LEGA NORD
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) IL 15.01 15  CONTINUA A ROMA IL PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT .

4) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 09.01.15

5) Processo MPS SIENA MI IN ATTESA DI ASSEGNAZIONE

6) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

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28.04.13

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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

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ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

MARONI 01.11.14

 

I pm indagano Maroni su Expo per incastrarlo su Finmeccanica

il Giornale

L'imputato principale è Giuseppe Orsi, ex numero uno di Finmeccanica. Lo stesso che al telefono confidava: «Se non c'era Maroni col cavolo che ero ...

 

 

LEGA NORD 01.11.14

 

La ''truffa'' di Radio Padania

"L'emittente radiofonica della Lega Nord, Radio Padania Libera, è una radio comunitaria (come Radio Maria) e tramite un emendamento presentato da un suo stesso deputato, Davide Carlo Caparini, dal 2001 può occupare frequenze libere su tutto il territorio nazionale senza pagare un soldo. Le frequenze che acquisisce gratuitamente servono solo ad essere poi cedute a titolo oneroso o in permuta a emittenti radiofoniche commerciali con differenze di valore che hanno fatto ottenere plusvalenze ingenti. Ad esempio, Radio Maria, nell'area di Milano, ha ceduto per 10 milioni di euro una frequenza a Radio 2, ovvero il servizio pubblico.

... [continua]


Maroni indagato per EXPO 2015

"Per il Movimento 5 Stelle Lombardia il presidente della regione Roberto Maroni, che ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Busto Arsizio per "induzione indebita a dare o promettere utilità per presunte irregolarità in due contratti di collaborazione a termine su progetti per Expo", deve spiegare e chiarire già domani al Consiglio regionale la sua posizione. Se dovessero essere confermate le ipotesi di reato con un rinvio a giudizio ci aspettiamo le dimissioni immediate di Maroni; chi governa deve essere al di sopra di ogni sospetto.

... [continua]

 

Lombardia, il governatore Maroni indagato. Il pm: reati commessi il 4 luglio scorso - Cantone: non incide su Expo

Il governatore ha ricevuto un avviso di garanzia per «induzione indebita a dare o promettere utilità per presunte irregolarità in due contratti di collaborazione a termine su progetti per Expo»...»

 

 

 

 

  • Scandali Lega, Umberto Bossi: “Ho autorizzato le spese dei miei figli”

 

Umberto Bossi ha dovuto ammettere le sue responsabilità nella vicenda dell’uso dei rimborsi elettorali destinati alla Lega Nord, o forse è stato l’estremo tentativo di difendere i suoi due figli, Riccardo e Renzo. Il Senatur lo ha fatto durante un incontro che ha avuto con Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Manuela Dal Lago, Roberto Cota e Giancarlo Giorgetti.

L’incontro è avvenuto nella sede di via Bellerio, la stessa dove Umberto Bossi ha ricevuto l’avviso di garanzia per truffa ai danni dello Stato. L’incontro è durato un’ora e mezza durante la quale l’ex segretario ha ammesso, “Ho autorizzato io alcune spese dei miei figli e chiesto che venissero pagate”, il Senatur ha specificato che si trattava di spese per i rally di Riccardo Bossi e di spese personali per Renzo Bossi. Le spiegazioni fornite da Umberto Bossi, però, sono sembrate poco convincenti.

Roberto Maroni ha parlato all’amico di una vita usando parole dirette, spiegando che i due figli si sono approfittati della situazione per perseguire interessi personali e che quello che valeva per Francesco Belsito e Rosy Mauro deve valere anche per i figli del capo, “Hanno sbagliato e devono pagare”. Alcuni sostengono che Maroni si sia spinto fino a chiedere l’espulsione di Renzo Bossi. In realtà le conseguenze politiche di questa situazione non sono valutabili. Se Renzo Bossi e suo fratello Riccardo dovessero essere espulsi cosa farà Umberto Bossi? E se dovesse lasciare la Lega Nord quale sarebbe il futuro del partito e cosa farebbe lo stesso Bossi? La possibilità di due partiti del nord spaventa tutto lo stato maggiore della Lega. Maroni all’uscita dalla sede di via Bellerio non ha voluto commentare queste indiscrezioni, “Non mi interessano queste cose”.

Rosy Mauro, invece, ha commentato queste indiscrezioni attaccando frontalmente l’ex ministro dell’Interno, “A Maroni non credo, perché è un eterno secondo. La Lega Nord è morta perché Bossi ha sbagliato a dimettersi e all’interno del movimento c’è stato un complotto. La Lega non era un bancomat e io non ho preso soldi dal partito”.

Umberto Bossi è un uomo distrutto
Un pianto liberatorio, una resa davanti all’ennesima mazzata che ha demolito il sogno di una vita. Umberto Bossi è un uomo distrutto: il pensiero di dare l’addio alla Lega, travolta dallo scandalo che vedono al centro lui e la sua famiglia, lo ha lasciato senza parole. Almeno così lo descrive il quotidiano la Repubblica, perché del Senatur, da quando è indagato per truffa ai danni dello Stato per quei fondi leghisti usati per qualsiasi cosa, tranne che per il partito, non c’è più traccia. Nessuna dichiarazione, nessuna uscita in pubblico: solo, nella sua casa di Gemonio, versa lacrime (di coccodrillo?) sul suo doloroso addio alla Lega Nord.

Il partito, da lui fondato e trascinato fino in Parlamento, a sedere sugli scranni del potere, in grado di tenere le redini del governo grazie al sempre più grande peso politico anche da alleati del Pdl, sta andando a fondo e la colpa è solo sua. E della sua famiglia.

Lo scandalo dei fondi usati per The Family, la cassa della Lega usata come bancomat dal Trota, la laurea in Albania per l’ex consigliere regionale della Lombardia e quella all’Univesrità dell’Insubria per l’altro figlio, Riccardo. I diamanti per la Mauro (Rosy), i lavori di casa, il dentista: una lunga serie di scandali che lo hanno travolto, ma non ancora sepolto.

Nella giornata dell’Orgoglio Padano a Bergamo, quando Roberto Maroni viene incoronato dal popolo leghista e suon di scopettate e di “Pulizia, pulizia”, Bossi c’è, resiste tanto che, a sorpresa, si candida ancora alla segreteria.

Poi la mazzata finale, la truffa ai danni dello stato, i reati dei figli, la magistratura che indaga su tutta la sua famiglia, mentre dal partito Maroni tuona che non c’è più posto per ladri e truffatori e che non ci saranno più candidature dall’alto.

Si pensa al titolo di Presidente onorario del movimento padano per il Senatur che questa volta molla: non ce la fa, troppo il peso dello scandalo.

Chi gli è vicino racconta il day after: piange al telefono, è un uomo distrutto, c’è chi dice che in 25 anni non l’ha mai visto così, agli amici più fidati confida che sta male, malissimo e sembra che questa volta per lui sia davvero arrivata la fine.

Matteo Salvini, maroniano di ferrro, lo spiega più che bene: “Bossi ci ha portato fino a qua, detto questo la Lega va avanti e prescinde dai nomi“. Finito, game over.

Accanto a lui l’ex cerchio magico: c’è anche Rosy Mauro che non molla, è vicina alla famiglia, non abbandona il capo che l’ha portata fino al Senato, ai vertici della politica italiana.

Il mondo di Bossi si è sgretolato in poco meno di 36 ore: non si vede più la coda davanti la casa di Gemonio, di lui non c’è traccia, neanche una parola, un commento, un gesto, una smorfia. I suoi fedelissimi come Manuela Marrone e Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, non si trovano più in giro, forse sono riuniti intorno a lui, nella speranza di risollevarlo, di convincerlo a non mollare: questa però sembra proprio la fine (politica) di Umberto Bossi. Tra le lacrime.

17 maggio 2012 – Scandalo Lega, rimborsi elettorali per multe, feste e rinoplastica dei figli di Bossi
L’indagine sull’uso dei rimborsi elettorali percepiti dalla Lega Nord apre lo spazio ad una serie di riflessioni che riguardano sia il partito del carroccio che gli altri partiti italiani. Innanzitutto partirei dalla dichiarazione di Umberto Bossi, indagato per truffa ai danni dello Stato cioè ai nostri danni, che tempo fa disse: “I nostri soldi (della Lega Nord) li possiamo anche buttare dalla finestra.Un’effermazione colorita, come è sempre stato nello stile di Bossi, ma altamente discutibile. I rimborsi elettorali sono soldi pubblici, cioè degli italiani, ed i partiti non possono spenderli senza renderne conto al paese. Sarebbe come se un dipendente avesse in gestione un conto corrente dal suo datore di lavoro e lo usasse per andarsene in vacanza. Difficile immaginare un esito diverso dal licenziamento. Questo sorvolando sul fatto che l’Italia ha votato con un referendum il no al finanziamento pubblico dei partiti ed invece i soldi continuano ad arrivare copiosi.

Gli interrogatori di Francesco Belsito e Nadia Dagrada, rispettivamente ex tesoriere ed ex segretaria della Lega Nord, hanno portato alla luce il sistema di utilizzo dei rimborsi elettorali. Umberto Bossi è indagato in quanto come segretario del partito firmava tutti i documenti relativi agli esborsi di denaro. Diversa è la faccenda per Renzo e Riccardo Bossi. Entrambi avrebbero percepito una sorta di mensile da 5000 euro non si sa bene a che titolo. Si sa, però, come li hanno spesi questi soldi. Renzo Bossi ha preso multe per eccesso di velocità e violazione del divieto di sosta in tutta Italia. Questo senza dimenticare i 12.000 euro al mese che costava il suo staff, utilizzato anche per andare ad alcune feste a Bratislava. Al momento Renzo Bossi è in vacanza in Marocco e fa sapere che il fatto di essere indagato gli darà finalmente la possibilità di difendersi e discolparsi visto che, “Non ho mai preso un soldo dalla Lega”. In effetti non fa una grinza, i soldi sono pubblici, quindi degli italiani.

Il primogenito di Umberto Bossi, Riccardo, è divorziato e c’è il forte sospetto che gli alimenti alla ex moglie arrivino direttamente dai rimborsi elettorali della Lega Nord. Anche il figlio più giovane di Umberto Bossi, Sirio, ha usufruito seppur indirettamente della cassaforte di famiglia. Circa 10.000 euro per un intervento di rinoplastica pagati con un assegno sfornato dal soler Belsito. Il tutto senza aver ancora indagato sui finanziamenti ottenuti dalla scuola fondata dalla moglie di Umberto Bossi e dal sindacato padano di Rosy Mauro. Nessuno è colpevole fino a prova contraria, ma è inutile farsi illusioni sull’onestà di chi ci governa.

Al di là del colore politico i cittadini italiani dovrebbero ricordarsi che gli amministratori pubblici a qualunque livello sono nostri dipendenti, e nostro è il potere di licenziarli se hanno operato male

Umberto Bossi indagato per truffa ai danni dello Stato
Ennesima tegola sulla Lega Nord e questa volta non è solo colpa del Trota. È Umberto Bossi a essere nell’occhio del ciclone: il Senatur è indagato per truffa ai danni dello Stato nell’inchiesta sull’uso dei rimborsi elettorali del Carroccio. I pm Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano di Milano gli hanno infatti notificato un’informazione di garanzia nella sede del Carroccio in via Bellerio. Un affare di famiglia: con lui sono indagati anche i figli Riccardo e Renzo, accusati di appropriazione indebita, e il senatore Piergiorgio Stiffoni con l’accusa di peculato in relazione all’uso dei fondi della Lega al Senato. Indagato anche l’imprenditore Paolo Scala per riciclaggio.

13 maggio 2012 – Parlano gli autisti: “Renzo Bossi è costato 600.000 euro al partito in due anni”
Il caso sull’uso dei rimborsi elettorali da parte della Lega Nord continua a sfornare notizie succulente a scadenza quotidiana. Umberto Bossi ha dichiarato, “I soldi sono nostri e possiamo anche buttarli dalla finestra”. Sarà indubbiamente vero, ma è denaro pubblico e non tutti gli elettori della Lega Nord saranno felici di sapere che sono serviti per scarrozzare il Trota di festa in festa.Oscar Morando e Alessandro Marmello sono i due autisti che negli ultimi anni si sono presi cura di Renzo Bossi. Entrambi sono stati licenziati, uno perchè non gradito a Renzo Bossi e l’altro per la vicenda dei video divulgati nei quali passava cospicue somme di denaro al giovane rampollo di “The Family”. Entrambi sono stati sentiti dai magistrati ed hanno raccontato che l’intero staff di Renzo Bossi costava in stipendi alla Lega Nord ben 12.000 euro al mese ai quali vanno aggiunti i soldi necessari per scarrozzarlo in giro. Il Trota, infatti, è un grande viaggiatore. E’ stato in Sicilia a visitare le terre di famiglia, è stato più volte a Bratislava per partecipare a delle feste, frequentatore abituale dei night milanesi e dei festival musicali in giro per il Nord Italia.

Ai frequenti viaggi su lunga distanza bisogna aggiungere lo shopping sfrenato, anche 8000 euro in un giorno a Brescia, e le abitudine particolari tra le quali annoverare l’uso della sirena lampeggiante senza autorizzazione per poter saltare le file, il traffico e molto altro. Morando fa due conti e riferisce ai magistrati, “Stipendio da consigliere regionale a parte (12.555 euro mensili), Renzo Bossi costava alla Lega 14 mila euro al mese. Dodicimila euro per gli stipendi dello staff, il sottoscritto, l’altro autista Luca e la segretaria Simona, più altri 2mila in contanti che ci venivano dati dalla Lega per le sue spese correnti. In due anni vengono fuori quasi 600 mila euro che l’Italia ha pagato a questo ragazzo. Anche per andare a Brescia dal dentista o a fare spese. Lascio ai militanti della Lega stabilire se siano stati ben spesi oppure no”.

Trota & Lode
Chi più chi meno abbiamo sgobbato tutti sui libri ed abbiamo raggiunto i nostri bravi risultati. Diploma, laurea, master e chi più ne ha più ne metta. Tutti però, almeno una volta, abbiamo sognato di poter saltare gli studi con un’operazione semplice come può essere un click del mouse o una telefonata in Albania. E’ quello che hanno pensato anche gli ideatori di Trota & Lode il sito web più “hot” degli ultimi giorni. Sono quasi settemila i navigatori del web che hanno deciso di imitare Renzo Bossi e conseguire una laurea in pochi minuti, il tutto in circa ventiquattro ore. Come ogni università che si rispetti anche Trota & Lode offre un vasto campo di studi, ingegneria, gestione finanziaria, fisioterapia, basta scegliere. Una volta scelto il percorso di studi basta iscriversi, compilare un semplice modulo (qualche sacrificio bisogna sempre farlo) e poi stamparsi la propria sudatissima laurea da appendere sopra alla scrivania e da mostrare con orgoglio ai parenti.

Come sostengono i curatori di Trota & Lode una volta laureati non c’è nulla che ci possa essere precluso, soldi a pacchi, un lavoro di tutto riposo ed strapagato, auto veloci, autisti privati ed una bella fidanzata. A me ricorda qualcuno, però non riesco a ricordare il nome. Ho proprio bisogno di una bella laurea.

Renzo Bossi ha tentato di farsi riconoscere la laurea albanese in Italia
I documenti che l’ambasciata italiana a Tirana ha fornito ai magistrati che stanno indagando sull’utilizzo dei rimborsi elettorali da parte della Lega Nord parlano chiaro. Renzo Bossi ha tentato a più riprese di far riconoscere come valida in Italia la laurea breve conseguita in Albania. La domanda è stata ritirata quando è scoppiato il bubbone del caso Belsito.La pratica per il riconoscimento legale della laurea conseguita all’Università Kristal è stata presentata da un avvocato albanese, Dragoj, che aveva la procura da parte di Renzo Bossi. I primi dubbi sono stati sollevati dalle date. Tra il diploma conseguito in Italia, Luglio 2009, e la laurea, Settembre 2010, era passato poco più di un anno. Questa vicinanza sospetta ha fermato l’iter burocratico dell’ambasciata italiana. Il secondo tentativo, che risale al luglio 2011, è stato fatto con una data di diploma più consona e cioè quella relativa al maggio 2007 quando Renzo Bossi fu ammesso per la prima volta all’esame di maturità. Purtroppo il Trota, come è noto, è stato bocciato diverse volte ed ha conseguito il diploma solo nel 2009.

Un professore dell’Università albanese, Sender Kercucu, ha confermato che Renzo Bossi ha ottenuto il diploma di laurea e la pratica è stata avviata ufficialmente. Stava procedendo tutto regolarmente fino all’aprile 2012 quando lo stesso avvocato Dragoj ha presentato una domanda per annullare la richiesta. Ad aprile era da poco scoppiato lo scandalo che ha visto coinvolto Francesco Belsito ex tesoriere della Lega Nord. In sostanza l’ateneo albanese aveva accettato l’iscrizione di Renzo Bossi già all’anno accademico 2007-2008 quando il rampollo della famiglia Bossi non aveva ancora conseguito il diploma di scuola superiore in Italia.

Discorso diverso per la laurea di Piergaetano Moscagiuro che non ha mai presentato alcuna domanda per ottenere il riconoscimento della laurea conseguita presso l’università Kristal.

Renzo Bossi convocato dai giudici albanesi
Non c’è pace per il povero Renzo Bossi. Dopo il video che lo mostra attento alle mazzette di denaro che gli passa l’ex autista della Lega Nord, dopo le sue recenti dichiarazioni circa un possibile futuro da muratore o da agricoltore e dopo la notizia della laurea conseguita in Albania arrivano notizie su un’indagine giudiziaria che lo riguarda. Questa volta non si tratta di giudici complottisti delle Procure di Napoli e/o Milano, ma dei giudici di Tirana che hanno deciso di vederci chiaro sulla vicenda della laurea conseguita all’università albanese “Kristal“. In Albania intorno alla vicenda rischia di crollare il governo di Sali Berisha quindi la faccenda è diventata tremendamente seria. I magistrati albanesi vogliono esaminare tutti gli incartamenti riguardanti la carriera universitaria di Renzo Bossi e la sua fulminea laurea.

Innanzitutto verranno analizzati i registri delle presenze che riguardano Bossi Jr. Poi verranno controllati i tempi della laurea, troppo veloce per non destare sospetti. L’incidente internazionale, però, si rischia sul terzo punto che è sotto la lente d’ingrandimento dei giudici di Tirana. Per laurearsi all’università “Kristal” è necessario conoscere l’albanese, quindi i giudici potrebbero decidere di convocare Renzo Bossi per testare la sua conoscenza della lingua. Intanto l’ambasciata italiana a Tirana ha inviato tutta la documentazione alle Procure di Napoli Milano.

Il Trota si è laureato in Albania
La Guardia di Finanza ha potuto perquisire la cassaforte di Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega Nord, che è accusato di aver utilizzato i rimborsi elettorali della Lega Nord per investimenti personali e per le spese di alcuni dirigenti del partito. All’interno della cassaforte è stato ritrovato un diploma di laurea intestato a Renzo Bossi. Il diploma di laurea sarebbe stato ottenuto presso l’università “Kristal” che è situata in Albania. E’ un diploma paragonabile ad una laurea breve ottenuta in Italia. La specializzazione ottenuta dal trota è in gestione aziendale. Gli inquirenti sospettano che possa essere stata pagata con i rimborsi elettorali della Lega Nord. Il Trota avrebbe conquistato questo diploma il 29 settembre del 2010. Nella cassaforte è stato ritrovato anche un diploma intestato a Pierangelo Moscagiuro la guardia del corpo di Rosy Mauro. Entrambi hanno sempre negato di aver conseguito lauree e/o diplomi e men che meno di averli avuti grazie ai soldi della Lega Nord.

Il futuro del Trota è muratore o zappatore
Renzo Bossi, al secolo il Trota, ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair dove ha dato la sua versione degli scandali che lo hanno visto protagonista ed ha dato interessanti indicazioni sul suo futuro. Il figlio di Umberto Bossi ha deciso di dare una svolta radicale alla sua vita, andrà a zappare la terra oppure a fare il muratore. La buona volontà non gli manca, bisogna vedere se avrà le qualità per farlo. E’ lo stesso Renzo Bossi a dichiararlo, “Voglio continuare a studiare, trovarmi un lavoro e costruire il mio futuro. Quale? Muratore o agricoltore, per stare un po’ all’aria aperta. Due anni vissuti con la cravatta sono troppi”. Evidentemente Bossi Jr. ha raccolto gli innumerevoli suggerimenti che gli sono piovuti addosso ben prima dello scandalo delle mazzette di denaro incassate direttamente dalle mani del suo autista personale. Anche di questa vicenda fornisce la sua interpretazione, “Bugie. I filmati sono stati girati a bordo di una Audi A6 di proprietà della Lega: se Marmello si era dimenticato il portafoglio, capitava che io anticipassi i soldi per la benzina. Quegli scontrini, quei soldi, sono per spese che io avevo anticipato di tasca mia e che lui mi restituiva”.

Insomma una marea di balle, che somigliano molto da vicino ai complotti che il genitore tira fuori ad ogni piè sospinto per giustificare i movimenti di denaro della Lega Nord. L’intervista si chiude con l’ultima perla di saggezza, “Falsità ho sempre pagato di tasca mia, anche perchè, con 10 mila euro netti di stipendio da consigliere regionale, non avevo certo bisogno di chiedere soldi al partito“.

Bossi: “Non siamo ladri come i socialisti”
Continuano i comizi di Umberto Bossi in giro per il nord Italia. L’ex segretario della Lega Nord li sta usando per rispondere, di volta in volta, alle accuse che vengono mosse a lui ed al partito. Il Senatur, durante un comizio a Conegliano Veneto, è stato ancora una volta molto chiaro nel definire lo scandalo che ha coinvolto la lega e nello spiegare la vicenda di Finmeccanica.Umberto Bossi ha evidenziato le differenze tra quanto accaduto alla Lega Nord e quanto accadde ad alcuni partiti durante la tangentopoli della prima parte degli anni novanta. Secondo il leader leghista ci sono delle differenze sostanziali, “La Lega non ha rubato i soldi a nessuno, non si è fatta dare le tangenti come il Partito socialista. Certo, li ha usati male, li ha sprecati e chi l’ha fatto dovrà ridarli indietro”.

Anche per quanto riguarda la vicenda di Finmeccanica il Senatur ha pochi dubbi e la liquida con grande velocità, forse troppa, “I nostri soldi li possiamo anche buttare dalla finestra, ma non abbiamo rubato alla gente, non c’è stata nessuna tangente in Finmeccanica. Se quelli pensano di fregarci così si sbagliano”. Bossi ha voluto toccare anche l’argomento del giorno, la crescita esponenziale di Beppe Grillo e del suo Movimento Cinque Stelle. Secondo Bossi sono voti tolti essenzialmente alla sinistra e non certo alla Lega Nord che secondo Bossi non perderà voti a partire dalle amministrative di domenica prossima.

Il segretario in pectore del partito, Roberto Maroni, intanto ha voluto rispondere ai ripetuti inviti di Angelino Alfano ad una possibile alleanza elettorale nel 2013. L’ex ministro degli Interni è stato chiaro e diretto, “Ringrazio per la generosità l’amico Alfano ma la Lega deciderà autonomamente cosa fare al consiglio federale, anche se i militanti condividono la scelta di andare da soli e sono orientati a ribadirla anche per le prossime politiche”.

Contestato Bossi, “Lega predona a casa nostra”
Non c’è pace per la Lega Nord e per Umberto Bossi. Il Senatur ha dovuto fronteggiare una pesante contestazione durante un comizio elettorale tenutosi ieri sera a Crema dove l’ex segretario è intervenuto per sostenere la candidatura a sindaco del leghista Roberto Torazzi. Umberto Bossi come suo solito non ha subito passivamente la contestazione ma ha reagito da par suo. A portare la contestazione nel cuore del comizio leghista sono state una ventina di persone che hanno mostrato uno striscione “Lega predona a casa nostra” che parafrasava la famosa affermazione dei leghisti, “Padroni a casa nostra”.

La contestazione è passata dagli ultimi avvenimenti, giudiziari e non, che hanno coinvolto la Lega Nord fino ad arrivare alla protesta dei No Tav. Bossi non si è fatto pregare per rispondere, “Venite vicino, vi faccio sentire la carezza del destro, a voi fighetti di buona famiglia”. L’ex segretario del partito ha poi invitato i militanti della Lega Nord a lasciar stare i contestatori perchè saranno le urne elettorali a spazzarli via una volta e per sempre. La contestazione ad Umberto Bossi è arrivata nel giorno in cui Francesco Belsito ha dichiarato davanti ai giudici che Bossi era sempre informato di tutti i suoi movimenti e di tutti i suoi investimenti.

Dieci Milioni da Finmeccanica
Nuovo terremoto in casa Lega per l’affare Finmeccanica e la vendita di elicotteri Agusta Westland che avrebbe portato nelle tasche del partito una tangente di dieci milioni di euro. A far scatenare il tutto le dichiarazioni dell’ex capo delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni che hanno portato i magistrati napoletani in Svizzera. A Lugano i pm hanno partecipato all’interrogatorio tenuto dal procuratore elvetico Pierluigi Pasi a Guido Ralph Haschke, al centro dell’attività di rogatoria internazionale della Procura Federale del Canton Ticino. L’imprenditore ha doppia cittadinanza ed è accusato di riciclaggio e di corruzione internazionale per il costo della sua intermediazione nell’affare degli elicotteri da vendere in India: un costo lievitato da 41 a 51 milioni di euro per creare una sorta di “fondo” da versare come tangente ai partiti.

“L’affare indiano” inizia quando l’allora amministratore delegato di Agusta Westland e attuale numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi si affida a Haschke per gestire la commessa a due intermediari.

Una gestione che aumenta di dieci milioni di euro secondo l’accusa per avere i fondi da versare come tangenti, in particolare alla Lega come emerge dalle dichiarazioni di Borgogni.

L’interrogatorio e i sequestri effettuati in Svizzera ai danni di Haschke tra documenti della sua società “Gait Ag” hanno dato importanti conferme ai pm che si dicono “soddisfatti” delle indagini.

Secondo la procura dunque quei dieci milioni in più sarebbero serviti non solo per il “compenso” di Haschke, ma anche per girare soldi a un altro intermediario che avrebbe poi fatto arrivare il denaro alla Lega.

Non solo Lega, ma anche il Pd finisce sotto la lente. Nelle scorse settimane la Procura ha sentito anche l’a.d. di Agusta Westland, Bruno Spagnolini. I pm sono ora alla ricerca delle tracce dei soldi e delle tangenti versate alla politica che ha usato il suo “peso” anche per una politica di assunzioni in Agusta.

Secondo la testimonianza di Borgogni anche l’attuale n.1 di Finmeccanica Orsi avrebbe partecipato a questo “do ut des“, garantendo l’assunzione nella società degli elicotteri del fratello dell’onorevole Giorgetti (Lega) o del figlio del senatore Latorre (Pd).

22 aprile 2012 – Lega Nord, Maroni: “Il dossier era per mettere Bossi contro di me” [VIDEO]
Roberto Maroni, in visita ai leghisti di Savona, ha parlato del discorso avuto con Umberto Bossi. Il leader in pectore della Lega Nord ha parlato di un colloquio cordiale e di un accordo sostanzialmente raggiunto con l’ex segretario del partito. Umberto Bossi, nonostante le dimissioni, è sempre il nume tutelare della Lega Nord ed il futuro del partito non può non passare da lui.Maroni riferendosi all’incontro di Besozzo ha parlato di parole lusinghiere di Bossi nei suoi confronti e di chiarimenti su alcuni eventi delle ultime settimane, “E’ stata una visita a sorpresa. Ha avuto parole lusinghiere sul mio conto, che mi hanno fatto molto piacere”. L’argomento principale è stato quello del dossier di Francesco Belsito su Maroni stesso. L’ex ministro dell’Interno ha evidenziato l’inconsistenza del documento ed il fatto che fosse costruito espressamente con l’obiettivo di creare malumori e distanza con l’ex segretario Umberto Bossi. Maroni ha aggiunto che sono bastati pochi giorni a smontare del tutto il documento di Belsito ed a far ripartire il rinnovamento della Lega Nord.

