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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 01.12.15

4) Processo MPS SIENA MI 27.11.15.

5) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSA IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI il 19.11.16 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

http://www.solodownload.it/

http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

SCOOP? NO, SOFFIETTI E MARCHETTE - UNO STUDIO DIMOSTRA CHE TUTTE LE NOTIZIE SU FUSIONI E ACQUISIZIONI DI SOCIETÀ SONO PILOTATI DA BANCHE E AZIENDE

Crolla il mito dello scoop riferito alle operazioni di M&A - Le fughe di notizie vengono montate ad arte dalle parti per guadagnare di più in un'operazione, infatti avvengono tutte nelle fasi finali delle trattative - Il caso Blackberry e le "bufale" sull'interessamento di Facebook e Lenovo...

23.12.13

 

marco lillo s’è rotto e attacca il direttore dell’ansa Luigi Contu: "una sentinella non contro ma a favore del potere" - sabato ’Il Fatto’ fa scoop: "la Procura di Roma ha chiesto di usare le intercettazioni della Procura di Trani contro Berlusconi" - La notizia, per l’Ansa, è falsa per una parte e inesatta per il resto. Così, quasi tutti i telegiornali e i giornali l’hanno minimizzata o ignorata

Marco Lillo per il Fattoquotidiano.it

 

Quando si è insediato alla direzione dell'Ansa nel 2009 Luigi Contu ha rilasciato la seguente dichiarazione d'intenti al Corriere della Sera: "La cosa speciale di lavorare in un' agenzia è che sei al centro, in diretta, di tutto quello che accade nel mondo. Sei la prima vedetta, quella che deve avvisare giornali, tv, radio che sta succedendo qualcosa di importante. Lo devi fare subito, per dare a tutti il modo di scegliere e organizzare i giornali, e devi essere preciso ed equilibrato". Due anni dopo la sentinella dell'informazione ha perso smalto.

Il 19 febbraio Il Fatto Quotidiano pubblica in esclusiva una notizia: il 3 febbraio 2011 la Procura di Roma, con un atto firmato dal procuratore capo Giovanni Ferrara, dall'aggiunto Alberto Caperna e dai due sostituti Roberto Felici e Caterina Caputo ha chiesto di usare le intercettazioni della Procura di Trani contro Silvio Berlusconi. L'Ansa avrebbe dovuto fare una cosa molto semplice: chiamare i 4 pm e farsi confermare o smentire la notizia. Se era falsa avrebbe dovuto scrivere: "Non è vero che la Procura ha chiesto di usare le intercettazioni di Berlusconi contro di lui"; se era vera, avrebbe dovuto scrivere: "Come Il Fatto ha anticipato oggi, la Procura di Roma ha chiesto di usare le intercettazioni...bla bla". Invece cosa fa "la vedetta" dell'informazione?

 

Alle 14 circa l'Ansa pubblica la seguente notizia:

"Roma, 19 feb - Nessuna decisione è stata presa dalla Procura di Roma in merito alla vicenda delle presunte pressioni che sarebbero state esercitate da Silvio Berlusconi sulla presidenza di Agcom per la sospensione del programma Annozero. Lo affermano fonti di Piazzale Clodio. Il premier è indagato per minacce e concussione. Al vaglio degli inquirenti ci sono le risultanze dell'indagine svolta dal Tribunale dei ministri ed, a breve, anche la trascrizione di alcune telefonate intercettate.

Il procedimento ha preso spunto da un invio di atti da parte della Procura di Trani. Dopo la conclusione degli accertamenti fatti dal collegio competente per i reati ministeriali gli atti sono tornati alla Procura per le conclusioni di rito: queste potranno essere la richiesta di rinvio a giudizio dell'indagato o l'archiviazione del procedimento".

La notizia messa in rete sabato scorso dall'Ansa è falsa per una parte e inesatta per il resto. Così, nonostante la notizia data dal Fatto Quotidiano sia vera, quasi tutti i telegiornali e i giornali (con la lodevole eccezione del Messaggero) l'hanno minimizzata o ignorata.

 

La notizia riguardava un caso del quale si è parlato per mesi (le pressioni sull'Agcom per far chiudere le trasmissioni di Santoro, Floris e Dandini) ed era rilevante e non scontata (quasi tutti prevedevano l'archiviazione) eppure la notizia è stata pressoché cancellata dal sistema dei mass media. Milioni di cittadini non hanno saputo di un passo avanti dell'accusa nel procedimento contro Silvio Berlusconi anche e soprattutto grazie all'Ansa.

Il direttore Luigi Contu al Corriere diceva di volere essere la sentinella del potere. In questo caso la sua funzione è stata opposta, l'Ansa è stata una sentinella non contro ma a favore del potere. La nota anonima che smentiva la notizia del Fatto senza nominarla forse è stata solo una stizzita reazione infantile a un "buco" inferto dalla concorrenza ma si è risolta in un vergognoso scudo mediatico all'uomo più potente d'Italia.

 

Quello che è accaduto sabato 19 febbraio è molto grave: l'Ansa è incorsa in una palese violazione dei suoi doveri verso i soci dell'agenzia (i maggiori giornali italiani) verso i clienti: i mezzi di informazione che pagano i suoi servigi perché dia le notizie vere e non smentite false e anonime. Le conseguenze sono amplificate dal ruolo dell'Ansa che non è un gazzettino qualsiasi. L'agenzia di stampa nazionale - come il direttore Contu ha spiegato due anni fa al Corriere - ha una responsabilità "sociale" superiore: "Sei la prima vedetta, quella che deve avvisare giornali, tv, radio che sta succedendo qualcosa di importante. Lo devi fare subito, per dare a tutti il modo di scegliere e organizzare i giornali".

 

Anche a voler credere al fatto che "le fonti di Piazzale Clodio", rintracciate d'urgenza il 19 febbraio scorso, abbiano detto quanto riportato dal cronista dell'Ansa, ciò non toglie che l'agenzia di stampa sia venuta meno ai suoi doveri deontologici. Ci sono almeno sette magistrati a conoscenza dello stato del procedimento. Quattro pm a Roma e tre giudici del collegio dei reati ministeriali. L'Ansa ha avuto due giorni per sentirli e non lo ha fatto. Ancora oggi l'agenzia di stampa nazionale è ferma a quella nota anonima che dice cose false e inesatte.

Per l'esattezza:
1. è falso che "nessuna decisione è stata presa dalla Procura di Roma";

2. è inesatto dire che "dopo la conclusione degli accertamenti fatti dal collegio competente per i reati ministeriali gli atti sono tornati alla Procura per le conclusioni di rito". Il fascicolo era tornato in Procura a novembre 2010 e non è più alla Procura a Roma perché - come è stato scritto dal Fatto Quotidiano- è partito il 3 febbraio da Piazzale Clodio ed è arrivato a metà della scorsa settimana al collegio dei reati ministeriali. Se l'Ansa ha ancora dubbi in proposito non deve fare altro che andare alla sede del collegio dei ministri, in via Triboniano 3 al primo piano, per bussare e chiedere;

 

3. è inesatto dire che le telefonate debbano essere ancora trascritte. Basta leggerle sul Fatto Quotidiano per capire che questo lavoro è stato fatto un anno fa dalla Guardia di Finanza;

4. è inesatto dire che "gli atti sono tornati alla Procura per le conclusioni di rito: queste potranno essere la richiesta di rinvio a giudizio dell'indagato o l'archiviazione del procedimento". Come Il Fatto ha scritto, infatti, c'è la terza via della richiesta di utilizzazione delle intercettazioni, quella percorsa dalla Procura di Roma.

Nella Carta dei doveri del giornalista esistono due articoli fondamentali:
- "Il giornalista ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile".
- "Il giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, per accertarne l'attendibilità e per controllare l'origine di quanto viene diffuso all'opinione pubblica, salvaguardando sempre la verità sostanziale dei fatti".

Sabato scorso l'Ansa non ha rispettato i suoi doveri, ma è sempre in tempo per rimediare.

 21-02-2011]

 

 

- Da "il Giornale" - L'intento del sito www.linkiesta.it, è lodevole: professionisti e manager di grido hanno deciso di finanziarie alcuni bravi giornalisti, guidati dal giovane direttore Jacopo Tondelli, per fare approfondimenti senza preconcetti e ideologie. Il tutto
attraverso un nuovo modello di business, solo su Internet. Ambizioso.

E difficile. Perché ci chiediamo come faranno i nostri inkiestisti a cavarsela quando il gioco si farà duro. Ieri le vicende fiscali di Dolce&Gabbana e la sfilata dei due stilisti in procura a Milano è stata data con risalto. Ma nella procura milanese l'inchiesta che fa discutere l'intera comunità finanziaria è un'altra: è detta Brontos, parla di evasione fiscale e riguarda anche 17 manager di Unicredit. Tra i quali Alessandro Profumo. Uno dei settanta azionisti liberal che hanno investito nell'inkiesta. Cose succederà quando dovrà sfilare anche lui in procura?

 01-02-2011]

 

 

- EDITORIA: MARCEGAGLIA, CDA SOLE 24 ORE NON E' SLITTATO, PIANO IL 21 - AVRA' DISCONTINUITA' MOLTO FORTE...
(Adnkronos) - Il Cda del quotidiano 'Il Sole 24 Ore' non e' slittato ma sara' presentato venerdi' prossimo dall'amministratore delegato. Ad affermarlo e' il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a margine di un convegno sulle donne al Senato. "Il Cda non e' mai slittato, il nuovo piano 2011-2013 sara' presentato dall'amministratore delegato venerdi' prossimo, il 21. Non posso anticipare nulla, stiamo parlando di una societa' quotata in Borsa. Il piano che presentera' l'ad e che dovra' essere approvato dal consiglio e' un piano importante, di discontinuita' molto forte". 

20-01-2011]

 

 

SE QUESTO È UN PRETE! - FENOMENOLOGIA BY "IL GIORNAle" DI DON SCIORTINO, IL DIRETTORE CHE HA TRASFORMATO “FAMIGLIA CRISTIANA” IN UN FOGLIO ANTI-BANANA, AL PUNTO DA BECCARSI QUERELE (DA MARONI) E PERDERE LA BELLEZZA DI 150MILA COPIE, CON PREOCCUPAZIONE DELL’EDITRICE SAN PAOLO E GRAVE CRUCCIO DEL VATICANO - ULTIMA IN ORDINE DI TEMPO, LA METAFORA OLFATTIVA SULL’ANNUNCIATA RUBRICA DI MINZOLINI: “LA MATERIA DÀ ODORI POCO GRADEVOLI”…

Giancarlo Perna per "il Giornale"

 

Fondata esattamente ottanta anni fa dal beato Giacomo Alberione, "Famiglia cristiana" ha come motto: «Parlare di tutto ma cristianamente». Da una dozzina di anni il settimanale dei paolini è però diretto da don Antonio Sciortino, un sacerdote che avrà fortissime difficoltà a entrare in Paradiso al primo turno.

È infatti un tale linguacciuto che non solo non sa dove stia di casa il parlar cristiano, ma usa toni da codice penale. Sotto la sua direzione, la rivista - destinata alle pie famiglie e in vendita anche in parrocchia - si è beccata perfino delle querele. Cosa oltremodo incresciosa per un giornale il cui compito dovrebbe essere quello di rivolgersi al suo pubblico edificandolo.

Il tallone d'Achille di Sciortino è Berlusconi. Il don lo odia al punto da giocarsi il Paradiso, collezionare denunce, corrompere l'animo candido dei parrocchiani, perdere copie. Negli ultimi cinque anni, in effetti, la tiratura di Famiglia cristiana è scesa di 150mila copie, passando da 640mila a 490mila con preoccupazione dell'editrice San Paolo e grave cruccio del Vaticano.

 

Il solo a infischiarsene è il direttore perché prendersela col Cav è più forte di lui e della sua missione sacerdotale. Il settimanale degli oratorii è ormai una specie di Unità in tonaca e fa stabilmente parte della stampa di sinistra che attacca il berlusconismo a prescindere. Non lo combatte più sui principi ma a suon di maldicenze e ogni inezia è buona.

L'ultimo affondo di quella che fu una rivista cattolica ha come bersaglio Augusto Minzolini, il cui torto è di essere direttore del Tg1 in quota Cav. Minzo, stufo di essere per questo sulla graticola da un anno e mezzo, ha reagito annunciando che dedicherà una rubrica alle minchionate dei suoi colleghi della carta stampata.

 

L'idea si annuncia esilarante perché i quotidiani sono una miniera di svarioni ed è sacrosanto che come noi facciamo le bucce alla tv, la tv le faccia a noi. A "Famiglia cristiana2 invece la cosa non va giù e (mal) tratta la vicenda nel suo ultimo numero. In un breve corsivo dal titolo serioso e intimidatorio, «Il Tg punitivo del direttorissimo (il suddetto Minzo, ndr)», stronca l'iniziativa.

Dà per scontato - e non lo è affatto - che sia rivolta contro la stampa di sinistra e la giudica inammissibile. «La materia - sentenzia con una sgradevole metafora olfattiva - dà odori poco gradevoli». Ohibò, e perché? Per due ragioni spiega l'autore, Giorgio Vecchiato. Primo: «Non si può rispondere ai colpi di fionda con un cannone. C'è una bella differenza tra quattro aficionados che leggono un quotidiano e i milioni di cittadini che seguono la tv». Secondo: «Il Tg1 non è di proprietà di Minzolini ma è un servizio pubblico».

 

Ergo: non può essere usato per vendette private. Fine dell'argomentazione che, per la sua debolezza, consente all'imputato una replica ineccepibile. «Il mio Tg - osserva Minzo - ha tante rubriche (moda, cinema, costume, ecc. ) e nessuna ha mai posto problema. La stampa è un settore altrettanto importante». Se ora si solleva il caso è solo perché «gli operatori del settore si sentono dei sacerdoti intoccabili». E non lo sono, è il giusto sottinteso, per cui, con buona pace di Famiglia cristiana, tirerò dritto. Questione chiusa e palla al centro.

Don Sciortino, se fosse compos sui, avrebbe tranquillamente potuto evitare una polemica infondata e meschinissima. Ma non può perché è accecato dall'ira e usa un settimanale diocesano per sfogare le proprie paturnie. In quasi tre lustri di direzione, il don ha trasformato in una fucina di odio politico una rivista per famiglie che per decenni ha guardato il mondo con quieto spirito cristiano.

Un tempo, "Famiglia" era distribuita solo nelle parrocchie. Nonne e chierichetti prendevano la propria copia dalla pila sistemata in chiesa e versavano l'obolo, senza che nessuno controllasse, nella apposita cassetta. La rivista aveva fiducia nell'onestà del lettore e il lettore si fidava dei contenuti pacifici e cristiani della rivista.

 

Col don il clima si è incattivito. Metà "Famiglia cristiana" è dedicata settimanalmente alle «malefatte» del mostriciattolo di Arcore. Ecco una serie di titoli degli ultimi due anni: «La costituzione dimezzata»; «Un Paese senza leader»; «Berlusconi al tramonto»; «Premier in declino per sette lettori su dieci», ecc. Contenuti e linguaggio oscillano tra calunnia e trivio. Se il Cav si occupa dei rifiuti di Napoli diventa «lo spazzino». Se il suo governo si attrezza contro i clandestini si macchia delle «atrocità dei nazisti contro i bambini ebrei» (la bravata è però costata al don una querela del ministro dell'Interno, Maroni).

 

Se i soldati sono mandati per le strade in Campania siamo «all'anticamera di dittature sudamericane». Il Cav cerca di difendersi col Lodo Alfano dalle toghe partigiane? È «un tracotante» che prepara «un ritorno del fascismo». Se Fini litiga con Berlusconi, il primo è una vittima, l'altro il carnefice. Il Cav dice una spiritosata di dubbio gusto su Rosy Bindi e la giustifica dicendo che non è sua ma girava in Parlamento, il don interpreta: «Vuole tenere i piedi in tutte le scarpe. Nel caso specifico, quelle dello statista e del teppistello di periferia».

Sembra di sentire Totò Di Pietro che però non è un prete. Berlusconi pretende che i parlamentari pdl votino compatti in Parlamento, com'è norma in tutti i partiti? «Ha una concezione padronale dello Stato e ridotto politici e ministri in servitori». Nemmeno se fa la comunione gli sta bene. Quando successe l'anno scorso al funerale di Raimondo Vianello, di cui il Berlusca era amico fraterno, Famiglia cristiana armò un casino che, fossi stato Papa, avrei sospeso la rivista e inflitto almeno un paio di scomuniche.

 

Una a don Sciortino come direttore, l'altra al teologo del settimanale che, a comando, ha scritto cose indegne. Ecco qualche passo: la comunione rientra «nei gesti plateali del premier» che ha trasformato «quel funerale in spettacolo... Come cristiani proviamo disagio quando uomini di potere approfittano di momenti della vita di fede per fare ciò che, in genere, fanno fuori dalla chiesa: dare spettacolo di sé».

Come se in cinquant'anni di democristianità non avessimo visto genuflessioni a rotta di collo dei Moro, comunioni multiple dei Fanfani, sguardi al cielo di Andreotti, mani giunte a gara di Rumor, Zaccagnini, Casini e baciapile vari.

Io non so se don Sciortino e i suoi appartengano a una razza speciale di fabbricatori di fiele. Ma se questi sono i preti, mi preferisco laico e peccatore.11-01-2011]

 

 

IN MORTE DI LIETTA - "LA STAMPA" POTEVA AVERE IL BUON GUSTO DI EVITARE DI SCODELLARE I SOLITI NECROLOGI LACRIMOGENI IN GLORIA DELLA "GRANDE GIORNALISTA" - LA TORNABUONI FU COSì "GRANDE" CHE PER LE SUE IDEE POLITICHE DI SINISTRA, SGRADEVOLI AL POTERE PARA-DEMOCRISTIANO DEL LINGOTTO, LE FU NEGATA, ANNO DOPO ANNO, ARTICOLO DOPO Articolo, L’"AGIBILITà" DI EDITORIALI per finire EMARGINATA IN UNA SALETTA BUIA A RECENSIRE FILM....

Natalia Aspesi per "la Repubblica"

 

È morta ieri al Policlinico Umberto I di Roma, dove era ricoverata da diversi giorni, la giornalista Lietta Tornabuoni. Aveva 79 anni. Domani la camera ardente alla Casa del Cinema di Roma.


Lietta Tornabuoni ed io eravamo una strana coppia; amiche, colleghe, sorelle: abitando in città diverse, ci trovavamo solo in occasioni professionali, per esempio ai Festival, da quello canoro di Sanremo nei suoi anni gloriosi, ai cinefestival di Cannes e di Venezia. Inseparabili, scansate, forse temute, certamente prese in giro dagli altri colleghi, ci divertivamo moltissimo: a vedere film, incontrare divi, parlarne tra noi. Come due adolescenti, ridevamo di tutto, il lavoro, insieme, era puro divertimento, anche se scrivevamo per giornali diversi, o forse proprio per quello.

 

Quando ci siamo conosciute, io ero una tipica giornalista donna, disordinata e poco affidabile, della terribile categoria definita di costume; Lietta era già una grande giornalista, anzi, come si diceva allora per esaltarne la bravura, un grande giornalista; generosa come raramente sono i colleghi, apriva i suoi quadernini di appunti, che erano sempre quelli cinesi neri con gli angoli rossi, e mi passava preziose informazioni, numeri di telefono segreti,

Fu lei che rimproverandomi l´eccesso di leggerezza, mi insegnò che il giornalismo è una cosa seria, anche se mi occupavo di Claudio Villa o degli amori della Callas, dovevo essere precisa, rigorosa: controllando ogni nome, ogni notizia, circondandomi di dizionari, intervistando più persone possibile, leggendo libri: soprattutto restando lontana dai fatti e dalle persone, imparziale, e pensando solo ai lettori.

 

Aveva cominciato giovanissima a Noi donne, il settimanale dell´Udi, era passata a Novella, poi all´Europeo e a L´Espresso di cui era tuttora il cinecritico (il suo ultimo articolo sul film Kill me please esce nel numero di dopodomani). Collaborava a La Stampa, negli ultimi anni come critico ma non solo, e, assunta nel 1970, con un breve periodo al Corriere della Sera, era stata uno dei più autorevoli e brillanti inviati del quotidiano torinese.

Scriveva di tutto, articoli sempre esemplari che si leggevano avidamente, memorabili pezzi sul cavallo Ribot o su Pasolini, interviste a Cossiga o a Fellini, inchieste sulle pantere nere negli Usa o in Cina sulla terribile vedova Mao, sull´attentato terroristico alle Olimpiadi di Monaco del ´72 e sul rapimento e omicidio di Aldo Moro nel ´78.

Insieme eravamo un po´ mascalzone: e per esempio a Cannes nel ´75 non avvertimmo i colleghi che il film La recita di Angelopulos, scansato da tutti perché greco e lunghissimo, doveva essere visto perché era un capolavoro, e nel ´89 scrivemmo meraviglie di Sweetie di Jane Campion che aveva orripilato i maestri della critica, in seguito pentiti.

 

Quando muore un grande professionista, lo si ricorda come una persona che al lavoro ha dedicato tutta la sua vita. Lietta aveva molto amato il giornalismo, e lo amava ancora, malgrado le tante delusioni che negli anni capita sempre di subire. Ma aveva dedicato molto di sé stessa agli affetti, con una silenziosa generosità che faceva parte del suo stile di vita rigoroso e appartato.

Di sé non parlava mai: era stata una bella ragazza dal sorriso incantevole, ma degli uomini, sempre intellettuali, che avevano attraversato la sua vita, non erano rimaste tracce. Vagamente gli amici sapevano della sua nobile e colta famiglia, di una sorella suicida, di un matrimonio, giovanissima, con un compagno di partito, matrimonio pochi anni dopo annullato (il divorzio non c´era ancora) in quanto contratto tra due comunisti, cioè diabolici peccatori.

 

Era stata molto vicina a sua madre, donna di grande cultura e aveva assistito il fratello Lorenzo, pittore di talento, per anni confinato a letto. Lo ricordo perché questo lato della sua vita, in nome di un senso segreto dell´eleganza e della discrezione, era solo suo, come lo fu la sua dedizione assoluta al compagno, il geniale scrittore Oreste Del Buono, nei lunghi anni di una sua drammatica malattia.

 

Lietta ha cominciato a staccarsi dal mondo quando, morte le persone che più amava, si è ritrovata senza più nessuno da accudire, cui dedicare i pensieri, le cure, le attenzioni, l´amore. Lei che era una grande cronista, un´opinionista severa, un´implacabile intervistatrice, una giornalista ironica, puntigliosa, acuta e generosa, una persona anticonformista, di profonda moralità laica, senza padroni, ha preferito appartarsi nei limiti inoffensivi della critica cinematografica perché la politica, che era stata una sua passione e che aveva settimanalmente raccontato nella sua rubrica "Persone", svelandone i peccati e i peccatori, si era ormai troppo insquallidita, criminalizzata, attorcigliata attorno a personaggi troppo privi di glamour, che era ciò che lei cercava in tutto.

 

La sala buia era diventata un rifugio a stanchezza e delusioni, i film non disturbavano il suo bisogno di solitudine, scriverne nella sua casa silenziosa, invasa da migliaia di libri che alimentavano la sua instancabile cultura, era un modo per proteggere il suo orgoglio, la sua dignità, per non mostrarsi più e diventare finalmente invisibile. [12-01-2011]

 

 

 

DL MILLEPROROGHE: PROROGA STOP INCROCI STAMPA-TV FINO AL 2012 - BOZZA...
Radiocor - Il divieto di incroci tra stampa e tv viene prorogato di altri due anni, fino al 31 dicembre 2012. Lo stabilisce la bozza del decreto legge Milleproroghe, che domani sara' all'esame del Consiglio dei ministri. La misura era stata chiesta dall'Agcom e assicurata dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. Il testo prevede anche che gli azionisti delle banche popolari, con una partecipazione al capitale superiore al tetto dello 0,50% previsto dal Testo Unico Bancario, se 'il superamento del limite derivi da operazioni di concentrazione tra banche o tra investitori', avranno tempo fino al 31 dicembre 2014 per l'alienazione delle quote eccedenti.

21-12-2010]

 

 

RCS, RIPARTE IL BORDELLO - IL GERONZINO ROTELLI ENTRA NELLA STANZA DEI BOTTONI E LO SCARPARO A PALLINI, dopo aver litigato platealmente con Geronzi in un cda delle Generali, ALZA IL TIRO: non vota a favore del piano industriale presentato dall’ad Perricone - Un segnale di insofferenza Lanciato non a caso daLL’amico di MERENDE DELLO SMontezemolATo a poche settimane dall’uscita dell’ex presidente Fiat anche da Rcs - MANOVRE PER IL DOPO-FLEBUCCIO...

Marcello Zacche' - il Giornale

 

Da ieri Giuseppe Rotelli, azionista del Corriere della Sera tramite una quota che vale fino all'11% del capitale di Rcs, è entrato nel cda della società che controlla il primo quotidiano del Paese. E subito la sua presenza si è fatta notare: non ha votato a favore del piano industriale presentato dall'ad Antonello Perricone, che ha ricevuto l'assenso di tutti i consiglieri, tranne il suo e quello di Diego Della Valle.

 

Rotelli ha avuto giuoco facile nello spiegare la mossa: essendo entrato nel consiglio da poche ore, non poteva non fare così. Ma il gesto resta un segnale scomodo, perché è «scomodamente» che Rotelli intende sedersi nella poltrona che occupa da ieri. Ed è da qui che bisogna partire per provare a spiegare i sommovimenti in corso in Via Solferino.

Rotelli, a capo di un colosso ospedaliero, è considerato vicino al centro destra e a Silvio Berlusconi in particolare. Un suo top manager, Roberto Cerioli, da un anno siede al vertice degli industriali brianzoli. In Rcs ha risolto un problema non da poco, rilevando 5 anni fa le quote rivenienti dalla stagione dei furbetti. Ci ha investito qualche decina di milioni e ha fatto un favore un po' a tutti: da Gianni Bazoli, il presidente di Intesa che lo aveva individuato, a Cesare Geronzi, presidente di Generali, a cui si è avvicinato successivamente.

Ma a nulla è servito: nessuno lo ha invitato nel patto di sindacato che controlla il 63,5% di Rcs. Né nel board della Quotidiani, che da po' ha incrementato il suo peso specifico. Per questo la decisione di Rotelli di sostituire il suo uomo - l'avvocato Marco De Luca che era stato nominato nel cda come prima scelta della lista di minoranza - ha il sapore di una discesa in campo più diretta.

Proprio per segnare, anche con scelte scomode, la propria presenza nel board e nel capitale. Se e come questa posizione verrà poi giocata nel rimescolamento di alleanze tra poteri forti che si intravvede all'orizzonte, si vedrà. Di certo il momento è quello giusto.

Lo dimostrano diversi elementi. Per esempio la seconda astensione di ieri: Della Valle, dopo aver litigato platealmente con Geronzi in un cda delle Generali, segna un secondo punto di «distinzione» nel giro di pochi giorni. Un altro segnale di insofferenza interno al condominio Rcs.

Lanciato forse non a caso da un amico di Luca di Montezemolo a poche settimane dall'uscita dell'ex presidente Fiat anche da Rcs. E siamo al secondo punto: la minore forza, rispetto al passato, dei due maggiori soci del patto. Fiat, appunto, che senza Montezemolo e con Sergio Marchionne sembra ben distante da un certo modo di intendere la presenza nei media; e Mediobanca, che con il trasloco di Geronzi a Trieste, potrebbe pensare di fare sempre più la banca d'affari e sempre meno la camera di compensazione finanziaria dei grandi poteri.

 

Qualche pensiero ce l'hanno anche Bazoli e Corrado Passera, e siamo al quarto punto, che proprio ieri hanno appreso che il Crédit Agricole - banca francese strategica negli equilibri di Intesa - ha deciso che la quota del 4,79% non è più strategica.

E che queste sabbie mobili siano la cifra del Corriere di questo periodo, lo si ritrova sulle pagine del quotidiano. Che con la direzione De Bortoli bis ha saputo portare attacchi abbastanza irrituali (è capitato a Passera, Ligresti, Tronchetti, Marchionne) a un establishment che era sempre stato più tutelato. Segno che si aprono nuovi spazi, per nuovi equilibri. 18-12-2010]

 

 

 

"il fatto" si fa "l’unità"! - la vostra accusa di voler tagliare il finanziamento pubblico che tiene in vita, tra le altre testate anche l’“Unità” è ’’senza senso’’ - la frecciata: ma Soru, all’atto dell’acquisto dell’ “Unità”, non disse che a quei soldi avrebbe rinunciato? - INDAGINE DELL’AGCOM SUI CONTRIBUTI E RUOLO DEGLI ANGELUCCI IN LIBERO E RIFORMISTA

1- I SOLDI ALL'UNITÀ - SORU, RIMEMBRI ANCORA?
Da "il Fatto Quotidiano"

 

Innanzitutto, la più ampia solidarietà alla proprietà e alla direzione dell' "Unità" per il difficile momento che stanno attraversando. Come dimostra l'articolo dal titolo: "Il ministro dei tagli, ‘Il Fatto' e la libertà d'informazione" pubblicato ieri. Un centinaio di righe, anonime, nelle quali si accusa il direttore e l'amministratore delegato del "Fatto" di voler tagliare il finanziamento pubblico che tiene in vita, tra le altre testate anche l'"Unità".

Si tratta naturalmente di frasi senza senso. Abbiamo solo ospitato una lettera del ministro Tremonti che per giustificare il taglio oltraggioso del 5 per mille al mondo del volontariato e delle Onlus ha scritto che parte di quei soldi sono stati dirottati sui giornali di partito nelle aule parlamentari. Punto.

 

Che il sostegno alle testate che ne hanno diritto (e non manipolano i dati di vendita) vada mantenuto, è sacrosanto. Anche se Renato Soru, all'atto dell'acquisto dell' "Unità" disse che a quei soldi avrebbe rinunciato. Dopo aver letto l'insensato articolo, infine, la più convinta e sincera solidarietà soprattutto ai colleghi dell'"Unità".

2- INDAGINE DELL'AGCOM SUI CONTRIBUTI E RUOLO DEGLI ANGELUCCI IN LIBERO E RIFORMISTA
Prima Comunicazione

 

La notizia che la commissione Bilancio della Camera ha aumentato di 40 milioni di euro (portandoli a 100 milioni) i fondi a favore dei quotidiani editi da società cooperative o in cui siano in maggioranza fondazioni è stata accolta con grande soddisfazione a Libero e al Riformista. Infatti una parte di quei soldi, come in passato, è destinata alle casse dei due quotidiani.

 

Libero ha richiesto per il 2008 e il 2009 6 milioni di euro l'anno (iscritti anche a bilancio) in quanto la sua editice, Libero Editoriale, è controllata in maggioranza (nel caso specifico al 100%) da una fondazione, la Fondazione San Raffaele, presieduta da Vincenzo Mariscotti, ex direttore generale di Tosinvest Sanità, società del gruppo Angelucci che possiede la testata diretta da Maurizio Belpietro.

 

Ed è degli Angelucci anche la testata Il Riformista, che da parte sua rivendica dallo Stato arretrati per 5 milioni di euro (2,5 milioni per il 2008 e altrettanti per il 2009), in quanto quotidiano gestito da una cooperativa, la Edizioni riformiste società.

Ma sull'effettivo diritto dei due giornali a ricevere i contributi pende un'indagine dell'Agcom, sollecitata dal dipartimento per l'Informazione e l'editoria della presidenza del Consiglio, che vuole vederci chiaro sul ruolo degli Angelucci nei due giornali.

 

Sta di fatto che, se per Libero i fondi pubblici sono un buon puntello ai bilanci, per Il Riformista quei soldi sono vitali e il mancato arrivo, insieme a una diffusione del quotidiano non esaltante, inizia a farsi sentire. Una serie di interventi sono stati decisi per affrontare la situazione, ma anche dopo i tagli (recentemente non sono stati rinnovati sei contratti a termine) l'organico si aggira sulle 22-23 persone e a borderò c'è un buon numero di collaborazioni, tra cui quella piuttosto ricca di Giampaolo Pansa (che firma pure su Libero). Il contratto del direttore Antonio Polito scade ad aprile e nel frattempo ha deciso di andarsene uno dei suoi vice, Marco Ferrante. 26-11-2010]

 

 

AI VENETI DI ZAIA PIACE IL “TERRONE” NAPOLITANO - PIOGGIA DI 400 MILA EURO DEL PD SULL’“UNITÀ” (SPERANDO IN UN’OCCHIO DI RIGUARDO) - LA GENEROSITÀ DI ‘GNAZIO: 192MILA € PER GIGI D’ALESSIO - OSPITI A PRANZO A MONTECITORIO? BOSSI PUÒ, IL SENATORE PD NO (E S’INCAZZA) - CASINI DI GIORNO, PIERFURBY DI SERA - IN TOSCANA È CACCIA AI TIPINI FINI -FRATTOCCHIE E FRATTAGLIE: IL PREDELLINO NELLA STORIA PER LA SCUOLA DI FORMAZIONE DEL PDL…

A cura di Enrico Arosio e Primo De Nicola per "L'espresso"

 


1. QUIRINALE, UN PRESIDENTE DI BUONA LEGA...
Un presidente sempre in prima linea nella difesa dell'unità del Paese e la regione più leghista d'Italia: a dispetto di tutto, tra Giorgio Napolitano e il Veneto se non è amore poco ci manca. Superato il giro di boa di metà mandato è proprio il Veneto, insieme a Campania, Lombardia e Toscana, una delle regioni che ha visitato di più: ben sette volte dal 2006 ad oggi. Un feeling confermato anche dalla missione nelle terre alluvionate: a Padova e Vicenza, dove Silvio Berlusconi si è beccato fischi e contestazioni, per Napolitano c'è stata un'ovazione.

 

Lui ha elogiato i veneti che, senza aspettare gli aiuti di Stato, "hanno affondato le mani nel fango" per ripulire le loro città, la gente ha risposto con applausi calorosi, i sindaci e il governatore Luca Zaia con un rinnovato tributo di fiducia. Del resto Napolitano lo ripete da tempo: "Sul federalismo non si torna indietro". Musica per le orecchie dei leghisti. Ma, beninteso, a vigilare che sia "solidale e che rafforzi la coesione del Paese", ci sarà lui, difensore, per Costituzione e vocazione, dell'unità d'Italia. Ve. P.

2. A CATANIA CON GIGI D'ALESSIO. CONCERTO D'ORO PER LA RUSSA...
Per le celebrazioni del 4 novembre, "Giornata dell'unità d'Italia e delle forze armate", il ministro Ignazio La Russa non si è davvero risparmiato. O meglio, ha fatto spendere al ministero della Difesa la modica cifra di 192 mila euro solo per portare nella sua Catania il cantante napoletano Gigi D'Alessio. Uno sforzo proprio indispensabile, visti i chiari di luna di bilancio? Non sembra proprio. E difatti a volerne sapere di più è il deputato radicale Maurizio Turco, che ha chiesto allo stesso La Russa di poter conoscere anche le somme spese per i concerti di Giovanni Allevi a Firenze ed Enrico Ruggeri a Trieste. O. F.

3. PIOGGIA DI EURO PER "L'UNITÀ"...
Boccata d'ossigeno per le casse esangui de "L'Unità". Qualche settimana fa è partito il soccorso rosso direttamente dai piani alti del Nazareno. Il Pd ha versato un contributo di 400 mila euro al quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Un assegno che copre anche le spese per le iniziative speciali del porta a porta inaugurato da Pier Luigi Bersani con diffusione del giornale. In cambio i vertici dei democrats si aspettano un'attenzione crescente per le iniziative del partito e delle sue varie componenti. C. D.

4. MONTECITORIO, INDOVINA CHI VIENE A CENA...
Il ristorante di Montecitorio è riservato ai parlamentari e ai giornalisti accreditati. Eccezioni non se ne fanno. O meglio non se ne dovrebbero fare. Ne sa qualcosa il deputato del Pd Ludovico Vico che venerdì 19 ha chiesto di far entrare a pranzo la moglie bloccata all'ingresso del palazzo. "Non è possibile, il regolamento vieta l'ingresso agli estranei", si è sentito rispondere Vico da uno dei responsabili del ristorante. Solo che, mentre si svolgeva questo colloquio, a pochi metri di distanza il capo della Lega Umberto Bossi si attovagliava con tre belle donne, tutte non parlamentari.

 

"E quelle?", domanda Vico: "Se mia moglie non può entrare dovete farle uscire". Gelo in sala e grande imbarazzo del funzionario: "Io non mi sento di farlo". Vico insiste, vengono informati i vertici della Camera per risolvere il problema. Tutto inutile: il tempo passa senza che niente succeda. Bossi e le sue ospiti consumano tranquillamente il loro pranzo e se ne vanno. E Vico? L'onorevole ancora non si rassegna: ha scritto una dura lettera di protesta al presidente della Camera Gianfranco Fini chiedendo che "simili discriminazioni non abbiano più a ripetersi". P. D. N.

5. IL CASINI DEL SABATO SERA...
L'assemblea nazionale dell'Udc e una fastidiosa pioggia non sono riuscite a guastare a Pier Ferdinando Casini un bel weekend milanese di centro-destra. Sabato 20, serata piacevole: ore 19 e 30 aperitivo in casa del sindaco Letizia Moratti in Galleria Passarella, ore 20 e 45 in tribuna centrale a San Siro, ad ammirare il Milan del presidente Berlusconi.

6. C'È MILANO AL TELEFONO...
Dopo l'Expo, Milano si candida a "Capitale mondiale delle telefonia mobile". Sì, proprio la città che ha svenduto la fibra ottica pubblica più grande d'Europa e abortito il wi-fi. A spingere è il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (Pdl), amministratore delegato di Milano Fiera Congressi. In palio ci sono i quattro giorni l'anno per cinque anni (2013-2017) del Mobile World Capital, evento che muove tutta l'industria del settore con 800 operatori. Lupi ha inviato un dossier di candidatura a fine ottobre, e nel frattempo delle cento città in corsa ne sono rimaste sei. Il verdetto è atteso per febbraio.

 

Milano è svantaggiata per la questione delle aree espositive che ha già minato l'Expo: quelle di Rho-Pero sono impegnate fino al 2015, poi torneranno ai privati. Ma Lupi ci crede, ha scritto al sindaco Moratti e ne ha ottenuto il sostegno. I numeri di Barcellona, l'attuale World Capital, fanno gola: 225,5 milioni di euro di entrate per la città e 5.800 posti di lavoro. T. Ma.

7. CORSARO FU GIANCARLO GALAN...
Liberale e un po' corsaro. Giancarlo Galan gode a portare scompiglio fra le file leghiste e del governatore veneto Luca Zaia e così convoca i 23 direttori generali degli ospedali della regione a una cena in un ristorante di Sovizzo, nel Vicentino. Che cosa c'entra il ministro dell'Agricoltura con le sale operatorie? Nel 2008, da governatore, li aveva nominati lui, in solitudine, contro i partiti della sua maggioranza, "per impedire la lottizzazione", disse. Scoppiò una bufera con la Lega e An che minacciarono la crisi.

Erano i primi fuochi d'artificio, perché da dieci anni la Lega ha le mani sulla sanità veneta con l'assessorato. Alla cena però non tutti sono andati, alcuni hanno declinato l'invito, altri sono rimasti imbarazzati, mentre i dirigenti leghisti hanno fatto sapere che "tanto poi l'elenco dei presenti esce" e, par di capire, si pentiranno. Intanto la sanità veneta rischia un buco nei conti pubblici. P. T.

8. MENO MALE CHE C'È UN'ITALIA ECCELLENTE...
Le gambe di donna e il titolo "Berlusconi's Girl Problem", la questione delle ragazze divenuta un imbarazzo internazionale, non sono l'unica presenza italiana sull'ultimo "Newsweek", gloriosa testata americana. Girate la copertina e appare in doppia pagina Riccardo Chailly, il direttore d'orchestra milanese che con gesto imperioso guida l'Orchestra di Lipsia, nella pubblicità del corriere internazionale Dhl, parole chiave "passione" ed "eccellenza". L'Italia sembra una, ma forse sono due.

9. STOP ALL'ABUSIVISMO MEDICO...
Giovanna Negro, deputato della Lega, ha chiesto al ministro della Salute maggior impegno nel contrastare l'abusivismo medico. I dati pubblicati dalla Guardia di Finanza e dai Nas sul fenomeno mettono in luce tutta la gravità del problema: nel 2009 in Italia 15 mila persone hanno infatti esercitato la professione medica senza averne i requisiti. A questi vanno poi aggiunti altri 15 mila falsi dentisti, ovvero 1 su 5, il 20 per cento dei 70 mila odontoiatri italiani. Per stoppare l'andazzo, la Negro ha proposto di coinvolgere nei controlli Asl e comuni.

10. EPURAZIONI, PUCCINI NON FA RIMA CON FINI...
In Toscana i finiani minacciano di mettere in crisi le poche giunte di centrodestra, Prato e Lucca in testa. Motivo? L'epurazione del vice coordinatore regionale Massimiliano Simoni da presidente del Festival Puccini di Torre del Lago, in Versilia. A tagliare la testa del numero due dei finiani toscani è stato il sindaco di Viareggio Luca Lunardini, Pdl.

 

"In Toscana è iniziata la caccia a chi aderisce a Futuro e Libertà. Perciò abbiamo deciso di tenere per ora riservata l'adesione di pezzi importanti del Pdl", spiega Simoni, in difesa del quale è sceso in campo Italo Bocchino: "Vogliamo evitare loro qualsiasi possibile ritorsione, come è successo a Simoni, cacciato dalla sera alla mattina per vendetta nei confronti delle posizioni di Fini", spiega il coordinatore regionale Angelo Pollina, ex Forza Italia, fino a qualche mese fa vice presidente del consiglio regionale in quota Pdl. M. La.

11. MONTECITORIO/1 - STILE PANNELLA...
Sciopero della fame. Il Sindacato Autonomo del personale della Camera sceglie lo stile Pannella per protestare "contro l'ingiustificato inasprimento sulle pensioni e l'introduzione del sistema di valutazione". Due giorni senza cibo, il 17 e 18 novembre scorsi. Il clima tra i dipendenti si è inasprito da quando la scorsa estate il presidente Fini ha imposto un taglio del 10 per cento agli stipendi superiori ai 150 mila euro e del 5 per cento a quelli oltre i 90 mila annui. Dura la vita a Montecitorio, dove i ragionieri guadagnano più del presidente della Repubblica. O. F.

