Valle
Angelo Raffaele Devicienti
Mario Di Bartolomei
Cosimo Damiano Francesco Di Giuseppe
Fernando Di Laura Frattura
Sebastiano Di Lorenzo
Pietro Di Muccio De Quattro
Carlo Di Re
Annalisa Diaz
Giovanni Divella
Luciano Donner
Ermanno Dossetti
Vittorio Dotti
Alessandro Duce
Renzo Dè Vidovich
Giovanni Guido Elsner
Vittorio Emiliani
Vincenzo Epifani
Alfredo Erpete
Demetrio Pietro Errigo
Giuseppe Facchetti


Silvana Fachin
Salvatore Fausto Fagone
Antonio Falconio
Benito Falvo
Vincenzo Fanto'
Augusto Fantozzi
Giuseppe Farassino
Giampaolo Fatale
Francesco Ferrarotti
Romano Ferrauto
Enrico Ferri
Giovanni Filocamo
Custode Fioriello
Costantino Fittante
Antonio Fonnesu
Marco Formentini
Costantino Formica
Giovanni Forner
Giuseppe Fortunato
Giorgio Franceschini
Hubert Frasnelli
Gianstefano Frigerio
Alberto Giorgio Gagliardi
Giovanni Gaiti
Alfredo Galasso
Domenico Galbiati
Luciano Galliani
Elisabetta Gallo
Argeo Gambelli Fenili
Aldo Antonio Gandolfi
Giorgio Gardiol
Giovenale Gerbauto
Giusto Geremia
Antonino Germanà
Mario Domenico Gerolimetto
Enrico Ghio
Elio Giovannini
Umberto Giovine
Aurelio Gironda Veraldi
Iole Giugni
Alda Grassi
Carla Gravina
Guido Grimaldi
Angela Maria Gritta Grainer
Maria Teresa Gloria Grosso
Giacomo Gualco
Giuseppe Guarino
Nazzareno Guasso
Bianca Guidetti Serra
Enrico Hullweck
Ermanno Iacobellis
Berardino Impegno
Carmelo Incorvaia
Giancarlo Innocenzi Botti
Giovan Carlo Iozzelli
Giuseppe Iperico
Gino Ippolito

Vittorio Korach
Antonio La Gloria
Angelo La Russa
Francesco La Saponara
Alberto La Volpe
Bruno Landi
Lelio Lantella
Gianni Lanzinger
Giangiacomo Lattanzi
Giuseppe Lavorato
Giuseppe Lezza
Pier Giorgio Licheri
Roberto Liotti
Francesco Paolo Liuzzi
Giancarlo Lombardi
Giuseppe Lombardo
Giovannino Loreti
Giuseppe Lucenti
Maria Mafai


Silvio Magistroni
Nicola Magrone
Assunta Malavenda
Angelo Raffaele Manca
Paolo Manca
Alberto Manchinu
Angelo Mancuso
Francesco Manganelli
Giuseppe Mangiapane
Lucio Manisco
Andrea Manna
Leone Manti
Giovanni Manzolini
Spartaco Marangoni
Enzo Marchi
Ferdinando Margutti
Achille Enoc Mariano
Franca Maria Marino
Giovanni Eugenio Marongiu
Neri Marraccini
Enrico Marrucci
Lamberto Martellotti
Alfonso Martucci
Raffaele Mascolo
Roberto Massi
Antonio Mastrogiacomo
Teresita Mattei
Cesare Matteini
Vincenzo Mattina
Dino Mazza
Vincenzo Mazzei
Gianantonio Mazzocchin
Italo Mazzola
Giovanni Mealli
Piero Melograni
Giovanni Meloni
Luigi Tommaso Memmi
Giuseppa Mendola
Paolo Mengoli
Pietro Paolo Menzietti
Antonio Miceli
Vanda Milano
Ruggero Millet
Francesco Miroglio
Antonino Mirone
Enrico Modigliani
Paolo Sandro Molinaro
Rosalba Molineri
Sebastiano Montali
Otello Montanari
Lorenzo Montecuollo
Gabriele Mori
Antonio Negri
Renzo Nicolini
Giuseppe Niedda
Gaspare Nuccio
Luigi Occhionero
Marcello Olivi
Benito Orgiana
Federico Orlando
Donato Antonio Pace
Massimo Pacetti
Marcello Pacini
Pierangelo Paleari
Gino Paoli
Antonio Pappalardo
Nicola Parenti
Eolo Giovanni Parodi
Ennio Parrelli
Renzo Pascolat
Franco Pasini
Benito Pavoni
Maurizio Pensa
Riccardo Perale
Giuseppe Romeo Pericu
Vincenzo Perrone
Domenico Petrella
Giuseppe Petrelli
Angelo Pezzana
Cesare Piacentino
Giovanni Piccirillo
Maria Piccoli
Vincenzo Pietrini
Claudio Pioli
Cesare Salvatore Pirisi
Lucio Pisani
Mario Pitzalis
Stefano Podesta'
Gianugo Polesello
Franco Politano
Francesco Polizio
Rosario Antonio Polizzi
Antonio Potenza
Onelio Prandini
Fulco Pratesi
Mario Prestamburgo
Alberto Presutti
Paolo Prodi
Giampiero Pucciarini
Antonio Quattrocchi
Giulio Quercini
Gaetano Rabbito
Francesco Rais
Bruno Randazzo
Pio Rapagnà
Gaetano Rasi
Gianfranco Rastrelli
Remo Ratto


Giorgio Rebuffa
Giuliana Reduzzi
Alessandro Giovanni Repetto
Michele Ricci
Federico Ricotti
Salvatore Riela
Nicola Rinaldi
Lamberto Riva
Augusto Rizzi
Sergio Rogna Manassero Di Costiglione
Domenico Paolo Romano Carratelli
Emilio Rosini
Rossana Rossanda
Stefano Rossattini
Maria Chiara Rosso
Paolo Rubino
Pier Corrado Salino
Massimo Salvadori
Micael Antonio Salvati
Vittorio Salvatori
Luigi Sandirocco
Riccardo Sandrone
Edoardo Sanguineti
Bernardo Sanlorenzo
Emiliana Santoli
Mauro Santoni
Gianfranco Saraca
Eugenio Sarli
Riccardo Sartoris
Giuseppe Sasso
Giulio Savelli
Mauro Savino
Benito Savo
Gabriele Ugo Sboarina
Nicola Scaglione
Eugenio Scalfari
Giuseppe Mario Scalisi
Dino Scantamburlo
Corrado Scardavilla
Felice Scermino
Giacomo Antonio Schettini
Ferdinando Schettino
Sandro Schmid
Maria Grazia Sestero
Luigi Sidoti
Attilio Sigona
Vincenzo Simonelli
Alberto Sinatra
Uberto Siola
Giampaolo Sodano
Mario Soldani
Onofrio Spagnoletti Zeuli
Francesco Speranza
Francesco Spina
Aldo Spinelli
Carlo Squeri
Vincenzo Squicciarini
Carla Stampacchia
Carlo Stelluti
Alfredo Strambi
Artemio Strazzi
Alvaro Superchi
Francecso Tagliarini
Carlo Taormina
Ferdinando Targetti
Teodoro Tascone
Aldo Tenaglia
Adriano Teso
Lucio Testa
Enzo Tiezzi
Giulio Togni
Renzo Tosolini
Sergio Trabattoni
Achille Tramarin
Nicola Trapani
Giovanni Travaglini
Bruno Trentin
Alberto Tridente
Flavio Trinca
Aldo Trione
Emanuele Tuccari
Paolo Tuffi
Denis Ugolini
Carlo Usiglio
Karl Vaja
Antonio Valiante
Antonietta Vascon
Sergio Vazzoler
Alcide Vecchi
Stella Vecchio
Cornelio Veltri
Gaetano Veneto
Giorgio Vido
Anna Maria Vietti
Rosario Villari
Nazareno Vitali
Ambrogio Viviani
Vincenzo Viviani
Francesco Paolo Voccoli
Vittorio Voglino
Ferdinand Willeit
Francesco Paolo Zama
Antonio Zanforlin
Angiola Zilli
Lanfranco Zucalli

SENATO: L'elenco degli ex senatori che riscuotono l'assegno previdenziale mensile di 3.108 euro. Compaiono anche le pensioni di reversibilità assegnate ai coniugi

Modestino Acone
Gerardo Agostini
Gian Mario Albani
Urbano Aletti
Tarcisio Andreolli
Costantino Armani
Giovanni Azzaretti
Francesco Barra
Giampiero Beccaria
Marisa Bedoni
Antonio Belloni
Ugo Benassi
Luciano Benetton
Carlo Bernardini
Carlo Bernini
Lionello Bertoldi
Felice Carlo Besostri
Vincenzo Bettiza
Francesco Saverio Biasco
Giovanni Binaghi
Mario Birardi
Giampaolo Bissi
Giuseppe Bodo
Emilio Bonatti
Cirillo Bonora
Alcibiade Boratto
Silvano Boroli
Giuseppe Borzi
Giuseppe Botti
Giovanni Bruni
Domenico Buccini
Erminio Busnelli
Antonino Calarco
Felice Calcaterra
Matilde Callari Galli
Fulvio Camerini
Guido Campopiano
Pietro Cangelosi
Girolamo Cannariato
Livio Caputo
Quintino Antonio Cartia
Archimede Casadei Lucchi
Giorgio Cavitelli
Pietro Cherchi
Gianfranco Chessa
Vittorio Chiesura
Michele Chimenti
Giorgio Cisbani
Mario Giacomo Cocciu
Rocco Coletta
Ambrogio Colombo
Giancarlo Comastri
Virgilio Condarcuri
Marco Conti
Aldo Corasaniti
Gilberto Cormegna
Andrea Corrado
Efisio Corrias
Marino Cortese
Luigi Cortesi
Piero Craveri
Dario Cravero
Maurizio Creuso
Alfredo D'Ambrosio
Mario D'Urso
Sauro Dalle Mura
Dino De Anna
Athos De Luca
Francesco De Notaris
Gerardo De Prisco
Walter De Rigo
Sandrino De Toffol
Aldo Degaudenz
Biagio Antonio Dell'Uomo
Saverio Di Bella
Giovanni Di Benedetto
Giovanni Di Benedetto
Bruno Di Maio
Mario Di Nubila
Guido Dondeynaz
Vielmo Duò
Antonio Duva
Renato Ellero
Umberto Emo Capodilista
Bruno Erroi
Piero Fabiani
Ada Valeria Fabj
Enrico Falqui
Franco Fante
Gianni Fardin
Gian Pietro Favaro
Pasqualino Lorenzo Federici
Isa Ferraguti
Pietro Ferrara
Micheke Figurelli
Bianca Maria Fiorillo
Angelo Flammia
Luigi Follieri
Albino Fontana
Romano Cataldo Forleo
Donato Michele Fragassi
Maurilio Frigerio
Giuseppe Gaburro
Menotti Galeotti
Raimondo Galuppo
Vittorio Dante Gambino
Renato Garibaldi
Vincenzo Garraffa
Luciano Gasperini
Vito Giacalone
Roberto Giollo
Luciano Giorgi
Graziano Girardi
Raffaele Girotti
Roberto Giunta
Luigi Grassani
Franco Alfredo Grassini
Augusto Guido Graziani
Giuseppe Grossi
Giuseppe Paolo Guarascio
Antonio Guarino
Antonio Guerritore
Francesco Guizzi
Adriano Angelo Icardi
Antonio Iervolino
Enrico Jacchia
Epifanio La Porta
Antonio Landolfi
Carmelo Latino
Baldassare Lauria
Bruno Lazzaro
Vincenzo Leggieri
Giacomo Leopizzi
Vittorio Liberatori
Paolo Licini
Alessandro Lippi
Giuseppe Lo Curzio
Giuseppe Locatelli
Enzo Mario Nino Lombardi
Luigi Lombardi Satriani
Gian Luigi Lombardi-Cerri
Siro Lombardini
Gennaro Lopez
Nicola Loprieno
Giuseppe Luongo
Simona Mafai
Giuseppe Maggiore
Erasmo Magliozzi
Claudio Magris
Vincenzo Maiorca
Giuseppina Maisano Grassi
Vincenzo Ruggero Manca
Tommaso Mancia
Olivio Mancini
Gaetano Mancini
Luigi Manna
Domenico Manno
Italo Marri
Giuseppe Mascaro
Cosimo Ennio Masiello
Luigi Mazzei
Vincenzo Meo
Roberto Meraviglia
Luciano Merigliano
Renzo Michelini
Daria Minucci
Maria Antonia Modolo
Mafalda Molinari
G. Moncada Lo Giudice Di Monforte
Tullio Montagna
Orazio Montinaro
Luigi Moretti
Maria Fida Moro
Giorgio Moschetti
Vittorio Mundi
Vincenzo Mungari
Luigi Natali
Davide Nava
Giuseppe Nistico'
Giuseppe Onorato Benito Nocco
Massimo Palombi
Vincenzo Palumbo
Pasquale Panico
Luigi Panigazzi
Vittorio Parisi
Adriana Pasquali
Bruno Pellegrino
Salvatore Pellegrino
Pietro Perlingieri
Vittorio Pessina
Rosario Pettinato
Sossio Pezzullo
Francesco Raffaele Piccolo
Terzo Pierani
Enrica Pietra Lenzi
Armin Pinggera
Luigi Pingitore
Francesco Pintus
Carlo Pisati
Antonio Pischedda
Francesco Pistoia
Giorgio Pizzol
Emilio Podestà
Luigi Poli
Carlo Polli
Domenico Presti
Giuseppe Pugliese
Leonello Puppi
Ilvano Rasimelli
Carla Ravaioli
Delio Redi
Claudio Regis
Francesco Renda
Antonio Pompeo Rendina
Angelo Rescaglio
Giuseppe Resta
Gianfranco Reviglio
Augusto Guido Rezzonico
Paolo Riani
Libero Riccardelli
Giuseppe Righetti
Armando Riviera
Lionello Franco Romania
Roberto Romei
Domenico Romeo
Pierluigi Ronzani
Domenico Rosati
Guido Rossi
Aride Rossi
Dante Rossi
Angelo Antoni Rossi
Ettore Rotelli
Raffaele Russo
Ferdinando Russo
Rocco Salini
Stanislao Alessandro Sambin
Carlo Sanna
Giovanni Saracco
Giorgio Sarto
Aldo Sartori
Johann Paul Saxl
Cosimo Scaglioso
Filippo Scalone
Umberto Scardaoni
Roberto Scheda
Renzo Sclavi
Pietro Scoppola
Umberto Nicolo' Sella
Di Monteluce
Enrico Serra
Mario Signorino
Piergiorgio Sirtori
Ottavio Spano
Stojan Spetic
Francesco Spinelli
Gianfranco Spisani
Pasquale Squitieri
Corrado Stajano
Armando Stefanelli
Massimo Struffi
Domenico Sudano
Filomeno Biagio Tato'
Marco Toniolli
Giorgio Tornati
Lucio Toth
Maria Luisa Tourn
Vincenzo Michele Trimarchi
Mario Tronti
Gianfranco Tunis
Giovanni Beniamino Valcavi
Nereo Vanzan
Graziano Verzotto
Edoardo Vesentini
Maria Vevante Scioletti
Antonio Vicini
Mario Viganò
Luigi Vinci
Giuseppe Visca
Giuseppe Vitale
Giombattista Xiumè
Arturo Mario Zambrino
Giampaolo Zancan
Siro Zanella
Giancarlo Zilio
Enzo Zotti