Questi scandali, però, degli effetti li hanno provocati, “Ho l’impressione che quello che è successo non aiuterà a prendere voti, ma gli altri partiti devono cambiare nome e colori, mentre la Lega Nord resta la Lega Nord e non ha bisogno di questi trucchetti”. Intanto l’ex ministro Roberto Calderoli si sta difendendo dall’accusa di aver usato i soldi della Lega Nord per l’affitto della sua abitazione romana. Calderoli ha affermato che si tratta di un complotto contro la Lega Nord che è una forza antisistema ed è l’unica voce contraria al governo di Mario Monti.

Maroni: “Bossi è come un fratello”
Uno dei problemi più grossi a cui va incontro la Lega Nord, oltre ai possibili problemi giudiziari, è quello riguardante le diverse anime che ci sono all’interno del partito del carroccio. La divisione più grande, esistente anche prima dello scoppio dello scandalo Belsito, è quella tra i barbari sognanti di Roberto Maroni e il cerchio magico di Umberto Bossi. L’ex segretario della Lega Nord ha ancora un seguito grandissimo, la sua è una leadership radicata negli anni e costruita a costo di grandi sacrifici, sicuramente è stata intaccata dagli ultimi avvenimenti ma è ben lontano dall’essere sconfitto e/o dimenticato. Dall’altra parte c’è Roberto Maroni che, paradossalmente, nonostante la lunghissima militanza viene visto come il nuovo che avanza, l’uomo che ha in mano la scopa per fare pulizia. La sua immagine è immacolata e gran parte della base e dei giovani sono schierati con lui. I due leader hanno un atteggiamento per nulla di sfida consapevoli, entrambi, che il bene primario da salvaguardare è quello di mantenere unito il partito.

Nei confronti dello scandalo Belsito i due hanno un atteggiamento diverso. Maroni ripone grandissima fiducia nella magistratura ed è sicuro che non ci sarà nulla di cui preoccuparsi nelle carte dell’inchiesta. Ai giudici chiede solo di far presto a chiudere le indagini in modo che questa vicenda non debba prolungarsi troppo a lungo. In tal senso Maroni ha dichiarato, “La Lega non è morta, non morirà, e tornerà a correre. Non credo ai complotti della magistratura e dei servizi segreti. Non mi sembra di vedere reati, questioni di carattere penale, ma chiedo alla magistratura di fare in fretta”.

A differenza di Maroni, Bossi spinge molto sull’idea del complotto, sull’accerchiamento della Lega Nord da parte di Roma ladrona e della criminalità organizzata. Bossi punta a non perdere consenso, cosa che invece Maroni ha già messo in conto. Il Senatur dichiara, “Ci siamo trovati in questo gran bordello. Tre procure. Reggio Calabria, non hanno meglio da fare con tutta la mafia che c’è. Napoli, con tutti i problemi che hanno. Contro la Lega, che non gli ha fatto portare la mondezza al Nord. E’ difficile inquadrare in reati quello che è accaduto. La maggior parte pare che non siano neanche soldi dello Stato, ma di privati. Evidentemente non siamo molto amati dalle parti di Roma”.

Il punto di fondo che potrà dare una svolta politica alla Lega Nord è dato dalle parole dei due alla fine dei rispettivi interventi elettorali. Bossi dichiara di voler trovare un accordo con Maroni, e già questa è una mezza affermazione che di accordo tra le parti allora c’è bisogno, e Maroni da parte sua risponde, “Umberto Bossi non è un compagno di partito, non è un amico… E’ di più: è un fratello maggiore”.

I dossier su Maroni e gli affitti di Calderoli. Si ride con la Bossi Family
Nella Lega Nord è scattata la notte dei lunghi coltelli. E’ un tutti contro tutti mentre l’indagine delle Procure italiane porta alla luce nuovi fatti ogni giorno. Francesco Belsito, ex tesoriere del partito ed al centro delle indagini per truffa e riciclaggio, ha dei dossier su quelli che riteneva essere i suoi avversari all’interno del partito. Primo tra tutti l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. Francesco Belsito avrebbe rivelato l’esistenza di questi dossier durante un’intervista al magazine “Panorama“, dichiarando, “Non appena ho capito chi fossero i miei nemici ho deciso di fare un po’ di ricerche su quelli che sostengono di essere trasparenti, puliti e corretti. Presto ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”. I soggetti di questi dossier, oltre a Roberto Maroni, sarebbero i deputati Gianluca Pini, Giovanni Fava e Fabio Rainieri.

I dossier avevano l’obiettivo di evidenziare come non fosse solo Belsito ad operare in maniera losca con i soldi della Lega Nord, ma anche altri esponenti del partito avessero delle zone d’ombra. Per quanto riguarda Roberto Maroni sarebbero venute fuori tre imbarcazioni di cui una intestata alla società di un prestanome. Quello che appare a tutti gli effetti il nuovo segretario della Lega Nord non ha avuto problemi a ribattere alle accuse, “Sembra che il dossier sia stato pagato con i soldi della Lega: e la cosa è ancor più grave. Il dossier che ho visto contiene cose inverosimili o inventate di sana pianta, come il fatto che io avrei una barca ormeggiata in un porto sloveno, Portorose” e poi chiude dicendo, “Più che emuli di James Bond questi signori sembrano Qui, Quo, Qua!”.

Non sono solo i dossier di Belsito a tenere banco. Il deputato Gianluca Pini ha attaccato Marco Reguzzoni ex capogruppo alla Camera dei Deputati. Pini ha dichiarato, “Quando scopro che il mio ex capogruppo ha speso in un anno 90mila euro con la carta di credito del gruppo qualcuno mi deve giustificare come cavolo son stati spesi”. Mentre si assiste a questo regolamento di conti interno alla Lega Nord gli inquirenti continuano ad indagare. L’ultima scoperta riguarderebbe l’ex ministro Roberto Calderoli che avrebbe pagato con i soldi del partito l’affitto del suo appartamento al Gianicolo, 2200 euro al mese. Il fatto sarebbe emerso dalle carte sequestrate dai carabinieri del Noe di Roma.

Troppi fatti tutti insieme per non cadere vittime della satira. Francesca Fornario e Simone Salis hanno pensato bene di trasformare la Famiglia Addams nella Bossi Family. Il risultato è tutto da vedere.

Belsito restituisce lingotti e diamanti
L’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, ha deciso di consegnare i lingotti d’oro ed i diamanti acquistati con i soldi dei rimborsi elettorali della Lega Nord. Il suo legale Paolo Scavazzi ha consegnato il tutto nelle mani della Guardia di Finanza di Milano. Belsito è attualmente indagato dalle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria per truffa ai danni dello Stato e riciclaggio. In termini pratici il “materiale” riconsegnato corrisponde a cinque chilogrammi d’oro in lingotti e a undici diamanti. Questa quantità riconsegnata da Francesco Belsito, però, non ha soddisfatto gli inquirenti secondo i quali mancano 200.000 euro in diamanti ed è probabile che questi diamanti non siano nelle mani dell’ex tesoriere. La riconsegna è avvenuta a bordo di un’automobile nei pressi della sede storica della Lega Nord a Via Bellerio a Milano.

Spariti 200.000 euro in diamanti
La Guardia di Finanza è entrata nella storica sede della Lega Nord a via Bellerio a Milano. I militari delle Fiamme Gialle erano alla ricerca di documenti relativi all’utilizzo di fondi pubblici da parte dell’ex tesoriere del partito Francesco Belsito. L’irruzione è stata portata a termine mentre nello stabile erano presenti Roberto Maroni, Roberto Calderoli ed Umberto Bossi.I tre erano al lavoro per stabilire la linea della Lega Nord nel prossimo futuro e soprattutto in vista del congresso federale e delle scadenze elettorali del 6-7 maggio prossimi e soprattutto del 2013. Nelle ultime ore gli inquirenti hanno scoperto che Francesco Belsito non aveva acquistato lingotti d’oro per 200.000 euro e diamanti per ulteriori 100.000 euro, ma bensì diamanti per 300.000 euro. Di conseguenza mancano all’appello ben 200.000 euro in diamanti.

Anche la Corte dei Conti ha aperto un procedimento sull’utilizzo di denaro pubblico da parte della Lega Nord. Il procuratore capo della Corte dei Conti della Lombardia, Antonio Caruso, e altri due magistrati hanno fatto visita ai pm di Milano per acquisire tutta la documentazione del caso in modo da poter procedere in tal senso ai controlli del caso sulla contabilità del carroccio. Al momento non ci sono dichiarazioni dei vertici della Lega Nord su questa visita della Guardia di Finanza.

Si dimette anche Monica Rizzi
Monica Rizzi si aggiunge alla lista di dimissionari della Lega Nord. L’assessore alla regione Lombardia ha deciso senza tentennamenti di obbedire alla richiesta del partito di lasciare la carica per la quale era stata proposta. La richiesta è arrivata direttamente da Roberto Maroni e da Roberto Calderoli che dopo gli scandali delle ultime settimane stanno rinnovando profondamente i quadri dirigenziali del partito. In un comunicato Monica Rizzi ha specificato che come ha sempre fatto negli ultimi 24 anni ha obbedito senza alcun dubbio all’ordine arrivato dall’alto ed ha citato l’esempio della candidatura di Renzo Bossi a consigliere regionale nel collegio che avrebbe dovuto vedere lei come protagonista. Una mancata candidatura che poi ha visto ricompensata con il posto da assessore regionale. Nel comunicato si può leggere, “Nonostante siano chiuse le inchieste che mi vedevano coinvolta ed addirittura vi è stata la remissione della denuncia per dossieraggio nei miei confronti alla richiesta del mio partito di fare un passo indietro rispondo obbedisco. Ringrazio infinitamente Umberto Bossi per la splendida esperienza che mi ha permesso di fare in questi due ultimi anni”.

Dai vertici del partito è arrivata la conferma delle dimissioni firmate e consegnate nelle mani di Roberto Formigoni, governatore della regione Lombardia, che in questi giorni è al centro di un’altra grana giudiziaria che sembra coinvolgerlo. La regione Lombardia sta letteralmente perdendo i pezzi a causa di defezioni e scandali di vario genere. Lo stesso Formigoni ha dichiarato che si riserverà uno o due giorni per decidere il sostituto dell’assessore uscente. Giorni turbolenti viste le dimissioni anche dell’assessore Stefano Maullu del Pdl.

Rimborsi elettorali in beneficenza
Il consiglio federale della Lega Nord che si è tenuto giovedì scorso non è servito soltanto per espellere l’ex tesoriere Francesco Belsito e per infliggere una pena analoga alla vice presidente del Senato Rosy Mauro. Oltre a salvare Renzo Bossi, durante il consiglio federale si è discusso anche di un’altra importante faccenda. La trance di rimborsi elettorali, relativi alle elezioni del 2008, in arrivo a luglio.Vista la bufera che si sta sollevando sulle dinamiche di elargizione dei rimborsi elettorali i partiti politici hanno deciso di rinviare la trance estiva ad un periodo meno problematico da questo punto di vista. Una decisione che non ha trovato grande consenso nell’opinione pubblica. La Lega Nord, intanto, fa sapere per bocca di Gianpaolo Dozzo, presidente dei deputati leghisti, che, “La Lega Nord rinuncia all’ultima tranche dei rimborsi elettorali e chiede a tutti i partiti di fare lo stesso. Devolvendo tali somme in beneficenza o alle ong”.

Una decisione a sorpresa che è stata comunicata soltanto nella giornata di venerdì per adempiere ad uno scopo ben preciso, “Al fine di evitare eventuali strumentalizzazioni nei nostri confronti, nel momento in cui in Parlamento si discute della proposta di legge sulla trasparenza dei partiti”. Una decisione sicuramente condivisibile. Non è neanche necessario spremersi per trovare una ong o qualche altra causa per la quale fare beneficenza. Quando si parla di tanti soldi nascono sempre molti sospetti sulle vere destinazioni del denaro. I partiti che vogliono rinunciare al rimborso elettorale possono, come ha fatto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, restituire i soldi allo Stato, cioè a tutti gli italiani.

Espulsi Rosy Mauro e Francesco Belsito, salvo il Trota
Il consiglio federale della Lega Nord ha deciso, come previsto, per l’espulsione dell’ex tesoriere Francesco Belsito e per la vice presidente del Senato Rosy Mauro. Diverso il destino di Renzo Bossi che è stato risparmiato. Le decisioni sono arrivate all’unanimità e dopo diverse ore di consiglio nella sede di via Bellerio. Il presidente Umberto Bossi non ha partecipato alla votazione su Rosy Mauro. Erano previste le espulsioni di Rosy Mauro e Francesco Belsito, sicuramente farà discutere la “grazia” ricevuta da Renzo Bossi che pure è protagonista di video che lasciano pochi dubbi riguardo alla sua capacità di prendere i soldi del partito. Umberto Bossi ha dichiarato, “Se sarà accertato che la mia famiglia ha preso soldi della Lega Nord staccherò io stesso un assegno per un importo tale da ripagare il maltolto”. Di diverso tenore le dichiarazioni di Rosy Mauro che era presente in qualità di uditrice al consiglio federale.

Rosy Mauro ha dichiarato, “Il rancore ha prevalso sulla verità, la mia è una epurazione già scritta. Credo che abbiano voluto un capro espiatorio. Mi fa male ma mi sono tolta un peso dal cuore perchè non riesco a stare nell’ambiguità e nell’ipocrisia. Forse avrei dovuto fare prima un passo indietro quando sono cominciati rancori, litigi e denigrazioni. Ma ho fatto finta di niente e questo mi ha portato ad oggi”. Nella motivazione per l’espulsione della Mauro si legge che è stata espulsa per non aver seguito le indicazioni del presidente federale e del consiglio federale ed essersi dimessa.

Difficile pensare, come nel caso di Luigi Lusi, che tutta la colpa sia di una persona o due. E’ probabile che nei prossimi giorni lo scandalo si allargherà, ci sono da spiegare i sette milioni di euro inviati in Tanzania e rimandati indietro dalla banca africana perchè ritenuti di dubbia provenienza. Siamo ben oltre le mazzette di banconote da 50 euro prese dal Trota.

Attesa per la serata dell’orgoglio padano
Dimissioni per salvare il movimento: così ha spiegato Renzo Bossi la decisione di lasciare la poltrona da consigliere regionale della Lombardia. Un gesto che la base leghista attendeva e voleva e che infiammerà il congresso di Bergamo organizzato per la serata di martedì. Dopo la notizia dell’addio del Trota i leghisti chiedono “pulizia” e aspettano la serata del “congresso” per riappropriarsi dell’orgoglio leghista. Non solo. Quello che era nato come un momento di protesta contro gli scandali che hanno travolto la Lega, dopo le dimissioni di Umberto Bossi si è trasformato in un appuntamento “dell’orgoglio padano” e ora ci si attende la concretizzazione delle spaccature che già alimentavano il partito. C’è già chi è sicuro che a Bergamo la Lega Nord avrà un nuovo leader, Roberto Maroni, pronto per essere acclamato dai suoi.

L’idea di non aspettare il prossimo congresso federale per l’elezione di un nuovo segretario sta prendendo forza: Bergamo dovrebbe essere l’apoteosi di “Bobo” che da giorni sta chiedendo solo una cosa: “pulizia, pulizia, pulizia“.

Tutti dietro Maroni, l’unico, secondo molti della Lega, in grado di trascinare il partito fuori dallo scandalo. A Bergamo si raduneranno le bandiere verdi di tutto il nord Italia, al richiamo di “Rabbia e orgoglio”, come intitola la Padania, ma la vera attesa è tutta per Maroni.

Alla base l’idea dei “triumviri” non sembra andar giù, si pensano a striscioni e fischi anche per Roberto Calderoli, Roberto Cota e il vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli, ribattezzati il “neo cerchio magico”. Potrebbero non bastare le ultime dichiarazioni di Calderoli che ha chiesto le dimissioni di Rosy Mauro, il timore è che chi ha sbagliato non paghi.

È doveroso che la colpa di quanto è accaduto non ricada solo sulle spalle di un ragazzo di vent’anni. Un’opera di pulizia va fatta approfonditamente e rapidamente” dice il segretario della Lega bresciana, Fabio Rolfi.

Insomma alla fine la serata dell’orgoglio padano si potrebbe trasformare nella serata dell’acclamazione di Maroni.

Il vero motivo è la paura della base che le dimissioni del Trota siano il passo che chiude il cerchio: si dimette Bossi jr e tutto torna come prima. Un incubo per i leghisti duri e puri che vogliono dare un nuovo volto al movimento.

In tutto questo rimane il mistero Umberto Bossi: il Senatur è atteso a Bergamo, la conferma era già arrivata, ma dopo le dimissioni del figlio potrebbe decidere di non andare. In più c’è il sospetto, secondo molti la certezza, che il “passo indietro” del Trota sia stato chiesto dal padre: della serie, “ti ho dato tutto e tu l’hai rovinato“.

9 aprile 2012- Renzo Bossi si è dimesso: “Lascio per dare l’esempio”
Renzo Bossi si è dimesso. Il Trota ha annunciato la decisione di lasciare la poltrona da consigliere regionale della Lombardia nel corso di un’intervista al Tgcom 24. Per il figlio del Senatur, travolto dalla scandalo che ha colpito la Lega Nord, le dimissioni sono un “passo indietro” opportuno, utile a dare l’esempio. Lascia anche se nessuno gliel’ha chiesto, ha spiegato il figlio di Bossi che ha voluto far sentire la sua voce. Secondo il Senatur infatti il Trota si era stancato di stare in Regione e che “era stufo” già da due, tre mesi.

Dopo il padre anche il figlio lascia la politica attiva. Lo scandalo che ha travolto “The Family” Bossi segna ora le dimissioni del Trota da consigliere regionale. Lo stesso esponente della Lega ha spiegato le ragioni che l’hanno portato a questa decisione. “Lascio senza che nessuno me l’abbia chiesto, faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà, do l’esempio“, ha dichiarato.

Lui è sereno, ha fiducia nella magistratura, anche in questo momento in cui lo stesso consiglio regionale della Lombardia è sotto l’occhio dei magistrati per numerosi scandali.

Le dimissioni servono così a salvaguardare il movimento, “una scelta difficile“, dice Bossi jr, ma dovuta, in attesa delle risposte che la base chiede e che “si avranno nel giro di poco tempo“.

Umberto Bossi ha difeso la decisione del figlio parlando all’uscita di casa a Gemonio: era stanco e stufo di stare in Regione. “Ha fatto bene, erano due o tre mesi che mi diceva che era stufo di stare in Regione, non si trovava“, dice il Senatur, ma chi conosce da vicino il Trota ne è rimasto stupito, come Stefano Galli, capogruppo della Lega Nord in consiglio regionale.

Le dimissioni saranno formalizzate martedì, un gesto che Galli non si aspettava, ma che era richiesto ormai da più parti, specialmente dalla base leghista.

Manca Rosy Mauro all’appello: un suo “passo indietro” sarebbe la cosa giusta per il partito come ha fatto notare Roberto Calderoli, uno dei “triumviri” a cui è stato affidato il movimento dopo le dimissioni di Bossi senior.

Vale lo stesso ragionamento che ha fatto Renzo Bossi. È un gesto di responsabilità, difficile, ma che aiuta il movimento a superare una fase del genere“, ha spiegato Calderoli, ma su questo punto lo stesso Bossi si è mostrato evasivo, rispondendo alle domande dei cronisti con un semplice “Vedremo“.

8 aprile 2012 – Lega Nord, sui fondi occulti l’ombra della ‘ndrangheta
Si è aperto un nuovo filone nelle indagini che riguardano l’utilizzo dei rimborsi elettorali all’interno della Lega Nord. Le forze dell’ordine hanno perquisito l’appartamento dell’ex contabile della Lega Helga Giordano. Da queste carte emerge una sorta di contabilità occulta che non figura in nessuna carta ufficiale per esplicita richiesta dei dirigenti del partito.Il sistema era il seguente. Nadia Dagrada selezionava a monte le fatture da contabilizzare oppure no e passava il frutto di questa selezione a Helga Giordano. Si tratta di conti di ristorante, alberghi, automobili, spese varie ed eventuali. I punti più gravi, però, sono altri. All’interno di queste fatturazioni ci sono fatture regolari emesse mensilmente per giustificare pagamenti alle società gestite da Francesco Belsito e dai suoi amici. Il nome che ha attirato più degli altri l’attenzione degli inquirenti è quello di Romolo Girardelli.

Girardelli è considerato una sorta di procacciatore d’affari della ‘ndrangheta ed in particolare del clan De Stefano. C’è il forte sospetto che le operazioni della Lega Nord in Tanzania ed a Cipro altro non siano se non un’operazione per riciclare il denaro sporco delle cosche calabresi. Troppe volte il nome della Lega Nord e quello della ‘ndrangheta si sono trovati accostati e questo ennesimo collegamento ha fatto drizzare le antenne dei giudici di tre Procure italiane. Il fatto che la famiglia Bossi utilizzasse la Lega Nord come un bancomat è un bel titolo per riempire le prime pagine dei giornali, ma l’aspetto più grave dell’inchiesta potrebbe riguardare ben altro che il denaro pubblico utilizzato come fondi personali.

Due fattori sono da tenere in considerazione. Innanzitutto l’inchiesta va ben oltre la famiglia Bossi e qualche dirigente della Lega Nord che pure sono sospettati di reati gravissimi. In seconda battuta c’è un passaggio dell’inchiesta che bisogna tenere come monito, “Vi sono significative spese di rappresentanza in ristoranti, che potranno essere discutibili dal punto di vista del contribuente con i cui soldi vengono finanziati i partiti, ma si tratta di prassi consolidata e normale in tutte le formazioni politiche”.

Bossi: “Il mio compito è tenere unito il partito”
Sono ore febbrili all’interno della Lega Nord, le dimissioni di Umberto Bossi hanno creato un vuoto di potere enorme e le notizie che provengono dall’inchiesta sull’ex tesoriere Francesco Belsito non contribuiscono a rasserenare gli animi. L’ex ministro degli Interni, Roberto Maroni, dalla sua pagina di Facebook lancia un invito alla pulizia ed all’integrità del partito. Maroni scrive, “Rivoglio la Lega che conosco quella dei militanti onesti che si fanno un culo così sul territorio senza chiedere nulla in cambio”, un messaggio che ha ricevuto già più di cento apprezzamenti in poche ore. Maroni in questo momento riveste un doppio ruolo a seconda del punto di vista. Per molti è la speranza per il futuro, lui ed i suoi barbari sognanti sono la possibilità di tornare alla Lega delle origini, il partito duro e puro. Per molti altri, però, è la causa dello sfacelo in cui è piombato il partito e delle dimissioni di Bossi.

Umberto Bossi, ieri mattina, ha partecipato ad un vertice in via Bellerio. Al vertice hanno partecipato Roberto Castelli, Giancarlo Giorgetti, Roberto Calderoli e Roberto Cota. Al centro del tavolo c’erano le decisioni più immediate. Tenere unito il partito, fare pulizia delle mele marce ed arrivare forti e rinnovati al congresso federale che si terrà dopo l’estate ed alle elezioni della primavera del 2013, il tutto senza dimenticare le elezioni che ci saranno ad inizio maggio, le prime in cui la Lega Nord si presenterà da sola. Un risultato negativo potrebbe significare il crollo verticale del partito con possibili fratture e divisioni.

Umberto Bossi ha chiarito qual è il suo ruolo in questo momento e lo ha fatto anche davanti ai tanti sostenitori che ancora gli sono vicini, “L’unica cosa che posso fare adesso è cercare di tenere unito tutto, tenere unita la Lega, evitare che ci siano scontri tra i dirigenti. Li aiuto un po’, faccio quello che posso. La pulizia è già in atto e c’è anche chi la deve fare”. L’ex segretario ha confermato che con i figli implicati in questa faccenda non può far altro che fare un passo indietro, la sua presenza al vertice del partito non sarebbe compatibile con le decisioni che il gruppo dirigente dovrà prendere nel prossimo futuro.

Fiorello e Roma ladrona
Le vicende della Lega Nord hanno richiamato l’attenzione di tutte le testate giornalistiche e dei canali televisivi. Su internet le dimissioni di Umberto Bossi hanno scatenato un vero e proprio putiferio, al punto da richiamare in servizio anche Fiorello che da qualche tempo ha abbandonato Twitter ma di tanto in tanto si cimenta ancora con i suoi video di rassegna stampa in giro per Roma. Lo showman siciliano ha dedicato un video alle dimissioni del leader del carroccio, lo ha fatto seduto ai tavolini di un bar di Roma insieme agli avventori abituali. Fiorello ha chiesto prima l’opinione ai suoi ospiti improvvisati e poi si è cimentato più volte con l’imitazione di Umberto Bossi che a dire il vero gli è riuscita abbastanza bene. Le frasi dei vari giornali sono state sottolineate in musica secondo lo stile tipico dello showman siciliano. La battuta più bella, però, è stata di un signore romano che ha detto, “Roma Ladrona, Roma Ladrona e mo s’è adeguato”. Fiorello ha ribattuto con un ipotetico colloquio tra Umberto Bossi e il Trota prima e poi con un bel primo piano di Francesco Belsito con Fiorello che chiosa, “Ma voi vi fideresti di uno con una faccia così?” ed il bar quasi all’unisono, “Nooooo”.

I soldi in nero della Lega Nord
La segretaria amministrativa della Lega Nord, Nadia Dagrada, è stata interrogata dai giudici che seguono l’inchiesta in cui è implicato Francesco Belsito ex tesoriere del partito. Le intercettazioni finite sui giornali negli ultimi giorni hanno costretto Umberto Bossi, storico segretario della Lega Nord, alle dimissioni. Ed è proprio di queste intercettazioni che i giudici hanno chiesto conto alla segretaria amministrativa del carroccio. Nadia Dagrada ha risposto a tutte le domande dei giudici ed ha confermato che i rimborsi elettorali, i soldi della Lega, venivano usati come fondo cassa personale per la famiglia Bossi al completo e per gli alti dirigenti del partito. Una pratica consolidata che è cominciata nel 2003 con la malattia che ha colpito il leader del movimento padano. La Dagrada ha confermato l’immissione di soldi in nero nelle casse del partito, “Mi si chiede se siano entrati nelle casse della Lega Nord soldi in contante “in nero”. Sì, mi ricordo che, alcuni anni fa, l’ex amministratore della Lega Nord, Balocchi, portò in cassa 20 milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’ufficio di Bossi”.

Nadia Dagrada ha fatto un lungo elenco delle spese sostenute tramite i fondi della Lega Nord, si va dalle consulenze esterne per Riccardo Bossi, ai suoi numerosi viaggi, passando per le cure mediche e per le lauree completamente pagate dalla Lega a Renzo Bossi, Rosy Mauro ed il suo compagno. Il partito, in sostanza, è stato usato come un bancomat. La segretaria ha confermato i colloqui telefonici con Francesco Belsito ma ha dichiarato di non aver mai avuto accesso alle registrazioni che lui, al telefono, dichiarava di avere.

Anche Daniela Cantalamessa, segretaria di Bossi, ha confermato l’esistenza di una lotta interna al partito, “Confermo che nel corso della conversazione Nadia Dagrada, che io, torno a ripetere, considero una persona fedele al movimento e alla purezza dei suoi intenti, sembrava quanto meno soddisfatta del fatto che avesse suggerito a Belsito di fotocopiarsi tutta la documentazione compromettente in modo che rimanesse la prova della malversazioni effettuate e che chi non era stato fedele al partito ne pagasse le conseguenze, e prima fra tutti la Rosy Mauro”.