12. MONTECITORIO/2 STILE LOTITO...
Montecitorio, 17 novembre, ore 15,30 Claudio Lotito, patron della Lazio, fa anticamera da oltre mezz'ora spostandosi da un divano all'altro della Galleria dei presidenti. Deve recarsi al quarto piano, ma la chiamata non arriva. Si consola tenendo banco sul momento favorevole della sua squadra. Nessun onorevole lo ascolta, solo un paio di commessi.
P. D. N.

13. CALCIATORI, TE QUIERE CORDOBA...
Se c'è un tipo roccioso, nell'Inter sofferente, è il difensore Ivan Ramiro Cordoba. Eppure il ruvido colombiano nasconde un cuore caldo come quello, ben più noto al grande pubblico, del capitano Javier Zanetti. Cordoba, in questi giorni, partecipa con sua moglie Maria a un "Outlet solidale" presso il centro Molteni di Como, mobili di design. Raccolgono fondi per la fondazione Colombia Te Quiere Ver, da lui creata, che fornisce aiuto prezioso a un paese piagato da narcotraffico, povertà, abbandono infantile.

 

In contatto con l'Unicef, Ivan e Maria, senza farsi pubblicità, in Colombia hanno assitito gli alluvionati, varato LaEsperancia, barca-ambulatorio che porta assistenza medica gratuita nelle zone interne, sostengono l'infanzia disagiata e finanziano la prevenzione delle malattie oftalmiche. Cordoba è riuscito a coinvolgere l'Ospedale San Raffaele e la ong Aispo. E una mano, discretamente, gli arriva anche da Massimo Moratti e sua sorella Bedy. E. A.

14. REVISIONISMI, FORZA NAPOLITANIA...
Nord e Sud insieme contro l'Italia unita. A darsi la mano in nome della secessione, i neo borbonici della Napolitania (fautori di un Sud libero ma senza la Sicilia per rispetto agli indipendentisti dell'isola) e i ministri del Veneto Serenissimo Governo, protagonisti nel '97 dell'assalto al campanile di San Marco. A Vicenza, il 4 dicembre i due movimenti presenteranno l'Assemblea degli Stati pre-unitari, rivolta a tutte le sigle sparse per lo Stivale, per chiedere il rifacimento dei "plebisciti-truffa" di annessione.

 

In vista dei 150 anni dell'Unità, non mancheranno iniziative nelle vie e piazze intitolate al comune nemico Garibaldi. A suggellare l'amicizia sarà un'amichevole di calcio fra una rappresentativa del Vsg e la Nazionale delle Due Sicilie, iscritta come la Padania di Renzo Bossi al Non Fifa Board, la federazione delle nazioni non riconosciute. P. Fa.

15. TRIBUNALE DI MILANO, LO SPRECO DELLA FONTANELLA...
Un piccolo totem, una fontana stile Feng-shui. L'apparizione del manufatto in marmo, tra il terzo e il quarto piano del Palazzo di Giustizia di Milano sta scatenando curiosità. La fontanina è al centro di una piccola area, destinata all'Ufficio Innovazione, sovrastante le scale sul lato di via Freguglia. Le sei stanze, prive di finestre, vicine in linea d'aria a quelle della presidente Livia Pomodoro, si possono raggiungere solo percorrendo una scala metallica, ma per ora sono inaccessibili.

 

Il sindacato Uil-Pa punta il dito contro lo spreco di denaro per quelle che definisce "utilità di servizio che di servizio poco paiono rappresentare, se non una risibile operazione di costoso maquillage a beneficio dello sguardo di qualche addetto ai lavori. Che strana idea sorregge tutto ciò? Il Ministero e il Csm sono al corrente di questo uso del pubblico denaro?". Attendesi risposta. G. Tr.

16. ENTI LOCALI FEDERALISTI A PAROLE...
Lega e Pdl fanno del federalismo un cavallo di battaglia, ma alla prova dei fatti il loro governo taglia senza pietà i trasferimenti agli enti locali. Nel 2011 a comuni e province andranno infatti 14,65 miliardi, a fronte dei 17,77 del 2010 e dei 17,91 del 2009. Tagli pesanti ma che saranno ancor più consistenti nelle previsioni 2012 e 2013, quando scenderanno a poco più di 13 miliardi.

"Parlano di autonomia ma questo è il governo più centralista che ci sia mai stato", dice Antonio Borghesi, deputato dell'Idv, che sta facendo le pulci alla legge di stabilità: "Stanno procedendo a tagli inaccettabili, che incideranno pesantemente sulla vita dei cittadini e che renderanno impossibile assicurare servizi essenziali nei trasporti e nella sanità". A. Ro.

17. ABRUZZO, LA CAMORRA ARRIVA DAL NORD...
Narcotraffico e subappalti. Il 12 ottobre scorso la direzione distrettuale antimafia di Napoli arresta a Bergamo due fratelli, Patrizio e Massimiliano Locatelli. È l'epilogo di un'operazione antidroga partita nel 2005 con l'identificazione del padre, Pasquale Claudio, trafficante internazionale collegato al clan campano Mazzarella e con basi logistiche in Spagna. I due fratelli, secondo la Guardia di Finanza, si occupavano del pagamento dei corrieri e della riscossione dei guadagni.

 

Ma Patrizio Locatelli è anche titolare di un'azienda di pavimentazioni, la Lopav Pima. E dopo il terremoto in Abruzzo si è aggiudicato, nel settembre 2009, un sostanzioso subappalto: 500 mila euro per sottofondi e posa di pavimenti esterni del progetto Case, i 4.500 appartamenti realizzati dalla Protezione Civile. M. S.

18. ANCHE IL VENETO HA UN CUORE...
Il derby Nord-Sud divide anche le librerie. A "Terroni", il libro di Pino Aprile (Piemme) che divulga la storia degli eccidi del "colonialismo" piemontese ai danni di un Mezzogiorno laborioso e rapinato, capovolgendo la retorica del Risorgimento, fa eco "Cuore di Veneto" di Stefano Lorenzetto (Marsilio), che sfata i luoghi comuni su un Nord-est ricco, incolto ed egoista.

Il giornalista documenta che solo a Verona, la città del sindaco leghista Flavio Tosi, su 257 mila abitanti si contano 50 mila aderenti ad associazioni culturali e filantropiche, 17 mila volontari che aiutano emarginati o disabili, 20 mila donatori di sangue, mille tra missionari e laici impegnati nel Terzo Mondo, sulla scia del sacerdote Daniele Comboni. Tra tante parole urlate e falsi slogan sul federalismo, auguriamoci che il dibattito Nord-Sud continui sui fatti, sui documenti e nei libri. P. B.

19. PREDELLINO NELLA STORIA...
Dalla fase costituente alla svolta del predellino, cercheremo di dipanare alcuni dei momenti salienti della storia italiana". Ebbene sì, il predellino è già nella storia. O almeno così sostiene l'onorevole Beatrice Lorenzin, come si può leggere sulla home page di presentazione della nuova Scuola di formazione del Pdl.

La deputata romana, 39 anni, in un misto di italiano burocratico e inglese incerto, individua, nelle due date cardine - a suo parere - della storia italiana contemporanea, i margini temporali entro cui stabilire quali siano "i principi fondanti del Popolo della Libertà e come la storia abbia portato diverse culture politiche a confluire in un soggetto unitario". Le lezioni si terranno a Roma per tutto l'inverno, fino alla primavera 2011. Auguri e buoni studi ai futuri storici della libertà. C. C. 26-11-2010]

 

 

 

"REPUBBLICA"? RIPUBBLICA! - PERCHé DAGOSPIA STA SUL CAZZO AL GIORNALE DI EZIOLO MAURO? OGGI PER ESEMPIO FA SUA NON SOLO LA FOTO-SCOOP BOCCHINO-CARFAGNA CHE INCIUCIANO IN PARLAMENTO, MA SCODELLA ANCHE LO SFANCULAMENTO TRA GEROVITAL GERONZI E LO SCARPARO DELLA VALLE CHE ABBIAMO RIVELATO QUALCHE GIORNO FA (DOMANI TIRERANNO FUORI PURE LA LETTERA DELL’ISVAP?)....

Giovanni Pons per la Repubblica

 

Collegati in videoconferenza dalla sede di Mediobanca a Milano Leonardo Del Vecchio e Lorenzo Pellicioli non avevano aperto bocca. Stavano lì ad ascoltare l´alterco tra Diego Della Valle e Cesare Geronzi sull´eccesso di "romanità" che il presidente sta imponendo alle Generali. Stare troppo vicino alla politica sbiadisce l´immagine della compagnia, ha detto l´imprenditore marchigiano, e un presidente senza deleghe non può umiliare a ogni occasione i veri capoazienda, Perissinotto e Balbinot.

 

I salotti da cui stare lontani son quelli che frequenti tu qui a Roma, avrebbe risposto piccato Geronzi, lasciando di stucco i presenti finché Francesco Caltagirone ha cercato di stemperare gli animi. Ma poiché gli argomenti sollevati sono importanti, la maggioranza dei consiglieri Generali ha convenuto che l´agenda delle riunioni 2011 sarà rivista a favore delle sedi di Milano, Venezia e Trieste. 20-11-2010]

 

 

3. SECOLO CLANDESTINO...
Quante copie vende il quotidiano di Alleanza nazionale "Il secolo d'Italia", ora in orbita Futuro e Libertà? Secondo il deputato del Pdl Massimo Enrico Corsaro non più di mille copie al giorno. Corsaro si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa durante la discussione in commissione Bilancio della Camera su un emendamento del capogruppo di Futuro e Libertà, Nino Lo Presti, poi approvato, che porta a 100 milioni all'anno le sovvenzioni pubbliche ai quotidiani, essenzialmente quelli di partito, che, diversamente, sarebbero destinati a un rapido fallimento.

"Sono andato a verificare i dati", ha detto in commissione Corsaro: "Il "Secolo d'Italia" ha ricavato dalle vendite, in tutto il 2009, solo 299 mila euro, cioè, su 310 giorni di uscita, 964 euro al giorno, pari a meno di mille copie vendute, ovvero dieci copie per ogni provincia. Con i contributi pubblici non si vuole garantire la libertà di espressione ma solo rabberciare bilanci fallimentari". Il deputato finiano Aldo Di Biagio ha reagito con stizza definendo l'intervento di Corsaro "acrimonioso e fazioso, sul filo del dossieraggio". L. I.

22.11.10

 

 EDITORIA: VIA LIBERA A NUOVO REGOLAMENTO, CONTRIBUTI IN BASE A COPIE EDICOLA...
(Adnkronos) - Contributi per l'editoria in base alle copie che arrivano nelle edicole e richiesta della presenza di un numero minimo di giornalisti con contratto regolare. Sono queste le principali novita' contenute nel regolamento che semplifica e riordina la disciplina e le procedure di erogazione dei contributi diretti e indiretti all'editoria, approvato in via definitiva questa mattina dal Consiglio dei Ministri.

 

Il regolamento -spiega un comunicato della presidenza del Consiglio- tende a premiare i giornali che arrivano effettivamente nelle edicole, eliminando dal calcolo le copie vendute in blocco e quelle attraverso lo strillonaggio. Altro obiettivo, premiare le imprese giornalistiche che hanno un numero minimo di dipendenti. Il regolamento contiene altre disposizioni per favorire e tutelare l'occupazione nel settore giornalistico: le cooperative editrici potranno infatti percepire i contributi solo nel caso in cui siano composte in prevalenza da giornalisti e la maggioranza dei soci sia titolare di un rapporto di lavoro subordinato. Sono previste riduzioni fino al 20% dei contributi nel caso in cui l'impresa non utilizzi un numero minimo di giornalisti dotati di regolare contratto di lavoro.

18-11-2010]

 

 

AGCOM, OK A SISTEMA INTEGRATO COMUNICAZIONE, 5 MERCATI RILEVANTI...
Radiocor - L'Agcom ha completato oggi il procedimento per l'individuazione dei mercati rilevanti nell'ambito del sistema integrato delle comunicazioni (Sic). Ai fini della tutela del pluralismo, sono stati confermati i cinque mercati rilevanti suggeriti dal testo mandato in consultazione pubblica: si tratta, secondo quanto apprende Radiocor, della televisione in chiaro, di quella a pagamento, del settore radiofonico, dell'editoria quotidiana e di quella periodica.

Manca internet per cui l'Autorita' gia' nel documento mandato in consultazione suggeriva l'intervento del legislatore, e la pubblicita' che viene considerata non come mercato rilevante a se' stante ma che concorre all'individuazione degli altri mercati (per esempio per i giornali assieme agli abbonamenti, etc). La prossima fase, sempre secondo quanto si apprende, riguardera' l'individuazione delle eventuali posizioni dominanti all'interno dei cinque mercati oggi definiti.29-10-2010]

 

 

PUBBLICITÀ, ANIMA DE LI MORTACCI loro - IL POTERE ECONOMICO TIENE IN PUGNO LA STAMPA: SE PARLI MALE DI ME O DEI MIEI AMICI, TI LEVO LE INSERZIONI, ANCHE SE VENDI TANTE COPIE - SE INVECE MI LUSINGHI, RIEMPIO LE TUE PAGINE, ANCHE SE SONO USATE PER INCARTARE IL PESCE - COSÌ FAN TUTTI: TELECOM ABBANDONA “PANORAMA” PER UN PEZZO SU BEBÈ BERNABÈ, DOLCE E GABBANA MOLLANO “REPUBBLICA” CHE LI SMUTANDA SUL FISCO - (a dagospia abete &c. sono arrivati fino al punto di far disdettare il contratto di raccolta pubblicitaria del sole24 ore. solo dopo 5 mesi siamo riusciti a rimettere insieme i cocci)…

Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano"

PANORAMA COVER

Sarà anche l'anima del commercio, ma trasgredisce volentieri le regole del mercato. Per diventare invece un'arma di pressione, una pistola puntata sui giornali: la pubblicità è per i mezzi d'informazione la principale fonte di finanziamento. Il mercato dovrebbe funzionare così: vendi tante copie, hai tanti lettori, dunque è tanto conveniente agli inserzionisti pubblicizzare sulle tue pagine i loro prodotti, i loro servizi, i loro marchi.

Ma nella pratica, invece, spesso gli investimenti pubblicitari diventano una forma di condizionamento dei contenuti informativi. Oppure un modo per sostenere una testata politicamente amica. Scrivi bene di me e della mia azienda? Ti premio con tanti soldi in pagine pubblicitarie. Scrivi notizie sgradite? Ti tolgo la pubblicità. Sei un giornale semiclandestino senza quasi lettori, ma sostenuto da "amici" che devo compiacere? Ci investo, anche se la mia pubblicità non la vedrà nessuno. Sei una testata che vende tante copie, ma politicamente non allineata? Niente inserzioni.

ADDIO AI SOLDI DEI TELEFONI - Gli esempi sono tanti, ma difficili da raccontare, perché sono cose che si fanno ma non si dicono; e dopo averle fatte le si nega, negando anche l'evidenza. Qualche volta le si denuncia, come ha fatto il direttore di Panorama, Giorgio Mulé: "Da luglio non vedrete più la pubblicità della Telecom sulle nostre pagine", ha scritto in un suo editoriale del giugno scorso. "Il motivo è legato a un articolo pubblicato lo scorso numero in cui si faceva il punto sul futuro dell'amministratore delegato della Telecom, Franco Bernabè.

Non è arrivata alcuna smentita. Ad arrivare, invece, è stata una telefonata all'amministratore delegato di Mondadori pubblicità da parte del responsabile delle relazioni esterne di Telecom. Pochi preamboli per comunicare che, a causa delle ‘punzecchiature' di Panorama, tutta la pianificazione degli spazi pubblicitari da luglio in avanti era da cancellare".

FUNERALI E RISTORANTI - La Telecom di Marco Tronchetti Provera, negli anni precedenti, si era adirata anche con l'Espresso, per gli articoli sugli spioni interni. E aveva protestato pure per un trafiletto nella rubrica "Riservato" che aveva raccontato l'aggressione di un suo dirigente a una segretaria. Dolce & Gabbana avevano invece proprio tolto la pubblicità all'Espresso e a Repubblica, per un annetto, dopo gli articoli che nella primavera 2008 avevano rivelato la mega evasione fiscale messa a segno dalla loro azienda.

D&G sono una coppia molto suscettibile: non sopportarono che l'Espresso segnalasse la loro assenza ai funerali di Gianfranco Ferrè; e scatenarono la rappresaglia pubblicitaria quando il Sole 24 Ore osò recensire negativamente il loro ristorante milanese, il "Gold".

Il mondo della moda è capriccioso e terribile: sa che dalle pagine pubblicitarie delle griffe dipende la vita e la morte di tutti i femminili e di una buona parte dei maschili. Anche all'estero, tanto che il settimanale americano Newsweek, che aveva scatenato due dei suoi inviati, tra Stati Uniti e Italia, per fare un'inchiesta investigativa sull'omicidio di Gianni Versace, ha poi rinunciato a pubblicarla.

In compenso, nel numero del 7 dicembre 1998 la copertina e il primo articolo di una sezione speciale pubblicitaria è stata dedicata a Donatella Versace. Alcune aziende, come le Ferrovie dello Stato, grande investitore pubblicitario ma anche frequente oggetto di articoli e inchieste, hanno rapporti difficili con i giornali. Altre hanno invece rapporti splendidi: con chi le tratta bene. Non ci sono soltanto i sostanziosi investimenti pubblicitari in cambio di articoli compiacenti.

ABBONAMENTI, COSÌ FAN TUTTI - Ci sono anche le copie comprate, gli abbonamenti sottoscritti e altri simpatici modi di "ringraziare" le testate "amiche". Lo racconta Gianni Gambarotta, ex direttore del settimanale Rcs Il Mondo, radiato dall'Ordine dei giornalisti perché il banchiere della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani aveva dichiarato (senza riscontri) di avergli consegnato 30 mila euro, ma alla fine prosciolto da ogni addebito disciplinare.

"Io ho fatto prendere al mio giornale, alla mia casa editrice", ammette Gambarotta davanti al consiglio dell'Ordine, "150 mila euro per abbonamenti in due tranche, abbonamenti al Mondo sottoscritti dalla Popolare di Lodi. Ora, questo qui è un comportamento largamente usato da tutti i colleghi giornalisti direttori di giornali. Io non so se questo sia un bene o sia un male, so che il mestiere si è evoluto in questo modo, un direttore di giornale è responsabile del giornale nella sua totalità, compreso il conto economico".

C'è poi chi, come il sottosegretario del governo Berlusconi Daniela Santanchè, titolare della concessionaria Visibilia, va dagli investitori pubblicitari a raccogliere pubblicità per il Giornale della famiglia Berlusconi. Ma qui dal mercato si è passati alla politica.

23-10-2010]

 

 

IL VULNUS DI AMADORI - VULPIO FUORI DAL CORO: "IL GIORNALISTA DI ’PANORAma’ nei suoi articoli non ha rivelato un bel nulla che non fosse già contenuto nei modelli 740 e 760 dei personaggi pubblici dei quali si è interessato per ragioni di lavoro - Non solo. Poiché Amadori fa il giornalista, si omette di dire che ha il dovere, non soltanto il diritto, di pubblicare le notizie in suo possesso. Persino quelle notizie eventualmente “attinte” in maniera illegittima da un altro soggetto

Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera di Carlo Vulpio a Dagospia
A me questa vicenda di cui è protagonista, suo malgrado, Giacomo Amadori, giornalista di Panorama, non piace.

 

Amadori è accusato dal pm di Milano, Elio Ramondini, di aver rivelato notizie segrete e dati sensibili "in concorso" con l'appuntato della Guardia di Finanza, Fabio Diani. Costui (detentore della password di accesso dell'Agenzia delle Entrate come migliaia di altri soggetti) avrebbe "interrogato" il computer per ottenere "notizie segrete" relative a personaggi pubblici (della politica, ma non solo) da passare ad Amadori, il quale a sua volta se ne sarebbe servito per "confezionare" alcuni servizi giornalistici.

Così ce l'hanno raccontata un po' tutti. In realtà, in questo racconto non quadrano un bel po' di cose.

 

A parte il fatto che il nesso causale tra le condotte di Diani e Amadori è tutto da dimostrare, si omette di dire che Amadori nei suoi articoli non ha rivelato un bel nulla che non fosse già contenuto nei modelli 740 e 760 dei personaggi pubblici dei quali si è interessato per ragioni di lavoro.

Non solo. Poiché Amadori fa il giornalista, si omette di dire che ha il dovere, non soltanto il diritto, di pubblicare le notizie in suo possesso. Persino quelle notizie eventualmente "attinte" in maniera illegittima da un altro soggetto. Voglio dire che si tratta di dati non solo non segreti, ma che i cittadini hanno diritto di conoscere. Perché riguardano personaggi pubblici, la "classe dirigente" del Paese, che non è composta soltanto di politici, ma anche di personaggi - per fare un esempio fresco fresco - come Roberto Benigni e Roberto Saviano, con i quali la Rai tratta compensi, rispettivamente, di 250 mila euro per un'ora (Benigni) e 50 mila euro a puntata (Saviano).

 

Domanda: se qualcuno mi fa conoscere queste cifre, e se so che le sborsa la Rai (servizio pubblico, e quindi pagata anche da me) e se sono un operaio a 1.200 euro al mese (ma anche se sono un insegnante, un precario, un ricercatore universitario, un medico...) avrei o no qualche motivo in più per incazzarmi?

Quindi, tornando a noi, perché prendersela con tutti gli Amadori che pubblicano dati (già pubblici) di interesse pubblico?
Ma ciò che in questa vicenda lascia davvero perplessi è ben altro.

 

Tutti, dicasi tutti, i giornali e le tv, anche quelli orientati a destra, hanno raccontato cose che nell'avviso di garanzia spedito ad Amadori non ci sono. E viceversa hanno omesso cose che invece ci sono e, per dir così, fanno la differenza. Le une e le altre, assieme, possono illuminarci molto meglio. Eccole.

 

Primo. Nelle contestazioni del pm non ci sono i dati del 740 di Nicola Vendola, né alcun altra notizia reddituale o patrimoniale che lo riguardi. Il pm non ne fa cenno. Mai. Vendola però si è precipitato a dichiarare (perché tanta fretta?) di essere stato "infangato" fin dai giorni (estate 2009) in cui Amadori e Panorama facevano il proprio lavoro. Cioè informare la gente sulla "Puglia-connection" di rifiuti e sanità e sulla relativa inchiesta condotta dal pm barese Desirée Digeronimo, che in quei giorni fu violentemente attaccata da Vendola senza che il Csm aprisse una semplice pratica a tutela del magistrato, come si fa e si è fatto sempre in questi casi.

 

Secondo. Nelle contestazioni del pm ci sono, invece, i dati (pubblici) su redditi e patrimoni del senatore Pd Alberto Tedesco (assessore alla Sanità in Puglia nella giunta Vendola) e dei suoi figli (soci nelle aziende fornitrici di prodotti sanitari). E ci sono anche i dati (pubblici) su redditi e patrimoni di Carlo Dante Columella (patron della Tradeco, azienda leader nel Sud per la raccolta e lo smaltimento rifiuti) e di suo figlio (socio).

 

La Tradeco, come sanno anche i bambini, non solo quelli pugliesi, oltre ad essere coinvolta in una serie di vicende giudiziarie piuttosto serie, ha fatto campagna elettorale per Vendola e per Tedesco e fa parte del consorzio Cogeam insieme con il gruppo Marcegaglia (che è la società capofila). Con la Cogeam, il presidente Vendola ha firmato contratti ventennali per contestatissime discariche (e non solo) da un capo all'altro della Puglia.

 

Forse, ci permettiamo di dire, era questo "l'interesse" che Amadori coltivava. Dare notizie. Raccontare fatti. Non attraverso il buco della serratura di una camera da letto, ma attraverso contratti, partecipazioni societarie, voti, conflitti di interesse, appalti per rifiuti e sanità e criminale sepoltura di interi container di rifiuti speciali, roba al cui confronto i Casalesi rischiano di fare la figura dei dilettanti. Tutte vicende sulle quali sta indagando la Dda di Bari, e che tuttavia sui giornali e in tv stentiamo a leggere e ad ascoltare. Perché? Certo, è difficile credere che anche questo avvenga per colpa del bavaglio e della censura berlusconiane... 20-10-2010]

 

 

guarda che bel "panorama"! - agli arresti domiciliari Un appuntato della Guardia di Finanza di Pavia, reo di Ripetuti accessi abusivi alla banca dati dell’Anagrafe tributaria per spiare i redditi e la situazione personale e patrimoniale di Travaglio, De Magistris, il giudice Mesiano, Grillo, Di Pietro, PD’Addario, Genchi e mezza famiglia Agnelli, da girare al settimanale di segrate - MULE’: "NON ERANO DATI SENSIBILI COPERTI DA PRIVACY. AMADORI HA FATTO SUO LAVORO"....

Marco Lillo per Il Fatto Quotidiano

 

Indagini sui nemici del premier. Ripetuti accessi abusivi alla banca dati dell'Anagrafe tributaria per spiare i redditi e la situazione personale e patrimoniale di politici, magistrati, oppositori. Un appuntato della Guardia di Finanza di Pavia, Fabio Diani, è da stamane agli arresti domiciliari su richiesta del pm di Milano Ennio Remondini, e su decreto del gip Roberta Nunnari.

 

Il destinatario delle spiate, il giornalista di Panorama Giacomo Amadori, ha ricevuto un avviso di garanzia. Il reato contestato al finanziere è l'accesso abusivo a banca dati protetta, previsto dall'articolo 615 ter codice penale. Impressionante l'elenco degli spiati: Marco Travaglio, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, colpevole di avere condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti. E poi ancora: Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Patrizia D'Addario, Luca Casarini, Gioacchino Genchi, e mezza famiglia Agnelli, da Marella Caracciolo a Gianni Agnelli, da Clara a Maria Sole fino ad Alain Elkann.

 

I magistrati hanno riscontrato che quasi sempre all'interrogazione seguiva poi un articolo contro l'obiettivo messo nel mirino e sul quale erano stati trovati elementi grazie alle spiate abusive.

 

A leggere le carte dell'indagine sembra di assistere più che a un comune lavoro giornalistico a una caccia all'uomo condotta con l'ausilio di una banca dati governativa, da un giornale del premier, a beneficio del presidente-padrone.

Gli investigatori hanno elencato il prodotto finale di questi accessi abusivi: "L'Italia dei valori familiari"; "Grillo vuole rilanciare il Pd o il suo 740"; "D'Addario complotto in tre mosse"; Agnelli, ecco quanto dichiarano gli Agnelli"; "Il Caso Mesiano e il calzino celeste"; "Caso Genchi, quanti schedati"... e così via spiando e scrivendo.

 


GIORNALISTA PANORAMA, 'NO COMMENT'
(ANSA) - Non ha voluto commentare il giornalista del settimanale della Mondadori, Panorama, Giacomo Amadori, indagato in relazione alla vicenda dell'accesso abusivo agli archivi informatici della Guardia di finanza. Interpellato al telefono dall'Ansa ha replicato: "No comment".

3- MULE': "NON ERANO DATI SENSIBILI COPERTI DA PRIVACY. AMADORI HA FATTO SUO LAVORO"
(ANSA) - "Il nostro giornalista Giacomo Amadori ha fatto solo il suo lavoro, come riconosciuto anche dal magistrato, nella massima trasparenza", lo ha affermato all'Ansa il direttore del settimanale 'Panorama' Giorgio Mulé "per dovere nei confronti del collega e anche a scanso di equivoci e di chi si voglia mettere a pensare a dossieraggi o killeraggi".

 

"Ci tengo a sottolineare - ha detto il direttore - che il collega ha usato le informazioni ricevute solo per scrivere gli articoli. Erano dati utilizzabili e non, come si dice, 'sensibili' o coperti da privacy. Amadori ha chiesto solo i dati delle dichiarazioni dei redditi che sono noti". "Il pm che ha poi allegato tutti gli articoli scritti in un paio di anni - ha concluso Mulé - osserva che le informazioni sono state utilizzate con l'unico fine di scriverli".

  [18-10-2010]

 

L'ENEL NON MOLLA "IL FATTO QUOTIDIANO"...
(Primaonline.it) - Una critica e l'Enel toglie la pubblicità' è il titolo di un pezzo pubblicato oggi dal 'Fatto quotidiano', che parla di "ritorsione per un articolo sgradito". Immediata la reazione dell'Enel che dice: "Mai disposto la cancellazione di pianificazione pubblicitaria a seguito di articoli critici. Tanto è vero che la pianificazione prevista sul 'Fatto' fin dal 1° ottobre non è stata minimamente modificata né ridotta. Per il futuro, la nostra linea non cambierà". Almeno sul fronte dell'Enel Padellaro e i suoi giornalisti possono stare tranquilli.

 

22.10.10

 

 

PER I FONDI ALL’EDITORIA IL GOVERNO RIMEDIA 195 MLN, MA NON BASTANO: sono necessari 400 - LA verde ’PADANIA’ con i CONTI IN ROSSO E UN PROBLEMA EDITORIALE: “SIAMO TROPPO TROPPO FILO-GOVERNATIVO”- THE SPACE(Medusa e Benetton)-UCI: SCONTRO KOLOSSAL PER I MULTISALA - NEWS ONLINE SULLA TV - CECCHERINI PIAZZA UN OSSERVATORE (ROMANO) IN OGNI CLASSE....

1 - IL GOVERNO TROVA 195 MILIONI PER IL 2011. MA NON BASTANO...
Da "Milano Finanza"

 

Il governo rimette mano alla cassa e per l'editoria trova 195 milioni di euro. È quanto si legge in una tabella della legge di Stabilità, la vecchia Finanziaria, approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Il problema è che, secondo gli addetti ai lavori, questa somma non basterà a sostenere un settore fortemente in crisi che negli ultimi anni si è visto ridurre stanziamenti, contributi e azzerare dal primo aprile scorso anche le tariffe postali agevolate (per le quali vengono stanziati 242 milioni da rimborsare alle Poste ma per le vecchie agevolazioni).

Sempre per i contributi postali vengono confermate le vacche magre: per il 2012 e il 2013, infatti, sempre la tabella di Via XX Settembre prevede di competenza un drastico «zero» alla voce «poste editoria», cosa che lascerebbe intendere che con la prossima riforma dell'intera materia le risorse che un tempo venivano destinate per le agevolazioni postali non ci saranno più.

Il problema tornerà presto d'attualità, in Parlamento come tra le forze politiche, in quanto i fondi necessari per gli editori sarebbero in totale 400 milioni di euro contro i 195 stanziati, tra residui dei contributi (quelli soggettivi sono stati eliminati), vecchie tariffe postali agevolate e contributi indiretti. La partita si intreccia inevitabilmente con la stesura definitiva della riforma Bonaiuti che, pur tra distinguo e deroghe mal viste dalla Fieg, parte da una base di partenza sostanzialmente condivisa: la giungla delle sovvenzioni a pioggia deve sparire.

2- LA PADANIA, CONTI IN ROSSO E UN PROBLEMA EDITORIALE: "SIAMO TROPPO TROPPO FILO-GOVERNATIVO"
Camilla Conti per Il Fatto

Altro che verde, la Padania è sempre più rossa. In casa del quotidiano leghista infatti i conti continuano a non tornare. Non solo: nella relazione al bilancio si legge nero su bianco che il giornale vende meno perché. Ma partiamo dai numeri: il bilancio 2009 della cooperativa Editoriale Nord ha chiuso con una perdita di 46mila euro nonostante i contributi statali all'editoria - 3,94 milioni erogati nel 2008 ma contabilizzati l'anno scorso - e un "obolo" di 430.000 ricevuto dal Carroccio, di cui il giornale è organo di partito.

"Le vendite, la pubblicità, la conclusione della cassa integrazione e le spese legali non ci hanno consentito di raggiungere gli obiettivi sperati", si legge nella relazione al bilancio. Dove, sotto la voce "risparmio o limitazione dei costi" viene anche comunicata per il personale la richiesta di cassa integrazione straordinaria per ancora altri due anni per i giornalisti e la deroga di otto mesi per il personale poligrafico. Per questi ultimi, alla fine del periodo di cassa integrazione guadagni in deroga, è inoltre previsto un trattamento di mobilità concordata con il sindacato che prevede il pagamento di un incentivo all'esodo di dieci mensilità per tre delle quattro persone e per la quarta un recupero parziale.

Ma la parte più interessante, numeri a parte, è contenuta nel capitolo dedicato alle vendite del quotidiano in edicola che, scrivono i vertici leghisti della coop editoriale, "non ci hanno aiutato nell'opera del risanamento". E i motivi dello scarso successo della Padania ce lo spiegano proprio gli editori: "Da una parte la crisi che pone il lettore nella condizione di limitare e in alcuni casi eliminare l'acquisto del quotidiano. Se un lavoratore è in cassa integrazione difficilmente può permettersi anche l'acquisto del quotidiano".

Già, ma non basta. "Il Movimento che il quotidiano rappresenta - si legge sempre nella relazione - è al Governo e quindi teso in un opera di valutazione positiva dell'operato dello stesso. Difficilmente può verificarsi una discrasia tra l'operato del Movimento e il suo organo di stampa. Ciò mette spesso il lettore della Lega, nella condizione di trovarsi un giornale non più battagliero come quando si era all'opposizione, ma teso a spiegare condividendone l'operato e l'azione del Governo e dei suoi componenti.

Tale moderazione si traduce per alcuni in debolezza e non si rivedono più con il loro organo di stampa". Tradotto: siccome Bossi & c stanno al governo con Berlusconi non possono attaccare la Roma ladrona come prima, anzi la battaglia celodurista finisce a tarallucci e vino, anzi a polenta e pajata. Il lettore di Pontida si incazza e non compra più il giornale.

Ma andiamo avanti. Sul fronte pubblicitario, alla Padania manca ancora una concessionaria e le "tante difficoltà nella raccolta nascono anche dal fatto che la diffusione del quotidiano su un territorio limitato alle regioni del nord pone dei limiti anche all'acquisizione pubblicitaria di chi avesse interesse ad apparire su tutto il territorio nazionale".

Insomma, non c'è la corsa degli imprenditori "terroni" siciliani, pugliesi e calabresi a finire sulle pagine del quotidiano. E il futuro? "La società anche nel prossimo esercizio continuerà l'opera di risanamento con la riduzione dei costi in linea generale. E in particolare sono previste riduzioni consistenti nei costi della stampa. Il Consiglio di Amministrazione confida inoltre in una ripresa di fatturato con la prevista sottoscrizione di nuovi abbonamenti che possano dare alla società un flusso continuo di ricavi".

Infine, sul fronte della governance, l'assemblea di maggio ha rinnovato il cda fino al 2012: sono stati riconfermati Federico Bricolo (presidente), Roberto Cota (vicepresidente), Angela Rosa Mauro (amministratore), Stefano Stefani (amministratore), Giancarlo Giorgetti (amministratore) mentre vanno registrate due new entries: Giovanni Marco Reguzzoni (presidente dei deputati leghisti alla Camera) e Francesco Belsito (sottosegretario alla semplificazione normativa). A loro il compito di rinverdire la Padania.

3- MEDIA NEWS
Enrica Roddolo per "Il Mondo"

È SCONTRO KOLOSSAL PER I MULTISALA...
C'è aria di scontro fra titani sul grande schermo. Se il maxi circuito The Space cinema (Medusa e Benetton) guidato dall'ad Giuseppe Corrado, ha appena rilevato tre nuovi multisala totalizzando 268 schermi, il concorrente Uci cinemas Italia sta preparando la controffensiva: ci sarebbero trattative in corso con un paio di circuiti che porterebbero a Uci oltre 50 nuove sale a fine anno. Più un piano di conversione al digitale di tutte le sale del circuito che si concluderà a fine 2011.

In tutto a oggi Uci, nata da una partnership tra le major Universal e Paramount Pictures e rilevata poi dal fondo di private equity Terra Firma capital partners che poi ha acquisito anche la catena inglese Odeon, conta 25 strutture multiplex per 264 schermi lungo lo Stivale. Il primo step sarà la digitalizzazione di un centinaio di sale (ora sono 60 quelle già rinnovate) entro fine anno, con l'inserimento della tecnologia 3D, per completare la transizione entro il 2011.

L'investimento complessivo varato dall'ad Andrea Stratta è di 16 milioni di euro. Nell'headquarters londinese il board ha intanto già approvato un maxi investimento globale di oltre 100 milioni di euro per digitalizzare tutte e 1.800 sale internazionali di OdeonUci.

LA TV DI DOMANI FARÀ NOTIZIA ONLINE...
Italia nell'empasse digitale terrestre? È pronto a scendere in campo il nuovo presidente dei Corecom (già a capo del Corecom Lazio), l'avvocato Francesco Soro con una nuova iniziativa che avrebbe per obiettivo far chiarezza e aggiornare la business community di settore sullo stato dell'arte digitale. Senza veli e censure. Soro, secondo quanto risulta al Mondo, starebbe mettendo a punto il piano di un portale o sito di news online interamente dedicato a dar conto di che cosa succede nel mondo tv.

Dovrebbe chiamarsi Next-tv e fornire agli operatori del settore gli strumenti per concorrere nella tv del futuro. Anche perché se l'Italia per ora è ancora bloccata nella fase digitale già avanzano le offerte di tv a banda larga come Cubovision e Google tv che metteranno le imprese italiane alla prova nel nuovo mercato dei contenuti.

AL VIA CASAMICA FORMATO VERCESI...
È il nuovo design magazine del Corriere della Sera, in edicola dal 16 ottobre con il quotidiano e Io Donna ma anche on line sul portale atcasa.it. Inizio d'autunno con molte novità per il nuovo Casamica, la testata di Rcs Periodici alla cui direzione è arrivato Pier Luigi Vercesi (che è anche condirettore di Io Donna a fianco del direttore Diamante d'Alessio).

Vercesi con la managing editor Silvia Robertazzi, ha modificato stile e contenuti della storica testata di arredamento della Rizzoli restituendo valore all'immagine e ai servizi per chi la casa la ama e la vive, privilegiando una scrittura rapida ed essenziale tipica del giornalismo online. Dietro alla nuova grafica c'è lo studio Sm associati (che cura anche la campagna stampa di lancio), con la direzione creativa di Marco Velardi.

UN OSSERVATORE IN OGNI CLASSE...
A inaugurare l'edizione 2010-2011 del Quotidiano in classe (l'iniziativa che avvicina i ragazzi alla lettura dei giornali) sarà il prossimo 22 ottobre a Firenze Joaquín Navarro-Valls, già direttore della sala stampa Vaticana (e oggi presidente della Fondazione Telecom Italia). E, presto, ai 16 grandi quotidiani nazionali (Corriere della Sera in testa) che compongono il panel di lettura nelle scuole, si aggiungerà anche la new entry dell'Osservatore Romano.

«All'Osservatore Romano, come anche al magazine Focus, dedicheremo due progetti speciali dell'operazione che quest'anno coinvolgerà il 70% circa degli studenti: 1 milione 802 mila ragazzi», dice al Mondo il presidente dell'Osservatorio giovani-editori, Andrea Ceccherini che sta già pensando all'edizione 2011 della Bagnaia dell'editoria, il summit che il prossimo anno coinciderà (e festeggerà) con i 150 anni dell'Unità d'Italia.

CASTA (E LUCROSA) DIVA SBARCA A MUMBAI...
Nata come piccola iniziativa di qualità nel settore delle produzioni video Casta Diva guidata dall'ad Andrea De Micheli e dal presidente Luca Oddo, nonostante la crisi globale si prepara a inaugurare una testa di ponte a Mumbai, oltre alle sedi di Milano, Londra, Praga, Buenos Aires. L'agenzia ha infatti continuato a crescere anche nel primo semestre 2010 del 55%.[15-10-2010]

 

 

 

1- LA PRESUNTA MINACCIA DELLA PREPARAZIONE DI UN DOSSIER CONTRO EMMA MARCEGAGLIA SAREBBE AVVENUTA IN SEGUITO ALL’INTERVISTA DEL 15 SETTEMBRE AL CORRIERE NELLA QUALE EMMA CRITICAVA IL GOVERNO E LA CAMPAGNA DE "IL GIORNALE" CONTRO FINI - 2- L’INCHIESTA NASCE DA UN SMS DEL VICE DIRETTORE PORRO A RINALDO ARPISELLA (ADDETTO STAMPA DI EMMA): “ROMPEREMO IL CAZZO ALLA MARCEGAGLIA COME POCHI AL MONDO! SPOSTIAMO I SEGUGI A MANTOVA” - I “SEGUGI” CHIOCCI E MALPICA REPLICANO, VIA MAIL, A DAGOSPIA: “MAI STATI A MANTOVA, LA NOSTRA UNICA META RESTA MONTECARLO” - 3- SALLUSTI QUERELA IL PROCURATORE LEPORE - EMMA: “RISCHIO PER LA MIA IMMAGINE” - 4- WOODCOCK: "IL DIRITTO DI CRITICA DA PARTE DELLA STAMPA È FUORI DISCUSSIONE MA IL GIORNALISTA NON PUÒ UTILIZZARE I PROPRI SCRITTI "PER COARTARE LA VOLONTÀ ALTRUI" PERCHÉ IN QUESTO CASO SI CONFIGURA UN REATO, QUELLO DI VIOLENZA PRIVATA"

 

1 - CHIOCCI E MALPICA A DAGOSPIA: "UN SMS PRESO TROPPO SUL SERIO. NON METTIAMO PIEDE A MANTOVA DA ANNI. RESTIAMO A MONTECARLO"...
Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, leggiamo dal decreto di perquisizione nei confronti del direttore Sallusti e del vice Porro che in un sms, preso evidentemente troppo sul serio dagli inquirenti, gli asseriti segugi del caso Tulliani-Fini sarebbero stati spostati da Montecarlo in quel di Mantova, città centro di riferimento degli interessi economici e familiari del presidente di Confindustria. I segugi in questione, in verità, non mettono piede a Mantova da anni e a dirla tutta non hanno mai avuto indicazioni al riguardo. La nostra unica meta, come i lettori del Giornale sanno bene, resta il Principato di Monaco. E da qui non abbiamo alcuna intenzione di sloggiare.
Cordialmente
i "segugi" Gian Marco Chiocci & Massimo Malpica

 

2 - SMS, SPOSTATI SEGUGI DA MONTECARLO...
(ANSA) - La presunta minaccia della preparazione di un dossier contro Emma Marcegaglia, alla base del decreto di perquisizione eseguito oggi nella sede de 'Il Giornale', sarebbe avvenuta in seguito all'intervista rilasciata il 15 settembre scorso al Corriere della Sera dalla presidente degli industriali nella quale si esprimevano critiche al governo, con accenni ai conflitti personali (che "non aiutano la crescita") e alla campagna di stampa nei confronti di Fini.

