GERONZI
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) IL 15.01 15  CONTINUA A ROMA IL PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT .

4) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 09.01.15

5) Processo MPS SIENA MI IN ATTESA DI ASSEGNAZIONE

6) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

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28.04.13

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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

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ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

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TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

 

 

LA MOSSA DELLO SCARPARO CONTRO I POTERI MARCI - L’ATTACCO BOMBASTICO A BAZOLI E GERONZI ("che decidono morte e miracoli in via Solferino") SI SPIEGA SOLO COL FATTO CHE I DUE "ARZILLI VECCHIETTI" NON FANNO PIù PAURA A NESSUNO - PASSERA, COMPAGNO DI MERENDE DI DELLA VALLE E MONTEZEMOLO, HA SOTTRATTO A BAZOLI IL POTERE (e la cassa) IN BANCA INTESA. idem per GERONZI: UNA VOLTA DEPRIVATO DELLA CASSA DI CAPITALIA PRIMA E MEDIOBANCA DOPO, con generali CONTA DUE CIUFOLI

DAGOREPORT
"Perché il patron delle Tod's si sveglia proprio adesso?", si domanda Malagutti. La risposta, secondo il nostro parere, è una e una sola: i due "arzilli vecchietti" non fanno più paura a nessuno.

Abramo Bazoli è stato definitivamente uccellato dal suo amministratore delegato Passera. Dopo una degenza di cinque mesi per un brutto incidente automobilistico, il presidente di Intesa si è ritrovato spodestato definitivamente dalle leve di cassa (e la storia del Passera, uccello del paradiso fiscale di Madeira, apparsa sul Corriere di De Bortoli, pupillo di Bazoli, avrebbe gelato i rapporti tra i due).

 

Aggiungere che Passera è legatissimo a Montezemolo, compagno di merende dello Scarparo, al punto di aver doviziosamente finanziato con 600 milioni i treni NTL, e il cerchio si chiude.

Idem per l'altro arzillo vecchietto, quello dei Castelli romani. Una volta fuori da Capitalia prima e da Mediobanca poi, deprivato quindi del rubinetto del credito, per finire i suoi giorni alle Generali di Trieste, Gerovital Geronzi ha visto il suo raggio di potere limitarsi alle quote nei consigli di amministrazione, da Rcs a Mediobanca.

Ecco: se i due nonnetti ora decidono di fare la guerra allo Scarparo, quali "armi" hanno in mano? Ed ecco l'attacco del ciccio viola di Casette d'Ete: tentare la botta definitiva ai due vecchietti che continuano a fare il bello e il cattivo tempo, pur non avendo in mano le chiavi della cassaforte.

1- AL CORRIERE VOLANO GLI STRACCI DELLA VALLE CONTRO BAZOLI E GERONZI: COMANDANO CON I SOLDI DEGLI ALTRI
Vittorio Malagutti per Il Fatto

 

L'ha rifatto. Per la quarta volta in una settimana l'imprenditore Diego Della Valle, quello delle scarpe Tod's e della Fiorentina, è partito lancia in resta contro i banchieri più potenti d'Italia. Contro Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, e contro Cesare Geronzi, passato un anno fa dallo scranno più alto di Mediobanca a quello delle Generali.

Due "arzilli vecchietti", li ha definiti Della Valle. Gente che non investe del suo, ma pretende di comandare con i soldi degli altri. Chiaro no? Non abbastanza, almeno per Della Valle, che ha pensato bene di ribadire il concetto con una fluviale intervista a Repubblica, pubblicata ieri.

 

La posta in palio si chiama Corriere della Sera, formidabile centro di potere governato da un affollato patto di sindacato (13 grandi soci) a cui partecipa tra gli altri Della Valle, azionista del gruppo Rcs con una quota del 5,4 per cento e i suoi due rivali Bazoli e Geronzi. Tra gli azionisti di comando troviamo Mediobanca, Fiat, Pesenti, Ligresti, Tronchetti Provera. Insomma, gli esponenti principali di quello che un tempo veniva definito il salotto buono del capitalismo nazionale.

L'imprenditore marchigiano dice di voler impedire che "come è successo in passato" le decisioni sul Corriere vengano prese "bypassando il consiglio di amministrazione". In pratica accusa i due "arzilli vecchietti" (parole sue) di tirare i fili del giornale più importante d'Italia senza passare dai luoghi deputati per legge a prendere le decisioni.

 

Già che c'era Della Valle se l'è presa (senza nominarlo) con il sito di Dagospia di Roberto D'Agostino, colpevole (dice lui) di averlo maltrattato negli ultimi tempi. E lascia capire che gli attacchi di Dagospia sarebbero partiti da non meglio precisati uffici stampa "arroganti e poco professionali". Parole pesanti, a maggior ragione in un ambiente dove il dibattito tra soci è di solito affidato a dichiarazioni in codice.

A questo punto, però, negli ambienti finanziari la domanda è una sola: perché il patron delle Tod's si sveglia proprio adesso? È entrato in Rcs come socio importante nel 2003 e dal 2004 fa parte del patto e del consiglio di amministrazione. E in tutti questi anni il gruppo ha sempre mantenuto un assetto di governo che non ha eguali in Italia, ma forse neppure nel mondo, con tre organi decisionali (patto, cda di Rcs, cda del Corriere) dove sono rappresentati gli azionisti forti.

 

Con una struttura tanto bizantina è francamente difficile capire dove si formano davvero le decisioni. Della Valle, però, se la prende con Bazoli e Geronzi. Non solo, nell'intervista a Repubblica lascia partire anche quella che sembra una frecciata al direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, che avrebbe pubblicato "articoli qualche volta fuori misura per dimostrare che si è indipendenti dalla proprietà". Il riferimento è ad alcuni pezzi su Fiat (azionista influente di Rcs) non allineati sulle posizioni di Sergio Marchionne.

A dire il vero, però, mister Tod's sembra anche scontento della gestione aziendale, affidata all'amministratore delegato Antonello Perricone. Ne parla con toni più felpati di quelli riservati ai banchieri, ma dice che il piano industriale (su cui si è astenuto un mese fa) dovrà essere "verificato nella tempistica".

 

In realtà nel mondo finanziario non è un mistero che l'imprenditore vorrebbe interventi molto più incisivi per risanare un gruppo editoriale che quest'anno rivedrà il profitto (poca cosa) dopo le perdite di 130 milioni del 2009, ma è ancora gravato da debiti per quasi un miliardo di euro. Sul riassetto industriale, che prevede una riduzione di benefit e protezioni per i giornalisti, la proposta di mediazione del direttore non è stata votata dalla redazione. E il timore di Della Valle è che si arrivi a un accordo al ribasso, con la mediazione dei poteri forti Bazoli e Geronzi.

 

Si spiegherebbe anche così la sua scelta di alzare la voce, di rovesciare il tavolo nel tentativo di forzare le scelte in consiglio. Forse anche perché teme che se il risanamento andrà per le lunghe i titoli perdano ancora terreno in Borsa o, peggio ancora, i soci siano chiamati a mettere mano al portafoglio per un aumento di capitale. E a quel punto i banchieri impiegherebbero il denaro delle istituzioni che rappresentano, mentre Della Valle, pagherebbe di tasca propria.

Fin qui il Corriere non si è rivelato un grande affare per lui. Nel 2006 i titoli Rcs erano in portafoglio alla sua holding di famiglia per 143 milioni. Nel 2009 il valore era diminuito di due terzi. Una perdita secca di quasi 100 milioni. E potrebbe non essere ancora finita.

2- OGGI VALE PER RCS, DOMANI PUÒ VALERE PER UN OBIETTIVO DIVERSO. E NEANCHE TANTO LONTANO: LE GENERALI
Marcello Zacché per Il Giornale

 

Sostiene Diego Della Valle, patron della Tod's ma anche grande azionista delle Generali, di Mediobanca e della Rizzoli, che i direttori del Corriere della Sera, una volta che le deleghe vengono assegnate dal consiglio d'amministrazione, «bisogna lasciarli lavorare e sopportarli». Molto probabilmente si tratta di un refuso, mentre la parola giusta era «supportarli». O forse è stato un lapsus.

Comunque pare un passaggio originale da cui partire, perché l'intervista rilasciata ieri da Della Valle a Repubblica è uno di quegli eventi che nel campo dei cosiddetti poteri forti fa discutere e rivela due o tre cosette interessanti. Tanto più in una fase politica delicata come questa, nella quale gli umori dei grandi della finanza sono da interpretare per bene. E Della Valle è notoriamente vicino ai centristi, grande amico di Luca di Montezemolo, e di Enrico Mentana.

 

Il tema di partenza è appunto il Corriere, perché il suo direttore, Ferruccio De Bortoli, è finito nel mirino di alcuni tra i suoi 14 grandi soci (riuniti nel patto di sindacato che controlla il 65% della Rcs) per alcuni articoli critici nei confronti di questi stessi, come per esempio la Fiat. Ma non solo: hanno fatto clamore gli attacchi anche ad altri pezzi di sistema, come l'Eni di Paolo Scaroni.

Quando succede questo, intorno al Corriere viene subito da chiedersi chi sono i mandanti, chi ha iniziato per primo, chi ha risposto per secondo, eccetera. Come se le colonne del primo quotidiano nazionale diventassero il terreno per la regolazione dei conti tra i grandi soci di cui sopra. Tra i quali ricordiamo Mediobanca, Fiat, Generali, Intesa, Tod's, Pirelli, Ligresti. Banche e imprese.

 

E in questo quadro, ogni movimento rilevante sarebbe sempre benedetto di un accordo di fondo tra i due grandi saggi della finanza: Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, presidenti di Intesa e Generali. Lo stesso accordo che, meno di due anni fa, produsse la soluzione De Bortoli per sostituire Paolo Mieli. Ebbene: oggi Della Valle si schiera apertamente contro questa lettura. Affermando che non possono essere due «vecchietti arzilli» che decidono morte e miracoli in via Solferino.

Influenzando, tra l'altro, anche sistemi di pressione informativa parallela, per esempio via Internet. E questo perché la Rcs non è un'azienda diversa dalla altre, e va gestita come le altre nei luoghi deputati, ossia nei consigli d'amministrazione. Segue (salvo lapsus) il sostegno a De Bortoli.

Ma perché Della Valle dice questo e lo dice oggi? In fondo egli non è estraneo a questo sistema di potere, né alle sue logiche. Viceversa non sarebbe presente nei santuari di Mediobanca, Generali ed Rcs. Parimenti, è sua facoltà esternare tali pensieri all'interno dei consigli stessi in cui siede. Mentre le dichiarazioni di questo tipo, se fatte in pubblico, risultano volutamente mirate a lanciare messaggi più complessi.

 

Allora l'impressione è che ci sia una strategia, perché il Della Valle di questo inizio decennio è una figura diversa e più forte del passato, che può provare ad alzare la posta e spezzare i vecchi equilibri con una sorta di «manifesto post bancario», nel quale si decreta la fine del potere, soprattutto personale, derivante dal sistema bancocentrico, a favore di chi i capitali ce li mette in proprio.

 

Un manifesto che vede da un lato le banche ridimensionate dalla crisi finanziaria; dall'altro imprese come la Tod's che proprio con la crisi è diventate una multinazionale del Lusso: i conti 2010 (fatturato in crescita del 10%) sono stati accolti dal mercato come assai meglio delle attese. Mentre il titolo è entrato nell'indice FtseMib e Della Valle è da poco diventato il primo socio di Saks, negli Usa.

Aggiungiamo il recente clamoroso successo dell'operazione Colosseo, che verrà restaurato grazie ai 25 milioni della sponsorizzazione della Tod's, e il cerchio si chiude. Dunque lo «scarparo» - non ce ne voglia per il nomignolo che da gran lavoratore pensiamo non lo offenda - ci tiene a rimarcare che chi pensa di avere a che fare con un portatore d'acqua, si sbaglia.

Nelle scelte, nella gestione, nelle nomine, bisognerà fare i conti con lui. E non solo: nell'intervista c'è un passaggio che riguarda Giuseppe Rotelli (l'imprenditore ospedaliero che arriva al 10% di Rcs ma non siede nel patto), che «ha investito soldi suoi ed è giusto che stia nel cda», che suona come una chiamata alle armi. Come un invito a sganciarsi dalla tutela bancaria. Invito valido per tutti quelli che, come Della Valle, desiderano sottoscrivere il suo manifesto. Il che, se oggi vale per Rcs, domani può valere per un obiettivo diverso. E neanche tanto lontano: le Generali.

 30-01-2011]

 

 

 NON FATE LEGGERE A PERISSINOTTO E A GERONZI IL SITO ZEROHEDGE CHE SPARA: "LA PROSSIMA TESSERA DEL DOMINO A CADERE: LE COMPAGNIE ASSICURATIVE EUROPEE - ESPLODONO I CREDIT DEFAULT SWAPS DI ASSICURAZIONI GENERALI"
È probabile che molti uomini della finanza e delle imprese regaleranno a Natale il libro "Too big to fail" che sta scalando le classifiche nelle librerie italiane.

È un volume di 640 pagine scritto da Andrew Ross Sorkin, un giovane giornalista del "New York Times" che è riuscito a raccontare i retroscena e gli scandali del crollo di Wall Street e di Lehman Brothers. La lettura di questo libro è impressionante per la quantità e la precisione dei dettagli sui protagonisti dei giorni in cui sembrava che il mondo crollasse. Molte pagine sono dedicate anche al salvataggio del colosso assicurativo AIG per il quale il governo americano intervenne con 85 miliardi di dollari.

 

È di oggi la notizia che AIG (American International Group) si è rimessa in sesto ed è riuscita a piazzare sul mercato dei bond obbligazioni per 2 miliardi di dollari. Questa informazione appare in prima pagina sul "Sole 24 Ore" e dovrebbe mettere a tacere chi pensa che dopo la bolla subprime, derivati, case, banche e stati sovrani dell'Eurozona, stia per arrivare l'Apocalisse nel mondo delle compagnie assicurative.

A spargere benzina sul fuoco ha provveduto nelle ultime ore il sito inglese "Zero Hedge" che fa capo a Tyler Durden. Questo Tyler Durden in realtà non esiste ed è uno pseudonimo ripreso da un personaggio del cinema dietro il quale si nasconderebbe un certo Daniel Ivandjiiski. L'unico fatto certo è che il sito fondato nel gennaio 2009 usa un linguaggio molto critico e non risparmia nessuno. In passato ha attaccato frontalmente Goldman Sachs lasciando perplessa la comunità finanziaria della City per il suo tono iperbolico.

 

Martedì ha preso di mira le Generali di Trieste e si è soffermato in particolare sulla quantità di obbligazioni di Paesi europei che fanno parte del patrimonio della Compagnia. Con parole che solo gli addetti ai lavori possono capire, Tyler Durden sostiene che il Leone di Trieste dispone di asset per 423 miliardi e che ben 262 miliardi di questo patrimonio è basato sui bond europei.

 

Il sito di Londra indica anche la percentuale dei vari paesi Eurozona in cui sono spalmate le obbligazioni Generali (Italia 28%, Francia 22%, Germania 25%). E aggiunge a commento: "sappiamo tutti cosa è successo al prezzo dei bond italiani nelle ultime settimane con lo spread dei bund tedeschi che è arrivato al massimo storico".

A proposito dello spread sui Credit Default Swaps, aggiunge che quello di Generali martedì è schizzato di 34 punti base in un giorno.

È probabile che a Trieste le parole minacciose del fantomatico Tyler Durden sul sito "zero hedge" non creino brividi e terremoti. In occasione dell'investor day che si è tenuto alla fine della settimana scorsa, queste notizie erano già di dominio pubblico e la spalmatura delle obbligazioni tra paesi come la Germania, la Francia e l'Italia non era interpretata come un allarme.

L'unica domanda che resta in piedi riguarda la manina che lancia questi messaggi sul principale protagonista delle assicurazioni italiane. Al buon Perissinotto e al presidente Cesarone Geronzi il compito di cercarla.

http://www.zerohedge.com/article/next-shoe-drop-european-insurance-companies-assicurazioni-generali-cds-explodes?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+zerohedge%2Ffeed+%28zero+hedge+-+on+a+long+enough+
timeline%2C+the+survival+rate+for+everyone+drops+to+zero%29



.02-12-2010]

 

 

 

- GONG! NUOVO ROUND DELLA VALLE-GERONZI. LO SCARPARO: "IN ITALIA ABBIAMO DEI PERSONAGGI CHE SEMBRANO DISK JOCKEY DELLA FINANZA" (ANCHE SE E' UNA BUGIA, PER NOI E' UN GRANDE SPOT: "DAGOSPIA È UN SITO CHE NON GUARDO MAI")
Questa mattina alle 11 nella sala della stampa estera Luigino Abete riprenderà a sudare.

Di fronte ai corrispondenti dei giornali stranieri e italiani dovrà rispondere alle domande sul programma di investimenti di Cinecittà, la holding nella quale si ritrova accanto al compagno di merende Dieguito Della Valle.

Luigino è reduce da una settimana di gloria che è cominciata con la celebrazione davanti al Capo dello Stato del centenario di Assonime, l'Associazione delle società per azioni di cui è presidente e sulla quale sono partiti dai giornali squilli di tromba perfino esagerati. Per l'imprenditore romano l'appuntamento di questa mattina può avere qualche insidia perché le domande potrebbero cadere sugli investimenti immobiliari che Cinecittà intende fare e sui quali si è parlato di speculazione.

 

È probabile che Luigino si trovi solo di fronte ai giornalisti morbosi perché Dieguito Della Valle considera amichevole e marginale la sua partecipazione nel business di Cinecittà. Ormai l'imprenditore marchigiano ha scelto di volare più alto. In un'intervista al quotidiano "La Stampa" non parla affatto di Cinecittà ma ripercorre le fortune della sua azienda che con 3.000 dipendenti vale 2 miliardi ed è sbarcata nei magazzini Sacks di New York dove tra poco si apriranno i grandi saldi di Natale.

Lo scarparo marchigiano non dimentica mai di ricordare la figura del padre Doro che a 80 anni continua ad aiutarlo in azienda e gli ha consentito di diventare un uomo d'oro con un posto di prima fila dentro Mediobanca, Rcs e Generali.

 

E a proposito di Generali dove - come Dagospia ha raccontato nei giorni scorsi - Dieguito ha avuto uno scontro verbale con il presidente Cesarone Geronzi, lo scarparo si toglie un sassolino dai mocassini e dice: "in Italia abbiamo dei personaggi che sembrano disk jockey della finanza". È probabile che Cesarone Geronzi, impegnato oggi a Venezia nell'incontro con gli investitori internazionali, scriva sulla sua agendina questa frase provocatoria perché l'allusione di Dieguito al banchiere di Marino che come un disk jockey ha cambiato disco passando da Capitalia a Mediobanca e da Mediobanca alle Generali, non passerà senza conseguenze.

È chiaro che il patron di Tod's ormai si sente un protagonista di prima fila e può permettersi il lusso di dare consigli politici ("Montezemolo ha fatto bene a seguire il mio consiglio di non scendere in campo") e di dire clamorose bugie. La più grossa si trova alla fine dell'intervista-omaggio che appare oggi sul giornale della Fiat quando dice che "Dagospia non gli interessa. È un sito che non guardo mai".

Verrebbe da chiedergli a questo punto se per andare all'inferno bisogna camminare scalzi o avere le scarpe a pallini.26-11-2010]

 

 

 

1- MENTRE TUTTI PERDONO TEMPO A FICCARE IL NASINO SOTTO LE LENZUOLA DELLA MIGNOTTOCRAZIA BERLUSCONA, I POTERI FORTI SI SBRANANO SULLE MACERIE DEL DOPO-SILVIO - 2- SVELATA DA DAGOSPIA, È SCOPPIATA LA BOMBA GENERALI. INNESCATA DA GEROVITAL GERONZI PUNTA ALLA CONQUISTA DELLA CASSAFORTE D’ITALIA, IN MANO A MEDIOBANCA, CHE RACCHIUDE TELECOMITALIA, RCS-CORRIERE DELLA SERA E ASSICURAZIONI GENERALI - 3- STRATEGIA DELLA GERONTOCRAZIA: DEBELLARE DEFITIVAMENTE IL QUARTETTO ANTAGONISTA PERISSINOTTO-AGRUSTI-NAGEL-PAGLIARO A COLPI DI ISVAP: ECCO LE CARTE DEL PASTICCIO DEL FINANZIERE CECO KELLNER NELLA SUA SCALATA DEL 2007 AL COLOSSO TRIESTINO DOVE RICOPRE IL DUPLICE RUOLO DI AZIONISTA E MEMBRO DEL CDA

1- DAGOREPORT
Dopo Dagospia anche il 'Sole' di Riotta scopre la bomba Generali con il durissimo j'accuse dell'Isvap di Giannini. Cosa si nasconde dietro l'intreccio tra Generali e Repubblica Ceca? Qual è il vero ruolo del finanziere ceco Kellner nella sua scalata del 2007 al colosso triestino dove ricopre il duplice ruolo di azionista e membro del cda.

 

Cosa hanno da dire in proposito Ciccio Perissinotto ed il direttore generale Agrusti, che è il vero boss della compagnia triestina, che con il sostegno del vecchio Berhneim accompagnarono l'operazione?

All'Isvap vogliono anche spiegazioni sui poteri degli attuali amministratori. Anche Mediobanca segue da vicino lo sviluppo della vicenda e c'è chi giura che il giovane Nagel ha una gran voglia di spostarsi a Trieste proprio al posto di Perissinotto perchè ha capito che a Piazzetta Cuccia può solo pettinare le bambole. Ma il mandarino Geronzi non lo farà certo passare mentre Caltagirone e Pelliccioli stanno a guardare per adesso il casino che scoppierà pronti ad entrare pesantemente nella partita.

2- IN ARRIVO LE RISPOSTE ALL'ISVAP SUL CASO REPUBBLICA CECA
Riccardo Sabbatini per il Sole 24 Ore

 

Si preparano a rispondere nei tempi richiesti ai quesiti posti dall'Isvap. Ma fin d'ora le Generali sottolineano la loro «grande soddisfazione» - fanno sapere a Trieste - per i risultati raggiunti nell'Europa dell'Est grazie all'alleanza stretta con la Ppf di Petr Kellner. Il tema è divenuto d'attualità in questi giorni a seguito della lettera - la sua esistenza è stata rivelata sul sito di gossip Dagospia - con la quale il regulator ha chiesto informazioni sulle ultime evoluzioni della corporate governance triestina, anche in relazione alla partita ceca ed ai rapporti con Kellner, divenuto nel frattempo un importante azionista del Leone (con circa il 2%). Le risposte arriveranno nelle prossime settimane - come richiesto dall'authority - ma il clamore assunto dalla vicenda ha insinuato il dubbio che si toccasse un nervo scoperto nella recente strategia del gruppo triestino. I numeri che emergono ai bilanci, però, dicono altro.

