EVASIONE FISC
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S.MARINO
AGNELLI
LISTA 552

 

 

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 01.12.15

4) Processo MPS SIENA MI 27.11.15.

5) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSA IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI il 19.11.16 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

http://www.solodownload.it/

http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

 

EVASIONE FISCALE 2016

 

SWISSLEAKS! TRA I FURBETTI DELLA “LISTA FALCIANI”, CHE HANNO EVASO IL FISCO E PORTATO I SOLDI IN SVIZZERA, IL RE DEL MAROCCO, JOHN MALKOVICH, VALENTINO ROSSI, BRIATORE, LO STILISTA VALENTINO, TINA TURNER, PHIL COLLINS, IL BANCHIERE EMILIO BOTIN

9 FEB 10:22

Un sistema di evasione fiscale mondiale condotto grazie ai servizi della banca britannica Hsbc attraverso la filiale svizzera Hsbc Private Bank, basata a Ginevra - Si parla di circa 180 miliardi di euro passati in Svizzera tra il novembre 2006 e il marzo 2007, appartenenti a oltre 100 mila clienti (dei quali circa 7.000 italiani)…

 

INNOCENTI EVASIONI – IL “CORRIERE” NON PUBBLICA LA LISTA DEGLI ITALIANI DELL’HSBC E SCODELLA ALTRI POTENZIALI EVASORI - SONO I 351 MILIONARI CHE HANNO INVESTITO IN POLIZZE DEL CREDIT SUISSE: SERVIVANO A OCCULTARE CAPITALI AL FISCO?

Tra i clienti delle polizze-schermo compare anche l’ex deputato del Pd Francantonio Genovese, arrestato per peculato e truffa, con un investimento da 16 milioni. Intanto, sulla lista Falciani, Pippo Civati spiega che il conto alla Hsbc era di suo padre e che lui non ha mai movimentato un euro…

 

MELA BACATA – LA PROCURA DI MILANO INDAGA SU UNA POSSIBILE EVASIONE DA UN MILIARDO DI EURO – A DIFFERENZA DI GOOGLE, APPLE NON SEMBRA INTERESSATO A TROVARE UN ACCORDO

Alla base di tutto c’è l’”esportazione” in Irlanda dei profitti italiani e l’irrisolto problema legislativo della tassazione dei colossi di Internet. Il piddino Francesco Boccia ammette: “Se la magistratura dovesse arrivare prima, sarebbe l’ennesima sconfitta della politica”...

 

 

ORA DOVE PORTEREMO I NOSTRI MILIONI?/2 CHIUSI I PARADISI FISCALI IN SVIZZERA E LIECHTENSTEIN, I FURBETTI ORA SCELGONO EMIRATI E ISOLE CAYMAN - CAPITOLA ANCHE MONACO: ACCORDO PER INIZIO MARZO

25 FEB 12:29

Nella lista preparata per il Congresso americano sono 49 i Paesi classificati come paradisi fiscali: alcuni dei quali rimasti paradisi solo per chi ci vive (San Marino e Montecarlo) altri che invece lo possono ancora essere per i non residenti - Per pagare meno tasse restano la residenza fittizia all’estero (Londra fra le preferite) e la sofisticazione finanziaria...

 

CACCIA AL TESORO! L’ACCORDO CON LA SVIZZERA PERMETTE AL FISCO DI INDAGARE SU 200 MILIARDI DI BENI ITALIANI - NEI FORZIERI ELVETICI, UN TERZO DELLA RICCHEZZA OFF SHORE MONDIALE

Gli spazi per gli evasori stanno svanendo uno dopo l’altro: tra le grandi piazze restano solo Dubai e Panama, Paese con il quale l’Italia ha firmato nel 2013 un accordo di reciproca assistenza che non è stato ancora ratificato - Poi restano «minuzie» come qualche Paese caraibico o sudamericano…

 

 

Oltre 21mila miliardi di dollari: sono i soldi nascosti dai super-ricchi nei paradisi fiscali

  • 22 luglio 2012

 

Tanto quanto le economie di Stati Uniti e Giappone messe assieme: i patrimoni dei super-ricchi di tutto il mondo nascosti nei paradisi fiscali arrivano a qualcosa come 21mila miliardi di dollari, secondo uno studio condotto da un ex capo economista di McKinsey, James Henry, intitolato "Il prezzo dell'offshore rivisto" e che fa il punto a fine 2010.

Secondo l'autore, precisa la Bbc, in realtà la vera cifra potrebbe arrivare a 32mila miliardi di dollari, poichè il suo monitoraggio ha preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, tralasciando beni concreti come proprietà o yacht. Il rapporto è stato commissionato da Tax Justice Netwotrk, un gruppo che milita contro l'evasione fiscale. «Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare sensibilmente le finanze di molti Paesi», ha dichiarato Henry. Il tutto, costituisce «un enorme buco nero nell'economia mondiale».

 

 

 

Oltre 21mila miliardi di dollari: sono i soldi nascosti dai super-ricchi nei paradisi fiscali

  • 22 luglio 2012

 

Tanto quanto le economie di Stati Uniti e Giappone messe assieme: i patrimoni dei super-ricchi di tutto il mondo nascosti nei paradisi fiscali arrivano a qualcosa come 21mila miliardi di dollari, secondo uno studio condotto da un ex capo economista di McKinsey, James Henry, intitolato "Il prezzo dell'offshore rivisto" e che fa il punto a fine 2010.

Secondo l'autore, precisa la Bbc, in realtà la vera cifra potrebbe arrivare a 32mila miliardi di dollari, poichè il suo monitoraggio ha preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, tralasciando beni concreti come proprietà o yacht. Il rapporto è stato commissionato da Tax Justice Netwotrk, un gruppo che milita contro l'evasione fiscale. «Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare sensibilmente le finanze di molti Paesi», ha dichiarato Henry. Il tutto, costituisce «un enorme buco nero nell'economia mondiale».

 

 

FEDERICO FALCK CONDANNATO PER DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI...
(Adnkronos) - Il Giudice della seconda sezione penale del tribunale di Milano ha condannato Federico Falck ad un anno e tre mesi di reclusione, con la pena sospesa e la non menzione, per dichiarazione infedele dei redditi. Il manager e' stato anche interdetto "dagli ufffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e dalla funzione di rappresentanza ed assistenza in materia tributaria per il periodo di un anno". A Falck e' stato anche vietato di contrattare con la pubblica amministrazione per un anno.

 18-02-2011]

 

 

- FISCO: INCHIESTA DOLCE E GABBANA, GUP MILANO RESPINGE ECCEZIONI DIFESA...
(Adnkronos) - Le notifiche inviate via fax sono 'regolari' e non nulle. Quindi il provvedimento avviato nei confronti degli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana puo' proseguire. E' quanto ha deciso in tarda mattinata il gup di Milano, Simone Luerti, durante la prima udienza preliminare sulla maxi evasione da circa 1 miliardo di euro contestata ai due stilisti.

Dolce e Gabbana sono accusati di truffa ai danni dello Stato, infedele dichiarazione dei redditi ed evasione fiscale per un miliardo di euro. Secondo l'ipotesi dei magistrati milanesi, che hanno chiesto il rinvio a giudizio dei due indagati, i reati sarebbero stati commessi nel biennio compreso tra 2004 e 2005: l'evasione contestata e' pari 420 milioni per ciascuno dei due stilisti, piu' 200 milioni di imponibile non versato riferibili alla societa'.

31-01-2011]

 

 

SAI COS’È, L’ISOLA DI MAN… - NO, NON È UN NUOVO SUCCESSO FRICCHETTONE DEI DIK DIK, MA IL PARADISO FISCALE DOVE I BENETTON HANNO PAGATO FIOR DI QUATTRINI A INTERMEDIARI FINANZIARI CHE ERANO IN REALTÀ SCATOLE VUOTE - IERI LA COMMISSIONE TRIBUTARIA VENETA LI HA SANZIONATI: DEVONO PAGARE 2,7 MLN € IN TASSE EVASE PER IL 2003. E IL FISCO STA INDAGANDO ANCHE SUGLI ANNI 2004-2007 - IN TUTTA ITALIA, NEL 2010 SONO STATI EVASI 50 MLD IN REDDITI NON DICHIARATI

1 - BENETTON, STANGATA DAL FISCO - DOVRÀ PAGARE 2,7 MILIONI...
Da "CorriereDelVeneto.Corriere.it"

 

La commissione tributaria regionale del Veneto stanga la Benetton per aver ingiustamente dedotto dei costi sostenuti nei confronti di due società dell'isola di Man, in Inghilterra, noto paradiso fiscale. La Commissione tributaria regionale di Venezia ha confermato quindi la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Treviso (sempre sfavorevole al gruppo di Ponzano Veneto) e stabilito che occorre verificare l'effettività delle operazioni sottostanti, non in astratto, ma con riferimento alla reale operatività dei soggetti che hanno beneficiato dei pagamenti (cioè le società black list).

 

A insospettire i funzionari dell'Agenzia delle Entrate, la particolare «organizzazione» dei presunti intermediari. Solo un fax a simulare lo svolgimento di una attività economica. Quelle che dovevano essere vere e proprie società attrezzate, sono in realtà scatole vuote senza un'effettiva operatività. Difficile anche solo risalire all'esatta compagine proprietaria, dato che operavano in Paesi «non collaborativi» con le Autorità tributarie italiane. «Perché pagare provvigioni più salate a intermediari dell'Isola di Man, quando sarebbe stato più conveniente rivolgersi direttamente a operatori attivi in Irlanda e Grecia?»

È questa la domanda che si erano posti gli ispettori dell'Agenzia delle Entrate impegnati in una verifica nei confronti di una nota multinazionale. E i giudici tributari hanno confermato i loro dubbi, condannando la società a rifondere 2,7 milioni di euro tra Irpeg, Irap e sanzioni per la sola annualità 2003. Altri analoghi accertamenti per importi multimilionari sono stati emessi per l'annualità 2004, attualmente in discussione davanti alla Commissione tributaria provinciale di Venezia, e l'annualità 2005. Mentre sono in fase di lavorazione analoghe contestazioni riguardanti i periodi 2006-2007.

 


2 - EVASIONE RECORD NEL 2010: 50 MILIARDI I REDDITI NASCOSTI...
Laura Verlicchi per "il Giornale"

Le Fiamme Gialle alzano il tiro, e smascherano un'evasione fiscale da record: quasi 50 miliardi di euro, il doppio dell'ultima manovra finanziaria.

E questi sono soltanto i redditi non dichiarati: nel 2010 gli italiani hanno evaso anche 6,3 miliardi di Iva e 30,5 miliardi di Irap, mentre le ritenute non versate si attestano a quota 635 milioni. Ma nel rapporto annuale della Guardia di Finanza ci sono anche i casi più clamorosi: i cosiddetti «evasori totali» (8.850, il 18% in più del 2009). Sono imprenditori e lavoratori autonomi che, pur avendo prodotto nel 2010 un reddito di oltre 20 miliardi, non solo non hanno presentato alcuna dichiarazione fiscale ma hanno anche evaso l'Iva per 2,6 miliardi.

 

Poi, c'è l'imbarazzante capitolo «falsi poveri»: come quei cittadini che in Veneto chiedevano un contributo per pagare l'affitto possedendo però auto di pregio, quei proprietari di appartamenti di lusso nel centro di Firenze che chiedevano buoni per le mense scolastiche e per l'acquisto dei libri dei figli, quei commercianti calabresi che chiedevano l'esenzione dal ticket sanitario pur possedendo 90 immobili. La Guardia di Finanza l'anno scorso ne ha scoperti 4.500 che hanno usufruito di prestazioni sociali agevolate per un miliardo e mezzo.

Fin qui, l'evasione entro i confini italiani: ma anche la lotta ai paradisi fiscali e all'evasione internazionale è un punto fondamentale nella strategia delle Fiamme Gialle. Perchè dei 50 miliardi nascosti al fisco (il 46% in più rispetto al 2009), all'estero ne sono stati individuati 10,5, la metà dei quali tra Lussemburgo e Svizzera. Soldi portati fuori dall'Italia attraverso operazioni di esterovestizioni della residenza, triangolazioni con Paesi off-shore ed omesse dichiarazioni di capitali detenuti all'estero. Ma non è finita: nel rapporto si dice chiaramente che in alcuni casi gli importi coperti dallo scudo fiscale sono risultati inferiori a quelli segnalati dalle autorità francesi. Dunque ci sono ancora evasori da individuare.

 

Ma anche una legalità da rafforzare, soprattutto fra i giovani: «Siamo consapevoli - ha detto il comandante delle Fiamme Gialle Nino Di Paolo, nell'audizione alla commissione Finanze della Camera - che la lotta all'illegalità economica richieda un impegno in primis sul piano operativo. Ma ciò sarebbe riduttivo perchè non si può difendere la causa della legalità senza farne conoscere anche il suo profondo valore culturale». «Se saremo in grado di farlo - ha concluso Di Paolo - combattere l'evasione diventerà un'obiettivo sempre più condiviso socialmente, perchè significherà offrire al Paese più risorse da destinare ai servizi pubblici, a finalità sociali, allo sviluppo dell'economia».

 01-02-2011]

 

 

- LISTA FALCIANI GLI ITALIANI SONO OLTRE 5 MILA...
Da "la Repubblica" - Sono 774 le verifiche concluse da parte della Guardia di Finanza sulla cosiddetta lista Falciani, l´elenco di 5.439 correntisti italiani della filiale di Ginevra della Hsbc, sottratto dall´ex dipendente della holding Hervé Falciani e su cui indagano numerose procure italiane. I redditi evasi accertati fino, ad oggi ammontano a oltre 180 milioni di euro e sarebbero almeno 28 gli evasori totali scoperti in seguito alle indagini.

Le persone fisiche incluse nella lista sono concentrate principalmente in due regioni: Lombardia (per il 51% del totale) seguita dal Lazio (col 15%). In terza posizione il Piemonte (7,5%), poi l´Emilia Romagna (7%), il Veneto (6%) e la Toscana (4%). Le Fiamme Gialle ha ottenuto la lista dall´amministrazione fiscale francese attraverso i canali di mutua assistenza amministrativa internazionale.01-02-2011

 

 

 

-        Flavio Briatore rosolato dalle fiamme gialle - Questa volta sotto sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo - LA SOMMettA SAREBBE STATA SOTTRATTA AL FISCO NOLEGGIANDO LA "BARCA" DA 62 METRI “FORCE BLUE”…

-        Marco Preve per "Repubblica.it"

 

Nuovo abbordaggio della Guardia di Finanza nei confronti di Flavio Briatore. Questa volta sotto sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo. Il provvedimento parte dalla procura di Genova e si inserisce nella vicenda del Force Blue, il mega yacht da 62 metri che era stato sequestrato nel maggio del 2010. Questa volta per il manager della Formula Uno non c'è l'accusa di contrabbando ma quella di truffa ai danni dello Stato.

 

Questa, perlomeno è la contestazione ipotizzata dal pm Walter Cotugno. La fase di sequestro vera e propria si è consumata ieri mattina ma per arrivare ai "forzieri" riconducibili a Briatore i finanzieri hanno impiegato diverse settimane e soprattutto hanno dovuto ottenere anche la collaborazione delle autorità del Principato di Monaco. La somma sequestrata sarebbe quella che si ritiene sia stata sottratta al fisco attraverso false dichiarazioni riguardanti l'attività di noleggio del Force Blue.

 

Nell'inchiesta originale sono quattro le persone indagate a vario titolo dalla procura. Oltre all'imprenditore è stata iscritta nel registro anche Maria Pia De Fusco, l'amministratore delegato della ''Autumn sailing limited'', la società a cui sarebbe stata fittiziamente intestata l'imbarcazione.

 

Secondo il provvedimento di sequestro emesso dal gip Ferdinando Baldini "era stata creata un'interposizione fittizia tra la Autumn e Briatore, in realtà unico utilizzatore dello yacht". La scorsa estate il Force Blue era stato autorizzato dal gip a svolgere attività di crociera con l'obbligo di depositare i proventi su un conto a disposizione della procura.

 25-01-2011]

 

- FISCO: GDF SU LOTTA PARADISI FISCALI, IN CORSO VERIFICHE SU 2.000 SOGGETTI...
(Adnkronos) - 'Sono attualmente in corso 2.000 verifiche su vari soggetti', nell'ambito delle indagini sui paradisi fiscali. 'Alcuni sono nelle liste di cui la stampa si e' occupata negli ultimi tempi'. Lo afferma il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo, nel corso di un'audizione in commissione Finanze alla Camera. Lo scorso anno le indagini relative a reati realizzati attraverso l'esterovestizione hanno coinvolto nel 26% dei casi il Lussemburgo, nel 25% la Svizzera, 7% Gran Bretagna, 6% Panama, San Marino e Liechtestein nel 2%.

26-01-2011]

 

 

 

i nuovi nomi della "lista Falciani" - tra gli italiani titolari di un conto presso la filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc, sbucano il conte-banchiere Giovanni Auletta Armenise, il boss di radio rds Eduardo Montefusco, il presidente di Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria Claudio Cavazza - Stefania Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la documentazione che prova la scelta di «scudare» la cifra

Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

 

Tennisti, stilisti, banchieri, imprenditori: si concentra su nuovi nomi l'indagine sugli italiani titolari di un conto presso la filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc. Persone che avevano occultato parte dei propri beni al fisco e si sono ritrovate nella famigerata «lista Falciani» , l'elenco dei clienti ceduto dal responsabile informatico dell'Istituto di credito Hervé Falciani, 38 anni, alle autorità francesi.

Migliaia e migliaia di correntisti di mezzo mondo tra i quali ci sono, appunto, 6.963 nostri connazionali che hanno trasferito oltre confine oltre sei miliardi e nove milioni di dollari. Su di loro indagano adesso Procure e Guardia di Finanza per ricostruire la movimentazione e verificare quanti abbiano scelto di usufruire dello «scudo» e così evitare conseguenze penali.

 

I BENI MAFIOSI
Si procede per omessa o infedele dichiarazione, ma in alcuni casi si valutano reati ben più gravi come il riciclaggio. Il sospetto degli inquirenti è che dietro alcune «posizioni» si nascondano in realtà prestanome o titolari di società incaricate di ripulire fondi provenienti da operazioni illecite. Una copia della lista è stata inviata alla Procura nazionale antimafia per stabilire eventuali collegamenti con organizzazioni criminali.

SPORTIVI E IMPRENDITORI
Claudio Panatta è meno noto del fratello Adriano, ma ha seguito la sua passione tennistica fino ad arrivare nella squadra di coppa Davis. Il suo nome è inserito nell'elenco acquisito dai pubblici ministeri capitolini Pier Filippo Laviani e Paolo Ielo.

 

Proprio come Eduardo Montefusco, l'imprenditore diventato famoso per aver trasformato Rds, la radio della capitale, in uno dei network più ascoltati. Entrambi dovranno essere convocati per verificare se abbiano avuto accesso a possibili sanatorie. Saranno invece gli eredi dello stilista Egon Von Furstenberg, morto all'ospedale Spallanzani nel 2004 dopo una vita dedicata alla moda, a dover dichiarare se il deposito sia ancora attivo ed indicare gli eventuali beneficiari.

 

Chiarimenti saranno chiesti anche Claudio Cavazza, 77 anni, presidente dell'industria farmaceutica Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria, nominato nel 1987 cavaliere del lavoro. L'anno successivo la stessa onorificenza è stata assegnata al conte Giovanni Auletta Armenise, azionista della Banca Nazionale dell'Agricoltura di cui fu presidente fino al 1985: anche lui è titolare di un conto presso la Hsbc. Proprio come la nobildonna Maria Cristina Saint Just di Teulada.

 

ATTRICI E REGISTI
Stefania Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la documentazione che prova la scelta di «scudare» la cifra. Adesso bisognerà verificare se sua figlia Amanda, a sua volta titolare di un conto, abbia preso la stessa decisione. Tre milioni di euro sono stati lasciati dal regista Sergio Leone e un importo identico risulta riconducibile a suo figlio Andrea. Gli analisti della Guardia di Finanza dovranno adesso stabilire se si tratti di due depositi uguali o se invece ci sia stato un passaggio ereditario dopo la morte del maestro del cinema.

 

I primi accertamenti hanno consentito di stabilire come la metà dei conti intestati agli italiani abbia un saldo pari a zero e questo ha fatto partire nuove verifiche su eventuali spostamenti in altre banche. Le prime stime assicurano infatti che soltanto un terzo degli intestatari avrebbe usufruito dello scudo fiscale.

GLI INDUSTRIALI DEL NORD
Almeno la metà dei nomi trasmessi alla procura di Milano riguardano proprietari di fabbriche - molti mobilieri - del Comasco, della Brianza e della provincia di Varese. L'elenco comprende anche moltissimi nuclei familiari e questo fa presumere che si tratti dei soggetti che rientrano nei cosiddetti «canoni di pericolosità fiscale» , vale a dire coloro che non hanno mai presentato una denuncia dei redditi o comunque che avevano una dichiarazione «non congrua» rispetto al proprio tenore di vita.13-01-2011]

 

 

IL PUGNO DI FERRO SVIZZERO: ARRESTATO IL CAYMANO PENTITO - IL BANCHIERE DEI CARAIBI CHE HA CONSEGNATO AD ASSANGE I NOMI DI 2MILA EVASORI, TRA CUI VARI POLITICI, È FINITO IN GALERA PER VIOLAZIONE DI SEGRETO BANCARIO - DOPO FALCIANI E BIRKENFELD, ORA LE GOLE PROFONDE FINANZIARIE HANNO TROVATO IN WIKILEAKS LA SPONDA PERFETTA (STA PER SPUTTANARE ANCHE BANK OF AMERICA) - MA LA SVIZZERA, CHE AVEVA PROMESSO DI ABOLIRE LA LEGGE SUI SEGRETI, RISCHIA DI PERDERE LA FACCIA E UNA MONTAGNA DI SOLDI…

Franco Zantonelli per "la Repubblica"

 

È stato arrestato, ieri sera a Zurigo, Rudolf Elmer, l´ex-direttore della filiale delle isole Cayman delle Banca Julius Baer che, lunedì scorso a Londra, aveva consegnato a Julian Assange due cd con i nomi di 2 mila evasori del fisco, con conto cifrato presso l´istituto di credito elvetico. «La Procura - recita un comunicato dell´autorità giudiziaria di Zurigo - sta cercando di stabilire se Elmer abbia violato la legge sul segreto bancario, consegnando i due cd al fondatore di WikiLeaks».

Da rilevare che l´ex-funzionario di Julius Baer, licenziato dalla banca svizzera nel 2002, proprio per aver divulgato dati confidenziali di alcuni clienti, era arrivato a Zurigo ieri per presenziare al processo relativo a quelle accuse.

Il giudice ha sì riconosciuto Elmer colpevole, condannandolo ad una multa di 7.200 franchi, tuttavia aveva respinto, per quella vicenda, la richiesta di una pena detentiva di 8 mesi, avanzata dal pubblico ministero. «Il segreto bancario svizzero non si può applicare a dati provenienti dalle isole Cayman», aveva argomentato il difensore dell´imputato.

 

Il quale, pur condannato per i reati di cui era accusato, compresa quello di aver minacciato il suo ex-datore di lavoro, aveva potuto tirare un sospiro di sollievo e già stava pensando di rientrare all´isola di Mauritius, il buen retiro africano nel quale si era rifugiato da tempo, ormai bruciato come consulente bancario. Eppure, in serata, sono arrivati gli arresti per aver dato ad Assange due cd con dati di clienti americani, britannici, tedeschi e svizzeri della Banca Julius Baer.

Nomi che, in una quarantina di casi, corrisponderebbero ad esponenti politici, alcuni dei quali di primo piano. «Ho consegnato quei documenti ad Assange dopo aver tentato, invano, di sensibilizzare l´autorità politica sull´agire criminale e immorale compiuto dalla Banca Julius Baer alle Cayman», si era giustificato l´ex-funzionario, rispondendo alle accuse che l´hanno portato in tribunale, ieri a Zurigo.

 

Per la corte, invece, Elmer aveva solo cercato di vendicarsi, tentando anche un ricatto finanziario, nei confronti dell´istituto di credito di Zurigo. Fatto sta che, se per i fatti del 2002 Elmer se l´è cavata con una multa, per i due mila nominativi consegnati ad Assange è finito, dritto, in prigione. Alla Svizzera, soprattutto al sistema bancario elvetico, l´assicurazione non bastava e bisognava punire l´ennesima fuga di notizie, anche per rassicurare una clientela internazionale.

 

Bruciano ancora, infatti, le ferite inflitte dall´ex-informatico della Hsbc di Ginevra, Hervè Falciani, che ha trafugato dalla banca per cui lavorava dati sensibili che ha rivenduto al governo francese, come pure le rivelazioni di Bradley Birkenfeld, ex-consulente alla clientela di Ubs Usa che, per evitare una lunga detenzione ed incassare un lauto premio, ha vuotato il sacco con il fisco della Florida, mettendo a rischio la stessa esistenza della grande banca svizzera. 20-01-2011]

 

 

wiki wiki cazzi cazzi - stavolta a tremare non sono il Pentagono ma alcune migliaia billionaire potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di politici - Rudolf Elmer, l’ex banchiere svizzero che tra tre giorni dovrà presentarsi davanti alla magistratura elvetica per violazione del segreto bancario, ha deciso di affidare i dati in suo possesso al sito "anti-segreti" fondato da Julian Assange

La Stampa.it

 

Dopo l'Afghanistan e l'Iraq e sulla scia del Cablegate una nuova cassaforte di segreti è in arrivo per Wikileaks: e stavolta a tremare non sono il Pentagono e il Dipartimento di Stato ma alcune migliaia di multimilionari potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di politici.

Rudolf Elmer, l'ex banchiere svizzero che tra tre giorni dovrà presentarsi davanti alla magistratura elvetica per violazione del segreto bancario, ha deciso di affidare i dati in suo possesso al sito "anti-segreti" fondato da Julian Assange.

 

Il "secondo Bradley Manning" consegnerà a Wikileaks due cd con i dati sui potenziali evasori domani al Frontline Club di Londra, l'istituzione per giornalisti "duri e puri" che ha dato ospitalità a Assange prima dell'arresto per conto della magistratura svedese per reati sessuali.

Il fondatore di Wikileaks, attualmente agli arresti domiciliari in attesa dell'esame della richiesta di estradizione, dovrebbe essere presente. Tra i materiali raccolti, ha detto lo stesso Elmer al domenicale britannico The Observer, ci sono quelli relativi ai conti di «almeno 40 politici».

I dati, relativi ai clienti di tre istituti finanziari, coprono un periodo compreso tra 1990 e 2009. Il banchiere, un direttore della filiale alle Cayman della potente Julius Baer licenziato nel 2002, è il primo "informatore" del sito di Assange a finire sotto processo. L'ex dipendente della Baer sta rientrando in Svizzera dall'esilio alle Mauritius e il 19 gennaio finirà davanti al magistrato per falsificazione di documenti, minacce e violazione del segreto bancario, un'accusa relativa alla consegna a Wikileaks di un pacchetto assai più esiguo di informazioni su conti segreti offshore. «Voglio render pubbliche queste informazioni per educare la società», ha detto all'Observer.

 

Nella lista Elmer ci sono singoli individui, multinazionali, istituzioni finanziarie e hedge fund da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Asia e altrove «che usavano lo schermo di segretezza offerto dalle banche offshore per evitare di pagare le tasse», ha detto il banchiere.

I circa 2.000 nomi non verranno immediatamente resi pubblici così come finora Wikileaks non ha diffuso la lista di 15 nomi che Elmer consegnò nel 2007 al sito di Assange. «Wikileaks esaminerà i dati e se troverà casi reali di evasione fiscale procederà alla pubblicazione», ha detto Elmer al giornale svizzero Sonntag.

 

Il nuovo pacchetto di dati si aggiunge al "tesoretto" su una grossa istituzione finanziaria americana, potenzialmente Bank of America, finita nelle mani di Wikileaks. Il sito di Assange ha intenzione di pubblicare questo materiale che potrebbe danneggiare protagonisti della politica finanziaria degli Stati Uniti ma le recenti vicende giudiziarie di Assange e il blocco dei finanziamenti al suo sito hanno costretto l'organizzazione a rallentare il lavoro. 16-01-2011]

 

 

 

- FISCO: PIU' EVASIONE PER 60% ITALIANI...
(ANSA) - Per 6 italiani su 10 l'evasione fiscale negli ultimi tre anni e' aumentata.E' quanto emerge da una ricerca Censis-Commercialisti, secondo la quale per il 44,4% degli intervistati l'evasione e' 'il principale problema del fisco'. La grande maggioranza giudica elevato il carico fiscale: la pensa cosi' l'81% dei contribuenti.Per il 36% il Fisco e' 'ingiusto'.Le imposte 'piu' indigeste' sono: canone Rai (47,3%), bollo auto (14,5%), Ici (12,7%), tassa sulla nettezza urbana (12,1%) e Irpef (11,6%). 20-01-2011]

 

1- TRA UN VALENTINO E UN BALESTRA, SARTI CESAREI CHE AMANO IL "MADE IN ITALY" MA NON CERTO I "SOLDI IN ITALY", IN MEZZO A STEFANIA SANDRELLI E LA GREGORACI CONIUGATA BRIATORE, IVI COMPRESO IL PRESIDENTE DELLA CONFCOMMERCIO ROMA CESARE PAMBIANCHI, CHI SBUCA FUORI NELLA LISTA DEGLI EVASORI FALCIANI? TELESPAZIO! - 2- Sì, È LA SOCIETÀ DI FINMECCANICA CHE SI OCCUPA DI SISTEMI SATELLITARI E I MAGISTRATI VOGLIONO SCOPRIRE PER QUALE MOTIVO AVESSE UN CONTO PRESSO LA HSBC -

1- STILISTI, ATTRICI E IMPRENDITORI - ECCO CHI AVEVA I SOLDI IN SVIZZERA
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

 

Ci sono stilisti e imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d'azienda, ma anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere all'estero i propri risparmi. Oltre settecento persone che adesso sono sotto inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale.

Tutte finite nell'ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervé Falciani, il dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato con l'elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità francesi. Per l'Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale di depositi chesupera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al biennio 2005-2007.

 

I documenti contabili ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati avviati gli accertamenti. Gli interessati dovranno infatti essere interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità.

 

ATTRICI E MANAGER - Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l'attrice Stefania Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe evitare possibili conseguenze penali. Nella lista c'è anche sua figlia Amanda e adesso si dovrà stabilire se sia beneficiaria del deposito della madre o se abbia invece una posizione autonoma.