Un elemento di rilievo secondo i magistrati è rappresentato dal sms inviato il 16 settembre da Porro a Rinaldo Arpisella, responsabile dei rapporti con la stampa della Marcegaglia: "Ciao Rinaldo domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia". Nella successiva telefonata, pochi minuti dopo, intercorsa tra i due, il giornalista afferma "...adesso ci divertiamo per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo!" aggiungendo che non si trattava di uno scherzo e di aver "spostato i segugi da Montecarlo a Mantova" con riferimento - spiegano i pm - alla città centro di riferimento degli interessi economici e familiari del presidente di Confindustria.

 

Gli inquirenti registrano poi una telefonata tra Arpisella e un responsabile delle relazioni esterne di Mediaset con la richiesta di un intervento di Confalonieri. In un colloquio successivo, il responsabile Mediaset parla dell'avvenuto intervento del presidente di Mediaset presso Il Giornale e del fatto che la Marcegaglia lo aveva poi ringraziato.

Nel decreto viene poi riportato un passaggio di un'altra telefonata, del 22 settembre, tra Porro e Arpisella in cui il giornalista afferma: "...dobbiamo trovare un accordo perché se no non si finisce più qui...la signora se vuole gestire i rapporti con noi deve saper gestire...quello che cercavo di dirti è che dobbiamo cercare di capire come disinnescare in maniera reciprocamente vantaggiosa, vantaggiosa nel senso diciamo delle notizie delle informazioni della collaborazione no...".

 

3 - SALLUSTI QUERELA PROCURATORE NAPOLI. "MAI PARLATO CON MARCEGAGLIA E ASSISTENTE"...
(ANSA) - Il direttore de 'Il Giornale', Alessandro Sallusti, ha dato mandato di querelare il procuratore di Napoli, Giandomenico Lepore, per diffamazione con grave danno alla propria reputazione e immagine, in merito alla dichiarazioni rilasciate dal magistrato al sito del Corriere della Sera.

"Nel controllare un numero di telefono - ha detto Lepore al Corriere.it, secondo quanto riferisce Sallusti in una dichiarazione - ci siamo resi conto che i colloqui tra i giornalisti del Giornale Alessandro Sallusti e Nicola Porro con il segretario del presidente degli industriali erano tesi a fare cambiare atteggiamento al presidente degli industriali che aveva rilasciato dichiarazioni dure contro il governo".

 

"Non ho mai fatto - ha detto Sallusti - o ricevuto alcuna telefonata, messaggio o e-mail sull'argomento in questione, non ho mai parlato in vita mia con il presidente Marcegaglia, con il suo assistente Rinaldo Arpisella, del quale ho appreso solo oggi l'esistenza, né con persone riconducibili allo staff del presidente di Confindustria".

4 - PM, SI' DIRITTO DI CRITICA, NO DI COARTARE...
(ANSA) - Il diritto di critica da parte della stampa è fuori discussione ma il giornalista non può utilizzare i propri scritti "per coartare la volontà altrui" perché in questo caso si configura un reato, quello di violenza privata. E', in sintesi, quanto affermano i pm di Napoli Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, nelle motivazioni alla base della decisione di perquisire la sede de "Il Giornale".

 

"Il giornalista - osservano i magistrati - non solo ha ovviamente il diritto di scrivere quanto ritiene necessario per far conoscere alla pubblica opinione, ma ha anche il diritto di criticare e di farlo in modo anche duro, pungente e veemente". "Può acquisire - scrivono i pm - notizie e informazioni anche riservate e persino segrete (che anzi secondo il codice deontologico dei giornalisti è addirittura tenuto a pubblicare), potendo preservare anche le proprie fonti; ancora il giornalista, fatti salvi ovviamente gli aspetti deontologici, può essere naturalmente fazioso".

 

"Tuttavia - sottolineano Piscitelli e Woodcock - il giornalista (e nessun altro) non ha diritto di utilizzare i propri scritti e le proprie pubblicazioni, o meglio la prospettazione di propri scritti e proprie pubblicazioni, allo scopo di coartare la volontà altrui".

A tale proposito i magistrati affermano che quando ciò accade "si configura il delitto di cui all'art. 610 cp ravvisandosi quello che la Suprema Corte di Cassazione ha definito come lo 'sviamento dello scopo' che connota in termini di ingiustizia il male prospettato: nel senso che per configurarsi il reato di violenza privata (ovvero il reato di estorsione, o quello di minaccia semplice, tutte nella fattispecie accomunato nell'elemento costitutivo della minaccia) non è necessario che il male sia di per sé ingiusto, bastando che risulti tale in relazione allo scopo cui la minaccia servi come mezzo". Dunque "é l'ingiustizia dello scopo che rende ingiusto il mezzo utilizzato e ciò anche quando il mezzo non è in sé e per sé ingiusto".

5 - MARCEGAGLIA: 'PERCEPII RISCHIO PER MIA IMMAGINE'...
(ANSA) - La percezione di "un rischio reale e concreto per la mia immagine e la mia persona...". Così il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, interrogata in qualità di persona informata dei fatti dai pm di Napoli Piscitelli e Woodcock il 5 ottobre scorso, spiega il suo stato d'animo dopo aver appreso di una presunta campagna che Il Giornale avrebbe avuto intenzione di organizzare nei suoi confronti. Un passaggio della testimonianza del presidente degli industriali è riportato nel decreto di perquisizione eseguito oggi nella sede del quotidiano milanese.

 

"Dopo il racconto che Arpisella mi fece - dichiara la Marcegaglia - ho sicuramente percepito l"avvertimentò come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi mi misi personalmente, in contatto con Confalonierì".

"Il Giornale e il suo giornalista - ha aggiunto - hanno tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti del Giornale stesso concedendo interviste che, per la verità, io sul Giornale almeno recentemente non avevo fatto... Non mi era mai capitata una cosa simile, e cioé non mi era mai capitato che un quotidiano ovvero qualsivoglia altro giornale tentasse di coartare la mia volontà con queste modalità per ottenere un'intervista ovvero in conseguenza di dichiarazioni precedentemente rilasciate".

6 - FELTRI, COSI' CI FACCIAMO PUBBLICITA'...
(ANSA) - "Ci gioviamo di questa iniziativa per farci un po' di pubblicità". Così il direttore editoriale del Giornale, Vittorio Feltri, ha commentato l'inchiesta della procura di Napoli su presunte minacce alla presidente di Confindustria e le perquisizioni nella sede del quotidiano e nelle abitazioni del direttore responsabile e del vicedirettore. "Non c'é un legame - ha spiegato Feltri - tra l'appartamento dei Tulliani e questa vicenda. Sono contento di queste perquisizioni così si renderanno conto che non abbiamo alcun dossier".

 

"Sono amico della signora Marcegaglia - ha spiegato Feltri - che conosco da anni e che stimo anche se lei due settimane fa ha detto che dovevamo smetterla di occuparci delle case dei Tulliani. Noi gli abbiamo risposto a tono dicendo che la presidente di Confindustria non deve intervenire su queste cose".

Alla domanda se è a conoscenza dell'esistenza di un'inchiesta sulla presidente di Confindustria, Feltri ha risposto: "Non so se stanno facendo un'inchiesta sulla Marcegaglia".

L'ex direttore del quotidiano di via Negri, da alcune settimane passato al ruolo di direttore editoriale, ha quindi proseguito: "Faccio questo lavoro da quarant'anni e capita a volte che qualcuno mi dia una dritta ma io non so cosa siano i servizi deviati". All'osservazione che giorni fa il Giornale ha pubblicato una notizia secondo la quale i giornalisti del quotidiano sarebbero stati spiati, Feltri ha replicato: "questa é una cosa grave perché chi ce l'ha detto è una fonte attendibile". Prima di salire nel suo ufficio, scherzando e mostrando i polsi come se fossero ammanettati, ha concluso: "hanno perquisito gli uffici di Sallusti e di Porro, se vogliono perquisiscano anche il mio, gli do le chiavi".

 

7 - PERINA, PDL RIFLETTA SU METODO BOFFO. IPOTESI DENIGRAZIONE CON DOSSIER COME PER FINI...
(ANSA) - "Anzichè scagliarsi pregiudizialmente contro la magistratura, sarebbe bene se qualcuno nel Pdl riflettesse sul fatto che quel che oggi è ipotizzato contro la Marcegaglia, cioè una campagna di denigrazione attraverso dossier, il Giornale lo ha già fatto nei confronti di Boffo e di Fini. Evidentemente qualcuno perde il pelo ma non il vizio". E' quanto dichiara Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia e parlamentare di Futuro e Libertà.

 

8 - LARATTA (PD), E' SQUADRISMO GIORNALISTICO...
(ANSA) - "Ci troviamo davanti ad episodi di puro squadrismo giornalistico. Una testata usata a scopi punitivi, per distruggere chi osava ed osa criticare il Governo e il presidente del consiglio che, per interposto fratello, ne risulta il proprietario". Franco Laratta, giornalista e deputato Pd, commenta così le vicende de Il Giornale e l'indagine che coinvolge il direttore Sallusti e altri cronisti della testata. "Un giornale così e i suoi giornalisti - aggiunge - andrebbero pesantemente sanzionati dall'Ordine. Mentre Berlusconi quando lo vende un giornale così? O forse lui sapeva quello che accadeva? O ne era addirittura l'ispiratore?".

 

 

[07-10-2010]

 

 

1 - MINACCE ALLA MARCEGAGLIA, PERQUISITA LA SEDE DE "IL GIORNALE"...
(ANSA) - Sono in corso alcune perquisizioni nella sede de 'Il Giornale' e nelle abitazioni di alcuni giornalisti del quotidiano milanese. A quanto si è appreso i provvedimenti sono stati disposti dalla procura di Napoli nell'ambito di una inchiesta su presunte minacce, attraverso la raccolta di un dossier, nei confronti del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, dopo che l'imprenditrice aveva formulato critiche nei confronti del Governo in alcune sue dichiarazioni.

 

I decreti di perquisizione, eseguiti dai carabinieri, sono stati emessi dai pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock e vistati dal procuratore Giovandomenico Lepore. L'ipotesi di reato formulata dai magistrati è di concorso in violenza privata. L'indagine sarebbe scaturita da alcune intercettazioni disposte nell'ambito di una diversa inchiesta condotta dai magistrati partenopei. Dalle conversazioni e da un sms sarebbe emersa la presunta intenzione di una campagna di stampa nei confronti della Marcegaglia.

 

2 - PERQUISIZIONI AD OPERA DEL NOE...
(ANSA) - Le perquisizioni in corso nella sede del quotidiano Il Giornale sono eseguite dal Noe, il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. Al momento i carabinieri si trovano nell'ufficio del Direttore. E' presente anche un perito nominato dall'autorità giudiziaria.

 

 

 [07-10-2010]

 

SALLUSTI ATTACK! - "DUE PROCURE TENGONO SOTTO CONTROLLO I CELLULARI DI DIRETTORI E VICEDIRETTORI, SENZA CHE SIANO STATI CONTESTATI REATI - CERCANO APPIGLI PER INCASTRARCI O VOGLIONO ASCOLTARE CHI PARLA CON NOI? - La Annunziata ha detto di avere ascoltato l’audio di una intercettazione tra Lavitola e un misterioso politico. Senza dire di chi si trattasse, quale fosse il contenuto, a che titolo era stata fatta e a che titolo lei l’aveva sentita. Insomma, un avviso mafioso in diretta sulla Tv di Stato. Ma, ovviamente, trattandosi della rossa Lucia e di Raitre non si parlerà di fango e di dossier, ma di libertà di informazione"... 

Alessandro Sallusti per "il Giornale"

ALESSANDRO SALLUSTI

Abbiamo la certezza che almeno due procure della Repubblica, una al Nord e una al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vicedirettori de Il Giornale. Cioè i nostri. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari, nessuno ha ricevuto avvisi di garanzia né è mai stato convocato da alcuna autorità anche solo come testimone a conoscenza dei fatti.

Per quello che ne sappiamo, insomma, siamo «puliti », come direbbero in questura. Eppure ci sono pm che si divertono ad ascoltare le nostre conversazioni. Personalmente sono certo di non aver commesso rea­ti, esclsa la violazione del codice della strada. Non traffico né faccio uso di droghe, non ho rubato né preso tangenti, in quanto a pulsioni sessuali sono della vecchia scuola (cioè a norma di legge e di morale pubblica). Per cui è ovvio chiedersi: perché?

LUCY ANNUNZIATA

Le risposte sono tre. La prima. I magistrati sospettano che tutti noi, guarda la coincidenza, abbiamo commesso ognuno un reato diverso dall'altro che non ha nulla a che fare con la nostra professione, e perciò legittimamente indagano. La seconda. I magistrati sono curiosi di sapere che cosa diciamo al telefono perché non si sa mai, magari qualche cosa si scopre: una battuta, una frase che può essere indizio di reato o di gossip privato da passare al momento giusto a ricattatori fabbricanti di dossier.

Gioacchino Genchi

La terza. Ai magistrati non interessa quello che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo per dovere d'ufficio. Insomma, veniamo usati per ascoltare persone che, almeno ufficialmente, sarebbe vietato intercettare.

LAVITOLA

Escludendo, salvo prova contraria, la prima ipotesi, restano le altre due, entrambe inquietanti e indegne di un Paese civile e liberale. Sono anche questi gli abusi dei quali parlava ieri il presidente Berlusconi nel suo discorso di chiusura della festa nazionale del Pdl. C'è un potere, quello della magistratura, che, violando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero godere di piena autonomia, da quello dell'esecutivo a quelli della politica e dell'informazione non allineata sulle loro posizioni.

Il tutto con la complicità di singoli uomini e forze politiche che non siedono soltanto, almeno ufficialmente, sui banchi dell'opposizione.

VITTORIO FELTRI

Il paradosso è che accusano noi di fabbricare fango. Lo ha ripetuto anche ieri Lucia Annunziata, comunista non pentita, nel suo programma su Raitre. E chi aveva ospite, la maestrina di giornalismo? Tale Gioacchino Genchi, una sorta di spia al servizio delle procure (e non solo, di recente è entrato anche nell'Idv di Di Pietro), uno che ha intercettato e schedato praticamente mezza Italia, non sempre in modo trasparente.

PAOLO BERLUSCONI

Non solo. La Annunziata ha anche detto di avere ascoltato poco prima l'audio di una intercettazione tra un giornalista (Lavitola) e un misterioso politico. Senza dire di chi si trattasse, quale fosse il contenuto, a che titolo era stata fatta e a che titolo lei l'aveva sentita. Insomma, un avviso mafioso in diretta sulla Tv di Stato. Ma, ovviamente, trattandosi della rossa Lucia e di Raitre non si parlerà di fango e di dossier, ma di libertà di informazione. Tanto poi gli attentati non li fanno a loro.

 

 

[04-10-2010]

 

 

1 - IL RESTO DI MASTELLA SI CHIAMA DELA VALLE
I lettori più affezionati al "Resto del Carlino", uno dei più antichi giornali italiani, sono rimasti di sasso quando hanno visto in prima pagina la foto di Clemente Mastella con l'annuncio che il politico di Ceppaloni iniziava una sua rubrica dal titolo "l'inClemente".

 

Sfogliando il giornale alla pagina 5 hanno ritrovato la sua foto e un pezzo dal titolo "Il Cavaliere e i ragionieri". Nelle righe Clementone parla dello stallo del centrodestra e dice testualmente che "Berlusconi rischia di democristianizzarsi (detto da me!): insomma di tirare a campare".

E aggiunge il consiglio di cambiare i suoi "ragionieri" che per la seconda volta gli hanno fatto calcoli sbagliati. Per non correre questo rischio secondo Mastella, Berlusconi dovrebbe fissare con lo stesso entusiasmo quello che, all'epoca del "Predellino1", fu considerato un vero colpo di teatro...anche adesso al Cavaliere si richiede un colpo d'ala: o si affida al suo innegabile fiuto politico e scassa tutto per ricostruire, oppure rischia.

 

È bene ricordare che prima di entrare in politica, Mastella cominciò a lavorare come giornalista nella Rai a metà degli anni '70 dove si dice che sia entrato con la raccomandazione di Ciriaco De Mita, e qualcuno rammenta che la spinta politica provocò tre giorni di sciopero nella redazione.

 

Forse è per questo timore che il direttore del "Carlino", Luigi Visci, ha preso in contropiede i suoi giornalisti lasciando scivolare l'annuncio della rubrica fissa di Mastella nella tarda mattinata di sabato durante la riunione di redazione. Il Comitato di redazione appena lo ha saputo ha scritto una lunga nota dai toni incazzati e sfottenti dove si lamenta l'ennesima mancanza di comunicazione preventiva e viene sottolineato l'eccessivo numero di commentatori politici in una situazione di crisi dell'editoria. L'allusione è a collaboratori come Bruno Vespa che ogni settimana prendono 1.000 euro ad articolo nonostante il medesimo testo appaia contemporaneamente su almeno altri 7 quotidiani.

 

I poveri giornalisti ignorano tuttavia che l'operazione ha dietro le spalle un grande sponsor, quel Dieguito Della Valle che considera l'uomo di Ceppaloni un autentico genio della politica, un Winston Churchill di provincia da portare sulla barca e coccolare come una star.

E non sanno, oppure fanno finta di non sapere, che il 16 aprile scorso Dieguito ha rilevato da Rcs Mediagroup il 9,9% della Poligrafici Editoriale, il Gruppo di Andrea Riffeser al quale fanno capo "Il Resto del Carlino", "La Nazione", e "QN-Quotidiano Nazionale".

 

L'operazione è costata allo scarparo 9,5 milioni di euro e non è soltanto un piccolo piacere per ridare un po' di visibilità all'uomo che - come ricorda la lettera del Comitato di redazione - ha fatto l'uccello migratore passando dalla DC a CCD, Cdr, Udr, Udeur, Popolari per il Sud. La cortesia di Dieguito nasce anche dalla voglia di riportare la barra dei giornali bolognesi e fiorentini vicino a quel Centro politico dove un giorno potrebbe arrivare l'amico Luchino di Montezemolo. Se la nuova geometria politica prenderà forma e sostanza, il Mastella confinato a Bruxelles potrebbe riaffacciarsi sulla scena politica.

 

E questo spiega perché ieri pomeriggio nella trasmissione di Simona Ventura in collegamento dallo stadio San Paolo di Napoli, il piccolo Churchill di Ceppaloni rideva a crepapelle.

15.10.10

 

BANCAROTTA AL "MANIFESTO" - è DI SINISTRA UN BANCHIERE CHE? - COSA HA FATTO "di sinistra" Profumo? INTASCARE 13 milioni all’anno, 25 mila euro al giorno, USCIRE CON UNA LIQUIDAZIONE DI 40 MILIONI E CHIEDERE IL LICENZIAMENTO DI 4.700 DIPENDENTI? - Per IL FONDATORE VALENTINO Parlato, SEMPRE VICINO A GERONZI E BANKITALIA, "essere di sinistra non significa essere rivoluzionari, ma democratici. E Profumo a parer mio faceva parte di una sinistra così caratterizzata"...

1- ELOGI A PROFUMO, PARLATO SOTTO ACCUSA
M. Io. per il "Corriere della Sera"

 

Li ha proprio fatti arrabbiare i lettori del manifesto, almeno una parte di loro, quell'articolo di Valentino Parlato nel quale la storica firma del quotidiano comunista definiva Alessandro Profumo un «banchiere di sinistra». Alcune delle «molte e lunghe lettere» assai critiche, il manifesto le ha pubblicate ieri attorno alla replica di Parlato.

Il giornalista respinge quello che per alcuni lettori sarebbe un «errore grave e dannoso» perché, scrive, «affermare che non ci possa essere un banchiere di sinistra mi sembra ridurre il marxismo a determinismo assoluto: chiunque gestisca denaro è di destra».

Valentino Parlato dice di non condividere «questo determinismo che prescinde dalla personalità dell'uomo, della sua cultura, dalla sua formazione». Ma c'è anche un secondo aspetto, altrettanto importante, che è il significato della parola «sinistra». Per Parlato, «essere di sinistra non significa essere rivoluzionari, ma democratici, per la giustizia sociale, per una crescita civile e culturale. E Alessandro Profumo a parer mio faceva parte di una sinistra così caratterizzata».

 

Ha ospitato anche un articolo di Nerio Nesi, il manifesto di ieri. Nesi ringrazia Parlato per aver ricordato le sue dimissioni vent'anni fa dalla Bnl ma oltre a ricordare le somiglianze tra il caso suo e della Bnl e quello di Unicredit e Profumo, ha tenuto a sottolineare le molte differenze. Non ultima, la liquidazione: a Nesi neppure una lira, a Profumo 40 milioni di euro.

 

Chissà se con la sua replica Parlato avrà convinto i lettori più radicali del manifesto. Difficile pensarlo, soprattutto per chi sottolineava lo stipendio (13 milioni di euro all'anno, 25 mila euro al giorno) e la liquidazione del banchiere, e per chi si chiedeva che cosa avesse fatto «di sinistra» Profumo concludendo che nel trafiletto di Parlato c'è «tutto il fallimento della sinistra».

2- BANCHIERE DI SINISTRA. UN OSSIMORO?
Da "il manifesto"

Cari lettori e cari compagni,
il mio corsivo Il banchiere scomodo pubblicato sul manifesto del 22 settembre ha provocato accalorati dissensi nella nostra riunione di redazione e molte lettere di protesta, che pubblichiamo in questa pagina, sia pure con qualche taglio. Molte e anche lunghe le lettere: come fa Valentino Parlato a scrivere che un banchiere possa essere di sinistra? Errore grave e dannoso.

 

Provo a difendermi, spiegare le mie ragioni. Innanzitutto affermare che non ci possa essere un banchiere di sinistra mi sembra ridurre il marxismo a determinismo assoluto: chiunque gestisca denaro è di destra. Ripeto, non condivido questo determinismo che prescinde dalla personalità dell'uomo, dalla sua cultura, dalla sua formazione. Un determinismo che - a mio parere - ottunde le nostre capacità di capire la storia e la politica. Se ci fosse questo determinismo assoluto Marx non avrebbe avuto bisogno di scrivere tanti volumi.

E, nella storia (non ho fatto una ricerca) ricordo che c'è stato un banchiere di nome Parvus che ha sostenuto Lenin, un altro di nome Rathenau che ha lavorato e sostenuto la Repubblica di Weimar e che finì ammazzato. Aggiungo ancora che in Italia abbiamo avuto un banchiere, Raffaele Mattioli (padre padrone della Comit) che è stato antifascista, democratico e anche di sinistra. Del resto, pur con qualche riserva, farei anche il nome di Soros. Per chi poi si voglia divertire, si guardi «Il banchiere anarchico» di Fernando Pessoa.

 

La mia seconda giustificazione riguarda il significato del termine «sinistra». Essere di sinistra non significa essere rivoluzionari, ma democratici, per la giustizia sociale, per una crescita civile e culturale. E Alessandro Profumo a parer mio faceva parte di una sinistra così caratterizzata. Qualche lettore ha obiettato sulla liquidazione di 40 milioni (certo per il nostro manifesto è un sogno), ma secondo me quella liquidazione fa parte del gioco.
Questa la mia modesta difesa: sono contrario a un marxismo ridotto a pura meccanica.
Valentino Parlato

PROFITTI E DIVIDENDI
Apprendo dal manifesto che il banchiere Profumo (13 milioni di stipendio all'anno e 40 di liquidazione) «era ed è di sinistra» e che «forse proprio per questo è stato ed è un banchiere di qualità». Riguardo alla seconda affermazione, non saprei che dire. Poiché una banca è un'azienda, immagino che un banchiere di qualità sia uno che faccia profitti e li distribuisca agli azionisti sotto forma di dividendi. Quanto alla prima delle affermazioni, ci dà la misura di quanto tempo sia passato da quando qual tale, comunista come il manifesto, affermava che reato non fosse assaltare una banca, ma fondarla (o dirigerla). Statemi bene.
Nicola De Lorenzo, Asti

 

UN'AFFERMAZIONE DISASTROSA
Caro Valentino, il «trafiletto» di prima pagina dal titolo «il banchiere scomodo», mi ha fatto trasecolare. Tu dici «Profumo era ed è di sinistra». È un ossimoro? Una provocazione? Profumo , come si dice ne «La paga dei padroni» (Chiarelettere), percepiva nel 2007 25 mila euro al giorno . Solo di «stipendio». E , come ha mostrato Lerner l'altra sera su La 7, in 10 anni ha racimolato (sesto manager super-pagato...) 50 milioni di euro (quelli noti...). In che cosa si è distinto il «nostro»? Per una maggiore indipendenza dai partiti? Basta aver mantenuto in ordine e fatto crescere Unicredit per poterlo definire di «sinistra»? Cosa vuol dire «essere di sinistra»? Ho l'impressione che in questo trafiletto ci sia tutto il fallimento della «sinistra». Compreso quello del «manifesto».
Gaetano Stella

 

MA CHI TE LO FA FARE?
Caro Valentino, al di là di Alessandro Profumo, la domanda è: si può oggi essere banchiere e alla testa di una grande banca e essere di sinistra? Ossia: come fai a chiamare di sinistra uno il cui successo si misura con l'ammontare dei capitali fatti accumulare ai ricchi; che ha spinto per la finanziarizzazione; che è responsabile della crisi economica e delle sue conseguenze sulla vita di milioni di donne e uomini? O ancora: come si fa quando si è anche solo vagamente di sinistra a fare oggi quel lavoro di merda, dormendo due ore per notte e riempendosi di schifezze per reggere? Il tutto poi quando hanno- tutti Profumo e Marchionne di sinistra- probabilmente da tempo accumulato abbastanza per potere vivere, con «sobrietà» - ma bene-, di rendite. E quando chiedono chi sarebbe pronto a fare la loro vita. Rispondo, io no e chiedo: ma chi te lo fa fare?
Liliana Boccarossa

MA TU TI PENTIRAI?
Caro Direttore, in prima pagina leggo il breve scritto di Valentino Parlato «Il banchiere scomodo» e rilevo: che Profumo dichiari di essere di sinistra non si tratta che prenderne atto, tanto più che il termine sinistra è, da tempo, inflazionato. Che sia automatico che essere di sinistra, oltretutto banchiere, voglia dire essere «di alta qualità» non è assodato visto che pure Consorte era un banchiere di sinistra ma, parrebbe essere stato di «pessima» qualità e, soprattutto, moralità. Pure Marchionne, non tanto tempo fa, era considerato un «imprenditore illuminato» dallo stesso compagno Bertinotti quando era Presidente della Camera che, solo da poco, si è rimangiato quella... lode. Non vorrei che, fra un po', succedesse lo stesso al compagno Parlato.
Claudio Balestrieri, Mantova

AL PRONTO SOCCORSO
Ho letto le poche righe di V.P. sui poteri. Subito dopo sono stato traslato al pronto soccorso perché a forza di sfregarli per l'incredulità ho irritato gli occhi a sangue. Prima ipotesi: non sempre ci può essere rimedio ai refusi. Seconda: il manifesto è uno spazio aperto, quindi ha ospitato un corsivo di V.P., Vittorio Peltri. Terza: V.P. è l'alter ego dei giorni feriali di Robecchi. Quarta: è invece una cosa seria e merita una valutazione culturale e politica. Con tutto l'affetto per V.P. quelle poche righe risultano provenire da un mondo virtuale.

 

Mi domando, essere di sinistra è una categoria dello spirito e per esserlo basta mandare la consorte alle primarie dell'Ulivo o lo si è per comportamenti conseguenti? Nel mondo reale non esistono banchieri di sinistra (mi perdonino Yunus e Banca Etica!). Millantandone la possibile teorica esistenza si compie un'operazione che penso estranea alla cultura materiale della sinistra e comunque estranea alla realtà. Con stima per V.P. unitamente al completo disaccordo con le sue poche righe di oggi sulle quali spero voglia rimeditare.
«Tarma»

 

SORPRESO E DELUSO
Ho letto con sorpresa il corsivo di oggi in prima pagina sulla cacciata di Profumo da Unicredit. Il banchiere viene definito di sinistra. Sicuramente "è stato ed è un banchiere di alta qualità" ma definire di sinistra uno che viene "licenziato" con una buonuscita di 40 milioni di euro, alla faccia di tutti gli operai in cassa integrazione, i precari senza lavoro e i disoccupati che stanno pesantemente pagando la crisi del capitale, scusate ma non vi pare un po' troppo?
Pino Lombardo, Reggio Calabria

 

BANCHE ARMATE
Quaranta milioni di euro. È questa la cifra che il gruppo Unicredit verserà ad Alessandro Profumo come buonuscita (direi ottima!). Di tutto questo denaro, su richiesta delle stesso banchiere, due milioni saranno devoluti in beneficenza. A parte che il bene si dovrebbe fare in silenzio e senza annunci, due milioni di euro sono solo il 5% di questa enorme. Dott. Profumo, faccia un gesto nobile, devolva l'intera cifra in beneficenza e non solo le briciole. Non morirà certamente di fame e allora davvero il suo gesto avrà un valore.

Le faccio tanti auguri di godersi la sua dorata pensione. Inoltre spero tanto che il suo successore mantenga finalmente la promessa da lei fatta nel 2001 alla rivista Nigrizia e mai mantenuta: far uscire Unicredit dalla lista delle cosiddette «banche armate» (www.banchearmate.it).
Luca Salvi, Verona 27-09-2010]

 

 

 Salvate il soldato Sergio Mancinelli. Una vita trascorsa interamente dietro a un microfono e spesso anche una telecamera: dal ‘99 al 2007 lavorando per Radio Capital, società Elemedia, gruppo Repubblica-L'Espresso. Dal 2007 con l'insediamento del nuovo direttore artistico il contratto non gli viene rinnovato, ma maggio 2010, il giudice del lavoro dichiara illegittimo il licenziamento, ricollocandolo nelle mansioni e nel ruolo al microfono.

"A tutt'oggi - ci scrive Mancinelli - non solo non sono stato ricollocato, non solo non mi è stato versato un solo euro degli stipendi da maggio ad oggi, non solo non hanno provveduto alle somme arretrate dei tre anni, ma sono costretto a una situazione di inattività quantomai umiliante e mortificante... Da un punto di vista strettamente giornalistico è curioso come un Gruppo che scrive ogni giorno del rispetto delle sentenze della Magistratura, fino a farlo diventare un fondante valore editoriale, si comporti poi in maniera opposta"...

. 13-09-2010]

 

 

L’ADDIO A CALABRESE - Anziché il solito bla-bla da necrologio, le parole del sacerdote SULLE ULTIME ORE sono state il lascito più bello che Pietro ci ha fatto - E davanti a una folla anche incredula ha svelato IL SUO ABBANDONO NELLE MANI DEL SIGNORE

 

1-DAGOREPORT
"Perché Pietro è qui?". Così monsignor Di Giacomo ha iniziato la sua elegia davanti alla bara di Calabrese. E davanti a una folla anche incredula ha svelato l'altra faccia di Pietro. Credente, al punto di recarsi in chiesa e comunicarsi con il Signore.

 

E venerdì scorso, consapevole che le sue ore erano contate, insieme alla figlia Costanza e a don Filippo, nella stanzetta della clinica ha pregato, ha preso la comunione, ha ricevuto l'estrema unzione.

Dopodiché ha spinto il tasto SOS, i medici lo hanno sedato con la morfina e piano piano si è abbandonato nelle mani del Signore. Anziché il solito bla-bla da necrologio, le parole del sacerdote, uno che lo conosceva bene, sono state il lascito più bello che Pietro ci ha fatto.

 


2- POLITICI E INTELLETTUALI NELLA CHIESA DI SAN BELLARMINO PER L'ADDIO A PIETRO CALABRESE ALLA CERIMONIA, FINI, CASINI, LETTA, MARINA BERLUSCONI, POLVERINI, VELTRONI...
(Adnkronos) - Oltre 500 persone hanno salutato nella chiesa di San Roberto Bellarmino a Roma Pietro Calabrese il noto giornalista scomparso a Roma, dopo una lunga malattia, domenica scorsa. Al direttore de 'Il Messaggero', della 'Gazzetta dello Sport', di 'Capital' e di 'Panorama' l'omaggio di personalita' del mondo della politica, della cultura, dello spettacolo, dell'editoria accanto alla seconda moglie Barbara, alla figlia Costanza.

 

Presenti alla funzione officiata da don Filippo Di Giacomo, don Licinio Galati, don Francesco Voltaggio, cugino di Pietro Calabrese, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il leader dell'Udc Pierferdinando Casini accompagnato dalla moglie Azzurra Caltagirone, Marina Berlusconi, l'ex sindaco di Roma e signora Walter Veltroni, gli esponenti del Pd Giovanna Melandri, Piero Fassino, Roberto Morassut, Marco Follini, il fondatore e leader di Api Francesco Rutelli, e Barbara Palombelli.

Tra le presenze illustri anche quella dell'avvocato e deputato Giuseppe Consolo, padre dell'attrice Nicoletta Romanoff, il capogruppo del Pdl al senato Maurizio Gasparri, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini accompagnata dal ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, Davide Bordoni assessore alle Politiche produttive del Comune di Roma, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, sottosegretari alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giuseppe Marra presidente del gruppo Gmc Adnkronos.

 

Hanno voluto portare l'ultimo saluto a Piero Calabrese, anche Paolo Mieli, Giovannino Malago' e Ilaria D'Amico, Afef Tronchetti Provera, Eugenio Scalfari, Ezio Mauro e Paolo Franchi, Giuliano Ferrara, Giovanni Minoli, accompagnato dalla moglie Matilde Bernabe', Marcello Sorgi, Giuliano Anselmi, presidente dell'Ansa, Paolo Liguori direttore di TgCom.

 

Tra le personalita' del mondo della moda, della cultura e della televisione, anche Alain Elkann, Carla Fendi, Giuseppe Tornatore, Renzo Arbore, il regista Enrico Vanzina, il noto press agente Enrico Lucherini, Renato Zero che all'uscita dalla cerimonia ha esclamato commosso: "Pietro Calabrese? Un uomo grande e straordinario".

Nell'affollata chiesa di Bellarmino sono sfilati anche Enrico Mentana e Antonio Polito, Bruno Vespa con la moglie magistrata Augusta Iannini, la giornalista Stella Pende, Paolo Garimberti, Gianluca Verzelli noto esponente del mondo della finanza, Giancarlo Leone e consorte, Giampaolo Letta, vicepresidente di Medusa.

 

Numerosi gli omaggi floreali giunti nella chiesa di San Bellarmino. Dalla Gazzetta dello sport, dall'amministrazione del Messaggero, alla Camera dei Deputati, dalla 'Francesco, Gaetano, Azzurra' (Caltagirone). Gladioli, iris, gerbere, soprattutto rose. Rosse, bianche, gialle, ciclamino. Fra le corone anche quella 'Dell'amico Benito' oltre cento rose
bianche.

Omelia commossa quella dei concelebranti. In particolar modo il cugino, don Francesco Volpeggio ha ricordato gli ultimi momenti di Pietro Calabrese. "fino alla fine Pietro ha voluto difendere, con lucidita', i valori in cui credeva -ha detto- quando l'ho visto l'ultima volta ho esclamato: 'Mi metterei ad urlare nel vederti cosi'. Pietro mi ha semplicemente risposto: 'Stai sereno. Perche' io oggi sono molto sereno'. Si e' spento da vero cristiano".

 

L'ultimo saluto della figlia Costanza al padre e' stato una lunga lettera scandita come un'antica nenia da filastrocca. Costanza Calabrese ha ricordato "i successi e le delusioni, la sua ricchezza inestimabile di un uomo e di un padre. L'irruenza, la dignita' di una persona speciale, l'esistenza di un uomo che ha saputo affrontare la vita con coraggio e sempre a viso aperto. Una vita felice, di amore -ha concluso- di sorrisi e di lacrime".

 

Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha ricordato il giornalista scomparso con queste parole: "Pietro Calabrese e' stato un giornalista importante, straordinario che ha sempre avuto salde radici nella nostra citta'. Abbiamo cominciato ad affezionarci a lui quando ha cominciato a raccontare la sua malattia -ha confessato il presidente della Regione Lazio- un dovere personale e istituzionale essere presente qui oggi".

14-09-2010]

 

 

- RUMORS: PREOCCUPAZIONE IN CONFINDUSTRIA, GLI ABBONAMENTI AL "SOLE" CROLLANO SOTTO LA SOGLIA DEI 100MILA...
Affariitaliani.it - Preoccupazione forte ai piani alti del Sole 24 Ore. Gli ultimi dati sugli abbonamenti, un autentico storico, inattaccabile tesoretto del quotidiano di Confindustria, stanno franando anch'essi. Dalle ultime rilevazioni post feriali risulta che si è giunti abbondantemente sotto la soglia psicologica dei 100mila. Abbondantemente.

"Una tragedia", dicono a viale dell'Astronomia, sperando che Emma Marcegaglia faccia qualcosa per bloccare il lento declino di quello che era il quotidiano economico più venduto d'Europa. Il guaio è che associazioni territoriali e di categoria non apprezzano la svolta generalista (con tratti di autobiografismo quasi lirico) impressa al giornale dal direttore Gianni Riotta (di cui vanno a ruba tra i redattori i messaggini intimisti che invia su Twitter), che ama molto i libri e gli scenari, la geopolitica e l'avventura, ma meno l'economia e le norme e i tributi.

 

Ora il direttore ha rispolverato il vecchio progetto di tabloid, sperando in tal modo di spingere la polvere della crisi sotto il tappeto del rinnovamento totale, guadagnando così un anno e traguardando la vigilia del rinnovo della presidenza confindustriale, pronto a fiancheggiare col giornale l'aspirante successore di Emma ottenendone poi l'appoggio.

Al giornale, invece, per tamponare l'emorragia hanno scelto un rimedio che sembra peggiore del male: un accordo con Alitalia per spedire 30mila copie tutte le mattine sugli aerei di Colaninno da distribuire gratis, andando così a irrobustire (fittiziamente) i dati di vendita. Un costo enorme e certo. Ma ricavi incerti, tanto che Corriere e Repubblica hanno sospeso il servizio. Sicché al Sole ora non sanno più a che santo votarsi.

15.09.10

 

MEDIOBANCA MISURA IL PERIMETRO DI RCS...
A. Ol. per "Il Sole 24 Ore" - Più voci che fatti. Per ora la situazione in casa Rcs risulta fluida. È vero che il piano industriale dovrebbe sciogliere le incognite, ma le "linee guida" che saranno discusse oggi alla riunione del patto probabilmente non forniranno ancora gli elementi sufficienti a chiarire se, per esempio, i Periodici resteranno in tutto o in parte nel core business o quale sarà il destino di Dada ora che Rcs ha conquistato la maggioranza del 50,7%.

Per ora, grazie a una richiesta Consob circa le voci di delisting di Dada, si sa solo che è stato conferito «mandato esplorativo a un primario operatore finanziario per l'assistenza nell'individuazione e definizione del perimetro di attività non strategiche,nonchè in un'ampia esplorazione di possibili opzioni di valorizzazione che potrebbero interessare anche Dada ».Le voci intanto hanno provocato un'impennata del titolo internet salito di oltre il 10%, ma la notizia è che, essendo le riflessioni a uno «stadio del tutto preliminare», Mediobanca ha appena iniziato a lavorarci.

07.09.10

 

- RCS: MERLONI INVEST SVALUTA QUOTA PER 15 MILIONI DI EURO NEL 2009
Radiocor - Francesco Merloni svaluta per 15 milioni di euro la partecipazione detenuta in Rcs Mediagroup attraverso Merloni Invest, allineando cosi' la quota ai prezzi di mercato. Nel corso del 2009 Merloni Invest, secondo quanto ricostruito da Radiocor, ha svalutato da 34,453 a 19,453 milioni il valore in bilancio della partecipazione in Rcs, pari al 2,09%, per tenere conto di situazione di perdite durevoli in base alle quotazioni del titolo al 31 dicembre 2009. Il valore di carico delle azioni Rcs e' stato cosi' portato da 2,25 euro a 1,27 euro (oggi il titolo ha chiuso a 1,137 euro). Merloni Invest ha chiuso il 2009 con una perdita di 15,74 milioni di euro, dal rosso di 15,4 milioni del 2008.28.08.10

 

MONDADORI: chiude con una transazione da 8,6 milioni la maxicausa da 173 milioni. (la Repubblica, pag.9)18.08.10

 

- GRUPPO 24 ORE: IN 1° SEMESTRE ROSSO DI 11,9 MLN, RICAVI A 254,1 MLN (-4,6%)
(Adnkronos) - Il gruppo 24 Ore ha chiuso il primo semestre dell'anno con un rosso di 11,9 milioni di euro contro -9,2 mln nei primi sei mesi del 2009. I ricavi consolidati sono pari a 254,1 mln, in calo del 4,6% rispetto ai 266,3 mln dello stesso periodo dell'anno precedente ma considerando le testate e le attivita' oggetto di chiusura o cessione nell'ambito del piano di ristrutturazione del gruppo, tale flessione si riduce al 2,4%. Tale risultato e' attribuibile principalmente al drastico calo dei collaterali (-47,6%), alla caduta dei periodici ed ai minori ricavi diffusionali complessivi. Lo rende noto il gruppo al termine del Cda de 'Il Sole 24 Ore', che si e' riunito oggi, sotto la presidenza di Giancarlo Cerutti e che ha approvato i risultati consolidati del primo semestre 2010.

L'esercizio 2010, sottolinea il gruppo, 'rimane fortemente influenzato dall'evoluzione dello scenario relativo alle tariffe postali. Anche tenendo conto tuttavia degli impatti di tale fenomeno, e' allo stato attuale ipotizzabile un risultato in miglioramento per l'intero esercizio 2010 rispetto a quello dell'esercizio precedente al netto degli oneri straordinari'.

Il contesto economico complessivo, sottolinea il gruppo, 'appare ancora molto difficile, benche' il secondo trimestre del 2010 abbia confermato i deboli segnali di ripresa evidenziati nei primi tre mesi. Il mercato pubblicitario nella sua interezza, considerando quindi la totalita' dei mezzi inclusa la televisione, chiude i primi 6 mesi dell'anno con un incremento del +4,7% rispetto al dato del corrispondente periodo 2009 (fonte Nielsen Media Research - gennaio - giugno 2010)'. (segue)

08.8.10

 

CONTINUA L’EMORRAGIA DI COPIE DEL CORRIERE DELLA SERA: MENO 14,3%, 475.000 copie medie diffuse - Meglio è andata alla Gazzetta dell Sport, che ha perso il 2,7% a 321.000 copie, mentre in edicola le vendite sono salite del 4,1% - IL DEBITO DI RCS È SALITO DI UNA CINQUANTINA DI MILIONI RISPETTO ALLA FINE DEL 2009 RAGGIUNGENDO QUOTA 1,1 MILIARDI - LA ZAVORRA DEI PERIODICI...