 

Le forze messe assieme nella joint venture Generali-Ppf realizzata nel 2007 hanno permesso alla compagnia italiana, che detiene il 51% di quell'intesa, di scalare posizioni su posizioni nella classifica dei maggiori assicuratori dell'area. È divenuta il primo operatore nella repubblica ceca, il terzo in Slovacchia, l'ottavo in Polonia, ha consolidato il secondo posto in Ungheria. Con quasi 4 miliardi di premi nel 2009 ha triplicato la produzione nel ramo vita (a 1,7 miliardi) e più che raddoppiato (a 2,2 miliardi) quella nei rami danni.

Sotto il profilo reddituale le compagnie del gruppo italiano attive nell'area avevano realizzato nel 2007 un utile operativo di 87,9 milioni di euro, balzato nel 2009 a 637 milioni di euro, di cui la quota di Generali è di 319 milioni. Considerando l'apporto di capitale cash investito nella joint venture (circa 1,1 miliardi) la redditività è significativa. Applicando gli stessi multipli utilizzati per l'Ipo della compagnia polacca Pzu la valutazione di Generali Ppf si attesterebbe tra i 6 e i 6,5 miliardi di euro rispetto ai 5 miliardi stimati nel 2007.

 

Certamente la crisi dei mercati ha investito economie di paesi che hanno ancora una struttura finanziaria fragile. Ma la fiducia, e la scommessa, degli assicuratori italiani è che proprio quei paesi saranno i primi a ripartire quando il trend dei mercati tornerà positivo.

Fin qui la portata economica dell'intesa. E i chiarimenti richiesti dall'Isvap? Su questo i manager triestini tengono le bocche cucite. Da quanto si è appreso, comunque, le curiosità dell'organo di vigilanza sulla partita ceca riguarderebbero soprattutto due punti. Il ruolo di Kellner nella governance del Leone, nel duplice ruolo di azionista e membro del cda - una posizione peraltro comune ad altri importanti soci del Leone - e la gestione dei potenziali conflitti d'interesse che possono insorgere.

 

 

Sul punto, peraltro, già insistono le nuove norme sulle operazioni con parti correlate stabilite dalla Consob e che entreranno in vigore a gennaio. Le relative procedure interne, approvate all'ultimo cda della compagnia e pubblicate in questi giorni sul suo sito web, impongono una trasparenza per le operazioni in conflitto e l'adozione di speciali procedure autorizzative per gli «affari» che superano l'ammontare di 500 milioni.

 

Va anche aggiunto che la strategia seguita dalle Generali per l'espansione all'estero ha quasi sempre puntato (ad esempio in Cina o India) a costruire joint venture con partner locali così da potersi giovare delle conoscenze del mercato locale che quei compagni di strada potevano garantire.

 

L'altro set di richieste informative riguarda la gestione delle diverse opzioni put e call sottoscritte nell'ambito dell'accordi con Kellner, e che sarebbero state oggetto di una recente verifica. Le opzioni, come fu precisato nei comunicati ufficiali diffusi nel 2007, attribuivano a Generali un diritto ad acquistare la quota della joint venture un mano al partner ceco in caso di stallo nella governance e di material default. E, «in certi casi» (al tempo non fu reso noto quali) Ppf poteva esercitare un diritto a vendere. Le risposte, appunto, arriveranno nelle prossime settimane. 21-11-2010]

 

 

 

5- LA VENDETTA DI BERNHEIM CONTRO GEROVITAL GERONZI SI CONSUMA SUL "FINANCIAL TIMES": UN ARTICOLO INVITA BOLLORÉ A "DISTRICARSI DALLA RETE ITALIANA" DI MEDIOBANCA E GENERALI. NEGLI AMBIENTI DELLA FINANZA MILANESE L'ARTICOLO E' APPARSO ISPIRATO DAL VECCHIO EX-PRESIDENTE DELLE GENERALI, ANTOINE BERNHEIM"
Avviso ai naviganti N.2: "Si avvisano i signori naviganti che il noto giornalista inglese Paul Betts (amico di Arpe, Passera, Colaninno) ha scritto oggi sul Financial Times un articolo in cui invita il finanziere Bollore' a "districarsi dalla rete italiana" di Mediobanca e Generali. Negli ambienti della finanza milanese l'articolo e' apparso ispirato dal vecchio ex-presidente delle Generali, Antoine Bernheim".

 19-11-2010]

 

 

1- SULL’ULTIMO CDA DELLE GENERALI, IN DATA 11 NOVEMBRE, È CALATO UN SILENZIO ASSORDANTE. NESSUNO OSA PARLARE INFATTI DELLA LETTERA FIRMATA DELL’ ISVAP, CHE CONTIENE UN PESANTISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO LA GESTIONE DEL COLOSSO TRIESTINO - 2- A TRIESTE COMMENTANO CHE LA LETTERA DI GIANNINI È SOLO UN PRETESTO ORGANIZZATO NEI SACRI PALAZZI ROMANI PER DARE IL BENSERVITO AGLI ULTIMI MOHICANI DI BERNHEIM (NELL’ORDINE: NAGEL, PAGLIARO, PERISSINOTTO, AGRUSTI, BALBINOT) - 3- IL TOSTISSIMO SCAZZO TRA GERONZI E DELLA VALLE. CG: "NON DIRE SCIOCCHEZZE! QUESTE COSE LE PUOI DIRE SOLO AI TUOI LECCAPIEDI!" - DDV: "LA PAROLA "SCIOCCHEZZE" ME LA PUÒ DIRE SOLO MIO PADRE. NON CI PROVARE MAI PIÙ!". GELO. SIPARIO

DAGOREPORT

 

Sull'ultimo Cda delle Generali di Trieste, in data 11 novembre, è calato un silenzio assordante. Nessuno osa parlare infatti della lettera che il presidente Cesare Geronzi è stato costretto a leggere ai consiglieri.

 

Una missiva firmata da Giancarlo Giannini, presidente dell'authority sulle assicurazione (Isvap), che contiene un pesantissimo atto di accusa contro la gestione del colosso triestino.

Giannini ha anche preteso che la lettera venisse letta in consiglio affinché tutti si rendessero conto delle contestazioni avanzate.

C'è un precedente inquietante: quando la Banca d'Italia costrinse Roberto Calvi, allora padrone dell'Ambrosiano, di informare i consiglieri sullo stato di dissesto della banca.

 

Come mai il pio Giannini si è scagliato contro Gerovital Geronzi e il duplex Perissinotto-Balbinot? E perchè Gerovital ha letto la lettera solo dopo tre ore di un consiglio senza particolari problemi che ha assistito allo scazzo furibondo tra lo stesso Geronzi e lo scarparo a pallini, ossia Della Valle da Casette d'Ete?

 

"Non dire sciocchezze", ha tuonato Cesarone a Dieguito. "Queste cose le puoi dire solo ai tuoi leccapiedi"

Replica durissima dello Scarparo marchigiano: "La parola "sciocchezze" me la può dire solo mio padre. Non ci provare mai più". Gelo. Sipario.

 

A Trieste commentano che la lettera di Giannini è solo un pretesto organizzato nei sacri palazzi romani per dare il benservito agli ultimi mohicani di Bernheim (nell'ordine: Nagel, Pagliaro, Perissinotto, Agrusti, Balbinot). 17-11-2010]

 

 

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO CUCINATO DA LIGRESTI-GERONZI - ECCO COSA SI NASCONDE DIETRO L’INDISPONIBILITà DELLE BANCHE A COLLOCARE UN AUMENTO DI CAPITALE DI PREMAFIN FONDIARIA-SAI - Nella fretta Geronzi ha organizzato l’intervento di BOLLORè per cercare di bloccare la presa MEDIOBANCA di Pagliaro e Nagel SU LIGRESTI. Ma i francesi sono forse geronzi ma non gonzi e han fatto sapere - e pure scritto - che se ci sono problemi di Opa obbligatoria si ritirano. O peggio di antitrust

 

La Consob, si e' gia' capito da mesi, senza Presidente lavora bene. Anzi benissimo. Adesso spinge perche' sia data adeguata notizia al mercato su voti in consiglio espressi in relazione ad operazioni con le parti correlate. Insomma: che si sappia se e perche' il dott Bianchi o il Rag Rossi hanno votato contro la tal delibera che vendeva il cespite tal dei tali ad una societa' esterna, si', ma magari controllata da alcuni azionisti o amministratori della societa' stessa.

 


Fondiaria Sai abbonda di operazioni del genere: secondo una lodevole ricostruzione odierna del Sole, in cinque anni " ...le operazioni con parti correlate sono costate al gruppo Premafin Fondiaria Sai 411 milioni di euro".


La storia della debolezza patrimoniale di Sai Fondiaria e' nota agli addetti ai lavori da tempo. In un Paese normale - ci scusi D'Alema per la citazione - Paese che forse non esiste, da tempo lSVAP di Giannini, l'authority sulle assicurazioni, avrebbe dovuto obbligare la grande e storica compagnia governata dai Ligresti ad un congruo aumento di capitale. Che al fin fine forse la controllante Premafin lancera', ma per ora tutto si e' incagliato, in apparenza sul cosiddetto consorzio di collocamento e garanzia.

 

Possibile? Possibile mai che non si trovino banche disponibili? Disponibili da sempre a finanziare Ligresti per i suoi fini di controllo, prendendo a pegno azioni Sai-Fondiaria, ma non a collocargli un aumento di capitale? Qualcosa ci sfugge.


Bankomat prova a spiegarlo, felice di essere smentito dai fatti. Il punto e' che i pegni sono assunti dalle banche solitamente senza diritto di voto, per non incorrere in potenziali accuse di intrusione gestoria nella societa' oggetto e negli affari del loro creditore. Mentre collocando un aumento si rischia di diventare azionista davvero.

Allora il gioco e' chiaro: finche' si tratta di aiutare la parte correlata famiglia Ligresti a controllare una compagnia, che a sua volta controlla pacchetti decisivi di Mediobanca o Unicredit - tanto per citarne alcuni - va tutto bene. La cosa passa dalle segrete stanze degli uffici crediti che a loro volta fan capo al management delle banche, che cosi' si tengono amici i Ligresti.

Ma se le banche diventassero davvero azioniste effettive di Sai Fondiaria, sarebbe un gran pasticccio. Quanti più' consiglieri e quante delibere nei vari istituti sarebbero interessati dalle norme sulle parti correlate? Più' e peggio di quanto gia' non succeda oggi.

 

Nella fretta Geronzi ha organizzato l'intervento di Groupama per cercare di bloccare la presa di Pagliaro e Nagel sull'Ingegnere di Paterno'. Ma i francesi sono forse geronzi ma non gonzi e han fatto sapere - e pure scritto - che se ci sono problemi di Opa obbligatoria si ritirano. O peggio di antitrust.


Alla fine pertanto e' tutto fermo, con buona pace dei piccoli azionisti e dei clienti di Sai Fondiaria, e dell'Isvap, perche' l'aumento di capitale non si puo' fare per problemi a monte, perche' e' prioritario garantire il controllo della compagnia alla Famiglia, non irrobustirla davvero e salvarla.
Complimenti a tutti ed al monumentale gioco di parti correlate e conflitto d'interessi. 17-11-2010]

 

 

1- Perché nessuno riporta dello scazzo con sfanculamento tra lo Scarparo a pallini e Gerovital Geronzi durante il consiglio delle Generali Assicurazioni di ieri? E perché nessuno parla della lettera di fuoco che l'Isvap, la Consob delle assicurazioni, ha inviato a Trieste segnalando una serie di inadempienza più violente della bora? Ah, saperlo...

 

11.11.10

 

COME GEROVITAL GERONZI HA ALLUNGATO I SUOI ARTIGLI SUL TESORO DELLA PENISOLA RACCHIUSO IN MEDIOBANCA (TELECOMITALIA, RCS-CORRIERE E GENERALI ASSICURAZIONI) - ATTRAVERSO IL FINANZIERE FRANCESE BOLLORè, VICE DI GERONZI IN GENERALI, - NASCE UN BLOCCO CHE PESERÀ PER CIRCA IL 15% IN QUELLA MEDIOBANCA CHE È IL MAGGIOR AZIONISTA DELLE GENERALI DI CUI BOLLORÉ È VICEPRESIDENTE, E AL TEMPO STESSO LA SALDATURA PLASTICA DELL’ASSE CHE VA DAL PRESIDENTE DEL LEONE CESARE GERONZI, AL FINANZIERE BRETONE, AI LIGRESTI. UN BEL ROMPICAPO? SENZA DUBBIO. E UN ROMPICAPO AL QUALE ANCHE L’ANTITRUST - SEMPRE ATTENTA AGLI INTRECCI INTORNO A MEDIOBANCA - POTREBBE DECIDERE FINALMENTE DI DEDICARSI

 

Francesco Manacorda per La Stampa

 

Si scrive Vincent, ma si legge Vincenzo. Vincenzo Bollorè perchè il finanziere bretone dimostra ancora una volta di essere più italiano di tanti suoi colleghi al di qua delle Alpi: per la sua capacità di collocarsi strategicamente in quella ragnatela di partecipazioni incrociate e rapporti personali che è il capitalismo tricolore, ma anche perché essersi adeguato perfettamente al Belpaese in campo di conflitti d'interesse, comunicazioni al mercato un po' surreali, manovre arrembanti che si rivelano preveggenti e fruttuose.

Non è proprio un caso scontato, insomma, che il vicepresidente delle Generali prima si lanci in acquisti fino al 5% di una compagnia concorrente come Fonsai e poi agisca - nonostante le smentite di prammatica ripetute in queste settimane - da traghettatore per un altro concorrente francese nel capitale della stessa compagnia.

 

Certo, la mossa alla fine non è il male peggiore per Mediobanca e Generali - che temevano sopra ogni altra cosa lo sbarco in Fonsai dei colossi internazionali Axa ed Allianz - ma ieri è comunque bastata a far storcere la bocca a più di un socio del Leone.

Allo stesso modo non si può certo imputare al povero Vincenzo la natura incestuosa del capitalismo italiano, ma sta di fatto che alla fine dell'operazione franco-ligrestiana il quadro sarà grossomodo il seguente: Bollorè, con una quota di Mediobanca che può arrivare al 6%, seduto nel patto di sindacato di piazzetta Cuccia; accanto a lui gli storici alleati di Groupama con un 5% complessivo, fuori e dentro dall'accordo sindacato, e poi la solita Fonsai con il 4% sempre nel patto Mediobanca. Ma proprio a monte di Fonsai - in Premafin - si ritrovano di nuovo Groupama, che avrà il 17,89%, e - se deciderà di restare - lo stesso Bollorè con una quota che oggi è del 5%.

 

Dunque un blocco che peserà per circa il 15% in quella Mediobanca che è il maggior azionista delle Generali di cui Bolloré è vicepresidente, e al tempo stesso la saldatura plastica dell'asse che va dal presidente del Leone Cesare Geronzi, al finanziere bretone, ai Ligresti. Un bel rompicapo? Senza dubbio. E un rompicapo al quale anche l'Antitrust - sempre attenta agli intrecci intorno a Mediobanca - potrebbe decidere di dedicarsi.

 

Allo stesso modo la Consob, che in questi mesi ha sempre seguito con attenzione particolare le mosse di Premafin adesso ha «acceso un faro», come si usa dire, su quello che è avvenuto; compresi presumibilmente gli acquisti in serie di Bolloré.

Certo, la versione ufficiosa che ieri è stata fatta circolare racconta la storia pittoresca di un accordo deciso in meno di 72 ore, tra un cda di Groupama mercoledì e uno di Premafin, che si sarebbe vista piovere dal nulla la proposta francese solo giovedì, tenutosi ieri. Come se un affare del genere non richiedesse più tempo e impegno che l'acquisto di uno scooter usato.

 

Sempre la stessa versione glissa sul ruolo di Bollorè, che però secondo alcune fonti sarebbe stato presente proprio all'incontro tra i Ligresti e i rappresentanti di Groupama che si è tenuto giovedì mattina nelle stanze di Mediobanca.

All'assemblea, non a caso, il finanziere bretone è arrivato oltre mezz'ora dopo gli altri consiglieri. E ne è uscito troppo presto per sentire un socio che proponeva un'azione di responsabilità contro i vertici di Mediobanca, colpevoli - a suo dire - di aver appaltato la pubblicità della controllata CheBanca! senza gara a una sola società. Una società che si chiama Havas, ed è del Vincenzo d'Oltralpe. 30-10-2010]

 

 

 

MUCCHETTI MISTERY - COME MAI IL VICE DIRETTORE DEL CORRIERE LANCIA UNA STORIA COSì RISIBILE CHE VEDE GERONZI, UNICO TRA I SOCI DI TELECOMITALIA, CANDIDARE PROFUMO AL POSTO DI BERNABé QUANDO LA DETRONIZZAZIONE DI MISTER ARROGANCE HA VISTO GEROVITAL IN PRIMA LINEA? - FORSE LO VEDREMO NELLE PROSSIME PUNTATE DOVE ANDRà A PARARE MUCCA PAZZA

Massimo Mucchetti per il "Corriere della Sera"

 

Per Franco Bernabè l'audizione di ieri alla Camera è stata l'occasione per delimitare il campo di battaglia sul futuro di Telecom Italia e suo personale. Con la nomina di Paolo Romani a ministro dello Sviluppo economico e con le parole del presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, ha ripreso fiato l'idea di forzare l'ex monopolio ad accelerare gli investimenti nella rete di nuova generazione e a condividerli con la Cassa depositi e prestiti e i concorrenti Vodafone, Fastweb, Wind.

Nello stesso tempo, riaffiora l'insoddisfazione di Cesare Geronzi mentre dalle Generali si auspica un cambio della guardia alla scadenza del consiglio in primavera e addirittura si ipotizzano candidati di prestigio internazionale come Alessandro Profumo.

Bernabè ha parlato al governo e, di fatto, agli azionisti. Al governo ha ricordato che Telecom è uscita dal regime di concessione pubblica nel gennaio 1998. Dei suoi investimenti, pertanto, risponde solo ai soci. I quali sanno che nessun ex monopolio si prepara a condividere la rete, l'asset più prezioso. Basta garantire parità d'accesso ai concorrenti con l'Open access.

 

Ci sono lamentele? Proprio ieri Corrado Calabrò, il presidente dell'Agcom, primo fautore delle reti di nuova generazione, ha contestato le stime dei rivali di Telecom sui costi di interconnessione. Nessun ministro può dunque avanzare pretese dirigiste. D'altra parte, la stessa Cassa depositi e prestiti non è disposta a regalare quattrini all'ipotetica società della rete ma solo a finanziare progetti veri. E di progetti veri ci sono solo quelli delle Regioni Lombardia, Basilicata e Sardegna e della Provincia di Trento, fatti assieme a Telecom Italia.

Ai soci Bernabè ha proposto nuove prospettive in America Latina. Dopo tanti contenziosi, Brasile e Argentina sono sbloccati. In Telecom Argentina, in particolare, Telecom ha acquisito il controllo elevando dal 50 al 58% la quota nella holding Sofora. Ora Telecom può consolidare linea per linea.

 

L'effetto sull'Ebitda è notevole, quello sul risultato finale quasi nullo perché l'interessenza, al netto delle quote dei terzi, sale solo dal 14 al 16%. Ma Bernabè potrà elevare l'interessenza al 30% acquisendo maggior presa sul cash flow attraverso un po' di ingegneria finanziaria. E questo conta. Resta l'Italia, dove Telecom fatica ancora. Il taglio dei costi c'è e salva i margini, ma i ricavi soffrono.

E se gli analisti di Mediobanca declassano il titolo da outperform a neutral, i banchieri di Piazzetta Cuccia attribuiscono le difficoltà principalmente alla crisi dell'economia confermando piena fiducia a Bernabè. Allo stesso modo di Intesa Sanpaolo, dove l'amministratore delegato Corrado Passera non ha dubbi, mentre a suo tempo qualche dubbio l'aveva manifestato, in sintonia con Geronzi, il presidente Giovanni Bazoli. Il fatto è che tutti oggi hanno le loro gatte da pelare. E di Profumo si parla soltanto: nessuno gli ha ancora chiesto nulla. 20-10-2010]

 

MEDIOBANCA: A GERONZI EMOLUMENTI PER 2,7 MLN EURO NEL 2009-10...
Radiocor - Cesare Geronzi ha ricevuto emolumenti per 2,7 milioni di euro durante la permanenza alla presidenza di Mediobanca nell'esercizio 2009-2010 concluso lo scorso 30 giugno. E' quanto emerge dal bilancio dell'istituto di Piazzetta Cuccia. Geronzi ha lasciato l'incarico dopo la sua nomina alla presidenza delle Generali, in aprile. Al suo successore, Renato Pagliaro, presidente dal 10 maggio scorso e fino ad allora direttore generale e all'a.d. Alberto Nagel sono andati compensi complessivi per 2,55 milioni di euro, ma non sono stati versati bonus, come nel precedente esercizio. Ad entrambi sono state pero' attribuite 350mila stock option.20.10.10

 

salvate il soldato ligresti (da una montagna di debiti) - geronzi non può permettersi di "perdere" Don Salvatore: metterebbe in pericolo la sua poltrona di presidente delle generali - ed ecco arrivare i capitali del francese bolloré - Gli imprenditori vanno e vengono. Si consumano grandi crack (Cirio, Parmalat) ed epiche battaglie per il potere. Ma Geronzi è sempre lì. Sempre più forte. E gli amministratori di Mediobanca, ammirati, mettono a bilancio addidittura un tributo al presidente uscente....

Vittorio Malagutti per Il Fatto

Vincent Bolloré, il finanziere francese, anzi bretone, che controlla un impero da 3 miliardi e più di ricavi tra finanza, trasporti, media e pubblicità, dice che non c'è niente di importante. Che lui, grande amico del presidente Nikolas Sarkozy, è un investitore tranquillo che "non ha mai dato fastidio a nessuno". Traduzione: se Bolloré compra azioni del gruppo di Salvatore Ligresti lo fa solo perché vede buone occasioni di guadagno nel lungo termine.

Chiaro, chiarissimo, ma in Borsa nessuno ha creduto a questa spiegazione minimalista. E la speculazione ha continuato a scommettere alla grande su prossime novità in casa Ligresti. Tant'è vero che mentre Bolloré parlava, ieri pomeriggio, i titoli oggetto delle sue recenti attenzioni sono partiti a razzo. Premafin è salita addirittura del 7,9 per cento e la controllata Fondiaria, la compagnia di assicurazioni che è la polpa del gruppo, ha messo a segno un progresso del 6,5 per cento.