 

 

 
[06-07-2009]

 

 

ALTRO CHE FATALITÀ – DIETRO IL DISASTRO DI VIAREGGIO UN MERCATO NERO DI ROTTAMAZIONI E RICAMBI FASULLI - INDAGINI DELLA FINANZA E DUE INCHIESTE CAMPANE SQUARCIANO IL VELO SU SOCIETÀ "OPACHE" - NEL 2006 SCOPERTI DUE CARRI MERCI CHE NON DOVEVANO ESISTERE…

Carlo Bonini per "la Repubblica"

A una settimana dall´inferno di Viareggio, le domande restano intatte: come è potuto accadere? Perché è potuto accadere? E soprattutto: può accadere ancora? Se si sta al canovaccio proposto sin qui da addetti e autorità politica, la strage del treno merci 50325 Trecate-Gricignano è affare di tutti e dunque di nessuno.

Pronta per essere consegnata ad una catena di responsabilità edulcorate, impastate nei ruoli (Fs, la società committente, Gatx, la proprietaria dei carri, Cima Riparazioni, l´azienda che ha sostituito l´assale spezzato causa del deragliamento), annegate in cervellotiche tecnicalità e normative di settore.

Insomma, una notte in cui tutti i gatti sono grigi. E non deve essere un caso. Perché c´è una parte di questa storia, a ben vedere ben più nitida, che non fa comodo a nessuno raccontare e di cui pochi hanno voglia di parlare. Che illumina lo sfondo oscuro della strage e dunque può cominciare a dare risposta alle domande che pone.

Una storia su cui lavora da tempo e a fari spenti la Guardia di Finanza (prima con la Procura di Santa Maria Capua Vetere, ora con quella di Napoli) con un´inchiesta durante la quale, tra gli altri, è stato per altro ascoltato come testimone anche l´attuale amministratore delegato di Fs Mauro Moretti.

Che, non più tardi di due anni e mezzo fa, è stata oggetto di un audit interno delle Fs. Che documenta l´esistenza di un mercato nero della componentistica, della manutenzione e della rottamazione dei carri merci. Una terra di nessuno dove circolano vagoni che risultano rottamati, ma tali non sono.

Dove accade che una "sala montata" (il complesso di asse e ruote del carrello) criccata - esattamente come quella di Viareggio - possa tornare sul mercato punzonata e certificata come "pronta al montaggio" (che è esattamente quel che è accaduto alla Cima di Mantova quando ha ricevuto il materiale dalle officine della Gatx di Hannover) in una cosmesi che non lascia traccia, almeno fino a quando non uccide.

Tutto cominciò tre anni fa. Curiosamente nelle stesse terre cui era destinato il merci 50325. La provincia di Caserta. Nel 2006, vengono ritrovati due carri merci delle Ferrovie dello Stato su un binario morto nelle campagne di Sessa Aurunca. Hanno la matricola del telaio abrasa (proprio come un´auto rubata).

Ma, quel che è peggio, non dovrebbero neppure esistere, perché dagli inventari dell´azienda risultano rottamati da tempo. L´allora amministratore delegato di Fs, Roberto Testore (lascerà la carica nel settembre di quell´anno), dispone immediatamente un audit interno. Gli esiti svelano un abisso.

«L´audit di Fs - racconta oggi una qualificata fonte investigativa - scoprì una gestione dei cargo a dir poco pazzesca. Gli accertamenti interni verificarono che, dei carri merci che allora erano inventariati dalle Fs, ne mancavano all´appello almeno duemila. Nessuno sapeva dove fossero finiti. Ma, soprattutto, furono ritrovati, dopo quelli di Sessa Aurunca, almeno una decina di altri carri merci che risultavano regolarmente rottamati e, al contrario, erano in carico a società private che incrociavano nella zona di Bologna e Livorno».

Carrette vendute al mercato nero e adibite per lo più al trasporto di ghiaia e altro materiale di movimento terra. Inesistenti negli archivi del patrimonio rotabile delle Ferrovie, ma regolarmente circolanti sulla sua rete.

L´audit accerta anche dell´altro. L´allora responsabile della manutenzione merci, Raffaele Arena, ha affidato nel tempo la manutenzione e revisione periodica di migliaia di carri senza uno straccio di gara. Per ragioni di "tempo ed efficienza", le aziende che devono verificare l´integrità dei carelli e la tenuta dei carri, ovvero rottamare gli uni e gli altri, sono state scelte con trattativa privata. Diverse sono campane, alcune lavorano in zone di camorra e hanno un profilo societario opaco. Una, la Mavis srl, risulta di proprietà del cugino di Arena, tale Carmine D´Elia.

Nel 2006, insomma, le Ferrovie scoprono di non avere, di fatto, un reale controllo sulla manutenzione della propria flotta merci. Con il nuovo amministratore delegato Moretti, Arena viene spostato dal merci alla manutenzione dell´Alta Velocità. Quindi, sulla base degli esiti dell´audit interno, allontanato dall´azienda. Mentre l´inchiesta che nel frattempo ha avviato la Guardia di Finanza contribuisce a rendere il quadro ancora più fosco.

L´indagine accerta infatti che intorno al ciclo spesso fasullo della rottamazione e della manutenzione è cresciuto un mercato nero della componentistica che cannibalizza materiale rotabile di fatto non più in grado di circolare (carri e carrelli), ma che viene reimmesso nel circuito come regolarmente certificato. Centinaia di "sale montate" vengono rivendute alle stesse Ferrovie. Altre prendono la strada di mercati che hanno come acquirenti società private proprietarie dei loro carri.

E dunque: quante "sale montate" criccate, ma date per "pronte al montaggio", circolano sul mercato? È possibile che, nel caso di Viareggio (dove, come è ormai noto, i carri non erano di proprietà delle Fs), la "sala" messa a disposizione della Cima Riparazioni di Mantova dalla Gatx avesse una provenienza opaca? Una fonte investigativa allarga le braccia. E invita però a osservare una curiosa coincidenza: «A Viareggio è stata una strage. Ma qualcuno ha provato a collegare la strage di lunedì con quanto è accaduto a Prato tre settimane fa?».

Un altro deragliamento di merci. Il 22 giugno, alle 5 e 10 del mattino, tra Vaiano e Prato, all´altezza della località Canneto, un convoglio di quindici carri che trasporta acido fluoridrico esce dalla sede rotabile, trascinando la propria corsa per oltre due chilometri e mezzo, prima di urtare, fortunatamente senza danni alle persone, il locomotore di un treno regionale che marcia in direzione opposta. I primi accertamenti condotti sul luogo dell´incidente, documentano le ragioni del deragliamento nella «perdita degli assi rotabili portanti del carro numero 9» (ne risulterà proprietaria una società privata genovese). Dunque, ancora un problema con le "sale montate".

Il riferimento dell´investigatore è sufficientemente chiaro. Il mercato dei merci ha conosciuto da tempo un forte inquinamento. Le modalità degli incidenti cominciano a essere troppo simili. E nessuno è in grado davvero di dire quanta componentistica avariata, ma data per buona, circoli. Anche perché, come spiega lo stesso Giuseppe Pacchioni, amministratore unico della Cima Riparazioni spa, «normalmente il materiale usurato viene sostituito con altro materiale che ovviamente è certificato ma è già usato». «Di "sale montate" nuove - aggiunge Pacchioni - non ne compra nessuno per fare le manutenzioni. Perché possono costare fino al triplo di una "sala" usata».

Quella che ha ucciso a Viareggio arrivava da Hannover. Dove la ha acquistata la Gatx? Da chi? Chi ne ha certificato la regolarità? E in Italia, quanta roba cannibalizzata e criccata circola?

 

 
[06-07-2009]

SOTTO LA STRAGE, IL SOLITO, ETERNO MARCIO ALL'ITALIANA - ALDO BORDI, Un consulente delle Ferrovie che, contemporaneamente, lavora anche nell´interesse della "Gatx" di Vienna che assicura il trasporto di gpl - L´intreccio di rapporti getta una nuova luce sul disastro di una settimana fa

 

Carlo Bonini per "la Repubblica"

Una società di intermediazione commerciale con sede a Genova. Un consulente delle Ferrovie che, contemporaneamente, lavora anche nell´interesse del committente e proprietario del convoglio che assicura il trasporto di gpl (la "Gatx" di Vienna).

Carri merci di cui oggi si denuncia la vetustà e l´origine estera (la ex Ddr), ma che da cinque anni, in realtà, si muovevano lungo un unico asse all´interno dei nostri confini: la tratta Trecate-Gricignano. E di cui le Ferrovie conoscevano dunque perfettamente provenienza e impiego.

La strage del merci 50325 si svela come una storia cui continuano a mancare tasselli cruciali. Utili oggi a ricostruire le premesse dell´inferno che ha inghiottito otto giorni fa 23 vite innocenti e domani, forse, a definire con maggiore nitidezza la catena delle responsabilità.

Una storia, appunto, che ora - come confermano fonti investigative - si arricchisce di nuove circostanze. A cominciare da una società genovese, la Ffi, di cui, alla Gatx di Vienna dicono di «non essere autorizzati a parlare».

Salvo confermare che il suo amministratore, Aldo Bordi, lavora come loro consulente commerciale per l´Italia. Bordi è il professionista che intermedia e consegna alle Ferrovie il contratto con cui l´azienda casertana Aversana Petroli (con sede a Casal di Principe e di proprietà di Luigi Cosentino, padre del Nicola sottosegretario all´economia) si affida alla Gatx e alle stesse Ferrovie per il trasporto settimanale di Gpl da san Martino Trecate (provincia di Novara) a Gricignano di Aversa.

Ma Bordi è anche un professionista legato da un contratto di consulenza commerciale con le stesse Ferrovie. Un conflitto di interessi che porta in dote - tra il 2004 e il 2005 - all´allora Cargo Chemical (la società controllata dalle Fs che cambierà successivamente denominazione in Fs Logistica) gli austriaci di Gatx e i casertani.

Della circostanza, Bordi non ha intenzione di parlare, fosse anche soltanto per mettere meglio a fuoco le origini del contratto e gli accordi che regolavano il rapporto tra le Ferrovie e la Gatx per gli aspetti relativi alla manutenzione dei carri. Raggiunto telefonicamente da Repubblica nei suoi uffici di Genova, si dice «sorpreso» che qualcuno lo cerchi.

«Rispondo solo per un fatto di cortesia - spiega - Perché non essendo coinvolto direttamente in quanto è accaduto, non vedo che cosa altro potrei dire se non che sono dispiaciuto sotto il profilo morale». Bordi conferma il rapporto «esclusivamente commerciale» tra la sua Ffi e la Gatx e dunque la sua estraneità agli aspetti tecnici della manutenzione dei carri.

Glissa sul proprio rapporto di consulenza con le Ferrovie nonostante il suo legame commerciale con Gatx: «Non vedo cosa c´entri in questa storia e, soprattutto, le parti mi hanno consigliato di non parlarne, per non introdurre elementi di confusione e alimentare altre suggestioni». Su un fatto, conviene, si può tuttavia essere certi. Nel siglare l´accordo con Gatx, le Ferrovie accettarono che il trasporto del gpl fosse assicurato con convogli composti da carri di proprietà della stessa Gatx. Il dettaglio non è irrilevante.

Perché racconta qualcosa della consapevolezza che le Ferrovie avevano del tipo di materiale rotabile che sarebbe stato impiegato e della sua futura destinazione. Negli ultimi cinque anni, infatti, i carri messi a disposizione dalla Gatx non erano mai usciti dall´Italia, essendo stati destinati a un unico tragitto: Trecate-Gricignano. Gricignano-Trecate.

E anche la loro origine nella ex Ddr (segnalata da Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, nei giorni successivi alla strage come un dettaglio capace di documentare la scarsa sicurezza di materiale proveniente dall´estero) era assolutamente nota alle Ferrovie. La Gatx aveva infatti acquisito quei carri costruiti nella ex Repubblica democratica tedesca al momento dell´acquisizione della Kvg, la più piccola tra le società europee attrezzate per il trasporto di gpl.

Un fatto, in queste ore, appare insomma certo. Che l´indagine per la strage del 50325 tornerà a mettere pressione su Fs Logistica, società che già nel marzo del 2008 fu coinvolta a Molfetta nella morte di cinque operai durante la manutenzione di una cisterna per il trasporto dello zolfo.