 

Nulla si sa ancora sull'entità degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la cifra portata all'estero. Nella lista consegnata alla Procura c'è poi Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere diventata la moglie di Flavio Briatore. Il regista Sergio Leone risulta nell'elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a dover fornire chiarimenti ai magistrati.

 

STILISTI E GIOIELLIERI - Il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a ruota da Renato Balestra. Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese. Nell'elenco c'è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007, che viene inserito insieme alla sorella Edda.

E poi le due società che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua "Gianni Bulgari srl" e la "Bulgari International". Gli inquirenti ritengono che anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di Roma. Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto per i negozi sparsi in tutta la città che hanno come testimonial l'attrice Manuela Arcuri.

 

IMPRENDITORI E MANAGER - Telespazio è la società di Finmeccanica che si occupa di sistemi satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un conto presso la Hsbc. Sarà soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo, che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo Lockheed.

Nella lista c'è anche il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività professionale privata. Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell'ambito di un'altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento all'estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società in stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta fraudolenta.

 

Nome noto è pure quello di Mario Salabè, l'ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società "Sapri Broker", fratello dell'architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato nell'inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c'era Oscar Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna. Risulta invece essere un professore universitario Francesco D'Ovidio Lefevre.

 

ILLUSTRI SCONOSCIUTI - I ricchi ma non famosi sono la maggior parte. Molte casalinghe, svariati professionisti, titolari di negozi del centro della città con un considerevole fatturato. Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D'Antona. E ancora nell'elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall'Oglio; Andrea Rosati; Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni; Fabrizia Aragona Pignatelli.

La scorsa estate la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in base ai «canoni di pericolosità fiscale» perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate. Tra loro, l'ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il marchese Hermann Targiani.

 

2- KIEBER, PESSINA E I «ROBIN HOOD» CHE HANNO INSIDIATO I PARADISI FISCALI
Mario Gerevini per il Corriere della Sera

Tutto cominciò con quel cd in mano a Henrich Kieber, ex dipendente della banca e fiduciaria Liechtenstein Global Trust Lgt. Aveva due prospettive Kieber: ricattare la sua ex banca, fare soldi e scappare nessuno avrebbe mai saputo nulla o vendere il dischetto, fare soldi e sparire scatenando la caccia all'evasore. Ha scelto la seconda e nella primavera del 2008 si è volatilizzato con 4,2 milioni di euro.

Cioè i soldi che i servizi segreti tedeschi gli hanno dato in cambio di una lista di presunti evasori «internazionali» 390 italiani, una trentina di milioni recuperati con il conto alla Lgt. È il 27 marzo 2008 quando viene reso pubblico l'«affare» tra questa specie di Robin Hood e il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con la lista di Vaduz si apre un'era.

 

Il Liechtenstein protesta, la Svizzera trema, i paradisi offshore finiscono, finalmente, nel mirino delle grandi potenze dopo essere stati tollerati se non protetti. Con la crisi che massacra i bilanci passa il messaggio che nulla, nemmeno un conto in Svizzera è sicuro per chi froda il fisco. Quindi «pagate le tasse».

Dopo Vaduz tocca a Berna. Nel maggio 2008 dagli Usa parte un attacco giudiziario a Ubs per frode fiscale. Bradley Birkenfeld, ex dipendente della banca svizzera, racconta alla corte federale di Fort Lauderdale Florida il «sistema Ubs» per far evadere i clienti a stelle e strisce. La questione sale al piano diplomatico, la pressione sulla Svizzera è fortissima, la recessione non ammette tolleranza. Alla fine Washington ottiene 4.450 nomi. È la cosiddetta lista Ubs.

 

Nostrana, casalinga, dal sapore lombardo-veneto è invece la lista di Fabrizio Pessina. Spunta fuori nell'inverno 2009 quando l'avvocato-fiduciario viene arrestato per riciclaggio nell'inchiesta milanese sulle bonifiche Montecity-Santa Giulia. Pessina per fortuna non dei suoi clienti ha con sé il pc e la Guardia di Finanza ovviamente ci si infila e tira fuori un elenco cifrato di 576 nomi. Vengono indagati 76 imprenditori di cui 44 veneti e 21 lombardi.

 

Ma di tutte la lista di gran lunga più estesa è quella consegnata nel 2009 dall'informatico Hervé Falciani, 39 anni, al procuratore di Nizza. Ci sono 127 mila conti correnti di 80 mila soggetti di 180 Stati. Sono depositi alla filiale di Ginevra del gigante bancario Hsbc. E Falciani lavorava lì, come Kieber alla Lgt. Nella lista Falciani ci sono 7.000 italiani. L'elenco è stato «spacchettato» e ogni comando territoriale della Gdf ha la sua lista da spulciare.

Ma un conto sono i reati penali, spesso prescritti, altro le contestazioni amministrative del fisco. Alla fine il «netto» dovrà tener conto di chi detiene legalmente i beni all'estero o li ha regolarizzati con lo scudo.

Intanto in Germania è comparso l'estate scorsa un nuovo cd con 1.100 nomi di presunti evasori, correntisti del Crédit Suisse. E in Italia è sempre sotto esame la poco nota lista Guastalla, cioè il «borderò» 280 soggetti pescato dal pc del fiduciario svizzero che fu arrestato per il crac Italease. In un modo o nell'altro si finisce sempre in Svizzera.

12-01-2011]

 

 

 


"Eni ha evaso accise sul gas per 1,7 miliardi. Chiuse le indagini a Milano: non dichiarati 9,8 milioni di metri cubi. Indagati 9 manager. Tangenti in Nigeria, la Snamprogetti firma un accordo transattivo da 30 milioni di dollari" (Repubblica, p. 26). Ma è l'Eni che sembra lo Ior o lo Ior che sembra l'Eni?

 21-12-2010]

 

 

ENI: 9 MANAGER INDAGATI PER MANCATO PAGAMENTO ACCISE PER 1,7 MLD...
Radiocor - La Guardia di Finanza di Milano sta notificando a nove dirigenti dell'Eni un avviso di chiusura indagini, in relazione a una inchiesta del la procura di Milano su accise non pagate per 1,7 miliardi di euro. L'inchiesta, condotta dal pm Letizia Mannella e coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, e' nata quattro anni fa e ha evidenziato una differenza tra il gas erogato dall'Eni e quello dichiarato. Da qui l'accusa di non aver pagato le accise in base al prodotto effettivamente erogato.21-12-2010]

 

BANCHE IN GUERRA CON IL FISCO...
Andrea Greco per "la Repubblica" - Dopo Credem capitola Bpm. Solo che la banca dei Maramotti ha perso in tribunale, e pagherà 25 milioni di euro tra imposte e sanzioni per l´uso di «prodotti fiscali con «indiscussa finalità elusiva» (così i giudici). I milanesi, hanno anticipato le cause versando 186 milioni più interessi, «nonostante il convincimento della correttezza del proprio operato, in una logica deflattiva del contenzioso» (?).

Quale prossima banca transerà con l´Agenzia delle entrate? In molte, tra 2004 e 2008, hanno sfruttato le pieghe normative sulle doppie imposizioni tra stati per pagare meno tasse. Ma con la nuova disciplina di abuso del diritto tributario la cuccagna è finita. Il mercato aspetta al varco, tra le altre, Unicredit, Intesa, Mps, Mediobanca. E stima tra 2 e 4 miliardi le richieste del Tesoro. O forse un terzo, se tutte andranno docilmente a Canossa.21-12-2010]

 

 

NELL’IRLANDA CHE AFFONDA, AFFARI DORIS - ENNIO, PADRONE DELLA BERLUSCONISSIMA BANCA MEDIOLANUM, DISEGNA CERCHI NELLE SABBIE MOBILI INTORNO AL FISCO ITALIANO - COME GOOGLE E IBM, DECINE DI MILIARDI IN FONDI D’INVESTIMENTO SONO TENUTI A DUBLINO, AL FINE DI PAGARE LE BASSISSIME TASSE IRLANDESI - COSì, MENTRE L’UNIONE, E QUINDI I CONTRIBUENTI, PAGANO I DEBITI DELL’EX TIGRE CELTICA (CHE NON HA VOLUTO ALZARE LE IMPOSTE NONOSTANTE IL CRAC), DORIS PORTA A CASA 180 MLN € IN DIVIDENDI TASSATI ALL’ESTERO

Vittorio Malagutti per "Il Fatto Quotidiano"

 

Se in Italia c'è un banchiere che sta tifando alla grande per il salvataggio dell'Irlanda, questo è di sicuro Ennio Doris. Proprio lui, l'amico e socio di Silvio Berlusconi, il fondatore di Mediolanum, uno degli uomini più ricchi del Paese con un patrimonio personale di gran lunga superiore al miliardo di euro. Chi non lo conosce? E' quel signore in doppiopetto che traccia cerchi sulla sabbia predicando ottimismo nei suoi spot televisivi.

 

Doris tifa Irlanda ed è in buona compagnia. Il crac di Dublino, infatti, minaccia di innescare una spirale di pesanti ribassi per le quotazioni dei titoli di stato italiani. Con forti perdite in bilancio per gli istituti di credito che ne hanno comprati in gran quantità. Ma il capo di Mediolanum ha una preoccupazione in più. Una preoccupazione che vale svariate decine di milioni. Quanto basta per sgonfiare i lauti profitti fin qui realizzati dal gruppo finanziario (banca, assicurazione, fondi d'investimento) che fa capo per il 35 per cento allo stesso Doris insieme alla moglie e per una quota analoga alla Fininvest di Berlusconi.

È tutta una questione di tasse. Quelle targate Dublino, che garantiscono un trattamento di favore alle società straniere che scelgono l'isola come sede di una loro filiale. Ebbene, da anni ormai Mediolanum fa ampio ricorso a questa forma di doping fiscale e gli utili aumentano di conseguenza. Per salvarsi dal crac, però, adesso l'Irlanda potrebbe decidere di cambiare le regole del gioco alzando le imposte societarie. Gliel'hanno già chiesto alcuni partner dell'Unione europea, in testa a tutti la Germania.

 

E, paradosso del conflitto d'interessi all'italiana, tra gli uomini politici che hanno voce in capitolo nella trattativa internazionale c'è anche il premier Berlusconi. Il quale, come detto, è anche un importante azionista della stessa Mediolanum. Farà gli interessi del Paese o quelli del suo personale portafoglio? Chissà.

Finora, comunque, il governo di Dublino ha preferito dare un taglio allo stato sociale colpendo milioni di cittadini piuttosto che abbandonare una politica fiscale che ha attratto aziende da tutta Europa. Non è detto, però, che la catastrofica situazione delle finanze pubbliche non imponga presto di rivedere almeno in parte questa scelta. Risultato: tasse più alte alle filiali di società straniere, comprese quelle di Doris. E allora addio doping fiscale, addio superprofitti.

Va detto che Mediolanum non è l'unico gruppo italiano sbarcato in Irlanda per risparmiare sulle tasse. Tutte le maggiori banche nazionali, ma anche aziende industriali e di servizi, hanno colto al volo l'occasione. Dublino funziona come una porta girevole. I capitali arrivano, pagano tasse minime e poi tornano in patria, nelle casse della holding capogruppo, sotto forma di dividendo. Un gioco da ragazzi. Con grandi vantaggi: la corporate tax irlandese ammonta al 12,5 per cento dei profitti. Le imposte societarie italiane (Ires e Irap) pesano invece per oltre il 30 per cento.

 

E allora tutti in Irlanda per dribblare il Fisco nostrano. Uno sport molto diffuso. Il campionissimo della specialità, però, è proprio lui, Doris. Tanto che ormai il vero motore di Mediolanum si trova in Irlanda. Gli utili del gruppo arrivano da lì, caso più unico che raro nel panorama delle società italiane quotate in Borsa. Ma vediamo come funziona il congegno che ha fatto la fortuna del grande amico di Berlusconi. Tutto ruota attorno alla Mediolanum International funds, con sede a Dublino, la società a cui fa capo amministrazione e gestione di una scuderia di fondi d'investimento, distribuiti in Italia con i marchi "Best Brands" e "Challenge".

 

A quanto pare la gestione dei fondi rende, eccome. Nel 2009 la Mediolanum International funds ha realizzato la bellezza di 206 milioni di profitti. Nello stesso anno l'intero gruppo Mediolanum, che in Italia controlla una banca e una compagnia di assicurazioni, più altre attività minori in Spagna e Germania, è arrivato a quota 216 milioni. Come dire che la redditività aziendale dipende quasi per intero dalla filiale dublinese. Se poi consideriamo che un'altra controllata con base in Irlanda, la Mediolanum asset management, ha chiuso i conti con quasi 9 milioni di utili, ce n'è abbastanza per affermare che Doris guida una macchina da soldi con la targa di Dublino.

In realtà, a ben guardare, il ricco bilancio del gruppo sembra il risultato di un collaudato gioco di sponda miliardario. Si parte dall'Italia, con i risparmiatori nostrani che investono nei fondi Mediolanum. Il denaro arriva in Irlanda, nelle casse della società di gestione, la Mediolanum International funds. Conti alla mano, quest'ultima amministra oltre 14 miliardi di euro e l'anno scorso ha ricevuto circa 400 milioni sotto forma di commissioni varie, tra cui quelle di management e di performance. Che poi sarebbero le somme prelevate dal patrimonio dei fondi a titolo di compenso per la gestione e per i suoi risultati.

 

A sua volta la società irlandese versa circa 150 milioni alla casa madre italiana (Banca Mediolanum) a titolo di commissioni di sottoscrizione e distribuzione. Tolte alcune spese accessorie, i profitti lordi ammontano (nel 2009) a circa 235 milioni. Rimangono da pagare le imposte, che però in Irlanda, come detto, sono molto basse. Alla fine la Mediolanum International fund se la cava con meno di 30 milioni. In Italia avrebbe rischiato di pagarne più del doppio. Un bel guadagno per Doris e il suo socio Berlusconi.

A questo punto non resta che spedire in Italia il pacco regalo. L'anno scorso la filiale di Dublino ha staccato dividendi per 180 milioni. Poco più della metà (51 per cento) è andata a Banca Mediolanum, un'altra fetta ha preso la strada della holding Mediolanum spa. Un regalo d'Irlanda. A prova di Fisco. 09-12-2010]

 

 

 

1- ITALIA DISASTRATA DOMANDA: È PIÙ LETALE LA FUGA DI CERVELLI O LA FUGA DI PATRIMONI? - 2- TRA I 300 PIÙ RICCHI DELLA SVIZZERA (UNA CUCCAGNA VALUTATA 470 MILIARDI DI EURO), NEL CANTON TICINO GLI ITALIANI FANNO LA LORO PORCA FIGURA: SERGIO E GEO MANTEGAZZA SONO IN TESTA CON UN PATRIMONIO STIMATO A 4-5 MILIARDI, TALLONATI DAL MITOLOGICO EDITORE SEMPRE IN PENA PER IL DEVASTANTE AFFARISMO OFFSHORE DI BERLUSCONI, CARLO DE BENEDETTI DOTATO DI UN PATRIMONIO VALUTATO 1,5-2 MILIARDI - 3- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN, LA FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO -

1- LETTERA
Caro Dago,
non so se il commissario Davanzoni estende le sue indagini anche al territori elvetico...
In ogni caso gli diamo una mano noi facendogli pervenire copia della notizia riportata oggi da tio.ch, dove si parla anche del patrimonio di uno svizzero del Canton Grigioni, un certo CDB. A te dice qualcosa? A me sì! A Davanzoni chissà...
Il griso

2- I 300 PIÙ RICCHI DELLA SVIZZERA POSSIEDONO 470 MILIARDI. IN TICINO MANTEGAZZA IN TESTA
http://affari.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=601894&idsezione=12&idsito=109&idtipo=441

Dopo un biennio caratterizzato da contrazioni, il patrimonio delle 300 persone più ricche della Svizzera è lievitato di 21 miliardi nel 2010, salendo a 470 miliardi di franchi. È quanto emerge dall'ultima classifica dei Paperon de' Paperoni residenti nella Confederazione compilata dalla rivista economica "Bilanz".

 

La crescita rilevata quest'anno è dovuta in buona parte alle 15 persone o famiglie entrate nel novero delle 300 persone più facoltose, commenta "Bilanz". Delle 15 matricole, che assieme dispongono di beni per 15,1 miliardi, dodici sono giunte in Svizzera dall'estero.

In particolare per la prima volta nell'elenco è entrato Ivan Glasenberg, sudafricano con passaporto australiano, che sta per ottenere la cittadinanza svizzera. Glasenberg è presidente della direzione del gruppo Glencore, attivo nelle materie prime. Secondo "Bilanz" possiede 1,5-2 miliardi di franchi.

 

Si aggiungono Torbjörn Törnqvist, residente a Ginevra e attivo nel commercio del petrolio (1,5-2 miliardi), Alan Howard, manager di hedge fund, pure a Ginevra (1,5-2 miliardi), la dinastia tessile Cloppenburg, di Düsseldorf (2-3 miliardi), nel canton Svitto. Fra i 15 nuovi nomi risiedono in Ticino la famiglia Fossati (1,5-2 miliardi) e Stefan Breuer (100-200 milioni), nei Grigioni Margarita Louis-Dreyfus (1-1,5 miliardi).

Tra le persone che hanno accresciuto maggiormente le proprietà figura Ingvar Kamprad, fondatore della catena di mobili Ikea, per la nona volta consecutiva al primo posto assoluto della classifica, con un patrimonio stimato a 38-39 miliardi di franchi, 3 miliardi in più dell'anno scorso. Seguono le famiglie basilesi Hoffmann e Oeri, che controllano il gruppo farmaceutico Roche, con un portafoglio di 13-14 miliardi. Esse risultano però fra i maggiori perdenti avendo subito un calo di 2 miliardi.

Oltre a Kamprad, fra chi ha conquistato quote maggiori si trova la famiglia Brenninkmeijer, proprietaria dei negozi C&A: con un attivo di 12-13 miliardi (+2 miliardi) si colloca in terza posizione nella graduatoria. In crescita di 2 miliardi anche i beni del re della birra Jorge Lemann, del russo Dmitry Rybolovlev e della famiglia Schindler e Bonnard, proprietarie dell'omonimo fabbricante di ascensori e scale mobili.

Per il Ticino in prima posizione figurano Sergio e Geo Mantegazza con un patrimonio stimato a 4-5 miliardi. Sono citati anche Erich e Helga Kellerhals (3-4 miliardi), Heidi Horten (2-3 miliardi), gli eredi Thyssen-Bornemisza (1,5-2 miliardi), Rolf Gerling (1-1,5 miliardi), Vittorio Carozza (1,5-2 miliardi), la famiglia Zegna (1-1,5 miliardi), la famiglia Cornaro (800-900 milioni), Tito Tettamanti (800-900 milioni), Erich e Martin Dreier (600-700 milioni), Günter Kiss (400-500 milioni), Silvio Tarchini (300-400 milioni) e Carlo Crocco (300-400 milioni).

 

Infine, nell'elenco dei 300 più ricchi si trova anche una quindicina di persone residenti nei Grigioni: fra queste spiccano Karl-Hienz Kipp (4-5 miliardi), Athina Hélène Onassis (3-4 miliardi) e Carlo De Benedetti (1,5-2 miliardi).


2- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN, FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO - DALLA FIRMA SUI CONTI DELL'INGEGNERE ALLA GESTIONE DELLE PROPRIETÀ ELVETICHE
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

Non è un'attrazione turistica e nemmeno un monumento storico. Quindi è naturale che qualche innocua foto alla villetta di via Calgari 3, puntando il telefonino, attiri sguardi severi. Siamo a Lugano, del resto, patria della riservatezza, amena località lacustre, meta ideale per chi voglia evadere dal solito tran tran metropolitano.

In questa via, un po' defilata, a 300 metri dal lago, ci si arriva partendo dall'indicazione generica di una fonte: «Il patrimonio estero dell'Ingegnere è gestito da una fiduciaria di Lugano».

 

L'«Ingegnere» è Carlo De Benedetti. La Svizzera, per lui, è una seconda patria: per anni ha tenuto la residenza a St. Moritz. Oggi risiede in provincia di Cuneo.

Altre tracce raccolte sulla piazza luganese portano al nome della fiduciaria: è la Starfin Sa, sconosciuta alle cronache, mai associata a De Benedetti.

È il classico family office, una specie di asilo nido per i tesori di famiglia. Piccoli team di esperti che riscuotono la massima fiducia del cliente. È dunque nella palazzina di via Calgari 3, semicoperta da un gigantesco salice piangente, che sarebbe custodita e gestita una parte del patrimonio personale, quella meno nota, del proprietario del gruppo Cir-Cofide (Espresso, Sorgenia, Sogefi, Kos). Ma occorrono fatti per corroborare le voci. Ci sono legami tra la fiduciaria e l'Ingegnere?

La società di Lugano oltre alla «consulenza negli investimenti» e alle «transazioni internazionali», opera come fiduciaria nella «costituzione e gestione di trust, fondazioni estere», eccetera. Molti i clienti italiani (per esempio azionisti della Omnia Network), ma anche internazionali.

Alla guida di Starfin ci sono due svizzeri, Francesco e Antonio Fabiani, e il brianzolo Roberto Tronci.

E proprio i due Fabiani da anni amministrano direttamente alcuni investimenti immobiliari in Svizzera dell'Ingegnere che è cliente anche dello studio legale Luthi&Lazzarini di Samedan, paese dell'Alta Engadina a pochi chilometri da St. Moritz.

 

Nello studio Luthi&Lazzarini, per esempio, è domiciliata la Cristallo Blaunca, società presieduta da De Benedetti e amministrata da uno dei gestori di Starfin. La Cristallo Blaunca da qualche mese ha incorporato un'altra società svizzera dell'Ingegnere, La Staila (La Stalla). Era un vecchio albergo che venne ristrutturato e suddiviso in appartamenti residenziali di lusso. Un'operazione curata a suo tempo da Silvia Cornacchia, moglie del presidente onorario di Cir-Cofide.

La Cristallo Blaunca, dunque, farebbe capo, direttamente o indirettamente, a De Benedetti. Ancor più introdotto negli affari privati dell'Ingegnere è però l'«italiano» di Starfin, Roberto Tronci. Il rapporto è di massima fiducia dal momento che il professionista con base a Lugano ha potere di firma su alcuni conti bancari di De Benedetti o di sue società.

Nella Romed, per esempio, l'Ingegnere ha conferito per iscritto al fiduciario della Starfin potere di «effettuare operazioni in cambi e commodities sul conto presso Banca Intermobiliare di investimenti e gestioni, ovvero su conti di altri intermediari presso cui Romed abbia aperto una propria posizione». È poi assai probabile che sia stato lo stesso De Benedetti a indicare Tronci nel consiglio di amministrazione dell'italiana Urbanaero srl, la cui proprietà è celata al 100% dietro la Helita Fiduciaria.

 

Ma di che si tratta? Che cos'è l'Urbanaero? È una finanziaria che ha una sola attività: detenere una piccola partecipazione (3,52%) nella società di diritto israeliano Urban Aeronautics del sessantenne ingegnere aerospaziale Rafi Yoeli. Urban Aeronautics, che ha sviluppato tecnologie ad altissimo livello, vuole produrre l'auto che vola, o meglio, una famiglia di mezzi volanti in grado di muoversi agevolmente nelle zone urbane.

Nel capitale dell'azienda di Yoeli entrò anni fa anche una cordata composta, tra gli altri, da De Benedetti e dagli ex top manager di McKinsey Italia Rolando Polli e Roger Abravanel (presidente dell'italiana Urbanaero e consigliere nella partecipata israeliana). Insomma, ci sarebbero loro dietro la Fiduciaria.

Finora l'investimento in Israele ha dato poche soddisfazioni. Dunque Tronci rappresenterebbe l'Ingegnere in Urbanaero, ma soprattutto ha la firma sui suoi conti bancari per il trading, mentre i Fabiani amministrano alcune attività svizzere. E sono loro l'anima di Starfin, il family office in riva al lago di Lugano che custodisce una parte del patrimonio di Carlo De Benedetti. 03-12-2010]

 

FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI - EVASIONE AMMONTEREBBE A QUALCHE CENTINAIO DI MILIONI DI EURO...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese italiane ricorrendo a 'società-veicolo' lussemburghesi sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate alla raccolta di fondi da parte delle società che hanno emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in altri paesi a fiscalità di vantaggio. Qualora l'ipotesi fosse veritiera e accertata caso per caso, a seconda delle diverse concrete fattispecie, le somme in ballo sarebbero ingenti, qualche centinaio di milioni di euro.

 

In pratica le contestazioni sarebbero fatte sulla base dell'articolo 26 quater del Dpr 600 del 73. La norma, che recepisce la direttiva comunitaria su 'Interessi, canoni e royalties', introduce un limite alla non tassabilità di tali interessi. La contestazione che viene mossa alle imprese italiane che hanno effettuato emissioni di bond sui mercati internazionali e in particolare su quello lussemburghese è di non aver effettuato la ritenuta del 12,50% sugli interessi nel passaggio tra l'impresa madre, che è l'effettiva beneficiaria della raccolta, e la società 'veicolo', che effettua l'emissione, raccoglie i fondi, liquida i rendimenti ai sottoscrittori e finanzia l'impresa madre. Gli uomini del fisco si muovono comunque con i piedi di piombo e analizzano la situazione caso per caso tenendo conto anche degli accordi sulle doppie imposizioni con i paesi dove sono collocati i 'veicoli' per l'emissione dei bond.

01-12-2010]

 

 

23. FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese italiane ricorrendo a 'societa'-veicolo' lussemburghesi sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate alla raccolta di fondi da parte delle societa' che hanno emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in altri paesi a fiscalita' di vantaggio.

 

 

 29-11-2010]

 

 

- FISCO, DOLCE E GABBANA IL PM CHIEDE IL PROCESSO: "UN MILIARDO DI EVASIONE"
Il Giornale.it - Il pm di Milano, Laura Pedio, ha chiesto il rinvio a giudizio per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana accusati, assieme ad altre persone, di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi per un'evasione fiscale di circa 1 miliardo di euro, che sarebbe stata commessa tra il 2004 e il 2005. Stando alle indagini, iniziate nel 2007 a seguito di una verifica fiscale, la multinazionale della moda avrebbe creato una società estera, la 'Gadò, con base in Lussemburgo, che risultava essere la proprietaria dei marchi del gruppo e che di fatto, secondo l'accusa, veniva però gestita in Italia. Tramite questa 'esterovestizionè della società, per l'accusa, i proventi derivanti dallo sfruttamento dei marchi venivano tassati all'estero e non in Italia, dove invece dovevano essere pagate le imposte.

L'accusa I due noti stilisti sono anche accusati di aver ceduto i marchi alla società estera a un prezzo di 360 milioni di euro circa, nettamente inferiore, secondo l'accusa, al valore di mercato, che era di circa 700 milioni, ed avrebbero così risparmiato sulle imposte da versare. Il pm contesta un'evasione di circa 420 milioni di euro ciascuno a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, mentre altri 200 milioni di euro di imponibile evaso sarebbero riferibili alla stessa società.

È stato chiesto il rinvio a giudizio anche per un commercialista, Alfonso Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza, e per due manager del gruppo, mentre è stata stralciata la posizione di un'altra persona indagata residente in Lussemburgo. Tutti avrebbero avuto un ruolo nella creazione della società lussemburghese. Viene contestato il reato di truffa, assieme a quello di dichiarazione infedele dei redditi, perchè la "esterovestizione" societaria rappresenterebbe "un artificio o un raggiro" ai danni dello Stato.

 

 

20-11-2010]

 

 

PIEDIGROTTA A LUGANO - L’EX PATRON DEL NAPOLI FERLAINO, CONDANNATO NEL FEBBRAIO SCORSO A 3 ANNI PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA, AVREBBE NASCOSTO IL SUO TESORO IN SVIZZERA - LO RIVELA ADDIRITTURA IL SUO AVVOCATO SVIZZERO (CHE VUOLE PERDERE CLIENTI, EVIDENTEMENTE) AL NUCLEO ANTIRICICLAGGIO ELVETICO: 37 MLN € IN UN TRUST PANAMENSE, I CUI BENEFICIARI SONO I 5 FIGLI DELL’INGEGNERE NAPOLETANO - UN ALTRO AVVOCATO DIFFIDA “IL CAFFÈ” DAL PUBBLICARE LE NOTIZIE, MA SI TRATTA DI ATTI DEPOSITATI

Libero D'Agostino per Il Caffè - http://www.caffe.ch/news/articolo/50246

 

A Berna, negli uffici del Mros, lo stato maggiore di polizia per la lotta al riciclaggio di denaro, il caso dell'ingegner Corrado Ferlaino è classificato col numero di riferimento 657711. Un dossier che scotta quello dell'ex re del calcio Napoli, condannato nel febbraio scorso a tre anni di reclusione per bancarotta fraudolenta nel fallimento della società sportiva partenopea.

 

Il 3 maggio 2010, sui tavoli del Mros arriva la segnalazione sul tesoro in Svizzera di Ferlaino: 49 milioni di franchi (36, 6 milioni di euro) di attività finanziarie trasferiti da una società con sede in Lussemburgo a Lugano e qui blindati con un trust a favore dei cinque figli dell'ingegnere. È lo stesso avvocato di Lugano che aveva gestito il trasferimento del patrimonio in Ticino, a segnalare il caso al Mros, non appena saputo dei guai di Ferlaino con la giustizia italiana.

 

"Ho conosciuto l'ing. Corrado Ferlaino nella prima metà del 2007 tramite il collega di studio avv. Fabio Franchini (titolare anche di uno studio legale a Milano, ndr.). Il cliente aveva l'esigenza di schermare le sue attività finanziarie detenute dalla società Fesbo Sa Lussemburgo- si legge nella segnalazione- , nonché l'esigenza di un'ottimizzazione fiscale di detta società chiedendomi l'emissione di una fattura fittizia per consulenze e prestazioni per la cessione di dette attività finanziarie(...)".

 

Intervistato dal Mattino di Napoli, dopo l'articolo di settimana scorsa del Caffé, Ferlaino ha negato decisamente di avere un patrimonio in Svizzera. Al telefono l'ingenere taglia corto: "Io non la conosco, quindi chiudo". Nonostante i ripetuti tentativi, per il Caffé è stato pure impossibile raggiungere il legale ticinese di Ferlaino, l'avvocato Battista Ghiggia che ci ha "diffidato formalmente" dal pubblicare altri articoli su questo caso.

La segnalazione al Mros è, comunque, molto circostanziata: "Egli (Ferlaino, ndr) chiedeva pertanto di poter costituire una struttura societaria ove convogliare dette partecipazioni anche per motivi confidenziali e successori. In data 2 agosto 2007 avevo provveduto ad istituire il King Trust con la società sottostante di diritto panamense Delmey Holding Sa con un direttore societario Falkirk Overseas Ltd, con una sottostante di secondo grado di diritto svizzero costituita col nominativo Tetide Sa (...)".