L'unico fatto alla base di questo exploit è la notizia che Bolloré ha portato dal 2 per cento circa al 2,38 per cento la sua partecipazione nel capitale Premafin. Quest'ultima ha guadagnato in Borsa addirittura il 17,5 per cento dal 28 settembre, quando per la prima volta si è avuta notizia delle manovre del finanziere bretone. E anche Fondiaria in sole otto sedute ha recuperato il 12,6 per cento. Tutto sommato non è neppure granché se si pensa che la stessa Fondiaria un anno fa viaggiava intorno ai 14 euro e adesso, solo grazie all'exploit di questi giorni, è tornata a superare quota 8 euro.

I grandi investitori, e lo stesso Ligresti, hanno quindi tutto l'interesse a veder montare la panna delle voci, perchè quantomeno serve a rilanciare quotazioni (e quindi il valore dei loro pacchetti azionari) che sono in coma profondo ormai da molto tempo. Il motivo dei forti ribassi dei mesi scorsi è semplice: il gruppo Ligresti se la passa davvero male.

Fondiaria perde soldi (157 milioni solo nel primo semestre di quest'anno) perchè troppo concentrata nel ramo Rc auto in grave crisi e per di più imbottita di immobili, in parte scaricati dalle società personali dello stesso Ligresti, dal rendimento deludente e difficili da vendere sul mercato del mattone ancora in affanno.

Gli indici patrimoniali che segnalano la solidità della compagnia (margine di solvibilità) forse non ancora a un livello di allarme rosso, ma certo preoccupano gli analisti. Proprio il primo di ottobre Fondiaria ha incassato la bocciatura della società di rating Standard& Poor's che abbassato la valutazione da BBB+ a BBB. E il secondo siluro nel giro di pochi mesi: a marzo il rating era A-.

Per riportare la situazione sotto controllo ci sono due strade. Si possono cercare compratori per alcune attività (immobili, società controllate). Oppure chiedere in Borsa denaro fresco con un aumento di capitale.

Di questi tempi però vendere asset è difficile, a meno di non accontentarsi di prezzi da saldo. E l'aumento di capitale è molto improbabile per che Ligresti per andare in minoranza nel capitale della compagnia dovrebbe mettere mano al portafoglio e spendere denaro di cui al momento non dispone visto che anche le sue holding personali sono fortemente indebitate. E allora, per evitare guai peggiori, non resta che la soluzione di sistema. Funziona così: il potere finanziario che fa capo alla galassia Mediobanca-Generali farà il possibile per puntellare Ligresti. E questo per almeno due ordini di motivi.

Primo: il finanziere siciliano gioca un ruolo fondamentale nel capitale di alcune società chiave per gli assetti di potere del capitalismo nazionale: Corriere della Sera, Pirelli e la stessa Mediobanca. Secondo: se una compagnia straniera riuscisse mettere le mani su Fondiaria (la terza in Italia) gli equilibri finirebbe per mettere in pericolo la posizione delle Generali (prime in graduatoria). E così l'ingresso in scena di Bolloré viene interpretato come un segnale chiaro che sta prendendo forma la rete di protezione intorno a Ligresti.

Il finanziere francese da quasi un decennio è ben inserito nei salotti che contano. Ad aprile è diventato vicepresidente di Generali proprio in occasione della nomina del nuovo numero uno Cesare Geronzi, a cui nell'ultimo anno si è molto avvicinato. Non bastasse, Bolloré ha anche un ruolo importante in Mediobanca dove, oltre a essere azionista con una quota del 5 per cento, guida il cosiddetto gruppo C dei soci esteri del patto di sindacato.

Quindi, si ragiona in Borsa, gli acquisti di questi giorni dalla Francia si spiegano in una logica tutta italiana. E'quindi possibile che nei prossimi mesi si reciti un copione simile a quello già andato in scena di recente.

Prima di fare le valigie da Unicredit, Profumo ha dato via libera a un'operazione con cui la banca ha rifinanziato a condizioni assai vantaggiose una delle holding personali del finanziere siciliano. Anche Geronzi si è speso per sistemare la partita su Citylife, il nuovo quartiere milanese in costruzione dove è coinvolta Generali insieme con Ligresti. E la stessa Mediobanca, esposta per oltre un miliardo su Fondiaria, ha già riconfermato pieno appoggio.

Infine, molto più defilato come spesso gli accade, si sta muovendo anche un finanziere di lungo corso come Francesco Micheli, protagonista di innumerevoli blitz borsistici, legato a Ligresti da una lunga amicizia. È stato lui, nel 2002, a giocare un ruolo decisivo nelle manovre borsistiche che hanno portato il finanziere siciliano a prendere il controllo di Fondiaria. E da allora non ha più lasciato il suo ruolo di suggeritore-consigliere.

I BILANCI CELEBRANO LE GESTA DI GERONZI
E' durata quasi vent'anni la stagione di Cesare Geronzi in Mediobanca. Dal marzo del 1992 all'aprile di quest' anno, come ricorda l'ultimo bilancio dell'istituto (chiuso a giugno) reso pubblico ieri. Nel frattempo niente è più come prima sotto il cielo della finanza italiana. Pochissimi dei protagonisti di allora sono ancora sulla breccia. E, a parte Giovanni Bazoli di Intesa, nessuno tra i banchieri che allora dominavano la scena si trova adesso al posto di comando di un grande istituto.

Nel 1992 Geronzi varcò la soglia del tempio allora governato da Enrico Cuccia quando da poco era salito al vertice della neonata Banca di Roma. Due decenni dopo è partito dalla presidenza di Mediobanca a quella delle Generali. Un trasloco che è stato la consacrazione definitiva di un potere senza eguali sulla scena finanziaria. Gli imprenditori vanno e vengono. Si consumano grandi crack (Cirio, Parmalat) ed epiche battaglie per il potere. Ma Geronzi è sempre lì. Sempre più forte. E gli amministratori di Mediobanca, ammirati, mettono a bilancio addidittura un tributo al presidente uscente. 10-10-2010]

 

. SE PER L'ALITALIA TRIESTE STA IN SLOVENIA...
Da "Il Giornale" - Ieri è stato inaugurato il volo Trieste-Milano Linate, che non veniva effettuato dal 1998. Il nuovo servizio viene riferito, a torto o aragione, a Cesare Geronzi, da aprile nuovo presidente delle Generali, che hanno sede nel capoluogo giuliano: con lui in sella il complesso iter delle autorizzazioni avrebbe ricevuto un impulso decisivo.

Linate, infatti, è un aeroporto contingentato e non avrebbe potuto aumentare i collegamenti, se non in deroga alle norme che lo regolano. Così è stato individuato un escamotage: poiché le deroghe sono ammesse per le cosiddette «aree di convergenza», ex «obiettivo 1», zone cioè bisognose di sostegno, Trieste è stata assimilata alla Slovenia per poter ottenere le autorizzazioni al volo. Nelle richieste, dell'ottobre 2009, si fa riferimento, non senza qualche forzatura, a un unico bacino aeroportuale tra Venezia Giulia e Slovenia.

16.10.10

 

CARO GERONZI, TI SCRIVO
Quando ha letto Gerovital Geronzi definire la fusione Capitalia-Unicredit "un'operazione straordinaria non solo per me e per Profumo, ma per il Paese", il professor Alessandro Penati non ci ha visto più. E oggi scaraventa su Repubblica una lettera aperta al Sor Cesare (p. 1-26). "Le chiedo scusa a nome dei cittadini di questo Paese che che ancora non hanno capito quanto Lei ha fatto per loro. Li perdoni presidente, in tema di finanza sono duri di comprendonio, zoticoni che si fanno rifilare bond Parmalat e Cirio (tanto per citare nomi a Lei familiari), e bisogna avere pazienza.

 

Poi Penati passa alla famosa "operazione straordinaria" e fa notare che agli azionisti di Unicredit sono stati fatti sborsare 17,6 miliardi per "la sua Capitalia, che oggi si potrebbe comprare con appena 4 miliardi"; "il tutto con un tempismo perfetto, alla vigilia della più grande crisi bancaria degli ultimi cent'anni" e "con la soddisfazione di trovarsi pieni di prestiti in sofferenza".

 

Infine, la modesta preghiera: "A Lei, Presidente che opportunamente si definisce "banchiere di sistema", e a tutti gli altri che per il bene del Paese salvano Alitalia, aiutano Risanamento, Pirelli RE e Ligresti (...), tutelano la stabilità di Mediobanca e del Corriere, garantiscono l'italianità di Telecom, chiederei di rinunciare alla vostra proverbiale generosità e per una volta di anteporre agli interessi del Paese quelli gretti e meschini di quei poveri zoticoni che investono i loro risparmi nelle società che fondete, risanate e sostenete".. [27-09-2010]

 

"Il piano anti-indagini di Eternit. "Controllate quel procuratore". Sul Corriere, Marco Imarisio fa due cose che non usano più in Italia: segue i processi (anziché solo le indagini preliminari) e coltiva la memoria. "Per l'accusa, nel 2000 la multinazionale sapeva dei pericoli e tentò di non far emergere i collegamenti tra la casa madre e le sedi italiane. Pedinato Guariniello. Un'agenzia di pubbliche relazioni milanese "gestì in segreto il caso amianto". Il tutto quattro anni prima che si aprisse ufficialmente l'inchiesta (p. 21). . [27-09-2010]

 

GERONZI, RESTIAMO ATTENTI A TRASFORMAZIONI IN BANCHE E FINANZA...
(Adnkronos) - Le Assicurazioni Generali mantengono "la doverosa attenzione del gruppo alle trasformazioni che avvengono nel settore creditizio e finanziario nel nostro Paese e a quelle che si prospettano", attenzione che "non si traduce ne' in ingerenza ne' in schieramenti di parte, come rappresentato futilmente da qualche articolo di stampa privo di solidi argomenti".

Queste, riporta una sintesi diffusa dalla compagnia triestina, le parole del presidente Cesare Geronzi, che oggi ha incontrato gli imprenditori del Friuli-Venezia Giulia, per iniziativa del presidente della Regione Renzo Tondo, ripercorrendo i poco piu' di quattro mesi al vertice della compagnia.

 

L'incontro si e' tenuto a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine. Per Geronzi "le iniziative delle Generali e dell'intero suo gruppo dirigente sono quelle che la compagnia decide trasparentemente, e in ossequio alle norme vigenti, di assumere".

A proposito del lavoro compiuto nelle Generali, riporta la sintesi dell'intervento diffusa dalla compagnia, Geronzi dice tra l'altro che "sono state avviate iniziative per analizzare e migliorare l'organizzazione tutta, in funzione di guadagni di efficienza e di trasparenza: a breve, sosterranno le prime indicazioni".

26.10.10

 

LA FRASE CETRIOLO DI GERONZI: “IO QUI A RIMINI IN MEMORIA DI DON GIUSSANI MA NON SONO MAI ANDATO A CERNOBBIO” – SI SCRIVE CERNOBBIO MA SI LEGGE PASSERA-PROFUMO-DRAGHI (LA FINANZA ANGLO-USA) - Le filiere sono ormai definite. I cattolici "papalini": belusconi, bossi, geronzi (con bazoli), DA UNA PARTE. DALL’ALTRA I laici: fini, passera, DE BENEDETTI, enrico letta, veltroni, chiamparino, vendola ecc. Nel mezzo, casini, d’alema ecc ecc. Fuori DI pietro…

 

(ANSA) 'Io non vado mai da nessuna parte, e sono qui al Meeting per la prima volta perche' non tutti sanno che don Giussani ha avuto una frequentazione della mia famiglia nella mia casa ai Castelli romani': lo rivela il presidente d Generali Cesare Geronzi, raccontando: 'ho avuto la fortuna di presenziare li' ad un incontro tra don Giussani e Guido Carli che considero il mio maestro. E' stato questo ricordo a convincermi di accettare l'invito a partecipare quest'anno a Meeting, e sono molto lieto di averlo fatto in quanto questa realta' vista da vicino e' molto diversa da come si percepisce da lontano'. A chi parla di 'lobby degli 'apolidi' conquistati da Cl' Geronzi dice: 'Io sono uno di quegli apolidi, ma posso dire che quello che si tiene qui e' ben diverso da quello che si tiene ogni anno a Cernobbio, dove io non sono mai andato'

25-08-2010]

 

 

- GENERALI: GERONZI, BANCHIERI D'AFFARI? 'NE SIAMO DISTINTI E DISTANTI'...
Radiocor - 'I banchieri d'affari vanno in giro per fare gli affari ma, come diceva Cuccia, i loro'. Cesare Geronzi, presidente delle Generali risp onde cosi' ai cronisti che gli chiedono il motivo delle visite di mercoledi', nella sede di Milano del Leone di Trieste, di Domenico Siniscalco e Galeazzo Pecori Giraldi. 'Noi li consideriamo e li rispettiamo - aggiunge Geronzi al termine dell'assemblea dell'Ania - ma come diceva Cossiga per citare un altro piu' importante di noi, ne siamo distinti e distanti'. Geronzi non ha poi voluto commentare l'emendamento alla manovra che comporta una stretta fiscale per le assicurazioni rinviando 'all'autorevole commento di Cerchiai'.

10.07.10

 

SENTITE UN PO’ COME GERO-VITAL GERONZI SBERTUCCIA LA VISITA ALLE GENERALI DI SINISCALCO E Pecori Giraldi (Morgan Stanley): ’I banchieri d’affari vanno in giro per fare gli affari ma i loro. Come diceva Cossiga, ne siamo distinti e distanti’’ - ALTRO STRAPPO ALLA CRINIERA DEL LEONE: sempre più sull’asse Milano-Roma LE RIUNIONI - Spunta Vagnone, EX Ras, come candidato alla posizione di "country manager" per l’Italia...

 

 

 1 - GERONZI, BANCHIERI D'AFFARI? 'NE SIAMO DISTINTI E DISTANTI'
Radiocor - 'I banchieri d'affari vanno in giro per fare gli affari ma, come diceva Cuccia, i loro'. Cesare Geronzi, presidente delle Generali risponde cosi' ai cronisti che gli chiedono il motivo delle visite di mercoledi', nella sede di Milano del Leone di Trieste, di Domenico Siniscalco e Galeazzo Pecori Giraldi.

 

'Noi li consideriamo e li rispettiamo - aggiunge Geronzi al termine dell'assemblea dell'Ania - ma come diceva Cossiga per citare un altro piu' importante di noi, ne siamo distinti e distanti'. Geronzi non ha poi voluto commentare l'emendamento alla manovra che comporta una stretta fiscale per le assicurazioni rinviando 'all'autorevole commento di Cerchiai".

2 - PER GENERALI SPUNTA VAGNONE
Francesco Manacorda
per "La Stampa"

 

Spunta il nome di Paolo Vagnone, in passato amministratore delegato della Ras, come candidato alla posizione di «country manager» per l'Italia del gruppo Generali. Alcuni tra i principali soci del Leone guardano infatti con interesse alla figura di questo ingegnere prestato alle assicurazioni e ora alla finanza. Vagnone è cresciuto in Ras sotto la guida di Mario Greco fino a sostituirlo come ad della stessa compagnia nel 2005. Ma già nel 2007, in disaccordo con la casa madre Allianz aveva lasciato il gruppo per guidare le attività italiane di Fortress, operatore Usa attivo nella gestione alternativa del risparmio.

 

Sebbene l'interesse nei suoi confronti sia vivo, quella di Vagnone non è ancora una candidatura ufficiale; potrebbe del resto essere ostacolata anche dalla decisione del manager di accettare un'altra offerta. Di fatto il tema del «country manager» italiano, che dovrebbe appunto concentrarsi sul mercato domestico delle Generali lasciando libero il Ceo di gruppo Giovanni Perissinotto di svolgere una funzione di coordinamento, mentre il Ceo Sergio Balbinot continuerà a occuparsi dell'estero, non è ancora arrivata sul tavolo dei consiglieri.

La sua designazione dovrebbe avvenire in autunno, mentre non si sa se il tema è stato affrontato nel comitato esecutivo che si è tenuto ieri a Milano sotto la presidenza di Cesare Geronzi. Lo stesso comitato ha invece esaminato la redditività della compagnia nei rami Vita e Danni e nelle diverse aree geografiche.

 

Tornano al «country manager» uno scoglio da superare riguarda anche eventuali resistenze della struttura Generali. Non è ovvio, infatti, che l'attuale management della compagnia - con oltre 80 mila dipendenti tra i quali potenzialmente scegliere - accolga in modo entusiastico l'inserimento di una figura esterna.

Non a caso Perissinotto avrebbe caldeggiato per la stessa carica l'attuale direttore generale e responsabile della finanza di gruppo, Raffaele Agrusti. Ma questa candidatura sarebbe già superata, anche alla luce del fatto che Agrusti non potrebbe concentrare troppe competenze nelle sue mani e il suo ruolo come responsabile della finanza è essenziale.

 

Intanto l'arrivo alla presidenza del romano Cesare Geronzi pare avviare un graduale smottamento tellurico destinato a portare un po' più a Sud il Leone, almeno nelle sue riunioni collegiali. Il prossimo consiglio d'amministrazione - in programma per il 5 agosto e nel quale verranno esaminati i dati semestrali del gruppo - non dovrebbe infatti tenersi come di tradizione a Venezia ma sarebbe spostato a Milano.

 

E il successivo comitato strategico, in calendario ai primi di settembre, si terrebbe invece a Roma. Probabile che nel futuro il presidente, in accordo con i soci, cercherà si spostare sempre più sull'asse Milano-Roma i lavori degli organi collegiali. Una buona notizia anche per i banchieri d'affari che spesso per presentarsi al soglio del Leone attendono proprio le trasferte milanesi: ieri in piazza Cordusio se ne sono presentati diversi - per incontri di routine con Perissinotto - tra cui Domenico Siniscalco di Morgan Stanley e Galeazzo Pecori Giraldi di SocGen. 08-07-2010]

 

 

CRISI? QUALE CRISI! MAXIPENSIONE PER BERNHEIM: 1,5MLN (UN MILIONE E MEZZO) ALL’ANNO! - L’EX PADRONE-PRESIDENTE DELLE ASSICURAZIONI GENERALI, VISTA LA SUA GIOVANE ETÀ (86 ANNI) HA PRETESO E OTTENUTO DAL CDA ANCHE LA CLAUSOLA PENSIONISTICA DI REVERSIBILITÀ AL 60% ALLA MOGLIE, VALE A DIRE 900 MILA EURO ALL’ANNO, 125 MILA AL MESE - FORSE, OTTENUTA SODDISFAZIONE SU QUESTO PUNTO, BERNHEIM DECIDERÀ ANCHE DI FIRMARE ALCUNE LETTERE DI DIMISSIONI DAI POSTI DI CONSIGLIERE CHE ANCORA OCCUPA SIA IN ALCUNE SOCIETÀ CONTROLLATE DALLE GENERALI, AD ESEMPIO IN MEDIOBANCA, DOVE DOVREBBE ESSERE SOSTITUITO IN CDA DALL’AD GIOVANNI PERISSINOTTO, MA DOVE FINORA NON RISULTA ARRIVATA NESSUNA MISSIVA DI DIMISSIONI

Francesco Manacorda per "la Stampa"

 

La maxipensione di Antoine Bernheim - 1,5 milioni di euro l'anno, parzialmente reversibili - arriverà al suo titolare regolarmente. Il consiglio d'amministrazione delle Generali, che si è riunito ieri a Milano, ha infatti deciso di non deliberare sulla questione del trattamento economico di Bernheim, ma ha semplicemente preso atto dell'esistenza di un regolamento interno - già applicato in passato - sulla questione, accettando quindi il fatto che si tratta di un'obbligazione pregressa.

La questione è quindi, di fatto, delegata al management, guidato dal Ceo di gruppo Giovanni Perissinotto. Quel che è sicuro è che in futuro lo stesso trattamento non varrà più: anche per l'attuale presidente della compagnia, Cesare Geronzi, in caso di uscita ci si limiterebbe a un forfait pari a 2 anni di retribuzione.

Qualche sopracciglio alzato tra i consiglieri - specie quelli che rappresentano i soci «privati», che anche in queste vicende marginali avrebbero voluto dare un segnale di nuovo corso della compagnia - ma poi una constatazione sostenuta anche dai pareri legali, chiesti un mese e mezzo fa: l'impegno preso nei confronti di Bernheim da un passato consiglio delle Generali ormai undici anni fa - correva il 1999 - resta vincolante per la compagnia.

Per il finanziere francese, oggi presidente d'onore delle Generali, la questione è così sistemata con un pacchetto di sicura soddisfazione, compresa la clausola di reversibilità al 60% alla moglie. Si tratta del resto dello stesso trattamento di cui Bernheim usufruì dal 1999 - data della sua «cacciata» dalle Generali - al 2002, quando riuscì a tornare alla presidenza.

Forse, ottenuta soddisfazione su questo punto Bernheim, 86 anni, deciderà anche di firmare alcune lettere di dimissioni dai posti di consigliere che ancora occupa sia in alcune società controllate dalle Generali, sia ad esempio in Mediobanca, dove dovrebbe essere sostituito in cda dallo stesso Perissinotto, ma dove finora non risulta arrivata nessuna missiva di dimissioni.

 

Ieri il consiglio delle Generali ha anche approfondito il tema di Solvency II, i nuovi criteri di patrimonializzazione per il settore assicurativo, con un corposo seminario rivolto proprio ai consiglieri. Il Leone, che in base alle regole di Solvency I gode oggi di un rating AA dovrà valutare l'impatto dei nuovi criteri - che al momento sono in parte ancora indeterminati - sui propri ratios patrimoniali.

Ne deriva anche che dai requisiti di Solvency II dipenderà in parte la possibilità di attuare un'espansione per linee esterne senza ricorrere a operazioni sul capitale che probabilmente non verrebbero viste di buon occhio dai grandi soci. Ieri il cda ha anche nominato Attilio Invernizzi vice direttore generale con la responsabilità dell'area Risorse umane e organizzazione di gruppo a livello mondiale.

 

Invernizzi, 59 anni nato a Cigliano in provincia di Vercelli, sostituisce Lodovico Floriani andato in pensione a fine aprile ed era direttore centrale responsabile delle risorse umane e organizzazione per il gruppo in Italia. Viene da una lunga esperienza nel gruppo Fiat, dove ha lavorato in aziende come Snia, Sorin e La Stampa.

 

 

[01-07-2010]

 

 

SANT’INTESA BAZOLI-GERONZI! - GERO-VITAL, IN CAMBIO DEL VIA LIBERA AL LEONE DI TRIESTE E ALL’INGRESSO NEL CDA DELLA QUOTIDIANI RCS, DA IL VIA LIBERA AL DISIMPEGNO DELLE GENERALI DA BANCA INTESA - UNA PARTECIZIONE CHE ABRAMO HA SEMPRE DESIDERATO AVERE SOTTO CONTROLLO - IL CONSIGLIO DI GENERALI AFFRONTA ANCHE IL TEMA CITYLIFE (LIGRESTI CI COVA)…

Francesco Manacorda per "La Stampa"

 

Generali apre la strada al disimpegno da Intesa-Sanpaolo. Il segnale è stato la limatura della quota - dal 5,074% al 4,973% - nella banca comunicata nei giorni scorsi dalla compagnia alla Consob. Con questa mossa Trieste, che segnala il passaggio della partecipazione a una natura puramente finanziaria, ha adesso la possibilità di scendere fino alla soglia del 2% senza troppa pubblicità, quando le condizioni di mercato lo renderanno possibile e - qui andiamo sul difficile visto che i titoli sono in bilancio a 3,95 euro contro poco più di 2 euro in Borsa - anche conveniente.