Le dimissioni di Umberto Bossi
E’ finita un’era all’interno della Lega Nord. Umberto Bossi, leader storico del partito, ha presentato le sue dimissioni irrevocabili al consiglio federale. Il Senatur ha dichiarato, “Mi dimetto per il bene del movimento e dei militanti. La priorità è il bene della Lega e continuare la battaglia”. Le dimissioni sono diventato un atto dovuto dopo le ultime notizie fuoriuscite dall’inchiesta che coinvolge l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito.Umberto Bossi lascia la guida del partito ad un triumvirato formato da Roberto Calderoli, Roberto Maroni e da Emanuela Dal Lago. La reggenza sarà temporanea fino al congresso federale che dovrà eleggere il nuovo segretario del partito. Umberto Bossi è stato il leader indiscusso della Lega Nord fin dalla sua prima affermazione elettorale nel 1992. Un ventennio esatto, in gran parte condiviso con l’amico-nemico Silvio Berlusconi. Entrambi sembrano destinati al tramonto, chi per vicende giudiziario economiche legate al suo governo, chi per un’inchiesta che ha travolto una famiglia che occupava ruoli diversi all’interno del partito che aveva creato dal nulla.

Lo stesso partito, la Lega Nord, che ora più che mai appare diviso. La frangia dei barbari sognanti, capitanata da Roberto Maroni è pronta a lanciare la sfida per prendere la guida del partito. Intanto l’ex ministro dell’interno è stato accolto al grido di “buffone buffone” da alcuni militanti. L’inchiesta che coinvolge Francesco Belsito ha portato alla luce alcune intercettazioni nelle quali si evince come Renzo Bossi e Riccardo Bossi, oltre alla moglie di Umberto Bossi abbiano usufruito per vari motivi di denaro della Lega Nord. Il giudizio su Renzo Bossi è particolarmente pesante, in una delle intercettazioni si sente dire, “Il figlio Renzo ha delle frequentazioni che nemmeno Cosentino”.

Umberto Bossi, prima di dimettersi, ha dichiarato, “Chi sbaglia paga qualunque sia il cognome che eventualmente porti”.

Caso Belsito, le intercettazioni sui figli di Bossi

Il caso di Francesco Belsito rischia di far crollare la Lega Nord o comunque di far terminare l’era di Umberto Bossi che ha portato il partito dall’essere una piccola realtà regionale a rappresentare il primo partito del Nord Italia. Tempi belli di una volta direbbero dalle parti del Vesuvio. Le intercettazioni di Francesco Belsito che parla con un’impiegata amministrativa della Lega Nord aprono scenari molto foschi per il carroccio.Quello che emerge è un sistema di smercio dei rimborsi elettorali che vengono ridirezionati a vari livelli del partito. Tra questi non possono mancare i figli di Umberto Bossi e Rosy Mauro, fedelissima del leader leghista. In particolare Renzo Bossi avrebbe usufruito di un’automobile da 50.000 euro, “l’ultima macchina del Principe, 50.000 euro… e certo che c’ho la fattura!”.

Non sono solo queste le spese familiari, come si sa Riccardo Bossi ha fornito grattacapi di tipo legale alla famiglia e le spese vanno pagate. Belsito a telefono fa il conto, “Le autovetture affittate per Riccardo Bossi, tra cui una Porsche; i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo Bossi; le fatture pagate per l’avvocato di Riccardo Bossi; altre spese pagate anche ai tempi del precedente tesoriere Balocchi; una casa in affitto pagata a Brescia” a confronto le spese per il diploma di Renzo Bossi sembrano una mancia.

Notevole anche il resoconto dei soldi inviati al sindacato padano gestito da Rosy Mauro che sarebbe in realtà la destinataria finale del denaro, “Sai quanto gli ho dato l’altro giorno alla nera? Quasi 29mila, 29.142 in franchi eh… vuoi che ti dica tutti gli altri di prima? Altre somme che do mensilmente come i 200.000-300.000 euro dati al sindacato padano Sinpa che ha i bilanci truccati”.

Alla fine Francesco Belsito e la sua interlocutrice tirano le somme e la donna gli fornisce un consiglio sensato, “Gli dici capo, guarda che è meglio sia ben chiaro se queste persone mettono mano ai conti del Federale, vedono quelle che sono le spese di tua moglie, dei tuoi figli, e a questo punto salta la Lega (…). Papale papale glielo devi dire: ragazzi, forse non avete capito che, se io parlo, voi finite in manette o con i forconi appesi alla Lega”. Parole che somigliano a quelle di Luigi Lusi che vuol far crollare il centro sinistra. Per fare una prova manca il terzo indizio, avanti il prossimo.

Twitter e la scusa del #asuainsaputa
La Lega dice stop a chi fa le cose #asuainsaputa. La rete si è scatenata sull’ultima vicenda giudiziaria che riguarda i politici italiani. Questa volta a finire nel mirino dei magistrati è Francesco Belsito, tesoriere della Lega Nord. Dopo lo scandalo sollevato dal caso della Margherita per i soldi spariti dalle casse del partito e rubati dall’addetto ai conti del gruppo, ecco che ora tocca al Carroccio sopportare la stessa onta: i leghisti corrono già ai ripari annunciando che, ovviamente, loro erano all’oscuro di tutto e per portare nuovamente chiarezze nel partito faranno piazza pulita di chi sbaglia.

Denuncerò chi ha utilizzato i soldi della Lega per sistemare la mia casa“, queste le parole di Umberto Bossi, leader del Carroccio che ha poi aggiunto: “Io non so nulla di questa cose e d’altra parte avendo pochi soldi non ho ancora finito di pagare le ristrutturazioni di casa mia“. Siamo alle solite: quando qualcuno sbaglia all’interno di un partito lo fa ad insaputa degli altri appartenenti al gruppo. Pare, infatti, che la villa di Gemonio sia stata ristruttura ad insaputa del proprietario stesso, utilizzando, tra l’altro, soldi proprio del Carroccio. Non vi sembra di averla già sentita questa storia? Il protagonista, però, mi pare si chiamasse Claudio Scajola proprietario di case a Roma a sua insaputa

E proprio l’hashtag #asuainsaputa è diventato uno dei più popolari su Twitter, utilizzato dagli utenti del sito per commentare questa nuova vicenda che ha dell’incredibile: Francesco Belsito, tesoriere della Lega, avrebbe speso i soldi del rimborso elettorale del suo partito non per attività inerenti alla politica, ma, tra le altre cose, proprio per pagare i conti relativi ai lavori di ristrutturazione presso la casa di Umberto Bossi. Senza che lui ne sapesse niente.

Moltissimi i commenti che sono stati fatti su Twitter: ‘Bossi e’ stato capace derubare #romaladrona ma #asuainsaputa. Un genio‘, ‘Ma, porca miseria, com’è che io so benissimo quanto ho pagato la casa e soprattutto quanto ancora devo pagare di mutuo?‘ e ancora, Matteo Renzi rincara la dose con il suo Tweet, ‘Pensavo che stesse male solo Bossi. Letto il comunicato stampa (lavori in casa #asuainsaputa) mi preoccupo anche per chi gli sta accanto…‘, mentre quei mattacchioni di Twitstupidario ci scherzano su, ‘Ogni mattina un operaio si sveglia e sa che dovrà ristrutturare la casa di un politico #asuainsaputa‘.

Twitter, e non solo lui, non crede alla versione della Lega: la scusa dell’#asuainsaputa, ormai è vecchia, non trovate?

 


Claudio Bodini da Gemonio, 50 anni, è stato licenziato dalla Croce Rossa. E' lui l'autista dell'ambulanza che salvò il Celodurista-Capo nel giorno dell'ictus. Il Corriere (p. 24) ci informa che il Bodini Claudio resta comunque consigliere comunale della Lega Nord. Insomma, non sapremo mai che è successo davvero quel giorno a Umberto Bossi.14-01-2011]

 

 

 

 LEGA: CONTI 2009 IN ORDINE, 23 MILIONI 'CASH' NELLE 'TASCHE' DI BOSSI...
(Adnkronos) - Ha i conti in ordine e forte disponibilita' liquida con oltre 23 milioni di euro, gran parte detenuta in depositi bancari e postali. Senza contare le partecipazioni in imprese stimate in piu' di 7 milioni di euro.La Lega Nord gode di buona salute e fa ben sperare nel futuro per capacita' organizzativa e radicamento sul territorio. Sfogliando l'ultimo bilancio relativo al 31 dicembre 2009 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'11 novembre scorso, emerge una 'situazione patrimoniale solida'. A rimpinguare le casse c'e' soprattutto il contributo dello Stato sotto forma di rimborsi per le elezioni politiche e le regionali superiore a 18 milioni di euro, a fronte di una spesa per le campagne elettorali pari a 7 milioni di euro.

Numeri alla mano, dunque, Umberto Bossi puo' contare su un movimento ben consolidato, articolato in due societa': la Pontida Fin srl, che gestisce tutti i beni immobili, e la Fin Group spa, l'holding cui fanno capo tutte le attivita' commerciali e industriali, compresa l'organizzazione dei viaggi e l'elaborazione di sondaggi e ricerche di mercato. Il Carroccio si regge anche sui contributi dei suoi parlamentari e ministri con quasi quattro milioni di euro (due in piu' rispetto all'esercizio precedente). La voce dell'autofinanziamento ammonta in totale a quasi 9 milioni di euro: comprende le sovvenzioni di persone fisiche e giuridiche e il tesseramento che da solo conta su 857mila 817, 16 euro.

 

Ad arricchire le finanze, c'e' in particolare il gruppo Lega Nord con tre tranche (558 mila, 367mila e 375mila, 200 euro) che assommano a 1milione 300mila, 200 euro). Da qui maggiori garanzie per il 2010, visto che il totale patrimoniale netto (sempre al 31 dicembre scorso) si attesta a 31 milioni 608 mila 639, 71 euro, con un avanzo di esercizio di 7 milioni 518 mila 759, 72 euro.

 10-01-2011]

 

TOH, LEGA MARPIONNIZZATA! - LA “STAMPA” LINGOTTATA SCOPRE E GODE DEL SOSTEGNO DEL CARROCCIO A FAVORE DEL SÌ A MIRAFIORI - IL PERCORSO DI AVVICINAMENTO DEI BOSSIANI A QUELLI CHE UN TEMPO IL SENATUR CHIAMAVA CON SPREGIO “I SIGNORI DI TORINO” - OGGI IL PIEMONTE DI COTA È TRA I PRINCIPALI ALLEATI DELL’IMPULLOVERATO CHE ATTACCA LE ODIATE "CORPORAZIONI" (SINDACATI E CONFINDUSTRIA

Marco Alfieri per "La Stampa"

 

Alla fine potrebbe essere il soccorso «verde» a spingere per il sì al referendum e dare la spinta decisiva all'investimento di Fiat. Quei mille operai padani conteggiati sul Sole24Ore da Roberto Zenga, il leghista di Mirafiori: «Se si votasse oggi, fra gli operai potremmo essere intorno al 20 per cento». Uno zoccolo forse decisivo, raccolto da un partito storicamente allergico alla dinastia Agnelli. «I signori di Torino», come tuonava Umberto Bossi, chiudendo i comizi in riva al Po.

 

 

Paradossale, no? Una Lega nata sulle ceneri del fordismo, in contrasto al NordOvest del triangolo industriale intronato nel salotto di Mediobanca, che va in aiuto del capitalismo delle Grandi famiglie... Basta leggere la Padania in questi giorni per accorgersi della retromarcia e del via libera bossiano a Fabbrica Italia: l'enfasi pro Lingotto; l'intervista a Roberto Cota («spero vincano i sì. Sono in gioco migliaia di posti di lavoro e migliaia di euro di investimenti»); lo sdegno per la stella a 5 punte «recapitata» a Sergio Marchionne, «l'uomo che ci voleva»; e lo scavo sui ritardi della Cgil e delle divisioni a sinistra, perché «non ci sono diritti senza lavoro...».

 

Eppure a ben guardare la strategia operaista e pro Fiat del Carroccio risale almeno al dicembre 2008, quando a pochi passi dalla cattedrale di Mirafiori viene inaugurata la prima sezione della Lega, in un quartiere in cui il vecchio Pci, ancora nei giorni della marcia dei 40 mila, sfiorava il 50% dei voti (nel 2010 il Carroccio si è fermato al 7,4%).

 

In mezzo ci sono gli incontri tra Cota e Marchionne, subito dopo la vittoria a palazzo Lascaris; l'uscita dal Lingotto di Luca di Montezemolo, mai andato a genio al Senatur; la moral suasion del capo degli industriali torinesi, Gianfranco Carbonato (in ottimi rapporti con il manager italo-canadese), che a giugno, in piena bagarre sul ricorso al Tar presentato da Mercedes Bresso, si schiera per la continuità di questo esecutivo regionale. «Nella nuova giunta - spiega in quei giorni Carbonato - gli imprenditori hanno trovato interlocutori attenti».

 

Il riferimento è all'assessore leghista alle Attività Produttive, Massimo Giordano, che il mese scorso firma con Marchionne un accordo co-finanziato dalla Regione per lo sviluppo di un nuovo propulsore ibrido. E' solo il realismo di chi governa una regione fortemente dipendente dai numeri di Mamma Fiat?

Il retropensiero c'è, ma non basta a spiegare la svolta marchionnesca. «Del Lingotto di oggi piace il piglio anti-consociativo», spiegano da via Bellerio. «Un calcio al vetero sindacato e uno scrollone alle pigrizie di Confidustria», per la Lega due avversari speculari. Il primo superato da parole d'ordine di territorio come «gabbie salariali, regionalizzazione della previdenza e corsia preferenziale nell'assegnazione delle case popolari», ripete la pasionaria Rosi Mauro; la seconda dominata da grandi gruppi più attenti alla politica e alla finanza che all'economia reale.

 

D'altra parte il Carroccio, appoggiando il sì al referendum, difende il proprio elettorato annidato nelle grandi province manifatturiere del Nord, dove tra operaio e padroncino c'è ormai comunanza e chi è dipendente aspira ad emulare il principale. Alle ultime Politiche la Lega è salita di 7 punti tra gli operai.

 

Oggi il 25,4% del suo elettorato è composto da tute blu che non hanno più alle spalle una memoria di lotte sindacali, che si aggiungono allo zoccolo duro del lavoro autonomo pedemontano. Nella lunga crisi del comparto auto, la ricetta dei segretari leghisti, da Torino a Cuneo, da Brescia al Nord-Est dove arriva la coda dell'indotto Fiat, non a caso è stata unanime: nessun ostracismo verso Torino, ma cig in deroga per fornitori e contoterzisti della filiera.

 

Se si parla con aziende venete tipo la vicentina Fiamm (batterie e segnalatori acustici), la padovana Peruzzo (feltri e tessuti) o la stessa Calearo (antenne), tutte fanno quote di fatturato lavorando per il Lingotto. Per questo sono lontani i tempi delle marce a Porta Palazzo di un Mario Borghezio, o anche solo gli strali di un Roberto Calderoli contro l'ipotesi di aiuti di Stato alla Fiat. Correva l'anno 2009. Sembra un secolo fa...14-01-2011]

 

 

VEDI ELTON JOHN A NAPOLI E POI PAGHI! (TE LA DO IO LA LEGA CAMORRISTA!) - L’UE DÀ RAGIONE A LEGHISTA BORGHEZIO E CHIEDE IL RIMBORSO DEI 720MILA € DI FONDI EUROPEI USATI PER PAGARE IL CONCERTO DI SIR ELTON ALLA FIESTA DI PIEDIGROTTA - “SI TRATTA DI UN PROGETTO A BREVE DURATA ED EFFIMERO CHE NON RIENTRA NEL PROGRAMMA OPERATIVO UE CHE SI RIVOLGE A INVESTIMENTI A LUNGO TERMINE”…

(Adnkronos/Aki) - La Commissione europea ha chiesto il rimborso dei 720 mila euro utilizzati per pagare il concerto di Elton John in occasione della festa di Piedigrotta a Napoli nel 2009. Lo ha annunciato il portavoce del commissario alla Politica regionale Johannes Hahn. "Dopo la nostra inchiesta, abbiamo inviato ieri una lettera alle autorita' della Campania e copia al ministro dell'Economia italiano chiedendo che siano rimborsati i 720 mila euro del fondo di sviluppo regionale utilizzati per il concerto di Elton John", ha dichiarato Ton Van Lierop.

 

Secondo la Commissione che ha cominciato le indagini su segnalazione dell'eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio, si tratta di un progetto "a breve durata ed effimero che non rientra nel programma operativo Ue che si rivolge a investimenti a lungo termine".

Il portavoce di Bruxelles ha pero' precisato che il pacchetto complessivo di 2,25 milioni di euro del fondo di sviluppo regionale affidati alla Campania per un piu' ampio progetto culturale, continueranno a restare operativi ma da questi occorrera' dedurre e rimborsare i 720 mila euro utilizzati per il cachet di Elton John per il concerto dell'11 settembre 2009.

19-11-2010]

 

 

BOSSI, ABBIAMO UNA BANCA? SI! E GUARDA CHI FINANZIA - LA Bpm DI Paraponzo Ponzellini, l’ex prodiano diventato leghista, STOPPATO sul prestito da 40 milioni ad Atlantis, LA societa’ CARAIBICA, CARA AI TIPINI FINI, controllata dalla famiglia Corallo. E Sotto i riflettori FINISCE ANCHE la gestione dispendiosa di Ponzellini tra jet privato, suite extra lusso e promozioni

Vittoria Puledda per "la Repubblica"

 

Tra pochi giorni si alzerà il velo: martedì prossimo verranno approvati i conti dei primi nove mesi di Bpm. Sarà quella l´occasione per verificare come sta andando la banca, che proprio nelle ultime settimane sembra essere entrata in un tunnel di polemiche e guerre sotterranee; proprio mentre, da un mesetto, Banca d´Italia è tornata a spulciare tra le carte di Piazza Meda, a meno di tre anni dalla precedente ispezione.

 

In questo clima, ogni episodio a torto o a ragione viene letto in una direzione piuttosto che un´altra. Una ventina di giorni fa, ad esempio, è stata portata in Comitato finanziamenti una pratica - per una quarantina di milioni - di un nuovo affidamento alla società Atlantis. La pratica è stata congelata, in attesa di ulteriori approfondimenti sul versante delle garanzie e della concentrazione del rischio su un unico soggetto.

Sì, perché Atlantis ha già avuto grosso modo una novantina di milioni (tra fidejussioni e crediti) dalla Popolare nel febbraio scorso. E qualcuno già allora storse il naso (e votò contro quando la pratica arrivò in cda, non avendo avuto l´unanimità nel Comitato finanziamenti) perché Atlantis è il gruppo che ha vinto in Italia una concessione per le slot machine legate al gioco d´azzardo legalizzato, e gestisce tre casinò nell´isola caraibica di Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a Panama.

 

Un gruppo su cui il deputato Idv Francesco Barbato ha presentato un´interrogazione al ministro dell´Economia e che vede tra i soci una serie di società off shore che dovrebbero far capo a Francesco Corallo, indagato due volte ma comunque incensurato e senza precedenti penali e figlio di Gaetano, assolto in Cassazione dall´accusa di associazione mafiosa. Un po´ il settore - i giochi d´azzardo legalizzati - e un po´ la vicinanza della società al mondo della politica romana, hanno fatto storcere il naso a qualcuno in banca.

 

Ma non è certo il solo motivo di nervosismo, a Piazza Meda: la pioggia di promozioni con cui sono stati premiati anche alcuni sindacalisti di primo piano, le auto aziendali (in parte ritirate) e soprattutto alcuni atteggiamenti del presidente Massimo Ponzellini stanno scatenando un clima di forte tensione in banca. Il presidente non fa mistero di essere vicino alla Lega e non perde occasione di sottolinearlo, ragione già sufficiente indispettire qualcuno e il malumore sta montando: molti puntano il dito su un regime di spese considerato eccessivo.

A partire dalla suite all´Hotel Hyatt, nel cuore di Milano: albergo di super-lusso, presso cui il manager a volte trascorre la notte e con cui Bpm ha stipulato una convenzione, mentre per gli spostamenti in Italia ha la disponibilità di usare un aereo privato, anche se la banca precisa che il presidente vi ha fatto ricorso poche volte.

05-11-2010]

 

 

 

8 - BOSSI, ABBIAMO UNA BANCA? SI! E GUARDA CHI FINANZIA...
"Bpm troppo esposta sul videopoker, congelato prestito ad Atlantis. Il comitato crediti frena un nuovo affidamento da 40 milioni" alla societa' di Saint Marteen controllata dalla famiglia Corallo. E Repubblica spiffera anche una notiziola gustosa su Paraponzo Ponzellini, l'ex prodiano diventato leghista: "Sotto i riflettori la gestione dispendiosa di Ponzellini tra jet privato, suite extra lusso e promozioni" (p. 40)

 

 05-11-2010]

 

 

I CONTI DEL RICONTO - CHI DEVE PAGARE IL MEZZO MILIONE SPESO PER RICONTARE 1.894.825 SCHEDE ELETTORALI PIEMONTESI? - PER 3 MESI, UFFICI GIUDIZIARI INGOLFATI, ORE DI STRAORDINARI E TRASPORTO E CUSTODIA DEGLI SCATOLONI - LA LEGA DICE: PAGA BRESSO! - MA MERCEDES NON CI STA: “MAI CHIESTO IL RICONTEGGIO, L’HA PREDISPOSTO IL TAR”…

Raphael Zanotti per "La Stampa"

 

E ora la Bresso paghi le spese del riconteggio. A chiederlo sono stati due parlamentari della Lega Nord, Rossana Boldi e Gianluca Buonanno, e il consigliere regionale del Pdl, Gianluca Vignale. C'era da aspettarselo. Per tre mesi, in Piemonte, non si è parlato d'altro: chi deve accollarsi le spese del riconteggio? Chi pagherà? La contorta sentenza del Tar, che da un lato annullava due liste del centrodestra e dall'altro predisponeva la titanica verifica, ha impegnato più di un azzeccagarbugli statale.

 

Non è la prima volta che un tribunale predispone un riconteggio per delle elezioni contestate. Ma il controllo voluto dal Tar Piemonte non era come i precedenti, dove bastava prendere atto dei verbali, fare due somme e via. I giudici amministrativi hanno chiesto agli otto tribunali piemontesi (che non hanno mai gradito) di riprendere in mano tutte le schede, spulciarle una a una, e scoprire se chi aveva votato per una delle due liste eliminate avesse messo una croce solo sul simbolo (voto perso) o avesse indicato anche il candidato presidente Cota (voti salvi per il governatore).

 

Quanto costa ricontrollare 1.894.825 schede? Un'enormità. È come se la macchina elettorale, che alle ultime regionali è costata 24 milioni di euro, si dovesse rimettere in moto. Non stupisce dunque se la sentenza, del 16 luglio, ha trovato una prima applicazione solo al tribunale di Asti l'8 settembre. In mezzo, un'estate rovente, con il centrosinistra e il centrodestra che si rimpallavano le spese per la verifica e gli uffici giudiziari che non partivano per mancanza di fondi. Il tribunale di Torino, quello con maggiori difficoltà dovendo controllare la metà degli scatoloni di tutto il Piemonte, ha scritto a tutti: alla giunta, al consiglio regionale, al ministero della Giustizia, a quello dell'Interno.

 

Una situazione paradossale. Alla fine il Tar ha dovuto convocare un'inusuale udienza con tutti i presidenti dei tribunali, il presidente della Corte d'Appello, i responsabili degli uffici elettorali, i rappresentanti del consiglio regionale, solo per stabilire chi dovesse pagare.

 

Gli uffici dell'assessore regionale allo Sviluppo Economico, Massimo Giordano, hanno calcolato in 450.000 euro i costi dello «spoglio bis». Il grosso delle spese se l'è accollato il ministero della Giustizia, che a settembre ha accordato il pagamento degli straordinari per il personale degli uffici giudiziari e dei giudici. Anche il ministero dell'Interno è stato chiamato in causa: pagherà gli straordinari per le prefetture, la polizia di Stato e la Guardia di Finanza che a Torino ha vigilato sul trasporto e la custodia delle schede.

 

C'era poi da pagare anche il trasporto delle schede. Gli scatoloni erano tutti conservati in un magazzino a Chieri, città alle porte di Torino. I Comuni con meno voti da ricontrollare (Asti, Biella, Verbania, Vercelli) si sono arrangiati con le auto municipali. Cuneo ha chiesto 3000 euro. Novara, 80.000. Il maggiore peso economico, ovviamente, l'ha dovuto affrontare Torino. Il Comune del sindaco Sergio Chiamparino (Pd) si è rifiutato di anticipare le spese prima di avere garanzie sul rimborso. La stima era di 180.000 euro per il trasloco e la sorveglianza.

 

Infine ci sono i costi del consiglio regionale, custode del magazzino di Chieri. Secondo i funzionari, l'ente ha dovuto anticipare 5000 euro di spese fisse e 1300 euro giornaliere per affitto di un muletto, stipendio del suo conducente, addetti alla movimentazione dei plichi, pulizia e sorveglianza.

Chi paga? Bresso, sostiene il centrodestra. Ma lei ha sempre replicato: mai chiesto il riconteggio, l'ha predisposto il Tar. 20-10-2010]

 

 

UNO SBIRRO PER CONSULENTE...
Bel colpo dell'Espresso che pesca l'avvocato Maroni Bobo con le mani nelle consulenze, anche se nell'interludio extraministeriale. "Sessantamila euro a Maroni". La Procura di Milano indaga. Il ministro annuncia querela: compensi tutti fatturati". Il settimanale diretto da Bruno Manfellotto racconta di una consulenza alla Mythos, gruppo inquisito per evasione e corruzione fiscale, che avrebbe versato a Maroni e alla sua fida assistente Isabella Votino 60 mila euro per "consulenze orali" (Repubblica, p. 10). Ma che faceva Maroni per il gruppo Mythos? Dice il suo proprietario, sotto processo anche per finanziamento illecito ai partiti: "Ci diceva come muoverci con Comuni, Provincie e Regioni".

 

Il Corriere riprende la notizia con molto maggior risalto rispetto ai rivali di Largo Fochetti (p.23). Chissà come mai. E spiega che Mythos era un gruppo di fiscalisti un po' creativi, che si era dotato di un "comparto Pubbliche Relazioni". Ecco perché pagava la coppia Votino-Maroni. Poi, con gli arresti, si è bloccato tutto.

 

15.10.10

 

 

1- NON DITE A BOSSI CHE L’ASSESSORE AL BILANCIO DI SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO (VENEZIA) è STATO ARRESTATO MENTRE INCASSAVA UNA TANGENTE DA 15.000 MILA EURO - 2- IL LEGHISTA DAVID CODOGNOTTO AVEVA UNA TECNICA PERFETTA (FORSE AFFINATA NEL TEMPO): LA VITTIMA DELLA CONCUSSIONE HA MESSO I SOLDI NELLA SUA VETTURA LASCIATA APERTA, MENTRE L’ASSESSORE OSSERVAVA DALLA FINESTRA DELL’UFFICIO. ENTRATO IN MACCHINA PER VERIFICARE CI FOSSERO I SOLDI, L’ASSESSORE è STATO CIRCONDATO DALLA GDF

Da "il Gazzettino.it"

 

Il piano lo aveva studiato bene e il telecomando per chiudere a distanza l'auto, dove poco prima erano stata messa una presunta "mazzetta" di 15.000 euro, non lo aveva tradito, ma a stopparlo ci ha pensato la Guardia di finanza. David Codognotto, 31 anni, consulente finanziario e assessore comunale della Lega Nord con delega per bilancio, tributi, sport e turismo a San Michele al Tagliamento (Venezia), è stato così arrestato in flagranza di reato. L'accusa è di concussione. La vicenda sarebbe legata alla ristrutturazione del campo di calcio del Portogruaro, società neo-promossa in serie B, il cui campo è in fase di adeguamento per le norme previste dal campionato.

 

Come vittima della richiesta di una tangente era stato indicato, in un primo momento, il presidente della società calcistica, ma questi in serata ha dichiarato: «non sono io la persona coinvolta direttamente». Nella vicenda sarebbe comunque coinvolto come vittima un rappresentante della società calcistica. Codognotto, leghista nella giunta guidata da un sindaco del Pdl (tre i leghisti eletti, di cui due assessori), avrebbe preteso una tangente per una sponsorizzazione-beneficio finanziario alla squadra locale.