Ad amministrare il King Trust sono, quindi, la società panamense e Tetide Sa. Nel Trust di cui sono beneficiari i cinque figli dell'ingegnere confluiscono valori azionari, partecipazioni armatorialie e cespiti immobiliari per diversi stabili a Napoli, alberghi e ville. A bilancio nel 2008 erano registrati poco meno di 49 milioni di franchi.

 

Nella sua lettera al Mros l'avvocato precisa anche di aver accettato il mandato dopo che il collega Franchini aveva fornito ampie rassicurazioni su Ferlaino, che "era persona molto per bene e che era stato presidente di Calcio Napoli". Il primo campanello d'allarme squilla, però, quando viene a sapere di un procedimento contro Ferlaino per falso in bilancio.

Nel marzo 2010 l'allarme diventa rosso alla notizia della condanna dell'ingegnere per bancarotta fraudolenta. L'avvocato per decidere cosa fare si consulta con un collega, John Noseda. Il consiglio è d'informare l'ufficio federale contro il riciglaggio. Il 5 maggio scorso il Mros ha girato una copia del dossier al Ministero pubblico ticinese.

 15-11-2010]

 

 

O LA BORSA O LE TASSE - PIAZZA AFFARI LITIGA CON IL FISCO, UNA QUOTATA SU TRE INSEGUITA DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE: DA BENETTON A DEL VECCHIO FINO A ROMITI, STEFANEL E MONTEZEMOLO - SORPRESA: ESCLUSI ECCELLENTI BERLUSCONI E DE BENEDETTI (CHE HANNO QUALCHE GUAIO MA IN SOCIETÀ NON QUOTATE) - O I GRANDI IMPRENDITORI ITALIANI FANNO DI TUTTO PER EVADERE, O IL FISCO ITALIANO NON È CHIARO E HA TROPPE NORME DA INTERPRETARE (MAGARI SONO VERE ENTRAMBE LE COSE)…

Franco Bechis per "Libero"

 

C'è una società su tre della borsa italiana che ha un problema con il fisco. Non un problemino: quasi tre miliardi di euro di tasse non pagate o malpagate. Non c'è praticamente un grande imprenditore italiano che non sia costretto ad arruolare una schiera di avvocati, commercialisti e tributaristi per difendersi da accertamenti della Agenzia delle Entrate o nei processi delle commissioni tributarie.

 

Nel lungo elenco di società che è pubblicato nella tabella di questa pagina mancano in sostanza solo due imprenditori: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Ma anche loro hanno qualche guaio in società non quotate. Nell'elenco per altro non figura la Mondadori che un contenzioso ha ancora aperto perché stato sanato da una legge del maggio scorso che ha consentito di annullare con il pagamento del 5% del valore della controversia i contenziosi in Cassazione che abbiano già avuto due sentenze favorevoli in primo e in secondo grado. La Mondadori ha pagato e chiuso un contenzioso che durava dall'epoca della guerra fra Berlusconi e De Benedetti.

Ma quella legge che ha consentito di evitare il terzo grado del processo tributario dopo essere stati assolti già due volte è stata impugnata e portata davanti alla Corte di Giustizia europea, quindi il caso può non essere ancora chiuso. Nella stessa situazione si trova un'altra società, la Zucchigroup che secondo la semestrale 2010 ha versato sulla base di quella legge al fisco 134 mila euro per chiudere il braccio di ferro con l'Agenzia delle Entrate sul cosiddetto "dividend washing" e liberare i 3,2 milioni di euro accantonati a fondo rischi.

 

Ma nell'elenco degli imprenditori nei guai con il fisco italiano secondo i contenziosi riportati nelle semestrali 2010 depositati presso il sito di Borsa Italiana ci sono praticamente tutti i grandi nomi dell'imprenditoria: i Benetton, Caltagirone, gli eredi Agnelli, Del Vecchio, Marco Tronchetti Provera, Franco Bernabè, Luca Cordero di Montezemolo, i Romiti, Giuseppe Stefanel, Cesare Geronzi e decine di altri piccoli e grandi. Naturalmente tutte le imprese pensano di avere ragione fino al terzo grado di giudizio. Spesso pagano in anticipo per fermare le sanzioni (così si può versare il 25 per cento di quanto stabilito nell'accertamento), ma subito ricorrono per l'annullamento e per riavere indietro le somme versate.

 

L'ELENCO
Ogni caso è diverso: hanno una storia legata a una vicenda giudiziaria le maxi sanzioni fiscali comminate a Telecom Italia (847 milioni) e a Fastweb, hanno alle spalle delle sentenze europee sugli aiuti di Stato da restituire quelle comminate alle principali società energetiche (Da Acegas ad Acea, da A2a a Hera). Molti hanno contestazioni sui versamenti Iva, altri hanno accertamenti sul reddito di impresa, altri ancora procedimenti che si basano sulla interpretazione dell'Agenzia delle Entrate delle sentenze sull'abuso di diritto (operazioni regolari che vengono però interpretate come elusive).

Ma è la dimensione del fenomeno a colpire. Se fra le quotate a piazza Affari una su tre circa sta vivendo guai con il fisco, le ipotesi possono essere solo due. Prima: i grandi imprenditori italiani fanno di tutto per evadere o eludere le tasse. Seconda diametralmente opposta: il fisco italiano non è chiaro e ha troppe norme da interpretare, e nemmeno chi si arma di eserciti di consulenti può essere certo di avere fatto tutto in regola. C'è anche una terza considerazione da fare: molti accertamenti sono arrivati nel 2010, anno speciale per il fisco italiano che era a caccia di 10 miliardi di entrate riscosse.

 

Forse è la congiuntura particolare, che ha visto in scena una vera e propria caccia al contribuente che ha portato risultati insperati. Il recupero reale di evasione nel 2010 ha superato ogni record del passato. E in agenda per il 2011 c'è una somma che è grande il doppio: 20 miliardi di euro. Per portare a casa cifre così è evidente che l'Agenzia delle Entrate ha scatenato i propri ispettori ad analizzare cifra dopo cifra i bilanci dei grandi contribuenti.

Qualche aiuto è arrivato anche dalle vicende che hanno riempito le cronache giudiziarie. Telecom Italia ha rischiato il commissariamento della propria controllata Telecom Sparkle e per scongiurare l'ipotesi ha versato al fisco il 19 luglio scorso 418 milioni di euro.

 

Si trattava dei 298 milioni di euro contestati dalla magistratura perché si trattava di Iva detratta nei periodi di imposta 2005, 2006 e 2007 per operazioni inesistenti configurati dal pubblico ministero come frode. Alla somma sono state applicate sanzioni e interessi e così è salita a quei 418 milioni di euro già versati.

Il fisco italiano però non si è commosso per il bel gesto e ha contestato a Telecom anche l'indeducibilità ai fini Ires e Irap delle stesse operazioni chiedendo altri 429 milioni di euro più sanzioni e interessi. Su questo punto però Bernabè ha scelto di resistere e di non pagare un centesimo. Anche un'altra società in difficoltà come il Socotherm group è stato inseguita dal fisco senza pietà. L'Agenzia ha inviato una raffica di cartelle appena appresa l'ammissione al concordato preventivo. Temeva il pagamento di altri creditori.

 

LE CARTELLE
Gli amministratori hanno provato a trattare, ma si sono trovati davanti un muro di gomma. Scrivono nella semestrale: "dopo avere sollecitato innumerevoli volte l'Agenzia delle Entrate, per ottenere una proposta di accordo, la Società veniva convocata in data 06/05/2010: in tale incontro, verbalmente, il Capoarea riconosceva la possibilità di rivedere radicalmente la propria posizione rinunciando a gran parte delle contestazioni. Tale proposta tuttavia doveva essere sottoposta all'approvazione della Direzione Regionale delle Entrate del Veneto. L'approvazione da parte della Direzione Regionale veniva procrastinata, nonostante innumerevoli solleciti, a causa di varie problematiche interne all'Agenzia stessa...".

 

Una sorta di vero calvario. Stessa sorte ha subito la Risanamento di Luigi Zunino, che è riuscita più facilmente a trattare con le banche che con l'amministrazione fiscale. Per altro anche le banche stanno leccandosi le ferite. Sono molte le contestazioni ai loro bilanci, ne sa qualcosa Massimo Ponzellini con la sua Popolare di Milano che si è vista presentare avvisi di accertamento e contestazioni dal fisco per più di 168 milioni di euro.

Ha provato a cercare un accordo per il pagamento in misura ridotta, ma si è trovato tutte le porte sbarrate. Quindi ha preferito pagare per evitare il lievitare delle sanzioni e poi ricorrere pensando prima o poi di fare vincere le sue ragioni...

  [12-11-2010]

 

 

POVERI MA FURBI (UN PAESE DEL CAZZO) - COME TUTTI GLI ANNI I DATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REDDITI MOSTRANO UN PAESE DI NULLATENENTI, MISTERIOSAMENTE DOTATI DI CASE, SECONDE CASE, SUV, CHE VANNO IN SETTIMANA BIANCA ECC… - UN RIDICOLO REDDITO MEDIO DI 18MILA € L’ANNO, SOLTANTO 77 MILA VANNO OLTRE I 200 MILA € - E ZERO IRPEF PER UN ITALIANO SU QUATTRO…

Enrico Marro per il "Corriere della Sera"

 

Che la riforma del fisco sia assolutamente necessaria lo dimostrano, se mai ve ne fosse ancora bisogno, i dati sulle dichiarazioni dei redditi 2009 rielaborati e messi ieri sul sito dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. I dati raccontano di un'Irpef progressiva caricata sulle spalle di pochi che non possono evadere. Su 41,8 milioni di contribuenti, più di uno su quattro (10,7 milioni) non paga imposte perché ha un reddito basso oppure fa valere detrazioni tali da azzerare l'imposta.

 

 

Succede così che, analizzando l'imposta netta, ben il 52% di tutta l'Irpef viene pagato da appena il 13% dei contribuenti più ricchi. Ricchi per modo di dire, perché sono quelli che in realtà dichiarano più di 35 mila euro. Appena l'1% dei contribuenti denuncia più di 100 mila euro di reddito, ma versa ben il 18% di tutta l'Irpef. E sapete quanti sono quelli che dichiarano più di 200 mila euro? 77.273, cioè lo 0,18% dei contribuenti. E quelli che denunciano più di 150 mila euro? 150.198, lo 0,35%. Non solo. Di questi 150 mila super ricchi ben 127.640, ovvero l'85%, sono lavoratori dipendenti (88.066) e pensionati (39.574).

 

Il reddito medio dichiarato nel 2009 a fini Irpef (redditi 2008) è stato di 18.873 euro, 1.572 euro al mese, con un aumento dell'1,14% rispetto al 2007, che è un risultato positivo se confrontato con la diminuzione dell'1,3% del prodotto interno lordo nel 2008 ma negativo se paragonato all'inflazione che due anni fa è invece salita del 3,3%. L'Irpef pagata in media da ogni contribuente è stata di 4.700 euro.

 

Sensibili le differenze di reddito territoriali. La regione più ricca è la Lombardia con un reddito medio di 22.544 euro, seguita dal Lazio con 21.306 euro. La più povera la Calabria con 13.472 euro. La metà di tutti i contribuenti ha dichiarato meno di 15 mila euro (1.250 euro al mese) e i due terzi meno di 20 mila euro. Riguardo alla tipologia di reddito, i lavoratori dipendenti hanno denunciato in media 19.640 euro, i pensionati 13.940 euro mentre i redditi da impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 e 38.890 euro.

Infine, sono 506 mila i «contribuenti minimi» con un reddito medio di 8.840 euro, e poco più di un milione le società di persone per le quali, escluso il 16% che risulta in perdita, il reddito medio è stato di 43.930 euro. Sono 5,2 milioni i contribuenti che hanno presentato la dichiarazione Iva. Di questi, le società di capitali, pur rappresentando solo il 20%, pagano il 74% dell'imposta.

 12-11-2010]

 

mandare i profitti A CURAÇAO! - VIAGGIO TRA LE ISOLE DEI CARAIBI DOVE I CONTI NON HANNO NOME E LA SEGRETEZZA GARANTITA - IL CUORE DI TUTTO È PANAMA, IL CUI PORTO È GEMELLATO CON QUELLO DI HONG KONG, DOVE IL RICICLAGGIO TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI E DROGA INCROCIANdO GLI APPETITI DEL COMUNISMO CAPITALISTA e LE trameDEL CAPITALISMO GLOBALIZZATO - LA LEGGE IMPONE DI NON FARE DOMANDE QUANDO ARRIVANO I MILIONI. DA CHI, PERCHÉ E COME, NESSUNO LO VUOL SAPERE…

Maurizio Chierici per "Il Fatto Quotidiano"

 

"Affari", il libretto che il viaggiatore trova sul comodino dell'hotel Mingood, non ha molte pagine. Mingood è albergo per chi vuol risparmiare, a due passi dal mercato cinese. Insomma, clienti dalle tasche vuote indifferenti alle tentazioni. Appena in là, nella terrazza dell'hotel Penang, gli ospiti raccolti per l'aperitivo nel cuore di George Town sfogliano una specie di Treccani dirimpetto a grattacieli a vela o rotondi come la torre di Pisa.

Il librone racconta come mai i 44mila abitanti delle tre piccole isole delle Cayman sono più ricchi di chi lavora a Parigi: reddito medio 53 mila dollari l'anno. E ogni anno arrivano 120 miliardi che irrobustiscono gli 800 miliardi custoditi in forzieri senza nome. Conti riconoscibili solo dai numeri. Società anonime che non pagano imposte.

 

PETROLIERI, GRANDI IMPRENDITORI E I RISPARMI DELLA CLASSE MEDIA
Titoli e azioni non interessano al fisco locale il quale non prende in considerazione i depositari "assenti". Fra gli assenti indiziati da una ricerca Usa, latifondisti, impresari e dirigenti Pdvsa, petrolieri venezuelani che da 10 anni non si fidano di Chávez ma non si affidano agli Stati Uniti, bandiera della libertà invocata. Non sempre grandi depositi. Perché i paradisi si sono democratizzati e i risparmi della classe media riposano assieme alle fortune.

Dagli inverni dell'America sotto zero scendono pensionati che non ripartono. E il mercato immobiliare non soffre la crisi che frena le promesse di Obama. Si costruisce sul venduto e i cantieri si allungano. 30mila dollari per le "scatole" dei subacquei, villaggi attorno al mare della piccola Cayman, oppure 8 milioni di dollari nei condomini di lusso attorno al Penang, Seven Miles angolo relax degli gnomi del quinto centro finanziario del mondo: 584 banche e 2200 fondi speculativi, o fondi pensione, maneggiano capitali che moltiplicano per tre il bilancio della Francia.

 

I giornalisti arrivano alle Cayman per frugare senza speranza nei segreti imperforabili. L'elenco delle società registrate non è però nascosto. Dalla Parmalat Finanziaria prima del crac, alla banca di Roma, banche svizzere a gò gò per non parlare delle presenze Usa: Miami è a un'ora di aereo, tante fortune sbarcano dalla Florida. Quando la Enron degli amici di Bush è fallita aveva 692 compagnie registrate in un posto che i lettori lontani dai giochi della finanza hanno imparato conoscere 60 anni fa: la triangolazione delle Cayman permette a Cuba di sopravvivere all'embargo. Passa tutto da qui, dalla Coca Cola alle auto giapponesi.

Isole del tesoro anche le Antille olandesi dove il silenzio non cambia. Inseguire le operazioni finanziarie dell'Ikea, per esempio, vuol dire vagare in un labirinto con i piedi a Curaçao perché il genio svedese di Ingvar Kamprad non vende solo pezzi di mobili da montare a casa: ha disegnato una struttura sociale che fa girare la testa.

Sede legale in Olanda dove il fisco è meno crudele. Ma l'Olanda è una porta aperta sui paradisi fiscali: rimbalzi da una società all'altra di una parte degli utili delle filiali italiane. Alla fine dormono nei dintorni di Curaçao, bella come ogni angolo dei Caraibi, ma insolita per l'architettura che trapianta Amsterdam nei tropici di seta. Case dai tetti aguzzi, fuori posto soprattutto a Bonaire. Si gira in bicicletta. Era l'isola del sale e degli schiavi. È diventata regno dei subacquei, poche banche ma sempre di un certo tipo e registri aperti a chi porta i soldi in vacanza.

Bisogna dire che le linee aeree pianificano le rotte inseguendo i capitali sul filo delle black list. Klm unisce Amsterdam a Curaçao, Panama e Costa Rica dove ogni tanto un ministro dell'economia va in galera "per il dollaro nero".

Donatella Pasquali, vedova Zingone oggi signora Dini, ha accompagnato nell'esilio di San Josè il primo marito in fuga dalla bancarotta fraudolenta. Ragazza energica negli affari, furbissima nelle public relation. Il governo italiano le ha finanziato il Supermercato 2000 inaugurato dal Dini della Banca d'Italia, promesso sposo, e dal ministro degli Esteri Andreotti. La signora aveva in mente di organizzare un'isola off-shore, ma imprenditori e finanzieri italiani hanno risposto con tiepidezza. Se n'è persa traccia.

C' è un paradiso che Parigi e Amsterdam condividono in amicizia: isola San Martin giurisdizione francese; isola di Sint Marten, dipartimento olandese. Cambia solo il nome, nessuna frontiera, solo una riga bianca e banche di obbedienza Ue, non importa la lingua diversa. Con qualche doppione, negozi: Fiorucci da una parte e dall'altra, Deutsche Bank in francese e olandese. Paradisetto che risplende fiocamente nel firmamento evocato dalle storie di Fini e Berlusconi.

Oltre ad Antigua, il capo del governo italiano ha casa anche alle Bermuda, paradiso robusto. Ad Antigua ha comperato il terreno delle cinque ville dalla Flash Point, cliente della Arner, banca svizzera chiacchierata e interamente controllata da una società residente a Curaçao, guarda un po'. Per la dignità del paese che provvisoriamente governa, il Cavaliere dovrebbe frequentare meno paradisi per passeggiare negli inferni di chi si dispera nelle piazze.

PANAMA, DOVE IL RICICLAGGIO TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI E DROGA
Le isole alla deriva davanti a Panama ricordano le navi tesoriere della colonia spagnola. Oro e argento del Perù attraversavano a dorso di mulo la striscia delle foreste che divideva le due americhe. Nelle stive della flotta reale parcheggiata nell'Atlantico finiva il bottino destinato ad accendere il nostro Rinascimento. Ma in agguato nei piccoli porti delle piccole isole, Antille e Carabi, aspettavano le navi corsare.

Dopo gli arrembaggi il tesoro finiva lì. Passano i secoli e i tesori tornano negli stessi posti con traversate meno laboriose. Capitali che scivolano da una banca all'altra ma le spiagge d'arrivo sono più o meno le stesse. Il taglio del Canale separa due continenti ancorati a un ponte - Miraflores - mentre Panama resta la cattedrale dove si nasconde la ricchezza del mondo così detto civile.

I paradisi fiscali sono cominciati qui, e la città che armava i porti per resistere ai pirati diventa una capitale aperta al benessere in fuga dall'altra parte del mare. È una città di grattacieli dalle luci che restano spente quando viene sera. Non li abita nessuno eppure crescono come funghi. Il riciclaggio trasforma in mattoni i dollari neri della droga, armi e chissà quali intrighi, ma non bastano ad allargare i viali dei quartieri ville e piscine e boulevard da concorrenza parigina.

Sono le banche il motore di una prosperità per pochi, perché la metà dei tre milioni di abitanti sopravvive nelle strade marce, tipo Casco Viejo, mentre la folla degli stranieri di passaggio abita alberghi dai prezzi che fanno impallidire New York. Eppure non è facile trovare il letto della notte. Il palazzo dei congressi è quasi uno stadio coperto, mai vuoto anche se è difficile capire perché grandi industrie e holding lontane scelgano, per incontrarsi, un posto schiacciato dal sole, umido per le piogge quotidiane che alimentano il Canale.

Mai primavera o inverno: l'afa non cambia. La risposta arriva dalle insegne che accompagnano i boulevard: banche ad ogni passo: 150 grandi straniere più i gironi delle banche d'affari, pulviscolo dai numeri in movimento. Non vetrine qualsiasi: palazzi. Trent' anni fa l'Ubs svizzera inaugura la sede, 5 milioni di dollari. Ma il fascino non è l'imponenza. Sono le ombre degli uffici a fare di Panama il prototipo del buon rifugio nel quale nascondere i capitali che imbarazzano.

SE VUOI APRIRE UN CONTO L'ANONIMATO È GARANTITO
Il dna dei traffici segreti risale alla nascita della nazione. Stati Uniti interessati a scavare il Canale fra due oceani, Colombia che alza il prezzo di Panama, sua provincia estrema, e Washington perde la pazienza. Organizza il primo colpo di stato del ‘900 e ne proclama l'indipendenza. Quando le navi passano da un mare all'altro, gli americani controllano il traffico con una striscia militare dalla quale se ne vanno l'ultima notte del secolo, dieci anni fa.

Impongono la moneta, naturalmente il dollaro, ed è sul dollaro trapiantato che sboccia la vocazione ai giochi di finanza in un posto che sembrava fuori dal mondo. Ne è diventato il cuore artificiale, limitatissimo. In più c'è il gemellaggio tra il suo porto e il porto di Hong Kong, spazi ambigui per le trame che incrociano gli appetiti del comunismo capitalista con le malinconie del capitalismo globalizzato. L'invasione delle banche precisa il destino.

Sul tavolo della camera del Mariott depliant colorati insistono nel garantire l'anonimato "di qualsiasi conto per qualsiasi somma e per ogni tipo di ragione sociale". Prego telefonare o fare visita. E le rovine delle mura anti corsari diventano barriere elettroniche a guardia dei segreti.

Leggi che aiutano i bilanci di un paese che non esporta quasi niente ma importa cose strane, a volte invisibili per definizione: bandiere ombra, per esempio, voce pesante di quanto "compra" dall'Italia. Figura nei registri nautici con definizione non criptata: "Navi e natanti simili in metallo".

Bene il 2007. Malissimo il 2008. Il 2010 ricomincia a volare. Galleggiano nelle vacanze di Sardegna ma i naviganti-padroni restano all'ancora in queste stanze impenetrabili forse mai visitate anche se non sempre restano impenetrabili. Quando la mancia è discreta il buon cuore dell'archivista concede informazioni veniali in un posto dove tutto è off-shore, free shop, duty free. Nel porto franco di Colon cataloghi di armi, bazooka e carri leggeri in vetrina come regali di Natale.

Una volta sono andato a sfogliare i registri della flotta nazionale, prima nel mondo per numero di scafi immatricolati. Fantasmi che nessuno ha mai visto. Dove abitano? L'impiegato apre il libro sul quale sta infilando gli elenchi aggiornati dal computer. "Le va bene Malta?". Qualcosa nello sguardo tradisce una certa confusione: "Sa dov'è?", provo a chiedere. "Non con precisione. Il mio settore non riguarda le barche del Mediterraneo". Nel volume Italia trovo nomi che non dicono niente "Signora Fortuna", "Lady Valentina", "Y 6", ma le notizie sui proprietari restano ripiegate chissà dove.

Negli ultimi 30 anni le banche dei silenzi si sono attrezzate per adeguare le loro nebbie all'indiscrezione Internet e per contenere l'impazienza delle autorità che inseguono la fuga dei capitali. Il funzionario milanese di una banca svizzera sorride con pazienza: "Chi cerca non si spreca e i nascondigli restano sicuri". Perché la fedeltà del dipendenti è garantita da regole che blindano le indiscrezioni con la praticità dell'abitudine a manovrare soldi.

POCHE DOMANDE: L'IMPORTANTE È CHE ARRIVINO I MILIONI
Sanzioni penali leggere per gli impiegati che tradiscono i segreti; multe devastanti da scoraggiare ogni avventura. La rassicurazione alla base della fiducia che fa crescere i grattacieli è il sigillo di un sistema organizzato come le macchine degli orologi nell'accoglienza dei profughi dell'alta e bassa finanza. La legge impone di non fare domande quando arrivano i milioni. Da chi, perché e come, nessuno lo vuol sapere. Il paradiso comincia così.

 28-10-2010]

 

 


 - THE GUARDIAN

L'ACCORDO SVIZZERA-REGNO UNITO PUÒ PERMETTERE L'EVASIONE DI 40 MILIARDI DI STERLINE
http://bit.ly/cIUY0v

- Secondo l'accordo, la Svizzera potrà mantenere il segreto bancario, anche se i super-ricchi inglesi dovranno pagare (poche) tasse sui loro conti svizzeri rispetto al 50% che dovrebbero pagare nel Regno Unito.

- Il Tesoro ha annunciato che conta di recuperare 1 mld £ da questa operazione, anche se i critici sostengono che il governo britannico abbia perso nel negoziato con la Svizzera e che più di 40 miliardi di tasse evase non saranno recuperati. Il direttore di Tax Research, Richard Murphy, l'ha chiamata una "amnistia fiscale totale".

31.10.10

 

 

ICI, QUESTA SCONOSCIUTA - chi paga effettivamente in Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel ’92 dal governo Amato? NON SOLO VATICANO. ESENTI REGIONI E COMUNI, SINDACATI E PARTITI - per questo ora Bruxelles vuole vederci chiaro nell’universo dei fortunati esenti dall’Ici e capire meglio chi effettivamente svolge solo un’attività non commerciale e chi invece si nasconde dietro questo paravento per fare profitti

Roberto Sommella per "MF - Milano Finanza"

 

Scoppia il caso esenzione Ici. È bastato che l'Unione europea sollevasse nei giorni scorsi la possibile violazione della legge comunitaria sugli aiuti di Stato della normativa italiana in materia di imposta comunale sugli immobili, per riportare d'attualità un nodo a tutt'oggi inestricabile: chi paga effettivamente in Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel '92 dal governo Amato?

È su questa complessa ricostruzione che sta lavorando al momento l'esecutivo Berlusconi per rispondere entro una ventina di giorni agli uffici del commissario alla Concorrenza, Joaquin Almunia; a Bruxelles, come reso noto lo scorso 12 ottobre, vogliono capire meglio quali sono le attività di enti non profit, associazioni onlus ed enti religiosi che effettivamente danno diritto all'esenzione.

 

 

La questione non è di poco conto, se è vero che anche dalle parti della Santa Sede (che è stata indicata come la principale beneficiaria dell'esenzione dell'imposta) si rimanda a una lunga lista di soggetti «esenti» che nasconde molte sorprese. Nella circolare del 2009 del Dipartimento delle finanze, che sta appunto lavorando alla risposta da dare all'Ue, viene stilato un elenco incredibile di enti «non commerciali» che già oggi non pagano l'Ici per via della loro natura e per la particolare attività che svolgono.

Si scopre così che, oltre alla parrocchie e alle sedi religiose che offrono ospitalità e un letto a studenti e immigrati, tra gli enti pubblici non commerciali che possono essere esenti vi sono nell'ordine: comuni, consorzi, comunità montane, province, regioni, associazioni e enti del demanio collettivo, camere di commercio, aziende sanitarie, enti pubblici non economici, istituti di ricerca, istituti di previdenza e università. Praticamente una giungla.

 

Ma come evitare la tagliola del fisco che ha già visto dimezzare gli introiti dell'imposta da 10 a 5 miliardi di euro, dopo l'eliminazione dell'Ici sulla prima casa? Nei suddetti enti occorre svolgere una delle seguenti otto attività in modo, «non esclusivamente commerciale»: assistenziale, previdenziale, sanitaria, didattica, ricettiva, culturale, ricreativa e sportiva. Ma non basta. Un'altra scoperta arriva dall'elenco degli enti «privati» non commerciali che possono non pagare l'imposta.

Si tratta di «associazioni, fondazioni e comitati», nonché delle onlus, delle organizzazioni del volontariato, delle fondazioni liriche e delle associazioni sportive. Secondo una lettura estensiva delle norma l'esenzione Ici potrebbe scattare in alcuni casi anche per le sedi dei partiti e dei sindacati. Anche per questo ora Bruxelles vuole vederci chiaro nell'universo dei fortunati esenti dall'Ici e capire meglio chi effettivamente svolge solo un'attività non commerciale e chi invece si nasconde dietro questo paravento per fare profitti.

20-10-2010]

 

 

DOLCE&GABBANA LANCIA UN NUOVO LOOK PER LA STAGIONE AUTUNNO-INVERNO: FISCO-STYLE - LA PROCURA DI MILANO ACCUSA I DUE STILISTI MAXIEVASIONE FISCALE SU UN IMPONIBILE DI CIRCA UN MILIARDO, CON RELATIVA IPOTESI DI TRUFFA AI DANNI DELLO STATO, LEGATA ALLA VICENDA DI UNA PRESUNTA "ESTEROVESTIZIONE" DELLA CAPOGRUPPO D&G - (LANCIATA IERI SERA DA RADIOCOR, LA NOTIZIA RIMBALZA SOLO SU "CORRIERE" E "IL GIORNALE" - GLI INVESTIMENTI PUBBLICITARI SONO SEMPRE STATI UN "DETERRENTE" PER LA STAMPA)

1- DOLCE&GABBANA: PER LA PROCURA DI MILANO EVASI CIRCA 1 MLD DI IMPONIBILE
Radiocor - Il gruppo di moda Dolce&Gabbana avrebbe evaso circa 1 miliardo di euro di imponibile. Questa la cifra emersa dagli accertame nti fatti dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'indagine condotta dal pm Laura Pedio arrivata oggi a conclusione. Nell'inchiesta della procura di Milano risultano indagate sette persone, tra le quali i due stilisti creatori del gruppo, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.

2 - DOLCE EVASIONI
Giuseppe Guastella per il Corriere della Sera

La prima notizia non fa piacere ai celeberrimi stilisti siciliani Domenico Dolce e Stefano Gabbana, la seconda fa drizzare le orecchie agli oltre 60mila dottori commercialisti italiani: chiudendo l'inchiesta per una maxievasione fiscale su un imponibile di circa un miliardo, con relativa ipotesi di truffa ai danni dello Stato, legata alla vicenda di una presunta «esterovestizione» della capogruppo D&G, la Procura di Milano ha inserito tra gli indagati anche il consulente che collaborò alla costruzione dell'impalcatura societaria.

 

Secondo il sostituto procuratore Laura Pedio, il trasferimento formale di una società in un paese straniero, come un paradiso fiscale, con il solo scopo di pagare meno tasse in Italia, dove però l'azienda continua ad operare regolarmente, può essere ritenuto un «artificio o raggiro» che concretizza il reato di truffa ai danni dello Stato. Reato cui concorrono coloro che hanno avuto un ruolo nella esterovestizione, come il commercialista che ha fornito il proprio contributo professionale.

