DE BENEDETTI
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LE PROCURE TORNANO A INDAGARE SULLE
Renato Altissimo: "De Benedetti
LA GRANDE VENDETTA BERLUSCONIANA: carlet
LA MEMORIA STORICA

 

 

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

3) Processo Fondiaria SAI - S.LIGRESTI- TORINO - 01.12.15

4) Processo MPS SIENA MI 27.11.15.

5) Processo Premafin MI 10.02.15

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSA IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI il 19.11.16 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 15.11.15 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cbf04ef0-8f34-442d-9a3b-e8ef2587532a.html

 

Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
Rai.tv
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16.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-559554ac-2703-4fa1-b41d-e3a6fb6a01a0.html

 

 

 

A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

http://www.solodownload.it/

http://it.miniradioplayer.net/

www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

DE BENEDETTI 2016

 

 

CARTA CANTA (STONATA) PER LA SANTADECHÉ - LA SUA VISIBILIA, CON 2,6 MILIONI DI FATTURATO, HA REGISTRATO UNA PERDITA NETTA DI 2 MILIONI - ORA LE TOCCA L'AUMENTO DI CAPITALE - NELL'AZIONARIATO SONO ENTRATI GLI AMICI PAOLA FERRARI E DE BENEDETTI

10 GIU 19:10

La Ferrari era in prima fila ai Ciak d'Oro perché ormai è anche lei, col marito Marco De Benedetti, editrice insieme alla Santadeché del mensile di cinema - Sarà per questo che, nonostante la perdita notevole, il titolo Visibilia è zompato in borsa?...

 

 

LA RIVINCITA DI TRONCHETTI - NON DITE A DE BENEDETTI (E A "REPUBBLICA") CHE, DOPO 10 ANNI, L'EX CAPO DI TELECOM E' STATO ASSOLTO IN APPELLO DALLE ACCUSE DI SPIONAGGIO - DUE MESI FA RINUNCIO' ALLA PRESCRIZIONE CHE GLI AVREBBE CONSENTITO DI USCIRE SENZA DANNI DAL PROCESSO

12 GIU 12:04

Tronchetti: "Bisogna sempre avere fiducia nella giustizia, anche quando è difficile" - Tavaroli & co. hanno già patteggiato, quindi non rischiano, ma ora le 'vittime' in primo grado dovranno restituire a Tronchetti i risarcimenti stabiliti in primo grado. Pure Telecom, che si era costituita parte civile...

 

ALZANO IL POLVERONE DI "MAFIA CAPITALE" PER QUATTRO RUBAGALLINE CHE RIFILAVANO MILLE EURO DI STECCA MENTRE LA TIRRENO POWER DI VADO LIGURE, QUANDO ERA PROPRIETÀ DI DE BENEDETTI (39%) E GAZ DE FRANCE (50%) HA INTASCATO 1 MILIARDO DI UTILI GRAZIE AGLI "ABUSI DI POTERE DI POLITICI, DIRIGENTI E FUNZIONARI" - MA SU QUEST'INCHIESTA SI VERSERÀ POCHISSIMO INCHIOSTRO...

19 GIU 19:11

Secondo la procura, Tirreno Power, invece di mettere la centrale in regola con le norme ambientali e fermare malattie e decessi, distribuiva centinaia di milioni agli azionisti (De Benedetti e GDF) grazie alle pressioni fatte su politici, amministratori e funzionari...

 

 

DE BENEDETTI 2016

 

LODO MA NON GODO - DE BENEDETTI CHIEDEVA 92 MILIONI, MA IL GIUDICE CONDANNA I BERLUSCONI A PAGARE SOLO 246MILA EURO PER I DANNI NON PATRIMONIALI DEL LODO MONDADORI - "UNA SOCIETÀ NON SOFFRE COME UNA PERSONA". E CDB DOVRÀ ACCONTENTARSI DEI 494 MILIONI GIA' INCASSATI (FACCIAMO UNA COLLETTA?)

10 LUG 15:11

"Un ente soffre, in genere, il danno morale a causa di un fatto delittuoso diversamente da come lo soffrirebbe una persona fisica, cioè con minore impatto lesivo". Anche con questo passaggio il Tribunale di Milano motiva il risarcimento da 246mila euro che Fininvest deve versare alla Cir, che aveva chiesto 32 milioni di euro più 60 milioni di spese e interessi...

 

 

 

DE BENEDETTI 05.04.15

 

“ITALIA E SVIZZERA SONO I DUE PAESI DELLA MIA VITA” – CARLO DE BENEDETTI SCRIVE A DAGOSPIA E CONFERMA: ALL’INIZIO DEL 2015 HO TRASFERITO NELLA CONFEDERAZIONE LA RESIDENZA CIVILE E FISCALE

Il presidente del gruppo L’Espresso ci tiene a sottolineare che da sei anni non ha più incarichi esecutivi e che per tutti gli incarichi che ricopre non percepisce alcun compenso…

 

 

 

DE BENEDETTI NOV 14

 

ULTIME DAL SOR-GENIO DE BENEDETTI – ALL’ALBA DEGLI 80 ANNI IL LAICISSIMO INGEGNERE SI BUTTA NELL’IMMOBILIARE CON IL POPOLARE (ED EX MONTIANO) ENRICO MARCORA, COSTRUTTORE CATTOLICISSIMO

De Benedetti, Marcora e Antonio Cioffi, immobiliarista milanese con base a Londra, hanno appena costituito a Milano la “Real Estate Farini”, che ha per oggetto sociale la commercializzazione, la costruzione e la ristrutturazione di immobili. La partecipazione di De Benedetti avviene attraverso la holding M&C…

OTTANTA VOGLIA DI INGEGNERE - AL COMPLEANNO DI DE BENEDETTI, TRA PROFUMO E VELTRONI, BAZOLI E IL NEO-MINISTRO GENTILONI, FACEVA COLPO IL CAPOCCIONE ROSSO DI PAOLO SCARONI - DAGOREPORT DAL PARTY

20 NOV 20:19

Prima di dar il via ai giganteschi fuochi di artificio che hanno illuminato la valle delle Langhe, il festeggiato ha precisato di aver invitato solo coloro ai quali da del tu - Ovvero Maurizio Costa, Carlin Petrini, l’ultimo acquisto Stefano Folli, Ezio Mauro, Giulio Anselmi, Colaninno padre e figlio, Roberto Napoletano, Gruber, Cazzullo, Annunziata e Aldo Grasso - Assenti Pisapia e l’ormai ex Massimo 

 

 

 

DE BENEDETTI DIC 14

 

CAPITANI (TROPPO) CORAGGIOSI – COSÌ CUCCIA FACEVA LA PREDICA A DE BENEDETTI: “ELLA È PROPRIO SICURO CHE IL CORAGGIO È SEMPRE UN BUON CONSIGLIERE, SPECIE QUANDO SI RISCHIANO, OLTRE AI PROPRI, I SOLDI DEGLI ALTRI?”

In un libro di Paolo Bricco su “L’Olivetti dell’Ingegnere” spuntano alcune lettere che si sono scritti il mitico patron della Mediobanca e Carlo De Benedetti. Durante la lunga crisi dell’Olivetti, l’Ingegnere scrive a Cuccia e pare autoassolversi, ma il banchiere gli fa notare i suoi errori. Il Sor-genio però rivendica la nascita di Omnitel…

 

 

 

DE BENEDETTI 31.12.14

 

 

ALLONTANATE I PUPI: TRONCHETTI SFIDA DE BENEDETTI IN TRIBUNALE, PER DIMOSTRARE CHE I FLOP DA IMPRENDITORE DELL’INGEGNERE NON SONO DIFFAMAZIONE, MA VERITÀ STORICA

Carlo De Benedetti ama sminuire altri manager (Passera, Marchionne, Colaninno, Elkann), ma se qualcuno gli ricorda le sue disavventure con Olivetti, Fiat, Banco Ambrosiano (e ora Sorgenia), s’adira assai - Ha querelato Tronchetti, che freme per arrivare direttamente in giudizio e portare i testimoni...

 

De Benedetti vs Tronchetti Provera. E' l'ora della resa dei conti finale

Affaritaliani.it

Un colpaccio messo a segno, si deve ritenere, con sadico gusto da Marco Tronchetti Provera e dai suoi avvocati. Oltre al passato di Cdb, conviene ...

 

 

 

 

DE BENEDETTI

 01.11.14

Il mercante in fiera

Cosmopolismedia

In Italia c'è un ottantenne che sovente dispensa consigli su come fare impresa, governare, informare liberamente e superare le crisi. Ha la tessera del ...

 

1. MIRABILE PEZZO DI ALBERTO STATERA OGGI SU “LA REPUBBLICA” SUI DISASTRI COMPIUTI DAI CAPITANI CORAGGIOSI DEL NOSTRO CAPITALISMO CHE NON HANNO MAI SOLDI VERI DA INVESTIRE, NON HANNO IDEE DA METTERE IN CAMPO, MA MORDONO, FUGGONO CON IL MALLOPPO E SI LASCIANO ALLE SPALLE UNA SCIA DI DEBITI A CARICO DEI CONTRIBUENTI 2. CI SONO TUTTI, DAI TEMPI DEL SALOTTO BUONO DI ENRICO CUCCIA, ALL’ITALIANITÀ DI ALITALIA, PASSANDO PER I GUAI DI NTV, IL TRENO AD ALTA VELOCITÀ CHE STA OR ORA DERAGLIANDO 3. TUTTI I PROTAGONISTI SONO CITATI: COLANINNO, MARCO TRONCHETTI PROVERA, LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO, DELLA VALLE, CORRADO PASSERA, LA FAMIGLIA RIVA MANCA UN SOLO NOME, UN SOLO CASO: IL DISASTRO DA QUASI DUE MILIARDI DI EURO DI SORGENIA SUB HOLDING DEL GRUPPO CIR PRESIEDUTO DA RODOLFO DE BENEDETTI CHE PER PURO CASO È L’EDITORE DI “LA REPUBBLICA” E DEL GIORNALISTA ALBERTO STATERA

 

1. DALLA “REPUBBLICA DELLE IDEE” ALLA REPUBBLICA DEI PROCESSI PER OMICIDIO COLPOSO 2. I DE BENEDETTI, COLANINNO E PASSERA INDAGATI PER LE MORTI ALL’OLIVETTI DI IVREA 3. I MAGISTRATI IPOTIZZANO I REATI DI LESIONI E OMICIDIO COLPOSO IN RELAZIONE ALLE MALATTIE CHE COLPIRONO UNA QUINDICINA DI LAVORATORI. L’AVVISO DI CHIUSURA INDAGINI ESPLICITA CHE “AL MOMENTO” LA PROCURA “NON INTENDE RICHIEDERE L’ARCHIVIAZIONE” 4. CARLO DE BENEDETTI HA RIBADITO “CON FORZA LA PROPRIA TOTALE ESTRANEITÀ AI FATTI CONTESTATI E ATTENDE CON FIDUCIA LE PROSSIME FASI DEL PROCEDIMENTO” 5. UN BRUTTO COLPO PER CORRADINO PASSERA, ALL’EPOCA AMMINISTRATORE DELEGATO DELL'OLIVETTI, CHE SI AGITA TANTO PER DIVENTARE IL NUOVO LEADER DEL CENTRODESTRA

 

 

DE BENEDETTI 03.06.14

 

DE BENEDETTI E SOGENIA. LE BOLLETTE COL TRUCCO CHE FREGANO GLI ANZIANI

 

(OPI – 29.5.20) Il vecchio lupo, tessera numero 1 del Pd, perde il pelo ma non il vizio. La Sorgenia Spa di Carlo De Benedetti, che opera nel settore energia, vanta circa mezzo milione di clienti in tutta Italia. Eppure – rilevano in un comunicato i deputati M5S - non sembra aver imparato a comportarsi correttamente nel mercato e nel rapporto con i consumatori.

In passato le sue pratiche commerciali sono state punite dall'Antitrust con multe per un totale di 350mila euro. I motivi? La società, pur di procurarsi nuovi contratti, tramite i propri agenti commerciali ha fornito informazioni ingannevoli ai potenziali clienti, come l'appartenenza al gruppo Enel e ha promesso presunti vantaggi economici conseguenti alla scelta di Sorgenia quale nuovo fornitore: per esempio il rimborso di quanto fatturato dal precedente fornitore. L'Antitrust ha poi accertato che Sorgenia, pur conoscendo i comportamenti scorretti degli agenti, non ha fatto nulla per rimediare e per correggere certe condotte professionali.

Il M5S ha presentato un'interrogazione sulla materia al ministro dello Sviluppo economico e il primo firmatario, Walter Rizzetto (con Mucci e Prodani di Attività produttive), racconta la propria esperienza personale: "Il 22 maggio scorso ho ricevuto un'offerta telefonica da Sorgenia e l'operatore mi ha proposto uno sconto in bolletta sostenendo che il mio nome era stato estratto per questa agevolazione e che quindi, se volevo beneficiarne, dovevo trasmettere i miei dati per il cambio di gestore. Il mio numero non è pubblico, ho chiesto all'operatore come lo avesse ottenuto e lui ha fatto riferimento a presunte liste web. Ecco perché ho inoltrato un esposto all'Antitrust".

E' così che De Benedetti calpesta il Codice del Consumo per provare a mettere una toppa ai quasi 2 miliardi di debiti che gravano su Sorgenia? Troppo spesso i consumatori, soprattutto quelli anziani, restano vittime di queste offerte commerciali illegittime. Ed è triste osservare come le sanzioni dell'Antitrust non siano un deterrente sufficiente. Le società infatti non si scoraggiano e mettono in conto anche una multa pur di poter proseguire con certe pratiche scorrette che, quindi, mostrano di essere parecchio remunerative.

Cosa vuole fare il governo in proposito? Il M5S sarà sempre accanto ai consumatori contro i soprusi di Sorgenia e dei colossi del mercato in ogni settore.

 

 

 

 

 

DE BENEDETTI 30.04.14

 

Savona, la Procura spegne la centrale a carbone di De Benedetti

Globalist.it

La procura di Savona chiude finalmente la centrale a carbone di Vado ... Come per l'Ilva di Taranto, mancano controlli pubblici delle emissioni delle ...

 

 

Sorgenia: banche pronte al controllo. Consob a De Benedetti chiede notizie - giovedì 3 aprile 2014

mister-x.it

ROMA – Si aggrava la situazione di Sorgenia, nel cui futuro nel ruolo di azionisti al posto della Cir dei De Benedetti “ci sono le banche” come ha ...

 

 

 

 

DE BENEDETTI 19.04.14 

Savona, la Procura spegne la centrale a carbone di De Benedetti

Globalist.it

La procura di Savona chiude finalmente la centrale a carbone di Vado ... Come per l'Ilva di Taranto, mancano controlli pubblici delle emissioni delle ...

 

IL DILEMMA DEI CITTADINI VADO LIGURE: È MEGLIO MORIRE DI MISERIA O DI INQUINAMENTO?

Ora sulla centrale a carbone Tirreno Power s’è scatenata pure la guerra generazionale: i giovani del Pd temono per l’occupazione, i genitori chiedono garanzie sulla salute - Cosa è meglio tra 400 morti, 2700 ricoveri per patologie cardiache e respiratorie e più di 600 lavoratori e famiglie in cammino verso il vuoto?...

 

 

 

 

DE BENEDETTI 22.03.14

 

NUOVA TV IN ARRIVO? PIÙ VICINA LA JOINT VENTURE TRA TELECOM ITALIA MEDIA E IL GRUPPO ESPRESSO - NELL’OPERAZIONE POTREBBERO ENTRARE ANCHE F2I DI GAMBERALE E IL FONDO “CLESSIDRA” DI CLAUDIO SPOSITO

Le due aziende stanno integrando le loro attività televisive con l’obiettivo di dare vita a un player indipendente che disporrà di cinque multiplex delle frequenze, tre di TiMedia (attraverso Telecom Italia Media Broadcasting) e i due attraverso i quali oggi trasmettono tra l’altro Deejay Tv e Repubblica Tv…

 

Quinta domanda a De Benedetti

Continua il ciclo di dieci domande all'ingegner Carlo De Benedetti, tessera numero uno del pdexmenoelle.
Quinta domanda: "L'ingegner Carlo De Benedetti entrò come presidente in Olivetti nel 1978, quando ne uscì l'azienda era in profonda crisi e oggi è quasi inesistente. E' lecito porsi una domanda. Di quale patrimonio disponeva l'Ingegnere prima del suo ingresso nell'azienda di Ivrea e quale patrimonio aveva quando ne uscì dovuto alla sua talentuosa gestione?

... [continua]

 

 

 

 

DE BENEDETTI 30,01.14

 

SORGENIA DI GUAI - GLI AUSTRIACI DI VERBUND AZZERANO IL VALORE A BILANCIO DELLA SOCIETÀ E LE BANCHE VOGLIONO CHE RODOLFO DE BENEDETTI METTA SUL PIATTO 2-300 MILIONI DI CAPITALI PROPRI - LA SMENTITA DI CARLO DE BENEDETTI

Il debito complessivo è arrivato alla cifra-monstre di 2,2 miliardi e c'è bisogno di capitali freschi e di un robusto piano di dismissioni per tamponare il buco - Provocata dal rampollo Rodolfo , è la prima crisi che la manager Monica Mondardini deve affrontare da quando l'Ingegnere ha lasciato le cariche...

 

 

 

 


DE OLIVETTI - IL TEAM DI ESPERTI SULLE TRACCE DELL’AMIANTO E DELLE (EVENUALI) RESPONSABILITA’ DELL’“INGEGNER BOROTALCO”

Carlo e Franco De Benedetti erano già stati indagati per omicidio colposo per la morte di un’operaia, ma l’inchiesta fu archiviata - La procura di Ivrea ha nel mirino almeno 21 morti sospette - E può contare su un “team” di esperti di grande esperienza…

 14.12.13

 

 QUANTO COSTA SORGENIA? AL BAR DI "REPUBBLICA" IL CAFFÈ È CARO...
Da "Libero" - Affari & Finanza, supplemento economico di Repubblica, si aggrappa a uno studio diffuso dall'associazione delle aziende del fotovoltaico per raccontare ai suoi lettori che nel 2010 l'uso della elettricità ricavata dal sole «è costato a ogni famiglia un po' meno di un caffè al mese, 60 centesimi ». Già che c'è, in quelle stesse pagine elogia le ultime imprese di Sorgenia, società specializzata nelle rinnovabili, che «raddoppia da noi e in Francia».

 

Casualmente, Sorgenia appartiene a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica. I dati del rapporto hanno suscitato perplessità e ilarità tra gli addetti ai lavori, e su di essi presto pioveranno smentite. Già bastano, comunque, i dati sugli incentivi riferiti un mese fa, in Senato, dal Gestore dei servizi energetici: «La remunerazione adottata dall'Italia per il fotovoltaico è pari a 2,8 volte quella della Germania». Solo di conto energia, infatti, gli incentivi al solare costano in bolletta 3 miliardi l'anno. Ovvero 120 euro a famiglia. Altro che un caffè al mese. I baristi (De Benedetti in primis) ringraziano di cuore.18-02-2011]

 

 

LA SORTITA DELL'INGEGNERE INFOGLIATO (MICOSSI GHOST-WRITER?) QUESTO BERLUSCONI MI STA SULLE PALLE DA TROPPI ANNI" (LA MEMORIA PIALLATA SULLA STET)
"In verità vi dico" è il titolo evangelico della rubrica del quotidiano "Il Foglio" che ospita oggi un articolo di Carletto De Benedetti.

 

Il tema è la tassa patrimoniale sulla quale si è scatenato un dibattito intenso quanto inutile perché con questi chiari di luna sia il Drago di Arcore che Giulietto Tremonti (candidato in pectore a Palazzo Chigi) non se la sentono di buttare sul piatto una proposta così impopolare. D'altra parte anche quando Gesù parlava agli apostoli e alle folle cominciava con le parole "in verità vi dico..." per annunciare profezie e quindi la sortita dell'Ingegnere va interpretata fuori dal tempo e dallo spazio.

Ciò non toglie che il testo sia per certi versi stimolante e divertente poiché lascia intravedere una fluidità letteraria che molto probabilmente va attribuita ad un'altra manina. Da ciò che si legge si potrebbe dedurre infatti che la manina usata da Carletto per scrivere la sua epistola è quella di Stefano Micossi, il 64enne economista bolognese che oltre alla direzione generale di Assonime è anche presidente del Gruppo Cir.

"L'Italia è stremata - scrive De Benedetti - ha bisogno di potenti ricostituenti, non di tornare in sala operatoria...non è con brodini caldi che il paziente si rimetterà in piedi...guardiamo avanti e apriamo davvero i polmoni a questa Italia per tornare a farla respirare".

 

Sono parole inconsuete sulla bocca dell'Ingegnere che ricorda come nella vicina Svizzera non ci sono mai state orde di fanatici marxisti che si siano opposti a un prelievo sulle rendite finanziarie. E dopo aver ricordato che non ci vuole una tassa "una tantum" ma un radicale riassetto del sistema fiscale, Carletto rimpiange la grande stagione dei Amato e Ciampi, e la riforma che il suo grande amico Bruno Visentini fece 25 anni fa.

 

In tutti questi anni - dice De Benedetti - si è assistiti all'impoverimento del patrimonio dello Stato con la vendita "in molti casi disastrosa dei beni pubblici". E qui a sorpresa salta fuori un rimpianto per "quella magnifica azienda che era la Stet, umiliata attraverso arrembaggi speculativi".

Qualcuno potrebbe ricordare le polemiche furibonde che De Benedetti e i suoi giornali hanno condotto per anni nei confronti della "magnifica azienda", ma Carletto ha la memoria piallata e aggiunge che anche oggi Telecom, Eni ed Enel, pur per ragioni del tutto differenti, sono gravate da debiti insostenibili.

 

Non finisce qui, perché nella polemica finiscono anche le municipalizzate dell'acqua e dell'energia (come Acea, A2A e simili) che secondo l'Ingegnere i comuni italiani hanno dimostrato di non saper gestire. Lasciando da parte il sospetto che l'attacco alle utilities sia un omaggio indiretto al figlio Rodolfo impegnato nel business dell'energia, rimane forte la sensazione che il profeta italo-svizzero abbia colto l'occasione del dibattito sulla patrimoniale per dare una botta ai "pannicelli caldi" del governo.

 

Avrebbe potuto chiedere al suo ghostwriter Micossi di essere ancora più esplicito e invece di invocare sul finale la lezione del riformismo di Salvemini, la conclusione poteva suonare così: "in verità vi dico che questo Berlusconi mi sta sulle palle da troppi anni".
Senza tanti giri di parole.

2 - SCOPERTA MUSA DI RIOTTA: FABIO FAZIO! L'INUTILE INTERVISTA "ESCLUSIVA" A PROFUMO
Questa mattina nelle salette vip di Fiumicino e Linate erano numerosi i manager che smanettavano sull'Ipad per leggere l'intervista esclusiva concessa da Alessandro Profumo a Gianni Riotta.

Il direttore del "Sole 24 Ore" è un uomo dai modi gentili e l'ambizione planetaria per cui non ha potuto esimersi dal partecipare insieme alla piccola schiera di banchieri e imprenditori italiani ai lavori del Forum di Davos. Ed è in quella sede che si è trovato di fronte l'ex-boyscout e banchiere di Unicredit. Con la sveltezza che ha sempre ispirato la sua professione, il direttore Riotta ha acchiappato Profumo in un caffè del Global Village di Davos con l'intenzione di farlo cantare.

 

Il risultato non è un'opera lirica e nemmeno uno stornello, ma una chiacchierata dove alla fine ti chiedi che cosa ci sia di tanto esclusivo. Su un'intera pagina si parla di tutto: dell'ottimismo che ha prevalso tra i partecipanti a Davos, della nuova personalità "per nulla arrogante" dei paesi emergenti e del ruolo della Cina.

Per rendere un po' più vivaci le sue risposte banali, il buon Profumo racconta che è stato colpito dalla festa finale di Davos dedicata all'India con immagini straordinarie di tigri, spiagge e coltivazioni secolari.

Lui si è commosso di fronte a questo spettacolo ed è rimasto colpito anche dal volto suadente e moderato del presidente russo Medvedev che ha chiesto un minuto di raccoglimento per i morti dell'ultimo attentato a Mosca. Poi a sorpresa sul suo blackberry e su quello dei potenti di Davos sono arrivate le notizie dall'Egitto e - continua Profumo - l'umore del vertice è cambiato.

 

Per fortuna in questa intervista "esclusiva", che di esclusivo ha ben poco, l'ex-capo di Unicredit si ricorda che il vero buco nero del summit di Davos è stato il tema del lavoro, e qui spende parole verso le generazioni future che "rischiamo di abbandonare nel vuoto".
Di fronte a tanta saggezza il buon Riotta evita qualsiasi domanda personale e non va a grattare l'ex-boyscout sulle questioni italiane che vengono liquidate con l'auspicio che in tempi brevi si facciano quelle riforme strutturali che "il mondo attende con purtroppo crescente impazienza".

3 - A.A.A. ROMA VENDESI: IL CONFLITTO DI INTERESSI DEGLI ARABI, SOCI (4,99%) DI UNICREDIT
Sulla vendita della AS Roma si è aperta la bagarre finale che ieri sera ha avuto un momento di fibrillazione quando ai piani alti di Unicredit hanno visto arrivare sul filo di lana la manifestazione di interesse dei soci arabi che fanno capo al Fondo Aabar.

 

Il Fondo ha tra le mani il 4,99% di Unicredit e dispone di 13 miliardi di euro da investire in giro per il mondo. Comprare la Roma di Totti e De Rossi per gli arabotti equivale a comprare le noccioline su un banchetto a Fontana di Trevi, ma si apre un delicato problema dentro la banca di Piazza Cordusio che invece di trovare un acquirente esterno dovrebbe girare il 67% di Italpetroli a un proprio azionista.

 

Questa operazione non è molto gradita ai piani alti di Unicredit perché si sa che gli arabotti per far fronte ai 120-130 milioni necessari correrebbero subito da Ghizzoni e Fiorentino per chiedere una linea di finanziamento (premessa a successive richieste per ricapitalizzare la società che ha debiti per 71,4 milioni e ha chiuso il 2010 con una perdita di circa 22 milioni).

È noto che i top manager di Unicredit si sono appassionati all'idea che l'acquirente invece della mezzaluna metta sulle magliette della squadra la bandiera americana a stelle e strisce. Non a caso Paolo Fiorentino e Piergiorgio Peluso hanno affrontato nella settimana scorsa il freddo di New York e sono tornati a casa con un'intesa di massima che li renderebbe più tranquilli.

 

Anche in questo caso però ci sono dei problemi perché al di là di ciò che è stato scritto sull'entusiasmo degli americani della loro identità si sa troppo poco. Per adesso è venuto allo scoperto un signore di nome Tom Di Benedetto dietro il quale - come ha scritto il sito "Lettera 43" - si muovono personaggi di strana identità che hanno avuto già la tentazione di mettere le mani su altre squadre italiane. Oggi salta fuori un altro americano sconosciuto di nome Julian Movsesian, presidente di un fondo assicurativo che si dichiara onorato di mettere le mani sulla Roma.

 

Sarà curioso vedere come andrà a finire questa vicenda nella quale bisognerebbe aggiungere anche la misteriosa offerta pervenuta ieri sera all'ultimo momento da ignoti francesi. I tassisti romani, già preoccupati per le difficoltà di ottenere un rincaro delle corse, questa mattina non hanno comprato le azioni della Roma che sono schizzate oltre il 6% per poi ripiegare su livelli modesti.

Per loro gli arabi, soci di Unicredit e in potenziale conflitto di interessi con la banca di cui sono azionisti, andrebbero pure bene, mentre sugli americani storcono la bocca. La soluzione migliore sarebbe comunque quella di accettare l'offerta formulata da un ex-portantino dell'ospedale San Camillo di nome Angelucci. Costui, noto alle cronache politiche e giudiziarie, è un "romano de Roma" che con le sue acrobazie politiche è riuscito a navigare tra Fini, D'Alema e Berlusconi.

 

Se metterà sul piatto 90 milioni per l'acquisto della squadra e 100 milioni per la sua indispensabile ricapitalizzazione, i longobardi di piazza Cordusio dovranno dimenticare la mezzaluna e la bandiera a stelle e strisce.

