ARCHIVIO ONLINE di Marco BAVA , raccolta deleghe per le assemblee degli azionisti e costituzione di parte civile gratuita degli azionisti nei procedimenti penali per un Nuovo Modello di Sviluppo

 

Sommario (Frame)
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO (EX CIVILTA' COSTITUZIONALE)
COMMENTI VISITATORI
ECOLOGIA-AMBIENTE-ALIMENTAZIONE
ECONOMIA
DIRITTO-GIUSTIZIA
TOPINO-NOVARA
EDOARDO AGNELLI
Marco BAVA
RELIGIONE-VATICANO
ARCHIVIO STORICO PAGINE PRINCIPALI  E LINK
VIDEO-ASSEMBLEE-LEZIONI-CONVEGNI
TORINO
REGIONE PIEMONTE
PIANI INDUSTRIALI DI Mb
TECNOLOGIA
STEFANO MONTANARI
PROPOSTE AL GOVERNO E PETIZIONI AL PARLAMENTO EU
REPORT-RAI-TV
ESPOSTI FATTI DA MARCO BAVA
BEPPE SCIENZA
RACCOLTA DELEGHE ED ASSEMBLEE AZIONISTI
INTERVENTI MARCO BAVA ASSEMBLEE AZIONISTI
COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE DI MARCO BAVA
NORMATIVE
CROWDFUNDING
HORIZON 2020

 

 

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

4) Processo MPS 1e 2 SIENA MI .

5) Processo Premafin MI

6) PROCESSO A TORINO A CARICO AMMINISTRATORI SEAT 01.03.17 E 10.03.17 AULA 37

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSE IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI:

IL 15.11.17 ORE 18 CHIESA DELLA CONSOLATA IN TORINO

 il 18.11.17 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

 

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

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TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

·                            Agnelli sul calcio italiano

·                            VIDEO «Nasce il polo Juve»

·                            VIDEO «Dobbiamo dare il meglio»

·                            VIDEO «350 mln per la Continassa»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

Blitz quotidiano

ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

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28.04.13

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Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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A2A-REPORT

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

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TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale piu' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

 

 

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2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

 - PER AFFRONTARE LA CRISI DEI PROFUGHI, L’ITALIA HA GIÀ SBORSATO 8,4 MILIARDI - INSIEME ALL’EMERGENZA TERREMOTO, PUO’ MANDARE ALL’ARIA I PIANI DEL GOVERNO SUL DEBITO PUBBLICO - DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO OLTRE 7 MILA I PROFUGHI SBARCATI IN ITALIA: DI QUESTO PASSO SI BATTERÀ OGNI RECORD

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Mario Sensini per il “Corriere della Sera”

 

Ieri le motovedette della Guardia costiera ne hanno sbarcati 623: 251 a Porto Empedocle e 372 a Lampedusa. Stamattina è attesa ad Augusta la Nave Acquarius, con a bordo altri 783 migranti. Negli ultimi due giorni ne sono stati soccorsi nel mare del Canale di Sicilia, e accolti in Italia, circa 1.600.

 

Ieri la Marina libica ne ha bloccati altri 400 a poche miglia da Sabrata, e nonostante gli accordi tra Tripoli ed il governo italiano, criticati anche dalla Cei, e i nuovi impegni presi dai leader europei al vertice di Malta, il flusso dei disperati dalle coste libiche verso il nostro Paese non si arresta.

 

SPESA RECORD

Dall' inizio dell' anno sono oltre 7 mila i profughi sbarcati in Italia, e di questo passo si batterà ogni record. Quello dei migranti accolti (176 mila nel 2016), ma anche quello della spesa pubblica necessaria per il soccorso e l' accoglienza, che secondo il governo contribuisce in modo determinante, insieme all' emergenza dovuta al terremoto, a mandare fuori linea il debito pubblico. Fino al punto di spingere Bruxelles a valutare una procedura d' infrazione alle regole sui conti pubblici. Il che sarebbe una doppia beffa per l' Italia, che da anni lamenta lo scarso impegno degli altri Paesi nel fronteggiare i flussi migratori.

 

 

In un rapporto appena inviato alla Commissione Europea sui "fattori rilevanti" che influenzano l' andamento del debito pubblico, il ministero dell' Economia sottolinea che quest' anno la spesa per l' immigrazione rischia di arrivare al record storico di 4,2 miliardi di euro. Nel 2016, al netto dei contributi della Ue (che sono stati pari ad appena 120 milioni) sono stati spesi 3,3 miliardi. Per il 2017 ne sono stati stanziati 3,8 e senza tener conto dei 200 milioni del «Fondo per l' Africa» per investire nei Paesi da cui partono i flussi di immigrazione più importanti.

 

Ma quella prevista in bilancio è una cifra che «se il trend degli ultimi mesi dovesse continuare», si legge nel Rapporto, potrebbe crescere di altri quattrocento milioni.

La crisi costa 8 miliardi Si spenderà il triplo rispetto alla media degli anni tra il 2011 e il 2013, prima dell' esplosione della crisi migratoria: tra 2,9 e 3,2 miliardi in più. Se poi si considera la maggior spesa in termini cumulati la dimensione dei costi sostenuti dall' Italia per l' emergenza assume proporzioni gigantesche. Secondo il ministero dell' Economia, dal 2014 al 2017 lo Stato avrà speso tra 8 e 8,4 miliardi di euro in più rispetto al periodo 2011-2013.

 

Così cresce il debito L' Italia pretende che questa spesa sia considerata «eccezionale» e dunque non conteggiata nel calcolo del disavanzo annuale monitorato per verificare il rispetto degli impegni di bilancio. La Commissione, però, è disposta a riconoscere come «eccezionale» non tutta, ma solo la spesa eccedente rispetto all' anno prima. In ogni caso, che pesi o meno sul deficit pubblico, la spesa si scarica sul debito.

 

Nel 2017, sottolinea il rapporto, la spesa per l' accoglienza è stimata in 2,3 miliardi di euro (1,9 l' anno scorso), quella per il soccorso in mare e i trasporti sarà pari a 860 milioni di euro (nel 2016 furono 913).

L' assistenza sanitaria costerà 250 milioni, l' educazione (nel 2016 sono arrivati anche 26 mila minori non accompagnati) 310 milioni.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html
20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

ie abitano nelle baracche costruite oltre un secolo fa SERGIO RAMAZZOTTI / PARALLELOZERO Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq SERGIO RAMAZZOTTI / PARALLELOZERO Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno SERGIO RAMAZZOTTI / PARALLELOZERO Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit SERGIO RAMAZZOTTI / PARALLELOZERO Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto SERGIO RAMAZZOTTI / PARALLELOZERO Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione LE FOTOGRAFIE PUBBLICATE IN QUESTA PAGINA SONO STATE REALIZZATE DA SERGIO RAMAZZOTTI, REPORTER DI PARALLELOZERO Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

 

 

  

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UNA GIUSTIZIA SOLO DI NOME MA NON DI FATTO

«Siamo contenti che dopo anni si sia tornati a indagare sull’omicidio di nostro padre. E per questo ringraziamo il nostro legale Fabio Repici e la procura per le indagini che ne sono seguite. Una cosa è certa: a prescindere da come andrà la sentenza, questo è per noi un punto di partenza. Sarebbe imperdonabile moralmente e storicamente richiudere la storia dell’omicidio di nostro padre nei cassetti per i prossimi 25 anni com’è stato fin qui». Via Sommacampagna è rimasta la stessa di 34 anni fa, quando un commando di killer della ‘ndrangheta calabrese sparò al procuratore di Torino Bruno Caccia chiudendo con largo anticipo un’epoca di indagini contro la ‘ndrangheta mirate ai soldi e al riciclaggio. Il cancello nero in ferro, le targhette dei campanelli, gli oleandri. Il tempo si è fermato A casa Caccia i figli aspettano la sentenza fissata per il 17 luglio. La Corte d’Assise deciderà sulle sorti processuali di Rocco Schirripa, panettiere di Torrazza Piemonte, ‘ndranghetista, imputato di aver partecipato a quel delitto eccellente. «Non sappiamo con quale ruolo, ma siamo d’accordo con la ricostruzione della procura. Per noi lui era lì, lui c’entra» dice la figlia Paola. Che effetto le ha fatto rientrare in un’ aula di Tribunale 30 anni dopo il primo processo? «Negli Anni Ottanta, quando fu condannato Domenico Belfiore, non vedevo l’ora che le udienze finissero. Ero lì, ma cercavo di dimenticare. Oggi crediamo ci sia ancora molto da portare alla luce». Dire che siete solo parzialmente soddisfatti delle indagini fin qui svolte è corretto? «Noi ringraziamo la procura di Milano per quanto fatto. L’indagine della Squadra Mobile è stata brillante. E ci teniamo a precisare che non abbiamo mai abbandonato il processo. La nostra è la storia di una famiglia di legge che rispetta la magistratura». Cosa manca allora? «Non è stata considerata la pista che avevamo suggerito e che portava al riciclaggio di capitali mafiosi nei casinò, a Rosario Pio Cattafi, a Demetrio Latella. È stata bollata come “alternativa”. Secondo noi era complementare. Poco prima del delitto, nostro padre aveva spiccato i mandati di perquisizione al casinò di Saint Vincent». Da tempo si parla di un pezzo di magistratura dell’epoca che – è agli atti - mal digeriva l’azione di suo padre e aveva aderenze pericolose con membri del gruppo Belfiore. Cosa pensa? «Purtroppo mio padre parlava molto poco di lavoro. Se lo avesse fatto, oggi saremmo in grado di capire di più. Mia mamma diceva che le aveva parlato del suo vice, l’allora aggiunto Flavio Toninelli, in termini per nulla positivi, ma alPAOLA CACCIA “La morte di mio padre è ancora un mistero scomodo” Trentaquattro anni fa l’omicidio del procuratore di Torino Lo scatto Una fotografia tratta dall’album di famiglia dell’ex procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983 da due killer in un agguato progettato in via Sommacampagna sotto la sua abitazione mentre portava a spasso il cane tro non sappiamo. Spiace davvero che la sua storia sia passata agli annali come un delitto eccellente in una parte d’Italia, al Nord e poco più. Questa lacuna va colmata». Torino non ha memoria? «C’è stata un’operazione di rimozione collettiva. Quando a un importante politico comunicarono che avrebbero intitolato il Palazzo di Giustizia a Bruno Caccia rispose: “non c’è già una piazza che lo ricorda?”. Noi siamo tornati nelle scuole a raccontare la storia di quest’uomo che accettò l’incarico di procuratore a Torino perché lo sentiva come un dovere». La sua nomina non piacque a tutti «Il Palazzo si spezzò in due: ci fu chi fece domanda per entrarvi e chi chiese di essere trasferito». Cosa manca nel lavoro fatto fin qui secondo voi? «Ritenere che desse fastidio solo alla ‘ndrangheta è credibile ma riduttivo. Mi piacerebbe che chi sa dicesse qualcosa ora e non si portasse i segreti nell’aldilà». Sta chiedendo a Belfiore di parlare? «Belfiore l’ho incontrato. Sono  andata a casa sua a Chivasso, insieme a mio marito, contro il parere degli investigatori. Mi sono detta: se c’è anche solo una probabilità che possa parlare e non ci proviamo, mi sentirò in colpa tutta la vita. Cosi ho incontrato l’uomo che ci ha tolto nostro padre». Cosa ricorda di quell’incontro? «Una sensazione di profondo disagio. Non ebbi l’impressione di una persona in fin di vita. Lo trovai lucido, concentrato a ribadire ossessivamente la sua estraneità a qualunque attività criminale». Si aspettava una confessione? «Speravo ci aprisse un varco. Mi sbagliavo». A chi rivolgersi allora? «Penso ai colleghi di papà di allora, ai giovani magistrati del tempo che lui apprezzava perché erano pieni di entusiasmo. Alcuni di loro, ancora oggi, ci ripetono che non c’è nient’altro in questa storia». Voi non lo accettate? «No. Quando nel 2011 ho seguito in diretta l’operazione Minotauro con centinaia di arresti ho pensato che dopo l’omicidio di nostro padre la ‘ndrangheta a Torino è decollata e ha potuto agire con relativa libertà, per trent’anni». L’obiezione che si può sollevare è che il processo a Schirripa è rinchiuso in un perimetro che non consente di accertare altre responsabilità. Cosa ne pensa? «Il nostro avvocato ha fatto un lavoro enorme e ha chiesto, ragionevolmente di allargare questo perimetro. Ci hanno detto che si farà in futuro. Lo pretendiamo per senso di verità e giustizia». Trent’anni dopo c’è una domanda a cui lei non riesce a trovare una risposta? «Una in particolare: per un anno almeno, calabresi e catanesi si incontrarono per pianificare il delitto. Poi, di colpo, ci fu un’accelerazione, proprio in concomitanza con le perquisizioni in Val D’Aosta. A noi sembra chiaro che questo c’entri. E sembrò cosi anche al pretore di Aosta Giovanni Selis che indagava sui casinò e che subì un attentato sei mesi prima. In un’intervista dichiarò: secondo me Caccia lo hanno ammazzato per lo stesso motivo». c Ho incontrato Belfiore, il mandante del delitto di mio padre: speravo mi rivelasse i segreti che inseguo da tempo .

I n corso Palermo, le insegne smantellate nelle settimane scorse hanno lasciato qualcosa di più di un’ombra sulla facciata che i vigili hanno obbligato a cancellare ritinteggiando l’intonaco. Da quando sulla palazzina al numero undici sono sparite le vetrofanie e le scritte di «Nicola Colori» i residenti e clienti sono andati in crisi come se avessero spostato l’ago di un compasso che disegnava il raggio di un pezzo di città. «Pur vedendo tutto illuminato e le persone al lavoro, entrano con aria smarrita per chiederci se abbiamo chiuso», dice Mattia De Nardi, il responsabile dello showroom dell’azienda di vernici multata dalla Polizia Municipale per la mancanza di permessi degli «impianti pubblicitari» e costretti a rimuoverli. Insegne vecchie quasi mezzo secolo che si è scoperto essere irregolari e mandate in pensione prima del tempo. Dopo aver osservato le tante vite di Vanchiglietta. La severità delle norme, non cancella la delusione di chi a quelle scritte affidava non solo la storia di un’attività commerciale, ma quella di un’intera famiglia. «Col commercialista abbiamo appurato l’inghippo. Io ho continuato a pagare le imposte, ma non c’è stato il cambio di intestazione. Il negozio, infatti, è stato affittato ad una nuova società che ha mantenuto il nome e i prodotti, ma che non è quella di prima», dice il signor Claudio Nicola, 78 anni, discendente della famiglia che ha fondato l’azienda di vernici. Parla di «errore burocratico» che ha obbligato il negozio a spogliarsi di ogni scritta. Dall’insegna a bandiera con su scritto «colori» alle vetrofanie che evocano il passato di quello che probabilmente è il colorificio più vecchio di Torino. «Siamo nati 127 anni fa. Abbiamo sempre prodotto vernici, ma anche mastice di vetro. Questa azienda ha “masticato” tutta Torino compresa gli stabilimenti Fiat, Lancia», dice Nicola. Appese al muro del negozio che è passato di mano, ci sono alcune testimonianze delle tante storie legate a questa azienda torinese. Uno dei suoi primi manifesti pubblicitario con il pavone dalla coda multi-color, le foto della palazzina distrutta dai bombardamenti, il primo Vanchiglietta “Devo rinunciare all’insegna per un errore burocratico” Via la scritta del negozio: “Tutti pensano che abbia chiuso” Lo showroom L’azienda di vernici è stata multata dalla polizia municipale. Le insegne vecchie di quasi mezzo secolo sono state considerate irregolari, e mandate in pensione prima del dovuto negozio in bianco e nero che assomiglia ad una farmacia. Tradizione che resiste ancora in un quartiere che ha cambiato volto. «Una volta, qui davanti, c’era il deposito di rame della Ceat. Oggi, hanno rifatto tutto nuovo. Sono arrivati i loft e anche il nuovo edificio della Lavazza», dice il signor Nicola. Poi, il tono si fa più arrabbiato. «Perché i vigili non mi hanno permesso di mantenere le insegne? Una volta pagato le multe e rifatto quelle nuove più piccole, le avrei sostituite».

Le madri dei finti guerriglieri “Lo Stato ha ucciso i nostri figli” Giovani rapiti nelle periferie di Bogotà, ammazzati e poi travestiti da ribelli Era il piano del governo per mascherare il flop della guerra contro le Farc

Boom di estrazioni e vendita Il ritorno del carbone minaccia l’accordo di Parigi Nel 2017 la crescita record. India, Cina e Usa i responsabili E per il G20 Merkel prepara un’agenda green anti Trump .

27.06.17

 

 

 

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DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

Riduzioni risibili del rumore dei botti Gli animalisti delusi “Non è cambiato nulla” «A dispetto degli slogan elettorali e delle sterili chiacchiere, la nuova giunta non ha mosso un passo per evitare agli animali, selvatici e domestici, l’inutile sofferenza dei fuochi artificiali ad alto impatto sonoro di San Giovanni. Non siamo affatto soddisfatti delle risibili riduzioni dell’impatto sonoro che sono state preannunciate, che, per così dire… “non cambiano un razzo” rispetto ai soliti fuochi d’artificio tanto dannosi per gli animali», dichiara Gualtiero Crovesio, responsabile della Lav a Torino. Dal loro punto di vista «le alternative per festeggiare nel rispetto di tutti esistono, sono già praticate in altre città italiane e sono state sostenute dalle migliaia di torinesi che hanno sottoscritto la petizione lanciata dalla Lav nel dicembre 2014, senza tuttavia suscitare alcun interesse concreto nelle istituzioni cittadine». Nei giorni scorsi la giunta ha approvato una deroga al regolamento comunale sottolineando come «lo spettacolo pirotecnico avrà un contenuto impatto sonoro». La scelta è stata accompagnata dalla diffusione di «alcuni piccoli accorgimenti» per «proteggere» cani, gatti e altri «amici a quattro zampe»: «Non lasciateli soli. Teneteli al chiuso in un luogo protetto, senza riAnimali da proteggere REPORTERS volgergli particolare cura e attenzione, non teneteli forzatamente in braccio: potrebbe confermare in loro la presenza di un pericolo. Alzate il volume di radio o tv per coprire almeno in parte il rumore proveniente dall’esterno». ’assessore: bisognava cambiare orario Murazzi chiusi in anticipo Regata senza pubblico Solo barche e nessuno spettatore per le manifestazioni sul fiume dedicate alla giornata del patrono. Infatti l’accesso al Po, e ai Murazzi, doveva essere – secondo gli accordi per la sicurezza – chiuso solo dalle cinque del pomeriggio invece è stato bloccato due ore prima. «Sono trent’anni che San Giovanni si celebra anche sul Po - spiega Mauro Crosio, presidente degli Amici del Fiume che organizza la manifestazione – con una giornata di regate promozionali dei circoli remieri cittadini, gare di canoa e canoa polo, e prove gratuite per tutti. Un appuntamento che organizziamo con un mese di lavoro e non avevamo nemmeno l’accesso dai Murazzi, dove da sempre partono le prove sul fiume aperte al pubblico. Il dubbio è stato anche se continuare con il Palio e la fiaccolata». Per Stefano Mossino, presidente del Comitato Regionale della Federazione Canottaggio, è una «situazione paradossale per una manifestazione promossa dal Comune e resa inutile per l’inacessibilità al fiume. Bastava chiudere i Murazzi dalle diciassette, come era stato detto o essere preavvisati della modifica». Solo barche, niente spettatori Roberto Finardi, assessore allo Sport «non si mette assolutamente in dubbio la necessità di sicurezza ma forse sapendo i cambiamenti di orario della chiusura dei Murazzi si poteva spostare la manifestazione al giorno dopo».

L’inchiesta della Procura Museo del Cinema Il boom delle spese nel mirino dei giudici Il problema non è solo il passivo da 180 mila euro.

Le parole dei protagonisti Parigi: “È dal 2014 che segnalo problemi di controllo dei conti” «Sono ben felice di confrontarmi sul mio operato e su quanto accaduto all’interno della fondazione nel corso della mia breve esperienza da presidente del Museo». A dirlo è Paolo Damilano, dal febbraio del 2015 alla presidenza del Museo nazionale del Cinema. Ma con la valigia pronta. Il cambio ai vertici è infatti imminente e in pole position c’è Laura Milani, già direttore e ceo dello Iaad. Un nome scelto dalla Regione e dall’assessora alla Cultura Antonella Parigi che oggi, a fronte dell’apertura dell’inchiesta sui conti del museo, nell’ambito della quale sono state acquisite anche le relazioni dello stesso Damilano, torna a ribadire di aver «sempre segnalato dal 2014 ad oggi un problema di controllo di gestione». «È la prima cosa che ho detto appena diventata assessore - ricorda -. Evidentemente è mancata, quantomeno nell’ultimo bilancio, un’organizzazione interna attenta. Quello che da sempre chiediamo è proprio una maggiore attenzione in questo senso, perché non possiamo permetterci di avere dei disavanzi». Una richiesta che la Regione porterà anche alla prossima riunione del comitato di gestione. «Chiederemo di porre la maggiore attenzione possibile proprio su questo argomento, con qualsiasi organigramma ipotizzato - sottolinea Parigi -. Valutare la situazione sotto ulteriori profili spetta ad altri». Si trincera invece dietro un secco «no comment» l’assessoAlberto Barbera, ex direttore del Museo del Cinema ra comunale Francesca Leon. «Non dico assolutamente nulla». Il Comune avrebbe ricevuto dalla Procura una richiesta di acquisizione di documentazione. «Ci è arrivata una lettera e basta, queste cose non si commentano mai - sottolinea Leon -. Non ho intenzione di esprimermi, è una richiesta di informazioni e null’altro». Anche l’ex direttore del Museo del Cinema, Alberto Barbera, preferisce non sbilanciarsi. «Non posso fare commenti perché sono all’oscuro di tutto da mesi, quello che so è solo ciò che leggo sui giornali - spiega -. Non ho più contatti con il museo, nessuno mi ha messo al corrente di nulla». L’interesse della magistratura, dice, lo coglie di sorpresa. «Non conosco le ragioni per cui ci debba essere un procedimento di indagine su un bilancio che, per quanto ne so, era redatto con la massima correttezza». Non è stupito della situazioANSA ne, Ugo Nespolo, presidente del Museo fino al 2014, quando si dimise quasi in contemporanea con il presidente dei revisori, Claudio Saracco, e dai rappresentanti della Fondazione Crt e della Compagnia di San Paolo. «Avevo accettato di fare il presidente - spiega l’artista -, perché amo il cinema. Ho messo il mio tempo a disposizione per quattro anni, ho cercato di fare il bene del Museo, di realizzare qualcosa che fosse di livello alto: non ho potuto». Ancora: «Era evidente che sarebbe andata così, l’avevamo detto mille volte. Se ce ne siamo andati in quattro ci sarà un motivo, no?». Nespolo non scende nel dettaglio. Ricorda soltanto che il presidente «non riceve stipendio, però risponde in solido. Il direttore invece non ha responsabilità. Com’è andata nel 2014 è scritto sui giornali e nella mia lettera di dimissioni». Le forti divergenze con Barbera nella gestione del Museo allora non furono certo un mistero.