Il presidente Francesco Mio però si è rivolto alla Guardia di finanza di Portogruaro. I militari delle fiamme gialle hanno così tenuto sotto controllo l'assessore e avrebbero seguito le fasi della consegna del denaro da parte della vittima. Dagli uffici comunali Codognotto avrebbe dato le istruzioni riguardo alle modalità del pagamento che la vittima ha seguito senza fare obiezioni. Prima ha fatto fotocopiare le banconote ai finanzieri e poi si è diretto nel luogo concordato per consegnare la presunta tangente.

Ha riposto, come da richiesta, la busta con i contanti richiesti dentro l'auto dell'assessore che l'aveva lasciata appositamente aperta. Codognotto controllava le fasi dalla finestra del Comune. Una volta che il denaro era stato riposto sul cruscotto dell'auto, l'assessore, sempre dal proprio ufficio, si sarebbe preoccupato di mettere al sicuro il "bottino" azionando con il comando a distanza la chiusura centralizzata delle portiere.

Pochi minuti dopo, è sceso, è entrato nell'auto, ha preso la busta e controllato che tutto fosse a posto. Ritenendo di essere al sicuro, ha girato la chiave per l'accensione, ma è stato circondato dalle fiamme gialle che dopo averlo fatto scendere lo hanno arrestato. Alla base della tangente, secondo quanto emerso dagli accertamenti, la promessa dell'assessore di adoperarsi per far prorogare la sponsorizzazione, evitandone la revoca. Le fiamme gialle sospettano che l'indagato possa aver chiesto altri favori sfruttando la sua carica pubblica.

Codognotto è stato immediatamente espulso dalla Lega Nord: lo ha detto il segretario veneto del Carroccio e sindaco di Treviso, Gian Paolo Gobbo, aggiungendo che l'episodio ha generato «grande amarezza». «Purtroppo - ha detto - il movimento della Lega è ormai così ampio da non doverci più sorprendere se all'interno troviamo di tanto in tanto anche elementi che sbagliano».30-09-2010]

 

 

BUTTIGLIONE, LEGA HA PRESO TANGENTI, CORROTTA FINO AL COLLO...
(Adnkronos)
- 'Di sciocchezze Umberto Bossi ne dice sia in campagna elettorale, sia fuori'. Cosi' a Sky Tg24 Mattina il presidente dell'Udc, Rocco Buttiglione, commenta le parole del leader della Lega Nord a proposito dei romani. 'Il problema -rimarca l'esponente centrista- e' che la Lega ostenta una verginita' che non possiede. Hanno preso le tangenti, nel sistema delle tangenti la Lega c'era eccome e ora cercano di mettere le mani sulle banche'.

'Se la politica romana e' un porcile -sottolinea Buttiglione-nel fango di questo porcile la Lega ci sguazza benissimo con un di piu' di ipocrisia, perche' pretende di essere diversa. Dico con dati di fatto alla mano -conclude- che la Lega ha preso le tangenti e nel sistema della corruzione c'e' fino al collo'.

01.10.10

 

SI SCRIVE LEGA, SI LEGGE DC - I CASI DI FAMILISMO AMORALE NEL REGNO DEL CARROCCIO SUPERANO OGNI PIÙ ARDITO PRECEDENTE DELLA PRIMA REPUBBLICA - LA FULMINANTE CARRIERA DEL “TROTA” BOSSI NON È CERTO IL PEGGIORE - NEL PIEMONTE DI COTA LA REGIONE TRABOCCA ORMAI DI FIGLI, MARITI, MOGLI E CONGIUNTI VARI - CONCORSO A BRESCIA: 700 CONCORRENTI, 8 VINCITORI, DI CUI 5 SIGNORE E SIGNORINE DI FEDE LEGHISTA (MOGLIE DEL VICESINDACO COMPRESA

Alberto Statera per "Affari e Finanza" di "la Repubblica"

 

«Posti di lavoro per i nostri figli», va declamando in questi giorni Umberto Bossi nei suoi comizi sincopati. Ma posti anche per fratelli, sorelle, mogli, nipoti, cugini, cognati, amanti e, pur se non consanguinei o affini, per padani di fede della prima e dell'ultima ora. Dalla Lombardia al Piemonte, dal Veneto al Friuli, dilaga il modello padano clientela & parentela, che ormai quasi ogni giorno svela un nuovo capitolo, condito di piccoli e grandi abusi sulle risorse pubbliche.Tanto da far esclamare al sindaco di Torino Sergio Chiamparino: «Com'è il detto leghista? Roma ladrona? La Lega è peggio degli altri!».

Quanto a clientela, i casi di familismo amorale emersi in questi giorni in tutto il nord spesso superano ogni più ardito precedente della prima repubblica. Alcuni fanno persino sfigurare la sfolgorante carriera politica del "Trota", che Bossi ha imposto in nome del noto detto padano "i figli so' piezz'e core". A Torino, dove il presidente Roberto Cota vuole trasferire il ministero del Lavoro, la Regione trabocca ormai di figli, mariti e mogli e congiunti vari dei nuovi potenti.

A Brescia, in Provincia, abbiamo assistito al più incredibile concorso pubblico nella storia della prima e della seconda Repubblica: 700 concorrenti, 8 vincitori, di cui 5 signore e signorine di fede leghista: la moglie del vicesindaco di Brescia, la nipote dell'assessore all'Istruzione, due assistenti di un altro assessore, la capogruppo leghista nel consiglio comunale di Concesio.

 

Da nord ovest a nord est è tutto un fiorire della clientelare pianta leghista. Solo per fare qualche caso, a Verona la moglie del sindaco Flavio Tosi è stata nominata dirigente e capo della segreteria dell'assessore alla Sanità; a Trieste la moglie di Maurizio Balocchi è stata assunta dal presidente del Consiglio regionale Eduard Ballaman, quello che usava l'autoblu per le gite con la fidanzata, che a sua volta è stata impiegata dall'ex sottosegretario all'Interno.

Ma è a Milano che è partita nella sanità regionale la più scientifica operazione clientelare che si ricordi. A fine anno scade il mandato dei 45 direttori sanitari di Asl e aziende ospedaliere. Il Carroccio, forte della crescita elettorale, ne pretende 20 per insidiare il potere formigoniano di Comunione e Liberazione nella ricca sanità lombarda. Luciano Bresciani, medico personale di Bossi e assessore alla Sanità, punta su posizioni chiave, come quella all'ospedale di Brescia, il più grande d'Europa con i suoi 1.400 posti letto.

 

Dati i precedenti, è facile prevedere che per scalare le 20 prestigiose poltrone il principale titolo professionale sarà considerato il grado di parentela con i potenti leghisti locali e nazionali.

Il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, inventore del federalismo alla padana, continua a ripetere che la Lega persegue il modello della Democrazia cristiana bavarese. Ma si è spinto un po' troppo a nord, visto che in termini di clientela e parentela il modello è indubitabilmente un altro: quello della Democrazia cristiana dorotea.

 20-09-2010]

 

 

LEGA LADRONA! IL PARTITO CHE DOVEVA MARCIARE SU ROMA PER DISTRUGGERE LA CASTA E I PRIVILEGI, SFREGIATO DA MALCOSTUME E DA UNA CORRUZIONE PIAZZA-PARENTI - DA FIORANI, CHE NEL 2004 NON SOLO SALVÒ LA BANCHETTA DELLA LEGA, CREDIEURONORD, DA UN FALLIMENTO CLAMOROSO, MA FINANZIÒ GENEROSAMENTE IL PARTITO DI BOSSI CON OLTRE 10 MILIONI DI EURO, AL REGALO DI STATO ALLA “SCIURA” BOSSI. PER LA SCUOLA DELLA MOGLIE DEL SENATUR CONTI IN ROSSO FINO AL 2008, POI DA ROMA LADRONA SONO ARRIVATI I VERI "VERDI", CIOè I “VERDONI”, CHE L’HANNO SALVATA - E L’EREDE-TROTA DEL SENATUR APRE LA CAMPAGNA DI BOLOGNA: NON SARÀ PIÙ ROSSA

 

1 - MAZZETTA VERDE LA TRIONFERÀ
Gianni Barbacetto per "Il Fatto Quotidiano"

 

Lega ladrona? I casi di malcostume e corruzione all'ombra del Carroccio si moltiplicano, tanto che un dirigente sempre abile ad annusare l'aria che tira, come il governatore del Veneto Luca Zaia, ha ammesso l'esistenza di una questione morale dentro la Lega. "Non possiamo permetterci di essere criticati per i nostri comportamenti amministrativi ", ha dichiarato Zaia, "noi della Lega abbiamo il dovere d'essere doppiamente puliti rispetto agli altri, perché da noi i cittadini si aspettano il massimo del rigore".

Invece proprio dal Veneto arrivano gli ultimi casi di pulizia non proprio perfetta. Il senatore della Lega Alberto Filippi, di Vicenza, è accusato dal faccendiere Andrea Ghiotto di avere un ruolo nella maxi evasione scoperta ad Arzignano, feudo padano e distretto della concia. Una brutta storia di tasse non pagate e di controlli aggirati: le indagini, in corso, diranno se anche a suon di mazzette.

A Verona, Gianluigi Soardi, presidente dell'azienda del trasporto pubblico cittadino Atv (ma anche sindaco leghista di Sommacampagna), si è dimesso dopo che la polizia giudiziaria è piombata nei suoi uffici e ha sequestrato documenti contabili da cui risulterebbero spese gonfiate e ingiustificate.

 

Camillo Gambin, storico esponente del Carroccio ad Albaredo d'Adige (Verona), è agli arresti domiciliari per una brutta storia di falsi permessi di soggiorno r ilasciati in cambio di denaro. Alessandro Costa, assessore alla sicurezza di Barbarano Vicentino, è indagato per sfruttamento della prostituzione: gestiva siti di annunci a luci rosse. Nel vicino Friuli-Venezia Giulia, il presidente del consiglio regionale, Edouard Ballaman, si è dimesso dopo essere finito nel mirino della Corte dei conti per una settantina di viaggi in auto blu fatti più per piacere che per dovere.

In passato, Ballaman aveva realizzato uno scambio di favori incrociati con l'allora sottosegretario all'Interno (e tesoriere della Lega) Maurizio Balocchi: l'uno aveva assunto la compagna dell'altro, per aggirare la legge che vieta di assumere parenti nel medesimo ufficio. Aveva anche ottenuto l'assegnazione pilotata della concessione di una sala Bingo. In principio fu Alessandro Patelli, "il pirla", come fu definito da Umberto Bossi: l'ex tesoriere della Lega dovette ammettere nel 1993 di aver incassato 200 milioni di lire dalla Ferruzzi , causando a Umberto Bossi una condanna per finanziamento illecito.

Poi a foraggiare il Carroccio arrivò il banchiere della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, che nel 2004 non solo salvò la banchetta della Lega, Credieuronord, da un fallimento clamoroso, ma finanziò generosamente il partito di Bossi con oltre 10 milioni di euro, tra fidi e finanziamenti. Con anche più d'una mazzetta, secondo quanto racconta Fiorani: una parte dei soldi consegnati dal banchiere di Lodi ad Aldo Brancher, parlamentare di Forza Italia e poi del Pdl, erano per Roberto Calderoli.

"Ho consegnato a Brancher una busta con 200 mila euro... Quella sera Brancher doveva tenere un comizio a Lodi per le elezioni amministrative... Mi disse che doveva dividerla con Calderoli (poi archiviato, ndr) perché il ministro aveva bisogno di soldi per la sua attività politica". Non ha fatto una gran bella figura neppure Roberto Castelli, che da ministro della Giustizia, tra il 2001 e il 2006, è riuscito a meritarsi un'indagine per abuso d'ufficio per il suo piano di edilizia carceraria, affidato all'amico Giuseppe Magni; e una condanna della Corte dei Conti a rimborsare 33 mila euro, perché la consulenza era "irrazionale e illegittima".

Aldo Fumagalli, ex sindaco di Varese, è indagato (peculato e concussione) per un giro di false cooperative. Matteo Brigandì, ex assessore al Bilancio della Regione Piemonte, è stato processato per truffa, per falsi rimborsi alle zone alluvionate. Francesco Belsito, sottosegretario alla Semplificazione, esibisce una laurea fantasma, presa forse a Malta. Monica Rizzi, assessore allo Sport della Regione Lombardia, si proclama psicologa e psicoterapeuta senza avere la laurea e senza essere iscritta agli appositi ordini professionali, tanto che la procura di Milano sta indagando per abuso di titolo.

Cattive notizie anche dall'Emilia-Romagna , zona di più recente espansione del Carroccio. Il vicesindaco di Guastalla (Reggio Emilia), Marco Lusetti, a giugno è stato accusato di irregolarità nella gestione dell'Enci (Ente nazionale per la cinofilia) di cui era commissario ad acta: aveva ordinato bonifici a se stesso con soldi dell'ente per 187 mila euro (poi non incassati). Il padre padrone della Lega emiliana, il parlamentare Angelo Alessandri, si è invece fatto pagare dal partito le multe (per un totale di 3 mila euro) per eccesso di velocità o per transito in corsie riservate.

Il capogruppo del Carroccio alla Regione Emilia-Romagna, Mauro Manfredini, e altri candidati del suo partito (Mirka Cocconcelli, Marco Mambelli) rischiano invece una maximulta (fino a 103 mila euro a tasta) per non aver consegnato, come prevede la legge, un resoconto preciso delle spese elettorali. D ov 'è finito il partito che inveiva contro Roma ladrona?


2- "TENGO FAMIGLIA" LA PARENTOPOLI È PADANA
Paola Zanca per "Il Fatto Quotidiano" (Hanno collaborato Stefano Caselli, Ferruccio Sansa, Ivana Gherbaz, Erminia della Frattina)

Lo dice un vecchio detto, il pesce puzza dalla testa. Dunque nessuno si stupisca se la Lega, il partito che doveva marciare su Roma per distruggere la Casta e i privilegi, si è trasformato nella più classica delle macchine piazza-parenti. Bastava dare un'occhiata a quello che ha combinato lui, l'Umberto, per capire come sarebbe andata a finire. Suo fratello Franco lo piazzò a Bruxelles a fare da assistente all'eurodeputato leghista Matteo Salvini. Ci provò anche con il primogenito Riccardo, ma tornò a casa appena il fattaccio finì sui giornali: "È assurdo che mi venga vietata ogni esperienza solo perché ho un cognome importante", si rammaricò.

Erano ancora lontani i tempi di Renzo, il figlio prediletto: oggi comunque anche la Trota è sistemata, seduto sugli scranni del consiglio regionale lombardo. Restano senza incarichi gli altri due eredi, Eridano Sirio e Roberto Libertà. Ma c'è tempo. Forse potranno trovare un posto alla Bosina, la scuola privata, di ispirazione chiaramente padana, fondata da mamma Manuela Marrone, che ha ricevuto un contributo di 800mila euro dal governo nazionale. Ecco, con una testa così, da quel pesce non potevamo che aspettarci di peggio.

E basta mettere insieme le notizie che arrivano dal profondo Nord per disegnare una mappa della Parentopoli leghista. Che non dovrebbe lasciare indifferenti gli elettori del Carroccio. Cominciamo dal Piemonte, dove Lo Spiffero, il Dagospia di Torino, ha raccontato la "Famigliopoli subalpina": una clamorosa infornata di mogli, cugini e cognati che Roberto Cota ha portato a segno da quando è diventato presidente.

Nella sua segreteria c'è Michela Carossa, figlia di Mario, capogruppo della Lega in Regione. Capo di gabinetto del governatore è Giuseppe Cortese, che ha trovato lavoro pure alla moglie, Isabella Arnoldi, diventata portavoce dell'assessore leghista Massimo Giordano, fedelissimo di Cota. Per loro, può darsi che la pacchia finisca al massimo tra cinque anni.

C'è invece chi, grazie alla Lega, si è costruito un futuro garantito. È il caso delle cinque vincitrici di un concorso per funzionari della Provincia di Brescia, come racconta Il Riformista. Ci hanno provato in 700 a conquistarsi il posto fisso, ci sono riusciti in 8, e per più della metà c'è puzza di raccomandato.

Ha vinto Sara Grumi, figlia di Guido, assessore leghista al Comune di Gavardo e candidato alle ultime regionali. C'è Katia Peli, nipote dell'assessore provinciale all'Istruzione, leghista pure lui, Aristide Peli. Lavoro assicurato anche per Silvia Raineri, capogruppo della Lega nel consiglio comunale di Concesio e moglie del vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi. Vittoria anche per Cristina Vitali e Anna Ponzoni: tutte e due lavorano già in Provincia, guarda caso entrambe per l'assessorato guidato dal leghista Giorgio Bontempi.

Sempre in Lombardia, questa volta a Varese , nel 2002 diventa presidente della Provincia Marco Reguzzoni, marito di Elena, figlia di Francesco Speroni, storico capo di gabinetto del Senatur quando era ministro delle Riforme. Niente paura, Reguzzoni non ha dovuto pagare il peso delle polemiche. Oggi è il capogruppo della Lega nientemeno che alla Camera dei Deputati. Restiamo sempre nel letto matrimoniale ma ci spostiamo più a est, a Verona, dove alla moglie del sindaco Flavio Tosi l'elezione del marito ha messo in tasca 45 mila euro all'anno in più.

Stefania Villanova lavorava già in Regione, ma è diventata tutt'a un tratto dirigente e messa a capo della segreteria dell'assessorato regionale alla Sanità. In Friuli, i leghisti le moglie se le sono incrociate. L'ex presidente del consiglio regionale Ballaman assunse Laura Pace, moglie dell'allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi. Lui si prese in carico Tiziana Vivian, ex fidanzata dello stesso Ballaman. Poi c'è il capitolo consulenti. A Padova , l'ex segretario provinciale della Lega Maurizio Conte - oggi diventato assessore nella giunta Zaia - affidò l'incarico per progettare e dirigere i lavori di un nuovo polo scolastico a suo fratello Tiziano. Con regolare bando di concorso, giura lui.

E se non puoi sceglierli in famiglia, c'è comunque un partito che ti assiste. Racconta il Pd Piero Ruzzante al Corriere del Veneto, di altre "designazioni" ai vertici di tre enti regionali: "Corrado Callegari in Veneto Agricoltura, impiegato di banca mestrino stipendiato con 15mila euro al mese; Antonello Contiero in Intermizoo, autista di autobus di Rovigo, premiato con 5mila euro mensili e inserito nel listino di Zaia; e Fausto Luciani in Avepa, ristoratore allo zoo-safari di Bussolengo e retribuito con ben 154mila euro annui".

Chiusura in bellezza a Bergamo. Nell'estate del 2009, racconta Bergamo News, l'architetto Silvia Lanzani, è stata incaricata, per 13.754 euro, di curare il progetto preliminare della nuova centrale di sterilizzazione dell'ospedale di Treviglio, diretto dal leghista Cesare Ercole. Silvia Lanzani è della Lega e fa l'assessore alle Infrastrutture in Provincia. Come si dice, una che lavora con la testa, con il cuore, e con il portafoglio.

3- REGALO DI STATO ALLA "SCIURA" BOSSI - PER LA SCUOLA DELLA MOGLIE DEL SENATUR CONTI IN ROSSO FINO AL 2008, POI DA ROMA SONO ARRIVATI I "VERDONI"
Vittorio Malagutti per "il Fatto Quotidiano"

La scuola della Lega? Un successone. "Quest'anno abbiamo superato i 300 alunni iscritti. Un record". È contento, contentissimo Dario Specchiarelli, presidente della cooperativa che gestisce asilo, elementari e medie nate e cresciute nel segno del "Sole delle Alpi". Solo che qui, nella scuola leghista di Varese, quella doc, quella benedetta da Umberto Bossi e diretta da sua moglie, la maestra Manuela Marrone, non c'è proprio traccia di simboli di partito. Adro? "Fatti loro", si scalda Specchiarelli.

Di certo il business viaggia alla grande. Nel 2009 la scuola ha festeggiato il primo bilancio in utile. Poca cosa, duemila euro e spiccioli. Ma nel 2008 i conti erano in rosso di quasi 500 mila euro su un milione di ricavi. Stessa musica nel 2007 e nel 2006: bruciati in perdite più della metà degli incassi. Di questo passo la scuola sarebbe stata costretta a chiudere i battenti, a meno di trovare ogni anno nuovi generosi sostenitori.

Niente paura, i soldi alla fine sono arrivati, come hanno raccontato i giornali già nel luglio scorso. Soldi pubblici: 800 mila euro stanziati dal Parlamento con la famigerata legge mancia, ovvero la distribuzione di finanziamenti a pioggia a favore delle più disparate iniziative sponsorizzate da deputati e senatori. Attenzione però, il denaro destinato alla scuola leghista è diventato di fatto un regalo alla signora Bossi con i suoi due sodali.

E cioè l'ex senatore (ovviamente leghista) Dario Galli, da due anni presidente della provincia di Varese nonché consigliere dell'azienda pubblica Finmeccanica, e il già citato Specchiarelli. Sono loro, infatti, assieme all'Associazione Bosina e all'omonima Associazione Bosina onlus, gli unici iscritti a libro soci della cooperativa "Scuola Bosina", che gestisce l'istituto varesino.

Negli anni scorsi questi volonterosi cooperatori hanno fatto fronte alle perdite di tasca loro. Tra il 2006 e il 2009, la coop ha perso la bellezza di un milione e 320 mila euro su due milioni e 360 mila euro di incassi. La signora Bossi, intestataria di 200 quote su un totale di mille che costituiscono il capitale sociale, è stata chiamata a fare la sua parte sborsando oltre 250 mila euro in quattro anni.

Stesso discorso per Galli e Specchiarelli, pure loro proprietari di 200 quote ciascuno. Insomma, un pessimo affare. Almeno fino a quando non si è aperto il paracadute di Stato. Da Roma ladrona sono arrivati 800 mila euro che hanno salvato il conto in banca degli educatori con la camicia verde. Il contributo è spalmato su due anni (300 mila retrodatati al 2009 e il resto per il 2010) ed è passato in Parlamento sotto la voce "ampliamento e ristrutturazione". Dei lavori per il momento non c'è traccia all'esterno del palazzo che ospita la scuola. Ma i soci padani, questo è sicuro, non dovranno aprire il portafoglio.

4- IL FIGLIO DEL SENATUR APRE LA CAMPAGNA DI BOLOGNA: NON SARÀ PIÙ ROSSA...
Marco Cremonesi per il "Corriere della Sera"

«La gente chiede di noi perché vuole cambiare. Non vuole più il rosso». Renzo Bossi dà il via alla campagna d'Emilia. L'erede designato del Carroccio ieri sera ha partecipato a un aperitivo organizzato dai Giovani padani al ristorante Kristal del capoluogo emiliano. Un nuovo segnale del fatto che per il Carroccio la regione a sud del Po nella prossima campagna elettorale sarà strategica.

Se i tre capisaldi del tradizionale insediamento padano offrono ormai margini di crescita comunque ridotti, l'Emilia e forse anche la Romagna - dove questa sera sarà Umberto Bossi - potrebbero continuare a far gridare al miracolo e prolungare l'ondata leghista anche alle prossime elezioni. Non per nulla ieri sera Renzo Bossi parlava dell'Emilia come di «quarta gamba della Padania». E tuttavia, il candidato sindaco per la sfida più importante - Bologna appunto - non c'è.

Ma in parecchi scommettono che il Pdl potrebbe passare la mano. Lo spiega l'ex candidato sindaco del partito di Berlusconi, Giancarlo Mazzuca, che nelle scorse settimane ha ritirato la sua disponibilità a guidare la coalizione: «A Milano rimarrà probabilmente Letizia Moratti, a Torino la Lega ha già Cota in Regione, Bologna rischia di andare alla Lega in un'ottica di coalizione».

E il Carroccio, anche se non riuscisse a sconfiggere il candidato Pd, potrà comunque far valere un'avanzata che il Pdl rischia di non riuscire ad eguagliare. E tuttavia, i problemi non mancano neanche qui: la faida tra il segretario Angelo Alessandri e il suo ex vice da lui espulso Marco Lusetti (i grillini con il tricolore di fronte al ristorante parlavano di «questione morale») hanno spinto Bossi a inviare la fida Rosy Mauro ad affiancare lo stesso Alessandri. [18-09-2010]

 

 

GUARDA COME BALLA BALLAMAN (sull’auto blu)! – INCHIESTA DELLA CORTE DEI CONTI SU 70 VIAGGI POCO ISTITUZIONALI DEL PRESIDENTE LEGHISTA DEL CONSIGLIO DEL FRIULI CHE VA IN UFFICIO TENENDO SOTTO L’ASCELLA UN REVOLVER 357 MAGNUM (“TRANQUILLI, NON LO PORTO IN AULA”) – IN AUTO BLU PER L’IMPERDIBILE PARTITA PADANIA-TIBET, PER UNA CENA GALANTE “DA GIGGETTO” O PER ANDARE A PRENDERE I PARENTI ALL’AEROPORTO…

Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

In vacanza, al ristorante, a vedere la partita con l'auto blu. Settanta viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c'è un'inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del Consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu. C'era da andare a prendere i parenti della moglie all'aeroporto? «Autista: la macchina!».

Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c'è un'inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.

La dettagliatissima ricostruzione dell'uso disinvolto dell'auto di servizio da parte dell'alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d'ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin. Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare».

Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all'aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all'incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così...

 

Un dettaglio spicca sugli altri: nella lista ci sono due trasferimenti alla Malpensa. Prima per «partenza viaggio di nozze». Poi per «rientro viaggio di nozze». Esattamente lo stesso sfizio che si era preso Giuseppe Buzzanca che proprio per quel viaggio era stato non solo messo sotto accusa ma addirittura dichiarato decaduto, dopo un tormentone di sentenze e appelli, dalla carica di sindaco di Messina.

Qual è la differenza? Che di là c'era il solito «terrone» della solita «Terronia» che si prende i lussi della Casta e di qua invece un virtuoso padano dedito al bene comune e costretto dalla forza degli eventi a utilizzare l'auto blu per il più personale di tutti motivi personali? Difficile da sostenere. Tanto più agli occhi dei leghisti duri e puri. Quelli che non hanno dimenticato come la Lega Nord sia stata per anni scatenata contro l'abuso delle auto di servizio.

Prima di «rassegnarsi» al comfort del sedile posteriore delle macchine dai vetri oscurati («È vero che noi della Lega per anni abbiamo dato battaglia su questa cosa. Ma per una donna e una mamma come me, diciamo la verità, l'auto blu è una bella comodità», spiegò l'allora presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, Alessandra Guerra, «Non so come farei, se non venissero a prendermi a casa tutte le mattine») i leghisti erano arrivati al punto di presentare, nel 1993, un progetto di legge per abolire le Croma, le Mercedes, le Bmw da sostituire con Panda, Cinquecento, Renault 4 e Fiat Uno: «I potenti devono viaggiare in utilitaria».

Per non dire del «Manuale di resistenza fiscale» benedetto da Umberto Bossi nel novembre 1996 e illustrato da Mimmo Pagliarini e quel Roberto Maroni che oggi è al Viminale. I quali invitarono il contribuente «a un atto di disobbedienza» e a rivendicare il «diritto naturale» di togliere dalla dichiarazione dei redditi, tra l'altro, «35 mila lire di detrazione per le ingiuste spese delle auto blu».

 

Una offensiva durata anni. E ogni tanto tirata fuori tra mille strilli. Contro il governo quando a palazzo Chigi c'era Dini. Contro la regione Emilia-Romagna. Contro la provincia di Milano quando era presidente Filippo Penati. Contro Letizia Moratti, tre anni fa, quando Matteo Salvini propose di tagliare le auto in dotazione alla giunta e a ventitré dirigenti co-munali: «Facciamo andare a piedi gli assessori per costruire due villaggi solidali in Africa».

Rintracciato da Marco Ballico del Piccolo, che a maggio aveva già rivelato come andasse in ufficio tenendo sotto l'ascella un revolver modello «357 magnum» («tranquilli, non lo porto in aula»), Ballaman ha detto: «Se ho sbagliato pagherò. La maggior parte dei viaggi è giustificata. Sul resto vedranno i legali». Pagherà fino alle dimissioni? «Non penso proprio. Si paga il giusto, non di più».