4 - A TELECINCO, LA CONTROLLATA SPAGNOLA DI MEDIASET, GRANDE AGITAZIONE PER 127 LICENZIAMENTI
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che a Telecinco, la controllata spagnola di Mediaset, c'è una grande agitazione.
Dopo aver acquistato cinque settimane fa la rete commerciale "Cuatro" e la maggioranza relativa dell'emittente "Digital+", la squadra dei manager italiani guidata da Paolo Vasile ha annunciato il licenziamento di 127 dipendenti. L'operazione fa seguito all'eliminazione di 30 top manager dei due canali appena acquistati e sta creando a Madrid un'infinità di polemiche".01-02-2011]

 

 

LODO MONDADORI: CIR E FININVEST DEPOSITANO A MILANO MEMORIE FINALI...
(Adnkronos) - Cir e Fininvest hanno depositato questa mattina le "comparse conclusionali" nell'ambito della causa civile davanti alla corte d'Appello di Milano per il lodo Mondadori. La causa di secondo grado deve stabilire se confermare o meno la sentenza di primo grado che aveva condannato Fininvest a versare 750 milioni di euro di danni alla societa' di Carlo De Benedetti.

Una perizia affidata dai giudici di secondo grado ha 'ridotto' il danno a 440-490 milioni di euro, ma gli avvocati della Fininvest cercano di ribaltare le valutazioni della prima sentenza sostenendo che non ci fu danno. A loro giudizio la decisione sull'annullamento dell'arbitrato non sarebbe stata influenzata dalle somme versate da Cesare Previti e altri (condannati in via definitiva) al giudice Vittorio Metta.

La Cir sostiene la tesi esattamente opposta. Entro l'11 febbraio le parti in causa dovranno depositare le repliche alle conclusionali. Quindi i giudici cominceranno la discussione finale con 60 giorni di tempo per depositare la sentenza. Il verdetto sara' ricorribile per Cassazione, ma sara' subito esecutivo. 24-01-2011]

 

 

. DE BENEDETTI, CON FASSINO LEGAME DI LEALTA' E RISPETTO, SARA' GRANDE SINDACO...
(Adnkronos) - "C'e' una ragione semplice per cui sono qui oggi, perche' per me l'amicizia e' un grande valore". Cosi' Carlo De Benedetti commenta la sua presenza alla manifestazione che apre la campagna elettorale di Piero Fassino candidato del Pd alle primarie per la scelta del candidato sindaco di Torino.

"Conosco e stimo Piero Fassino da 35 anni, mi sono trovato antagonista con lui quando ero presidente dell'Unione industriale di questa citta' e tra noi ci sono stati sempre lealta' e assoluto rispetto delle prerogative e dei ruoli reciproci. Oggi sono qui a testimoniare che per la mia esperienza di conoscenza e amicizia Piero Fassino sara' un grande sindaco di Torino".17-01-2011]

 

. DE BENEDETTI, GIORNALI NON MORIRANNO MA NON STANNO BENE...
(Adnkronos) - 'Ci sono due sciocchezze che il tempo ha dimostrato essere tali. La prima e' che i giornali di carta spariranno, la seconda e' che non sono necessari i giornalisti. I giornali non moriranno ma non stanno per nulla bene, la situazione e' difficile'. A dirlo e' Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo L'Espresso che oggi partecipa ad un convegno organizzato in occasione della giornata inaugurale del congresso dell'Fnsi.

 

'Le cause del momento difficile sono varie. I giovani hanno abbandonato i giornali preferendo internet e televisione, nel 2009 la media delle copie giornaliere e' scesa sotto i 5 mln come era nel 1939 quando eravamo un Paese agricolo. La pubblicita' nel 2009 -prosegue De Benedetti- e' diminuita del 16% e in un decennio i ricavi dei quotidiani sono scesi del 20%. A questo si deve reagire con un unico motto: innovare e per questo e' necessaria un'alleanza tra gli editori e i giornalisti'.

'E' sbagliato pensare che i giornalisti non servono perche' l'informazione deve puntare sempre di piu' su approfondimenti, idee, storie e interpretazioni che possano spiegare notizie. Per questo sono necessari i giornalisti. Oltretutto va ricordato che la qualita' dell'informazione e' un indice della qualita' della democrazia'.

 

2. DE BENEDETTI, IN TRE ANNI 20% RICAVI DA PUBBLICITA' INTERNET...
(Adnkronos) - Il Gruppo L'Espresso ha l'obiettivo di raggiungere il 20% dei propri ricavi entro tre anni dalla pubblicita' su internet. Lo ha annunciato il presidente Carlo De Benedetti partecipando a un convegno nella giornata inaugurale del convegno dell'Fnsi.

"Il Financial Times ottiene una quota rilevante dei suoi ricavi dalla pubblicita' su internet. Noi siamo ancora lontani pero' il mio gruppo ha l'obiettivo di arrivare al 20% dei ricavi totali attraverso la pubblicita' su internet in tre anni", ha detto De Benedetti.11-01-2011]

 

 

M&C: DE BENEDETTI DEPOSITA IN CONSOB DOCUMENTO OPA...
(ANSA) - E' stato depositato in Consob il documento relativo all'Opa (offerta pubblica di acquisto) obbligatoria totalitaria promossa dalla società dell'ingegnere Carlo De Benedetti, Per, su Management & Capitali. Lo annuncia una nota della stessa Per, in cui si precisa che le garanzie sull'operazione sono state rilasciate dalla Popolare di Sondrio, mentre Intermonte Sim agirà come intermediario per la raccolta delle azioni. Lo scorso 21 dicembre Per aveva acquistato una partecipazione complessiva di M&C pari al 44,42% e a seguito del superamento della soglia del 30% aveva comunicato al mercato l'obbligo di lanciare un'Opa, come previsto dal Testo unico della finanza, al prezzo di 0,215 euro per azione.

10-01-2011]

 

 

INGEGNER GHE PENSI MI - “MANAGEMENT & CAPITALI”, LA SOCIETÀ CHE DOVEVA SALVARE L’ECONOMIA ITALIANA, NON HA CONCLUSO GRANCHÉ, MA ORA DE BENEDETTI SE LA RICOMPRA TUTTA, SENZA FIGLI DI MEZZO - DALLA MANCATA PARTECIPAZIONE DELL’ODIATO BANANA DI HARDCORE, ALLE TRE OPA MISTERIOSE DEL 2009, PER CUI LA CONSOB ANCORA INDAGA, OGGI DIVENTA IL GIOCATTOLO PER IL PENSIONATO CARLETTO, CHE I CARI EREDI NON VOGLIONO PIÙ TRA LE SCATOLE NELLA CIR

Giovanna Lantini per "il Fatto Quotidiano"

Chi aveva tirato un sospiro di sollievo dandolo per pensionato, può definitivamente scordarsi i sonni tranquilli: Carlo De Benedetti si prepara a tornare a ruggire in Borsa. Da solo, o comunque con soci di peso notevolmente inferiore al suo e, quindi, senza dover condividere strategie e decisioni chiave con chicchessia. Neppure con i figli. Strumento della seconda giovinezza finanziaria dell'editore di Repubblica sarà la contesissima Management & Capitali.

 

Ovvero l'ex fondo salvaimprese concepito nel 2005 con l'ambizioso obiettivo, successivamente ridimensionato con poche operazioni di piccolo taglio, di salvare l'industria italiana in difficoltà a partire dall'Alitalia. Il mese scorso l'ingegnere ha comprato dal socio Tamburi Investment Partners il 17 per cento di M&C mettendo sul piatto più di 17 milioni di euro.

A cui andranno aggiunti i 56,6 milioni che sarebbero il costo dell'Opa che De Benedetti dovrà promuovere sulla stessa M&C. Questa mossa aveva suscitato più di un interrogativo sul motivo di tanto interesse per un fondo del quale non si ricordano tanto gli affari messi a segno quanto le scintille generate in Borsa nel 2009 per effetto delle numerose offerte di acquisto concorrenti tuttora al vaglio della Consob.

 

Qualche risposta agli interrogativi sulle strategie dell'Ingegnere è però iniziata ad arrivare. Questa settimana la Per spa, società totalmente controllata da De Benedetti, della quale l'editore di Repubblica è anche amministratore unico, è diventata proprietaria della maggior parte delle azioni M&C che furono di Tamburi. Tra breve lancerà l'Opa e poi, ha annunciato, procederà a "una complessiva rivisitazione delle strategie di M&C, tendente all'ampliamento delle tipologie di investimento che non riguarderanno soltanto attività industriali da ristrutturare, bensì qualsiasi attività consentita dall'oggetto sociale".

 

In altre parole, l'ex fondo salvaimprese affiancherà alle ristrutturazioni di aziende anche gli investimenti in società finanziarie, immobiliari, commerciali, di servizi, nonché in strumenti finanziari quotati e non. Insomma, M&C potrà muoversi a tutto campo. E senza abbandonare la Borsa dove attualmente De Benedetti è presente anche con altre società, a cominciare dalle holding di famiglia Cofide e Cir, nelle quali, però, condivide il controllo assieme ai figli. Curiosa operazione per un uomo che quasi due anni fa, aveva lasciato intendere a una platea stupita di voler tirare i remi in barca.

 

"Alla fine di quest'anno compirò 75 anni. Ho pertanto deciso di lasciare tutte le presidenze delle società del Gruppo che ho fondato", aveva dichiarato De Benedetti nel corso di una conferenza stampa convocata ad hoc. Una decisione che sembrava mettere una pietra sopra alla diversità di vedute con il figlio Rodolfo, il numero uno della holding Cir, che non ha mai fatto mistero di pensarla diversamente dal padre ad esempio in tema di editoria. Ma d'ora in poi, con la nuova M&C, l'Ingegnere avrà un nuovo giocattolo tutto per lui. Giusto per evitare possibili incomprensioni con gli eredi. 24-12-2010]

 

 

SAWIRIS CHIUDE LA QUERELLE CON BENEDETTI E ORA ATTENDE VIMPELCOM F. D. R. per il "Corriere della Sera" - La lunga querelle tra Naguib Sawiris e Alessandro Benedetti, il consulente che nel 2005 affiancò il Faraone nell'acquisizione di Wind, è finita. La Corte d'appello di Londra ha riconosciuto ieri che effettivamente Benedetti aveva avuto un ruolo importante nell'affare, ma non quello di socio di Sawiris, come aveva sostenuto il finanziere emiliano ottenendo anche una sentenza a suo favore dall'Alta Corte londinese al quale si era rivolto per ottenere la sua parte: il 30%del gruppo telefonico.

Il primo round era terminato quindi con la vittoria del finanziere e la condanna di Sawiris a pagare un'indennità di 75 milioni di euro. In aggiunta ai 67 milioni di parcella già versata all'epoca dell'operazione. Troppo poco per le mire di Benedetti, troppo per il patron di Wind. Alla fine lo scontro è andato avanti, arrivando fino in Corte d'appello. Che ora si è pronunciata riconoscendo le ragioni di Sawiris: non c'era insomma un socio occulto a fianco del Faraone ma un consulente. Che va retribuito giustamente per il lavoro fatto.

 

Non però con i 75 milioni stabiliti dall'Alta Corte, bensì a prezzi di mercato, ossia con 14,5 milioni di euro. Dai quali vanno detratte le spese legali, del primo ricorso e di quello d'Appello, pagate da Sawiris e dalle sue fiduciarie, pari a circa 10 milioni di euro. Il 30%di Wind quindi è salvo e saldo nelle mani dell'imprenditore egiziano che può quindi girarlo a Vimpelcom, con la quale ha firmato un preliminare per cedere la compagnia telefonica. Sempre che i russi la vogliano ancora.17-12-2010]

 

 

 

 

 

CHE AFFARE L'ULTIMO GIOCATTOLO DI CARLO...
Una manciata di milioni per tornare a divertirsi, anzi a guadagnare. In borsa, dove 3 anni fa Carlo De Benedetti aveva annunciato il proposito di ritirarsi dall'attività, ci s'interroga sulle reali intenzioni dell'Ingegnere dopo l'acquisto, per 17 milioni, della quota di Gianni Tamburi nella finanziaria M&C. De Benedetti, che ora dispone del 44 per cento del capitale, dovrà lanciare un'opa con un impegno massimo teorico di 56 milioni, probabilmente assicurati dalla Goldman Sachs. Ma il rischio è solo teorico perché all'operazione non aderirà la Tip di Tamburi, che resta con il 3 per cento circa, né la Luxemburgeoise dell'amico François Pauly, forte del 6,3, né la Banca Intermobiliare (4,3).

 

A queste quote va aggiunto il 13,5 per cento in azioni proprie controllato dal cda. Insomma, l'opa al limite interesserà il 28- 29 per cento del capitale. Ma la previsione è che almeno la metà dei soci preferisca tenersi le azioni. Così per De Benedetti l'esborso aggiuntivo potrebbe essere di una dozzina di milioni o anche meno. Un ottimo affare, visto che in cassa la M&C ha circa 42 milioni.

Di sicuro De Benedetti non si accontenterà di amministrare il pacchetto di Treofan, azienda chimica tedesca, o quel che resta della Botta filati, cioè gli unici due investimenti della società.

 

Facile che l'Ingegnere tornerà a colpire. Magari nella prospettiva di coinvolgere più avanti Alessio Nati, genero di Silvia Monti, moglie di De Benedetti. Finora la M&C non ha portato fortuna a Nati: prima è sfumata l'opa promossa dalla sua cordata, poi c'è stata la multa per insider, assieme alla moglie e ad altri parenti della signora Silvia. Ora si cambia. (U.B.)03-12-2010]

 

 

SMENTITA FLASH: "Un portavoce di De Benedetti precisa che l’Ing non ha traslocato nessun patrimonio in Svizzera" - PRENDIAMO ATTO: LA CLASSIFICA DEI Paperon de’ Paperoni compilata dalla rivista economica "Bilanz" CONSIDERA I PATRIMONI DEI CITTADINI SVIZZERI E NON I PATRIMONI DETENUTI NELLA CONFEDERAZIONE... –

03-12-2010]

 

 

2. M&C +13% DOPO ANNUNCIO OPA DI CARLO DE BENEDETTI...
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Management & Capitali balza del 12,8% circa a Piazza Affari, in scia alla notizia che Carlo De Benedetti, azionista con il 27,5% circa, lancera' un'opa sulla societa', dopo aver comprato la quota del 16,9% in mano alla Tamburi Investments Partners (che detiene il 20,3% attraverso la stessa Tip e Secontip).

Le azioni M&C si avvicinano cosi' al prezzo dell'offerta, pari a 0,215 euro, trattando ora a 0,2126, dopo aver chiuso la seduta di ieri a 0,1885 euro. L'opa, che sara' obbligatoria poiche' De Benedetti avra' il 44,42% delle azioni, verra' realizzata entro 20 giorni dall'acquisto dei titoli posseduti dalla societa' fondata da Gianni Tamburi, prevista per il 21 dicembre 2010.   25-11-2010]

 

M&C: De Benedetti sale, opa in arrivo a 0,215 euro (dai giornali)

TELCO: staffetta spagnola nel consiglio di Telco (Il Sole 24 Ore, pag. 43)

 25-11-2010]

 

 

DE BENEDETTI SISTEMA LA CASSAFORTE, EDOARDO NON SALE...
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

Carlo De Benedetti, 75 anni, ha appena staccato, insieme ai tre figli, un assegno da 50 milioni di euro per ricapitalizzare la cassaforte di famiglia che controlla tutto il gruppo e che da due anni non distribuisce dividendi. All'Ingegnere, che possiede la maggioranza assoluta attraverso la fiduciaria Bim, è toccato di conseguenza il versamento più cospicuo.

 

Tutti soldi in contanti, nessun conferimento in natura (opzione prevista dallo statuto), cioè quote societarie o altri beni. L'operazione ha determinato un piccolo riassetto dell'accomandita «Carlo De Benedetti & Figli»: Edoardo, medico in Svizzera, 45 anni, il figlio più giovane dell'Ingegnere, ha ridotto la sua partecipazione diretta al 3,5% del capitale rispetto al 5,5% di un anno fa e al 7,5% del giugno 2009.

Sembrerebbe un parziale disimpegno. Edoardo, in sostanza, non ha sottoscritto direttamente le due tranche già realizzate dell'aumento di capitale. Contestualmente, però, si è accresciuta la partecipazione della fiduciaria Bim (dal 70 al 74% circa) che potrebbe aver assorbito, per conto degli altri membri della famiglia, l'inoptato del più giovane De Benedetti. Gli altri due figli, Marco, 48 anni, e Rodolfo, 49, hanno già versato nelle casse della holding oltre 5 milioni a testa.

Rodolfo è alla guida del gruppo industriale che attraverso Cir e Cofide controlla Espresso (editoria), Sorgenia (energia), Kos (sanità e residenze per anziani), Sogefi (componenti automobilistici) e altre attività finanziarie. L'operazione di rafforzamento patrimoniale venne lanciata il 30 aprile 2009, attribuendo una delega al consiglio di amministrazione per aumentare il capitale della cassaforte di famiglia da 69 a 170 milioni di euro entro il 2012.

Una prima tranche da 25 milioni è stata sottoscritta nell'ottobre 2009, la seconda tranche da 50 milioni pochi giorni fa. La «Carlo De Bendetti & Figli» ha chiuso il bilancio 2009 con 5 milioni di perdita (ma il consolidato registrava un utile di 37 milioni) contro i 3 milioni di rosso del 2008. In sostanza è mancato il flusso dei dividendi dal basso a compensare lo squilibrio degli oneri finanziari.

11.11.10

 

 CIR: KOS RINUNCIA A BORSA...
(ANSA) - Kos, la controllata di Cir attiva nella sanita', rinuncia a sbarcare in Borsa e apre il capitale, che resta in mano al gruppo della famiglia De Benedetti, ad Axa Private Equity. Quest'ultima entrera' nell'azionariato di Kos con il 41,1% rilevando le quote della maggior parte dei soci di minoranza e sottoscrivendo un aumento di capitale riservato. Nei prossimi tre anni, con ulteriori aumenti di capitale, la societa' salira' fino al 46,7%, per un impegno finanziario totale di 150 mln.

Il gruppo Cir ha registrato nei nove mesi un utile netto di 53,7 milioni, dai 139 milioni dello stesso periodo 2009, che aveva beneficiato di proventi non ricorrenti per 117 milioni. In crescita i ricavi (+11,5%) a 3.513,7 milioni e il margine operativo lordo che ha fatto un balzo del 40,8% a 289,7 milioni. Lo si legge in una nota.28-10-2010]

 

 

DRAGO DRAGHI DRAGA DE BENEDETTI - LA VIGILANZA DI BANKITALIA BLOCCA JUPITER FRANCE, LA FINANZIARIA CONTROLLATA DALLA HOLDING CIR - IL GIOCATTOLO DEL PATRON DEL GRUPPO ESPRESSO E’ NELL’ANTICAMERA DEL COMMISSARIAMENTO: PATRIMONIO INSUFFICIENTE, SCARSA ORGANIZZAZIONE E CONTI POCO TRASPARENTI - per rimettere in piedi Jupiter, CDB dovrà tirare fuori un bel po’ di quattrini

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

Il comunicato, ovviamente non diffuso fra i giornalisti, è stato nascosto sul sito internet aziendale. La notizia, del resto, brucia e in certi casi meglio riporre il megafono. La faccenda è scomoda (c'è di mezzo la vigilanza di Bankitalia) e riguarda la Jupiter Finance. Una società che di fatto si occupa di recupero crediti e che è l'ultimo "gioiello" dell'ingegner Carlo De Benedetti.

 

Il fatto è questo: la Banca d'Italia - che vigila, tra altro, sulle imprese che si muovono nella gestione di portafogli di crediti in sofferenza - ha sospeso Jupiter. Una sanzione, tanto per capire, analoga a quella adottata ad aprile scorso nei confronti di American Express (cui fu vietato di emettere nuove carte di credito). È una misura estrema, anticamera del commissariamento. Il giocattolo dell'Ingegnere si è rotto?

Quasi. Dalle carte emergono chiaramente i motivi che hanno spinto gli sceriffi di via Nazionale a congelare la spa del patron del gruppo Espresso. Che adesso, per rimettere in piedi Jupiter, dovrà tirare fuori un bel po' di quattrini: deve mettere mano alla dirigenza; rendere più trasparenti i bilanci; e aumentare il patrimonio, considerato non adeguato.

 

Sono proprio queste tre le ragioni che hanno spinto la vigilanza di palazzo Koch, lo scorso 8 ottobre, a entrare a gamba tesa nella vita di Jupiter. Il linguaggio usato dai vertici della spa di De Benedetti è tecnico: la nota fa riferimento a «taluni aspetti afferenti l'operatività della società». Bankitalia, come accennato, critica proprio l'assetto interno, il sistema informativo-contabile e, soprattutto, la posizione patrimoniale in relazione ai requisiti di vigilanza.

 

Più nel dettaglio, l'authority ha chiesto anzitutto di «procedere a una riorganizzazione delle funzioni interne»: insomma governance e top manager non sono adeguati. Stesso discorso per la struttura contabile, che probabilmente così com'è non rende troppo agevole la lettura dei bilanci e dei conti interni. Non è ancora chiaro, poi, quanto denaro andrà versato nelle casse di Jupiter per «riallineare» «il patrimonio ai requisiti» imposti da Bankitalia. In ogni caso, non si tratta di una passeggiata di salute.

 

Jupiter sostiene di aver già «intrapreso le iniziative necessarie» per rispettare le richieste dell'istituto guidato dal governatore, Mario Draghi. E in attesa delle nuove verifiche di Bankitalia si va avanti solo con la «gestione delle operazioni in corso». Dal 1 novembre, dunque, stop, dopo quasi cinque anni di vita. Un brutto colpo, specie per l'immagine e la reputazione fra i clienti. Che sono in particolare banche italiane. Le cui sofferenze (prestiti e mutui rimborsati a singhiozzo) vengono gestite proprio da Jupiter.

La spa di De Benedetti (controllata dalla holding Cir) aveva mostrato in poco tempo di sapersi muovere con una certa disinvoltura fra gli "incagli" degli istituti: costituita nel 2005, già nel 2006 era già riuscita a mettere insieme una cinquantina di portafogli crediti. La scommessa di De Benedetti, peraltro, sembrava essere vincente visto che la crisi ha inevitabilmente gonfiato le sofferenze degli istituti e il business di Jupiter è gioco-forza aumentato. Il colpo di Draghi, insomma, proprio non ci voleva. 20-10-2010]

 

 

Fino a due anni fa era poco più che uno sconosciuto. Poi nella battaglia per Management & Capitali qualcuno aveva letto il primo passo della marcia di avvicinamento di Alessio Nati alla galassia di casa De Benedetti, con cui il giovane finanziere romano ha consuetudine dopo aver sposato Una Donà dalle Rose, figlia di Silvia Cornacchia, ossia la moglie dell'Ingegnere. Ma proprio mentre il mondo della finanza sta tornato ai vecchi fasti, il finanziere ha scoperto l'immobiliare. Meglio, un'agenzia immobiliare: la House & Loft di Milano, di cui Nati è da poco il nuovo amministratore delegato. 23-10-10

 

 

1- SQUALO+ING! LA SANTA ALLEANZA PER SBUCCIARE IL BANANA DI MEDIASET - 2- MURDOCH AVREBBE OFFERTO AL GRUPPO ESPRESSO PER SEI CANALI 25 MILIONI DI EURO L’ANNO, CON UN’OPZIONE PER ACQUISTARE IL MULTIPLEX UNA VOLTA CHE CADRANNO I VINCOLI PER SKY ALLA TRASMISSIONE IN DIGITALE DELLA PAY PER VIEW - 3- NON è FINITA. GLI UOMINI DI MOCKRIDGE SONO INTERESSATI ANCHE AI CANALI DI UN’ALTRA TV DIGITALE, DALHIA. INSOMMA IL PATRON DI NEWSCORP CI CREDE. E IN CARLO DE BENEDETTI POTREBBE AVER TROVATO L’ALLEATO PERFETTO PER RISPONDERE ALL’AVANZATA DEL BISCIONE, ASPETTANDO LA GARA PER LE NUOVE FREQUENZE PREVISTA PER IL 2011

Federico De Rosa per il "Corriere della Sera"

 

Un primo accordo c'è già stato. Per portare Cielo, la tv in chiaro di Sky, sul digitale terrestre. I contenuti li ha messi Rupert Murdoch, le frequenze Carlo De Benedetti, firmando un'inedita alleanza che molti hanno letto come una mossa anti-Mediaset.

Non tanto per il coinvolgimento dell'Ingegnere quanto per «l'invasione di campo» di Sky in un segmento del mercato televisivo in cui il Biscione sta puntando forte. I colloqui non si sarebbero però fermati lì e secondo diversi osservatori presto potrebbero portare a un nuovo accordo tra i due. Ben più ampio del primo.

Murdoch starebbe puntando a prendere in affitto le frequenze che il gruppo Espresso avrà a disposizione via via che le trasmissioni saranno convertite dall'analogico al digitale. Cinque o sei canali, che verrebbero creati attraverso la digitalizzazione delle frequenze attualmente utilizzate da De Benedetti per diffondere Deejay Tv in analogico. Si parla anche di cifre.

 

Secondo alcune voci Murdoch avrebbe offerto 25 milioni di euro l'anno, con un'opzione per acquistare il multiplex una volta che cadranno i vincoli per Sky alla trasmissione in digitale della pay per view. Una fonte vicina al Gruppo Espresso conferma che «ci sono colloqui in corso, ma con tutti quelli che sono interessati ad andare sul digitale». Quindi non solo con Sky. Che da parte sua «smentisce accordi per l'acquisto di multiplex nel digitale terrestre».

Posizioni ufficiali, a cui fanno da contorno però molte voci che parlano di una possibile alleanza più stretta tra lo Squalo australiano e l'Ingegnere, in grado di creare non solo grandi suggestioni ma anche uno scenario inedito per il mercato televisivo. Rendendo più difficile la vita a Mediaset, che in attesa dell'assegnazione delle nuove frequenze sta accumulando terreno sulla nuova piattaforma.

 

Sky al momento ha le mani legate: l'Antitrust le ha vietato di sbarcare nel digitale a pagamento prima del 2012. Ma affittando un canale dal gruppo Espresso è riuscita ad aggirare l'ostacolo e ottenere il via libera per trasmettere Cielo, in chiaro però, ossia gratis. Ora gli uomini di Murdoch stanno parlando con Dalhia, la tv digitale della famiglia Wallemberg. Insomma il patron di NewsCorp ci crede. E in De Benedetti potrebbe aver trovato l'alleato perfetto per rispondere all'avanzata del Biscione, aspettando la gara per le nuove frequenze prevista per il 2011.

Le malelingue diranno che la comune antipatia per Silvio Berlusconi ha spianato la strada. Ma la verità è che a Murdoch più della politica interessa il business. Anche all'Ingegnere, ma nell'ordine inverso. E poiché per crescere nella nuova tv l'Espresso ha bisogno di investire i due potrebbero aver trovato un buon compromesso. Per mettere in difficoltà il nemico e tentare quello che nessuno è riuscito a fare sull'analogico, ossia il terzo polo.

I tempi di un possibile accordo tuttavia non sarebbero brevi. Intanto De Benedetti non ha ancora a disposizione l'intero multiplex da affittare a Sky. E' vero che Rete A, controllata dall'Espresso, ne ha due, ma il primo è saturo e l'altro nascerà con lo switch-off che sarà completato entro il 2012.

 

De Benedetti non è mai sembrato particolarmente interessato a fare concorrenza diretta ai broadcaster, ma a valorizzare le sue frequenze sì. E Murdoch potrebbe fare quegli investimenti necessari a migliorare la qualità di banda e ad ampliare la copertura. Soprattutto se l'intenzione, come dicono le voci, è quella di comprare le frequenze. Una possibilità che tuttavia De Benedetti al momento non avrebbe preso in considerazione. Dal gruppo che fa capo all'Ingegnere spiegano infatti che la via maestra è quella dell'affitto, ma che a un'offerta d'acquisto certo non direbbero di no senza averla esaminata.

Se così fosse Murdoch e De Benedetti metterebbero solide basi per fare concorrenza a Mediaset, aggiungendo alle frequenze già a disposizione quelle nuove che potrebbero essere assegnate a Sky. La quale potrebbe così replicare, su scala ridotta, ma non di molto, il modello satellitare con bouquet tematici e canali specializzati. Che entrerebbero nelle case di tutti e non più solo in quelle dotate di parabola. [15-10-2010]

 

 SCONTRO TRA EX RETTORI SUL LODO MONDADORI...
S. Fi. per "Il Sole 24 Ore" -
In ballo c'è un risarcimento record di 750 milioni. Una manna per Carlo De Benedetti, una sciagura per Silvio Berlusconi. Il «Lodo Mondadori», la spinosa vicenda della spartizione dell'impero della storica casa editrice, dura da venti anni, ma l'esito sembra una sfida tra ex rettori della Bocconi di Milano.