25.06.17

 

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AMBIGUITA' NONOSTANTE L' ESEMPIO DI RODOTA'

Morto Rodotà, una vita per libertà e diritti Il giurista aveva 84 anni. Docente emerito, ha sempre legato l’impegno culturale alle battaglie civili Parlamentare della sinistra indipendente, entrò nel Pds. I grillini lo avevano candidato al Quirinale Si può dire che Stefano Rodotà, scomparso ieri dopo una malattia a 84 anni, è sempre stato dalla parte di quelli che non avevano diritti, o ne avevano pochi, gli immigrati per esempio (lo ius soli è stata una delle sue ultime battaglie), ma non solo loro. Sia come giurista, costituzionalista era la sua «professione» principale, sia come politico, mestiere che cominciò nel 1979 ufficialmente quando fu eletto alla Camera come indipendente nelle liste del Pci di Enrico Berlinguer. All’epoca faceva coppia con un altro giurista Franco Bassanini, spesso e volentieri le battaglie le facevano insieme. Sono passati quasi 40 anni da quando Rodotà è entrato in politica, senza tuttavia smettere mai di fare il suo mestiere fondamentale, quello appunto di costituzionalista. È stato capace durante tutto questo tempo, di amalgamare politica e diritto, anzi diritti, tenendoli insieme in una produzione enorme di libri, articoli di giornale (scriveva soprattutto su Repubblica e ogni tanto, sul Manifesto), interviste e interventi in convegni, congressi e ovviamente in Parlamento fino a quando c’è stato. Naturalmente è stato professore universitario, ha insegnato in Italia e all’estero. Da giovane si era iscritto al Partito radicale («L’unica tessera che abbia mai avuto»), Marco Pannella gli aveva anche proposto di candidarlo alle elezioni. Ma lui rifiutò, preferendo entrare in parlamento attraverso il Partito comunista, seppur come indipendente. Non sono anni facili, in Italia le Brigate rosse avevano rapito e ucciso Moro, Rodotà si schierò contro le leggi di emergenza volute da Francesco Cossiga e votate anche dal Pci. Resterà deputato fino al 1993, anno in cui si dimette a sorpresa subito dopo essere stato eletto vicepresidente di Montecitorio. Lapidaria la sua motivazione: «Ingrata politica non avrai le mie ossa». Ma certo non l’abbandona, la politica, tutt’altro. Aderisce al Pds di Achille Occhetto, ne diventa addirittura presidente senza però condividerne fino in fondo il progetto. La sua presenza si sente ovunque durante gli anni della Seconda Repubblica, di Berlusconi parla e scrive di tutto, naturalmente contro: «Siamo alla rottura dei fondamenti di un moderno Stato democratico», disse a Rina Gagliardi del Manifesto dopo che Berlusconi aveva incassato la sua prima fiducia nell’aprile del 1994. Col primo governo Prodi diventa Garante della Privacy, ruolo in cui resterà fino al 2005. Sono gli anni in cui è nata la rete e con essa tutti i problemi che riguardavano e riguardano la diffusione dei dati personali. Non serve dire che è sempre stato un garantista, di quelli più puri: nel senso che non ha mai avuto secondi fini. Col partito principale della sinistra (Pds-Ds-Pd), il suo rapporto non è mai stato facile, anzi via via che quel partito si trasformava Rodotà se ne allontanava avvicinandosi leggermente alla sinistra più sinistra, senza tuttavia mai entrarci a pieno titolo malgrado corteggiamenti e offerte. Né nella Rifondazione di Fausto Bertinotti né nella Sel di Nichi Vendola. Nel 2013, Rodotà è candidato dalla consultazione on line del Movimento Cinquestelle alla Presidenza della Repubblica. Ma non viene eletto, il Partito democratico non gli dà i suoi voti perché non poteva accettare un personaggio troppo autonomo intellettualmente e per di più «grillino» (anche se lui non lo è mai stato). Al suo posto viene rieletto Giorgio Napolitano. Poco tempo dopo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si dimette e al suo posto si insedia il «traghettatore» Guglielmo Epifani, in attesa dell’arrivo di Matteo Renzi. In un’intervista al nostro giornale, del 13 maggio di quell’anno, Rodotà non è tenero verso il Partito democratico: «Le due culture politiche che dovevano amalgamarsi non sono neanche riuscite a dialogare tra loro». E di Renzi, cosa pensava? «Non mi piace l’ideologia del nuovismo nel metodo e molti contenuti nel merito, a cominciare da quelli sul lavoro». Una profezia che si è poi avverata, non a caso al referendum sulla Costituzione Rodotà ha votato no. Il professore lascia la moglie Carla e due figli, fra cui Maria Laura, giornalista che in passato ha lavorato anche per la «Stampa».  Hanno detto Stefano Rodotà durante un convegno sulla laicità dello Stato, uno dei temi per i quali si è sempre battuto Con Napolitano nel 1992 N

Chiusa l’inchiesta. Il sindaco: vado avanti Expo, nuove accuse per Sala “Atto falsificato nella sua casa” Niente autosospensione, questa volta. A differenza di quanto fece a dicembre, quando gli piombò tra capo e collo la notizia di essere indagato per falso «ideologico» e «materiale» nell’inchiesta sulla «Piastra» dell’Expo, il sindaco di Milano Beppe Sala, ora che le indagini su di lui si allargano alla «turbativa d’asta», andrà avanti a lavorare, come sempre. «Provo solo una profonda amarezza - ha detto - soprattutto pensando a quanto ho sacrificato per poter fare di Expo un grande successo per l’Italia e per Milano». Turbativa d’asta, dunque. È questa la nuova accusa mossa dal sostituto pg Felice Isnardi nell’avviso di conclusione indagini notificato ieri mattina a Sala e ad altri sette imputati. Un atto che di solito precede una richiesta di processo. Al centro degli approfondimenti della procura generale la condotta del primo cittadino nell’ambito della fornitura del verde - circa seimila alberi - nel sito dell’Esposizione universale. Nell’atto si legge che «senza un provvedimento formale» l’ex commissario unico e poi ad di Expo avrebbe predisposto «lo stralcio della fornitura delle essenze arboree», del valore di quasi 6 milioni di euro, dal bando della Piastra. Turbando così la gara d’appalto. L’ex numero uno di Expo, in particolare, non avrebbe sottoposto a «revisione» il prezzo a base della gara d’appalto (circa 272 milioni di euro) avendo invece «spalmato artificiosamente» il costo del verde «allo scopo di mantenere inalterato il valore della base d’asta». Per di più il primo cittadino non avrebbe «predisposto un nuovo bando di prequalifica allo scopo di acquisire eventuali nuove manifestazioni di interesse, in relazione al diverso valore dell’appalto». Sbarrando così la strada ad altri eventuali concorrenti. Non solo. Nella ricostruzione dell’accusa, il sindaco avrebbe agito su «pressione di esponenti politici della Regione Lombardia, ente socio di Expo 2015». L’affidatario della fornitura, secondo l’accusa, era già stato individuato nella ditta Peverelli, che doveva eseguire i lavori in tandem con la società «Sesto Immobiliare». Ma quest’ultima era «all’epoca in attesa di approvazione e stipula di convenzione con la Regione Lombardia per la costruzione di terreni di sua proprietà in Sesto San Giovanni, la cosiddetta “Città della Salute”». Restano poi gli altri reati, già contestati, secondo cui Sala avrebbe falsificato due atti relativi alla commissione aggiudicatrice della gara per la Piastra dei Servizi e uno di questi, a fine maggio del 2012, lo avrebbe sottoscritto «la sera» nella «sua abitazione».

I ricercatori Cnr “I cetacei sono i più a rischio per i danni da plastica in mare” «Dei danni da micro inquinanti ne sappiamo ancora poco. Ma pensate quanti ne accumulano i cetacei che sono alla fine della catena alimentare» così Marco Faimali, dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr di Genova, che insieme ad altri colleghi ricercatori da Napoli e Ancona sono impegnati contro la plastica in mare sulla Rainbow Warrior, la nave di Greenpeace per dare il via al Tour e alla campagna #noplastic «Meno plastica, più Mediterraneo». Il porto di Genova è stato scelto «proprio perché davanti abbiamo il santuario dei cetacei: è un simbolo» dice Alessandro Giannì, responsabile delle campagna Greenpeace-Italia. Durante il tour si raccoglieranno dati e testimonianze dirette sull’inquinamento da plastica soprattutto «per informare l’opinione pubblica su questo problema» la nave resterà a disposizione del pubblico fino a oggi alle 16. Nel report di Greenpeace i numeri sono impressionanti la plastica in mare è tra il 60 e l’80% dei rifiuti marini, frammenti sono stati trovati anche nei fondali tra 900 e 3 mila metri di profondità, e soprattutto nelle specie commerciali come tonno e pesce spada e in aree ecologicamente importanti e protette. E la Ue è il secondo produttore di plastica per imballaggi monouso.

La prima volta in Italia Pelle “fatta in casa” per evitare le protesi al seno Intervento alle Molinette con la nuova tecnica.

Maria Vittoria Il defibrillatore diventa indossabile Metterà in sicurezza un giovane colpito da aritmia.

24.06.14

 

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INGORDIGIA  E CORRUZIONE

Trump: amo i poveri ma non li voglio al governo Il presidente: servono i ricchi, hanno avuto successo e sono più capaci Al Senato la riforma della Sanità. I democratici: darà più soldi a chi li ha già.

Cresce la «fame di suolo» Roma e Torino nella lista nera della cementificazione Niente sembra frenare la fame di suolo di città e regioni italiane, che in sei mesi sono riuscite a utilizzare 5mila nuovi ettari di territorio. Ormai l’Italia ha un suolo impermeabilizzato che è pari all’estensione di tre regioni, Campania, Liguria e Molise, tre volte e mezzo l’estensione dell’Autostrada del Sole, e ancora una volta in prima fila sono le grandi città, Torino e Roma su tutte. A svelare il dato è l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nell’aggiornamento del suo report, che tiene conto di quanto successo tra novembre 2015 e maggio 2016 e attesta il consumo sul 7,64% nazionale. La capitale ha consumato 54 nuovi ettari di territorio, mentre Torino è seconda tra le città sopra i 150mila abitanti, con 23 ettari: arriva così a 8mila 548 totali, il 65,7% del suo territorio, mentre Roma è a 31mila 563, «solo» il 24,5% della sua estensione, e Milano a 10mila 424 ettari, il 57,3% del suo suolo. A livello regionale è la Lombardia la regione con più suolo utilizzato, con 309mila ettari, pari al 12,9% del totale, seguita dal Veneto col 12,2% (224mila ettari) e dalla Campania col 10,7%: le zone più virtuose sono la Sardegna, con il 3,7% e 90mila ettari consumati, Basilicata e Valle d’Aosta. Anche il Piemonte fa molto meglio di Torino, con il 6,9% di territorio sfruttato. A livello provinciale l’incremento maggiore di suolo consumato si è avuto a Treviso, con 180 ettari, seguita da Salerno, Roma, Viterbo e Vicenza. Ma come è stato consumato questo suolo? Ampliando aree urbane «a bassa densità», centri abitati con spazi non usati, che è facile «inglobare»: sono il 23,1% del totale. Il 22,3% dei cambiamenti nelle aree metropolitane riguarda l’aumento di densità della popolazione, mentre il 27,9% è per nuove aree industriali e commerciali. Grave la situazione se si guarda alla qualità del suolo: il 23,2% si trova nella fascia entro i 300 metri dal mare, l’11,8% è in aree pericolose per le frane e l’11,2% in zone a rischio idraulico. Eppure il territorio è una ricchezza anche economica, per i «servizi ecosistemici» che offre: costa tra 630 e 910 milioni l’anno il venir meno di funzioni che il suolo impermeabilizzato non può più svolgere, dall’agricoltura alla protezione dall’erosione fino allo stoccaggio della CO2

Dalla Tunisia al Marocco Quei giovani anti-Ramadan Molti gruppi laici sfidano le regole statali e religiose

UN RAPPORTO SVELA LA COMPLICITÀ DEL PREDECESSORE DI WELBY NELLA COPERTURA DI UN VESCOVO PEDOFILO La Chiesa d’Inghilterra coprì gli abusi sui minori Il mea culpa dell’arcivescovo di Canterbury: comportamento inaccettabil.

RELAZIONE DELLA DNA L’Antimafia: ’ndrangheta e massoneria nelle istituzioni .

Renzi in difesa del gigante Apple contro la liberalizzazione dei software Se passa la legge, l’utente potrà usare altri sistemi su iPhone Il sottosegretario Gozi: “Norma contro il mercato unico”.

Circoscrizione 8 /Lingotto Polveri d’amianto e aggressioni verbali Il fabbricato abbandonato mette paura Dagli uffici dei Servizi sociali di zona lo scrivono a chiare lettere: dal fabbricato abbandonato in via Pio VII 65 «si sollevano continuamente polveri di amianto che raggiungono operatori e ospiti della vicina struttura per disabili». “Colpa” di chi, da due anni, periodicamente occupa lo stabile mai bonificato, smantellando impianti e arredi. Siamo al Lingotto. Qui il centro di assistenza ai disabili confina con l’edificio che fino al 2007 ospitava il Cad e da allora è inutilizzato. Le due strutture sono divise solo da una cancellata: da un lato lavorano 55 operatori del Comune e della cooperativa Frassati, che offrono cura e sostegno a 44 persone con deficit intellettivi. Dall’altra regnano erbacce e degrado. Da 10 anni la Città pianifica di abbattere il vecchio Cad per trasformarlo in giardino pubblico. La presenza di Ex sede Cad L’edificio di via Pio VII è stato attivo fino al 2007 poi è diventato ricettacolo di disperati oltre che di polveri d’amianto PIER FRANCESCO CARACCIOLO REPORTERS amianto, scoperta nel 2010, ha però bloccato tutto. Troppo alti i costi di bonifica. Nel frattempo quel fabbricato è diventato rifugio per disperati. Di tanto in tanto, gruppi s’introducono nello stabile e lì restano per giorni e settimane. E’ successo diverse volte, l’ultima 10 giorni fa. Le effrazioni si portano dietro porte forzate, finestre danneggiate, mobilia smontata. Così si disperdono nell’aria polveri cancerogene. Amianto. E gli operatori o gli utenti disabili che portano avanti le proprie attività a pochi metri di distanza? Fanno i conti con «conseguenze prevedibili», aggiungono dai Servizi sociali nella nota recapitata in circoscrizione su richiesta del consigliere Alessandro Lupi. «E’ la prova che non si può più aspettare - dice Lupi - . Quell’edificio va abbattuto. Subito». Non sarà così. Dalla Città fanno sapere che la bonifica partirà tra settembre e ottobre. Poi arriverà la demolizione. Perché questa attesa? «Solo a marzo 2016 abbiamo avuto dagli enti preposti la conferma della presenza di amianto», dicono dal Comune. Tempi che allarmano chi lavora nel centro disabili perchè c’è anche un problema di sicurezza. Nei giorni scorsi, un’operatrice è stata aggredita da un uomo a petto nudo sbucato dal fabbricato abbandonato. Agli agenti del commissariato di via Olivero ha raccontato di aver ricevuto un pugno sulla schiena, prima di riuscire ad allontanarsi. «Ma da tempo si ripetono aggressioni verbali, anche pesanti», dice Roberta Crippa, responsabile cooperativa Frassati. Come numerose sono state le vandalizzazioni delle auto parcheggiate. I vigili di zona a più riprese sono intervenuti per cambiare i lucchetti della cancellata. Dall’ultima volta la struttura è rimasta vuota. Ma si teme non duri a lungo.

23.06.17

 

 

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INGORDIGIA

In nome del turismo le Cinque Terre hanno tradito la natura Dimenticate le terrazze, sono arrivate le alluvioni .

CALTAGIRONE, IL POLITICO È STATO DENUNCIATO AI CARABINIERI L’assessore abbandona i cani Contestato, si autosospende.

GRAB “Una bellissima utopia che può far rinascere Roma” Cederna: “Mio padre ne sarebbe felice” MICHELA TAMBURRINO ROMA Intervista La nostra capitale è meravigliosa e persa Questo progetto può essere un pungolo per i romani e il Comune Giuseppe Cederna Attore, scrittore, figlio dell’ambientalista Antonio Il Grande Raccordo Anulare delle biciclette scelto come progetto ambasciatore al G7 dei trasporti Una sintesi di innovazione sostenibile nella mobilità

IL VENTIDUENNE ERA STATO ARRESTATO ALLA FINE DEL 2015 PER AVER RUBATO UN POSTER IN UN HOTEL Morto lo studente americano L’affronto di Pyongyang a Trump Rilasciato in fin di vita una settimana fa. Il leader Usa: regime brutale

Il clima il caffè Secondo gli scienziati siccità estrema e aumento delle temperature mettono a rischio le coltivazioni in Africa e America Latina Un rapporto inglese racconta la crisi della qualità Arabica: sarà più cattiva e diventerà molto più cara .

21,06.17

 

 

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L’ultimo indipendentista sardo si lascia morire dentro una cella Sconta una condanna a Oristano per evasione fiscale, non mangia da 50 giorni

La spiaggia della Dolce vita tutta fogne, plastica e cotton fioc Viaggio a Passoscuro: uno dei peggiori lidi d’Italia. Ma con bagnanti temerari.“La situazione peggiorerà ancora Puntare subito sulle rinnovabili”.L’estate killer dell’India ogni giorno 3 morti di caldo Dal 2012 cinquemila vittime per il surriscaldamento La siccità ha provocato suicidi di massa tra i contadini .Ogni giorno 43 reati compiuti contro il mare La denuncia di Legambiente In Molise più infrazioni per chilometro di costa .

Narcotrafficanti e corruzione In Messico spopolano i ladri di benzina Gli “huachicoleros” assaltano le cisterne e rivendono il carburante .

Ucciso con due coltellate all’addome per aver difeso una donna - un’insegnante di 38 anni che era in sua compagnia - importunata con apprezzamenti anche pesanti. È accaduto nella tarda serata di sabato in un pub di Canicattì, 36 mila abitanti, nell’entroterra dell’Agrigentino. Ha perso la vita così Marco Vinci, 22 anni, bracciante agricolo. I carabinieri, già durante la notte, hanno fermato un trentaquattrenne: Daniele Lodato, pure lui di Canicattì, noto alle forze dell’ordine: era stato arrestato nel 2011 durante un’operazione antidroga. Lodato è stato interrogato a lungo, così come sono state sentite parecchie persone presenti sul luogo del delitto. Dopo uno scontro, prima verbale e poi anche fisico, Lodato si sarebbe allontanato - secondo quanto filtra dal fitto riserbo investigativo - per procurarsi un coltello; tornato nel locale di piazza Dante, avrebbe sferrato due coltellate all’addome di Vinci. Nonostante i soccorsi del 118, il ventiduenne è deceduto durante il trasferimento all’ospedale “Barone Lombardo” di Canicattì, la città che ha dato i natali ad Antonio Saetta e a Rosario Livatino, assassinati dalla mafia quasi trent’anni fa. In piazza Dante, quando sono arrivati i soccorritori, a poca distanza dal ragazzo gravemente ferito ma ancora vivo, è stato subito notato un coltello con una lama di 26 centimetri, sequestrato dai carabinieri di Canicattì che si stanno occupando delle indagini, coordinate dal sostituto procuratore Alessandra Russo. All’accoltellamento avrebbero assistito diversi testimoni che sono stati convocati in caserma e hanno verbalizzato la loro versione. Sotto choc l’intera città. Il vescovo di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro, indirizzando un messaggio al vicario di Canicattì, don Giuseppe Argento, ha espresso tutta la sua vicinanza agli abitanti: «Abbiamo bisogno di affidarci davvero a Dio. Quando lui manca, il brutto prende il sopravvento. La violenza offende Dio e gli uomini». Ieri durante la processione del Corpus Domini, a Canicattì si è pregato «affinché Dio ci liberi dal male», ha detto don Giuseppe Argento. Il sindaco Ettore Di Ventura ha proclamato il lutto cittadino per il giorno dei funerali di Vinci..

19.06.17

 

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CITTADINANZA TEMPORANEA

Radiologo morì per superlavoro L’Asl deve risarcire la famiglia Il caso a Enna. La Cassazione: va tutelata l’integrità psicofisica.

Alle medie Pestata davanti alla scuola dalla gang delle baby-bulle Schiaffi e pugni a una ragazzina: “Una picchiava, gli altri la incitavano.

B occiato a causa di cinque insufficienze in altrettante materie e di una sospensione di 15 giorni. È finito male l’anno scolastico – già di per abbastanza travagliato – di Leonardo Palma, 17 anni, studente dell’istituto tecnico Pininfarina balzato agli onori delle cronache mesi fa per la vendita abusiva di snack a scuola. Ha preso alcuni voti poco sopra la sufficienza, non abbastanza per rimediare. Addio Pininfarina Dovrà ripetere il terzo anno ma non lo farà nella scuola di Moncalieri: «Dopo due bocciature di fila – spiega il legale di famiglia, l’avvocato Gian Maria Nicastro in delega con Bruno Tinti - deve cambiare istituto». E ironizza: «Così, il Pininfarina si è liberato di un problema». Da febbraio, lo studente ha frequentato due stage rispettando le prescrizioni dell’alternanza scuola-lavoro. In uno, ha presenziato a conferenze sull’imprenditoria di Confindustria, nell’altro si è specializzato in un corso di videomaking in un’azienda di comunicazione a Settimo Torinese. Il suo datore di lavoro, il giornalista Michele Valentino racconta: «Vuole il diploma, è un altro ragazzo rispetto a come arrivò a febbraio». L’accusa ai docenti «Si è impegnato molto – spiega il legale –, ma alcuni docenti non hanno colto il segnale lanciato dal ragazzo che ha profuso un impegno importante se sommato anche alle attività di stage che ha condotto con profitto». Poi aggiunge: «Ci riserviamo di controllare questi risultati. In maniera sommessa vogliamo verificare che non ci sia stata una coda di inquinamento ambientale dopo i fatti dell’inverno. In quel caso faremmo ricorso». Maxi multa Per quelle vendite abusive il papà del giovane, in quanto titolare della potestà genitoriale, ha ricevuto una multa di 5 mila euro. «Abbiamo presentato un’istanza di revoca al sindaco di MonIstituto tecnico Pininfarina di Moncalieri Bocciato il ragazzo-imprenditore che vendeva merendine in classe Lo studente: voglio diplomarmi, ma lo farò in un altro istituto La pagella Leonardo Palma ha molte insufficienze: 5 in italiano, 4 in matematica, 5 in inglese, 4 in chimica e 4 in storia calieri – sottolineando che se di trasgressione si tratta, peraltro occasionale, non può essere individuato il padre come bersaglio della sanzione. Nelle ore di lezione è la scuola che avrebbe dovuto vigilare e la scuola quindi dovrebbe rispondere alla contestazione anche economica».