 

Nel 2007 le indagini della Guardia di finanza di Milano accertarono che tre anni prima la Dolce & Gabbana aveva trasferito la sede in Lussemburgo. Il corredo dei marchi della maison, che garantiscono royalties per milioni e milioni di euro, fu ceduto alla «Gado sarl» (acronimo di Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana Luxembourg per 360 milioni.

Secondo il pm Pedio, però, si tratta di una stima eccessivamente al ribasso e, dato che i brand della maison fondata nel 1985 non valevano meno di 700 milioni, l'operazione aveva consentito un risparmio notevole sulle imposte da pagare per il profitto realizzato. Un altro risparmio importante sarebbe stato realizzato con il trasferimento societario in Lussemburgo, dove il prelievo fiscale sui profitti è intorno al 3%.

L'avviso di conclusione delle indagini prelude alla richesta di rinvio a giudizio ed è stato notificato ieri dalla Gdf ai sette indagati. L'accusa di «dichiarazione dei redditi infedele» (articolo 4 del decreto 74/2000) riguarda solo Domenico Dolce e Stefano Gabbana per un imponibile di 416milioni di euro ciascuno (cui si aggiungono circa 200 milioni di imponibile riferibile alla società).

 

L'ipotesi di truffa ai danni dello stato, oltre che ai due stilisti assistiti dall'avvocato Massimo Dinoia, è contestata anche ad Alfonso Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza, ai due manager Cristiana Ruella e Giuseppe Minoni, alla lussemburghese Antoine Noella, ritenuta una prestanome, e al consulente fiscale Luciano Patelli.

 

Le società furono riportate in Italia nel 2007 perché, come si leggeva nella relazione al bilancio chiuso al 31 marzo 2008, gli amministratori ritenevano che così avrebbero potuto «tutelare al meglio l'immagine del gruppo», anche se erano «ampiamente resistibili le stesse contestazioni, data l'effettiva residenza lussemburghese della società».16-10-2010]

 

 

Frode milionaria ai danni del Fisco

La Guardia di Finanza di Terni scopre un sistema di vendite "illegali" per frodare l'erario. Danni per oltre 60 milioni di euro

Le auto venivano acquistate a prezzo scontato, successivamente radiate dal registro automobilistico Pra per essere infine vendute oltre confine, in Francia per la precisione. A gestire il traffico di auto erano cinque società che per far funzionare il meccanismo hanno prodotto fatture false in Italia e Francia per oltre 34 milioni di euro, costi non deducibili per 19 milioni circa, ed evasione dell'Iva per 7 milioni di euro. Totale: 60 milioni di euro.

Una frode al fisco in piena regola e di dimensioni davvero notevoli che fortunatamente è stata svelata dalla Guardia di Finanza di Terni che insieme alle autorità transalpine ha condotto le indagini durate oltre un anno, svelando l'intricato meccanismo di evasione. Le auto infatti venivano inizialmente comprate da una società romana che le destinava all'autonoleggio, beneficiando così di un'agevolazione prevista per la categoria. In seguito le vetture venivano radiate e rivendute a una ditta francese gestita dal medesimo imprenditore italiano.

Il tutto veniva depistato da una sfilza di false fatture e finte cessioni che tirava in ballo altre 5 società, di cui due con sede a Terni, due nella capitale e una a Pavia. Obiettivo in altre parole era vendere ripetutamente le auto da una impresa all'altra in modo da creare crediti di Iva di cui nessuno aveva però diritto.

di Lorenzo Stracquadanio
13/10/2010

 

 

TREMONTI NON PERDONA I BANCHIERI - ALLO SPORTELLO ARRIVANO GLI 007 DEL FISCO - MAXI-INCHIESTA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE DI MILANO: SOTTO TIRO I BILANCI TRUCCATI DEI PRINCIPALI ISTITUTI ITALIANI - NEL MIRINO FALSE FATTURE, EVASIONE DI IVA, COSTI GONFIATI, FINTE SPONSORIZZAZIONI, TRIANGOLAZIONI CON I PARADISI FISCALI

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

Giulio Tremonti, ieri mattina, ha incontrato a Milano, il gotha della finanza. Ad ascoltare il ministro dell'Economia, a piazza Affari, c'erano, tra gli altri, parecchi esponenti delle banche italiane, compresi i pezzi da novanta Alessandro Profumo (Unicredit) e Corrado Passera (IntesaSanpaolo). Ironia della sorte, nelle stesse ore, a pochi chilometri di distanza da palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana, gli 007 del fisco portavano avanti la maxi-inchiesta proprio sul settore del credito.

Partite a macchia di leopardo la scorsa estate (si veda Libero del 25 giugno), le indagini dell'amministrazione finanziaria stanno portando a galla un vero e proprio "sistema", architettato dalle banche per pagare meno tasse, a metà strada tra l'elusione e l'evasione. Un articolato meccanismo, quello scovato dal fisco, messo in piedi dai principali gruppi creditizi del nostro Paese che consente di abbassare gli utili e nascondere un po' di fatture. Con l'obiettivo finale, quindi, di versare meno denaro possibile nelle casse dell'Erario.

 

Dalle prime verifiche sta emergendo una prassi assai diffusa di conti truccati e bilanci pieni zeppi di acrobazie fiscali: Iva, Ires e Irap le imposte finite sotto la lente del fisco. Il cuore delle indagini, come accennato, è a Milano. Se ne occupa il quinto reparto dell'Ufficio grandi contribuenti dell'agenzia delle Entrate. Al terzo piano di via Manin (il civico è il 25) la questione pare improvvisamente diventata centrale, anche se in questa fase di «istruttoria» si preferisce restare dietro il massimo riserbo. La partita è top secret, ma si sa che vale parecchio. Probabilmente, secondo alcuni analisti del settore, in ballo c'è molto di più dei 3 miliardi di euro indicati la scorsa settimana dal settimanale l'Espresso.

Le pratiche "scorrette" sono diverse. Fari puntati, anzitutto, sui cosiddetti costi fantasma, voci di spesa caricati tra le uscite del bilancio per abbattere gli utili e ridurre l'imponibile. Il fisco ha messo gli occhi sulle superspese, in particolare quelle per acquistare software. Capitolo a parte quello delle finte sponsorizzazioni. Denaro elargito dagli intermediari finanziari ad associazioni non profit o enti di ricerca, senza la necessaria documentazione a supporto della contabilità. E non è tutto. All'interno dello stesso gruppo bancario, poi, secondo quanto scoperto dal fisco, vengono rimpallati i costi più alti e scaricati sulla spa che ha gli utili più alti.

 

Uno dei filoni più spinosi, poi, è quello relativo all'Iva per l'attività di banca depositaria. Attività che dagli istituti non viene considerata "imponibile" e all'interno della quale si fanno rientrare, peraltro, altri rapporti di consulenza. I trucchi riguardano pure i bonus e i premi ai top manager, spalmati su più anni di quelli che le leggi fiscali consentono. Estremamente scivolosa la faccenda delle operazioni con società off shore, con sede nei paesi cosiddetti black list.

 

A giudicare dall'esercito schierato dai colossi del credito, il dossier fiscale sembra essere più delicato di quello su Basilea3 (i nuovi, più stringenti requisiti patrimoniali internazionali). In campo, sono scesi pure gli esperti dell'Abi, che cercano di dettare la linea difensiva nel complicato braccio di ferro tributario: i pareri e le note interpretative della Confindustria del credito sono di supporto all'attività degli avvocati. Tra i professionisti incaricati ci sono importanti studi legali di Roma e Firenze. I tecnici delle banche rispondono quotidianamente ai «questionari» fiscali. I funzionari dell'amministrazione finanziaria, però, non sembrano spaventarsi e ribattono punto per punto alle spiegazioni fornite dagli istituti.

 

Il carteggio è fitto e dimostra la delicatezza del dossier. Che potrebbe avere un impatto significativo sui conti del mondo bancario. Non a caso il tema, domani, potrebbe essere al centro del direttivo Abi, convocato nel capoluogo lombardo. Gli esperti di palazzo Altieri considerano corretto l'operato degli istituti che, per ora, non sembrano intenzionati a scendere a patti con le Entrate. Gli accertamenti in corso, secondo indiscrezioni, sarebbero almeno una decina. E non riguardano solo le banche. Sotto tiro, infatti, sono finite pure diverse società di gestione del risparmio (sgr) che "giocano" con l'interpretazione delle norme fiscali, sfruttando tutte le scappatoie possibili offerte soprattutto oltreconfine e in particolare grazie alle triangolazioni con società con sede nei paradisi fiscali.

Che le sgr vogliano sottrarsi alla tagliola fiscale, comunque, non è una novità. Assogestioni, l'associazione che rappresenta l'industria del risparmio gestito, lo sostiene da tempo, convinta che l'impianto tributario penalizzi i fondi italiani rispetto alla concorrenza estera. E giusto ieri, il presidente Domenico Siniscalco è tornato alla carica: «C'è un problema di competitività, questo riguarda la struttura fiscale e quella regolatoria. Un problema che va affrontato» ha detto l'ex ministro del Tesoro. E in attesa della riforma - quella rivoluzione che dovrebbe riuscire ad abbassare il peso del fisco sui fondi d'investimento - le sgr i tagli fiscali se li fanno "in casa".

 21-09-2010]

 

 

SARDI MORTALI (PER NON PAGARE LE TASSE) - COSA NON SI FA PER PRENDERE LA RESIDENZA IN SARDEGNA E FOTTERE IL FISCO – COSÌ LA VILLA AL MARE DIVENTA “PRIMA CASA”, IL POSTO BARCA COSTA MENO E LE TARIFFE DEI TRAGHETTI SONO AGEVOLATE – ALL’ATTACCO DEI COMUNI I FURBETTI ACCAMPANO SCUSE FANTASIOSE: “SONO DEPRESSA E D’INVERNO TENGO SPENTE LE LUCI”…

Ferruccio Sansa per "il Fatto Quotidiano"

L'esame delle urine per non pagare le tasse. Un nuovo trucco che meriterebbe di entrare nel manuale del perfetto evasore. Ma che dire delle crisi coniugali con tanto di auto-certificazione, di malinconia e depressioni? Davvero non ha limiti la fantasia dei furbetti dell'Ici e dell'Iva sbarcati a migliaia da mezza Italia per invadere la Sardegna. Storie degne di Totò e Peppino.

 

Ma questa non è commedia all'italiana: l'invasione degli "immigrati" d'Italia rischia di bloccare i bilanci dei comuni che così non possono più realizzare opere essenziali: scuole e strade, per dire.

Ci troviamo tra la Costa Smeralda e la Gallura (ma il discorso vale in tutta l'isola), nomi che soltanto a sentirli ti fanno venire in mente il blu del mare. Qui i comuni hanno cominciato a combattere una battaglia che si annuncia epica: quella contro i falsi residenti. Migliaia di persone che vivono "in continente", ma sulla carta hanno trasferito la loro residenza sulle coste sarde. I motivi di questa immigrazione "fiscale"?

"Primo, evitare di pagare l'Ici. Si intesta alla moglie la vera abitazione , magari a Milano o a Genova, e si finge di abitare in Sardegna. Così la casa, magari una villa da trecento metri quadrati sulla riva del mare, diventa prima casa esente dall'Ici. Un trucco che consente di risparmiare centinaia di euro l'anno", racconta Ignazio Mannoni, vicesindaco di Santa Teresa di Gallura, che appena insediato dopo la recente vittoria del centrosinistra ha deciso di dichiarare guerra ai falsi residenti.

TARIFFE RIDOTTE PER I POSTI-YACHT - I vantaggi non finiscono qui: "Chi acquista una prima casa ha diritto a una riduzione dell'Iva, dal 19 al 10 per cento. Come dire fino a centinaia di migliaia di euro sulle ville più costose". Ancora: i residenti hanno diritto a una tariffa ridotta sui posti barca (che magari per i falsi abitanti sono yacht di quindici metri), e sono altre migliaia di euro.

 

Basta? Neanche per sogno: ci sono le tariffe agevolate (con riduzioni fino all'80 per cento) su aerei e traghetti, con tanto di posti riservati. Per finire con le riduzioni sulle bollette (fino al 40 per cento in meno). Insomma, un certificato di residenza in Sardegna vale un piccolo Jackpot al Superenalotto. Finora i comuni avevano chiuso un occhio: i turisti garantiscono entrate all'economia.

Così ci si trovava con paesi che nei registri avevano migliaia di residenti, ma d'inverno camminando nelle strade di Santa Teresa di Gallura e Palau, per non parlare dei paradisi del lusso, come Porto Cervo e Porto Rotondo, ti trovavi davanti centinaia di finestre chiuse. Il deserto: l'80 per cento delle costruzioni sono seconde case. La musica, però, è cambiata. Il motivo? "La legge adesso prevede che i comuni con oltre cinquemila abitanti hanno l'obbligo del patto di stabilità", spiega Mannoni.

Aggiunge: "È una norma che ogni anno prevede l'accantonamento di centinaia di migliaia di euro di bilancio". Ecco il pacco. Prendiamo Santa Teresa di Gallura, dove i sardi doc sono poco più di quattromila. A questi si aggiungono centinaia di "immigrati", spesso professionisti, avvocatoni e medici del Nord come della Capitale. Il gioco è fatto: "Nei registri risultano 5.200 residenti". Così il comune ha l'obbligo del patto di stabilità e il bilancio è mezzo paralizzato. Ma anche Palau, con 4.200 residenti, presto potrebbe fare la stessa fine.

Mannoni sospira: "Quest'anno noi dovremo accantonare l'avanzo di 800 mila euro. Non solo: la legge prevede limiti a contrarre mutui, così ci mancheranno due, tre milioni. Dovremo rinunciare a costruire strade e a sistemare quelle esistenti. Per non dire dei lavori nelle scuole o dei servizi pubblici. E poi ci sono le spiagge: senza servizi,docce e pulizia perdiamo le bandiere blu. È un paradosso: abbiamo uno dei mari più belli del mondo e il riconoscimento va a comuni con l'acqua più sporca, ma con più soldi e servizi. Così i turisti vanno via".

 

E allora che guerra sia. I comuni hanno messo su vere e proprie squadre di segugi capaci di trucchi degni di uno 007: ecco vigili urbani che "spiano" le abitazioni chiuse, che vanno a studiarsi le bollette dell'acqua e del gas, che chiedono informazioni ai datori di lavoro dei residenti"sospetti". Mannoni non sa se piangere o se ridere: "Ci sono dipendenti ministeriali che ogni giorno timbrano il cartellino a Roma e poi dicono di abitare qui".

 

D'INVERNO LE LUCI SONO TUTTE SPENTE - A sentire gli alibi difensivi dei "falsi residenti" si trattiene a stento il riso. Ci sono professionisti milanesi che respingono le accuse attaccando: "Sono andato in Lombardia per curarmi, perché le strutture sarde non sono adeguate". I più agguerriti si presentano in comune con tanto di esami del sangue e delle urine compiuti magari negli ospedali di Sassari.

 

"Vedete, io abito qui", tuonano indignati. Però, controllando si scopre che tutti gli accertamenti sono stati eseguiti a cavallo di Ferragosto. Chissà se il prelievo delle urine l'hanno fatto sulla spiaggia. Ma le bollette della luce sono impietose: i consumi sono tutti concentrati tra luglio e agosto.

Allora i "residenti" con le spalle al muro la buttano sul patetico: "Ho litigato con mia moglie e mi sono rifugiato in Sardegna". Separato? "No, ma posso fare un'auto-certificazione che ho litigato". Autocertificazione di crisi coniugale, un nuovo tipo di documento. Una signora giura: "Vivo qui, ma d'inverno non accendo mai la luce. Sono depressa". E un'altra: "Abito a Santa Teresa, ma la sera ho paura e vado a dormire da un'amica".

Infine il manager: "Lavoro come un matto, torno a casa che è notte e mi infilo in letto senza nemmeno accendere la luce". Nemmeno una volta in dieci mesi. Alla fine, però, qualcuno si arrende. Ma senza onore: "Noi vi diamo da mangiare. Se ce ne andiamo, voi sardi tornerete di nuovo a fare i pastori". Falsi residenti. Veri colonizzatori. 10-09-2010]

 

 

AFFARI SPORCHI ALL’OMBRA DELLO SCUDO - RAPPORTO SHOCK DI BANKITALIA: SCOVATI 8 MLD €: NEL MIRINO MIGLIAIA DI TRANSIZIONI LEGATE A RICICLAGGIO E FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO (TRIPLICATI I VALORI 2008) - FARO SU 250 RIENTRI DI CAPITALE ESEGUITI CON LO SCUDO FISCALE, DEL VALORE MEDIO 1,8 MILIONI. SEGNALATI 300 SOGGETTI…

 

Carmine Sarno per "Milano Finanza"

La Banca d'Italia alza il velo su riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Un rapporto shock quello realizzato dall'Unità d'informazione finanziaria (Uif) di Palazzo Koch. Nell'arco dell'intero 2009, con un'appendice fino alla chiusura dello scudo fiscale, c'è stato un vero e proprio boom delle operazioni sospette: più 44,3% per quelle segnalate e più 40,7% per quelle trasmesse agli organi inquirenti.

 

Non solo. L'importo complessivo delle operazioni che gli intermediari finanziari hanno segnalato perché ritenute sospette è praticamente triplicato nel corso dell'intero 2009, superando la soglia monstre di 7,7 miliardi di euro. E nel mirino degli uomini di Mario Draghi sono finite anche alcune centinaia di operazioni legate allo scudo fiscale. Non c'è che dire, uno scenario a dir poco allarmante.

 

E per rendersene conto basta analizzare i dati che l'Ufficio d'informazione finanziaria ha trasmesso ai piani alti di Via Nazionale. Nel corso dell'intero 2009, si legge nella relazione, si è confermato l'aumento delle Sos (l'acronimo per Segnalazioni operazioni sospette di riciclaggio e finanziamento al terrorismo) registrato negli anni passati. La Uif, infatti, ha ricevuto ben 21.066 Sos, con un incremento rispetto all'anno prima di oltre 6.400 unità (+44,3%). All'aumento delle segnalazioni che sono arrivate agli 007 del governatore Draghi, è corrisposto un altrettanto «significativo aumento» delle segnalazioni esaminate e trasmesse agli organi investigativi.

Quelle inoltrate al Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia sono state ben 18.838, con un'impennata del 40,7% nell'arco di 12 mesi. Un trend che sembra proseguire anche nel 2010. «La tendenza registrata nel primo trimestre dell'anno evidenzia un ulteriore cospicuo aumento», si legge in una nota del rapporto. Rispetto ai primi tre mesi del 2009 l'incremento è stato del 42%, con 7.200 segnalazioni pervenute.

 

Se questi numeri non rendono bene l'idea dell'entità degli affari sporchi, basta proseguire con l'analisi del documento per monitorare fino all'ultimo centesimo le attività sospette. L'importo complessivo delle operazioni segnalate è praticamente triplicato rispetto all'anno precedente. Da poco più di 2 miliardi e mezzo si è passati a 7 miliardi e 718 milioni. Un boom direttamente legato al forte incremento delle operazioni finite sotto la lente d'ingrandimento di Bankitalia: da poco meno di 30 mila a quasi 37 mila unità.

E si tratta di valori «approssimati per difetto». Le stime, si legge sempre nel documento, risentono dell'attuale schema di segnalazione che permette ai soggetti obbligati di indicare fino a un massimo di tre operazioni sospette. Queste, pertanto, «spesso sono solo indicative di un'operatività molto più complessa». Nonostante tutto, nell'arco di nove anni i valori sono praticamente decuplicati per valore e quadruplicati per numero di segnalazioni. Si è passati dagli 866 milioni del 2001 ai 7,78 miliardi del 2009; e da 9.480 operazioni a oltre 36 mila.

Non poteva mancare, poi, un'analisi sugli esiti delle operazioni di rientro eseguite con lo scudo fiscale. Il dossier dell'Ufficio d'informazione finanziaria dedica addirittura un capitolo di approfondimento alla misura voluta dal ministro dell'Economia. E che cosa emerge? Nel corso del 2009 e nei primi cinque mesi del 2010 (l'ultima finestra per avvalersi della sanatoria fiscale si è chiusa il 30 aprile) la Uif ha ricevuto oltre 250 segnalazioni dagli intermediari addetti al rimpatrio di capitali.

Confrontando questi dati con quelli delle precedenti edizioni dello scudo emerge un notevole incremento delle operazioni sospette. Infatti, mettendo insieme i dati dello scudo 2001 e della versione 2003, si raggiunge il numero di 98 segnalazioni, meno della metà dello scudo-ter. Tornando al presente, il 20% delle segnalazioni ha riguardato transizioni non eseguite per volere del cliente (che le aveva solo preannunciate) o per volere dello stesso intermediario (che si è rifiutato di compierle). L'importo medio di queste operazioni finanziarie liquide è stato di circa 1,8 milioni e non sono mancate le segnalazioni sul rimpatrio di quote societarie. Complessivamente sono finiti sotto la lente circa 300 soggetti.

 [01-09-2010]

 

 

 

Ma le guardie della Finanza gallurese che stanno battendo a tappeto spiagge ristoranti night alberghi e così via a caccia di evasori fiscali, andranno anche a bussare "alle casse" di quanti nei giorni scorsi hanno pagato 955 euro a testa per seguire il concerto di Anastacia nei giardini dell'hotel Cala di Volpe?Ad applaudire "I belong tu you", "Paid my dues" e "Sick and tired", alcuni dei successi della pop-rock c'erano, tra gli altri, Ornella Vanoni in abito rosso inferno, il principe Giovannelli con il solito smoking bianco, lo scarpaio Diego Della Valle, Katia Noventa, Fiona Swarovski.

In tutto, seduti ai tavoli, erano 921, e altrettanti sono stati rifiutati. Nei 955 euro a testa erano esclusi i vini, il che significa che a fine serata il conto si raddoppiava. E la chiamano crisi... Ma il principe Giovannelli di chi era ospite, chi pagava per lui?

20.08.10

 

Fisco, QUESTO SCONOSCIUTO - VASCO ROSSI HA INTESTATO A UNA SOCIETà ANCHE IL CANE! - Sono migliaia le società a cui i proprietari intestano yacht, villE, casalI, appartamenti. E POI Ferrari, Lamborghini e Suv Mascherate da auto aziendali - Se l’Agenzia delle entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense….

Sergio Rizzo per il Corriere della Sera

Per settimane si sono barricati in casa aspettando che i federali venissero a prenderli. Non pagavano le tasse da molto tempo, finché il tribunale li ha condannati a cinque anni di carcere. E loro non ci sono stati. Armati fino ai denti hanno sprangato le porte in attesa della polizia, proclamando di «lottare per la libertà». Proprio così hanno detto: «per la libertà». Ma forse i coniugi Ed e Elanie Brown, che tre anni fa sono stati al centro negli Stati Uniti di un caso nazionale, avevano semplicemente sbagliato posto: credevano di essere in Italia. Il Paese dove l'evasione fiscale non è semplicemente una patologia, ma l'effetto di una cultura radicata a fondo.

 

L'ha ammesso implicitamente ieri, sulle colonne del Sole24ore, il direttore dell'Agenzia delle entrate Attilio Befera. «Quello che ancora non si afferma è il cambiamento del modello culturale che ha favorito l'evasione», ha scritto, mostrandosi esterrefatto per aver letto in un'intervista «che tutto quello che si possiede, anche il proprio cane, è intestato a una società per limitare i danni patrimoniali».

Quell'intervista è stata pubblicata da Repubblica il giorno prima di Ferragosto e l'intervistato è nientemeno che la rock star Vasco Rossi, finito nel mirino del fisco per una società, da lui posseduta al 90%, a cui è intestata la barca «Jamaica». Indispettito perché la notizia era trapelata sulle agenzie, dopo aver dichiarato «sono un cittadino onesto», il cantante ha spiegato:

«Ho usato questa cautela per mettere un limite a eventuali ritorsioni contro la mia persona fisica per eventuali danni causati dalla barca o dall'equipaggio a terzi. Trovo questo oltre che lecito anche ragionevole e per nulla elusivo. Anche il mio cane è intestato a una società, perché se morde qualcuno si pagano giustamente i danni, ma si evita che qualcuno possa approfittarsene».

 

Difficile comprendere la differenza fra essere morsi dal cane di Vasco Rossi piuttosto che dal cane della società di Vasco Rossi. Ma se la società della barca (in leasing) si chiama «Giamaica no problem» (!) ci sarà pure un motivo.

Anche perché Vasco non è il solo a pensarla così. Sono migliaia e migliaia le società a cui i proprietari intestano yacht e natanti. Il problema, o meglio, il «problem», è che sono pressoché tutte ditte di charter con un solo cliente, guarda caso il loro azionista. In italiano si chiamano società di comodo e non servono soltanto a pagare meno tasse sulla barca, ma a far scomparire lo yacht dai radar del fisco nel caso di accertamenti personali. Se l'Agenzia delle entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense.

Ma le società di comodo non servono solo per le barche. Moltissimi ci mettono dentro anche la villa al mare, il casale in campagna, gli appartamenti in città. Poi ci sono le fuoriserie: Ferrari a centinaia, Porsche, Audi, Mercedes, Bmw, Lamborghini e Suv a rotta di collo. Mascherate da auto aziendali. Anche in questo caso non per risparmiare sulle tasse della macchina, ma perché non figuri nella denuncia dei redditi.

A uno schermo societario, in Italia, non rinuncia nessuno: diversamente non sarebbero in perdita quasi metà (per l'esattezza il 45%) delle società di capitali. Ma c'è anche chi alla maschera di una srl o di una spa preferisce direttamente quella di una società fiduciaria. Si mettono le azioni là dentro e si può dormire fra due guanciali.

 

Per non parlare delle scatole dove finiscono i dividendi: spesso hanno sede all'estero, magari in un Paese comunitario. Tipo Lussemburgo. Poi però, grattando la vernice, salta fuori che la società è controllata da un'altra società che sta invece alle Isole Cayman o a San Marino. Migliaia e migliaia. E per non dire dei vip con residenza (spesso fittizia) nei paradisi fiscali, oppure a Montecarlo. Le cronache ne sono piene. Fin qui i comportamenti dove il confine fra evasione ed elusione è talvolta impalpabile. Oltre, ci sono le frodi. E anche in questo vantiamo una discreta specializzazione.

Le società che aprono e chiudono i battenti nel giro di pochi mesi, per esempio: si chiamano cartiere perché servono soltanto a fare false fatture che permetteranno di chiedere il rimborso dell'Iva mai pagata. Un caso di scuola, che si può declinare in vari modi. Per esempio, come ha scoperto ad aprile di quest'anno la Guardia di finanza, con un giro di fiduciarie fra la Svizzera e il Lussemburgo. C'era coinvolto perfino un prete.

 

Ma la tecnologia del crimine fiscale, purtroppo, è in continua evoluzione. Vi si dedicano menti raffinate, come quella che ha architettato una frode ai danni del Fisco arrivando a utilizzare i modelli 730: aveva creato una rete di finte società, formalmente gestite da una signora ottuagenaria, che erogavano false prestazioni detraibili dalle denunce dei redditi di comuni cittadini. Impiegati, infermieri delle Asl, pensionati. Con un danno di svariati milioni di euro per l'erario.

Roba da far impallidire gli artigiani dell'evasione. A partire dai commercianti refrattari alla ricevuta fiscale, i quali dichiarano redditi inferiori a quelli del proprio dipendente. Per continuare con gli stabilimenti balneari che dicono di guadagnare più d'inverno che d'estate. Nessuno, però, riesce a battere i veri artisti. Ovvero, coloro che per il Fisco non esistono nemmeno. Una volta scoprirono una donna, a Pavia, che per anni aveva gestito una casa di riposo per anziani totalmente abusiva.

Interrogato dal giudice che sta indagando sulla vicenda della cosiddetta P3, il «faccendiere» Flavio Carboni ha dichiarato senza fare una piega di non possedere beni patrimoniali avendone comunque la disponibilità. Tecnicamente è possibile. Ma quando si scopre che dall'anno di imposta 2002 non ha più presentato una dichiarazione dei redditi, come i poveri, allora non si può davvero trattenere la sorpresa.

 

Non c'è dubbio che l'evasione fiscale in Italia sia anche una questione culturale. A differenza degli Stati Uniti, dove non si scherza (fra il 2002 e il 2007 hanno sbattuto dentro 5 mila persone), qui non è mai stata considerata un peccato. Più che altro, una marachella.

Nel 2002 l'avvocato Attilio Pacifico, che sarebbe stato condannato insieme all'ex ministro Cesare Previti per l'affare Imi-Sir, ammise candidamente in un colloquio con un giornalista: «Sì, sono un evasore fiscale. E allora, che mi volete fare?». E in una lettera al Corriere lo stesso Previti scrisse: «Se è vero che negli anni passati ho avuto disponibilità all'estero, è altrettanto vero che questa situazione l'ho regolarizzata e sanata anche attraverso un condono tombale, pagando quanto dovuto per legge». Già, il condono.

 

Quale contributo hanno dato le sanatorie a diffondere, come vorrebbe Befera, «la cultura della legalità fiscale»? Il primo condono dell'età moderna lo fece Bruno Visentini, nel 1973. Replicò Rino Formica, nel 1982. E ancora Formica, nel 1991. Per arrivare al 2002, con Tremonti. Poi gli scudi, a ripetizione, per chi aveva esportato illegalmente capitali.

Questione forse di Dna italico, visto che la sanatoria capostipite risale addirittura all'epoca dell'imperatore Adriano (che era però di origini iberiche). Ma è difficile credere che la politica oggi non abbia le sue responsabilità. Per questo una domanda è inevitabile. Ora che il suo governo, impossibilitato a ridurre le imposte, sostiene di voler combattere a fondo l'evasione, ripeterebbe Silvio Berlusconi quel che disse il 18 febbraio del 2004, e cioè che evadere tasse troppo alte è «moralmente giustificabile»?

 

 

[20-08-2010]

 

 

 

1 - DOLCE È GABBARE LO FISCO MIO
http://www.giornalettismo.com/archives/58707/evasione-fiscale-truffa-dolce/

D&G under attack. Il Fatto quotidiano con Leo Sisti (ex L'Espresso) riferisce di un'indagine in via di conclusione per evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato nei confronti di Domenico Dolce e Stefano Gabbana, meglio noti come Dolce & Gabbana. Un'inchiesta che sul piano fiscale vale 370 milioni di euro, che i due potrebbero essere costretti a pagare allo Stato.