 

Il nodo cruciale del processo di appello in corso è una perizia attorno a cui ruota la decisione sull'ammontare del risarcimento. Il documento, che ha richiesto cinque mesi di lavoro, è stato predisposto da Luigi Guatri, chiamato dal Tribunale di Milano, rettore dell'università milanese circa venti anni fa. Ieri, però, la Fininvest ha chiesto chiarimenti sulla perizia (e un eventuale revisione-integrazione). E tra i consulenti della holding figura anche Angelo Provasoli, accademico, professionista e rettore della Bocconi dal 2004 al 2008. Il «Lodo Mondadori»? Scontro tra (ex) rettori.

01.10.10

 

GODO MONDADORI - DE BENEDETTI INCASSERÀ MENO, MA BUTTALI VIA 500 MILIONI, DAI 750 DECISI DAL GIUDICE RAIMONDO “TURCHESE” MESIANO - LA NUOVA PERIZIA DEL VICEPRESIDENTE DELLA BOCCONI GUATRI ELIMINA UNA SERIE DI VOCI DAL “DANNO FONDAMENTALE”, MA UNA VOLTA MOLTIPLICATO PER 3,12 (RIVALUTAZIONE MONETARIA + INTERESSI), RIMANE SEMPRE UN BEL GRUZZOLO per carletto

1- LODO MONDADORI: VERSO RISARCIMENTO A CIR - RIDIMENSIONATO IN BASE A PERIZIA...
(ANSA)
- Il danno subito da Cir nella vicenda del Lodo Mondadori esiste, ma e' stato ridimensionato: la Fininvest dovrebbe risarcire 450-500 mln.
Sempre che la perizia depositata oggi sulla causa sul Lodo Mondadori, tra Cir e Fininvest, sara' accolta in secondo grado. La Fininvest si riserva ogni commento sulla consulenza solo dopo un approfondito esame del documento. Mentre la Cir prende atto con soddisfazione dell'esito della consulenza, ma ritiene alcuni passaggi 'fortemente opinabili'.

 

2- SPARTIZIONE «PULITA» O «CORROTTA» I DUE VALORI NELLA GUERRA DI SEGRATE...
Sergio Bocconi per il "Corriere della Sera"

La consulenza tecnica dal pool guidato dal vicepresidente della Bocconi e super esperto di bilanci Luigi Guatri, dopo una serie di slittamenti dovuti a «complessità tecnica», è stata depositata ieri. E si tratta di un volumone di circa 200 pagine ricco di cifre, tabelle, spiegazioni sul metodo che ne rendono complessa la lettura anche agli addetti ai lavori.

Ma il quesito al quale sono stati chiamati a rispondere Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli era non solo delicato per la posta in gioco (comunque centinaia di milioni) e le implicazioni anche politiche, visto che le controparti sono la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi, ma complicatissimo anche perché si riferisce a fatti e valori di 20 anni fa: la «guerra di Segrate» per il controllo della Mondadori cominciata a fine '89 e conclusa il 29 aprile 1991 con la spartizione del gruppo editoriale.

 

Esito le cui condizioni sono però state fortemente influenzate dalla sentenza del 24 gennaio 1991 risultata in seguito «comprata» con la corruzione del giudice estensore Vittorio Metta. Il giudice Raimondo Mesiano in primo grado ha condannato la Fininvest a risarcire a Cir 750 milioni, somma che deriva dal danno subito da De Benedetti per aver trattato in condizioni rese sfavorevoli dalla sentenza «corrotta», più rivalutazioni e interessi dovuti al tempo trascorso. Con uno sconto del 20% perché, secondo Mesiano, la Cir avrebbe comunque avuto l'80% delle chance di ottenere una decisione favorevole in assenza di corruzione.

La Corte d'Appello ha perciò chiesto ai consulenti «se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenute fra giugno 1990 e aprile 1991, con particolare riguardo agli andamenti economici delle stesse e all'evoluzione dei mercati dei settori di riferimento». Le date vanno osservate con attenzione: perché, secondo quanto si legge nella sentenza Mesiano, nel giugno 1990 sono in corso trattative presso Mediobanca fra Cir e Fininvest per arrivare a una spartizione della Mondadori, sollecitata dal mondo politico e in particolare da Giulio Andreotti.

Ebbene, il 19 giugno 1990 il negoziato sarebbe arrivato a definire la divisione della Mondadori con l'offerta da parte di Fininvest di un conguaglio monetario a favore della Cir di circa 400 miliardi di lire, proposta che non viene successivamente riconosciuta dal gruppo Berlusconi ma che Mesiano (che cita, fra le altre, le testimonianze dell'avvocato Sergio Erede, dal lato Cir di Corrado Passera e dal lato Fininvest di Fedele Confalonieri) considera invece ampiamente provata e definisce spartizione «pulita». Il 29 aprile 1991, dopo la sentenza del 24 gennaio, si arriva invece alla spartizione che il giudice chiama «corrotta»: questa volta è la Cir a pagare a Fininvest un conguaglio di 370-400 miliardi di lire.

 

La Corte d'Appello ha chiesto al pool guidato da Guatri di stabilire se nella differenza di prezzo fra la spartizione «pulita» e quella «corrotta», che Mesiano indica in 236,5 milioni di euro e considera come «danno fondamentale», siano intervenute anche «variazioni di valore», cioè in sostanza oggettive, dipendenti da svariate componenti e che i consulenti calcolano spiegandone ampiamente metodologie e basi ricostruttive.

La misura complessiva viene indicata in 86,7 miliardi di lire, pari 44,5 milioni di euro. Somma che per 40 miliardi si riferisce ad Ame-Amef (Mondadori editoriale e finanziaria), 24 miliardi a la Repubblica, 9,7 a l'Espresso e 11,7 a Finegil (i quotidiani locali). Questa variazione di valore, considerata «oggettiva» e quindi non dipendente dalle condizioni rese sfavorevoli dalla sentenza «corrotta», è pari al 18,8% del danno fondamentale calcolato da Mesiano e andrebbe dunque dedotta da questa cifra.

Inoltre, secondo altre informazioni ricavate dai consulenti anche se non richieste dalla Corte d'Appello, il Tribunale ha commesso un «errore di calcolo» compreso fra 34,5 e 54,1 milioni di euro che ridurrebbe il danno fondamentale a una cifra compresa fra 182,2 e 202 milioni (rispetto alla quale la «variazione di valore», oggettiva, passa al 22-24%) Infine, i periti ritengono che un'altra voce che il giudice Mesiano aggiunge al danno fondamentale, chiamata «integrazione equitativa» e pari a 47,5 milioni, nella quasi totalità «non può avere dimostrazione quantitativa».

 

La consulenza non si occupa invece di altre componenti che secondo Mesiano concorrono a stabilire il «danno finale», cioè le spese legali (8,2 milioni) e la «lesione dell'immagine patrimoniale di Cir» (20,6 milioni). Né tratta la rivalutazione monetaria e gli interessi che moltiplicano per 3,12 volte la cifra del danno e neppure lo «sconto» del 20% applicato in relazione al ragionamento sulle «chance» della Cir di ottenere una sentenza favorevole se non corrotta.

Alla fine dunque sulla base della perizia, attraverso calcoli che non sono però contenuti nelle 200 pagine della consulenza, si può dire che il danno finale, cioè il risarcimento di Fininvest a Cir, calcolato da Mesiano in 749,9 milioni, si ridurrebbe del 35-41%, cioè di una cifra compresa fra 264 e 310 milioni, e si aggirerebbe fra 440-490 milioni. [25-09-2010]

 

 

3. LODO MONDADORI: CONSULENZA, DANNO C'E' STATO MA INFERIORE A 750 MLN...
Radiocor - La Cir ha subito un danno dal modo in cui si e' conclusa la guerra di Segrate, ma e' piu' basso rispetto a quello quantificato in 750 m ilioni di euro nella sentenza di primo grado del tribunale di Milano nella causa tra la Cir e la Finivest.

Lo hanno sostenuto i tre periti nominati dalla Corte d'Appello di Milano Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli. Secondo la perizia depositata questa mattina al tribunale di Milano, il danno subito dalla Cir dopo l'accordo dell'aprile 1991 per la spartizione degli asset Mondadori, Espresso e Repubblica e' inferiore del 22-24% rispetto a quello indicato dal giudice Raimondo Mesiano.

4. SE PERIZIA ACCOLTA IN II GRADO DANNI INFERIORI 30-35%...
Radiocor - Il risarcimento danni riconosciuto alla Cir da parte del tribunale di Milano di 750 milioni di euro in secondo grado potrebbe ridursi del 30-35% ovvero tra i 260 e i 310 milioni di euro. Se i giudici della Corte d'Appello di Milano dovessero confermare la sentenza di primo grado e accogliere completamente l'esito della perizia affidata a Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli allora il risarcimento danni alla Cir per la vicenda nota come Lodo Mondadori potrebbe risultare piu' basso di quello riconosciuto in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano.

 

5. LODO MONDADORI:ACCERTAMENTI CONSOB SU ANDAMENTO CIR IN BORSA...
(ANSA) - La Consob ha avviato "i consueti accertamenti del caso" in merito all'andamento del titolo Cir in Borsa, decollato a Piazza Affari dopo che si è diffusa la notizia del deposito della consulenza tecnica disposta dal Tribunale di Milano. Secondo quanto riferito da ambienti vicini alla commissione, sono in corso accertamenti preliminari, relativi all'analisi dell'operatività sul titolo, cioé su chi ha comprato e chi ha venduto azioni, nonché sulla concentrazione degli scambi, se limitati a pochi soggetti o invece diffusi su una platea più vasta di investitori

[24-09-2010]

 

 

 

 PERIZIA MONDADORI ALL'ULTIMO RINVIO, SLITTA AL 24 SETTEMBRE...
S. Bo. per il "Corriere della Sera" - Nuovo e con grande probabilità ultimo rinvio per la perizia sul Lodo Mondadori. Ieri Luigi Guatri e il pool di professionisti che sono al lavoro sulla Ctu, la consulenza tecnica d'ufficio, hanno comunicato alle parti, la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi, che il lavoro sarà consegnato non il 15 ma venerdì 24 settembre.

 

È la terza «proroga» richiesta: in un primo tempo il deposito della perizia era previsto per metà luglio, poi è stato spostato al primo settembre, quindi a metà mese e ora l'ultimo breve posticipo. La ragione dei rinvii richiesti da Guatri e dai professionisti che lavorano in pool con il vicepresidente della Bocconi, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli, è tecnica: la perizia è, oltre che per vari motivi delicata, complessa da realizzare.

La Ctu è stata disposta in marzo dalla Corte d'Appello di Milano, dopo che in primo grado il giudice Raimondo Mesiano ha condannato la Fininvest a risarcire la Cir con 750 milioni per i danni derivanti dalla conclusione nell'aprile del 1991 della «guerra di Segrate» per il controllo della casa editrice (cifra che supera di 150 milioni le capitalizzazioni sia di Mondadori sia dell'Espresso, che si aggirano in entrambi i casi sui 600 milioni, e rappresenta circa il 60% del valore di Borsa Della Cir).

 

La perizia era stata sollecitata dalla Fininvest. I giudici hanno concordato sulla sua necessità pur modificandone il perimetro rispetto a quanto richiesto. Hanno infatti deciso che la Ctu è chiamata a stabilire «se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento». Il periodo è appunto quello più caldo della guerra di Segrate, scandita da sentenze e ricorsi in tribunale.

Che si conclude con la sconfitta di De Benedetti in Appello il 24 gennaio 1991 e l'ultimo negoziato che porterà alla spartizione. La sentenza è però successivamente risultata «comprata» con la corruzione del giudice estensore Vittorio Metta. Mesiano dispone dunque il risarcimento da «perdita di chance»: la corruzione accertata avrebbe privato De Benedetti della «chance di un risultato favorevole». Chance determinata nell'80%». Perciò il risarcimento è stato calcolato con lo «sconto» del 20% rispetto al danno patrimoniale quantificato dai giudici in 937,4 milioni. Sentenza che ha riaperto la partita dei ricorsi. E ora si attende la perizia.  14-09-2010]

 

 

DE BENEDETTI SE NON ATTERRA (NELLE LANGHE) S’INTERRA – IL COMUNE VIETA A CDB DI USARE L’ELICOTTERO PRIVATO NELLA SUA PROPRIETÀ - LUI SI CONSOLA SCEGLIENDO DOGLIANI PER ERIGERE IL SUO SEPOLCRO E COSTRUENDO UNA CASA DI RIPOSO – GUAI ANCHE DAL FISCO: CONTENZIOSO COL GRUPPO ESPRESSO (43,9 MLN). IL CDA “ACCANTONA” 11 MLN…

1 - DE BENEDETTI SE NON ATTERRA S'INTERRA...
Da www.lospiffero.com

 

Se, per il "no" deciso di un vicino, non potrà "atterrare" con l'elicottero personale a Dogliani, nella sua nuova tenuta, l'ing. Carlo De Benedetti, editore del gruppo Repubblica Espresso, ha deciso che comunque sarà "interrato", ovviamente il più tardi possibile, nel tranquillo paese delle Langhe, celebre per i suoi nobili vini e per aver ospitato Luigi Einaudi.

Il finanziere torinese, classe 1934, che ha preso residenza nell'amena cittadina, con la consorte Silvia Cornacchia (in arte Silvia Monti, già contessa Donà delle Rose), fin dal febbraio scorso, ha infatti acquistato nel cimitero del paese una vecchia tomba in disarmo e la sta facendo restaurare per farne il monumento funebre di famiglia.

Una prova ulteriore del suo improvviso innamoramento per Dogliani, dopo anni di residenza in Svizzera a Sankt Moritz. A indurlo a scegliere il buen retiro langarolo pare sia stata l'amicizia con un maestro della vinificazione della zona, quel Quinto Chionetti autore di due perle del dolcetto Doc, il "San Luigi" e il "Briccolero".

 

Ma siccome l'ingegnere, anche nel rifugio dorato di Dogliani non dimentica di essere un finanziere d'assalto che persegue, senza troppi scrupoli, la moltiplicazione del denaro, nella borgata Biarella, proprio accanto al cimitero, sta costruendo una grande e lussuosa casa di riposo per anziani, operazione che pare stia facendo in altre parti d'Italia essendo convinto che l'invecchiamento della popolazione è un business succulento.

D'altra parte il maggior azionista di Repubblica dovrà ben rientrare delle spese per i quattro casali acquistati a Dogliani. Il 22 maggio 2008 ha avuto un finanziamento di 5 milioni di euro dalla Banca Popolare di Sondrio al tasso del 5,5% all'anno per 15 anni. Finirà di pagare nel 2023 quando avrà 89 anni. E gli anziani ospiti della Borgata Biarella contribuiranno.

 

2 - SULL'ESPRESSO PENDE UN CONTENZIOSO FISCALE PER 43,9 MLN...
Gabriele Mastellarini per "Il Mondo"

Sul gruppo Editoriale L'Espresso presieduto da Carlo De Benedetti pende la scure di un contenzioso fiscale da 43,9 milioni di euro. Lo stesso consiglio di amministrazione ha ritenuto «probabile» il rischio di dover far fronte ad imposte non pagate per 28,022 milioni. E sono in ballo anche sanzioni per ulteriori 15,9 milioni.

Così, prima della chiusura dell'ultimo bilancio, il cda de L'espresso ha messo le mani avanti decidendo di accantonare «in via straordinaria» 11,355 milioni di euro, portando il valore complessivo del fondo rischi per pendenze tributarie a 28 milioni «pari all'intero importo accertato, ad esclusione delle sanzioni».

 

Il contenzioso con l'Agenzia delle Entrate è relativo a operazioni di usufrutto azionario effettuate con soggetti esteri. Alla luce della più recente giurisprudenza in materia e, in particolare, di una sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio del dicembre 2009, gli amministratori de L'Espresso hanno ritenuto di effettuare l'ulteriore accantonamento di 11,3 milioni, «valutando come probabile» il rischio di tassazione «del costo sostenuto per l'acquisto dell'usufrutto, oltre agli interessi maturati», come riferisce la semestrale di bilancio appena diffusa. [10-09-2010]

 

 

 

Dopo l’insider trading di famiglia, UNA NUOVA ROTTURA (DI Pale) per carletto De Benedetti – svanisce la PISTA PER l’atterraggio dell’elicottero privato nel suo “buen ritiro” piemontese di Dogliani – tutta colpa dei due cani di Silvia Cornacchia (la consorte) che scagazzano in libertà nel campo di grano del vicino che, per ripicca, non gli vende il terreno indispensabile per l’atterraggio

http://www.lospiffero.com/

Carlo De Benedetti, finanziere ed editore di Repubblica, almeno per il momento, non potrà atterrare con l'elicottero personale nella sua proprietà di Dogliani, in provincia di Cuneo, quattro casali per un totale di 46 vani, dove dal febbraio scorso ha trasferito la sua residenza, prima fissata a Sankt Moritz, in Svizzera, insieme con quella della moglie, Silvia Cornacchia (in arte Silvia Monti).

 

Motivo banale: le ripetute "esuberanze escrementizie" dei suoi due cani da caccia, che regolarmente utilizzavano come toilette il campo di grano attiguo alla villa, terreno di proprietà di un contadino del luogo che abita a poche decine di metri, in strada San Luigi.

Uno scontro più vivace del solito fra la signora Cornacchia in De Benedetti e l'agricoltore, un certo Porro, dopo l'ennesimo raid dei due cani, evidentemente soddisfatti di defecare nel grano, ha rotto i già difficili rapporti di buon vicinato che la famiglia De Benedetti ha con molti doglianesi. «Vada a farli c... a casa sua», ha detto esplicitamente in buon piemontese, il signor Porro alla signora Cornacchia in De Benedetti. Che ha capito ed ha eseguito, sia pure controvoglia. Ma ormai l'armonia - già problematica con i doglianesi - era rotta.

Ma i veri problemi per il capo della Cir sono nati quando si è visto che per poter disporre di un'aviosuperficie minima per l'atterraggio dell'elicottero personale, come era abituato ad avere, in passato, nella villa sulla collina torinese, non lontana dalla residenza dell'Avvocato, era indispensabile acquistare il terreno attiguo.

 

Proprio quello scelto dai cani per le loro deiezioni. Il signor Porro, langarolo purosangue, avvicinato da un collaboratore dell'Ingegnere, alla richiesta di acquisto ha risposto molto tranquillamente: «Non ci penso nemmeno». E lo avrebbe ripetuto anche a un successivo e congruo rilancio dell'offerta. Langarolo duro, coriaceo ma lungimirante.

Due i comprensibili motivi del diniego. Primo: lo scontro verbale con la signora non è stato gradito, anche se rientra nel rapporto difficile tra De Benedetti e i doglianesi. Secondo: il viavai di un elicottero a quattro passi da casa è un sicuro disturbo. Ragionamento che non fa una grinza se si pensa che proprio ieri il neosindaco di Arzachena (Costa Smeralda) ha vietato l'atterraggio e il decollo degli elicotteri accanto alle ville dei vip per il medesimo motivo.

Il disturbo investirebbe a Dogliani una vasta zona, compreso uno dei templi sacri del vino langarolo, la cascina di Quinto Chionetti, che sorge a poca distanza, sempre in strada San Luigi. Così, per il momento, i cani si sono dovuti accontentare dei terreni di proprietà De Benedetti e l'Ingegnere utilizza la sua Porsche per raggiungere casa. Intanto il campo di grano si sta riprendendo dalle intemperanze dei due animali dall'intestino vivace.

  [27-08-2010]

 

 

 

 

 

ULTIME DAL CAPITALISMO DEMOCRATICO
"De Benedetti raddoppia la centrale dei veleni. Record di tumori in un paese ligure" succede a Vado ligure, dove si registra il 30% di tumori maligni ai polmoni in più rispetto al resto della Liguria". (Libero, p.1).

. 24-08-2010]

 

 

 

 - CONSOB: SANZIONI PER 3,5 MLN PER INSIDER TRADING SU CDB WEB TECH
Radiocor - La Consob ha applicato sanzioni per un totale di 3,5 milioni di euro, tra multe e confische, a sei persone fisiche e una societa' per insider trading sui titoli di Cdb Web Tech. Le delibere sono pubblicate nel Bollettino online dalla Commissione. Le sanzioni riguardano:

la societa' Ca.Bim. srl, Davide Colaneri, Alessio Nati, Renata Cornacchia, Una Dona' Dalle Rose, Augusto Girardini, Daniele Dolci e Alberto Gianni, per abuso di informazioni privilegiate. Il trading sui titoli della societa' e' avvenuto nell'estate 2005, utilizzando l'informazione privilegiata concernente il progetto dell'avvio da parte di Cdb della nuova iniziativa di investimento in imprese in difficolta', comunicato al mercato solo successivamente agli acquisti. Dopo la comunicazione, avvenuta il 28 luglio, i titoli sono stati venduti.

 

28.08.10

 

insider de benedetti - Nell’estate del 2005, quella delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del quartierino», c’erano anche altri furbetti intorno a Piazza Affari che si sono portati a casa illecitamente quasi un milioncino di euro. - Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti siano riconducibili, in un modo o nell’altro, all’editore del gruppo Espresso-la Repubblica…

Marceloo Zacché per Il Giornale

Nell'estate del 2005, quella delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del quartierino», c'erano anche altri furbetti che si muovevano, felpati, intorno a Piazza Affari. Quindi qui non si parlerà di Consorte, Fiorani o Ricucci. Ma di un'altra storia, finora inedita e di altri furbetti, finora nell'ombra, che si sono portati a casa illecitamente quasi un milioncino di euro.

 

Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti (più una società amministrata da uno di loro), siano riconducibili, in un modo o nell'altro, a Carlo De Benedetti, editore del gruppo Espresso-la Repubblica tramite il controllo dell'impero finanziario Cofide-Cir.

Sia chiaro: l'Ingegnere non è coinvolto nelle operazioni di cui la Consob ha trovato evidenze di reato. Ma tutto ruota intorno a lui. Così la Consob ha multato con 3,5 milioni i 6 soggetti, tra i quali ci sono Una Donà dalle Rose, figlia di primo letto dell'attuale moglie dell'Ingegnere Silvia Monti; suo marito Alessio Nati; la cognata dell'Ingegnere Renata Cornacchia e suo marito Augusto Girardini. Più altri tre imprenditori, clienti di Nati nella Banca Intermobiliare, la finanziaria della famiglia Segre, da sempre broker di fiducia di De Benedetti.

 

I sei sono stati sorpresi, processati e multati per insider trading, cioè per aver utilizzato informazioni privilegiate e riservate per comprare e guadagnare in Borsa. In altri termini, investire sapendo di aver un guadagno sicuro. Il sogno di molti italiani. Realizzato con la frode. È un reato penale, per il quale la Consob ha senz'altro segnalato gli estremi alla Magistratura. Ma questa e un'altra storia.

Quella che invece si può ora raccontare risale a quando, appunto nel luglio del 2005, la società Cdb Web Tech (una holding di investimenti fondata da Carlo De Benedetti che compare come acronimo nel nome stesso, Cdb), nata sulla scia della new economy, decide di varare un fondo per destinare risorse al salvataggio di imprese in difficoltà.

 

L'operazione, secondo quanto ricostruito e documentato dai segugi della Consob, viene decisa in una riunione del 13 luglio a Milano, presenti manager di Cdb e l'advisor (Mediobanca). Il cda approva la delibera il successivo 28 luglio e ne comunica gli estremi al mercato, con un comunicato in cui si dice che è stato conferito al presidente della società, De Benedetti, «l'incarico di valutare le modalità per avviare un'attività d'investimento in realtà industriali in difficoltà». Si trattava del famoso fondo a cui avrebbero poi dovuto aderire grandi nomi della finanza italiana, da Montezemolo a Della Valle, fino addirittura a Silvio Berlusconi. Poi non se ne fece nulla.

Ma l'annuncio fece schizzare i titoli di Cdb. E i furbetti hanno agito: tra il 13 e il 28 luglio del 2005, Donà dalle Rose, Cornacchia, Girardini, Nati, Alberto Gianni, Daniele Dolci e Davide Colaneri (tramite la Ca.Bim. srl di cui era amministratore) hanno comprato titoli per cifre comprese tra i 75mila e i 556mila euro, rivendendoli dopo la diffusione del comunicato con un profitto variabile tra i 25 e i 180mila euro a testa, per un totale di quasi 800mila euro.

Ma la Consob se n'è accorta notando, in particolare, l'attività svolta su tali transazioni dalla Banca Intermobiliare, per la quale, tra l'altro, Nati lavorava come «relationship manager». E per la Consob è stato Nati a fornire le informazioni a Colaneri, Dolci e Gianni, imprenditori romani suoi clienti in Bim. Nati, secondo la Consob «conosceva o poteva conoscere in base ad ordinaria diligenza il carattere privilegiato dell'informazione».

 

E così anche per gli altri familiari acquisiti dell'Ingegnere, Donà dalle Rose (ha acquistato per 264mila euro, lievitati in pochi giorni a 342mila); Cornacchia (110mila euro investiti, 34mila di profitto) e Girardini (267mila euro, divenuti 370mila). I 3,5 milioni di multa decisa dalla Consob corrispondono, per ciascuno, al doppio del profitto realizzato, sommato con la somma confiscata che, sempre per ciascuno, è pari al controvalore realizzato con la vendita. Per tutti, inoltre, la sanzione accessoria da 4 a 6 mesi di perdita dei requisiti di onorabilità.

 25-08-2010]

 

 

 

TREMONTI, BERLUSCONI E DE BENEDETTI: TUTTI CONTRO IL FISCO! - Lo Stato chiede alla Mondadori 200 milioni di euro per plusvalenze non contabilizzate in una fusione tra due holding - Mondadori vince il primo e il secondo grado di giudizio, lo Stato non si arrende, nel 2000 la vicenda finisce in Cassazione: a firmare il ricorso per conto della Mondadori è un famoso fiscalista, l’avvocato Giulio Tremonti – MA LA “SALVA-MONDADORI” SALVA ANCHE CDB DA UN vecchio guaio fiscale…

 

Stefano Feltri per Il Fatto Quotidiano

La guerra di Segrate per il controlllo della Mondadori continua, ma è durata così a lungo - vent'anni - che ormai assume forme sempre più strane. Per un caso del destino, un vecchio guaio fiscale di Carlo De Benedetti è diventato l'occasione per bloccare il regalo del governo Berlusconi alla Mondadori (che è della Fininvest, cioè la holding che fa capo proprio a Silvio Berlusconi).

I giudici della Cassazione, partendo dal procedimento che riguarda gli ex partner di De Benedetti della 3M Italia, fanno ricorso alla Corte di Giustizia europea, per bloccare la norma "ad aziendam" che permette alla Mondadori di risolvere un contenzioso con il fisco da 200 milioni pagandone solo 10. E tutto questo mentre la Cassazione - e proprio il procedimento Mondadori - sono al centro dell'inchiesta sulla cosiddetta P3. Ma partiamo dall'inizio.

 

DOPO SEGRATE.
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De Benedetti grazie a una sentenza che tre gradi di giudizio hanno stabilito essere stata comprata, con i giudici corrotti da Cesare Previti nell'interesse della Fininvest. Grazie all'imprenditore Giuseppe Ciarrapico, mandato da Giulio Andreotti, si trova una mediazione: a De Benedetti restano L'espresso, Repubblica e i quotidiani locali,in quel momento parte della Mondadori, a Berlusconi tutto il resto.

Vent'anni dopo non è ancora finita, pende ancora un risarcimento da 750 milioni di euro che la Fininvest potrebbe dover pagare alla Cir di De Benedetti. Una vicenda marginale di quello scontro riguarda un contenzioso della Mondadori con il fisco, derivante da una fusione interna al gruppo seguita alla guerra di Segrate.

Lo Stato chiede alla Mondadori 200 milioni di euro per plusvalenze non contabilizzate in una fusione tra due holding (operazione preliminare al passaggio delle testate giornalistiche a De Benedetti). Mondadori vince il primo e il secondo grado di giudizio, ma lo Stato non si arrende, nel 2000 la vicenda finisce in Cassazione: a firmare il ricorso per conto della Mondadori è un famoso fiscalista, l'avvocato Giulio Tremonti.

 

Dieci anni dopo Tremonti è ministro dell'Economia; mentre sta approvando la Finanziaria 2010 compare un emendamento che si presenta come un condono mirato: i soggetti che hanno contenziosi aperti con il fisco, hanno vinto i primi due gradi e sono in Cassazione, possono sanare la propria posizione pagando solo il 5 per cento del dovuto. E' l'identikit della Mondadori, che se la caverebbe con 10 milioni. Il blitz salta, lo ferma Gianfranco Fini, presidente della Camera.