 

Al consiglio d'amministrazione che si tiene oggi a Milano, sotto al presidenza di Cesare Geronzi, il tema delle partecipazioni bancarie è uno di quelli destinato a tenere banco. Se n'è già parlato nel comitato esecutivo, l'organo che con la nuova governance pare avere assunto maggiore importanza, del 4 giugno. Di fronte all'esigenza del management, guidato dal Group Ceo Giovanni Perissinotto, di liquidare alcune partecipazioni non più funzionali ad accordi di bancassicurazione, dai soci dovrebbe arrivare un sostanziale via libera.

 

Oltre a quel 5% Di Intesa-Sanpaolo cui si appoggiava la disciolta Intesa Vita c'è un 5,5% di Allianz - sui libri a 6,63 euro mentre sul mercato è sotto i 6 - legato a un altro accordo di bancassicurazione che scade in settembre, e un 1,13% (9,98 euro il valore di carico, 8,5 quello di Borsa) del Santander.

Tra i temi da affrontare in cda anche il settore dell'immobiliare, con il recente potenziamento dell'impegno in Citylife, e la composizione del comitato investimenti, una delle novità della governance uscita dall'ultima assemblea.

 

A precedere il consiglio di oggi ci sarà anche una sorta di «seminario» sul tema di Solvency II, l'esoterica regolamentazione patrimoniale delle assicurazioni che è ancora in fase di scrittura e da cui dipendono molte delle future mosse della compagnia italiana e delle sue concorrenti.

 

Dalla severità o meno di Solvency II dipenderà infatti anche la disponibilità di capitale che il Leone potrà utilizzare per qualche eventuale acquisizione. Difficile dunque che prima di fine anno, quando le nuove regole per il comparto assicurativo dovrebbero finalmente essere fissate, Trieste possa lanciarsi in qualche operazione di rilievo.

 

 

[30-06-2010]

 BORSA ELETTRICA: CALA PREZZO MEDIO ACQUISTO ENERGIA (-8%)...
(AGI) - In forte il calo del prezzo medio d'acquisto dell'energia: nella settimana da lunedi' 21 a domenica 27 giugno, alla Borsa elettrica, e' stato pari a 56,11 euro al MWh, in flessione di 4,88 euro al MWh rispetto alla settimana precedente (-8,0%). In calo anche i volumi di energia elettrica scambiati in borsa, pari a 3,7 milioni di MWh (-2,6%); la liquidita' del mercato e' invece salita 0,2 punti percentuali attestandosi al 62,3%. Il prezzo medio di vendita e' variato tra 54,92 euro al MWh della zona Sud e 65,21 euro al MWh della Sardegna.

 

4- CONSOB: VEGAS, DI MIA NOMINA LEGGO SU GIORNALI, NON SAREBBE LUTTO...
(AGI) - "Delle ipotesi di una mia nomina alla presidenza della Consob ne leggo sui giornali" Lo ha affermato il vice ministro dell'Economia e Finanze, Giuseppe Vegas, a proposito delle indiscrezioni di stampa su una sua possibile nomina alla presidenza della Commissione. "Certo - ha aggiunto a margine di un incontro a Milano - se fosse vero non credo sarebbe un lutto".

 

5- UE: DAL PRIMO GENNAIO 2011 AL VIA TAGLIO BONUS A BANCHIERI ...
(AGI/AFP) - L'Unione europea tagliera' tutti i bonus dei banchieri e trader dal prossimo primo gennaio. La misura diventa operativa dopo il via libera di oggi del Parlamento europeo. (

6- BCE: ASSEGNA FONDI PER 131,9 MLD IN ASTA A 3 MESI, SOTTO ATTESE...
Radiocor - La Bce ha assegnato fondi per 131,933 miliardi nel corso dell'asta di rifinanziamento a 91 giorni (scadenza il 30 agosto 2010) tenuta oggi al tasso fisso dell'1% e con volume illimitato. Il totale e' inferiore alle attese che andavano da 250 a 300 miliardi, il che avrebbe rappresentato comunque un volume record per un'asta a tre mesi. Come precisa la Bce, che ha organizzato l'asta per accompagnare la scadenza oggi della prima asta a un anno assegnata nel giugno scorso con un volume record di 442 miliardi, l'operazione ha registrato richieste da 171 istituti di credito. L'asta sara' regolata il primo luglio.

 

7- TELEFONICA: STATO PORTOGHESE BLOCCA ACQUISTO VIVO CON LA GOLDEN SHARE...
Radiocor - Lo Stato portoghese ha bloccato l'acquisto di Vivo da parte di Telefonica. Lo Stato ha esercitato la 'golden share' mettendo il v eto alla vendita da parte di Portogal Telecom della partecipazione nell'operatore brasiliano per 7,5 miliardi. Telefonica intende muoversi con i propri legali per contrastare la decisione, ha detto un portavoce.

8- SINTONIA: BENETTON, NON CI INTERESSA PIU' QUOTA IN ENEL GREEN POWER...
(Adnkronos) - Sintonia, la holding che fa capo alla famiglia Benetton, non e' piu' interessata all'acquisto di una quota inEnel Green Power, la societa' specializzata in energie rinnovabili che Enel collochera' in Borsa. A dirlo e' Gilberto Benetton presidente di Edizioni, la holding a monte di Sintonia. Parlando a margine dell'apertura dello Sky Lounge alla Stazione Centrale di Milano, Benetton ha detto 'era un'ipotesi che era stata ventilata a suo tempo, oggi non ci interessa piu'', aggiungendo come motivazione che 'loro non sbloccano e noi andiamo su altre strade'.

 

9- CDP: OK CDA A SWAP, AZIONI ENI IN CAMBIO DI QUOTE ENEL, POSTE, ST...
Radiocor - Il cda di Cassa depositi e prestiti ha deliberato la permuta mediante cessione al Tesoro della partecipazione in Enel, pari al 17,362%, del 35% di Poste Italiane e del 50% di St. La cessione della partecipazione in Enel, ricorda una nota, avviene in ottemperanza a un provvedimento dell'Antitrust. In contropartita, il Tesoro cedera' a Cdp un quantitativo di azioni Eni corrispondente al valore delle partecipazioni cedute: a tale scopo il Ministero nominera' un advisor indipendente per effettuare le valutazioni necessarie.

10- UNICREDIT: PUGLISI, LASCIAMO LAVORARE BANCA, NO A INUTILI FIBRILLAZIONI...
(Adnkronos) - No a "inutili fibrillazioni". L'ingresso di un socio internazionale "e' normale" in una economia di mercato. Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Banco di Sicilia ed azionista di Unicredit, commenta con l'ADNKRONOS le parole del sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha espresso preoccupazione per l'investimento in Piazza Cordusio del fondo di Abu Dahbi AAbar, e lancia un appello: "lasciamo lavorare la banca", senza "suggerire problemi che ancora non ci sono".

 

Il riferimento ad eventuali rivendicazioni in termini di governance, visto che "indubbiamente il mondo arabo diventa socio di maggioranza relativa", considerata la presenza di Libici e fondi sovrani che arriva quasi al 10%. "Non mi scandalizzo piu' di tanto. Siamo in un libero mercato o in un mercato di tipo socialista o sovietico?. Siamo in un libero mercato ed e' giusto che chiunque faccia i propri investimenti", spiega Puglisi, aggiungendo: "non capisco perche' lo Stato debba intervenire, ma se lo vuole fare lo faccia come un investitore e non in chiave protezionistica". Tanto piu', evidenzia, che Unicredit "e' una banca che non ha bisogno di investimenti".

11- GRANDI STAZIONI: BATTAGGIA, PRONTI PER BORSA, DECIDANO AZIONISTI...
(AGI) - Grandi Stazioni e' quotabile ed e' pronta per andare in Borsa, spettera' pero' agli azionisti decidere in merito. Lo ha affermato Fabio Battaggia, a.d. della societa', oggi a margine dell'inaugurazione della Sky Lounge alla Stazione Centrale di Milano. Grandi Stazioni ha il compito di riqualificare e gestire le 13 principali stazioni ferroviarie italiane; e' controllata con il 60% dalle Ferrovie dello Stato e con il 40% da Eurostazioni, di cui fanno parte Edizione (Benetton), Vianini Lavori, Pirelli e Sncf.

12- AUTO ITALIA: VERSO CALO INTORNO AL 20% PER IMMATRICOLAZIONI GIUGNO...
Radiocor - Pesante frenata a giugno delle immatricolazioni di nuove auto in Italia. Cosi' a 'Radiocor' fonti del settore, secondo cui la flessione potrebbe collocarsi intorno al 20% rispetto alle circa 211mila unita' del giugno 2009. Sono circa 40mila quindi le unita' in meno immatricolate questo mese. Cattive notizie anche dal fronte degli ordini, attesi 'in ribasso di oltre il 20%'. 'E' vero che il giugno 2009 era stato molto forte grazie al pieno sostegno degli incentivi' osservano le fonti, che sottolineano inoltreche 'il mercato dell'auto italiano sta soffrendo piu' delle attese', complice 'una ripresa fiacca dell'economia e una manovra che incute terrore un po' a tutti, dalle imprese ai privati'. Nei primi cinque mesi 2010 le immatricolazioni sono aumentate del 7,9%, ma nei singoli mesi di aprile e maggio sono rispettivamente diminuite del 15,6% e del 13,8%.

 

12- CARIVERONA: CASTELLETTI, PER CANDIDATURE IN FONDAZIONE SITUAZIONE APERTA...
(Adnkronos) - "Per le prossime nomine in fondazione Cariverona ci possono essere diversi nomi. Il presidente c'e' e fara' le sue considerazioni, per le candidature siamo tutti disponibili e indisponibili". Cosi' il vicepresidente vicario di Unicredit Luigi Castelletti risponde ai cronisti che gli chiedono su una possibile candidatura in fondazione Cariverona al prossimo rinnovo del consiglio in autunno.

A margine della settima edizione del Premio Ok Italia 2010 promosso da Unicredit Group Luigi Castelletti sulla vicenda delle deleghe al Country Chairman spiega che "Unicredit e' una grande banca perche' e' internazionale e mette a disposizione risorse importanti per le pmi, per le famiglie e per l'economia. E' importante poi che nella fase di discussione i consiglieri possano dire il loro pensiero in tranquillita', dopo di che si lavora tutti nella stessa direzione".

Sull'ingresso del fondo Aabar e la conseguente diluizione del peso delle fondazioni nell'azionariato nella banca di piazza Cordusio, il vicepresidente vicario di Unicredit spiega che "e' un problema che devono verificare i soci, ne stiamo parlando in Cda".

13- ECONOMIA: PROFUMO, QUELLA REALE STA RIPARTENDO...
(Adnkronos) - "Credo che ci sia veramente un clima diverso e possiamo ripartire. Noi vediamo l'economia reale che sta ripartendo". Lo ha detto l'ad del gruppo Unicredit Alessandro Profumo stasera alla settima edizione del Premio Ok Italia 2010, promosso dalla banca di piazza Cordusio. Secondo Alessandro Profumo infatti a parte la crisi finanziaria "oggi bisogna guardare ad altri indicatori.

Noi ad esempio, vediamo gli indicatori dell'economia reale che sono abbastanza positivi. Non dico eccezionalmente positivi, ma abbastanza positivi. Infatti -ha proseguito l'ad di Unicredit- le esportazioni stanno ritornando a crescere in modo costante, soprattutto in Paesi come Italia, Germania e Francia che sono grandi esportatori. E vi sono poi anche i Paesi dell'Est Europa in cui le esportazioni crescono. Credo quindi che dobbiamo guardare oggi agli elementi di crescita e cercare di rafforzarli".

Quindi l'ad del gruppo Unicredit ha riconosciuto alla Bce di avere svolto un ruolo importante: "ho visto che le autorita' hanno seguito questa crisi in modo eccellente: abbiamo visto quello che la Bce dall'agosto 2007 e' stata in grado di fare e non vedo quindi oggi particolari problemi".

14- INFLAZIONE: ISTAT STIMA VARIAZIONE NULLA A GIUGNO,+1,3% SU ANNO...
Radiocor - L'inflazione misurata dall'indice Nic con tabacchi ha segnato a giugno una variazione nulla rispetto a maggio e di +1,3% rispetto a giugno 20 10 (indice a 139,6). Sono le stime preliminari di Istat che anche per l'indice armonizzato Ipca (a 111) stima una variazione congiunturale nulla, mentre la variazione tendenziale e' stimata a +1,4 per cento. L'inflazione acquisita per il 2010 e' pari all'1,2 per cento. L'inflazione di fondo e' dell'1,3%; al netto dei prodotti energetici dell'1,2 per cento.

15- INFLAZIONE: CONFAGRICOLTURA, CROLLANO REDDITI IMPRESE...
(AGI) - Prosegue la frenata dei prezzi al consumo degli alimentari che anche a giugno sono stati di segno negativo: -0,1% rispetto al mese precedente e -0,4% rispetto allo stesso mese del 2009; a fronte di cio', la variazione dei prezzi medi complessivi ha segnato valori nulli a giugno rispetto a maggio, ma aumenti dell'1,3% a giugno 2010 su giugno 2009". Lo rileva Confagricoltura analizzando l'andamento dell'indice provvisorio dei prezzi al consumo di giugno, diffuso dall'Istat.

"I produttori agricoli contribuiscono sempre piu' a frenare l'inflazione e ad agevolare la spesa dei consumatori - sottolinea Confagricoltura - ma restano in grande difficolta', con un crollo dei loro redditi del 21% nel 2009 ed una flessione dei prezzi all'origine che sta colpendo in particolare alcune produzioni significative, come quelle cerealicole e zootecniche".

16- GB: LLOYDS TAGLIERA' ALTRI 650 POSTI DI LAVORO...
(AGI/AFP) - La banca britannica Lloyds, controllata dallo Stato, ha annunciato il taglio di ulteriori 650 posti di lavoro per snellire le proprie operazioni. Lo comunica la banca in un comunicato spiegando che "notevoli progressi sono stati fatti, per attenuare il taglio, attraverso trasferimenti e il dislocamento" del personale.

17- ALITALIA; FANTOZZI, VENDUTI 4 LOTTI MAGAZZINO TECNICO ...
(AGI) - Il Commissario straordinario delle società del gruppo Alitalia Augusto Fantozzi comunica che, all?esito del bando pubblicato il 19 gennaio 2010 riguardante il Magazzino Tecnico, ha venduto oggi i lotti 13, 14, 18 e 16 come da aggiudicazioni del 4 giugno scorso.

 

 

 

[30-06-2010]

 

 

2 - LE SCELTE DELLE GENERALI E LE OPERAZIONI DI SISTEMA...
Massimo Mucchetti per il "Corriere della Sera"

Ricadute sull'economia Per operazioni di sistema si intendono gli affari che, pur con profitti modesti o persino negativi, generano buone ricadute sull'economia e la società
I sì e i no sul mattone che le Generali stanno pronunciando nelle segrete stanze di Trieste - sì a Salvatore Ligresti, no a Giuseppe Guzzetti - gettano una nuova luce sulle «operazioni di sistema» sotto la presidenza di Cesare Geronzi, che nel precedente quarto di secolo era diventato il «banchiere di sistema» per eccellenza.

Nell'accezione più nobile, per operazioni di sistema si intendono gli affari che, pur con profitti modesti o persino negativi, generano buone ricadute sull'economia e la società. La storia patria dice che queste esternalità positive riguardano anche le persone, e spesso le persone più delle aziende o del Paese. Chiamati a scegliere su tali operazioni, gli investitori reagiscono in due modi: o se ne tengono fuori, perché non vogliono rischiare senza adeguato ritorno i quattrini dei soci, oppure vi aderiscono nella convinzione che l'operazione, in sé o per l'autorità del proponente, diventa il ramo sul quale sono seduti.

In questi giorni, le Generali hanno respinto l'invito a partecipare al fondo dei fondi immobiliari per il social housing, promosso dalla Cassa depositi e prestiti, creatura del ministro Tremonti, e dalle fondazioni bancarie, guidate dall'avvocato Guzzetti, mentre hanno concesso al gruppo Ligresti un'ottima via d'uscita da CityLife, colossale programma di sviluppo immobiliare sulle aree dell'ex Fiera di Milano.

L'iniziativa Cdp-fondazioni per edificare abitazioni da destinare ai giovani e agli immigrati a basso reddito avrebbe quattro buone ragioni per essere approvata da Generali così come lo è stata da altre assicurazioni e banche: a) il mattone è uno dei settori dove vengono investire le riserve tecniche delle compagnie; b) la somma non è enorme, 250 milioni, e va versata gradualmente; c) la natura pubblico-privata del fondo e il piano industriale, redatto in gran parte da un top manager delle stesse Generali, avrebbero offerto efficienza e un'informale garanzia pubblica; d) il rendimento atteso, si dice del 5%, non è alto, ma il rischio sarebbe contenuto perché la domanda di locali in affitto calmierato esiste, e viene da classi che formano il mercato delle polizze vita.

Il fondo è una tipica operazione di sistema. Allianz, che ha il quartier generale a Monaco, non si è tirata indietro. Le Generali sì. Quasi facendo eco a quel fondo Algebris che, subendo all'epoca gli italici sberleffi, giudicava insufficiente il rendimento degli investimenti immobiliari triestini (ed eccessive le remunerazioni in compagnia). Ma la logica Algebris viene meno quando dalle case popolari si passa ai grattacieli delle archistar a Milano.

Il progetto CityLife oggi rappresenta un rischio, a regime, di 3 miliardi di euro. Troppo per le imprese industriali partner, la Lamaro degli indebitati costruttori romani Toti, e l'Immobiliare Lombarda, gruppo Ligresti, anch'esso un po' in tensione con le banche, che avevano promosso l'avventura quando il mattone sembrava destinato a essere per sempre d'oro. Lamaro ha ceduto la quota CityLife ai partner assicurativi, Generali e Allianz. Ligresti non ha esercitato la sua parte di prelazione: gli sarebbe costata 15 milioni e, soprattutto, l'avrebbe tenuto dentro, per un terzo, nell'intero rischio finanziario del progetto. E qui si apre l'altra «operazione di sistema» perché CityLife è uno dei maggiori progetti ecosostenibili della Milano dell'Expo ambientalista.

Diluito al 26,2%, Ligresti conta meno di prima. Per un ingegnere innamorato del mattone, CityLife si riduce amera operazione finanziaria. Conserva, Ligresti, il diritto di veto, ma non sarebbe suo interesse bloccare investimenti già avviati né continuare al buio, conservando un rischio comunque sui 7-800 milioni. Generali e Allianz potrebbero negoziare con durezza. Si usa con i concorrenti: non si dimentichi che l'Immobiliare Lombarda fa parte del gruppo assicurativo Fonsai, già troppo esposto con il mattone, in particolare con quello del socio di maggioranza.

E invece Trieste srotola il tappeto rosso: un'opzione put che, nell'arco dei prossimi 15 mesi, permette a Immobiliare Lombarda di cedere, se crede, il pacchetto CityLife a un prezzo che rifonde gli investimenti più un premio per la rinuncia al diritto di veto. Si parla di 100-150 milioni, il doppio rispetto a Toti. Allianz non ci sta. Pagherà Generali, che aumenta il suo rischio CityLife e tuttavia condivide la governance con i tedeschi per averne il via libera. I titoli di Ligresti, che ha trattato da par suo, guadagnano in Borsa.

Secondo le cronache, la responsabilità prima del no a Cdp e fondazioni è del capo azienda, Giovanni Perissinotto, forse preoccupato di non dispiacere ai nuovi soci eccellenti votati alla «creazione di valore»; quella del sì a Fonsai, invece, è di Geronzi, legato da una ventennale amicizia a Ligresti, che ne aveva da ultimo sostenuto la candidatura in Generali all'interno di una Mediobanca divisa.

Se domani le Generali riuscissero a piazzare CityLife a un fondo sovrano guadagnando, tutto rientrerebbe nel grande flusso degli affari. Nell'attesa, le apparenze dicono che la tedesca Allianz investe per la coesione sociale dell'Italia e non soccorre il concorrente in difficoltà, mentre le italianissime Generali fanno il contrario. Una lezione per l'Antitrust. E per i teorici del «sistema».

[17-06-2010]

 

 

“ACCETTO CONSIGLI DA TUTTI MA NON PRENDERÒ ORDINI DA NESSUNO” – COSì GERO-VITAL SI PRESENTA A TRIESTE E MANDA A DIRE ALLA MEDIOBANCA DI NAGEL E PAGLIARO, PRIMA AZIONISTA DI GENERALI E CHE HA SEMPRE LIQUIDATO IL SOR CESARE UN BURINO INVASORE DELLA ROMA POTENTONA - CON QUEL VICE PRESIDENTE CHE SI è SCELTO, CALTAGIRONE, QUANTO DURERà LA PACE?… S. Bo. Per "il Corriere della Sera"

«Dedicherò le mie energie a rafforzare le Generali sui mercati esteri, sviluppare la competitività, migliorare la redditività, consolidare il radicamento in Italia e sviluppare i servizi». Cesare Geronzi, neopresidente delle Generali, scrive in una lettera ai dipendenti del gruppo un programma in sintesi dei suoi obiettivi per questo nuovo incarico.

 

In parte riprende quanto già detto nel corso della conferenza stampa di sabato, subito dopo la nomina. Come del resto durante l'intervista alla tv Class-Cnbc registrata lunedì insieme al group ceo Giovanni Perissinotto e all'amministratore delegato Sergio Balbinot.

 

«Immagino di vedere fra tre anni, o magari tra cinque, una compagnia straordinariamente più ampia nel territorio di sua competenza, ma soprattutto molto più capace di vincere la concorrenza». «Perissinotto e Balbinot, sono loro le Generali. Io devo imparare a sostenerli ma niente di più».

Sui rapporti con Mediobanca, primo socio con il 13,2% e di cui Geronzi è stato presidente fino a sabato, il banchiere ha detto che «tutti fanno questa domanda», che a lui «sembra superflua». «Certo, le Generali guarderanno al core business. Siamo pronti ad accettare tutti i suggerimenti, ma la decisione di indipendenza voluta dagli stessi amministratori con le loro decisioni sarà un elemento di assoluta stabilità per la compagnia. Accettiamo consigli da tutti, ordini da nessuno».