Giovanna Lantini per "Il Fatto Quotidiano"

 

Prosegue l'emorragia di copie del Corriere della Sera, mentre il debito di Rcs sale ancora alla vigilia del termine per le disdette del patto che controlla via Solferino. Meno 14,3 per cento a 475.000 copie medie diffuse. Questo il bilancio di metà anno del quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli che attraverso un ormai storico accordo tra azionisti fa capo tra gli altri a Medio-banca, Fiat, Generali, Intesa San Paolo, Pirelli, la famiglia Pesenti, Diego della Valle e la Premafin dei Ligresti.

Sull'andamento ha influito anche il calo del 5 per cento delle vendite in edicola registrato in concomitanza con l'aumento del prezzo di copertina. Meglio è andata alla Gazzetta dell Sport, che complessivamente ha perso il 2,7 per cento a 321.000 copie, mentre in edicola le vendite sono salite del 4,1 per cento.

 

La rosea ha battuto il Corriere anche sul web, con una crescita della raccolta pubblicitaria del 90,6 per cento contro il +37,4 per cento registrato dall'area internet dell'ammiraglia. Complessivamente, poi, la divisione Quotidiani Italia di Rcs, che dallo scorso aprile è guidata direttamente dai rappresentanti dei soci Giovanni Bazoli, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera accanto al presidente Piergaetano Marchetti e all'amministratore delegato Antonello Perricone , ha chiuso il semestre con ricavi in calo dell'1,2 per cento a 324,5 milioni di euro e margini in crescita a 56,2 milioni dai 17,7 milioni del 2009.

Peggio è andata alla Periodici, che nel consiglio di amministrazione annovera da qualche mese il vicepresidente ad hoc Massimo Pini, rappresentante dei Ligresti e che ha registrato una flessione del fatturato del 4,85 per cento a 115,8 milioni, con una diminuzione della raccolta pubblicitaria del 3,4 per cento, e margini ancora in negativo per 1,4 milioni (-3,5 milioni nello stesso periodo del 2009). E proprio sulla divisione che gestisce settimanali e mensili sono accesi i fari del mercato e del sindacato.

Quest'ultimo la settimana scorsa aveva chiesto lumi all'azienda sulla cessione, totale o parziale, della Periodici, che indiscrezioni di mercato avevano davano per imminente già mesi fa, indicando, nonostante le ripetute smentite, nella Mondadori della famiglia Berlusconi il principale candidato all'acquisto. Lumi che però ieri non sono arrivati, se non in modo estremamente sibillino.

 

Licenziando i conti, infatti, l'azienda ha precisato che "l'elaborazione del piano triennale in atto, focalizzato anche sulla valorizzazione del portafoglio prodotti con particolare attenzione alla situazione finanziaria, non esclude - come noto - la valutazione di revisioni del perimetro di gruppo (o di singoli comparti), compatibilmente con l'andamento del mercato, rispetto alle attività ritenute non core, anche alla luce delle prospettive dei rispettivi settori".

Revisione che andrà valutata abbastanza rapidamente, visto che nonostante Rcs abbia complessivamente chiuso la prima metà dell'anno con risultati in miglioramento rispetto all'annus horribilis che era stato il 2009, il saldo finale è rimasto negativo per 9,8 milioni di euro (contro la perdita di 65,1 milioni di giugno 2009) e i ricavi si sono praticamente fermati a 1,096 miliardi (1,092 miliardi l'anno prima).

 

Ma, soprattutto, il debito del gruppo è salito di una cinquantina di milioni rispetto alla fine del 2009 e ha raggiunto a quota 1,1 miliardi. Una zavorra che se non alleggerita potrebbe costringere i grandi soci del gruppo a mettere mano al portafoglio ovvero ad aprire la porta agli azionisti rimasti fuori dal patto come Giuseppe Rotelli. E l'occasione è alle porte, con la scadenza per le disdette del patto in calendario per prossimo 15 settembre.

 

RESTA IL NODO DEI PERIODICI
Da "Il Sole 24 Ore" - Rcs non esclude di rivedere il perimetro di business. Nelle settimane scorse si erano diffuse voci sui Periodici, con un possibile candidato all'acquisto, il gruppo Mondadori, che però ha di fatto smentito l'ipotesi. Dal comunicato Rcs si evince che non è deciso nulla ma ci sono valutazioni in corso. Certo è che l'area Periodici, con l'eccezione di qualche testata leader (come Oggi), soffre ancora. Nel primo semestre i ricavi sono scesi da 121,7 a 115,8 milioni, sia per effetto delle vendite che della pubblicità, scesa del 3,4%.

 

29-07-2010]

 

 

PERIODICI RCS? DIVISI IN BUONI E CATTIVI...
Dal "Giornale" -
Sarà Mediobanca a cercare un futuro per la divisione periodici della Rcs MediaGroup, la casa editrice del "Corriere della Sera" della quale la stessa Mediobanca è il principale azionista con il 14 per cento. Antonello Perricone, amministratore delegato di Rcs, deve far cassa perché il gruppo perde soldi ed è impensabile che gli azionisti mettano mano al portafogli. Per questo, da tempo, si è scelta la strada di cedere i periodici, il settore più colpito dalla crisi pubblicitaria.

Si era parlato di una vendita alla Mondadori, ma l'ipotesi si è rivelata inconsistente. Ora i vertici Rcs hanno individuato una rosa di periodici incedibili (come "Io Donna", "Sette", "Style") perché sinergici con "il Corriere", oppure perché promettenti sotto il profilo pubblicitario (come il femminile Amica). Questi resteranno. Tutti gli altri saranno invece messi sul mercato in blocco. Compreso "Oggi", il pezzo più pregiato e appealing del pacchetto e anche il settimanale "Mondo". Il dossier sarebbe già sul tavolo di un editore. Piano B? Un fondo di private equity.

 

23.07.10

 

DUELLO AL "SOLE" PER UN PEZZO (DI ARTIGLIERIA PESANTE) FIRMATO DA RAMBO ROCCA - 2- IL BERRETTO VERDE DI RIOTTA IN ORGASMO PER IL GENERALE DEI MARINES MATTIS PASSATO ALLA STORIA (DELLA MACELLERIA) PER AVER USATO IL FOSFORO BIANCO SULLA CITTÀ IRACHENA DI FALLUJAH, STIPATA DI INSORTI MA ANCHE DI CIVILI - 3- LETTERA DI NICOLA BORZI INVIATa AI COLLEGHI DEL SOLE 24 ORE: “NOT IN MY NAME”. IL TUO GIORNALISMO NON SARÀ MAI IL NOSTRO. CREDEVO DI AVERLE VISTE TUTTE MA MI SBAGLIAVO. IN UN MESE NON TI HO MAI VISTO E NEPPURE CI TENGO A CONOSCERTI. PENSO CHE A TE DI QUELLE DONNE E BAMBINI MORTI A FALLUJAH NON IMPORTI NIENTE..." - 4- THAT’S LOVE! DOC HOLLIDAY RIOTTA, PUR DI STRAPPARE AL ’FOGLIO’ WILD BILL ROCCA (IL GIORNALE IN STATO DI CRISI), CONVINSE IL CDR ASSUMENDO MEZZA DOZZINA DI PRECARI - PERÒ I NUMERI DELLA DIFFUSIONE DEL ’SOLE’ NON PARE PREMINO QUESTO COWBOY JOURNALISM... –

 

 

1 - LETTERA DI NICOLA BORZI INVIATI AI COLLEGHI DEL SOLE 24 ORE
Rocca,
(cari colleghi che ci leggerete in copia),

Ti scrivo da collega a collega e non come rappresentante del Comitato di Redazione.
Ti scrivo per dirti che credevo di averle viste tutte, in quasi vent'anni di professione, ma mi sbagliavo.

Disturbo il tuo lavoro di "inviato multimediale" del nostro giornale con una email che ti giungerà totalmente inaspettata, visto che in questo primo mese di lavoro al "Sole 24 Ore" non abbiamo avuto modo di conoscerci personalmente. Devo dirtelo, per onestà: non ci tengo a conoscerti personalmente. Ti leggo da molti anni ormai, prima sul "Foglio", poi sul tuo blog "Camillo", oggi sul mio stesso giornale e quel che leggo mi basta - e avanza, purtroppo -.

Credevo che gli anni potessero servire a un giornalista a mettere a frutto le proprie esperienze positive e anche negative, a imparare - in una parola - anche dai propri errori. Evidentemente mi sbagliavo.

Me l'hai dimostrato ieri con il tuo articolo "Il successore di Petraeus al CentCom sembra un eroe da film di Harrison Ford, anzi lo è", pubblicato sul sito del nostro giornale (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-08/mattis-petraeus-obama-213900.shtml?uuid=AY1qQG6B).

Hai scritto "L'uomo che per conto di Barack Obama guiderà il CentCom, ovvero il Comando centrale delle Forze armate americane a Tampa, in Florida, è James Mattis, il generale dei marines che dall'8 al 20 novembre 2004 sotto la guida di George W. Bush ha riconquistato la città irachena di Falluja al termine di una delle più violente battaglie militari degli ultimi anni... L'esperienza della "Operation Phantom Fury" a Falluja ha segnato la vita di Mattis. Nell'enclave saddamita è stato costretto a combattere una guerriglia che non aveva scrupoli, capace di far saltare in aria americani e iracheni, militari e civili, senza alcuna pietà".

Beh, hai dimenticato di ricordare che a Fallujah i Marines comandati da Mattis utilizzarono il fosforo bianco sulla città, stipata di insorti ma anche di civili. Non lo usarono "per illuminare" gli obiettivi militari nei combattimenti notturni, ma in un operazioni dal significativo nome "shake and bake", "scuoti e cuoci".

Rainews24 testimoniò con le immagini di un documentario famoso di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta. Documentario che tu contestasti pesantemente, dando ai colleghi che lo girarono e al loro direttore appellativi indicativi della tua visione del mondo e della professione:

"Sigfrido Ranucci è quel giornalista al servizio della più bolscevica televisione del mondo occidentale, diretta del postcomunista Roberto Morrione. Rainews24 purtroppo è vista da pochi italiani, viceversa il Cav. non avrebbe bisogno di fantomatici sondaggi americani per godersi il sorpasso su Prodi", scivesti nel post "Raibufale24" sul tuo blog il 15 marzo 2006 (http://www.camilloblog.it/archivio/2006/03/15/raibufale24/).

Quella inchiesta, compreso il materiale documentale di supporto, la si può trovare in rete ancora a questo indirizzo
http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/body.asp

Questa invece è la descrizione dell'utilizzo del fosforo bianco nella battaglia di Fallujah fatta dai militari Usa su una rivista di artiglieria da campo http://sill-www.army.mil/famag/2005/MAR_APR_2005/PAGE24-30.pdf

All'epoca il "New York Times", un giornale liberal (parola e categoria che, lo so bene, tu non ami) scrisse "United States should stop using white phosphorus" (http://www.nytimes.com/2005/11/29/opinion/29tue1.html?_r=1&hp). Tu sul tuo blog dicesti che si trattava di "un serio ed equilibrato editoriale del Times sulla questione fosforo bianco a Falluja. Non dice che tutta l'impostazione di Rainews non stava in piedi, ma riconosce che si tratta di un'arma legale che sarebbe molto meglio che gli Stati Uniti non usassero".

Ieri sul nostro giornale tu hai scritto che "una delle ormai leggedarie regole di ingaggio" date da Mattis ai suoi Marines in Iraq era «Sono venuto in pace. Non ho portato l'artigliera. Ma, con le lacrime agli occhi, vi giuro che se provate a fottermi vi ucciderò tutti».

 

Vorrei sperare che tu abbia avuto presente, quando hai riportato queste dichiarazioni - che mi paiono degne di un dialogo tra cowboy sbronzi in un saloon di Abilene più che di un Capo di Stato maggiore della prima potenza mondiale -, che quel "vi ucciderò tutti" è probabilmente - anzi, sicuramente - costato qualche migliaio di vite umane.

 

Molte vite erano di vecchi, donne e bambini inermi di Fallujah, non di insorti o di terroristi. Vittime civili che si sono aggiunte alle altre decine e decine di migliaia (tra 95 e oltre 105mila, http://www.iraqbodycount.org/) di una guerra costruita sulle menzogne, di una guerra assurda e inutile. I loro corpi sono stati ridotti dal fosforo bianco come quelli "scossi e cotti" che appaiono sulle pagine web del sito dell'inchiesta di Ranucci e Torrealta.

Purtroppo credo che a te, alla tua idea "embedded" di giornalismo, alla tua visione militante e assolutamente "partisan" della professione, di quelle donne e bambini non freghi assolutamente nulla. Non a caso la tua strenua difesa delle guerre della premiata ditta Bush, Cheney & Rumsfeld in Iraq e Afghanistan prosegue ancora - purtroppo anche sul mio giornale (perché è anche, in microscopica parte, il mio) -. Con altri mezzi. Ma con gli stessi toni che usavi nel 2004 e nel 2006.

 

La libertà di questo nostro giornale, Rocca, ti consente di scrivere pure quello che vuoi. Come rappresentante sindacale mi batterò sempre e comunque perché la tua libertà professionale e i tuoi diritti siano inattaccabili.

Da collega a collega, però, mi prendo la stessa libertà che è garantita a te (anche, per quello che ci compete, dal CdR di cui faccio parte) per dirti quello che penso dei tuoi articoli: "Not in my name". Il tuo giornalismo non sarà mai il mio.

Nicola Borzi

2 - L'ARTICOLO DI CHRISTIAN ROCCA: IL SUCCESSORE DI PETRAEUS AL CENTCOM SEMBRA UN EROE DA FILM DI HARRISON FORD, ANZI LO È
Sole 24 Ore

L'uomo che per conto di Barack Obama guiderà il CentCom, ovvero il Comando centrale delle Forze armate americane a Tampa, in Florida, è James Mattis, il generale dei marines che nel 2004 sotto la guida di George W. Bush ha riconquistato la città irachena di Falluja al termine di una delle più violente battaglie militari degli ultimi anni. La nomina è stata annunciata dal Segretario della Difesa, Robert Gates. Mattis, 59 anni, prende il posto di David Petraeus, chiamato dal presidente Obama a risolvere, sul campo, la delicata campagna afghana. Mattis è un alleato del suo predecessore, tanto da aver contribuito all'elaborazione del manuale anti guerriglia adottato nel 2007 dall'esercito americano.

 

Il neo capo del Cent Com sembra un eroe di un film di guerra hollywoodiano: duro, deciso, cattivo. A breve sarà interpretato al cinema da Harrison Ford, in un kolossal già atteso dai critici come il nuovo Platoon. Il film, prodotto dalla Universal Picture, si intitolerà "No true Glory: The Battle for Falluja" ed è tratto da uno dei libri di guerra più belli degli ultimi anni, quello scritto da Bing West, l'ex vicesegretario alla Difesa dell'Amminitrazione Reagan che nel 2004 ha raccontato dalla prima linea la battaglia per la conquista di Falluja guidata da Mattis. Non è la prima volta che il generale dei marines appare su uno schermo. Qualche anno fa, il suo personaggio era uno dei protagonisti della straordinaria e iper realistica serie televisiva della Hbo ambientata in Iraq, "Generation Kill".

 

L'esperienza della "Operation Phantom Fury" a Falluja ha segnato la vita di Mattis. Nell'enclave saddamita è stato costretto a combattere una guerriglia che non aveva scrupoli, capace di far saltare in aria americani e iracheni, militari e civili, senza alcuna pietà. La strategia adottata nella provincia di Anbar - uso della forza, capacità di adattarsi al nemico e volontà di trasformarlo in alleato - è stata la chiave del successo nella zona irachena più fedele al dittatore.

Mattis è noto per il suo linguaggio diretto. Non è uno che le manda a dire. Nel 2005, di ritorno dall'Afghanistan, raccontò a una platea di San Diego di provare piacere intellettuale nello sparare «alla gente che per cinque anni è andata in giro a schiaffeggiare le donne soltanto perché non portavano il velo». Mattis aggiunse che questi fondamentalisti in realtà non appartenevano al genere umano, «per cui sparargli è davvero molto divertente».

 

Il generale però è solito anche dare consigli più moderati ai suoi uomini: «Se mostrate rabbia o disgusto verso i civili, sappiate che state concedendo una vittoria ad al Qaeda e agli altri ribelli». Oppure, al contrario: «Ogni volta che salutate un civile iracheno, al Qaeda si rivolterà nella propria tomba». L'ordine ai suoi marines è comunque quello di seguire sempre il motto che ha fatto la fortuna del corpo: «Dimostrate al mondo che non ci sono migliori amici né peggiori nemici dei marines».

 

Quindi la regola è «siate educati, professionali, ma mettete anche in conto di uccidere chiunque incontrate». Un'altra delle sue ormai leggendarie regole di ingaggio è questa: «Sono venuto in pace. Non ho portato l'artigliera. Ma, con le lacrime agli occhi, vi giuro che se provate a fottermi vi ucciderò tutti». [10-07-2010]

 

 

 

1 - IL SOLE 24ORE HA I CONTI IN CRISI E PRENDE CASA IN AFFITTO
Nino
Sunseri per "Libero"

 

"Il Sole 24Ore" avrà una nuova casa. La sede di viale Monterosa rimane per ospitare la redazione del quotidiano e delle altre testate giornalistiche. I principali servizi, invece, verranno raggruppati in un nuovo palazzo, di proprietà del gruppo Galotti, che sorge vicino a Rho-Pero, nella zona del nuovo quartiere fieristico.

Tuttavia non è da escludere la riunificazione finale ponendo fine ad un progetto che, fin dall'inizio non ha avuto grande successo. L'idea era quella di dare una sede adeguata al quotidiano di Confindustria nel palazzo di viale Monterosa progettato da Renzo Piano. Anche il color salmone delle mura rimandava alla "griffe" del quotidiano. Le cose, però, sono andate diversamente.

 

Forse già la collocazione era sbagliata. I precedenti occupanti dell'area non se la sono passata sempre bene: l'Italtel, uscita dall'orbita Sip e Telecom, sopravvive con i denti. Prima ancora c'era l'Isotta Fraschini (non a caso l'ul - timo modello prodotto si chiama Monterosa). Azienda capace di costruire auto da sogno come quella guidata da Eric Von Stroheim per conto di Gloria Swanson in "Viale del Tramonto", ma certo non fortunata dal punto di vista economico. Il palazzo di Renzo Piano ha rispettato questa funerea regola.

Dopo il trasloco i conti de il Sole 24 Ore sono andati progressivamente peggiorando. Gli anni di via Lomazzo sono stati vissuti all'insegna della grande crescita. In viale Monterosa il declino. Ora la decisione di affiancare una nuova casa. Lo stabile, 12.600 mq. fa capo al gruppo Galotti che con questa operazione entra in grande stile sul mercato del mattone milanese. Lo stabile è stato progettato da Goring&Straja secondo le più moderne tecnologie.

 

È un immobile "ambientalmente corretto": zero emissione di C02, spese di gestione ridotte, contenimento delle spese di riscaldamento. «Si tratta di un edificio - afferma Luigi Marchesini, presidente Galotti - che insieme al suo gemello Auros a Lambrate, testimonia l'impegno in investimenti finalizzati a promuovere un nuovo mercato sensibile all'etica ambientale, ad una nuova frontiera di qualità dell'ambiente di lavoro e ad un contenimento dei costi di esercizio». Speriamo anche che porti fortuna al giornale di Confindustria.

 

17.07.10

 

fermi tutti! bruno manfellotto è il nuovo direttore dell’"espresso". stasera l’annuncio ufficiale - DOPO OTTO ANNI, LASCIA DANIELA HAMAUI - CHI è MANFELLOTTO: DA ’PAESE SERA’ A ’PANORAMA’, DAL 1992 CINQUE ANNI ALL’ESPRESSO, POI DIRETTORE DELLA ’GAZZETTA DI MANTOVA’, INFINE DEL ’TIRRENO’...

 

DA AFFARI ITALIANI - Bruno Manfellotto sarà il nuovo direttore dell'Espresso. Lo si legge in una nota del giornale online 'il Post', di Luca Sofri, dove si precisa che "il nome non è ancora ufficiale ma dovrebbe esserlo a breve: stamattina c'è una runione del CdR sulla questione. La notizia arriva piuttosto inaspettata e sembra che fosse inaspettata anche dall'attuale direttore, ma il cambio potrebbe avvenire rapidamente".

CHI E'
Di origini napoletane, Bruno Manfellotto ha curato ad inizio carriera temi economici per il quotidiano pomeridiano "Paese Sera". Negli anni 1980 è passato al settimanale "Panorama", ove trattava temi economici e politici. Di questa testata ha diretto prima la redazione di Roma e poi quella centrale. È stato successivamente vicedirettore de "l'Espresso" (dal 1992 per cinque anni) e direttore della Gazzetta di Mantova. Da alcuni anni è il direttore responsabile del quotidiano "Il Tirreno".

Nel 2003 ha pubblicato il saggio "S-profondo nord : viaggio nella Padania che non ti aspetti" (Milano, Sperling & Kupfer), un'indagine sugli aspetti negativi e poco noti del nord Italia. 15-07-2010]

 

 

DUELLO AL ’SOLE’ – IL PASDARAN NICOLA BORZI DOPO AVER PICCHIATO IL NEOASSUNTO CHRISTIAN ROCCA SI DIMETTE DAL CDR E FULMINA IL COWBOY JOHNNY RAIOTTA CON UNA LETTERA AL CETRIOLO: "Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti, per essere sostituiti da opinionI".....

 

Da Affaritaliani.it

"Questo giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo che va perdendo la sua identità di giornale specializzato nell'economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica senza aver assunto alcuna identità definita di giornale generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo stato di crisi)"

 

E' quanto si legge nella lettera con cui Nicola Borzi si è dimesso dal Cdr del Sole 24 Ore, pubblicata da Francoabruzzo.it. La lettera continua: "Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti, per essere sostituiti da opinioni, da interpretazioni, da tutto quanto non pare essere comunque di interesse dei nostri lettori. Non a caso è stato perso per strada, negli ultimi tempi, un sesto della diffusione certificata dall'azienda".

ECCO LA LETTERA INTEGRALE

Cari colleghi, come mi ha ricordato qualcuno su Twitter solo poche ore fa, si sono create le condizioni per dover scegliere. Scegliere tra conservare la mia dignità professionale e la stima di me stesso o subire una sorta di processo staliniano, che già si va organizzando nella giornata di domani (in modo sotterraneo, convocando solo alcuni fiduciari e non altri) da parte di taluni fiduciari di redazione, per avere espresso le mie opinioni. Opinioni espresse in modo irrituale? Può essere. Ma, così come il direttore in passato ha usato Twitter per farci sapere che il "Financial Times" talvolta è migliore del Sole, io credo di aver diritto a usare Twitter per dire che certe rubriche del Sole non mi paiono centrate. Perché se esiste ancora una libertà che dobbiamo tutelare, è quella ad avere delle opinioni e a poterle esprimere LIBERAMENTE.

 

Opinioni, a ogni buon conto, che io ho espresso al primo dei non eletti, che ha accettato. viso aperto, a tutta la redazione, pubblicamente e - vivaddio! - con la massima trasparenza! Non nel chiacchiericcio di un corridoio, non nel contraddittorio con pochi selezionati amici, non tra orecchie fidate. Altrimenti saremmo costretti a vivere come i Geheimnistraeger di un film che mi è piaciuto molto, "Le vite degli altri". Magari a qualcuno piacerebbe anche, che vivessimo con le orecchie basse, la schiena piegata e il paraocchi. A me no! Etsi omnes, ego non!

 

Sono certo - perché me l'hanno confermato personalmente anche poche ore fa - che i colleghi del Comitato di Redazione condividono se non la forma, di certo ma la sostanza di quanto io ho espresso in merito al problema dei contenuti e del "new journalism" che sta prendendo piede. Un "new journalism" che consiste nel prendere un articolo del Washington Post, tradurlo (senza citarlo), tagliare qualche riga dove si parla delle sanzioni subite da un generale per le opinioni espresse in modo troppo rude, prendere queste opinioni (da Wikiquote, senza citare la fonte) e poi firmare il tutto e sbatterlo non solo sul nostro sito, ma anche - dopo - sul quotdiano. Un lavoro che a casa mia, in altri tempi, si sarebbe potuto definire "farsi inviato con le piume altrui".

 

Allo stesso modo so che moltissimi colleghi condividono le mie posizioni, avendomene dato atto per email, de visu, per telefono.

D'altronde non potrebbe essere altrimenti. In un giornale in cui il direttore è arrivato ad attaccare il Comitato di Redazione affermando che "in passato questa redazione ha promosso la censura" e si ricrede solo quando il sottoscritto gli ricorda che "in passato" lui non c'era (dunque parla di cose che non conosce) e che, oltretutto, se c'è stata censura in passato la redazione al massimo l'avrebbe subita, MAI promossa;

in un giornale in cui il CdR è stato bastonato pubblicamente dai vertici per aver "osato" pubblicare un comunicato critico sul modo in cui si era dato conto ai lettori delle vicende che hanno portato alle dimissioni del ministro Scajola;

in un giornale in cui chi ha la responsabilità di organizzare la redazione, cioé il direttore, comunica al CdR, dopo 15 mesi dal suo insediamento, di "non avere alcuna idea" su come riorganizzare il giornale alla luce dei previsti prepensionamenti di 31 colleghi, noti da parecchi mesi;

 

in un giornale in cui sempre il direttore sostiene davanti al Comitato di Redazione che non sono i contatti attuali del sito internet a essere in calo, ma sono quelli del passato a "essere stati gonfiati dalla presenza di due bug che moltiplicavano i click su alcune sezione del portale" (affermazione che attende ancora di essere dimostrata e che, se vera, configurerebbe svariate ipotesi non proprio edificanti nei confronti, ad esempio, degli inserzionisti pubblicitari);

in un giornale in cui non pare esservi alcuna responsabilità per il calo delle copie in corso in capo a chi dà, etimologicamente, la direzione, mentre pare che la panacea a tutti i nostri mali dovrebbe stare nel "progetto tabloid", progetto che è stato rinviato sine die dal Consiglio di Amministrazione;

ebbene, in un giornale in cui si predica ogni giorno la cultura della responsabilità e poi la si disapplica proprio da chi dovrebbe darne l'esempio, credo sia venuto il momento di dare un segnale forte.

 

Questo giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo che va perdendo la sua identità di giornale specializzato nell'economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica senza aver assunto alcuna identità definita di giornale generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo stato di crisi).

Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti, per essere sostituiti da opinioni, da interpretazioni, da tutto quanto non pare essere comunque di interesse dei nostri lettori. Non a caso è stato perso per strada, negli ultimi tempi, un sesto della diffusione certificata dall'azienda.

 

Sinceramente, non c'è alcuna ragione al mondo per la quale io ritenga di dover abbandonare i miei principi di libertà interiore.

Altrettanto sinceramente, non c'è motivo perché gli altri tre componenti del comitato di redazione, che non avevo messo preventivamente a conoscenza delle mie lettere alla redazione (così come non conoscono questa), debbano salire sul banco degli imputati insieme a me. Non c'è motivo per costringere a un auto da fé coloro che non hanno avuto alcuna responsabilità.

Credete che questo giornale sia ben fatto? Credete che questa formula editoriale sia "vincente"? Bene, ne prendo atto. I lettori non paiono essere dello stesso parere: questo è un fatto, come le cifre sulla nostra diffusione. Ma i fatti ormai stanno scomparendo dai giornali, dalla discussione dei giornalisti, come ha ricordato recentemente Marco Travaglio in un bel libro.

Io no. Etsi omnes, ego non. Io non accetto di cancellare le mie idee per osannare il conducator di turno. Non accetto, come è stato chiesto al CdR dal direttore, di "aiutare a vendere le mie idee alla redazione". Io non sarò il piazzista delle idee di nessuno, nemmeno del direttore. Solo delle mie.

Sulla verità di quanto ho scritto nelle righe che precedono potete chiedere conto ai componenti del CdR che hanno partecipato insieme a me a tutti gli incontri col direttore.

Quindi, cari colleghi, accontenterò tutti coloro che ritengono che un membro del comitato di redazione non possa avere opinioni sul giornale in cui lavora, sul modo in cui è fatto e, semmai le avesse, non debba esprimerle pubblicamente.

Ai componenti, agli amici del CdR auguro di continuare a lavorare al meglio per il bene di questo giornale che amo. Chiedo al CdR di convocare al più presto un'assemblea per discutere la questione dei contenuti, di come questo giornale sta venendo prodotto, dei riflessi che questo modo di produzione stanno avendo sulla nostra diffusione e sulle prospettive della crisi nella quale ci stiamo avvitando.

Accettate le mie dimissioni dal Comitato di Redazione. Ne sarà beneficiato il primo dei non eletti. Cui auguro di avere maggior fortuna, ma al quale chiederò di avere uguale dignità e schiena diritta: etsi omnes, ego non.

Buon lavoro,

 14-07-2010]

 

 

 L'EDITORE DI SINISTRA CACCIA IL SINDACALISTA...
E l'editore di sinistra defenestrò il sindacalista. È quello che sta accadendo all'Apcom, agenzia di stampa controllata al 60% da Luigi Abete, già proprietario di un'altra agenzia di stampa, l'Asca. L'azienda ha infatti deciso «unilateralmente» - questo fanno sapere Cdr e Associazione della stampa romana - di trasferire Lorenzo Consoli da Bruxelles a Roma. E senza curarsi del fatto che il giornalista fa parte della rappresentanza sindacale.

 

Ragione per cui l'Associazione stampa romana ha deciso di opporsi al trasferimento del collega che lavora da sette anni nella capitale belga, peraltro con un contratto a tempo indeterminato che indica specificamente la sua sede di lavoro. Si tratta - attacca il sindacato - di un «gesto scellerato» che interviene a gamba tesa in «una trattativa sempre più difficile». Alla faccia dell'editore progressista.

 

 

[06-07-2010]

 

 

EDITORIA: GRUPPO 24ORE, TAMBURINI NOMINATO DIRETTORE DI RADIO 24...
(AGI) - - Fabio Tamburini e' stato nominato oggi direttore di 'Radio 24', emittente del 'Gruppo 24 ore'. Tamburini, 56 anni, dal gennaio 2003 nel gruppo, conserva anche la direzione dell'agenzia di stampa Radiocor "nell'ottica - si legge in una nota - di un maggior impatto sull'informazione in tempo reale. Il consiglio di amministrazione di 'Radio 24', riunitosi questa mattina per la nomina, ringrazia il direttore uscente, Gianfranco Fabi, "per l'importante lavoro compiuto".

n precedenza Tamburini e' stato vicedirettore del settimanale 'Milano Finanza' e del quotidiano 'Mf' (Class Editori), inviato e vicecaporedattore di Repubblica, caporedattore de 'Il Mondo'. Gia' professore a contratto presso le facolta' di Economia dell'universita' Federico II di Napoli e dell'universita' di Parma, ha pubblicato cinque libri tra i quali nel 1992 'Un siciliano a Milano', la biografia di Enrico Cuccia.

10.07.10

 

LE MANI DEL BANANA SULLA RIZZOLI? – I PERIODICI RCS VERSANO IN CRISI NERA (-8,6 MLN € NEL 2009) E LA MONDADORI TRATTA PER COMPRARLI PER POI MAGARI AFFIDARLI A BARBARA BERLUSCONI (COSÌ LA SMETTEREBBE DI RAZZOLARE NEL GIARDINO DELLA SORELLA MARINA) - QUANTA PESA IL CONSIGLIERE MASSIMO PINI (IN QUOTA LIGRESTI) NELLA LIQUIDAZIONE DI "OGGI", "NOVELLA", ETCcover_oggi

Gianfrancesco Turano per "L'espresso"

Mondadori 2 la vendetta? Marchiare con il Biscione della Fininvest la Rcs Periodici, incluso "Oggi", il giornale che pubblicò le foto di Antonello Zappadu con Silvio e le sue girls in grembo nel parco di Villa Certosa. Lo stesso giornale che mercoledì 30 giugno ha concluso una minisaga in due puntate su quanto è bello, quanto è atletico, quanto è padre, sposo, nonno esemplare il presidente-operaio-imprenditore "Barbieusconi", che qualunque abito o accessorio indossi produce successo, voti e ricavi, come la bambola della Mattel.

 

Prendersi un altro pezzo di editoria italiana, magari aggiungere una fetta della Rcs libri, per girare il tutto a Barbara, visto che Marina ha già di che lavorare a Segrate, sull'altro lato della tangenziale di Milano a pochi chilometri dallo stabilimento Rizzoli. Occupare un altro pezzo strategico dell'informazione, quella dei rotocalchi popolari e isolare ancora di più quei giornali contro i quali il premier invoca oggi lo sciopero dei lettori come si era augurato l'embargo degli inserzionisti un anno fa, al convegno dei giovani di Confindustria.

Le voci sulla trattativa Rcs insistono. E scavando sotto le smentite delle due aziende interessate, si scopre che qualcosa non è esattamente come la raccontano. Massimo Pini, ad esempio. È un manager navigato, un ex boiardo cresciuto al tempo in cui le Partecipazioni Statali regnavano sul Pil italiano.

 

Allora Pini era un fedelissimo di Bettino Craxi. Tramontato il Caf, è passato al settore privato con Salvatore Ligresti, un altro tenace ammiratore del Garofano. A 73 anni è tutt'altro che un pensionato. Oltre agli incarichi con Ligresti, è vicepresidente di Aeroporti di Roma e consigliere in quota Unicredit dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo). Ma la nomina più singolare Pini l'ha ricevuta il 4 maggio scorso, quando è diventato vicepresidente della Rcs Periodici, che di vicepresidenti non aveva mai sentito necessità.

 

Spiegazione ufficiale data dall'azienda al sindacato: è un incarico senza deleghe operative ed è stato offerto a Pini perché non c'era più posto nel consiglio della Rcs Quotidiani (Corriere della Sera e Gazzetta dello sport), rinnovato a marzo con l'arrivo di pezzi da novanta come Giovanni Bazoli, Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera. A fronte di questo impegno, Pini percepirà la bellezza di 7 mila euro all'anno. E avrà la coccarda di vicepresidente, magari un autista e gli abbonamenti scontati ad "Amica" e "Bravacasa".

Un altro anziano in area di parcheggio? A scorrere l'atto di nomina l'impressione è diversa. Il vice ha gli stessi poteri di Antonello Perricone, presidente della Periodici e amministratore delegato di Rcs Mediagroup, la holding che controlla quotidiani, riviste, libri e concessionaria pubblicitaria. Questi poteri sono molto ampi, dal controllo sulla gestione alla compravendita di partecipazioni riguardante l'intera galassia Rcs Mg.

 

Pini è targato Pdl, dopo essere passato per An come consigliere del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri (2000-2005). Un ruolo defilato ma molti considerano Pini uno degli artefici della legge sul sistema radiotelevisivo.

L'ex consigliere Rai rappresenta un gruppo di interessi berlusconisti che vogliono contare di più in Rcs, inclusa la nomina del vertice di via Solferino, dove l'attuale direttore Ferruccio de Bortoli si è espresso in modo critico sulla dialettica azionisti-giornale. "Noi abbiamo un difficile rapporto", ha detto un mese fa de Bortoli, "con la proprietà. Il numero di azionisti, elevato e in gran parte disinteressato allo sviluppo dell'editoria, costituisce una anomalia non solo italiana".

 

In quanto ad anomalie, potrebbe essere solo l'inizio. Ma vediamo come si presenta la tempistica. Rcs MediaGroup, la holding, è partecipata da 15 grandi azionisti. Tredici di loro sono riuniti in un patto di sindacato che blinda con oltre il 60 percento delle azioni il controllo della capogruppo quotata in Borsa.

Il patto scadrebbe a marzo del 2011. In realtà, c'è un accordo per anticiparne il rinnovo, come nel 2008. La data non è fissata ma si parla del prossimo settembre. Fra ottobre e novembre sarà presentato il piano industriale 2011-2013 che doveva essere già redatto l'anno scorso e poi è stato rinviato. Lo slogan rimane "revisione del perimetro", cioè vendite. Ma non si parla più di spezzatini. L'idea è quella di conservare intatto il cosiddetto sistema Corriere: il quotidiano, più i periodici allegati ("Io Donna", "Sette") e la parte multimediale di Rcs Publishing. E cedere le riviste non strategiche in blocco.

 

A brevissimo termine si dovrà cercare un accordo fra gli azionisti. Mediobanca rimane il socio di riferimento con una quota del 14,2 percento, seguita dall'accomandita Agnelli (10,5 per cento). All'istituto di via Filodrammatici tocca la regia di ogni operazione su Rcs. Cesare Geronzi, supporter storico del premier, non guida più Mediobanca ma è rientrato nella partita Rizzoli con la sua nomina al vertice delle Generali, azioniste-pattiste della casa editrice con il 4 per cento circa, mentre l'altro assicuratore Ligresti controlla il 5,46.

Il terzo socio in ordine di grandezza è Giuseppe Rotelli (7,54), appena sopra l'Efiparind dei Pesenti. L'imprenditore delle cliniche è fuori dal patto di sindacato. Ha comprato le azioni quando il titolo Rcs valeva fra i 4 e i 4,5 euro. Un bagno di sangue, visto che oggi Rcs quota attorno a 1 euro. È un vaso di coccio ma non si può sempre dirgli di no. Lo stesso vale per la Sito dei fratelli Toti, costruttori e immobiliaristi romani colpiti dalla crisi del mattone. Per loro sarebbe difficile da accettare di buon grado la cessione di una fetta di patrimonio perché non porterebbe grandi incassi.

La Rcs periodici è già stata trattata dalla Mondadori circa un anno fa. Il negoziato si è arenato su una richiesta del gruppo di Segrate di dote multimilionaria. La Periodici pone qualche problema a Marina Berlusconi. Intanto è in perdita (-8,6 milioni di euro nel 2009). Le previsioni per il 2010 danno in attivo "Oggi" e "Io Donna" e, in misura minore, "Amica". Il resto, in rosso. In più, alcune testate della Mondadori sono in chiara sovrapposizione con le riviste Rcs. Per non parlare della sovrapposizione fra sorelle.

 

Meno di un anno fa, in piena bagarre fra i genitori, Barbara ha dichiarato a "Vanity Fair": "Non so se oggi quello che voglio è solo un ruolo diverso nelle aziende di famiglia. Ma ho la passione per l'editoria, e mio padre ha sempre visto in me delle qualità che potevano essere adeguate per questo settore. Lui ha sempre pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei occupata di Mondadori".

Non necessariamente la Mondadori esistente, dove Marina regna. Un'ipotesi più sensata è Mondadori 2, una casa editrice con riviste, libri e un pezzo di concessionaria pubblicitaria ex Rcs da mettere a disposizione della prima figlia di Veronica Lario. Magari nel quadro della trattativa sul divorzio fra Silvio e Veronica che, secondo quanto scritto di recente da "il Giornale" di Vittorio Feltri, si sarebbe arenata.

 

Il montaggio finanziario di Mondadori 2 sarebbe una pura technicality. Intanto, non sono in ballo cifre molto alte. Almeno, secondo i parametri di famiglia. Quest'anno i cinque figli del premier hanno appena incassato dalla Fininvest 15 milioni di euro di dividendi a testa, poco meno di quanto è stato loro distribuito nel 2009.

Inoltre, in presenza di un interesse così altolocato, non mancherebbero né i fondi di private equity disposti a partecipare all'operazione né le banche per eventuali finanziamenti. Neanche politicamente ci sarebbe spazio per controversie. Si sa che il premier non influisce nemmeno sulle testate di sua diretta proprietà, figurarsi su quelle dei familiari. È già tanto se non lo attaccano. 02-07-2010]

 

 

 

CI SONO TANTI TIPI DI ’BAVAGLIO’, VEDI LA PUBBLICITà CHE LATITA - Nonostante LE vendite-BUM (OLTRE 59.000 copie medie giornaliere), LOR SIGNORI ’BOICOTTANO’ "IL FATTO": ECCO QUANTO COSTA l’indipendenza del giornale - AGGIUNGERE LE POSTE DI SARMI, i cui ritardi nelle consegne non hanno certo giovato alla raccolta di abbonamenti cartacei....

Viola Venturelli per affaritaliani.it

 

Primi grattacapi per Il Fatto Quotidiano. Nonostante l'andamento della società continui a mantenersi positivo, con vendite che nei primi quattro mesi del 2010 hanno superato le 59.000 copie medie giornaliere andando oltre ogni previsione, l'ad Giorgio Poidomani & soci fanno i conti con alcuni 'incidenti di percorso'.

Primo fra tutti il flop della raccolta pubblicitaria, che nel primo quadrimestre è andata sotto del -21% rispetto alle aspettative dell'editore. Incerto quindi il futuro della collaborazione con la concessionaria che segue il giornale, che nonostante 'l'estrema serietà con cui si sta comportando' - come si legge nel verbale del consiglio di amministrazione del 26 maggio della Società Editoriale Il Fatto, avrebbe dovuto garantire tra i tre e i quattro milioni di euro annui ad un giornale che fa più di 100.000 copie al giorno e che invece nei primi quattro mesi ha raccolto appena poco più di 200.000 euro, costringendo il consiglio di amministrazione a ridimensionare fortemente la previsione di raccolta a dicembre.

Débacle sicuramente dovuta anche all'indipendenza del giornale, orgoglio di editore e lettori ma deterrente per gli inserzionisti.

 

Che dire poi delle Poste, i cui ritardi nelle consegne non hanno certo giovato alla raccolta di abbonamenti cartacei su cui Il Fatto aveva così tanto puntato all'inizio: i rinnovi a giugno sono stati appena 2.400 rispetto ai 4.500 abbonamenti staccati nei primi sei mesi.

L'inaffidabilità del partner statale ha costretto il management della società a valutare nuove ipotesi di distribuzione: verrà realizzata una sorta di carta prepagata che l'abbonato può usare in tutte le edicole associate e verificata parallelamente la possibilità di potenziare la diffusione del giornale nelle regioni meridionali.

 

Come se non bastasse, le nuove assunzioni fatte e previste - quattro giornalisti per l'online, Ferruccio Sansa e Giampiero Calapà e il vicedirettore e il capo dell'economia, gli ultimi non ancora assunti alla data del cda - hanno fatto lievitare i costi previsti di ben 300.000 euro, a cui si aggiungono gli straordinari che lo stampatore fa ormai quasi quotidianamente.

Tra gli effetti collaterali del potenziamento della redazione anche un trasloco a brevissimo, pare a luglio stesso. Last but not least il cortese 'le faremo sapere' che il presidente e amministratore delegato Giorgio Poidomani ha 'infilato' a Oliviero Beha, noto giornalista e columnist del Fatto, che l'anno scorso chiedeva di entrare in società.