Intanto, Fs con una lettera del suo portavoce conferma quanto documentato nell´inchiesta di Repubblica ieri, dichiara di essersi messa a disposizione dell´indagine della procura di Napoli e assicura che il parco merci circolante «garantisce il massimo della sicurezza possibile oggi».

IN 25MILA PER L'ULTIMO SALUTO...
(Agi) - Un minuto di silenzio e' stato l'inizio dei funerali nello Stadio dei Pini per 15 delle 22 vittime della strage causata dall'esplosione di un vagone carico di gpl alla stazione di Viareggio. Poi, con l'ingresso dei feretri coperti di rose bianche, un lunghissimo applauso si e' levato dalle oltre venticinquemila persone che hanno voluto dare l'ultimo, commosso saluto e manifestare solidarieta' alle famiglie degli scomparsi. A uno a uno sono stati detti i nomi delle vittime, sette delle quali sono state traslate in Marocco.

 

Le bare, portate a spalla da rapresentanti delle istituzioni locali, sono state allineate al centro del campo: davanti a tutte le due piccole e bianche, quelle dei fratellini Luca e Lorenzo Piagentini, e nel mezzo la mamma Stefania. Sono passate da poco le 11 quando nello stadio sono arrivati il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani. Il canto e' stato affidato al tenore Andrea Bocelli per Panis Angelicum, di Frank, e l'Ave Verum Corpus, di Mozart. Fuori dallo stadio, uno striscione di circa trenta metri: "29-06-09 con rabbia e dolore Viareggio vi portera' nel cuore".

 

 
[07-07-2009]

 

 

 

BENESSIA-BAZOLI-GUZZETTI: UN PATTO A TRE CHE SMANIA DI UCCELLARE CORRADO PASSERA - SAREBBE L'EFFETTO DELLA BOCCIATURA DELL'ANTITRUST DEL PATTO AGRICOLE-INTESA - I 'SANPAOLINI' DI BENESSIA MIRANO A CACCIARE SALZA E PASSERA E TORNARE AL POTERE - ECCO TUTTI I MOTIVI DELL'"INSOFFERENZA" DA PARTE DEL TRIO VERSO IL VERTICE DI INTESA

 

Su ogni giornale abbiamo letto della bocciatura da parte dell'AntiTrust di Catricalà del patto Agricole-Intesa, anche in versione "soft". ("...creare un legame sul 10,8% di Intesa Sanpaolo è contrario a quanto era stato a suo tempo concordato con l´Authority ai tempi della fusione Banca Intesa-Sanpaolo. In quell´occasione, il Crédit Agricole si era impegnato a scendere, in varie tappe, fino al 2%. E invece tuttora è a quota 5,8% (dovrebbe essere già al 5%) ed entro la fine dell´anno dovrebbe scendere al 2%. Fuori dal rispetto dei tetti assegnati par di capire che ci siano poche possibilità di trovare udienza dalle parti dell´Antitrust.

 

A meno che la banca francese non faccia quello che è già avvenuto in situazioni di mercato avverso: chiedere una proroga all´obbligo di vendere e nel frattempo non esercitare i diritti patrimoniali, a partire dal voto. Proprio l´opposto, insomma, di quanto si prefigge il Crédit, che grazie al Patto (o Accordo) punta a considerare stabile e strategica, invece che finanziaria, la partecipazione in Intesa. E, di conseguenza, a non svalutarla in bilancio" (Vittoria Puledda per "la Repubblica")

Ma nessuno ha pensato di commentare quali potrebbero essere gli effetti se la banca francese guidata da Caron mettesse in vendita il suo pacchetto. Infatti il gruppo Intesa-San Paolo diventerebbe "contendibile". E un nuovo meccanismo di potere potrebbe mettersi in moto in maniera definitiva.

Si sa che le Fondazioni guidate da Giuseppe Guzzetti (grandi azionisti) si son ben rotti con il dominio del supermanager megagalattico Corradino Passera e vogliono approfittare del niet dell'AntiTrust all'Agricole per rimescolare le carte della governance. E il loro principale alleato nella bisogna è il potentissimo Angelo Benessia.

Il presidente della Fondazione San Paolo (primo azionista col 10 per cento) da tempo smania di liquidare il massiccio concittadino Enrico Salza, accusandolo di essere venduto ai milanesi di Banca Intesa per ottenere in cambio la poltrona di presidente del Consiglio di Gestione (vige il sistema duale). Di fatto, il ruolo del San Paolo si è quasi del tutto annullato perché Salza si guarda bene di rompere i cojoni all'amministratore delegato Passera.

E Benessia (che all'epoca era nomignolato "Bene-Fiat") mira appunto a prendere la carica dell'accidioso Salza. In cambio i cattolici Bazoli (che non ha più a cuore il virgulto Passera, sempre più legato alle trame politiche di Montezemolo) e Guzzetti potrebbero avere l'appoggio di Benessia per ridisegnare il vertice di Intesa.

La ragione della "disistima" di Benessia verso Salza è di aver liquidato il San Paolo e i torinesi vogliono contare di più di Milano, ma qual è il motivo dell'insofferenza delle Fondazioni delle casse di risparmio rappresentate da Guzzetti - che si prenderebbero il pacchetto azionario di Agricole - verso Corradino nostro?

Semplice occupazione di potere. Nei punti nevralgici di Intesa-San Paolo troviamo solo uomini di Passera: ad esempio, Francesco Micheli, già alla gestione del personale, ora direttore generale, mal sopportato da Bazoli per i suoi modi rudi e poco concilianti, preso da Passera alle Poste come personale tagliatore di teste.

A seguire troviamo Mario Ciaccia, ex brillante burocrate di Stato, a capo del settore Infrastrutture, e l'ex ristrutturatore aziendale Gaetano Micciché, potentissimo responsabile della divisione Corporate (grandi clienti), forse perché proviene dal gruppo del finanziere Salvatore Mancuso. Tutta gente che ha tolto il potere ai torinesi. E ora tira aria di vendetta, tremenda vendetta: per il trio Benessia-Bazoli-Guzzetti è giunta l'ora di ridimensionare questi manager acchiappatutto e arroganti alla Passera e Profumo.

E' una partita molto complessa: chissà se Passera sarà costretto auscire dalla sua gabbietta dorata...

 

 

 

UNA Puglia PIENA DI BARI - - Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità d’affari: Pd travolto da quattro INCHIESTE - Su tutto E TUTTI Il "grande burattinaio" Tarantini (ESCORT, COME PROTESI DEL POTERE)...

Stefano Filippi per Il Giornale
Tangenti, festini, appalti truccati, intercettazioni, la sanità pugliese gestita da un comitato d'affari sotto la regìa della sinistra. Il quadro delle inchieste di Bari è ormai chiaro: ne ha preso atto anche il governatore Nichi Vendola, che ha chiesto e ottenuto le dimissioni della giunta regionale. Aveva già fatto saltare un assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, caduto in piedi con la garanzia di entrare al Senato. Poi ha avuto la testa del direttore generale dell'Asl di Bari, Lea Cosentino, manager legata al Pd e amica di Giampiero Tarantini. Infine è toccato agli assessori, tutti.

L'unico a resistere sul ponte di comando è lui, Vendola, che appena sente odore di guai giudiziari caccia gli altri per mostrare chi ha in pugno la «questione morale». Ma neppure il governatore potrà chiamarsi del tutto fuori, dal momento che è stato convocato lunedì 6 in procura come persona informata dei fatti. Il presidente ha depositato un rapporto frutto di ispezioni e controlli forse tardivi.

Quanto sia esteso il marcio (presunto), lo dimostra il numero di inchieste aperte dalla procura di Bari. Quattro. E affidate ad altrettanti pm. Attività investigative nate da fonti diverse e che si muovono in tante direzioni. Nei fascicoli c'è di tutto. Ci sono i presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche. Ci sono i rapporti sospetti tra primari e cliniche riabilitative cui venivano indirizzati i pazienti. E ancora i grandi appalti per servizi e prodotti medicali preceduti e seguiti da feste e festini. I dubbi sull'accreditamento di strutture sanitarie private. Un appartamento nel centro di Bari utilizzato come garçonniere da politici di sinistra.

Su tutto sembra regnare un solo nome, quello del «grande burattinaio» Tarantini, il «re delle protesi» diventato famoso per aver portato un tot di bellezze, tra cui una prostituta di lusso, a casa di Silvio Berlusconi. Ma il «sistema Tarantini» è assai vasto, prevede rapporti con la politica che conta in Puglia (cioè soprattutto con il Pd, che governa la regione e gran parte delle province).

In realtà Tarantini è uno dei tanti: nell'inchiesta più articolata e - a quanto si dice - più pericolosa per la sinistra, di cui è titolare il sostituto procuratore della Dda Desirée Digeronimo, gli indagati sarebbero una ventina, tra cui Tedesco, la Cosentino, il direttore generale del policlinico di Bari Vitangelo Dattoli, il primario di ortopedia Vittorio Patella, la direttrice di un centro di riabilitazione Ilaria Tatò, l'imprenditore Enrico Intini grande amico di Massimo D'Alema. Le ipotesi di reato comprendono a vario titolo la corruzione, la turbativa d'asta, le false dichiarazioni, l'associazione per delinquere.

Succede così che le inchieste del pm Giuseppe Scelsi che hanno scatenato i veleni sulla vita privata di Berlusconi perdono peso: secondo il procuratore capo Emilio Marzano, è caduta l'ipotesi di indagare Tarantini per droga mentre la tranche sull'induzione alla prostituzione è sostanzialmente chiusa e sarà definita entro luglio. Crescono invece i capitoli sugli intrecci tra imprenditori, manager sanitari, funzionari della regione e politici della sinistra pugliese.

 

Il primo dei quattro fascicoli, aperto nel 2000 dal pm Roberto Rossi e avviato a rapida conclusione, riguarda presunti illeciti nella fornitura di protesi ortopediche e nei rapporti tra i Tarantini, aziende sanitarie pugliesi ed enti locali. Personaggio chiave è Alberto Tedesco, che nonostante siano a lui riconducibili aziende del settore elettromedicale (concorrenti con Tarantini), è stato fino al 6 febbraio scorso assessore alla sanità. Il conflitto d'interessi fu denunciato dall'Italia dei valori, partito esterno alla giunta regionale il quale ora rifiuta l'invito di Vendola di entrare nella maggioranza.

 

Sullo sfondo resta l'inchiesta sull'immobiliarista campano Alfredo Romeo, che non solleva più il clamore di qualche mese fa. Romeo ebbe un appalto dalla regione Puglia e dalle intercettazioni emergevano riferimenti a un referente pugliese.

 

 
[02-07-2009]

COSE BULGARE - TRA LE PAPI-GIRL PIZZICATE DA ZAPPADU SUGLI AEREI BLU SPUNTA ANCHE DARINA PAVLOVA, RICCHISSIMA VEDOVA DI UN FINANZIERE BULGARO (UCCISO CON UNA PISTOLETTATA AL CUORE) – NEL 2007, IMPAZZò SUI GIORNALI BULGARI LA LIASON CON SILVIO…

Paolo Berizzi per "La Repubblica"

La Dama e il Cavaliere. Il titolo gossipparo apparve a febbraio 2007 sui quotidiani bulgari, ripreso dalle agenzie e infine carambolato sui siti rosa italiani. Finché a tornare sull'argomento fu, in modo forse un po' incauto, proprio il Cavaliere. Due settimane fa. E' il 20 giugno quando una telecamera di Sky cattura una chiacchierata tra Berlusconi e il primo ministro bulgaro Sergei Stanishev. A margine di un Consiglio europeo a Bruxelles, presente il ministro degli Esteri Frattini.

 

I due parlano di Darina Pavlova (la Dama), ex attrice bulgara, vedova del finanziere Iliya Pavlov ucciso da un sicario nel marzo 2003 (un solo colpo al cuore, morte passata agli atti come "omicidio politico"). Una delle donne più ricche dell'Europa dell'est, con un patrimonio di 1,5 miliardi di dollari.

"La verità - dice il nostro presidente del Consiglio nei giorni in cui in Italia si accendono le polemiche sulla sua vita privata - è che Pavlova ha una figlia fantastica. E tu - aggiunge rivolto a Stanishev - conosci il mio interesse per le minorenni". Ora si scopre che sarebbe proprio lei, Darina Pavlova, la "donna misteriosa" pizzicata l'anno scorso dal fotoreporter Antonello Zappadu a Olbia mentre sale su un volo di Stato.

Sul quale, poco dopo, si imbarca anche il premier. A riferirlo a Repubblica sono tre fonti distinte ma convergenti: lo stesso Zappadu (al quale un giornale bulgaro ha richiesto l'intero servizio fotografico), una fonte vicina a Palazzo Chigi e una dell'Aviazione generale dell'aeroporto sardo.

E' il 17 agosto 2008. Gli scatti mostrano l'arrivo della bella Pavlova, in auto, allo scalo di Olbia. Capelli corvini, pantaloni a pinocchietto, camicia nera come gli occhiali, borsa leopardata e scarpe dorate, Darina viene accompagnata sull'Airbus A 319. Sono le 16.27. La donna accede dall'ingresso posteriore. Fuma sulla scaletta. Passa mezz'ora e atterra l'elicottero di Berlusconi.

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Il premier, seguito dal suo staff, sale sull'Airbus dal portellone anteriore. Il volo è diretto a Ciampino. Nella sequenza si vede un assistente che trasporta a bordo degli abiti. Poi il capo scorta del presidente che dà l'ok agli uomini a terra.