Reati finanziari e redditi nascosti Le armi di Mueller contro Trump Adesso l’indagine punta sugli affari di famiglia: nel mirino i documenti fiscali E per prevenire questa minaccia il presidente rende pubblici i suoi guadagni .

MILANO, PROMETTEVA DI AIUTARE I GIOVANI AD AVVIARE LE ATTIVITÀ. POI SPARIVA CON LE QUOTE SOCIALI Il truffatore del crowdfunding Startup raggirate per 200 mila euro.

Alle temperature elevate si unisce l’effetto del sole al solstizio I ghiacciai si sciolgono 10 cm al giorno .

DIFFUSA LA DICHIARAZIONE DEL PATRIMONIO Trump più ricco da presidente L’ombra del conflitto di interessi .

18.06.17

 

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RICCHI PRIVILEGIATI MA CON LA COSCIENZA RIPULITA

Parla il ragazzo che ha tappezzato la città “Sono il Banksy di Torino metto i politici alla berlina” Primo striscione in corso Unità d’Italia: “Che paura” Le Pen Il manifesto ispirato ad un collage dadaista di John Heartfield, rappresenta la candidata presidente francese come testimonial di un rasoio che evoca il pericolo del fascismo. REPORTERS La mia è street-art 2.0 che sul web studia la società virtuale, come è percepita e come modifica le opinioni Anonimo Autore dei finti manifesti pubblicitari I blitz artistici Adinolfi «Perché l’omofobia nasce dalla paura di mettere in dubbio la propria mascolinità» Grillo La «politica dell’onestà di Grillo» è rappresentata «mortuale» Salvini .

Il bolognese Ma Rea Trecento euro di multa al poeta che appende i suoi versi come vestiti .

Esposto dell’associazione “Adelina Graziani”. L’ospedale: «Casi a rischio» Pazienti sedati e bloccati nei letti Blitz dei Nas al San Giovanni Bosco.

La sfida di Bloomberg a Trump “L’America salverà l’ambiente” L’imprenditore illustra il manifesto per il pianeta alla Fondazione Agnelli “Sindaci, aziende e cittadini alleati malgrado lo strappo del presidente”

Siccità record, scatta l’allarme energia Centrali idroelettriche in tilt e rincari L’associazione europea dei gestori di rete: monitorare con attenzione la situazione I produttori: “Fase delicata, ma nessun pericolo black out”. Le contromosse di Terna .

N ella sede de «La Jornada», all’ingresso, c’è un altarino con i ritratti dei due giornalisti del quotidiano uccisi negli ultimi mesi. Miroslava Breach è stata assassinata a Ciudad Juarez, Chihuahua, feudo dei narcos al confine con il Texas. Javier Valdez è stato ammazzato esattamente un mese fa a Culiacan, capitale dello stato di Sinaloa, territorio del Cartello guidato dal Chapo Guzman, estradato negli Stati Uniti, ma ancora potentissimo. A «La Jornada» non amano parlare dei colleghi scomparsi, ma questa volta fanno un eccezione perché, come spiega il caporedattore Rolando Medrano, si sente il bisogno di denunciare a livello internazionale quello che sta succedendo in Messico. «Miroslava e Javier non erano due giovani colleghi inesperti, sapevano benissimo i rischi che correvano. Avevano deciso di non fermarsi perché ritenevano la loro più che una professione, una missione. Da anni seguivano i movimenti della criminalità organizzata, le faide interne, le relazioni con il potere politico, le complicità del mondo imprenditoriale. Erano convinti che fosse necessario raccontare quello che stava succedendo». Rolando si commuove a ricordarli, in tutta la redazione c’è ancora tantissimo dolore ma nessuno, qui, vuole parlare di eroismo, di martiri. Dall’inizio dell’anno sono sei i cronisti messicani uccisi, più di cento negli ultimi 15 anni. «Oggi possiamo solo seguire il loro esempio, non possiamo smettere di pubblicare inchieste, reportage, di seguire i fatti; allo stesso tempo, però, dobbiamo pensare come proteggere i nostri cronisti e inviati. Sarebbe terribile piangere altre morti». A Città del Messico si rifugiano oggi i giornalisti che scappano dalle zone più pericolose, scompaiono per un po’ per salvare se stessi e le loro famiglie. Uno di loro è Martin Duran, che lavorava sulle stesse storie di Valdez. A Culiacan ha fondato il giornale online «La Pared», che pubblicava inchieste sul mondo dei narcos. Nel 2016 il debutto in edicola. «Una scelta controcorrente, che caratterizzava il nostro stile. Volevamo arrivare ad un pubblico più amplio possibile, in prima pagina mettevamo le storie più forti». Raccontano la frattura all’interno del Cartello dopo l’estradizione del Chapo Guzman. I narcos iniziano a farsi sentire, prima con avvertimenti, poi con minacce concrete. Nel febbraio scorso Damaso Lopez Nunez, erede e rivale del Chapo contatta Valdez e lo stesso Duran che lo intervistano ognuno per la propria rivista. La cosa non piace ai figli di Guzman, che ritirano tutti gli esemplari de «La Pared» dalle edicole. Due mesi dopo Valdez viene assassinato in pieno giorno nel centro della città. Martin capisce che è meglio andarsene. «Pensavo che Javier fosse intoccabile perché era un giornalista molto conosciuto e rispettato. Per la nostra generazione era un esembole. Non ci sono le risorse sufficienti per appoggiare tutti quelli che chiedono aiuto». L’unico punto positivo in tutto questa storia è la solidarietà dei colleghi. Dalla morte di Valdez non c’è giorno che passi in Messico senza una manifestazione di ripudio alla violenza e in difesa alla libertà di stampa, con un’ampia eco internazionale. Alla Ong «Red de Periodistas» offrono corsi di aggiornamento professionale per reporter in situazione di rischio, spiegando loro come trattare temi caldi proteggendo se stessi e il proprio lavoro. «Una chiave – spiega la coordinatrice Daniela Pastrana – è condividere le informazioni con colleghi di cui ci si 6 giornalisti Uccisi nel solo 2017. Il bilancio degli ultimi 15 anni è di oltre 100 reporter assassinati da sicari dei narcos L’ultimo è stato Javier Valzez, ucciso lo scorso 15 maggio La veglia Una delle manifestazioni a difesa della libertà di stampa in Messico I cronisti minacciati sono spesso costretti a lasciare il lavoro e a rifugiarsi all’estero 15 minuti È il tempo che impiega l’esercito per intervenire a protezione di un giornalista I reporter iscritti al programma di protezione hanno un dispositivo con cui attivano la richiesta di soccorso pio, un onore poter lavorare a fianco suo. La sua morte ci ha fatto capire che non c’era più spazio per noi». Martin vorrebbe continuare a fare giornalismo, ma sa benissimo che non può più occuparsi dei narcos di Sinaloa. Per ora riceve, come altri, l’aiuto di Rsf (Reporters sans frontiere); dodici cronisti messicani sono attualmente rifugiati negli Stati Uniti, due sono in Spagna. Molti altri sono a Città del Messico o nascosti in altri Stati. «Il governo federale offre un programma di protezione con scorta e appoggio dell’esercito, ma di tratta - spiega la rappresentante di Rsf Balbina Flores - di un meccanismo ancora molto defidi. Avvisare dei propri spostamenti, annotare le anomalie, da una persona che ti segue per strada, alle telefonate anonime, ai testimoni che all’ultimo momento decidono di non parlare. Sono dettagli che ti possono salvare la vita». Ne sa qualcosa Luis Cardona, giornalista di Ciudad Juarez che nel 2012 è stato catturato da una banda armata, mentre stava realizzando un’inchiesta su una serie di 15 sequestri di giovani avvenuta in pochi giorni nella sua città. Lo hanno picchiato e torturato per diverse ore facendogli credere che lo avrebbero ucciso. All’ultimo momento lo hanno graziato. Ha raccontato la sua storia in un cartone animato di dieci minuti intitolato «Il sequestro numero 16», che ha vinto diversi premi internazionali. Dopo tre anni di esilio è tornato a Juarez, usufruendo del programma speciale di protezione del governo. Ha un piccolo telecomando che porta sempre con sé; schiacciando Sos l’esercito arriva sul posto nel giro di 15 minuti. «Molta gente - spiega - mi chiede perché sono tornato, perché continuo mettere a rischio la mia vita. Non lo faccio per sentirmi un eroe, odio questa definizione. Per me si tratta dell’unica scelta possibile. Mi sono separato, vedo i miei figli solo in circostanze speciali, la mia vita è già stata svuotata. Il giornalismo è l’unica cosa che mi rimane: se mi togliessero anche questo sarei morto per davvero»

Basi militari e maxi investimenti Le mani di Riad sulle Maldive I sauditi vogliono avere a Male un approdo sicuro per le rotte commerciali Ma il vero obiettivo è aumentare gli affari con Pechino e tagliare fuori l’Iran.

16.06.17

 

 

 

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VALORI SBAGLIATI

Centinaia di sfollati iracheni sono rimasti intossicati in un campo profughi tra Mosul e Erbil dopo un iftar, il pasto di rottura con cui dopo il tramonto si rompe il digiuno del ramadan. Le persone coinvolte hanno accusato vomito e disidratazione, circa 750 casi secondo quanto riferito dalla tv curda Rudaw. Due persone sono morte. I pasti erano stati preparati in un ristorante di Erbil e consegnati da una Ong qatariota nel campo, una delle 13 strutture allestite dall’Unhcr per assistere gli sfollati causati dall’offensiva contro l’Isis.

Il paese di Balocco qui si va a scuola gratis Nessuna spesa dalla materna all’università.

Inchiesta sulla cessione dell’Italcoge Un anno e mezzo di carcere all’imprenditore del Sì Tav Lazzaro condannato con il curatore fallimentare per turbativa d’asta In Val di Susa era considerato un «imprenditore collaborazionista», per aver sostenuto l’Alta Velocità. Sua la ruspa, al seguito delle forze dell’ordine, che aprì un varco nelle barricate costruite dai No Tav per impedire l’avvio del cantiere a Chiomonte. Così era finito nel mirino dei No Tav, ma anche della magistratura e dei carabinieri del Ros, per le sue relazioni con esponenti della criminalità organizzata - mai sfociate in contestazioni penali - e per la gestione della sua società, la Italcoge, ditta di movimento terra. Ieri Ferdinando Lazzaro è stato condannato ad un anno e 6 mesi per turbativa d’asta, in concorso con il commercialista Michele Vigna, curatore fallimentare dall’Italcoge, fallita nel 2011 con un passivo di 5 milioni di euro. Vigna è stato condannato ad un anno e 2 mesi con la condizionale. Secondo l’accusa del pm Paolo Toso, Lazzaro e Vigna si sarebbero accordati per pilotare la gara pubblica destinata a «salvare» un ramo aziendale dell’Italcoge in seguito al fallimento. Lazzaro, già amministratore della Italcoge, ha cercato di riacquistare il ramo d’azienda «agendo per il tramite» di un’altra società, la Italcostruzioni, riconducibile a familiari. Vigna, «curatore della procedura» avrebbe informato Lazzaro sull’importo minimo da offrire. Alla gara partecipò solo l’Italcostruzioni. E per garantire gli impegni economici nascenti dall’affitto dell’Italcoge, l’Italcostruzioni presentò una polizia fideiussoria di 250 mila euro emessa da un «Consorzio di Garanzia», ente finanziario che non avrebbe potuto operare sul mercato, ma l’atto fu ritenuto valido. Per questa operazione è stato condannato ad un anno e 2 mesi anche un intermediario, Roberto Ronchei. Le indagini partirono dopo un esposto presentato dal comitato dei creditori dell’Italcoge, presieduto dall’avvocato Massimo Bongiovanni. Il legali di Lazzaro e Vigna, gli avvocati Francesco Torre per Lazzaro ed Ezio Audisio, per Vigna erano con vinti che la vicenda si sarebbe conclusa in un’assoluzione. «Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza» hanno detto lasciando l’aula. Il giudice Silvia Bersano Begey depositerà le motivazioni tra 90 giorni. Il giudice ha condannato i tre imputati al risarcimento del danno e una provvisionale di 10 mila euro per danni morali alla parte civile, rappresentata dall’avvocato Carlo Ross, a tutela della procedura fallimentare. Per il fallimento Italcoge Lazzaro sei mesi fa aveva patteggiato una pena a tre anni, per bancarotta fraudolenta.

A 17 anni vendeva snack ai compagni Il merendero pentito rinasce videomaker “Ho sbagliato, ma ora sogno di fare il reporter” «Ho capito di aver sbagliato. Quella che all’inizio era un’idea, nella mia mente positiva per i compagni che potevano risparmiare acquistando da me panini e snack, doveva essere svolta in modo diverso. Legalmente. Chi lo fa rispettando le regole paga le tasse, versa i contributi e stipendi a chi si occupa della manutenzione. Io non l’ho fatto, ma ho imparato la lezione e mi tengo stretta la creatività e lo spirito d’iniziativa. Sono certo che mi porteranno lontano». La seconda vita del giovane studente Leonardo Palma, 17 anni, passato alle cronache come «il merendero abusivo» dell’istituto tecnico Pininfarina di Moncalieri, inizia a febbraio a Settimo Torinese, via della Repubblica. Tutte le domeniche, alle 8, Leonardo prende un treno dal Lingotto per arrivare qui, in un’agenzia di comunicazione diretta da Michele Valentino, giornalista professionista che lavora per La7. Mesi fa, Valentino ha scritto al preside Stefano Fava: «Gli ho spiegato che anche io ero un ragazzo di periferia e che nel lavoro avevo trovato un riscatto. Mi ha creduto e mi ha mandato Leonardo». Del giovane un po’ borioso entrato in un videogioco televisivo, per dirla con le parole del dirigente scolastico, è rimasto poco. «Qui ho imparato a fare il videomaker. Giro immagini anche per tv nazionali, monto i servizi, li confeziono. È stata una bella esperienza. Sono cresciuto anche a livello umano, ho capito che devo investire su me stesso. Devo studiare e anche se quest’anno non sono riuscito a impegnarmi come avrei dovuto, proseguirò gli studi e prenderò il diploma. Non so se al Pininfarina, ma lo farò». A vederlo armeggiare tra microfoni direzionali, cavalletti, controcampi e programmi di montaggio, sembra che questo studente abbia compreso davvero. «Ho chiesto scusa ai compagni che avevo preso in giro sulle chat. Ma devo pensare a me stesso», racconta che sì, la borsa di studio da 500 euro che la Fondazione Einaudi di Roma gli ha assegnato «per lo spiccato spirito imprenditoriale», la spenderà «nei libri del prossimo anno, qualunque classe frequenterò». Ora vuole andare avanti «e dimenticare tutto quello che di sbagliato ho fatto nel periodo in cui vendevo le merendine». Se sarà bocciato, proseguirà comunque con gli studi. «E non ho vissuto questo stage come una punizione, ma come un premio». A tal punto «che vorrei rimanere ma questo dipende da Valentino». Il suo «tutor» sottolinea come «questo giovane ha capito il valore del lavoro vero, del guadagno legittimo. Ha creatività e si è applicato molto anche oltre le 8 ore concordate col preside. Alla fine lo ha fatto per un rimborso complessivo di 1000 euro a titolo di spese sostenute». Il preside Stefano Fava glissa sul tema promozione/bocciatura («aspettiamo che vengano pubblicati i risultati la prossima settimana»), ma ci tiene a sottolineare come «su questo studente abbia vinto il ruolo educativo della scuola come istituzione. È cresciuto, sta investendo su se stesso ed è stato salvato, è tornato nei binari di un ragazzo della sua età. Che vuole emergere correttamente». Oltre allo stage da videomaker, Palma ha frequentato alcune conferenze sull’imprenditorialità organizzate da Confindustria. Ma il giornalista è un lavoro che lo ha stregato. Tanto da chiedere di montare, lui stesso, la sua intervista video, dopo l’autorizzazione del padre. c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI REPORTERS GIUSEPPE LEGATO MONCALIERI La storia/2 Facciamo due conti, dicendo subito che nelle righe seguenti si parla dello studente del Pininfarina di Moncalieri, sospeso perchè vendeva merendine a scuola. Allora: il ragazzo, in due anni commercio nei corridoi dell’istituto, durante l’intervallo, ha guadagnato 4800 e rotti euro. Applausi all’imprenditore. Che, però, adesso ha un problema. Perchè per i vigili urbani di Moncalieri la sua era un’attività commerciale illecita, che violava cioè tutte le regole in tema di commercio. E per questa ragione deve pagare una multa che non è commisurata al guadagno, ma è stabilita dalla legge. Deve sborsare, cioè, 5 mila 176 euro. Ovvero quasi 400 euro in più di quanto ha incassato andando a piedi nei discount a comprare i prodotti in offerta. Da rivedere ai compagni, stufi di pagare il doppio - ai distributori automatici del Pininfarina - lo stesso identico snack che lui smerciava. Guadagnandoci, certo, ma non più di 10 o 20 centesimi a snack. rito imprenditoriale. Un compenso di 500 euro che non gli cambiava la vita. Ma era un invito a non arrendersi mai e continuare a investire sulle sue idee. Ricordandogli che il primo pensiero di un imprenditore di successo deve essere: dare risposte concrete ai bisogni degli altri. Esattamente ciò che lui ha fatto. Bill Gates nel garage Storia che sembra di un secolo fa. Perchè poi tutto è precipitato. Ci sono state le polemiche per l’affidamento ad un servizio sociale esterno alla scuola, quelle per il voto in condotta. E via elencando. Tanto che il papà del ragazzino ha ottenuto il sostegno leLa protesta contro il premio La foto è di metà dicembre, quando contro il ragazzo-imprenditore si è schierato un gruppo di studenti, che sono scesi in strada con gli striscioni LODOVICO POLETTO REPORTERS Il caso del Pininfarina Multato di 5 mila euro il ragazzo che vendeva merendine a scuola Per i vigili violava le leggi sul commercio L’ultima punizione La multa con tanto di descrizione, dei richiami alle normative violate e via discorrendo, gli è stata recapitata a casa qualche giorno fa. Inutile dire che non se l’aspettava nessuno. Perchè dopo una sospensione di 15 giorni, un sei in condotta, un gran parlare di questa vicenda che ha diviso anche gli studenti di quella scuola, sembrava che le punizioni fossero più che sufficienti. Per un po’ di merendine. E qualche bibita. Insomma, già sembrava una punizione così. Il premio Einaudi Invece no. Non era finita. perchè il giorno in cui il preside, o chi per lui, lo ha bloccato, facendo esplodere il caso, il 17 novembre scorso, erano intervenuti anche gli agenti della municipale. Chiamati dai vertici della scuola per perquisire i due zainetti che il giovanotto stava portando a scuola. E così glieli avevano aperti, contato il contenuto, preso nota di tutto, e poi se n’erano andati. Invece è arrivata la multa. Buon’ultima dopo un premio che gli aveva assegnato la Fondazione Einaudi, quale premio per lo spigale - pro bono si dice - dell’avvocato, nonché ex Procuratore, Bruno Tinti che con il suo collega Gianmaria Nicastro s’è fatto carico di seguire le disavventure legali del ragazzo. «Questo giovane - dice Tinti - è figlio di una famiglia modesta. Ma non si è mai abbattuto e ha cercato un modo di aiutare la sua famiglia. Ha trovato un’opportunità che non dava fastidio a nessuno. E l’ha sfruttata. Mi torna in mente la frase di chi diceva che, nel nostro Paese anche uno come Bill Gates sarebbe ancora nel suo garage». Altri premi In questa storia che sembra non finire mai, però, c’è anche dell’altro. E se da un lato l’imprenditore in erba viene punito dall’altra viene premiato. dalla stessa scuola. Che gli farà seguire, con un gruppetto di altri allievi, un percorso formativo sull’imprenditorialità che parte la prossima settimana all’Unione Industriale e che è organizzato in collaborazione con l'incubatore del Politecnico I3P. E farà anche uno stage - lavorativo - in un’azienda di Settimo che si occupa di comunicazione visiva. Un appuntamento domenicale, ancora in parte da definire. Insomma: premiato e castigato allo stesso tempo, roba da non capire più quale sia la strada giusta da seguire. c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI nLa vicenda del venditore di merendine sta facendo discutere da mesi. Il padre ha lanciato un appello: «Qualcuno mi spieghi che fare» Sulla «Stampa» «Questo ragazzo è figlio di una famiglia modesta. Non si è mai abbattuto e ha cercato un modo di aiutare la sua famiglia» Bruno Tinti avvocato L’esperienza del liceo Cavour L’alternanza studi-lavoro porta i ragazzi a Sanremo Hanno fatto diversi «colpacci» pur essendo partiti senza cerFABRIZIO ASSANDRI nIl ragazzo, una volta scoperto, è stato multato di 5 mila euro per violazione delle leggi sul commercio. La multa Voglio andare avanti e dimenticare tutto quello che ho fatto di sbagliato quando vendevo le merendine Leonardo Palma Studente all’istituto Pininfarina.