Come mai è saltata fuori la lista di questi viaggi? Ovvio: un complotto. Di chi? Dei conducenti: «Probabilmente a lasciarli a casa, mi sono inimicato qualche autista». Come mai? Perché il presidente, il 1° aprile scorso, forse intuendo d'avere un po' esagerato, aveva deciso di fare il bel gesto: la rinuncia all'auto blu! Peccato che lo stesso Piccolo di Trieste l'aveva beccato: grazie al ricorso all'auto propria, una Rover, Ballaman incassava oltre allo stipendio lordo mensile di 16.500 euro, anche 3.200 euro in più al mese di rimborsi.

 

Ballaman non è nuovo alle cronache. Come scrisse il Gazzettino, nel 2001 il sito internet dei Monopoli dello Stato comunicò che «tra i cinque concorrenti» le concessioni di due sale Bingo erano «state assegnate alla Cristallina Srl (47 punti) e alla Milleuno bingo (45)». E chi c'era tra i soci della Cristallina Srl? Lui. E sempre lui c'entrava nella sventurata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria.

La faccenda più «curiosa», però, fu lo scambio delle mogli con l'allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi. Niente sesso, si capisce: per aggirare la legge che vieta di assumere i propri parenti, lui prese in ufficio la signora Laura Pace, compagna di Balocchi, e Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, alla quale Ballaman era legato prima di fidanzarsi e poi sposarsi con l'attuale compagna di autoblù. Anche allora, manco a dirlo, trovò del tutto superfluo perfino l'accenno alle dimissioni. E quando mai?

 02-09-2010

 

 

ROMANZI A CHIAVE - LEGHISTI DI RAZZ...
Il Pdl a Roma e in Piemonte ha altre gatte da pelare, ma a suscitare mal di pancia nel centrodestra torinese è anche "Razz" di Augusto Grandi. Nel romanzo del giornalista del "Sole-24 Ore" edito da Daniela Piazza, si leggono un po' di cose in controluce: Alé Europa e gli alleati che confluiscono nel Partito degli Onesti, il movimento localistico Obelix (il soprannome di Mario Borghezio), il giovane professionista di Novara (come Roberto Cota, avvocato), l'imprenditore dell'est Vlasov.

La trama è alquanto hard e si svolge tra nottate in locali per scambisti o giocando la variante di poker che dà il titolo al libro, weekend in barca e belle ragazzotte piazzate nei posti di sottogoverno. I riferimenti, come sempre, sono casuali. L.B.
 

28.08.10

 

 

I LEGA-MI PERICOLOSI DEL TROTA – MO’ SO’ CAZZI PER BOSSI! “C’È SIMPATIA” TRA IL CONSIGLIERE REGIONALE ANGELO CIOCCA E IL FIGLIO DEL SENATÙR – SOLO CHE CIOCCA È STATO “CIOCCATO” TRA LE CARTE DELL’INCHIESTA SULLA ‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA - SI DIFENDE: “È UNA CAMPAGNA DIFFAMATORIA FATTA DA ABELLI, DOPO CHE LO ABBIAMO MASSACRATO POLITICAMENTE”…

Davide Vecchi per "il Fatto Quotidiano"


Per la prima volta la Lega non riesce a trovare una linea comune. A mettere in difficoltà il partito di Umberto Bossi non è il ddl anti-intercettazioni. Né la manovra finanziaria. O il federalismo. Tanto meno il lento naufragio degli alleati di governo. A scuotere il quartier generale del Carroccio è un giovane consigliere regionale lombardo eletto con 19 mi-la preferenze. Il recordman di voti si chiama Angelo Ciocca, ha 35 anni e da 16 segue fedelmente il leader in canotta.

 

Ma ha la "colpa" di essere finito nelle carte degli inquirenti per aver avuto rapporti con Pino Neri, avvocato tributarista di Pavia arrestato per concorso in associazione mafiosa. In via Bellerio, storica sede leghista, vige una legge ferrea. La ricorda l'ex Guardasigilli Roberto Castelli: "Chi non è limpido è fuori dal partito". E il problema è questo: sarà vero che Ciocca è coinvolto in strani giri? Che conosce Neri? Che ha ricevuto a prezzi di favore un appartamento a Pavia?

Che ha promesso dei voti al candidato al comune Del Prete? In attesa che la questione si chiarisca i solitamente intransigenti generali del Carroccio hanno deciso di dargli una possibilità. Al momento hanno scelto di fidarsi. Non tutti. Ma vale, per ora, la parola di Giancarlo Giorgetti, responsabile per il partito dei rappresentanti negli enti locali. Il consigliere non è stato mai convocato in via Bellerio. Giorgetti, però, lo ha chiamato più volte per rassicurarlo.

 

Ciocca, dal canto suo, non solo si difende dalle accuse. Smentisce tutte le voci che lo indicano come amico di fiducia (e tutor) di Renzo Bossi, anche lui neo-consigliere regionale. Nega di essere stato indicato dal leader come "uomo pericoloso". E rilancia: "È tutta una macchinazione ai miei danni, una campagna diffamatoria fatta da qualcuno che vuole coprire sue responsabilità gravi che emergeranno".

Quel qualcuno è "Abelli, che politicamente abbiamo massacrato". Di certo Gian Carlo Abelli non se la passa bene. Ha visto il suo bacino politico frantumarsi inesorabilmente, con le vicende giudiziarie in cui è rimasto coinvolto lui e la moglie, Rosanna Gariboldi, in manette con Giuseppe Grossi per le bonifiche nell'area di Santa Giulia a Milano. Ciocca ci tiene a prendere le distanze.

"Sono nella Lega da quando avevo 19 anni, non ho da temere niente", dice. E d'un fiato rimanda le accuse al mittente: "Non ho mai avuto rapporti con uomini della mafia. Quel Neri lì era un conoscente del mio interlocutore non mio. Non ho mai avuto con lui rapporti diretti o personali, tantomeno telefonici". L'appartamento? "Figurarsi, vivo ancora con i miei e quella casa, da visura catastale, è di proprietà di due signore". I voti a Del Prete? "La foto è del 27 giugno, si è votato venti giorni prima". Punto.

 

Respira e poi: "I giornali che l'hanno scritto li ho già querelati", aggiunge. E apre il secondo capitolo: i rapporti con la famiglia Bossi. Prima il giovane Renzo. "Dicono che io lo protegga? Figurarsi, non ho abbastanza esperienza da trasferire a una persona che ha come padre un maestro di vita". Certo, ammette, "il rapporto c'è: è iniziato da qualche mese, da quando siamo entrati in consiglio regionale.

 

Ma sarei falso a dire che siamo amici. C'è una simpatia reciproca. Renzo ha i numeri, è bravo, vuole crescere". Poi tocca al leader. "Per me la Lega è Umberto Bossi. Non è vero che mi ha chiesto chi finanziava la mia campagna elettorale. A una cena, appena eletti, mi ha chiesto come avevo fatto a prendere tutti questi voti. Poi si è rivolto a un altro collega: ‘Avete capito che bisogna stare in mezzo alla gente a fare comizi? Non bisogna andare in televisione'. Il resto è fantasia".

 

Insomma, a sentir parlare Ciocca gli inquirenti hanno preso una cantonata e sul suo conto la stavano prendendo anche in via Belle-rio. Menomale che s'è aperta una piccola crepa tra i colonnelli. Lui non lo sa. Dice che "nella Lega le fronde sono tempo perso". Sa però che Giorgetti ha scommesso su di lui. Si fida. Ha insistito per candidarlo. E infatti continua a chiamarlo. "‘Stai tranquillo che non succede niente, non ci saranno problemi' mi dice al telefono. E io gli credo", racconta Ciocca. La Lega attende fiduciosa la parola della magistratura.

 23-07-2010]

 

 

 

PADANIA LADRONA – SOTTO LE QUOTE LATTE, COVA LA GRANDE TRUFFA LEGAIOLA DEL CREDIEURONORD – LA BANCA DELLA LEGA FU SALVATA DAL FALLIMENTO SICURO GRAZIE ALLA BANCA DI LODI DEL FURBETTO FIORANI CHE IN CAMBIO OTTENNE L’APPOGGIO in Parlamento DI BOSSI AL ’SUO’ GOVERNATORE ANTONIO Fazio – E ORA I PM MILANESI PENSANO DI AVER CAPITO IL MECCANISMO TRUFFALDINO…

Paolo Griseri per "la Repubblica"

Il 22 giugno 2010, non molte settimane fa, la promessa era arrivata solenne e misteriosa, nel bel mezzo del rito pagano che si officia ogni anno sul Pratone di Pontida: «Non posso dire il perché e il per come. Ma tra pochi giorni capirete. Adesso siete disperati ma io non vi ho dimenticati. La Lega risolverà i vostri problemi».

 

Il popolo dei trattori aveva elevato i suoi osanna, sicuro che ancora una volta si sarebbe rinnovato il patto segreto e indissolubile che unisce i furbetti delle quote latte al Senatur e ai vertici del suo movimento. Un patto che in questi anni ha tenuto in ostaggio il governo e il Cavaliere.

Un patto inconfessabile, fatto di truffe, operazioni finanziarie spericolate, alleanze trasversali con i palazzi che contano a Roma Ladrona. Un patto rinnovato, non a caso, nel luogo simbolo della Lega: il Pratone di Pontida acquistato con i soldi della Banca Popolare di Lodi di Gian Piero Fiorani.

Per i leghisti Fiorani, plurinquisito protagonista dell´estate dei furbetti del quartierino, amico di Antonio Fazio, con lui precipitato nel buco nero delle inchieste e degli scandali, è soprattutto l´uomo che ha salvato dal fallimento la Credieuronord, la Banca padana sponsorizzata da Bossi.

Perché proprio Fiorani salva la banca di Bossi? Lo spiega lui stesso nell´interrogatorio del 5 gennaio 2006 di fronte ai pm milanesi Greco, Perrotti e Fusco: «A Fazio serviva l´appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca».

 

Ai leghisti come Giancarlo Giorgetti (oggi presidente della commissione bilancio della Camera) serviva salvare Credieuronord dal fallimento per coprire le operazioni spericolate dei vertici del movimento e le intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate.

Così non deve stupire se «il perché e il per come» cui alludeva Bossi parlando al popolo di Pontida meno di due mesi fa porta la firma di Antonio Azzollini, relatore dell´emendamento che rinvia ancora una volta il pagamento delle multe per gli splafonatori delle quote latte. Il fratello di Antonio Azzollini, Niccolò, era nel cda di Antonveneta, la banca che Fiorani aveva tentato di scalare nella primavera del 2005.

E´ in questo intreccio che si trova la spiegazione del mistero delle quote latte: non una semplice battaglia ideale per salvare dalla multa un drappello sempre più esiguo di malgari e allevatori padani (meno di 1.000 su 40.000). Piuttosto la restituzione di antichi favori e il risarcimento per mancate promesse, quando nelle campagne padane il popolo delle stalle affidava i suoi risparmi a Credieuronord fidandosi della sponsorizzazione del Senatur: «Anche io sono socio fondatore di Credinord», era scritto sul manifesto pubblicitario con la faccia di Bossi.

 

Per molti allevatori la Credinord (poi diventata Credieuronord) è la banca intermediaria che veniva utilizzata per non pagare le multe del latte. La storia si ritrova nelle motivazioni con cui un anno fa il tribunale di Saluzzo ha condannato per truffa una sessantina di allevatori cuneesi, tutti soci delle cooperative Savoia fondate da Giovanni Robusti, leader dei Cobas del latte piemontesi e successivamente europarlamentare del Carroccio.

I giudici Fabrizio Pasi, Fabio Cavallo e Fabio Franconiero raccontano così il raggiro: «Dal momento in cui gli allevatori fatturavano il latte che eccedeva le quote loro assegnate, venivano effettuate (dalla cooperativa n. d. r.) tre registrazioni. La prima estingueva il debito nei confronti del fornitore del latte facendo sorgere contemporaneamente un debito nei confronti degli organi competenti per il superprelievo (la multa n. d. r.).

 

La seconda registrazione registrava lo spostamento del denaro dal conto della banca utilizzata dalle cooperative per incassi e pagamenti a un conto acceso presso la banca Credieuronord. La terza registrazione, che seguiva di pochi giorni le altre due, veniva effettuata in corrispondenza dell´uscita del denaro dal conto della banca Credieuronord».
Il denaro tornava così agli allevatori che non pagavano la multa. Credieuronord aveva fatto il miracolo.

Nel corso degli anni Robusti e i soci delle sei cooperative costituite nel tempo (Savoia uno, Savoia due ecc.) avrebbero truffato in questo modo una somma compresa, a seconda dei calcoli, tra i 130 e i 200 milioni di euro.

Una bazzecola di fronte alla truffa da un miliardo di euro contestata dal pm milanese Frank Di Maio al parlamentare leghista Fabio Rainieri, presidente della Commissione agricoltura della Camera. Rainieri aveva messo in piedi, secondo il pm, un sistema di 28 cooperative a fare da schermo per evitare il pagamento delle multe. Funzionavano più o meno con lo stesso sistema delle Savoia: si chiamavano «Giuseppe Verdi 2001».

Nella storia di Credieuronord e dei vertici leghisti coinvolti nelle truffe alla Ue non c´è solo latte. Ci sono anche ardite quanto fallimentari operazioni immobiliari in Croazia, concluse con l´immancabile bagno di sangue per i contadini padani illusi dal sogno della villetta vista mare. Al punto che lo stesso popolo dei fedelissimi aveva cominciato a mugugnare contro i vertici. «Non perderete una lira», aveva promesso Bossi e Calderoli aveva promosso l´autotassazione dei big di via Bellerio per rifondere i contadini di quel che avevano perso.

 

«Anche noi - aveva aggiunto lo stesso Calderoli - siamo vittime del crac». Ma c´è un documento che lo smentisce. E´ il Rapporto dei Collegio dei revisori per l´anno 2006 sul bilancio dei partiti politici. A pagina 45 si legge: «Sulla base dei controlli di conformità e dei riscontri eseguiti sulla complessiva documentazione agli atti, il Rendiconto 2006 del partito politico Lega Nord non può essere considerato regolarmente redatto».

Tra i motivi della bocciatura, scrivono i revisori, c´è una «insufficiente informativa sulla gestione». In particolare «dalla nota integrativa al bilancio della partecipata Pontida Fin srl si rileva l´esistenza di due società indirettamente partecipate dalla Lega Nord e precisamente: la Pontida Servizi srl in liquidazione e Credieuronord holding spa». Altroché vittime del fallimento.

 

E´ proprio lo stretto rapporto tra queste speculazioni finanziarie e la fiducia accordata a suo tempo dai Cobas del latte agli gnomi padani di Credieuronord a spiegare perché da diversi anni le manifestazioni degli allevatori che hanno pagato non raggiungono lo scopo di far cessare i favori del governo ai furbetti del latticino.

Si scontrano con la forza di ricatto chi conosce bene i peccati originali della Lega. Dodici mesi fa un esercito di trattori assediò Arcore chiedendo a Berlusconi di far cessare lo scandalo delle protezioni del governo a chi non paga le multe. Fu inutile. Come probabilmente sarà inutile quest´anno, nonostante le nuove proteste di tutte le associazioni di allevatori e l´opposizione dello stesso ministro dell´Agricoltura, Giancarlo Galan, giunto addirittura a minacciare le dimissioni.

Più di tutto vale la promessa di Renzo Bossi, il «trota», figlio del Senatur. Il primo luglio, di fronte al gruppo degli irriducibili, al drappello di chi non vuole pagare (e spera di farla franca fino al 2015, quando verranno abolite le quote latte) il «trota» è stato chiarissimo: «Non vi preoccupate. Ci pensa mio padre».

 

 

[27-07-2010]

 

 

 

CREDIEURONORD: DA COMITATO SOCCORSO 2,5 MLN RIMBORSI A SOCI RISARCITI OLTRE 1.000 AZIONISTI DELL'EX BANCA DELLA LEGA...
(ANSA) -
Il Comitato di Soccorso dei soci dell'ex banca della Lega, guidato dal fedelissimo del Senatur Bruno Caparini, ha rimborsato con capitali raccolti tra volontari, oltre 2,5 milioni di euro degli investimenti effettuati dagli azionisti nell'allora Crediteuronord, oggi Euronord Holding in liquidazione.

Nel caso dei piccoli soci che ne hanno fatto richiesta, in possesso da 1 a 49 titoli, i rimborsi sono all'80% dell'investimento, per quelli con piu' azioni i rimborsi sono del 40%. 'Stiamo lavorando per garantire a tutti l'80% di quanto versato entro due anni - ha spiegato Caparini - ma il nostro obiettivo e' continuare per arrivare al 100%'. Per ora il Comitato di Soccorso ha effettuato 'almeno un versamento di denaro alle oltre 2.000 persone che ci hanno richiesto un aiuto', presentando domanda di rimborso a fine 2007.

Il Comitato di Soccorso afferma che 1.069 soci, tra coloro che avevano fatto richiesta di rimborso, avevano sottoscritto da 1 a 100 azioni, 566 soci da 101 a 300, 150 soci da 301 a 500, 88 soci da 501 a 1.000 e 50 soci oltre le mille azioni. Per ora, quindi, risultano 'completamente rimborsati' (con l'80% del capitale investito, ndr) oltre 1.000 azionisti ed entro la fine dell'anno sara' versata una seconda tranche, per completare il rimborso a favore di altri 500 soci, su un totale di circa 2.000 persone.

23.07.10

 

ANCHE TREMONTI HA FAMIGLIA - lacrime e sangue PER GLI italiani, "REGALINI" PER I LEGHISTI - piccole deliziose prebende infilate tra le pieghe DELLA SUA MANOVRA CHE HANNO fatto INFURIARE L’ALTERNATIVA ALLA LEGA, ALIAS PIERFURBY Casini: "Vorrei chiedere a Tremonti perché non trova i soldi per i poliziotti ma li trova, invece, per le marchette della Lega a favore dei truffatori delle quote latte"...

Francesco Specchia per "Libero"

 

 

Non disturbate il manovratore, please (nel senso finanziario del termine) pure se le manovre son ardite. Ieri Giulio Tremonti fieramente assiso nella Commissione Bilancio della Camera ha avuto parole d'elogio per sè stesso. Ha parlato di una manovra -la propria- che «per la prima volta tocca i papaveri» e che, allo stesso tempo è stata «accettata dal Paese»; ha poi aggiunto, confermandone la blindatura del testo, che «ho questa impressione, la fiducia dà fiducia».

 

Infine ha assicurato che «non ci sarà un'altra manovra nel corso del 2010». Anche se la sua strategia era appena inciampata sulle quote latte, dato che la Commissione per le politiche europee aveva chiesto una soluzione al problema, in un parere, in ogni caso, non vincolante (la condizione era che venisse soppresso l'articolo che prolunga fino al 31 dicembre 2010 il termine per il pagamento delle sanzioni. Ma il Carroccio ha fatto mancare i numeri al Pdl in Commissione Agricoltura).

 

Tutto bene, dunque. Se non fosse che la suddetta manovra -giusta: lacrime e sangue per tutti- toglie agli italiani nel complesso, ma concede agli amici leghisti (con cui Giulio ha cenato, nei giardini di Villa Aurelia al Gianicolo, festeggiando l'arrivo della pausa estiva) regalini, omissioni, piccole deliziose prebende infilate tra le sue pieghe.

Concede, in soldoni, qualche soldino, non esattamente argent de poche. Sicchè non aveva tutti i torti Pier Ferdinando Casini quando, sempre ieri, affermava «Vorrei chiedere a Tremonti perché non trova i soldi per i poliziotti ma li trova, invece, per le marchette della Lega a favore dei truffatori delle quote latte».

Per dire. Sfruculiando tra la pandetta si scopre che all'art.12 viene soppresso il comma 12, e si ripristinano le "migliori condizioni di favore vigenti per i piemontesi danneggiati dall'alluvione del '94", "eliminando il vincolo ai soli rapporti di natura tributaria o contributiva".

 

I maligni sussurrano che la sparizione del suddetto comma favorirebbe Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo leghista, manager import-export nel settore vinicolo e compagna del ministro Calderoli. Nell'art.15 è stato sostituito il comma 6: un atto che assicura ai Comuni imbriferi una maggior entrata extratributaria e concede vantaggi ai concessionari delle grandi "derivazioni d'acqua a fini idroelettrici"che cedessero a 5 province tra il 30% e il 40% dei diritti di sfruttamento.

 

Le 5 provinciesono Como, Sondrio, Belluno, Brescia e Verbania, guarda caso leghiste. Sempre all'art. 15 viene introdotto il comma 6-sexies che assicura a Veneto e Friuli condizione di vantaggio nel controllo degli utili delle autostrade venete, le quali dal 2017 dipenderanno da un consorzio tra le due stesse regioni. Tradotto: un bel favore al governatore Luca Zaia.

Il quale Zaia si avvantaggia anche della modifica del comma 1 dell'art. 47 ("Nuove modalità per la concessione dell'autostrada del Brennero", annessa garanzia del finanziamento del tunnel del Brennero anche in deroga alle normali procedure); e si compiace dell'aggiunta del comma 3- bis allo stesso articolo che include l'areoporto di Venezia tra quelli "idonei alla definizione di un contratto di programma in deroga alla normativa di settore".

 

Cioè: maggior autonomia rispetto alle norme Anpac. L'introduzione dell'art.40bis attiene alla proroga delle quote latte, di cui già s'è polemizzato. Mentre all'art.46 passa una modifica al comma 1, ossia "Nuove modalità per non perdere i finanziamenti CDDPP per la tramvia di Verona", una norma non generalista che identifica il beneficiario, visto che non è possibile scrivere "nome e cognome del favorito".

 

La tranvia fortemente voluta dal sindaco scaligero Flavio Tosi è certamente unaconquista e un gesto di civiltà per chi -come noi- è veronese. Ma non crediamo che nel resto d'Italia la pensino allo stesso modo...

 

 22-07-2010]

 

 

Il cerchio del celodurismo si chiude: NELLA VITA DEL TROTA SPUNTA IL MEROLONE – BRESSO: UNA MERCEDES SPARA RICORSI – JUAN ESTEBAN CASELLI SENATORE O GUARDIA SVIZZERA? - ARRIVANO LE verdi STRISCE PEDONALI PADANE – L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE PER LA MULTA ALL’AUTO BLU (CHE BLU NON ERA) - PERCHÉ RAVENNA È CONTRO I TAGLI, MA SPENDE 35MILA€ PER OSPITARE 200 TEDESCHI…

 

Dal "Giornale"

 

1- MERCEDES, UNA MACCHINA DA RICORSI...
Non contenta di aver messo in bilico la poltrona di Cota, l'ex zarina del Pd Mercedes Bresso controrilancia e - come rivela "Italia Oggi" - ricorre contro gli stessi giudici del Tar che di fatto hanno riaperto i giochi per la presidenza del Piemonte. L'ex governatrice, ormai una vera e propria macchina da ricorso, ha impugnato davanti al Consiglio di Stato quella parte della sentenza che rinvia alla giustizia civile il ricorso contro la lista «Pensionati per Cota». Intanto l'altra sponda della politica piemontese non sta a guardare: i legali del governatore Cota presenteranno oggi al Consiglio di Stato ricorso contro il riconteggio dei voti deciso dal Tar.

 

2- LO SHOW PER LA MULTA ALL'AUTO BLU...
Altro che il classico «lei non sa chi sono io». Qui si battono tutti i record: chi aveva mai solo potuto pensare di presentare un'interrogazione parlamentare per farsi togliere una multa di 38 euro? A segnare il massimo punteggio mai registrato di «arroganza da potere» Michele Izzo, segretario particolare dell'ex sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl in Campania Nicola Cosentino. Il pomeriggio del 4 luglio Izzo parcheggia la sua auto a San Felice Circeo (Latina) su un posteggio riservato ai carabinieri.

 

 

Quando si accorge della multa va su tutte le furie: corre al comando dei vigili urbani urlando che sono degli incapaci, perché non si sono accorti che la sua è «un'auto di servizio parcheggiata per ragioni istituzionali». I vigili urbani non si scompongono e così Izzo chiama i carabinieri. I militari, dopo aver ascoltato le rimostranze di Izzo, fanno gli accertamenti e verificano che l'auto non è di servizio, ma intestata a Izzo stesso. Conclusione: oltre a dover pagare la multa ora Izzo deve anche affrontare una denuncia per «false dichiarazioni».

3- UN NUOVO FRATELLO PER RENZO BOSSI: SPUNTA IL MEROLONE...
Un'amicizia nata all'ombra delle passerelle della kermesse più prestigiosa dell'universo leghista: Miss Padania. E poco importa se all'epoca uno dei due aveva dodici anni e l'altro 45. Quando l'amicizia scatta, scatta. E si mantiene nel tempo. «Oggi gli dò consigli, lui a volte è criticato ma è un ragazzo di valore. Non fuma, non beve, non si droga».

 

Queste le parole che Valerio Merola ha dedicato su "Oggi" di questa settimana a Renzo Bossi, il figlio del Senatùr consigliere regionale della Lombardia per la Lega Nord. Ma la stima del «Merolone» non va solo al rampollo del leader del Carroccio. A dispetto dei suoi natali romani Merola si dichiara infatti fan della Lega tutta: «Mi ha permesso di fare tante conoscenze: in questo lavoro non puoi essere isolato». Un legame, ci tiene a sottolineare infine Merola, non interessato: «Gli amici nella Lega li ho da tanto, se avessi voluto favori li avrei chiesti prima».

4- IL SENATORE FA LA GUARDIA SVIZZERA...
Qualcuno dia al senatore del Pdl Esteban Juan Caselli, rappresentante a Palazzo Madama di tredici Paesi dell'America del Sud, un'alabarda e una divisa da guardia svizzera. Se le è meritate. Il politico, nato e residente in Argentina ed eletto al Senato nell'aprile 2008 nella circoscrizione Estero, ha infatti recentemente preso pubblicamente le difese di Ratzinger contro un attacco del leader del Venezuela Hugo Chavez. «Davanti alle recenti dichiarazioni fatte dal presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, Hugo Chavez, contro Sua Santità Benedetto XVI, esprimo il più energico rifiuto a un così grossolano e gratuito attacco alla figura del Pontefice». Forse Caselli punta a ritornare, anche se con una altra veste, a vivere in Vaticano. Del resto lui in San Pietro ci ha già vissuto: dal 1997 al '99, come ambasciatore argentino presso la Santa Sede.

 

 

5- ARRIVANO LE STRISCE PEDONALI PADANE...
Lui si è giustificato tirando in ballo curiose motivazioni cromatiche: «Il rosso è troppo aggressivo, il verde si adatta meglio al paesaggio». Difficile però non leggere nella scelta del sindaco leghista di Veronella (Verona) Michele Garzon, di dipingere di un bel verde vivo il fondo stradale degli attraversamenti pedonali, una strizzata d'occhio allo stile padano. Ma in fondo nelle vicinanze di Verona - dove peraltro il primo cittadino è un leghista di ferro come Flavio Tosi - la Lega ha uno dei suoi feudi storici. Non importa da che lato della strada sei: il Carroccio è sempre lì.

 

6- RAVENNA CONTRO I TAGLI MA SPENDE 35MILA EURO PER OSPITARE 200 TEDESCHI...
Dov'è Ostalbkreis? Chiedere a Ravenna. Le due province, quella nel Baden-Württemberg, distretto di Stoccarda, e quella romagnola, sono gemellate. E per «rafforzare questo rapporto di amicizia», oltreché, certo, «mantenere la pace fra i popoli e sviluppare buone pratiche di educazione ai diritti umani», gli italiani dal 26 al 29 luglio ospiteranno 220 studenti tedeschi.

 

Per quel «Gran Sport Galà» fra Faenza, Ravenna, Cervia e Cesenatico, i quattro Comuni, la Provincia di Ravenna e la Regione hanno stanziato 35mila euro. Che vanno ad aggiungersi ai 35mila che la Provincia di Ravenna solo un paio di mesi fa ha destinato al convegno «Il contributo di regioni ed enti locali alla pace, alla cooperazione e alla coesione nell'area adriatica e in Europa» che si è svolto a Cervia il 28 maggio. Due delibere per un totale di 70mila euro in due mesi. Dopo le quali gli enti locali romagnoli sono andati a Roma a protestare contro i tagli del governo.