Il servizio fotografico - che fa parte dei 700 scatti sequestrati a Zappadu dalla Procura di Roma - potrebbe uscire presto in Bulgaria. Dove l'interesse intorno all'amicizia tra Pavlova e Berlusconi si accende nel 2007. "Silvio Berlusconi si è innamorato di Darina Pavlova" scrive il 15 febbraio il quotidiano Standard. Che racconta: "L'ex premier è stato avvistato a flirtare galantemente con la bulgara".

La conoscenza tra i due risalirebbe all'estate 2007 in Sardegna. Ed è per una festa, in effetti, che il presidente del Consiglio e la vedova del fondatore della MG corporation (alimentare, banche, energia, turismo) vengono di nuovo tirati in ballo. Il 30 maggio 2008 Darina festeggia il 43esimo compleanno nella casa romana di piazza del Popolo. Una quarantina di amici. C'è il menestrello presidenziale Mariano Apicella, e c'è anche Slavi Trifonov, re dei talk show di Sofia.

Alle 21,45 bussa Silvio Berlusconi, di rientro a Roma dal vertice di governo napoletano sui rifiuti. Il premier scende dall'auto e prova a schivare i fotografi: "A che ora era l'invito? Alle nove? Quindi sono in ritardo...". Al portone tagliano corto: "Festa privata".

I cultori del pettegolezzo ricordano che la Pavlova di piazza del Popolo è la stessa Pavlova descritta un anno prima dalla stampa bulgara come la "fiamma" di Berlusconi. Raccontano che Darina è così appassionata di calcio da essere diventata la prima donna presidente di una squadra, il "Cherno More" di Varna, terza città della Bulgaria.

 

 

 
[04-07-2009]

 

 

 

UN FONDO LIBICO ENTRA IN FINMECCANICA CON QUOTA SOTTO IL 10% (CIRCA 600 MLN €) - DI PIÙ. LA TRATTATIVA PREVEDE L'APERTURA DI UNA FABBRICA FINMECCANICA IN LIBIA - L'OPERAZIONE È CLAMOROSA: IL GRUPPO OPERA IN UN PERIMETRO DI TECNOLOGIE AVANZATE, CHE VANNO DAGLI ELICOTTERI AI TRASPORTI, AI PRODOTTI MILITARI DI SICUREZZA - MA STATI UNITI, NATO, UE, SONO STATI MESSI AL CORRENTE DELL’INGRESSO DI GHEDDAFI? -

 

DAGO-REPORT
"Un'era si è chiusa, una nuova era è iniziata". Con queste parole il Colonnello Gheddafi ha concluso a metà giugno la sua visita in Italia dove Berlusconi lo ha accolto come "un cliente originale" ricevendo dal leader di Tripoli grandi apprezzamenti per il coraggio e le scuse sulle pagine buie del colonialismo.

Sotto la tenda beduina di Villa Pamphili sono stati numerosi i manager e gli imprenditori che hanno cercato di capire se dentro l'era nuova ci fosse spazio per nuovi business con il governo di Tripoli che opera attraverso il braccio finanziario del Fondo sovrano Libyan Arab Foreign Investment.

E quando il Colonnello si è presentato nell'Auditorium di Confindustria il 13 giugno è stato accolto con inchini da Profumo, Conti, Moretti, Bombassei e Luisa Todini che Gheddafi ha lasciato di sasso quando le ha chiesto se era un uomo.

Durante la visita in Italia non ci sono stati annunci clamorosi e chi si aspettava che ad esempio il Fondo sovrano partecipasse all'aumento di capitale di Enel oppure ad altre operazioni è rimasto a bocca asciutta. Da quando ha cominciato a operare in Italia il braccio finanziario della Libia ha acquisito partecipazioni significative in Fiat dove detiene il 2%, Unicredit con il 4,9 e il Gruppo Eni di cui possiede l'1%. Con Paoletto Scaroni i libici hanno firmato un accordo per un investimento di circa 150 milioni di dollari nel settore dell'energia.

 

Le ditte italiane che da tempo operano nel Paese di Gheddafi e occupano la prima fila sono tra le altre la Sirti (per la messa in opera di 7.000 km di cavi di fibre ottiche), Impregilo e la AgustaWestland di Finmeccanica che ha ottenuto il contratto per la fornitura di 10 elicotteri che si aggiungono alla commessa per un programma da 3 milioni di euro ad Alenia Aermacchi.

 

Ed è proprio sul Gruppo Finmeccanica, guidato da Pierfrancesco Guarguaglini, che si erano puntati gli occhi degli analisti convinti che Gheddafi e il suo Fondo avrebbero messo un piede per una partecipazione azionaria. D'altra parte è stato lo stesso Guarguaglini a spiegare pochi giorni dopo al Salone internazionale dell'aeronautica di Le Bourget che Finmeccanica puntava alla Turchia e alla Libia per allargare il suo mercato.

Nella sua infinita miseria Dagospia ha raccolto nelle ultime ore una notizia che da sola farebbe giustizia della delusione emersa dopo il viaggio di Gheddafi a Roma. Sembra infatti che siano in corso trattative molto avanzate con il Gruppo Finmeccanica dove il fondo sovrano che dispone di 200 miliardi avrebbe intenzione di acquisire una quota azionaria di notevole dimensione.

lini Botta di Sonno - Copyright Pizzi

A questo proposito dagli uffici di via Monte Grappa dove ha sede il quartier generale di Guarguaglini non trapelano indiscrezioni, ma sembra che si stia trattando l'acquisizione di una quota di Finmeccanica intorno al 10% (non oltre) con un investimento dei libici nell'ordine di circa 600 milioni di euro. Non è finita. L'investimento prevede anche la costituzione di una azienda Finmeccanica in Libia.

La notizia è clamorosa e carica di significati industriali e politici. Dal punto di vista industriale l'ingresso dei libici nella società di Guarguaglini ha il significato di un intervento lungimirante perché il Gruppo opera in un perimetro industriale di tecnologie avanzate che vanno dagli elicotteri allo spazio fino ai trasporti, e soprattutto all'elettronica e alla difesa e sicurezza. Questo settore è strategico e nel primo trimestre di quest'anno i ricavi hanno avuto un incremento del 111% rispetto a quelli dell'anno scorso.

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A conferma dell'interesse di Tripoli per i sistemi di difesa basta leggere l'"Espresso" in edicola dove si apprende che lo shopping bellico di Gheddafi ha portato in questi giorni a una commessa di piccoli aerei spia che si chiamano Falco e vengono utilizzati per controllare le carovane dei migranti (box a seguire).

Ma questa è una piccola cosa rispetto alle prospettive che si aprono con una partecipazione di Tripoli dentro l'azienda che ha vinto la commessa per gli elicotteri della Casa Bianca e che nella produzione di armi e di sistemi sofisticati ha uno dei suoi asset fondamentali.

Qui si tocca il versante politico della nuova alleanza societaria che potrebbe essere annunciata addirittura lunedì prossimo. Non è un mistero infatti che i governi della Nato e in primo luogo quello americano, stiano seguendo le mosse del Colonnello con grande attenzione. Dopo l'attentato di Lockerbie dell'88 quando 270 persone morirono c'è stata una lenta ricucitura dei rapporti tra la Libia e gli Stati Uniti. Il dialogo diplomatico è iniziato sotto la tenda di Gheddafi nell'aprile del '91 e oggi il Colonnello non è il nemico di un tempo.

 

Certo, quando nel settembre 2008 ha dichiarato che "l'Italia non darà basi Nato agli americani in caso di attacco contro la Libia", a Washington sono riemersi i pruriti e i pregiudizi, ma "business is business" e oggi sul bel suol di Tripoli passeggiano in lungo e in largo gli uomini d'affari americani e di tutti i paesi dell'Occidente.

 

L'intesa tra Finmeccanica e il governo libico potrà far discutere e forse se ne parlerà anche al G8 dell'Aquila perché tocca una materia "sensibile", ma dalla sua Guarguaglini può far valere i forti rapporti sul mercato americano dove il Cavaliere gli ha aperto ai tempi di Bush la strada per la Casa Bianca e dove nel maggio 2008 ha acquisito per 3,4 miliardi di euro DRS Technologies, l'azienda leader nel settore dei servizi e dei prodotti elettronici integrati per la difesa.

Tutti sanno che la commessa per gli elicotteri della Casa Bianca ha avuto una battuta d'arresto forse fatale con l'arrivo di Obama, ma l'alleanza con un colosso come DRS ha rappresentato per Finmeccanica l'ingresso dalla porta principale nel mercato della sicurezza e della difesa statunitensi (un mercato da 700 miliardi di dollari all'anno).

Se le notizie sull'acquisizione della quota da parte dei libici saranno confermate, Guarguaglini dovrà gestire un difficile equilibrio politico e industriale che apre comunque per il suo Gruppo le prospettive di quella "nuova era" di cui Gheddafi ha parlato sotto la tenda beduina.

ITALIA-LIBIA, UN FALCO SU TRIPOLI...
Da L'Espresso - Si chiama Falco ed è un piccolo aereo spia prodotto da Finmeccanica. Formalmente, servirà per controllare le carovane di immigrati ma di fatto questo sofisticato velivolo telecomandato ha potenzialità militari notevoli. Proprio il Falco apre la lista dello shopping bellico italiano di Gheddafi. Tra i primi contratti siglati, la modernizzazione di 12 monoplani Sf 260, addestratori usati in passato nella guerra del Ciad.

 

Ma si sta discutendo anche la vendita di radar Selex Rat31 per la difesa aerea a lungo raggio, di pattugliatori navali Fincantieri simili a quelli acquistati dal nuovo governo iracheno, di sistemi per la sorveglianza elettronica delle coste. Agusta ha poi intascato ordini per venti elicotteri, mentre molti altri potrebbero venire assemblati da un nuovo stabilimento italo-libico. (P.Ba.)

 

 
[04-07-2009]

JOINT FIN-LIBIA: DAGOSPIA ANTICIPA, FINMECCANICA SMENTISCE, IL “SOLE24” CONFERMA - “IL FONDO SOVRANO LIBICO STAREBBE ACQUISTANDO SUL MERCATO AZIONI INTORNO AL 2% - è PRIMO PASSO DI UNA PARTITA PIÙ COMPLESSA DI NATURA FINANZIARIA E INDUSTRIALE” - GHEDDAFI DEVE SOSTITUIRE L'AERONAUTICA CIVILE E MILITARE BLOCCATA DALL'EMBARGO -

 

Mara Monti per il Sole 24 Ore

 

La rete delle partecipazioni in Italia del colonnello Muammar Gheddafi si arricchisce di un nuovo tassello: nel carniere della Lia (Libyan Investment Authority) potrebbe entrare presto anche Finmeccanica. Secondo quanto risulta al «Sole 24 Ore», il fondo sovrano libico starebbe acquistando sul mercato azioni del gruppo della difesa italiano con l'obiettivo di arrivare a una quota rilevante, che inizialmente potrebbe attestarsi intorno al 2%: ai prezzi di chiusura di venerdì l'investimento sarebbe di circa 112 milioni di euro.

Finora nessuna comunicazione ufficiale è giunta all'autorità di Borsa, ma l'acquirente ha comunque cinque giorni di tempo per informare la Consob sul raggiungimento della soglia critica, qualora fosse stata già raggiunta. Comunque sia, un annuncio sull'esito del negoziato potrebbe essere questione di pochi giorni.

 

La notizia è trapelata dopo che il sito Dagospia ha diffuso l'indiscrezione sull'interesse del fondo libico per il 10% del gruppo di Piazza Montegrappa, costringendo Finmeccanica a smentire «categoricamente » la notizia di «presunte trattative (..) quanto eventuali cessioni azionarie».

Un atto dovuto perché in ogni caso un eventuale interesse della Lia per una quota superiore al 3% dovrebbe ottenere il gradimento del governo, azionista di riferimento con il 30,2%: la governance di Finmeccanica è blindata e lo stesso statuto parla chiaramente di«sterilizzazione»dei diritti di voto e di veto «motivato in relazione al concreto pregiudizio arrecato agli interessi vitali dello Stato».

Nulla da obiettare nel caso in cui ci si fermi sotto la soglia del 3% per azioni acquistate sul mercato.
In realtà l'acquisto dei titoli, secondo quanto risulta al «Sole 24 Ore», sarebbe stato concordato con il vertice di Piazza Montegrappa e rappresenterebbe il primo passaggio di una partita più complessa non soltanto di natura finanziaria, ma soprattutto industriale, giocata in prima persona dai governi italiano e libico: in ballo ci sarebbe la costituzione di una joint venture ad ampio raggio sui più importanti settori operativi di Finmeccanica.

A tirare le fila per l'Italia ci sarebbe il ministro degli esteri Franco Frattini che di recente, di ritorno dalla Libia, ha detto di volere «portare in Europa molte buone ragioni di un paese, la Libia, che oggi torna sulla scena internazionale come un partner riconosciuto, da ultimo anche dagli Stati Uniti che hanno inviato lì un ambasciatore ».

Per Finmeccanica si tratta di consolidare le relazioni con un partner con cui sono già state firmate importanti trattative nei settori dell'elicotteristica, della sicurezza e dei trasporti quest'ultimo attraverso Ansaldo Sts e Ansaldo Breda.

 

È risaputo che Gheddafi voglia rafforzarsi nell'aeronautica civile e militare che risale ai tempi dell'embargo quando i cinesi e i russi erano i principali fornitori.

 

La prima concreta realizzazione della collaborazione italiana vedrà la luce nel 2010 con l'inaugurazione dell'impianto di assemblaggio e manutenzione della Liatec ( Libyan Italian Advanced Technology Company), la joint venture al 50% costituita nel 2007 con Agusta Westland: con la società dell'elicotteristica di Finmeccanica, la Libia ha firmato un contratto per 10 velivoli AW 109 Power e AW 119 Koala da assemblare negli stabilimenti libici.