 

La Procura di Roma, nelle carte dell'inchiesta sulla nuova loggia P3 ipotizza che a quel punto un gruppo di soggetti che agisce nell'interesse di Berlusconi sceglie un'altra strada. I pm attribuiscono il trasferimento (28 ottobre 2009) dal giudice competente alle sezioni unite alle pressioni su Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione fino a gennaio e quindi presidente delle sezioni unite, fatte da Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, due degli esponente più attivi della cosiddetta P3.

In cambio a Carbone sarebbe stato promesso uno slittamento di tre anni della pensione (obbligatoria a 75 anni). Per Berlusconi era anche il candidato ideale alla presidenza della Consob. Se le cose sono andate come dice l'accusa, la norma serve a guadagnare tempo. In primavera i parlamentari Pdl tornano all'assalto e la norma salva-Mondadori diventa legge a maggio, come emendamento al decreto sugli incentivi.

TUTTO INUTILE?
Ma forse è stato tutto inutile. Il primo ad approfittarne non è però Berlusconi, bensì un partner d'affari di De Benedetti negli anni Novanta, 3M Italia. Lo si apprende solo ora perché il 4 agosto la Cassazione, presieduta da Ernesto Lupo, ha depositato un'ordinanza con cui si chiede alla Corte di Giustizia europea di pronunciarsi sulla norma "salva-Mondadori", per stabilire se è compatibile con la normativa comunitaria.

La storia comincia nel 1996. La Procura di Ivrea chiede il rinvio a giudizio di varie persone, tra cui Carlo De Benedetti allora alla testa dell'Olivetti, per una presunta elusione fiscale da 43 miliardi di lire dell'epoca. La debenedettiana Olivetti, secondo l'accusa, si era prestata a una complessa operazione finanziaria con la quale due società americane, la 3M e la Shearson Lehman usavano una filiale italiana, la 3M Italia, per pagare meno tasse sui dividendi. L'Olivetti incassava i dividendi della 3M Italia, controllata della 3M, per conto della Sherman. Si chiama dividend washing.

 

La vicenda penale si chiude per De Benedetti nel 1997, quando viene prosciolto "perché il fatto non sussiste". Ma il fisco la pensa diversamente. Nel 2005 la sezione tributaria della Cassazione stabilisce che ha ragione lo Stato a chiedere indietro i soldi alla Olivetti, nel 2010 è ancora in pista il contenzioso tra il Tesoro e la 3M: lo Stato reclama 43 milioni di euro.

 

I vecchi partner di De Benedetti nell'operazione considerata legittima dalla giustizia penale ma truffaldina dal fisco erano stati fulminei: a meno di una settimana dall'entrata in vigore della "salva-Mondadori" stavano già approfittandone per chiudere il contenzioso pagando soltanto 1,1 milioni su 43.

IL DIRITTO UE.
Ma la Cassazione protesta. Secondo i magistrati della sezione contabile, il regalo governativo alla Mondadori si configura come un abuso di uno dei principi su cui si regge il mercato unico europeo, cioè la libertà di movimento dei capitali. In pratica, dicono i giudici, l'Italia rinuncia all'impegno di "reprimere pratiche abusive", rinunciando quasi del tutto alle "pretese impositive". E questo, stando al testo della legge, non è motivato da ragioni di politica economica, ma è una resa di fronte ai tempi lunghi della giustizia.

Se la Corte di Strasburgo darà ragione alla Cassazione, il condono pensato e approvato per la Mondadori non sarà applicabile. E De Benedetti, che ancora aspetta i 750 milioni di euro di risarcimento dalla Fininvest, avrà almeno un'occasione di esultare in questa ennesima puntata della guerra iniziata a Segrate vent'anni fa.

 

2 - SEGRATE STORY: VENT'ANNI DI BATTAGLIE, TRA GIUDICI CORROTTI E RISARCIMENTI MILIARDARI
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De Benedetti con una sentenza che poi risulterà comprata (con i giudici corrotti dall'avvocato Cesare Previti nell'interesse della Fininvest: il 23 febbraio 2007 i giudici di Milano condannano Previti, Acampora e Pacifico ad un anno e 6 mesi, il giudice Metta a due anni e otto mesi).

 

I direttori e i dipendenti di alcuni giornali, passati da De Benedetti a Berlusconi, si ribellano al nuovo proprietario; nella vicenda intervenne l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti che convocò le parti, mediando per una transazione: Repubblica, L'Espresso e alcuni giornali periodici locali tornarono a De Benedetti, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restarono alla Fininvest, con un conguaglio in denaro. Vent'anni dopo pende ancora un risarcimento di 750 milioni di euro che la Fininvest potrebbe dover pagare alla Cir di De Bendetti.

 

 [11-08-2010]

 

 

PANSA MIA, FATTI DE BENEDETTI - "l’Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce n’è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di “Repubblica” - Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo"... IL PENSIONATO FURIOSO CHE GIOCA ANCORA A FARE LA RIVOLUZIONE CARLO DE BENEDETTI PUNTA SULLO SFASCIO DEL PAESE MA NELLA GUERRA DI REPUBBLICA È SOLO UNA COMPARSA

 

Giampaolo Pansa per "Libero"

Se fossi Enrico Letta non mi farei sponsorizzare da Carlo De Benedetti. Letta è il giovane vicesegretario del Partito Democratico che vuole la poltrona di Pierluigi Bersani. Invece l'Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce n'è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di "Repubblica".

 

All'Ingegnere sarebbe piaciuto un mondo sedersi anche su quella. Ma non è elegante che il padrone di un giornale ne diventi anche il direttore. Tuttavia la voglia deve essergli rimasta. E non essendo riuscito a soddisfarla, in questi ultimi tempi ha moltiplicato le esternazioni, pur di finire sui media. Concionando a destra e a sinistra, rilasciando interviste chilometriche, partecipando a convention dove parla a ruota libera di tutto e di tutti. Ha fatto così venerdì scorso a Lazise, nel convegno "Nord Camp 2010", organizzato da Letta.

Qui l'Ingegnere, sfruculiato da un intervistatore intelligente come Antonello Piroso, il direttore del Tg della 7, ha ciacolato sull'universo mondo. Spaziando dal cavalier Berlusconi a soggetti ben più modesti, compreso il sottoscritto. Com'era fatale, "Repubblica" gli ha riservato una lunga cronaca dell'inviato Goffredo De Marchis. Ma neppure in questo servizio ho trovato un cenno al ventaccio politico che soffia sull'Italia. Una bufera malvagia iniziata da un contrasto, assolutamente legittimo, sulla legge che dovrebbe regolare le intercettazioni telefoniche.

 

E oggi arrivata a un punto di non ritorno che fa tremare. Un punto che bisogna avere la franchezza di chiamare con il suo nome: un clima da pre-guerra civile. Sugli stessi giornali dove appariva il bla bla dell'Ingegnere, i lettori hanno trovato una notizia da non trascurare.

Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato, ha denunciato ai carabinieri di ricevere minacce continue e pesanti, sempre a proposito della legge sulle intercettazioni. Un'escalation, cito il "Corriere della sera", che ha raggiunto il picco nelle ore del voto di fiducia a Palazzo Madama su quella legge.

Conosco abbastanza Gasparri per poter dire che è il contrario del pavido. Da collaudato missino, ne ha viste, fatte e patite di tutti i colori. Di solito, è un signore di umore allegro, ottimista e indifferente alla violenza verbale. Per questo, di certo non può essersi fatto intimidire da qualche e-mail o da un po' di telefonate minatorie. Ci deve essere qualcosa di più. Forse una brutta sensazione che si respira nell'aria. La stessa che avvertiamo in tanti.

 

Molti anni fa, il 1° settembre 1939, Hitler si impadronì della città di Danzica e l'annesse al Reich. Fu allora che si diffuse una domanda, proposta da chi temeva un conflitto mondiale. Diceva: "Dobbiamo morire per Danzica?".

L'interrogativo si sciolse da solo perché la guerra cominciò. Allo stesso modo, oggi mi chiedo: dobbiamo sfasciare tutto per una legge che regola gli ascolti telefonici e la loro pubblicazione sui giornali? Per le testate principali dell'Ingegnere, la risposta è una sola: sì. "Repubblica" ne ha fatto un caso di vita e di morte. E da settimane, tutti i giorni, batte sullo stesso chiodo.

Dicendo che la nuova legge conferma che in Italia la democrazia è morta, Berlusconi è il nuovo Mussolini e il popolo italiano deve difendere la propria libertà. Conosco i meccanismi che regolano la vita dei grandi giornali. Li conosco perché ho lavorato in tutte le primarie testate. Compresa "Repubblica" dove sono stato quattordici anni.

 

La loro missione è una sola: vendere più copie possibili e, in questo modo, acquisire più inserzioni pubblicitarie possibili. Ma alla "Repubblica" di oggi questo obiettivo non basta più. Diciamo sempre che è un giornale-partito, con lo scopo di guidare la sinistra italiana. Però questa immagine adesso è riduttiva.

Sotto la direzione di Ezio Mauro, "Repubblica" è diventato un giornale-guerriglia. Pronto all'assalto di chiunque non condivida le sue campagne, la sua idea di società, la sua voglia di potere. Non credo che tra le ambizioni di Mauro ci sia ancora la guida della sinistra italiana, ormai un fantasma. La pensa così l'Ingegnere che, al convegno di Letta, ha definito il Partito Democratico «una balena arenata sulla spiaggia».

 

Rivelando altresì che il direttore del suo giornale «non si chiede mai che cosa farà il segretario del Pd, perché teme di non ricevere risposta». Le conclusioni che possiamo trarre sono, per il momento, le seguenti. La prima è che l'Ircocervo formato dalla simbiosi Mauro-De Benedetti è il vero competitore di Berlusconi. L'anomalia italiana sta anche in questo. Da una parte c'è un premier votato da milioni di elettori. Se si muova bene o male, è una faccenda che non riguarda quanto vado dicendo.

 

Dall'altra c'è un giornale guerrigliero in grado di combattere senza regole, come succede in tutte le guerre civili. E che può farlo senza rispondere a nessuno. Sino a oggi, in questo corpo a corpo è sempre stata "Repubblica" ad avere la meglio. Non conosco come stia a copie vendute e a pubblicità incassata. Ma l'aria è di un giornale massiccio, forte di un potere che influenza altre testate, senza dissensi interni. Dunque è facile prevedere che Mauro continuerà nell'offensiva a testa bassa.

Che ha due sole alternative: la vittoria di "Repubblica" o quella di Berlusconi. Come andrà a finire non lo sa nessuno. Ma c'è un dato di fatto che conosciamo già: il clima politico del paese diventerà sempre peggiore. Ed è qui che sorge un problema per l'Ingegnere. Si è mai domandato, il grande Cdb, che cosa potrebbe accadere all'Italia quando dalla guerra civile di parole stampate e gridate si passasse a una guerra combattuta con altri mezzi? Si è mai chiesto, sempre Cdb, che cosa accadrebbe ai padroni come lui? Non avverte il peso terribile di puntare sullo sfascio del Paese?

 

Spero di sbagliarmi, ma ho l'impressione che a De Benedetti queste domande non interessino. Come tutti i signori anziani e frustrati, non sa vedere al di là del proprio naso. Gli preme soltanto di non sparire dietro il profilo roccioso del direttore di "Re - pubblica". Mauro non è anziano né frustrato.

Per di più, vuole passare alla storia come il nuovo liberatore dal nuovo Mussolini. Per questo, a Ezio non frega nulla delle esternazioni del suo editore. L'Ingegnere dica e scriva ciò che gli pare. Nell'Ircocervo la metà decisiva è quella di Topolino, come veniva chiamato Mauro nei suoi esordi professionali.

 

Ezio è un testardo, ha una marmorea fiducia in se stesso, non mollerà di un millimetro nella battaglia. Stando così le cose, Cdb resterà sempre poco più di una comparsa nel dramma che potrebbe andare in scena. Mauro spara parole. De Benedetti borbotta paroline. È così ingenuo da pensare che le mie critiche al suo impero di carta nascano dalla delusione di non aver potuto dirigere "L'Espresso". Mi sono messo a ridere. Poi ho pensato che i padroni come lui hanno sempre in mente poltrone da distribuire o da negare. Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo.

 

 

 [15-06-2010]

 

 

 

 CARLETTO ATTACCA L’ALTRO, BERLUSCONI - “È TALMENTE COSÌ FUORI DI TESTA CHE PENSA DI FARE IL BENE DEL PAESE. NON È UN MASCALZONE, NON È UNA CAROGNA, È L’ALBERTO SORDI DELLA POLITICA. ED È UNO DELLA P2” - E si SPARA UN DOTTO ANEDDOTO: “GIANNI LETTA HA ORGANIZZATO UNA COLAZIONE A CASA SUA. CI SONO ANDATO E IL PRESIDENTE BERLUSCONI MI È VENUTO INCONTRO DICENDOMI: "PERCHÉ NON MI VUOI BENE?". COME FACCIO, HO REPLICATO. MI HAI FREGATO LA SME, LA MONDADORI E PRETENDI ANCHE CHE TI VOGLIA BENE. MA VA A FARE IN CULO....” - CIDIBÌ CARICATO A PALLETTONI LIQUIDA IL DEFUNTO CARLO CARACCIOLO COME “TIRCHIO” - E sfancula GIAMPAOLO PANSA COME DI UNA “PERSONA ANZIANA CHE IN QUANTO TALE INACIDISCE UN POCHINO PERCHÉ PENSA DI NON AVERE AVUTO QUELLO CHE LA VITA GLI DOVEVA DARE” (BOTTE FINALI AL ‘DELUDENTE’ culatello BERSANI E AL MAGO DALEMIX)

Corriere.it

 

«Silvio Berlusconi è l'Alberto Sordi della politica ed è uno della P2»: lo ha detto Carlo De Benedetti, intervistato questa sera a Lazise (Verona) dal giornalista Antonello Piroso nell'ambito dell'iniziativa promossa dall'associazione «Trecento Sessanta» di Enrico Letta.

 

«È un bugiardo, punto». ha detto ancora De Benedetti del premier. «Penso che in molte cose sia davvero convinto di fare il bene del Paese - ha proseguito - È talmente così fuori di testa che pensa di fare il bene del Paese. Non è un mascalzone, non è una carogna, è l'Alberto Sordi della politica. Ognuno di noi ha delle caratteristiche - ha spiegato l'editore - e gli italiani ne hanno diverse: sono un po' bugiardi, un po' gradassi, un po' mascalzoncelli. Lui ha preso tutte queste cose, le ha messe insieme e le ha elevate al cubo». E secondo De Benedetti, Berlusconi «c'è riuscito mirabilmente, tanto è vero che gli italiani lo votano, gli danno il consenso: avranno una ragione».

 

«UNO DELLA P2» - Durante l'intervista di Piroso, De Benedetti ha detto di «avere avuto sempre una ritrosia ad essere cooptato», un aspetto questo, ha incalzato il giornalista, che lo accomuna a Berlusconi? «Beh, no. Lui è della P2», ha riposto De Benedetti. Poi ha ricordato l'ultima volta che ha incontrato il premier: «Letta ha organizzato una colazione a casa sua - ha raccontato De Benedetti -. Ci sono andato e il presidente mi è venuto incontro dicendomi: "Perché non mi vuoi bene?". Come faccio, ho replicato. Mi hai fregato la Sme, la Mondadori e pretendi anche che ti voglia bene. Ma va a f....».

 

BONAIUTI: «SOFFRE D'INVIDIA» - Immediata la replica dall'entourage del premier alle parole di Carlo De Benedetti, affidata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti: «Ho tutta l'impressione che l'ingegner De Benedetti soffra di invidia nei confronti del premier Silvio Berlusconi».

«BERSANI? MI HA DELUSO» - Cambiando pagina, Carlo De Benedetti ha parlato della delusione provata dopo la nascita del Pd, partito che per l'Ingegnere rappresenta una speranza che si è presto dissolta: «Quando il Pd è nato era una speranza, ma poi mi ha profondamente deluso», ha detto l'editore di Repubblica, che ha avuto però parole di elogio per il segretario Pierluigi Bersani.

«Ma lo vorrei vedere con un po' più d'entusiasmo - si è affrettato ad aggiungere - Bersani è una persona per bene. Lo stimo molto, è stato un ottimo ministro, è un caro amico perché è una persona estremamente per bene». L'imprenditore ha tuttavia ammesso che il segretario del Pd questa settimana l'ha deluso: «L'ho visto in tivù e difendeva gli enti pubblici. Per uno che è stato l'unico ministro italiano a fare delle liberalizzazioni vere, sentendolo difendere gli enti locali mi è sembrata una stranezza che non gli riconoscevo. Però la mia stima nei suoi confronti è totale».

De Benedetti ha confermato il suo giudizio negativo su Massimo D'Alema, ma non ha risparmiato anche altri personaggi parlando di Carlo Caracciolo come di un »tirchio« e di Giampaolo Pansa come di una «persona anziana che in quanto tale inacidisce un pochino perché pensa di non avere avuto quello che la vita gli doveva dare». Insomma, per De Benedetti, Pansa «è un po' in aceto».11-06-2010]

 

 

IL MISTERO DEL COMMISSARIO DAVANZONI - LO 007 DI ’REPUBBLICA’ IN SILENZIO STAMPA: L’ULTIMO ARTICOLO ANTI-CAV IL 26 FEBBRAIO - PANICO TRA I LETTORI: È IN ROTTA COL SUO GIORNALE? STA SCRIVENDO UN LIBRO? LE ZOCCOLE DI BERLUSCONI NON LO ECCITANO PIù? - MALSOPPORTA l’acquiescenza del suo giornale verso i vertici del Pd, una critica che condivide con l’editore Carlo De Benedetti, suo vero grande sponsor? AH SAPERLOStefano Filippi per "Il Giornale"

 

26 febbraio: sant'Alessandro, il patriarca che scalzò l'eretico Ario. Nel 1815 Napoleone fuggì dall'Elba, nel 1993 fu compiuto il primo attentato al World Trade Center di New York, nel 1802 nacque lo scrittore Victor Hugo, nel 1966 morì il pittore Gino Severini. E il 26 febbraio 2010 è stato consegnato alla storia l'ultimo scritto di Giuseppe D'Avanzo, vicedirettore di Repubblica che da tre mesi non dà segni di vitalità cronistica. Quel venerdì vergò l'ennesima articolessa contro Berlusconi: scelse il processo Mills.

«Corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli"», sono state le ultime parole famose. Nei giorni precedenti si era occupato della procura di Roma «porto delle nebbie», del caso Fastweb, della cricca Anemone-Balducci accusando in due interminabili paginate la «triarchia dell'emergenza» (ovvero Berlusconi, Bertolaso e Gianni Letta). Da allora il sipario è calato sulla prestigiosa firma del commissario Davanzoni (copyright Dagospia).

 

Tre mesi senza D'Avanzo sono come una settimana senza Porta a porta, un mese senza superenalotto, un anno senza ferie: insostenibili. Un silenzio stampa più assordante di quello di Mourinho. Mancano forse gli argomenti per il D'Artagnan della cronaca giudiziaria? Macché.

Nessuno meglio di lui inzupperebbe il mustacchione nelle liste di Anemone, nelle case dei ministri, nelle nuove intercettazioni di Moggi. Intrecci e intrighi, cricche e caste, appalti e affitti. Il segugio di Repubblica seguirebbe come nessun altro l'odore dei soldi lasciato da queste indagini che hanno già fatto dimettere un ministro.

 

Egli invece se ne resta in disparte col suo sigaro. Nemmeno una domandina a Scajola, le dieci di Noemi e Patrizia sono storia passata. Niente «scoop» investigativi. Niente lenzuolate come quelle dedicate ad Abu Omar, Telekom-Serbia, Mitrokhin, Riina, la D'Addario. Nessuna apparizione da Santoro, Floris, Annunziata, Gruber. Che gli è successo?

 

Tanto per restare in tema, il mutismo regna anche a Largo Fochetti, dove ha sede la redazione di Repubblica e dove pare che il vicedirettore "ad personam" (dopo essere stato anche un numero 2 operativo) non metta piede da un pezzo. Viene? Non viene? Scrive? Resta, va in pensione anticipata? O diventa direttore dell'Espresso? Domande senza risposta.

Da tempo Davanzoni respirava un'aria diversa. Uno della vecchia guardia come lui soffriva l'avanzata delle nuove leve del quotidiano. La coppia con Carlo Bonini, il "pistarolo" che co-firmava le maggiori inchieste, si è infranta nel gennaio 2007 con l'ultimo articolo a doppia firma dedicato al caso Mitrokhin.

 

La spaccatura si sarebbe acuita due mesi dopo, quando fu rapito in Afghanistan il collega Daniele Mastrogiacomo e un drammatico dibattito sull'opportunità di trattare per la sua liberazione lacerò Repubblica, un giornale sempre schierato sulla «linea dura» di cui D'Avanzo era un alfiere. Da allora, poco alla volta, l'editorialista ha preso sempre più le distanze dalla stanza dei bottoni.

Non gradirebbe nemmeno l'acquiescenza del suo giornale verso i vertici del Pd, una critica che condivide con l'editore Carlo De Benedetti, suo vero grande sponsor. Una leggenda dice che il direttore Ezio Mauro si sarebbe stancato delle «dieci domande».

EZIO MAURO - Copyright Pizzi

Un'altra che D'Avanzo si sarebbe aspettato più considerazione nel momento dei prepensionamenti. Un'altra ancora che sarebbe stato incastrato nelle lotte interne tra generazioni. Ma il grande fustigatore del caso Abu Omar non ha gradito scoprire che una collega del suo giornale è stata intercettata dai Ros mentre avvertiva il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro che era sotto inchiesta a Perugia per gli appalti dei grandi eventi. E ammetteva candidamente: «Mi chiama Bonini e mi fa... "Guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualcosa, avvertilo subito"».

 

D'Avanzo bastonava il porto delle nebbie mentre la sua vecchia spalla faceva il doppio gioco. Lui che aveva fatto cacciare due colleghi al tempo di Pollari Pompa e Mancino, ora si ritrovava avvolto nell'omertà su uno scandalo analogo scoppiato in casa propria. Come a De Benedetti, nemmeno a Peppe Repubblica piace più, anche se sabato scorso al «Riccioli Caffè» di via delle Coppelle a Roma ha vinto l'imbarazzo e si è seduto a chiacchierare al tavolo dove Mauro aveva pranzato con la moglie.

 

Ufficialmente però regnano «deserto e vuoto e tenebre sopra la faccia dell'abisso», come scrive Eliot. Perché, secondo il poeta inglese che D'Avanzo citava più spesso e cioè Shakespeare, «il silenzio è l'araldo più perfetto della gioia». E in questi mesi Davanzoni gode da matti. 26-05-2010]

 

HA RAGIONE DE BENEDETTI QUANDO DICE che IL MAGO Dalemix non ha mai fatto niente. Fanno tutto intorno! - DOPO IL FEDELISSIMO VICEPRESIDENTE REGIONALE FRISULLO, FINITO IN CELLA, DALLA PUGLIA ARRIVA UNA NUOVA SCOSSA PER BAFFINO: IL SUO BRACCIO DESTRO FASANO, EX SINDACO DI GALLIPOLI, È ACCUSATO DI CORRUZIONE E ABUSO D’UFFICIO - L’INCHIESTA È PARTITA DALL’OMICIDIO DI UN BOSS DELLA SACRA CORONA UNITA

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

- Dal Giornale (Foto Blow up)

Nel mare magnum delle malefatte pugliesi finisce nei guai un altro delfino del noto politico che invita ad andare a farsi fottere chi non la pensa come lui. Dopo l'arresto del suo braccio destro nonché vicepresidente della giunta regionale Sandro Frisullo (storie di escort e non solo); dopo le dimissioni dell'indagato segretario organizzativo del Pd, Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti con l'imprenditore Tarantini, quello della D'Addario a Palazzo Grazioli);

 

dopo il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra D'Alema e Tarantini); dopo l'iscrizione sul registro degli indagati dell'imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico (nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria.

All'alba di ieri il Ros di Lecce ha infatti bussato alla porta di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre uomo-ombra del Líder Maximo. I carabinieri gli hanno notificato copia di un'ordinanza d'arresto a suo carico, al pari di altri quattro coindagati, con accuse che spaziano dal concorso in «turbata libertà degli incanti e violazione del segreto d'ufficio», al «falso per induzione in errore determinato dall'altrui inganno», dalla «corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio» all'«abuso d'ufficio».

 

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata essenzialmente su alcune microspie piazzate nello studio legale di Fasano, il referente di D'Alema nel collegio ionico sarebbe stato il protagonista di conclamate irregolarità nella gestione degli appalti (cartellonistica pubblicitaria, costruzione del nuovo istituto nautico e del campus universitario), nella nomina di dirigenti di enti locali, nell'assunzione di personale da inserire nelle ditte vincitrici delle gare, nell'ottenere denaro per il Pd come corrispettivo ai favori prestati.

 

Il filone appalti nasce da una costola dell'inchiesta «Galatea» collegata all'omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario che appena tre giorni dopo l'omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l'ex sindaco Fasano (in passato era stato suo avvocato) mentre riceveva consigli su come muoversi e su cosa dire.

Nelle telefonate vennero fuori anche dettagli inediti - per gli inquirenti - sul delitto. In quel primo troncone d'indagine si faceva anche riferimento al progetto del boss Rosario Padovano di far fuori un altro ex sindaco di Gallipoli, attuale parlamentare del Pdl, Vincenzo Barba. Indagato per gli appalti, nel mirino per i rapporti col boss, l'amico del cuore di D'Alema aveva pensato bene di rinunciare a candidarsi alle ultime regionali. Non è bastato: l'hanno arrestato. 18-05-2010]

 

1- TRA I GIORNALI, L'ENERGIA, LA SANITÀ E I RISTORANTI "SPERIMENTALI", QUAL È IL CUORE DEGLI AFFARI DI CARLETTO DE BENEDETTI?
Come vanno gli affari a Carletto De Benedetti?, e soprattutto qual è il cuore delle sue attività?

 

È questa la domanda che si pongono gli ambienti finanziari dopo la presentazione di venerdì dei risultati del Gruppo Cir che ha chiuso il bilancio 2009 con un utile di 143,4 milioni. In questa occasione l'Ingegnere, che ha conservato la carica di presidente onorario del Gruppo dopo lo scontro del gennaio dell'anno scorso con il primogenito Rodolfo (lasciamo perdere l'altro rampollo Marco), non ha rinunciato a dire la sua sulle prospettive della holding che controlla le attività nell'energia, nell'auto e soprattutto nell'editoria con "l'Espresso-Repubblica".

 

Carletto non ha parlato di politica anche se la sua vera passione rimane quella di muoversi come un kingmaker che cerca di disegnare il futuro del sistema. Le ultime sortite con un articolo scritto di suo pugno su "Il Foglio" sono state interpretate come un ammiccamento alla linea rigorista di Giulietto Tremonti, e anche l'editoriale pubblicato ieri su "Repubblica" da Eugenio Scalfari conteneva apprezzamenti non malevoli nei confronti del ministro di Sondrio.

 

Se la politica rimane il cuore di Carletto, l'ultima novità è la scoperta del business nel mondo della sanità dove opera la società Kos fondata nel 2002. L'azienda prende il nome dall'isola greca ed evoca la figura di Ippocrate, il padre della medicina.

Nel corso dell'assemblea di venerdì Carletto e Rodolfo hanno annunciato la quotazione in Borsa entro l'estate di questa azienda che opera nelle residenze sanitarie, i centri di riabilitazione e la gestione ospedaliera. Per adesso è una piccola realtà che neri primi tre mesi ha fatturato poco più di 76 milioni di euro, ma sulla quale il calvinista Rodolfo (49 anni, una laurea a Ginevra) sembra puntare molto per creare valore.

 

Questa intraprendenza dovrebbe portare Kos a mettere i piedi nel mercato delle residenze per gli anziani. Contro l'iniziativa di De Benedetti padre e figlio si è scatenato senza tanti fronzoli l'imprenditore di Padova, Angelo Ferro, un professore 73enne che fino a poco tempo fa sedeva nel Consiglio di amministrazione di Rcs e nel Consiglio di sorveglianza di IntesaSanPaolo.

Costui gestisce in Veneto 9 residenze per anziani, ma è noto per essere anche capo dell'Unione degli Industriali Cattolici (Ucid) e nei giorni scorsi ha riempito le pagine del "Corriere" e del "Sole 24 Ore" per tuonare contro quelli che come i De Benedetti vogliono trarre profitto sulla sanità.

 

La guerra del professor Ferro si annuncia pesante e a dargli manforte sono stati anche il giornalista vicentino Gian Antonio Stella e il padovano Antonio Quaglio che sul "Sole 24 Ore" si occupa di finanza e sussidiarietà. Nonostante queste resistenze etiche e ideologiche la Cir di De Benedetti non intende fare marcia indietro e la controllata Kos sbarcherà entro settembre a Piazza Affari.