Il bambino ha una malformazione congenita La sfida di Filippo, una mano artificiale per tornare a giocare Una protesi funzionale al posto di quella estetica Q uesta è la storia di un bambino torinese di ventuno mesi, con una malformazione congenita, che fino ad una manciata di anni fa avrebbe dovuto rassegnarsi a portare una protesi estetica: cioè una mano finta, inutilizzabile. Invece dal 23 maggio Filippo dispone di una mano che, in termini di funzionalità, compensa la mancanza dell’avambraccio sinistro. E questo grazie ai progressi della tecnologia anche protesi estetica, avevamo dovuto andare a Varese perchè qui non riuscivamo a trovare nemmeno quelle». A fare la differenza, da venti giorni a questa parte, è il tipo di protesi rapportata all’età del bambino. «Se si considera che gli interventi di chirurgia protesica in età giovanile, su pazienti dai 20 ai 40 anni, sono poco comuni, quelli in età pediatrica sono rari, ben al di sotto dell’1% del totale», spiega Roberto Ariagno, Officina ortopedica. In sintesi, le protesi a tecnologia mioelettrica sfruttano le deboli correnti bioelettriche generate dall’attività muscolare: queste, amplificate e integrate, possono agire su un interruttore e chiudere un circuito, permettendo di avviare un micromotore che mette in azione l’apparecchiatura. Per attuare un movimento, ad esempio l’apertura della mano, il paziente contrae una fascia muscolare sulla quale è posto un elettrodo che trasforma la volontà di movimento in comando elettronico. Condizione necessaria per il funzionamento è che il paziente riesca a generare segnali per ogni movimento della protesi in modo indipendente uno dall’altro: in altre parole, tutto funziona correttamente se viene attivato un muscolo per volta, altrimenti il sistema di controllo si trova a dover eseguire due ordini contrastanti. Ecco perchè, spiegano dall’Officina ortopedica, è importante applicare la protesi in età così giovane in modo da consentire a chi la porta di allenare la risposta cognitiva alla sollecitazione della zona amputata. Questa la spiegazione tecnica: la sostanza, più immediata, è quella di un bambino in grado di afferrare oggetti di piccole e grandi dimensioni, di giocare, di superare un ostacolo altrimenti insormontabile. La protesi di cui dispone Filippo, brevettata da un’azienda austriaca, costa 13 mila euro: cifra interamente coperta dal sistema sanitario nazionale. Si carica con una presa e ha un’autonomia di un giorno. Risultato: a circa due anni dalla nascita il piccolo ha un apparecchio capace di rispondere ai suoi comandi, permettendogli di migliorare lo sviluppo motorio. E adesso? «Tra sei mesi la protesi andrà modificata in modo progressivo con la crescita di Filippo - aggiunge il padre -. Per noi la rivoluzione è già cominciata».  Nuova frontiera Gli interventi di chirurgia protesica su pazienti dai 20 ai 40 anni sono poco comuni ma quelli in età pediatrica sono rari nel campo della protesica pediatrica. Quella che sta già cambiando la vita di Filippo, il più giovane paziente per cui l’équipe dell’Officina ortopedica Maria Adelaide di Torino ha realizzato una protesi, è una protesi mioelettrica. «La prima reazione del nostro cucciolo è stata di stupore - racconta Marco, il papà, di professione ingegnere -. Ora cerca di prenderne coscienza, gli stiamo insegnando». E prima? «Portava

IN GE ARRIVA FLANNERY General Electric dopo 16 anni Immelt lascia Jeff Immelt lascia il timone di General Electric dopo 16 anni. Architetto della trasformazione di Ge e uno degli uomini di Barack Obama, Immelt passa il testimone a un altro veterano dell’azienda, John Flannery. Una scelta per rispondere alle pressioni dell’azionista attivo Trian Fund Management di Nelson Peltz, che da anni lamenta prezzi delle azioni troppo bassi. Immelt, dopo Mark Fields di Ford cade così vittima del pressing degli azionisti attivi che, non soddisfatti, premono per ritorni più alti sui loro investimenti, spingendo fino al punto da innescare un cambio dei vertici. Nonostante la trasformazione radicale che Immelt ha impresso a Ge, i risultati dal punto di vista dei titoli sono stati deludenti, con i prezzi che sono ora il 24% più bassi di quando Immelt ha assunto l’incarico nel 2001. Con Immelt Ge ha abbandonato le vesti di colosso finanziario per tornare alle sue origini industriali. Complice la crisi del 2008, Ge si è liberata della sua divisione finanziaria, arrivata a un certo punto a rappresentare la metà degli utili dell’azienda.

IL DICASTERO INVIERÀ IL DOSSIER ALLA PROCURA DI ROMA E ALLA CORTE DEI CONTI. L’IPOTESI: REATI PENALI E DANNI ERARIALI Appalti senza gara, indaga la ministra Lorenzin, titolare della Salute, ha ordinato una relazione sul denaro destinato a società di consulenza

“Ha offeso il Profeta sui social” Sciita condannato a morte in Pakistan Applicata la legge sulla blasfemia, si riaccende lo scontro nell’Islam

Medicine esaurite e acquisti fai da te L’ospedale di Sassari al collasso I dipendenti del Santissima Annunziata: ci arrangiamo ogni giorno da tre anni.

L’America dei frontalieri in Svizzera “Altro che topi, siamo indispensabili” Tra i lavoratori del Verbano: sopportiamo i soprusi, però ci pagano come manager.

Accordo valido fino al 2032 Un consorzio tra Gtt e ferrovie tedesche per gestire i treni locali Annunciata ai primi di aprile l’alleanza tra Gtt e il gruppo Arriva Italia Rail, società italiana controllata dalle ferrovie tedesche (Deutsche Bahn) è diventata realtà ieri sera con la firma davanti al notaio della nascita del consorzio Rail.To che avrà una gestione congiunta e un consiglio d’amministrazione di 4 membri stabiliti in modo paritetico tra i due soci. Il presidente sarà Walter Ceresa (numero 1 di Gtt) mentre l’amministratore delegato sarà Giuseppe Proto (amministratore delegato di Arriva Italia Rail e di Sadem). La nascita del consorzio (che scadrà nel 2032, ammesso e non concesso che il consorzio vinca la procedura di affidamento diretto attraverso la procedura del dialogo competitivo avviata dall’agenzia per la mobilità e la Regione) è il primo passaggio formale che conferma la volontà di partecipare alla gara per la gestione del Servizio Ferroviario Metropolitano (Sfm) che vale 60 milioni l’anno. Attualmente sul nodo di Torino operano le 8 linee del Sfm che coprono 6,5 milioni di treni Km/anno, garantendo al momento oltre 350 collegamenti giornalieri tra Torino e le Valli di Lanzo e del Canavese, la Valsusa, Pinerolo, Alba, Bra, Fossano, Asti e Chivasso. Attraverso Rail.To, dunque, le ferrovie tedesche sfideranno Trenitalia per la gestione del trasporto ferroviario regionale. E in questo contesto l’alleanza con Gtt rappresenta un ribaltone visto che negli anni passati si era parlato della possibilità di dar vita ad una newco tra la partecipata del Comune di Torino (allora guidato dal sindaco Piero Fassino) e la società della holding Fs. Poi quel progetto è finito nei cassetti. Ieri, a poche ore dalla firma del Consorzio, il segretario regionale del Pd, Davide Gariglio, è andato all’attacco parlando di un processo di privatizzazione strisciante. Il gruppo Arriva Italia, però, fa sapere di non aver alcun interesse ad un eventuale ingresso in Gtt e, soprattutto, che l’atto costitutivo del Consorzio fissa rigidi confini di manovra cioè l’obiettivo primario del consorzio è quello di definire un’offerta per la procedura di gara per il nodo ferroviario di Torino. E in quell’atto, poi, ci sono anche precise clausole che impedirebbero a Rail.To di allargare in confini della sua azione. Del resto gli obiettivi delle ferrovie tedesche sembrano altri: «Il consorzio - spiega Angelo Costa, ad di Arriva Italia - rappresenta una novità nel panorama del trasporto italiano. Gtt è leader sul territorio mentre Arriva Italia Rail si avvarrà delle competenze derivanti dal suo essere parte di un primario gruppo internazionale. Sono convinto che l’esempio di Rail.To sarà fondamentale per altre realtà italiane». E Gtt? Il presidente Ceresa la mette giù così: «Sul Sfm vogliamo procedere operativamente e con determinazione sfruttando al meglio le sinergie tra i gruppi». E Gian Piero Fantini, direttore delle Ferrovie Gtt, aggiunge: «L’obiettivo è creare una proposta di servizio connotata da forte intermodalità».

14.06.17

 

 

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QUANDO LA SCUOLA SBAGLIA E CON IL SINDACO SONO UN CATTIVO ESEMPIO MORALE

A veva scritto a Matteo Renzi, evidenziando le difficoltà economiche di un piccolo Comune come Pianezza. Aveva ringraziato il premier per la sua politica sulla sicurezza nelle scuole e per aver accolto l’appello a sostegno dell’edilizia scolastica presentato dalla sua concittadina Cinzia Caggiano, madre di Vito Scafidi, il 17enne morto nel crollo al liceo Darwin. Infine aveva chiesto fondi per realizzare una nuova scuola dell’infanzia che avrebbe portato il nome di Vito. Era il marzo 2014 e la lettera firmata dal sindaco Antonio Castello. Due anni dopo la scuola è stata costruita - non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini - e sarà inaugurata il 23 giugno. Inciso sulla targa all’ingresso dell’istituto non ci sarà il nome di Vito Scafidi, ma quello di Madre Teresa di Calcutta. Il sindaco ha fatto marcia indietro. E ora Cinzia Caggiano lo accusa di «non mantenere le promesse». «Vito è un simbolo della battaglia per la sicurezza nelle scuole - racconta la donna -. Non accetto che il suo nome venga strumentalizzato a fini politici. Il sindaco lo ha usato, e per giunta a mia insaputa. E adesso che siamo al dunque, ritratta». «Promessa mancata» La polemica corre su Facebook. Ieri la madre di Vito ha pubblicato sulla pagina dedicata al figlio la lettera che il sindaco aveva inviato al premier. Nel post, firmato da Vito a voler sottolineare che il torto è stato fatto a lui, si legge: «Mio nonno diceva sempre che quello che si promette ai santi e ai bambini bisogna mantenerlo. Ci credevo, perché me lo avevate promesso voi. E invece tra pochi giorni io verrò seppellito nuovamente. Ricordato a chilometri di distanza con la scuola dedicatami nel comune di Busalla, non c’è niente che parla di me a casa». Sì, perché la scuola dell’infanzia si trova a poco meno di 50 metri dalla casa in cui Vito è cresciuto e in cui Cinzia continua ad abitare. Dal canto suo il sindaco non ci sta a passare per traditore, anzi si dice «profondamente amareggiato». I motivi del sindaco «In questo nuovo istituto - spiega il primo cittadino - verrà trasferita la scuola materna già esistente, la “Madre Teresa di Calcutta” che occupava gli spazi all’interno della elementare. Quindi non si tratta più di dare un nome a una nuova scuola, ma di cambiarlo. E farlo spetta al consiglio d’istituto». Il sindaco, però, ammette di non aver neanche avanzato la proposta. «Sono emersi nuovi ragionamenti. In giunta siede lo zio di Vito e forse sarebbe stato poco opportuno. Cosa avrebbero detto i cittadini se avessi cancellato il nome di Madre Teresa? Due anni fa queste cose non le avevo considerate». La nuova scuola è avveniristica: 2mila e 700 metri quadrati tutti in legno, con materiali biocompatibili e all’avanguardia per il risparmio energetico. Un piccolo gioiello anche in termini di sicurezza. «Penso che il nome sia il problema minore - conclude il sindaco -. Costruire scuole sicure è il miglior modo per onorare Vito».

11.06.17

 

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UNO STATO AMBIGUO

La tragedia di una sedicenne Scrive le scuse ai genitori poi si uccide dal balcone l’ultimo giorno di scuola Era a casa della nonna: “In questa vita non sto bene.

LE INTERCETTAZIONI ACQUISITE NEL PROCESSO SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA Il boss Graviano : “Berlusconi mi ha chiesto questa cortesia” Lo accusa di essere stato l’ispiratore delle stragi di mafia del 1992 L’avvocato dell’ex premier: solo infamie, non si sono mai incontrati.

Beni per un valore di oltre tre milioni di euro, tra appartamenti, veicoli, conti correnti e opere d’arte, sono stati sequestrati da polizia e Finanza all’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro, imprenditore nella raccolta dei rifiuti. Ferraro, 56 anni, originario di Casal di Principe (Caserta), è in carcere dopo la condanna dalla Cassazione, nel 2015, con sentenza passata in giudicato a 5 anni e 4 mesi di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Ferraro è ritenuto imprenditore e politico colluso e a disposizione soprattutto con le sue aziende, dei reggenti del clan dei Casalesi. Una condotta che secondo i giudici sarebbe iniziata prima della sua elezione al Consiglio della Regione Campania avvenuta nel 2005. Eletto in Campania è in carcere dal 2015 .

LO STATO CANCELLA LA LEGGE DEL 1929 CHE LI CONSENTIVA New York, mai più spose bambine Matrimoni vietati sotto i 16 anni.

Scontro totale fra il governo e la procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, che ha chiesto giovedì alla Corte Suprema di annullare la convocazione della Costituente lanciata dal presidente Maduro, definendola illegale e invitando tutti i cittadini a unirsi alla sua richiesta. Secondo la procuratrice, chavista della prima ora, la riforma proposta da Maduro «distrugge l’eredità di Chavez», perché «in una Costituente deve partecipare il popolo, non può agire alle sue spalle».

“Con l’app che trilla mai più bambini dimenticati in auto” Ideatori sono due diciottenni torinesi Se con l’ultimo caso di cronaca si allunga la lista delle piccole vittime dimenticate in auto dai familiari, c’è chi a, 18 anni appena compiuti, ha pensato a un sistema per evitare altre tragedie. È un’app per il cellulare di una semplicità disarmante. Basta scaricare il sistema sul telefono e un sensore «rileva se c’è qualcuno seduto sul seggiolino. Nel caso in cui ci si allontanasse dall’auto, dimenticando un bambino, arriva una notifica sul cellulare che continuerà a suonare a mo’ di sveglia». I nostrani Bill Gates della sicurezza stradale si chiamano Lorenzo Bergadano e Gionatan Cernusco: hanno appena finito il quarto anno all’istituto Avogadro di Torino e «hanno sviluppato questa idea completamente da soli – racconta la professoressa di informatica Emanuela Mormile – hanno addirittura girato uno spot pubblicitario, con il coinvolgimento dei loro familiari». Tutto inizia dal caso di cronaca precedente: «Circa un anno fa abbiamo letto la notizia di un bambino morto perché dimenticato in macchina dal padre, un fatto che ci ha davvero sconvolti – racconta Lorenzo – anche perché aveva proprio l’età di mio fratello. Ma soprattutto potrebbe capitare a tutti. Lo vedo anche nei nostri genitori, nello stress si fa difficoltà a tenere a bada tutto». Si ritrovano così a parlarne in classe, e arriva l’idea. Con il compagno Gionatan bastano giusto un paio di mesi per mettere mano al software. Arriva così We Drive: «ancora da commercializzare. Ma noi siamo pronti», sottolinea Lorenzo. Insieme alla notifica «ricorda bambino» c’è anche quella che ricorda quando la macchina si sta avvicinando alla riserva, e rileva i benzinai nelle vicinanze. E ancora: la notifica «trova parcheggio», per localizzare dove è stata lasciata la macchina. Infine l’app è collegata anche al sistema airbag: in caso di scoppio il sistema manda in automatico tre messaggi con richieste di aiuto e l’indirizzo di dove si trova la macchina. «Sembra assurdo, ma succede che si dimentica un bambino in macchina ma non il telefono – conclude Lorenzo – ci è sembrato interessante sfruttare allora il cellulare per necessità che rientrano nella vita di tutti i giorni. Poi, l’idea di utilizzare le nostre conoscenze informatiche per salvare delle vite ci rende contenti».

10.06.17

 

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SUICIDIO

Primavera soffocante Temperature sempre più alte Allarme Cnr, manca l’acqua in Emilia, Veneto e Sardegna L a primavera italiana 2017 è stata tra le più calde da un paio di secoli, da quando cioè esistono le osservazioni meteorologiche, anche se gli agricoltori del Centro-Nord la ricorderanno soprattutto per le due rovinose notti di gelo di metà aprile. In base alle statistiche nazionali del Cnr-Isac, il trimestre marzo-maggio è stato il secondo tra i più caldi dal 1800 con quasi 2° in eccesso sulla media, dopo il caso record del 2007, e così anche in città come Parma e Bolzano. A Torino e Modena la stagione si è invece aggiudicata la terza posizione, sempre con il 2007 al vertice. A guidare questa ennesima anomalia di caldo, che conferma una tendenza al riscaldamento atmosferico particolarmente vistosa in primavera, è stato soprattutto il mese di marzo. Con i suoi tepori anticipati aveva spinto in avanti di tre settimane lo sviluppo della vegetazione, esponendola così a gravi danni in occasione del temporaneo e non eccezionale ritorno del freddo del 20 aprile. Ma pure la seconda metà di maggio ha dato un contributo decisivo, con una vampata di calura degna di luglio, fino a quasi 35 °C nelle basse pianure lombarde ed emiliane. Come se non bastasse, dall’inizio del 2017 è pure piovuto e nevicato poco su gran parte d’Italia, soprattutto al Nord e sulle regioni tirreniche e la Sardegna. Le precipitazioni totali da gennaio a maggio sono state talora pari a metà del normale, come nel caso del Cagliaritano, che ha ricevuto poco più di 100 mm di pioggia. La Sardegna si trova infatti a vivere una marcata penuria d’acqua proprio alle porte dell’estate mediterranea, che - di norma molto secca - ben difficilmente sarà in grado di migliorare la situazione. Le zone in crisi Ma non va bene neanche al Nord, specialmente in Emilia e Triveneto, zone già penalizzate da un inverno avaro di neve in montagna. Torino e Piacenza hanno raccolto circa il 40% in meno della precipitazione media nei primi cinque mesi, e se il Piemonte può almeno fare affidamento su un manto nevoso alpino che quest’anno è cospicuo sopra i 2500 m, i fiumi emiliani che scendono dagli Appennini ormai spogli di neve, sono già praticamente asciutti. Anche il Veneto è tra le regioni più colpite dalla carenza idrica: a Belluno il deficit di precipitazione gennaiomaggio è solo del 15%, ma sulle Dolomiti le riserve nevose in quota sono pressoché esaurite (solo nel 2003 la situazione era peggiore), e sulla pianura tra Vicenza e Treviso il livello delle falde è vicino ai minimi storici nonostante i temporali della prima metà di maggio. Le previsioni Inoltre nei grandi laghi prealpini lombardi (Como, Idro, Iseo e Garda) manca circa il 20% del normale invaso di fine primavera. Va meglio solo nel Friuli-Venezia Giulia, colpito dai diluvi di martedì scorso (oltre 100 mm intorno a Udine), ma soprattutto lungo l’Adriatico e in alcune zone del Sud, dove le intense precipitazioni di gennaio, quelle che seppellirono di neve l’Appennino centro-meridionale, fanno sì che in città come Ancona e Palermo il 2017 risulti per ora un anno più piovoso del solito: il capoluogo marchigiano ha raccolto 372 mm, il 40% in più del consueto. L’ondata di tempo caldo e asciutto che prenderà forma nel fine settimana e perdurerà almeno fino a mercoledì prossimo con temperature intorno a 35 °C al Nord e sul versante tirrenico, non potrà che inasprire la siccità in atto al Settentrione e in Sardegna, accentuando l’evaporazione e le esigenze idriche delle coltivazioni. Queste anomalie climatiche per il momento sono vissute come temporanei fastidi, rilevati quasi solo dagli addetti ai lavori: agricoltori, operatori dei servizi idrici, energetici e sanitari. Per la maggior parte delle persone resta invece il buon ricordo di una primavera molto mite e favorevole al turismo. Non c’è ancora la percezione diffusa di quanto gravi siano questi sintomi del cambiamento climatico, anticipatori di crisi ben peggiori in un prossimo futuro. Di quali segnali abbiamo ancora bisogno per agire? c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI CAMBIAMENTI CLIMATICI In secca La confluenza tra Po e Ticino presso il Ponte della Becca (PV) Il livello dell’acqua è inferiore di due metri rispetto allo stesso periodo del 2016 ANSA +1.9° gradi di anomalia rispetto alla media del periodo di riferimento 1971-2000: il 2017 è stata la seconda primavera più calda dal 1800 ad oggi, preceduta solo dalla primavera 2007 (+2.2°C) 50% di deficit nelle precipitazioni maggio è stato l’ennesimo mese al di sotto della media, portando la primavera 2017 ad essere la terza più asciutta dal 1800 a oggi I numeri 0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 mm 2017 Norma Torino Piacenza Venezia Belluno Ancona Roma Bari Cagliari Palermo Precipitazioni gennaio-maggio 2017 in alcune città italiane e confronto con la norma LA STAMPA 14,6 14,8 15,0 15,2 15,4 15,6 15,8 16,0 16,2 16,4 16,6 °C 2007 2017 2011 2009 1945 2014 2012 2000 1966 2015 Parma: le 10 primavere più calde dal 1878 TEMPERATURE MEDIE È stata la seconda più calda dall'inizio delle misure meteorologiche, con circa 2 °C sopra la media LUCA MERCALLI Pesca Mediterraneo tropicale Invasione di specie aliene Il riscaldamento tocca da vicino anche la salute dei mari. Una delle maggiori insidie per il Mediterraneo è rappresentata dall’invasione di specie aliene. «Ve ne sono già 1500 registrate, in aumento costante negli ultimi 25 anni - avverte Franco Andaloro, a capo del dipartimento uso sostenibile delle risorse dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) -. Sono aumentate ed è cambiato il loro comportamento». Di conseguenza pure le abitudini alimentari «se la pesca e la gastronomia si sono sempre modellate sulla biodiversità animale». Giorgio Bavestrello, ordinario di zoologia all’Università di Genova, ha detto in occasione di Slow Fish: «Oggi nei nostri mari ci sono pesci che fino ad anni fa non si vedevano. I livelli di cattura della tonnarella di Camogli sono drasticamente diminuiti, dal 2000 a oggi. E gli organismi che compongono il benthos (gli organismi acquatici che vivono sul fondo, ndr) hanno iniziato a morire». Nell’Oceano Indiano, avverte Vincenzo Ferrara, climatologo dell’Enea, «l’acidificazione, una delle principali conseguenze del cambiamento climatico, ha prodotto lo sbiancamento dei coralli, il declino di organismi marini dotati di guscio calcareo, la modifica degli ecosistemi e la perdita di biodiversità». E in un prossimo futuro questi effetti saranno ancora più visibili. «Entro il 2100 il ghiaccio artico scomparirà completamente, lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia determinerà grossi impatti sulla corrente del Golfo. Questi mutamenti avranno anche conseguenze pesanti per la pesca. La zona più danneggiata sarà la fascia intertropicale, dove per effetto del riscaldamento delle acque, dell’acidificazione, della mancanza di ossigeno, le specie saranno costrette a emigrare a Nord». c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI FABIO DI TODARO Un miliardo di euro. A tanto ammontano, secondo Coldiretti, i danni provocati all’agricoltura dalla seconda primavera più calda dal 1800 a oggi. L’alternarsi di caldo anomalo e gelate, bombe d’acqua e grandinate violente, «ha distrutto coltivazioni prossime al raccolto», fanno sapere. La situazione di siccità sta compromettendo i raccolti in tutta Italia: dal Veneto all’Emilia Romagna, dal Piemonte alla Lombardia, dalla Campania alla Puglia. Passando per Toscana, Lazio e Sardegna. Ortaggi, frutta, mais e foraggi le produzioni più a rischio. L’agricoltura, come spiega il numero uno di Coldiretti Roberto Moncalvo, «è l’attività che più di tutte le altre vive le conseguenze dei cambiamenti climatici». Ma è anche il settore maggiormente impegnato per contrastarli. «La sfida può essere vinta solo se si afferma un modello di sviluppo più attento alla gestione delle risorse naturali e con stili di vita più attenti all’ambiente nei consumi, a partire dalla tavola». Che il settore primario sia tra i più esposti, lo testimonia pure la scelta compiuta lo scorso anno dalla Fao: con la giornata mondiale dell’alimentazione dedicata alla sicurezza alimentare legata alle oscillazioni meteorologiche. Le brusche variazioni delle temperature, con una tendenza generale al rialzo, possono tradursi nell’andamento irregolare dei cicli colturali, nella proliferazione di erbe infestanti, nella variabilità dei raccolti e nella comparsa di insetti distruttori e malattie a carico delle specie vegetali. Nel 2013 i ricercatori della Columbia University hanno abbozzato uno scenario futuro, considerando un aumento della temperatura media di tre gradi: da qui al 2100. In Italia, se le previsioni fossero rispettate, la superficie a livello della costa potrebbe ridursi fino all’otto per cento. Al Sud aumenterebbe la desertificazione, mentre nella Pianura Padana potrebbero essere disponibili ulivi e limoni. [F.D.T