 

Dagli elicotteri agli aerei regionali con gli Atr42 entrati nella flotta dell'agenzia di sicurezza del paese africano, mentre il C-27J l'aereo da trasporto tattico sono pronti a sostituire gli attuali bimotori G-222. Dal civile al militare: in questo caso Tripoli vuole sostituire gli ormai obsoleti Mig russi e dopo la scadenza dell'opzione per i Rafale francesi sta guardando con interesse all'Eurofighter del consorzio europeo.

 

Infine l'homeland security in cui Finmeccanica vanta una lunga esperienza con Selex sistemi integrati: nel trattato di amicizia tra i due paesi i cui protocolli erano stati firmati dal governo Prodi, si prevede un ruolo di primo piano dell'Italia per il controllo dei confini a sud del paese tra il Ciad e il Sudan, rotta di contrabbandieri e immigrazione clandestina. I satelliti made in Italy sono pronti a guidare gli uomini del colonnello nelle operazioni di controllo delle frontiere.

 

 
[05-07-2009]

 

 

 

LA CUCCAGNA DI STATO – BRUNETTA METTE ONLINE GLI STIPENDI DEI MANAGER PUBBLICI – GUARGUAGLINI (FINMECCANICA) N.1 (5,5 MLN €), SEGUONO STACCATI CONTI (ENEL, 3,2 MLN) E SCARONI (ENI, 3 MLN) - L’OPERAZIONE TRASPARENZA DEL MINI-STRO È PIÙ “SPINTANEA” CHE SPONTANEA…

Gianluca Paolucci per La Stampa

 

Il primato è di Francesco Guarguaglini. Il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica è il manager più pagato tra i 19.870 rappresentanti negli organi societari di gruppi e consorzi partecipati da Stato e enti pubblici. Nel 2009 metterà in tasca la bella sommetta di 5,56 milioni di euro, che anche escludendo i 2 milioni relativi ad esercizi precedenti lo mantengono sempre davanti al secondo classificato, l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, che prenderà 3,236 milioni di euro.

La classifica dei paperoni «pubblici» è resa possibile dalla pubblicazione, nel sito del ministero guidato da Brunetta, dei dati relativi ai compensi di amministratori e sindaci delle società con Stato, enti locali o altre amministrazioni pubbliche tra i soci. In totale sono 3356, più 1785 consorzi, e quelle a dare più soldi a manager e amministratori sono, ovviamente, i grandi colossi quotati. Dietro a RenatoGuarguaglini e Conti si trova infatti Scaroni, ad di Eni, con 3,077 milioni. E ancora il presidente di Eni, Roberto PaoloPoli, con 1,131 milioni e quello di Enel, Piero Gnudi, con 923.348 euro.

 

Per Eni e Enel i compensi sono però quelli del 2008. Anche se poli e Gnudi potrebbero però essere scavalcati dall'ad di Poste Italiane, Massimo Sarmi. Il compenso «fisso» è di 886 mila mila euro, con una parte variabile che però potrebbe arrivare fino a 694 mila euro e in caso di riconoscimento integrale proietterebbe Sarmi subito dietro al trio dei numeri uno operativi dei grandi gruppi quotati in Borsa.

Dietro Sarmi si piazza invece Mauro Moretti di Fs. Per lui un compenso fisso di 680 mila euro più una parte variabile fino a 190 mila. Sempre tra i dipendenti di Fs, a Innocenzo Cipolletta vanno invece 500 mila euro, più una parte variabile più esigua rispetto all'ad.

Tra le quotate ben piazzato anche il vertice di A2A, la multiutility lombarda. A Renzo Capra, presidente del consiglio di sorveglianza della multiutility lombarda fino al 3 giugno scorso, vanno 581 mila euro, mentre ad Alberto Sciumè, ex vicepresidente, ne vanno 400 mila. Sopra ai 500 mila euro annui anche Domenico Arcuri, numero uno di Invitalia, l'agenzia per l'attrazione degli investimenti. A lui vanno 570 mila euro. Appena dietro a Alessandro Castellano di Sace, l'agenzia dei servizi assicurativi per il commercio con l'estero.

 

Rispetto allo scorso anno, qualche progresso è stato fatto: nel 2008 i consorzi erano 2.291, le società partecipate 4.461 e i rappresentanti negli organi di governo 23.410.
L'operazione trasparenza voluta da Brunetta è più «spintanea» che spontanea. Nel caso di mancata o incompleta comunicazione dei dati, il comma 588 della legge Finanziaria 2007 vieta «l'erogazione di somme a qualsivoglia titolo da parte dell'amministrazione interessata a favore del consorzio o della società, o a favore dei propri rappresentanti negli organi di governo degli stessi».

 

Inoltre il comma 589 prevede che «una cifra pari alle spese da ciascuna amministrazione sostenuta nell'anno venga detratta dai fondi a qualsiasi titolo trasferiti a quella amministrazione dallo Stato nel medesimo anno».

 

 
[01-07-2009]

 

 

 

ERMOLLI ER DURO, IL PIÙ POTENTE LOBBISTA DEL NORD ITALIA – DA CONSULENTE AZIENDALE A CONSIGLIORI DELLA FAMIGLIA BERLUSCONI – LE MANI SULL’EXPO: STANCA E SALA – CONTRASTI CON TREMONTI PER L’EXPO - E CONFA LO BUTTEREBBE GIÙ DALLA SCALA…

giovanni pons per Affari e Finanza di Repubblica

 

È da tempo uno degli uomini più ascoltati da Silvio Berlusconi. Ogni lunedì va ad Arcore e incontra oltre al grande capo gli altri fedelissimi dell'entourage berlusconiano, a seconda delle necessità, dispensando consigli e suggerimenti preziosi molto spesso agli uomini che lui stesso ha contribuito a inserire negli organigrammi che contano, si tratti di manager o di coordinatori del Partito delle Libertà.

Bruno Ermolli, oggi superconsulente d'impresa, negli anni '80 era conosciuto come il capo del "terziario avanzato", cioè di quella federazione che riuniva 800 imprese «piccole ma innovative. L'anima della modernità», diceva in un'intervista del 1984. Ma in realtà la sua carriera comincia molto prima, nel 1969, quando insieme al compagno di università Giorgio Reggio fonda lo Studio Erre (Ermolli-Reggio). L'idea, già allora, era di fare della consulenza diversa da quella tradizionale, di occuparsi di organizzazione delle aziende e di risorse umane, materie che allora non erano molto battute.

 

Nel 1971 lo Studio Erre diventa Sin&rgetica sulla base del concetto che 2+2 può fare cinque se c'è una sinergia da esprimere e nel 1982 Ermolli rileva le quote di Reggio facendo entrare in azienda prima la moglie e poi i due figli. «Non è facile misurarsi ogni giorno con i propri figli, anche perché non mi piace fare solo il presidente non operativo. Penso che sia importante mantenere sempre una palestra operativa». E lui, di cariche nel tempo ne ha collezionate parecchie, operative e non (una delle ultime è quella di senior advisor di Jp Morgan, una delle prime banche del mondo).

Dal 2003 al 2006 ha addirittura cercato di far concorrenza alle banche d'affari, arruolando dalla Morgan Stanley il banchiere Marco Taricco, con cui ha realizzato diverse operazioni importanti. E' invece da dieci anni che dal vertice della Promos, l'azienda della Camera di Commercio, si occupa di portare le aziende milanesi in giro per il mondo e in particolare nell'area mediterranea.

 

Nonostante tutto ciò sono in molti a pensare che senza quell'aggancio con il grande giro di Arcore Ermolli non sarebbe stato in grado di compiere il grande salto e diventare di fatto il più potente lobbista del nord Italia (non chiamatelo il Gianni Letta del Nord pena incorrere negli strali del sottosegretario alla presidenza del Consiglio).

L'aggancio fatidico avviene all'inizio degli anni '90, quando a Milano imperversava il ciclone Tangentopoli e Mediaset non era ancora planata felicemente in Borsa. Il Cavaliere aveva qualche problema con La Standa, la casa degli italiani come veniva chiamata all'epoca, e l'amico d'infanzia Fedele Confalonieri gli presentò questo consulente d'azienda che poteva fare al caso suo. Poi più niente fino al 1995, quindi l'inizio di un rapporto che lo ha portato per ben due volte (elezioni 2006 e cordata Alitalia) a ricevere un'investitura popolare nel salotto di Porta a Porta.

Nel corso di questi quindici anni Ermolli è riuscito a ritagliarsi un ruolo di primo piano nell'entourage berlusconiano non solo dal punto di vista professionale ma in alcuni casi anche in quello famigliare. La sua capacità di selezione e scelta di persone da collocare nei punti chiave delle aziende Fininvest e dell'arcipelago dell'ex Forza Italia ha fatto di lui una sorta di "head hunter" di alto profilo che ha portato non pochi benefici anche alla sua attività imprenditoriale. I manager prescelti, infatti, hanno modo nel corso del tempo di essere riconoscenti attraverso mandati e incarichi alla Sin&rgetica che ha così potuto ampliare il proprio fatturato e raggio d'azione.

 

Uomo di grandi relazioni, carattere docile anche se non è facile fargli cambiare idea, riservato quel tanto che basta ma pronto a rompere il muro quando si tratta dei propri interessi imprenditoriali. Nella vicenda del salvataggio Alitalia, per esempio, si è trovato quasi quotidianamente sui giornali dipinto come colui che rispondeva alla chiamata di Berlusconi per sondare la disponibilità degli imprenditori italiani a partecipare a una cordata per rilevare la compagnia di bandiera.

Nobile scopo e grande notorietà ma lo sforzo è stato ben ricompensato: come da accordi con lo stesso Berlusconi, Intesa Sanpaolo, la banca che con Corrado Passera ha portato poi avanti l'operazione salvataggio, ha riconosciuto una succosa commissione (milioni di euro) ad Ermolli per ciascuno degli imprenditori che hanno partecipato all'operazione: tra cui, per esempio, la famiglia Riva e la famiglia Fossati.

Per i figli di primo letto di Berlusconi, Marina e Pier Silvio, che negli anni '90 hanno cominciato a muovere i primi passi all'interno delle aziende Fininvest, la prima in Mondadori e il secondo in Mediaset, Ermolli è stato una sorta di istitutore, una figura di supplenza del padre; e un consigliori nei confronti del fratello Paolo, proprietario de Il Giornale.

Un ruolo a tutto tondo e parallelo a quello che ha saputo sviluppare con la famiglia Moratti e in particolare con l'attuale sindaco di Milano, Letizia. Le ultime due nomine di peso nell'ambito degli enti milanesi sono come sempre usciti dal cilindro di Ermolli. Lucio Stanca ha preso in mano le redini dell'Expo dopo che il governo aveva affossato la candidatura di Paolo Glisenti; e Giuseppe Sala, ex manager Pirelli e Telecom, è diventato city manager, il direttore generale del Comune di Milano.

 

Due pedine che sicuramente conteranno per il successo dell'esposizione universale del 2015 e per la quale Ermolli continua a spendersi attraverso la sua rete tentacolare di relazioni ad alto livello. Come vicepresidente della Scala ha convinto Stéphane Lissner e il suo staff a fare una trasferta in Ghana per presentare l'Italia e conquistare i voti dell'Africa centrale e mediterranea.

Da buon diplomatico continua a ripetere che per vincere la sfida dell'Expo occorre mettere da parte gli interessi politici e fare squadra poichè la sfida non è individuale ma dell'Italia intera. Come molti altri pensa che l'uscita di scena di Filippo Penati dalla Provincia di Milano e l'arrivo di Guido Podestà non farà che migliorare i rapporti piuttosto tesi tra i vari "azionisti" dell'impresa Expo. Ma il vero colpo di reni che permetterebbe di uscire dall'impasse in cui si è precipitati nell'ultimo anno, secondo Ermolli, può arrivare solo dai privati che devono cominciare a comunicare ai 153 paesi del Bia ciò che potrebbero trovare a Milano nel 2015.

Un'opportunità che però si scontra con le necessità di bilancio. A Roma c'è un signore che si chiama Giulio Tremonti e che di mestiere fa il ministro dell'Economia che non vuole aprire i cordoni della Borsa.

Ermolli e Tremonti non si sono mai "azzeccati" l'uno con l'altro. Lo si è percepito chiaramente nel corso della vicenda Alitalia quando il ministro in diverse riunioni ha minimizzato il lavoro svolto dal consulente incaricato da Berlusconi. E riguardo l'Expo, riferiscono i bene informati, Tremonti pensa che due anni o al massimo tre siano più che sufficienti a organizzare un evento del genere, così come è stato fatto per le Olimpiadi invernali di Torino. Dunque è inutile allentare adesso i cordoni della borsa, meglio tenere il fieno in cascina finchè la crisi non avrà esaurito le sue folate, e concentrare gli sforzi per l'Expo dal 2012 in poi.

 

Un pensiero diametralmente opposto a quello di Ermolli che, come abbiamo spiegato, considera la vetrina dell'Expo un'opportunità che le imprese italiane dovrebbero saper cogliere fin da subito attraverso interventi comunicazionali mirati.

Tremonti in realtà non è l'unico elemento dell'entourage berlusconiano a non avere una grande stima di Ermolli. Anche colui che l'ha presentato al Cavaliere, cioè Confalonieri, nel privato lo ritiene un peso piuma, soprattutto nell'ambito della cultura musicale. Fidel pensa che Ermolli utilizzi la carica di vicepresidente della Scala, e quindi di rappresentante del sindaco, per conquistarsi una credibilità che in realtà non ha, almeno in questo ambito.

Un pensiero che ha lasciato trapelare qualche tempo fa, in un'intervista a Panorama (30 giugno 2005), quando la Scala aveva dovuto sopportare l'abbandono di Riccardo Muti. Alla richiesta di un giudizio su ciò che stava succedendo Confalonieri rispose: «Sono addolorato. La crisi della Scala si è chiusa seguendo il copione dei cacciatori di teste. L'organigramma ha vinto sul pentagramma. Il mestiere ha piegato il genio. Prova d'orchestra di Federico Fellini aveva già detto tutto. Poco è stato detto invece della nostalgia e del rimpianto che avremo per la musica di Riccardo Muti. E di tutto quello che è stato».