 

UN ANNO FA - Della vicenda si parla da quasi un anno: la ricostruzione che i finanzieri milanesi hanno compiuto della mutazione della struttura societaria del gruppo, fatica a trovare spiegazioni al di là dell'astuzia fiscale. Nel 2004, infatti, il sistema delle royalties del gruppo viene sottratto a una struttura fino a quel momento lineare - con alla testa la società a responsabilità limitata D&G, con sede a Milano - e trasferito a una catena di scatole cinesi.

Dolce Gabbana

La testa del gruppo è portata in Lussemburgo, dove viene fondata una società, la Dolce&Gabbana Luxembourg, che controlla il 100% di un'altra società, la Ga.Do. srl, nel cui board siedono il fratello e la sorella di Domenico Dolce, Alfonso e Dorotea, e il direttore finanziario Cristiana Ruella.

Dolce Gabbana

Solo che, da indagini delle Fiamme Gialle, risulta la tipica esterovestizione di un'attività che invece aveva come centro decisionale l'Italia, pur avendo ufficialmente sede in Lussemburgo. In questo modo, cioé pagando nel paese del Granducato le tasse su un'attività svolta in realtà in Italia, Dolce & Gabbana ha risparmiato 260 milioni di tasse negli anni 2004, 2005 e 2006.

Dolce Gabbana

INDAGINE SUL MARCHIO - Poi, scrive il Fatto, c'è anche un'indagine sulla compravendita del marchio, andato alla Ga.Do. per 360 milioni di euro. E sottovalutato, secondo l'Agenzia delle Entrate, visto che varrebbe il doppio o giù di lì. Il consulente dal lato fiscale di Dolce & Gabbana, che dovrà trattare con gli 007 del Fisco, è lo studio Romagnoli (ex Romagnoli e Tremonti, dopo che l'attuale ministro dell'Economia ha formalmente lasciato). Se la trattativa non andasse a buon fine, si andrebbe all'accertamento, portando a contestare 370 milioni di euro tra sanzioni e interessi. Una cifra record.

 

IL PRINCIPIO CHE CONTA - Quello che un po' stupisce, per quanto se ne sa ad oggi, è il metodo utilizzato dall'accusa: in un'accezione la più aperta possibile, con queste prove si potrebbe contestare l'esterovestizione praticamente ad ogni società "italiana" con sede centrale in Lussemburgo e negli altri paesi considerati, per le modalità di tassazione, piccoli o grandi paradisi fiscali.

 

Sempre per quanto se ne sa, la Guardia di Finanza contesta evasione e truffa perché molte decisioni da prendere formalmente in Lussemburgo venivano in realtà prese in Italia. Formalmente ineccepibile, nella sostanza bisognerà vedere se il giudice non riterrà l'argomento "capzioso" rispetto alla realtà della gestione di una holding aziendale.

 

UNO SCOOP INEVITABILE - In ogni caso, non è una sorpresa che lo scoop su Dolce & Gabbana sia finito sul Fatto Quotidiano, e prima ancora sul Giornale: i due sono infatti molto attenti ai rapporti con la stampa italiana, che finanziano di fatto con l'acquisto di enormi spazi pubblicitari per i loro prodotti.

 

Tanto che vogliono essere rispettati. A farne le spese è stato per la prima volta il Sole 24 Ore: un paio d'anni fa il suo critico gastronomico azzardò l'affronto maximo nei confronti del ristorante di loro proprietà, affermando che la cotoletta che si mangia lì faceva abbastanza schifo. D&G non ci hanno pensato due volte: da un giorno all'altro hanno ritirato tutta la pubblicità dalle testate del gruppo controllato dalla Confindustria. Per punizione.

 

20.08.10

 

 

VASCO ROSSI FA ACQUA – INSIEME CON MASSIMO BOLDI, IL CHITARROSO è FINITO A STONARE COL FISCO – TULLA COLPA DEI LORO MAXI YACHT incappatI le scorse settimane nei controlli effettuati dagli ispettori dell’Agenzia delle Entrate nei porti liguri - Nel mirino finte società di charter nautico società di comodo, utilizzate per abusare della forma giuridica societaria di noleggio ottenendo così benefici fiscali...

ANSA.IT

Anche il cantante Vasco Rossi e l'attore Massimo Boldi sono finiti, insieme a imprenditori e professionisti, nella rete dei controlli effettuati dall'Agenzia delle Entrate per individuare false società di charter nautico realizzate per gestire una sola barca a fini personali, ottenendo così benefici fiscali.

I due sono possessori di due distinte imbarcazioni incappate le scorse settimane nei controlli effettuati dagli ispettori del fisco nei porti liguri.

Gli uomini dell'Agenzia delle Entrate sono incappati nella società di charter di Vasco Rossi nel corso delle verifiche effettuate quest'estate nei porti liguri, su un'imbarcazione di 24 metri utilizzata solitamente dal solo cantante rock. La società, nella quale sarebbe in corso la notifica dell'accertamento, sarebbe per oltre il 90% intestata al cantante e solo per una minima quota ad altri soci residenti in Svizzera, sui quali sarebbero in corso ulteriori accertamenti.

E' di 24 metri anche l'imbarcazione utilizzata da Massimo Boldi, individuata dagli ispettori dell'Agenzia delle Entrate nel porto di Genova. Lo yacht risulterebbe intestato ad una società di charter interamente riconducibile all'attore comico e a sua figlia, ai quali sarebbe già stata notificata la cartella dell'Agenzia delle Entrate.

Nel mirino del Fisco finte società di charter nautico, quelle che noleggiano imbarcazioni in alcuni casi con personale di bordo. Gli 007 delle Entrate, nel corso dei controlli sulle attività stagionali, hanno individuato, in particolare in Liguria, Campania e Friuli Venezia Giulia, numerosi casi di società che, sotto le mentite spoglie di "noleggio di mezzi di trasporto marittimo e fluviale", coprivano invece il mero utilizzo personale delle imbarcazioni di lusso (in media natanti di più di 20 metri e di valore superiore a 1,5 milioni di euro) da parte dei diretti titolari. In campo per setacciare i litorali del Belpaese - riferisce l'Agenzia in una nota - ci sono centinaia di investigatori dell'Agenzia delle Entrate.

Si tratta di società unipersonali, o con pochi soci - riferisce l'Agenzia delle Entrate - riconducibili allo stesso ambito familiare, con minimo capitale sociale (10.000 euro) che detengono un'unica imbarcazione in leasing, la cui reale attività non è rivolta al mercato ma è indirizzata al mero godimento del bene da parte dei diretti titolari. Infatti, il natante viene noleggiato esclusivamente ai soci o ad altre società che hanno la medesima compagine sociale.

Le compagnie di charter intercettate, quindi, rappresentano società di comodo, utilizzate per celare il carattere elusivo dell'operazione e per abusare della forma giuridica societaria di noleggio.

Dichiarare di svolgere l'attività di noleggio, anziché di possedere a titolo personale la medesima imbarcazione, infatti, "permette di ottenere numerosi vantaggi di natura fiscale, economica e finanziaria - spiega ancora il comunicato dell'amministrazione fiscale - come la separazione del proprio patrimonio da quello della società, con il beneficio della responsabilità limitata; il mancato esborso dell'Iva sui costi riconducibili all'acquisizione dell'imbarcazione in leasing; la mancata applicazione delle accise sul gasolio (circa il 50% del prezzo del gasolio), che comporta anche un risparmio in materia di Iva; la detrazione dell'Iva e delle spese sostenute per mantenere la barca e il suo equipaggio"

 [12-08-2010]

 

 

- ALEOTTI: NESSUNA EVASIONE, PAGHIAMO LE TASSE. E NESSUN ILLECITO SU IMPORTAZIONE PRINCIPI ATTIVI DALLA CINA
(Adnkronos/Adnkronos Salute) - Alberto Aleotti, presidente del gruppo farmaceutico italiano Menarini, reagisce con "assoluta tranquillita'" alle notizie che lo citano quale titolare di un maxi-deposito da 476 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein.

In proposito, l'industriale ribadisce all'Adnkronos Salute la posizione gia' espressa due anni fa: "Tutte le disponibilita' finanziarie, del sottoscritto e della mia famiglia, in Italia e all'estero, sono regolarmente ed integralmente assoggettate a tassazione, come le competenti autorita' potranno agevolmente verificare". Il gruppo Menarini "e' completamente estraneo alla vicenda", ripete Aleotti.

In merito poi a un presunto traffico illegale di principi attivi (pravastatina e fosinopril) dalla Cina, oggetto di un'inchiesta avviata l'anno scorso dal sostituto procuratore di Firenze Luca Turco, l'azienda con quartier generale nel capoluogo toscano torna a respingere ogni accusa di illecito o sospetta sovrafatturazione.

Il gruppo Menarini, che dopo l'apertura del fascicolo ha ricevuto nel maggio 2009 la visita dei carabinieri dei Nas, gia' l'anno scorso affermava di respingere "nella maniera piu' decisa e categorica qualsiasi illazione in merito a una presunta importazione illegale di principi attivi dalla Cina e alla violazione di qualunque diritto di brevetto".

La societa' "tiene al contrario a ricordare che da sempre l'azienda e' paladina della necessita' di brevetti forti a tutela dell'attivita' di Ricerca e Sviluppo di nuovi farmaci", si leggeva in una nota.

"Tutti i principi attivi utilizzati per i nostri farmaci - puntualizzava Carlo Colombini, direttore del manufacturing Menarini - sono prodotti presso fabbricanti certificati ed autorizzati dalle autorita' sanitarie e ricontrollati sistematicamente nei nostri stabilimenti italiani. I processi di produzione e di controllo garantiscono i piu' elevati standard di qualita'".

18.08.10

 

EVASIONE FISCALE: nella 'lista Falciani' le societa' degli evasori. Il re delle televendite ha evaso 6,8 milioni via Vaduz (Il Sole 24 Ore, pag.7) 'In Liechtenstein i conti di politici e dittatori'. La 'talpa' della Lgt: in un libro nuove rivelazioni. (La Stampa, pag.28)11.08.10

 

ALEOTTI, MISTER 450 MILIONI, HA SCUDATO! "Inchiesta per frode da mezzo miliardo sul re dei farmaci. Aleotti: regolarizzati i fondi in Liechtenstein. La replica al Fisco del titolar della Menarini: "Tutte le mie disponibilità finanziarie sono assoggettate a tassazione" (Corriere, p.19).

 

06.08.10

 

 

IL FISCO PURGA IL RE DEI MEDICINALI – è ALBERTO ALEOTTI, TITOLARE DELLA MENARINI E GRAN FREQUENTATORE DI CASA ANGIOLILLO, MISTER 450 MILIONI IN Liechtenstein – SE QUESTI IL PARAGURU LI HA SCUDATI, ORA il fisco ha acceso i fari su un altro ricchissimo patrimonio nascosto DI 400/500 milioni di euro - l’ottantasettenne Cavaliere del Lavoro venne arrestato nel ’94 per aver pagato quasi un miliardo a Poggiolini per ottenere un aumento del prezzo dei farmaci…

Mario Sensini per il Corriere della Sera

«Noi non ci stiamo. Porteremo le nostre aziende in Germania». Per protestare contro la politica del governo sui prezzi dei medicinali, il vulcanico Cavaliere del Lavoro Alberto Aleotti, titolare della Menarini, aveva acquistato nel '95 intere pagine di giornali. La minaccia restò sulla carta: la Menarini, nel frattempo diventata una multinazionale del farmaco con imprese in tutto il mondo, non si è mai mossa da Firenze.

 

In compenso, all'estero, molto vicino alla Germania, e precisamente in una banca del Liechtenstein, Aleotti ha invece nascosto un bel gruzzolo: 476 milioni di euro. È lui l'italiano di cui ha parlato l'altro giorno al settimanale «Stern» la gola profonda che ha venduto ai servizi segreti tedeschi la lista degli evasori nascosti nel Principato. Quei fondi Aleotti li ha scudati nel 2001, pagando la tassa prevista per regolarizzarli. Se ha perso il pelo, tuttavia, Aleotti parrebbe non aver perso il vizio.

Da qualche mese il fisco italiano ha acceso i fari su un altro ricchissimo patrimonio nascosto e riconducibile all'industriale fiorentino e alla sua famiglia. Ancora una volta si parla di cifre a otto zeri: quattrocento, forse cinquecento milioni di euro, dicono fonti vicine all'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della Repubblica di Firenze, Luca Turco, che ha indagato Aleotti e i suoi figli, Lucia e Alberto Giovanni, per un presunto traffico illecito di prodotti farmaceutici con la Cina.

Sui fondi in Liechtenstein, già saltati fuori nel 2008, Alberto Aleotti non ha difficoltà a parlare. «Tutte le disponibilità finanziarie mie e della mia famiglia sono regolarmente e integralmente assoggettate a tassazione» dice attraverso il portavoce dell'impresa, confermando indirettamente l'adesione al primo scudo fiscale varato dal governo Berlusconi.

 

Sull'inchiesta della magistratura fiorentina, invece, Aleotti tace. Il sospetto degli inquirenti, che nel 2009 hanno messo in azione prima i Carabinieri del Nucleo antisofisticazione e subito dopo l'Agenzia delle Entrate, è che dietro alle importazioni dei principi attivi di due farmaci, la pravastatina e il fosinopril, ci sia anche una nuova gigantesca frode tributaria, attraverso la sovrafatturazione (con la tecnica del cosiddetto «transfer pricing»).

Gli accertamenti degli agenti del fisco, complicati perché devono muoversi attraverso un dedalo di società per seguire il tortuoso percorso delle fatture, dovrebbero concludersi in un paio di mesi.

 

Per Aleotti, che continua a scrivere lunghissime lettere a Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti denunciando l'insostenibilità della politica italiana sul prezzo dei farmaci, potrebbe rivelarsi un brutto colpo. Anche se l'ottantasettenne Cavaliere del Lavoro di brutte esperienze ne ha già avute, come quando venne arrestato nel '94 per aver pagato quasi un miliardo a Duilio Poggiolini per ottenere un aumento del prezzo dei farmaci.

Arrivato alla Menarini nel '64 come semplice direttore, divenuto amministratore unico dieci anni dopo, e oggi unico proprietario di un gruppo da 2,7 miliardi di fatturato, per raggiungere i suoi obiettivi Aleotti ha sempre usato metodi, per così dire, spicci. Non solo tangenti e pagine di giornali.

Anche i suoi informatori medici si muovevano con gran disinvoltura per spingere le prescrizioni dei suoi farmaci. Ai medici regalavano prima un cucchiaino d'argento, la volta dopo la forchetta. E pian piano che il servizio di posate si completava, gli utili della Menarini (come i conti all'estero di Aleotti) crescevano.

 

 

[06-08-2010]

 

 

GERMANIA: CACCIA A EVASORI, PERQUISITE TREDICI SEDI CREDIT SUISSE...
(Adnkronos/Dpa) -
La polizia tedesca ha compiuto oggi perquisizioni in tredici filiali del Credit Suisse, in seguito a informazioni su possibili casi di evasione fiscale compiuti da clienti tedeschi dell'istituto elvetico. L'ordine per le perquisizioni, che hanno impegnato circa 150 fra poliziotti e inquirenti, e' stato emesso da un giudice di Dusseldorf sulla base di informazioni 'sottratte' da informatori interni alla banca. Di recente le autorita' del Nord Reno-Westfalia hanno acquistato - per una cifra imprecisata, vicina a 2,5 milioni di euro - un dischetto contenente i dati su oltre mille contribuenti tedeschi che avrebbero 'parcheggiato' all'estero i loro patrimoni, sfuggendo alla lente del fisco tedesco. Molti di questi sarebbero stati correntisti del Credit Suisse.

 

17.07.10

 

- FISCO: DOGANA PONTE CHIASSO, SEQUESTRATI 2 MLD DOLLARI ZIMBABWE...
(Adnkronos) - I funzionari della Dogana di Ponte Chiasso, in servizio presso il valico autostradale di Brogeda, con la collaborazione dei militari del guardia di finanza, hanno sequestrato valuta non dichiarata per complessivi due miliardi di dollari dello Zimbabwe, pari a circa 4.509.500 euro. I tre biglietti di banca, due del valore di 500 milioni e uno da un miliardo di dollari, di cui si sta accertando l'autenticita', erano in possesso di un cittadino italiano, residente in provincia di Milano. La sanzione massima prevista per l'omessa dichiarazione del trasporto di valuta, corrispondente al 40% dell'ammontare eccedente il limite di franchigia, pari a 1.799.800 euro. [14-06-2010]

18.06.10

 

 FISCO: NEL MIRINO DELLA GDF 280 IMPRESE ITALIANE PER EVASIONE INTERNAZIONALE ...
(Adnkronos) - A partire dalla mattinata, sono in corso centinaia di perquisizioni in tutta Italia da parte della Guardia di Finanza, alla ricerca delle prove di un'evasione multimilionaria. Cento Reparti del Corpo stanno setacciando sedi aziendali allo scopo di ricercare elementi di prova circa l'utilizzo, da parte di 280 societa' italiane, di fatture per operazioni inesistenti, per un totale, in prima approssimazione, di circa 150 milioni di euro.

Le attivita' di oggi costituiscono lo sviluppo di un'inchiesta della Procura di Milano che lo scorso 27 ottobre aveva portato alle ordinanze di custodia cautelare in carcere di un faccendiere svizzero, di tre suoi collaboratori e di un funzionario di un istituto di credito elvetico, per riciclaggio all'estero di somme provenienti da delitti di appropriazione indebita ed evasione fiscale.

 

Il filone investigativo relativo all'evasione fiscale, diretto dal pubblico ministero Carlo Nocerino, ha permesso di svelare che l'associazione gestiva una serie di societa' estere costituite al fine di permettere alle societa' italiane la creazione di fondi neri all'estero.

10.06.10

 

TRAFFICO ILLECITO CAPITALI, SEQUESTRATO ASSEGNO DA 97MLN DOLLARI A COMO...
(Adnkronos) - I funzionari della dogana di Chiasso (Como), in collaborazione con i militari della guardia di finanza di Ponte Chiasso, nell'ambito del contrasto al traffico illecito di capitali hanno sequestrato un assegno da 97.250.000 dollari americani, pari a 80.008.227 euro, su un conto acceso presso la sede americana della banca Hsbc.

L'assegno era in possesso di un 70enne imprenditore edile bergamasco che dalla stazione ferroviaria di Chiasso stava per salire a bordo di un treno diretto a Milano. L'uomo, nel 1998, era stato controllato, sempre a Chiasso, a bordo di un treno che da Bruxelles andava a Milano. In quel caso era stato trovato in possesso di documentazione valutaria relativa a consistenti disponibilita' finanziarie all'estero.

 

Nella stessa giornata su un treno proveniente da Lugano e' stato bloccato un 50enne croato che trasportava con se' valuta non dichiarata per 19.800 dollari americani e 72 titoli al portatore emessi dal Governo degli Stati Uniti Messicani. Del denaro contante "ne e' stato sequestrato il 40% (per 7.500 dollari, pari a euro 6.094), in quanto eccedente la franchigia ammessa di 10.000 euro". I 72 bond, invece, sono stati sequestrati in attesa di pervenire alla determinazione del loro valore.

 

10.06.10

 

FIAMME GIALLE BLITZ (MO’ SO’ CAZZI!) – LA GDF E IL FISCO HANNO “VISITATO” 78 FILIALI DI 16 BANCHE E DUE FIDUCIARIE – LA PISTA DI SAN MARINO “PUZZA” DI EVASIONE E RICICLAGGIO SU CAPITALI – E ORA PARTE ANCHE LA STRAGE DI IMPRENDITORI, CASALINGHE, PROFESSIONISTI E PENSIONATI DELLA LISTA FALCIANI (SI PARLA DI UN "TESORETTO" DA 6,9 MLD$)... Da "Repubblica.it"

Blitz di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate in 16 banche per verificare il rispetto degli obblighi di legge necessari a garantire l'identificazione della clientela. In tutto sono state visitate 78 filiali e due fiduciarie italiane, dislocate in sei regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Lazio).

 

Nel mirino del fisco intermediari nazionali, già emersi nel corso di attività operative finalizzate a contrastare l'evasione fiscale internazionale, le frodi Iva "carosello" e il riciclaggio dei relativi proventi, individuati da Fiamme Gialle e Agenzia delle Entrate per essere stati utilizzati da contribuenti italiani per eseguire movimentazioni finanziarie illecite destinate alla Repubblica di San Marino.

E su un altro fronte di indagine, sempre riguardante l'esportazione di capitali all'estero, le Fiamme Gialle hanno reso noto l'ammontare del "tesoretto" contenuto nella "lista Hbsc", l'elenco di correntisti italiani della banca svizzera sospettati di evasione fiscale: 6,9 miliardi di dollari Usa.

 

La pista di San Marino. Il fisco italiano vuole accertare l'esattezza e la completezza delle informazioni che gli intermediari sono tenuti a comunicare all'archivio dei rapporti finanziari. L'eventuale omissione da parte delle banche farebbe scattare indagini finanziarie e verifiche. Ulteriore scopo delle attività in corso, oltre a contestare eventuali illeciti commessi dalle banche, è l'acquisizione di ogni utile informazione per il successivo sviluppo di indagini volte a "scovare" evasori e recuperare i capitali illecitamente portati all'estero.

 

La banca dati dei rapporti finanziari contiene tutte le comunicazioni relative ai rapporti continuativi intrattenuti con la clientela esistenti, a partire dalla data del 1° gennaio 2005. Così come contiene quelle relative le cosiddette operazioni extra-conto, ossia poste in essere al di fuori di un rapporto continuativo, ad eccezione delle operazioni di versamento effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 Euro, oltre che i rapporti diversi da quelli intrattenuti con i titolari dei rapporti continuativi o delle stesse operazioni extra-conto (procure e deleghe).

 

I dati devono essere comunicati all'archivio mensilmente in via telematica. I soggetti tenuti a inviare i dati sono circa 13 mila e includono le banche, la società poste italiane spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario. L'obbligo di comunicazione ricade anche sulle filiali estere di operatori italiani e, ovviamente, su quelle italiane di operatori esteri. Gli intermediari rischiano per ogni omessa comunicazione sanzioni da 2.065 Euro fino a 20.650 Euro.

 

Il "tesoretto" della Hbsc. - E' di 6,9 miliardi di dollari Usa - secondo quanto si è appreso - il tesoretto contenuto nella cosiddetta "lista Hsbc" acquisita la scorsa settimana dalla Guardia di Finanza 1. La lista contiene 7 mila nomi di correntisti italiani della banca Hsbc sospettati di evasione fiscale ed è stata ottenuta dalle Fiamme gialle attraverso una collaborazione internazionale di polizia.

 

Ci sono soprattutto imprenditori e contribuenti lombardi nella lista Falciani acquisita dalla Guardia di Finanza. E' quanto comunicano le Fiamme Gialle. In particolare, tra le persone fisiche indicate nell'elenco risulta il 51% di imprenditori, il 15% di casalinghe, il 14% di professionisti (avvocati, dentisti e giornalisti), l'11% di dirigenti di azienda, il 4,5% di pensionati, il 2% di studenti, 2,5 altro. Il 63% dei contribuenti sono in Lombardia, l'11% nel Lazio, il 7% in Piemonte, il 4,5% in Emilia Romagna, il 4% in Veneto, il 3,5% in Toscana, il 3% in Campania come anche nelle Marche, il 2,5% in Trentino Alto Adige, l'1,5% in Friuli Venezia Giulia e in Liguria, lo 0,5 % in Puglia [26-05-2010]

 

 

FURBETTI DEL FISCO TREMATE, LE LISTE SONO ARRIVATE – I NOMI DEI CORRENTISTI ITALIANI DI HSBC DELLA LISTA FALCIANI SONO STATI CONSEGNATI DAL PROCURATORE DI NIZZA DE MONTGOLFIER ALLE FIAMME GIALLE – STESSA SORTE PER GLI EVASORI AMERICANI, INGLESI E TEDESCHI – L’INCHIESTA NELLE MANI DEL PROCURATORE DI TORINO CASELLI… Adnkronos) - Arrivano in Italia i nomi dei correntisti italiani, sospettati di evasione fiscale, inclusi nella lista sottratta ad Hsbc dall'ex dipendente Herve' Falciani. L'elenco, che contiene oltre 7.000 voci, e' stato prima consegnato dal Procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier, al ministro della Giustizia francese e poi preso in consegna, a Parigi, dagli uomini della Guardia di Finanza.

TALPA

A confermare all'ADNKRONOS l'avvenuta estrazione dei nomi e' lo stesso magistrato francese: "abbiamo avuto l'ordine di elaborare l'elenco dei nomi italiani dalla lista, che contiene migliaia di nominativi. Abbiamo proceduto a estrarre i nominativi e li abbiamo consegnati alle autorita', a Parigi".

Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle autorita' dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani si e' interessato per primo il Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega de Montgolfier per valutarne gli eventuali profili penali. Sara' ora l'Agenzia delle Entrate, a prescindere dagli aspetti giudiziari, a procedere ad un'analisi approfondita sui soggetti da cui puo' nascere un eventuale accertamento fiscale.

 

Le indagini del Procuratore francese si stanno svolgendo in collaborazione con lo stesso ex bancario Falciani che, trasferitosi in Francia, ha contribuito a decifrare i dati sottratti e sequestrati dalle autorita' francesi, dopo la denuncia depositata dalla stessa Hsbc. Il tecnico informatico, doppia nazionalita' (francese e italiana), nel periodo in cui lavorava per la banca e' riuscito a mettere le mani sui dati di oltre 120mila conti correnti dell'istituto con l'intenzione di offrirli ai governi interessati.

 

L'apertura dell'inchiesta a Nizza deriva dalla convinzione che diverse persone che risiedono nella regione abbiano aperto conti nella banca di Ginevra per riciclare denaro sporco. 18-05-2010]

 

 

FISCO: AUTO DI LUSSO, SOTTO LA LENTE 97 MILA ACQUISTI ...
(AGI) - Circa 100 mila contribuenti nel 2007 hanno acquistato un auto di grossa cilindrata spendendo il doppio rispetto al reddito dichiarato. Di questi il 15% sono lavoratori dipendenti, il 25% titolari di reddito d'impresa, il 48% lavoratori autonomi e il restante 12% rientra in altre categorie di reddito. Il dato, secondo quanto si apprende, e' stato fornito nel corso di un tavolo tecnico con categorie produttive e professionisti in cui sono stati presentati gli elementi di capacita' della spesa che andranno a comporre il nuovo Redditometro.

 

L'Agenzia delle Entrate ha incrociato i dati sulle immatricolazioni delle cosiddette auto di lusso nel 2007 con i redditi dichiarati per lo stesso anno ed e' emerso che per 97mila acquisti, appunto, il costo dei veicoli e' risultato doppio o in alcuni casi pari al reddito dichiarato dall'acquirente. 10.05.10

 

 

DOLCE È GABBARE! – LA STRATEGIA DIFENSIVA DI D&G CONTRO LE ACCUSE DI EVASIONE FISCALE SONO SOLIDISSIME! “SIAMO ARTISTI, CHE NE SAPPIAMO DI NUMERI?” – I DUE “ARROGANTELLI” (DEFINIZIONE BY VALENTINO) RISCHIANO 370 MLN € DI PENALI, MA MANCA IL CAPROne ESPIATORIO (C’È CHI MORMORA CHE SARÀ ALFONSO, IL FRATELLO DI DOLCE)…

Leo Sisti per "il Fatto Quotidiano"

 

Cercasi capro espiatorio. Disperatamente. La strategia difensiva di Dolce e Gabbana si sta profilando: loro sono artisti, che ne sanno di numeri? Il tempo stringe. E' prossima infatti la conclusione dell'indagine preliminare che la Procura di Milano sta conducendo sugli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, con due ipotesi di reato: evasione fiscale e truffa allo Stato.

 

Due accuse, che si accompagnano ad un'altra inchiesta, fiscale, parallela a quella penale: emersa quando la Guardia di Finanza di Milano ha contestato ai due designer "distratti" sui conti, di aver ceduto nel 2004 la proprietà del loro marchio "D&G" dall'Italia a una società del Lussemburgo.

Dalla "D&G srl" di Milano, cioè, alla "Gado sarl" (acronimo di Gabbana e Dolce) del Gran Ducato, a sua volta controllata da una holding sempre lussemburghese, la "Dolce & Gabbana Luxembourg sarl". Ora chi sta in Lussemburgo a curare gli affari del duo? Il fratello di Domenico, Alfonso: sarà lui ad addossarsi la responsabilità della "estero vestizione" del marchio "D&G", con le sue ricche royalties riscosse dalla vendita di prodotti in licenza, dagli occhiali agli orologi, dai profumi ai cosmetici, dalle mutande alle cravatte? Si vedrà.

 

Sta di fatto che a insospettire le Fiamme Gialle è stato il prezzo di quella cessione, 360 milioni di euro. Un prezzo troppo basso, basato su una valutazione "casalinga". E' stato corretto, al momento della cessione del brand "D&G", misurare la redditività futura del marchio attraverso le royalties moltiplicate per la vita utile del marchio stesso, in genere 15 anni.

 

Ma per un altro importante aspetto i consulenti finanziari di D&G avrebbero fatto un'operazione di cosmesi, come se l'acquirente avesse dovuto essere una società italiana, e non invece, com'è poi avvenuto, una società lussemburghese: quindi con una tassazione di royalties più elevate, in percentuale, rispetto a quelle, infinitamente più smilze, in vigore nel Gran Ducato.

 

In pratica il "carico" fiscale era spropositato. Con una conseguenza: se uno versa troppe imposte su royalties fintamente "italiane", anziché lussemburghesi, il valore dei marchi venduti sarà "piccino", ovvero i famosi 360 milioni. Secondo questa proiezione "casalinga", è come se D&G avessero dovuto spuntare "appena" il 60 per cento di profitti per le loro royalties (appesantite, appunto, nel 2004, da tasse "italiane" del 37,5 per cento, tra Ires e Irap), invece del ricco 97-98% in Lussemburgo, dove invece le tasse viaggiano su soglie modestissime, tra 2 e 3%.

 

C'è una bella differenza tra moltiplicare 60x15 (i cosiddetti anni di vita utile del marchio) o 98x15. Morale: se si guadagna di meno da un marchio, anche questo, sul mercato, ne risentirà. Il fatto è che simili considerazioni, valide in quegli anni, oggi sono superate. Interbrand, una multinazionale specializzata in valutazione dei brand, opera con altri criteri, non più in virtù degli anni di "vita utile del marchio", ma su dati che comprendono quanto reddito, attuale o futuro, si può attribuire ai prodotti, sui costi operativi, e su altri oneri.