Ma non basta, perché al business della terza età Carletto e il figlio calvinista vorrebbero aggiungere anche quello della ristorazione. A questo proposito hanno annunciato di voler aprire in Baviera un ristorante italiano "Fast Casual". "L'obiettivo - ha spiegato Rodolfo - è di puntare sull'innovazione tecnologica per accorciare i tempi di permanenza al ristorante".

 

Sono proprio queste iniziative, incerte e curiose, a rendere perplessi gli analisti della Borsa che non riescono a cogliere il senso di una strategia diversificata tra i giornali, l'energia, la sanità e i ristoranti "sperimentali". E c'è chi con un po' di malizia mette a confronto l'immagine di Ippocrate con quella di Sergio Marpionne e delle numerose aziende che riescono a sopravvivere e a fare guadagni grazie alla riscoperta del core business.

 

 

TIP E DE BENEDETTI, RISALE LA FEBBRE M&C...
S. Fi. per "Il Sole 24 Ore" - Torna bollente il dossier M&C? Con degli acquisti passati sottotraccia, ma registrati dalla Consob, Carlo De Benedetti e Giovanni Tamburi, a un anno di distanza, ripartono in quarta sul fondo salvaimprese. Dodici mesi fa erano iniziate le scintille tra i due per il controllo di M&C. È stata poi un'escalation, con tre Opa concorrenti (cosa mai vista a Piazza Affari), ma tutto è finito in un nulla di fatto. Ora De Benedetti ha riaperto i giochi, arrotondando al 27,5% dal 23,4%.

A ruota la Tip di Tamburi, che pure aveva venduto il 3% la scorsa estate col titolo ai massimi: il banchiere ha comprato un 8%, salendo al 20%, mentre in Borsa il titolo è tornato vicino ai prezzi record del 2009. Secondo rumor, l'8% sarebbe la quota dismessa dal fondo Cerberus mentre il 4% di De Benedetti è probabile sia il pacchetto di Soditic. Si prepara un'altra estate rovente per M&C? La Borsa ci spera, ma sembra solo un riassetto tra soci.

01.05.10

 

 

DeBenedettoni, oltre alle società lussemburghesi e portoghesi, ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia - La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a 'Libero': da qualche settimana l’Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese...

Franco Bechis per Libero

Carlo De Benedetti oltre alle società lussemburghesi e portoghesi ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia prima in Donà delle Rose poi in De Benedetti. La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a Libero: da qualche settimana l'Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese: è quello che ha dato i natali all'editore Giulio Einaudi e dove hanno sede parte dei poderi Luigi Einaudi, appartenuti all'ex presidente della Repubblica italiana.

A Dogliani l'ingegnere e la sua signora hanno in effetti acquistato terreno e quattro ampi casali, uno da 23,5 vani, uno da 9,5 vani, uno da 7,5 e uno da 5,5 vani. Sono stati comprati fra il 2006 e il 2007, anno dedicato alla ristrutturazione dei fabbricati, da una società personale. All' epoca era denominata Casita società semplice ed era posseduta al 99% dall'Ingegnere e all'1 per cento dalla sua signora.

Nel 2008 la società ha cambiato denominazione, diventando Cà di nostri società semplice e con un aumento che ha raddoppiato il capitale sociale, riservato al 99 per cento a Silvia Cornacchia e all'uno per cento all'Ingegnere. Così ora casali e terreno sono divisi in parti uguali fra gli sposi. Chissà, forse per segnare anche in questo modo il desiderio di tornare alla normalità, De Benedetti come un travet qualsiasi ha acceso perfino un mutuo fondiario sul maniero.

Il contratto è stato firmato il 22 maggio 2008 davanti al notaio Giancarlo Reverdini Grassi di Torino con la Banca popolare di Sondrio. Il finanziamento concesso all'Ingegnere è stato di 5 milioni di euro, al tasso di interesse annuo del 5,5% (nemmeno regalato). Secondo lo schema di contratto pagherà di interessi 2,5 milioni di euro e di spese un milione di euro per un totale di 8,5 milioni di euro, somma per cui è stata iscritta ipoteca volontaria sul maniero.

La durata del mutuo è di 15 anni, e quindi le rate correranno fino al 2023, quando De Benedetti avrà compiuto 89 anni. Il contratto di mutuo porta proprio la firma dell'Ingegnere, ma nella premessa si precisa che "Carlo De Benedetti, nato a Torino il 14 novembre 1934, interviene al presente atto non in proprio, ma nella sua qualità di unico amministratore e legale rappresentante della società Casita società semplice (poi trasformata in Cà de nostri, ndr) con sede in Torino"

Sarà dunque la società immobiliare e non la persona fisica a garantire la banca. Con il mutuo De Benedetti ha finanziato l'acquisto non solo dei casali, ma anche del terreno circostante con tanto di vigneto che confina proprio con i poderi Luigi Einaudi e le celebri viti del Dolcetto più blasonato delle Langhe. Per altro a vendere il maniero sono stati proprio degli Einaudi: Letizia, Germano e Celestino che non risultano però discendenti diretti dell'ex presidente della Repubblica. Proprio per il vino e la presenza di casali blasonati Dogliani, paese con meno di 5 mila abitanti, ha attratto negli ultimi anni più di un vip che lì si è ritirato o ha acquistato una seconda casa per i week end.

Ci passa spesso il fine settimana il critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grasso. Ci vive da tempo Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio, che anno dopo anno ha fatto incetta di vigne e poderi coltivandoli di persona. Secondo una leggenda di paese un giorno sarebbe approdata lì portata da una Lamborghini scortata da body guards in moto anche una star della moda internazionale come Naomi Campbell, ma l'affare immobiliare inseguito sarebbe sfumato in extremis.

A Dogliani vive da tempo in libertà anche il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio. E' benvoluto dagli abitanti, che la domenica lo vedono sempre a messa. Prima di prendere ufficialmente la residenza mettendo fine alle polemiche sul trasferimento in Svizzera, De Benedetti e signora erano soliti trascorrere nel maniero qualche lungo week end. L'ingegnere è stato riconosciuto qualche tempo fa mentre trattava l'acquisto di due biciclette ed è stato recentemente visto farsi il pieno alla sua Porsche ultimo modello al distributore automatico.

[13-03-2010]

 

 

LODO MONDADORI: OK A CONSULENZA, MA NON SU RICHIESTA FININVEST...
Radiocor - La consulenza tecnica ammessa dalla Corte d'Appello di Milano nella causa tra Fininvest e Cir e' stata disposta non accogliendo la richiesta di Fininvest (quindi non sara' sul valore delle azioni per quantificare se Cir ha avuto un danno o meno), ma sara' necessaria per 'accertare' ed 'eventualmente quantificare' se ci sono state variazioni nelle condizioni di mercato e di valore delle societa' oggetto di scambio tra la proposta di Fininvest nel 1990 e la conclusione della trattativa nel 1991.

E' quanto si precisa nell'ordinanza della Corte. Nel dettaglio, nella sentenza di primo grado del giudice Raimondo Mesiano, che aveva condannato Fininvest a risarcire 750 milioni di euro a Cir, si indicava come unica spiegazione alternativa alla variazione delle condizioni tra la proposta di Fininvest del 1990 e la conclusione della trattativa del 1991 la sentenza Metta, frutto di corruzione. I giudici della Corte d'Appello, invece, hanno deciso di disporre la consulenza per capire se, invece, non ci siano stati altri fattori intercorsi in quel periodo a modificare gli equilibri.

03.03.10

 

MI LODO E M’IMBRODO – L’ETERNA SFIDA TRA IL CAV. E L’ING. RIPARTE OGGI CON IL PROCESSO D’APPELLO SUL LODO MONDADORI – SUL PIATTO I 750 MLN DI DANNI VINTI IN PRIMO GRADO DALLA CIR – I LEGALI FININVEST CHIEDONO UNA CONSULENZA PER APPURARE L’ENTITà DEL DANNO (CDB CI AVREBBE PERSINO GUADAGNATO) – ALMENO UNA SETTIMANA PER LA DECISIONE DELLA CORTE

1 - LODO MONDADORI: FININVEST CHIEDE CONSULENZA, CIR SI OPPONE...
(Ansa) -
E' battaglia tra Fininvest e Cir su una consulenza per determinare la congruità dei valori di cessione delle azioni nella compravendita della Mondadori. Oggi in aula, davanti alla seconda Corte d'appello civile di Milano, i legali Giorgio De Nova e Giuseppe Lombardi, che rappresentano la holding di Silvio Berlusconi, hanno sostenuto che non c'é stato alcun danno per Cir e hanno chiesto una consulenza tecnica per verificare, come ha spiegato l'avvocato Lombardi, se "De Benedetti non solo non ci abbia rimesso una lira, ma addirittura guadagnato 30 miliardi".

 

A tale istanza si sono opposti gli avvocati Vincenzo Roppo e Elisabetta Rubini, legali di Cir, sostenendo che ai tempi della cosiddetta battaglia di Segrate, "il congruo prezzo non interessava. La logica era diversa ed era quella di rapporti di forza poi ribaltati con la sentenza Metta (il giudice Vittorio Metta)", per la quale c'é stato poi un danno per il gruppo controllato dalla famiglia De Benedetti. Il tribunale si è riservato di decidere.

In sostanza i giudici d'appello, nell'ambito della causa civile sul Lodo Mondadori, entro almeno una settimana dovranno decidere se conferire o meno una consulenza tecnica d'ufficio chiesta di legali della società di via Paleocapa, sul prezzo di mercato delle azioni al centro della compravendita, avvenuta nel '91, della casa editrice di Segrate.

 

In primo grado il Tribunale aveva condannato Fininvest a risarcire 750 milioni di euro a Cir, sentenza che Fininvest chiede di riformare anche perche' come ha ribadito l'avv. De Nova in aula "occorre la prova del danno economico e riteniamo che Cir non abbia dato la prova del danno economico subito".

"Prima di liquidare un danno astronomico - è un passaggio dell'intervento dell'avv. Lombardi - ritengo ci siano gli elementi sostanziali per ammettere una consulenza per verificare se De Benedetti non ci ha rimesso una lira ma addirittura guadagnato 30 miliardi" di lire. Gli avvocati di Cir, opponendosi all'istanza, hanno sottolineato che da Fininvest oggi è arrivata "una nuova e arbitraria riconfigurazione del danno".

 

A loro avviso, come ha illustrato l'avv. Roppo, le diverse ragioni di scambio azioni nel '90 e nel '91 (dopo la sentenza Metta al centro del processo penale per corruzione in atti giudiziari, ndr) non erano determinate da parametri obiettivi di mercato ma da "una logica diversa e cioé partire dal risultato economico globale e poi ricostruire i valori azionari che avrebbero dovuto portare al esito finale". Una logica fondata "su rapporti di forza" che ha portato Cir dall'avere il controllo sul gruppo Mondadori-Espresso-Repubblica all'essere, con la sentenza di annullamento del lodo (Metta), azionista di minoranza.

2 - L'ULTIMO SCONTRO MEDIASET-CIR - OGGI L'APPELLO PER I 750 MLN €...
Alfredo Faieta per " il Fatto Quotidiano"

 

Dopo un ventennio di battaglie, torna per l'ennesima volta in un'aula giudiziaria la guerra di Segrate, partita nel 1990 quando la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi decisero di uscire dallo stallo gestionale nel quale si era venuto a trovare il gruppo Mondadori-Espresso ridefinendo il perimetro delle rispettive attività nell'editoria.

LA PRIMA SENTENZA
Chiuso
il primo grado, che ha condannato Fininvest a un risarcimento danni di 750 milioni di euro, si riparte oggi con la prima udienza presso la seconda sezione civile della Corte d'Appello di Milano, dove la holding di Berlusconi ha presentato ricorso contro un verdetto che Niccolò Ghedini, legale del presidente del Consiglio e parlamentare del Pdl, aveva definito allora "incredibile, irreale e non fondato né sui fatti né sul diritto".

 

Parole dure, come d'altronde era stata dura la reazione nei confronti del giudice Raimondo Mesiano, autore della sentenza contestata anche fuori dalle aule giudiziarie . Mesiano, si ricorderà, era stato messo in ridicolo durante un servizio trasmesso dal contenitore tv Mattino 5. Un colpo basso al magistrato (l'Ordine dei giornalisti ha aperto una procedura), che ben descrive però il clima nel quale si apre il procedimento di appello.

Lo scontro sarà agguerrito: se Fininvest, forte di un collegio formato da ben cinque professionisti, è decisa a smontare sotto ogni angolatura le tesi che hanno sostenuto la sentenza di primo grado, la stessa Cir ha contrattaccato presentando un appello incidentale nel quale conferma di volere non solo i danni da "perdita di chance", per aver sofferto l'indebolimento della propria posizione contrattuale con Fininvest dopo la corruzione di Metta del cosiddetto Lodo Mondadori (alla base del risarcimento), ma anche un indennizzo di danni patrimoniali "da sentenza ingiusta". Se fosse accolta questa tesi la cifra da pagare potrebbe lievitare da 750 milioni fino a un miliardo di euro circa.

 

L'IMPORTO
D'altro canto Fininvest controbatterà non solo su aspetti legali e processuali, ma anche sul quantum, smontando le tesi seguite dal Tribunale che ha accolto il metodo di calcolo Cir per la determinazione del danno. Fininvest punterà a far passare come metodo di calcolo corretto la differenza economica negativa fra i valori delle società nella spartizione così come corrotta dalle vicende Metta (minori di quelle di una spartizione non viziata), e i valori di mercato al tempo della spartizione stessa.

Una differenza che, ai valori di Borsa del 1991 delle società interessate, porterebbe la cifra del danno da liquidare pressoché a zero a causa del crollo delle Borse di quel periodo. Una tale distanza non esclude che la corte faccia ricorso a una perizia d'ufficio, evenienza che allungherebbe i tempi del giudizio, in predicato di chiudersi entro un anno, con effetti che non si possono assolutamente configurare fin d'ora.

IL RUOLO DI PASSERA
Che si possa giungere ad un accordo amichevole è da escludere al momento: d'altronde anche allora la spartizione bonaria non riuscì, nonostante fosse stata caldeggiata da un politico del calibro del senatore Giulio Andreotti e il tavolo di trattative fu aperto presso Mediobanca, l'istituto che aveva ricevuto l'incarico di trovare la quadratura del cerchio tra i due con-tendenti e la famiglia Formenton.

Un incarico di cui si occuparono direttamente i vertici della banca: Enrico Cuccia, il suo delfino Vincenzo Maranghi e Gerardo Braggiotti, astro nascente della finanza italiana ora a capo di Banca Leonardo. Nonostante i mesi di trattative, i tre non riuscirono a trovare la sintesi dell'accordo, per la distanza siderale tra il conguaglio monetario offerto da Fininvest e quello chiesto da Cir, e l'incarico fu abbandonato.

Tra i protagonisti del tempo anche un altro banchiere d'eccezione: Corrado Passera, allora direttore generale in Cir incaricato di seguire la questione e adesso amministratore delegato di Intesa Sanpaolo cui si è rivolta la società del Biscione per la fideiussione a garanzia del pagamento dei 750 milioni di euro.

 

 

[23-02-2010]

 

 

CIR: KOS ACQUISTA CLINICA NELLE MARCHE, SUPERATI 5.200 POSTI LETTO...
(Adnkronos) - Shopping nelle Marche per Kos. La societa' del gruppo Cir attiva nella sanita' socio-assistenziale ha perfezionato, attraverso la controllata Istituto di Riabilitazione Santo Stefano, l'acquisto del controllo di Sanatrix, gruppo marchigiano proprietario di una struttura sanitaria da 205 posti letto a Civitanova Marche (Macerata), del quale la stessa Kos era gia' socio di minoranza. L'operazione ha comportato un esborso di circa 18 milioni di euro. Il fatturato realizzato dal gruppo Sanatrix nel 2009 supera i 23 milioni. Con questa acquisizione, il numero dei posti letto gestiti da Kos cresce a 5.253, ai quali se ne aggiungono 388 in fase di realizzazione 02.2.10

 

Sussurri & Grida

Madeira addio, finisce il viaggio dei fondi dell' Ingegnere

 (m.ger.) Esempio di quella che viene comunemente definita «razionalizzazione delle partecipazioni estere» (oppure «ottimizzazione fiscale/finanziaria»). La ricostruzione che segue si basa su documenti «locali» (Madeira-Lussemburgo) poiché sui bilanci c' è molto poco. Tutto avviene nel perimetro del consolidato. La Cir, che fa capo a Carlo De Benedetti ed è gestita dal figlio Rodolfo, nel novembre 2007 trasferisce a Madeira il controllo della Medinvest, società con sede nell' isola di Jersey (Gb). Medinvest è un fondo di hedge funds costituito quindici anni fa per investire l' eccesso di liquidità di Cir (7,7% il rendimento medio annuo). Il viaggio a Madeira avviene spogliando la Cir International (controllata lussemburghese) della partecipazione in Medinvest. Contestualmente il gruppo acquista nell' isola la «scatola» Kursily VIII (che diventerà Cir Fund), ci infila dentro Medinvest e a fine dicembre 2007 conferisce il tutto alla Ciga Lux. Valore dell' operazione 318 milioni, come certifica un certo Henrique Joao Araujo de Pontes Leça della Kursily. Un anno e mezzo dopo, siamo nel giugno 2009, Ciga annulla una parte del suo capitale (da 318 a 180 milioni) in parallelo alla controllata Cir Fund che rimborsa anche 138 milioni. Dal 2008 (e lo farà per buona parte del 2009) il gruppo sta disinvestendo da Medinvest e, ovviamente, il primo approdo della liquidità è Madeira, dove c' è Cir Fund, la mamma del fondo di Jersey. A novembre 2009 il gruppo abbandona l' isola portoghese e trasferisce Cir Fund (con «allegata» Medinvest, però molto dimagrita) in Lussemburgo. Immediatamente dopo Cir Fund conclude il suo ciclo con l' incorporazione in Cir International. La parentesi nel paradiso fiscale portoghese è chiusa e tutto è tornato esattamente come due anni fa. Il «soggiorno» a Madeira è durato più o meno il tempo del disinvestimento da Medinvest. Aspettiamo il bilancio 2009 per saperne di più. Ma tanto si sa, è quella che volgarmente chiamano «riorganizzazione societaria» oppure «ottimizzazione fiscale». RIPRODUZIONE RISERVATA

Gerevini Mario, Agnoli Stefano, De Rosa Federico

Pagina 39
(20 gennaio 2010) - Corriere della Sera

 

 

 

SCONTRO DA 70 MILIONI TRA SAWIRIS E BENEDETTI...
S. Fi. per " Il Sole 24 Ore " - L'esito della feroce battaglia legale è assolutamente aperto. Ma Naguib Sawiris ha già dovuto pagare 70 milioni per la causa di Alessandro Benedetti. A un anno esatto dal maxi-processo sull'affaire Wind (di cui Benedetti reclama un terzo) tra il magnate egiziano e il finanziere italiano che fece da mediatore nella maxi-acquisizione di Wind, sta per partire a Londra l'appello.

L'anno scorso il tribunale aveva sancito che sì Benedetti aveva diritto a un compenso, ma non i 2 miliardi, bensì la più "modesta" somma di 70 milioni. Scontentando entrambi: Sawiris non è disposto a concedere nulla, Benedetti si aspettava di più. Di qui il ricorso in appello. Ma, in attesa della decisione definitiva, Sawiris ha già dovuto pagare: 70 milioni di euro, per poter presentare il ricorso. I soldi sono stati depositati in un «escrow account», un conto di garanzia. E già accantonati in bilancio.  

20.01.10

 

BANCA INTERMOBILIARE, L' INGEGNERE NON SBAGLIA UN COLPO...
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" -
Si compra sui minimi e si vende sui massimi. La vecchia, elementare e sempreverde regoletta borsistica dà risultati fantastici se si sapesse quando sono i minimi e quando i massimi. Ma è comunque una buona bussola. Se si coglie l' attimo e poi magari il titolo dai massimi torna a precipitare o dai minimi rimbalza, la soddisfazione è doppia. In questo senso una delle operazioni più azzeccate del 2009 è stata l' uscita di Carlo De Benedetti da Banca Intermobiliare.

Bisogna mettere in relazione due fatti. Il primo è il grafico del titolo: Bim tocca i massimi dell' anno intorno a metà ottobre, con una spettacolare e inspiegabile seduta il 14 del mese: +16% e picco di volumi. Si mantiene per un po' tra i 3,6 e i 4 euro, poi non raggiungerà più quei livelli. Si saprà poi dalle comunicazioni Consob che Carlo De Benedetti proprio in quei giorni aveva ridotto la sua partecipazione storica da circa il 4% a meno del 2%. Perfetto tempismo. Ma sarebbe anche bello sapere chi ha comprato il 14 ottobre, «pompando» il titolo ai massimi.  

08.01.10

 

 

NORMAN 95: "REPUBBLICA" SCORDA I RAPPORTI TRA CIMATTI E CDB...
"Norman, trema un altro immobiliarista milanese" è il titolo del pezzo di "Repubblica" di oggi che dà conto che nei prossimi giorni il Tribunale di Milano dovrà decidere il destino della Norman 95, la società immobiliare controllata da Massimo Cimatti, dalla famiglia Coen e partecipata dal gruppo Ligresti. "Repubblica" ipotizza il possibile fallimento di Norman 95, schiacciata da 200 milioni di debiti.

Ma si dimentica di precisare che Massimo Cimatti è figlio di quel Romano Cimatti, noto immobiliarista che nella Milano degli Anni Settanta e Ottanta fu socio di Carlo De Benedetti, editore di "Repubblica", e rilevò proprio dall'Ingegnere quella Lasa che costituì parte degli asset di partenza proprio della Norman 95 gestita dal figlio con poca fortuna.

LO SQUALO E L’INGEGNERE – ARRIVA DA LONTANO IL FLIRT TRA MURDOCH E DE BENEDETTI – CDB SUL “SOLE” DIFENDE IL TYCOON E ATTACCA GOOGLE SULLE NOTIZIE A PAGAMENTO – OGGI I RAPPORTI COINVOLGONO LE TV E GLI ASSALTI A BERLUSCONI MA IL FEELING NASCE NEGLI ANNI 80 CON L’ACQUISTO DI PEARSON POI RIVENDUTA A RUPERT (MA GLI INGLESI NON GLIEL’HANNO PERDONATA)…

Michele Masneri per "Il Riformista"

Se lo Squalo chiama, l'Ingegnere risponde. E' inedito e un po' clamoroso l'endorsement anti-Google di Carlo De Benedetti, che in una lunga lettera al Sole-24Ore ieri si scagliava contro i predoni di Mountain View e a favore invece delle news a pagamento su Internet, tesi fortissimamente sostenuta da Rupert Murdoch, del quale il quotidiano di Gianni Riotta ha pubblicato sempre ieri un intervento.

Un endorsement curioso anche perché Repubblica è stato il primo quotidiano italiano a mettere online - gratis - il suo intero archivio storico. Meno inedito e meno curioso però è che questa discesa in campo vada ad appoggiare proprio Murdoch, rinfocolando un flirt che i due coltivano da anni.

Ultimamente la special relationship tra i due editori è salita agli onori delle cronache con l'accordo per Cielo, la tv in chiaro di Sky Italia che dovrebbe - il condizionale è d'obbligo, visti gli ostacoli regolamentari che si sono posti sul suo cammino - vedere la luce prossimamente. Tv che verrà ospitata sulle frequenze terrestri in capo a Rete A, costola del Gruppo l'Espresso.

Ma non c'è solo quest'episodio: ci sono poi gli accordi industriali - tecnici per cui Sky trasmette il canale musicale All Music (sempre gruppo L'Espresso) mentre lo stesso Espresso, attraverso la sua controllata Elemedia, fornisce a Sky in esclusiva 25 canali audio tematici. E poi ancora le voci di una sintonia tra Cdb e The Shark nell'amplificare all'estero le vicende del Casoria-gate che molti fastidi hanno procurato al premier Berlusconi.

E poi ancora le guerre legali che entrambi stanno combattendo contro lo stesso avversario, il Cavaliere: l'Ingegnere con il maxi risarcimento da 750 milioni per il lodo Mondadori; lo Squalo con la guerra di carte bollate per la pubblicità sulle reti Mediaset, con la questione della «chiavetta» digitale e adesso con il difficile parto di Sky Cielo.

Eppure i rapporti tra i due hanno origini antiche, più che ventennali: nel 1987, infatti, De Benedetti con la sua holding francese Cerus, acquistò per 100 miliardi di lire il 4,9 per cento di Pearson, il conglomerato britannico dell'editoria che controlla tra gli altri The Economist e il Financial Times. Investimento non strategico ma finanziario per Cdb, che solo otto mesi dopo rivendette il suo pacchetto per 140 miliardi. Una delle guerre-lampo tipiche dell'Ingegnere, una mossa abilissima che trovò un acquirente d'eccezione, ovvero proprio Murdoch.

Il tycoon australiano già controllava il Times di Londra, il Sun, il New York Post, ma voleva mettere le mani sul gioiello dell'informazione finanziaria britannica. Arrivò al 20 per cento della Pearson, ma poi si fermò e non se ne fece più nulla: il suo sogno di possedere un quotidiano-cult della finanza si realizzerà solo 20 anni dopo con il Wall Street Journal.

Quello che pochi ricordano però è che quel 1988 fu anche lo spartiacque per la reputazione di Cdb in terra anglosassone. Fino al raid sulla Pearson infatti l'Ingegnere era osannato dal Ft e dalla grande stampa finanziaria. «A metà degli anni Ottanta, io per il Financial Times e altri colleghi della stampa estera avevamo un'impressione positiva di De Benedetti: era l' unico grande condottiero italiano che parlava il linguaggio a cui e' abituata Wall Street» raccontò Alan Friedman, allora corrispondente da Milano del Ft, in una vecchia intervista al Corriere della Sera.

Ma non c'era solo Friedman ad osannarlo: c'era la Lex Column allora guidata da Hugo Dixon, c'erano gli editoriali ammirati di columnist come Alan Cane e Guy de Jonquiers. Poi, dall'88, subentrò la freddezza, cominciata con le pesanti critiche alla scalata di De Benedetti alla belga Sgb, poi fallita. Perché questo cambio di rotta? Perché l'incursione da parte di un italiano su Pearson, tempio dell'informazione alta made in Uk, non piacque per nulla.

Meno ancora piacque la staffetta con Murdoch, che consentì all'australiano di arrivare oltre il 20 per cento della società e far temere un'opa ostile, che poi non si fece, con grande scorno del chairman di Pearson, lord Blakenham, e dell'intero establishment britannico. Da allora, i toni della grande stampa britannica nei confronti dell'Ingegnere non saranno più gli stessi, almeno fino al 2 novembre scorso, quando Cdb è stato invitato a parlare per le Reuters lectures all'università di Oxford.

Ma se ha perso un paese d'elezione, Cdb ha guadagnato un alleato come Murdoch, con il quale nascerà una consuetudine che dura fino ad oggi, e che tra economia e politica si trova - casualmente? - ad avere sempre più spesso strategie e soprattutto bersagli comuni.

 

 

[10-12-2009]

IL MENÙ IN ROSSO DELLA CASINA VALADIER: DE BENEDETTI, MALAGÒ, PERRONE, ETC. SONO RIUSCITI A PERDERE IN DIECI ANNI QUASI 10 MILIONI DI EURO E AD ACCUMULARE UN DEBITO DI 6,3 MILIONI
Non sono bastati gli euro spesi il 10 ottobre scorso per la megafesta del suo compleanno da Giovannino Malagò per risollevare il bilancio della Casina Valadier, il ristorante del Pincio che si trova a Villa Borghese.

Mercoledì prossimo Malagò e gli altri azionisti della società "Grande Cucina" che nel giugno 2004 hanno cercato di risollevare le sorti del celebre ristorante, dovranno rimettere mano al portafoglio e coprire la perdita di 840mila euro.

Non è una cifra terrificante, ma sorprendente è la performance negativa dei personaggi che dopo aver rilevato la gestione del locale (oggi di proprietà del Comune) da Ciarrapico, sono riusciti a perdere in dieci anni quasi 10 milioni di euro e ad accumulare - come scrive oggi il settimanale " Il Mondo " - un debito di 6,3 milioni.

Eppure quando Veltroni nel giugno 2004 tagliò il nastro del ristorante appena ristrutturato nella Casina costruita nella prima metà dell'Ottocento, si trovò accanto azionisti illustri come Carlo Caracciolo, Vittorio Ripa di Meana, Carletto De Benedetti, Carlo Perrone e Cesarone Romiti.