 

Non è infatti previsto nessun aumento di capitale che giustifichi l'emissione di nuove azioni che modificano la struttura patrimoniale. Nel caso il consiglio decida in assemblea straordinaria di emettere un altro tipo di azioni, Beha è cortesemente invitato ad attendere pazientemente.

 

 

[30-06-2010]

 

- SARKOZY NON CEDE IL PASSO SU LE MONDE...
Le. M. per "Il Sole 24 Ore" - Sembrava impossibile: Claude Perdriel, il padrone del settimanale Nouvel Observateur, riferimento della sinistra radical chic parigina, alleato con France Télécom e il suo amministratore delegato, Stéphane Richard, che è pappa e ciccia con Nicolas Sarkozy («sei diventato ricco, bravo. Un giorno forse succederà anche a me», gli disse il presidente, consegnandogli la Legion d'onore). Ebbene, Perdriel e Richard si candidano assieme per recuperare Le Monde, in gravi condizioni finanziarie.

Sembra che lo stesso Sarkozy abbia presentato Richard a Perdriel. Vuole evitare che Le Monde finisca nelle mani dell'altra cordata in corsa, tre imprenditori altamente avversi al presidente (Pierre Bergé, Matthieu Pigasse e Xavier Niel). Braccio destro operativo dell'anziano Perdriel è Denis Olivennes, di sinistra, apparentemente, ma pronto a compromessi. E brillante frequentatore di salotti. «Inciucio» in vista. In salsa parigina.

26.06.10

 

 PERDRIEL SI ALLEA CON FRANCE TELECOM PER RILEVARE 'LE MONDE'...
(Adnkronos)
- Claude Perdriel, il presidente fondatore del gruppo 'Nouvel Observateur' si allea con France Telecom per presentare un'offerta di acquisto del gruppo 'Le Monde'. Oltre all'offerta di Perdriel, attraverso la sua societa' Sfa Par, e France Telecom, in lizza per 'Le Monde' c'e' anche la cordata costituita dal numero uno di Lazard Europe, Matthieu Pigasse, dall'uomo d'affari, Pierre Berge' e dal presidente e fondatore dell'operatore Free, Xavier Niel. Il Consiglio di sorveglianza del gruppo 'Le Monde' ha dato tempo fino al 21 giugno per presentare offerte definitive. La decisione
definitiva e' attesa per il 28 giugno.2110

 

BOLLORÉ FA L'EDITORE, A 50 CENT...
Dal "Corriere Della Sera" - Vincent Bolloré, socio in Italia di Mediobanca e Generali, di cui è vicepresidente, lancerà il prossimo autunno un quotidiano a pagamento in Francia. «Lo lanceremo veramente. Siate sicuri che lo faremo. In fondo, abbiamo sempre fatto quello che abbiamo detto», ha dichiarato Bolloré. I costi sono stati fissati a «circa 15-20 milioni l'anno». Il nuovo quotidiano di 8 pagine si concentrerà molto sulle analisi di grandi firme tipo «Mikhail Gorbaciov e Nelson Mandela» e sarà senza fotografie; sarà stampato sulle rotative di Le Monde e venduto a «circa 0,50 euro» con una tiratura di 350.000 copie. «Si spera di vendere da 250.000 a 300.000 copie», ha auspicato Bolloré.18.06.10

 

IL PADRONE IN REDAZIONE
Esce dal nulla di cui si circonda anche l'amante del jazz Veltroni. E lo fa appositamente per infilare un bel sassofono nel di dietro dei Cipputi di Pomigliano. L'ex compagno Uòlter si fa intervistare dal Corriere delle banche (creditrici di Fiat) e intima alla Fiom: "L'accordo va firmato". Per premio, lo mettono in prima pagina. Poi tanto domani sparisce di nuovo, il magico Walter. Anche perché alla fine della chiacchierata con Maria Teresa Meli ha il coraggio di ricordare che "da quattro mesi il proprietario di Mediaset è il ministro delle comunicazioni e nessuno dice niente" (p.13). Infatti il Corriere di don Flebuccio registra basito questo scoop di Veltroni.

Anche Repubblica, nel suo piccolo, corre in soccorso dei vincitori e intervista un imprenditore e politico che si è fatto tutto da sé: Matteo Colaninno. Il quale sentenzia: "La Fiom ha sbagliato, il futuro è nell'ok degli operai" (p.26). La Stampa a tutta pagina: "Marcegaglia: incredibile il no della Fiom" (è pure vecchia, p.32).
Ora, noi non ci capiamo niente ed è probabile che la Fiom abbia torto marcio e Marpionne sia invece nel giusto. Però ci colpisce l'unanimità e lo zelo informativo della cosiddetta grande stampa indipendente, che su altre faccende invece si divide anche solo per ragioni di marketing.

10.06.10

 

 -GLI SCANDALI FINANZIARI E IL CHIODO SCACCIA CHIODO
Da "la Stampa" -
Goldman Sachs ha sabotato il dispositivo di sicurezza del pozzo della Deepwater Horizon di Bp? Naturalmente no. Ma le difficoltà del gigante petrolifero britannico nel Golfo del Messico hanno certamente concesso a Goldman una tregua per le spiegazioni pubbliche. Analogamente, le difficoltà della società di Wall Street in seguito alle accuse di frode hanno tolto dalle prime pagine le sventure dei ritiri di Toyota Motor.

 

Non c'è alcun legame tra una banca, una società di trivellazioni petrolifere e una casa automobilistica. Ma il tribunale della pubblica opinione - guidata dalla classe politica e che comprende la stampa - sembra in grado di affrontare solo un colpevole alla volta. Questa, almeno, è l'impressione che si ha da una rapida ricerca di notizie,. Nei tre mesi fino al 19 marzo, Toyota è stata citata tre volte come Goldman in molti articoli che menzionavano la parola «scandalo». Dal primo al 19 maggio la percentuale è passata a sei a uno a favore di Goldman. Ora, Bp ha surclassato entrambe.

 

L'obiettivo di attaccare le società non dovrebbe essere quello di guadagnare punti politici o addirittura di mettere dietro le sbarre alcuni direttori. Si tutelano meglio gli interessi del pubblico determinando dove l'apparato di regolamentazione del governo - indipendentemente dal fatto che sia destinato a proteggere gli investitori, i compratori di auto o i pellicani marroni - è stato inadeguato e come migliorarlo. Dopo tutto, per quanto socialmente responsabile possa o dichiari di essere una società per azioni, tale società deve rendere conto ai suoi azionisti.

Questa non è una scusa per giocare al risparmio e non rispettare gli standard richiesti dalla regolamentazione e da una semplice professionalità. La principale preoccupazione saranno sempre i profitti. Non si tratta di malvagità. È soltanto il modo in cui i mercati funzionano. Va bene strapazzare Bp, Toyota e Goldman se hanno sbagliato. Ma è anche importante chiedersi perché la supervisione dei governi è fallita in modo così clamoroso. I tentativi di rispondere a questa domanda non dovrebbero essere messi da parte soltanto perché si presenta un altro scandalo politicamente opportunistico. (Rob Cox)

10.06.10

 

'ESPRESSO: IL GRUPPO VALUTA SE FARE OFFERTA PER LE MONDE...
Radiocor - Il Gruppo editoriale l'Espresso sta valutando la possibilita' di avanzare un'offerta per entrare nel capitale della societa' editrice del quotidian o francese Le Monde. Lo conferma un portavoce del gruppo editoriale: 'Siamo stati contattati da loro (Le Monde, ndr.) e stiamo valutando se fare un'offerta', ha detto il portavoce a Radiocor. Le Monde, gravato da debiti, si trova nella condizioni di effettuare un aumento di capitale anche fino a 100 milioni di euro per ripianare le perdite. La scelta del nuovo partner e' attesa a cavallo della meta' del mese di giugno. Attualmente ci sono in corsa cinque gruppi interessati ad entrare nel capitale di Le Monde. Tra questi il gruppo spagnolo Prisa, il francese Nouvel Observateur, il gruppo svizzero Ringier e una cordata di imprenditori francese.

 

 

ANGELO RIZZOLI E IL CORRIERE, ATTO SECONDO E TERZO - L’AVVOCATO DI ANGELONE CHIEDE NOTIZIE DEI FANTOMATICI 150 MILIARDI DEL 1981 - DE BORTOLI RIBATTE: "il versamento del famoso aumento di capitale risulta dall’istanza di ammissione all’amministrazione controllata firmata dal suo assistito. Gliel’hanno estorta la firma? Lo dica" - RICICCIA FELTRI: "HO capito almeno una cosa: che A DE BORTOLI conviene stare dalla parte di Bazoli, il padrone del vapore"...

1 - BOTTA E RISPOSTA VACCARELLA-DE BORTOLI/1
Lettera dell'Avvocato Romano Vaccarella al "Corriere della Sera" del 1 giugno

 

Gentile direttore, Non intendo trattare in questa sede la causa promossa dal dottor Rizzoli davanti al Tribunale di Milano, ma si impone una telegrafica replica alla Sua «comparsa di risposta» (chiamo così il Suo scritto apparso domenica 30 maggio, perché mi sembra che Lei risponda più alla citazione che alla lettera del dottor Rizzoli).

Un solo punto mi preme sottolinearLe, evidentemente sfuggito anche ad un giornalista acuto ed indipendente quale, indubbiamente, Lei è: del versamento di 150 miliardi nelle casse della Rizzoli da parte de La Centrale, per la sottoscrizione dell'aumento di capitale, non esiste la minima (non dico, documentazione bancaria, ma) traccia scritta.

Si trattava, gentile Direttore, di 150 miliardi del 1981, mentre esistono sentenze passate in giudicato (in primis, quella del Tribunale di Milano sul crack del Banco Ambrosiano, ma anche di Corti estere) che raccontano per filo e per segno come una somma analoga (in dollari) uscì dal Banco, il giorno dopo la sottoscrizione dell'accordo per la ricapitalizzazione della Rizzoli, per finire integralmente - sottolineo, signor Direttore, integralmente - nelle tasche del trio BLU (Bruno Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani).

 

Tutto qui: del resto si parlerà nella competente sede, e quindi anche del comunicato Ansa che tanto L'ha colpita (eppure solo pochi giorni fa il Suo quotidiano ricordava la «confessione» di Slansky di aver complottato contro il proletariato...).

Ps. Sono certo che non occorre invocare la legge sulla stampa perché questa mia sia pubblicata.

2 - BOTTA E RISPOSTA VACCARELLA-DE BORTOLI/2
Risponde Ferruccio De Bortoli -

Gentile avvocato, Speravo mi riscrivesse il suo assistito, Angelo Rizzoli. Che fa, il mio amico Angelo, si è stufato, dopo tante interviste, di perorare la sua causa? Non le rispondo con una comparsa (non ho clienti né committenti) ma semplicemente ricordandole che il versamento del famoso aumento di capitale della Rizzoli da parte del Banco Ambrosiano risulta dall'istanza di ammissione all'amministrazione controllata firmata dal suo assistito.

Gliel'hanno estorta la firma? Lo dica. E risulta anche dalla relazione bimestrale del commissario Guatri del 20 gennaio 1983 e dalla relazione del collegio sindacale al bilancio del 31 dicembre 1981 della Rizzoli editore. Tutti visionari e corrotti dai poteri forti?

 

Se poi queste somme o anche altre, dopo essere entrate nelle casse della società, sono finite nelle tasche degli amici di Rizzoli, Gelli, Ortolani e Tassan Din, ciò è avvenuto quando il suo cliente era presidente in carica della società. Distratto? Andiamo, avvocato.

Ps. Sull'argomento è intervenuto ieri sul Giornale anche il mio amico Vittorio Feltri. Confessa candidamente di non aver mai capito un accidente della vicenda. Confermo.

 

Lettera dell'Avvocato Romano Vaccarella al "Corriere della Sera" del 2 giugno - Gentile direttore, questa mia solo per non fare la parte di Alice... È assolutamente impossibile- come Lei scrive- che i 150 miliardi, «dopo essere entrati nelle casse della società, sono finiti nelle tasche degli amici di Rizzoli»; quei quattrini, in dollari, uscirono dal Banco Ambrosiano il 30 aprile 1981, e il Tesoro autorizzò La Centrale alla sottoscrizione del capitale a fine settembre 1981.

 

La sentenza sul crack del Banco è tassativa: i dollari finirono tutti al trio BLU; a settembre 1981 - dopo l'arresto di Calvi - il Banco, per la chiusura del fido interbancario, non aveva il becco di un quattrino. Del resto si parlerà in Tribunale. Grazie per l'ospitalità.

Risponde Ferruccio De Bortoli - Confermo quello che ho scritto, se ne riparlerà in tribunale.

SPILLO DI FELTRI
Il direttore del Corriere della Sera invecchiando diventa sempre più brillante. Martedì, nella sua risposta alla lettera dell'avvocato Vaccarella sulle note vicende di Angelo Rizzoli, ha dedicato anche a me qualche riga sapida. Scrive: «Il mio amico Vittorio Feltri confessa di non aver capito un accidente della questione. Confermo».
Invece io do atto al caro Ferruccio di aver capito almeno una cosa: che gli conviene stare dalla parte di Bazoli, il padrone del vapore.

 

 

[03-06-2010]

 

 

QUEI 150 MILIARDI PRESI AD ANGELO RIZZOLI IMBARAZZANO IL CORRIERE DI BAZOLI-DE BORTOLI’ - FELTRI SENTE ODOR DI BRUCIATO E CORRE IN SOCCORSO DI ANGELONE: "IL RISCHIO È CHE SALTINO FUORI COSE TURCHE E SI SCOPRANO ALTARINI. ECCO PERCHÉ ALCUNI PERSONAGGI DEL SALOTTO BUONO (BUONO PER LA TAPPEZZERIA E NON PER IL RESTO) CHE ATTUARONO UN PIANO PER IRROMPERE PRESSOCHÉ GRATIS IN VIA SOLFERINO, ALL’IMPROVVISO SONO PASSATI DALLA CALMA DEI FORTI AL NER¬VOSISMO DEI DEBOLI" - "RIZZOLI ISCRITTO ALLA P2? MA LA P2 NON È STATA CONDANNATA PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE" -

Vittorio Feltri per Il Giornale

L'ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere del¬la Sera , non solo perché siamo amici da una vita, abbiamo lavo¬rato nello stesso giornale, ne ab¬biamo viste di tutti i colori e condi¬viso gli anni più belli eccetera ec¬cetera, ma anche perché la cosa su cui non concordiamo non ri¬guarda né lui né me, nel senso che parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non c'entrano neanche di stri¬scio. Mi riferisco al pasticcio Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una serie nutrita di articoli, e il Cor¬r¬iere ha comin¬ciato a occu¬parsi da meno di una settima¬na.

 

Per esem¬pio ieri, pubbli¬cando una let¬terona di Ange¬lo Rizzoli e una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto imbarazzata. Il lettore si domanderà che impor¬ta a noi di certe beghe fra ricchi. Il problema è che c'è di mezzo il Corriere ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di informazione talmente potente da essere diventato un simbolo: chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può considerarsi ar¬rivato, sicché tutti brigano per conquistarne il controllo.

 

Si dà il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che definire poco chiara è ridutti¬vo. Basti pensare che il suddetto Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla sua bel¬la casa in una prigione, dove tra¬scorse tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono (buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano per irrompere pres¬soché gratis in via Solferi¬no con tanti saluti allo stile che amano attribuirsi. Già.

 

Trent'anni sono pa¬recchi. Quanti ce ne sono voluti alla mirabile giusti¬zia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è inno¬cente, fu quindi incarcera¬to per errore, e che l'azien¬da gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere riesaminato, per usare termini gentili. La vit¬tima dell'errore giudizia¬rio, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a que¬sto punto di riavere quan¬to gli fu tolto. Allo scopo è riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un'in¬chiesta parlamentare.

 

E ora a qualcuno ballano i cerchioni perché la com¬missione, dovendo fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione, scarta¬bellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimo¬ni. Il rischio è che saltino fuori cose turche e si sco¬prano altarini. Ecco per¬ché alcuni personaggi al¬l'improvviso sono passati dalla calma dei forti al ner¬vosismo dei deboli.

 

Difat¬ti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a testa alta dai tribunali, po¬co male, era un suo diritto; ora però, avendo avviato un procedimento perché gli venga riconosciuto il danno subito, il clima in¬torno a lui è mutato. Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un inden¬nizzo? È un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a commissione di inchie¬sta istituita ha attaccato a parlare, affidandosi - co¬me è evidente - anche agli avvocati. Prima un artico¬lo di Bocconi. Poi la rispo¬sta di Angelo Rizzoli cui ha replicato, appunto, Ferruc¬cio de Bortoli.

 

Da tutta que¬sta roba, lo dico con rispet¬to, non si capisce niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno ma¬neggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo. Il Banco Ambrosia¬no, per effetto di un aumen¬to di capitale, doveva ver¬sare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L'accordo è do¬cumentato. Peccato che di quella montagna di quat¬trini non c'è traccia. Proba¬bilmente non è mai stata versata oppure è stata ver¬sata ad altri anziché al de¬stinatario. Sta di fatto che l'Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappa¬re la bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole».

 

D'altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire. An¬che qui vado giù piatto evi¬tando le tortuosità tipiche delle liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è spedito in galera, accusato di varie nefandez¬ze. L'opinione pubblica si persuade che l'editore ne abbia combinate di ogni colore.

 

L'azienda è pronta per andare in amministra¬zione controllata. Angelo è estromesso completa¬mente. Chi subentra in bre¬ve tempo risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti sarebbe morto, e una volta riasset¬tato viene consegnato su un piatto d'argento a Gemi¬na e ai soliti ricchi bravi a fare i ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice. I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qual¬cuno li abbia intascati, ma questo qualcuno non è Riz¬zoli. Chi?

Il Banco Ambro¬siano (che poi ha assunto altre denominazioni a cau¬sa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver pagato. È invece ac¬certato che il Corriere a prezzo di realizzo sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo vengono chiamati poteri forti. Rizzoli, per ricorrere a un'espressione resa famo¬sa da D'Alema, vada a farsi fottere. Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufali¬re il banchiere Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col Corrie¬re pure.

 

E De Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però la pren¬de alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli. Come dire: An¬gelone caro, potevi fre¬quentare gente migliore.

 

Farei tuttavia presente a Ferruccio che la responsa¬bilità penale è personale; che la P2 non è stata con¬dannata per associazione a delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l'ac¬qua Sangemini e che è sta¬to derubato di 150 miliar¬di. Lui non pretende l'aure¬ola né il diploma di marti¬re. Chiede solo gli sia resti¬tuita la refurtiva. Se ciò non avverrà subi¬to, provvederà la commis¬sione parlamentare a sput¬tanare chi nasconde il bot¬tino. 31-05-2010]

 

 

RIZZOLI E IL CORRIERE - UNA LETTERA DURA DI RIZZOLI, UNA RISPOSTA TOSTA DI DE BORTOLI - ANGELONE PROVA A LEGNARE BAZOLI SULLO ’SCIPPO’ DEL 1984 MA SONO SUBITO ’BAZOLI AMARI’ - "CARO RIZZOLI, LEI AFFERMA DI ESSERE STATO ASSOLTO DEFINITIVAMENTE DALL’ACCUSA DI BANCAROTTA CON SENTENZA DELLA CASSAZIONE DEL 2009. DOVREBBE ANCHE DIRE CHE QUELLA SENTENZA NON HA AFFATTO RITENUTO CHE GLI AMMINISTRATORI DELL’EPOCA NON FOSSERO RESPONSABILI DI DISTRAZIONI E FALSI IN BILANCIO, HA SEMPLICEMENTE REVOCATO LE DECISIONI IN SEDE PENALE, PERCHÉ LA BANCAROTTA IMPROPRIA NON È PIÙ PREVISTA (MA SOLO DAL 2006) COME REATO. I FATTI SONO STATI COMMESSI, PURTROPPO PER LEI… E PER NOI"

1 - LE RAGIONI DELL'EX EDITORE DEL CORRIERE DELLA SERA, ANGELO RIZZOLI
Caro Direttore, è con profondo stupore e amarezza che ho letto l'articolo pubblicato venerdì a pagina 39 del Corriere della Sera a firma Sergio Bocconi sulle vicende della vendita Rizzoli. L'articolo comprende infatti una serie di falsità e inesattezze tali da farmi tornare col ricordo agli anni in cui i giornali basavano i loro scritti sulle «veline» fornite loro dai potenti di turno, politici o padroni che fossero.

Angelo

In particolare, le vicende giudiziarie che mi riguardano sono raccontate in modo impreciso e sconclusionato. Per fare il punto della situazione ad oggi, 28 maggio 2010, desidero informare Lei e i Suoi lettori che io, Angelo Rizzoli, sono tuttora un cittadino incensurato che non ha condanne a suo carico né procedimenti penali pendenti nei suoi confronti. Cosa che certamente non tutti gli imprenditori, inclusi i Suoi azionisti, potrebbero affermare.

È vero che io ho ricevuto tre ordini di carcerazione preventiva e ho trascorso tredici mesi in carcere per sei procedimenti penali da tutti i quali -salvo un'unica eccezione-sono stato assolto o prima del rinvio a giudizio o fin dalla sentenza di primo grado.

Aggiungo che io ho trascorso tredici mesi di carcerazione da malato di sclerosi multipla, una malattia incompatibile con la permanenza in carcere e, come potrebbe testimoniare un qualunque studente di medicina, portatrice di rischi gravissimi per l'incolumità e la vita stessa del paziente. Inoltre, per rendere più amaro il mio soggiorno in carcere, mi sono state sospese tutte le cure destinate ad alleviare le sofferenze causate dalla malattia. Ciononostante, al termine della carcerazione preventiva, io sono stato prosciolto da tutte le accuse.

- copyright Pizzi

È rimasta in piedi soltanto un'imputazione di bancarotta impropria collegata all'amministrazione controllata del Gruppo Rizzoli che si è sviluppata secondo due singolari caratteristiche:

1) il caso più unico che raro in Italia di una bancarotta che viene sancita priva della dichiarazione di fallimento che la deve necessariamente precedere e nonostante l'amministrazione controllata si sia conclusa in bonis;

2) l'accusa di associazione a delinquere con Bruno Tassan Din-certamente imputato colpevole-ma anche con mio fratello Alberto Rizzoli arrestato ingiustamente, scarcerato, prosciolto e risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione anni prima del processo. Un'associazione a delinquere zoppa quindi, nella quale manca il terzo imputato necessario perfino alla sua qualificazione.

GIORGI E RIZZOLI (1980)

Le ricordo inoltre che, nell'ambito di queste vicende, mio padre Andrea è morto di infarto poche settimane dopo il mio arresto e quello di mio fratello; che le mie sorelle sono state indagate, sequestrati i loro beni, private dei documenti per l'espatrio e minacciate di arresto. A causa di quella terribile tensione mia sorella minore, Isabella, si è suicidata a 22 anni buttandosi dalla finestra di casa.

Ricordo, infine, che dopo una condanna a due anni e quattro mesi in Corte d'Appello con le motivazioni che ho citato, la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento anche perché nel frattempo era stata abolita l'amministrazione controllata, come in questi decenni moltissimi altri articoli del Codice Penale Rocco che, come Lei sa, risale al 1930.

Si trattava in ogni caso dell'unico caso in cui l'amministrazione controllata veniva equiparata al reato di bancarotta, non ve ne sono stati altri in Italia. Quanto alla crisi finanziaria che portò all'amministrazione controllata alla fine del 1982, sono minuziosamente descritte nella sentenza finale del processo relativo al Banco Ambrosiano le operazioni che hanno portato alla spogliazione dell'Azienda e, più in particolare, il trasferimento dei 150 miliardi di aumento di capitale, sottoscritto da La Centrale Finanziaria S.p.A., non già nelle casse della Rizzoli, ma presso alcuni conti della Banca Rothschild di Zurigo denominati Zinca, Recioto, Telada ad opera di funzionari di quella stessa Banca fiduciari di Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani, come emerge con chiarezza sia dalle carte del processo Ambrosiano a Milano, sia dalle sentenze della Corte Suprema d'Irlanda a Dublino, sia dalle sentenze del Tribunale Federale di Zurigo che ha condannato i vertici della Banca svizzera a vari anni di reclusione per avere distratto circa 180 milioni di dollari di fondi destinati alla Rizzoli verso conti del cosiddetto «gruppo dei BLU» (Bruno Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani), conti che sono stati tutti regolarmente individuati dalle magistrature italiana ed elvetica.

Nonostante ciò che asserisce il Vostro Sergio Bocconi, il cosiddetto «pattone» di cui si parla nell'articolo è una bufala; un'invenzione giornalistica poiché, a quanto mi risulta, esistono solo appunti informali e non del tutto decifrabili, scritti dal Tassan Din con l'ausilio di Ortolani e Gelli ma senza alcuna mia partecipazione, presenza o conoscenza. Io ho semplicemente firmato con Roberto Calvi, Presidente de La Centrale, un accordo ufficiale in data 29 aprile 1981 che è un atto pubblico facilmente rintracciabile tra le carte dell'archivio Rizzoli e Nuovo Banco Ambrosiano.

Quanto all'intervento dei nuovi azionisti, questo è avvenuto in una situazione in cui tutti i miei beni, incluso il 50,2% delle azioni della Rizzoli, mi erano stati sequestrati dai magistrati di Milano e affidati a dei custodi giudiziari che li hanno venduti, a chi loro indicato dai giudici del Tribunale, senza negoziarli e con l'esplicita minaccia nei miei confronti di farmi tornare in carcere nel caso di una mia opposizione.

Poiché ritengo che questi comportamenti abbiano creato a me, alla mia famiglia e alla mia vita danni incalcolabili, oltre che ingiuste sofferenze e gravi persecuzioni, dopo aver chiuso, senza condanne, il lungo iter giudiziario penale che mi ha visto coinvolto per 25 anni, ho ritenuto di chiedere un risarcimento che compensasse almeno in parte le ingiustizie subite.

Come ho avuto modo di dirLe anche personalmente, caro Direttore, io non ho alcuna intenzione di tornare al Corriere della Sera né come editore, né come azionista e nemmeno come visitatore. Chiedo solo che la verità su queste vicende ancora oscure venga definitivamente accertata per non essere ancora una volta il capro espiatorio di operazioni più o meno illecite e spregiudicate realizzate da altri soggetti nel loro esclusivo interesse.
Angelo Rizzoli

2 - LA REPLICA DI FERRUCCIO DE BORTOLI
Caro Rizzoli,
ci conosciamo da più di trent'anni. Il nostro è un rapporto amichevole, sincero. Dunque, uso il lei con una certa fatica. Ma lo facciamo entrambi per rispetto di chi ci legge. Quando lei era presidente del gruppo, che portava il nome del suo grande nonno e del suo grande papà, io ero un suo semplice giornalista. Ripensando a quegli anni assai dolorosi, e abbiamo avuto modo di parlarne più volte, sono convinto che lei abbia pagato un prezzo personale assai elevato, e abbia subìto una lunga e penosa detenzione.

Sulle sue spalle giovanili pesarono eredità ingombranti, ambizioni eccessive e, soprattutto, amicizie pericolose. Lei, certamente, fu vittima di molte circostanze. Ma non una vittima priva di responsabilità personali. Conoscendola, mi aspetterei che qualche errore, a trent'anni di distanza, lo riconoscesse. Posso aiutarla?

L'affiliazione alla loggia P2, che non era, come qualcuno pensa oggi, un'innocente società di mutuo soccorso. L'essersi consegnato, per scelta o necessità, a personaggi del calibro criminale di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Bruno Tassan Din. E quest'ultimo («certamente colpevole» come scrive nella sua lettera) era il consigliere delegato del gruppo editoriale del quale lei era presidente.

Dunque, l'aveva nominato, o subìto, certamente non controllato. Lei dice che quei tre signori intascarono parte delle risorse messe a disposizione dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Solo loro tre? L'aumento di capitale fu effettivamente versato nelle casse della società di cui lei era presidente; come risulta dall'istanza di ammissione all'amministrazione controllata da lei firmata (non può adesso disconoscere quella firma); e dalla relazione del commissario, Luigi Guatri, del 20 gennaio 1983, oltre che dal rapporto del collegio sindacale sul bilancio della Rizzoli al 31 dicembre 1981.

E ancora, ma l'elenco potrebbe essere lungo, la decisione di acquistare nel '74 l'editoriale del Corriere della Sera, tutta a debito, fu certamente una mossa azzardata che portò già nel '77 il gruppo Rizzoli allo stato di insolvenza, con perdite nel triennio 1980-82 stimate in circa 300 miliardi di lire (anche questo appare nella relazione, già citata, del commissario Guatri).

Il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, nonostante le responsabilità dei suoi amministratori (tra i quali lei, caro Angelo) seppe risollevarsi, grazie al lavoro e al sacrificio delle sue maestranze e alla riduzione degli interessi passivi accordata dai creditori, in particolare il Nuovo Banco Ambrosiano.

È raro che una società, con oltre 600 miliardi di debiti, quasi tutti a breve, esca in bonis da un'amministrazione controllata. Ma ciò avvenne anche in nome della sua famiglia, verso la quale continuiamo ad avere affetto e gratitudine. Si rilegga le relazioni del commissario giudiziale con minore partecipazione emotiva. E poi ne riparliamo.

Veniamo alla cessione. L'intera vicenda è stata oggetto di accertamenti giudiziari, in sede civile, tutti conclusisi con la sua condanna. Quando, nell'84, si presentarono due offerte, lei stesso, ancora una volta con una lettera a sua firma indirizzata ai custodi giudiziali, e diramata dall'Ansa, dichiarò di aver scelto la proposta Gemina perché riteneva che desse il massimo di affidamento ai fini del salvataggio del gruppo.

In quell'occasione, lei realizzò dieci miliardi di lire, a fronte di una partecipazione sostanzialmente priva di valore, oltre alla liberazione delle fidejussioni bancarie per decine e decine di miliardi e la rinuncia, da parte della società, ad esperire azione di responsabilità nei suoi confronti, peraltro già deliberata.

Caro Rizzoli, sarebbe oltremodo ingeneroso ricordare quanto lei disse davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, a giustificazione della scelta di cedere parte delle azioni a Calvi e allo stesso Tassan Din. E il cosiddetto «pattone», di cui parlava Sergio Bocconi nell'articolo che dava la notizia della proposta di una commissione d'inchiesta parlamentare sul passaggio di proprietà dell'84, un articolo corretto senza nessuna falsità, esiste eccome, ed è un documento di dodici pagine sottoscritto da lei, Gelli, Calvi, Ortolani e Tassan Din.

La verità, caro Rizzoli, bisogna dirla tutta. E allora si devono rileggere le sentenze del Tribunale civile di Milano del '92 e della Corte d'appello civile di Milano del '96: entrambe hanno respinto in linea di fatto le sue doglianze sulla cessione. Così come si deve ricordare la sentenza del Tribunale civile di Brescia del '98 che la condannò al risarcimento dei danni per diffamazione nei confronti di Giovanni Bazoli, allora presidente del Nuovo Banco Ambrosiano. Non contesto il diritto di ciascuno, lei compreso, di far valere le proprie ragioni e i propri interessi. Ma lei si ricordi di quello che ha scritto. E firmato.

Caro Angelo, un'ultima cosa. Lei afferma di essere stato assolto definitivamente dall'accusa di bancarotta con sentenza della Cassazione del 2009. Dovrebbe anche dire che quella sentenza non ha affatto ritenuto che gli amministratori dell'epoca non fossero responsabili di distrazioni e falsi in bilancio, ha semplicemente revocato le decisioni in sede penale, perché la bancarotta impropria non è più prevista (ma solo dal 2006) come reato. I fatti sono stati commessi, purtroppo per lei... e per noi.
(f. de b.) 30-05-201

 

 

BAZOLI ’SPINGE’ LA SINISTRA A SALIRE SULLE BARRICATE: VIETATO INDAGARE SULLA "VENDITA" (O SCIPPO?) DEL “CORRIERE DELLA SERA” NELL’81 - ANGELONE RIZZOLI FU ARRESTATO AGITANDO IL POVERONE DELLA P2 E IL QUOTIDIANO DI VIA SOLFERINO FU CONSEGNATO (O REGALATO?) AD AGNELLI. (DI QUI DECOLLA ’REPUBBLICA’) - IL PDL PROPONE UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA - IL PD E L’IDV: “SI VUOLE INTIMIDIRE LA STAMPA”… Francesca Angeli per "Il Giornale"

«Non mi aspettavo una reazione così scomposta da parte dell'opposizione che ha addirittura parlato di attentato alla libertà di stampa, un'assurdità». Deborah Bergamini, deputata del Pdl, commenta così la movimentata seduta di ieri in commissione Cultura.È sua la richiesta di istituire una commissione d'inchiesta ad hoc sul caso Rizzoli, la vendita del Corriere della Sera e il relativo scandalo che vide protagonista Angelo Rizzoli negli anni che vanno dal 1981 al 1984.

Ieri la proposta di legge è stata presentata dal suo relatore, Giorgio Lainati, ed è quindi stata «incardinata » dal presidente della commissione, Valentina Aprea. Di concreto non è ancora stato deciso nulla ma la semplice proposta ha scatenato la reazione durissima del Partito democratico che chiede di dire «no» alla richiesta, accusando la maggioranza di voler intimidire la magistratura e soprattutto di voler condizionare "il Corriere della Sera".

Reazione sproporzionata ed inaspettata per la Bergamini che spiega pure perché ha deciso di proporre ora una commissione su vicende che risalgono a trent'anni fa. «Negli ultimi mesi sono emersi elementi di novità come l'assoluzione di Angelo Rizzoli da parte della Cassazione e si è riaperto il dibattito su quanto accadde in quegli anni-spiegala Bergamini-.

Mi sembra importante stabilire con il contributo di tutti la realtà politica, non giudiziaria, di quegli eventi che hanno determinato alcuni equilibri fondanti l'attuale sistema italiano». Franco Levi del Pd definisce l'iniziativa grave e inquietante perché «esplicitamente diretta a riscrivere con un giudizio di parte la vicenda» sostenendo pure che se la commissione avesse il via libera «il Parlamento si troverebbe nella condizione di interferire con l'attività della magistratura ».

Levi poi ricorda che se si ripercorrono quelle vicende si aprirà inevitabilmente il vaso di Pandora della P2 di Licio Gelli che fu uno dei protagonisti di quello scandalo. «Hanno davvero interesse, questa maggioranza, questo governo, a riportare all'attenzione della pubblica opinione la livida stagione vissuta dall'Italia nel segno della loggia P2?», si chiede Levi.

La Bergamini replica definendo «minatori » i toni usati dal Pd e ribadendo che il Pdl non ha «tesi preconcette o verità preconfezionate da dimostrare» ma vuole soltanto fare chiarezza su una vicenda cruciale che interessa sicuramente tutti i cittadini. Per la Bergamini infine sarebbe prematuro fare ipotesi sui tempi. Nessun dubbio invece su chi potrebbe essere ascoltato per primo dalla commissione una volta istituita: il protagonista Angelo Rizzoli. 28-05-2010]

 

LA PUZZA DEI SOLDI - FATTO IL COLPO (50 MILA COPIE IN EDICOLA), AL "FATTO" SI LITIGA PER LA SPARTIZIONE DEL BOTTINO - È uno scontro al calor bianco quello fra le case editrici Chiarelettere e Aliberti, azionisti alla pari (insieme ad altri soci) del quotidiano diretto da Padellaro - Il punto è che per ora, pur avendo in mano la stessa quota di azioni, per la precisione il 16 per cento, l’editore Aliberti è stato tenuto alla larga dal cda (UNA MOSSA VERY BERLUSCONE)... Franco Adriano per ITALIA OGGI

Si litigano i cavalli di razza capaci di far cassetta con i loro libri nella piazza dell'anti-berlusconismo. E il terreno di scontro è divenuto il Fatto quotidiano, dove molti degli autori in questione, a partire da Marco Travaglio, lavorano.

È uno scontro al calor bianco quello fra le case editrici Chiarelettere e Aliberti, azionisti alla pari (insieme ad altri soci) del quotidiano diretto da Antonio Padellaro. Il punto è che per ora, pur avendo in mano la stessa quota di azioni, per la precisione il 16 per cento, Chiarelettere sta dimostrando di essere più influente.

Si prenda l'ultima assemblea degli azionisti: quella che ha registrato il trionfo editoriale a sette mesi dal varo. Francesco Aliberti ha chiesto tramite il proprio rappresentante di portare i consiglieri di amministrazione da 5 a 7: una richiesta legittima, dato che è l'unico socio importante escluso dal consiglio di amministrazione. Ma secondo quanto risulta a Italia Oggi la richiesta è stata respinta senza alcuna motivazione. Emergerà, forse, dai verbali.

Tra gli artefici della conventio ad excludendum nei confronti del concorrente editore-azionista Aliberti anche Chiarelettere rappresentata da Lorenzo Fazio. Che la situazione non fosse tutta rose e fiori lo si poteva capire dal fatto che per mettere fine alle «voci di dissapori tra gli azionisti», che Italia Oggi si era limitata a registrare, fosse sceso in campo (sabato scorso) in prima pagina sul suo quotidiano, Giorgio Poidomani.

Il presidente e amministratore delegato dell'editoriale il Fatto ha smentito tra l'altro che Chiarelettere avesse proposto un aumento di capitale difficilmente sostenibile dai soci giornalisti e ha aggiunto: «Inoltre non c'è alcuna controversia tra azionisti-giornalisti e azionisti-imprenditori, come sembra lasciar intendere Italia Oggi».

È vero. Accantonata l'ipotesi di un aumento di capitale che non avrebbe fatto felici i gironalisti-azionisti, la controversia in atto è tra i due soci editori di gran parte dell'armamentario anti-berlusconiano, i quali talvolta si pestano i piedi.

Un titolo a caso fra gli ultimi pubblicati da Aliberti, la casa editrice promossa da De Agostini: «Viola-L'incredibile storia del no B day, la manifestazione che ha beffato Silvio Berlusconi». Lo ha scritto Federico Mello che viene da Annozero e oggi lavora al Fatto. Mentre la prefazione è di Marco Travaglio e Luca Telese, entrambi della scuderia del Fatto.

Ad Aliberti è pure finita la penna feroce di Paolo Guzzanti che da buon ex innamorato di Berlusconi è particolarmente efficace. E mettiamoci pure anche Patrizia D'Addario, l'escort finita a letto con il premier dotata di registratore: il suo (e di Maddalena Tulanti) «Gradisca, Presidente» l'ha pubblicato con Aliberti.

Insomma, Fazio e Aliberti pescano nello stesso bacino. Nel caso di «Berlusconeide-Le donne, l'arme, gli amori del cavalier Silvio Berlusconi», di uno dei due autori, Carlo Cornaglia, Aliberti segnala nella sua mini biografia che «è regolarmente ospite del blog di Marco Travaglio per l'editore Chiarelettere, che ha riportato le sue poesie nell'agenda Voglio scendere del 2010». Come a dire: adesso, però, se deve pubblicare ancora qualcosa lo fa con noi.

Piccole scaramucce, finché non si è generato il fenomeno editoriale del Fatto dove sembra che finora Fazio sia riuscito a fare la voce grossa con Aliberti che avrebbe incrinato un po' il piano di sinergie con i giornalisti del Fatto: partito alla grande con «Papi» di Peter Gomez, Marco Lillo e Travaglio.

Fazio è abituato a macinare utili grazie alla strada spianata dai libri di Travaglio, Gianluigi Nuzzi (Vaticano spa) e altre penne di grido. Il 30 per cento della casa editrice è direttamente nelle mani di Fazio, ex ad della Bur, che si è posto il mandato «di raggiungere sempre un profitto, mentre Rizzoli e Mondadori possono permettersi il lusso di pubblicare dei libri in perdita».

Il 49 per cento della proprietà di Chiarelettere, invece, è nella disponibilità del gruppo Mauri Spagnol, tramite Messaggerie italiane (quelli di Garzanti, Longanesi, Salani, Guanda). Un altro 15 per cento è controllato tramite la Paolonia Immobiliare spa dal banchiere d'affari, Guido Roberto Vitale, ex presidente di Rizzoli Corriere della Sera. L'ultima quota, infine, ossia il restante 6 per cento, è invece di Sandro Parenzo, editore di Telelombardia, Antenna3 e Videogruppo.

 

 [07-05-2010]

 

LA GABANELLI METTE IL DITO NEI movimenti anomali sul titolo Rcs nel periodo agosto-ottobre 2009. La quotazione raddoppia. La consob ha una ispezione in corso. Nessuno se ne è accorto. Della Valle che possiede il 5% addirittura nega - LINK VIDEO: TUTTO L’IMPACCIO DELLO SCARPARO...

l link per vedere l'intera puntata dedicata al modello sanitario Lombardia è www.report.rai.it <file://www.report.rai.it> titolo della puntata "la prestazione". Si parla di comunione e liberazione che amministra buona parte degli ospedali, di Formigoni che mette sullo stesso piano sanità pubblica e privata, di una torta da spartire di 17 miliardi, del re della sanità lombarda, Giuseppe Rotelli, che ha 3 ospedali indagati dalla procura perché presume che la richiesta di rimborsi sia gonfiata.

 

Rotelli è anche azionista del Corriere della Sera. A ottobre scorso Geronzi dichiara che non è più Mediobanca il primo azionista, ma proprio Rotelli, e invita i giornalisti a verificare i pacchetti azionari.

Questa è la trascrizione della parte che riguarda movimenti anomali sul titolo Rcs nel periodo agosto - ottobre 2009. La quotazione raddoppia. La consob ha una ispezione in corso. Nessuno se ne è accorto. Della Valle che possiede il 5% addirittura nega.

Milena Gabanelli
E a proposito di pressioni: il titolo Rcs per esempio le ha subite ma sembra che nessuno se ne sia accorto. Lo scorso autunno Geronzi dichiara che il primo azionista Rcs, non è Mediobanca, ma il re della sanità lombarda, Giuseppe Rotelli. E nasce un piccolo giallo perché Geronzi è uomo riservato che di solito non parla a caso.

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
Il 29 ottobre scorso, a margine della Giornata Mondiale del Risparmio a Roma, Geronzi dichiara che Giuseppe Rotelli possiede il 15% delle azioni Rcs e invita i giornalisti ad andare a verificare bene i pacchetti azionari. Se così fosse Rotelli avrebbe dovuto denunciare i nuovi acquisti alla Consob. La notizia, per un giorno, finisce nei titoli di tutti i giornali.