 

 22-07-2010]

 

c’è UN BORDELLO INTORNO A BOSSI - "CHI TI HA DATO I SOLDI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE?" - scoppia il caso ciocca: il consigliere leghista è il ’badante’ del figlio trota e fa parte del gruppo che è in guerra aperta contro i colonnelli, guidato dal trio marco reguzzoni, rosy mauro e federico bricolo che ha già mollato cota e può contare sul neotesoriere e sulla ’padania’. e ora punta a far fuori giorgetti....

Tonia Mastrobuoni per "Il Riformista"

 

All'indomani delle regionali, durante la riunione dei leader della Lega con i neoeletti in Lombardia, una frase di Umberto Bossi fa gelare il sangue ai presenti. Nel clima di festa per i risultati del Carroccio, a un certo punto si alza in piedi Angelo Ciocca, classe 1975, militante del Carroccio da sempre ma reduce da un improbabile trionfo di quasi 19mila voti a Pavia e proiettato dritto dritto in consiglio regionale.

ll leader lumbard lo guarda torvo e lo fulmina: «Tu sei un uomo pericoloso - ruggisce - chi ti ha dato i soldi per la campagna elettorale?». Come dimostrano le recenti vicende giudiziarie, Bossi ci aveva visto lungo. Risale a una settimana fa l'arresto del boss della 'ndrangheta Pino Neri che avrebbe garantito una valanga di voti a Ciocca in cambio di un appartamento a prezzo scontato al centro di Pavia e di altri favori.

Al di là delle vicende giudiziarie e dello shock della "prima volta" del coinvolgimento della Lega in una inchiesta giudiziaria che riguarda la 'ndrangheta, il problema, per il senatur, è politico. Nella guerra di successione che già infuria nel partito, Ciocca figura nel gruppo che Guido Passalacqua aveva battezzato su Repubblica "il cerchio magico". Un gruppo molto, troppo vicino alla famiglia Bossi.

 

Narrano le cronache che attraverso Giangiacomo Longoni, un altro consigliere regionale lombardo che è diventato l'ombra del figlio di Bossi, Ciocca avrebbe frequentato da tempo anche Renzo, appunto (ormai noto come "la Trota"). Usato a mo' di ariete per conquistare potentati e poltrone all'ombra del grande e indiscusso capo. A cominciare dell'incarico di leader dei Giovani Padani, ricoperto attualmente da Paolo Grimoldi. A lui uno dei boss del "cerchio", Marco Reguzzoni, avrebbe chiesto di farsi da parte per far posto al Trota. Grimoldi gli avrebbe risposto: «Se me lo chiede Bossi, lo faccio subito. Se me lo chiedi tu, no».

 

Longoni, l'amico di Ciocca e di Renzo Bossi, è figura minore del "cerchio magico" ma è piuttosto emblematico per capire gli attuali schieramenti nel Carroccio. Che vedono contrapposti, riassumendo, il "cerchio" e i cosiddetti "colonnelli". Non a caso, alla fine degli anni Novanta, quando era segretario provinciale di Varese, Longoni tentò di espellere dal partito per "indegnità" un concittadino in forte ascesa nel partito che era già stato ministro del primo governo Berlusconi e che aveva il pallino del rock: Roberto Maroni. Soprattutto, Longoni divenne successivamente l'assessore di Reguzzoni, ex enfant prodige del Carroccio divenuto presidente della Provincia di Varese a 31 anni.

Del "cerchio magico" Reguzzoni rappresenta, assieme a Rosy Mauro e Federico Bricolo, l'apice di un triumvirato che ha scaricato da poco quello che era considerato sino a poco tempo fa il "quarto uomo", cioè Roberto Cota. Una triade talmente attiva in questo periodo dall'aver ricompattato il fronte dei colonnelli del partito, Calderoli, Maroni, Castelli e Giorgetti, divisi periodicamente da antiche ruggini che ogni tanto riemergono e dall'eterna questione del dopo-Bossi. Di quest'ultimo fronte fa parte anche, raccontano fonti di via Bellerio, l'altro governatore-chiave, Luca Zaia.

 

Tornando a Cota, attualmente è seduto su un potentato, quello della regione Piemonte, molto pericolante per il ricorso vinto dall'ex governatrice Bresso, ma soprattutto troppo lontano da Roma. La prospettiva, se si dovesse rivotare e se il Pd schierasse davvero Chiamparino, è fosca. Cota potrebbe finire consigliere regionale d'opposizione. La gola profonda leghista racconta addirittura che il governatore del Piemonte starebbe cercando di riaccreditarsi presso il fronte avversario dei "Roberti".

 

Quel che preoccupa i colonnelli, al momento, è che il "cerchio" può già contare su alcuni uomini chiave nella galassia leghista. A partire da Francesco Belsito, neotesoriere del partito, subentrato a Maurizio Balocchi anche nel ruolo di sottosegretario alla Semplificazione. Ma il "cerchio" può contare anche sulla maggioranza dell'organo di partito, la Padania, e sul capogruppo del Carroccio al Parlamento europeo, Donato Speroni. E non è un mistero che Reguzzoni punti a succedere all'acerrimo nemico Giorgetti sulla poltrona di segretario nazionale del partito.

 

Tuttavia, il brusco risveglio del "caso Ciocca", ampiamente discusso all'ultima riunione ai vertici di via Bellerio, potrebbe essere il campanello d'allarme, per Bossi. Impegnato con il suo partito, com'è noto, a contendere sul territorio la capillare presenza della Compagnia delle opere in Lombardia e a espandere il consenso a sud del Po. Con l'ombra delle 'ndrine e della corruzione sul partito - qualcuno teme che siamo appena agli inizi di una bufera giudiziaria che potrebbe far molto male al Carroccio - quest'ambizione rischia di morire in culla.

 

 21-07-2010]

 

 

re BOSSI – ROMA SARÀ PURE “LADRONA” MA I LEGHISTI SEMBRANO CONTAGIATI DAL familismo ALL’ITALIANA - DOPO CHE IL PRIMOGENITO HA MOLLATO LA POLITICA PER I RALLY, IL SENATùR SI è DEDICATO ALL’ASCESA DEL TROTA IN POLITICA – HA TROVATO FINANZIAMENTI PER L’ISTITUTO DELLA MOGLIE (800MILA€ IN 2 ANNI) E CI SONO ANCORA DUE FIGLI DA PIAZZARE: ERIDANIO SIRIA E ROBERTO LIBERTÀ

 

Elisabetta Reguitti per "il Fatto Quotidiano"

 

Una mozione che impone agli ambulanti l'obbligatorietà della presentazione del Durc (documento unico di regolarità contributiva) è stato il primo atto del neo-consigliere regionale Renzo Bossi firmatario anche di alcuni documenti come il progetto di legge per "la spedizione telematica del bollettino ufficiale della Regione Lombardia".

Sembra insomma che il figlio in qualche modo cerchi di meritare la nomina ricevuta in regalo dal papà disposto a tutto nell'ultima campagna elettorale pur di fare convergere le preferenze su Renzo (varesino ma infiltrato nel collegio di Brescia) assicurandogli così un futuro sicuro in politica.

 

Già perché anche Umberto Bossi come la maggioranza dei rappresentanti politici "tiene famiglia". È dei giorni scorsi, infatti, la notizia che la signora Manuela Marrone (moglie del Senatùr) potrà beneficiare di 800 mila euro in due anni - per decreto del ministero del Tesoro - da destinare alla scuola "Bosina" di Varese che tra i suoi obiettivi si pone di educare i piccoli all'attaccamento alle tradizioni e all'identità del territorio.

 

L'istituto scolastico padano, fondato dalla signora Bossi nel 1998, tra l'altro non è presieduto da uno qualunque, bensì da Dario Galli, presidente della Provincia di Varese con un posto anche nel consiglio di amministrazione di Finmeccanica.

Tracce di sostegno alla Bosina, per la verità, se ne ritrovano anche in Regione Lombardia già nel 2003: una delibera stabiliva di approvare uno schema di convenzione tra l'ente e l'Associazione Bosina Onlus, assegnando 2 mila e 500 euro per tale progetto. Robetta per la verità rispetto alla cifra stanziata oggi da Roma che sarà pure "ladrona " ma che serve anche ai politici padani contagiati evidentemente dal nepotismo all'italiana.

 

Pare insomma abbiano smesso i panni dei "duri e puri" che tuonavano contro il "clientelismo e i posti di lavoro per i parenti come accade in Terronia". Con i fatti, contrariamente alle parole usate nei comizi, i leghisti cercano di sistemare parenti e affini.

Tutto, per la verità, era iniziato nel 2004 con le assunzioni al Parlamento europeo di Franco Bossi (fratello di Umberto) e Riccardo (primogenito nato dal primo matrimonio con Gigliola Guidali) come assistente dell'europarlamentare Francesco Speroni. Portaborse ben remunerati, riportava Gian Antonio Stella in un pezzo di allora, considerato che ogni deputato riceveva 12.750 euro per i collaboratori. Oggi Riccardo Bossi (30 anni) sembra aver momentaneamente accantonato le velleità politiche puntando tutto sulle gare di rally.

 

Sei anni dopo l'esperienza a Bruxelles fatta dal primogenito, il capo del Carroccio è tornato a rilanciare il partito a misura di famiglia puntando sull'ascesa politica del quarto (il prediletto) figlio sostenendo una campagna elettorale "blindata" sul piano delle candidature affinché Renzo potesse stravincere.

Detto, fatto. E siamo all'oggi del consigliere Bossi junior e il suo primo atto ufficiale: una mozione che non ha mancato di sollevare critiche. Definita da Sinistra ecologia Libertà "solo una brutta scopiazzatura della mozione presentata alla Camera dei deputati; entrambe, non parlano la lingua sacrosanta del contrasto all'evasione fiscale, ma quella del razzismo".

Ma al commento politico andrebbe aggiunta una semplice riflessione logica sul fatto che gli ambulanti generalmente sono persone uniche, non hanno molti dipendenti, dunque imporre la presentazione del documento che accerta l'avvenuto versamento dei contributi - per se stesso - non sembra fondamentale rispetto alla vera necessità di contrastare le frodi fiscali di natura contributiva.

 

Di fatto cosa cambia? Che se in base alla normativa vigente, in Lombardia, per avere la licenza era sufficiente certificare di essere iscritti agli enti previdenziali ed assistenziali (ma non avviene la verifica di regolarità dei pagamenti) ora sarà invece obbligatorio presentare il Durc.

 

La mozione per la verità non ha trovato molti sostenitori neppure tra gli ambulanti "autoctoni" figuriamoci tra gli immigrati: espressamente inseriti nel testo della nuove disposizioni legislative introdotte "per combattere l'evasione contributiva del commercio ambulante accresciutasi anche in seguito dell' ampliamento della platea ad operatori extracomunitari". Ma la vera sorpresa è stato scoprire come la comunicazione dell'efficientissima e invidiatissima macchina del governatore Roberto Formigoni viaggi ancora su carta e non su sistema telematico.

Tanto è vero che con una specifica mozione (primo firmatario Stefano Galli ) Bossi junior & Co invitano presidente e giunta regionale a provvedere all'invio del Burl (bollettino ufficiale regione Lombardia) agli abbonati (per lo più enti e amministrazioni) non più per posta ordinaria bensì per posta elettronica.

Insomma Renzo Bossi studia per diventare "il" leader del partito del padre. Ha abbandonato (forse) i giochini stupidi come "rimbalza il clandestino" su facebook e ai colonnelli leghisti, come Maroni e Calderoli e Giorgetti, semmai spetterà il compito di accompagnare Renzo e magari anche Riccardo nel loro cammino politico. Volendo poi ci sono anche i fratelli Eridanio e Roberto Libertà perché si sa: la Lega è e rimarrà Bossi. 14-07-2010]

 

 

ALLA FACCIA DI ROMA LADRONA ANCHE LA LEGA TIENE FAMIGLIA - I LUMBARD ROMPONO I PIERFERDI NEL PANIERE DEL CAINANO? E IL GIORNALE DI FELTRUSKHAIDER PASSA SUBITO AL MANGANELLO: DALLA FINANZIARIA LACRIME E SANGUE (DEGLI ALTRI) SPUNTANO 800MILA € PER LA SCUOLA PADANA DELLA MOGLIE DI BOSSI - I SOLDI ARRIVANO PER “AMPLIAMENTO E RISTRUTTURAZIONE” ED È CONTENUTO NELLA COSIDDETTA ’LEGGE MANCIA’....

 

Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Trecentomila euro per il 2009 e 500mila euro per il 2010. Le ristrutturazioni costano, e se c'è un aiuto statale è meglio. Quello stabilito nel decreto del ministro del Tesoro lo scorso 9 giugno è stato particolarmente generoso con la Scuola Bosina di Varese. Un nome che forse dice poco ai più, ma che nella Lega Nord dice molto. La Scuola Bosina, o Libera Scuola dei Popoli Padani (una delle associazioni della galassia Lega nord), è stata infatti fondata nel 1998 dalla signora Manuela Marrone, «maestra di scuola elementare di lunga esperienza» (spiega il sito della scuola), ma soprattutto moglie di Umberto Bossi.

 

La signora Marrone è tuttora tra i soci della cooperativa che dà vita a questa scuola materna, elementare e secondaria improntata alla cultura locale, alle radici e al territorio. Presidente della scuola è Dario Galli, che oltre a occuparsi di pedagogia padana è stato anche senatore della Lega.

 

Proprio il Senato, con la commissione Bilancio (di cui la Lega ha la vicepresidenza), ha formalizzato l'elenco di enti beneficiari dei contributi stanziati nel «Fondo per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio» creato nel 2008. Un elenco lunghissimo che comprende associazioni culturali, case di riposo, comuni, fondazioni, diocesi, parrocchie, università e appunto qualche scuola. L'impegno statale per l'istituto scolastico padano è complessivamente di 800mila euro per due anni, 2009 e 2010, rubricato alla voce «ampliamento e ristrutturazione».

 

Il provvedimento della commissione bilancio ha anche un nome più popolare, «legge mancia», perché in quel modo senatori e deputati assegnano contributi e fondi a enti o amministrazioni che hanno particolarmente a cuore (per circa 200milioni di euro tra Senato e Camera), ovviamente anche a fini elettorali.

Non è questo il caso della Lega e della Scuola Bosina, il cui finanziamento (certo, generoso) non serve alla Lega per accontentare il proprio elettorato ma per sostenere un progetto in cui il Carroccio crede molto. Basta leggere la mission dell'istituto sul sito della Lega Nord: «La Scuola Bosina si propone come obiettivo quello di coniugare l'insegnamento previsto dagli organismi competenti con le esigenze del tessuto sociale locale, di formare futuri cittadini integrati nella realtà storica, culturale, economica e industriale che li circonda, pronti a confrontarsi con altri modelli sociali».

Il metodo educativo padano si incentra sulla «progressiva scoperta del territorio» che avviene fin dalla scuola dell'infanzia, presentando narrazioni popolari, leggende, fiabe e filastrocche strettamente legate alle tradizioni locali e «numerose visite guidate sul territorio, che consentono al bambino di riconoscere da diverse angolature la propria identità». Identità formata anche con lo studio del dialetto locale (tra cui appunto la lingua bosina, cioè il varesino), considerato fonte di cultura e tradizione da salvaguardare. «Abbiamo voluto questa scuola perché era fondamentale insegnare "dal basso" l'attaccamento alle tradizioni e all'identità del territorio» disse Bossi durante una parata di ministri e autorità, da Maroni alla Moratti, in onore dell'istituto padano.

 

La società cooperativa, con sede legale a Varese, ha chiuso il bilancio 2008 con una perdita di 495.796 euro, anche se le iscrizioni non vanno affatto male. Due anni fa, raccontò Panorama, gli alunni erano cresciuti del 25% e per la prima volta la Scuola Bosina era stata costretta a creare le liste di attesa per i suoi studenti. Forse da lì l'esigenza di ampliarsi e ristrutturarsi, grazie agli 800mila euro gentilmente concessi dai senatori. [12-07-2010]

 

come mai brancher ha scelto il coup de théâtre (non richiesto ed anche umiliante) delle dimissioni in Tribunale? - imputato di ricettazione e appropriazione indebita (scalata ad Antonveneta), Brancher ha evitato la prevista testimonianza del suo grande accusatore, Fiorani e quella politicamente imbarazzante del suo ex co-imputato, Calderoli - Il ministro leghista avrebbe incassato 100 dei 200 mila euro che l’allora banchiere avrebbe donato a Brancher nel 2004 il giorno di un comizio a Lodi.....

Antonella Mascali per Il Fatto quotidiano

Non era mai accaduto che un ministro si dimettesse in Tribunale. Ma ieri lo fatto Aldo Brancher. Che invece di lasciare prima l'incarico e poi presentarsi al processo, come vorrebbe il galateo istituzionale, ha scelto il coup de théâtre. Preceduto da una letterina firmata dalla segreteria generale di Palazzo Chigi per salvare la faccia a lui e al governo e dimostrare - anche se non ci crede nessuno - che Berlusconi gli aveva dato un dicastero non per bloccare il processo, come è riuscito allo stesso premier, ma per merito.

 

Con il completo blu da ministro, Brancher, imputato di ricettazione e appropriazione indebita, per un filone dell'inchiesta sulla scalata ad Antonveneta, ha reso dichiarazioni spontanee atteggiandosi a salvatore della Repubblica: "La mia presenza qui oggi (ieri, ndr) è in segno di rispetto per il Tribunale. Sono qui a difendere la mia innocenza".

 

La voce è bassa, quasi sovrastata dai flash dei fotografi e dal trillo di un telefonino. Istanti di pausa, poi ha aggiunto: "Pensavo di dover privilegiare i miei obblighi verso il Paese...". Affinché "finiscano strumentalizzazioni e speculazioni politiche confermo quindi di rinunciare al legittimo impedimento e anticipo in questa sede la mia rinuncia all'incarico ministeriale".

 

Da ministro a fuggitivo. Uscito dall'aula, ha dribblato i giornalisti e ha lasciato il Palazzo di Giustizia da una porta secondaria. Non senza aver ottenuto quanto chiesto dai suoi difensori: il rito abbreviato incondizionato. Unica scappatoia dopo quella fallimentare sulla via del ministero all'Attuazione del federalismo trasformato, dopo l'ira di Bossi ("Per il Federalismo un solo ministro. Io"), alla "Sussidiarietà e decentramento".

 

Con il rito alternativo, Brancher ha salvato in parte se stesso ma soprattutto la Lega e quindi l'asse Bossi-Berlusconi, fondamentale per il Cavaliere, alle prese con Fini il "traditore". Si è tolto dai piedi anche giornalisti e telecamere, perché l'udienza del 28 luglio sarà a porte chiuse. E quel giorno, o al massimo il 29, è prevista la sentenza. In caso di condanna è garantito lo sconto di un terzo della pena.

 

Ed essendo ora un processo "allo stato degli atti", ha evitato la prevista testimonianza del suo grande accusatore, Giampiero Fiorani e quella politicamente imbarazzante del suo ex co-imputato, Roberto Calderoli. Il ministro per la Semplificazione - secondo le dichiarazioni di Fiorani - avrebbe incassato 100 dei 200 mila euro che l'allora banchiere avrebbe donato a Brancher nel 2004 il giorno di un comizio a Lodi.

 

Un pagamento "chiaramente finalizzato a ottenere l'appoggio della Lega alle posizioni di Bankitalia (per fare in modo che Antonio Fazio restasse governatore, ndr) in sede parlamentare". Il ministro leghista ha negato ogni addebito e la sola parola di Fiorani ha portato il pm Fusco a chiedere per lui l'archiviazione, confermata dal gip. Brancher invece non si è mai fatto interrogare.

 

Il Carroccio gli deve molto ma appare ingrato: "Il caso Brancher - ha detto Calderoli nei giorni scorsi - riguarda Brancher. Non ci riguarda". Ieri poi lo stesso Calderoli l'ha bollato come un atto dovuto: "Ha fatto quello che tutti i cittadini vorrebbero dai politici"

L'ex ministro ha legato le sue dimissioni a "speculazioni". Ma in realtà sono state dettate da Berlusconi, in difficoltà per il voto fissato per giovedì prossimo sulla mozione di sfiducia al suo fedelissimo, presentata da Pd e Idv. E che avrebbe potuto spingere i finiani a votarla. Tanto che il segretario del Pd, Bersani ha esclamato: "Li abbiamo messi all'angolo!".

 

Il Cavaliere, in segno di gratitudine per lo scampato pericolo, un minuto dopo l'annuncio in Tribunale, si è fatto sentire: "Ho condiviso con Aldo Brancher la decisione. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese...".

Per corroborare la storiella della nomina a ministro per la causa dell'Italia, Brancher - su un foglio non intestato - ha scritto al segretario generale di Palazzo Chigi, Manlio Strano per chiedergli di "rimodulare il calendario degli impegni governativi e ministeriali che prevedono la mia presenza al fine di partecipare al processo che mi riguarda..."

Accontentato: "Comunico che è stato rimodulato il calendario dei suoi impegni...". Senza però indicare quali, come già successo nel certificato per l'udienza del 26 giugno, quando Brancher ha provato ad appigliarsi al legittimo impedimento al premier e ministri, pur non avendo neppure le deleghe. Gli è andata male. Molto male.

 

 

[06-07-2010]

 

 

 

Caroccio nel caos - calderoli ’uccide il padre’ ("brancher? bossi sapeva tutto") e apre ufficialmente la guerra a maroni per il dopo-bossi - ed è ’il giornale’ di feltrusconi a girare ilo coltello nella piaga: "Si racconta anche di un colloquio privato in cui Bossi ha preso da parte un esponente leghista accusandolo di "essere uno di loro", di stare «con i traditori". Quali traditori

 

Paolo Bracalini per Il Giornale

Ma che succede dentro la Lega? Calderoli che arriva a correggere Bossi, Bossi che torna a tuonare sugli eserciti pronti a calare su Roma e sui ministeri al Nord, i pasticci intorno all'operazione Brancher e alla partita, collegata, dell'Agricoltura, lo scontro tra Lega di governo (con Tremonti) e Lega territoriale (contro Tremonti), il mal di pancia sulla questione quote latte, lo spettro dei poteri forti che vogliono sabotare le riforme del Carroccio.

E poi gli indizi di forti spaccature interne, di regolamenti di conti tra correnti avverse, addirittura di veleni sparsi per convincere il capo di un piano ordito alle sue spalle. Insomma, uno scenario inaudito in un partito che si vuole monoblocco, organizzato attorno al leader, disciplinato militarmente e senza divisioni, tutti come un sol uomo.

 

Nella Lega, da qualche tempo, non è più così, e il caos che sta prendendo piede nel Carroccio, anche se custodito come un segreto inconfessabile, comincia a filtrare all'esterno, con delle spie minime ma chiarissime. Come l'intervista di ieri a Calderoli, in cui il ministro spiegava al Corriere che «Bossi sapeva tutto sulla nomina di Brancher», smentendo quindi la ricostruzione di un Bossi ignara vittima dell'operazione-autogol, fatta accreditare anche dentro il partito.

Qualcosa non sta funzionando, e non soltanto nella comunicazione. Dietro lo scollamento e gli scricchiolii interni, raccontano testimoni addentro alle cose padane, si intravede piuttosto un conflitto, latente da mesi ma ora palese, tra due fronti che si contendono la leadership nel partito e la fiducia di Bossi, che poi è ancora quello che comanda.

 

Sì, ma consigliato da chi? I cartografi del movimento disegnano una mappa che ha due «aree di influenza» ben distinte: da una parte quella dei colonnelli, in primis Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (più operativi nel partito rispetto a Maroni e Castelli), rispettivamente il referente governativo della Lega (anche a livello territoriale, come coordinatore delle segreterie) e quello economico del partito, competente su tutte le questioni che investono le scelte strategiche della Lega nelle fondazioni, nei Cda delle aziende pubbliche e nei gangli vitali del movimento.

Dall'altra, invece, un altro centro di potere interno, che poggia i suoi piedi nella struttura dei due gruppi parlamentari a Roma, con i due capigruppo Marco Reguzzoni e Federico Bricolo, e la «supervisione» di Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e storico braccio destro del leader (e si dice anche di un ruolo della moglie di Bossi...).

 

Spesso però le due componenti vanno per conto loro, creando una situazione di confusione e di stallo nel movimento, abituato ad una gerarchia puramente verticale. L'azione parlamentare, per esempio, chi la decide? I colonnelli o i capigruppo? Perché non succede più come prima, quando l'attività era perfettamente coordinata e poi convalidata dal capo? Chi dà la linea, in assenza di un'indicazione da Bossi?

Tra i parlamentari il disagio cresce. E non solo lì, racconta uno di loro, ma anche sul territorio, che percepisce la confusione di ruoli ai vertici e, per reazione, tende a bloccarsi (fatto salvo l'iperattivismo dei Giovani padani, un corpo abbastanza a sé stante, però).

 

L'apice della tensione si è toccato in questi giorni. Nel partito circola una versione, allarmante ma accreditata, sul caso Brancher. Qualcuno, si dice, ha voluto mettere in cattiva luce Roberto Calderoli, cercando di farlo apparire come il regista dell'operazione alle spalle dello stesso Bossi. Una falsità, perché il Senatùr sapeva tutto, com'è naturale in una decisione di quel tipo e come ha spiegato chiaramente anche il ministro della Semplificazione.

Però - è sempre la versione interna -, il tentativo di affossare i colonnelli storici c'è, anche perché come nel Pdl si ragiona di un dopo-Silvio, anche nella Lega si immagina un dopo-Umberto. Si racconta anche di un colloquio privato in cui Bossi ha preso da parte un esponente leghista accusandolo di «essere uno di loro», di stare «con i traditori». Quali traditori? Parole soltanto riferite, certo, ma che fanno aleggiare un contesto di veleni e sospetti, dentro la Lega Nord, che ha tutta l'aria di una faccenda seria. [29-06-2010]

 

BOSSI FA IL FURBETTO DEL CHIAGNE E FOTTE E CALDEROLI LO SMERDA SUL ’CORRIERE’ - "BOSSI SAPEVA TUTTO, ERA A CONOSCENZA DELLE DELEGHE E LA SERA PRIMA DEL GIURAMENTO FESTEGGIAMMO IO, BOSSI, TREMONTI E BRANCHER ALL’AEROCLUB DI ROMA" - 2- ANCORA: "DA TEMPO SI LAVORAVA A FAR DIVENTARE MINISTRO BRANCHER. PER BOSSI L’OPZIONE PRINCIPALE ERA ALDO ALLE POLITICHE AGRICOLE E GALAN ALLO SVILUPPO ECONOMICO. MA QUESTA IPOTESI NON SI È REALIZZATA PER PROBLEMI DI EQUILIBRI INTERNI AL PDL. A QUEL PUNTO SI È PARLATO DI UN MINISTRO SENZA PORTAFOGLIO" - 3- FELTRI LEGA I FURBETTI DEL CARROCCIO: "BOSSI ABBIA IL CORAGGIO DI PRENDERSI LA RESPONSABILITÀ DI FRONTE AL QUIRINALE, AL GOVERNO E AGLI ELETTORI. PERCHÉ È VERO CHE IL CAVALIERE HA LE SPALLE LARGHE, MA TUTTO HA UN LIMITE. ANCHE L’INDECENZA"

1 - CALDEROLI SPUTTANA BOSSI: "LA SERA PRIMA DEL GIURAMENTO FESTEGGIAMMO INSIEME IO, BOSSI, TREMONTI E BRANCHER ALL'AEROCLUB DI ROMA"
Alessandro Trocino per il Corriere della Sera

 

Roberto Calderoli fa il punto sull'intricato caso Brancher giunto, forse, all'epilogo.
Ministro, forse per evitare guai peggiori, alla fine Brancher ha rinunciato al legittimo impedimento.
«Ha fatto bene, la scelta giusta per evitare certe strumentalizzazioni. Io stesso gliel'ho consigliato».
L'impressione di molti è che sia stato fatto ministro anche per quello.
«Ecco, proprio per smentire questa lettura falsa, ha fatto bene a rinunciare».