Quest'ultimo con il naso che lo ha sempre distinto negli affari personali si è sfilato in tempo dalla compagine che adesso - scrive " Il Mondo " - pensa di affidare le sorti della Casina a Edoardo Montefusco, l'editore napoletano proprietario di Radio Dimensione Suono e presidente di RNA, l'Associazione delle radio private.

 

 

CDB NEWS! - HOLDING SANITA' E SERVIZI (HSS), LA CONTROLLATA DELLA CIR DI DE BENEDETTI, SCALDA I MOTORI PER LA QUOTAZIONE IN BORSA - IPOTESI DI IPO INSIEME A BANCA IMI (GRUPPO INTESASANPAOLO), MORGAN STANLEY E BANCA AKROS...

Radiocor - Holding Sanita' e Servizi (Hss), la controllata di Cir attiva nel settore della sanita', scalda i motori per la quotazione. Il management, secondo quanto risulta a Radiocor, ha iniziato a lavorare all'ipotesi di ipo insieme a Banca Imi (gruppo IntesaSanPaolo), Morgan Stanley , che detiene il 16% circa del capitale, e Banca Akros. Nei prossimi mesi, al temine della valutazione, Hss decidera' se presentare domanda di ammissione a quotazione alle autorita' competenti. Di recente anche l'a.d. della societa', Giuseppe Vailati Venturi, aveva indicato la possibilita' di sbarco in Borsa nel corso del 2010.

 

[11-12-2009]

 

 

DE BENEDETTI: L'ANTITRUST DECIDERA' SE GOOGLE ABUSA DELLA SUA POSIZIONE DOMINANTE...
(Adnkronos) -
Google Italia 'non dichiara quanto fattura' ma 'di certo la sua e' una posizione dominante sia sul mercato della pubblicita' testuale a performance, sia in quello del principale servizio offerto, cioe' la ricerca su internet'. Lo rileva il presidente del gruppo l'Espresso Carlo De Benedetti nel suo intervento sul 'Sole 24 Ore', affermando pero' che la cifra guadagnata dal motore di ricerca e' 'piu' o meno 450 milioni di euro, la meta' degli investimenti pubblicitari su internet'. Se si tratti di un abuso di posizione dominante, secondo l'editore, 'e' da provare. E in questo senso - prosegue - c'e' da attendere con fiducia l'Autorita' garante della concorrenza e del mercato che sta indagando' su segnalazione della Fieg.  

 

 

DE BENEDETTI: PM ROMA INDAGANO SU MANOMISSIONE AUTO, FORSE SPIATO...
Radiocor - E' possibile che qualcuno intendesse spiare Carlo De Benedetti. L'ipotesi e' al vaglio della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo d'indagine, per il reato di manomissione, in relazione alla denuncia presentata dall'editore del Gruppo L'Espresso-Repubblica contro ignoti 'per un'intrusiva o dolosa manomissione rilevata all'interno dell'autovettura da lui utilizzata per i suoi spostamenti' nella capitale. L'indagine e' stata affidata a un magistrato del pool che persegue i reati informatici. La scelta si giustifica con il fatto che nell'autovettura sarebbe ricavata una nicchia in cui gli ignoti avrebbero potuto collocare un congegno, forse per spiare l'editore.

 

   

02.12.09

 

De Benedetti all’asciutto, la liquidità a zero - Perché l’accomandita è ancora in rosso? - LA presenza ingombrante DEL colosso energetico spagnolo Acciona, che controlla ormai il 16,4%, probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore di Rodolfo De Benedetti...

Francis Drake per il settimanale "Soldi"

 

Papà Carlo, ma anche i tre figli Edoardo, Marco e Rodolfo mettono mano al portafoglio. Poche settimane fa l'intero "clan De Benedetti", riunito in assemblea in quel di Torino, ha nuovamente dovuto far buon viso a cattivo gioco: l'Ingegnere e i suoi tre eredi maschi, azionisti presocché totalitari della Carlo De Benedetti & Figli, sono rimasti all'asciutto anche quest'anno.

 

L'accomandita di famiglia, infatti, non solo non ha ancora potuto distribuire un dividendo ai soci a valere sul bilancio 2008 ma gli azionisti hanno pure dovuto coprire le perdite che dai 2,54 milioni di euro del 2007 sono salite a 3,03 milioni. La cassaforte dei De Benedetti, peraltro, ha dovuto far fronte ad un drastico calo della liquidità perché le disponibilità sono crollate dai 38,65 milioni del 2007 ad appena 89.679 euro anche se contestualmente i debiti verso banche sono scesi da 161,73 a 136,03 milioni.

 

Perché l'accomandita dei De Benedetti è ancora in rosso? E' lo stesso Ingegnere nella sua qualità di presidente a spiegarlo nella nota integrativa dove dice che "il risultato economico negativo dell'esercizio è sostanzialmene attribuibile agli aumentati oneri finanziari sui finanziamenti contratti per l'incremento della partecipazione nella controllata Cofide".

Cioè: De Benedetti paga di più i fidi che si fa dare dalle banche per rafforzarsi nella quotata a monte della catena del suo impero a Piazza Affari che da Cofide scende a Cir e, e poi Espresso e Sogefi: infatti nel 2008 ha comprato titoli Cofide per circa 10 milioni di euro portando la partecipazione (a fine 2008 al 47,9 e oggi pari a circa il 51%) a valere 229,98 milioni di euro, anche se i titoli depositati in garanzie alle banche sono lievitati da 217,29 a 227,31 milioni.

Quel che è certo è che l'Ingegnere ha intenzione di utilizzare proprio la Sapaz per nuove, grandi manovre perché ha deciso di aumentarne il capitale da 69,42 a 170,82 milioni di euro, con una ricapitalizzazione che terminerà nel 2012 e che secondo alcune fonti è già stata completata per una prima tranche di 25 milioni.

E, nel frattempo, proprio in Cofide è cresciuto il peso di Bestinver Gestion Sgiic, gruppo di asset management che fa riferimento al colosso energetico spagnolo Acciona, che controlla ormai il 16,4%. Una presenza ingombrante ma che probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore di Rodolfo De Benedetti.

 

 

[27-11-2009]

 

 

CDB, DALL'ALTARE DI OXFORD ALLA POLVERE DE "IL GIORNALE" - "i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a differenza di Berlusconi, finì in galera per tangenti (ma solo per qualche ora perché ottenne subito i domiciliari), condanna evitata per sopraggiunta prescrizione - INTERVISTATO SUI SUOI TRAFFICI ALL'OLIVETTI FECE CANCELLARE LE DOMANDE SCOMODE...

Alessandro Sallusti per "Il Giornale"

 

Carlo De Benedetti, editore di La Repubblica, lunedì ha tenuto a Oxford una lezione di etica e giornalismo. In sintesi l'ingegnere ha sostenuto che la maggior parte degli italiani sono male informati perché subiscono l'influenza delle reti televisive di Berlusconi, che i suoi giornali, La Repubblica e L'espresso, sono gli unici che sfidano i potenti e che garantiscono ai cittadini la conoscenza e il sapere indispensabili per far crescere la libertà.

De Benedetti ha parlato a lungo del rapporto tra giornali e potere, ha fatto esempi su editori (lui) e giornalisti (i suoi) a schiena diritta e altri supini. Pratica che conosce bene anche se a volte la memoria lo tradisce. Per esempio i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a differenza di Silvio Berlusconi, finì in galera per tangenti (condanna evitata per sopraggiunta prescrizione).

 

E non lo sapranno mai perché il fatto è stato accuratamente censurato (come l'oblazione di una condanna per falso in bilancio ottenuta grazie alla legge del governo Berlusconi che in questi giorni La Repubblica definisce «legge ad personam» ) da tutte le biografie esistenti, compresa quella della libera (?) Wikipedia. Eppure avvenne, è storia.

La data è il 31 ottobre 1993. Un alto ufficiale dei carabinieri bussò alla porta di casa De Benedetti a Torino. Aveva in mano un ordine di custodia cautelare firmato dalla procura di Roma. Casualmente l'ingegnere non c'era, era all'estero. Per lui l'accusa era concorso in corruzione, oltre dieci miliardi di tangenti pagate dalla sua società, la Olivetti, tra il 1988 e il 1991, per piazzare al ministero delle Poste, alle Ferrovie, telescriventi e fax che per di più erano obsoleti, fondi di magazzino.

 

Di lì a tre giorni l'ingegnere si consegnò ai magistrati romani e finì in cella, ma solo per qualche ora perché ottenne subito i domiciliari. Tutto ciò accade pochi mesi dopo che De Benedetti si era presentato da Di Pietro per vuotare il sacco. Era maggio, e i pm milanesi di Mani pulite avevano scoperto le schifezze della Olivetti. Anticipò l'inevitabile chiamata e andò a Palazzo di Giustizia. Raccontò tutto, per filo e per segno, scaricò la colpa giuridica sui suoi manager e si assunse quella politica con un «ma» di troppo.

 

E cioè: ma eravamo costretti a farlo altrimenti non avremmo lavorato. In pratica si dichiarò concusso. Di Pietro, a differenza di quello che faceva in quegli anni con altri imprenditori (galera), gli diede una pacca sulle spalle e lo rimandò a casa. L'ingiustizia era talmente palese che la Procura di Roma volle vederci chiaro. Perché se uno è concusso una volta passi, ma se lo stesso si fa fregare per tre anni di fila in silenzio, beh, allora la cosa cambia. Così si arrivò all'espropriazione dell'inchiesta e all'ordine di arresto.

Come si comportò il professore di etica, quello che vuole giornalisti con la schiena diritta con i potenti? Sono testimone diretto, in quanto il giorno dopo la confessione fiume a Di Pietro, il Corriere della Sera, dove lavoravo, mi spedì a Ivrea, quartier generale della Olivetti, per intervistare l'ingegnere.

Pur avendo ricevuto mille raccomandazioni dai miei capi a essere prudente, essendo giovane e illuso pensavo di poter chiedere a De Benedetti ciò che gli italiani volevano sapere. Per esempio perché pochi mesi prima, quando si credeva che l'Olivetti potesse ancora sfangarla, dichiarava spavaldo: «Tangenti? Non ne ho mai pagate». Ma non andò così, perché a quel tempo all'ingegnere i giornalisti schiena diritta non piacevano, almeno non quelli che volevano tenerla di fronte a lui.

Quell'intervista fu un calvario, continuamente interrotta al motto di «ma gli accordi non sono questi». Accordi? Già, l'ingegnere aveva tra gli azionisti del Corriere amici importanti, cosa che simpaticamente non evitò di ricordarmi. Le domande scomode furono limate, le risposte modificate in continuazione. Fui costretto a scrivere sul posto e il testo finale passato al vaglio da decine di mani. Avevo capito che non era aria di fare l'eroe.

 

Lo confesso, alla fine misi di malavoglia la mia firma sotto quel testo, per la felicità di De Benedetti che mi congedò complimentandosi: «Lei è giovane ma è proprio un bravo giornalista, farà strada». Nel mio piccolo un po' l'ho fatta, ma non con lui né grazie a lui e a quella sciagurata intervista. No, questo gli studenti di Oxford non lo sapranno mai. E non sono al corrente neppure di come il direttore preferito da De Benedetti, lo schiena diritta Eugenio Scalfari, si comportò in quei momenti.

Il giorno dell'arresto, prima telefonò furibondo e indignato al capo della procura di Roma, Vittorio Mele: «Ma insomma, l'arresto del presidente di Olivetti le sembra una bazzecola?», poi scrisse il suo editoriale.

Ci sono parole e concetti che il fondatore di La Repubblica ha poi cancellato dal suo vocabolario. Tipo: «Questa volta avvertiamo una vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere della procura». E ancora: «Qual è la logica di tutto questo? Forse quella di fare più rumore? Chi lo sa? Chi può negarlo?».

E soprattutto: «Perciò stiano con gli occhi ben aperti i procuratori di giustizia, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette su commissione incombe pesante sul loro operato». E L'espresso che scrisse? La notizia della settimana, direi dell'anno, finì in uno strillo di copertina: «De Benedetti a Roma». Detto tutto su come De Benedetti intende «la conoscenza che fa crescere la libertà» elogiata a Oxford. Insomma, i magistrati se sfiorano il tuo editore sono un pericolo, se si accaniscono contro Berlusconi una manna.

 

L'unico giornalista che disse le cose come stavano fu, tanto per cambiare, Indro Montanelli, che su questo giornale scrisse due cose. La prima su De Benedetti: «Che tristezza quest'uomo che s'era proclamato "diverso" dagli altri imprenditori (così come il Pci e il Pds s'erano proclamati diversi dagli altri partiti) e che dai giornali a lui soggetti, l'Espresso e la Repubblica, era stato indicato come modello d'uomo d'affari immune dagli spasimi d'aggancio politico e dalle tentazioni tangentizie cui gli altri esponenti della razza padrona - per usare un termine caro al più autorevole tra i suoi giornalisti, Eugenio Scalfari - erano soggetti».

La seconda sull'editoriale di Scalfari: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia furfante». Frasi che consigliamo di ripassare a Travaglio, che ama coinvolgere a sproposito nei suoi deliri Indro Montanelli e che ritiene il duo Scalfari-De Benedetti il meglio del Paese.

 

 

 

[25-11-2009]  

 

 

 

COFIDE E IL SEGNALE SUL FUTURO DI BIM...

L.G. per "Il Sole 24 Ore" - È di ieri la notizia che lo scorso 30 ottobre Carlo De Benedetti è sceso sotto il 2%di Banca Intermobiliare dal 3,965%. La partecipazione dell'Ingegnere in Bim poteva essere di buon grado definita un pacchetto storico, l' ingresso nella banca tramite Cofide è avvenuto infatti più di dieci anni fa.

 

Da qualche tempo, tuttavia, De Benedetti ha sposato la strategia che vuole le holding focalizzate solo su partecipazioni strategiche e di controllo. Va però aggiunto che l'Ingegnere ha fatto capolino in Bim anche in virtù del legame intrecciato con uno dei principali azionisti della banca: la famiglia Segre. Gli stesse Segre, però, da qualche tempo non hanno più rapporti idilliaci con il resto della compagine azionaria dell'istituto. Così nasce spontanea una domanda: possibile che la mossa di De Benedetti sia il segnale di un prossimo riassetto in Bim?

 

   

 

 

RAIDER E GENTILUOMO - Brutta giornata ieri per Passaporto Svizzero Numero Uno - non solo la sconfitta di su-dario, che "repubblica" ha sponsorizzato contro il detetstato mago dalemix, e la "scandalosa" agonia del Fondo salva-imprese: succede Poi che SI COLORA DI ROSSO LA SUA CASSAFORTE ROMED (PERDE 22,58 MLN SUI CAMBI) e i famosi 750 milioni si allontanano. e "Il Giornale" festeggia...

1 - AI LEGALI FININVEST IL PRIMO ROUND SOSPESO IL MAXI RISARCIMENTO A CIR
Luca Fazzo
per Il Giornale

 

Carlo De Benedetti non aveva perso tempo: giovedì scorso aveva notificato alla Fininvest l'atto di precetto in cui, sulla base della sentenza del giudice Raimondo Mesiano, chiedeva l'immediato versamento di 750 milioni di euro, minacciando in caso contrario il pignoramento dei beni del gruppo.

Ma da ieri l'Ingegnere deve rinviare almeno di qualche settimana i suoi progetti di riscossione: accogliendo la richiesta degli avvocati Fininvest, la Corte d'appello di Milano ha congelato gli effetti della sentenza Mesiano. Fino all'1 dicembre la clamorosa decisione del magistrato milanese resta senza effetti concreti. Poi si vedrà.

 

Il provvedimento assunto da Giacomo Deodato, presidente della seconda sezione della Corte d'appello milanese, non entra nel merito della sentenza di Mesiano. Non affronta la complessa vicenda del Lodo Mondadori, non valuta la ricostruzione fatta da Mesiano su come, nel 1991, Cesare Previti avrebbe corrotto per conto della Fininvest e di Silvio Berlusconi il giudice romano Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che dovettero risolvere la guerra tra il Cavaliere e l'Ingegnere per il controllo della Mondadori. Di tutto questo si dovrà occupare il vero e proprio processo d'appello, che non arriverà (nella migliore delle ipotesi) prima dell'anno prossimo.

Ieri Deodato si è limitato a prendere atto di uno solo degli elementi indicati nel ricorso dei legali Fininvest: e cioè la gigantesca portata del risarcimento disposto da Mesiano a carico del Biscione e la difficoltà estrema che - in caso di ribaltamento della sentenza di primo grado - la Fininvest incontrerebbe per riportare a casa i soldi che avesse già versato. E proprio la fretta con cui la Cir di De Benedetti aveva già avviato il tentativo di incassare il tesoro sembra avere contribuito a convincere la Corte d'appello dell'opportunità di fermare le bocce.

 

Si tratta, d'altronde, di un provvedimento pressoché automatico anche in casi di minore rilevanza economica. Il tribunale «stabilisce che il provvedimento adottato con il presente decreto abbia efficacia soltanto fino alla decisione che sarà pronunciata con provvedimento collegiale», si legge nel testo.

La prima partita «vera» si giocherà insomma a dicembre, quando Cir e Fininvest si scontreranno - in attesa del processo d'appello - sulla richiesta di sospensione della sentenza Mesiano davanti a un collegio di tre giudici. Nel suo provvedimento di ieri, il presidente Deodato indica anche i nomi dei magistrati cui ha assegnato la patata bollente: il collegio sarà presieduto da Luigi de Ruggiero, uno dei veterani della Corte d'appello milanese, mentre relatore sarà Walter Saresella.

Saranno loro a dover entrare nel merito della sentenza di Mesiano, per verificare se i nove motivi d'appello avanzati da Fininvest dimostrino una tale anomalia da sospenderne l'immediata efficacia (che nei processi civili scatta di solito già dopo il giudizio di primo grado). I nove motivi investono praticamente l'intero impianto della sentenza di Mesiano: dal diritto della Cir a ottenere davvero il controllo della Mondadori, fino ai calcoli in base ai quali Mesiano era arrivato a calcolare al centesimo l'astronomico risarcimento.

2 - DE BENEDETTI SI COLORA DI ROSSO: PERDE 22,58 MLN SUI CAMBI
John Hawkins
per Soldi 

Felice per la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie dell'Ulivo e sempre più concentrato sul dossier Espresso sia sul fronte della ristrutturazione, grazie al lavoro di Monica Mondardini, sia su quello dell'utilizzo della sua portaerei editoriale contro il premier Silvio Berlusconi, l'arcirivale. Carlo De Benedetti è tutto fuorché l'arzillo pensionato, con residenza a Sankt Moritz e cittadinanza svizzera, che aveva voluto farci credere qualche mese fa.

 

Eppure anche il redivivo Ingegnere perde qualche colpo: la sua cassaforte Romed ha chiuso il 2008 rivedendo l'utile a 431.288 euro dalla perdita di 1,18 milioni del 2007, ma De Benedetti ha dovuto tamponare con un finanziamento di 20,24 milioni il rosso precedente.

 

Nei conti della Romed, la testa di ponte dell'Ingegnere nel mestiere che ancora gli piace moltissimo - quello del trading borsistico - le perdite nette su cambi si sono però fatte più pesanti a 22,58 milioni dai 15,04 bruciati nel 2007 e De Benedetti è stato pure costretto ad appesantire le svalutazioni a 9,57 milioni dai 5,93 dell'esercizio precedente; mettendo in garanzia titoli che da 1,05 miliardi del 2007 diminuiscono a 639,06 milioni.

 

Tra questi, come spiega la nota integrativa, ci sono titoli che garantiscono finanziamenti per 102,63 milioni; titoli in pegno a fronte di aperture di credito in c/c per 84,7 milioni, impegni a vendere operazioni a termine su metalli per 69,98 milioni e ad acquistare operazioni a termine su metalli per 12,71 milioni mentre gli impegni a vendere titoli, indici e valute a fronte di operazioni a premio valgono ben 461,84 milioni.

L'allargarsi delle perdite su cambi in Romed Spa, che controlla il 23,43% di Management & Capitali, deve aver convinto l'Ingegnere a restare "solo al comando". E così De Benedetti è diventato da poco amministratore unico della holding, "sbaraccando" l'intero consiglio d'amministrazione dove sedevano il figlio Rodolfo, il vicepresidente Franco Girard, i Segre, alleati di sempre, con Franca Bruna (che era pure amministratore delegato di Romed) e il figlio Massimo e Vittorio Moscatelli, passato alla guida dell'Ipi, finita proprio sotto il controllo dei Segre.

Unico timoniere della Romed, l'Ingegnere recupera così spazio di manovra per decidere che fare di Management & Capitali dopo che il fondo salvaimprese è stato oggetto di Opa concorrenti, tutte puntualmente fallite, promosse degli stessi Segre, dal merchant banker Gianni Tamburi e dell'avvocato modenese Gianpiero Samorì.

 
[28-10-2009]

 

 

CHE CI FA UN CASTELLO DI CINQUE PIANI IN STILE "FOLLY-WOODIANO" NEL CUORE DI ROMA? - TRANQUILLI, NON OSPITA NESSUN SCEICCO SCIOCCO: è LA NUOVA 'CASETTA' DI PAOLA FERRARI E MARCO De Benedetti - nel sotterraneo, OLTRE ALLA piscina HI-TECH (costellata di migliaia di fibre ottiche), anche una palestra e una sauna...

 

Giampiero Di Santo per ITALIA OGGI

PAOLA FERRARI JACARANDA FALK - Copyright Pizzi

Il finanziere, la giornalista sportiva, i due figli. A bordo piscina sotto un cielo stellato nel cuore di Roma. Può sembrare la trama di una fiction televisiva, ma non è così. Perché il finanziere è Marco De Benedetti, figlio dell'ingegnere Carlo e numero uno di Carlyle Italia, la giornalista sportiva è Paola Ferrari, già volto della «Domenica sportiva» e consorte di Marco, e i figli sono appunto i due giovanissimi figli della coppia.

E quella piscina nel cuore di Roma, non appena ultimata, sarà davvero sempre sotto un cielo stellato, cioè sotto la volta in muratura che la ricopre, costellata di migliaia di fibre ottiche incastonate una per una in forellini da poco più di un millimetro di diametro. Per creare un effetto scenico grandioso e romantico al tempo stesso, in perfetto stile «Notte americana».

Un vero gioiello inserito in un altro gioiello, un palazzetto di cinque piani nel più piccolo rione di Roma, Sant'Angelo (tra il Teatro di Marcello e via Arenula), che Marco De Benedetti, sempre in viaggio tra Roma, Milano e le piazze finanziarie che contano, ha preso in affitto per farne la nuova dimora capitolina della sua famiglia.

Si tratta di una dimora di grande prestigio, naturalmente, oltreché di enorme superficie. Tanto da consentire la realizzazione, nel sotterraneo che ospita la piscina, anche di una palestra e una sauna, come si conviene nelle case di rappresentanza, dove spazi per il fitness e la wellness, ma anche per grandi feste, non possono mancare.

 

I lavori di ristrutturazione, tuttora in corso, sono seguiti con particolare attenzione da Paola Ferrari, che dopo il matrimonio non ha voluto rinunciare al suo cognome, reso famoso da migliaia di apparizioni televisive e anche dalla sua grinta di giornalista d'assalto, in favore di quello ancora più celebre del suo consorte, che è anche consigliere di amministrazione della Cofide, Compagnia finanziaria De Benedetti.

La signora, raccontano, sceglie di persona arredamenti e lampadari di grande pregio in cristallo Baccarat e controlla con grande attenzione anche i dettagli più insignificanti. Come uno splendido mosaico che, dicono, non avrebbe superato l'esame della giornalista e per questo sarebbe stato accuratamente nascosto, o un lampadario costato circa 60.000 euro e destinato a restare ben chiuso nel suo imballaggio.

Ma si sa, quando si tratta di gusti, tutto è opinabile e niente è certo. Quel che è certo, invece, è che mentre il marito si occupa di grandi operazioni finanziarie, l'ultimo colpo messo a segno è stata l'acquisizione per Carlyle del 48% di Moncler, la Ferrari ha rivelato un autentico talento per le ristrutturazioni edilizie.

Un talento che avrebbe voluto mettere al servizio di Roma e dell'Italia già dal principio dell'anno scorso, quando annunciò la sua candidatura per le elezioni politiche nelle liste della Destra di Francesco Storace e dell'amica Daniela Santanchè e dichiarò guerra «al degrado di Roma che ogni giorno tocco con mano quando porto a scuola i bambini».

Quell'avventura si concluse con un insuccesso, perché la Destra non superò lo sbarramento del 4%, ma l'aspirazione evidentemente è rimasta. E in fin dei conti, il rione Sant'Angelo è pur sempre nel cuore di Roma.

 
[22-10-2009]

 

 

BOTTE DA ORBI TRA DE BORTOLI E SCALFARI - E IL BEL AMI DI “REPUBBLICA” FINì KAPPAO - LA CENA DI ARCORE (COL CAPPELLO IN MANO), IL SOSTEGNO INIZIALE A SINDONA, LA P2 - QUEL PATTO DEL '79 COL GRUPPO RIZZOLI-P2 RITROVATO DALLA GF IN CASA GELLI - NEMESI DI BARBAPAPà: DAL “MONDO” DI PANNUNZIO A “CIOCIARIA OGGI” DEL CIARRA

 

"Scalfari? La sua
specialità è la
pesca subacquea
in acque nere"
(Alberto Ronchey)

Adesso tutti ricordano con rabbia. Come nella famosa commedia di John Osborne. La differenza sta che l'azione drammaturgica non si svolge all'interno di una qualunque casa inglese, ma negli studi televisivi dell'Infedele (La7). E le gesta dei suoi protagonisti rimbalzano come palle di fuoco sulle pagine dei giornali.

Lunedì scorso il volto da clown triste di Alessandro Sallusti, le pantomime del dandy cariato, Oscar Giannino, e la faccia da pugile novizio di Gustavo Zagrebelsky, facevano solo da contorno al duello all'arma bianca tra il direttore del "Corriere della Sera", il mite Ferruccio de Bortoli, e il fondatore di "Repubblica", il mitologico Eugenio Scalfari. Erano Tableaux vivants, di una contesa, arbitrata dall'astuto Pinocchio, Gad Lerner.

FdB ANNUNCIA LA FINE DEL MIELISMO
Chi ha vinto la sfida, in fin dei conti, ha poca importanza. Anche se stavolta Eugenio non è uscito indenne dal match. Chi ne ha guadagnato è stata soprattutto la chiarezza. O meglio, un pesante velo d'ipocrisia è stato tolto al totem delle libertà di stampa, adulato dai giornalisti fin dentro le piazze (molto meno in redazione).

C'è poi da sperare che non si tratti di un fuoco di paglia. E che il ruggito (del topo) Flebuccio nei confronti del leone Scalfari, ad esempio, trovi un'eco quotidiana sulle pagine del Corrierone. Destinato, nolente o meno, ad abbandonare il tragico "terzismo" fantozziano praticato fino alla noia da Paolino Mieli e dai suoi degni Filini della virgola politologica, Angelo Panebianco e Ernesto Della Loggia.

IL RUGGITO IN TV DEL TOPO FLEBUCCIO
Un ruggito il suo che, purtroppo, all'inizio era stato un belato.
Il corsivo steso da Flebuccio sabato 10 ottobre appariva troppo giustificatorio nei confronti di Berlusconi che aveva attaccato pesantemente il Corriere. E, paradossalmente, de Bortoli deve ringraziare il nemico Scalfari che il giorno dopo gli dava del codardo. Provocando un suo editoriale (e un nuovo corsivo) che riapriva uno scontro in cui Eu-Genio si era aggiudicato il primo round. Un "corpo a corpo" andato avanti fino all'altro giorno, mercoledì 14 ottobre. Proprio mentre i consiglieri dell'Rcs si riunivano in via Solferino. Stavolta era Flebuccio-don Abbondio a partire all'attacco.

LA CENA DI ARCORE, LA P2 E I RIZZOLI
Confermando non solo che Scalfari era andato con il cappello in mano ad Arcore per discutere di pacchetti azionari (episodio confermato da Fedele Confalonieri), ma piazzando altri due colpi micidiali: ricordando al "maestro" il suo sostegno iniziale al bancarottiere Sindona e di aver chiesto il fallimento della vecchia Rizzoli ai tempi della P2.

La guerra contro i padroni di via Solferino inizia già nell'estate del '75, con la rivelazione dell'Espresso che la famiglia Rizzoli starebbe per rivendere il gruppo ai Monti. "Perché lo fai?", gli chiede un cronista. "Per screditare i Rizzoli. Stiamo per entrare in guerra: per vincere valgono tutti i colpi", è la risposta di Scalfari. E anche la sua filosofia di direttore-editore.