E' vero che D&G hanno posto fine alla "estero vestizione" del proprio tesoro, facendo rientrare in Italia nel 2007, il marchio e cercando, quindi, di chiudere con il passato. Ma il passato, per fisco e Procura, non passa.

 

Quanto al primo, la palla, è ora nelle mani dell'Agenzia per le entrate, subentrata, per l'accertamento della cifra da attribuire al valore del marchio, alla Guardia di Finanza: secondo i suoi parametri, circa 700 milioni di euro, invece dei famosi 360. Però, senza un negoziato con l'Agenzia, per effetto del gioco delle penalità, tra sanzioni e interessi scattati nel corso degli anni, D&G corrono il rischio di dover sborsare ben 370 milioni di euro.

Ricorreranno alle commissioni tributarie per ottenere la sospensione del pagamento, che potrebbe non essere concessa. Se il pm Laura Pedio, titolare del dossier, dovesse chiedere, e ottenere, via libera per il processo, e se i difensori di D&G volessero puntare sul patteggiamento, non rimarrebbe ai due "arrogantelli" (definizione di Valentino) che saldare. Condizione del patteggiamento è il risarcimento del danno.

 

[13-04-2010]

 

 

NTERNATIONAL SPY-STORY - L’EX INFORMATICO DELLA BANCA GINEVRINA HSBC CHE HA RUBATO LA LISTA DEGLI EVASORI VIVE SOTTO PROTEZIONE IN UN LUOGO SEGRETO – Hervè Falciani SI DIFENDE COSì: “MI HANNO CONTATTATO DEGLI 007 CHE TEMEVANO CHE TERRORISTI MEDIORIENTALI MI USASSERO PER INFILTRARSI NELL’HSBC” (MEJO DI UN FILM!) – ORA SARANNO IN MOLTI A VOLERE “LA FALCIANI’S LIST” PER BECCARE EVASORI E CAPITALI RICICLATI - MA I TEMPI PER AVERLA NON SARANNO BREVI…

Niccolo' Zancan e Raphaël Zanotti per "la Stampa"

Una villetta in pietra nell'entroterra della Costa Azzurra: piscina coperta da un telo, due televisori al plasma, vista a strapiombo sul mare e uno scampolo di autostrada. Parte da qui il giallo internazionale dei 127.000 conti correnti della filiale svizzera della banca Hsbc che tutti cercano, che tutti vogliono.

Storia alla James Bond con protagonista Hervè Falciani, ex informatico della banca ginevrina, allontanatosi dal paradiso fiscale con un tesoro nel suo computer portatile: i riferimenti di conti correnti aperti da evasori di almeno 180 Paesi diversi. Una fuga che rimbalza da Ginevra a Beirut, Libano, per approdare nel paesino sopra a Mentone, casa della famiglia Falciani. «Mio figlio non ha fatto nulla di male altrimenti lo avrebbero messo in carcere - racconta papà Falciani mentre svolge lavori di bricolage nella villetta - Hervè vive sotto protezione in una località segreta, non ho nemmeno il suo cellulare, ci contatta lui quando vuole».

Isolato, protetto, nascosto: tutti cercano Hervè Falciani. In primis gli svizzeri che lo considerano un ladro. Scoperto il suo nascondiglio francese, avevano chiesto a Parigi di effettuare una perquisizione nella villetta della Costa Azzurra per rogatoria. I francesi hanno eseguito, ma quando sono entrati in possesso dell'elenco hanno spedito una copia agli inquirenti elvetici trattenendosi l'originale.

«Questioni di interesse nazionale» hanno fatto sapere da Parigi sfruttando una riserva degli accordi internazionali. Gli svizzeri si sono inferociti, i francesi hanno invece continuato a lavorare sull'elenco. Il procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier, grazie a quel materiale ha aperto un fascicolo d'indagine che si ripropone non solo di individuare eventuali evasori fiscali francesi, ma anche di rintracciare i capitali riciclati dalla criminalità organizzata.

Ora quell'elenco lo vuole anche la procura di Torino, convinta che tra i 7094 correntisti italiani compresi nella "lista Falciani" ci siano dei torinesi. Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, ha chiesto il documento per rogatoria al collega De Montgolfier. «Nessun problema» ha già fatto sapere il magistrato francese, anche se la richiesta italiana potrebbe in teoria essere ancora bloccata dal tribunale di Aix-en-Provence o dal ministero della Giustizia.

A Torino sono in attesa. Ottenere quell'elenco con una rogatoria significherebbe in qualche modo «ripulire» quei documenti che la Svizzera considera tutt'ora trafugati e dunque inutilizzabili in un processo penale. Ma proprio il modo con cui i francesi sono entrati in possesso della lista potrebbe essere d'intralcio: come giustificare il suo invio all'Italia, Paese straniero, dopo averne dichiarato l'interesse nazionale francese? I rapporti già tesi tra Svizzera e Francia potrebbero diventare ancora più problematici, tra l'altro con l'entrata in gioco dell'Italia e, a ruota, di chissà quanti altri Paesi.

Mentre nelle alte sfere si gioca una partita diplomatica importante, Falciani continua a rimanere nell'ombra. «Non sono un ladro, sono un accusatore - ha dichiarato in un'intervista al quotidiano Nice Matin -. Non ho rubato quei dati, si trovavano nel mio computer legittimamente perché lavoravo alla sicurezza informatica dell'Hsbc. Per mesi ho denunciato alla banca le lacune del loro sistema informatico. Un sistema opaco, che permetteva intrusioni, che consentiva di effettuare operazioni bancarie senza lasciare tracce».

Gli svizzeri hanno un'altra idea. Falciani non solo si è impossessato di segreti bancari sottraendoli alla sua azienda, ma ha cercato di venderli ai concorrenti, e poi agli 007 tedeschi. Falciani, però, racconta un'altra storia: «Sono stato contattato da agenti segreti perché temevano che un gruppo di terroristi mediorientale potesse utilizzare me per arrivare ai conti segreti dell'Hsbc». Vittima di una spy story più grande di lui, o abile ladro di informazioni?

L'unica cosa certa è che ora, con la «lista Falciani» sdoganata dai francesi, saranno in molti a mettersi in fila. Per la procura di Torino potrebbe essere difficile dimostrare una rilevanza penale su dati dalla provenienza tanto insolita, ma non è così per la Guardia di Finanza e per l'Agenzia delle Entrate pronte ad attivarsi non appena arriverà a Torino, se arriverà, il documento. «Non si scappa - dice il direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera -. Con l'inversione dell'onere della prova è il contribuente a dover eventualmente dimostrare che i capitali detenuti all'estero non sono frutto di evasione».

L'arrivo della «lista Falciani» in Italia non ha tempi brevi. È necessario effettuare una copia forense, un esperto deve cioè certificare che è identica all'originale. Intanto la procura potrebbe sentire Falciani e il suo legale. «È stato un anno difficile - dice papà Falciani guardando fuori dalla finestra -. Ci sentiamo osservati. Speriamo che tutto finisca presto».

 

[15-04-2010]

 

 

GABA GABA, HEY HEY! ("REPORT" NON PERDONA, EQUITALIA Sì) - LA GABANELLI SCOPRE UNA 'LISTA DEGLI INTOCCABILI' CHE RACCHIUDE I TRE MAGGIORI PARTITI: FORZA ITALIA, AN E DS. PER LORO “ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI PAGAMENTO” - Poi c’è un pacchetto di vip, DA Antinori a Christian De Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l’attivazione di procedure esecutive - Non avranno mica sospeso le cartelle alla Icla, che deve ancora all’erario una quarantina di milioni?...

1 - LETTERA
Riceviamo e pubblichiamo:

Domenica sera il drigente di Equitalia Gerit - Vicario - dichiara a Report che aver riscosso nel 2009 7miliardi e 7 di tasse evase è un risultato straordinario. Alla domanda "per sapere se è un buon risultato bisognerebbe conoscere quanta evasione è stato accertata", Vicario risponde di non essere autorizzato a fornire il dato. Il cittadino può sapere che in Italia tanti evadono, ma mai fornirgli il dato esatto. Abbiamo capito che 3 anni fa è stato di 44 miliardi e ne sono stati recuparti 6 e mezzo.

 

Alla faccia della buona performance! Ma quel che avrà agitato le notti del Dott. Befera (direttore Agenzia delle Entrate) forse non sono state le lunghe di liste di poveri cristi che si sono trovati la casa ipotecata senza saperlo per una multa dimenticata. I suoi pensieri saranno andati ad un documento con un elenco di nomi su cui "astenersi dai solleciti di pagamento".

Non erano nomi da poco. Saranno poi corsi verso Frosinone, al locale dirigente di Equitalia. Non avranno mica sospeso le cartelle alla Icla, che deve ancora all'erario una quarantina di milioni?
Cos'è la Icla? E' gruppo PAFI, cioè Di Falco, ottimi rapporti con Geronzi, molto indebitato ai tempi con Banca di Roma. Ottimi rapporti anche con Cirino Pomicino.

 

2 - DIO PERDONA, EQUITALIA NO (ECCETTO FORZA ITALIA, AN E DS) - PER LORO "ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI PAGAMENTO"
Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"

La lista degli intoccabili è trasversale e include i tre maggiori partiti. Porta la data del 16 ottobre del 2007 e si apre con Alleanza Nazionale per finire con i DS, passando per Forza Italia. Un anonimo dirigente di Equitalia, la società dalla forma privata e dall'azionariato pubblico, creata appositamente per riscuotere i tributi, scrive alla sua controllata "Equitalia Gerit", che si occupa di Roma e del Lazio: "Per i contribuenti sotto indicati attendere istruzione da parte della capogruppo (per cui astenersi anche da eventuali solleciti di pagamento)".

 

Il documento è stato mostrato da Giovanna Boursier durante la puntata di Report di domenica scorsa dedicata proprio a Equitalia. Il settimanale L'espresso, con un servizio di Primo Di Nicola del 2008, aveva raccontato già dell'esistenza di questo documento che "Il Fatto Quotidiano" pubblica integralmente. Lo scandalo non sta tanto in quello che c'è scritto ma nel fragoroso silenzio che è seguito alla puntata.

Report ha mostrato l'implacabilità di Equitalia contro i cittadini inermi che si vedono ipotecata l'abitazione per un debito di poche migliaia di euro. E poi ha mostrato una nota nella quale si prescrive di non disturbare i tre principali partiti italiani per i debiti tributari. Eppure nessuno ieri ha smentito né commentato.

"Il Fatto Quotidiano" ha provato a chiedere una replica al direttore dell'agenzia delle entrate, Attilio Befera. Inutilmente. Befera allora era amministratore di Equitalia, oggi ne è il presidente ma è comunque il direttore dell'Agenzia delle entrate che ne controlla il 51 per cento mentre il restante 49 per cento è dell'Inps. Befera, oggi come allora, è quindi la persona giusta per spiegare il giallo della lista.

Anche perché non si tratta certamente di un manager insensibile al richiamo della politica. Il 23 settembre 2009 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato le intercettazioni telefoniche di un'indagine della Procura di Potenza nella quale Befera si interessava per far ottenere uno sconto di decine di milioni di euro a una società amica del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, che chiamava per perorare la sua causa.

 

Nemmeno i tesorieri dei partiti coinvolti dalla puntata di Report, vista da tre milioni di italiani, hanno sentito il dovere di spiegare cosa sia accaduto dopo quel presunto stop alle azioni del fisco nei confronti di An, Forza Italia e Ds. Interpellato dal Fatto l'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti replica: "Ma quale trattamento di favore, la Federazione di Roma ha subito i pignoramenti". Sposetti non precisa se questo sia accaduto prima o dopo la lettera dell'ottobre 2007.

Alla Conservatoria dei registri immobiliari di Roma, consultata attraverso il sistema Syster dal Fatto, non risultano ipoteche sugli immobili della Federazione romana ma potrebbe trattarsi di un disguido dovuto ai diversi codici fiscali usati.

Comunque Sposetti tronca sul nascere ogni sospetto. E anche se non ha difficoltà ad ammettere di conoscere bene Befera, precisa: "sono stato 5 anni al ministero delle finanze con Visco e poi con Del Turco, è ovvio che conosco Befera. Ma non gli ho mai chiesto un trattamento di favore per il partito".

 

La lista in realtà non riguarda solo i tre partiti citati nelle prime cinque righe ma si compone di due pagine e di una tabella lunghissima di nomi, codici fiscali e procedure di riscossione in corso. Nell'elenco dei contribuenti citati tra le "morosità rilevanti" abbondano i vip e le grandi imprese.

Non per tutti si prescrive l'immobilità come per i tre partiti. Anzi. Il pugno del fisco è azionato da Equitalia con un'attenta gradazione. Si va dall'estremo della massima morbidezza verso Pds, An e Fi, alla richiesta di agire contro le grandi aziende come Wind e Telecom Italia sempre però "notiziando" la sede centrale.

Dopo i partiti troviamo "L'Unità Editrice Multimediale", partecipata dai Ds, dalla famiglia Angelucci e da Alfio Marchini. Per la società si prescrive: "tenuto conto delle modalità di notifica della cartella da euro 711 mila relativa all'anno 2001, notificare solo intimazione di pagamento (che determinerà l'opposizione della debitrice) e notificarer correttamente le cartelle ancora da notificare (alla società e al liquidatore)".

 

Chissà perché Equitalia già sapeva che il contribuente L'Unità Multimediale avrebbe fatto opposizione. Nella lista poi ci sono due vip: l'allora sottosegretario del centrosinistra Bobo Craxi e Adriano Panatta. Per loro si prevede un trattamento intermedio. Equitalia invita Gerit a fare i solleciti di pagamento ma "per ogni altra attività attendere istruzioni per la capogruppo".

 

I nomi elencati in testa sono quasi tutti vicini alla politica. Dopo Craxi e Panatta seguono infatti il Psdi (per il quale a dire il vero si prescrive un trattamento più duro verso il suo segretario regionale Renato D'Andria e si invita la Gerit a trasmettere le carte alla Guardia di Finanza) poi il Psi e l'Agenzia Ater dell'edilizia popolare del Comune di Roma.

Poi c'è un pacchetto di vip, dall'andrologo Severino Antinori all'attore Christian De Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l'attivazione di procedure esecutive.

Per questa differenza di trattamento tra gli uni e gli altri, certamente, ci sarà una spiegazione. Però resta la sensazione di una sorta di procedura speciale, almeno nell'attenzione della sede centrale di Equitalia per l'esito delle cartelle di vip, grandi aziende e politici. E che questa macedonia di nomi abbia come elemento comune il potere e la fama, lo si comprende da un lapsus freudiano.

 

Alla settima riga si parla di un Dell'Utri al quale "ove già non fatto, iscrivere ipoteca su immobile in provincia di Cosenza". Anche se poi subito si aggiunge: "per ogni altra attività attendere istruzioni capogruppo". Il Dell'Utri che ha una casa a Praia a Mare è Alberto ma il suo nome è scritto a matita accanto a quello stampato in neretto nella lista: Marcello Dell'Utri. Comunque alla conservatoria di Cosenza l'ipoteca risulta iscritta solo nel 2000. E non da Equitalia.

 

[13-04-2010]

 

GUAI CON IL FISCO, SOTTO A CHI TOCCA...
Sara Bennewitz per "la Republica" - Si allunga la lista delle società di Piazza Affari con all´attivo guai con il fisco. Oltre a Fastweb e alla Sparkle di Telecom Italia, ci sono accertamenti in corso sul maxi dividendo 2004 di Seat, sulla controllata olandese di Bulgari, su una finanziaria lussemburghese partecipata da Snai e sulla Buy on web detenuta al 51% da Dmail.

Ieri, tanto per non sbagliarsi, il gruppo che fa capo a Adrio de Carolis ha deciso di non consolidare i risultati 2009 della società che vende articoli via Internet. Pare però che ad accorgersi di alcune "irregolarità" sia stato lo stesso de Carolis, che dopo aver chiesto conto ai due soci di minoranza ha affidato a Pricewaterhouse una verifica interna su Buy on web relativa «all´effettività di alcune rilevanti transazioni commerciali con dei clienti esteri da cui si è generato un credito Iva»

01.04.10

 

 

COME GLI STILISTI SI SONO ARRICCHITI STRANGOLANDO L'INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA SFRUTTANDO IL LAVORO NERO A POCHI EURO DEGLI EXTRACOMUNITARI CINESI - LA STORIA DEL FALLIMENTO DI GIANCARLO DE BORTOLI CHE CONFEZIONAVA GLI ABITUCCI DELLE COSIDDETTE GRANDI FIRME: “UN ABITO PER JIL SANDER, STAGIONE 2010. SA QUANTO ME L’HANNO PAGATO? 40 €. E HANNO AVUTO ANCHE L’IMPUDENZA DI CONSEGNARMI L’ETICHETTA COL PREZZO AL PUBBLICO DA METTERCI SOPRA: 890 EURO…” - "NELL’ULTIMA SFILATA DI DOLCE E GABBANA C’ERA UN MAXI SCHERMO CHE RIMANDAVA LE IMMAGINI DELLE SARTINE CON AGO E DITALE, PER MOSTRARE CHE L’ALTA MODA È TUTTA ITALIANA. NON È VERO, NON PUÒ ESSERE VERO. ALTRIMENTI IO NON AVREI DICHIARATO FALLIMENTO. MA DOVE VIVONO QUESTI DUE SIGNORI? MA LO SANNO O NO CHE IL CONTRATTO DEI TESSILI È PARIFICATO ALLE LAVANDERIE?"

 

Stefano Lorenzetto per "Il Giornale"

Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry's confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato:

 

«Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all'ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall'ufficiale giudiziario».

 

De Bortoli un fallito? Com'è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l'anno, non contraeva debiti, non s'è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l'impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi.

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d'alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d'Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d'Aosta, Cividini.

Alexander Mc Queen e Giorgio Armani

E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c'è anche il terzista del terzista». E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere.

«Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l'abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d'anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l'ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda».

 

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l'11 febbraio scorso. Suicida». Dall'estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese.

Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: "È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?". Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry's, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell'Harry's bar di Venezia.

 

"No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa", obiettò il mio socio. E all'ultimo momento infilò nel marchio una "e" al posto della "a", Herry's». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all'amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l'intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d'oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane».

 

Un solo errore ha commesso De Bortoli: s'è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell'ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola».

 

Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza.

 

È così, De Bortoli?
«Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono "troppo morbide e facilmente aggirabili", parole sue. Io comunque sto ai fatti».

E i fatti quali sono?
«Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: "Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene"».

achille AFotogramma

Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini.
«Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch'io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all'insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all'insegna del "prendere o lasciare", sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale».

Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry's.
«Sì, ma dev'esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l'hanno pagato? Al netto dell'Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l'impudenza di consegnarmi l'etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro».

Inaudito.
«E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?».

 

Prego.
«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell'applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un'impiegata. Tanto valeva rinunciare».

E così lavorava in perdita.
«Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l'ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all'osso. "Tanto", è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, "per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque". Sottinteso: stranieri».

Ma quand'è cominciata la crisi?
«Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l'anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all'estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c'è provincia che ne sia immune.

La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c'impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un'ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente».

I suoi colleghi come si salvano?
«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito».

Perché non ha fatto lo stesso?
«Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l'hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L'ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate».

Quanto fatturava?
«Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d'oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l'anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro».

 

Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa.
«Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po' di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000».

Che cos'era per lei il lavoro?
«Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c'è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: "Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei"».

Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione?
«Repulsione. Nell'ultima sfilata di Dolce e Gabbana c'era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l'alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s'insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L'ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all'haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più».

Eppure le griffe spopolano.
«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l'ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l'alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell'elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio».

Non salva nessuno?
«Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto».

 

Prova vergogna?
«Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato».

Adesso che farà?
«Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l'avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi».

[09-03-2010] 

 

ELDORADO ITALIA (CRISI? QUALE CRISI?) – UN CONTRIBUENTE SU 4 NON HA PAGATO LE IMPOSTE (E NON SI TRATTA SOLO DI EVASORI) - TANTI REDDITI BASSI HANNO AZZERATO L’IMPONIBILE CON LE AGEVOLAZIONI FISCALI - SOLO 306 MILA DICHIARANO UN REDDITO A 5 ZERI – UNA SOCIETÀ DI CAPITALI SU DUE DICHIARA DI ESSERE IN PERDITA, QUINDI NIENTE UTILI, NIENTE REDDITI, NIENTE TASSE…

Alessandro Barbera per "La Stampa"

 

Per parafrasare un fortunato tormentone la si potrebbe definire l'Italia «zeru tasse». Più di un contribuente su quattro, il 27% di 41.663.000 persone, nel 2008 non ha pagato nemmeno un euro di imposte. Attenzione però: non si tratta solo di spudorati evasori.

Quel 27% di italiani, fuor di battuta, è rappresentata anche dai tanti redditi bassi che hanno azzerato l'imponibile con le agevolazioni fiscali a disposizione: per figli a carico, ristrutturazioni o quelle garantite a chi paga un mutuo sulla prima casa. Il restante 73% ha dichiarato mediamente 18.661 euro, ha pagato un'Irpef pari al 18,4% del suo reddito, 4.670 euro a testa. Il 91% di coloro che hanno l'abitudine di pagare le tasse dichiara meno di 35mila euro lordi l'anno.

Quelli che dichiarano un reddito a cinque zeri sono più o meno l'1% di 30,6 milioni di contribuenti, dunque 306mila italiani. Il 52% delle imposte sui redditi è pagata dal 12% di coloro i quali dichiarano più di 35mila euro l'anno. In numeri assoluti, il reddito complessivo dichiarato nel 2008 (e relativo dunque ai numeri del 2007) è stato pari a 772 miliardi di euro (+4,2%), l'imposta netta è ammontata a 142,4 miliardi.

La fotografia scattata dal Dipartimento per le politiche fiscali sul reddito degli italiani non è molto diversa da altre già viste in passato. Le aziende, ad esempio: un milione di esse sono società di capitali, una su due (il 52,6%, lo 0,2% in più rispetto al 2007) dichiara di essere in perdita. Niente utili, niente redditi, niente tasse. L'85% delle società si presenta sotto le insegne della responsabilità limitata.

Lo 0,8% delle aziende (srl o spa) dichiara il 58% dell'imposta totale, il 53% delle società minori (ovvero con componenti Irap inferiori a 500mila euro annui) dichiara appena il 5,3% del gettito. I due terzi dell'imposta dichiarata dalle società viene da tre comparti: manifattura (32%), banche, assicurazioni (20%), commercio (13%). Inutile dire che la stragrande maggioranza delle aziende che dichiarano un qualche utile sono concentrate al Nord, in particolare nel Nordest.

Le dichiarazioni Iva sono state poco più di 5,7 milioni, l'1% in meno dell'anno precedente. L'81% del popolo delle partite Iva ha dichiarato un volume d'affari medio di 185.920 euro, ma nel complesso ha pagato solo il 9% dell'Iva incassata dall'erario. Il 64% circa dei contribuenti Iva sono persone fisiche, il 18% società di capitali. Il 68% delle ditte individuali dichiara di lavorare nel settore dei servizi. Circa la metà dell'Iva di cosiddetta «competenza» viene pagata da società che lavorano nei settori del commercio, trasporti, alberghi e comunicazioni.

Come da copione, anche nel 2008 il gettito Irpef è stato garantito per oltre i due terzi - il 78% - da redditi da lavoro dipendente o da pensione. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ci scherza su: «I lavoratori sono diventati il bancomat dello Stato e delle Regioni. E' ora di fare una riforma organica del Fisco e di spostare il carico fiscale dalle persone ai consumi». Il resto del gettito arriva per il 5,5% da redditi «da partecipazione», il 5% sono redditi d'impresa, il 4,2% è quanto garantito dai lavoratori autonomi.

Il valore medio di questi ultimi (37.120 euro) è però più del doppio di quello da pensione (13.436 euro). Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi incassa i numeri, promette «l'apertura del cantiere di riforma del fisco subito dopo le elezioni regionali», ma, ricorda, «si dovrà tener conto della tenuta dei conti pubblici».

Bonus dello stesso ammontare dei salari raddoppiano gli stipendi degli amministratori delegati europei. È quanto emerge da uno studio condotto dalla società di consulenza Hewitt Associates, che mette in evidenza come il rallentamento economico abbia condizionato il pagamento dei bonus. «La remunerazione dei manager è stata al centro dell'attenzione negli ultimi 18 mesi e i nostri dati mostrano - afferma Dan Perrett, consulente di Hewitt Associates - come le maggiori società europee abbiano reagito al contesto moderando i livelli dei compensi disponibili».

[17-02-2010]

VEDI VADUZ E POI PAGA (AL FISCO) – L'OFFENSIVA TREMONTI TREMENS SULLA MITICA LISTA DI EVASORI ECCELLENTI COMPRATA DAI SERVIZI TEDESCHI DALLA BANCHE DEL LIECHTENSTEIN: CHIESTI 240 MLN – MENTRE IN ITALIA, CHI RUBA AL FISCO, NON VA IN GALERA, IN GERMANIA SI “COSTITUISCONO” 1.800 EVASORI per evitare la prigione...

Walter Galbiati per "la Repubblica"

Un bottino di 30 milioni di euro. È questa la somma che la "Lista Vaduz " ha già portato nelle casse dello Stato. Un bottino che potrebbe salire fino a 240 milioni che è poi quanto contestato finora a 120 dei 156 presunti evasori italiani contenuti nel documento che i servizi segreti tedeschi avevano comprato dalla banca del Liechtenstein, Lgt.

«Le entrate potrebbero lievitare ancora perché molte partite grosse sono ancora aperte», ha spiegato il numero due dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. E le più importanti sono quelle legate a nomi celebri come Carlo Sama (ex amministratore delegato di Montedison), la moglie Alessandra Ferruzzi , la cantante Milva , Vito Bonsignore (l'esponente politico ex Udc ora Pdl), il senatore Luigi Grillo (anche lui Pdl) e la famiglia Menarini , proprietari di una delle più importanti aziende farmaceutiche italiane.«Stiamo lavorando alacrementee fortemente», ha aggiunto il direttore aggiunto dell'accertamento, Rossella Orlandi.

La lista Vaduz è stato un materiale prezioso come notizia di reato. Ed è diventata utilizzabile quando l'Agenzia delle Entrate l'ha trasformata in un accertamento o quando le procure l'hanno arricchita con rogatorie o indagini vere e proprie. Laddove è rimasta un elenco nudo e crudo sono arrivate le archiviazioni.

A Milano, per esempio, i pm Sandro Raimondi e Letizia Mannella che hanno seguito dal punto di vista penale oltre 200 vicende, tra cui anche quelli della Lista Vaduz, hanno archiviato soprattutto i casi prescritti, quelli dei contribuenti morti, quelli non identificati o quelli di cui avevano in mano solo un numero di conto corrente. Per il resto le indagini stanno proseguendo.

L'importanza poi dell'affiancamento dell'indagine penale a quella del Fisco non è di poco conto, perché raddoppia i tempi di prescrizione che nei casi in cui non è stata presentata la dichiarazione salgono da 5 a 10 anni e in quelli in cui è stata presentata (ma non correttamente) li portano da 4 a 8. E l'Agenzia delle Entrate sostiene che il raddoppio dei tempi vale anche nei casi di archiviazione, basta che sussista l'obbligo per il Fisco di segnalazione alle Autorità giudiziarie.

L'offensiva contro l'evasione, quindi, non sembra arretrare.

Proprio ieri, dopo i controlli sulle banche svizzere e quelle austriache, l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza hanno mobilitato i propri ispettori per un blitz che li ha portati all'alba in 68 filiali di banche slovene con sede in Italia.

I controlli sono scattati in 11 comuni del Nord, da Milano a Cividale del Friuli, per fare un check up sull'obbligo di comunicare i nomi dei clienti alla «Anagrafe dei conti correnti», cioè all'archivio che contiene i rapporti intrattenuti tra l'istituto di credito e la propria clientela (i conti correnti e i depositi), le operazione fatte al di fuori dei conti correnti (le «extra conto») e i rapporti con persone diverse dai titolari dei conti (le procure e le deleghe)

GERMANIA: IL FISCO FA PAURA, SI 'COSTITUISCONO' 1.800 EVASORI...
(Agi/Reuters) -
In Germania almeno 1.800 evasori fiscali si sono autodenunciati alle autorita' nel corso delle ultime due settimane per evitare la prigione. Gli evasori si sono 'costituiti' dopo la decisione del governo tedesco di acquistare la lista segreta con i nomi di possibili evasori, titolari di conti in Svizzera Nel solo stato sud-occidentale di Baden-Wuerttemberg negli ultimi dieci giorni 566 persone hanno confessato di evadere le tasse per un totale di 85 milioni di euro, mentre a Berlino si sono autodenunciati in 177.

 

[18-02-2010]

 

 

BEFERA METTE IL DITO NELLA BUFERA - IL direttore dell’Agenzia delle Entrate VA in Parlamento E ATTACCA LA VERA METASTASI DEL SISTEMA FISCALE: GLI STUDI DEI COMMERCIALISTI CHE AGEVOLANO L’EVASIONE - INTENTI PUNITIVI? "Su 3,7 milioni di contribuenti soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati controllati appena 56 mila"...

M. Sen per "il Corriere Della Sera"

 

«Non capisco dove sia il problema». Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, snocciola in Parlamento i dati sui controlli fiscali fatti sugli studi di settore. Ed esclude qualsiasi intento vessatorio. «Su 3,7 milioni di contribuenti soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati controllati appena 56 mila. Di fatto non ci sono accertamenti sugli studi» ha detto Befera alla Commissione Finanze della Camera, facendo il punto sulla lotta all'evasione. Le tasse recuperate nel 2009, 8 miliardi di euro, sono da record, «ma molto resta da fare» ha detto Befera, sollecitando con forza maggior collaborazione ai commercialisti.

 

«È ora di finirla con i professionisti che agevolano l'evasione. Vogliamo intervenire e chiediamo la collaborazione dell'Ordine» ha detto il direttore dell'Agenzia delle Entrate. Nel 2009 l 'attività di accertamento hanno svelato 18 miliardi di euro di imposte non dichiarate, e già riportato nelle casse dell'erario quasi 8 miliardi di euro. I controlli effettuati sono stati 360 mila. Tra questi, 74 mila hanno riguardato i crediti Iva, con l'emersione di minori crediti per 900 milioni e maggior Iva a debito per 2,5 miliardi di euro.

Gli agenti del fisco hanno poi verificato 14 mila posizioni di contribuenti che hanno dichiarato perdite da lavoro autonomo e d'impresa, scovando anche lì 1,6 miliardi di tasse evase, ed effettuato 5.900 accertamenti sulle società di capitali, scoprendo quasi 1,5 miliardi di imposte dovute e non versate. Nel 2009 l 'Agenzia ha inoltre effettuato 2 milioni di rimborsi fiscali a famiglie ed imprese per 14,6 miliardi, mentre sono state concesse 620 mila rateizzazioni per circa 10 miliardi di imposte dovute.