 

- Qualcuno dice che lo ha fatto su ordine di Berlusconi: un eventuale conflitto d'attribuzioni avrebbe portato la Corte a far saltare la legge sul legittimo impedimento, lasciando il Cavaliere senza scudo.
«Non so se Berlusconi abbia avuto un ruolo in questa decisione. Credo che abbia riflettuto Brancher stesso. Comunque, per evitare conflitti, avrei preferito che il legittimo impedimento fosse stato fatto subito per via costituzionale e non con soluzioni tampone».

- «Avvenire» invita Brancher a dimettersi.
«Non vedo perché. La richiesta avrebbe avuto un senso fino a quando avesse continuato a usare lo scudo».

 

- Facciamo un passo indietro. Si dice che la nomina a ministro sia stata decisa da lei e Tremonti.
«Ci attribuite un potere che non abbiamo. Sulla nomina erano d'accordo sia Berlusconi sia Bossi».

- Per qualcuno Bossi è stato scavalcato, se non peggio.
«No, da tempo si lavorava a far diventare ministro Brancher. Per Bossi l'opzione principale era Aldo alle Politiche agricole e Galan allo Sviluppo economico. Ma questa ipotesi non si è realizzata per problemi di equilibri interni al Pdl. A quel punto si è parlato di un ministro senza portafoglio».

 

- Insomma, Brancher ministro a tutti i costi?
«Si voleva dare un riconoscimento al suo importante ruolo. Non si sono verificate le condizioni per l'Agricoltura, ma c'erano altri vuoti da riempire».

- E qui comincia il giallo delle deleghe.
«Qualcuno ha commesso un errore».

- Qualcuno chi?
«Non credo in malafede, ma la delega decisa era sul federalismo amministrativo ex articolo 118. Omettendo, per ignoranza, l'ultima parola, è sembrato che parte delle deleghe siano state sottratte a Bossi e non al ministro Fitto».

- Fitto, forse, non è rimasto contento di questi movimenti.
«Quindici giorni fa gli è stata data una delega importante sul piano per il Mezzogiorno, fondi Fas e contributi europei. Anche dopo un confronto con lui, sono state scritte le deleghe».

- Il decreto con le deleghe, però, non è ancora uscito in Gazzetta. Come mai?
«Non chiedetelo a me, spetta a Palazzo Chigi. Comunque passa sempre almeno un mese di regola dopo il giuramento: è successo a me, a Bossi e a molti altri. Non vedo il problema».

- Bossi era a conoscenza delle deleghe?
«Certo che lo sapeva. La sera prima del giuramento abbiamo cenato insieme, presenti anche Tremonti e Brancher, all'Aeroclub di Roma. In quell'occasione abbiamo festeggiato anche il nuovo ministro».

- Qualcuno ricorda che anche lei, prima che la sua posizione fosse archiviata, era indagato nel processo Antonveneta.
«Francamente mi cadono le braccia. Io sono incensurato e da indagato sono andato a farmi interrogare e mi sono fatto fare tutti gli accertamenti personali e patrimoniali».

 

- Brancher fa bene a rinunciare all'impedimento in modo definitivo?
«Sì, io mi sono messo a disposizione e ho trovato persone serie che volevano sapere come sono andate le cose».

- Come valuta il comportamento del Quirinale e la nota sul legittimo impedimento?
«Fermo restando che le parole del presidente non si commentano, ha ragione Bossi: Brancher ha fatto una cosa poco furba. Per questo da parte del Colle c'è stato un legittimo risentimento».

- Il danno d'immagine al Il governo è grande. Ci sono andare le condizioni per avanti?
«Se regge l'asse Berlusconi-Bossi si va avanti due o trecento anni».

- Manca ancora all'appello il ministro allo Sviluppo economico.
«Sì, l'ho sollecitato più volte a Berlusconi. Noi preferivamo Galan, ma ora credo che il miglior ministro possibile sarebbe Berlusconi in persona. Se decide di farlo, però, non dovrebbe farlo pro tempore ma assumersi l'incarico in pieno».

- La Lega è spaccata? Non è un mistero che ci sia un po' di fronda verso di lei, accusato di agire troppo in solitaria.
«La Lega è un partito leninista, come dice Maroni: ma c'è un ampio confronto interno. Tutte le cose importanti non sono mai condivise solo da me e Bossi ma da tante altre persone».

- È partita la lotta di successione?
«Chi parla di queste cose è un cretino. Bossi è la Lega e la Lega è Bossi. E poi il capo ormai è il punto di equilibrio tra maggioranza e opposizione. Quando c'è un problema tanti dicono: andiamo da Bossi che ci pensa lui».

 


2 - CARI LEGHISTI NON FATE I FURBETTI
Alessandro Sallusti
per "Il Giornale" (pubblicato il 26 giugno)

Adesso che il caso Brancher scotta davvero, adesso che anche il Quirinale prende le distanze dal neoministro al Federalismo che ha fatto valere il legittimo impedimento per non andare a farsi processare, adesso che qualcuno rischia di farsi male ecco che scatta il fuggi fuggi, il negare responsabilità, il passare il cerino in mani altre. E dove finisce la fiammella?

Ovviamente tra le dita di Silvio Berlusconi che in quanto presidente del Consiglio ha, come stabilisce la legge, proposto a Napolitano la nomina a ministro del suddetto Brancher. Di fatto le cose stanno proprio così. Ma non sempre i fatti la dicono giusta. In effetti quale motivo aveva il premier di imbarcare un nuovo ministro, per di più con delega al federalismo, per di più con vicende giudiziarie aperte, sapendo di andare incontro a pasticcio certo?

I soliti ben informati hanno la risposta pronta: Brancher è un ex dirigente Fininvest, amico personale del Cavaliere, che come si sa, è uomo generoso e solidale con i compagni di squadra alle prese con qualche guaio, economico o giudiziario che sia. È tutto vero, ma non applicabile a questo caso, perché Berlusconi ha anche un'altra caratteristica: non è fesso, difficile che sia l'ispiratore e realizzatore di una cosa non concordata con tutte le componenti alleate, cotta e mangiata con una fretta sospetta.

 

Ma se la storia fosse diversa da quella che appare, allora chi ha chiesto a Berlusconi e sostenuto al Quirinale la nomina di Brancher? Certamente un amico, ovvio. E di amici influenti al punto da poter ottenere una cosa del genere, il neoministro ne ha nella Lega. A partire da Bossi che oggi prende le distanze irritato, che dice di essere stato imbrogliato ma che nel Consiglio dei ministri che approvò la nomina - raccontano i presenti - si prodigò in parole di elogio per «il Brancher che non possiamo lasciarlo per strada che tiene pure due bambini».

Bossi quindi sapeva e benedì. Non solo. Lo stesso Bossi nelle scorse ore ha proposto di spostare Brancher dall'attuale poltrona a quella dell'Agricoltura (al posto di Galan), cioè di passarlo da ministro senza portafoglio a ministro con portafoglio, cosa che, guarda caso, farebbe decadere l'obiezione di Napolitano sul fatto che il legittimo impedimento vale solo per i secondi.

Ma questo spiega solo l'attaccamento della Lega a Brancher e l'imbarazzo di oggi del leader del Carroccio di fronte alla rabbia del suo popolo che ha mal digerito il pasticcio, non il mistero del mandante. Uno che certamente si è esposto pubblicamente, nelle prime ore del dopo nomina, è stato il ministro leghista Roberto Calderoli che rimase anche invischiato nella stessa vicenda giudiziaria, quella dello scandalo della Banca Popolare Italiana, che ha dato origine al processo per il quale oggi Brancher chiede il legittimo impedimento.

Fu il presidente della banca, Gianpiero Fiorani (che tra l'altro salvò dal crac Credieuronord, istituto di credito della Lega) a sostenere di aver pagato alcuni politici per difendere il posto dell'allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Tra questi fece il nome di Brancher che avrebbe riscosso anche per conto di Calderoli. Il primo fu rimandato a giudizio, il secondo completamente scagionato.

Ma lasciamo la vicenda giudiziaria nelle sue sedi, anche se è evidente chi potrebbe avere paura di un processo a Brancher. E certo non è Silvio Berlusconi. Il fatto è che la Lega non può far finta di non saperne nulla, non sta in piedi a rigor di logica, non ha senso politicamente.

Di più. Evidentemente qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto, forse preteso dal premier, la nomina di Brancher a ministro. Ed è stato accontentato. Questo qualcuno oggi abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori. Perché è vero che il Cavaliere ha le spalle larghe, ma tutto ha un limite. Anche l'indecenza.

3 - BRANCHER: ‘L'ITALIA PERDE I MONDIALI E LA GENTE SE LA PRENDE CON ME'
Da La Stampa

"Si lamenta della ‘cattiveria e dell'odio a tutti i livelli', che non si aspettava: ‘Nella vita ne ho passate di tutti i colori, ma fino a questo punto...'. E si spinge a una fantasiosa interpretazione degli attacchi contro di lui: ‘L'Italia perde i Mondiali e la gente se la prende con me'. Il giorno dopo la marcia indietro, dopo aver annunciato la rinuncia al legittimo impedimento e la disponibilità a presentarsi dai magistrati il 5 luglio, il neoministro del Decentramento, Aldo Brancher controbatte alle critiche di questi giorni. Arrivate anche dal Pdl e dalla Lega (anche se il ministro dichiara ‘non penso mi abbia abbandonato, non penso proprio'), e ieri persino dal quotidiano dei vescovi, ‘Avvenire', che ha scritto di ‘capolavoro di autolesionismo'. 28-06-2010]

 

 

LA LEGA E L’ACQUA SANTA! - QUANDO SI PARLA DI SOLDI E POTERE BANCARIO NON C’È RITO CELTICO O CACCIA AL CLANDESTINO CHE TENGA: LA CHIESA E I LUMBARD STRETTI IN UN PATTO D’ACCIAIO PER SPARTIRSI LE BANCHE DEL NORD - GLI INCIUCI TRA LEGA, OPUS DEI E COMUNIONE E FATTURAZIONE, SOTTO LA REGIA DI GIULIETTO TREMONTI E DELL’OPEROSO CARDINAL BERTONE - IL RUOLO DELL’OPUSIAN-CONSERVATORE ETTORE GOTTI TEDESCHI, PRESIDENTE DELLO IOR E CONSIGLIERE NELLA TREMONTIANA CASSA DEPOSITI E PRESTITI - ECCO SPIEGATA LA SPARATA ANTI PILLOLA DEI NEO GOVERNATORI ZAIA E COTA…

 

Marco Alfieri per "Il Sole 24 Ore"

Ieri mattina nella sua città all'assemblea della Cattolica di assicurazioni, poi via di corsa nella Novara di Roberto Cota per quella del Banco Popolare diviso tra la testa scaligera e le propaggini lodigiane e piemontesi. Durante il trasbordo in elicottero, il sindaco di Verona Flavio Tosi avrà certamente guardato in basso città e province ricche e ambiziose diventate quasi tutte verdi al voto di fine marzo, ripassandosi il film incandescente di questi giorni: le mire di Bossi sulla galassia del nord, i colpi di coda sul "bancone" UniCredit e le faide sabaude dentro Intesa Sanpaolo.

 

Sempre e solo Padania, un territori o che brucia più storia di quanta ne produca. «Al nord gli equilibri stanno cambiando, anche il potere bancario tende a riallinearsi», spiega un importante banchiere. Ë soprattutto la finanza post De in manovra. L'obiettivo è riempire i vuoti nell'erogazione del credito dopo la stagione delle fusioni, che ha finito per penalizzare quel tessuto di pmi diffuse morse dalla crisi. Ma la spinta a occupare i nuovi spazi contempla ovviamente uno sguardo alla politica: in rapporto dialettico, non di rado cripto padano, con l'asse Tremonti-Lega uscito fortissimo dalle Regionali e in ottimi rapporti con il Vaticano di Tarcisio Bertone.

 

Guardare questi sommovimenti da Verona può essere utile perché la città veneta incarna perfettamente lo spirito dei tempi in cui scampoli della ex galassia bianca tornano a raccordarsi nei giorni del leghismo egemone: da un lato il post conciliare Giovanni Bazoli, dall'altro l'opusian-conservatore Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior e consigliere nella tremontiana Cassa depositi e Prestiti. A fare da cerniera, il presidente della fondazione Cariplo e dell'Acri, Giuseppe Guzzetti, fresco della pax bancaria con il Tesoro.

Il takeover ecclesiastico in fondo nasce proprio in riva all'Adige, primavera 2007, quando il crociato leghista Tosi stravince le elezioni attaccando la Curia e il suo buonismo verso i rom in nome di un cattolicesimo più identitario. Un'elezione che produce una ricaduta nello stop al progetto di cittadella finanziaria, sponsorizzato dai poteri forti cittadini insieme al sindaco uscente, il cattolico "adulto" Paolo Zanotto (Pd): Paolo Biasi, l'imprenditore/banchiere presidente della fondazione Cariverona grande azionista UniCredit oggi al centro degli appetiti leghisti, Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare e l'allora a.d. della Cattolica, Ezio Paolo Reggia (presidente era il notaio Camadini).

 

Fratta Pasini, ad esempio, è stato il cerimoniere del Convegno nazionale Cei dell'ottobre 2oo6. E amico personale del cardinal Scola, il patriarca di Venezia figura di riferimento per Cl, e il suo Banco gestisce i fondi dell'otto per mille.

Ad agosto lo si è visto al meeting di Rimini mentre la cavalcata dell'allora PopVerona comincia proprio con il cattolico conservatore Fazio a palazzo Koch e con l'acquisto del Banco di San Geminiano e San Prospero (grazie all'accordo con la Bi.Invest controllata all'epoca dalla Meta di Giuseppe Garofano), la fusione con la Novara, la presa del CreBerg, e poi della Lodi nell'era post Fazio e Fiorani. Ma di area Opus sono stati alti vertici della banca: da Federico Pepe a Giuseppe de Lucia (attuale segretario generale di Assopopolari). Fratta deve muoversi in equilibrio in mezzo a questi mondi.

Anche Paolo Biasi, che guida dal '93 la fondazione scaligera, ha ottime entrature in Vaticano, sempre sponda Opus Dei, a cui è vicino il fratello, già nel board di Deutsche Bank Italia. Il contenzioso prosegue da mesi: «troppo autoreferenziale il salotto veronese», è l'accusa leghista. Ma al netto del monito bossiano, non è affatto certo che il Carroccio ad ottobre lo sfratti, quando si andrà al rinnovo del Consiglio. Con il sindaco Tosi Biasi sta scendendo a patti.

 

I due collaborano sulla gestione dei rom e la valorizzazione immobiliare cittadina. «Le Fondazioni devono tornare sotto il controllo del territorio e i sindaci determinanti negli orientamenti delle erogazioni», è il Tosi pensiero. Per il resto, si vedrà.

Cooperazione/competizione, dunque. Con l'Opus dominante e insieme una virata del sistema verso Cl. L'accordo siglato dal Banco Popolare con la Compagnia delle Opere per concedere finanziamenti agevolati alle cooperative associate va in questo senso. Compagnia guidata a Nord-Est da quel Graziano Debellini a sorpresa grande elettore del neo doge Luca Zaia. «Ë una specie di tandem che supera i tempi in cui l'Opus snobbava Cl (e a sua volta Cl la Lega)», nota una fonte cittadina.

 

Oggi vanno a braccetto su una serie di partite: housing sociale, residenze universitarie, formazione. Lega e Cl portano voti e imprese, l'Opus la finanza e le banche. Nasce proprio da queste suggestioni l'ipotesi di una fusione «bianca» tra Ubi e Banco popolare: uscirebbe fuori un nuovo colosso nelle terre del forzaleghismo, tra Pedemontana e Corridoio 5. Un risiko che somiglia da vicino all'idea lanciata dal presidente di Bpm, Massimo Ponzellini, e ripresa subito, guarda caso, da Giancarlo Giorgetti? 26-04-2010]

 

 

"VI SVELO I SEGRETI DI BOSSI AI TEMPI DI MANI PULITE" - PARLA PATELLI, BRACCIO DESTRO DEL SENATUR. POI FU PRESO CON UNA BUSTARELLA DA 200 MILIONI E PER TUTTI DIVENNE IL “PIRLA” - "LA SETTIMANA PRIMA DELL’ARRESTO DI MARIO CHIESA SO PER CERTO CHE DI PIETRO HA DUE INCONTRI ECCELLENTIA: COSSIGA, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, E ANDREOTTI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. UN MODO, SECONDO ME, PER OTTENERE L’OK E PARTIRE CON L’OBIETTIVO DI FAR FUORI IL PSI E I PARTITI..."

Alessandro Dell'Orto per "Libero"

 

«Piacere e scusi se ho spostato il giorno dell'appuntamento, ma ieri avevo un esame all'Università».

Da quando Alessandro Patelli insegna?

«No, frequento come studente. Sono iscritto da tre anni a Scienze Politiche».

Quanti esami le mancano?

«Tre: psicologia sociale e due di lingua. Conto di finire entro dicembre, poi vorrei fare la specialistica. Ho la media del 24 e un 30 e lode in Sociologia della criminalità organizzata, con Nando Dalla Chiesa».

Patelli, perdoni la domanda un po' sfacciata. A 59 anni fa lo studente universitario, complimenti. Ma di cosa vive?

 

«Ho un vitalizio della Regione che mi permette di condurre una vita dignitosa. Abito a Milano e in questi anni ho fatto anche qualche consulenza. Poi, per un periodo, ho effettuato lavoretti per il pensionato universitario, cose umili. Tipo alzarsi alle 4.30, due volte la settimana, per portare in strada la spazzatura della Bocconi. Non mi vergogno a raccontarlo».

E con la politica non fa più nulla?

«Ad ogni tornata elettorale qualcuno mi chiama. Ultimamente ho aiutato la Dc».

E la Lega?

«Ora sono indipendente, ma il cuore è leghista, impossibile dimenticare i primi anni, le scelte, i sacrifici».

Le piace la Lega di oggi?

«Non credo che la nuova classe politica sia più preparata di quella dei miei tempi. I vari Cota, Zaia, Stucchi, semplicemente, dicono alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. Non c'è dietro un vero progetto politico».

 

Roberto Calderoli è Ministro per la Semplificazione Normativa. Tante uscite folkloristiche, ma anche buoni risultati.

«Non mi piace. È una macchietta. Dice di aver soppresso 29mila leggi. Ma quali sono? Ce le spieghi. Non condivido il suo comportamento e sa che feci quando un suo parente, nel '94, mi disse indicandolo: "Eccolo, è nato il sostituto di Bossi!"?».

Che fece?

«Gli risi in faccia».

 Rapporti difficili?

«Mai avuto l'ambizione di essergli amico. Lui invece ambiva a essermi nemico».

 

E Umberto Bossi? L'ha più visto?

«Due anni fa, al funerale di Gnutti. Ci siamo stretti la mano, ma non mi ha detto nulla, né bravo, né pirla. Ho il dubbio che non mi abbia riconosciuto».

Vi siete mai sentiti?

«L'ho cercato per telefono, ma non credo gli sia giunta notizia: c'è una cerchia di persone che filtra ogni contatto... Mi piacerebbe incontrarlo, il nostro rapporto non è mai stato conflittuale. Non sono andato via dalla Lega per causa sua».

Le piace il Bossi di oggi?

«La Lega attualmente è lui».

 E il futuro è il figlio Renzo detto la "trota"?

«No, temo che lui non troverà mai una collocazione adeguata, il confronto con il padre è troppo pesante. E pensare che Bossi ripeteva sempre che solo uno, in famiglia, deve far politica...».

 

Alessandro Patelli, invece, ha figli?

«Chiara ha 34 anni, Paola ne ha 30. Federica, avuta dall'attuale compagna, ne ha 15. Mai parlato di politica con loro. Non so nemmeno cosa votano».

E lei per chi ha votato tre settimane fa? Perché sorride?

«Non provi a fregarmi, non lo dico».

E allora per chi non ha votato?

«Non ho votato per la Lega, se è questo che vuole sapere. Questione di candidati».

In che rapporto è con i Lumbard?

«La situazione non è chiara, loro non hanno mai voluto chiarirla. Forse qualcuno ha timore che possa riavvicinarmi».

Le piacerebbe?

«Me lo chiedesse Bossi, tornerei non domani, ma ieri. Ma non tutti sarebbero felici. Ne ho avuto la prova a Pontida...».

 

Quando?

«Dieci anni fa Bossi organizza la "Festa di riappacificazione". Dopo 50 metri vengo fermato da tre gruppi di militanti e poi arrivano le camicie verdi. Che mi minacciano: "Vai, altrimenti son botte". E quelli della Digos fanno finta di niente».

Facciamo un ulteriore salto all'indietro nel tempo. Al piccolo Alessandro Patelli.

«Nasco a Cologno al Serio, provincia di Bergamo, il 21 aprile 1950».

Auguri, tra 3 giorni sono 60! Il piccolo Patelli che bambino è?

«Uno spilungone in calzoni corti che fa il boy scout».

 

Scuole?

«Quelle dell'obbligo e poi divento apprendista idraulico».

Perché nelle sue biografie si legge che ha il diploma di perito?

«Lo prenderò a inizio Anni '80, alle serali».

Quando il contatto con la politica?

«Nel 1985, tramite amici, vengo ingaggiato come indipendente nel Psi di Zanica. Nel frattempo ho un incarico nell'Assl. Dopo due anni esco dal gruppo, sono i periodi della prima Lega e mi ritrovo nel giro. Tanto che sarò presente allo studio Anselmo di Bergamo quando viene firmato lo statuto dell'Alleanza Nord».

 

Sono anni duri?

«Siamo visti come razzisti. Io sono artigiano, idraulico in proprio e quando divento leghista perdo il 50 per cento dei clienti».

Bossi come lo conosce?

«Appuntamento a Bergamo, 1988. Siamo io, Antonio e Gisberto Magri: per entrare in Lega serve il suo benestare. Passa un'ora e non arriva. Due ore, niente. Dopo tre ore - un ritardo classico per lui - si presenta e si cena. E c'è subito feeling».

E Patelli diventa il "maggiordomo".

«Sono segretario amministrativo dal 1989 al 1992, e organizzativo fino al '94. Giorno e notte con Bossi, viviamo in simbiosi, di lui so tutto, vita morte e miracoli».

Allora puntiamo alto. Ci sveli qualcosa che non ha mai raccontato.

 

«Nel 1991 Bossi ha il primo infarto, lo ricoverano a Varese e io ricevo una strana telefonata da due personaggi di primo piano della Lega Nord...».

Nomi, grazie.

«No, ma non è difficile intuire: uno è tuttora nella Lega, l'altro è andato via».

La chiamano e...?

«Cercano di convincermi, dicono che devo far dimettere Bossi, far decretare la sua incapacità di intendere e di volere. Così poi si può convocare il consiglio federale e prendere atto che le funzioni del segretario vengano assunte dal presidente federale in carica».

 

E chi è?

«Franco Rocchetta».

 Un piano perfetto per far fuori il Senatur!

«Io rispondo che finché Bossi avrà un filo di voce, non farò mai nulla del genere».

Bossi, poi, ha meditato vendetta?

«Non ha mai saputo nulla, lo scoprirà per la prima volta ora leggendo questa intervista: il mio ruolo richiedeva anche la capacità di moderare tra il movimento e lui. Ma non si stupisca, sa quante volte hanno cercato di boicottarlo?».

Patelli, mettiamo da parte il Bossi politico. E proviamo a descrivere il Bossi uomo.

«Nel rapporto a due era di un'umanità incredibile. Con uno sguardo capiva se avevi un problema, se eri preoccupato, se stavi bene o male. E ne parlava. Se solo si aggiungeva una terza persona, si trasformava diventando quasi disumano. Faceva di tutto per sminuire gli altri, sentiva la necessità di prevalere. D'altronde in quegli anni il movimento aveva bisogno di un dittatore. Ora non più».

Lei, oltre a essere il"maggiordomo", è anche responsabile amministrativo e organizzativo. Fa da punto di riferimento della Festa di Pontida, per esempio.

 

«Quando decidiamo di organizzare la prima manifestazione c'è da trovare un campo adatto. Giro per Pontida, parlo con i contadini finché trovo l'area giusta. Che poi, nel tempo, verrà comprata».

Perché quel sorriso?

«Qualcuno ha rivenduto il terreno alla gente, metro quadrato alla volta. Ma la vicenda è poco chiara, dove sono i soldi?».

Lei nel '92 organizza anche una spettacolare spedizione a Roma...

«Vengono eletti 80 nostri parlamentari. Il problema è che solo due di loro sono già stati a Roma, mentre gli altri non sanno nemmeno dove sia la Camera e dove sia il Senato. Allora mi invento un perfetto viaggio di comitiva. Tutti a Linate in autobus e all'atterraggio a Fiumicino si va in centro a Roma rigorosamente con i mezzi pubblici per risparmiare. E lì, a gruppi, accompagno chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama».

Tra i suoi incarichi, anche amministratore della Cooperativa Editoriale Nord.

«In due giorni compriamo Radio Varese. Poi, nel '93, per tre mesi siamo a un passo dal prendere Telemontecarlo».

Urca. Cioè?

«Otteniamo da Mediobanca, a firma di Cuccia, un'opzione per subentrare. Che poi, però, decade senza che riusciamo a concludere».

Parliamo di carta stampata. Quando nasce l'idea della Padania?

«Nel '95 studio l'ipotesi quotidiano. La testata originale non è "Padania", ma "Voce del Nord". Non voglio un giornale di partito, ma di area, stile "Indipendente", per arrivare a chi ancora non è leghista. A far la differenza però è la questione economica: con un giornale di partito ci sono più finanziamenti e così nasce "La Padania"».

Patelli, più raccontiamo più si capisce che in quegli anni lei ha pieni poteri ...

 

«Ho le deleghe in bianco, fogli firmati da Bossi che è l'unico ad avere accesso ai conti: posso comprare, assumere e vendere quello che voglio. Per assurdo, potrei anche far sparire i soldi della Lega».

A renderla tristemente famoso, invece, sono soldi incassati e non spariti. I famosi 200 milioni. Da dove iniziamo, Patelli?

«Dal '91, quando provo a organizzare una serie di attività e associazioni alternative che permettano di accedere ai finanziamenti e poi distribuirli sul territorio: mi riferisco alll'Aclis (Associazione culturale leghe italiane sportive), al Cicos (l'organismo che doveva procacciare affari all' estero per i grandi gruppi). Vado in Croazia e a Mosca dove firmo due accordi. Il trucco è che poi i proventi e le consulenze ottenute da queste attività possono essere girate legalmente al partito».

 Tra i grandi gruppi, c'è anche Enimont. Quando il primo incontro?

«Nel '91, con Marcello Portesi. Loro vogliono conoscere il pianeta Lega. Spiego quello che facciamo, programmi e attività. Mi chiedono un progetto scritto e dopo due mesi mi ripresento: possono darci sostegno per Aclis, Cicos e Publinord».

Quante volte vi incontrate in tutto?

«Quattro e l'ultima volta ci sono anche Bossi e per la prima volta Sama. Ma non si parla mai di soldi e cifre. E non chiediamo nessun finanziamento illecito. Anche perché non abbiamo bisogno di denaro in quel momento. Sa perché?».

Lo spieghi lei.

«C'è la campagna elettorale e facciamo due conti. Servirà più o meno un miliardo. I finanziamenti statali sono di 160 milioni. Non bastano. Allora vado dal direttore della Bnl di Varese per il prestito di un miliardo. Mi guarda: "Garanzie?". "Sono proprietario di un immobile che vale 1 miliardo e 800 milioni, una cascina a Zanica". Resta sorpreso, mi credeva uno sprovveduto. Si fida e così abbiamo i soldi, senza bisogno di chiedere delibere alla Lega o firme a Bossi».

Torniamo ai 200 milioni. In piena campagna elettorale lei riceve una telefonata da Portesi. Appuntamento a Roma, bar Doney in via Veneto.

«Non so nemmeno dove sia. Il tassista mi porta all'albergo vicino, non al bar. Alla reception chiedo di Portesi. Non risulta. Esco e lo trovo fuori, non dice nulla e mi dà un pacchetto».