 

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Abbiamo detto che noi non abbiamo più acquistato azioni dopo quelle dichiarate. Quindi sono il secondo azionista.

ALBERTO NERAZZINI
E come mai ha detto questa cosa Geronzi?

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Eh?

ALBERTO NERAZZINI
Come mai ha detto questa cosa Geronzi?

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Deve chiederlo a Geronzi.

ALBERTO NERAZZINI
Lei che idea si è fatto?

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Non sono curioso.

ALBERTO NERAZZINI
Geronzi ha detto: Rotelli ha il 15%.

 

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Non lo so questa cosa, ma è vera?

ALBERTO NERAZZINI
Geronzi avrebbe detto: fatevi bene i conti, perché Rotelli è già il 15 e quindi è il primo azionista. Appunto io le chiedo...

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Non l'ho seguita questa cosa dovrebbe chiederla a lui. Ma capita anche di sbagliare, di fare un errore... Ma faccio anche una domanda a lei, che cosa può significare questo? (RISPONDE AL TELEFONO) Chi è? Va bene, va bene, ok. Scusi, eh?

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Pronto... scusami. Pronto?

ALBERTO NERAZZINI
Sì, ci sono. Dimmi.

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Capito? Quindi era una battuta che voleva.. dare un significato particolare. Era una cosa di attenzione nei confronti di Rotelli a quel tempo, no? Questo era il senso della battuta. Perché tu me lo chiedi... insomma? Per quale motivo ti è venuto in mente dopo un anno? Questa battuta...? Cioè... qual è il ragionamento? Così ci capiamo meglio...

 

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
Il portavoce di Geronzi dice che era solo una battuta, fatta per sottolineare l'importanza dell'azionista Rotelli. Ma il giorno dopo ci richiama per chiarire meglio.

ALBERTO NERAZZINI
Ma perché non l'avete smentita dopo tutti quegli articoli?

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Ma non lo so... perché poi a quel tempo il significato era questo, l'aveva smentita... dopo Rotelli... l'ha portata alla Consob, lo abbiamo lasciato... lo abbiamo lasciato...

ALBERTO NERAZZINI
Per arrivare al 15 avrebbe avuto bisogno ben più del due, avrebbe dovuto denunciarlo alla Consob...

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Certo, certo!

ALBERTO NERAZZINI
Geronzi fa una battuta e Rotelli conferma alla Consob che la sua quota è invariata.

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Esatto, esatto, esatto! È questa la cosa.

ALBERTO NERAZZINI
È che a volte fare ‘ste battute... Uno poi... No?

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
Sì certo... Infatti lui diceva che si è pentito, sai lui non parla mai con i giornalisti... buongiorno e buonasera...

ALBERTO NERAZZINI
E quando parla dice che Rotelli ha il 15...

 

AL TELEFONO LUIGI VIANELLO - PORTAVOCE DI CESARE GERONZI
...Bella giornata... quindi tocca stare attenti!

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
Comunque, proprio a fine ottobre si chiudeva un periodo molto buono per il titolo Rcs, che in soli 46 giorni, registrava un rialzo del 50,2%. Un balzo sospetto, sul quale indaga la Consob.

ALBERTO NERAZZINI
Questa indagine della Consob sul rialzo del titolo?

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Magari venisse un bel rialzo! Io non lo vedo. Ma quando ha rialzato? Quando non c'ero?

ALBERTO NERAZZINI
No, no... Lei c'era.

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Magari guardi! Non vedo l'ora! Io lo vorrei leggere in prima pagina: "Enorme rialzo del titolo RCS"!

ALBERTO NERAZZINI
Il 50,2% in 46 giorni non è male come rialzo!

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
No, ma non ci posso credere, stapperei dello champagne! Ma credo che è così. Verifichi meglio.

ALBERTO NERAZZINI
Se lo è perso questo rialzo, non se lo ricorda?

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Io sto molto spesso all'estero, ma tutti i giorni guardo comunque come i contadini quello che ho in cascina. Non mi pare comunque, non mi ricordo. Se è così è una bellissima notizia! Speriamo che continui.

ALBERTO NERAZZINI
Eh, gliela do con qualche mese di ritardo, perché stiamo parlando di settembre, ottobre, novembre.

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Infatti! Dobbiamo verificare, guardi. Mi pare... a naso... mi pare che non è possibile.

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
Sarà andato come noi sul sito di Borsa italiana, dove si può vedere la curva del titolo. Un rialzo che, secondo la Consob, potrebbe celare operazioni sospette.

DIEGO DELLA VALLE - IMPRENDITORE
Guardi quelle sono aziende oramai... ripeto, insomma... non voglio parlare per altri... ma sono in totale trasparenza su ogni fronte. Sono talmente viste e controllate, guardate a vista, che neanche un pazzo che ne avesse voglia si metterebbe poi a giocare con cose che scottano così, no?

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
La Consob sta facendo accertamenti chiedendo una serie di informazioni ad alcune Società di Gestione del risparmio che fanno operazioni sul titolo RCS. Fra queste c'è PRIMA SGR, che ha anche rastrellato piccole quote del capitale. Per PRIMA SGR, però, le richieste della Consob sono prassi ordinaria.

AL TELEFONO UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
I rapporti tra la Consob e le SGR, in questo caso Prima, sono coperti da riservatezza e quindi...

ALBERTO NERAZZINI
Se voi mi dite che è prassi ordinaria è una cosa, se voi mi dite: "Non è prassi ordinaria ma c'è la riservatezza", è un'altra cosa.

AL TELEFONO UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
Ma non è questione! È prassi ordinaria!

ALBERTO NERAZZINI
Perfetto.

AL TELEFONO UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
La Consob fa questo genere di attività, ed è attività diversa da un'ispezione.

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
È prassi ordinaria, per la Consob, chiedere nomi dei dipendenti e dei collaboratori della società? Chiedere se qualcuno di loro abbia o meno rapporti particolari con il gruppo RCS? E chiedere copia della documentazione dei controlli previsti dal regolamento? Queste richieste di solito partono quando inizia un lavoro d'indagine.

AL TELEFONO UFFICIO STAMPA PRIMA SGR
Mi è stato detto che è prassi ordinaria, lei invece evidentemente ha degli elementi per dire che non è così. E io... sinceramente non... non so che cosa... non so che cos'altro aggiungere.

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
Ma di chi è la PRIMA SGR? Il capitale della società è al 33 per cento del Monte dei Paschi di Siena, ma l'azionista di riferimento, con il 67%, è Claudio Sposito, ex numero uno della Fininvest. Le indagini della Consob saranno utili anche per capire se, come già successo, qualcuno sta rastrellando di nascosto quote del capitale RCS, usando metodi poco ortodossi.

Anche il patron delle cliniche lombarde Rotelli, quando diede inizio alla sua scalata a RCS, fu ricoperto da illazioni e sospetti. Si vociferò che, spendendo tutti quei milioni di euro per comprare azioni del Corriere della Sera, Rotelli stesse agendo per conto di qualcun altro.

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Io sono un uomo libero.

ALBERTO NERAZZINI
Quindi quelli son soldi suoi e lei vuole arrivare...

GIUSEPPE ROTELLI - PRESIDENTE GRUPPO OSPEDALIERO SAN DONATO
Sono soldi miei e ragiono con la mia testa! Quindi alla mia libertà di uomo indipendente tengo moltissimo.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Rimane il sospetto che qualcuno abbia comprato azioni per conto di qualcun altro. Una società di gestione del risparmio sotto indagine Consob ci scrive dicendo che non è vero. Si tratta di un normale accertamento. Qualcuno sta tentando di scalare occultamente il Corriere? Non sarebbe la prima volta, controllarlo significa avere fra le mani un'informazione che almeno fino ad oggi è la più influente, un'informazione che farà più fatica a mettersi di traverso magari proprio sui tuoi progetti. E tornando alla sanità, il 30 dicembre scorso è stata approvata una legge che consente di cambiare la natura giuridica degli ospedali pubblici, trasformandoli in fondazione. Una proposta avanzata più volte proprio da Giuseppe Rotelli. 03-05-2010]

 

 

AHACHETTE RUSCONI, PERIODICI CON CARTA CERTIFICATA PEFC...
(AGI) - Hachette Rusconi sara' il primo gruppo editoriale italiano e tra i primi in Europa a dotarsi della certificazione PEFC, il programma di valutazione degli schemi di certificazione forestale.

16- RCS, L'AFFARE RECOLETOS TORNA D'ATTUALITÀ...
Da "Milano Finanza" - Più che sulle misure anticrisi e sul business plan, i soci di Rcs Mediagroup, che oggi si riuniscono in assemblea per approvare il bilancio 2009 (ricavi per 2,2 miliardi e perdita di 129,7 milioni), potrebbero sollevare obiezioni sull'affare Recoletos-Unedisa. Perché l'acquisizione dell'azienda spagnola, editrice del quotidiano El Mundo e di Expansion è stata particolarmente onerosa (nel 2007 l'asset è stato valutato 1,1 miliardi) mentre l'anno scorso i risultati sono stati deludenti: ricavi in calo del 19,5% e mol del 75,7%.

Il tema sarà parte integrante del documento che il rappresentante della redazione del Corriere della Sera leggerà davanti al consiglio d'amministrazione e ai rappresentati degli azionisti. Una missiva, inoltrata ieri sera al patto di sindacato, nella quale si chiede a chi governa Rcs di investire nel prodotto editoriale, in particolare sul quotidiano di via Solferino, piuttosto che puntare solo sui tagli per cercare di mantenere il dividendo. I giornalisti del Corsera punteranno il dito contro il rimpasto del cda della Quotidiani dove al posto dei rappresentanti della società civile sono entrati direttamente i grandi soci. Intanto Rcs Sport è divenuto il partner per la gestione dei diritti di sponsorizzazione dell'Inter per i prossimi quattro anni

01.05.10

 

1 - FELTRI PARLA A SUOCERA PERCHÉ GENERO INTENDA
Fabrizio d'Esposito per Il Riformista

 

Un falco del governo liquida così la questione: «La Tulliani? E' l'anima nera di Fini. Lui è come soggiogato da lei». Nel triangolo berlusconiano formato da Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà sono convinti da tempo che la fronda del presidente della Camera sia alimentata anche dalla donna che ha preso il posto di Daniela Di Sotto: la bionda avvocata Elisabetta Tulliani. E per supportare la tesi, alcuni rivelano un aneddoto che risale al 2004. Un fotogramma che fa da preludio al feroce antiberlusconismo della nuova lady Fini.

 

Questo: anticamera di Sandro Bondi, nel suo ufficio di via dell'Umiltà, all'epoca sede di Forza Italia. Bondi è il coordinatore del partito (con Fabrizio Cicchitto vice) e Tulliani è la fidanzata di Luciano Gaucci, esplosivo presidente del Perugia calcio. Gaucci e la compagna attendono di essere ricevuti da Bondi. Le elezioni europee sono alle porte e Tulliani ha chiesto e ottenuto un colloquio per avere un posto nella lista forzista dell`Italia centrale.

Bondi accoglie i due, li ascolta, sorride a tratti e poi li congeda. Dice un testimone che ricorda il "fotogramma": «Probabilmente Bondi non disse nemmeno nulla a Berlusconi». Tulliani, infatti, non viene candidata e di lì a poco la sua storia con Gaucci finisce, anche per le peripezie giudiziarie del suo fidanzato, fuggito a Santo Domingo.

La passione tra Fini e Tulliani divampa nel 2007 e diventa subito materia di divisione tra il Cavaliere e il suo delfino. E' il novembre di quell'anno quando Striscia la notizia, su Canale 5, ironizza sulla «nota principessa del foro», sui suoi esordi tv e sulla storia con Gaucci. Fini, che già aspetta una figlia dal suo nuovo amore, s'infuria.

 

E Mediaset è costretta a un'insolita nota firmata dal presidente Fedele Confalonieri, che prende le distanze dal programma di Antonio Ricci: «La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile nei confronti di scelte sentimentali che non hanno alcuna attinenza con la vita pubblica del paese». Anche Berlusconi interviene: «Ho chiamato Fini per dirmi addolorato per il servizio di Striscia la notizia. Sono cose che non si fanno».

 

Un'altra crisi viene solo sfiorata nell'estate del 2008. Fini e Tulliani vengono paparazzati su una barca al largo di Porto Ercole in pose a luci semirosse. A pubblicare le foto è Novella 2000, scoop d'esordio della nuova direttrice Candida Morvillo. Ma in giro c'è l'intera sequenza che ha un finale hard e qualcuno la toglie dalla circolazione.

Nel frattempo, dentro An, iniziano i primi mugugni contro la nuova compagna del capo. Amici storici di «Gianfranco», cui è stata sbattuta d'improvviso la porta in faccia, si fanno scappare a mezza bocca: «Lei gli sta facendo terra bruciata attorno. Gianfranco ha litigato quasi con tutti. Le è rimasto solo Donato (il fedelissimo Lamorte, ndr) da eliminare». I vecchi rapporti del leader di An vengono sostituiti dalla «rete familiare» di Tulliani.

Il fratello Giancarlo comincia a farsi vivo a Viale Mazzini. Fiction, documentari, format vari. Costituisce società. Produttori di solida fama, tra cui Angelo Rizzoli, si preoccupano, qualche manager del centrodestra mostra imbarazzo e girano le prime voci, anticipate dal Riformista l'anno scorso.

Il resto è cronaca di questi giorni. La campagna del Giornale di Vittorio Feltri contro il presidente della Camera ritorna sulla questione Rai, tirando in ballo anche la società di produzione di Gabriella Buontempo, moglie del braccio destro di Fini, Italo Bocchino. Lo scoop, però, è di Dagospia che da mesi sbeffeggia il coté "terzista" che va da Montezemolo a Casini passando per Fini: stavolta è una sigla, ATMedia, della mamma di Tulliani, Francesca Frau, a sbarcare a Viale Mazzini.

Contratti milionari con Raidue e Raiuno. Quest'ultima è diretta da Mauro Mazza, finiano doc, che ieri in privato ha consegnato la sua versione sulla produzione di un talk all'interno di Festa Italiana e affidata all'Absolute Television Media di Frau: «Non ne sapevo nulla della "suocera" di Fini. Conosco Roberto Quintini (riconducibile all'ATMedia, ndr) da 23 anni e mi fido di lui. Non ho approfondito la composizione societaria, quando è venuto a parlarmi».

 

In ogni caso, la «rete familiare» di Elisabetta Tulliani rischia di procurare parecchi fastidi al frondista ribelle del Pdl, come promettono minacciosamente i falchi berlusconiani. E dire che con lei, Fini, nel 2007 ha iniziato una nuova vita (due bimbe e tante passeggiate mano nella mano a Villa Borghese puntualmente riportate sul settimanale Chi di Alfonso Signorini) per liberarsi da un passato pericoloso: dalle inchieste sull'ex portavoce Salvo Sottile a quelle sull'ex moglie Daniela Di Sotto. Senza dimenticare lo scandalo escort di un altro fedelissimo, Checchino Proietti, altro capitolo della feltreide antifiniana. E tre annidi legislatura sono ancora tanti...

2 - VITTORIO FELTRI: «IO CRITICATO? L'IMPORTANTE È CHE LA NOTIZIA FOSSE VERA»
S. Mar. per "La Stampa"

 

Direttore Feltri, un autentico fuoco di fila dal pdl contro di lei. Cosa risponde?
Osservo che tutti prendono le distanze: Berlusconi, Ghedini, Schifani...ma io sono fermo nell'idea che le notizie o sono vere o sono false. E questa è vera.

 

Anticipata dal sito di gossip Dagospia...
Ma se la notizia è vera dov'è lo scandalo? Io non guardo il computer, mi è stata segnalata dalla redazione. Ho chiesto solo di verificare che tutto fosse autentico anche nelle virgole, perchè non volevo dare adito ad alcuna smentita. Che infatti non c'è stata.

E a Berlusconi che parla di «attacchi personali, aggressioni ai familiari» cosa dice?
Che io non ho aggredito nessuno. Il Giornale ha scritto che la "suocera" di Fini, che non si è mai occupata di tv, ha prodotto una trasmissione per la Rai pagata oltre un milione di euro. E a questo punto le domande le faccio io: è normale che la Rai, con dodicimila dipendenti, debba appaltare una trasmissione che aveva sempre prodotto da sola? Nessuno da quelle parti ritiene doveroso dare una spiegazione?

[29-04-2010] 

 

TARAK BEN AMMAR STA LAVORANDO INTENSAMENTE AL PROGETTO DI UNA CORDATA CHE DOVRA' RILEVARE IL QUOTIDIANO SOTTO LA DIREZIONE DI VITTORIO FELTRI
Avviso ai naviganti."Si avvisano i signori naviganti che dopo l' impegno preso giovedi' scorso da Berlusconi di liberarsi del Giornale di famiglia, il produttore tunisino Tarak Ben Ammar sta lavorando intensamente al progetto di una cordata che dovra' rilevare il quotidiano sotto la direzione di Vittorio Feltri".

[29-04-2010] 

 

 

IL CDR DEL SOLE 24 ORE
Signora Amministratore delegato, signor Presidente, consiglieri e sindaci, signori azionisti,

parlo come rappresentante dei giornalisti del "Sole 24 Ore" nella nostra qualità di azionisti. Se il nostro quotidiano viene acquistato e letto ogni giorno da centinaia di migliaia di lettori, lo si deve innanzitutto al capitale di professionalità e alla dedizione dei suoi giornalisti. Non alle promozioni editoriali, non ai prodotti opzionali: lo si deve all'impegno e alla responsabilità con cui ogni giorno cerchiamo, verifichiamo, pubblichiamo notizie di qualità. Un lavoro e una qualità su cui si fondano i risultati dell'azienda.

Se siamo qui, per la terza volta dalla quotazione del 2007, a rappresentare tutti i giornalisti del "Sole 24 Ore" in quanto dipendenti/azionisti è perché al nostro lavoro e alla nostra azienda noi teniamo. Noi crediamo in questa società e vogliamo portare anche in questa sede il nostro contributo di analisi per aumentare l'efficienza dell'azienda e garantirle il rapido ritorno all'utile.

Purtroppo, in 287 pagine di fascicolo di bilancio, manca del tutto una cifra chiara e certa sul numero delle copie vendute quotidianamente dal "Sole 24 Ore". Leggiamo che il "Sole 24 Ore" ha fatto peggio del mercato: «La riduzione del numero di copie vendute da parte dei principali quotidiani nazionali è stata pari al 9,6% nel 2009: Il Sole 24 ORE, anche per effetto della riduzione delle copie promozionate, nello stesso periodo ha registrato una flessione dell'11,7%» ;

«I più recenti dati relativi alla diffusione (ADS media mobile 12 mesi dicembre 2008 - novembre 2009) evidenziano una riduzione del numero di copie diffuse in Italia dei principali quotidiani nazionali a pagamento rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente pari al 9,6%. E questo principalmente a causa della politica di riduzione delle copie promozionate praticata dagli editori.

Proprio per questo Il Sole 24 ORE, nel medesimo periodo, registra una flessione del 11,7%, con circa 296 mila copie medie» (pagina 30).

Occorre dunque domandarsi qual è l'identità del nostro lettorato e quali sono le sue esigenze concrete. Noi riteniamo che identità ed esigenze del lettore del "Sole 24 Ore" non siano mutate rispetto al passato e che la sua richiesta sia quella di sempre: una domanda di informazione economica, finanziaria, normativa e professionale e di informazione di servizio di alta qualità.

Lo dimostra il fatto che nelle occasioni in cui il nostro quotidiano propone prodotti speciali, inchieste, approfondimenti specifici su questi temi le vendite in edicola segnano sempre un balzo. Vale la pena ricordare che altri giornali economico/finanziari (Wall Street Journal, Financial Times, Economist) proprio in questa fase congiunturale, grazie al tipo di prodotto che propongono, hanno risentito assai meno del nostro della recessione.

Perciò vi annunciamo che, nel primo incontro in sede aziendale, vi chiederemo innanzitutto un'operazione di trasparenza: vi chiederemo quali sono le cifre e le tendenze delle vendite reali.

I dati negativi non si limitano purtroppo alla diffusione cartacea. Secondo gli ultimi dati ufficiali (fonte Audiweb), resi noti il 6 aprile, l'audience online del nostro quotidiano sta calando in modo cospicuo. A febbraio 2010, a livello nazionale gli utenti attivi nel giorno medio aumentavano del 16,9%, mentre calavano del 7,1% le pagine viste e del 6,7% il tempo speso. Nello stesso periodo il brand online "Sole 24 Ore" segnava su base annua un calo del 2,3% degli utenti unici (da 268mila a 262mila circa), del 19,8% delle pagine viste (da 1,87 a 1,5 milioni) e del 32,7% dei tempi medi per utente (da 5 minuti e 6 secondi a 3 minuti e 26 secondi).

Deve essere chiaro a tutti che questi risultati non dipendono da una caduta dell'impegno dei giornalisti. Per far funzionare questa azienda i giornalisti, per quanto necessari e insostituibili, non bastano - anche perché i giornalisti sono solo un quinto della forza lavoro complessiva -.

La crisi nella quale la nostra azienda si trova, oltre che effetto della congiuntura generale e delle difficoltà particolari del settore, è stata causata anche da gravi errori, incertezze gestionali e da confusione nella corporate governance. Nel momento più buio della storia ultracentenaria del nostro giornale, proprio quando sarebbe stata necessaria la massima attenzione del management, la carica di amministratore delegato è rimasta vacante per tre mesi.

Non solo: secondo la relazione 2010 sulla corporate governance (pagina 25) del Sole 24 Ore, trasmessa nei giorni scorsi al mercato e alle autorità di vigilanza, la nostra società vede i poteri di gestione attributi tanto al presidente, Giancarlo Cerutti, quanto all'amministratore delegato. Un caso di diarchia nelle decisioni gestionali più unico che raro nel panorama delle quotate italiane.

Le osservazioni che seguono sullo stato dei conti e sull'"ultimo rigo del conto economico" (che era "l'unica cosa che mi interessa", come ci disse l'ex Ad Claudio Calabi che se n'è andato a dicembre incassando "altri compensi" per 944mila euro, si veda pagina 156) dimostreranno lo stato confusionale nel quale ci siamo trovati.

Una situazione alla quale è ora chiamata a trovare rimedio la nuova Amministratrice delegata. Salutiamo la dottoressa Treu, di cui conosciamo il vasto bagaglio di competenze nell'editoria tecnica e professionale. A lei, così come a noi tutti, auguriamo di conseguire rapidi e importanti risultati, innanzitutto sul fronte delle vendite del nostro quotidiano, ricordando che il vero problema che ci angustia non è solo la caduta del giro d'affari, ma è la gestione dell'azienda.

Quanto al lavoro, nel 2009 il costo del personale, al netto «delle variazioni di perimetro di consolidamento intervenute nel periodo, da un lato, e dall'iscrizione degli oneri non ricorrenti connessi con l'incentivazione all'uscita di personale dipendente ed il piano di ristrutturazione e prepensionamenti avviato, dall'altro», è drasticamente calato. Al netto dell'effetto delle nuove acquisizioni e degli oneri non ricorrenti 2009 che «ammontano complessivamente a circa 21 milioni di euro, il costo del personale mostra una riduzione del -2,7%, per effetto principalmente del minor costo medio per dipendente, anche grazie alle azioni di recupero delle ferie arretrate realizzate» (pagina 26).

La redazione, dunque, ha già dato, sia con la riduzione del costo medio unitario del lavoro per effetto dello smaltimento del monte ferie arretrate, del taglio dei compensi ai collaboratori infra ed extragruppo, di altre riduzioni ai costi, che con la riduzione del numero dei giornalisti (che alla fine dello stato di crisi sarà calato del 15% circa) stabilito con l'accordo sul piano di crisi che abbiamo firmato nelle scorse settimane.

Perché in profonda crisi è l'intero modello di business. A livello di gestione industriale, rispetto al 2008 è girato in negativo l'Ebitda della divisione editrice (quotidiano) e di quella multimedia, è quadruplicato a livello di margine operativo lordo il "rosso" della divisione System (che da sola, in un anno, ha perso 46 milioni di fatturato) mentre quello della Radio è rimasto invariato e il dato negativo della divisione corporate e intercompany è aumentato di 3,5 volte a 32,4 milioni. I collaterali (libri, guide vendute insieme al giornale) sono addirittura tracollati. L'anno scorso hanno perso ricavi per 17,5 milioni di euro (-63% sul 2008). L'unica divisione con Ebitda positivo nel 2009 è l'Editoria professionale.

Non basta: la società non sa farsi pagare e lo stato dei crediti che vanta nei confronti dei clienti peggiora vistosamente, probabilmente per effetto di pubblicità pubblicata e non pagata. I crediti lordi verso clienti scaduti da oltre 121 giorni ammontano a 52,65 milioni, sono cresciuti del 25,8% su base annua e rappresentano ormai oltre i Â≤ dei crediti complessivi. Un problema che rischia di compromettere i prossimi bilanci. Fa acqua tutta la gestione finanziaria che nel 2008 aveva fatto guadagnare 11 milioni, mentre nel 2009 il guadagno è stato di soli 2,7 milioni. Certo i tassi di interesse si sono abbassati, ma di fatto i proventi finanziari sono scesi del 75% in un anno.

Negli ultimi 10 anni, secondo le analisi di Mediobanca, la nostra società ha investito per linee esterne, in acquisizioni, 130,9 milioni di euro, al netto dell'investimento in Radio24. Una massa enorme di denaro: le acquisizioni hanno riguardato nel 2001 Calderini Edagricole, nel 2006 Editorial Ecoprensa e Motta Architettura, nel 2007 Editoriale GPP, Data Ufficio e Str, nel 2008 Esa Software e l'anno scorso Motta Cultura.

Paradigmatica la vicenda di Blogosfere: come scrive il bilancio (pagina 11) «a marzo 2009, il Gruppo, rispetto agli impegni contrattuali definiti con l'accordo quadro del luglio 2007, ha conseguito modifiche migliorative che hanno consentito di acquisire un'ulteriore quota pari al 50% del capitale della società Blogosfere Srl, portando la propria partecipazione complessiva all'80%.

L'investimento è stato di 850 mila euro. La partecipazione è stata ceduta nel mese di gennaio per un corrispettivo di 1,6 milioni di euro», da raccordare con quanto scritto a pagina 112: «Il costo complessivo dell'operazione, incluso quello relativo alla prima tranche del 30% è stato di 1.621 mila euro.

Negli esercizi 2007 e 2008, quando la partecipazione era valutata a patrimonio netto erano state imputate a conto economico complessivamente 193 mila euro quali quote di perdita della partecipazione». Nel solo 2009 sono stati svalutati avviamenti per 8,63 milioni, tra cui integralmente quello del settore cultura e per 7,92 milioni quello dell'editoria di settore.

Business Media srl è stata svalutata di ben 14,2 milioni e la 24 Ore Cultura di 4,7 milioni, Alinari 24 Ore di 1,3 milioni: in totale oltre 20,2 milioni in fumo. Perché? Perché nel 2009 su 40 milioni di ricavi Business Media srl ha segnato perdite per 10,8 milioni, il 25% del fatturato; 24Ore Cultura srl su 4 milioni di ricavi ne ha persi 3,7, cioè quasi tutto il fatturato. Alinari 24 ore ha segnato perdite pari metà dei ricavi (che erano di 3,2 milioni).

La Radio, per quanto rappresenti un caso di scuola di successo editoriale e segni ascolti in crescita, risente fortemente del calo della raccolta pubblicitaria tanto che, dieci anni dopo il suo lancio, non ha ancora prodotto utili. Ma non basta: ricordiamo la disastrosa esperienza di 24OreTv, di Salute e Benessere Channel, di 24Minuti; pensiamo all'editoria di settore che sembrava l'Eldorado e che invece, come segnalano i dati di Business Media, mostra le prime crepe.

La verità è che le acquisizioni del passato sono servite per "comprare" fatturato. Ma quei ricavi sono stati acquistati a carissimo prezzo, con valutazioni molto elevate delle aziende acquisite. Oltretutto sono state acquisite aziende procicliche nei periodi di culmine del ciclo economico: il loro arretramento era inevitabile e difatti ora pesa sui nostri conti. Eppure la società , nonostante questi pessimi risultati, si intestardisce nell'idea di crescere attraverso le acquisizioni. Lo spiega chiaramente la Relazione a pagina 15: «Le linee strategiche del Gruppo contemplano una futura crescita per linee esterne.

Il Gruppo intende infatti perseguire una strategia volta all'espansione delle proprie attività attraverso acquisizioni o accordi di collaborazione. Le difficoltà potenzialmente connesse alle operazioni di acquisizione o agli accordi di collaborazione, quali ritardi nel perfezionamento delle operazioni o costi e passività inattesi, potrebbero incidere negativamente sull'attività del Gruppo e sui suoi risultati».

Con la quotazione di fine 2007, l'azienda aveva incassato poco meno di 210 milioni di euro. Oggi la posizione finanziaria netta è sì ancora positiva ma si è ridotta a soli 98,8 milioni. Erano 149 nel 2008. Il flusso di cassa complessivo è stato negativo per 53 milioni nel 2009, ma era negativo per addirittura 93 milioni nel 2008, anno in cui la crisi mordeva meno. Nonostante questo, dal 2005 al 2009 questa società ha distribuito agli azionisti oltre 60,7 milioni di euro.

I dividendi distribuiti sono pari a 3,5 volte tutti i profitti fatti dal 2005 a oggi (che ammontano ad appena 14,96 milioni, per effetto della perdita di 52,56 milioni di quest'anno). Se continuiamo a bruciare cassa a questi ritmi, il rischio è che alla fine dell'esercizio 2011 la liquidità sia esaurita. Se la situazione di crisi non fosse stata ancora risolta, saremmo costretti a ricorrere a nuove operazioni di finanza straordinaria o all'indebitamento. In ogni caso, avremmo dilapidato i benefici della quotazione.

Il tutto si riflette sulla débàcle dei corsi del nostro titolo, riportata nel grafico di pagina 13. L'andamento di Borsa parla ben più di tante parole. Ricordiamo solo che il 6 dicembre 2007 l'azione del "Sole 24 ore" entrava in Borsa a 5,75 euro e che l'ultimo prezzo di ieri era di 1,74 euro: il titolo ha perso il 70% del suo valore. Ma per la società pare non esserci problema, tant'è vero che scrive «il titolo Il Sole 24 Ore ha recuperato dai minimi di marzo 2009 il 24%, in linea con la performance fatta registrare sullo stesso orizzonte temporale (marzo-dicembre) dal Dow Jones Euro STOXX Media P index».

Certo, dai minimi storici di marzo il titolo ha un po' recuperato. Ma dai minimi relativi di fine ottobre / inizio novembre, mentre la Borsa si riprendeva e i titoli media europei segnavano un timido recupero, il trend della nostra azione è rimasto negativo.

Signora Amministratore delegato, signor Presidente, consiglieri e sindaci, signori azionisti, occorre uscire dall'ottica fuorviante, già peraltro smentita dai fatti, che "Il Sole 24 Ore" sia una semplice fabbrica di eterni profitti da incassare. Chiediamo all'azionista di riferimento di occuparsi della sua società in un'ottica positiva, abbandonando qualsiasi tentazione di appoggiarsi a passate rendite di posizione che questa recessione ha definitivamente dimostrato non esistere più.

Vigileremo concretamente sull'operato di chi ci amministra: non accetteremo supinamente che si continui a investire attraverso acquisizioni il cui track record è ampiamente negativo. Chiediamo investimenti sul quotidiano e sull'online che riteniamo imprescindibile per il futuro della nostra società .

Da questo punto di vista riteniamo fondamentali due questioni: quella dell'investimento sull'online e quella del formato di stampa del quotidiano. Fronti sui quali le promesse aziendali di investimenti, negli ultimi anni, sono fioccate puntuali a ogni incontro, a ogni assemblea, a ogni cambio di management. Eppure di quelle promesse sull'attenzione alla centralità del quotidiano e sullo sviluppo dell'informazione online non abbiamo ancora visto la concretizzazione.

Per potenziare davvero, e non solo a parole, l'informazione online occorrerà investire. Perché oggi la redazione del quotidiano può scrivere per la carta stampata su un sistema editoriale ma per contribuire al web deve passare per assurdi scambi di email e di file. Lo stesso vale per i colleghi della redazione online quando scrivono per il quotidiano. Eppure sin dal 2007 tutta la redazione ha già espresso la sua disponibilità a saltare queste barriere, firmando con l'azienda un accordo sulla piena multimedialità .

Sono tre anni che aspettiamo un segnale dalla società : quand'è che l'azienda si deciderà a passare dalle promesse ai fatti con l'acquisto di un sistema editoriale unico per tutti i media del gruppo? Quando analizzeremo con metodologia scientifica il nostro lettorato online, per capire quali sono le sue richieste e se convenga davvero, o no, passare da una informazione specialistica a una generalista?

Soprattutto, quando sarà valutata l'opportunità di insistere ancora con la cessione gratuita sul web di contenuti di qualità , prodotti con costi non irrilevanti? Di studiare forme di abbonamento e/o di pagamento spot, anche tramite la strada dei micropagamenti, come stanno facendo da tempo i nostri concorrenti internazionali e altre primarie case editrici nazionali? Quando la società si attiverà per far cessare la riproduzione gratuita in rete dei contenuti del giornale, pur coperti da copyright, e procedere così al recupero di questa massa di ricavi che oggi sfugge al conto economico?

Quanto alla vicenda del formato di stampa del quotidiano, vogliamo essere chiari un volta per tutte. Al netto delle questioni editoriali, che attengono al direttore, con cui presto intendiamo confrontarci, il progetto di passaggio al formato tabloid NON è stato ancora discusso ufficialmente con i giornalisti del «Sole 24 Ore». Dunque riteniamo che qualsiasi piano debba ancora passare al vaglio preventivo della redazione.

Prima di esprimere un parere, positivo o negativo che sia, chiederemo garanzie occupazionali strettissime sul cui rispetto vigileremo.

Signora Amministratore delegato, signor Presidente, consiglieri e sindaci, signori azionisti, la redazione del "Sole 24 Ore" vi dice forte e chiaro che il tempo della fiducia acritica, delle deleghe in bianco, degli spettatori silenziosi è finito. Vi hanno posto fine la crisi strutturale dell'editoria e quella congiunturale dell'intera economia italiana. In un'azienda come la nostra, i cui prodotti editoriali insistono sull'etica della responsabilità , noi vi chiediamo più responsabilità e più etica. Sinora l'impegno aziendale è stato però insufficiente.
Per tutti questi motivi, votiamo "no" al bilancio 2009.

[14-04-2010]

 

FACCI & RINFACCI - E “IL FATTO” OCCUPA “LIBERO” - Almeno 35 milioni di euro. Sono i soldi pubblici che il quotidianodegli angelucci ha ricevuto dal 2003 a oggi - Una media di sei milioni di euro all’anno. Tradotto, mezzo milione di euro al mese - Per capire quanto pesano i contributi statali sul bilancio di Libero basti un dato: il costo del personale nel 2008 è stato di 7,5 milioni, circa 300 mila euro in meno del contributo…

Marco Lillo e Paola Zanca

per Il Fatto

Almeno 35 milioni di euro. Sono i soldi pubblici, secondo i dati pubblicati dal governo, che il quotidiano Libero ha ricevuto dal 2003 a oggi. Una media di sei milioni di euro all'anno. Tradotto, mezzo milione di euro al mese. Un'entrata niente male: ora si capisce perché da quando è nato, nel 2000, il giornale fondato da Vittorio Feltri ha fatto di tutto per rincorrere la legge.

Prima organo di partito, poi cooperativa di giornalisti, in fine diretta emanazione della Fondazione San Raffaele, che ne controlla il 100 per cento delle azioni. A ogni cambio, un aumento dell'incasso.

Ha cominciato come organo del Movimento Monarchico Italiano. Come? Ce lo spiegano proprio i monarchici: "L'accesso ai finanziamenti statali era prerogativa del Periodico Opinioni Nuove - spiega il segretario nazionale dell'Mmi, Alberto Claut - che inizialmente percepiva l'equivalente di 8.000 euro in quanto periodico d'informazione del Movimento Monarchico Italiano rappresentato in Parlamento da senatori e deputati con apposita dichiarazione scritta"".

Proprietario della testata Opinioni Nuove, la stessa con cui oggi è registrato Libero, era il Centro Studi Sociali A. Cavalletto Soc. Coop. a r.l,: una cooperativa di Padova che nel 2002 prima affittò la testata, e poi la vendette. Primo acquirente fu Stefano Patacconi, imprenditore morto suicida nel 2001.

È allora che arrivano gli Angelucci, imprenditori della sanità con il pallino dell'editoria. I monarchici, con i proventi della compravendita decisero di pubblicare un nuovo periodico, Opinioni Nuove Notizie che non riceve alcun finanziamento.

"Controlli pure, abbiamo fatto delle inserzioni pubblicitarie su Libero il 4 novembre e il 17 marzo scorso, e le abbiamo pagate normalmente. Sarei molto felice di dire che la Repubblica italiana sta finanziando i monarchici - dice il segretario dell'Mmi, Alberto Claut - ma non è così. Peccato, non posso dirlo".

La Repubblica, in compenso, finanzia - e bene - la creatura di Feltri ora affidata a Maurizio Belpietro. A Libero capiscono subito che uno dei modi per intascare più soldi è aumentare la tiratura, anche a costo di regalare il giornale. Il contributo all'editoria, infatti, si basa sui costi sostenuti dall'impresa e sul numero di copie stampate.

Come documentato da Report nel 2006, Libero usa abbandonare vicino alle fermate della metropolitana copie e copie del giornale, che i cittadini possono gratuitamente portarsi a casa. Sono lontani i tempi degli otto mila euro all'anno che i monarchici ricordano, nel 2003, Libero - in qualità di ex organo di movimento politico e ora considerato "cooperativa speciale" - riceve dallo Stato 5.371.151,76 euro.

Alla Cel (Cooperativa editoriale Libero) va di lusso anche l'anno dopo: non ha più i benefici da ex organo politico, ma può godere dei contributi concessi alle cooperative editrici nate prima del 30 novembre 2001. Guarda caso lo è, e nel 2004 becca 5.990.900,01 euro.

Lo stesso anno prende 463.742,64 come credito di imposta sulle spese sostenute per l'acquisto della carta utilizzata. Non va peggio l'anno dopo, anzi. Per la carta prende 558.106,53 e il contributo diretto continua a salire toccando quota 6.417.244,86. é qui che arriva l'ennesimo salto di qualità: dal 2005 Libero riceve contributi pubblici perché edito da un'impresa editrice la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali.

Per questo nel 2006 porta a casa 7.953.436,26 euro e nel 2007 altri 7.794.367,53.

Nel frattempo da cooperativa si è trasformata in una srl, la Editoriale Libero. Ma tranquilli, c'è ancora un modo per continuare a ricevere soldi. Basta mettere come socio di maggioranza la Fondazione San Raffaele, presidio ospedaliero di Ceglie Messapica, provincia di Brindisi.

Per capire quanto pesano i contributi statali sul bilancio di Libero basti un dato: il costo del personale nel 2008 è stato di 7,5 milioni, circa 300 mila euro in meno del contributo. In pratica tutti i 98 dipendenti (compresi 83 giornalisti) sono stati pagati con i soldi di quello stesso Stato che ogni giorno viene attaccato per i suoi sprechi dal giornale di Maurizio Belpietro.

[07-04-2010]

 

 

FINANZIAMENTI PUBBLICI AI GIORNALI? ‘FATTO’! ANCHE IL QUOTIDIANO DI PADELLARO & TRAVAGLIO, CHE SOTTO LA TESTATA RIPORTA SCRITTO “NON PERCEPISCE ALCUN FINANZIAMENTO PUBBLICO”, PERCEPISCE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO. AFFIANCO ALLA TESTATA SI LEGGE «D.L. 353/03», CIOE’ “ACCESSO ALLE TARIFFE AGEVOLATE PER I PRODOTTI EDITORIALI”: SONO I FAMIGERATI CONTRIBUTI INDIRETTI CHE RAPPRESENTANO “LA FETTA PIU’ GROSSA DISTRIBUITA AI GIORNALI” COME DISSERO IN CORO ‘REPORT’, GRILLO E PERSINO TRAVAGLIO. ORA CHE TREMONTI STA CHIUDENDO I RUBINETTI, PERO’, ECCO CHE ANCHE ‘IL FATTO’ STRILLA: “COLPO AI GIORNALI”

 

Filippo Facci per Libero

Non c'è niente di drammatico nell'appartenere alla famigerata casta dei giornali: purché chi vi appartiene non combatta una battaglia contro la famigerata casta dei giornali. E' il caso de Il Fatto, sotto la cui testata c'è scritto che «Non riceve alcun finanziamento pubblico» anche se non è vero, anzi, è decisamente falso.

Affianco alla citata frasetta, infatti, in piccolo, si legge «Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv. in L.270/02/2004) Art. I comma I Roma Aut. 114/2009» che in lingua italiana significa che il quotidiano, dopo averne fatto richiesta, fruisce delle «tariffe postali agevolate per i prodotti editoriali».

Trattasi dei pure famigerati «contributi indiretti» che riguardano le tariffe postali e che nel caso rappresentano, con quelle elettriche telefoniche, «la fetta più grossa distribuita a tutti i giornali»: la definizione è di una celebre puntata di Report andata in onda il 23 aprile 2006.

Sono agevolazioni di cui può giovarsi chi ne faccia richiesta, s'intende: è, anche, il caso de Il Fatto. Ed è il caso, per fare esempi notevoli, de La Repubblica-Espresso che nel 2004 hanno ricevuto 12 milioni di euro, Rcs e Corriere della Sera 25 milioni di euro, Il Sole 24 Ore della Confindustria 18 milioni di euro, Mondatori 30 milioni di euro.

Restando ai soli abbonamenti, per ogni copia spedita, Il Sole 24 Ore invece di 26centesimi ne spende solo 11. La differenza ce la mette lo stato. Nel 2004, nel caso, ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro. Ma questi erano appunto i dati del 2004. E oggi? E, per quanto c'interessa, nel caso de Il Fatto? Dipende dallo scaglione di sconto.

Il quotidiano diretto da Antonio Padellaro vanta 45mila abbonamenti dei quali soltanto ottomila sono cartacei: gli altri - riferiscono fonti interne al giornale - sono tutti online, spediti in formato Pdf. Lo sconto dipende dal peso fisico del giornale, che nel caso è attorno ai 200 grammi e appartiene quindi allo scaglione che prevede uno sconto del 50 per cento; la tariffa di 26 centesimi per copia scende perciò a 13. Ergo, fanno poco più di mille euro. Al giorno.