 

 

[11-02-2010] 

 

 

GLI EVASORI DEL VADUZ - IL FISCO SCOVA IN LIECHTENSTEIN UN CONTO SEGRETO DA 5 MILIONI DI ALESSANDRA FERRUZZI, MOGLIE DI SAMA - Il primo accertamento aveva portato alla luce i conti di personaggi famosi, tra cui quelli della cantante Milva, di Vito Bonsignore (PDL), del senatore Luigi Grillo (Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più importante azienda farmaceutica italiana....

Walter Galbiati per "la Repubblica"

 

Un conto da 5 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein. Schermato da un trust riconducibile ad Alessandra Ferruzzi, moglie in seconde nozze di Carlo Sama e tra i cui beneficiari risulterebbero i figli. È questo l´esito cui hanno portato le recenti indagini della agenzia delle Entrate che hanno decriptato i nomi cifrati della ormai famigerata lista di contribuenti del piccolo paradiso fiscale europeo.

L´elenco era stato fornito da un funzionario della banca Lgt alle autorità tedesche in cambio di 4,5 milioni di euro e comprendeva anche molti nomi italiani, circa 400, girati pari pari al Fisco del nostro Paese per verificare eventuali irregolarità.

Il primo accertamento aveva portato alla luce i conti di personaggi famosi, tra cui oltre a quello dello stesso Carlo Sama (ex amministratore delegato di Montedison, marito di Alessandra Ferruzzi, cognato di Raul Gardini, protagonista del clamoroso processo per la maxi-tangente Enimont), quelli della cantante Milva, di Vito Bonsignore (l´esponente politico ex Udc ora Pdl), del senatore Luigi Grillo (anche lui Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più importante azienda farmaceutica italiana.

 

Ora si è alzato il sipario sui conti cifrati e sono apparsi alcuni nomi nuovi, come appunto quello di Alessandra Ferruzzi. Nei confronti della moglie di Sama, l´agenzia delle Entrate ha avviato un accertamento per il periodo di imposta che va dal 2001 al 2006, e lo ha girato per competenza alla procura di Milano per verificare possibili rilievi dal punto di vista penale. I reati sui quali si lavora sono la omessa dichiarazione dei redditi e la dichiarazione infedele.

 

I precedenti fascicoli, circa 110 nominativi, giunti da Roma a Milano, sono stati raggruppati nelle mani dei pubblici ministeri Letizia Mannella e Sandro Raimondi che dovrebbero ricevere anche quello della famiglia Ferruzzi, salita alle cronache giudiziarie a metà degli anni ´90 con il commissariamento del gruppo ad opera di Mediobanca e l´avvio di inchieste per fondi neri tra Milano e Ravenna.

Nel complesso mosaico di patteggiamenti, condanne e assoluzioni, una delle poche a uscirne senza alcuna pendenza fu proprio Alessandra Ferruzzi. L´ultima sentenza era arrivata nel 2001 a Ravenna, dove il gup Donatella Fiore, l´aveva assolta insieme col marito dalle accuse di occultamento di fondi per 200 milioni di dollari dal bilancio Ferruzzi «perché il fatto non sussiste».

 

La nuova legge sul falso in bilancio, invece, l´aveva prosciolta per prescrizione nella vicenda sulle sopravvalutazioni della partecipazione Fondiaria nei bilanci 1990-1994 della Gaic (allora quotata in Borsa) che, secondo le accuse, avrebbero procurato danni patrimoniali ai soci per oltre 1.100 miliardi di lire. Carlo Sama, invece, uscì da Tangentopoli con una condanna a tre anni, scontati per lo più (due anni e sei mesi) ai servizi sociali presso un´associazione che si occupava di clandestini e drogati

[19-01-2010]

LETTERA DI CARLO SAMA A 'LA REPUBBLICA' - "mia moglie ed io stesso non siamo residenti né domiciliati, ai fini fiscali, in Italia ormai da molti anni, sin dal 1997, sicchè non sussistevano né sussistono obblighi dichiarativi" - INTANTO CHIUDONO I BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA FERRUZZI...

1 - LETTERA DI CARLO SAMA
Riceviamo e pubblichiamo:
Roma, 19 gennaio 2010

 


Spett.le s.p.a.
"Gruppo editoriale l'Espresso"

Divisione " La Repubblica "
via Cristoforo Colombo, n. 149
00147 Roma


Egregio Direttore,

la notizia pubblicata il 19.1.2010 su " La Repubblica " riguardante la costituzione in Liechtenstein di fondi, come viene proposta, veicola una sorta di illiceità fiscale che mia moglie, Alessandra Ferruzzi, avrebbe posto in essere.

Intanto mi pare utile significare che della vicenda si è occupata, sin dal 2008, la Procura della Repubblica di Roma che ora avrebbe trasferito le indagini a quella di Milano.

 

Comunque, erano stati forniti, da tempo, tutti i chiarimenti del caso e, in specie, la documentazione attestante che mia moglie:

a. ha lasciato l'Italia sin dal 1997, vivendo stabilmente e continuativamente all'estero;

b. la sua residenza all'estero non è "fittizia", in quanto all'estero, ormai da oltre un decennio, hanno vissuto e vivono, hanno studiato e lavorano tutti gli appartenenti al nostro nucleo familiare;

c. non ha più alcun legame economico e/o imprenditoriale con l'Italia, allorché nel 1995 definì, transattivamente, le vertenze che la opponevano a "Fer.fin.", "Montedison" e varie banche.

In ogni caso e conclusivamente, proprio secondo le indicazioni della stessa Amministrazione fiscale italiana e della giurisprudenza della Corte di Cassazione, mia moglie ed io stesso non siamo residenti né domiciliati, ai fini fiscali, in Italia ormai da molti anni, sicchè non sussistevano né sussistono obblighi dichiarativi, come, se necessario o se richiesti, si indicherà alla Procura della Repubblica di Milano.

 

Vorrà, gentilmente, pubblicare la presente precisazione.

Abbia un sempre cordiale saluto

Carlo Sama

 

2 - CHIUDONO I BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA FERRUZZI
Radiocor - Chiude i battenti la piccola galassia lussemburghese Tre holding, dai nomi di famiglia oppure dalle risonanze latino-americane, hanno presentato l'atto di dissoluzione a fine 2009, a cominciare dalla FerSam Holding, societa' che vedeva incrociati i destini, anche finanziari, di Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama cosi' come sono state liquidate la Sudamerique Holding e la Paraguay Holding.

Gli atti sono siglati dalla vice-presidente Ferruzzi, di professione 'femme au foyer', residente nel Principato di Monaco, in qualita' di unica azionista nel caso di Uruguay e FerSam, in cui compaiono anche Carlo Sama e Livio Ferruzzi come membri del cda, in base ai documenti depositati nel Granducato consultati da Radiocor.

Costituita nel 2000 con la denominazione Multishopping Holding e con due societa' delle isole Vergini britanniche come azioniste, la FerSam aveva assunto l'attuale denominazione nel 2003. Alla holding faceva capo fino alla fine del 2008 il 2% di Bonific he Ferraresi e si occupava della gestione di progetti agro-industriali.

E' stata dissolta dopo avere chiuso il 2008 con una perdita di 12mila euro (dopo un rosso di 109mila euro nel 2007), con asset per 3,02 milioni di cui 2,99 milioni relativi a partecipazioni a fronte di debito per 3,18 milioni, principalmente verso azionisti.

La Sudamerique Holding era stata invece costituita nel 2004 ed aveva ereditato gli asset della romana Dafne srl. La societa' aveva chiuso il 2008 con una perdita di 165mila euro che era andata ad aggiungersi al rosso di 318mila euro dell'anno precedente (per un totale di perdite riportate a nuovo di 2,2 milioni), ma con un deposito di 812mila euro in banca.

Ha chiuso in perdita anche la Paraguay Holding (dal 2004 versione lussemburghese della romana Corte Emilia): il rosso e' di 16mila euro dopo l'utile di 172mila euro del 2007. Su un attivo di 1,4 milioni, 1,38 milioni sono crediti verso la Fersam Paraguay.

[19-01-2010

 

 

 

QUELLO SCUDO DELLA PORTA ACCANTO...
Da "Il Sole 24 Ore" - Lo scudo fiscale si fa ma non si dice. La segretezza è il suo marchio di riconoscimento. Così non deve sorprendere se per la gran parte degli intermediari italiani coinvolti nello scudo ter, il 90% delle emersioni di ricchezze si è svolto tramite rimpatri fisici e giuridici, ovvero con quelle operazioni che garantiscono l'anonimato nei confronti del Fisco a differenza delle regolarizzazioni.

In moltissimi casi, lo "scudato" non ha chiuso l'operazione nel luogo dove risiede o vive, men che meno si è rivolto al consulente della sua banca di riferimento sotto casa: ha cambiato piazza, ha seminato le tracce, per la prima volta ha varcato l'ingresso dell'ovattato private banking.

Incalzato dalla lotta ai paradisi fiscali entrata nell'agenda politica del G-8 e del G-20, dal segreto bancario che vacilla in Svizzera, San Marino e Liechtenstein. I controlli a tappeto dell'agenzia delle Entrate e della guardia di Finanza hanno finito per estendere la platea degli " evasori pentiti", raggiungendo con la terza edizione dello scudo una massa di capitali di taglio medio-piccolo. Questa la previsione del mercato: lo scudo ter è quello della gente comune, lo scudo del vicino della porta accanto.  

22.12.09

 

CON SCUDO REGOLARIZZATI QUASI 110 MLD, VERSO RIAPERTURA TERMINI...
(Adnkronos) - I capitali detenuti all'estero, che sono stati regolarizzati grazie allo scudo fiscale, hanno raggiunto una quota vicina ai 110 miliardi, portando nelle casse dello Stato oltre 5 miliardi di euro. E nonostante il successo ottenuto, la cifra potrebbe ancora crescere.

Sono in molti, infatti, i proprietari di beni detenuti all'estero che sarebbero ancora interessati ad aderire allo scudo, ma ormai tagliati fuori a causa della chiusura dei termini fissata per domani. Un dato che, secondo quanto riferiscono fonti parlamentari di maggioranza, potrebbe incidere sulla decisione di riaprire la sanatoria, ma alzando l'aliquota. Il via libera ad uno 'scudo-quater' potrebbe arrivare gia' nel prossimo consiglio dei ministri, previsto per questa settimana, ed essere inserito nel dl milleproroghe.  

18.12.09

 

FURBETTI DE FRANCE TREMATE – UN DIPENDENTE DELLA BANCA SVIZZERA HSBC RUBA LA LISTA DEI 3.000 EVASORI FRANCESI E SI RIFUGIA CHEZ SARKOZY – PARIGI RIFIUTA DI RESTITUIRE LA LISTA AGLI SVIZZERI (E GIURA DI NON AVERLA PAGATA) – DA NIZZA PARTE LA PRIMA INCHIESTA PER RICICLAGGIO – DA GINEVRA ASSICURANO: “DATI VECCHI E NON SENSIBILI”…

(Adnkronos) - La lista dei 3.000 francesi che detengono conti correnti in Svizzeri e che sono sospettati di evasione fiscale sarebbe stata rubata. A rivelarlo e' 'Le Parisien' che oggi scrive che 'una parte di questa lista proverrebbe di un furto commesso a fine 2008 nei confronti della Hsbc Private Bank di Ginevra, da un dipendente del servizio informatico della banca che si e' rifugiato in Francia'.

Hsbc Private Bank di Ginevra

La banca, scrive il quotidiano francese, 'ha fatto ricorso in giustizia' e 'la Svizzera ha aperto un'inchiesta'. La Francia, per ora, 'rifiuta di restituire i dati bancari' e, al contrario, 'ha costituito un gruppo d'inchiesta, composto da agenti doganali, incaricato di analizzare i conti che provengono dal furto dell'ex dipendente dell'Hsbc di Ginevra'.

Il pm di Nizza, Eric de Montgolfier che a giugno ha aperto un'indagine preliminare sospettando alcuni residenti francesi, nell'area di Nizza, di aver aperto dei conti nella banca svizzera per riciclare denaro sporco, scrive 'Le Parisien', 'avrebbe richiesto al gruppo d'inchiesta francese delle informazioni riguardanti questi sospettati'.

Contattata ieri dal quotidiano francese la banca Hsbc Private Bank di Ginevra 'conferma il furto ma assicura 'che allo stato delle nostre conoscenze' riguarda non piu' di dieci clienti e che i dati sono vecchi e non sono dati sensibili''. Dal ministero dell'Economia francese, invece, si sottolinea che il Tesoro 'non compra informazioni e non cita le sue fonti'.

Il ministro dell'Economia francese, Christine Lagarde, ai microfoni della radio francese 'Rmc', non ha confermato che la lista in possesso della Francia proviene da dati rubati ma ha escluso che le informazioni in possesso dal fisco fossero state pagate.

'Bisogna chiedere a Eric Woerth, il ministro del Budget francese. E' lui che si occupa di questa materia. L'ho chiamato questa mattina -aggiunge Lagarde- per chiedergli se avevamo pagato' per ottenere la lista dei 3.000 contribuenti francesi che possiedono conti in Svizzera 'e lui mi ha risposto: non paghiamo. La risposta e' chiara'.

Il fisco francese, sottolinea ancora il ministro, 'detiene molte informazioni. Innanzitutto perche' ci sono fonti multiple e perche' da un anno con Woerth facciamo una battaglia, una maratona, per far tornare in Francia gli espatriati fiscali. Firmiamo anche con molti paesi, che finora avevano rifiutato di darci delle informazioni, degli accordi di scambio di informazioni come e' successo con la Svizzera o il Lussemburgo'. Complessivamente, negli ultimi otto mesi, 'abbiamo firmato 150 accordi'.

 

 

[09-12-2009]

 

 

 

RUSH FINALE PER LO SCUDO FISCALE - E TREMONTI E BEFERA SONO FINALMENTE FELICI: 80 MLD € SONO Già STATI CONTABILIZZATI - MILANO IN TILT: TROPPI DOSSIER APERTI, CLIENTI IN FILA, POSIZIONI DA SANARE E FIDUCIARIE DA APRIRE ENTRO IL 15 DICEMBRE -– LE PRATICHE ORA SONO SALATISSIME E COMPLESSE – VERRANNO CONCESSI I TEMPI SUPPLEMENTARI?…

Massimo Sideri per "il Corriere della Sera"

La Milano dello scudo fiscale ieri era al lavoro nonostante il lungo ponte di Sant'Ambrogio e dell'Immacolata: troppi i dossier aperti, i clienti in fila, le posizioni da sanare e le fiduciarie da aprire entro il 15 dicembre. Senza contare il mandato di amministrazione emerso come indicazione dall'Agenzia delle entrate solo negli ultimi 15 giorni per by-passare il problema delle case in Svizzera.

È l'ulteriore prova del successo che l'operazione rientro dei capitali starebbe avendo: 80 miliardi di euro sono già stati contabilizzati secondo il quotidiano «Italia Oggi» con un extragettito per il Tesoro di 4 miliardi (pari al 5% dovuto per la regolarizzazione). E altri miliardi sarebbero in arrivo.

Ma la fila e il rush finale non stanno portando solo benefici: evidentemente tra complicazioni emerse in corso d'opera, ritardatari e quella che un banchiere milanese definisce «scarsa collaborazione» da parte degli istituti esteri, c'è anche chi se ne approfitta. Le richieste sono così numerose che alcuni intermediari non starebbero più accettando le richieste di alcuni potenziali clienti e così c'è chi ha fatto lievitare i prezzi.

Se per una pratica standard, comprensiva di intestazione fiduciaria, documenti amministrativi con il fisco e consulenza la richiesta era tra i 2.500 e i 5.000 euro ora c'è chi arriva a domandare anche 28-30 mila euro. Un prezzo assolutamente fuori mercato. Intanto con le ultime circolari dell'Agenzia è emersa la possibilità dei «tempi supplementari» per chi potrà documentare cause ostative, cioè oggettivi impedimenti nel riportare entro i termini stabiliti i capitali nel perimetro del fisco italiano, come nel caso di hedge fund che non possono essere venduti all'estero. Salvo poi dover prevedere un conguaglio per eventuali aggiustamenti di prezzi rispetto a quelli stimati e anticipati.

Altro problema che sta emergendo è quello delle banche estere autorizzate presso le quali gli intermediari aprono dei conti di deposito per portare avanti le operazioni di scudo. Anche in questo caso, viste le richieste, alcune banche non stanno collaborando e si stanno rifiutando di continuare ad aprire questi conti. Ma più in generale i problemi sono legati alla complessità dei trust da smontare, ai prodotti che non sono prontamente solvibili o, talvolta, alla confusione degli stessi clienti che non hanno ben chiara la geografia del proprio patrimonio rendendo necessaria una vera e propria investigazione.

Laddove si possa dimostrare la causa ostativa, l'operazione di rimpatrio dovrà avvenire in ogni caso il prima possibile e comunque non oltre il 31 dicembre del 2010. I ritardatari dovranno però fare attenzione: per poter accedere ai tempi supplementari bisognerà in ogni caso aver aperto una pratica di rientro (la tassa del 5% va infatti pagata entro il 15 dicembre per permettere allo Stato di contabilizzare il gettito nella chiusura del bilancio annuale). Insomma, anche se non si riuscirà ad aprire la pratica per mancanza di intermediari disponibili a causa del superlavoro degli ultimi giorni non si potrà far leva su questo elemento per avere più tempo.

Anche se tra lo stress degli ultimi giorni e le effettive difficoltà nella gestione dello Scudo tra gli operatori c'è già chi pensa che non sarebbe una cattiva idea la «riapertura» dei termini dell'operazione rimpatrio. Magari con una piccola tassa aggiuntiva, oltre al 5%, per chi non si è mosso con sufficiente celerità non capendo che tra segreto bancario in via di estinzione, nuova lotta ai paradisi fiscali iniziata con l'amministrazione Obama e credibilità dello Stato, non ci dovrebbe essere uno Scudo fiscale Quattro. Almeno così sembra.

 

 

[09-12-2009]

 

 

 

AUSTRIA PARACULA – VIENNA FA INCAZZARE TREMONTI - LE BANCHE AUSTRIACHE SFOTTONO LA “GROVIERA” BANCARIA SVIZZERA E INVITANO I CLIENTI ITALIANI A PORTARE I SOLDI DA LORO: “I SEGRETI SAPPIAMO TENERLI, MICA COME LORO” – E IL TESORO FA PARTIRE UN’ONDATA DI PERQUISIZIONI NELLE SEDI ITALIANE DEGLI ISTITUTI AUSTRIACI…

Francesco Bonazzi per "Il Fatto Quotidiano"

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pur nota pazienza del Fisco italico è stato tutto quel pressing sui clienti del Nord-Est: "Siamo meglio della Svizzera, da noi potete stare tranquilli perché il segreto bancario è nella Costituzione". Un tam tam la cui eco era addirittura finita sui siti Internet delle banche austriache e che nei giorni scorsi aveva innervosito il ministro Giulio Tremonti, impegnato nella difficile impresa di massimizzare gli introiti dello scudo fiscale e di rimpinguare le disastrate casse della finanza pubblica.

Si spiega così la massiccia ondata di perquisizioni andata in scena ieri, tra molti squilli di tromba, nelle filiali italiane delle principali banche austriache. Ai piani alti di via XX Settembre hanno capito che oltre al rischio di uno scudo in tono minore - per arrivare a quegli agognati 5 miliardi di gettito previsto, si studia una bella proroga fino a primavera - si rischia la beffa di capitali che rientrano dalla Svizzera, pagano il loro misero 5% all'Erario e riprendono prontamente la via dell'estero in un paese egualmente vicino, ma più "schermato", come l'Austria.

Di primo mattino, ieri, le agenzie di stampa battevano la gran cassa di una nuova "operazione congiunta Guardia di finanza-Agenzia delle Entrate". A subire la simpatica visitina delle Fiamme gialle e ispettori fiscali sono state 38 filiali italiane di istituti di credito austriaci. Pochi i nomi filtrati: Alpenbank, Hypo Tirol Bank Italien, Kartner Sparkasse e Hypo Alpe Adria Bank.

Ma nel mirino ci sarebbero anche altre banche, con particolare attenzione a quelle che fanno della gestione patrimoniale e della consulenza personale di alto livello il loro punto di forza. Così, gli esperti delle Finanze si sono fatti consegnare materiale utile a capire se i banchieri austriaci che operano in città come Pordenone, Trieste, Padova, Bolzano o Milano rispettino fino in fondo tutte le regole italiane.

Ufficialmente, i controlli si sono concentrati "sul corretto adempimento degli obblighi di comunicazione all'Archivio dei rapporti finanziari intrattenuti con i clienti e delle posizioni al di fuori dei rapporti continuativi". In parole normali, significa che gli uomini dell'Agenzia delle Entrate, diretta da Attilio Befera, vogliono essere sicuri che almeno in Italia le banche ispezionate ieri non abbiamo conti o posizioni "cifrate" o non registrate con anagrafiche corrette.

Non solo, ma quel riferimento ai "rapporti non continuativi", come spiega al Fatto un investigatore, allude proprio a una delle fattispecie più temute dal Fisco nell'ambito dei rientri di questi giorni: il deposito "spot" di grosse cifre da parte di soggetti che non sono clienti abituali, e quindi ben conosciuti, della banca che opera sul suolo italiano. Una circostanza spesso rilevante ai fini della lotta al riciclaggio.

Questi controlli sugli archivi possono essere anche abbastanza leggeri, perché la legge non consente vere e proprie perquisizioni se non in caso di specifiche ipotesi di reato, ma se ben propagandati funzionano come deterrente nei confronti della clientela in vena di astuzie fiscali. Del resto, per chi fosse propenso a simili astuzie, e soprattutto per coloro che si fossero lasciati impressionare dall'analogo blitz del mese scorso nelle filiali italiane degli istituti svizzeri, quella del segreto bancario è davvero una "Austria felix". Senza intraprendere viaggi che in questi tempi di telecamere ai valichi possono risultare fastidiosi, basta farsi un giro su Internet per capire come funziona questo carnevale anticipato.

Il sito Web della Tiroler Sparkasse non manca di una speciale sezione per i nostri con-cittadini. Nel corposo "italian folder", si spiega subito che "L'Austria, al contrario degli altri Stati europei, ha protetto il segreto bancario includendolo nella sua Costituzione".

E una volta rassicurati sul fatto che gli "gnomi" austriaci non caleranno mai le braghe come i vicini svizzeri, già sforacchiati dal Fisco Usa, si parte con la meravigliosa sarabanda delle aliquote fiscali: "In Austria, i redditi degli interessi da risparmio degli investitori stranieri sono gravati da un'imposta anonima alla fonte attualmente pari al 20%, che salirà al 35% a partire dal 1 luglio 2011. Tuttavia in casi particolari (come fondazioni, alcuni tipi di titoli, capital gain o investimenti in assicurazioni sulla vita) tale ritenuta alla fonte non viene applicata". Insomma, con un buon commercialista e un normale trust, spariscono anche le ritenute.

 

 

[04-12-2009]

 

 

 

 

LA GUERRA DELLO SHAMPOO - MAMMA’ E FIGLIA DELL’IMPERO OREAL LITIGANO DA 2 ANNI – LA FIGLIA CHIEDE: "METTETE MIA MADRE SOTTO TUTELA" – L’87ENNE HA REGALATO AL SUO “BENIAMINO” UN MLD € IN ASSEGNI, POLIZZE VITA E QUADRI (MATISSE, PICASSO, MONDRIAN, DE CHIRICO) E SI DIFENDE: “POSSO FARE QUELLO CHE VOGLIO COI MIEI SOLDI”…

Giampiero Martinotti per "la Repubblica"

«La ricchezza rende tutto sopportabile», diceva il protagonista di un famoso romanzo di Balzac, César Birotteau. Chissà cosa ne pensano la donna più ricca di Francia e sua figlia, da due anni in guerra aperta, senza più rapporti se non quelli tra legali che si battono a colpi di carte bollate davanti ai giudici.

Ultimo capitolo di una saga senza fine: Françoise Bettencourt ha chiesto che la madre Liliane, 87 anni, venga messa sotto tutela. Pensa che non abbia più la testa a posto, tanto da essere stata circuita da un fotografo mondano, al quale ha regalato l´astronomica cifra di un miliardo di euro. Un affare che destabilizza L´Oréal, leader mondiale dei cosmetici controllato dalla famiglia Bettencourt, che è anche prima azionista della Nestlé.

Da due anni a questa parte, la storia si arricchisce regolarmente di nuovi capitoli. Figlia unica del fondatore dell´Oréal, Liliane Bettencourt ha una fortuna valutata da Forbes in 17 miliardi di euro, il doppio di quella dei Berlusconi. Da tempo finanzia molte attività caritative ed è una mecenate apprezzata nel mondo dell´arte.

Ma si è anche invaghita di un personaggio bizzarro e geniale come François-Marie Banier. Artista e fotografo della jet set, amico di Isabelle Adjani e Pierre Cardin, omosessuale, ha saputo sedurre la Bettencourt madre al punto da diventarne il beniamino. Anche dal punto di vista finanziario: la Bettancourt ha regalato al fotografo quasi un miliardo in assegni, polizze vita, quadri (Matisse, Picasso, Mondrian, Ray, Léger, De Chirico). E a quanto pare voleva anche farsi adottare dalla vecchia signora («sono il figlio che non ha avuto»). Un sospetto che ha spinto la figlia, due anni fa, a intervenire con una denuncia.

Il caso ha subito suscitato un tale clamore che perfino l´Eliseo sarebbe intervenuto, preoccupato per l´eventuale destabilizzazione dell´Oréal. La madre ha risposto pubblicamente alle accuse della figlia: «Non sono svanita e dei miei soldi faccio quel che mi pare. Sono una donna libera».

E ha spiegato di aver fatto i regali a Banier di sua spontanea volontà e con i suoi quattrini, non con quelli dell´eredità: la figlia ha la nuda proprietà del pacchetto di controllo dell´Oréal, il cui usufrutto è invece appannaggio della madre. Detto in altri termini, Françoise non può temere di essere diseredata.

La figlia, tuttavia, dice di agire non per soldi (un classico), ma per proteggere la madre da se stessa. E visto che i procedimenti penali contro Banier hanno poche possibilità di andare in porto (la prima inchiesta è stata archiviata per mancanza di prove concrete), adesso si è rivolta alla giustizia civile: chiede che la madre sia posta sotto tutela e che il suo patrimonio venga gestito da un amministratore nominato dal tribunale.

Il problema è che manca una perizia psichiatrica che dimostri lo stato di «debolezza mentale» di Liliane, la quale si è sempre rifiutata di sottoporsi a controlli medici. La vecchia signora non ha reagito al nuovo attacco della figlia, ma già in passato aveva spazzato via con durezza le domande sui loro rapporti: «Mia figlia non la vedo più e non ho nessuna voglia di vederla».

 

 

 

[03-12-2009]

 

 

 

 

OBAMA WAR TAX – IL “SURGE” AFGANO DEL NOBEL PER LA PACE COSTA AD OGNI AMERICANO 195 $ E L’IDEA DI UNA TASSA PRENDE SEMPRE Più PIEDE – I DEMOCRATICI VOGLIONO FAR PAGARE I RICCHI, MA NANCY PELOSI TEME LA BATOSTA ELETTORALE NEL 2010 – INTANTO A WALL ST. LE INDUSTRIE MILITARI BRINDANO: IN OTTO ANNI SONO SALITE DEL 75%, IL RESTO DELL’1%…

Francesco Semprini per "La Stampa"

Afghanistan

Dopo i soldati, i soldi. All'indomani dell'annuncio sull'invio di altri 30 mila militari in Afghanistan, negli Stati Uniti è scontro sui finanziamenti alla guerra. I rinforzi costeranno un milione a soldato, ovvero 30 miliardi di dollari in più rispetto ai 130 già inseriti nel budget per la missione che il Congresso voterà nei prossimi giorni.

A Barack Obama spetta il delicato compito di spiegare come pagherà per la guerra vincendo lo scetticismo di quei repubblicani contrari all'escalation e l'opposizione della sinistra liberal e pacifista che chiede il ritiro delle truppe. Dati alla mano, i rinforzi costano 2,5 miliardi di dollari al mese, ovvero almeno 195 dollari a contribuente, abbastanza da far raddoppiare la spesa bellica per l'anno fiscale 2010 rispetto al 2009.

Secondo il Center for Arms control e Proliferation di Washington così solo nel 2010 l 'investimento per la missione sarà pari alla metà di quanto gli Usa hanno speso dal 2001 ad oggi. Cifre enormi che portano a sfondare il tetto dei mille miliardi da quando sono iniziate le guerre in Afghanistan e Iraq gravando sul già pesante debito pubblico, salito quest'anno all'85% del Prodotto interno lordo. Il rincaro arriva inoltre in una fase delicata per l'economia Usa, con una ripresa post-crisi lenta e macchinosa e la disoccupazione oltre il 10%.

«Obama e il Congresso ora devono affrontare la questione in modo credibile e veloce», avverte il New York Times in un editoriale, in cui si apprezza tuttavia lo sforzo del presidente di aver fissato un prezzo credibile per la sua escalation, e per aver promesso di lavorare con il Congresso per i fondi, al contrario di quanto ha fatto per anni George W. Bush che «cercato di nascondere il vero costo delle guerre in Afghanistan ed in Iraq».

Il problema è capire dove attingere per evitare voragini di bilancio: si è parlato di tagli su altri capitoli di spesa, o del ricorso all'emissione di War Bond sul modello di quanto fatto da Franklin D. Roosevelt nella Seconda Guerra mondiale. A farsi strada nei giorni scorsi è stata l'idea di una War Tax - un modo per far pagare ai ricchi e alle grandi corporation il peso dei rinforzi - avallata da influenti democratici, ma osteggiata dal presidente della Camera, Nancy Pelosi che teme le ricadute in termini di consensi per l'impopolarità della misura. Secondo le stime i costi reali pro-capite potrebbero comunque lievitare tra i 400 e i 600 dollari entro i prossimi due anni, e sempre che tutto vada secondo i piani di Obama che da parte sua deve spiegare a quali criteri ricorrere per capire quando l'Afghanistan sarà in grado di stare in piedi da solo.

«Sebbene sia una buona idea fissare una scadenza» per il ritiro, sferza il «Times», sono forti i dubbi sul fatto che il presidente «possa rispettare la scadenza annunciata per luglio 2011». Intanto ieri in Senato, durante il capo del Pentagono, Bob Gates, dopo aver firmato l'ordine di dislocamento dei 30 mila militari, ha rivelato che i rinforzi potrebbero salire a quota 33 mila uomini grazie alla flessibilità concessa dal presidente per l'invio di «équipe mediche, intelligence, ingegneri e sminatori: ovvero tutto il personale necessario a salvare la vita dei nostri soldati».