 

Secondo Geronzi è importante si sia allargata la base dell'azionariato ed è importante che ciò si realizzi con partecipazione nel board. «Si abbandonano i vecchi schemi dei patti di sindacato, da tutti criticati e da me stesso non apprezzati. Meglio dunque che il parterre dell'azionariato concorra con il management alla definizione delle linee strategiche e alla crescita dell'azienda».

Infine il Nord Est: «Facciamo parte di questo contesto, ci integriamo totalmente, anche se abbiamo più l'aspetto di una multinazionale. E se il core business per creare più redditività e concorrenza soddisfa le aspettative di manager e soci, non c'è nulla di male se soddisfa anche le esigenze della comunità».

Sempre ieri Ennio Doris di Mediolanum ha applaudito alla scelta di Geronzi, ha detto di aspettarsi acquisizioni e ha escluso ipotesi di fusione Mediolanum-Generali. Giulia Ligresti, presidente di Premafin, ha sottolineato la soddisfazione per la governance a Trieste. E Francesco Gaetano Caltagirone, neo vicepresidente del Leone, ha detto che la sfida è «l'espansione internazionale, in particolare a Est» [28-04-2010] 

#1- SOR CESARE, LE GENERALI SALVANO DAL POZZO SENZA FONDO DI CITYLIFE (MILANO, EXPO 2015) I GERONZINI FRATELLI TOTI EVITANDO COSì AL GERONZINO LIGRESTI IL DISTURBO (DA STURBO) DI RILEVARE LE QUOTE IN MANO AI COSTRUTTORI ROMANI - I CREDITORI UNICREDIT, INTESA E BPM) RINGRAZIANO... - #2- LA NOMINA ’A SORPRESA’ DI CALTAGIRONE VICEPRESIDENTE DEL LEONE DI TRIESTE è LA RISPOSTA A CHI (COME ’REPUBBLICA) SGHIGNAZZAVA DI GERONZI SENZA DELEGHE OPERATIVE - #3- GERONZI MIRA, GRAZIE AI NUOVI VINCOLI DI BASILEA3, A DILUIRE IL POTERE DI MEDIOBANCA - IN FUTURO, I SOCI PRIVATI DEL NETWORK GERONZINO AVRANNO IN MANO LA MAGGIORANZA - #4- C’È UN ALTRO TESTIMONIAL CHE SI STA DANDO UN GRAN DA FARE PER TENERE ALTO IL MADE IN ITALY. È IL CONSOLE ITALIANO DI NEW YORK TALÒ, FAN ACCESO DELLA “500” FIAT - #5- CHI SI ANNIDA NEI SOTTERRANEI DI TELECOM PER COSTRUIRE DOSSIER AL CETRIOLO?

 

1- DEUS GERO-VITAL HA FATTO IL PRIMO MIRACOLO PRIMA ANCORA DI SBARCARE A TRIESTE!
Un jet privato si è alzato questa mattina intorno alle 9 dall'aeroporto di Ciampino in direzione Trieste.

A bordo c'era Cesarone Geronzi, il banchiere che da sabato, dopo l'Assemblea di Generali, ha imboccato la strada dell'assicuratore, un mestiere che lui stesso ha confessato di non conoscere. Che non sapesse nulla di assicurazioni glielo aveva già detto in faccia l'antico Antoine Bernheim, l'uomo che è uscito di scena in maniera penosa.

 

Quello che doveva essere il testamento morale dell'85enne presidente francese, è diventato una specie di pièce teatrale che è servita soltanto a dar ragione agli azionisti italiani e francesi ormai convinti di chiudere la lunga parentesi professionale del Grande Vecchio.

Sabato dopo l'Assemblea di sette ore Bernheim se ne è tornato nella bella casa di Venezia con una presidenza onoraria in tasca e la certezza di un ufficio a Parigi che gli consentirà di "rimanere vivo". Nel suo ufficio di Trieste al secondo piano del palazzo austroungarico in piazza dell'Unità d'Italia, sta per prendere posto il banchiere romano che ha vissuto il cambiamento di governance con un'emozione inattesa.

Venerdì sera, durante la cena a base di pesce che i vecchi e i nuovi consiglieri hanno consumato nella foresteria delle Generali, il clima era piuttosto sobrio. L'aria era festosa ma non fastosa, non si sentivano le note dei valzer viennesi e nella sala non girava il fantasma della principessa Sissi, l'icona dei triestini. Sul volto del 75enne banchiere di Marino appariva evidente la soddisfazione.

A Trieste Geronzi ci arriva portando non soltanto la tempesta e l'impeto di una terza giovinezza ("sturm und drang", direbbero gli intellettuali locali), ma soprattutto la pax romana che mette fine alle guerriglie tra i poteri forti e crea un nuovo equilibrio nella finanza.

 

Ed è curioso che ciò avvenga nel momento in cui la Lega vuole allungare le mani sulle banche per occupare posizioni di potere nel regno di Mammona. In questa operazione il banchiere romano non è solo e a questo proposito è giusto parlare del vero e unico colpo di scena che c'è stato durante l'Assemblea e il Consiglio di amministrazione di sabato quando i 140 giornalisti hanno appreso che Francesco Gaetano Caltagirone sarebbe diventato il terzo vicepresidente di Generali.

 

Fino alla vigilia si davano per scontati due soli nomi, il pallido Alberto Nagel e Vincent Bollorè, il finanziere franco-bretone che Bernheim ha definito "un traditore come Bruto". Che qualcosa si muovesse dietro le quinte tra i soci industriali che detengono quote minori in Generali, si era capito con gli sgomitamenti di Lorenzo Pelliccioli, il capo del Gruppo De Agostini che nella Compagnia detiene il 2,52%.

E qualcuno spiegava che all'origine della sua agitazione c'era la perdita di 900 milioni di euro che il Gruppo di Novara ha registrato dal momento in cui ha investito su Trieste 1,5 miliardi. Questa poteva essere una ragione sufficiente per chiedere da parte di Pelliccioli e degli altri principali azionisti privati una presenza significativa nella governance, ma con un colpo di teatro ad effetto Geronzi ha tirato fuori dal cilindro un altro romano doc, quel Caltagirone che dentro il Gruppo ha investito 732 milioni e che finora (secondo una tabella molto analitica di "MilanoFinanza") ha perso "soltanto" 207 milioni.

 

Adesso bisognerebbe scappellarsi non solo davanti a Cesarone, ma anche a quel sito disgraziato di Dagospia che il 18 febbraio scorso ha anticipato lo sbarco alla vicepresidenza di Generali da parte del costruttore-editore romano. L'intuizione non aveva nulla di profetico ma era la logica conseguenza dei comportamenti che il Calta aveva tenuto fin dall'inizio dell'anno abbandonando i panni del palazzinaro con una mutazione genetica culminata in un lungo articolo da politologo su "Il Foglio" e con un discorso da protagonista al Forex di Napoli dei banchieri.

Francolino adesso ha più di un motivo per godere e per considerare con un certo distacco le beghe della politica romana dove suo genero, Pierfurby Casini, si vede sfilare l'assessorato all'Urbanistica dalla massaia Renata Polverini. Dentro le Generali il mattone è la polizza assicurativa più sostanziosa, e Geronzi lo ha fatto capire prima ancora di mettere piede nel palazzo di Trieste quando senza esporsi e senza la medaglia da presidente, ha facilitato poche ore prima dell'Assemblea il salvataggio, dal pozzo senza fondo della speculazione immobiliare CityLife (MIlano, Expo 2015), di un altro costruttore romano, il veltroniano Pierluigi Toti, che il primo giugno del 2006 si svenò di 165 milioni di euro per l'acquisizione del 5% di Rcs, società di carta cara agli equilibri di potere di Geronzi.

 

(Non solo. Col salvataggio di Toti, le Generali hanno evitato al geronzino Ligresti il disturbo da sturbo di rilevare le quote in mano ai costruttori romani - le banche creditrici Unicredit, Intesa e Bpm ringraziano)

La pax romana comincia a manifestare i suoi effetti e c'è da giurare che "il non candidato Geronzi" saprà metterla a frutto per l'intero arco politico e per quel salotto di Mediobanca che è destinato (anche grazie ai nuovi vincoli di Basilea3) a diluire il suo potere.

Accanto a lui arriva a Trieste anche un vecchio comunista, Angelo De Mattia, l'uomo-ombra di Fazio alla Banca d'Italia. La notizia appare sul quotidiano "La Stampa" dove si spiega che questo 69enne lucano dall'aria mesta diventerà capo del Centro Studi. Dopo aver vinto il concorso a via Nazionale, De Mattia ha fatto una carriera strepitosa fino a sovrintendere alla segreteria particolare del Governatore, poi dopo le vicende Fiorani è esplosa la sua vena giornalistica (grazie a Enrico Cisnetto) e si è buttato a capofitto nel ruolo di commentatore e di acuto editorialista.

A Trieste si chiedono di quale colore sarà la "rivoluzione" annunciata da Geronzi. È una domanda inutile perché senza deleghe e usando solo il telefono, il banchiere di Marino farà quello che ha sempre fatto per soddisfare gli appetiti e gli interessi di tutti, dei partiti come degli amici. 

01.05.10

 

 

SERVIZIO DI REPORT

FIN CHE LA BANCA VA

di Paolo Mondani
In onda domenica 4 novembre 2007 alle 21.30

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Buonasera oggi parleremo dei famosi furbetti, che hanno tutti i loro guai con la giustizia e sono fuori dalla scena, ma soprattutto del più furbo di tutti che sulla scena è rimasto, passando indenne da tutti i guai.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Capitalia non esiste piú. Unicredit di Alessandro Profumo ha comprato la Banca romana e Cesare Geronzi è diventato presidente di Mediobanca, il salotto buono dell’economia italiana. Geronzi guida il consiglio di sorveglianza di Mediobanca, il patto di sindacato, il comitato remunerazioni, il comitato nomine e il comitato governance. Un potere immenso. E per i meriti della fusione è stato lautamente premiato.

DIRIGENTE CAPITALIA
Il 17 luglio scorso nel consiglio di Capitalia, il consigliere Massimo Pini, in quota Ligresti, propose che a Geronzi venisse attribuito un premio di 20 milioni di euro per la brillante operazione di vendita di Capitalia a Unicredit. La proposta venne approvata per acclamazione. Ma poteva andare anche peggio perché il consigliere Cannatelli, in quota Fininvest, aveva proposto 30 milioni perché riteneva la proposta di Pini insufficiente a premiare Geronzi.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Quest’anno è nata una grande banca Unicredit- Capitalia. La fusione frutta a Geronzi un premio per 20 milioni di euro, 5000 persone invece stanno andando a casa. Prima di capire chi è l’uomo più importante, anzi l’uomo più potente del sistema bancario italiano, andiamo a vedere coloro che avrebbero voluto diventare importanti ma non ce l’hanno fatta. La stampa nel 2005 li definiva furbetti. Sono stati tutti più o meno appoggiati da Geronzi, fino a quando non sono arrivati tutti a volere la stessa cosa. Cominciamo con Fiorani, nel 2005 con la sua popolare di Lodi tenta la scalata ad Antoveneta, la magistratura la blocca anche se il progetto ha grandi ambizioni perché la partita è truccata. Fiorani è stato arrestato con l’accusa di aggiotaggio, insider trading, associazione a delinquere, truffa aggravata, appropriazione indebita ... .si è fatto qualche mese di carcere, adesso è in attesa di processo ed è uomo dalle tante risorse. L’inchiesta di Paolo Mondani comincia quest’estate in Sardegna, dove Fiorani fra una cantata e l’altra qualcosa la canta anche a noi.

LELE MORA
Fiorani io lo considero un nuovo Fiorello, sa cantare, sa ballare, sa animare, è bravo, è intelligente, sa fare il bancario e dunque la televisione ha spazio per questo. Potrebbe oltre a tutte queste belle virtù che ha, potrebbe dare i consigli più importanti per non essere fregati nel mondo del business.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Forse Lele Mora scherza, possibile che Fiorani mentre stava in vacanza abbia ricevuto la proposta di condurre una trasmissione televisiva?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Lele Mora che è un carissimo amico che stimo molto e il direttore di Raidue ci hanno dato un contatto nel quale hanno pensato di valorizzare, bontà loro...

PAOLO MONDANI
Lei ha parlato con Marano?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Con Marano, si... la persona Fiorani... ma non solo Marano, c’era anche un’altra proposta che mi diceva Lele Mora in questi giorni che poteva evadere un’altra rete televisiva non mi ha detto quale. Ma l’idea di poter valorizzare un Fiorani con un ruolo diverso rispetto a quello che ha avuto fino a ieri, magari mettendo a frutto le proprie esperienze. Allora dov’è la mia idea insieme a Lele Mora? (più sua che mia), E’ stata provare a fare una trasmissione, una fascia o mattutina o pomeridiana, a servizio dei deboli. Chi sono i deboli? Quelli che non hanno capacità e competenza per difendersi dagli attacchi dei forti: dalle banche, dalle assicurazioni, dagli agenti immobiliari...

PAOLO MONDANI
Cioè, detto da lei a me fa un po’ ridere... le confesso.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Certo! E sono la persona più indicata...

PAOLO MONDANI
No, intendo dire... Lei ha aggiotaggio, ostacolo alla Consob e alla Banca d’Italia, appropriazione indebita, associazione a delinquere...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Tutto da dimostrare! Tutto da dimostrare.

PAOLO MONDANI
... truffa. E Lei riesce ad aiutare i deboli? ... bè, da un certo punto di vista...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
No, no, no, no... il motivo è molto semplice: quello che uno ha, non è quello che uno ha fatto, ovviamente. Va dimostrato nei fatti ed io non vedo l’ora di poterlo dimostrare nei fatti e lei lo sa meglio di me. Ma solo chi ha gestito comunque in quanto terapeuta, un grande male, e l’ha risolto, è in grado di prevenirlo questo male.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Questo è il parco di Villa Certosa, la reggia di Silvio Berlusconi in Sardegna. Siamo nell’agosto del 2004 e Gianpiero Fiorani va dal Presidente ad annunciargli il suo progetto di scalata all’Antonveneta, ma non si può certo presentare a mani vuote.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Allora, quando uno va da Berlusconi, cosa gli regala a Berlusconi? Ha tutto! Cosa gli si può regalare? Niente! Gli porti un cactus, sapendo la sua passione per i cactus. Mi pare 2 mila 400 euro di questo qui.

PAOLO MONDANI
2.400 euro di cactus???

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
E’ ma il cactus costa... è una cosa importante.

PAOLO MONDANI
Ma chi lo trasportava, Lei, sua moglie e...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
... e il senatore Grillo. Scendiamo dal molo, chiedo alle guardie del corpo di Berlusconi: “Guardi c’è questo cactus da portare al Presidente del Consiglio” e loro mi rispondono dalla loro altezza: “Prego!” Il “Prego!” voleva dire prendersi in mano sto cactus, portarlo su in una rampa di 300 metri d’altezza... il 10 d’agosto!

PAOLO MONDANI
Quanto poteva pesare quel cactus?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
42 chili. Arrivo in questa stanza, gentilmente mi offrono un aperitivo, ed io cosa faccio, mi spoglio, perché? Perché aspettavo che il cactus a questo punto facesse il suo effetto e quindi il sudore nel frattempo si assorbisse.

PAOLO MONDANI
Ma Berlusconi nel frattempo era arrivato?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Non era ancora arrivato. Io ad un certo punto mi tolgo la camicia, la metto davanti al termoconvettore, mi abbasso i pantaloni e li metto davanti al termoconvettore...

PAOLO MONDANI
Cioè lei stava in mutande, diciamo così?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Stavo in mutande, con le scarpe bianche. A questo punto vedo mia moglie sul divano sulla destra, con sguardo preoccupato che guarda la porta d’ingresso. Io pensando fosse il domestico che portasse gli aperitivi, non faccio neanche una piega, e invece no, invece era il Presidente del Consiglio. Allora mi giro...

PAOLO MONDANI
Non so se è nuova però insomma...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
E’ nuova, è nuova!

PAOLO MONDANI
Comunque il Presidente del Consiglio la becca in mutande a lei?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Mi becca in mutande ed io ho risposto: “Vede Presidente, così mi ha ridotto Tremonti”, mi ricordo ancora la frase.

PAOLO MONDANI
Lei andava lì con la moglie, con Grillo...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Il senatore Grillo...

PAOLO MONDANI
... e soprattutto con il cactus, a chiedere a Berlusconi cosa pensava della vostra scalata futura di Antonveneta.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
No, no, no, non era ancora matura così l’operazione. Andavo a raccontargli quest’idea.

PAOLO MONDANI
E del suo progetto cosa disse?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Un quarto d’ora è durato, un quarto d’ora molto velocemente dopo il pranzo verso le 4 e mezza, disse: “Un bel progetto, bella idea, che cosa ne pensa il Governatore?” ho detto: “Bah, pensa ancora bene, deve ancora un po’ vedere come comportarsi con Capitalia”, mi ricordo ancora questa frase che gli avevo detto.

PAOLO MONDANI
E lui?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Attenzione, attenzione, attenzione a Roma!

PAOLO MONDANI
Attenzione a Geronzi.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
A Roma mi ha detto lui.

PAOLO MONDANI
Onorevole Tabacci, all’inizio del 2005, lei da Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, riceve 2 volte la visita in Parlamento di Gianpiero Fiorani. Voleva convincerla a smetterla di attaccare il Governatore. Mi racconti.

BRUNO TABACCI – DEPUTATO UDC
Beh, la sostanza, si, era convinto di arrivare a determinare un rivolgimento negli orientamenti parlamentari.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Nel gennaio del 2005 in Parlamento si discuteva della legge sulla tutela del risparmio e di un articolo che prevedeva il mandato a termine del Governatore Fazio che invece aveva il mandato a vita. La Lega di Bossi era favorevole ma poi saltò fuori la Credieuronord, la banca della Lega che in tre anni si era mangiata tutto il capitale. Fiorani improvvisamente la comprò salvandola. Come contropartita la Lega cambiò parere sulla legge e difese le prerogative di Fazio.

PAOLO MONDANI
Lei compra Credieuronord e la Lega cambia parere?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Ho comprato per 2 ragioni Credieuronord. Uno: per recuperare il rapporto fra Lega e Governatore. Verissimo!

PAOLO MONDANI
E ce l’ha fatta.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
E ce l’ho fatta.

PAOLO MONDANI
E perché la Lega cambia parere...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Due: perché a due lire, a due lire, compravo 2 sportelli, uno a Milano in una zona centralissima, perché prendevo la banca con 35 milioni di euro di depositi senza pagare il costo dell’acquisizione.

PAOLO MONDANI
Il Governatore le fu riconoscente in qualche modo? Le dette almeno una pacca sulla spalla?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Il Governatore, si il Governatore non parlava, perché lui aveva questa capacità di non parlare. Come fanno tutti i grandi saggi, non parlano mai, però la pacca sulla spalla mi ricordo che me la desse.

PAOLO MONDANI
Pur di farla tacere sul Governatore, Fiorani le propone addirittura la vicepresidenza di Antonveneta nel giorno in cui lui sarà riuscito a conquistarla.

BRUNO TABACCI – DEPUTATO UDC
Si, si, si, mi propose la vicepresidenza e mi propose appunto anche annunciandomi che stava scalando e come stava scalando, di essere compartecipe dell’operazione nel suo complesso.

PAOLO MONDANI
Presidente lui e vicepresidente lei.

BRUNO TABACCI – DEPUTATO UDC
Non so. Beh, io certamente non avrei accettato di fare questo ma potevo sempre indicare una persona a me vicina.

PAOLO MONDANI
Diciamo che nella testa di Fiorani lei era l’avversario più importante in quel momento, o mi sbaglio?

BRUNO TABACCI – DEPUTATO UDC
Beh, ero l’ultimo scalpo da conquistare, perché gli altri li avevano conquistati tutti.

PAOLO MONDANI
Diede soldi ai politici? Si è parlato di Calderoli, Brancher, Tarolli...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Quello che ho dato è stato negli atti ufficialmente indicato, come contributi, a spese elettorali...

PAOLO MONDANI
Quanti più o meno in tutto?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Poche lire, poche lire. Quelli che sono apparsi se non ricordo mi pare 20, 30 mila ad uno, 50 mila all’altro...

PAOLO MONDANI
E perché lei importa soldi a Calderoli e a Tarolli dell’Udc e a Brancher di Forza Italia?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Ma se domani lei viene da me e mi dice, ancorché politico: “Guarda devo pagare i manifesti per la campagna elettorale che devo fare giù al paese giù... a Cernobbio e mi servono 30 mila euro”, lei cosa fa?

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Fiorani offre posti, paga politici, compra il voto di un partito. Tutto per conquistare Banca Antonveneta. La procura di Milano lo accusa di aver ostacolato gli organi di vigilanza, di manipolare il mercato, di appropriazioni indebite, di aver costruito alleanze non dichiarate per occultare la scalata ma nel suo progetto Fiorani non puntava solo ad Antonveneta.

PAOLO MONDANI
Voi della Popolare di Lodi conquistavate Antonveneta per arrivare alla fusione con Capitalia.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Assolutamente si.

PAOLO MONDANI
Unipol conquistava Bnl per arrivare alla fusione con Monte dei Paschi.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Questo forse fusione non direi. Propiziare certamente un percorso che avrebbe potuto confluire poi a Monte dei Paschi, questo penso di si.

PAOLO MONDANI
E che cosa sarebbe cambiato concretamente in Italia?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Lei provi ad immaginarsi cosa sarebbe successo se Consorte, Sacchetti e Fiorani e gli altri, avessero trovato un’intesa. Si creava il più grande gruppo bancario europeo, bancario-assicurativo-europeo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Peccato che per la procura di Milano, Fiorani avrebbe ostacolato la Banca d’Italia dandole informazioni false sulla reale consistenza patrimoniale della sua Popolare di Lodi. La Banca d’Italia infatti, dopo l’uscita di Fazio, nell’agosto del 2006, conclude un’ispezione sui conti della banca e accerta che Fiorani non aveva i requisiti patrimoniali minimi per scalare banca Antonveneta.

PAOLO MONDANI
Le sue telefonate con il senatore Grillo, come possiamo definirlo Grillo?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Sono colorite, sono colorite!

PAOLO MONDANI
Complice, sostenitore?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Se contare per lei vuol dire che tipo d’apporto Grillo ha dato all’operazione, io dico il postino più il confessore.

PAOLO MONDANI
Però è un uomo del quale Fazio si fidava ciecamente.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Assolutamente si.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Il senatore Luigi Grillo è l’unico uomo politico con una richiesta di rinvio a giudizio su Antonveneta. L’accusa principale: trasferiva da Fazio a Fiorani informazioni riservate riguardanti l’iter dei procedimenti di autorizzazione.

LUIGI GRILLO – SENATORE FI
Io sono un parlamentare che rivendica il diritto di esprimere opinioni su operazioni di grande rilievo che riguardano l’assetto economico-produttivo del mio paese.