Calcolando le 312 uscite annuali de Il Fatto (che il lunedì non è in edicola) fanno circa 325mila euro che non vengono pagati e che le Poste si fanno rimborsare dallo Stato, cioè dal contribuente, come si dice. Dai cittadini, direbbe Di Pietro.

E un Beppe Grillo? Come lo direbbe? Più o meno come lo fece il 6 marzo 2008 sul suo blog, mentre preparava il Vaffa-day del 25 aprile successivo: «Berlusconi, De Benedetti, la Confindustria e il salotto buono di Rcs si fanno pagare i costi del telefono, della luce e dei francobolli per le spedizioni. Sono contento. I più ricchi imprenditori italiani lo sono anche per merito nostro. Quando lo psiconano leccherà un francobollo gratis per spedire Panorama, penserà a noi con affetto sincero».

Ora: se Il Fatto fruisca anche di agevolazioni per la luce e per il telefono noi non sappiamo, anche se non stupirebbe né scandalizzerebbe. Ma per i francobolli, come detto, sì, c'è scritto in testata. Padellaro e Travaglio posso ringraziare a loro volta.
Invece si lamentano. Su Il Fatto di ieri, a pagina 10, compare un riquadrino titolato «Un colpo ai giornali» in cui si condanna «la riduzione delle tariffe postali che riguardano 8000 testate».O

Cioè: abbattono il grosso dei soldi elargiti alla casta giornalistica (Grillo ci promosse un fallito referendum) e a Il Fatto non sono contenti. Per niente: «L'intervento», si legge, «cancella i 50 milioni di euro di rimborsi alle Poste e rischia di incidere anche sui costi degli abbonamenti in corso, penalizzando i gruppi che si affidano meno all'edicola».

Esempi da fare? Eccoli: «Il Sole 24 Ore o Italia Oggi». Basta. Il Fatto dimentica di citare Il Fatto. E Marco Travaglio, probabilmente, spera che qualche grillino dimentichi ciò che disse lui stesso arringando la folla del 25 aprile 2008, quando tuonò contro i finanziamenti all'editoria (tutti i finanziamenti all'editoria) pur scrivendo sull'Unità che percepiva dei contributi diretti milionari, allora come oggi. Ora invece scrive su Il Fatto, che i contributi li percepisce indiretti. E ha un bel contratto con la Rai, pagata con il canone.

[05-04-2010]

Libero” ci ha colto sul ‘Fatto’, anzi sul Misfatto - Il Fatto beneficia di una riduzione sulle tariffe per la spedizione del giornale sugli abbonati postali che sono meno di 10mila - La scritta “non riceve alcun finanziamento pubblico” posta sotto la nostra testata risponde al vero”…

Il Fatto

Ebbene sì, "Libero" ci ha colto sul Fatto, anzi sul Misfatto. Il Fatto beneficia di una riduzione sulle tariffe per la spedizione del giornale sugli abbonati postali che sono meno di 10mila. Viceversa sugli abbonati online che ricevono l'edizione in pdf paghiamo un'Iva del 20% rispetto a meno del 4% che viene applicato alle vendite in edicola e agli abbonamenti postali.

Il giornalista di "Libero" sa certamente che quello che lo scandalizza è un giro-conto: le poste operano in monopolio ed applicano le tariffe più alte d'Europa prestando il peggior servizio d'Europa e lo stato restituisce alle stesse Poste il 50% delle tariffe applicate.

Questo monopolio dovrebbe cessare il 31-12-2010. Siamo certi di poter ottenere sul libero mercato un prezzo ed un servizio molto migliore di quello pur agevolato ora concesso dalle Poste.

La scritta "non riceve alcun finanziamento pubblico" posta sotto la nostra testata risponde al vero e viene messa in evidenza per assicurare ai lettori la più piena autonomia e indipendenza di questo giornale dai cosiddetti poteri forti includendo in questa categoria anche i partiti politici.

Entro due mesi la nostra società presenterà la propria dichiarazione dei redditi relativi al 2009. Ne invieremo copia a "Libero" (giornale ben foraggiato di fondi pubblici attraverso il Partito Monarchico) che potrà verificare il rapporto dare-avere tra il Fatto spa e lo Stato.

[06-04-2010]

FACCI & RINFACCI – FILIPPO RISPONDE AI FATTOIDI: “RENDETE NOTO CIÒ CHE INVECE ERA STRANOTO A TUTTI: CHE MOLTI QUOTIDIANI PERCEPISCONO LAUTI CONTRIBUTI PER L'EDITORIA. NÉ LIBERO O L'UNITÀ O AVVENIRE HANNO MAI TUONATO CONTRO LE AGEVOLAZIONI. NON È OBBLIGATORIO PER IL “FATTO” ACCEDERE AL FINANZIAMENTO CHE LO STATO RIMBORSA ALLE POSTE, BASTEREBBE SPEDIRE LA COPIA CON UN BEL FRANCOBOLLO”…

Riceviamo e pubblichiamo:


Caro D'Agostino, vedo che il banale dettaglio da me reso noto (i contributi indiretti presi da Il Fatto) hanno spinto gli amici del quotidiano di Padellaro a rendere noto ciò che invece era stranoto a tutti: che Libero, come altri quotidiani, percepisce lauti contributi diretti per l'editoria. Non era un segreto. Ne parlò Report sin dal 2006. Nessuno lo negava o se ne vergogna, mi pare. Nessuno, a Libero o altrove, ha mai fatto un baccano d'inferno contro i finanziamenti diretti o indiretti, quelli più onerosi per il contribuente e contro i quali Beppe Grillo e compagnia chiesero un referendum abrogativo.

Non è su Libero che scrivono certi cerebrolesi che da anni dicono cazzate tipo «siamo noi che vi manteniamo» rivolto ai giornalisti. Non è Libero, e neppure l'Unità, e neppure Avvenire, ad aver deciso di riportare, sotto la testata, che non riceve «alcun finanziamento pubblico». Libero non ha mai tuonato, mi pare, contro le agevolazioni che riceve. Così' come nessuno ha mai obbligato il Fatto ad accedere al finanziamento - pardon - al «contributo indiretto» che lo Stato rimborsa alle Poste. Non è obbligatorio fruire del rimborso, basterebbe cioè spedire la copia con un bel francobollo.

E' il Fatto che ne sta facendo una tragedia: ma basterebbe che aggiungesse, sotto la testata, che non percepisce contributi «diretti». Che il Fatto beneficiasse di contributi indiretti a quanto pare non lo sapeva nessuno o quasi, e io l'ho scritto: ecco tutto. Per il resto: se ritengono che le agevolazioni sulle spedizioni postali non siano paragonabili ai finanziamenti diretti, che dire: lo dicano a Beppe Grillo, ai grillini, ai travaglini, a loro stessi. Cordialità.

Filippo Facci

 

 

PREZZI DELLA BENZINA, IL "CORRIERE" E LA REAZIONE DEI PETROLIERI...
Ferruccio De Bortoli per il "Corriere della Sera" -
L'Unione Petrolifera ha definito «infondate e strumentali» le polemiche sull'aumento dei prezzi del carburante, di cui ha dato conto in questi giorni il Corriere. Una lettera del suo presidente Pasquale De Vita, sgarbata nella forma e contraddittoria nei contenuti, ci accusa addirittura di mistificare la realtà. De Vita, da troppi anni alla guida dell'associazione che riunisce le compagnie petrolifere, non è nuovo a simili performance e ha sempre scambiato (anche negli incolori anni trascorsi all'Eni) il diritto d'informazione per una fastidiosa accisa che grava sull'universo, splendido e intoccabile, dei suoi associati.

Noi non abbiamo fatto altro che notare, ancora una volta, come i prezzi alla pompa si adeguino velocemente nelle fasi di aumento del greggio mentre scendano con scandalosa lentezza in quelle in cui il prezzo della materia prima cala, anche di colpo. E abbiamo ascoltato oltre alla voce delle associazioni dei consumatori anche quella, autorevole, di molti imprenditori del settore di cui abbiamo grande stima. Certo, c'è il problema del riassetto della rete, oltre al tema fiscale, ma credo che gli automobilisti abbiano diritto a pretendere un maggior rispetto e a non essere presi puntualmente in giro con spiegazioni incomplete o fuorvianti.

L'Unione petrolifera minaccia querele? Le faccia. Se invece, come lo sono molti dei suoi associati, vuole dimostrarsi più attenta alle esigenze dei consumatori di quanto non lo sia il suo presidente e vorrà accettare un franco e rispettoso confronto pubblico, sarà la benvenuta. Altrimenti dovremo concludere che finché c'è De Vita non c'è speranza.

14.04.10

 

IL MISTERO LEBEDEV – CHI È L’UOMO CHE SI STA PRENDENDO (PER UNA STERLINA) UNA BUONA FETTA DI OPINIONE PUBBLICA INGLESE (“INDEPENDENT” E “EVENING STANDARD”) – E’ “LIBERAL”, BANCHIERE, DEPUTATO, MECENATE, E TYCOON DEI MEDIA - CONTESTA PUTIN E FREQUENTA BROWN, LA FAMIGLIA REALE E LE STAR, MA FINO AL 1992 ERA UNA SPIA DEL KGB A LONDRA – E SE INVECE FOSSE IN MISSIONE PER CONTO DEL SUO EX COLLEGA PUTIN, CONQUISTANDO AVAMPOSTI DI OPINIONE PUBBLICA IN OCCIDENTE?….

Anna Zafesova per "la Stampa"

 

Al suo primo grande party in terra britannica - una raccolta fondi per bambini leucemici nella tenuta della famiglia di Lady Diana - si sono presentati Salman Rushdie, Elle Macpherson, Quincy Jones e una manciata di membri della famiglia reale. Alle sue cene di charity vengono Elton John, Naomi Campbell e l'idolo dei russi rampanti, la baronessa Thatcher.

Se i liberal inglesi ieri hanno tirato un sospiro di sollievo per le sorti economiche del loro giornale preferito, "The Independent", acquistato insieme al supplemento domenicale per la simbolica cifra di una sterlina dall'oligarca russo Alexandr Lebedev, non dovrebbero nemmeno preoccuparsi troppo per la sua immagine.

 

Il nuovo proprietario non è certo un borgataro moscovita trapiantato a Londongrad, le sue maniere sono impeccabili, le sue frequentazioni invidiabili e se il suo passato conserva zone d'ombra si tratta comunque di un mistero che da queste parti è sempre stato considerato chic: oggi banchiere, deputato, mecenate, fino al 1992 Lebedev era un agente del Kgb, che lavorava a Londra come spia.

 

Forse è stato in quegli anni che si è appassionato a leggere l'"Independent", e l'"Evening Standard" che ha già comprato l'anno scorso, aumentandone in pochi mesi la tiratura da 250 a 600 mila copie grazie alla drastica decisione di renderlo gratuito. Il fatto che una buona fetta di opinione pubblica britannica finisce in mano a un ex 007 russo non sembra imbarazzare troppo Gordon Brown, che di recente si è intrattenuto a lungo con il nuovo tycoon dei media, sancendo così l'entrata di Lebedev nell'establishment londinese.

Secondo alcuni, era proprio questo l'obiettivo dello shopping di giornali dell'oligarca, mentre per molti commentatori russi Lebedev - uno degli ultimi oligarchi a sopravvivere, e sicuramente il più critico nei confronti di Putin - si sta comprando a Londra una superpolizza di assicurazioni contro le persecuzioni del Cremlino, al quale ha appena ceduto con forte sconto i suoi pacchetti in Aeroflot e in altre grosse aziende, che ritornano così allo Stato russo.

 

Un'altra ipotesi è che Lebedev - secondo la vecchia regola che una spia non va mai in pensione - sia in missione per conto di un altro suo ex collega, Putin appunto, conquistando avamposti di opinione pubblica in Occidente.

Dove stia la verità lo sa soltanto questo 50enne elegante e spiritoso, che a differenza di altri oligarchi non ha mai cambiato moglie (anche perché la signora Natalia è figlia di un famoso scienziato sovietico e gli ha aperto porte importanti nell'élite moscovita) e dichiara pubblicamente il disprezzo per gli yacht e le squadre di calcio.

Il suo patrimonio oggi viene valutato in 2,5 miliardi di dollari e il suo impero spazia dalle compagnie aeree alle assicurazioni, agli alberghi di lusso e ovviamente alla finanza. A leggere oggi la sua biografia sembra che Lebedev avesse studiato fin da piccolo per diventare quello che è diventato: nato in una famiglia di professori dei due atenei più prestigiosi di Mosca, ha imparato l'inglese fin da bambino e all'università si è specializzato in finanza internazionale.

Quando è caduta l'Urss era uno dei pochi in circolazione a sapere cosa fosse un bond e ne ha approfittato subito, anche perché la sua carriera nel Kgb non era stata brillantissima. Raggiunto il rango di tenente colonnello, restava, secondo la sua stessa definizione, «un pesce piccolo», e i colleghi che hanno accettato di parlarne con i giornali inglesi lo ricordano ancora con un filo di antipatia: troppo «filoccidentale», troppo critico verso il comunismo, troppo «arrogante e liberale».

Quest'ultima è una definizione alla quale tiene molto anche oggi: Lebedev è proprietario, insieme a Mikhail Gorbaciov, della "Novaya Gazeta", il giornale di Anna Politkovskaya, e un altro suo giornale, il "Moskovsky Korrespondent", è stato chiuso dopo aver pubblicato la storia sul flirt tra Putin e la giovane ginnasta Alina Kabaeva. Ha sfidato alle elezioni il potentissimo sindaco di Mosca Luzhkov, e dice che è stato il Cremlino a intimargli di ritirarsi.

 

Fedelissimo di Eltsin - ammette apertamente di essere stato protagonista di alcuni dei più grossi scandali politici degli anni ‘90, e la sua banca, la NRB, è stata lanciata da Gazprom - non esita invece a criticare Putin. Il fatto che rimanga illeso ha fatto sospettare a qualcuno che in realtà Lebedev fosse un'oppositore di Sua Maestà, il «liberale» distaccato dal Cremlino in missione a Londra, come vent'anni prima. Ma per politologi di calibro come Nikolay Petrov del Carnegie Moscow Centre questo oligarca così attento alla sua immagine resta un mistero: «Non sappiamo chi sono i suoi protettori politici». Per una ex spia è un buon risultato.

 

[26-03-2010]

 

MI SON FATTO L'EDITORE DEL "FATTO"! - "IL GIORNALE" DI FELTRUSCONI FA PELO E CONTROPELO A FRANCESCO ALIBERTI - I SOLDI VERI, SOSTIENE CHI LO CONOSCE BENE, CONTINUA A FARLI CON LE CASE. I LIBRI, PIÙ CHE ALTRO, LI USA PER DARSI UN TONO TRAVAGLIESCO. IL GIORNALE, INVECE, è UN POLLAIO DALLE UOVA D'ORO (3 MILIONI DI EURO IN POCHI MESI)... - -

Luigi Mascheroni per "il Giornale"

Immobiliarista di lungo corso ed editore di recente conio, Francesco Aliberti paga dazio a quest'epoca di scarse letture e ancor più spente intellighentie. Fosse vissuto una generazione fa, e avesse lavorato a Milano, sarebbe stato Feltrinelli. Appartenendo a quella di un quarantenne, e vivendo a Reggio Emilia, può essere solo Aliberti.

 

Feltrinelli era un ricco borghese impegnato nella rivoluzione comunista che coi libri faceva prima di tutto politica, e incidentalmente parecchio denaro. Aliberti è un rampante imprenditore disimpegnato che cerca in ogni modo di fare soldi, cavalcando opportunisticamente la politica. Che dal punto di vista editoriale, in questi momenti di crisi, segue l'onda lunga dell'antiberlusconismo, dei «No Cav Day» riempi-piazze e salva-bilanci, del «travaglismo» inteso come fenomeno economico più che politico.

 

Libri che non spostano voti ma macinano soldi. E fu così che Francesco «Frank» Aliberti, palazzinaro rampante in quel di Reggio Emilia, Reggio la «Rossa», diventò coeditore del Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio. Ma anche - non si sa mai come vanno le cose in politica - socio della Contenuti Digitali srl che edita il quotidiano digitale Reggio24Ore. Foglio apolitico, ma solido.

Classe 1969, una prestigiosa laurea in Italianistica con Ezio Raimondi conseguita all'Università degli Studi di Bologna e un'avviata Agenzia di intermediazione immobiliare registrata presso la Camera di commercio di Reggio Emilia, oltre che lettore onnivoro ed elettore di sinistra, Francesco Aliberti fondò l'omonima casa editrice nel vicino 2001. Inizialmente pubblicava di tutto, e di tutti, senza alcuna preclusione di generi, titoli o colore politico.

 

Fece un discreto colpo, nel 2003, con un romanzo inedito di fantascienza di Giorgio Scerbanenco, per dire. Poi nel catalogo entrarono biografie, libri-inchiesta, libri-intervista e anche tanti instant book, detti anche libri «stampa-e-getta»: se vuoi fare soldi, nell'editoria di questi tempi, meglio farli subito. Intanto il giovane tycoon spostava la sede legale e politica dell'azienda a Piazza del Popolo a Roma, mantenendo la divisione cinemascope e audiovisivi nel palazzo «di famiglia» di via Meuccio Ruini a Reggio. Esempio perfetto di glocalismo multimediale.

 

Passione smisurata per la cultura e orientamento generalista per i libri, Aliberti col tempo si è portato in casa editrice parecchi vip dei salotti chic, come Maurizio Costanzo, come Roberto Cotroneo, o Alberto Fortis, o Marco Presta, o Umberto Tozzi, o Enrico Vaime, addirittura un gigante come Claudio Sabelli Fioretti, persino il potentissimo Pier Luigi Celli, per un libro del quale, nel 2008, l'editore corrispose i diritti non in denaro, ma in bottiglie di Lambrusco. Del suocero, notissimo viticoltore della zona. Del resto, già Giulio Einaudi pagava gli autori con i prodotti dei poderi di Dogliani e Barolo... La vera cultura non ha prezzo.

 

Poi, dopo i libri-intervista ad Alessandra Mussolini Se ci fosse ancora Lui e al ministro Sandro Bondi su di Lui, dopo i libri di Cossiga e quello imperdibile - Stelle a destra - di Mara Carfagna (ormai siamo a circa cento titoli all'anno, si stampa tutto), ecco la scelta azionista che porta Aliberti a diventare socio della «Editoriale Il Fatto s.p.a» di Padellaro, Travaglio&Co. In sospetta concomitanza con la deriva editoriale antiberlusconiana.

 

Ad esempio: le memorie della geisha Patrizia D'Addardo Gradisca, presidente («Il libro della D'Addario vale centomila copie», dichiarò al momento del lancio Francesco Aliberti; a Natale se ne sono contate appena un paio di migliaia vendute... a conferma del fatto che un conto è costruire case, un altro vendere libri), poi il poema Berlusconeide con le vignette di Vauro, la biografia «non autorizzata» del Cavaliere firmata da Paolo Guzzanti, il libro-rivelazione su Il caso Genchi scritto da Edoardo Montolli e certificato da Marco Travaglio, fino al recente instant-book dal titolo e dal colore Viola di Federico Mello, già giornalista di Annozero e attualmente del Fatto Quotidiano su - come recita il sottotitolo - «L'incredibile storia del No B Day.

La manifestazione che ha beffato Silvio Berlusconi». E il sogno d'oro dell'editore rosso si tinse di viola. Anche se, come malignano gli scettici, l'editore Francesco Aliberti, in barba alla memoria di Feltrinelli, più che alla rivoluzione sociale sembra preoccupato del capitale societario. Intuito un vuoto del mercato, ci si è buttato. Il colore dei soldi, notoriamente, non è né il rosso né il viola.

 

«Il ruolo dell'editore è quello del mediatore, dell'intermediario. Non del giudice censore. Bisogna dare al lettore ciò che chiede», ha detto una volta. Concetto sintetizzato nello slogan della maison Aliberti: «Andiamo dove vanno i lettori». Che solo per caso, ultimamente, coincidono sempre con gli stessi elettori.

 

[03-03-2010] 

 

RCS: PERRICONE, CDA AFFRONTERA' ANCHE PIANO INDUSTRIALE...
(Adnkronos) - Il piano industriale di Rcs "e' uno degli argomenti che saranno affrontati nel corso del cda del 18 marzo sul bilancio". E' quanto sostiene l'ad di Rcs Antonello Perricone oggi a margine della giornata in ricordo di Candido Cannavo' ad un anno dalla sua scomparsa. Sempre a proposito del prossimo cda di marzo il presidente di Rcs Pier Gaetano Marchetti, riguardo la possibilita' che si parli anche dei vertici di Rcs Quotidiani ha risposto con un laconico 'non lo so", sottolineando come il cda siano convocato per parlare di bilancio. 28.02.10

 

 

DAGOSFIDA – DIVIETO DI PUBBLICARE LE FOTO DELLA TULLIANI CON L’EX GAUCCI? NOSSIGNORE, QUELLO DEL GARANTE È SOLO UN INVITO LIMITATO AI MOTORI DI RICERCA (LO SPIEGA "REPUBBLICA") - LA SOLIDARIETÀ DI (QUASI TUTTI) I LETTORI E UN MISTERO: NEL SITO DEL GARANTE NON C’È TRACCIA DEL PROVVEDIMENTO CITATO DALL’AVVOCATO DI LADY FINI…

"STOP ALLE MIE VECCHIE FOTO" OK DEL GARANTE ALLA TULLIANI MA DAGOSPIA SFIDA LA RACCOMANDAZIONE  

Da "la Repubblica"

 

Polemica tra il sito web Dagospia ed Elisabetta Tulliani, attuale compagna di Fini. Con una lettera di "raccomandazione" il Garante della privacy, il 24 dicembre, è intervenuto per riconoscere il «diritto all'oblio» chiesto dalla Tulliani a proposito di foto e video che la ritraggono con l'ex fidanzato Luciano Gaucci, allora presidente del Perugia calcio. La Tulliani, tramite il legale Michele Giordano, ha chiesto al Garante di tutelare il diritto a veder cancellate immagini antiche di anni superate dalla nuova fase esistenziale.

Il Garante, con la missiva e non con un provvedimento, ha ritenuto che, fatto salvo il diritto di cronaca, è possibile bilanciare il diritto all'oblio non rendendo reperibili le immagini attraverso i motori di ricerca. Regola che in passato, con misure ad hoc, ha riguardato gli archivi di vari quotidiani in caso di fatti, come un arresto, non seguiti dalla notizia dell'assoluzione. Il legale della Tulliani ha scritto a Dagospia per ottenere che le foto non fossero più reperibili sul sito, che risponde ripubblicandole e polemizzando con il Garante.

FINALMENTE ABBIAMO CAPITO CHI SIAMO: BUFFONI! – CI SCRIVE L’AVVOCATO MICHELE GIORDANO, LEGALE DI ELISABETTA TULLIANI: "SE AVESTE LETTO IL DISPOSITIVO DEL GARANTE, ANZICCHÈ VOMITARE INSULTI, AVRESTE OSSERVATO CHE OBBLIGA UNICAMENTE A FARE IN MODO CHE I MOTORI DI RICERCA NON INDICIZZINO PIÙ LE IMMAGINI CON GAUCCI. NESSUNO HA MAI INTESO VIETARE O CENSURARE ALCUNA INFORMAZIONE. CARO DAGO, QUESTA È LA VERA ‘SFIDA’: FARE CRONACA E NON CONTINUARE A RECITARE DA BUFFONI"…

Riceviamo e pubblichiamo:

 

WIKIPEDIA, recita: "Buffone è il termine col quale si indicava un giullare, molto spesso deforme, che nelle Corti aveva l'incarico di suscitare le risate dei Signori con facezie e scherzi"... nel vs. caso vogliate integrare pure volgarità e disinformazione... al soldo del vs. "signore" .

Se aveste letto fin da subito il dispositivo del Garante, anzicchè preoccuparvi di vomitare insulti, avreste pure osservato - senza neppure tanto sforzo "grigio" - in quanto chiaramente scritto, che il dispositivo obbliga unicamente a fare in modo che i motori di ricerca non indicizzino più le immagini con Gaucci. Pertanto, NESSUNO ha mai inteso vietare o censurare alcuna informazione. Ad eccezione "de voartri" che pure di istigare e provocare disinformazione, vi dimenate in pretestuosità prive di argomentazioni .

 

In tutto questo, poi, vi stupite pure della solidarietà di quasi tutti i lettori con quanto previsto dal dispositivo.

Tra i vs. lettori, bravo a "Zorro". Come tanti, ha letto il dispositivo prima di scrivere. Invece, al lettore che si firma Giovanni Gennaro, va il mio apprezzamento per quanto ha saputo esprimere con semplicità e sapienzae; così che desidero di seguito riprodurre per intero:

 

"Caro Dago, Gianfranco Fini può essere quanto vuoi antipatico o simpatico ma mi dici quale importanza possa ancora avere, sul piano giornalistico, la passata relazione della Tulliani con Gaucci? E' una storia che è stata sfruttata e spremuta come un limone da tutti giornali politici e di gossip. Ma quando le foto che ritraggono l'attuale compagna di Fini e mamma di due bambine con Gaucci, sono sfruttate per attaccarlo politicamente, ma mi vuoi dire che senso ha la loro ripubblicazione?"

Sono sufficienti i commenti di cui sopra per dire basta alla disinformazione, alla notizia spazzatura, alla strumentalizzazione della vita privata delle persone.
Caro Dago, questa è la vera "sfida": fare cronaca e non continuare a recitare da buffoni.
avv. Michele Giordano

[09-02-2010]

 

 

LO “SCIPPO” DEL "CORRIERE" – ANGELO RIZZOLI, PROSCIOLTO DALLA CASSAZIONE, CHIEDE 650 MLN DI DANNI E CONTESTA IL PASSAGGIO DEL QUOTIDIANO ALLA CORDATA GEMINA-BAZOLI - L'INGRESSO IN VIA SOLFERINO, NEL 1974, FU PER LA FAMIGLIA RIZZOLI L'INIZIO DELLA DISFATTA – E ORA ANGELO RIVUOLE IL SUO GIORNALE…

Nicola Porro per "il Giornale"

 

Quella che segue è una storia incredibile, favolosa. È la storia di uno scippo, ma è anche la vicenda umana di una famiglia che ha saputo distruggere la sua fantastica ricchezza nel giro di pochi anni. È la storia dei Rizzoli, dei tipografi che si fanno editori, del martinitt che diventa conte, dei poveracci che si scoprono miliardari. È la storia di un giornale, "il Corriere della Sera", che a seconda di chi lo compra ha un valore diverso: altissimo quando lo acquistano i Rizzoli, vile per gli Agnelli.

È una storia già scritta in tanti libri che hanno raccontato molto di ciò che si doveva sapere della Erre Verde (il più completo è il testo di Alberto Mazzuca). Ma è anche una vicenda che non si è ancora chiusa. Molto, se non tutto, ruota intorno alla sciagurata decisione della famiglia di portarsi a casa all'inizio degli anni '70 la proprietà del "Corriere della Sera". E oggi Angelo Rizzoli, dopo 26 anni dalla sua cessione, lo rivuole indietro e ha avviato una causa per un risarcimento danni monstre di 650 milioni di euro.

 

LE ORIGINI
Angelo Rizzoli, il fondatore, lo aveva sempre detto. Anzi lo aveva confidato al proprio autista: «È nata la terza generazione, quella che manderà in rovina tutto quanto. Io costruisco, mio figlio mantiene, i nipoti distruggeranno. È una regola». Non sarà così semplice e non sarà forse così vero.

 

Quelle che contano in questa storia sono le A: quella di Angelo, il fondatore, il Cummenda (come tutti lo chiamavano e continuano a chiamarlo); quella di Andrea il figlio; quella di Angelo jr o Angelone e Alberto, i nipoti. Certo di mezzo ci sono tante donne: parenti, figlie, amanti e attrici. E avranno come è ovvio una grande parte nella storia di questa dinastia, ma ai nostri fini hanno un ruolo laterale.

 

Angelo, partendo dalla casa degli orfanelli è finito conte, per di più in epoca repubblicana, per un appartamento donato all'Unione monarchica. Alla fine degli anni '50 la piccola tipografia di Angelo Rizzoli è diventata una casa editrice tra le più importanti in Italia. La tiratura dei periodici Rizzoli sfiora quota tre milioni. E poi i grandi marchi di successo: "Novella", con cui parte la fortuna nel 1919 e che negli anni diventerà 2000, "Oggi", che per lungo tempo si voleva fare quotidiano, "l'Europeo", "Candido", "Sorrisi e Canzoni" e tanti altri.

Il tocco di Angelo sembra d'oro. Si fanno quattrini persino con la Bur. L'idea era per l'epoca folle (siamo nel 1949): pubblicare i grandi classici in edizione povera e a poco prezzo, 50 lire per ogni cento pagine. Il successo fu tale che si pubblicarono quasi tremila titoli. Anche "il Cinema" portò quattrini e fortuna alla Rizzoli. Grandi successi: dalla "Dolce Vita" a "Don Camillo e Peppone". E quella incredibile gita di Chaplin a Ischia (che Angelo aveva scoperto come località turistica e che con Rizzoli sembrava Beverly Hills quanto a frequentazioni) per la prima continentale di "Un re a New York".

 

Rizzoli nasce povero, ma ambizioso. Sono due le sue caratteristiche principali. La prima, che non riesce minimamente a trasferire ai suoi eredi: mai un debito, mai una cambiale, mai un prestito. C'è un tratto che invece passa per le tre generazioni e che nel ventennio fu definito il «rizzolismo»: la capacità di fare affari a destra e a sinistra, di stare in mezzo non già perché si creda nella media, ma perché è la strada più breve per spostarsi da una parte o dall'altra. Angelo avrà solo un grande amico nella politica: Nenni. Ma non i socialisti.

LA FISSAZIONE
Un quotidiano è sempre mancato alla Rizzoli. E anche Angelo, il Cummenda, ne sentiva il vuoto. All'inizio degli anni '60 si mette in contatto con i Crespi, allora proprietari del "Corriere della Sera". L'idea era piuttosto ambiziosa: mettere insieme i periodici Rizzoli e il quotidiano di via Solferino e realizzare un cartello sulla raccolta pubblicitaria. «Il Cummenda mi disse - ricorda Indro Montanelli - che i Crespi lo misero alla porta con arroganza poiché non lo ritenevano alla loro altezza.

 

E da quel momento si mise in testa di fare un quotidiano suo». Angelo aveva già tutto pronto in testa. Da immaginare la scena del martinitt che interpella Montanelli e gli dice: «Vieni a fare il direttore del mio nuovo quotidiano. Si chiamerà Buondì, così quando ci si presenta all'edicola verrà automatico comprarlo». Alla fine la ragionevolezza porterà la scelta su un marchio di fabbrica che è stato il best seller dei periodici Rizzoli nel dopoguerra: Oggi.

Sul tetto degli stabilimenti fu così issata un'insegna che continuò a mostrarsi anche quando il progetto ero bello che affondato: «Oggi, il quotidiano di domani». Nonostante le prime assunzioni (Granzotto, Afeltra, Barzini), Oggi, il quotidiano di domani, non uscì mai in edicola, anche se si realizzarono decine di numeri zero. Nel frattempo ci fu un tentativo di stampare la Notte di Nutrizio (grande amico dei Rizzoli) negli stabilimenti della Erre Verde, e un abboccamento prima con Enrico Mattei e poi con Eugenio Cefis per comprare dall'Eni il Giorno. Si provò invano e più tardi anche con "il Messagero" e "il Tempo".

 

Quando nel 1970 il Cummenda muore lascerà agli eredi un patrimonio valutato cento miliardi di lire, zero debiti, due pagine del "Corriere" zeppe di necrologi, ma nessun quotidiano.

IL CORRIERE DELLA SERA
Chi ha deciso veramente l'acquisto del "Corriere della Sera"? Chi ha detto l'ultima parola? Chi l'ha voluto davvero? Quando il sogno, o l'inizio dell'incubo, si realizza nel 1974, sono solo due i possibili indiziati: padre e figlio. Andrea e Angelone saranno evidentemente complici in questo passo. Alberto il fratello, che poi dopo cinque anni uscirà completamente dal gruppo di famiglia, è stato sempre il più immune alla malattia di via Solferino.

 

Andrea comanda in azienda così come il padre, con un piglio da monarca. Suo figlio Angelo, a 28 anni, è già il delfino designato e viene nominato amministratore delegato. Mica male. Quando si parla di queste vicende conviene sempre riflettere sulla giovane età in cui furono catapultati al vertice i ragazzi Rizzoli. All'epoca dell'acquisto del "Corsera", il gruppo impegnava circa 5mila dipendenti, realizzava una sessantina di miliardi di fatturato, e circa sei di utili: aveva un quinto del mercato dei periodici e circa il 10 per cento dei libri.

Aveva una prima linea di manager compatta, tra cui il giovane e «disinnescato» Tassan Din (un direttore finanziario per un'impresa con pochi debiti, ha poco peso). «Ho comprato "il Corriere della Sera" perché l'azienda è granitica» disse in un'intervista sul suo "Europeo", Andrea. Non era proprio così.

A tre anni dalla morte del Cummenda si manifestarono i primi debiti: una ventina di miliardi. Sopportabili, ma una novità in casa Rizzoli. Non in casa di Andrea per la verità: da presidente del Milan conquistò successi unici, la prima Coppa dei Campioni, ma anche la prima esposizione finanziaria con in calce la firma Rizzoli.

 

Andrea inoltre è tutto preso dal suo nuovo e appassionante amore con Ljuba Rosa e il suo cuore fa le bizze: nei momenti clou delle trattative viene ricoverato in gravi, gravissime condizioni in ospedale. I Crespi non sono più soci unici, ma comandano, e hanno diritto di vita e di morte sul quotidiano. Con quote paritetiche nel capitale (ciascuno ha il 33 per cento) ci sono anche i Moratti e gli Agnelli, come semplici soci finanziatori. È da qui che parte l'attacco dei Rizzoli.

All'epoca "il Corriere" era già pieno di debiti, con i conti in rosso, e con un sindacato che comandava. In Rizzoli il '68 non era ancora arrivato, in via Solferino invece c'erano Ottone, Fiengo e i comitati di fabbrica. Montanelli, che nel frattempo era uscito bruscamente dal "Corriere", li aveva avvertiti: «Ci sbatterete il muso» e li aveva anche invitati, senza successo, a diventare editori del suo (e nostro) "Giornale". Niente da fare.

 

I primi a cadere saranno dunque i Moratti e gli Agnelli, inclini a cedere una partecipazione che oltre a costare molto, non rendeva, politicamente, nulla. A quel punto sono costretti a cedere anche i Crespi. Il primo assegno da 27 miliardi di lire, a metà luglio del 1974, viene staccato a favore di Giulia Maria Crespi. Con la zarina fuori, si comanda al "Corriere". La sua è la quota con diritti assoluti, è quella a cui lo statuto riconosce di fatto la conduzione unica ed esclusiva dell'azienda.

È l'epoca, come diceva Cuccia, in cui le azioni non si contavano, ma si pesavano. Ma Andrea Rizzoli va avanti, dopo pochi giorni si porta a casa anche il 33 per cento dei Moratti per 14 miliardi: "il Corriere" è vinto. Con il 66 per cento del capitale e la quota ex Crespi, a questo punto non ci sarebbe più bisogno della fetta Agnelli.

E qui si commette il primo grande errore di ingordigia. Nonostante una parte della famiglia non volesse, la Rizzoli si impegna a comprare anche la quota Agnelli. L'annuncio della cessione per 13 miliardi è fatto subito, ma il pagamento sarà dilazionato a tre anni: nel 1977. Il saldo finale sarà vicino ai 100 miliardi. Molto più del previsto. Ma soprattutto molto peggio del previsto saranno le condizioni di salute del quotidiano.

I Rizzoli lo comprarono al buio, e nel primo anno le perdite previste in 4 miliardi si rivelarono quattro volte tanto. A soli 5 anni dalla morte del Cummenda gli eredi violano il caposaldo della sua filosofia: si riempiono di debiti, ne hanno più di cento miliardi. In compenso hanno una casa editrice molto più influente, politicamente preziosa, diecimila dipendenti, un quinto del mercato dei quotidiani, quasi la metà di quello dei periodici e il 10 per cento di quello dei libri. Sono una potenza: dai piedi di argilla.

 

LA P2 E LA TRAPPOLA
Quello che succede nei mesi che seguono è l'inizio della fine per i Rizzoli. Due sono le rivoluzioni in corso. La prima è quella finanziaria: il gruppo è lentamente consumato dai suoi deficit che raggiungono i 4 miliardi al mese. Di pari passo una figura marginale all'interno del gruppo, quella del direttore finanziario, Tassan Din, diventa chiave. Saranno Tassan Din e Angelo a fare il giro delle sette chiese romane per cercare disperatamente finanziamenti da parte del sistema bancario.

Saranno a tal punto a corto di liquidi che metteranno infine in vendita le proprietà immobiliari di Ischia. È intorno a questa vendita che si verifica il contagio con la P2 e con l'avvocato democristiano che ne fu il primo punto di contatto, Umberto Ortolani. Con il Corriere sanguisuga, con gli interessi che corrono e con gli immobili di Ischia bloccati, Ortolani apparirà come una via d'uscita.

Da una parte permetterà la vendita del complesso alberghiero costruito dal Cummenda e dall'altra in una stanza dell'Excelsior di Roma presenterà Angelo e Tassan Din a Licio Gelli, gran maestro venerabile della P2. Sono gli anni della follia, le banche, soprattutto l'Ambrosiano di Calvi, iniziano ad aprire i cordoni della borsa. Di pari passo la Rizzoli, non paga della sua insicura situazione finanziaria, inizia una politica di espansione che alla fine si rivelò giovare solo all'aumento del potere interno di Tassan Din e degli uomini della P2.

La famiglia Rizzoli è ormai cotta, Andrea, il padre, sempre più distaccato e malato a Cap Ferrat, Angelo invischiato nella rete piduista, Alberto, con un piede già fuori dall'azienda di famiglia. Il colpo finale avverrà con il pagamento della quota Agnelli. Di quel superfluo 33 per cento del Corriere, che i Rizzoli si erano impegnati a comprare nel 1974 e che nel 1977 comportava un esborso di 22 miliardi.

Impegno maledetto, che aveva diviso la famiglia tre anni prima, e che soprattutto nessuno era più in grado di onorare. Tanto meno l'azienda che nel 1976 aveva chiuso il bilancio con 20 miliardi di perdite e 105 miliardi di prestiti bancari. La soluzione viene trovata da Gelli-Ortolani-Calvi: è la trappola. In buona sostanza il Banco Ambrosiano di Calvi fornisce alla Rizzoli 20 miliardi, sotto forma di un aumento di capitale. Ovviamente non lo fa gratis. Ottiene in cambio dai Rizzoli l'80 per cento delle quote del gruppo.

Come dire con 20 miliardi la P2 e l'Ambrosiano si portano a casa il primo gruppo editoriale italiano. Non è per la verità così semplice. Su questo pacchetto di azioni, la famiglia Rizzoli ha un diritto di riscatto dopo tre anni, al valore già fissato di 35 miliardi. I Rizzoli per pagare il debito agli Agnelli, ipotecano pesantemente le loro quote in azienda. È un continuo spostare in avanti il redde rationem.

Ricapitolando: nel 1974 comprano il Corriere. Ma si lasciano un debituccio con gli Agnelli, da saldare nel 1977. Dopo tre anni non sono più in grado di far fronte ai loro impegni con la famiglia torinese. E a questo punto cedono l'azienda, con l'arrière pensée di ricomprarla dopo alcuni anni. L'impegno originale di 14 miliardi è così lievitato a 35 e soprattutto la famiglia Rizzoli ha perso il controllo del gruppo. Rizzoli e Corriere della Sera vengono di fatto eterodirette, Tassan Din diventa direttore generale e il giovane Angelo prende il posto del padre, ma con scarsissimi poteri.

Ciò che nessuno sa all'esterno, il passaggio della maggioranza della Rizzoli a misteriosi investitori e la fine del potere della famiglia, in azienda si nota. Resta il problema di un gruppo che nonostante le sue dimensioni continua ad avere una posizione debitoria con le banche insopportabile. In questo contesto nasce il cosiddetto Pattone o il patto BLU (dalle iniziali dei nomi di chi lo pensa e lo sottoscrive Bruno Tassan Din, Licio Gelli e Umberto Ortolani).

L'accordo non comprende i Rizzoli, e come vedremo, fa scattare la molla della trappola. In una certa misura, soprattutto grazie alle dismissioni e alla possibilità concessa dalla politica di aumentare finalmente il prezzo dei quotidiani, le cose vanno migliorando dal punto di vista industriale. Ma non a sufficienza per ripianare i debiti e per fornire ai Rizzoli le risorse per riscattare la loro quota dell'80 per cento.

Il meccanismo che viene limato e limato alla fine prevede il solito aumento di capitale della Rizzoli: questa volta da 150 miliardi. In più la Centrale, braccio operativo dell'Ambrosiano, si comprerà alla luce del sole il 40 per cento della Rizzoli, fornendo così i quattrini ai Rizzoli sia per pagare i 35 miliardi necessari al riscatto del loro vecchio 80 per cento, sia per sottoscrivere pro quota l'aumento di capitale. Ebbene come si vedrà in seguito è la mossa che definitivamente inguaia la famiglia.

L'aumento di capitale si rivelerà un falso: non una lira entra in Rizzoli. Formalmente sembrerà tutto a posto: viene comunicato al pubblico e annotato in azienda. Si tratta di un complicato castelletto di menzogne, dove alla fine i quattrini che escono in effetti dall'Ambrosiano vanno a finire sui conti personali dei BLU. Una serie di manovre che vengono fatte proprio in coincidenza con l'emergere delle liste P2 e la conseguente fuga di Gelli.

Per i Rizzoli la storia in Rizzoli è finita. Angelo (insieme al fratello Alberto ormai da tempo fuori dal gruppo) fu sbattuto in galera e solo dopo 26 anni una sentenza della Cassazione lo ha riconosciuto definitivamente innocente rilevando come il crac, che poi è seguito, della casa editrice, sia stato cagionato tra l'altro da quest'ultimo clamoroso ladrocinio.

IL RITORNO DEGLI AGNELLI
La saga dei Rizzoli finisce dunque quando finalmente recuperano fisicamente l'80% delle azioni che erano state cedute tramite Calvi e di queste si gira il 40% alla Centrale. Si dovrà pazientare qualche giorno: le azioni erano finite in Vaticano (che per tutti quegli anni era stato dunque formalmente l'azionista occulto e di maggioranza della Rizzoli) nella cassaforte dello Ior: però il custode delle chiavi, il vice di Marcinkus, era in galera per l'affaire Sindona.