Scusi, lei riceve un pacco e che pensa?

«Che sia un anticipo per la consulenza. Poca roba».

Bossi sapeva?

«Non posso rispondere».

Lei ha in mano il pacchetto e che fa?

«Vado nel panico, mai visti tanti soldi insieme. Sull'aereo, poi, realizzo che sono fregato perché ho in mano denaro che scotta ed è impossibile da gestire e da sistemare. Non posso dichiararlo senza sapere per quale attività mi è stato dato. Arrivato a Milano, decido di nascondere questi 200 milioni in sede, che per assurdo è il posto più sicuro».

Dopo qualche giorno, però, quei soldi le vengono rubati.

«La correggo. Mi vengono distratti. La differenza è sottile, ma importante».

Dal dizionario Zingarelli. Distrarre: "sottrarre e utilizzare qualcosa per scopi diversi dal previsto".

«Appunto».

In quanti sapevate di quella somma?

«In due».

Lei e Bossi?

«Non glielo posso dire. Lo deduca lei».

Come scoprite il furto?

«Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere...».

Al processo lei dichiara che sono spariti 150 milioni. Scusi, e gli altri 50?

«Vengono utilizzati per il partito. Con regolari fatture».

Ai carabinieri però denuncia il furto di soli 15 milioni.

«Come avrei potuto giustificare così tanti soldi non registrati?».

Patelli, ma in quegli anni come funziona il finanziamento ai partiti? È così necessario cercare sostegno altrove?

«Inevitabile, impossibile farne a meno. Anche la Lega in quel momento è costretta a far fronte ad aiuti, non può viverne senza. Non c'è partito che non va avanti se non in questo modo. Non si è mai chiesto perché Bossi mi sostituisce da responsabile amministrativo solo ad agosto, e non subito dopo il fattaccio dei 200 milioni?».

Perché?

«Nel frattempo la Lega ha 80 parlamentari, che portano entrate. E non c'è più bisogno di chiedere il sostegno ad altri al di fuori del gruppo...».

C'è un grande giro di soldi intorno a voi?

«La Lega fa gola. In quegli anni potrei diventare ricchissimo, se lo volessi. C'è gente disposta a pagare 2 o 3 miliardi per farsi candidare con noi. E io riceverei il 20 per cento. Ma, d'accordo con Bossi, rifiutiamo sempre. E poi, se solo raccontassi dei cambi di governo fino al ‘94...».

Non si dicono le cose a metà. Forza.

«C'era sempre chi veniva a perorare la propria causa per avere ministeri anche non della Lega. Gente che poi ha fatto il primo ministro per altri partiti...».

Tipo Prodi?

«Nessun nome».

 Nel frattempo, il 17 febbraio 1992, scatta Mani Pulite.

«Guardi, c'è un aspetto che va preso in considerazione. La settimana prima dell'arresto di Chiesa so per certo che Di Pietro ha due incontri eccellenti».

Scusi, come lo sa. C'era?

«No, ma in quel momento siamo informati: intellettuali e Vip di ogni settore ci vedono con interesse e ci aggiornano».

E con chi si incontrerebbe Di Pietro?

«Lo chieda a lui. A me risulta Cossiga, presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del consiglio. Un modo, secondo me, per ottenere l'ok e partire con l'obiettivo di far fuori il Psi e i partiti. E...».

...e?

«Da chi crede abbia ricevuto i documenti Di Pietro? Pensa che li abbia trovati da solo? In quel periodo andò negli Usa, facile immaginare che i servizi segreti...».

Patelli, restiamo a Mani Pulite. Che ne pensa a distanza di quasi 20 anni?

«Non ha cambiato niente. Ha distrutto il sistema per non crearne un altro. Il vecchio sistema prendeva i soldi e li riciclava. Ora i soldi se li tengono per sé».

Lei viene arrestato il 7 dicembre '93, un anno e mezzo dopo aver preso i 200 milioni.

«Mesi infernali. Pian piano vengono arrestati tutti i responsabili amministrativi degli altri partiti, manco solo io.Non dormo di notte, sto malissimo».

Finché...

«Una mattina sto andando a pranzo a Tavernola, provincia di Bergamo. Mi telefonano, dicono che devo presentarmi in Questura e penso che ci siano problemi perché sto organizzando il congresso nazionale di Assago. Giro la macchina e faccio l'autostrada a 180 all'ora. Senza sapere che invece corro verso la galera».

Già, raccontiamo.

«Sto dentro per un giorno e mezzo. Sono tranquillo, perché quel momento nella mia testa l'ho già immaginato e vissuto mille volte. Lo psicologo si preoccupa, mi incontra tre volte: "La vedo troppo calmo. Non è che combina qualcosa?"».

A San Vittore come la accolgono?

«Vengo mandato per 4 ore in isolamento nei sotterranei. Poi mi fanno salire in cella e ricevo il dono degli altri carcerati».

In che senso? Insulti?

«No, un benvenuto vero! Chi mi regala un pane, chi una Simmenthal. Io penso al peggio, cerco di capire come potrò fare a lavorare perché sono convinto che starò recluso tanto, tantissimo».

Invece esce subito. Arresti domiciliari.

«Di Pietro mi viene a interrogare in carcere. Appena mi vede, si lascia scappare: "Questo qui non può aver tenuto i soldi per sé, non ha il maglione di cachemire". Poi cerca di farmi dire che Bossi sapeva tutto, prova a farmi scaricare le colpe sul Senatur. Ma non riesce nell'intento».

E perché la manda a casa?

«Gli racconto tutto come sto raccontando a lei. É soddisfatto».

Patelli, secondo lei Di Pietro come viene a sapere di quel denaro?

«Una soffiata di qualcuno in area Lega. La sua domanda a Sama, durante il processo, è diretta, di uno che già sa tutto».

Scusi, ma dei 200 milioni non sapevate solo lei e Bossi?

«Sì, ma Bossi era un po' chiacchierone. Alle cene con gli imprenditori, a fine serata, faceva il giro con il cappello per portare a casa soldi. E a volte si lasciava scappare qualche parola di troppo».

C'è qualcosa che lei, ancora, non ha capito di quella vicenda?

«Mi piacerebbe incontrare Cusani e fargli qualche domanda. Perché mi ha fatto dare quei soldi? Nessuno li aveva richiesti. Li dava a tutti ed era un modo per fregarci? Oppure qualcuno ci voleva ricattare?».

Torniamo all'arresto. Caos. Lega sotto accusa. E Bossi la soprannomina il "pirla".

«No, errore. Al congresso di Assago racconto tutto e sono io a darmi del pirla! L'idea, però, la rubo a Feltri, che il giorno prima, nell'editoriale sull'Indipendente, mi definisce così. Intendendolo alla bergamasca, però, cioè sempliciotto».

Patelli il pirla. Ma non c'era proprio modo di evitare il coinvolgimento della Lega?

«L'errore è stato non provare a staccarsi dal processo Enimont. Sarebbe bastato farmi eleggere al parlamento europeo. Poi, nell'anno e mezzo passato tra la mazzetta e il mio arresto, sarebbe bastato inserire quei soldi sul bilancio: voci vuote ce ne erano. Invece...».

Lei viene condannato a 8 mesi. Nel frattempo, però, continua a lavorare. Sempre con un ruolo importante.

«Nel '94 partecipo agli incontri tra Bossi e Berlusconi per la famosa alleanza».

Un aneddoto su Berlusconi?

«La domenica arrivo ad Arcore e mi accoglie il Cavaliere in giardino, in tenuta sportiva. Lo provoco: "Ma come, alla sua età si mette ancora a correre?". Silvio mi guarda con sfida: "Cribbio, ma lei sa che io faccio i 100 metri in 12 secondi?". Rido. Lui si gira e parte: giro del giardino di scatto come dimostrazione. Sa perché in quel momento è stato al gioco con uno come me?».

Perché?

«Noi della Lega piacevamo e lui aveva il contatto con la gente, percepiva ciò che le persone comuni e gli imprenditori volevano in quel momento. Ora non è più così. Adesso siamo in una sorta di dittatura democratica, con Berlusconi da una parte e il "Roberspierre Di Pietro" dall'altra».

Un aneddoto di Bossi?

«Il giovedì prima della presentazione delle liste siamo al tavolo io e lui, a un passo dall'accordo con Berlusconi. Ad un certo punto ci comunicano l'ennesima sostituzione tra i loro candidati e Bossi si arrabbia. E decide di far saltare tutto. Poi ci ripensa. Non avesse cambiato idea, chissà, la storia politica italiana sarebbe completamente diversa».

Nel '96 i rapporti con la Lega si incrinano.

«Mi fanno pagare il fatto che sono stato per anni l'uomo di Bossi. Mi sospendono per 6 mesi per una banalità e poi mi complicano la vita, impedendomi di utilizzare qualsiasi strumento del partito. Scrivo a Bossi: "Se le cose non cambiano, esco dal gruppo". Bossi mette la pratica nelle mani di Calderoli e non ho alcuna risposta. Come dire: non c'è la volontà di fare qualcosa».

E così lei esce dalla Lega. Dalla politica dei riflettori. Dalle cronache. A fine Anni '90, però, il suo nome riappare.

«Purtroppo. Una brutta vicenda e secondo me c'entra il mio passato politico».

In che senso?

«Non fossi stato il Patelli della Lega, non si sarebbero accaniti così».

Le va di raccontare?

«Faccio il volontario a Voghera, in una comunità di accoglienza giovanile. Tra gli ospiti c'è una ragazzina cinese di 17 anni, trovata a Linate senza passaporto, probabilmente destinata al mercato americano della prostituzione. Io e la mia compagna la aiutiamo e poi otteniamo l'affido, la mandiamo a scuola, la ospitiamo per sei mesi. Finché un giorno,dopo una banale discussione, lei va dall'assistente sociale e mi accusa di molestie sessuali».

Perché?

«Lo scopriremo poi, traducendo il suo diario cinese: i genitori al telefono tentavano di convincerla a scappare e tornare in Cina, portando soldi».

Viene denunciato?

«No, ma il pm Pietro Forno apre lo stesso un'inchiesta».

Come finisce?

«La ragazza, prima di fuggire in Oriente, confessa al Tribunale che si era inventata tutto, ma vengo comunque rinviato a giudizio. Poi assolto in tutti i gradi. Però...».

Però?

«L'accusa di molestie ai minori è la più infamante per un uomo. Le confesso che se non avessi avuto l'esperienza di Tangentopoli, che in qualche modo mi ha formato, mi sarei buttato da un viadotto. L'avrei fatta finita, suicida per vergogna».

Patelli, ultime domande veloci. 1) Il politico più bravo?

«Bossi perché è un animale politico. Craxi per coerenza: ha avuto il coraggio di dire cose che tutti sapevano e facevano, ma non avevano il coraggio di ammettere».

2) Un politico sottovalutato e uno sopravvalutato.

«Leoni e Di Pietro».

 3) Il più simpatico e il più antipatico.

«Grillo e D'Alema».

 4) Nella politica c'è più sesso o droga?

«Sesso. Di droga non ne ho mai vista».

 Ultima. Se uno oggi le dà del pirla che fa?

«Sorrido. Ormai ci sono abituato. Basta che sia un pirla alla bergamasca, cioè sempliciotto». Online e 16.000 sportelli per operare.

 

[19-04-2010]

 

 

#1- NICOLETTI CHE REALIZZò IL SOGNO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA: PRENDERSI ROMA - #2- "NEGLI ANNI '80 ERO IL PIÙ IMPORTANTE. I CALTAGIRONE? MA NON LI GUARDAVO NEMMENO" - #3- "TUTTI ERANO A MIA DISPOSIZIONE, PERCHÉ ERO IL PIÙ LIQUIDO. QUANDO A REBIBBIA HO CONOSCIUTO RENATINO DE PEDIS LUI SI È MESSO A DISPOSIZIONE. MI FACEVA IL CAFFÈ, MI LAVAVA I CALZINI: MI ASCOLTAVA COME SE FOSSI UN ORACOLO” - #4- "ANDREOTTI? IO SONO STATO LA SUA SALVEZZA. HANNO FATTO DI TUTTO PER CONVINCERMI AD ACCUSARLO, A DIRE COSE FALSE. QUANDO STAVA A PALAZZO CHIGI MI AVEVA DATO LIBERO ACCESSO: ENTRAVO DA DIETRO E L'ASPETTAVO IN UFFICIO" - #5- "MORO? SE M'AVESSERO CHIESTO AVREI TIRATO FUORI QUALUNQUE SOMMA PER LIBERARLO. QUANDO M'HANNO DOMANDATO AIUTO PER IL RISCATTO DI CIRILLO (IL PRESIDENTE DC CAMPANIA RAPITO DALLE BR) MI SONO MESSO SUBITO A DISPOSIZIONE" - #6 - "SONO STATO RICEVUTO IN UDIENZA PIÙ VOLTE DA WOJTYLA , HA CRESIMATO MIA FIGLIA" - #7- "UN UOMO D'ONORE IN CASA COME HA FATTO BERLUSCONI CON IL BOSS MANGANO? "E CHE SO SCEMO! POI TE SE MAGNANO: VOGLIONO COMANDARE LORO”

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Colloquio con Enrico Nicoletti
Gianluca di Feo e Gianni Perrelli per "l'Espresso"

BANDA DELLA MAGLIANA

Andreotti? "Sa che io sono stato la sua salvezza. Hanno fatto di tutto per convincermi ad accusarlo, a dire cose false contro di lui. E so che mi vuole bene. Lui era amico già di mio padre e quando stava a Palazzo Chigi mi aveva dato libero accesso: entravo da dietro e l'aspettavo in ufficio. Quando nel 1991 diventò senatore a vita però scelsi di schierarmi con Vittorio Sbardella, un vero amico, e lui non me lo perdonò. Mandava Franco Evangelisti a pregarmi: "Devi stare con noi, non ci mollare. Giulio non lo merita: sei nel suo cuore". Mica je credevo. Io Andreotti lo conosco: ride ma non sorride, non dà il cuore a nessuno, manco alla moglie".

Enrico Nicoletti racconta un altro film. Non 'Romanzo Criminale', dove la figura del 'Secco' che ricicla miliardi è ricalcata sulle sue vicende giudiziarie, ma un nuovo capitolo de 'Il Divo' di Paolo Sorrentino. L'epopea di un palazzinaro venuto dal Frusinate, "che trovava sempre aperte tutte le porte della Dc e di qualunque politico: socialisti, comunisti. Perché sapevano che non li deludevo...".

Un costruttore che si prende Roma: "Negli anni '80 ero il più importante. I Caltagirone? Non li guardavo nemmeno. Ho costruito milioni di metri cubi, ho fatto girare migliaia di miliardi di lire, ho pagato tasse a palate. Altro che nullatenente! Ho tirato su due università, ero il numero uno".

Prendersi Roma, il sogno della Banda della Magliana. Lui c'era riuscito, prima di loro. Aveva mucchi di case, fiumi di soldi e 400 auto nella sua concessionaria: il triangolo magico che nella Capitale garantisce il successo. A 74 anni, sempre libero nonostante due condanne definitive, nel salotto della sua casa parla come un sovrano in esilio.

In vestaglia, con la metà destra del corpo semiparalizzata, ricorda quando era il re degli affari capitolini. La sua versione, ripetuta in tutte le aule e che non lo ha salvato dalle sentenze: "Io non sono mai stato il cassiere della banda della Magliana. Nelle condanne non c'è scritto e adesso persino il procuratore generale se l'è rimangiato. Non avevo bisogno di loro. Quando a Rebibbia ho conosciuto Renatino De Pedis lui si è messo a disposizione".

"Mi faceva il caffè, mi lavava i calzini: mi ascoltava come se fossi un oracolo. Ma tutti a Roma erano a mia disposizione, perché ero il più liquido: solo sul conto di mio figlio hanno sequestrato 69 miliardi di lire. Se c'era un affare, venivano da me: non li dovevo cercare. Quando si è trattato di costruire la seconda università è stato Evangelisti a chiamarmi, per conto di Andreotti: 'C'hanno un problema, aiutali tu...'".

Già, ma lei a uno incontrato in carcere come De Pedis, il 'Dandi', poi gli ha dato un sacco di milioni. "Gli ho prestato 250 milioni per comprare un ristorante a Trastevere, poi ha preso il mutuo e li ha restituiti al mio notaio. Per me quelle erano briciole". Si sarà reso conto che stava facendo affari con il boss della Magliana: "E che ne sapevo? All'epoca mica si conoscevano queste cose".

 

Quando l'hanno arrestata assieme a Ciro Maresca però lei non poteva ignorare chi fosse: sua madre, Pupetta Maresca, era una sorta di eroina della camorra: "Quel Maresca me lo sono ritrovato nell'autosalone, manco lo conoscevo. Infatti mi hanno assolto". Insistere in queste domande porta a scontrarsi con un muro di dichiarazioni consolidate in trent'anni di interrogatori.

Invece Nicoletti ama ricordare quando dettava legge a Roma: elenca una lista sterminata di condomini che ha costruito, di immobili che ha venduto, di politici che ha sostenuto. "Perché ero io a decidere. Evangelisti mi chiese di inserire Giuseppe Ciarrapico nelle convenzioni dell'università. Io invece me ne fregai. Potevo comprarmi il 'Messaggero' quando i Perrone volevano liberarsene, ma lasciai stare: non c'avevo tempo per i giornali, davo lavoro a 1.500 persone".

I suoi incontri erano sempre lontani dai riflettori. "Al ristorante, negli uffici, nei palazzi del governo. Quando abbiamo firmato i contratti per l'università di Tor Vergata ero a tavola con il rettore Geraci, 'na brava persona, il sindaco Vetere e la responsabile amministrativa messa lì dal Pci. M'hanno dato molti più miliardi di quello che pensavo".

Niente mondanità: "Io sono uno di famiglia, sono sempre stato religioso. Anche adesso vado a messa". Mostra un attestato di benedizione pontificia con la foto e il sigillo autografo di papa Ratzinger: 'A Enrico Nicoletti per i cinquant'anni di matrimonio': "Non è vero che avevo rapporti con il cardinale Poletti, frequentavo tanti altri monsignori. Wojtyla mi ha voluto bene: sono stato ricevuto in udienza più volte, ha cresimato mia figlia".

Il Vaticano. Inevitabile chiedergli del mistero di Emanuela Orlandi. Risposta scontata: "E che ne sapevo io!". E per Aldo Moro, ha fatto qualcosa? "Il professore? Era così affettuoso". Anche Moro? "E certo! Quante volte l'ho incontrato il professore, pure a Palazzo Chigi". E non ha fatto nulla per liberarlo? "Se m'avessero chiesto avrei tirato fuori qualunque somma. Quando m'hanno domandato aiuto per il riscatto di Cirillo (il presidente dc della Regione Campania rapito dalle Br) mi sono messo subito a disposizione".

La palazzina anonima in un comprensorio immerso nella periferia estrema di Roma non ha misure di sicurezza: non si notano vetri blindati, né allarmi. C'è solo un massiccio doberman. "Non ho paura. Negli anni Settanta, ai tempi dei sequestri, quando volevano rapire mia figlia ho comprato tre Mercedes blindate. La scorta me la facevano i carabinieri, venivano da me quando smontavano dal servizio".

Non poteva assumere qualche uomo d'onore, come ha fatto Berlusconi? "E che so scemo! Se te li metti in casa, poi te se magnano: vogliono comandare loro. Io sono un ex carabiniere, non mi fidavo. Anche i banditi mi guardavano con sospetto e disprezzo: dicevano che ero ''na guardia'".

Nicoletti si dichiara vittima della magistratura, che ha arrestato più volte lui e i suoi figli. Un paradosso, perché buona parte del suo impero è stato costruito grazie alle aste giudiziarie dove riusciva ad assicurarsi gli immobili migliori. Per vent'anni i giudici lo hanno reso ricco, poi gli hanno confiscato beni e conti con centinaia di miliardi di lire. "Colpa dei pm comunisti!", sbotta. Ma come, proprio lei che quando al Campidoglio c'era il Pci ha fatto affari d'oro... Si illumina: "Certo! Quelli però sono in lotta tra loro..."

E la Roma del 2010? Chi conosce tra i nuovi immobiliaristi furbetti? Gli investigatori hanno documentato rapporti indiretti con Danilo Coppola, che ha una casa a pochi metri da qui. "E chi sono? Mai visti, né lui, né gli altri. M'hanno raccontato che Coppola era un morto di fame, che nella borgata Finocchio chiedeva le sigarette perché non aveva i soldi nemmeno per fumare".

Umberto Morzilli però aveva lavorato per lei: è stato assassinato due anni fa, l'ultimo delitto di stampo mafioso avvenuto nella capitale, l'ultimo legato alla Banda della Magliana. "Sempre 'sta storia della Magliana! Morzilli era un meccanico che da giovane ogni tanto faceva delle cose nel mio autosalone. E allora? Vendevamo migliaia di macchine l'anno, hanno lavorato per noi centinaia di persone".

Oggi con la politica che rapporti ha? Nicoletti sorride sornione: "Bussano ancora alla mia porta, anche per queste elezioni. Ma io non li voglio più vedere, m'hanno rotto...". Cosa cercano da Enrico Nicoletti i candidati alle regionali? "Quello che i politici vogliono sempre...". E mima un gesto eloquente con la mano sinistra, come a mettere dei soldi sul tavolo: il segreto del suo potere.

[02-04-2010]

 

 

CIAK! SI LEGA... – GRAZIE AGLI 8.7 MLN € SGANCIATI DAL PIRELLONE DI FORMIGONI APRE OGGI LA CINECITTà PADANA (EX MANIFATTURA TABACCHI DI MILANO) – BOSSI: “DAVAMO I SOLDI A ROMA CHE FACEVA I FILM CHE CI INSULTAVANO. ORA LI FAcCIAMO SULLA NOSTRA STORIA”…

Francesco Spini per "La Stampa"

In fondo lo diceva già il Duce: «Il cinema è l'arma più forte». Ottant'anni più tardi Umberto Bossi concorda. Quindi: anche la Padania avrà i suoi film e soprattutto la sua Cinecittà. O meglio, come l'ha battezzata tempo fa il Senatùr, «Milano Cinema». Dice Bossi: «Finora davamo i soldi alla Cinecittà romana e poi facevano film che ci insultavano. Ora facciamo i film noi sulla nostra storia».

E dunque via: la Cinecittà milanese apre i battenti oggi, con l'apertura di una prima ala restaurata dell'ex Manifattura Tabacchi, 85 mila metri quadri nella periferia nord del capoluogo lombardo, a cavallo tra i quartieri di Niguarda (noto per l'ospedale) e Bicocca. Un'idea che ha molti padri: c'è Bossi, ovviamente, che ha lanciato la sua campagna cinematografica con «Barbarossa», il film che racconta le gesta della Lega Lombarda che sconfiggerà l'imperatore a Legnano al grido di «libertà, libertà, libertà».

Per lui è motivo di orgoglio mica da ridere. «Ci teniamo molto - aveva detto al raduno di Pontida - perché si racconta la nostra storia che in genere viene falsificata da Cinecittà, dai romani. E' il primo film della Cinecittà milanese che è stato fatto da un regista nato a Monza, Renzo Martinelli». La nuova Cinecittà, insomma, gli serve per riscrivere la storia in chiave padana, con film da contrapporre - per cultura e messaggi - alle pellicole romane e romanocentriche.

Ma a staccare il biglietto della Milano cinematografica c'è pure Roberto Formigoni che oggi la inaugurerà insieme con il sindaco Letizia Moratti. Per il governatore lombardo la parola d'ordine è marketing territoriale. Grazie al nuovo polo e alla scuola di Cinema del Centro Sperimentale guidato da Francesco Alberoni che vi troverà posto, vuole nuove professionalità in grado di confezionare prodotti multimediali - per il grande schermo, certo, ma anche per la tv e per Internet - che possano dare lustro al territorio regionale.

Come quello che la Regione aveva ottenuto nel film «The International», dove pure Formigoni aveva girato un piccolo cameo. Dopotutto, gli 8,7 milioni di euro per trasformare l'ex Manifattura Tabacchi in questa cinelandia nuova di zecca li ha sganciati tutti il Pirellone.

La prima a trasferirsi sarà la Fondazione Cineteca Italiana guidata da Cristina Comencini: gli unici pronti sono gli uffici vicini all'ingresso. La regista, al telefono, si mostra entusiasta. «E' un fatto estremamente importante», dice. Del resto, prosegue, «ci sono dei documenti che rivelano come mio padre Luigi già nel 1945 chiedeva che la Cineteca diventasse parte integrante delle istituzioni. E' una cosa molto bella perché porta a compimento il lavoro di pionieri come mio padre, Alberto Lattuada e mio zio Gianni», fatto di 20 mila titoli, pellicole rare, altre restaurate raccolti dagli Anni 30 in avanti. «E' stata la prima Cineteca italiana una delle prime al mondo».

Il rischio è che la politica ci metta il cappello sopra e tutti si ricordino di «Milano Cinema» come di una improbabile Hollywood padana. «E' un rischio che non vedo - risponde la regista -. Sono una che lavora a Roma ma di famiglia milanese. Roma e Milano hanno ognuna la propria storia del cinema da sviluppare senza antagonismi. Non ci sarà una politicizzazione: la Cineteca continuerà a lavorare in totale autonomia creativa».

In rapida successione arriveranno qui anche il Centro sperimentale di Cinematografia, la civica scuola di cinema, il museo del cinema legato alla Cineteca, e la Lombardia Film Commission, che opera per promuovere le nuove pellicole in territorio lombardo.

Scordatevi però le mille luci degli studios. Tutt'attorno all'ingresso, dove ancora c'è la scritta «Manifattura Tabacchi»: solo cantieri e vetri rotti. Nel malandato complesso resiste un centro anziani e la sua bocciofila: «Speriamo che ci costruiscano presto la nuova sede. Altrimenti dove andiamo a ballare la domenica?».

 
[13-07-2009]

 

 

8 KILI DI Coca! arrestata LA segretaria del gruppo parlamentare della Lega - La dipendente dI BOSSI Fermata IL DUE APRILE all’aeroporto di Agno, a Lugano - Le Guardie di confine hanno scovatA LA COCAINA in alcune vaschette di alimenti

<http://www.rsi.ch/home/channels/informazione/ticinoegrigioni/2009/04/07/cocaina-agno.html>

 

E`una dipendente del Parlamento italiano una delle due persone arrestate, lo scorso due aprile a Lugano, con otto chili di cocaina in valigia. Insolito sequestro, quello avvenuto il 2 Si tratta, infatti, della segretaria del gruppo parlamentare della Lega Nord a Roma. Insieme a lei, lo ricordiamo, è stato arrestato anche un uomo. Entrambi provenivano dal Brasile.

Le Guardie di confine hanno scovato lo stupefacente stipato in alcune vaschette di alimenti. Non è chiaro se la droga fosse destinata al mercato ticinese, oppure se dovesse rientrare in Italia passando per lo scalo luganese, dove forse la coppia - di 40 e 50anni - sperava in controlli meno severi. In ogni caso, i due non avrebbero mai avuto alcun legame

 
[09-04-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

Leggi anche:

- Ford Hemp Car: l'auto ecologica esisteva già 70 anni fa

Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

Ecofatto, la metamorfosi del riciclaggio

 

Renata Gabbi di Legambiente, spiega come dal riciclaggio di carta, plastica, acciaio si possano ottenere utensili, biciclette, elementi dell'arredo urbano e tanti altri oggetti d'uso quotidiano: "da ogni cosa nasce un'altra cosa", bisogna solo scegliere il contenitore giusto.
Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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Riconosciuto il nesso eziologico
La Corte di Cassazione ha riconosciuto che l’eccessiva esposizione alle radiofrequenze emesse dai telefoni cellulari potrebbe contribuire all’insorgenza di tumori alla testa, se utilizzati per 5 – 6 ore al giorno per un numero elevato di anni (12 nel caso di specie). Un uso per lavoro del telefonino così prolungato può, quindi, dar luogo a malattia professionale non tabellata.

 

 

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  Videoinforma :  www marcobava.it