PAOLO MONDANI
Il punto è senatore: può un politico fare in modo che la Consob prenda una decisione piuttosto che un’altra e di brigare perché la Banca d’Italia appoggi Fiorani anziché liberamente decidere sul banchiere Fiorani?

LUIGI GRILLO – SENATORE FI
Assolutamente no, ma purtroppo nel nostro paese la disinformazione regna sovrana. Se qualcuno immagina che un parlamentare, il sottoscritto, che pure segue il sistema bancario da 20 anni, possa influenzare un’istituzione come la Banca d’Italia, è fuori dal mondo.

PAOLO MONDANI
Lei ha trasferito la titolarità di gran parte dei suoi averi a suo figlio 18enne per evitare che glieli sequestrassero...

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Sbagliato anche questo, sbagliato. Cedo un terzo, un terzo, della nostra società di famiglia a mio figlio Matteo maggiorenne.

PAOLO MONDANI
E i 70 milioni nascosti in conti esteri che ha detto avrebbe messo a disposizione della Procura?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Nascosti non sono nascosti per niente perché lei consideri che io dal primo di settembre 2005, ho firmato le lettere alle banche ed ho consegnato queste lettere ai miei legali di allora comunicando quali conti avessi io all’estero e comunicando anche il contenuto...

PAOLO MONDANI
E come mai questi soldi non sono rientrati, dottor Fiorani?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Io questi soldi li ho messi a garanzia della Procura e della banca per ottenere una auspicata transazione.

PAOLO MONDANI
Dottor Fiorani, non è che Lei ad un certo punto si è fatto i conti e ha detto: “Qui con l’indulto non mi faccio nient’altro di carcere, le cose ce le ho, cambio linea difensiva, una linea difensiva più robusta insomma oggettivamente aggressiva, per quale motivo dovrei andarmi a calare le braghe davanti alla Procura?”

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
No, no, dunque lei consideri una cosa: il sottoscritto ha un rapporto coi soldi assolutamente ininfluente. Io sono sempre stato convinto, lo diceva mio nonno, che i soldi sono come le unghie... ricrescono! Se uno è bravo a farli li fa un’altra volta. Li perde tutti? Pazienza.

PAOLO MONDANI
La Villa di Cap Ferrat è stata sequestrata o mi sbaglio?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Tutto sequestrato. Tutto è sequestrato.

PAOLO MONDANI
Villa Alberta no?

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Anche villa Alberta.

PAOLO MONDANI
Anche villa Alberta.

GIANPIERO FIORANI – EX AMM. DELEGATO BANCA POPOLARE DI LODI
Bloccata la quota di partecipazione, tutto quanto però voglio dire questo è il blocco “conservativo”. Io aspetto con ansia di poter dimostrare la consistenza dei danni e verificare poi i danni quali sono. Ma lei scusi, secondo lei Villa Alberta o la Villa di Cap Ferrat, ma secondo lei domani mattina Fiorani non si riesce ad inventarsi un’altra casa o un altro posto più bello ancora? Ma che problemi ha?

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Nessun problema, e se la banca Popolare di Lodi ha fatto un’azione civile contro Fiorani per riavere i soldi perduti, si parla di 70 milioni di euro a fronte di un danno complessivo per la banca di 400 milioni, la famiglia Fiorani si gode questa bella vista dalla villa sequestrata.
Chissà però che cosa penserà l’ex Governatore Fazio dell’estate calda dell’ amico Gianpiero. Un tempo frequentavano insieme uomini di chiesa, oggi Fiorani nella casa di Lele Mora si fa fotografare con Costantino.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Non vorremo rovinare la festa ma sicuramente il signor Fiorani sa che quattro giorni fa le autorità competenti hanno trovato in una banca di un paese molto lontano trenta milioni di euro riconducibili a lui che attende di condurre un programma televisivo nel quale ci insegna come non farsi truffare dalle banche, lui che aveva fatto carte false per avere una Antoveneta che voleva anche Geronzi, la banca è poi finita ad Abn Amro e più recentemente al gruppo spagnolo Santander. Oggi Fiorani vende in Sardegna tecnologia per impianti solari ed eolici e si sta dando da fare per costruire villette nell’unico posto rimasto libero in costa Smeralda, a Cannigione. Andiamo dagli altri protagonisti dell’estate autunno inverno 2005.

Allora prima di vedere perché è fallita la scalata di Unipol su Bnl, andiamo a Brescia da un compagno d’affari di Consorte, Emilio Gnutti, per gli amici chicco, di professione finanziere. Nel 2005 Gnutti è a capo di Hopa una finanziaria Bresciana che raggruppa molti imprenditori e fa affari nella compravendita di azioni per realizzare plusvalenze. Dentro c’è anche un 2% di Capitalia. Una partecipazione che viene ritirata quando Gnutti si allea con Fiorani nella scalata Antoveneta. Siccome la scalata è occulta Gnutti si è beccato una richiesta di rinvio a giudizio. Nel suo curriculum c’è anche una condanna per insider trading, e oggi è anche incappato nell’incidente di una di 1 miliardo e 600 milioni di euro da parte della Agenzia delle entrate.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La società Bell di Gnutti nel 2001 vende alla Pirelli di Tronchetti Provera il 23 per cento di azioni Olivetti che permetteranno a Tronchetti di controllare Telecom. Gnutti non paga le tasse sul suo guadagno perché la Bell è formalmente una società lussemburghese. Nel 2003, il sottosegretario alle finanze Daniele Molgora, commercialista bresciano di fede leghista, replica ad una interrogazione parlamentare sul caso dicendo che la Bell non era formalmente una società italiana. Il primo agosto di quest’anno l’Agenzia delle Entrate si accorge invece che la Bell è in realtà una società esterovestita e che Gnutti quelle tasse doveva pagarle.

ALESSANDRO CHEULA – GIORNALISTA “GIORNALE DI BRESCIA”
Il carisma di Gnutti sui soci storici di Fingruppo e di Hopa c’è ancora tutto. E chi comanda ancora, e chi decide è ancora Gnutti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Anche se si è dimesso dalla guida di Hopa Gnutti comanda sempre, nel 2005 la sua Hopa metteva insieme Fiorani, Ricucci, la Unipol di Consorte e la Fininvest, con Ubaldo Livolsi. Ds e Forza Italia insieme. Qualcuno la chiamò la bicamerale degli affari.

BRUNO TABACCI - DEPUTATO UDC
La bicamerale degli affari la si respirava un po’ nell’aria del parlamento perché e chiaro...

PAOLO MONDANI
La si respira ancora?

BRUNO TABACCI - DEPUTATO UDC
Ma no, oggi l’ho sentita di meno però devo dire che in quell’estate del 2005 e soprattutto in quella primavera il fatto di non toccare il Governatore Fazio rispondeva a delle esigenze convergenti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ai tempi dei furbetti, il ristorante La Sosta era diventato l’ufficio di Gnutti, a questo tavolo si apparecchiava con Fiorani, Ricucci e Consorte. Oggi Gnutti fa affari immobiliari e continua la collezione di automobili d’epoca. Ne ha più di cento, tra cui una settantina di Ferrari.

LUCIANO SORLINI – “LUCIANO SORLINI” SPA
Lui pensa solo ad accumulare potenza, potenza economica se vogliamo. Per me i denari servono a fare dei restauri di monumenti, mi servono a poter fare queste cose.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Luciano Sorlini ha più di 80 anni. Ha fatto i soldi fabbricando esplosivi e sugli aerei che colleziona e pilota ancora, mette in mostra lo stemma del battaglione Barbarigo della Repubblica Sociale di Benito Mussolini. Con quella divisa fu fatto prigioniero dagli americani. Nella sua attuale azienda mette a punto motori di aereo, questi sono quelli dell’ aeronautica militare libica. E poi ha la passione per l’arte. Ha messo su una pinacoteca poco fuori Brescia dove espone quadri di proprietà, cose da niente come: Sebastiano Ricci, Giovanni Bellini, Tiepolo, Bramantino, Savoldo. Un uomo così facoltoso non poteva sfuggire ad Emilio Gnutti.

PAOLO MONDANI
Lei ad un certo punto entra nel salotto buono finanziario della città con la società che si chiama Hopa e se ne va rapidamente. Cos’era accaduto, possiamo dirlo?

LUCIANO SORLINI – “LUCIANO SORLINI” SPA
Beh, una divergenza totale di punti di vista quindi: visto entrare visto uscire, forse ci sarò stato pochi giorni, tre giorni, quattro giorni.

PAOLO MONDANI
Possiamo dire su che cosa la divergenza?

LUCIANO SORLINI – “LUCIANO SORLINI” SPA
Diversità di mentalità, io lavoro per divertimento, altri lavorano solo per accumulare denaro.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Giovanni Consorte con l’appoggio delle cooperative ha fatto di Unipol una grande impresa ma ad un certo punto si è alleato con Gnutti e Fiorani nella vicenda della scalata Telecom e da lì sono nati i suoi problemi. E’ stato condannato in primo grado per insider trading, ha una richiesta di rinvio a giudizio sul caso Antonveneta, è indagato sulla tentata scalata alla Banca nazionale del lavoro, e a Roma deve rispondere di appropriazione indebita a proposito di una maxivendita di immobili di proprietà Unipol. Dulcis in fundo, il nuovo presidente di Unipol Pierluigi Stefanini lo ha querelato. E in tutto questo, Consorte, sulla Bnl, non è mai stato interrogato.

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
L’Opa obbligatoria Unipol su Bnl è l’unica operazione di carattere industriale che ha avuto contro per un insieme di interessi tutti. Allora io dico: “Ma come, si fa: l’operazione di San Paolo banca Intesa, il primo che plaude l’operazione è il primo ministro Prodi, si fa l’operazione Unicredit Capitalia in 48 ore, la conclusione mia è semplice: Unipol era la figlia di un dio minore.

PAOLO MONDANI
Dice l’ex Governatore Fazio che a fine 2004, primi 2005, Fassino e Bersani sono da lui, lo incontrano e propongono la fusione Unipol Bnl per poi fonderla eventualmente con Monte dei Paschi di Siena, insomma per parlare chiaro, il progetto Unipol Bnl viene da lontano. Lei non l’ha pensato solo 20 giorni prima del lancio dell’Opa come sempre ha detto.

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
L’operazione Unipol Bnl io l’ho pensata alla fine di giugno del 2005 quando mi sono accorto della mala fede degli spagnoli della BBVA. Allora per quanto riguarda l’incontro di Bersani, di Fazio e... di Bersani e dell’onorevole Fassino col Governatore basata chiedere a loro, piuttosto che fare delle illazioni, io ne ero completamente all’oscuro.

PAOLO MONDANI
Lei era all’oscuro?

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Totalmente!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Consorte si arrabbia se gli si dice che la scalata alla Bnl l’aveva pensata molto prima del luglio 2005, con il sostegno del partito e con l’appoggio di Fiorani. Il colpo grosso Consorte lo fa comprando il 27,5 per cento di azioni Bnl dal cosiddetto contropatto, il gruppo di imprenditori guidati da Francesco Gaetano Caltagirone. Il 18 luglio del 2005 questi imprenditori, tra cui Statuto, Coppola, Ricucci, i fratelli Lonati e il parlamentare dell’Udc Vito Bonsignore vendono il loro pacchetto a Giovanni Consorte permettendo così a Unipol di lanciare la sua Opa su Bnl. La procura di Roma indaga su questa scalata e ha messo sotto inchiesta anche l’ex Governatore Fazio. Ipotizza che alcuni membri del contropatto abbiano svolto attività illecite per giungere al controllo della banca. Nel frattempo fioccavano le telefonate tra D’alema, Consorte, La Torre, Vito Bonsignore e Caltagirone.

FRANCO BASSANINI – PRES. ASTRD EX MINISTRO DS
Non riuscivo a capire perché leader politici che stimo e di grande intelligenza e di grande lucidità corressero il rischio, perché questo occorre dire, di dare l’impressione di parteggiare per qualcuno e per dire la verità, per qualcuno, penso ai famosi immobiliaristi che però io preferirei chiamare con il loro nome “speculatori immobiliari”.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Anche la Procura di Milano indaga sulla scalata Bnl e ipotizza che Unipol, tramite il suo direttore generale Cimbri, prima di lanciare ufficialmente l’Opa, rastrellasse sul mercato azioni della Bnl. Questa sarebbe un’attività illegale perché gli organi di vigilanza, Consob e Banca d’Italia, devono sapere e autorizzare prima ogni mossa delle imprese sul mercato.

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Intanto Unipol ha acquistato le azioni Bnl solo dopo l’autorizzazione della Banca d’Italia.

PAOLO MONDANI
Cioè quindi lei dice che il Direttore Cimbri non ha rastrellato affatto azioni precedentemente?

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Le finisco di dire, perché messa così il sì e il no... non ha rastrellato assolutamente, ma le sto spiegando come andavano le cose. Quando noi siamo andati... diciamo a maggio, all’inizio di maggio del 2005 noi siamo andati in Banca d’Italia per chiedere, si fa sempre così, se la Banca d’Italia aveva qualcosa da ridire al fatto che noi salissimo dal 5 al 10% e tecnicamente in 15 giorni ti autorizzano o non ti autorizzano. Quindi che Cimbri possa aver fatto degli acquisti a termine legati all’autorizzazione, può darsi io non me li ricordo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
L’autorizzazione della Banca d’Italia arrivò. Ma il direttore generale di Unipol Carlo Cimbri, secondo i magistrati di Milano, avrebbe acquistato le azioni Bnl prima di annunciare al mercato il lancio dell’Opa. E questo non è nella legge. Riassumendo, Unipol comunica alla Consob di avere in corso trattative per il lancio dell’Opa su BNL solo il 17 luglio 2005. Il giorno dopo la Consob lo comunica al mercato, proprio mentre Consorte acquista le azioni di Caltagirone e telefona all’onorevole Fassino annunciando di avere già il 51 per cento della Bnl. Insomma, Consorte comunica alla Consob delle intenzioni che erano praticamente cose fatte. Il mercato non lo sapeva ancora, le norme erano state violate.

FRANCO BASSANINI – PRES. ASTRD EX MINISTRO DS
C’è dell’insider trading, lui non poteva dare quella comunicazione a nessuno, c’è la violazione delle norme che impongono di avere l’autorizzazione prima di superare una serie di soglie e che impongono di dare comunicazione alla Consob delle operazioni che sono in corso.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ma l’accusa che più brucia a Consorte riguarda 48 milioni di euro divisi fra lui e il suo vice Sacchetti, derivanti da plusvalenze maturate nella vendita di Telecom a Tronchetti Provera nel 2001. Fu Emilio Gnutti a riconoscere ai due manager Unipol un ruolo nella vendita di Telecom e anziché pagarli con una normale consulenza li pagò organizzando una fruttuosa vendita di azioni di loro proprietà con relativa plusvalenza miliardaria. Nessun politico vicino ad Unipol avrebbe beneficiato di quei soldi. Solo Consorte e Sacchetti sono oggi indagati per appropriazione indebita. Ma Consorte, che ritiene quei soldi frutto di una normale speculazione finanziaria, tenne segreta quell’operazione.

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Quello che sicuramente mi sono rimproverato è che io queste operazioni le volevo dire subito. Guardi io sto facendo queste operazioni in borsa, però siccome il contesto politico di quel momento, siamo nel 2001, non era ancora maturo per far capire questo tipo di attività ho commesso l’errore di non dirlo.

PAOLO MONDANI
Perché non lo ha dichiarato? Lei ci ha mai pensato?

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Sicuramente il problema tra la sinistra e la finanza, tra la sinistra e l’arricchimento personale è un problema irrisolto...

PAOLO MONDANI
Cioè era preoccupato di quello che si poteva dire in Unipol di questa cosa o nel mondo cooperativo?

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
Di come poteva essere strumentalizzata la cosa, ma non credo che nel mondo cooperativo, sa che ho fatto le operazioni con i miei soldi, Unipol non c’entra niente con questa cosa! Cosa c’entra Unipol?

PAOLO MONDANI
Vabbè lei è il Presidente di Unipol?

GIOVANNI CONSORTE – EX PRESIDENTE UNIPOL
E allora? Non posso operare in borsa come chiunque altro?

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Secondo Consorte i 48 milioni di euro sono stati tenuti nascosti per pudore. Per un uomo di sinistra arricchirsi speculando su un titolo, tenendo i soldi all’estero, facendoli poi rimpatriare attraverso lo scudo fiscale, potrebbe indispettire il mondo cooperativo. Magari anche gli altri. Sta di fatto che i 48 milioni sono stati sequestrati, e c’è una richiesta di rinvio a giudizio per appropriazione indebita riciclaggio e truffa ai danni dello stato. Se li avesse dichiarati subito magari oggi chi lo sa, poteva essere che la banca la Bnl era nelle sue mani e non in quelle del gruppo francese Paribas, perché i soldi li aveva. O magari no, perché si era fatto un nemico Geronzi, negandogli la vendita della quota di Unipol in Antoveneta. E adesso Danilo Coppola.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Quando lo intervistammo, il 17 settembre 2005, Danilo Coppola fatturava 3,5 miliardi di euro. Gli chiedemmo: che cosa sono i soldi per lei?

DANILO COPPOLA – IMMOBILIARISTA
Ma, i soldi per me non sono... sono importanti è inutile dirlo però per me vengono prima gli ideali, le mete, i scopi, che ognuno di noi si prefigge quindi i soldi sono un mezzo per ottenere quegli scopi e quelle mete che ognuno di noi si prefigge.

PAOLO MONDANI
Quali scopi e quali mete e quali ideali lei ha?

DANILO COPPOLA – IMMOBILIARISTA
Comprare un terreno grande, edificarlo e costruire una mini città e costruire qualcosa di bello che rimanga negli anni e rimanga per sempre questo è una meta e uno scopo che io ho sempre quando compro e quando valorizzo un terreno. Poi gli ideali possono essere molti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Già indagato per le scalate di Antonveneta e Bnl, il primo marzo di quest’anno Danilo Coppola viene arrestato. I magistrati di Roma lo accusano di appropriazione indebita, associazione a delinquere, riciclaggio e di una bancarotta per 130 milioni di euro. Un esponente del mondo economico che conosce molto bene i fatti di cui parliamo ci svela con un esempio le magie finanziarie di Coppola.

DIRIGENTE SOCIETA’ FINANZIARIA
Coppola compra un immobile che vale 10 e lo incorpora in una società A, sempre per il valore di dieci euro, la società A è amministrata da un prestanome di Coppola. La seconda società B che fa riferimento allo stesso Coppola, ma é intestata a prestanome diversi dalla prima, compra l’immobile ad un prezzo di 100 euro quindi dieci volte il suo vero valore. L’acquisto viene finanziato attraverso un prestito bancario che può essere di 100 euro, che è l’intero importo. A questo punto la società B cede l’immobile ad una società C al prezzo iniziale di 10 euro. L’immobile è passato tre volte di mano pur essendo dello stesso imprenditore e alla fine entra formalmente nel suo patrimonio.

PAOLO MONDANI
Immagino che tutto questo accada per non pagare tasse no?

DIRIGENTE SOCIETA’ FINANZIARIA
Assolutamente sì, il giro d’immobili generava dell’Iva che doveva essere versata all’Erario, parliamo di decine di milioni di euro ma le società venivano fatte fallire apposta per non versare niente allo Stato.

PAOLO MONDANI
Ma cosa succede della società B, quella che compra l’immobile a 100 euro?

DIRIGENTE SOCIETA’ FINANZIARIA
I 100 euro che la società B ha ottenuto dalla banca vengono fatti sparire all’estero e il debito alla banca non viene mai ripagato, ma siccome ha comprato l’immobile a 100 euro per rivenderlo a 10 è una società in perdita e viene fatta fallire. Coppola però non si spaventa perché la società B è intestata ai suoi prestanome, spesso extracomunitari, in alcuni casi addirittura soggetti inesistenti, per cui nessuno si lamenterà perché nessuno risulterà perseguibile.

MANIFESTANTE 1
Danilo deve tornare a casa!! Danilo non è un delinquente è una persona educata ha sempre rispettato tutti!

MANIFESTANTE 2
E’ un ragazzo buono! Non può stare in galera, ce stanno i pedofili, ce stanno i banditi, i terroristi... quello che ha detto e che sta pure al governo: cento mille Nassiria. Cioè ci rendiamo conto che gente che gira?

PAOLO MONDANI
Senta lei ci lavora con Danilo Coppola?

UOMO 1
Si.

PAOLO MONDANI
E che lavoro fa lei?

UOMO 1
Mi occupo dell’ufficio acquisti in generale.

PAOLO MONDANI
Acquisti di cosa?

UOMO 1
Acquisti per i cantieri

PAOLO MONDANI
E’ da molti anni che lavora qua?

UOMO 1
Due anni che sto qua, mi sono trasferito dalla Sicilia

PAOLO MONDANI
Da dove?

UOMO 1
Da Ragusa.

PAOLO MONDANI
Ma tutte le accuse che gli fanno?

UOMO 1
Sono tutte fesserie.

MANIFESTANTE 3
Se si fosse chiamato verde, bianco, rosso, Franzoni, Priebke, Danilo Coppola già sarebbe fuori.

MANIFESTANTE 5
La strage di Erba già si sta pensando che sono due poveri mentecatti che vanno perdonati. Questo che ha fatto? Ha evaso le tasse? E le paga! Che ha fatto?

MANIFESTANTE 2
Pure io evado le tasse, perché oggi non si vive più, se non evadi le tasse è per forza così. Però purtroppo magari lui le ha evase ad alto livello, ma è giusto che paghi, ma mandatelo a casa!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Il 22 giugno i familiari di Danilo Coppola organizzano una manifestazione di fronte al carcere romano di Rebibbia. Gli amici della borgata Finocchio e i suoi dipendenti accorrono. Coppola è dimagrito e una perizia dice che il suo stato di salute è incompatibile con il carcere. La magistratura chiede una controperizia e propone di mandarlo in ospedale. Ma Coppola rifiuta perché in ospedale sarebbe comunque in regime detentivo.
Alcuni deputati di tutti i gruppi politici in una interrogazione rivolta al ministro Mastella chiedono che Coppola venga liberato. E il 28 giugno, sei giorni dopo la manifestazione Coppola ottiene gli arresti domiciliari. Rimangono aperti pero molti fatti misteriosi. Durante l’estate, banca Italease sfiora il fallimento per affari ad alto rischio realizzati con imprenditori come Danilo Coppola. La procura di Torino sta indagando proprio su una di queste operazioni, chiamata in gergo bancario lease back.