Questo era il pasticcio in cui si erano ficcati i nipoti del Cummenda. Quando il 7 agosto 1982 il ministero del Tesoro e la Banca d'Italia creano il Nuovo Banco Ambrosiano (Nba) che eredita attraverso la società Centrale anche il pacchetto del 40% di Rizzoli, i nodi vengono al pettine. Il nuovo presidente del Banco, Giovanni Bazoli, mette al muro il gruppo: chiede l'immediato rientro dei fidi, pari a 70 miliardi.

Ma nel frattempo sembra dimenticarsi che il Nba ha ereditato anche la Centrale con tutte le sue posizioni giuridiche. Tra cui un debito della Centrale (e dunque del Nba) di 150 miliardi mai onorati nei confronti sia del gruppo Rizzoli sia di Angelo, per l'aumento di capitale dell'81 sottoscritto ma mai versato. La Rizzoli in questo modo schizofrenico si vede contestati i propri debiti e non già riconosciuti i propri crediti. Sarà questo il centro dell'azione legale intrapresa in questi mesi da Angelo Rizzoli.

La società infatti in questo modo è cotta e finisce in amministrazione controllata e Angelo in galera per bancarotta fraudolenta, con la sua quota della Rizzoli (il 50,2%) sequestrata dai custodi giudiziari. Il teorema è semplice: Rizzoli ha occultato i quattrini che l'Ambrosiano ha versato in azienda dopo l'aumento di capitale. Falso, come dimostra una recente sentenza della Cassazione: quei miliardi non arrivarono mai sui conti Rizzoli, ma sui depositi esteri di BLU. Angelo ritorna libero nel 1984: la Rizzoli ha recuperato vigore ma è troppo tardi.

Il 4 ottobre del 1984 Angelo è di fatto obbligato a vendere la sua quota e dunque il Corriere della Sera a un gruppo di investitori che comprende la Fiat, Mediobanca, Montedison, l'industriale Arvedi e la finanziaria Mittel di Bazoli, per il prezzo scontato di 9 miliardi di lire. Facendo un conto un po' grossolano gli Agnelli avevano venduto nel 1974 un terzo del solo Corriere della Sera a una cifra tre volte superiore a quanto valesse dieci anni dopo l'intero gruppo Rizzoli.

Evidentemente il prezzo di vendita del gruppo nel 1984 era più che da saldo. Pier Domenico Gallo, all'epoca direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, nel bel libro Intesa San Paolo, si duole di questa vendita. «Conveniva, dal nostro punto di vista, convertire i debiti che Rizzoli aveva con il Banco in azioni... mi ero convinto che la Rizzoli potesse costituire un grande valore potenziale per Nba e per i suoi azionisti». Non gli fu permesso. In realtà le direttive del Cicr non permettevano alle banche di avere la proprietà di un quotidiano.

Regole che però valevano a corrente alternata: qualcuno si era dimenticato del Mattino in mano al Banco di Napoli. Senza considerare come queste stesse norme non furono evocate per la clamorosa presenza di Mediobanca nella cordata che poi sfilò il Corriere ai Rizzoli. Ma la verità è che evidentemente c'erano altri progetti.

Gallo si stupisce inoltre: «È abbastanza singolare pensare come in quel momento nessun gruppo imprenditoriale italiano, a parte la cordata Fiat-Mediobanca, capisse la bontà dell'affare facendo un'offerta formale alternativa». Entriamo in Rizzoli per disinfestarla, dirà l'avvocato Agnelli, a conclusione dell'affare. «Io - confida onestamente Gallo - e tutti quelli che avevano lavorato alla ripartenza della casa editrice negli ultimi due anni, consapevoli del grande affare fatto da Torino, fummo sconcertati e disturbati».

Un senso di sconcerto e di disturbo che oggi deve sentire a maggior ragione Angelone, Angelo jr, il figlio di Andrea, il nipote del grande Cummenda, solo a ripensare alla storia di questo clamoroso scippo.

[08-02-2010] 

 

 

 

NEW JOURNALISM! - LA REUTERS D'AMARICA ROTTAMA LE NOTIZIE (ALTRO CHE I CULETTI E I PISELLI 'INCORONATI') - SECONDO UN'INDISCREZIONE DEL SITO “GAWKER”, LA REUTERS HA RITIRATO DA POCO UNA NOTIZIA NON GRADITA ALLA CASA BIANCA – E NON E’ LA PRIMA VOLTA CHE FA PASSI INDIETRO - L’AGENZIA SCRIVE DI FINANZA E HA MOLTI CLIENTI CHE LA INFLUENZANO…

Blitzquotidiano

 

Questa è una notizia riservata ai giornalisti ed editori italiani, in particolare a quelli inclini a martirizzarsi, di solito a senso unico, sulla poca libertà di stampa che c'è da noi. La notizia viene dagli Usa, culla e patria della libertà di stampa, e riguarda il presidente Barack Obama, che la mitologia gratifica dell'equazione: di sinistra = democratico. Riguarda anche la più importante agenzia di stampa del mondo, nominalmente inglese ma in realtà ormai planetaria, la Reuters e i suoi rapporti con il mondo della finanza di cui scrive 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana.

 

Secondo il sito Gawker.com la Reuters si è macchiata di servilismo verso il presidente Obama, arrivando al punto di ritrattare una delle notizie che aveva diffuso, dopo aver ricevuto lamentele da parte della Casa Bianca.

La Reuters aveva affermato che il taglio al deficit previsto per i prossimi dieci anni sarebbe stato frutto di tasse volute da Obama che avrebbero colpito la classe media. Di lì a poco una clamorosa ritrattazione: la notizia semplicemente non era vera, veniva obliterata e sarebbe stata sostituita. Non male.

Secondo Gawker sarebbe il secondo caso negli ultimi mesi di clamoroso "passo indietro" dell'agenzia. Il precedente, che risale a dicembre 2009, è ancora più clamoroso perché riguarda una notizia soppressa perché accusava di insider trading un noto finanziere di edge funds, Steven Cohen, detentore di una piccolissima quota di Reuters (o.01%, valore 2 milioni di dollari). La storia era così vera, sostengono i giornalisti della Reuters, che anche l'Fbi sta indagando e la ex moglie di Cohen lo ha denunciato.

La notizia, frutto dell'attività investigativa di un gruppo di reporter assunto proprio per questo, è stata soppressa per ordine del capo supremo di Thomson Reuters, di cui Reuters ora è parte, Devin Wenig, e del direttore editoriale in capo dell'agenzia, David Schlesinger, dopo una furibonda telefonata di Cohen a Wenig.

 

In una successiva teleconferenza con i redattori della Reuters di New York, Sxchlesinger ha ammesso che la storia era buona e documentata, ma alla domanda su perché la notizia fosse stata soppressa ha risposto: "Perché non scriviamo su tutte le notizie su cui abbiamo documenti".

L'episodio Cohen non sembra isolato. Secondo Gawker, "Reuters, che fa i soldi sia scrivendo sul mondo della finanza sia vendendo i suoi servizi alle società finanziarie, tra cui forse quella dello stesso Cohen, è stata esposta a lungo alla percezione che le sue priorità di business siano in conflitto con la sua missione editoriale" in quanto "molte delle persone di cui scrive sono, dopo tutto, clienti".

Proprio per questo la Reuters ha di recente montato una squadra di giornalisti specializzati in reporting investigativo e assumendo alcune star dal "New York Times" con lo scopo di "diventare più aggressiva" nell'informazione economica, secondo le stesse parole di un grande capo, Martin Howell.

La Reuters fu fondata a fine ‘700 dall'omonimo inglese, inventore dell'uso dei piccioni viaggiatori per anticipare internet. Procurava notizie agli investitori alla Borsa di Londra e fa storia del giornalismo (per quei pochi cui interessa) per avere fatto arrivare a Londra, con largo anticipo sui canali ufficiali, la notizia della sconfitta di Napoleone a Waterloo.

 

La sua copertura mondiale delle notizie era speculare alla dimensione globale dell'impero britannico, ai cui interessi, sempre negata con la pomposa prosopopea degli inglesi, è stata sempre funzionale. Durante la guerra, per dirne una, la Reuters omise di dare notizie, su richiesta esplicita dei Secret Service (proprio quello di Jamers Bond), che avrebbero potuto far capire ai tedeschi che gli inglesi erano capaci di decifrare i loro messaggi più segreti.

Negli anni ‘60 la Reuters scoprì prima di tutti l'importanza degli elaboratori, come allora si chiamavano i computer, e accanto alle notizie giornalistiche sviluppò la copertura dell'informazione economica in tempo reale, fornendo agli operatori di borsa di tutto il mondo ogni genere di notizia, partendo dal prezzo delle azioni per arrivare a quello delle materie prime, avvolgendo il mondo intero in una rete invisibile di cavi telegrafici.

A guidare la Reuters in questa trasformazione fu un baffuto ex corrispondente di guerra, Gerald Long, che avviò anche un processo di ringiovanimento della tradizionale e un po' burocratica istituzione british, puntando sull'aggressività dei trentenni. Long capì anche l'importanza del mercato americano sul quale puntò subito. Oggi la Reuters deve la maggior parte del suo fatturato all'America.

Quotata in Borsa, la Reuters è diventata una blue chip del mercato mondiale, permettendo a più di un editore, a cominciare da News International di Rupert Murdoch, di rimettere a posto i suoi conti vendendone le azioni. La Borsa però è un territorio che può anche rivelarsi molto insidioso e ai pericoli della jungla finanziaria non è sfuggita nemmeno la ormai mega azienda globale di informazione planetaria, diventando preda, alcunui anni fa, delle ambizioni del gruppo Thomson, finendo per diventare una componente dell'acor più mega gruppo globale Thomson-Reuters.

Anche la storia di Thomson è degna di un romanzo. L'azienda nasce in Canada, dall'intraprendenza del ventenne Roy Thomson, figlio di un barbiere nato nelle grandi foreste del nord. Roy Thomson mise assieme un po' di radio locali e di piccoli settimanali e quotidiani della frontiera e da lì costruì una lunga e luminosa carriera che lo portò a diventare Lord a Londra e proprietario del Times e del Sunday Times, giornali tanto prestigiosi quanto in crisi.

Morto il vecchio Thomson, il figlio si precipitò a vendere i giornali e a investire nel turismo, non trascurando l'informazione economica. Uscita anche dalle agenzie di viaggi, la Thomson sviluppò l'informazione economica fino a superare Reuters e poi inglobarsela.

[05-02-2010] 

 

 

PER ELISA, NOSTRA SIGNORA DELL’EDITORIA – È COMINCIATO IL DOPO-MASI A PALAZZO CHIGI, ELISA GRANDE NUOVA REGINA DEL DIPARTIMENTO DELL’INFORMAZIONE E DELL’EDITORIA - DEBUTTO ALLA GRANDE CON LA NUOVA CONVENZIONE SIGLATA DAL GOVERNO CON LE AGENZIE DI INFORMAZIONE PER FAR FRUTTARE AL MEGLIO INVESTIMENTI PER 39 MILIONI: NASCE IL CONTRATTO “FULL”…

Daniele Scalise per "Prima Comunicazione"

"Avere una classe dirigente informata è un elemento fondamentale per le istituzioni. E le agenzie stampa costituiscono a mio avviso una fonte di informazione primaria, essenziale e assolutamente indispensabile per chi lavora nella pubblica amministrazione. La convenzione che la presidenza del Consiglio ha siglato con le agenzie e che durerà un anno, dal 1 gennaio al 31 dicembre del 2010, si è ispirata a criteri di riordino razionale sui notiziari. Era necessario farlo e l'abbiamo fatto con la collaborazione delle agenzie stesse".

È decisamente soddisfatta Elisa Grande, volitivo capo dipartimento per l'Informazione e l'editoria dall'aprile dello scorso anno, ispiratrice e autrice di un passaggio molto delicato che le agenzie stampa temevano ma che alla fine hanno accolto con una certa soddisfazione (soddisfazione forse proporzionata alla catastrofe temuta e alla fine evitata).

In un'atmosfera di crisi generale e di necessità di dare senso alle spese pubbliche) il sottosegretario Paolo Bonaiuti ha deciso di istituire una commissione di esperti che ha studiato a fondo il problema, complicato, tra l'altro, dalla sedimentazione - per non dire incrostazione - degli interventi degli ultimi due decenni.

Si è trattato, insomma, di armonizzare secondo canoni ragionevoli la spesa di quasi 39 milioni di euro provenienti dal bilancio autonomo della presidenza del Consiglio e che sono appunto destinati a pagare i servizi offerti dalle agenzie alle amministrazioni.

Con una cifra analoga a quella fin qui spesa "riusciamo a coprire tutte le esigenze dei ministeri e ad ampliare l'offerta grazie anche al senso di responsabilità dimostrato dai manager delle agenzie", riconosce cavallerescamente Elisa Grande, ribadendo che comunque "stiamo parlando non di contributi pubblici a pioggia, ma di contratti riferiti a servizi forniti".

Uno dei principi guida è stato l'istituzione di una figura contrattuale 'full' che prevede la possibilità di accedere in modo illimitato e confacente alle esigenze delle istituzioni ai prodotti offerti dalle agenzie, e cioè i notiziari quotidiani. Alla prima postazione acquisita viene riconosciuto un prezzo significativo, mentre per le seconde il prezzo è decisamente più economico. Cosa che del resto succede anche per l'acquisizione di altri servizi (si pensi, ad esempio, alle licenze offerte da Microsoft per i computer aziendali che seguono il medesimo criterio).

La presidenza del Consiglio ha insomma acquistato a prezzo di mercato la prima postazione delle agenzie per tutte le amministrazioni (per se stessa e per i ministeri, compresi quelli senza portafoglio) siglando un contratto ed eliminando, quando considerati poco funzionali, i servizi speciali che costituivano un onere gravoso.

Il contratto - ma bisognerebbe parlare al plurale visto che ogni agenzia ha firmato il proprio con caratteristiche proprie - prevede l'utilizzo di alcune agenzie anche per le procure regionali della Corte dei Conti , 166 tribunali, 67 università statali, questure, ambasciate, eccetera.

"Tutti i contratti", spiega Elisa Grande, "recano una clausola in base alla quale le seconde postazioni hanno la garanzia del minor prezzo. Insomma, la presidenza del Consiglio può essere considerata un grande cliente, spende denaro pubblico e non ha alcuna intenzione di pagare più di quanto non facciano altri soggetti economici". Previsti anche controlli severi riferiti ai servizi. Se un'agenzia non dovesse erogare il servizio per qualunque motivo, scatterebbero in maniera rapida e certa le gravose penali.

Prima di entrare nel dettaglio è bene sapere che i prezzi delle seconde postazioni sono stati valutati in base alle tariffe praticate alla Consip, la struttura del ministero dell'Economia e delle finanze che tra l'altro gestisce il programma per la razionalizzazione degli acquisti nella pubblica amministrazione.

L'agenzia Ansa è già titolare di un contratto con il ministero degli Esteri di 30 miliardi (cifra in parte cofinanziata dalla presidenza del Consiglio che contribuisce con 6 milioni e 700mila euro). La convenzione con Palazzo Chigi prevede una cifra pari a 7 milioni e 200mila euro circa per il notiziario, più 150mila euro per i servizi speciali (da notare che l'Ansa non ha ritenuto opportuno aderire alla formula full).

All'Agi vanno 10 milioni e 400mila euro per il notiziario (e la rinuncia ai servizi speciali che consistevano in filmati per altro prodotti all'esterno dell'agenzia) con un taglio del 7% complessivo rispetto al precedente contratto. L'Asca ha venduto il suo notiziario per 2 milioni e 700mila euro e i servizi speciali a 650mila euro mentre l'AdnKronos a 7 milioni (l'acquisizione dei servizi speciali è stata invece valutata 3 milioni di euro).

ApCom, considerata tra le agenzie medie, ha firmato un contratto che prevede la vendita del proprio notiziario per 2 milioni e 400mila euro, Radiocor per 1 milione e 400mila (notiziario e servizi speciali). Il Velino che ha offerto un servizio speciale in più, è stato equiparato alle agenzie medie, mentre le piccole agenzie - Nove Colonne e Dire - non hanno visto variare di molto la cifra a loro riconosciuta.

Il malumore residuo delle agenzie è legato alla durata della convenzione: un anno mentre loro la volevano triennale. Ma di più non era possibile concedere viste le disponibilità del fondo di funzionamento del bilancio del presidenza. Alla fine alle agenzie non è rimasto altro da fare che accontentarsi. Simulando un sorriso se non proprio sincero, sicuramente di sollievo.

[25-01-2010]

 

 

 

SCUOLA DI TITOLAZIONE: LO STOP DI 14 GIORNI IN FIAT VALE I TITOLI DI APERTURA DEI TELEGIORNALI, MA NON QUELLO DEI GIORNALI (CON L'ECCEZIONE LODEVOLE DEL 'SECOLO XIX') - SUL CORRIERE UN TITOLO DA SCUOLA DI NEW JOURNALISM: “EXOR, CONSOB CHIEDE IL RISARCIMENTO. GLI AVVOCATI: ASSOLUZIONE”. IL GIORNO CHE GLI AVVOCATI CHIEDESSERO LA CONDANNA DEL CLIENTE, TOCCHERÀ MANDARE UN PULITZER A DE BORTOLI - SALUTIAMO CON GIOIA L’ULTIMA CREAZIONE DELL’INSTANCABILE POOL DI GIURISTI CHE, A SPESE DELLO STATO, LAVORANO PER IL RE DI ARCORE: “GIUSTIZIA, ARRIVA LA LEGGE AD FAMILIAM. IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO SARÀ ESTESO ANCHE AI COIMPUTATI DEL PREMIER”

9- DISECONOMY ...
"Colpo triplo per l'Eni in Venezuela. Giacimenti, una centrale e tecnologia. Però si complica la partita in Uganda" (Repubblica, p. 27).

Sulla Stampa Enricone Salza, banchiere de panza e de sostanza, si auto conferma: "Salza vuole restare in Intesa e annuncia il ritorno della cedola". Come dargli torto. Se addirittura la Fiat torna a dare dividendi (la Famiglia Agnelli è molto allargata, si sa), Intesa potrebbe benissimo lanciarli sulla Padania con gli aerei, come gli aiuti Onu ad Haiti.

10- SCUOLA DI TITOLAZIONE ...
Lo stop di 14 giorni in Fiat vale i titoli di apertura dei telegiornali, ma non quello dei giornali (con l'eccezione lodevole del Secolo XIX). Vero gioco di prestigio le prime pagine del Sole di Riotta e del Giornale di Feltrusconi, dove la notizia non trova manco lo spazio di un francobollo.

Ma il capolavoro è sul Corriere, dove a fianco del solito pezzo minimalista della Polato ecco un titolo da scuola di new journalism: "Exor, Consob chiede il risarcimento. Gli avvocati: assoluzione" (p.26). Il giorno che gli avvocati chiedessero la condanna del cliente, toccherà mandare una cesta di gianduiotti a don Flebuccio de Bortoli.

[27-01-2010]

 

 

BOLLONO IN PENTOLA I FAGIOLI DE BORTOLI: CONTRO BETTINO, CONTRO SILVIO, CONTRO LA FIAT
Invece di indossare il fetente giubbotto dell'amico Putin con il simbolo comunista, Berlusconi dovrebbe imparare da Flebuccio De Bortoli i canoni dell'estetica.

Quando sabato sera è apparso nella trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio, al direttore del "Corriere della Sera" mancava soltanto una gardenia bianca all'occhiello per essere un vero maestro d'eleganza. Sotto il gessato a righe indossava una camicia rosa e i boccoli erano più curati del solito quasi dovesse andare a una di quelle cene eleganti dei salotti milanesi dove è facile incontrare Bruno Ermolli ed Francesco Micheli con le loro compagne.

E anche il tono della voce era più misurato del solito, attento a dire in modo moderato cose più che moderate che gli consentano di recuperare le 64mila copie perse per colpa della furiosa concorrenza del "Giornale" di Feltri e di "Repubblica" - e soprattutto per aver eliminato, come già al Sole, le copie omaggio sparse in ogni dove.

"Siamo un paese diviso in fazioni - ha esordito Flebuccio - dove si è perso il senso della misura, ma abbiamo una pace sociale straordinaria e il sistema ha tenuto grazie al tessuto delle piccole e medie imprese e a una forte coesione tra Nord e Sud", poi con il fair-play dei vecchi gentlemen inglesi che il sabato sera mangiano la bistecca da Simpson's, il giornalista ha scandito un appello solenne affinché tutti stiano attenti "alla manutenzione del nostro edificio civile".

La metafora edilizia si riferiva all'impianto della Costituzione che va difeso perché ancora valida "soprattutto nella prima parte". E qui Flebuccio ha tirato fuori dalla tasca il primo petardo contro il Cavaliere "muratore" quando ha detto che bisogna far funzionare la giustizia "senza anteporre leggi ad personam".

Sembrava finita lì, ma dopo aver ricordato le ragioni per cui ha rifiutato la presidenza della Rai, Flebuccio ha messo la mano nell'altra tasca ed ecco la seconda miccetta per rimproverare papi-Silvio quando fa causa ai giornali. Come se non bastasse il direttore di via Solferino si è sbilanciato anche sulla proposta di intitolare una strada di Milano a "Bottino" Craxi, il leader sul quale ieri ad Hammamet i ministri socialisti hanno versato qualche lacrima.

Nei giorni scorsi l'economista Salvatore Bragantini aveva ricordato le colpe di Craxi nella gestione dell'economia, ma De Bortoli ha preferito puntare il dito sulle due condanne definitive per corruzione che devono separare il giudizio politico da quello umano.

Insieme ai tre petardi esplosi con il garbo che le vecchie contesse usano al festival di Salisburgo, c'è stato anche il tempo di parlare del ruolo dei grandi azionisti del "Corriere della Sera" e di Rcs. Le domande di Fazio erano come al solito burrose, quindi è stato facile per Flebuccio difendere l'autonomia del giornale ("che non è un giornale di caccia e pesca") per ricordare che la presenza di Marina Berlusconi tra i consiglieri del Patto Rcs è semplicemente legata alla partecipazione di Fininvest.

Sullo sfondo è stato evocato il prestigio del quotidiano centenario, e per dimostrare con un esempio la sua indipendenza, De Bortoli ha ricordato di aver preso posizione contro gli incentivi dell'automobile, una linea editoriale che non può non aver dato fastidio all'azionista Fiat e a quel Luchino di Montezemolo che oggi è l'anello debole tra i grandi azionisti Rcs.

Volendo Flebuccio avrebbe potuto citare altri esempi, e sempre volendo Fazio avrebbe potuto mettere il coltello nella piaga per ricordargli quell'intervista del novembre 2007 a Cesarone Geronzi in cui il giornalista si guardò bene dall'insistere sul testamento di Maranghi di Mediobanca.

Nell'intervista fatta nella sede di piazza di Spagna, il banchiere romano pronunciò la celebre frase: "coerenza è una parola complessa, caro direttore", un monito che dovrebbe valere per tutti, anche per i giornalisti.  

19.01.10

 

 

I PADRONI DEL CORRIERONE SCENDONO IN CAMPO! A NOI IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE - BASTA STARE SUGLI SPALTI DEL PATTO DI SINDACATO, ADESSO CI SI SPORCANO MANI E PIEDI - ROTELLI PRESIDENTE E BENSERVITO AI CONSIGLIERI "DIPENDENTI" DEL NOTAIO MARCHETTI - DE BORTOLI INFEROCITO PER L'AUMENTO DEL PREZZO: DUEMILA LETTERE DI LAMENTELA - I DATI DI VENDITA IN EDICOLA NELLA PRIMA SETTIMANA DELL'ANNO LO DIMOSTRANO: -10% -

Andrea Montanari per "Milano Finanza"

Rivoluzione in arrivo nel gruppo Rcs Mediagroup. La grande novità che porterà il 2010 è rappresentata dal ricambio pressoché totale del consiglio d'amministrazione della Quotidiani, la controllata che ha in mano le redini del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport. I grandi soci del patto di sindacato, e anche quelli fuori dal blocco (Rotelli, Toti e Benetton), stanno lavorando a una soluzione che, in primavera, porterà al rinnovo del cda della società che rappresenta il vero nucleo dell'intero gruppo.

Secondo indiscrezioni, oltre al ruolo che potrebbe avere Giuseppe Rotelli (secondo socio con l'11% potenziale tra quota diretta e indiretta), da più parti indicato quale prossimo presidente della Quotidiani al posto del notaio Piergaetano Marchetti (che resterà presidente della capogruppo), verranno coinvolti direttamente nel cda gli altri azionisti, a partire da Salvotore Ligresti, Marco Tronchetti Provera, Diego Della Valle, ma anche gli esponenti degli altri pattisti (Mediobanca, Fiat, Italmobiliare, Edison, Intesa Sanpaolo, Generali, Sinpar, Mittel, Merloni ed Eridano Finanziaria).

 

Almeno un posto nel cda verrà poi garantito a Pierluigi Toti (5,1%) e Gilberto Benetton (5,1%) che hanno investito svariate decine di milioni per entrare nella compagine di Via Solferino. Queste figure prenderanno il posto dei professionisti d'alto profilo che attualmente occupano le poltrone nel board della Quotidiani: Gianfelice Rocca, Valerio Onida, Anna Maria Artoni, Giulio Ballio, Maurizio Barracco, Angelo Ferro, Vittorio Coda, che affiancano lo stesso Marchetti, l'ad Antonello Perricone, il direttore generale Giorgio Valerio e l'esponente della spagnola Unedisa (controllata da Rcs), Antonio Fernandez-Galiano Campos.

 

Il rinnovamento avrà quale conseguenza un cambiamento di strategia complessiva per la controllante Rcs Mediagroup che potrebbe così assumere un ruolo di pura holding (con un cda rinnovato), sul modello della vecchia Hdp impostata da quello che tutt'oggi è il presidente onorario del gruppo, Cesare Romiti.

 

Intanto nei corridoi di via Solferino si sta affrontando un'altra questione più urgente: la protesta dei lettori del Corsera in relazione all'aumento di prezzo di copertina da 1 a 1,20 euro. La novità, in vigore dal 2 gennaio, ha provocato reazioni non solo a Milano (città di massima concentrazione delle vendite), tanto che al direttore Ferruccio de Bortoli sarebbero arrivate oltre duemila tra lettere ed e-mail di lamentela. Che il rincaro non sia piaciuto ai lettori del primo quotidiano nazionale lo dimostrano i dati di vendita in edicola nella prima settimana dell'anno: -10%. Una performance negativa che non è di sicuro piaciuta né a de Bortoli nè ai vertici della casa editrice che a dicembre avevano votato l'aumento.

[13-01-2010] 

LICENZIATO PER TROPPO SUCCESSO – PER TINA BROWN QUESTO SAREBBE IL DESTINO DI ROGER AILES, L’UOMO CHE HA RESO FOXNEWS IL GIOIELLO PIÙ PREZIOSO DELL’IMPERO MURDOCH – LA LINEA ULTRACONSERVATRICE FA VOLARE GLI ASCOLTI, MA DIVIDE LA FAMIGLIA ALLARGATA DI RUPERT – E LO STESSO TYCOON NON AMA CHE UN COLLABORATORE BRILLI DI LUCE PROPRIA…

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"

 

Non sarebbe piaciuto per nulla, a Rupert Murdoch, il ritratto a tutto tondo che il New York Times ha dedicato domenica sulla sua prima pagina a Roger Ailes, il re Mida che ha trasformato Fox News nel gioiello più prezioso del suo impero mediatico. Così ferito nel suo ego sarebbe il magnate australiano da una celebrazione che descrive Ailes come il vero genio e salvatore del gruppo, che secondo The Daily Beast starebbe ora considerando seriamente di cacciarlo. «Nessuno può volare vicino al Re Sole senza bruciarsi - dice al blog di Tina Brown una fonte interna a News Corporation -, anche se fai un sacco di soldi, presto ti ritroverai fuori».

la seconda moglie di Rupert Anna Mann Prudence McLeod avuta dalla prima moglie ed Elisabeth sorella di Lachlan e James

Con un copione in cui toni da tragedia shakespeariana s'intrecciano a intrighi politici à la Machiavelli, il quasi settantenne Ailes starebbe quindi per essere travolto dal proprio successo. Quello che lo ha proiettato al vertice del potere, nella cruciale intersezione americana tra affari, media e politica. E che lo ha fatto diventare il manager più pagato del gruppo, 23 milioni di dollari nel 2009, un salario superiore a quello dello stesso Murdoch.

Denari all'evidenza meritati. In 13 anni, è riuscito a trasformare Fox News nel network più redditizio degli USA, capace di generare più profitti di Cnn, Abc, Nbc e Cbs messe insieme. Schierandola nel campo conservatore, l'ex stratega delle campagne di Reagan e Bush padre, ne ha fatto una rete brillante, partigiana e aggressiva, arruolando una squadra di commentatori volutamente faziosi, ferocemente ostili ai democratici e ai (pochi) repubblicani considerati moderati: Glenn Beck, Bill O'Really e Sean Hannity sono oggi i veri guru di riferimento del popolo conservatore in America, cui da lunedì si è aggiunta Sarah Palin, ex candidata alla vice-presidenza, prediletta della destra.

Tanto zelo conservatore non ha fatto di Ailes solo la bestia nera dei progressisti. Lo ha anche messo in conflitto con gli eredi di Murdoch. Fu per protesta contro di lui che Lachlan, il figlio maggiore di Rupert, lasciò Corporate News nel 2004. Quanto agli altri due, Elisabeth e James, l'erede apparente che guida le attività del gruppo in Europa e Asia, hanno più volte espresso indignazione per l'ostilità preconcetta con cui Fox ha coperto prima la campagna e ora la Casa Bianca di Obama.

Ora però le critiche della famiglia da sussurri sono diventate grida e attacco personale. Il pezzo apologetico del Times conteneva un proiettile avvelenato, sparato da Matthew Freud, manager di relazioni pubbliche, ma soprattutto marito di Elisabeth: «Non sono affatto solo nella famiglia a provare vergogna e malessere per l'orrendo e ripetuto disprezzo di Roger Ailes verso gi standard giornalistici cui aspirano News Corporation, il suo fondatore e ogni altro gruppo mediatico globale».

Certo, un portavoce della compagnia ha subito smentito: «Le opinioni di Freud sono personali e non riflettono in alcun modo quelle di Rupert Murdoch, che è fiero di avere Roger Ailes a Fox News».

Parole dovute. Ma secondo il Daily Beast, è stata altra la reazione del Grande Capo, quando ha visto il faccione facondo del suo primo dipendente sulla copertina del Times e ne ha letto le esternazioni: «La mia educazione è stata Dio, Patria e Famiglia: questo è il credo alla base del successo di Fox News», ha detto Ailes, rivendicando a sé il merito di «aver costruito la rete sulla base dell'esperienza personale» e vantando come prima qualificazione di «non aver frequentato la Columbia School of Journalism», il tempio della formazione progressista. Sembra che il pezzo abbia fatto andare al vanitoso Murdoch il caffè di traverso. E ora Ailes sarebbe a rischio.

Eppure, c'è un'altra, machiavellica lettura: giocando d'anticipo, il diabolico capo di Fox News avrebbe dato l'intervista ai «nemici» del Times come un testamento politico e sarebbe pronto per una nuova avventura. Forse, fare il secondo nel regno di Rupert gli sta ormai stretto.

 

[13-01-2010] 

 

 

 

MA SENTI CHI PARLA! - CARLETTO DE BENEDETTI SCOPRE CHE "IN ITALIA c’e’ un problema di limitazione della liberta’ di informazione" - CARO ING., AMMETTA ANCHE LEI CHE VIVIAMO DENTRO UN GIGANTESCO CONFLITTO DI INTERESSI - UNA BANCA O UN IMPRENDITORE, COSA C'ENTRANO NELLA PROPRIETà DEI GIORNALI? NISBA: SE NON PER COMPRARSI LA LORO "LIBERTà DI INFORMAZIONE"...

(Ansa) - 'E' evidente che in Italia esiste la liberta' di stampa, ma c'e' un problema di limitazione della liberta' di informazione e della possibilita' da parte del cittadino di essere informato anche con punti di vista diversi'.

A sottolineare la differenza fra i due concetti e' il presidente del gruppo editoriale Repubblica Espresso, Carlo De Benendetti, che, alla vigilia della manifestazione promossa dalla Fnsi a Roma, spiega perche' ritiene che in Italia la liberta' di informazione sia a rischio.

'Credo che episodi come quelli accaduti di recente - ha dichiarato De Benedetti a margine dell'incontro per i 25 anni del quotidiano Nuova Venezia -, cioe' di direttori che hanno dovuto addirittura dimettersi per il fatto di essere stati assaliti dimostra che la liberta' con la quale il singolo giornalista puo' svolgere il suo lavoro in maniera serena ed indipendente e' assolutamente limitato.

Poi c'e' tutto il capitolo della tv - ha aggiunto -: questo e' un paese in cui se uno guarda solo la televisione non avrebbe neanche mai saputo che esistono le dieci domande di Repubblica al presidente del Consiglio. E' un po' strano o no? Il Tg1, che e' il principale telegiornale del paese, e il Tg5, che e' il secondo, non ne hanno mai parlato'.

De Benedetti ha poi criticato la Rai: 'Molto prima di scendere in politica Berlusconi si e' occupato di televisioni commerciali e la Rai purtroppo ha seguito quel modello - ha sottolineato il presidente del gruppo editoriale L'Espresso - ha fatto in modo che al modello-maestra si sostituisse il modello-velina'

A sostegno della sua tesi sulla scarsa liberta' di informazione in Italia, De Benedetti ha citato l'Economist: 'e' evidente che esiste se un giornale che e' il campione storico di 150 anni del pensiero liberale in Inghilterra come l'Economist nel numero in edicola oggi, parla dell'Italia scrivendo 'museruola all'informazione'.

Lo dice gente - ha sottolineato - che e' super liberale e che certo non appartiene al mondo che Berlusconi ama definire 'comunista' anche se credo che non sappia cosa voglia dire'.

A differenza del sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che ha parlato di crisi di sistema dell'informazione nel contesto di una crisi globale della democrazia, De Benedetti e' convinto che la deriva democratica riguardi solo l'Italia: 'Esiste nel nostro paese ma non nell'occidente - ha affermato -.

Ho viaggiato molto ma negli Usa non la percepisco, ne' in Gran Bretagna ne' in Germania. E' vero che in Italia siamo di fronte ad una deriva demagogico-populistica - ha concluso De Benedetti - ma al contrario di Cacciari non penso che sia stata favorita dalla stampa, credo che la stampa non l'abbia capita in tempo e quindi non l'ha combattuta abbastanza'.

 
[02-10-2009]

 

 

 

SENZA IL CONDIZIONAMENTO DI UN EDITORE-PADRONE E SENZA FINANZIAMENTI PUBBLICI - PRESENTAZIONE DE "IL FATTO", STARRING TRAVAGLIO, PADELLARO, COLOMBO, GOMEZ, LILLO - DISEGNI, ABBATE, CORRIAS, AMURRI PIÙ I FINANZIATORI DEL GIORNALE FAZIO E MONTEVERDI - CHE CI STA A FARE LA CONTESSINA FAMOSA PER ESSERE FAMOSA BEA-TROCE BORROMEO? - COMPROMESSO AD "ANNOZERO": UN "ESPERTO" DELLA MATERIA TRATTATA DA TRAVAGLIO

(Ansa) - Mercoledi' 23 settembre: e' il 'D-Day' del Fatto Quotidiano, il nuovo giornale nato dalla rodata collaborazione all'Unita' tra Antonio Padellaro, Furio Colombo e Marco Travaglio. Sedici pagine, sei giorni di uscita, un costo di 1,20 euro a copia, per raccontare i fatti senza il condizionamento di un editore-padrone e una scelta di campo: rinunciare tout court ai finanziamenti pubblici.

 

La partenza e' positiva: il Fatto ha incassato la fiducia di 28 mila aspiranti lettori che hanno sottoscritto l'abbonamento prima ancora di giudicare il prodotto.

Il Fatto Quotidiano e' stato presentato nella sede della stampa estera da Padellaro, Colombo, Travaglio, affiancati da Giorgio Poidomani, amministratore delegato dell'Editoriale Il Fatto (e gia' ad dell'Unita') e da Peter Gomez che, insieme a Marco Lillo, ha lasciato l'Espresso per lanciarsi nella nuova avventura. In platea Luca Telese, Sandra Amurri e Beatrice Borromeo, componenti della squadra. Presenti i vertici della Federazione della stampa Franco Siddi e Roberto Natale.

'Ci rivolgiamo - ha detto Padellaro in apertura - anche ai colleghi stranieri i quali, in queste ultime settimane, ci hanno chiesto cosa ci spingesse fare un nuovo giornale in un momento in cui il settore editoriale e' in crisi e la stampa e' sotto assedio, sottoposta all'artiglieria pesante di Silvio Berlusconi. Ma e' proprio per questo che serve una reazione civile dei giornalisti che credono nella liberta' di stampa'.

La linea al giornale la dara' la Costituzione Italiana. E sara' centrale l'opposizione al premier che, ha precisato Peter Gomez, non significa essere 'filo-opposizioni''.

Grande attenzione al mondo di Internet al quale sara' dedicata una pagina al giorno per ribadire l'attenzione ai giovani e all'evoluzione dei media. La diffusione sara' concentrata nelle grandi citta', mentre laddove si dimostrasse difficoltosa c'e' l'opportunita' di scaricare il giornale in versione pdf.

Break even 10-15 mila copie. 'Un giornale che - ha detto Travaglio - si prefissava questo obiettivo, poteva arrivare a 2-3 mila copie in abbonamento e non a 28 mila e questo dato conferma che esiste un altro Paese poco o affatto rappresentato, quelli che vogliono saperne di piu'. Adesso sentiamo forte la responsabilita' che ci hanno affidato e non vogliamo tradire le loro attese'.

Un'altra condizione per rendere davvero libero Il Fatto - ha spiegato Poidomani - e' l'equilibrio economico, mantenendo bassi i costi fissi; le norme statutarie che rendono vincolanti i pareri dei giornalisti-azionisti su scelte importanti come la nomina del direttore; e ovviamente la rinuncia ai fondi pubblici. Il concetto di liberta'- ha aggiunto - e' nella stessa storia dei protagonisti del Fatto.

'Nessuno di noi - ha sottolineato Furio Colombo - viene da passati politici da affermare o rinnegare continuamente e neanche abbiamo fatto parte di gruppi anche molto per bene. E questo ci rende autonomi. Al Fatto vogliamo fare analisi logiche e non morali'.

Tante le domande e qualche battuta di Travaglio che ha scherzato sulle attese appuntate sul giornale: 'In breve, noi cercheremo di rispondere alle dieci domande...'. 'Ma se Berlusconi chiede uno o due milioni a chi gliele ha fatte, figurati a noi...'. Parole prese sul serio da qualcuno: 'Allora ci aspettiamo uno scoop sulle dieci domande?'.

Risposta negativa e dopo due ore di conferenza stampa, Padellaro ha chiuso: 'Dobbiamo andare, c'e' ancora tanto lavoro da fare'.

2 - IL MONOLOGO DI TRAVAGLIO DIVENTA UN DUELLO
Maria Grazia Bruzzone per "La Stampa"

La tragedia afghana ha finito per condizionare anche la riunione di ieri il cda Rai, smorzando i toni accesi delle polemiche su Ballarò, spostato per far spazio a Porta a Porta con Berlusconi. Il presidente Garimberti ha esordito con la prevista relazione sul «caso» e ha ribadito le sue critiche sia alla decisione in sè di spostare il programma di Floris, sia alle modalità in cui è stata attuata.

E che la scelta sia stata «sbagliata» e «presa non per motivi editoriali» lo hanno ripetuto i consiglieri di opposizione, mentre quelli di maggioranza hanno approvato compatti l'operato del direttore generale Masi.

Il quale comunque si è assunto in prima persona la responsabilità della decisione. Per il cda il caso è ormai chiuso (Masi però mercoledì prossimo sarà sentito in Vigilanza). Resta aperto il nodo Marco Travaglio ad Annozero anche se si va profilando una soluzione. E giovedì l'opinionista clou, ancora senza contratto, potrebbe intanto «fare l'ospite». Presente e parlante, sia pure gratis.

I consiglieri, sia pure con sfumature diverse, ieri hanno tutti sottolineato che spetta solo al dg decidere se firmare o meno il fatidico contratto, l'ultimo anello ancora mancante nel tira e molla su Annozero. Un dettaglio non da poco, visto che Santoro da sempre va ripetendo che «Annozero e Travaglio sono la stessa cosa». Gli altri elementi sono pian piano andati (più o meno) a posto: gli spot sono iniziati, sia pure solo quelli confezionati dalla rete (che definiscono Annozero un programma «graffiante»), i contratti alle troupes sono arrivati, anche se in misura per ora molto ridotta. Il programma esordirà giovedì prossimo e Santoro ha dato via libera alla conferenza stampa di presentazione.

E Travaglio? Masi in consiglio ha detto di volerci ancora pensare. Potrebbe essere presente come ospite? «Perché no? Partecipare non è proibito, almeno per ora», scherzano in redazione. E potrebbe essere proprio questo l'escamotage escogitato col benestare del dg, che intanto prende tempo per valutare la soluzione inventata da Santoro per rispondere all'esigenza dei vertici di dare a Travaglio una sorta di «contraddittorio»: non un contro-Travaglio, un opinionista fisso di diversa area a fare da contraltare, ma di volta in volta qualcuno «esperto» della materia trattata in trasmissione, capace di replicare quando necessario. Un compromesso accettabile. Funzionerà?

 
[18-09-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL PROF.UGAZIO clicca qui

La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

Leggi anche:

- Ford Hemp Car: l'auto ecologica esisteva già 70 anni fa

Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

Ecofatto, la metamorfosi del riciclaggio

 

Renata Gabbi di Legambiente, spiega come dal riciclaggio di carta, plastica, acciaio si possano ottenere utensili, biciclette, elementi dell'arredo urbano e tanti altri oggetti d'uso quotidiano: "da ogni cosa nasce un'altra cosa", bisogna solo scegliere il contenitore giusto.
Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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Riconosciuto il nesso eziologico
La Corte di Cassazione ha riconosciuto che l’eccessiva esposizione alle radiofrequenze emesse dai telefoni cellulari potrebbe contribuire all’insorgenza di tumori alla testa, se utilizzati per 5 – 6 ore al giorno per un numero elevato di anni (12 nel caso di specie). Un uso per lavoro del telefonino così prolungato può, quindi, dar luogo a malattia professionale non tabellata.

 

 

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  Videoinforma :  www marcobava.it