QUEL PATTO
Adesso tutti ricordano con rabbia. Ma molti dimenticano, compreso l'ex Federmaresciallo di largo Fochetti, Giampaolo Pansa (portano la sua firma due possenti volumi sui rapporti stampa-potere dai titoli "L'Intrigo" e "il Malloppo"), Nel luglio del 1979 i signorotti di "Repubblica", stipularono "un singolare" accordo con il gruppo Rizzoli-P2 in cui si parla di "interessi comuni", d'intese per eventuali acquisizioni di testate locali e di "reciproche consultazioni".

DA "IL MONDO" DI PANNUNZIO AL CIARRA
Una cartuccella, tenuta segreta, fino al giorno del ritrovamento del patto da parte delle Fiamme Gialle a "Villa Wanda". La residenza aretina del venerabile Licio Gelli, gran capo della P2. Per Scalfari si trattava soltanto di "gentlemen's agreement". Così è fatto il nostro Bel Ami.

E nel gioco perverso dei paradossi, lui e Carlo De Benedetti (iscritto a suo tempo alla massoneria di Torino, Loggia Cavour) hanno potuto conservare, la proprietà del gruppo Espresso-Repubblica grazie all'astuzia del lor peggiore nemico, Andreotti-Belzebù. Lì dove non arrivò il mitico Enrico Cuccia allungò la sua manona amichevole Peppino Ciarrapico. Come a dire? da "il Mondo" di Pannunzio a "Ciociaria Oggi" del Ciarra.

PS - Per CDB e la massoneria, leggere pag. 416 del libro Bur di Ferruccio Pinotti "Fratelli d'Italia".

 
[15-10-2009]

 

 

 

LIBERO" AGITA IL FANTASMA FISCALE DACARLETTO – A volte si è svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le cose - DA UN ANNO ALL’ALTRO DE BENEDETTI PASSò DA NULLATENENTE (ITALIANO) A MILIONARIO (PER I GRIGIONI) – E I LIQUIDATORI DEL CRAC AMBROSIANO RESTARONO (QUASI) A SECCO…

Claudio Antonelli per "Libero"

A volte si è svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le cose. Come l'ingegnere De Benedetti che prima di fare il salto, ovvero lasciare l'Italia per la residenza elvetica, ci ha pensato per un po' di anni. E prima di decidersi, nel 1998, quando ha preso il domicilio in Canton Grigioni, per alcune stagioni fiscali al di qua delle Alpi non aveva nulla di intestato.
Fatto salvo gli emolumenti frutto del suo lavoro e le cedole frutto delle sue aziende.

Un caso fortuito che lo ha più volte salvato da una serie di pignoramenti ordinati dagli allora pretori impegnati nel processo sul crack da 1400 miliardi di lire del Banco Ambrosiano. Un processo che ha visto impegnato l'Ingegnere per quasi 16 anni e che dopo una condanna in primo grado alla fine lo vide assolto in toto.

L'opzione svizzera sarà senz'altro dovuta come lo stesso ingegnere ha recentemente dichiarato a motivazioni sociali e politiche. Ma gli attacchi politici e giudiziari subiti in Italia negli anni '90, definiti dai suoi avvocati come azioni persecutorie, devono certo averlo sollecitato a varcare Ponte Chiasso.

Il mese scorso De Benedetti chiedendo la cittadinanza a Berna ha comunque precisato: «Qualcuno, terribilmente stupido e informato male ha pensato che il mio desiderio avesse in qualche modo a che fare con questioni di natura fiscale», ha dichiarato il manager. Invece, ha sbagliato, «in modo grossolano, visto che sono sempre stato e continuerò ad essere fiscalmente residente in Italia».

In altre parole la Svizzera è il Paese più libero e sicuro del mondo. Vero. Ma è anche il migliore in cui andare a pagare le tasse. Nel momento in cui l'Ingegnere, terminato il processo e assolto per il crack del Banco Ambrosiano, spostò la residenza in Canton Grigioni, secondo la rivista Bilanz, diventò uno dei primi 300 contribuenti elvetici. Con un patrimonio tra gli 1,5 e i 2 miliardi di franchi. Oltre 2 mila miliardi di lire.

Eppure l'anno prima in Italia era nullatenente eccetto gli introiti dovuti all'attività di amministratore delegato. E non solo l'anno prima. Già nell'aprile del 1987 i legali del vecchio Banco Ambrosiano chiesero 150 miliardi di danni a De Benedetti e agli altri coinvolti nel processo.

Il liquidatore, Lanfranco Gerini, nell'ambito della causa civile parallela al processo penale, riuscì a pignorare al patron della Cir solo 1 miliardo. Null'altro. Anni dopo nel 1995 la parte civile, dopo la sentenza di primo grado del 1992, chiese di pignorare all'Ingegnere 100 miliardi come acconto del buco da 1400 miliardi del Banco. Si dovettero accontentare degli emolumenti, perchè De Benedetti non aveva intestato nulla.

D'altronde come commentò il Corriere il 2 ottobre del 1995 «a certi livelli e con certi patrimoni capita spesso, per ragioni fiscali, di risultare nullatenenti». A quella data De Benedetti risultava comunque presidente e consigliere delegato della holding Cofide. Presidente e consigliere di Olivetti. Presidente di Sogefi. Vicepresidente e consigliere della Cir. Consigliere di Editoriale Espresso, di Gim e Pirelli.

Nel 1996 il pretore di Torino, sempre a seguito della sentenza che lo condannò in primo grado a oltre 6 anni di carcere, ordinò un pignoramento di beni e azioni della Carlo De Benedetti e Figli pari a 52 miliardi di lire, più 20 di interessi maturati. Totale 72. Dopo alcuni rinvii e tentativi, l'ufficiale giudiziario si presentò nella villa torinese di De Benedetti e mise sotto sequestro quadri e argenteria per 790 milioni di lire.

All'inviato del Corriere lo stesso messo avanzò il dubbio che alcune opere d'arte fossero state addirittura sostituite con delle croste. Dubbio mai provato e certamente frutto di una perizia eccessivamente rapida. Un dubbio che però non fu mai affrontato in fase dibattimentale.

Anzi, non ci fu nemmeno la contro perizia, perchè alla fine i mobili, i quadri e le argenterie non furono mai pignorate. Perchè come scrisse la stessa Repubblica il 27 aprile del 1996 l'Ingegnere e i liquidatori trovarono l'accordo per una transazione da 10 miliardi. Il 10% esatto della richiesta iniziale.

Il difensore, l'avvocato Rocca spiegò: «Sotto l'incalzante pressione di manovre odiose abbiamo consigliato il cliente di addivenire a un'intesa che tronchi ogni altra pretesa. Per quanto infondata». L'anno prima, ancora lontani dalla stretta di mano, ci fu anche un colpo di genio definito allora "mossa anti pignoramento".

In quel periodo De Benedetti prese 10.982.280 azioni dell'accomandita che controlla Cofide e le girò in pegno alla Cofito, la finanziaria torinese che fa capo alla famiglia Segre. Consacrando un'amicizia mai tramontata. Solo ieri Carlo De Benedetti ha acquistato un altro 3,8% della sua Management & Capitali comprando con una transazione fuori mercato 18 milioni di azioni tramite la Romed. Di cui Franca Segre era fino ad aprile amministratore e ora ne è procuratore. Un nuovo capitolo della saga-scalata di M&C. Ma questa è un'altra storia.

 
[03-09-2009]

 

 

SPORCHI DI SME - FELTRUSCONI CANNONEGGIA SCALFARI - NEL PROCESSO DI APPELLO PER DIFFAMAZIONE AI DANNI DI CRAXI, IL FONDATORE DI 'REPUBBLICA' ASSOLSE BERLUSCONI: "NON HA FATTO NULLA DI ILLECITO NEL CASO SME, è SOLO UN IMPRENDITORE" -  -

Gianmarco Chiocci per Il Giornale

«Confermo la proposta di remissione della querela, previa una lettera di scuse, nella forma più opportuna che Eugenio Scalfari riterrà. Vorrei sottolineare che la querela da me sporta aveva finalità di tutela della verità storica e della dignità politica ed umana di mio padre. A differenza di altri, non intendo commercializzare questo "momento" ma mi riterrei totalmente soddisfatta con la lettera di cui sopra». In fede, Stefania Craxi.

È datato 11 giugno 2009 l'ultimo atto a margine del processo penale d'appello che vede il fondatore di Repubblica condannato in primo grado (insieme all'attuale direttore Ezio Mauro) per aver sostenuto - nella sua rubrica sul Venerdì - che «Craxi era intervenuto con mezzi illeciti per bloccare il contratto Sme» poiché Carlo De Benedetti andava annoverato «tra le sue inimicizie». La sollecitazione che la figlia del leader socialista rivolge ad Eugenio Scalfari ne segue altre, precedenti, non andate a buon fine. Non vuole soldi, ma solo un'ammissione pubblica di colpa per l'abbaglio preso.

Scalfari non sa cosa fare: se il mea culpa ed evitare così i rischi del secondo grado oppure proseguire diritto e sperare in giudici più benevoli rispetto a quelli che l'hanno condannato il 6 aprile 2006 alla pena di 2.500 euro al termine di un dibattimento ricco di testimoni eccellenti. Le motivazioni della sentenza non offrono grandi speranze per il futuro del barbuto fondatore di Repubblica.

Nelle quindici pagine sottoscritte dal giudice Francesco Patrone del tribunale di Roma si legge, infatti, che «entrambi gli enunciati (fatti illeciti e intervento di Craxi dovuto all'inimicizia per De Benedetti, ndr) appaiono obiettivamente lesivi della reputazione di chi allora rivestiva la carica di presidente del Consiglio».

La tesi affermata da Scalfari che Craxi bloccò il contratto Sme violando la legge ed al fine di danneggiare De Benedetti, è stata dunque giudicata diffamatoria anche perché «il predetto intervento di Craxi - si legge ancora in sentenza - forte, non isolato e pubblicamente rivendicato dallo stesso Craxi, non costituiva certamente un atto abnorme (...). Non è dato pertanto di ravvisare, a parere di questo giudice, nessun evidente deliberato illecito, sotto il profilo oggettivo, nella condotta tenuta da Craxi in ordine alla vicenda Sme».

Nel tentativo di evitare la condanna Scalfari le aveva provate tutte nel contraddittorio con l'avvocato Roberto Ruggiero, difensore del sottosegretario agli Esteri. Prima s'era impegnato a sminuire la portata delle sue affermazioni diffamatorie spiegando che il suo era solo un «giudizio politico». Testuale: «Il mio dire illecito non configura... è una... non so come spiegarmi meglio, ma è un aggettivo di tipo politico, io non sto incolpando nessuno di reati tant'è che io sono stato disposto sin dall'inizio a transigere questa lite (...). Se dico che ha adottato procedure illecite, ha adottato mezzi illeciti, io do un giudizio etico-politico, che ovviamente può essere sbagliato o soggettivo».

Scalfari è poi riuscito nella straordinaria impresa di buttare a mare anni di campagne stampa di Repubblica contro Silvio Berlusconi e la Sme. Anche qui, il virgolettato parla da solo: «Io ho dato dell'illecito al comportamento non di Berlusconi ma di Craxi, quindi il problema è completamente un altro. È una mia opinione, certo, io non ho dato giudizi su Berlusconi, li ho dati su Craxi. Se si legge il testo non vi è il minimo dubbio. Allora è chiaro - continua Scalfari - che Berlusconi non ha fatto... in quel caso, nel caso di partecipare, di mettere in piedi una cordata. Berlusconi non ha fatto nulla di illecito, Berlusconi è solo un imprenditore».

Agli atti del processo vi è poi il clamoroso interrogatorio dell'allora ministro dell'Industria, Renato Altissimo, che al giudice racconta dei rapporti tra Prodi e De Benedetti nell'appalto per la Sme: «Un gruppo americano si disse interessato all'acquisto della Sme, così chiamai l'allora presidente dell'Iri, Prodi, e glielo feci presente. Prodi mi escluse categoricamente che la Sme, pezzo pregiato dell'Iri, sarebbe mai stata venduta. Poi quando pochi mesi dopo De Benedetti mi chiamò per comunicarmi che aveva preso la Sme, parlai nuovamente con Prodi. Ero decisamente sorpreso. Gli dissi perché a Carlo De Benedetti sì e agli altri no, e lui mi rispose secco: "Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai"...».

 
[03-09-2009]

 

 

M&C: Nati si fa la holding solo tre giorni prima del blitz - Consob sospetta una concertazione occulta De Benedetti-Segre-Nati – carletto smentisce: “Non esiste alcun accordo con soggetti terzi - Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell’Opa”…

1 - M&C: Nati si fa la holding solo tre giorni prima del blitz
Radiocor - Da societa' immobiliare a holding d'investimento solo tre giorni prima di entrare nella partita M&C. La 'scatola' che ha portato Alessio Nati al 5,272% di M&C - secondo quanto risulta a Radiocor - e' stata dotata di uno statuto adeguato all'operazione solo tre giorni prima che Nati stipulasse il contratto di compravendita con Sal.Oppenheim, come lascia intendere la comunicazione Consob di oggi.

2 - M&C, Consob sospetta una concertazione De Benedetti-Segre-Nati
Luca Fornivo per La Stampa

Dopo tante fiammate in Borsa, Opa, rilanci, intrecci famigliari e societari, ora la Consob vuol vederci chiaro su Management & Capitali , il fondo salva-imprese fondato da Carlo De Benedetti, stellina estiva di Piazza Affari.

Secondo quanto risulta a La Stampa, l'Authority di Borsa ha avviato un dossier approfondito per valutare se ci siano gli estremi di un concerto su M&C. Ovvero se sia possibile ravvisare un accordo occulto tra De Benedetti, socio di M&C col 19,6% e «soggetti terzi» tra cui potrebbero esserci Alessio Nati (5,27% del capitale), genero di Silvia Monti, moglie di De Benedetti e Bim.

La banca torinese, spesso al fianco dell'Ingegnere in tante scalate, ha tra i soci la famiglia Segre che ha lanciato un'Opa su M&C a 0,11 euro, cui è seguito la contro-Opa della Tip di Giovanni Tamburi a 0,12 euro. Già oggi potrebbe essere formalizzata da parte di Consob una richiesta di chiarimenti ai soggetti in gioco, che in via informale sarebbero però già stati contattati dall'Authority.

Tant'è che ieri De Benedetti ha voluto smentire l'ipotesi di concerto. «Non esiste alcun accordo con soggetti terzi» sul capitale di M&C» ha detto l'Ingegnere che ha aggiunto: «L'accordo parasociale siglato il 5 marzo 2008 tra Romed, Romed international (De Benedetti, ndr) e Secontip (Giovanni Tamburi, ndr) è stato formalmente dichiarato esaurito» dalla Romed e Secontip «ha contestato l'efficacia di tale disdetta».

Sui recenti acquisti di M&C De Benedetti ha detto: «Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell'Opa». Ieri M&C ha perso il 3,46% a 1,17 euro.

La Consob vuole riscontrare poi altre anomalie. Appare bizzarra la decisione di Secondtip di ridurre la quota in M&C dal 15 al 12,7%. La decisione, si legge in una nota emessa da Secodntip su richiesta di Consob, «è stata dettata da considerazioni di opportunità imprenditoriale, tenendo conto delle quotazioni del titolo M&C negli ultimi giorni superiori di oltre il 60% rispetto al migliore dei prezzi offerti» nell'ambito delle due Opa sul titolo.

Secondtip conclude dicendo di non aver stipulato patti con altri azionisti. Altra possibile anomalia, la «scatola» che ha portato Nati al 5,2% di M&C è stata dotata di uno statuto adeguato all'operazione tre giorni prima che Nati stipulasse il contratto di compravendita con Sal. Oppenheim. Intanto, secondo indiscrezioni, non commentate dal portavoce di Nati, l'imprenditore sarebbe in uscita da Investimenti e sviluppo insieme al presidente Carlo Gatto.

 
[21-08-2009]

 

 

 

E se alla fine la scalata la facesse l'Ingegnere?Per ora IL GENERO Alessio Nati non lancia l'Opa ma compra – DE BENEDETTI sale quasi al 20% e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui - Forse CDB si è pentito di aver annunciato l'addio alla finanza…

Stefano Feltri per Il riformista

Ieri il mercato ha assistito a un'altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d'acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato.

Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l'Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l'autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa.

E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po' tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C.

Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l'eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un'offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti».

Sorpresa numero due: dall'aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all'ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento.

Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando - a un prezzo gonfiato dall'attenzione che si è creata intorno a M&C - azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l'Ingegnere continua a comprare a oltre 16.
Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l'editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento.

Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due - insieme - oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa.

Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all'opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell'Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita.

Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity.

Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l'eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene.

La seconda teoria è che CDB si sia un po' pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull'uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

 
[19-08-2009]

 

 

 

 

IL GIOCO DELL’Opa DI CARLETTO - METTE ALL’ASTA LA ‘SALVAIMPRESE’ M&C, DOPODICHé COMPRA AZIONI, QUINDI SBUCA IL GENERO, INSOMMA NON SI CAPISCE UN AMATO NIENTE – QUELLO CHE è SICURO è CHE L’UNICA SOCIETà CHE L’INGEGNERE METTERà IN SALVO è SE STESSO…

Giancarlo Radice per Corriere della Sera

La corsa a Management & Capi­tali è ormai al punto di svolta. A imprimerla è stato lo stesso fondatore, Carlo De Benedetti, che nei giorni scorsi ha aggiunto a quel 18,2% del fondo «salvaimprese» già nelle sue mani un altro 2,16% attraverso due operazioni di merca­to, costate circa 1,5 milioni di euro, che sembra­no puntate contro le offerte d'acquisto presenta­te dalla Tamburi Investment Partner (Tip) di Giovanni Tamburi e dalla famiglia Segre attra­verso Mimose.

Il primo intervento risale a lune­dì scorso, quando la Romed dell'Ingegnere ha comprato un pacchetto di 1,25 milioni di azioni a 0,145 euro ciascuna. Tre giorni più tardi, gio­vedì, secondo blitz: un altro pacchetto di 9 mi­lioni di titoli a 0,15 euro ciascuno, tanto da inne­scare venerdì scorso in Borsa un'ondata di ri­chieste che hanno fatto schizzare Management & Capitali del 21,38%, a quota 0,176 euro (cioè il 138% in più dai minimi di sei mesi fa). In al­tre parole, molto al di sopra sia dell'offerta sia di Mimose (circa 0,11 euro) sia di Tip (che, fra contanti e azioni proprie, è compresa fra 0,114 e 0,122 euro).

Una doppia mossa che, non a ca­so, ha avuto effetto proprio nel giorno, venerdì scorso, in cui scadevano i termini per presenta­re altre offerte d'acquisto. Con la conseguenza che da qui al 15 settembre, data ultima entro la quale gli azionisti di M&C dovranno conferire o meno le proprie azioni a uno o all'altro preten­dente, l'intera partita è ancora tutta da giocare.

E adesso? Quello lanciato da De Benedetti è il segnale inequivocabile che l'Ingegnere conside­ra insufficienti le cifre messe sul piatto da Tam­buri e Segre rispetto al valore reale di M&C. Ma negli ambienti finanziari milanesi ci si chiede se con il suo intervento sui mercati De Benedet­ti abbia voluto soltanto sollecitare un rilancio o voglia comunque scoraggiare gli azionisti ad aderire alle due attuali Opa.

 

Tutti i riflettori so­no puntati adesso su Alessio Nati, amministra­tore delegato della finanziaria Investimenti e Sviluppo e marito di Una Donà Delle Rose, cioè la figlia di primo letto di Silvia De Benedetti, moglie dell'Ingegnere. Nati ha più volte espres­so il suo interesse per il dossier M&C, è arrivato a prefigurare una cordata di imprenditori al suo fianco e in queste settimane pare abbia in­tensificato i contatti con gli istituti di credito di­sposti a finanziarlo, in primo luogo Unicredit e Banca Intermobiliare.

Non è passato inosserva­to neanche il suo attivismo in Borsa di questi giorni. «Non mi stupirei se nei prossimi giorni dichiarasse di avere in mano il 10% di M&C» os­serva un banchiere milanese, in cambio del­l'anonimato.

Nella «battaglia di ferragosto», dunque, De Benedetti è di colpo tornato al centro di uno sce­nario in cui i rapporti personali si mischiano in­dissolubilmente a quelli d'affari. L'ipotesi Nati, se mai dovesse concretizzarsi, avrebbe un sapo­re «familiare». E, forse, consentirebbe all'Inge­gnere si continuare a tenere le file di una società che lui stesso ha creato nel 2005. Ma anche con la famiglia Segre (Franca Segre come il figlio Massimo, che guidano Mimose) c'è un legame che dura da oltre trent'anni, scandito anche dal­l'alleanza nell'azionariato di Banca Intermobilia­re.

Quella Bim da cui i Segre hanno appena avu­to il via libera ad acquisire, nell'altra Opa che sta caratterizzando la loro estate 2009, la quota di controllo della Ipi. Ed è chiaro, dunque, come l'obiettivo della doppia Opa di Mimose sia quel­lo di riunire le attività immobiliari di Ipi con quelle industriali-finanziarie (e la liquidità) di una società quotata in Borsa come M&C.

Ma rapporti di vecchia data, l'Ingegnere li vanta anche con Tamburi. Non a caso Tip è il secondo azionista di M&C, con il 15,3% del capi­tale. Solo che, quattro mesi fa, qualcosa è pro­fondamente cambiato. Lo scorso aprile De Bene­detti ha infatti disdetto improvvisamente il pat­to di sindacato che lo legava a Tamburi. E Tip, appoggiata da altri azionisti, ha risposto a fine giugno presentandosi all'assemblea di M&C per contestare quasi tutti i punti all'ordine del giorno e bocciare sonoramente la proposta di aumento di capitale avanzata dall'Ingegnere.

Che l'obiettivo di Tip sia quel­lo di riportare M&C al progetto originario in base al quale era­no entrati come soci, è chiaro fin dal prospetto della loro of­ferta d'acquisto e scambio sul 100% del capitale: unire le attivi­tà e ampliare la platea di investi­tori per costituire una mer­chant bank indipendente, atti­va del private equity, nella con­sulenza d'impresa e nella gestio­ne delle crisi aziendali.

Ora, do­po le doppia mossa dell'Inge­gnere sul mercato, Tamburi e partner non sembrano comun­que ansiosi di migliorare l'offer­ta d'acquisto: se il titolo M&C tornerà ai livelli indicati dalla loro Opas confidano di ottenere la fiducia degli azionisti, se il titolo resterà invece più elevato, si ritroveranno automaticamente aumentato il valore del loro 15,3%.

Ma è chiaro che a questo punto sia Tip sia Mimose stiano valutando se ci sono margini di rilancio. E se abbiano senso. M&C è infatti un fondo «salvaimprese» a cui, dopo la distribuzio­ne agli azionisti di 254 milioni di capitale, resta­no in cassa 59 milioni di euro, cioè 0,105 euro per titolo (destinati a scendere a 50 per gli impe­gni presi con Treofan e Comital) e che detiene asset industriali molto problematici: il 68% di Comital (completamente svalutato nel 2008), cioè l'azienda che produce Cuki e Domopack, il 94,4% di Botto Fila e soprattutto 77,6 milioni di euro di obbligazioni della società tedesca Treo­fan destinate a essere convertite in azioni dan­do a M&C il 47% del capitale.

 
[17-08-2009]

M&C, ora la Consob SI MUOVE SULLA ‘BOSSA NOVA’ DI CARLO DE BENEDETTI – NON SARà CHE IL FURBETTO DI ‘REPUBBLICA’ STIA COMPRANDO AZIONI DELLA SUA SOCIETà PER AUMENTARE IL VALORE E POI GIRARLE AL GENERO ALESSIO NATI? - Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquisti…

Francesco Manacorda per La Stampa

E alla fine anche la Consob si muove su Management& Capitali. Ieri, dopo che venerdì scorso
Carlo De Benedetti aveva fatto sapere di aver acquistato azioni di M&C pagandole fino a 0,15 euro l'una - ossia un prezzo largamente superiore a quello dell'Opa più generosa in corso tra le due offerte concorrenti presentate dalla famiglia Segre e dalla Tip di Gianni Tamburi - la Commissione di Borsa ha chiesto a tutti gli azionisti rilevanti della società una fotografia aggiornata delle loro partecipazioni.

Ma soprattutto, dagli uffici Consob sono partite anche due richieste ufficiali. La prima è indirizzata ad Alessio Nati perché illumini il mercato sullo stato delle sue - lunghe - riflessioni. Il finanziere, che è genero della moglie dello stesso De Benedetti e che il 15 luglio aveva annunciato uno studio di fattibilità proprio su un'eventuale e ulteriore Opa su M&C, non ha dato poi notizie delle sue intenzioni.

Adesso la Consob gli suona la sveglia, probabilmente chiedendogli anche se abbia una partecipazione nella società. Per rispondere Nati ha tempo fino a domani, ma il suo comunicato dovrebbe arrivare già oggi, prima dell'apertura dei mercati.

La seconda richiesta di informazioni da parte della Commissione, sempre ai sensi dell'articolo 115 del Tuf, sarebbe indirizzata invece allo stesso De Benedetti - che con le ultime operazioni a caro prezzo è salito dal 16 al 18,2% della società - perché chiarisca il senso dei suoi ultimi acquisti e la sua strategia d'investimento.

Insomma, la piccola battaglia estiva di piazza Affari - ieri l'intera M&C capitalizzava 80 milioni - si sta scaldando. Dopo gli acquisiti dell'Ingegnere che venerdì avevano messo il turbo al titolo, anche ieri il rialzo è continuato. In mattinata con un incremento superiore all'8%, poi con un rallentamento che ha portato il progresso della seduta al 2,2% tra scambi che sono stati trenta volte la media dell'ultimo mese.

Si tratta di 0,18 euro per azione, dunque un controvalore ben superiore sia a quello dell'offerta della famiglia Segre (0,11 euro in contanti) sia a quello della Tip (circa 0,12 euro tra azioni e contanti). Mentre è impossibile che i Segre possano rilanciare sull'offerta di Tamburi - il termine per un'eventuale controfferta è scaduto venerdì scorso - le strade che restano da battere per spiegare gli acquisti di De Benedetti sono due.

La prima riguarda l'aspettativa che sia in arrivo un'altra offerta più alta rispetto a quella di Tamburi. Ovvio che in questo caso l'uomo su cui si puntano gli occhi del mercato sia proprio Nati. Ieri, tra l'altro, la Investimenti e Sviluppo, di cui Nati è amministratore delegato, ha chiuso con un balzo del 31,55%, a 0,1059 euro, con scambi pari al 3,4% del capitale. Questo nonostante il 15 luglio il finanziere avesse precisato di muoversi in modo autonomo e non attraverso al società che guida. A giudicare dai movimenti di Borsa, però, c'è l'aspettativa che qualcosa sia cambiato.

La seconda interpretazione è quella che De Benedetti consideri il valore delle partecipazioni in M&C superiore a quello espresso dall'offerta di Tip. O, per meglio dire, che con il suo acquisto del 2,2% l'Ingegnere abbia mandato a Tamburi il chiaro messaggio che con lui, a questi prezzi, l'Opa non passerà e che Tip rischia di trovarsi in casa M&C un socio assai ingombrante.

In questo caso, senza l'intervento di Nati, si potrebbe assistere a un braccio di ferro tra De Benedetti e Tamburi. Anzi a un nuovo braccio di ferro, visto che proprio a maggio, dopo appena un anno di convivenza nel capitale di M&C, l'Ingegnere aveva sciolto il patto di sindacato con Tamburi proprio perché in dissenso con lui sulle strategie della società.

M&C: Alessio Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquistI
Radiocor -
Alessio Nati ha raggiunto un accordo per rilevare il 5,3% di M&C e non esclude ulteriori acquisti. Lo sottolinea lo stesso Nati in una nota di precisazione formulata su richiesta della Consob. 'In data 14 agosto 2009 - recita la nota - Alessio Nati ha raggiunto un accordo per l'acquisto ai blocchi, con effetto dal 21 agosto 2009, di una partecipazione rappresentativa del 5,3% del capitale sociale di M&C'.
Lo stesso Nati 'non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti di azioni di M&C in ogni caso in misura non eccedente le soglie rilevanti ai fini degli obblighi d'Opa'. Infine, riguardo la quota del 5,3% della societa', 'non sono stati stipulati, allo stato, accordi rilevati ai sensi dell'articolo 122 del Tuf', cioe' patti parasociali. 'Allo stato', Nati ha invece 'abbandonato l'ipotesi di promuovere un'offerta pubblica' dopo lo studio di fattibilita' effettuato nelle ultime settimane.