Insetti e alghe, ecco il menù del 2018 A gennaio entra in vigore il regolamento Ue che porterà sulle nostre tavole cibi prima vietati “Ma sono ammessi solo quelli allevati”. E in Italia c’è già chi fiuta il business del “Novel Food” Qualche imprenditore già si strofina le mani sperando in affari d’oro. Dal 1 gennaio entra in vigore il regolamento europeo sui Novel food che vuole portare sul mercato dell’Ue cibi e ingredienti mai visti fino a ora. Come gli insetti, parti di essi e i prodotti da loro derivati, che già finiscono nel piatto di oltre due miliardi di persone nel mondo, ricchi di proteine e pure ecosostenibili, perché si allevano con poca acqua ed energia, come ha sottolineato la Fao. A scavare, però, restano molti dubbi. E tra chi sperava di arricchirsi c’è chi rimanda i sogni di gloria e chi osa, sfidando le tante lacune che ancora ci sono. Premessa: oggi in Italia non è consentito allevare insetti a scopo alimentare. Non si possono nemmeno vendere, né loro né merce trasformata. Ma tra duecento giorni la situazione cambierà. Nel nuovo anno potremmo, dunque, trovare farine di baco da seta o integratori a base di grilli nel menù dei ristoranti o negli scaffali dei supermercati? È proprio questo che si intende? Sì. Alla domanda, Anca Paduraru, portavoce per i progetti dell’Unione Europea legati a salute, sicurezza del cibo ed energia, risponde con la definizione di “regolamento europeo”. «È un documento che ha portata generale, obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in tutti gli stati membri». La scena potrebbe essere davvero quella descritta sopra. O quasi. «Sono stato audito in Commissione Agricoltura al Senato in autunno e pensavo che la situazione fosse un po’ più chiara ma mi sbagliavo», sospira Marco Ceriani, fondatore della di Italbugs, startup nata al PTP Science Park di Lodi ma che ora lavora in Olanda, uno dei paesi europei che già permette di commercializzare insetti. Qui alleva e trasforma grilli, bachi da seta e larve. La prima domanda in cerca di risposta è: l’apertura quali insetti riguarda? Nel nuovo regolamento sui Novel food, cioè tutti quegli alimenti per cui non è dimostrabile un consumo significativo al 15 maggio 1997 nella Ue, approvato a fine 2015, si parla soltanto di insetti interi e di loro parti. L’idea degli addetti ai lavori è che ci si atterrà all’elenco degli animali approvati in Belgio: grillo e grillo tropicale, locusta africana e americana, tenebrione e tenebrione gigante, il buffalo worm, che è un po’ più piccolo del precedente, tarma della cera, tarma minore della cera e baco da seta. Seconda domanda: in che forma li potremo trovare? Trasformati in farine o naturali, venduti in sacchetti come le patatine? «Anche su questo attendiamo dettagli», riprende Marco Ceriani. «Per ora l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha chiarito che gli insetti devono essere allevati, per garantire che non siano nocivi e non generino allergie, ma non sappiamo nulla di più». Intanto, però, sempre più interessati bussano alle porte degli uffici Asl per capire come fare, dato che un altro regolamento Ue già dal 1° luglio permette di utilizzare insetti per produrre mangimi per pesci. Qualcuno aspetta, qualcuno va avanti. «Noi produciamo crakers e pasta con farina di grillo rigorosamente importata», spiega Edoardo Imparato della startup torinese Crické. «Facciamo anche degustazioni ma esclusivamente a domicilio, perché non si potrebbe. Speriamo che la nuova normativa renda più snelli e meno costose le richieste di autorizzazione a produrre, specie per noi piccoli». I nuovi ingredienti approvati dall’Ue Semi di chia La chia è una pianta della famiglia Lamiaceae, nativa del Guatemala e di alcune zone del Messico. I loro semi sono ricchi di calcio e di Omega 3 e Omega 6. C’è chi vuole usarli come base di bevande Funghi esposti a raggi ultravioletti Nei funghi sottoposti a trattamento con UV aumenta la concentrazione di vitamina D, di solito scarsa dato che non si sviluppa nell’ambiente scuro in cui di solito crescono. Si utilizzano di solito champignons Estratto di corteccia di magnolia Da secoli è utilizzata nella medicina officinale cinese. Chi parla delle sue proprietà benefiche, indica, anzitutto, la funzione antiossidante e calmante, senza, però, provocare assuefazione Olio di krill Il cibo preferito dai cetacei viene già utilizzato come integratore perché contiene molti grassi acidi essenziali. Con esso si potranno confezionare prodotti da forno o uno speciale tipo di latte Olio di microalga In questo caso, si intende, la microalga Schizochytrium sp. L’olio da essa derivato è ad alto contenuto di acido docosaesaenoico, il Dha, che riduce il rischio di malattie cardiache riducendo il livello nel sangue dei trigliceridi Vitamina K2 sintetica Viene definita l’anti-aging indispensabile per la salute di ossa e cuore. È una molecola liposolubile scoperta nel 1929 dallo scienziato danese Henrik Dam e di solito sintetizzata da batteri nella flora intestinale

LA CASSAZIONE RESPINGE IL RICORSO Non favorì Provenzano Assolto l’ex generale Mori.

09.06.17

 

 

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FALSITA'

Spari e bombe al Parlamento Teheran sotto attacco dell’Isis Un kamikaze anche al Mausoleo di Khomeini: sono almeno 12 i morti Uccisi i killer. È il primo attentato coordinato dei terroristi sunniti nel Paese.

Dal giornalismo al jihadismo. Cos’è successo nella testa di Farid Ikken, quarant’anni, algerino, che due giorni fa ha assalito con un martello uno dei poliziotti di guardia sul sagrato di Notre-Dame? Il profilo non corrisponde per niente alla stragrande maggioranza dei jihadisti all’azione in Francia da alcuni anni. Non siamo di fronte al solito sbandato di periferia, emarginato, arrabbiato, senza arte, né parte. Nel suo computer gli inquirenti hanno trovato un video dove giurava fedeltà a Isis. Ma l’uomo non ha la consueta barba lunga. E, nella residenza studentesca alle porte di Parigi, dove viveva (stava facendo un dottorato di ricerca in giornalismo per l’università di Metz), tutti lo definiscono riservato, privo di qualsiasi aggressività o di segni esteriori di radicalizzazione. Originario di Béjaia, nella Cabilia, si era laureato lì come traduttore e interprete nel 2000 per poi raggiungere la Svezia, dove ha vissuto dieci anni e si è laureato in giornalismo, ottenendo un master alla prestigiosa università di Uppsala. Si era anche sposato con una svedese, da cui ha divorziato. Ikken ha pure lavorato alla radio pubblica di quel Paese. Nel 2011 era ritornato nella città natale, fondando un’agenzia di pubblicità e un sito d’informazione. Due anni dopo, però, visto l’insuccesso di quelle iniziative, aveva lavorato come corrispondente da Béjaia per «El Watan», giornale notoriamente avverso all’islam radicale. Nel 2014 era riuscito a ottenere un dottorato in Francia e aveva iniziato a scrivere la tesi sui nuovi media del Maghreb e il loro modo di trattare le elezioni nazionali. Un nipote, Sofiane Ikken, avvocato in Algeria, ha detto di averlo visto l’ultima volta la scorsa estate. Lo zio gli aveva parlato male dell’Isis e definito il leader Abu Bakr al-Baghdadi «uno stupido». Farid, secondo Sofiane, «era religioso e faceva la preghiera, ma non era assolutamente un estremista». Lo ha confermato pure il suo direttore di tesi, il professor Arnaud Mercier. Ma ha specificato che Farid era « molto solo» e si era lamentato con lui dei suoi problemi economici, per mantenersi in Francia.

Truffa da 7 mila euro al giorno sull’accoglienza dei migranti Brescia, imprenditore nel mirino: prendeva i soldi ma le strutture non c’erano.

“Un grande archivio digitale delle competenze Così aiuteremo i profughi a trovare un lavoro” La commissaria Ue Thyssen: l’inclusione è l’unico antidoto alle derive estremiste.

Sale bingo, parenti e gamberoni Le ombre sul candidato grillino Palermo, nello studio di Forello lavorava il figlio della pm accusata di corruzione .

Consip, il numero 2 del Noe indagato per depistaggio L’accusa: intralcio alle indagini. E il carabiniere “infedele” ora collabora Depistaggio: è gravissimo il reato che la Procura di Roma ha contestato al vicecomandante del Noe, il colonnello dei carabinieri Alessandro Sessa. Lo accusano di avere intralciato le indagini su Consip. Sessa in un suo precedente interrogatorio da testimone, qualche settimana fa, non aveva negato di essere stato informato regolarmente dal capitano Gianpaolo Scafarto sugli sviluppi dell’inchiesta che lambisce casa Renzi. Aveva però sostenuto di non avere fatto rapporto al generale comandante del Noe, Sergio Pascali, almeno fino al 6 novembre 2016 (quando ci fu una prima fuga di notizie) «e il generale bruscamente mi chiamò per essere informato». Scafarto sostiene una cosa diversa. Dice che il colonnello aveva informato il generale mesi prima, già a giugno. Due versioni in contrasto. La Procura sembra credere a Scafarto e non a Sessa, anche perché il capitano, che ormai collabora pienamente, avrebbe mostrato ai pm Mario Palazzi e Paolo Ielo alcuni messaggini WhatsApp che sbugiardano il colonnello. A questo punto, però, le regole del processo hanno imposto di sospendere l’interrogatorio e un perito è stato incaricato di cristallizzare la messaggistica presente nel telefonino di Scafarto. Suo malgrado, insomma, il colonnello Sessa - la cui carriera si è svolta tra il 2009 e il 2011 a Potenza, negli anni in cui era lì anche il pm John Henry Woodcock - diventa il nuovo protagonista di questo affaire. Scafarto aveva già fatto allusioni a un ruolo centrale del colonnello. «Per quanto attiene al generale Pascali - aveva messo a verbale - atteso che dalle intercettazioni emergevano suoi rapporti con il generale Saltalamacchia (comandante dei carabinieri in Toscana, indagato per una presunta fuga di notizie a beneficio di Tiziano Renzi, ndr) a sua volta amico di Marroni, portai i relativi brogliacci al colonnello Sessa, lasciando che decidesse lui cosa fare». Nell’interrogatorio del 10 maggio, Scafarto aveva aggiunto: «Non so cosa abbia fatto. Certamente il generale Pascali è stato informato, ma non so in quali termini, dopo il 6 novembre 2016». Affermazioni che ora Scafarto ha parzialmente modificato, in quanto già a giugno avrebbe rimproverato Sessa, via messaggino, «di avere fatto male ad informare il Capo». Riemerge dunque il clima di paranoia che aveva avvelenato i rapporti dentro il Noe dopo la defenestrazione del suo capo storico, il generale Sergio De Caprio, il mitico Capitano Ultimo che nel 1993 aveva catturato Totò Riina e la sostituzione con il parigrado Pascali. L’avvocato difensore di Sessa, Luca Petrucci, accenna, a spiegazione dei fatti, che «la ragione è banalissima: i rapporti tra colonnello e generale non erano dei migliori...». L’inchiesta s’impenna, insomma. L’irruzione del reato di depistaggio fa dire a Matteo Renzi: «Nessuno ha nulla da dire? Ci sarebbe da arrabbiarsi». Gli rispondono a brutto muso i grillini: «Ci parli piuttosto di suo padre, di Lotti e del generale comandante Del Sette». «La sola ipotesi che ci possa essere stato un falso o un depistaggio è, di per sè, inquietante», commenta intanto il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. .

Comey accusa Trump “Mi chiese di fermare le indagini su Flynn.

Quella norma salva-bambini mai trasformata in legge Prevede l’obbligo di un sensore acustico sul seggiolino posteriore.

08.06.17

 

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MONDO IN TRASFORMAZIONE CONTINUA

Turismo dell’orrore Effetto Concordia in piazza Selfie dalla ringhiera piegata «Ecco, qui vedete la ringhiera venuta giù dove è morto schiacciato il bambino cinese». Con la sua telecamera, un signore napoletano riprende l’ingresso al parcheggio sotterraneo di piazza San Carlo, posto sotto sequestro dalla questura. È l’unico angolo che ancora porta i segni dei dieci minuti di isteria collettiva di sabato sera. Ci sono le bandiere bianconere, le scarpe, i cocci di vetro, una borsa frigo vuota e i panetti del ghiaccio sparsi accanto. E non importa che l’altra sera non sia fortunatamente rimasto ucciso nessuno. I turisti, cellulari in mano, sembrano più interessati a questo piccolo angolo di orrore piuttosto che al Caval ëd Bronz e ai portici storici del salotto di Torino. «Volevo solo vedere quello che era successo», dice una signora arrivata in bicicletta, quasi a sentisse la necessità di doversi in qualche modo giustificare. Altri scatti, selfie e commenti sottovoce. Le mani che indicano i pali di ferro piegati sotto il peso della folla terrorizzata. In fondo alla piazza, intanto, gli operai smontano la struttura del palco che reggeva il maxi schermo della finale di Champions. Attorno, tutto è stato pulito e cancellato.

Testimone in aula dopo aver denunciato un ricatto I soldi delle offerte per pagarsi le escort Il parroco venne subito allontanato dalla Diocesi.

LA BATTAGLIA PER IL CONTROLLO DEL GRUPPO EOLICO Consob blocca l’offerta di Fri-El su Alerion “C’è un patto occulto con un altro socio” Colpo di scena nella «guerra del vento», in cui da mesi la piccola Fri-El, società di Bolzano, contende al gigante Edison il dominio nel settore dell’energia eolica in Italia, ingaggiando battaglia per la conquista di Alerion. A scendere in campo, questa volta, è la Consob, che ha sospeso in via cautelare il procedimento di approvazione del documento d'offerta pubblica di scambio (Ops) volontaria e totalitaria promossa da Fri-El su Alerion. Il punto è che i «guardiani» del mercato sospettano un concerto non dichiarato tra Fri-El e un’altra società, Stafil, per il controllo di Alerion. Per capirci qualcosa occorre riavvolgere il nastro. Negli ultimi mesi sulla società fondata da Giuseppe Garofalo si sono scatenate ben due Opa (offerta pubblica di acquisto) di Eolo, veicolo che riunisce Edicon con F2i, una volontaria l’altra obbligatoria, entrambe a 2,46 euro. Parallelamente Fri-El aveva lanciato un’altra Opa dapprima a 1,9 euro, poi ritoccata a 2,60 euro, sul 29,9% del capitale, raggiungendo il 29,36%. Il risultato è che oggi Eolo detiene il 38,9%. Nonostante ciò, il 30 gennaio in assemblea ha prevalso Fri-El, conquistando il cda, dove Edison ha ottenuto un solo consigliere. Fin prima della riunione dei soci, però, Fri-El ha deciso di affondare il colpo, promuovendo un’offerta sul 70,64% del capitale non in mano sua da scambiare con un’obbligazione da 3 euro. La Consob, però, ha sospeso tutto sulla scorta dei risultati dell’«attività di vigilanza svolta con riferimento all’operatività posta in essere sulle azioni Alerion, dalla quale è emersa una significativa operatività in acquisto sulle medesime azioni da parte del signor Peter Stadler» realizzata «per conto della società Stafil», che ha così raggiunto l’1,44% del capitale. E in assemblea Stafil che fa? Con l’1,026% vota a favore della lista di Fri-El, che risulterà prevalente. Fatto sta che in Consob ritengono «fondato» il sospetto che l’operatività di Stafil sul titolo - avvenuta tra il 9 dicembre e il 2 febbraio - «non sia stata il frutto di autonome scelte» ma -1,56 per cento È questo l'andamento registrato dal titolo Alerion Cleanpower a Piazza Affari. Le azioni del gruppo eolico hanno chiuso la seduta a quota 2,90 euro 29,4 per cento È la quota di Alerion che fa capo a Fri-El dopo l’Opa lanciata sul 29,9% del capitale. Il gruppo di Bolzano vuole ora conquistare il 100% FRANCESCO SPINI MILANO che Fri-El e Stafil «abbiano concordemente agito» in concerto «con la finalità di acquisire il controllo di Alerion , attraverso la nomina della maggioranza del consiglio di amministrazione della società quotata» ed «anche attraverso il contrasto dell’offerta obbligatoria dell’offerta promossa da Eolo, allora in corso». La guerra del vento, insomma, si tinge di giallo. A questo punto Fri-El può ricorrere al Tar mentre Edison resta alla finestra, in attesa di ulteriori sviluppi di questa infinita «guerra del vento».

SULLA DECISIONE DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA PESA ANCHE IL BANDO PER I MUSULMANI Russiagate, Sessions pronto a dimettersi “Tensioni con Trump” Primo arresto nell’indagine: una talpa nell’Nsa.

Paura ay, Corbyn sempre più vicino Alla vigilia del voto un sondaggio rivela: i laburisti sono solo a un punto dai rivali Tra gaffe e promesse i due sfidanti protagonisti di un duello che sembrava chiuso.

Gli italiani in prima linea a Mosul nella strategia contro il Califfo Senza combattere, i militari guidano e trasportano i Peshmerga

IL RAPPORTO DELL’AGENZIA EUROPEA ANTI-DROGHE Italia seconda in Europa per uso di cannabis Meno morti per overdose.

Sorpresa, il contrabbando è vivo Illegale una sigaretta su venti Studio dell’Università di Trento: la percentuale più alta si trova nel Sud Fuori dalle discoteche un pacchetto può costare più che in tabaccheria,

Sentenza del Tribunale di Ivrea Stangata sulla famiglia di truffatori “Una banda di stampo matriarcale” Il salto di qualità è avvenuto gradualmente. Prima hanno iniziato con le truffe di generi alimentari spacciandosi dai negozianti per grossisti e poi, quando hanno capito che la tecnica funzionava, hanno allargato il giro d’affari passando alle auto di lusso. Il quartier generale era un alloggio in edilizia popolare alla periferia di Rivarolo, ma la holding della truffa, partita da marito e moglie – due disperati che hanno sempre vissuto di espedienti - e poi allargata ad altri famigliari e infine agli amici più stretti, in meno di un decennio, dal 2004 al 2013, ha colpito in tutta Italia, incassando soldi per oltre 1 milione di euro. Le vittime? Commercianti e proprietari di auto che finivano in vendita attraverso motori di ricerca come autoscout.it. Ieri pomeriggio il Tribunale di Ivrea (collegio presieduto dal giudice Elena Stoppini) ha pronunciato la sentenza nei confronti dei 14 imputati. Condanne che vanno da un minimo di 4 anni di reclusione per chi ha avuto un ruolo marginale, ad un massimo di 14 anni e 6 mesi per i capi della banda, per un totale di 114 anni di carcere. «Si tratta di un’associazione per delinquere di stampo matriarcale» ha spiegato durante la propria requisitoria, il pm, Ruggero Crupi. Che comunque aveva chiesto pene più lievi (un totale di 70 anni le richieste) rispetto a quanto il collegio ha sentenziato. A decidere tutto, o quasi, era infatti Maria Bevilacqua (condannata a 14 anni e 6 mesi), 48 anni, considerata la vera mente dell’organizzazione. Per la Procura è lei la più attiva, quella che studia i colpi, la stratega. Al suo fianco il marito, Ippolito Mesoraca (anche per lui 14 anni e 6 mesi di reclusione), 63 anni, dal quale poi si separerà: nonostante ciò la coppia continuerà a portare a termine truffe su truffe con l’appoggio delle figlie, Stefania (13 anni e 6 mesi), Sabrina (7 anni) e Letizia (4 anni e 4 mesi), di altri parenti, come il genero Francesco Carabetta (14 anni), e amici assoldati nel momento in cui il giro d’affari si stava allargando. All’inizio l’organizzazione si dedica ai generi alimentari. Dalle vittime i banditi si presentano con un furgone sponsorizzato e finti biglietti da visita. Fanno affari, comprano con assegni rubati e poi rivendono la merce. Poi la banda passa alle auto di lusso, Mercedes, Audi, Bmw, scovate su internet e acquistate agli ignari proprietari usando assegni contraffatti. Una volta scoperta la truffa e presentata la denuncia da parte delle vittime, le auto erano già sparite, rivendute nel mercato estero..