UNA CARRIERA CON MILLE INCARICHI
Bruno Ermolli è nato a Varese il 6 marzo del 1939. Ha fondato nel 1970 la società di consulenza Sin&rgetica, di cui è ancora presidente. Dal 1980 all'82 è stato presidente dell'Associazione Nazionale dei consulenti di direzione aziendale. Dal 1985 al 1989 è stato prima promotore e poi presidente della Federazione del Terziario Avanzato.
Tra le numerosissime cariche di Bruno Ermolli citiamo: vice presidente Fondazione Teatro alla Scala; presidente Promos Azienda Speciale della Camera di Commercio di Milano; membro del comitato centrale Fondazione Cariplo; direttore non esecutivo del Censis; membro del comitato dei direttori del Politecnico di Milano, presiedente di Medusa Film, consigliere e direttore non esecutivo di Fininvest, Mediaset e Mediolanum

 

 
[29-06-2009]

 

 

 

QUANTO SONO MOBILI GLI IMMOBILI – IL PRINCIPE AL WALEED A CORTO DI LIQUIDI SI VENDE l’HOTEL SAVOY SENZA NEMMENO ASPETTARE LA FINE DEI RESTAURI – perché la famosa Galleria Colonna (ora Galleria Sordi) di Roma passa continuamente di mano?... -

1 - IL PRINCIPE AL WALEED VENDE l'HOTEL Più FAMoSO D'INGHILTERRA...
Da "Il Riformista"

GALLERIA COLONNA ROMA

L'hotel Savoy di Londra è in vendita. La notizia ha scosso l'establishment britannico tanto che l'Evening Standard ne ha aperto il suo inserto settimanale. Il principe Al Waleed bin Talal, proprietario dal gennaio 2005 dell'albergo più famoso d'Inghilterra dove soggiornarono Sarah Bernhardt, Vivien Leigh, Marlon Brando, Marilyn Monroe e tanti altri, ha bisogno di liquidità.

Secondo molti analisti sarebbe troppo esposto con le banche. Il principe subisce i contraccolpi della crisi economica. Secondo la rivista Fortune, il tycoon saudita avrebbe perso nell'ultimo anno una barca di soldi. Il suo patrimonio sarebbe precipitato dai 21 miliardi di dollari del 2008 ai 13 miliardi di quest'anno. Lo sceicco non vuole nemmeno attendere la fine dei restauri del Savoy.

PIERLUIGI TOTI - copyright Pizzi

Sono cominciati nel dicembre 2007 e, fino a oggi, sono costati 100 milioni di sterline. Pierre Yves Rochon, l'interior designer che ha già dato una ristrutturato altri alberghi del magnate - come l'Hermitage di Montecarlo e il George V di Parigi - stava ridando al Savoy l'aspetto di un tempo: tra il vecchio stile edoardiano e qualche tocco Art Déco.

Al Waleed è considerato il Warren Buffett del Medio Oriente, eppure oggi i suoi investimenti hanno perso valore. Le azioni che detiene in Citigroup (ne possiede il 3,9 per cento) sono passate da 50 dollari l'una ad appena 3 dollari. La sua Kingdom Hotel Investments, quotata alla borsa di Londra, ha perso quasi il 70 per cento del suo valore nell'ultimo anno.

Il Savoy non è l'unico albergo che ha messo sul mercato, la stessa fine sta facendo lo storico Raffles di Singapore dove hanno dormito personaggi come Somerset Maugham, Joseph Conrad e Rudyard Kipling. Il suo palazzo a Riad rivaleggia con quello della famiglia reale saudita con cui è imparentato. La sua magione conta 420 stanze, 124 camerieri, tennis coperti.

al waleed

Romeo Rafon - ex campione di tennis - è stato ingaggiato a tempo pieno per farlo giocare. Si porta bene i suoi 54 anni, fissato con la dieta, possiede un numero imprecisato di automobili, una fattoria fuori Riad con palme e laghetti artificiali. Al Waleed non ha fatto fortuna con il petrolio, ma con investimenti immobiliari e finanziari.

Lavoratore instancabile e filantropo, ha acquisito consistenti pacchetti azionari in società come la catena dei Four Seasons, il Songbird Estates (Canary Wharf), Apple Inc., Hewlett Packard, Walt Disney, PepsiCo, Procter &Gamble, Motorola, News Corp e Eastman Kodak, tanto per citarne alcune.

GALLERIA COLONNA ROMA

Ma non tutti gli investimenti gli hanno fruttato utili: come l'acquisto della catena di ristoranti Planet Hollywood (poi fallita) ed EuroDysney. Dicono che sia un abilissimo venditore. Può darsi che riesca a disfarsi del Savoy, ma la congiuntura non lo aiuta.

2 - Galleria Colonna, tourbillon di compravendite...
Dal "Corriereconimia" del "Corriere della Sera"

La domanda vera è: perché la famosa Galleria Colonna (ora Galleria Sordi) di Roma passa continuamente di mano? La risposta, ovvia, è che passandosela gli immobiliaristi che ci mettono le mani sopra riescono a guadagnarci, in un crescendo senza fine. L'ultimo a essersela comprata, la scorsa settimana, è un Fondo d'investimento immobiliare, Donatello (comparto David) di Sorgente sgr, uno strumento destinato ai soli investitori istituzionali.

Il prezzo pagato per la sola galleria commerciale, però, visto che gli uffici erano stati a suo tempo scorporati e veduti al demanio dello Stato (oggi sono utilizzati dalla limitrofa presidenza del Consiglio) è di 180 milioni. Un buon prezzo, visto che c'era stata da poco una perizia per un valore di 200 milioni.

L'operazione del Fondo Donatello è stata fatta pagando 100 milioni di equity e 80 di mutui. Il rendimento è del 5 per cento lordo (ci sono da togliere le fee della società di gestione e i costi di manutenzione). A questo rendimento standard assicurato dai contratti di affitto perché l'acquisto non riguarda soltanto le mura ma anche le licenze dei negozi della galleria commerciale si deve aggiungere in prospettiva anche la rivalutazione in conto capitale.

HOTEL SAVOY LONDRA

«Questa operazione commenta Valter Mainetti, amministratore delegato di Sorgente srg dimostra che il mercato non si è affatto fermato per gli edifici di valore storico unici e irripetibili». In più, in questo caso, gioca a favore l'attività commerciale che vi è inserita e che non sembra risentire molto della crisi dei consumi.

La Galleria Colonna, un tempo di Beni Stabili, negli anni Novanta era pervenuta all'Acqua Marcia di Vincenzo Romagnoli. Quest'ultimo, entrato in crisi insieme a molti altri immobiliaristi nella prima metà degli anni Novanta, era stato costretto a cedere questa proprietà a San PaoloImi.

Dopo la fusione di quest'ultimo con Banca Intesa, l'immobile era stato ceduto alla Lamaro di Pierluigi Toti insieme a Rinascente e al gruppo Agnelli. Dopo l'uscita di Rinascente e degli Agnelli, Toti, abilmente, aveva spezzato in due l'immobile, la parte uffici da una parte e la galleria commerciale dall'altra. La parte uffici era stata venduta al Demanio dello Stato, il resto è stato venduto oggi al Fondo Donatello.

Il tourbillon di compravendite non è ancora finito. Mainetti dichiara di voler provare a ricomprare dal Demanio la parte uffici: «A noi piacerebbe avere l'immobile nella sua interezza. Vediamo se ci riusciremo, certo è che la trattativa con lo Stato andrà per le lunghe. Naturalmente il successo di questa trattativa dipenderà soprattutto da quale reddito sarebbe disposto a pagare lo Stato».

A proposito del rendimento del 5 per cento, che a qualcuno potrebbe sembrare basso, Mainetti ricorda: «A noi non piacciono gli immobili che rendono molto, l'8 o il 9 per cento, perché in questo caso si tratta di beni che si trovano nelle periferie o lontano dai grandi centri. È vero che rendono di più in termini di affitto, ma è anche vero che è difficile sperare in una grande rivalutazione in termini di capitale. Inoltre, in questo momento sono più esposti alla crisi di quanto non lo siano gli immobili di pregio centrali».

 

 
[29-06-2009]

 

 

 

ECCO IL VERO LAVORO DELLA PREMIATA LOBBY TARANTINI (AFFARI & ESCORT): UNA CONSULENZA DA 150 MILA € PER “L’ACCESSO A NUOVE OPPORTUNITÀ” SI TRADUCE NEL FAR INCONTRARE UN IMPRENDITORE CON Bertolaso e Paolo Berlusconi (NELLA la redazione del 'Giornale')....

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

L'amicizia con Silvio Berlusconi, quel rapporto cordiale costruito anche con le compagnie femminili che portava al seguito, era diventata un business per Gianpaolo Tarantini. Il vero «capitale sociale» della sua nuova azienda, la C.G.Consulting, inventata dopo la fuoriuscita dal settore delle protesi ortopediche.

Il trentaquattrenne imprenditore barese voleva diventare un lobbysta, uno che fa affari procurando affari. E le porte che gli si erano spalancate nelle residenze presidenziali - Villa Certosa, palazzo Grazioli, Arcore - erano divenute la principale carta da giocare nel suo lavoro.

 

Chi lo afferma non è qualcuno che gli è nemico, anzi. È uno di quelli che avevano deciso di puntare soldi sul giovane barese trapiantato a Roma; per esempio un contratto di consulenza da 150.000 euro all'anno. Si tratta di Enrico Intini, 46 anni, amministratore delegato di un gruppo che porta il nome di famiglia, raccoglie 44 società, fattura 180 milioni annui e paga 3.400 dipendenti; sede principale a Noci, pochi chilometri a sud di Bari, con succursali a Roma, in altre città italiane e estere. Con la Sma, l'azienda del Gruppo Intini che ha sottoscritto il contratto con la C.G. Consulting, offre sistemi e servizi per la protezione ambientale e la gestione di rischi naturali.

 

Su Tarantini, Enrico Intini contava per avere accesso a nuove opportunità. Il «re delle protesi» passato alle pubbliche relazioni non l'aveva portato (ancora) da Silvio Berlusconi, ma dal fratello Paolo sì. «Nel settore ospedaliero noi lavoriamo su un brevetto per la tracciabilità delle trasfusioni, che stiamo sperimentando in alcune regioni ma non ancora in Lombardia, e lì Paolo Berlusconi avrebbe potuto aiutarci», racconta. Era in attesa di una risposta, dopo due incontri avuti col fratello del premier avvenuti circa un mese fa: «Il primo al caffè Strega, in via Veneto a Roma, il secondo a Milano, nella redazione de Il Giornale ».

 

Altro contatto importante è stato quello con Guido Bertolaso, il potente sottosegretario alla Protezione civile: «Loro hanno una short list, una sorta di elenco riservato di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e a noi sarebbe piaciuto farne parte». Detto fatto. Alla fine dello scorso anno Tarantini ha accompagnato Intini da Bertolaso, nella sede romana del Dipartimento: «In quella riunione mi sono limitato all'esposizione delle nostre attività, che riguardano settori di loro interesse come la prevenzione degli incendi, poi non ho avuto più notizie».

In quella e in altre occasioni, la percezione di Intini fu chiara: «Questi rapporti di Tarantini derivavano dalla sua conoscenza di Berlusconi. Non c'è dubbio. Stiamo parlando di una frequentazione con un uomo potente, molto potente, e per un aspirante lobbysta è il massimo».

Come altri che lo conoscono bene, anche il responsabile del Gruppo Intini ricorda che l'imprenditore barese non faceva mistero di questa amicizia. Anzi, se ne vantava fin troppo. «Il capo del governo era il suo 'negozio', e lui non è mai stato una persona riservata, tutt'altro. Si dice che il segreto del successo è il segreto, ma Tarantini non ha seguito questo motto. Non riusciva a trattenere la gioia di aver imbastito questa relazione, e ormai c'era la fila per parlare con lui. Ovviamente per avere un aggancio con Berlusconi».

È ciò che gli ha fatto fare il passo più lungo della gamba, come riferiscono i suoi amici. «È partito troppo veloce - spiega Intini -, forse avrebbe fatto meglio a cominciare con l'amicizia di qualche assessore, anziché del capo del governo in persona.

 

Io che ho subito diversi traumi da crescita ho imparato a salire gradino dopo gradino. Non sono vittima dell'abbaglio dell'affare, ho i miei piani industriali e mi affido a quelli. Anche perché non ho relazioni tali da comprare un certo tipo di rapporti».

Ecco il motivo per cui, dopo averlo conosciuto un paio d'anni fa in una cena barese, l'amministratore del Gruppo Intini ha deciso di investire del denaro sulle opportunità che poteva offrirgli quell'imprenditore che diceva di essere tanto amico di Berlusconi. E che aveva dimostrato di poterne ricavare relazioni importante. Mai sospettato che quel legame passasse anche dalle belle ragazze con cui si presentava a casa del premier, come ammesso dallo stesso Tarantini? «Sinceramente no, non me ne ha mai parlato né io gliel'ho mai chiesto. Però Bari è una città piccola, e un po' di chiacchiericcio sul suo conto c'era. Il cambiamento dello stile di vita si vedeva. Ma certe cose è meglio non saperle», conclude Intini. E ride.

 

 

 
[24-06-2009]

 

 

 

Appalti, prostituzione, festini e polvere bianca - patty: "L’harem è una cosa seria. Qui, invece c’è solo uno sceicco prepotente..." - Si indaga sui festini a Cortina, in un albergo di lusso e in una villa di un facoltoso imprenditore.