 
[18-08-2009]

 

 

 

 

DOPO VILLA CERTOSA, I PAPARAZZI ESPUGNANO LA TENUTA DI CARLO DE BENEDETTI - E CHI CI TROVANO, PANZA A PANZA? L’INGEGNERE “DEVIATO” CON IL SUO GAD LERNER - ED È SUBITO PETTEGOLEZZO: SÌ, SARÀ L’INFEDELE A PRENDERE LE REDINI DELL’ESPRESSO

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LA SINISTRA CHIC DALLA SARDEGNA NON SI SMUOVE
FOTO E TESTO DA "OGGI"

LERNER IN SARDEGNA DALL'ING

Divisi in tutto, De Benedetti e Berlusconi sono uniti dalla passione per la Sardegna. Sul promontorio del Romazzino, a pochi chilometri da Porto Rotondo e dai fasti berlusconiani di villa Certosa, la tenuta dell'ingegner Carlo De Benedetti, industriale e padrone del quotidiano La Repubblica e del settimanale Espresso, è una delle più lussuose della Costa Smeralda (qui a sinistra), con piscina a forma di cuore e costruzione, a pianta quadrata, ricoperta da prati e siepi.

DEBENEDETTI E LERNER

L'editore e la sua seconda moglie, l'ex attrice Silvia Monti (indimenticabile consorte di Alberto Sordi in Finché c'è guerra c'è speranza, 1974), amano circondarsi di intellettuali, e hanno invitato grossi calibri del giornalismo di sinistra, come Gad Lerner, presentatore de L'Infedele su La7, e Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, con rispettive signore. Le foto non sono «pepate» come quelle del premier, ma preludono forse a nuovi incarichi per Lerner, che già collabora a Repubblica ed Espresso.

DEBENEDETTI E LERNER

 

 

 
[11-08-2009]

 

 

 

CONTI IN TASCA A CARLETTO - La Cdb & Figli, accomandita di famiglia, ha varato una massiccia ricapitalizzazione da chiudere entro il 2012 - L’operazione non prevede un sovrapprezzo. Ma nella cassaforte dell’Ingegnere ci sono 162 milioni di debiti...

Andrea Giacobino per Finanza & Mercati

 

Carlo De Benedetti rafforza con 101,4 milioni la sua cassaforte a monte della catena Cofide-Cir. È stato appena depositato il verbale dell'assemblea della Carlo De Benedetti & Figli, l'accomandita della famiglia dell'Ingegnere, che lo scorso 30 aprile si è riunita in sede straordinaria presso il Centro congressi dell'Unione industriali di Torino, per decidere e approvare la ricapitalizzazione.

 

L'aumento di capitale deliberato dagli azionisti è di 101,4 milioni «con l'emissione - dice il verbale - di 195 milioni di azioni del valore nominale di 0,52 euro cadauna, da offrirsi in opzione agli azionisti alla pari e quindi senza sovrapprezzo». L'aumento di capitale, spiega ancora lo stesso De Benedetti ai soci dell'accomandita di cui è presidente, è «scindibile, potrà essere eseguito anche in più tranches entro il 31 dicembre 2012».

 

Nel corso dell'assemblea straordinaria si è reso perciò necessario procedere a una modifica dello statuto della Sapa, all'articolo 4, perché il capitale sociale attuale, sottoscritto e versato e pari a 69,42 milioni, viene aumentato appunto a 170,82 milioni.

L'assemblea della Cdb & Figli, peraltro, ha deciso che «qualora entro il suddetto termine del 31 dicembre 2012 l'aumento non sia stato integralmente sottoscritto, il capitale sia comunque aumentato di un importo pari alle sottoscrizioni raccolte». Il capitale, inoltre, precisa il verbale, «potrà essere aumentato anche mediante conferimenti in natura».

FRANCA SEGRE

L'assemblea straordinaria della Sapa ha registrato quasi il «tutto esaurito» in quanto a titoli depositati. Erano presenti infatti soci portatori di 123,49 milioni di titoli sui 135 milioni di capitale e, in particolare: lo stesso De Benedetti con 10,13 milioni di titoli di piena proprietà e 10 milioni su cui ha usufrutto; Bim Fiduciaria con 93,34 milioni di titoli rappresentata da Massimo Segre, la madre Franca Bruna
Segre con 4.249 azioni, e due dei tre figli dell'Ingegnere, Rodolfo e Marco De Benedetti, ciascuno detentore di 10,04 milioni di titoli.

massimo segre

Mancavano all'appello i titoli del terzo figlio di De Benedetti, Edoardo (che però non è accomandatario); ma l'assemblea ha comunque approvato la ricapitalizzazione all'unanimità. La Sapa, che controlla il 45,43% di Cofide, ha chiuso il 2007, ultimo bilancio disponibile, in perdita per 2,54 milioni (coperta con la riserva straordinaria), con disponibilità liquide per 38,65 milioni, ma debiti verso banche per 122,44 milioni e a fronte dell'esposizione totale di 162,71 milioni vi erano titoli dati in garanzia per 111,21 milioni.

 

 

 
[03-06-2009]

 

 

 

ASSALTO A CDB - IL DEPUTATO PDL LEHNER RIPESCA UNA telefonata di 13 anni fa De Benedetti-Di Pietro (atti procura di Brescia) - e ricorda l'arresto (12 ore) dell’Ingegnere: "consegnò agli inquirenti un memoriale sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti"....

Giancarlo Lehner per "Libero"

Il rapporto tra Di Pietro e l'Ingegnere, pur essendo il molisano drammaticamente impari, è storicamente organico e finalizzato versus Berlusconi.

Ecco una telefonata di tredici anni fa, agli atti della procura di Brescia, ore 10 e 31 del 19/11/1995:

Di Pietro: Pronto?

De Benedetti: Dottor Di Pietro?

D.P.: Sì....

D.B.: Non... l'ho svegliata?... Sono Carlo De Benedetti...

D.P.: Sì... l'avevo riconosciuta benissimo, come va... che piacere sentirla.

D.B.: Bene, bene... anch'io.

D.P.: Noi, a questo punto, ho capito che abbiamo tanti amici comuni.

D.B. : Eh, ne abbiamo tanti ... sicuro.

D.P.: Tanti amici comuni, con cui lavoriamo insieme.

D.B.: Bene... e Prodi è uno di questi... no?

D.P.: Prodi è uno di questi, sì...

D.B.: ...ehm... il suo progetto va avanti?

D.P.: Il nostro progetto... il nostro, eh sì, il mio progetto va avanti, sta, stiamo lavorando... poi gliene [sic!] preferisco parlargliene a voce.

D.B.: Con grande piacere... anche perché secondo me ci vuole un'accelerazione dei tempi.

D.P.: Credo che ci sia un'accelerazione in tanti sensi, devo dire che anche noi stiamo facendo parecchio, anche poi... grazie ad amici comuni...

D.B.: Uhm... uhm... senta una cosa, poi ne parliamo perché mi interessa anche sapere la sua idea... su questa pseudo o finta entrata di Romiti.

D.P.: Eh... non lo so se poi è pseudo o se è finta [sic!]... credo che sia una variabile... anch'io ci sto riflettendo... Eh...eh...eh... per certi versi interessante, per certi versi uhm.. come si può dire... uhm.

D.B.: Conturbante.

D.P.: Conturbante... conturbante, perché credo di capire dove vuole andare a virare...

D.B.: Quello di Berlusconi è una cosa del tutto anomala, .. Senta, quando lei ha un momento mi telefoni che ci vediamo settima... settimana prossima senz'altro me ne farò carico.

D.P.: Grazie dottore.

Insomma, è «conturbante» l'intreccio tra gli «amici comuni» (procure e poteri forti), a corollario di un sodalizio di ferro, dove De Benedetti è la mente.

D'altra parte, visto che Repubblica definisce "bravi mediatici" al servizio di Silvio don Rodrigo tutti coloro che non insultano Berlusconi, è doveroso ribattere che quel gruppo editoriale, per il padrone farebbe di tutto, anche strappare le toghe. Quando arrestarono l'Ingegnere, l'ex procuratore di Roma, Vittorio Mele, fu preso a male parole:

«Scalfari... mi raggiunse sul mio telefono cellulare... mi chiese conto, con tono alterato, delle ragioni... dimenticando, come avrebbe poi sempre ricordato per le tante vicende milanesi di Tangentopoli, che l'arresto era stato disposto dal gip».

A proposito di deontologia, L'Espresso diede la notizia del padrone in galera con strillo in prima pagina a mo' di annuncio turistico: "De Benedetti a Roma". Gli "amici comuni" esigono con tono imperioso da Berlusconi la verità, tutta la verità? No Emi, no party?

De Benedetti capisce che il velo tra vero e falso si può strappare e, come uomo di mondo, sa che a volte la virilità impone d'andare a rubare i cavalli.

Il 30/4/1993, l'Ingegnere giurò: «Tangenti? Mai pagate... mai corrisposto finanziamenti ai partiti politici o ad entità ad essi collegate».

Il 17/5/1993, ritrattò, anzi consegnò agli inquirenti un memoriale sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti.

Il 19/5/1993, ammise: «Se dovessi rifare tutto di nuovo, lo rifarei: pagherei le tangenti...».

E Berlusconi dovrebbe rispondere su fatti privati a Repubblica? A noi non frega niente di Noemi; ad altri, purtroppo, non è fregato mai niente della Patria.

Noi stiamo con l'italianissimo Berlusconi, che ama riamato una sola donna: monna Italia.

 
[27-05-2009]

IL “NEGRO” BIANCO DI INDRO – LO SFOGO DI CERVI: “I 13 libri a quattro mani con Montanelli li ho scritti io” – "QUANDO IL "CORRIERE" RIPUBBLICò LA "STORIA D'ITALIA" CANCELLò IL MIO NOME" - QUANTO INCASSAVA DI ROYALTIES SENZA FARE FARE UN CAZZO?...

Da "Italia Oggi"

cervi mario

«I tredici libri a quattro mani con Indro Montanelli li ho scritti io», così dice Mario Cervi nel suo ultimo libro Gli anni del piombo, Mursia, pagine 220, euro 17. La cosa si sapeva ufficiosamente negli ambienti giornalistici più informati. Ma veniva sussurrata. Adesso è lo stesso coautore (che, invece, si rivela come autore) che lo dice in un modo inconfondibile, nero su bianco con una prosa che non deve essere interpretata, ma solo letta. Vediamola, estraendo dal libro questi brani:

DA "GLI ANNI DI PIOMBO" DI MARIO CERVI

... La Storia d'Italia montanelliana aveva un impianto inconfondibile, uno stile riconoscibile, una grande coerenza culturale e, se volete, ideologica. Delle idee di Montanelli condividevo quasi tutto. Del suo modo di porsi di fronte ai personaggi e agli avvenimenti condividevo tutto. I volumi della sua monumentale opera erano diventati, nel corso degli anni, più seri.

Non vorrei essere frainteso. Le godibili pagine dell'inizio avevano una base forte di pensiero e di preparazione. Ma anche per le caratteristiche della pubblicazione che le aveva accolte, la «Domenica del Corriere», aveva un milione e passa di lettori affezionati, ingenui, amanti dei buoni sentimenti, incantati dalle monellerie di Indro, le storie montanelliane erano partite con piglio allegro. Cammin facendo Indro aveva approfondito di più: «L'Italia della Controriforma» è uno stupendo saggio da qualsiasi prospettiva lo si consideri.

Indro Montanelli

L'esigenza di avvicinare la storia di un divulgatore geniale alla storia degli storici era diventata molto forte quando io mi associai a Montanelli. Lo era diventata perché si inoltrava su un terreno battutissimo, perché affrontava temi polemici incandescenti, perché ricordava atti e detti di uomini usciti di scena da poco o ancora viventi. Un giorno in cui, conversando con Indro, gli esprimevo la mia nostalgia per certe sue passate lepidezze, mi disse che avevo ragione, «ma Nerone non dà querela, Fanfani sì».

Voglio essere chiaro: i libri a quattro mani con Montanelli li ho scritti io. Ma non voglio nemmeno essere frainteso. L'approdo di Montanelli a quei tredici libri è stato fondamentale, per una serie di ragioni.

Primo, lo è stato perché la linea era sua e io scrivevo sapendo di dovermi adeguare a essa e facendolo senza alcuno sforzo perché la sua linea era la mia. Secondo, di Montanelli era la prefazione a ogni volume, a volte anche la postfazione. Testi brevi, ma mirabili e indispensabili.

Con il suo dono della sintesi, con le sue doti di chiarezza e di incisività, Montanelli metteva a fuoco i concetti e le figure centrali del libro, nessun osannato ideatore di promo televisivi può eguagliare quel miracolo d'intelligenza. A volte Montanelli mi ricordava, con quelle sue prefazioni, certe critiche teatrali di Renato Simoni: il quale, sunteggiando la trama di una commedia, indicava anche gli sviluppi che l'autore avrebbe potuto darle, e che magari, per inadeguatezza, aveva mancato.

 

Infine, terzo motivo, l'immane produzione giornalistica di Montanelli includeva reportage e ritratti aderenti al libro che scrivevo, e allora attingevo a piene mani. Talvolta la bellezza dei profili era così spiccatamente montanelliana che il libro assomigliava a un'opera della quale io avessi composto il recitativo, e Indro le romanze. Montanelli fu, per quanto mi riguarda, il più indulgente dei revisori, ricordo al massimo una decina di sue aggiunte o correzioni. (_)

Nemmeno me ne volle, Montanelli, quando Rosario Bentivegna, quello della strage di via Rasella, ci querelò per un accenno incompleto, ne L'Italia della guerra civile, ai processi che il Bentivegna stesso aveva subito da corti militari alleate per la morte di un finanziere in borghese, dopo la liberazione di Roma. Bentivegna ottenne il sequestro del volume e un risarcimento.

(A proposito di quel volume, e della scarsa considerazione in cui gli accademici della storia tenevano la collana montanelliana: nel 1991 lo storico Claudio Pavone pubblicò un libro in cui il periodo della Repubblica di Salò era qualificato come guerra civile, e da ogni pulpito culturale italiano si levarono inni alla straordinaria scoperta. Ma L'Italia della guerra civile era stato, anni prima, il titolo di un libro di Montanelli-Cervi.)

L'intesa con Montanelli era tale che sopravvisse ad avvenimenti dai quali avrebbe dovuto essere ridotta in macerie. Quando già Montanelli aveva rotto con Berlusconi, tra il 1993 e il 1994, diventandone il fustigatore implacabile, e io ero tornato al «Giornale» dopo la fallimentare esperienza della «Voce», quando cioè ci trovavamo in teoria su barricate opposte, scrissi i due ultimi volumi della Storia d'Italia (cui seguirono due compendi, L'Italia del Novecento e L'Italia del Millennio).

DIZIONE DEL CORRIERE SENZA IL NOME DEL VERO AUTORE: MARIO CERVI

I volumi furono L'Italia di Berlusconi e L'Italia dell'Ulivo. Libri come si può immaginare molto delicati, che raccontavano vicende nelle quali eravamo stati direttamente coinvolti, e giudicavano personaggi, a cominciare dal Cavaliere, che Montanelli aveva sfidato o appoggiato. Sapevo, scrivendo, di scrivere anche per Indro: che nelle prefazioni e in una desolata postfazione fu grandissimo. Ma non cambiò una parola di ciò che avevo scritto.

Montanelli, uomo leale come nessun altro, non ha mai negato e nemmeno attenuato il mio ruolo nei libri firmati insieme. Nell'ambiente tutti sapevano, e del resto non era un segreto, che li avessi scritti io. Ma recensori e commentatori insistevano nell'elogiare, attribuendole a Indro, scorrevolezze, piacevolezze e durezze che sapevano essere più modestamente di Mario.

Nel libro Soltanto un giornalista di Tiziana Abate, del 2002, che raccoglie molte conversazioni con Indro Montanelli, il mio nome non è mai citato. L'osservazione non è stata fatta da me, che non mi ero preoccupato di verificare, ma da un settimanale, che sospettava chissà quale retroscena.

Tiziana Abate ha giustificato l'omissione spiegando che anche molte altre persone con le quali Montanelli aveva avuto rapporti non erano menzionate. In realtà nessuna di quelle persone, lo dico con franchezza, era stata presente quanto me nella vita e nell'opera di Montanelli. Non so se e quanto l'omissione sia stata intenzionale, ma corrispondeva a un tacito e forse inconsapevole disegno di molti. Disegno consistente nel cancellare o quasi dalla biografia di Montanelli i vent'anni del «Giornale», nel «corrierizzarlo». (_)

Quando il «Corriere della Sera» tra il 2003 e il 2004 pubblicò in allegato la Storia d'Italia arrivò addirittura a ignorare, nella copertina dei volumi che mi riguardavano, il mio nome. Protestai con l'allora direttore Stefano Folli, che mi diede onestamente ragione. A titolo di modesta riparazione mi fece intervistare.

 

 
[28-05-2009]

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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ATTENZIONE AI RISCHI DELL'EOLICO

 

RIFIUTI ED EMISSIONI 0

 

 

 

 

Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Creato Lunedì, 26 Settembre 2011 11:52

Scritto da Lisa Vagnozzi

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.

1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!

2. Birke Baehr

A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.

3. Olivia Bouler

Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.

4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!

5. Mason Perez

 

A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.

6. Ashton Stark

 

A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.

7. Severn Suzuki

Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.

8. Felix Finkbeiner

A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, Pianterò un milione di alberi in Germania. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

 

 

Creato Martedì, 12 Giugno 2012 16:47

Scritto da Marta Albè

Tra Ottocento e Novecento furono messe a punto alcune invenzioni che avrebbero potuto rivelarsi in grado di rivoluzionare la nostra esistenza odierna.

Se l'auto ecologica progettata da Henry Ford o l'automobile a corrente alternata ideata da Nikola Tesla fossero state prodotte su larga scala decenni fa, forse in questo momento non ci troveremmo a condurre guerre spietate per il possesso del petrolio necessario alla produzione del carburante che, secondo Ford, avrebbe potuto essere ricavato in ingenti quantità a partire dai vegetali. Lo stesso Tesla fu in grado di creare un motore elettrico ad emissioni zero e di ricavare energia sfruttando le correnti elettriche della Terra. A due donne si devono invece l'invenzione del primo sistema antinquinamento e di un dispositivo per rendere potabile l'acqua di mare grazie ai raggi solari.

Senza stare a sindacare sul "perché" queste invenzioni non abbiano trovato seguito, proviamo a ricordarle e a omaggiarle affinché siano da spunto per un reale cambiamento di rotta, anche alla luce delle recenti scoperte tecnologiche.

1) Energia elettrica gratis dalla Terra

 

Nikola Tesla (1856 – 1943) fu un ingegnere ed inventore di origine serba, ma naturalizzato statunitense, che sperimentò particolarmente nell'ambito dell'elettromagnetismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento. Tra le sue ideazioni vi fu quella di riuscire a ricavare energia in maniera praticamente gratuita sfruttando le correnti elettriche fornite dalla Terra. Tesla, da moti considerato un genio, provò la propria capacità di sfruttare le correnti elettriche che attraversano le rocce ed i suoni insieme ad un amico nell'area di Pike Peak mediante due strumenti denominati autoharp, delle arpe di trasmissione dotate di microfoni. I due si separarono ponendosi ai lati opposti di un picco, distanziati l'uno dall'altro da quattro chilometri di roccia. Gli strumenti furono collegati al terreno attraverso un metodo segreto e furono sintonizzati in base alle risonanze armoniche della Terra. Al preciso momento che Tesla aveva stabilito, i due strumenti furono in grado di produrre note musicali per suonare interi brani grazie all'impiego della corrente elettrica terrestre.

2) Il primo sistema antinquinamento

Il primo sistema antinquinamento della storia fu inventato da una donna statunitense nel 1879. Parliamo di Mary Walton, la quale decise di dirigere il proprio impegno e le proprie conoscenze verso l'obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e nocive provenienti dalle fabbriche, che in quegli anni si stavano prepotentemente diffondendo sul territorio. L'invenzione della Walton era basata sull'utilizzo di enormi contenitori ricolmi d'acqua, simili a serbatoi, verso i quali venivano condotte le polveri inquinanti, che proprio dall'acqua dovevano essere trattenute prima di venire convogliate lungo la rete fognaria. A Mary Walton si deve inoltre la progettazione del primo sistema in grado di limitare l'inquinamento acustico.

3) Distillatore solare per l'acqua di mare

Maria Telkes (1900 – 1995), nel 1920, quando all'epoca aveva solamente vent'anni, inventò un sistema di distillazione solare in grado di rendere potabile l'acqua di mare. Il sistema prevedeva d versare dell'acqua salina in uno speciale recipiente ricoperto da una lastra in vetro trasparente, che doveva essere esposto al sole, affinché i raggi solari potessero svolgere la propria azione di depurazione dell'acqua. Il sistema era in grado di produrre nel giro di poche ore alcuni litri di acqua potabile, che poteva rivelarsi indispensabile nel caso di un naufragio per la sopravvivenza dei passeggeri di un'imbarcazione. A lei si devono inoltre l'invenzione del forno solare e della Casa Carlisle, il primo edificio sperimentale a riscaldamento solare.

4) L'auto ecologica di Henry Ford

Il fondatore della casa automobilistica più famosa di tutti i tempi fu, all'insaputa di molti, l'ideatore di una delle prime automobili completamente ecologiche e green, sia per via dei materiali che la costituivano sia per via della fonte combustibile utilizzata per il suo funzionamento. Si tratta della Hemp Body Car, ideata da Henry Ford (1863 – 1947) nel 1941. L'automobile era costituita principalmente da fibre di cellulosa biodegradabili derivate dalla canapa e dalla paglia di grano, ma non solo. Il funzionamento del suo motore era stato reso possibile mediante l'impiego di etanolo di canapa. Già nel 1925 Ford aveva azzardato l'ipotesi di riuscire a creare un'auto completamente realizzata ed alimentata grazie alla canapa. Era inoltre certo che dalla maggior parte dei vegetali, comprese mele, patate ed erbacce, potessero essere tratte sostanze combustibili da utilizzare per il funzionamento degli stessi mezzi per la coltivazione agricola, garantendo la possibilità di coltivare i campi con l'ausilio di mezzi meccanici per centinaia di anni. La Hemp Body Car era alimentata dalla canapa distillata, il cui valore inquinante era stato indicato come pari a zero. Perché non venne mai prodotta su larga scala? Poiché Ford morì pochi anni dopo, nel 1947, e poiché nel 1955 la coltivazione della canapa fu proibita negli Stati Uniti.

5) L'auto a corrente alternata di Tesla

Ancora a Nikola Tesla si deve l'ideazione di un'automobile in grado di sfruttare la corrente alternata, anziché la corrente continua. Grazie a Tesla nel 1895 nei pressi delle Cascate del Niagara era entrata in funzione una stazione idroelettrica a corrente alternata grazie alla quale egli raggiunse la propria popolarità all'interno del panorama scientifico. La Pierce-Arrow begli anni Trenta del '900 aveva deciso di dare vita ad un'automobile elettrica in grado di sfruttare la corrente alternata seguendo le istruzione fornitegli da Tesla. I suo motore era progettato per raggiungere 1800 giri al minuto ed era dotato di una ventola frontale per il raffreddamento. Il motore dell'automobile fu in seguito modificato da Tesla al fine di permettere il funzionamento autonomo del veicolo mediante un circuito elettrico in grado di produrre energia e di garantire il funzionamento in movimento del mezzo per decine di chilometri senza che il motore emettesse alcun rumore e senza la produzione di sostanze inquinanti. Secondo Tesla il nuovo dispositivo di sua invenzione non solo avrebbe potuto alimentare un'automobile per sempre, ma anche fornire l'energia necessaria ad interi edifici. Tesla morì solo e dimenticato nel 1943, frustrato per non essere riuscito ad imporre al mondo i propri progetti, che probabilmente non furono compresi poiché giudicati in anticipo di almeno mezzo secolo.

Marta Albè

Leggi anche:

- Ford Hemp Car: l'auto ecologica esisteva già 70 anni fa

Creato Venerdì, 25 Settembre 2009 09:38

Scritto da Alessandro_Ribaldi

Quasi tutti sanno che nel 1903 Henry Ford fondò una delle case automobilistiche che hanno fatto la storia: la Ford Motor Company. Sono invece pochi a conoscere che lo stesso Ford progettò un veicolo costruito principalmente di fibre di cellulosa biodegradabili derivate da canapa , sisal e paglia di grano, ma - soprattutto - alimentata per mezzo di etanolo di canapa. Correva l'anno 1941. E la vettura in questione era la Hemp Body Car, l'auto più ecologica del mondo.

Henry Ford non aveva mai nascosto il sogno di realizzare "...vetture a prezzi ragionevoli, affidabile ed efficienti..." e tutt'ora, con le dovute remore dettate dal mercato, la casa statunitense da lui fondata è in effetti una delle più accattivanti per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Per quanto riguarda il progetto della "bio vettura" si erano, però, creati tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un mezzo che avesse le capacità di esaudire totalmente le volontà di Ford.

 

Già nel 1925 lo stesso Ford rilasciò al New York Times una dichiarazione che fece supporre quanto avesse competenze e volontà adeguate a creare un'autovettura capace di utilizzare carburanti alternativi: "Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C'è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C'è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni". Ford all'epoca azzardò l'ipotesi che si potesse arrivare a vetture fatte di canapa che utilizzassero l'etanolo come carburante.

Unendo la passione per la natura ed un indubbio fiuto per gli affari, l'imprenditore americano volle ad ogni costo che venisse realizzata una vettura che "uscisse" dalla terra. Per realizzare questo affascinante progetto impegnò nella ricerca fior fiore di ingegneri che nel 1941, dopo 12 anni di studi, diedero forma concreta alla più ecologica delle automobili. La Hemp Body Car era una realtà: interamente composta da plastica in fibre di canapa, biodegradabile e dieci volte più leggera delle auto con carrozzeria d'acciaio.

Inoltre per dimostrare quanto fosse valido tale progetto si realizzò persino uno spot in cui la vettura veniva colpita ripetutamente con un martello da incudine senza che si scalfisse o graffiasse minimamente. Ma la grande novità, come detto, era nel carburante: la Hemp Body Car era difatti alimentata dalla canapa distillata, il cui impatto inquinante era pari ad un clamoroso "valore zero". Henry Ford morì sei anni dopo e, nel 1955, la coltivazione della canapa venne proibita negli Usa. I re dell'acciaio e del petrolio ripresero il controllo delle operazioni lasciando che quest'idea "fumosa" venisse dimenticata.

A questo punto la domanda che viene naturale porsi è: perché solo ora, e per giunta timidamente, stanno rispuntando supposizioni, studi, progetti e dichiarazioni che Henry Ford nei primi ventenni del novecento aveva cercato di promuovere?

 La risposta può essere senz'altro riscontrata nel processo economico politico che ha portato il petrolio ad essere un combustibile dal grande "potere" finanziario, capace di non favorire la reale funzionalità di una tecnologia rispetto ad un'altra, ma appoggiando esclusivamente gli interessi e le strategie politiche.

Questi progetti risultarono sicuramente scomodi all'epoca, per via della crescita delle nazioni che potevano continuamente beneficiare di risorse petrolifere (gli stati medio orientali, ad esempio, si scoprirono grossi beneficiari di oro nero proprio in quegli anni). Oggi, con una crisi petrolifera sempre più evidente, con la crescita di un'educazione orientata alla salvaguardia ambientale e, soprattutto, con una volontà nell'abbassare sprechi e consumi, si potranno forse portare a termine le volontà del fondatore del marchio Ford.

La casa automobilistica dall'ovale blu sta dimostrando di essere una delle più motivate ad orientarsi a questo tipo di approccio, mettendo in commercio, ed è stata la prima in assoluto a farlo, una vettura alimentata a bioetanolo a basso contenuto di CO2. Sembrerebbe che, a distanza di quasi 70 anni, le previsioni del suo padre fondatore si stiano finalmente verificando.

Alessandro Ribaldi

 

 

fonti energetiche rinnovabili e all’attività dell’istituto eni Donegani, lsegnaliamo alcuni documenti sul tema reperibili sul sito www.eni.com:

- eni for development http://eni.com/it_IT/attachments/sostenibilita/eni-for-development-web.pdf (in particolare da pag. 28)

- eni tecnology report http://eni.com/it_IT/attachments/innovazione-tecnologia/impegno/Eni_Technology_Report_2009-2010_ITA.pdf (in particolare sezioni a pag: 2 e 15)

 

Ulteriori informazioni sono disponibili nella sezione Innovazione e Tecnologia del sito al seguente link: http://eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/innovazione-tecnologia.shtml

 

 

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Servizio di Lidia Casti





Visita il sito: www.terrafutura.it
Visita il sito: www.legambiente.it

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