07.06.17

 

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NEL MONDO DEI PREPOTENTI I CANI CI DANNO L'ESEMPIO

Era stata addestrata a salvare vite umane e lo ha fatto fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro. Camilla, uno dei cani-pompiere del nucleo cinofili dei Vigili del fuoco liguri, l’eroina di Amatrice dove lo scorso anno, nel paese devastato dal terremoto, aveva contribuito a fare ritrovare numerosi dispersi, è morta in servizio mentre con il suo amato conduttore, Nicola Ronga, cercava una persona scomparsa nei boschi di Bergeggi (nel Savonese). Camilla, border collie di 8 anni, che nei pericoli si era trovata tante volte, riuscendo sempre a fare il suo dovere, si stava muovendo in una zona impervia, quando all’improvviso è scivolata, e ha preso un colpo sul fianco. Ha guaito, per un attimo, poi si è rialzata e ha ripreso a fare il suo lavoro, giù di corsa a fiutare una traccia, seguendo il suo istinto, la sua grande abnegazione, generosità. Aveva una lesione interna la povera Camilla. Ma ha continuato a battere i boschi, fino a quando, esausta è svenuta, è crollata. «In un primo momento mi ero preoccupato, ma poi l’ho vista ripartire veloce e cercare come una matta, sembrava stare bene», racconta Nicola che ora non si dà pace per la morte di quella compagna di avventure e situazioni di pericolo. E invece Camilla stava male. «L’ho subito presa in spalla - aggiunge Nicola Ronga nel ricordare quei momenti che non dimenticherà tanto facilmente -. L’ho riportata a casa». Camilla sembrava essersi ripresa, ma qualche ora dopo è collassata ancora, ha nuovamente perso i sensi. Immediata è scattata la corsa dal veterinario che le ha diagnoOLIVIA STEVANIN SAVONA sticato appunto una lesione interna allo stomaco, lasciando intendere che forse non c’erano più speranze. Un destino segnato, insomma, al quale il nucleo cinofilo dei Vigili del fuoco fino all’ultimo non ha voluto rassegnarsi. C’era bisogno di trasfusioni. Tutti i cani del gruppo hanno donato il loro sangue a Camilla, in una corsa contro il tempo, perché Camilla non doveva finire così, c’era ancora tanto bisogno di lei. Ma il cuore del cane-eroe ha cessato di battere. I suoi occhioni dolci si sono chiusi per sempre. Una morte che ha suscitaCamilla, eroina di Amatrice muore cercando un disperso La border collie ha perso la vita nei boschi savonesi to grande commozione fra i Vigili del fuoco tanto che ieri da tutti i comandi liguri è arrivato un pensiero per lei e il suo conduttore. Camilla era una di loro. Era entrata in servizio nel 2011 ed aveva alle spalle tantissimi interventi: il crollo della palazzina di Arnasco, la tragedia di Molo Giano, le alluvioni di Genova, e le ricerche tra le macerie di Amatrice, devastata dal sisma, oltre a circa 500 interventi di ricerca persona, proprio come quello di Bergeggi, di un uomo che è stato ritrovato proprio ieri, ma non nei boschi dove Camilla lo aveva cercato, ma nella stazione ferroviaria di Savona. Una vera e propria eroina a quattro zampe che insieme al suo conduttore ha contribuito a salvare tante vite umane. Per questo Nicola non riesce a darsi pace per quello che è successo: «Forse lo accetterei di più se fosse rimasta sotto una palazzina ad Amatrice. Siamo sempre tornati a casa insieme, tranne stavolta. Cerco di darmi una giustificazione pensando che è andata via facendo quello che più amava fare: rischiare la sua vita per cercare di salvarne un’altra. La porterò sempre nel cuore»

 

Licenziata al rientro dalla maternità I 230 dipendenti bloccano la fabbrica Bergamo, l’impiegata trentenne è l’unica ad aver perso il posto alla Reggiani Macchine L’azienda: è tutto regolare, quella mansione non serviva più. Ma i colleghi si ribellano

L’India inaugura il maxi ponte Prova di forza contro la Cina Dietro il rilancio economico del Nord-Est la strategia di contrattacco di Modi La struttura consentirà ai tank di avvicinarsi all’area contesa con Pechino.

I soldi buttati dell’accoglienza Migliaia di coop improvvisate spremono i migranti e lo Stato In Sardegna chi ha fallito col turismo si è ripreso con gli immigrati.L’Anci chiede al governo «misure incentivanti» per l’adesione dei comuni al Sistema di protezione dei richiedenti asilo (Sprar), definendo quote territoriali per la distribuzione equa. «L’accoglienza va integrata con le politiche di welfare».Il presidente dell’Anci Antonio Decaro ha inviato una lettera ai ministri dell’Interno e delle politiche sociali, Marco Minniti e Giuliano Poletti per modificare il decreto del 10 agosto 2016. I comuni invocano «un sistema di governance nazionale di accoglienza», in particolare per i minori stranieri. E propongono «centri governativi per la prima accoglienza gestiti dal ministero dell’Interno con risorse specifiche e adeguate». Centri destinati sia all’accoglienza dei minori sbarcati sia a quella di coloro che vengono rintracciati sul territorio.I Comuni reclamano il rimborso delle spese effettivamente sostenute, invece del contributo fisso oggi previsto. E «l’assunzione di personale nei servizi sociali dei Comuni che ospitano quote significative». «Era nata come una goccia nel mare», spiegano a Sant’Egidio. E invece in anno e tre mesi, i corridoi umanitari hanno accolto più rifugiati di 14 Stati dell’Ue. Il 29 febbraio 2016 il primo arrivo in Italia. Da allora la comunità cattolica ha attivato, assieme alle Chiese protestanti, percorsi umanitari grazie ai quali finora sono arrivate in Italia 800 persone (prevalentemente siriani, sia musulmani sia cristiani). E altre ne arriveranno nelle prossime settimane. L’accordo con lo Stato è per mille profughi, ospitati da comunità, parrocchie, famiglie, associazioni in 17 regioni e a San Marino. Per valutare l’impatto dell’iniziativa gestita da un’organizzazione della società civile come Sant’Egidio serve un confronto con i ricollocamenti effettuati dall’Ue. I ricollocamenti di profughi, arrivati in Italia e in Grecia, avviati dal Consiglio europeo nell’ottobre 2015, hanno riguardato 18.418 persone in un anno e 8 mesi, ma la somma dei profughi accolti da ben 14 Stati dell’Ue è inferiore ai rifugiati accolti in Italia con i corridoi umanitari. «E’ un modello replicabile in Europa: il 14 marzo anche la Francia vi ha aderito per l’arrivo di 500 profughi siriani e iracheni dal Libano», osserva Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio. Tanto più che «i corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle organizzazioni che li hanno promossi e lo Stato non spende un euro». Altri Paesi, quindi, «hanno mostrato il loro interesse: in Spagna si è vicini ad un accordo, mentre in Italia è stata siglata una nuova intesa insieme alla Cei per l’ingresso di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi dall’Etiopia». Tra gli obiettivi, evidenzia Impagliazzo, evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo, contrastare il business degli scafisti e il traffico di esseri umani, concedere un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario (e la possibilità di presentare poi domanda di asilo) a persone in condizioni di vulnerabilità. E cioè vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, disabili. Ma l’accoglienza non basta senza l’integrazione: «L’apprendimento della lingua è fondamentale per avviare un percorso di inserimento nella nostra società». Da 35 anni le scuole di Sant’Egidio in 8 regioni, dalla Campania al Piemonte, insegnano gratuitamente l’italiano a persone di 120 nazionalità. Gli iscritti nell’ultimo anno sono stati 10 mila, dei quali 3 mila nelle 9 sedi a Roma. C’è un altro impegno portato avanti da Sant’Egidio: «A livello globale 21 milioni di persone finiscono ogni anno nel giro del traffico degli esseri umani con un giro di affari di 170 miliardi che comprende in gran parte lo sfruttamento sessuale e la prostituzione», dice Impagliazzo. Nel 2015 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato 5600 nigeriane approdate nei nostri porti, identificandole come vittime della tratta. Nel 2016 sono state oltre 11 mila. Dal gennaio 2014 si calcola un incremento di otto volte. E l’80% delle nigeriane arrivate via mare è destinata al mercato del sesso a pagamento. «Stiamo lavorando per sottrarle allo sfruttamento. E’ già successo per alcune di loro con la formazione al lavoro», sottolinea Impagliazzo. I corridoi umanitari, l’integrazione a partire dalla scuola d’italiano, il contrasto della tratta. E così l’accoglienza diventa vera cittadinanza.

“I militari di Maduro collusi con narcos e terroristi islamici” Venezuela, la leader dell’opposizione: la comunità internazionale si mobiliti.

Terra dei fuochi anche in Sardegna Animali deformi e colture rovinate La piana attorno a Cagliari avvelenata dagli scarti interrati da un’azienda.7 arrestati Un’indagine del Corpo Forestale sulla Fluorsid ha portato finora all’arresto di sette persone 4 discariche L’inchiesta ha fatto scoprire quattro discariche clandestine per gli scarti della Fluorsid Le discariche si sviluppano su un’area di circa 15 ettari .Le scelte della Fluorsid erano orientate a far prevalere il profitto ai danni dell’ambiente I miei agnelli sono nati con denti enormi Seicento ovini sono morti di stenti Una delle tante serre dei contadini abbandonate all’arsura .Fluorsid è l’unica azienda in Europa che estrae e lavora la fluorite, minerale composto da fluoruro di calcio. In metallurgia la fluorite è utilizzata come fondente, ad esempio nel processo di produzione dell’alluminio; è inoltre la materia prima per preparare l’acido fluoridrico, da cui si estrae il fluoro. Se estratta con il sistema della flottazione, la fluorite permette una maggior concentrazione e fornisce un prodotto adatto all’uso nell’industria chimica. Per questo sistema è utilizzata una grande quantità di acqua con schiumogeni; gli scarti, sotto forma di fango molto liquido e inquinante, sono depositati in una discarica per decantare.

Il Qatar finisce sotto assedio “Finanzia e aiuta i terroristi” Arabia, Emirati, Bahrein ed Egitto sospendono le relazioni diplomatiche Tripoli Tobruk LA STAMPA EGITTO guida la linea dura e spera di dare il colpo di grazia ai Frateli musulmani TURCHIA alleata del Qatar e dei Fratelli musulmani, sta per ora con Doha e chiede una soluzione diplomatica IRAN chiede una soluzione diplomatica OMAN ha una posizione più morbida (parteggia in segreto per il Qatar) KUWAIT ha una posizione più morbida (sostiene in segreto per il Qatar) BAHREIN YEMEN il governo di Abd Rabbo Mansour Hadi (Sud) ha rotto le relazioni (il Nord è in mano a ribelli filo-iraniani) ARABIA SAUDITA EMIRATI ARABI UNITI LIBIA il governo di Tobruk (alleato del generale Haftar) ha rotto le relazioni Il premier di Tripoli Al-Sarraj è in bilico L'ex premier islamista di Tripoli Ghwell è finanziato e appoggiato da Qatar e Turchia QATAR Le tensioni nel mondo musulmano Gli scaffali scintillanti dei supermercati di Doha si sono svuotati in poche ore e apparivano sugli schermi delle tv arabe spogli come quelli sovietici. La «guerra civile» fra i Paesi del Golfo è cominciata così. Con il blocco dell’autostrada che dall’Arabia Saudita porta a Doha e dove passa la metà del cibo consumato ogni giorno in Qatar, e la gente che si preparava all’assedio. Anche se l’invasione non ci sarà il piccolo e ricchissimo regno rischia di cadere per fame. Due settimane di duelli verbali, cominciati dopo il summit dei Paesi islamici con il presidente americano Donald Trump, sono sfociati nella rottura delle relazioni diplomatiche imposta da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi uniti ed Egitto. Poi si sono aggiunti lo Yemen, il governo libico che appoggia Haftar, e le Maldive. I Paesi del Golfo - tranne Kuwait e Oman, rimasti defilati - hanno ordinato ai diplomatici qatarini di rientrare in patria «entro 48 ore», hanno chiuso lo spazio aereo e marittimo, bloccato tutti i voli per Doha. Anche le navi cisterna che trasportano il gas liquefatto verso Europa e Giappone si sono fermate. La Borsa di Doha è crollata dell’8 per cento. Un blocco totale per mettere in ginocchio l’emiro «fuori linea» Tamim bin Hamad Al-Thani, accusato di appoggio e finanziamento a «movimenti terroristici» e collusione con l’Iran, in pratica tradimento. I gruppi terroristici sono Fratelli musulmani, Hamas, ma anche Hezbollah e milizie legate all’Iran. Sono gli stessi movimenti che Trump, nel suo discorso di Riad, ha elencano nel «nuovo asse del male». Al-Thani non si è adeguato. Pochi giorni dopo ha rilasciato dichiarazioni a favore di Hamas, si è dissociato dall’attacco agli ayatollah iraniani. Per il governo qatarino si è trattato del colpo basso di hacker non identificati, che sarebbero entrati nel sistema dell’agenzia di stampa nazionale e inventato le dichiarazioni. Ma gli ex alleati non gli hanno creduto. E’ stata un’escalation di minacce, fino a quelle di sabato dell’influente Salman al-Ansari, che gestisce i rapporti fra Arabia e gli Usa: Al-Thani stava facendo «le stesse cose di Mohammed Morsi» e avrebbe fatto la stessa fine. Un segnale in codice, perché proprio sulla caduta dell’ex presidente islamista egiziano si mas: il leader Khaled Meshaal dal 2012 vive a Doha. Anche i rapporti sotto banco con l’Iran sono a conoscenza di tutti, perché il Qatar divide con Teheran nel Golfo persico il più grande giacimento di gas al mondo e ha tutto da perdere da una rottura. Una delle contraddizioni del regime qatarino. Organizzazioni «caritative» hanno finanziato gli islamisti sunniti siriani e iracheni, compresi quelli vicini ad Al-Qaeda e in un primo tempo l’Isis, ma gli Stati Uniti hanno in Qatar la base aeronavale di Al-Udeid, trampolino indispensabile per i raid sul Califfato. Washington è allarmata e il segretario di Stato Rex Tillerson che ha chiesto alle parti di «sedersi attorno a un tavolo». Le contraddizioni sono state fatte esplodere dal cambio di marcia imposto da Trump al summit di Riad. Basta ambiguità con gli islamisti, tutti compatti nella nuova «Nato araba». Già in frantumi però, prima di cominciare. Ora all’Egitto interessa soprattutto dare un colpo mortale ai Fratelli musulmani, mentre nella partita si è inserita anche Israele, che vede la spaccatura all’interno del Golfo come «opportunità» nella «lotta al terrorismo», come ha detto il ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Terrorismo di marca iraniana, s’intende. A questo punto all’emiro AlThani restano due carte. Quella dell’Iran, che si è offerto di rifornire il regno e spera di scardinare il sistema di alleanze degli Stati Uniti. E quella della Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha invitato le parti alla «moderazione». Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha subito come un attacco personale la deposizione dell’amico Morsi. Nelle scorse settimane ha inviato un piccolo contingente militare in Qatar. Nell’ingarbugliata matassa del Golfo c’è anche il duello Ankara-Riad. S heikh Tamim bin Hamad Al-Thani è l’ottavo emiro del Qatar, il terzo da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971. È anche il primo a essere salito al trono in una transizione morbida, dopo l’abdicazione del padre, Hamad. Ma le caratteristiche della sua ascesa, che lo ha portato a sopravanzare i tre fratelli maggiori, sono le stesse dei precedenti sovrani: irruenza, ambizione e una personalità che non ammette condizionamenti. Neppure dal potente vicino saudita. Tamim è nato a Doha del 1980. Quando nel 2013 ha preso le redini del Paese con il più alto reddito pro capite al mondo aveva solo 33 anni, il più giovane sovrano del Golfo. Un altro contrasto netto con la vicina Arabia Saudita, dove la trasmissione del potere va di fratello in fratello, e sul trono da decenni salgono solo ottuagenari o quasi. In Qatar l’emiro sceglie il suo successore - quando non è fatto fuori da un golpe di palazzo - nel figlio più «promettente». E nel caso di Tamim c’era poca scelta, perché i fratelli erano «o troppo dediti al gioco, o troppo dediti alla preghiera». Tamim è invece uomo di azione. Da ragazzo viene mandato in Gran Bretagna a studiare nell’elitaria e severa Sherborne School, nel Dorset. Dopo il liceo L’emiro senza compromessi che sostiene i Fratelli musulmani Il leader del piccolo e ricchissimo Stato è al potere dal 2013 frequenta l’accademia militare di Sandhurst, la più prestigiosa al mondo, sempre sulle orme paterne. Raggiunge il grado di sottotenente ed entra nelle forze armate. Nel 2009 diventa capo di Stato maggiore. Ma la sua vera passione è lo sport. Più organizzarlo che praticarlo, perché si hanno notizie solo di sue «partite a badminton» e poco altro. Sotto il suo impulso il Qatar diventa una potenza sportiva. Nel 2014 Doha ospita i mondiali di nuoto e soprattutto ottiene l’organizzazione dei mondiali di calcio nel 2022, per la prima volta in un Paese arabo, nonostante il clima proibitivo e le polemiche su presunte mazzette milionarie pagate alla Fifa. Un altro colpo è l’acquisto del Paris Saint-Germain, la più glamour delle squadre francesi. Ma lo sport è anche uno dei pilastri della predicazione dei Fratelli musulmani, suo riferiSport Tra le sue passioni c’è lo sport soprattutto come organizzatore. È riuscito a ottenere i mondiali di calcio del 2022 mento nell’islam. Tamim ha mantenuto l’approccio conservatore di famiglia. Ha sposato una cugina di primo grado, e poi una seconda moglie, e ha avuto sei figli. La religione di Stato è rimasta il wahhabismo, come in Arabia Saudita, ma con una accento più «rivoluzionario», vicino alla Fratellanza appunto. Il giovane emiro ha sfruttato il megafono mediatico di Al-Jazeera, la tv panaraba fondata a Doha nel 1996, per diffondere le posizione islamiste e modellare il Medio Oriente in quel senso. Con la sconfitta dei Fratelli musulmani in Egitto il vento è improvvisamente girato. L’abdicazione del padre Hamad nel 2013 è stata vista da molti come frutto della longa manus dell’Arabia Saudita, che voleva un allineamento sulle sue posizioni. Hamad aveva già rischiato la testa nel 1995, quando Riad aveva chiesto all’allora presidente egiziano Hosni Mubarak di inviare le sue truppe per detronizzare l’emiro, salito al trono con un colpo di palazzo. Il raiss del Cairo cambiò idea all’ultimo momento. Ora il suo erede Abdel Fatah al-Sisi potrebbe andare fino in fondo. [GIO. STA.]  Personaggio REUTERS 10 .Primo Piano . è consumata nel 2013 la prima rottura fra il Qatar e le altre potenze sunnite. Nel 2014 c’era stata la sospensione dei rapporti diplomatici. Questa volta è la resa dei conti. Voluta da due figure «muscolari»: Mohammed bin Salman, vice principe ereditario e ministro della Difesa saudita, e Mohammed Bin Zayed, comandante delle forze armate emiratine. Il Qatar ha respinto come «assurde» le accuse. Per l’emiro i Fratelli musulmani non sono «terroristi» e non lo è neppure Ha.

PAVIA, LA SENTENZA RICONOSCE IL NESSO CON LA PATOLOGIA “Si è ammalata dopo aver fatto il vaccino” Sì al risarcimento per una donna di 42 anni Una nuova sentenza che riconosce il nesso tra vaccini, in questo caso quello quadrivalente, e una grave patologia, un’encefalopatia che causa crisi epilettiche, è diventata definitiva dopo la conferma dello scorso novembre della Corte d’Appello civile di Milano della decisione con cui il Tribunale di Vigevano aveva condannato il Ministero della Salute a versare l’indennizzo a una donna, ora 42enne, che a 6 mesi era stata vaccinata. La sentenza è passata in giudicato poiché non è stata impugnata entro i termini. La vicenda riguarda una donna della provincia di Pavia nata nel 1975 e che circa sei mesi dopo la nascita venne vaccinata. Come ha riferito il suo legale, l’avvocato Giuseppe Romeo, già allora la neonata cominciò a stare male e ad avere crisi epilettiche sempre più frequenti. Solo 8 anni fa, nel 2009, è stato diagnosticato che l’encefalopatia era dovuta al vaccino quadrivalente alla quale era stata sottoposta. L’avv. Romeo ha spiegato che per questo il ministero è stato condannato a versare l’indennizzo previsto dalla legge: dal marzo 2009 fino ad oggi 863 euro mensili e dal luglio al febbraio del 2009 il 30 per cento di tale importo. «La sentenza - ha concluso l’avvocato - è passata in giudicato perché nessuno l’ha impugnata entro i termini che sono scaduti lo scorso 10 maggio e dalla cartella telematica non compare l’invio del fascicolo in Cassazione».

 

06.06.17

 

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L'ACCOGLIENZA CHE NON PAGA

Al San Giovanni Bosco Chiedeva soldi in corsia L’ospedale allontana il medico a contratto Cessazione anticipata dell’incarico come medico a «contratto» per i servizi di Medicina generale da svolgere al Pronto soccorso del San Giovanni Bosco, per valutare e selezionare i pazienti con patologie non urgenti. È il provvedimento firmato dalla direzione dell’ex Asl To2 nei confronti del dottor Albert Nwahba, già sospeso dall’azienda ospedaliera dopo essere finito sotto inchiesta, lo scorso dicembre, con l’accusa di aver preteso «pagamenti» da una paziente per prestazioni che avrebbe dovuto effettuare in ambulatorio. È stato lo stesso medico, all’inizio di maggio, a chiedere la risoluzione del rapporto, presso il Dea del San Giovanni Bosco, in scadenza al 31 marzo del 2018. Richiesta subito accolta dai vertici dell’Asl. Il dottor Nwahba, originario del Camerun, era stato «assunto» a contratto, dopo una selezione pubblica indetta nell’autunno del 2015 per rafforzare il personale da impiegare in Pronto soccorso, sia al Maria Vittoria, sia al San Giovanni Bosco. Classificatosi al 13° posto della graduatoria dei «riservatari» aveva accettato di svolgere 12 ore settimanali in corsia. Lo scorso novembre, nel valutare una paziente con forti dolori a un ginocchio, le avrebbe consigliato di fare una serie di infiltrazioni a pagamento. Secondo il racconto della donna la prima seduta è avvenuta dopo la visita in Pronto soccorso. «Gli ho dato subito 100 euro perché non avevo altro denaro - aveva detto la donna in denuncia -. Finita l’infiltrazione mi ha dimesso con l’impegno di pagare il resto nelle altre sedute». Prima di dimetterla, il medico le avrebbe consegnato il suo numero di cellulare, invitandola a chiamarlo nei giorni seguenti, in modo da garantirle un «percorso preferenziale». La donna, stupita dal comportamento, ha informato l’ospedale. L’Asl ha chiamato i carabinieri della caserma Regio Parco che hanno avviato l’indagine. Il medico ha sempre respinto le accuse, ammettendo solo di aver fatto una leggerezza.