DIRIGENTE SOCIETA’ FINANZIARIA
Si tratta di un’operazione con cui una società vende ad una banca un immobile. La banca a sua volta ridà l’immobile in fitto alla società che glielo aveva ceduto. A fine dicembre 2005 Coppola vende tramite la sua società quotata la IPI, un immobile a Italease. Questo immobile viene concesso in locazione a delle società che sembrano terze, in realtà attraverso un fondo straniero sono di Coppola. Dal punto di vista contabile, Coppola, invece di considerare nei bilanci i soldi ottenuti dalla banca come un finanziamento, quindi come un suo debito, li considera come l’incasso di una vendita fatta a terzi. Il risultato è che il bilancio di IPI fa registrare un grosso utile per cui il titolo IPI in Borsa viene rivalutato del 30% e Coppola può tornare alla banche a chiedere maggiori finanziamenti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ma la vicenda più misteriosa riguarda questo immobile in Vicolo delle Orsoline 31, nel centro storico di roma, a due passi da piazza di spagna. La società che acquista questi sei piani si chiama Immobilbi, di cui il 97 per cento è di Coppola e il 3 per cento del commercialista calabrese Roberto Repaci. La Guardia di Finanza ritiene che Repaci rappresenti un cliente illustre, la moglie del banchiere Massimo Bianconi, storico sostenitore di Ricucci e Coppola. Il problema è che Repaci è stato consulente e fiscalista del boss della ‘ndrangheta calabrese Gioacchino Piromalli.

FRANCESCA GAROFALO – MADRE DI DANILO COPPOLA
Danilo Coppola hanno detto che era legato alla banda della Magliana, hanno detto che era legato al clan dei Piromalli, hanno detto che aveva delle protezioni politiche, hanno detto che aveva delle protezioni bancarie, è tutto falso mio figlio non ha dietro nessuno. Mio figlio, dietro di sé c’è soltanto tanto lavoro, tanta intelligenza e anche un po’ di fortuna. Poi che abbia evaso io non discuto su questo. Si discuterà quando ci sarà il processo e se mio figlio ha evaso pagherà.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Oggi Coppola sta a casa agli arresti domiciliari in attesa che la giustizia faccia il suo corso, la sua società quotata, la IPI, è invece gestita dall’ex amministratore delegato dell’Enel, Franco Tatò. Nel 2005 nella nota scalata Antonveneta aveva fatto gruppo con Fiorani e con Ricucci che parallelamente pensava anche al corriere della sera. Fra il 2005 e il 2007 per Ricucci arrivano la richiesta di rinvio a giudizio, Rcs, Enasarco-Confcommercio, poi l’indagine sulla scalata alla Bnl, il fallimento della sua società Magiste International, il concordato preventivo per la Magiste Real Estate, e tre mesi di carcere. Tornano però indietro 60 milioni sequestrati. Ma a ottobre scorso è arrivata un’altra rogna.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ai furbetti la canzone di Gigi d’Alessio “Non mollare mai” piace davvero.... L’estate scorsa la splendida villa La Cacciarella, che fu il nido d’amore per la coppia Ricucci Falchi, sembrava disabitata.

PAOLO MONDANI
Ma è venuto quest’estate?

UOMO 2
No, pochi giorni, pochi giorni.

PAOLO MONDANI
E’ venuto, comunque?

UOMO 2
Pochi giorni! E’ venuto pochi giorni e basta che c’ha da lavorà.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ricucci ci ha trascorso qualche giorno di vacanza anche se per la procura di Roma non avrebbe potuto farlo. La villa infatti non è piú sua, ma della società Magiste Real Estate che è in concordato preventivo sotto la tutela del tribunale: deve quindi fruttare soldi per far fronte ai debiti. Ricucci avrebbe potuto affittarla e invece ci è andato gratis. I magistrati lo hanno per questo interdetto dall’incarico di vicepresidente della Magiste Real Estate.

PAOLO MONDANI
La Magiste International è l’impresa di Ricucci che è fallita. E’ vero che ha un debito di circa 270 milioni di euro?

FRANCESCO MACARIO – COMMISS. GIUDIZIALE “MAGISTE REAL ESTATE”
Si, questo risulta allo stato attuale, grosso modo dallo stato passivo accertato.

PAOLO MONDANI
Ed è vero che ha un debito verso l’altra sua società, la Magiste Real Estate, di 246 milioni?

FRANCESCO MACARIO – COMMISS. GIUDIZIALE “MAGISTE REAL ESTATE”
Esattamente! Questo è il debito principale allo stato attuale, dallo stato passivo del fallimento.

PAOLO MONDANI
Veniamo alla Magiste Real Estate che ha il concordato preventivo, quello che invece segue lei. Il debito è di 250 milioni, me lo conferma?

FRANCESCO MACARIO – COMMISS. GIUDIZIALE “MAGISTE REAL ESTATE”
Grosso modo si, in parte nei confronti delle banche e in parte nei confronti del fisco.

PAOLO MONDANI
Del fisco mi risulta 100 milioni di debito.

FRANCESCO MACARIO – COMMISS. GIUDIZIALE “MAGISTE REAL ESTATE”
Si.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Riassumendo: la Magiste International è fallita mentre la Magiste Real Estate è in concordato preventivo. La differenza è enorme. Il concordato preventivo permette all’imprenditore in crisi di pagare i suoi debiti vendendo tutti i suoi beni, il fallimento dichiara invece quell’imprenditore totalmente insolvente. L’imprenditore fallito rischia da tre a dieci anni per bancarotta fraudolenta, se ha un concordato preventivo non rischia nulla. Ecco perché Ricucci l’avrebbe voluto per entrambe le sue società. Ma anche perché la nuova riforma fallimentare ha reso il concordato preventivo molto favorevole per l’imprenditore in crisi.

GIUSEPPE AMOROSO – ESPERTO DIRITTO FALLIMENTARE
Dal 1942 al 2005 l’Italia ha avuto una legge fallimentare molto rigorosa, dura, punitiva, nei confronti dell’imprenditore che non fosse andato bene sul mercato. Poi è intervenuta una riforma che è stata completata soltanto nelle settimane scorse con un decreto legislativo...

PAOLO MONDANI
Quindi una riforma fatta dal centro-destra ma poi completata dal centro-sinistra?

GIUSEPPE AMOROSO – ESPERTO DIRITTO FALLIMENTARE
Esattamente, esattamente. Nella legge precedente, il tribunale aveva il potere di escludere dal concordato preventivo un’impresa che, a giudizio del tribunale, non fosse meritevole. Oggi invece non c’è più il requisito della meritevolezza, il che vuol dire che chiunque può chiedere il concordato preventivo qualunque porcheria abbia combinato fino al giorno prima.

PAOLO MONDANI
Nel concordato preventivo della Magiste Real Estate, Ricucci ha un debito col fisco di 100 milioni di euro, qualche giornale ha già annunciato che l’agenzia delle entrate potrebbe fargli uno sconto di 20 milioni. Cosa prevede la nuova legge fallimentare sui debiti col fisco?

GIUSEPPE AMOROSO – ESPERTO DIRITTO FALLIMENTARE
Nella nuova legge c’è una cosa che prima non esisteva: la transazione fiscale, cosa importantissima, una novità, sconvolgente. Io mi domando come cittadino perché si debba fare uno sconto di 20 milioni di euro a Ricucci.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La procura di Roma ha rinviato a giudizio Stefano Ricucci per la tentata scalata alla Rcs, l’editore del Corriere della Sera. In quell’estate del 2005 Ricucci arriva a possedere il 21 per cento di azioni Rcs e vorrebbe entrare nel salotto buono dell’economia italiana. Ma i soci storici del Corriere non vogliono averlo tra loro. Che fare? Occorre un alleato e allora Ricucci incarica Ubaldo Livolsi di trovarlo. Livolsi è il banchiere d’affari che fu artefice della quotazione in borsa di Mediaset e comincia a cercare qualcuno che compri le azioni di Ricucci. Un lavoro difficile, poi improvvisamente arriva l’illuminazione.

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Sentii anche il dottor Berlusconi, il quale mi consigliò, ma questo lo diede come consiglio ad Aldo Livolsi non certamente per dei suoi fini particolari, di sentire il gruppo Lagardere. Organizzo un incontro a Parigi con Lagardere.

PAOLO MONDANI
Viene anche Ricucci, che accade in quest incontro?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
In quest’ incontro di fatto viene presentata una possibilità di piano industriale che prevedeva in qualche modo l’ingresso, con una quota importante, del gruppo Lagardere nell’Rcs, e questo doveva avvenire con il possibile lancio di un’Opa.

PAOLO MONDANI
Ricucci racconta che ad un certo punto avete una telefonata a tre: lei, lui e Gianni Letta.

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
La telefonata era una telefonata fra me, il sottoscritto, e Gianni Letta ma non riguardava assolutamente niente e alla fine avendo vicino Ricucci, glielo passai per cortesia perché il dottor Ricucci certamente avrebbe avuto piacere ad avere degli incontri con il dottor Letta.

PAOLO MONDANI
Alla fine che cosa impedì alla trattativa con Lagardere di andare in porto?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Ma, sa, il clamore che suscitò poi l’uscita di queste notizie fu tale che...

PAOLO MONDANI
Le scalate, le intercettazioni?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Le intercettazioni, le scalate... tutto quello che avvenne. Il gruppo Lagardere alla fine di settembre decise in qualche modo di rinunciare.

PAOLO MONDANI
A Lei Ricucci ha pagato la consulenza oppure no?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Questa, non me la faccia questa domanda! Sono ancora creditore.

PAOLO MONDANI
Ah, non gliel’ha pagata?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Però questa poi dopo la tagliamo.

PAOLO MONDANI
Quindi lei ha fatto tutto gratis?

ALDO LIVOLSI – “LIVOLSI & PARTNERS” SpA
Anzi gratis... con le paginate del Corriere della Sera contro, se vuole.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Lagardere è un grande editore francese che in Italia possiede la Rusconi, su suggerimento dell’allora Presidente del consiglio avrebbe comprato il corriere con Ricucci, ma si mette di mezzo l’indagine antonveneta e Lagardere, prende le distanze. Oggi Ricucci sta cercando di pagare i suoi debiti. Ma il suo esordio nell’alta finanza comincia quando insieme a Statuto e Coppola comincia incontra sua maestà il costruttore, Francesco Gaetano Caltagirone. Da tempo guidava con i tre una cordata che acquistava azioni Bnl per arrivare al controllo della banca. Quando scende in campo Unipol che è disposto a pagare in contanti, Caltagirone si libera rapidamente di tutto il pacchetto e tutti incassano corpose plusvalenze. C’è un pacchetto però che rimane fuori, e chi ce l’ha in mano ci porterà a Capitalia.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Non c’è dubbio che il piú potente amico dei furbetti sia stato Francesco Gaetano Caltagirone. Quando nel luglio del 2005 con Coppola, Statuto, Ricucci, Bonsignore e Lonati, Caltagirone vende le azioni Bnl a Unipol ricavano tutti insieme 1 miliardo e 299 milioni di euro di plusvalenze e per di piú esentasse a causa della legge Tremonti. Caltagirone è suocero di Pierferdinando Casini, è il quinto uomo piú ricco d’italia ed è il piú importante costruttore del paese. Possiede la Vianini, la Cementir, è presente nel Monte dei Paschi e nella banca Finnat di Gianpiero Nattino, ha il Messaggero di Roma e il Mattino di Napoli e nel 2006 il presidente Napolitano lo ha nominato cavaliere del lavoro. Ha fatto i soldi costruendo case per gli enti previdenziali, negli ultimi anni ha acquistato grandi immobili dalle privatizzazioni dello stato e a Roma è stato furbissimo. Questa è l’area di Torpagnotta, una zona agricola non compromessa dal cemento. Siamo a poche centinaia di metri dal raccordo anulare. I lavori sono iniziati e qui Caltagirone costruirà cinque palazzoni. Questo è invece il quartiere Caltagirone a Vitinia, sulla via del Mare, costruito sulla antica e protetta valle di Malafede. Un quartiere dormitorio in mezzo al nulla ma con vie e piazze dedicate a Paolo Stoppa, Massimo Troisi, Charlot, Nino Taranto, Marcello Mastroianni e Stanlio e Ollio. A Ponte di Nona, cinque chilometri dopo il raccordo anulare sulla via Prenestina, la strada principale del quartiere è dedicata invece a Francesco Caltagirone, padre del costruttore. Il segreto di Caltagirone è costruire case che non costano molto, sembrano fatte tutte con lo stampino.

UOMO 3
1 milione e mezzo di metri quadrati in tutto per 40 mila abitanti a regime. Ce ne sono già 20 mila, ma il quartiere difetta dei più elementari servizi pubblici. Non abbiamo una viabilità, non abbiamo trasporti pubblici né su gomma né su ferro, non abbiamo neanche una farmacia, non abbiamo un ufficio postale, non abbiamo un centro anziani.

UOMO 4
Con 5 mila euro fermai la prenotazione e successivamente ho versato altre quote di circa 20 mila euro.

PAOLO MONDANI
Per complessivi?

UOMO 4
Complessivi... 140 mila euro più Iva.

PAOLO MONDANI
Per un appartamento?

UOMO 4
Una sessantina di metri quadri.

PAOLO MONDANI
E adesso quanto vale questo appartamento?

UOMO 4
Adesso vale intorno ai 220 mila euro.

UOMO 3
Secondo me non c’è la scelta, la scelta non esiste. Non esiste perché nel nostro paese non esiste una politica pubblica della casa. La mia compagna è spagnola ed in Spagna questi problemi non esistono perché i prezzi sono più bassi e perché sono le amministrazioni pubbliche lì a concedere le facilitazioni. Non è il privato lasciato arbitro di fare il bello e cattivo tempo.

PAOLO BERDINI – URBANISTA
Soltanto l’1% delle nuove costruzioni è destinato ad edilizia sovvenzionata, cioè le vecchie case popolari, tutto il resto...

PAOLO MONDANI
In tutta Italia?

PAOLO BERDINI – URBANISTA
In Italia, si, soltanto l’1%. A Roma siamo allo zero. A questo punto è il privato che si è sostituito al pubblico, è lui che fa le case popolari, fidando del fatto che come è noto i mutui sono ad un tasso bassissimo e quindi la gente si è potuta indebitare. E’ questa la motivazione profonda del sacco di Roma che c’è attualmente, perché è la proprietà privata, è la proprietà dei suoli, in nessun altro paese dell’Europa succede, che decide qual è il destino delle città, mentre il pubblico segue ormai l’edificazione privata.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ma torniamo al Caltagirone della finanza. La procura di Roma indaga sulla scalata alla Bnl e ha messo sotto inchiesta anche Francesco Gaetano Caltagirone per aggiotaggio. Ipotizza cioè che abbia svolto attività illecite per giungere al controllo della banca. Mentre la procura di Milano indaga sul mistero piú grande della scalata, un primo 5% di azioni Bnl finite in una banca di Hong Kong e i cui proprietari sono sconosciuti e un altro 10% di azioni Bnl nella proprietà di un imprenditore argentino e di un immobiliarista catanese, Fabio Calí. Lo stesso immobiliarista che nel 2005, insieme al notaio romano Giancarlo Mazza, usa false garanzie per ottenere un prestito ingentissimo da Capitalia, per circa 250 milioni di euro. Quando l’amministratore delegato di Capitalia Matteo Arpe scopre che le procedure del prestito erano irregolari, licenzia i funzionari che lo avevano concesso mentre la guardia di finanza arresta Fabio Calí. Chiediamo ad un alto funzionario di Capitalia come si accorsero dell’ammanco.

DIRIGENTE CAPITALIA
La vicenda emerge nell’ambito di una visita ispettiva alla filiale di Piazza Fiume a Roma. Siamo ai primi di novembre del 2005. Alcuni funzionari avevano forzato norme e procedure di controllo attivando linee di credito che effettivamente non potevano deliberare. Insomma il risultato è stato che abbiamo potuto ricostruire una catena di complicità intorno al direttore della filiale. I controllori erano diventati complici dei controllati per capirci.

PAOLO MONDANI
A quanto ammontano gli affidamenti e quanti soldi rischiate ora di perdere?

DIRIGENTE CAPITALIA
Ma, il giro di assegni e bonifici ha raggiunto vette di oltre 250 milioni di euro. Alla fine togliendo i rientri, abbiamo perso le tracce di circa 93 milioni di euro.

PAOLO MONDANI
Ma tutti quei fidi a sostegno di operazioni immobiliari incerte che tipo di attività potevano nascondere secondo lei?

DIRIGENTE CAPITALIA
Guardi, ci sono almeno tre ipotesi: riciclaggio di denaro, evasione fiscale o truffa ai danni della banca finalizzata chiaramente a creare una provvista finanziaria per speculazioni di borsa.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Ma chi è Fabio Calí? E’ un imprenditore catanese che ha buone frequentazioni politiche come l’ex parlamentare democristiano Emo Danesi, già piduista, e l’ex ministro dell’ambiente Matteoli ma ha precedenti per truffa e associazione a delinquere, mentre suo fratello Carmelo è stato il legale del boss mafioso Nitto Santapaola. I due fratelli, nel 2004, sono coinvolti in una inchiesta della procura di Roma per aver ottenuto 80 milioni di euro di prestiti da Meliorbanca sulla base di bilanci falsi. E nonostante questo un anno dopo, nel 2005, insieme al notaio Giancarlo Mazza, Calí riesce a ottenere da Capitalia 250 milioni di euro di prestiti. Chiediamo al notaio Mazza, ben addentrato negli ambienti romani di Capitalia e indagato con Calí per truffa e appropriazione indebita, dove sono finiti i 93 milioni non restituiti alla banca.

GIANCARLO MAZZA – NOTAIO
Secondo me sono in qualcuna o in una o più delle banche governate... nella titolarità o nella disponibilità di Calì. Forse fuori Italia, penso, perché oggi con queste nuove normative non è semplice imboscare importi di questo tipo. Lui millantava amicizie con il presidente della Banca di Roma, con il presidente della Meliorbanca, con altri...

PAOLO MONDANI
Con Geronzi cioè?

GIANCARLO MAZZA – NOTAIO
Si e però...

PAOLO MONDANI
Lei non ha mai potuto verificarlo?

GIANCARLO MAZZA – NOTAIO
No, mai, mai.

PAOLO MONDANI
Però immaginava, diciamo così, che dietro prestiti di questa natura ci fossero...

GIANCARLO MAZZA – NOTAIO
Beh, sa è difficile pensare che in un momento storico come oggi ma in fondo anche ieri, che per ottenere un mutuo di 250 mila euro bisogna fare 800 documenti e domande e controdomande, portarsi a casa in poche battute 100 milioni di euro lo trovo un po’ singolare. Sicuramente non è farina del sacco di un direttore di agenzia.

PAOLO MONDANI
E’ mai possibile che 5 vostri funzionari di peso solo locale abbiano fatto tutto da soli?

DIRIGENTE CAPITALIA
Guardi, è certo che abbiano fatto tutto in 5, ma è altrettanto certo che 2 di loro, oltre al notaio, hanno dichiarato di avere accordi riservati con i massimi vertici di Capitalia.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Incontriamo uno dei dirigenti di Capitalia di Roma che forzando le procedure ha concesso a Fabio Calí 250 milioni di euro di prestiti e gli chiediamo se avesse fatto tutto da solo o se qualcuno piú in alto sapeva.

ANONIMO
“Io le dico questo: nelle operazioni che io facevo c’erano e-mail che io mandavo non solo a una persona ma a piú persone, piú destinatari

PAOLO MONDANI
Della direzione?

ANONIMO
In cui dicevo che cosa accadeva

PAOLO MONDANI
Ogni volta?

ANONIMO
Ogni volta.

PAOLO MONDANI
E a chi le mandava... a gente della direzione?

ANONIMO
Certo alla mia direzione, io faccio parte della linea crediti, ai miei superiori della linea crediti. Loro lo sapevano.

PAOLO MONDANI
Tra Calí e Geronzi c’erano dei rapporti?

ANONIMO
Si.

PAOLO MONDANI
Ma lei ha visto che loro si parlavano?

ANONIMO
Io so, so che si parlavano, ascolti...

PAOLO MONDANI
E tra Mazza e Geronzi invece c’erano stati rapporti?

ANONIMO
Si anche se non erano idilliaci, non erano stati idilliaci”.

PAOLO MONDANI
Umberto Morzilli, lei ha mai sentito nominare questo signore?

GIANCARLO MAZZA – NOTAIO
Si, ma non so se è... un broker?

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La Guardia di Finanza ha accertato che Umberto Morzilli e Ivan Vianello sono due broker immobiliari che tramite una società comune hanno comprato da Fabio Calí un immobile in via Caroncini a Roma. Nell’interrogatorio del 25 giugno scorso Calí spiega che Vianello ha lavorato per Giuseppe Statuto e Danilo Coppola mentre la Questura di Roma scrive che Morzilli, insieme ai due figli di Enrico Nicoletti, il vecchio e potente boss della Banda della Magliana, è sotto inchiesta per estorsione ai danni di alcuni commercianti romani. La Banda della Magliana era un gruppo di criminali che per vent’anni ha commesso omicidi, truffe ed estorsioni. Insomma, possibile che Capitalia prestasse ingenti somme a un uomo come Calí, plurindagato per truffa e in affari con un soggetto legato a uomini della Banda della Magliana?

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Questo tipo di operazioni non era nuovo alla famosa Banca Romana, secondo i magistrati Tanzi e Cragnotti tanto per fare 2 esempi noti, ottenevano prestiti senza garanzie o in cambio di favori. Il Dottor Geronzi attraverso il suo legale ci comunica che “non ha mai avuto poteri o deleghe che gli consentissero un ruolo nella concessione dei prestiti e quindi anche quelli relativi al gruppo Mazza Calì”.
Come dire “non so cosa avviene nella mia banca”. Pubblicità e poi comincia l’era Geronzi.

E siamo arrivati a oggi, i furbetti sono fuori gioco perché non agivano nella legalità e il paese si era indignato. Il Governatore Fazio che si era alleato con loro è costretto a dimettersi
E per riportare credibilità al sistema finanziario arriva un nuovo governatore Mario Draghi. E tutti abbiamo sperato che fosse l’inizio di una nuova era.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Cesare Geronzi è oggi il piú potente banchiere d’Italia. Antonio Fazio gli aveva preferito Gianpiero Fiorani nella scalata ad Antonveneta e lì è iniziata la parabola discendente di Fazio e di tutti i furbetti del quartierino. Nell’ambiente dicono: mai mettersi contro Geronzi, che oggi guida Mediobanca, ovvero la finanza italiana, dopo aver portato la sua Capitalia a fondersi con Unicredit. Un alto dirigente di Capitalia ci spiega da dove deriverebbe il suo grande potere.