Guido Ruotolo per La Stampa

Complotto? Io pagata? Da chi? Sto aspettando che il presidente del Consiglio faccia i nomi, che vada all'autorità giudiziaria. Ah, non si ricorda neppure il mio viso? Il mio nome? E perché, allora, prima che le sue guardie del corpo mi impedissero di avvicinarmi alla sala del Palace Hotel, quando lui è sceso dall'auto sono stata la prima persona a cui ha stretto la mano? Perché, quando si è fermato alla banca, mi ha anche baciato sulla guancia e mi ha fatto gli auguri per la campagna elettorale?».

 

Eccola Patrizia D'Addario la «prostituta di alto bordo», per dirla con il direttore di «Chi» che ha intervistato il presidente del Consiglio, («ma io - mastica bile Patrizia - prima di essere una escort ho fatto altro nella vita, mica come tutte le altre...»). Ogni tanto si tormenta il braccio, nei momenti di tensione: «Adesso mi hanno messo al rogo come Giovanna d'Arco». Ma riesce anche a sorridere quando parla delle sue trasferte a Dubai: «L'harem è una cosa seria. Gli uomini davanti e le donne dietro. E' una forma di rispetto. Qui, invece c'è solo uno sceicco prepotente...».

 

Nello studio del suo avvocato, ha portato anche le «carte», i «quattro permessi» per costruire quel benedetto-maledetto residence, il suo investimento per la pensione. Parla Patrizia, per quasi due ore le vengono rivolte domande sui particolari degli incontri a Palazzo Grazioli. La conversazione si perde tra i cadeux del Presidente, le collane, spille, tartarughe e soprattutto le farfalle che trovi dovunque, anche sui tavoli, come se fossero ghirlande.

 

O su «meno male che Silvio c'è», la colonna sonora di quel ballo lento di Silvio e Patrizia (era «My Way»). Ma sul complotto, sul regista che l'avrebbe pagata profumatamente per svelare uno scandalo che non c'è - è questa l'accusa del presidente del Consiglio -, Patrizia è disarmante: «In questa storia chi ci perde è la sottoscritta, io mantengo la mia famiglia, mia figlia, mia madre. Sarebbe stato più semplice se fossi stata zitta, ma non potevo non rispondere alle domande del magistrato che mi aveva convocata. Sarei stata più tranquilla se avessi continuato a fare l'escort. Muta, e con le buste regalo, così come fan tutte le altre».

E allora perché ha deciso di svelare il suo segreto professionale? Perché ha confessato candidamente di documentare (con le registrazioni) tutti i suoi incontri di lavoro? «Da quando ero bambina - risponde Patrizia - non ho mai accettato di subire soprusi, angherie da chi ti fa del male e ti ferisce al cuore. Mi sono sentita ingannata e ho reagito quando (domenica 31 maggio, ndr) le guardie del corpo del presidente Berlusconi mi hanno allontanata da lui. Sì, è vero, io documento tutti i miei rapporti. Non per ricattare ma per difendermi. Ho iniziato quando mi sono dovuta difendere da una violenza... Quello lì poi è stato arrestato e condannato...».

 

Gli avvocati degli indagati, dei probabili iscritti sul registro degli indagati, o semplicemente dei sospettati sono convinti che l'inchiesta sulla prostituzione sia giunta in dirittura d'arrivo. C'è fibrillazione, a Bari. Ma l'inchiesta, intanto, prosegue. Si indaga sui festini a Cortina, in un albergo di lusso e in una villa di un facoltoso imprenditore. E si approfondisce la posizione del «mediatore», di quel Max, ovvero Massimiliano Verdoscia, imprenditore e, soprattutto, l'amico che presentò a Gianpaolo Tarantini l'escort Patrizia D'Addario. E probabilmente fu a Max (e non a Gianpi) che Patrizia rivelò di avere le registrazioni della sua notte d'amore con Silvio Berlusconi.

 

Appalti, prostituzione, festini e polvere bianca. La gran confusione giudiziaria barese riserverà sicuramente sorprese. E' difficile azzardare le prossime mosse degli inquirenti. Il clima, però, è «intossicato». I sospetti degli uomini del Presidente Berlusconi si concentrano sui silenzi degli investigatori. Sul perché «neppure il ministro Tremonti» abbia avuto la percezione della portata dell'inchiesta (e delle intercettazioni) che la Guardia di finanza stava portando avanti su delega del pm Pino Scelsi. Patriza d'Addario è soltanto una «escort» che ha voluto reagire «a un sopruso», che si è «sentita ingannata»?

 

Colpisce la sua ingenuità: «Una volta che non ho potuto partecipare alla manifestazione elettorale con Silvio Berlusconi, io che ero candidata al consiglio comunale, un fotografo ha iniziato a farmi domande. Mi è montata la rabbia, mi sono sentita umiliata e ho realizzato che potevo raccontare tutto su un settimanale. Ma il mio avvocato mi ha bloccata. Poi è arrivata la convocazione del magistrato. E oggi sono diventata Giovanna d'Arco. Al rogo...».

 

 
[25-06-2009]

NO GIAMPI NO PARTY – LA VITA DI TARANTINI A CAVALLO TRA POLITICA, AFFARI ED EROS PARTY - fino a qualche anno fa nessuno avrebbe scommesso SU DI LUI: Troppe ragazze e cocaina – POI L’INCONTRO DEL CAV. – MA PAPI NE VUOLE SEMPRE DI PIù E LUI SBAGLIA RAGAZZE…

Peter Gomez e Antonio Massari per "L'espresso", in edicola domani

Con lui, per telefono, Silvio Berlusconi era particolarmente esplicito. In decine di colloqui, ad ogni ora del giorno e della notte, parlava di cene, politica, feste e di donne. Sì, soprattutto di donne, perché con il trentaquattrenne Giampaolo "Giampi" Tarantini, l'attempato premier non aveva né imbarazzi né segreti.

 

Tanto da arrivare a descrivere nei particolari, dal colore dei capelli fino alle misure delle curve, il tipo di ragazze che voleva fossero invitate a palazzo Grazioli o a villa La Certosa. Le conversazioni diventavano così goliardiche e spesso, dopo le sue serate, il premier si dilungava in commenti su quanto era accaduto la notte precedente.

Telefonate su telefonate. Con Tarantini che annuiva, organizzava viaggi, portava accompagnatrici, hostess e modelle. Incautamente. Perché in qualche occasione, dinanzi al leader del Pdl, stando a quanto "L'espresso" ha verificato, sono persino arrivate donne legate ai clan. Frequentazioni pericolose che espongono il Cavaliere al rischio ricatto da parte della criminalità organizzata.

 

Sembra un film, ma è il racconto straordinario del Berlusconi segreto, regalato dalle intercettazioni della Guardia di finanza, nell'inchiesta barese sugli appalti sanitari conquistati, secondo l'ipotesi di accusa, a colpi di mazzette dalle aziende di Tarantini. Un'indagine che già l'estate scorsa, dopo le prime settimane di ascolti, è improvvisamente virata su una serie di starlette e di ragazze a pagamento che frequentavano il premier.

Niente di sorprendente. Perché l'incensurato Giampi, più volte incappato a Bari, a partire dal 1999, nelle attenzioni della magistratura, è sempre stato un tipo effervescente. E, in fondo, il suo incontro con l'escort Patrizia D'addario e con «l'utilizzatore finale» Berlusconi pare davvero l'inevitabile epilogo di una vita sopra le righe, a cavallo tra la politica, gli affari e i party da jet set.

Eppure, fino a qualche anno fa, su di lui nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Nemmeno i carabinieri che ascoltavano le sue telefonate già nel lontano 2002. Per loro all'epoca Giampi era solo un ragazzino della buona borghesia che, rimasto da poco orfano di padre, sembrava destinato a mandare a carte quarantotto il piccolo impero familiare, basato sulla vendita di protesi sanitarie. Troppe feste, troppe ragazze e troppa cocaina tra Bari e Milano per poter pensare che Tarantini potesse avere successo anche nel mondo del lavoro.

 2009 davanti all'ingresso dell'hotel Palace di Bari, alle sue spalle Patrizia D'Addario

Ma Giampi è sveglio, simpatico, e soprattutto cresce accanto agli amici giusti. Due in particolare. Il primo è l'ex onorevole Tato Greco, figlio del senatore di Forza Italia Mario Greco e nipote dei potentissimi Matarrese. Il secondo è Giuseppe Tedesco, all'epoca titolare, come Tarantini, di imprese di forniture sanitarie e figlio di Alberto: già assessore della giunta regionale di Nichi Vendola, oggi indagato per una maxi truffa sanitaria e in procinto di diventare parlamentare del Pd, dopo l'elezione a Strasburgo del deputato Paolo De Castro.

Nel 2005, come "L'espresso" è in grado di rivelare, Greco junior (attraverso la fidanzata) diventa socio occulto dell'amico nella Global System Hospital. Giampi e Tato si sentono per telefono di continuo. Gli investigatori li ascoltano mentre pianificano strategie, intervengono tramite i loro canali politici (Greco all'epoca era già consigliere regionale) su Asl e policlinici.

 

E quando si tratta di risolvere i problemi più grandi, come quelli con la Casa sollievo della sofferenza, l'ospedale di San Giovanni Rotondo fondato da Padre Pio, non esitano a far intervenire lo zio di Tato, il vescovo di Frascati, Giuseppe Matarrese.

Insomma non deve sorprendere se quattro anni dopo, alle amministrative del 2009, sarà proprio il giovane Greco a candidare in Comune la escort Patrizia, che pagata da Tarantini aveva trascorso una notte col premier. E a presentare alla circoscrizione la sua amica Barbara Montereale, ospite di Berlusconi (come semplice ragazza immagine, dice lei) prima a palazzo Grazioli e poi a villa Certosa. Entrambe entrano in "Puglia prima di tutto", la lista fondata dal ministro Raffaele Fitto, pure lui vecchio conoscente di Tato e di Giampi.

I rampolli sono cresciuti. E Tarantini ha imparato che ingraziandosi i politici gli affari vanno a gonfie vele. Il suo pallino, raccontano oggi a Bari, è quello di infilarsi nel piatto ricco della Protezione civile, un settore in cui le gare di appalto sono poche e i fornitori vengono spesso scelti con procedure d'urgenza direttamente da Palazzo Chigi. In più Giampi vuole fare intermediazione anche con gli enti pubblici. Per questo fonda a Roma, il 20 gennaio scorso, la CG consulting, una srl dall'oggetto sociale amplissimo. Insomma il ragazzo pensa in grande e si trasforma in lobbista.

È nell'estate del 2008 che Tarantini spicca il volo. In Sardegna affitta una villa hollywoodiana, noleggia aerei privati, partecipa a feste e cene importanti: da quelle con Abramovich e Berlusconi a villa Certosa fino agli incontri conviviali sulla barca di uno dei figli di Gheddafi, dove porta con sé un'ottantina di ospiti. Al suo fianco ha sempre soubrette e belle donne: da Manuela Arcuri a Francesca Lana, da Sara Tommasi a Carolina Marconi sino alla popolarissima Belen.

zzi

Il Cavaliere lo adora, se ne accorgono tutti. E così in molti prendono a contattarlo per ottenere raccomandazioni e incontrare gli uomini che contano. Nei mesi scorsi gli investigatori della Finanza restano a bocca aperta quando ascoltano due alti ufficiali del corpo, in servizio a Roma, che gli chiedono informazioni e favori. Poi ci sono gli imprenditori.

Uno di loro, il pugliese Enrico Intini, amministratore di un gruppo da 140 milioni l'anno, considerato molto vicino a Massimo d'Alema, racconterà d'essere andato con Tarantini da Guido Bertolaso, il sottosegretario alla Protezione civile, per proporre la propria azienda.
A ben vedere, comunque, la tecnica che Giampi applica negli affari è sempre la stessa.

 

Oggi usa le donne. Mentre nel 2005, quando si trattava di piazzare protesi e macchinari, si ingraziava medici e primari regalando buoni benzina, viaggi, abbonamenti allo stadio, prestando auto e in qualche caso, secondo gli investigatori, allungando mazzette. Certo allora era un po' pasticcione: le telefonate di un primario che si lamenta perché uno dei due assegni circolari a lui destinati è andato perso, resteranno a lungo negli annali della storia delle inchieste sulle tangenti.

Ma il guaio più grosso Giampi lo combina portando le ragazze sbagliate al Cavaliere. Si può capirlo. L'estate sta finendo. Ormai la Sardegna è lontana. E soddisfare le richieste di nuove amiche da parte di Berlusconi non è più come organizzare i party in Costa Smeralda.

Anche per questo a palazzo Grazioli arrivano in autunno Patrizia D'Addario e le sue amiche. Giampi le recluta a Bari senza pensare che, alla lunga, la bionda e bellissima escort potrebbe rivelarsi pericolosa.

 

Ormai dal 2006, l'anno in cui denunciò e fece arrestare il suo sfruttatore, Patrizia ha infatti preso l'abitudine di registrare tutti i suoi incontri. E poi, come racconta lei stessa a "L'espresso", tra le amiche che frequenta e presenta a Tarantini ce ne sono «alcune legate alla malavita». Ragazze che finiranno per vedere anche il premier.

 

Il rischio dello scandalo diventa insomma altissimo. E appena in città si sparge la voce dell'esistenza di nastri imbarazzanti per il premier, qualcuno svaligia la casa della escort. Patrizia racconta: «Mi hanno svuotato completamente l'appartamento. Hanno portato via tutto: i vestiti, la biancheria intima, il computer, la foto con dedica che Berlusconi mi aveva regalato, e i miei cd. Tutti, compresi quelli che la prima sera mi aveva donato Apicella». Un lavoro da professionisti utile per spaventarla, ma non per far sparire le tracce.