Così si calpesta una storia», è il titolo del quotidiano L’Unità che interrompe le pubblicazioni. L’ultimo numero, quello di ieri, non è andato in edicola, ma è stato diffuso solo in formato Pdf. «Ci sono storie che non dovrebbero finire. Questa storia - hanno scritto i redattori - hanno deciso di chiuderla nel modo peggiore, calpestando diritti, calpestando lo stesso nome che porta questa testata, La redazione in sciopero, come ennesimo atto di difesa e dignità. Il silenzio del Pd».

Con i profughi dell’Uganda “Sopravvissuti mangiando erba Sparavano anche sui bambini” Ogni anno 1 milione di migranti rischia la vita per scappare dal Sud Sudan In fuga da guerra civile e fame, molti disperati vengono uccisi nel tragitto .

“Terra, sanità e scuole per tutti Ecco perché siamo un modello” Parla il presidente: ai rifugiati garantiamo una vita dignitosa e avverte Ue e Usa: emergenza causata da interventi destabilizzanti.

A San Luca, piccolo paese alle falde dell’Aspromonte tornato all’onore delle cronache dopo l’arresto del boss latitante Giuseppe Giorgi e il baciamano che gli ha fatto un vicino di casa, l’11 giugno prossimo non si voterà come era in programma. Nessuna lista, infatti, è stata presentata e le elezioni sono saltate. Il Comune, sciolto nel maggio del 2013 per «condizionamenti da parte della criminalità organizzata», continuerà così ad essere retto da un commissario. Non è la prima volta che San Luca, a cento chilometri da Reggio Calabria, non riesce ad eleggere il proprio sindaco. Due anni fa le consultazioni si sono svolte, ma l’unica lista in corsa non riuscì a raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto, fermandosi al 43,09%. San Luca, noto nei decenni passati come il paese dei sequestri di persona, è stato anche teatro di una faida tra cosche di ’ndrangheta che ha provocato decine di morti ed è culminata con la strage di Ferragosto del 2007 a Duisburg, in Germania. In quel caso le vittime furono sei.

L’acciaio fa naufragare l’intesa tra Ue e Cina A Bruxelles salta la dichiarazione congiunta finale. Ma regge il patto sull’ambiente La rottura sul commercio: l’Europa non vuole riconoscere l’economia di mercato..

L’acciaio fa naufragare l’intesa tra Ue e Cina A Bruxelles salta la dichiarazione congiunta finale. Ma regge il patto sull’ambiente La rottura sul commercio: l’Europa non vuole riconoscere l’economia di mercato.L’acciaio fa naufragare l’intesa tra Ue e Cina A Bruxelles salta la dichiarazione congiunta finale. Ma regge il patto sull’ambiente La rottura sul commercio: l’Europa non vuole riconoscere l’economia di mercato.

“Diede un appalto alla compagna” Nei guai un ministro di Macron Richard Ferrand avrebbe anche assunto il figlio come assistente personale Pure la titolare degli Affari Ue sotto inchiesta. Primi problemi per il presidente.

05.06.17

 

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LONDRA IN UE SINO ALLA FINE DELLA LOTTA AL TERRORISMO

Dopo la fuga di notizie sull’attentato L’ira di Londra contro Washington “Non coinvolgeremo più la Cia” Collaborazione ripresa dopo l’incontro Trump-May È crisi tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per le informazioni e le foto sull’attentato di Manchester pubblicate dai media Usa. Theresa May, infuriata, ne ha chiesto conto ieri al presidente Trump a margine del vertice Nato, mentre l’intelligence britannica ha interrotto le comunicazioni con i colleghi Usa poi riprese dopo l’incontro tra il leader Usa e la premier britannica. Il capo della Casa Bianca, però, ha condiviso le critiche della collega, e anzi le ha usate a proprio favore, sostenendo che questo episodio dimostra la necessità di bloccare le soffiate dei servizi che danneggiano anche lui e ha assicurato che sui leaks di Manchester sarà aperta un’inchiesta che porterà a un’incriminazione. Lo scontro è scoppiato dopo che il «New York Times» ha pubblicato non solo i dettagli dell’indagine su Manchester, ma anche le foto scattate dagli inquirenti sul luogo dell’attentato. Queste informazioni erano state scambiate dai servizi di intelligence britannici con quelli Usa, secondo una collaudata pratica di collaborazione, per ricevere aiuto nella ricerca dei colpevoli e degli eventuali complici. Usa e Gran Bretagna infatti sono la componente fondamentale della comunità dei «Five Eyes», cioè i cinque Paesi di cui fanno parte anche Canada, Australia e Nuova Zelanda, che si passano tutte le informazioni segrete. Questo materiale però deve restare confidenziale, affidato alle mani di professionisti che lo usano con cautela nell’interesse collettivo, non finire sui giornali. La polizia di Manchester quindi ha reagito con rabbia vedendo i «leaks», seguita dai servizi di intelligence e dallo stesso premier. «Dirò a Trump - ha tuonato la May - che le informazioni di questo genere vanno protette». Anche perché la loro pubblicazione rischia di compromettere le fonti e i metodi con cui sono state raccolte, facendo un favore a terroristi e criminali. Trump, per quanto imbarazzato dall’episodio, è d’accordo: «Queste soffiate - ha detto in una dichiarazione - vanno avanti da troppo tempo nella mia amministrazione. Ho ordinato un’inchiesta, i colpevoli saranno processati e puniti nella maniera più severa». Nei giorni scorsi era stato lui a creare un caso internazionale, quando aveva rivelato ai russi informazioni ottenute dagli israeliani, sui piani dell’Isis per condurre attentati sugli aerei usando i computer portatili come bombe. Il premier Netanyahu aveva minimizzato, per difendere l’intesa politica col capo della Casa Bianca, ma il Mossad aveva protestato duramente con i colleghi della Cia minacciando di bloccare la collaborazione. Questi nuovi leaks però non vengono da Trump, e consentono al presidente di usarli a suo favore. Infatti può cogliere il nuovo scandalo come l’occasione per rilanciare la lotta contro tutte le soffiate in uscita dalla sua amministrazione, che lo danneggiano. Ad esempio i leaks come quelli riguardo l’inchiesta dell’Fbi sui rapporti tra la sua campagna elettorale e la Russia, le note prese durante gli incontri alla Casa Bianca con i leader stranieri, o quelle imbarazzanti riguardo i colloqui avuti con l’ex direttore del Bureau Comey. La nuova crisi torna a mettere in dubbio l’affidabilità dell’amministrazione a livello internazionale, compromettendo la lotta al terrorismo

Dalla Siria al Nord Europa Una nuova rete del terrore per continuare a colpire Nel mirino dell’intelligence il gruppo anglo-tedesco: combattenti arruolati sul web.

Brasile, assalto ai ministeri Temer schiera l’esercito Corruzione e povertà, scatta la rivolta contro il presidente Blindati davanti ai palazzi della politica. Poi la marcia indietro.

26-05-17

 

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TRUMP CONVERTITO SULLA VIA DEL VATICANO

Tra Fratelli Musulmani e web Le tappe dell’educazione criminale per diventare il jihadista perfetto Il suo profilo è l’oppposto del lupo solitario manipolabile .

Vespa: niente tetto al mio compenso In Rai scoppia il caso “Porta a porta” I grillini: chiudere il programma. Nuovo Dg, ora spunta CapponÈ IL SECONDO CASO IN DUE MESI. IL COORDINAMENTO PER LA LIBERTÀ DI SCELTA: «ATTO IGNOBILE» Vaccini, radiato un altro medico “Sbagliato imporli, farò ricorso” Milano, lui si difende: causano danni, utili solo in caso di epidemia Il ministro: per l’iscrizione a scuola basterà aver fatto la richiesta Dice di non avere pregiudizi contro i vaccini, ma si batte perché i bambini non li facciano. Per questo ieri Dario Miedico è stato radiato dall’ordine dei medici di Milano con una motivazione che ancora deve essere scritta ma che riguarda la posizione sui vaccini del 76 enne medico legale. A cui va la solidarietà di 5 Stelle, qualche democratico e apertamente del deputato leghista Alessandro Pagano che parla di «cose che avvenivano in epoca fascista». Miedico si difende: «Per me i vaccini vanno fatti esclusivamente in presenza di una epidemia, e in Italia non c’è questo pericolo». E aggiunge: «Faccio il medico da 50 anni e da 40 sostengo che i vaccini causino danni». Prima di lui era toccato a Roberto Gava, medico di Treviso radiato il 21 aprile. Deluso, Miedico, si sfoga: «Questa decisione spero provochi una ribellione tale che il decreto non riesca a passare». Il decreto in questione è quello del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che istituisce l’obbligo di 12 vaccini tutti gratuiti per poter iscrivere il figlio a scuola. Intanto Miedico, attivo nel Comilva, il coordinamento del movimento italiano per la libertà di vaccinazione e tutela dei diritti dei danneggiati da vaccino, annuncia che farà ricorso. «È un suo diritto», commenta Roberto Carlo Rossi, presidente dell’ordine dei medici milanesi. Che non si sbilancia sulle motivazioni della radiazione: «Dobbiamo ancora scriverle». Sul tavolo di Rossi, però, sarebbero già arrivate altre segnalazioni di medici ”No-vax” sebbene «non siano ancora stati presi in esame i singoli casi». In pensione da dieci anni, Miedico assiste persone che, dice, «sono state danneggiate dai vaccini. Alcune sono morte. Erano bambini». Nel 2002, in una relazione al Parlamento di Bruxelles, ha spiegato il suo lavoro: «Fornisco aiuto tecnico e gratuito a genitori e associazioni che lottano contro l’obbligo di alcune vaccinazioni». Ha cinque figli, di cui 3 medici, tutti vaccinati. Ma si giustifica dicendo che «40 anni fa si usava farlo, e io non sapevo nulla di vaccinazioni». Dal Comilva, che a ottobre è sceso in piazza per una “Giornata nazionale per la libertà di scelta – No all’obbligo vaccinale”, parlano di «radiazione ignobile». Intanto il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli spiega che «una norma transitoria del decreto sui vaccini stabilisce che è sufficiente aver fatto la richiesta di vaccinazione per poter essere iscritti a scuola. Questo per evitare che eventuali disfunzioni indipendenti dalla volontà dei genitori penalizzino i bambini».

25.05.17

 

 

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DIO NON E' ALLAH

Barba lunga e preghiere in strada Così Salman ha trovato la Jihad Britannico di origini libiche, i genitori erano fuggiti dal regime di Gheddafi La bomba confezionata da un esperto. Chiodi e biglie per essere più letale

L’apparente ritirata nel deserto anticipa la trincea Europa Città sfollate e ingegneri portati in luoghi sicuri L’Isis studia armi chimiche e incita agli attentati.

Una cellula operativa dell’Isis in Libia Il sospetto che spaventa il Viminale Vertice di Minniti con i servizi inglesi. L’attentatore di Manchester era stato a Tripoli Sicurezza rafforzata in vista del G7. “Ma il livello di minaccia per l’Italia non cambia.

L’Ue accelera: un unico database contro i foreign fighter di ritorno Corsa per colmare le falle nella cooperazione sulla sicurezza L’obiettivo è un portale europeo con le banche dati dei Paesi.

Manovra, tagli alle slot machine e addio agli studi di settore I giochi d’azzardo ridotti del 34% entro il 2019. Indice di affidabilità per le imprese Il governo: la rottamazione delle liti fiscali sarà estesa alle imposte locali .

Grecia, la rabbia dopo la protesta “Dov’è la rinascita?

PROGRAMMA INATTUABILE PER I DEMOCRATICI E QUALCHE REPUBBLICANO La finanziaria di Trump Sforbicia l’assistenza per ridurre tasse e deficit Il Congresso deve approvare il piano di tagli alla spesa .

Il progetto di un collegamento mondiale delle rinnovabili Accordo tra Cina e Politecnico per la super-rete dell’energia Una rete mondiale per l’energia rinnovabile. È il sogno del colosso cinese dell’energia, che si è rivolto al Politecnico come partner accademico italiano. Ieri sera, al castello del Valentino, è stato firmato un protocollo con dei punti già operativi. «I cinesi pagheranno la formazione di due loro dipendenti, che faranno il dottorato qui in Ingegneria elettrica. Inoltre, per il primo anno finanzieranno progetti di ricerca per 300 mila euro, poi ci sarà un nuovo accordo economico», spiega il professor Ettore Bompard, coordinatore scientifico dell’accordo. Il partner cinese di cui stiamo parlando è State Grid Corporation, una delle aziende più grandi del mondo, con quasi un milione di dipendenti, che ha in Italia il 35 per cento di Cassa depositi e prestiti reti, incaricata della gestione degli investimenti in Terna, Snam e Italgas. «Il progetto di State Grid – spiega Bompard – prevede di passare progressivamente dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili, al 50 per cento nel 2050. Ma di farlo in modo globale, ad esempio con le pale eoliche al Polo Nord e i pannelli solari nei deserti dell’Africa. Una sorta di Internet dell’energia. Il tutto collegato da una super rete elettrica condivisa tra tutti i continenti». Si tratta di una tematica parallela alla nuova via della seta, che dovrebbe favorire il commercio dell’Europa col gigante asiatico. Proprio nei giorni scorsi, il rettore Marco Gilli è stato in Cina durante la visita del premier Gentiloni. Sul tema dell’energia il progetto di State Grid, a cui il Politecnico partecipa come unico ateneo italiano, prevede di realizzare degli snodi per il collegamento elettrico che, ad esempio, sfrutti il fatto che la notte il carico della rete diminuisce. Ma mentre è notte in un posto, è giorno all’altro capo del mondo: avere un’unica rete che condivida l’energia elettrica potrebbe avere molti benefici. Ma non è l’unico fronte a cui si dovrà lavorare. L’idea è quella di andare verso l’uso dell’elettricità anche per consumi finora affidati ai combustibili, ad esempio con le pompe di calore per il riscaldamento e con il trasporto elettrico. Alla firma, ieri, c’erano, oltre al rettore, il direttore generale per l’Europa di State Grid, Xianzhang Lei, Francesco Profumo, presidente Compagnia di San Paolo e docente al Poli di energia. «Questa sfida – aggiunge Bompard – non è solo tecnologica o ambientale, ma anche geopolitica: bisognerà passare dalle regole nazionali alla gestione di un mercato elettrico globale». Il Poli studierà ad esempio come sfruttare meglio i flussi energetici tra giorno e notte e l’impatto della futura rete globale sul sistema elettrico italiano ed europeo.

Una ciclabile collegherà Porta Nuova a Porta Susa Il percorso ciclabile che dovrà collegare la stazione di Porta Susa a quella di Porta Nuova si farà. Il primo passo formale è stato compiuto ieri mattina dalla giunta con l’approvazione dello studio di fattibilità tecnica per la viabilità ciclabile 2017, con cui la Città parteciperà al bando regionale per una serie di interventi sugli itinerari ciclopedonali. Il progetto prevede la realizzazione di una nuova pista che, partendo da corso Matteotti e dalla rete già esistente nell’area della Spina, arriverà in piazza Carlo Felice fino a congiungersi con i percorsi di via Sacchi e via Nizza. Rispetto alle ipotesi iniziali il tragitto non passerà più da via Gramsci ma occuperà un lato di via XX Settembre, nel tratto compreso fra i corsi Matteotti e Vittorio Emanuele II. «Si tratta di una serie di interventi previsti dal Biciplan con l’obiettivo di portare al 15%, entro il 2020, la percentuale degli spostamenti giornalieri di chi utilizza le due ruote» spiegano dalla Mobilità. L’investimento complessivo definito dalla delibera è pari a 200 mila euro. Una parte Approvato lo studio di fattibilità DIEGO MOLINO REPORTERS delle risorse verranno destinate anche alla messa in sicurezza di alcuni punti di viabilità ciclabile e pedonale che, nei mesi passati, sono stati segnalati come pericolosi da parte delle Circoscrizioni e delle associazioni di categoria.

 

24.05.17

 

 

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REALTA' O ILLUSIONE ?

Gli effetti della legge sui reati ambientali Nuova indagine sulle emissioni dell’inceneritore La procura riapre un fascicolo e dispone una perizia

L’ultima transumanza nel Torinese fa rivivere un rito ancestrale Comincia la stagione delle mandrie in marcia nelle valli alpine .

Smantellata la rete delle spie Usa in Cina In due anni uccisi o arrestati 18 informatori La rivelazione del New York Times: forse una talpa ha aiutato Pechino .

L’allarme dei fondi: Europa e Bce devono aiutare le banche italiane I guru di Fidelity: da sole non riescono a risolvere i loro problemi

I Millennials spengono le luci della discoteca “Dimezzati i locali” Meno due milioni di ingressi di giovani tra 20 e 34 anni Feste private e social network stravolgono la movida .

Nasce il fisioterapista perfetto È un robot e si chiama Hunova Genova, la presentazione del prototipo all’Istituto italiano di tecnologia Funziona come un videogioco per patologie ortopediche e neurologiche .

21.05.17

 

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MONDO  FAR WEST

Tra i bambini perduti del Nepal venduti come schiavi e spose Le piccole cedute per pochi dollari in India e Qatar. Cresce il lavoro nelle miniere E le Ong lanciano l’allarme: dopo il terremoto il traffico di minori è aumentato

La Svezia fa cadere le accuse Assange: la guerra è all’inizio Il fondatore di WikiLeaks: detenuto per 7 anni senza un motivo Gli inglesi: se esce dall’ambasciata dell’Ecuador lo catturiamo.

La nonna paladina dell’ambiente “Ecco come ho ripulito Stromboli” La battaglia di Aimée, 87 anni: dalla Francia alla Sicilia per insegnare il valore del riciclo .

A Firenze La cena garantista del giglio magico “Stop alla repubblica dei giudici” E Lotti si preoccupa: “Sono qui per caso. Mi state registrando?”

L’Asl: potenziata l’assistenza domiciliare I centri per l’Alzheimer sono chiusi per lavori Difficoltà per le famiglie

Niente rimborso perché l’aggressore è indigente “Abbandonata dallo Stato dopo lo stupro” La donna vittima di violenze che non è stata risarcita: “Andrò fino in fondo per avere giustizia”

Accusati di peculato, furto e concussione E dopo 13 anni comincia il processo a due carabinieri.

Beinasco “I rifiuti delle ditte finivano ai boss del campo nomadi.

Nasce a Verbania il biscotto anti-età.

LE MONETINE SPARIRANNO I centesimi valgono 174 milioni e costano 362 .

Lanciato dal Comune DI TORINO : è il primo esperimento in Italia In un solo portale tutti i sistemi per muoversi in città La mappa per trovare bus, treni, bike e car sharing .

20.05.17

 

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ITALIA CAMPO PROFUGHI EUROPEO 2

Lettera alla Commissione: finora misure inefficaci Italia e Germania all’Ue “I profughi vanno fermati al confine Sud della Libia”

L’interferenza della Russia sul voto in Italia Il rischio discusso tra Renzi e Obama I due hanno parlato anche della crescita e del ruolo del M5S

Così in cda fu stoppata Bper-Etruria Due consiglieri vicini a Prodi della Popolare dell’Emilia Romagna si opposero alla fusione Renzi: “De Bortoli ha fatto una bellissima operazione di marketing per lanciare il suo libro”

Il fallimento del “dopo di noi” famiglie sempre più sole e 40 mila disabili fantasma A un anno dalla legge che tutela le persone in difficoltà senza padri e madri mancano fondi e strutture. I genitori: “Speriamo che i figli non ci sopravvivano”

 

14.05.17

 

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LA VERITA' OCCULTATA

Il caso della chiesa Sant’Ambrogio A  TORINO “Insulti e tensioni Costretti a sospendere le donazioni ai poveri.

TROVATA NEL GIARDINO DI UN COMPLESSO RESIDENZIALE. L’IPOTESI: IPOTERMIA Trieste, neonata muore abbandonata tra i palazzi .

Lo Stato non paga il conto chiude il ristorante del sisma Macerata, dopo il terremoto il locale è rimasto aperto per i soccorritori

“Corpo di solidarietà europeo” Niente stipendio ma viaggi assicurazioni e alloggio pagati In Francia si può arrivare a 600 euro di indennità In Germania diaria da 360 euro oltre alle spese.

NELLE MANI DEI GUERRIGLIERI RESTANO ANCORA 113 LICEALI “Noi, schiave per tre anni di Boko Haram in Nigeria” Libere altre 82 studentesse rapite dai terroristi islamisti Mistero sul presidente Buhari: assente alla cerimonia ufficiale.

“Scioperiamo per un mese” Giustizia verso la paralisi A protestare i magistrati onorari: usati per anni e ora umiliat

Allarme morbillo “In Italia già 1920 casi È piena epidemia” L’Istituto di Sanità: il mondo ci guarda interdetto La causa è il drammatico calo delle vaccinazioni

NUOVE TUTELE PER I LAVORATORI DEL SETTORE “Riportare i call center in Italia” Intesa fra il governo e le aziende.

L’isola aspetta il dio principe Ma ormai non arriverà più Nell’arcipelago di Vanuatu il duca di Edimburgo è venerato come figlio del vulcano. Ora però Filippo ha lasciato carica e “divinità”.

RINNOVABILI AL 17,6% NEL 2016, L’OBIETTIVO UE FRA TRE ANNI È IL 17% Italia prima della classe in Europa Nelle energie verdi è già nel 2020 .

IL PRESIDENTE USA NOMINA LA FIGLIA ALLA GUIDA DELLA TASK FORCE PER VALUTARE IL TRATTATO La “missione verde” di Ivanka Rivedere l’intesa sul clima di Parigi.

09.05.17

 

 

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SARA' VERO ?