DIRIGENTE CAPITALIA
Nel 1994 la Fininvest era indebitata fino al collo e furono i crediti di Geronzi a salvarla contro il parere di Cuccia e delle altre banche. Così come fu Geronzi a ristrutturare successivamente il debito dei Democratici di sinistra.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La fusione Unicredit Capitalia preoccupa non poco l’altra grande banca: l’Intesa San Paolo di Giovanni Bazoli. Unicredit Capitalia possiede il 18% di Mediobanca, Mediobanca il 14% di Generali, (nelle quali Unicredit Capitalia ha a sua volta un 6,3%). Generali è l’azionista di riferimento in Intesa San Paolo con il 5%. Insomma attraverso Mediobanca e Generali va a finire che Unicredit Capitalia potrebbe pesantemente influenzare il concorrente Intesa San Paolo. Ed è per questo che recentemente l’autorità antitrust ha deciso di imporre alcune misure di dimagrimento a Unicredit Capitalia.

ROBERTO SOMMELLA – AUTORITA’ ANTITRUST
Abbiamo chiesto che Unicredit ceda le sue quote di diretta partecipazione in Generali e che poi successivamente la nuova banca ceda più del 9% del 18 e passa che ha, di Mediobanca.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In breve, l’antitrust azzera le azioni Unicredit nelle Generali, dimezza quelle in Mediobanca e chiede ai due rappresentanti di Unicredit in Mediobanca, Dieter Rampl e Fabrizio Palenzona di non votare su alcune materie nel consiglio di Unicredit. Tutto per evitare un possibile conflitto di interessi. Ma il punto rimane aperto in Mediobanca, perché lì c’è Cesare Geronzi.

DIRIGENTE CAPITALIA
Trovo ridicolo che l’Antitrust chieda ai consiglieri di Unicredit e Mediobanca, Rampl e Palenzona, di astenersi dal voto su alcune materie e non chieda la stessa cosa per Geronzi, lui non è certo lì come indipendente, ci sta in rappresentanza di Unicredit Capitalia. Guardi io faccio il banchiere, non sono un moralista, ma questa vicenda dimostra come nel nostro mondo sono assenti regole certe e che Geronzi può scegliere sempre quella a lui più favorevole.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Con la fusione Unicredit Capitalia Cesare Geronzi diventa Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Mediobanca che a sua volta, con circa il 14% è la principale azionista di Rcs, l’editore del Corriere della Sera. Ma in Rcs, tra gli azionisti ci sono anche Intesa San Paolo e Unicredit Capitalia. Senza dubbio Cesare Geronzi e le banche hanno un peso determinante nel Corriere della Sera.

PAOLO MONDANI
Nel tuo libro titolato “il Baco del Corriere” tu dici con molta energia che le banche non dovrebbero essere presenti nella proprietà dei giornali. Perché?

MASSIMO MUCCHETTI – VICEDIR. “CORRIERE DELLA SERA”
Qui abbiamo delle banche che non sono come dire... penso a Mediobanca Unicredit che sta da una parte e Intesa San Paolo che sta da un’altra, ma ciascuna di queste banche è poi in grado di influenzare anche le opinioni, diciamo così il sistema di interessi, dei soci cosiddetti industriali o comunque non bancari. Faccio un esempio: nel capitale di Mediobanca partecipano alcuni dei grandi soci del Corriere della Sera medesimo. Penso alle assicurazioni Fondiaria Sai di Ligresti, penso alle Generali, le quali a loro volta sono partecipate da Mediobanca, come la Fondiaria Sai, penso al sistema di Pesenti, penso al sistema di Tronchetti, il quale è anche partecipato da Banca Intesa, quindi gli intrecci sono veramente aggrovigliati. La stampa oggi più di ieri può e deve esercitare il ruolo di cane da guardia del sistema economico e del sistema politico. Quindi è importante che centri di potere già potentissimi non tengano il guinzaglio del cane da guardia.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Nella fusione Unicredit Capitalia sono previsti 5000 esuberi ma è rimasta irrisolta la grossa grana del fondo pensioni dei dipendenti dell’ex cassa di risparmio di Roma. Questi lavoratori, oggi in Capitalia, raccontano che il fondo era particolarmente ricco di proprietà immobiliari quando improvvisamente, pur di salvare i conti in rosso di Banca di Roma, gli immobili vennero venduti a Pirelli Re. I lavoratori ritengono di aver perso per questo circa 600 milioni di euro. Al fondo era iscritto anche Cesare Geronzi, vuoi vedere che rischia di perder la pensione?

RICCARDO DOBRILLA – COMIT. LAVORATORI EX CASSA DI RISPARMIO - ROMA
Tra le varie vicende oscure che hanno colpito il nostro fondo, ce da ricordare anche che i 24 dirigenti più elevati dell’ex Cassa di Risparmio di Roma, tra i quali possiamo ricordare il nostro presidente Geronzi, il direttore d’allora Corcione, negli anni ‘90 (non ricordo bene in quale anno), hanno pensato bene quando ancora il nostro fondo aveva una certa consistenza, di stornare le loro posizioni e portarsele nel fondo dei dirigenti del Banco di Santo Spirito. I soldi che loro hanno spostato in loro favore, ripeto di questi 24 dirigenti, ammontano esattamente, perché fu detto in un’assemblea degli azionisti, a 47 miliardi delle vecchie lire, ripeto eravamo intorno al ’94, ’95.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
“Ha reiteratamente commesso crimini di gravità inaudita, mostrando la più totale insensibilità nei confronti di chi ne sarebbe stato la vittima più indifesa, il popolo dei risparmiatori” e ancora: “la pericolosità dell’indagato risulta certamente ancora concreta e attuale”. Così si esprimeva nel 2006 il Tribunale della Libertá di Bologna nel confermare l’interdizione temporanea dagli incarichi di Cesare Geronzi in Capitalia. L’inchiesta era quella sulla Parmalat. Dopo l’ interdizione, il patto di sindacato di Capitalia votò la riammissione di Geronzi agli incarichi. Così come votò a favore all’inizio del 2007 dopo la sospensione di Geronzi a seguito della condanna per il crack Italcase Bagaglino. Tra i componenti del patto spiccano il gruppo Ligresti, la Fininvest e Salvatore Mancuso che rappresenta la regione Sicilia ed è uomo di Salvatore Cuffaro.

DIRIGENTE CAPITALIA
Geronzi ha conosciuto un’interdizione giudiziaria ed una sospensione dall’esercizio dei suoi uffici e una condanna in primo grado ad 1 anno e 8 mesi per concorso in bancarotta nel crac Bagaglino Italcase. E’ indagato nel crac della Cirio, nel caso Parmalat-Ciappazzi e nel caso Eurolat, dove è stato rinviato a giudizio con capi d’imputazione che vanno dal concorso in bancarotta all’usura. Eppure è presidente di Mediobanca, ma è anche presidente del Patto di Sindacato, del Consiglio di Sorveglianza e del Comitato Governance. Neppure Cuccia ha mai concentrato tanto potere.

PAOLO MONDANI
Ma questo come è stato possibile?

DIRIGENTE CAPITALIA
Questo è possibile perché nel decreto del Ministro del Tesoro che determina i requisiti di onorabilità di chi opera nel mondo finanziario, c’è scritto che viene mandato a casa solo chi è stato condannato in via definitiva. Ed ecco perché Geronzi in futuro vorrebbe fare il Presidente delle assicurazioni Generali, perché il decreto vale per le banche ma non per le assicurazioni.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Da Capitalia al Corriere della Sera: ne ha fatta di strada Cesare Geronzi. Osserviamo al microscopio alcuni documenti interni di Capitalia. Questo è un atto del consiglio di amministrazione della banca del 10 maggio 2007. E’ il rendiconto delle erogazioni per fini di beneficenza. Il fondo ammonta a circa 20 milioni di euro ed è Geronzi in persona ad occuparsene. Tra gli altri spiccano i 50 mila euro all’Opera Romana Pellegrinaggi alle dirette dipendenze del Cardinal Ruini, i 150 mila euro alla Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa presieduta da Monsignor Mauro Piacenza, esponente dell’Opus Dei, e 195 mila euro senza nome, con la sola specificazione “Donazioni ad alcuni esponenti del Vaticano”. Quando non si ha una sigla a disposizione meglio mantenere l’anonimato.
Ma c’è di più. Il 30 gennaio scorso, Capitalia avvia un’ispezione presso l’Area relazioni esterne diretta da Luigi Vianello, uomo-comunicazione di Cesare Geronzi. Un’attività di controllo messa in moto dall’Amministratore delegato Matteo Arpe. L’ispezione dura 3 mesi. L’area ha gestito nel 2006 31 milioni di euro, di cui circa 29 per pubblicità. Le conclusioni dell’ispezione sono durissime.

L’area non dispone di un elenco fornitori... non si comprende la effettiva destinazione degli esborsi...c’è una generalizzata assenza di giustificativi contabili...e mancata emissione di fatture... si parla di frequenti acquisti di biglietti e abbonamenti per partite di calcio di cui non si conoscono i beneficiari.

Si formulano riserve su stanziamenti a il quotidiano internet “Il Velino” che tra il 2004 e il 2007 incassa 1 milione e 200 mila euro.

Capitalia tra il 2004 e il 2007 versa a Mediacom 94 e a Big Communication srl del 78 enne Mario Benedetti, circa 800mila euro per prestazioni che gli ispettori non riescono ad accertare e che definiscono “verbali e riservate”. Come dire che le due società che fanno pubbliche relazioni, sondaggi e agenzia di stampa ma dai loro bilanci sembrano poco attive, avrebbero fatturato il nulla.

Tra gli stanziamenti preautorizzati nel 2006 troviamo: 180 mila euro per le manifestazioni culturali di Cortina D’Ampezzo curate dal giornalista Enrico Cisnetto, 66 mila euro per il Dvd su José Maria Escrivà fondatore dell’Opus Dei, 60 mila euro per l’evento commemorativo Giovanni Paolo II sull’Osservatore Romano, 36 mila euro per la sistemazione dei giornalisti per l’America’s Cup. Mentre tra le spese di rappresentanza fanno la loro figura i 35 mila euro per portatelefonini in pelle con piastra d’argento.

A fine ispezione, il vice direttore generale De Robbio scrive: “è indispensabile mettere in atto immediati interventi che riconducano l’area nell’alveo di una regolarità gestionale amministrativa”. De Robbio non è piú in Capitalia e nemmeno Arpe, ma siccome Capitalia non esiste più queste carte che fine avranno fatto?

Ultimo atto: Sabato 29 settembre. Cesare Geronzi e Alessandro Profumo di fronte a migliaia di dipendenti danno l’addio a Capitalia. Un dirigente chiede a Geronzi se sia vero che ha ceduto Capitalia a Unicredit in cambio della presidenza di Mediobanca. Cosi risponde Cesare Geronzi.

INTERVENTO DI CESARE GERONZI
“Prima della sua morte il dottor Maranghi, che aveva voluto riprendere i contatti con me, mi stimolava continuamente, mi diceva: “Bisogna rifare tutto, bisogna rifare tutto, ma tu vuoi fare il presidente di Mediobanca?” Ma dissi: “Guardi, io non farò mai nulla. Io sono una persona che non ha mai inseguito cariche”.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Vincenzo Maranghi fu a lungo alla guida di Mediobanca ed è scomparso nel luglio scorso. A poche ore dalle parole di Geronzi la famiglia di Vincenzo Maranghi replica così: «Siamo profondamente sconcertati dall’attribuzione di parole e pensieri a una persona che non è più in grado di asseverare, né di correggere, né tanto meno di smentire quelle affermazioni». Ci auguriamo che episodi come questi non abbiano più ad accadere. Sarebbe molto facile per noi, naturali e vigili custodi della memoria del congiunto, intervenire». Sí, sarebbe facile, visto che Vincenzo Maranghi, ogni volta che incontrava Cesare Geronzi, desiderava avere accanto a sè un familiare. Meglio dire, un testimone.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Per tornare all’ispezione dalla quale emerge che un po’ di spese non sarebbero avvenute con la modalità stabilita dalle regole interne. Uno dice “saranno fatti loro”. Non è così, perché ogni azienda si da delle linee di comportamento in conformità alle norme stabilite dalla 231, e poi le deve rispettare. E qualora si rilevassero delle irregolarità amministrative tu azienda non te ne puoi lavare le mani. Il resoconto dell’ispezione è transitato insieme a Capitalia ad Unicredit. Se queste carte produrranno conseguenze o verranno archiviate non lo sappiamo. Quello che è certo è che l’ascesa di Geronzi non è stata rallentata dalla sue pesanti vicende giudiziarie; 1 condanna, 3 rinvii a giudizio una interdizione e una sospensione. Questo perché la nostra legge che regolamenta la materia dice: finché non c’è una sentenza definitiva è l’assemblea dei soci a decidere se la tal persona può stare alla guida di un grande gruppo bancario. E gli azionisti hanno deciso che si: Geronzi possiede i requisiti di onorabilità. Scrive l’autorevole financial times “in Inghilterra ad indirizzare le decisioni in alcune circostanze basta un’alzata di sopracciglio del governatore”. Draghi che stigmatizza i conflitti e invita al rispetto delle regole, quel sopracciglio ha ritenuto di non doverlo alzare. E così oggi l’Italia si trova Cesare Geronzi al più alto incarico nel settore più delicato e determinante per l’economia del paese.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Devo fare una rettifica e riguarda la nostra ultima puntata. Avevamo raccontato dei guai giudiziari dei protagonisti delle scalate bancarie. Per errore, era andato in onda un mio intervento nel quale dicevo che Ricucci era stato rinviato a giudizio per Antonveneta, Rcs, Enasarco. Non si tratta di rinvio a giudizio, ma di richiesta di rinvio a giudizio

 

 

 

 

LINO Agrusti, L'UOMO DI Geronzi per domare definitivamente il Leone di Trieste - CHI è LA BANCA D'AFFARI CHE HA TRACCIATO L'INDISPENSABILE FUSIONE TELECOM-TELEFONICA? - SCAJOLA SNOBBATO DA MARPIONNE - TOTONOMIME PER CHI VA ALL'ABI - ADDIO VATTANI ADDIO

1 - CHI è LA BANCA D'AFFARI CHE HA 'TRACCIATO' LA FUSIONE TELECOM-TELEFONICA?
Gli uscieri di Telecom non sono  rimasti affatto sorpresi dalla notizia pubblicata sabato sul "Corriere della  Sera" secondo la quale Franchino Bernabè porterebbe avanti l'ipotesi di una fusione dell'azienda con la spagnola Telefonica.

Gli uscieri sanno da tempo che questo progetto esiste e ormai hanno capito il carattere e le intenzioni del manager di Vipiteno che assiste con ammirazione alle piroette planetarie di Sergio Marpionne. Anche lui si rende conto che "niente sarà come prima" nel mercato infernale del capitalismo dove le grandi alleanze sono diventate indispensabili.

Il progetto di fusione è un salto indispensabile che va ben oltre le sinergie da 1,3 miliardi con Telefonica annunciate nell'ultima Assemblea degli azionisti, e i risultati del primo trimestre non sono esaltanti: l'utile è calato del 4,3%, i ricavi hanno segnato -6,7 e gli investimenti sono scesi di 203 milioni di euro rispetto al 2008.

CORRADO PASSERA CON GIOVANNA SALZA - Copyright Pizzi

Ma il problema più grosso, che rende plausibile e indispensabile la fusione con gli spagnoli (titolari del 42,3% di Telco), è rappresentato soprattutto dalla caliente situazione in America Latina dove le due aziende rischiano di essere penalizzate dal governo argentino e in Brasile.

In pratica Bernabè vorrebbe ripetere per Telecom il modello del 1999 quando per arginare l'Opa di Colaninno tentò una disperata alleanza con Deutsche Telekom. Non se ne fece nulla, e Franchino fu costretto a fare le valigie per ritirarsi nell'attività privata. L'uomo non è tipo da restare con le mani in mano e quando fu eletto la prima volta al vertice di Telecom (era il 1998) disse ai giornali: "A 50 anni o si cambia la moglie o si cambia il lavoro: io sono affezionato a mia moglie e perciò cambio lavoro".

 

Adesso che di anni ne ha 61 l'affetto per la moglie non è in discussione, ma ancora una volta il "Marpioncino" di Telecom (così lo chiamano affettuosamente gli uscieri) si trova sul crinale di una scelta importante.

Non appena è uscita la notizia sul suo incontro di lunedì scorso con Cesare Geronzi e Corradino Passera, Telecom si è affrettata a smentire qualsiasi fondamento, ma questa premura è del tutto "formale" perché negli incontri "informali" della settimana scorsa Franchino ha buttato sul piatto l'ipotesi dell'alleanza e ha raccolto reazioni molto fredde.

Nella sua infinita miseria Dagospia è in grado di rivelare che quello di Bernabè non è stato un cauto sondaggio, bensì l'indicazione di un percorso che dovrebbe consentire a Telecom di fare un salto di qualità sui mercati e di parare le botte che gli arrivano dal Sud America e dell'Italia dove il Rapporto Caio pone chiaramente il problema di una massa di investimenti che Telecom da sola non può sostenere. Ma c'è di più, perchè sembra che la fusione abbia già precisi contorni industriali e finanziari.

Sergio Balbinot

E a Milano si è aperto un dibattito sulla banca d'affari che avrebbe tracciato le linee del piano di fusione. Comunque, non è immaginabile che il "Marpioncino" di Vipiteno possa partorire una fusione così importante tagliando fuori piazzetta Cuccia e BancaIntesa, le due realtà che hanno applaudito alla sua nomina nel novembre 2007 e che fino a ieri l'hanno sostenuto con determinazione.
 
2 - Agrusti, L'UOMO DI Geronzi per domare definitivamente il Leone di Trieste
A Trieste c'è un uomo dal volto arcigno che gira per la città con l'aria preoccupata. Così dicono nel  palazzone delle Generali, la roccaforte delle assicurazioni guidata  dall'85enne Bernheim.
Quest'uomo si chiama Raffaele Agrusti ed è direttore generale e finanziario della Compagnia. I rarissimi amici lo chiamano "Lino" e fu proprio la sua promozione nel 2007 a scatenare la reazione dei fondi stranieri e la battaglia innescata contro Bernheim da Davide Serra, il giovinotto di Algebris di cui si sono perse le tracce nei docks di Londra.

Giovanni Perissinotto

Oggi Agrusti è considerato l'uomo più potente del Leone di Trieste, colui che è in grado di dire parole decisive e di mettere in ombra i due amministratori delegati Sergio Balbinot e Giovanni Perissinotto.

Per questi due uomini il futuro sembra quantomai incerto. Il primo, Balbinot, è un 51enne di Tarvisio che nell'83 è entrato nella Compagnia e ha fatto esperienze in Germania, Zurigo, Parigi. Anche adesso continua a girare il mondo mentre l'altro amministratore delegato, Giovanni Perissinotto (un ravennate di 56 anni), cerca di sopravvivere nonostante a Trieste lo considerino un "dead man walking", poco efficace nella gestione del Gruppo.

L'uomo forte che sembra comandare la baracca è sempre di più "Lino" Agrusti e del suo potere ha preso coscienza anche il presidente Bernheim che sembra non aver alcuna intenzione di ritirarsi. Nella primavera del prossimo anno scadrà il mandato del Grande Vecchio francese, ma l'avventura italiana di questo parigino con due lauree che già una volta nel '99 lasciò la presidenza di Generali e si sentì tradito da Enrico Cuccia, è per lui questione di vita o di morte. Al suo fianco i due "alani" Balbinot e Perissinotto appaiono insostituibili, ma sullo sfondo si agita la figura di Agrusti che Bernheim considera la punta avanzata di Cesarone Geronzi per domare definitivamente il Leone di Trieste.

In questo disegno qualcuno dice che il presidente di Mediobanca vorrebbe piazzare al posto di Bernheim un "padre nobile" dell'economia (come Padoa Schioppa o Mario Monti) e un amministratore delegato unico, già individuato in Enrico Tommaso Cucchiai, un bocconiano ex-McKinsey dalla testa pelata e la barbetta grigia che assomiglia incredibilmente al sondaggista Piepoli.

Nel suo ufficio di Parigi in Boulevard Haussmann il vecchio Bernheim ha fiutato l'operazione e pare che stia preparando un bel piattino per l'arcigno "Lino".
 
3 - SCAJOLA SNOBBATO DA MARPIONNE
Claudio Scajola ha due problemi, uno locale, l'altro nazionale.
Il primo riguarda il futuro dell'aeroporto di Albenga, che ha sempre considerato una sua creatura e per il quale si è battuto affinché in coincidenza con il governo Berlusconi funzionasse la tratta che dalla città ligure porta a Roma. Nella sua splendida villa di Imperia l'ex-democristiano che passerà alla storia per aver definito Marco Biagi "un rompicoglioni" sta cercando la soluzione che consenta di privatizzare l'aeroporto gestito dalla società Ava con il contributo dei comuni e delle amministrazioni locali.

La questione non è nuova e nel settembre dell'anno scorso sembrava che fosse risolta con l'intervento degli imprenditori Orsero e Bassani, che hanno i loro centri operativi ad Albenga e Montecarlo. Negli ultimi giorni sembra che la soluzione stia maturando perché - come ha scritto venerdì il quotidiano "MF" - la famiglia Orsero che fattura 1,2 miliardi nella logistica ortofrutticola, sembra intenzionata a mettere sul piatto i 3,2 milioni necessari per arrivare al 51% del capitale.

Guardacaso questa famiglia Orsero è entrata con una quota del 2,36% nella cordata dei patrioti italiani che hanno salvato l'Alitalia, e qualche maligno per le strade di Imperia sussurra che si tratti di un graditissimo scambio.

 

Ad inquietare l'ineffabile Scajola c'è poi il problema "nazionale" che riguarda il modo ingrato con cui Sergio Marpionne sta snobbando il governo e il ministro che più si è battuto per gli incentivi all'automobile. Nei giorni scorsi Scajola si è davvero inquietato per l'indifferenza del manager dal pullover sgualcito che ormai parla solo con Obama e i governatori tedeschi.

Con un grido di dolore ha detto: "spero che la presenza di Fiat in Italia aumenterà e non diminuirà", un linguaggio del tutto simile a quello dei sindacalisti e dell'ex-ministro del Lavoro, Damiano.
Il politico dell'aeroporto di Albenga soffre per lo snobismo del planetario Marpionne che non se lo fila per niente, e teme che tra pochi giorni sotto gli uffici di via Veneto arrivino i "rompicoglioni" di Pomigliano d'Arco e Termini Imerese con tanto di striscioni e tamburi.
 

[11-05-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL PROF.UGAZIO clicca qui

La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

Leggi anche:

- Ford Hemp Car: l'auto ecologica esisteva già 70 anni fa

Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

Ecofatto, la metamorfosi del riciclaggio

 

Renata Gabbi di Legambiente, spiega come dal riciclaggio di carta, plastica, acciaio si possano ottenere utensili, biciclette, elementi dell'arredo urbano e tanti altri oggetti d'uso quotidiano: "da ogni cosa nasce un'altra cosa", bisogna solo scegliere il contenitore giusto.
Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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Riconosciuto il nesso eziologico
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  Videoinforma :  www marcobava.it