Un incremento destinato a gravare di più sul budget e a inasprire il dibattito politico. E mentre per i revisori di Congresso e Casa Bianca si preannunciano tempi difficili, Wall Street si scandisce lo slogan «Finché c'è guerra c'è speranza». I titoli del settore Difesa e Aerospaziale contenuti nello S&P 500 hanno infatti segnato rialzi sin dalla vigilia dell'annuncio di Obama e il trend pare destinato a proseguire visto che il sottoindice di settore è cresciuto del 75% (contro il +1% di quello generale) da otto anni a questa parte, ovvero da quando Washington ha inaugurato la nuova fase bellica.

 

 

[04-12-2009]

 

 

 

 

LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC SI VENDE ALLA CINA: Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo - LO SPETTRO DELLA VIOLENZA SCONVOLGE ATENE - ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GIOVANE ANARCHICO: 75 ARRESTI INCLUSI CINQUE ITALIANI - CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO OCCUPATE ...

1 - LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA - OGGI L´ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GIOVANE ANARCHICO: AD ATENE 75 ARRESTI INCLUSI CINQUE ITALIANI - CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO OCCUPATE
La Stampa.it

Cerimonia funebre tranquilla stamane, dopo le decine di arresti della notte scorsa, al cimitero di Paleo Faliro, alla periferia di Atene, nel primo anniversario della morte del quindicenne Alexandros Grigoropoulos. Poche decine di persone hanno partecipato alla cerimonia religiosa. I genitori del giovane ucciso da agenti di polizia, avevano chiesto di poter ricordare il figlio in privato. Presente però il ministro della pubblica istruzione Anna Diamantopoulos.

Nonostante la calma al cimitero, la situazione rimane tesa nella capitale, blindata da 12.000 agenti, e nel paese. A Salonicco la polizia ha fatto irruzione stamane, con l'accordo del rettore, al Politecnico per arrestare otto giovani che avevano lanciato molotov contro gli agenti. Ad Atene la situazione appare esplosiva dopo le decine di arresti alla vigilia della manifestazione di oggi pomeriggio. Organizzazioni della sinistra radicale hanno denunciato la «violenta repressione» del «governo del Pasok» invitando «studenti e lavoratori» a dare «una risposta immediata» con le manifestazioni di oggi e domani.

Gli agenti hanno fermato in tutto 162 persone di cui 75 rinviate davanti al giudice inclusi cinque italiani - quattro uomini e una donna -, albanesi e spagnoli. Una parte dei fermi sono avvenuti dopo un'irruzione in un centro sociale nel sobborgo ateniese di Keratsini, dove è stata occupata per protesta la sede del consiglio comunale, e sequestrato materiale per la costruzione di molotov, mazze, una granata luminosa, maschere e occhiali antigas.

Altri incidenti sono avvenuti nel quartiere anarchico di Exarchia dove gruppi di giovani hanno attaccato la polizia, al termine di una commemorazione per Grigoropoulos. Mentre centinaia di scuole e facoltà universitarie sono occupate, il ministro dell'ordine pubblico, Michalis Chrisochoidis ha ribadito dopo le retate di ieri che la polizia continuerà a «compiere il suo dovere di proteggere i cittadini» e non consentirà che «i vandali mettano di nuovo a sacco Atene».

2 - LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA "MA I CINESI CI SALVERANNO"
Ettore Livini per Repubblica

«La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.

«Pensavamo di aver visto il peggio un anno fa, quando il crac islandese ci aveva fatto temere il default nazionale», dice Christos Papanagiou, padroncino di 25 Tir in servizio al Pireo. Invece no. Lui contempla sconsolato venti dei suoi mezzi fermi, per mancanza di lavoro, ai cancelli della dogana del porto.

La Grecia (economicamente parlando) è passata dalla padella alla brace. Il motivo? Semplice: l´economia non va (-1,5% il pil 2009, primo calo dal ´93). E i conti pubblici - si è scoperto un mese fa - sono stati taroccati per anni. «A giugno ci dicevano che era tutto ok», ricorda Takis Michalos mentre dal suo gabbiotto vende i biglietti del traghetto per Rodi.

Il rapporto 2009 deficit/pil - assicurava l´esecutivo di centrodestra di Kostas Karamanlis - era previsto al 3,7%. Storie. A ottobre, quando le urne hanno consegnato il paese ai socialisti del Pasok, Papandreou ha scoperto di essere seduto su una polveriera. «Errori statistici», è la versione ufficiale. Ma il deficit ellenico è stato rivisto al 12,7%. E il paese - che dal 2000 era cresciuto (sempre che i dati fossero giusti) a un tasso medio del 4% - si è risvegliato all´improvviso. Per la seconda volta in un anno.

«Siamo sull´orlo del precipizio», è la sintesi di Papakonstatinou. E´ vero: la Ue ha già alzato il cartellino giallo. I rendimenti dei titoli di stato sono schizzati all´insù (fino al 2% in più dei Bund tedeschi). Il governo lotta contro il tempo per mettere a punto una finanziaria credibile in un´Atene blindata da 6mila poliziotti per il primo anniversario, oggi, dell´uccisione di un 15enne nel quartiere anarchico di Exarchia: dopo i primi scontri, ieri sera, sono state arrestate 12 persone, tra cui cinque italiani. E ora i mercati, preoccupati che Bruxelles abbandoni il paese al suo destino, ha iniziato a sognare l´arrivo in soccorso del più improbabile dei principi azzurri: la Cina.

«Uno sogno? Mica tanto - dice Papanagiou indicando il labirinto di container che copre il molo numero due del Pireo come un gigantesco Lego colorato - guardi là». Ci sono i cassoni azzurri della Hanjing, quelli turchesi della China Shipping. Pile e pile. «Hanno iniziato ad arrivare un anno fa - spiega - e adesso si stanno moltiplicando».

L´asse tra Atene e Pechino, via mare, c´è già. Da quando nel 2008 Karamanlis ha ceduto in gestione per 35 anni alla cinese Cosco il cuore del porto più antico del Mediterraneo, incassando 3,4 miliardi di euro. «Non che siano stati accolti benissimo», sorride Papanagiou. I camalli ellenici si sono messi di traverso («li capisco, oggi lavorano sei ore e guadagnano più di un banchiere a Londra», dice il trasportatore). In pochi mesi di scioperi hanno aperto una voragine di 500 milioni nei conti del porto e l´hanno spinto fuori dalla classifica dei primi 100 scali mondiali.

Senza però scoraggiare i pazientissimi cinesi. «Mi sono offerto come garante per un´intesa e il lavoro , per ora, è ripartito», dice il numero uno della Piraeus Port Authority Georgios Anomeritis. L´enorme striscione biancoazzuro "Cosco go home" appeso all´ingresso dello scalo container è l´ultimo ricordo della vertenza: ora la Cosco vuole moltiplicare per cinque la capacità del Pireo in cinque anni e si muove già come fosse a casa sua.

Lo sbarco sui moli di fronte all´isola di Salamina potrebbe però essere solo il primo passo. La strategia dei cinesi sullo scacchiere estero è chiara. Africa docet. Si presentano con il libretto degli assegni in mano nei paesi in difficoltà. E a colpi di renminbi (le leggi del capitalismo valgono anche per i comunisti) riscrivono gli equilibri geo-politici. Atene è un candidato ideale. Il costo del debito è schizzato alle stelle (l´anno prossimo ci sono da rifinanziare 52 miliardi di bond). E le sirene orientali sono in agguato.

«La Grecia sta trattando per piazzare 25 miliardi della sua esposizione alla Cina», ha scritto il Wall Street Journal. E la smentita del governo è parsa a molti assai tiepida: «Non ci sono al momento piani di questo tipo - ha detto il pragmatico Papakonstantinou, formatosi alla London School of economics -. Ma come tutti al mondo stiamo studiando come diversificare la nostra posizione debitoria».

Papandreou, per ora, è tranchant: non ci sarà bisogno di nessun salvataggio, promette, la Grecia rimetterà in sesto i conti entro i paletti Ue. Bruxelles, visti gli scivoloni ellenici sui numeri, è scettica: ha bocciato la prima bozza di finanziaria e minaccia sanzioni finanziarie a febbraio.

«Qualche dubbio l´ho anch´io - conferma Yannis Anghelopoulos, 21enne studente seduto fuori dalla facoltà di economia -. Il Pasok ha vinto promettendo di tassare i ricchi e aiutare i poveri. Ma se toccherà pensioni, stipendi statali e amminstrazione pubblica, rischia di vedersi rivoltare contro l´elettorato socialista». E allora? L´Europa, con l´economia in ripresa e l´euro al sicuro, potrebbe scegliere la linea dura.

Mollando la Grecia, in caso di difficoltà sul debito, e costringendola a bussare al Fondo Monetario. «Papandreou forse sarebbe contento - conclude Anghelopoulos - Un´austerity imposta dall´esterno potrebbe costringere i greci ad accettare i sacrifici». O un ottimo alibi, sussurra qualcuno, per cedere a Pechino le chiavi del paese.

 

 

[06-12-2009]

 

 

 

 

 

È MIKE O NON è MIKE? – CHI HA DEPOSITATO IN UN ISTITUTO DI LUGANO 10 MLN € OLTRE A OBBLIGAZIONI E PROPRIETÀ? – DOV’E’ FINITA TUTTA QUELLA FORTUNA? – TEMPI DURI PER LA SVIZZERA! QUESTO INCIDENTE POTREBBE CONVINCERE ALTRI ITALIANI ECCELLENTI A FAR RIENTRARE IN PATRIA I LORO RISPARMI…

Stefano Zurlo per "il Giornale"

Non bastavano le grane con lo scudo fiscale, il raffreddamento dei rapporti con l'Italia, la messa in discussione di un modello che pareva eterno. I guai degli svizzeri non finiscono più. Ora si scopre che una banca di Lugano è nei pasticci per una storia assai imbarazzante: ci sarebbero ammanchi, forse per dieci milioni di euro, nel tesoro che un personaggio italiano molto famoso aveva parcheggiato nei caveau un tempo sicuri, anzi impenetrabili, del Canton Ticino.

 

La storia riportata dal settimanale «Il Caffè» e rilanciata dal sito Dagospia, dimostrerebbe il contrario: perfino gli svizzeri non sanno più fare quel che per lungo tempo avevano fatto con abilità e discrezione. I dieci milioni sarebbero spariti e ora gli eredi del vip, defunto da poche settimane, hanno interpellato un avvocato e sono passati alla controffensiva.

 

Chi è il misterioso personaggio che aveva portato a Lugano le proprie fortune? La risposta sarebbe clamorosa: Mike Bongiorno. Attenzione, nessuno conferma, anzi dalla famiglia arrivano secche smentite: «Noi non abbiamo soldi in Svizzera». In realtà almeno un punto, in una vicenda per molti aspetti ancora oscura, sarebbe chiaro: dopo la morte del titolare del gruzzolo, un personaggio italiano dello spettacolo scomparso di recente, gli eredi avrebbero disegnato la mappa dell'eredità.

E forse, approfittando della finestra temporale offerta dallo scudo, avrebbero deciso di regolarizzare il capitale e di farlo rientrare in Italia. A quel punto, il condizionale è sempre d'obbligo, il buco sarebbe saltato fuori. E per tutelarsi, gli eredi si sarebbero rivolti a un importante studio legale di Milano.

Ma è difficile saperne di più. In questo momento parlano tutti il meno possibile. La banca di Lugano, l'avvocato di Milano, la famiglia. La banca: «Non c'è stata nessuna contestazione, tantomeno una segnalazione o una denuncia per malversazione che abbia coinvolto qualche nostro dipendente».

 

L'avvocato: «Ci sono delle cose che stanno emergendo». Infine, la famiglia che ripete: «Non abbiamo soldi in Svizzera». In ogni caso, a Lugano il tam tam informa che il vip in questione disponeva di capitali ingenti stipati nei forzieri di Lugano. Si parla di società del valore di venti milioni di euro e di obbligazioni per quindici milioni di euro investite in due istituti di credito internazionali. Insomma, per la Svizzera è un anno orribile.

 

Il Paese è entrato prima nel mirino delle autorità americane e poi del nostro ministro dell'economia Giulio Tremonti che ha rilanciato lo scudo fiscale per riportare a casa i soldi custoditi nei paradisi fiscali. Le stime sono contraddittorie e ovviamente imprecise ma c'è chi ipotizza che ammontino a trecento miliardi i soldi dei nostri connazionali nascosti all'estero. Di questi ben 125 miliardi sarebbero in Svizzera.

Insomma, siamo alla guerra: Roma contro Berna e Berna contro Roma. A Chiasso le telecamere registrano i numeri di targa delle auto in uscita dall'Italia, a Lugano si arriva alla paranoia di chi immagina 007 del fisco italiano sguinzagliati nelle banche della città e nelle scorse settimane Berna ha addirittura convocato il nostro ambasciatore, in uno dei tanti momenti di tensione fra le due parti.

 

Un'epoca sta finendo: del resto tutti i paradisi fiscali se la passano male. Anche San Marino attraversa un pessimo quarto d'ora, i capitali stanno fuggendo pure dalla rocca del monte Titano, le finanziarie sono in crisi, i rapporti con l'Italia ai minimi termini, anche se si va faticosamente verso un accordo. E non è finita. La caccia agli evasori proseguirà nelle prossime ore: le Fiamme gialle starebbero per dare il via ad una nuova operazione. Si parla di decine di evasori nel mirino dei nostri segugi.

Un terremoto continuo che mette a dura prova i nervi dei nostri, un tempo intoccabili, vicini. Ora sull'immagine al ribasso della Svizzera casca quest'altra tegola. E' davvero legata a Mike Bongiorno l'eredità al centro del giallo? E a quanto ammonta esattamente il buco? Le cifre si rincorrono. Certo, l'incidente potrebbe convincere altri italiani eccellenti a far rientrare in patria i loro risparmi.

 

 

[01-12-2009]

   

 

 

 

LO SCUDO FA CILECCA? - I CONTI DI TREMENDINO TREMONTI NON TORNANO: MANCANO 500 MLN € ALL’APPELLO – HANNO INFLUITO L’OSTRUZIONISMO SVIZZERO E I PROBLEMI TECNICI LEGATI AI PRODOTTI FINANZIARI SOFISTICATI – LA SCADENZA PROROGATA AD APRILE? MA il Tesoro punta a massimizzare i ricavi dello scudo nel 2009…

Luca Fornovo per "la Stampa"

 

Per ora i conti di Tremonti non tornano. Secondo le ultime stime, dallo scudo fiscale il Tesoro incasserebbe 3,5 miliardi anziché i quattro stimati dal ministro dell'Economia. All'appello mancherebbero 500 milioni, cioè tanto quanto i soldi richiesti dalla Conferenza dei Rettori per recuperare le università statali e pagare i stipendi ai professori.

A poco più di due settimane dalla scadenza del 15 dicembre, l'Associazione italiana del private banking (Aipb), che riunisce i gestori dei patrimoni dei Paperoni italiani, abbassa le stime sul gettito dello scudo. Da 80-100 si scende a 70 miliardi: 50 miliardi per i rimpatri e 20 miliardi per le regolarizzazioni. Considerata l'imposta del 5% sui capitali rimpatriati, al Tesoro entrerebbero così 3,5 miliardi, per le banche si parla di profitti netti per circa 250 milioni.

Insomma siamo lontani da quei 100 miliardi che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato 5 miliardi. Qualcosa sembra non aver funzionato. Già ma cosa? I tempi troppo stretti, l'ostruzionismo delle banche svizzere e i problemi tecnici legati al rimborso di prodotti finanziari più sofisticati come gli hedge fund e alla valutazione dei prezzi di obbligazioni strutturate di banche in cattive acque o addirittura fallite, come il colosso Usa Lehman Brothers.

 

Un grido d'allarme sui tempi arriva da Paolo Basilico, numero uno della società di gestione, Kairos. «Se lo scudo si dovesse chiudere il 15 dicembre - avverte Basilico - si perderà il 50% dei benefici derivanti da questa manovra, mi auguro quindi che il ministero conceda più tempo, almeno fino ad aprile».

Un po' più di tempo lo chiede anche Giorgio Girelli, amministratore delegato di Banca Generali, che finora prevede di raccogliere 1,5 miliardi dallo scudo (contro i 3 miliardi inizialmente previsti da alcuni analisti). «Spero che ci sia una proroga almeno fino a marzo, ma che venga comunicata a inizio dicembre, per avere piena efficacia», dice Girelli.

È vero che il Tesoro punta a massimizzare i ricavi dello scudo nel 2009, ma in effetti dagli uffici tecnici di via XX Settembre a Roma, si sta ragionando seriamente sulla proroga, o meglio su quanto lungo (giorni, mesi) potrà essere «il periodo congruo», come lo definisce la circolare di ottobre, per far rientrare i capitali in Italia.

 

Carlo Filippo Brignone, responsabile della succursale di Torino di Banca Leonardo (400-500 milioni la raccolta stimata dal gruppo), punta il dito contro l'ostruzionismo degli istituti elvetici. «Questo scudo - osserva Brignone - permetterà ai clienti di sottrarsi all'atteggiamento poco collaborativo dei banchieri svizzeri e di poter seguire più da vicino e controllare meglio l'andamento della gestione dei propri risparmi».

Da Ersel (350 milioni di raccolta con più di 500 conti) denunciano che gli svizzeri ritardano per quanto possibile il completamento del trasferimento dei titoli, per un ovvio interesse a mantenere ricavi e masse gestite anche se per pochi mesi. Mentre secondo Massimo Furno, responsabile private banking di Deutsche Bank in Italia (raccolta stimata in 2 miliardi) «le vere difficoltà si sono riscontrate nel regolarizzare prodotti come gli hedge funds». Intanto a due settimane dalla scadenza dello scudo, le banche cominciano a fare i conti in tasca.

«Siamo nella fase clou - dice Roberto Fredella, responsabile Bnl-Bnp Paribas Private Banking - tanto che, in questi giorni, si stanno concretizzando molte operazioni, anche grazie alla nostra task force di avvocati e commercialisti». Da Banca Intermobiliare fanno sapere che la raccolta attesa è tra i 5-600 milioni di euro, idem per Azimut.

Tra i più ottimisti c'è Nicola Onorati, responsabile private banking di Montepaschi: «Abbiamo circa 2.200 posizioni aperte, il 25% delle quali relative a nuovi clienti. L'importo medio dei rimpatri è di 900 mila euro, leggermente sopra la media di mercato. I flussi di capitali in rientro dall'estero sono superiori a quelli degli scudi precedenti, c'è una netta prevalenza dei rimpatri sulle regolarizzazioni».

 

 

[27-11-2009]

 

 

 

CON OCCHIALI LUXOTTICA IL FISCO CI VEDE BENISSIMO – DELVECCHIO CHIUDE LA SUA PENDENZA FIRMANDO UN MEGA ASSEGNO DA 300 MLN €: CIFRA RECORD IN ITALIA TRA UN PRIVATO E LO STATO (MA SE LA PUÒ PERMETTERE, PER “FORBES” HA UN PATRIMONIO DI 6,3 MLD $) - L'ACCUSA AL RE DEGLI OCCHIALI È DI AVER CREATO SOCIETÀ ESTERE PER SFUGGIRE ALLE TASSE…

Paolo Stefanato per "Il Giornale"

Leonardo Del Vecchio, fondatore e maggiore azionista di Luxottica - primo gruppo mondiale degli occhiali -, ha chiuso la sua personale partita con il fisco firmando un assegno da 300 milioni di euro. Una cifra colossale, che non ha precedenti in Italia nelle transazioni tra un privato e l'agenzia delle entrate, ma che non deve impensierire un uomo che da molti anni è tra i primi contribuenti italiani e che appare regolarmente nelle classifiche dei più ricchi del mondo.

 

La vicenda andava avanti da tre anni, con un braccio di ferro affidato ad esperti del massimo livello, e il suo esito aveva già avuto un'anticipazione nella condanna, datata 2008 e confermata nel 2009, al pagamento di 20,4 milioni di euro, di cui 11 di sanzioni; il contenzioso si riferiva al biennio 1997-1998. Per gli anni successivi, tra il 1999 e il 2006, l'accertamento effettuato dal fisco era stato di 2 miliardi. Del Vecchio, che ha sempre sostenuto la liceità dei propri comportamenti fiscali, ha pagato con eleganza: «Ho preferito evitare - ha detto - possibili strascichi giudiziari e chiudere la vertenza avvalendomi degli istituti di definizione concordata con il fisco».

La vicenda è complessa e cercheremo di semplificarla al massimo. Ma va detto subito che siamo nell'ambito dell'elusione fiscale e non dell'evasione, tant'è che a Del Vecchio non vengono contestati reati penali; la differenza tra le due categorie sta proprio, appunto, nel rispetto o no delle leggi, e la «colpa» dell'elusore è quella di cercare gli accorgimenti più opportuni per pagare meno tasse, ma senza infrangere formalmente alcuna norma.

Perché allora - ci si chiederà - Del Vecchio chiude pagando questa somma stratosferica, quindi accettando la sconfitta? Perché il fisco è giunto alla conclusione che le modalità seguite per disegnare il controllo del gruppo industriale falsificavano la realtà e che, di conseguenza, l'erario aveva subito un considerevole danno.

 

Che cosa è stato contestato a Del Vecchio? Di aver creato in Germania una società di comodo, trasferendole il controllo del patrimonio per beneficiare del regime più favorevole dal punto di vista fiscale, sia per le plusvalenze sia per i dividendi. Una catena di controllo chiamata «a sandwich», e che si configura quando una holding italiana possiede una finanziaria straniera che a sua volta possiede un'industria italiana.

 

La tedesca Leofin stava proprio in mezzo tra la proprietà italiana (la Leonardo finanziaria della famiglia Del Vecchio) e le partecipazioni industriali (in particolare Luxottica, occhiali, e Sanson, gelati); la struttura organizzativa e decisionale insomma era inequivocabilmente radicata in Italia, mentre la «scatola» tedesca appariva «vuota», se non - naturalmente - di utili: nel solo 1999 1,55 miliardi di euro, sui quali le imposte da pagare in Italia sarebbero state di circa 500 milioni.

Tre anni fa le Finanze (che all'epoca facevano capo al viceministro Vicenzo Visco) sferrarono l'attacco alle società cosiddette «esterovestite», cercando di individuare la loro reale operatività, che è poi l'unica ragione accettata dal fisco per riconoscere la giurisdizione di un diverso Paese; come per le persone fisiche, non è la residenza ufficiale che conta, quanto la presenza «autentica».

 

Oggi l'architettura societaria della famiglia Del Vecchio si è alquanto semplificata e dalle informazioni Consob il controllo (67,8%) di Luxottica appare della Delfin sarl, società di diritto lussemburghese direttamente riconducibile a Leonardo Del Vecchio; proprio lo spostamento della Delfin dalla Germania al Lussemburgo, risalente al 2006, aveva fatto rizzare le antenne al fisco italiano, che era subito corso a verificarne le valutazioni di portafoglio.

La vicenda è destinata, ovviamente, a suscitare scalpore sia per le dimensioni della transazione, sia per la notorietà del contribuente e della sua azienda, quotata alla Borsa di Milano e al New York Stock Exchange. La storia di Leonardo Del Vecchio, 74 anni, è quella di un'ascesa spettacolare, da orfano ospitato nel collegio dei Martinitt di Milano, a imprenditore di livello mondiale. Nel 2009 la rivista Forbes gli ha attribuito un patrimonio personale di 6,3 miliardi di dollari, terzo in Italia e 71° nel mondo.

 

 

[30-11-2009]

   

 

 

EVADERE CON UN CLICK – SE L’IMPRENDITORE ITALIANO PAGA PER LA PUBBLICITÀ, GOOGLE DOVE INCASSA? IN IRLANDA - E DOVE PAGA LE TASSE? NÉ QUI NÉ LÌ – PARTONO GLI ACCERTAMENTI DELLA GDF PER 150 MLN (CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE PENALE) – ANCHE IL FISCO TURCO ALL’ATTACCO…

Massimo Mucchetti per CorrierEconomia" del "Corriere della Sera"

Usare il Pc seduti in poltrona o distesi su una chaise longue è scomodo. Servirebbe un bel supporto. Andrea Benoni, veronese di Cavaian, ci ha pensato. E con altri tre soci ha avviato Lounge-Tek, una microazienda che ne propone online vari modelli, da 99 a 240 euro più 9 per il trasporto a domicilio, consegna in un giorno in Italia, due in Europa, tre in America.

Ma come può una microazienda agli esordi informare i potenziali clienti? La pubblicità su giornali, radio e Tv andrebbe bene in teoria, ma è al momento troppo costosa. Lounge-Tek ha risolto il problema con il programma AdWords di Google che consente di usare lo strumento della pubblicità anche per piccoli importi.

Si prenotano una o più parole chiave e si paga il traffico che da queste viene originato sul proprio sito fino a quando non si esaurisce il budget. In tal modo, racconta Giorgio Chignola, un altro socio della ditta, in 18 mesi e senza muoversi dalla provincia di Verona, la Lounge-Tek ha cominciato a vendere in 22 Paesi.

A chi paga i suoi 10 centesimi a clic la Lounge-Tek? A Google Ireland Ltd, Barrow Street, Dublino. Il grande motore di ricerca è un angelo per le piccole imprese. Ma perché fatturare dall'Irlanda?

Il CorrierEconomia l'ha già documentato: per non pagare le imposte in Italia e, con la complicità del go¬verno irlandese, per non pagarle nemmeno là.

LA MULTA DI ANKARA
La circostanza comincia a scottare. Nei giorni scorsi, secondo il quotidiano turco Sabah , il ministero delle Finanze di Ankara ha inflitto a Google una multa di 32 milioni per avere raccolto pubblicità dalla Turchia senza pagarci l'Iva e le imposte sul reddito. In Turchia opera una filiale, la Google Reklamcilik, ma tutto viene fatturato a Dublino. Esattamente come per l'Italia.

Avrà il coraggio Google di opporsi fino al punto di rischiare un processo e una sentenza o punterà al compromesso con la Turchia? Solo una vittoriosa resistenza eviterebbe un esito che, comunque, darebbe una valutazione dell'imponibile taciuto.

L'Italia è un po' più indietro. A fine 2007, la Guardia di Finanza di Milano ha consegnato alla procura della Repubblica un'indagine sulla presunta evasione fiscale di Google. Ma il 2 febbraio 2009 il pubblico ministero Carlo Nocerino ha chiesto l'archiviazione.

IL DOSSIER NAZIONALE
Secondo il magistrato, non è possibile determinare il reddito imponibile derivante dai ricavi di Google originati in Italia e il conseguente tributo perché non si riesce a «individuare in modo certo e univoco» i costi da detrarre per poter calcolare l'imposta evasa. Ma il lavoro dei militari conserva un notevole rilievo: può allertare l'Agenzia delle entrate sul piano amministrativo, così da «raggiungere» la Turchia, e poi fa emergere il problema politico di come riformare in sede Ocse i principi tradizionali di fronte alla nuova rapacità fiscale delle multinazionali online.

Le Fiamme Gialle hanno risposto al alcune domande.

La prima: quanto fatturato Google genera da clienti italiani? Risposta: dagli esordi del 2002 a tutto il 2006, secondo i prospetti interni trovati nella sede milanese di corso Europa, 240 milioni. Seconda domanda: quanti ricavi dichiara Google Italy negli stessi anni? Risposta: 14,8 milioni. Poiché lo sviluppo è esponenziale, aggiungeremo che il fatturato originato in Italia si stima arrivi a quasi 700 milioni nel 2007 e 2008 mentre quello di Google Italy sale a 32 milioni nel biennio.

Terza domanda, perché Google Italy, che pure ha decine di dipendenti, fattura così poco? Risposta: perché formalmente svolge solo servizi di marketing per Dublino i cui costi vivi vengono rimborsati con una maggiorazione dell'8%, secondo un contratto cost-plus , foro competente San Francisco. Di qui un reddito tassabile di 38 mila euro in 5 anni: «Nessuna vera impresa indipendente che agisce in libero mercato avrebbe potuto accettare tali condizioni», commentano i militari.

Quarta domanda, dobbiamo credere a Google?

Risposta: no. Ammette a verbale Massimiliano Magrini, country manager di Google per l'Italia: «Il personale commerciale di Google promuove direttamente la vendita del prodotto sul territorio nazionale portando avanti tutte le trattative fino alla firma del contratto da parte del cliente nazionale. Il contratto, firmato solo dalla parte acquirente, viene inviato elettronicamente alla sede di Google Ireland di Dublino dove, dopo un preliminare controllo formale, viene firmato dal rappresentante legale della società di diritto irlandese, quale parte venditrice. A questo punto il contratto viene rispedito alla Google Italy e consegnato al cliente».

Vengono da Dublino i contratti allegati con Expedia, Dada Mobile, Alitalia, Fastweb e, curiosità, Forza Italia.

Quinta e ultima domanda: a quanto ammonterebbe la presunta evasione? Risposta: 48 milioni di Iva, una decina di Irap e una novantina di Ires considerando che, ove non si dichiari la componente negativa del reddito, le componenti positive formano la base imponibile, ovvero una trentina, nel caso si applicasse al fatturato «italiano» la quota proporzionale dei costi di gruppo. Questo fino al 2006. Poi, le cifre tendono a esplodere.

 

 
[23-11-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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ATTENZIONE AI RISCHI DELL'EOLICO

 

RIFIUTI ED EMISSIONI 0

 

 

 

 

Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

Leggi anche:

- Ford Hemp Car: l'auto ecologica esisteva già 70 anni fa

Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

Ecofatto, la metamorfosi del riciclaggio

 

Renata Gabbi di Legambiente, spiega come dal riciclaggio di carta, plastica, acciaio si possano ottenere utensili, biciclette, elementi dell'arredo urbano e tanti altri oggetti d'uso quotidiano: "da ogni cosa nasce un'altra cosa", bisogna solo scegliere il contenitore giusto.
Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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Riconosciuto il nesso eziologico
La Corte di Cassazione ha riconosciuto che l’eccessiva esposizione alle radiofrequenze emesse dai telefoni cellulari potrebbe contribuire all’insorgenza di tumori alla testa, se utilizzati per 5 – 6 ore al giorno per un numero elevato di anni (12 nel caso di specie). Un uso per lavoro del telefonino così prolungato può, quindi, dar luogo a malattia professionale non tabellata.

 

 

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  Videoinforma :  www marcobava.it