 

 
[25-06-2009]

 

 

 

LA GRAN CONFUSIONE DEL DIGITALE 'PEDESTRE' – SPENTE RAI2 E RETE4, TOCCA FARE LA MISTERIOSA “RICANALIZZAZIONE DELLA BANDA III VHF” – 14.5 MLN DI UTENTI INTERESSATI - RISULTATO? IL NUOVO CANALE E8: EUROPA 7 POTRà TRASMETTERE IN ANALOGICO E DIGITALE…

Marco Mele per "Il Sole 24 Ore"

«Non abbiamo fatto in tempo a "mettere le mani" sul televisore e sul decoder per il passaggio al digitale, che bisogna rifare tutto da capo », dicono in molti nella capitale. Si tratta, per Roma, solo della vicinanza temporale di due cose diverse: da una parte, lo spegnimento delle trasmissioni analogiche di Rai2 e Rete4, appena avvenuta in parte del Lazio, non senza problemi.

 

Dall'altra parte, il fenomeno misterioso si chiama, tecnicamente, «ricanalizzazione della banda III Vhf». Operazione, quest'ultima, che sarà compiuta a livello nazionale dal 22 al 30 giugno, cominciando domani dalla Basilicata per coprire in pochi giorni tutte le regioni.

Premessa: la televisione, in analogico come in digitale, viene trasmessa in due bande di frequenza, il Vhf, appunto, e l'Uhf. Nella prima banda, il Vhf, l'Italia aveva un assetto che non era allineato a quello degli altri paesi europei. Il "riallineamento" è previsto dal nuovo Piano di ripartizione delle frequenze e, peraltro, ci viene imposto dal Piano digitale approvato nella Conferenza mondiale di Ginevra del giugno 2006.

Il risultato di tale riallineamento all'Europa è la creazione di un nuovo canale su tutto il territorio nazionale. È il canale E8, destinato a Europa 7 in analogico e in digitale. Questo, senza che nessuno perda le sue attuali frequenze, anticipando un'operazione che andrà comunque compiuta, regione per regione, quando la televisione passerà tutta al digitale (il cosiddetto switch off),com'è già successo in Sardegna.

«Si tratta di spostamenti contenuti - sottolinea Stefano Ciccotti, amministratore delegato di RaiWay, la controllata Rai che gestisce rete e impianti del servizio pubblico - e faremo tutto in modo coordinato in otto giorni, seguendo il Piano del ministero dello Sviluppo». La Rai è il principale utilizzatore della banda coinvolta, sulla quale trasmette soprattutto Rai1 e dovrà intervenire su 470 impianti.

Vi sono poi in Banda III alcune emittenti private e trasmissioni sperimentali di radiofonia digitale. A queste ultime sarà riservato il canale E12, che si libererà però solo con gli switch off (entro il 2012 in tutta Italia) ma si tratta per il canale E13, attualmente assegnato ma non utilizzato dalla Difesa.

Gli utenti interessati a tale operazione sono 14 milioni e 500mila: devono risintonizzare il televisore analogico per vedere Rai1 e le altre emittenti coinvolte. Solo a Pescara e a Bologna, dove la Rai trasmette parte della sua offerta digitale nella banda interessata, bisognerà risintonizzare il decoder digitale (la ricerca o la scansione canali, a seconda del modello), oltre al tv color analogico, a eccezione della Sardegna.

I costi economici sono contenuti: «Potevamo spendere sino a otto milioni - commenta Ciccotti - ma ne spenderemo la metà». Non sono quantificabili, invece, i costi per l'utenza perché non proprio tutti sanno risintonizzare decoder e televisori. Il presidente del Corecom Lazio Francesco Soro, infine, diffida la Rai dall'adottare un numero a pagamento, un 199, per informare i suoi abbonati.

 

 
[23-06-2009]

Marco Mele per "Il Sole 24 Ore"

«Non abbiamo fatto in tempo a "mettere le mani" sul televisore e sul decoder per il passaggio al digitale, che bisogna rifare tutto da capo », dicono in molti nella capitale. Si tratta, per Roma, solo della vicinanza temporale di due cose diverse: da una parte, lo spegnimento delle trasmissioni analogiche di Rai2 e Rete4, appena avvenuta in parte del Lazio, non senza problemi.

Dall'altra parte, il fenomeno misterioso si chiama, tecnicamente, «ricanalizzazione della banda III Vhf». Operazione, quest'ultima, che sarà compiuta a livello nazionale dal 22 al 30 giugno, cominciando domani dalla Basilicata per coprire in pochi giorni tutte le regioni.

Premessa: la televisione, in analogico come in digitale, viene trasmessa in due bande di frequenza, il Vhf, appunto, e l'Uhf. Nella prima banda, il Vhf, l'Italia aveva un assetto che non era allineato a quello degli altri paesi europei. Il "riallineamento" è previsto dal nuovo Piano di ripartizione delle frequenze e, peraltro, ci viene imposto dal Piano digitale approvato nella Conferenza mondiale di Ginevra del giugno 2006.

Il risultato di tale riallineamento all'Europa è la creazione di un nuovo canale su tutto il territorio nazionale. È il canale E8, destinato a Europa 7 in analogico e in digitale. Questo, senza che nessuno perda le sue attuali frequenze, anticipando un'operazione che andrà comunque compiuta, regione per regione, quando la televisione passerà tutta al digitale (il cosiddetto switch off),com'è già successo in Sardegna.

«Si tratta di spostamenti contenuti - sottolinea Stefano Ciccotti, amministratore delegato di RaiWay, la controllata Rai che gestisce rete e impianti del servizio pubblico - e faremo tutto in modo coordinato in otto giorni, seguendo il Piano del ministero dello Sviluppo». La Rai è il principale utilizzatore della banda coinvolta, sulla quale trasmette soprattutto Rai1 e dovrà intervenire su 470 impianti.

Vi sono poi in Banda III alcune emittenti private e trasmissioni sperimentali di radiofonia digitale. A queste ultime sarà riservato il canale E12, che si libererà però solo con gli switch off (entro il 2012 in tutta Italia) ma si tratta per il canale E13, attualmente assegnato ma non utilizzato dalla Difesa.

Gli utenti interessati a tale operazione sono 14 milioni e 500mila: devono risintonizzare il televisore analogico per vedere Rai1 e le altre emittenti coinvolte. Solo a Pescara e a Bologna, dove la Rai trasmette parte della sua offerta digitale nella banda interessata, bisognerà risintonizzare il decoder digitale (la ricerca o la scansione canali, a seconda del modello), oltre al tv color analogico, a eccezione della Sardegna.

I costi economici sono contenuti: «Potevamo spendere sino a otto milioni - commenta Ciccotti - ma ne spenderemo la metà». Non sono quantificabili, invece, i costi per l'utenza perché non proprio tutti sanno risintonizzare decoder e televisori. Il presidente del Corecom Lazio Francesco Soro, infine, diffida la Rai dall'adottare un numero a pagamento, un 199, per informare i suoi abbonati.

 

 
[23-06-2009]

 

 

 

TROPPI DIRETTORI-lobbysti E TROPPI CRONISTI-TIFOSI IMPEGNATI A 'PETTINARE' LE NOTIZIE - IL 'J'ACCUSE' DI FABIO MARTINI ("STAMPA"): MA QUALE QUARTO POTERE, è QUARZO POTERE! - ECCO PERCHè DI TANGENTOPOLI I GIORNALI non potevano accorgersi, CI VOLLE DI PIETRO - TUTTI I TRUCCHI DEL MESTIERE, DAI RETROSCENA-FANTASY ALLE INTERVISTE IN GINOCCHIO

 

Fabio Martini per il quotidiano "Europa"

Sta diventando un fuoco incrociato. Mai come ora tutti, ma proprio tutti, sparlano dei giornalisti italiani e del loro modo di accostarsi alla politica. Il "Financial Times" arriva a scrivere che Berlusconi ha potuto costruire il suo strapotere anche grazie alla timidezza della stampa nostrana.

Il neo-direttore del Tg1 ha pronunciato in diretta la sua lezione deontologica, asserendo che sui media c'è troppo gossip. Per il capo del governo i giornalisti italiani sono tutti di sinistra, mentre per il capo dell'opposizione fanno poche inchieste. Tutti sparlano di noi, ma noi giornalisti non parliamo. Facciamo finta di nulla, aspettiamo che passi.

 

Le uniche voci sono quelle che contrappongono la stampa di destra al gruppo "Repubblica-Espresso". Aleggiano querele. Non sfugge a nessuno la pulsione gregaria dei giornali che spalleggiano il premier, ma è serio il rischio insito in questa "guerra civile": la definitiva affermazione di un bipolarismo dell'informazione, con due tifoserie contrapposte.

Più che un rischio, una tradizione: i giornalisti italiani non hanno mai avuto un grande orgoglio professionale, l'indipendenza non è mai stato il connotato prevalente. Per ragioni arcinote, a cominciare della storica assenza di editori "puri". Ma si fa presto a prendersela con i padroni. O con i politici, che saranno sempre invadenti. O ricattatori, come il Berlusconi sulla pubblicità.

Ma proprio perché i giornalisti sono sotto tiro, l'unico modo per recuperare credibilità sarebbe provare a mettersi in gioco. Parlando - una volta almeno - di noi. Dei nostri limiti e non di quelli degli altri. Dei nostri trucchi. Dei nostri vizi. Della nostra vocazione consociativa.

 

Partendo dal tratto più originale di tutti: in Italia sui giornali (per non parlare degli "spazi autogestiti" nei telegiornali) la politica occupa uno spazio abnorme, non paragonabile a quanto accade nella stampa francese, tedesca, spagnola, inglese, americana. Ed è proprio in questo enorme spazio che si dispiega un gioco tutto nostrano: il "gioco" della lobby.

Dalle nostre parti c'è un enorme equivoco che si porta dietro tutti gli altri: credere che in Italia i giornali ambiscano ad essere un quarto potere. In realtà direttori, editoralisti e cronisti - senza ammetterlo neppure a se stessi - fortissimamente aspirano ad essere una lobby. Lobby che sta dentro al gioco, che consiglia, che condiziona. Che esulta pubblicamente - a sinistra come a destra - quando un leader ha adottato la linea del giornale.

Il "gioco" della lobby, o delle lobby contrapposte, passa attraverso un racconto vivacissimo e colorato, che spesso però si accompagna ad una invisibile adulterazione di fatti e personaggi. Ecco i titoli con l'estrogeno che annunciano guerre che nessuno intende combattere. Ecco l'inflazione dei retroscena: spesso polpette preparate da un oste contro l'altro, col cronista che si limita ad assaggiarle, quasi mai verificandone gli ingredienti.

Ecco il diluvio di dichiarazioni, che raramente sono "notizie". Ecco le interviste: paginate soporifere che servono ai politici per scambiarsi i loro messaggini, quasi mai illuminate da una domanda penetrante, vera, per provare a scoprire se il re è nudo. Quella domanda non c'è, perché se la fai - ed esigi una risposta - la prossima volta potresti essere ricusato.

I politici, si sa, aiutano a far carriera. Non solo alla Rai. Ecco i "virgolettati" attribuiti a Berlusconi o a Franceschini, troppo spesso ricostruiti ad occhio, o inventati. Il politico non smentirà: può far comodo, far credere che abbia detto quelle cose. Anche se non le ha mai dette. Con l'effetto che buona parte di quei retroscena somigliano oramai a delle favole, alle quali non crede più nessuno.

Ecco i tanti giornalisti-hooligan che tifano per il proprio cannoniere, non per la propria professione. Ma l'operazione più sofisticata di tutte è un'altra ancora. Tutti i giornali del mondo hanno tanti modi trasparenti per esprimere la propria linea politica, dagli editoriali fino alla titolazione. Da noi si è diffuso un sistema occulto: condizionare la politica, invisibilmente manipolando l'informazione quotidiana.

 

Attorno ad un obiettivo politico prestabilito - destabilizzare o santificare un leader - si organizzano retroscena e interviste, si creano dal nulla personaggi, eroi per un giorno destinati ad essere presto scaricati. L'obiettivo è quello di costruire un "fatto" compiuto che più tardi sarà oggetto di un puntuto editoriale.

Negli anni scorsi caposcuola del "genere" è stato "Il Corriere della Sera". Esemplare, tra i tanti, il tormentone della sinistra radicale proclamata come egemone nel governo Prodi. Un'egemonia di cui non si erano accorti, mentre la vivevano, i leader politici della sinistra. E che più tardi, a quanto pare, sfuggì anche agli elettori di quei partiti.

Naturalmente non mancano i direttori tosti e i cronisti liberi, le stagioni felici di questo o di quel giornale, le inchieste penetranti. Tanto, ma ancora troppo poco per essere credibili: quando i politici denunciano i nostri vizi, proprio loro così prepotenti, finiscono per avere qualche ragione.

 

Certo, non ci si libera da un giorno all'altro dal consociativismo, male oscuro dell'informazione anche nella Seconda Repubblica. Una stagione che 17 anni fa era iniziata in modo eloquente: della corruzione politica che stava uccidendo la Prima Repubblica, i giornali non si erano accorti, non potevano accorgersi. L'hanno scoperta soltanto quando se ne è occupata la magistratura. E da quel momento, per un lungo periodo, si sono limitati a decantarne le inchieste. Con lo spirito gregario di sempre.

 

 
[16-06-2009]

 

 

 

FUORI Salza dAl comitato di sorveglianza di Intesa Sanpaolo - ARRIVA Benessia?

AVVISI AI NAVIGATI
Continua la battaglia di potere nell'azionariato della più grande banca italiana e per i futuri vertici delle Generali. "Agricole presenta il nuovo patto su Intesa. All'Antitrust l'accordo con Generali che prevede solo lo scambio di informazioni" (Repubblica, p.32). Tipo che ogni tanto si telefonano, ma poi in cda fanno finta di non conoscersi.

Intanto inizia con un certo anticipo la stagione degli addii. "Ligresti dà il benservito a Bernheim. "E' stato un ottimo presidente". I giochi al vertice del Leone destinati a chiudersi il prossimo aprile per l'attuale numero uno" (Stampa, p.29