L’antidepressivo per riparare i neuroni «Una speranza contro l’Alzheimer» nArriva da un farmaco antidepressivo una speranza di cura contro le demenze come il morbo di Alzheimer e altre malattie neurodegenerative come il Parkinson. Una ricerca sulla rivista «Brain» rivela che il «trazodone» è in grado di fermare la morte delle cellule del cervello (tipica delle malattie neurodegenerative) in animali con demenza o malattie prioniche (come la «mucca pazza»). E non basta: risulta capace anche di prevenire deficit di memoria, paralisi e disfunzioni delle cellule nervose. Lo studio è stato condotto dalla scienziata italo-britannica Giovanna Mallucci, impegnata presso la «Medical Reseach Council Toxicology Unit» di Leicester. Dopo aver selezionato composti attivi contro la neurodegenerazione tipica di molte gravi malattie (dall’Alzheimer alla Corea di Huntington) negli ultimi 4 anni, ha finalmente individuato due farmaci, l’antidepressivo e una sostanza testata contro i tumori - il «dibenzoilmetano» - in grado di fermare la morte dei neuroni indotta da accumulo di proteine tossiche all’interno della cellule nervose stesse (come avviene con le placche di peptide beta-amiloide). La ricerca è molto promettente: trattandosi di un farmaco in uso e che, quindi, ha già superato i test di sicurezza, il «trazodone» potrebbe essere testato nel giro di 2-3 anni sui pazienti con Alzheimer e altre patologie neurodegenerative. «Probabilmente non riusciremo a curare l’Alzheimer in modo definitivo - spiega la scienziata - ma, se si arresta la progressione della neurodegenerazione, si può cambiare il corso della malattia ,trasformandola in qualcosa di totalmente differente e con la quale si può convivere»

Nella corsa alla disoccupazione i vecchi sorpassano i giovani Gli over-50, finora trattenuti al lavoro grazie alla legge Fornero, perdono posti Per i ragazzi il dato migliore da cinque anni. E per gli autonomi si apre una voragine.

A rischio otto consiglieri del Pd  in Regione Piemonte . Firme false, il Tar decide Nuova carta della difesa Gli avvocati: le conseguenze del patteggiamento vanno stralciate.

Slot machine e videolotterie Gioco d’azzardo, da Roma 3,7 milioni per finanziare le azioni di contrasto

Muore cadendo dagli scogli “Spinto in mare da ragazzini” Monopoli, si salva l’amico dell’anziano. I testimoni: volevano rapinarli.

Lavoro perso e pensione irraggiungibile Il tormento dei cinquantenni sospesi Quasi impossibile il reinserimento: l’Italia non investe nella formazione continua.

AI DOMICILIARI ANCHE L’ASSESSORE AI LAVORI PUBBLICI Terni, arrestato il sindaco Pd “Favoriva cooperative locali”.

REPORTAGE Nei barrios poveri tra i chavisti delusi “Maduro ci ha traditi, moriamo di fame” La mossa del presidente: cambierò la Costituzione. Ma la base gli volta le spalle.

Renzi vuole una quota statale e sonda l’emiro del Qatar Il Pd chiede di coinvolgere Invitalia. Ma Gentiloni è scettico.

BENE LE VENDITE IN ITALIA DEI MARCHI ALFA ROMEO E MASERATI. BRILLA RENAULT (+13,85%) Meno giorni lavorativi Frena il mercato dell’auto In aprile Fiat Chrysler fa meglio del comparto e aumenta la quota.

Oltre al super-debito da 2,9 miliardi bisogna restituire anche mezzo miliardo a Cdp Comune di TORINO, allarme casse vuote Le difficoltà iniziate nel 2005 La Città costretta a farsi prestare soldi per far fronte alle spese .

Scatta l’indagine interna: i distacchi al sesto piano, ristrutturato due anni fa Martini, cede l’intonaco Trasferita la Pediatria Il Day Hospital spostato nei locali destinati alla Psichiatria.

03.05.17

 

 

 

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CAMBIAMENTI IMPREVEDIBILI

SAEED KARIMIAN ERA STATO CONDANNATO A TEHERAN Assassinato a Istanbul editore televisivo iraniano e oppositore del regime

VALUTE PARALLELE Le monete alternative conquistano undici Regioni e ora puntano all’estero Entro maggio il Sardex potrà entrare nelle tasche di tutti i cittadini A ll’inizio, 7 anni fa, era il Sardex, ovvero la prima moneta virtuale nata in Italia nel pieno dell’ultima recessione in una delle zone più povere del Paese, la provincia sarda del Medio Campidano. Oggi i «circuiti di credito commerciale» di questo tipo in Italia sono 11 e coprono lo stivale dal Settentrione al Meridione. In Piemonte c’è il «Piemex», in Lombardia il «Circuitolinx», in Veneto il «Venetex», in Emilia il «Liberex», nel Lazio il «Tibex», in Campania il «Felix». L’ultimo arrivato è il «Valdex», il circuito della Valle d’Aosta avviato solo pochi giorni fa, ma nel quartier generale di Serramanna non intendono o fermarsi: contano di coprire entro l’anno il resto d’Italia, mentre nel 2018 è programmato lo sbarco all’estero: Francia e Spagna. L’idea è «costruire un network globale per l’economia locale e le piccole imprese». I circuiti all’interno dei quali vengono scambiati i Sardex e le monete gemelle hanno conosciuto una crescita esponenziale grazie anche a una serie di convenzioni siglate più o meno da tutte le associazioni di impresa, da Confindustria a Confcooperative a Confcommercio. E così dai 30,7 milioni di euro di transazioni del 2014 si è passati agli 89,7 milioni del 2016, a fronte di 262 mila operazioni (erano state 62 mila nel 2014) e oltre 8500 conti attivati. Il grosso dell’attività, almeno il 70%, fa capo al Sardex. Ad oggi da solo questo circuito ha macinato operazioni per 200 milioni di euro arrivando ad associare 4mila aziende. Tanto business insomma, e niente politica. A Serramanna non vogliono sentir parlare né di «No Euro» né di 5 Stelle: «Noi siamo agnostici» proclama Carlo Mancosu, fondatore e consigliere delegato di Sardex spa. «La Raggi a Roma voleva sponsorizzare il Tibex? Non ci ha mai contattato. Né - assicura - col Sardex abbiamo mai pensato di sostituirci all’euro: la nostra è una moneta complementare, senza l’euro non potrebbe esistere. Il nostro obiettivo era riattivare l’economia e le relazioni in ambito locale. Nulla di salvifico, ma crediamo che in questi anni di crisi il Sardex abbia svolto un ruolo importante creando una coscienza del noi e favorendo la coincidenza di intenti all’interno della comunità». Il progetto, ha suscitato grande interesse: è diventato oggetto di studio alla London School of Economics e ha attirato investitori di peso, da fondi di investimento come Innogest e Digital PAOLO BARONI Credito e imprese LAPRESSE L e tecnologie sono modernissime ma al fondo la soluzione è molto antica: fu l’abate Galiani alla fine del Settecento a introdurre per primo le stanze di compensazione per regolare il commercio di grano. E oggi le monete alternative o complementari che dir si voglia a questo servono, spiega Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy e grande esperto di teoria monetaria e creditizia. Che circoscrive questo fenomeno per quello è, un mezzo di pagamento, depotenziando così l’uso politico che se ne può fare a partire dai No euro per arrivare ai 5 Stelle. «Strumenti del genere non sono alternativi a niente». Ma cos’è questa nuova moneta? «Definirla moneta elettronica è improprio: questo è semplicemente un mezzo di pagamento elettronico. A seconda della forma tecnica che viene utilizzata strumenti come il Sardex possono essere assimilati ad una forma di fido o di prestito, oppure ad un mezzo di pagamento temporaneo. Ma a differenza delle transazioni tradizionali che sono definitive, perché il pagamento avviene attraverso una moneta che ha valore legale, se si scambiano beni e servizi con una specie di pagherò, ci troviamo di fronte ad una transazione non definitiva che prima o poi dovrà essere compensata. Dunque queprese a risparmiare liquidità? «Certo e semplificano molto le transazioni. Però portano con sé delle implicazioni, perché come sempre accade quando ci sono delle innovazioni finanziarie un sistema del genere complica i meccanismi di trasmissione della politica monetaria da parte delle banche centrali perché rende più difficile controllare la quantità di moneta attraverso l’immissione sul mercato di moneta legale». Questo nuovi sistemi comportano dei rischi? «A differenza dei mezzi tradizionali il problema è legato all’ambiguità sulle vie di uscita. Perché la soluzione non può essere quella di puntare al saldo zero: ci deve essere un momento in cui è prevista una conversione di queste unità in euro». Le banche hanno qualcosa da imparare da queste esperienze? «Probabilmente sì ed anzi alcune, anche a livello internazionale, stanno anche valutando se entrare in questo settore. Perché in questo ambito c’è un forte utilizzo del fintech, della nuova tecnologia finanziaria, e c’è un interessante tentativo di saldare l’innovazione tecnologica con un rapporto di fiducia. Senza contare poi che la commistione banche-piattaforme tecnologiche potrebbe servire a facilitare il riconoscimento che, alla fine della fiera, per chiudere le transazioni bisogna ricorrere ad una moneta legale. Col che si toglie di mezzo il potenziale più ideologico di essere una alternativa all’euro cosa che non sono né possono essere». [P.BAR.] BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI L’ECONOMISTA MARCELLO MESSORI Intervista Marcello Messori ANSA ste monete elettroniche altro non sono che delle stanze di compensazione, come lo erano le banche in origine». Quindi è vero che aiutano le imLe valute alternative semplificano molto le transazioni, ma rendono più difficile per le banche centrali controllare la quantità di moneta Marcello Messori Direttore della Luiss School of Political Economy Investment, a Invitalia, Banca Sella e Fondazione di Sardegna. Ma come funzionano questi circuiti di credito commerciale? «Ogni rete regionale - spiegano a Serramanna da dove governano l’intero networtk dando lavoro a una sessantina di persone - è un sistema economico integrato progettato per facilitare le relazioni tra soggetti economici operanti in un dato territorio. Attraverso un sistema di conti online e l’utilizzo di una «moneta» digitale locale, il circuito dà la possibilità a imprese e professionisti di finanziarsi reciprocamente senza interessi e di trasformare la propria capacità produttiva inespressa in liquidità supplementare». Dietro un compenso annuo di un minino di 200 euro ed arriva sino a 4 mila (a seconda del fatturato) a professionisti e imprese vengono offerti un conto, una carta di pagamento e una linea di credito senza interessi oltre una serie di servizi di promozione e supporto. Il sistema consente di acquistare ciò di cui si ha bisogno ripagandolo effettuando vendite di beni e servizi agli altri iscritti. Il meccanismo è tale per cui è possibile andare in rosso sul conto con un affidamento che cresce nel corso del tempo. «L’ideale - sostiene Mancosu - è far girare velocemente i Sardex e puntare sempre al saldo zero. Anche perché non è prevista una compensazione in euro». Di recente l’uso del Sardex è stato esteso a soci, amministratori, dipendenti e collaboratori delle imprese associate, che così hanno un strumento in più per erogare incentivi e prestazioni di welfare aziendale. Entro maggio, a partire dalla Sardegna, si prevede di allargare il programma ai clienti delle imprese, in pratica al pubblico indistinto. Il consumatore che sceglierà di spendere i propri euro all’interno del circuito Sardex riceverà crediti in valuta locale subito spendibili presso qualunque azienda del network. «Così riusciremo a sostenere le aziende locali e contribuiremo a rafforzare il potere di acquisto di tutti», spiega Mancosu. Orgoglioso come tutti gli altri soci fondatori «di essere riusciti a dimostrare che se si ha una buona idea, anche da un piccolo paese come Serramanna, ce la si può fare. Grazie alla rete ed alle nuove tecnologie».

01.05.17

 

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FOLLIA UMANA PROVVIDENZA PAPALE

Il sostegno di sei parrocchie “Ci siamo tassati per adottare i siriani fuggiti dalla guerra” Nove fratelli arrivati giovedì accolti da 150 torinesi.

Nella Brianza super stressata aumenta il rischio dell’infarto Studio su 4100 dipendenti: più esposto chi fatica molto e ha poco potere decisionale .

Frankie, il pappagallo fedele che aspetta il ritorno di Scarponi Ancona, l’uccello vola ogni giorno sul cartello stradale vicino al luogo dove un furgone ha travolto il ciclista.

Il Papa: “Il caso Regeni mi preoccupa La Santa Sede si è mossa per lui” Francesco sul volo di ritorno dal Cairo: ce lo hanno chiesto anche i suoi genitori Richiamo al ruolo dell’Onu: riprenda la sua leadership perché si è un po’ annacquata.

Piano in tre punti per le Ong Più controlli sui soccorritori Presenze registrate, trasparenza dei fondi e una regia europea per la vigilanza.Frontex: “Così i trafficanti libici smontano i motori in mare” La portavoce dell’agenzia per il controllo delle frontiere: salvare vite è un obbligo, bisogna smantellare il business.

LA STRETTA DEL PARLAMENTO I corrotti come i mafiosi Arriva la legge anti-tangenti Allo studio la confisca dei beni prima di una sentenza di condanna

LATINA, DONNA ITALIANA PAGA UNA ROMENA DI 25 ANNI. IL DIETROFRONT PER IL COLORE DELLA PELLE Compra una neonata per 20 mila euro poi la restituisce perché mulatta Ha pagato ventimila euro per comprare una neonata partorita da un’altra donna. Però la piccola era nata con la pelle mulatta, la potenziale mamma non aveva gradito e aveva deciso di restituirla. Questo è quanto ha ricostruito la squadra mobile di Latina arrestando i tre protagonisti della vicenda: la donna italiana di 35 anni che ha pagato per diventare madre, la mamma naturale - una romena di 25 - e l’intermediario marocchino. Tutti e tre ai domiciliari. In base al racconto della Mobile la donna italiana ha finto di essere incinta indossando una pancia finta mentre la donna romena portava avanti la vera gravidanza. Poco dopo la nascita la neonata è stata consegnata. In cambio la madre naturale e l’intermediario avrebbero dovuto ricevere 20 mila euro, ma la vicenda è andata a finire in modo diverso. Il padre naturale è originario del Mali, rendendo molto difficile alla mamma acquirente trovare delle spiegazioni per il colore della pelle della figlia. Tutto è nato da una segnalazione di un funzionario di stato civile del Comune di Latina dove la donna italiana doveva recarsi per il riconoscimento di una bambina partorita in casa. All’appuntamento per la registrazione all’anagrafe però la donna non si era mai presentata, ogni volta con scuse diverse. Così l’impiegato, insospettito, ha avvertito la procura e in due giorni la polizia ha ritrovato la bambina. Era il 15 marzo, la piccola si trovava in un appartamento a Roma, a Tor Vergata. Stava bene - il giovane africano se ne era preso cura - ed è stata subito affidata ad una casa-famiglia. Ai tre arrestati sono contestati i reati di alterazione di stato civile e quelli relativi alla normativa sull’adozione, che puniscono chi aliena, acquista o fa opera di mediazione in danno di un minore. «Sono sempre più all’ordine del giorno fatti che riportano all’aberrante tratta degli esseri umani - dice Emmanuele Di Leo, del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, promotore del Family day e presidente della Steadfast Onlus -. Come accade in Nigeria nel fenomeno delle Baby Fabric (luoghi dove le donne vengono violentate e costrette a partorire a pagamento, ndr) -. Ora anche in Italia s’iniziano ad utilizzare metodologie simili». Condanna l’episodio Eugenia Roccella, parlamentare di Idea: «L’episodio suscita, per fortuna, ancora indignazione. Non altrettanto accade, però, quando la compravendita avviene attraverso organizzazioni transnazionali che propongono il pacchetto completo della «maternità surrogata», compresa la consulenza legale»

D ipendesse da don Paolo quella discarica lì, sulla statale che da Mezzi Po porta Torino, sarebbe già chiusa da anni. Ma don Paolo non può fare nulla, se non pregare affinchè qualcosa di buono accada. E quando questo prete dalla barba grigia e dalle mani grandi e nodose dice «buono» intende «per i parrocchiani, per i contadini che hanno terre e allevamenti lì vicino». E che sono gli abitanti di questa borgata che si chiama Mezzi Po, ai confini di Settimo. Ecco pregare. Don Paolo vuol farlo a fine maggio, portando in strada, lungo la recinzione della discarica del «fluff» la gente della zona, il vescovo Nosiglia e tutti quelli che hanno a cuore la natura, l’ambiente, la salute e «il creato, come suggerisce Papa Francesco nella sua enciclica Laudato sii». Perchè, dice don Paolo Mignani, 68 anni, origini contadine e un passato da prete operaio in un’azienda di raccolta rifiuti del torinese: «Anche pregare è un po’ protestare». E allora orazioni siano. Davanti a questo impianto che da quattro anni dovrebbe chiudere ed è ancora in funzione. Se n’era parlato dopo un incendio, nel 2012. E anche se, dalla società che la gestisce, la Crs, dicono che «siamo ormai alla fine», i camion continuano ad entrare e a uscire. Qui, dietro queste reti che non riparano nulla si smaltisce il «fluff» che è materiale tritato, resti di sedili di gommapiuma e imbottiture delle auto demolite. Non si può riciclare. Non si può fondere. Andrebbe distrutto. Ma non ci sono inceneritori, mancano le norme. E allora si lavora così. «Ma quando si alza vento, il fluff volta tutt’intorno» s’infervora don Paolo. «E quel polverino si deposita sull’erba che le mucche mangeranno. E quelle stesse mucche produrranno latte che noi mangeremo. Rovinare l’ambiente va contro Dio, e contro la sua più grande opera, il Creato. È un peccato. Ed è lo steso Papa ad invitarci a pregare per l’ambiente». Papa a parte qualche giorno fa quando in zona il vento spazzava la campagna dalla discarica si alzavano - raccontano - nuvoloni di polvere. Che finiva nelle stalle e sui campi. Don Paolo in chiesa ha raccolto i malumori e gli sfoghi. «E allora ho detto io ci sono, io sono al fianco dei miei contadini, gente come mio padre, come lo erano i miei parenti. E ho detto facciamoci sentire». E ha deciso di fare ciò che sa fare meglio, ciò per cui si è votato: pregare. Perché, come dice lui: «Cosa c’è di più rivoluzionario di un Dio che predica la bontà e il rispetto degli altri e del mondo? Cosa c’è di più forte e più intenso?». Laicamente parlando ci sarebbero i controlli dei tecnici e A fine maggio In preghiera contro la discarica “Inquina e rovina i nostri campi” La protesta del parroco di Mezzi Po: “È l’unica arma che abbiamo” Don Paolo Mignani Il sacerdote ha lavorato per 23 anni in una azienda di raccolta rifiuti del Torinese e da sempre è sensibile ai temi della salvaguardia ambientale le battaglie politiche, ma queste sono cose che a don Paolo interessando poco. E ai suoi contadini ancora meno. «Pregheremo il 30 marzo, alle 20,45. E chi vorrà unirsi a noi lo faccia. Perché salvare la terra è una causa buona e nobile. Ed è la volontà di Dio». Alla Crs di Settimo, però, questa storia della preghiera non è che la apprezzino così tanto. Francesco Cuatto, che dell’azienda è il direttore dice subito: «Lì ci lavorano 40 persone. Che dobbiamo fare, lasciarle a casa e chiudere?» Poi, però, spiega che l’Arpa controlla di continuo il sito. Che non ci sono problemi. E che sì: «Ormai è alla fine». E la polvere che si alza? Cuatto non ha dubbi: «È soltanto terra che sollevano i camion». Insomma: il fluff secondo lui non c’entra. E la preghiera? «Non dipende noi».

IL RINCARO PUÒ AIUTARE L’ECONOMIA, MA PER LE FAMIGLIE STANGATA DA 684 EURO L’inflazione torna a correre Record di luce, gas e trasporti.

Cottolengo, arriva la «corsia veloce» per le persone con handicap Senzatetto e famiglie La città che si cura all’ambulatorio di strada.

Accertamenti della Guardia di Finanza Bilanci Gtt, nuovo filone d’inchiesta Nel mirino i premi pagati ai dirigenti Rischia di riservare altre sorprese l’inchiesta della procura sui conti Gtt, già approdata a una contestazione di falso in bilancio, per un valore di circa 70 milioni di euro, a carico di cinque componenti dei consiglio di amministrazione dell’azienda che si sono succeduti dal 2013 e al 2015. Dal blocco principale dell’indagine, gli investigatori della Guardia di Finanza stanno sviluppando un filone secondario che riguarda i premi assegnati dalla Gtt ai propri dirigenti. Di questo fascicolo se ne sta occupando il pm Marco Gianoglio, che assieme al collega Ciro Santoriello coordinano l’inchiesta sui bilanci Gtt. Gli inquirenti vogliono chiarire i criteri adottati per assegnare i premi di risultato, riconosciuti ai manager del gruppo che si occupa dei trasporti torinesi. Ma anche altri premi, che alcuni investigatori avrebbero definito «generosi». Ma al momento si tratta solo di ipotesi investigative, che andranno verificate alla luce della montagna di atti e documenti raccolti dalla Finanza nel corso delle acquisizioni fatte nei mesi scorsi negli uffici Gtt. Il troncone principale del procedimento riguarda i «disallineamenti» fra i crediti vantati da Gtt nei confronti del Comune e quelli riconosciuti da Palazzo Civico. Ma le vicende giudiziarie che riguardano Gtt rischiano di incatenarsi. Una dirigente Gtt, Monica Schiraldi, era finita nei guai con l’accusa di peculato ed era stata licenziata nel 2016. Meno di un mese fa ha patteggiato una condanna a un anno e mezzo di carcere. Lei era finita nel mirino della procura per l’utilizzo disinvolto della carta di credito aziendale: oltre 55 mila euro. Spesi ad esempio per comprare un giubbotto di pelliccia in una vacanza a New York. L’ex manager, sentita nell’ambito dell’inchiesta sul falso in bilancio relativa al rendiconto 2015, potrebbe aver svelato altri aspetti della gestione amministrativa della società. In parte già noti agli investigatori, proprio grazie all’analisi dei dati contenuti nei dispositivi informatici e altri documenti sequestrati in occasione dell’indagine sul peculato. Schiraldi avrebbe spiegato ai pm che già negli ultimi mesi del 2015, nel periodo compreso tra ottobre e dicembre, le verifiche contabili avrebbero fatto emergere difficoltà finanziare, segnalando i conti in rosso. Allarme che la manager avrebbe comunicato al presidente Walter Ceresa, indicando che il bilancio del 2015 si sarebbe chiuso in forte passivo rispetto agli anni precedenti.

Giulia Gioda, direttore comunicazione del Csi Piemonte, è indagata dalla procura con il marito, l’ex direttore dell’Ares Claudio Zanon. Le ipotesi di reato sono truffa e corruzione. I coniugi si sarebbero allontanati indebitamente dal posto di lavoro. Il reato di corruzione si riferisce all’acquisizione da parte dell’Ares, l’Agenzia regionale per i servizi sanitari della Regione, di servizi dal Csi, l’ente strumentale regionale in campo informatico, per circa 700 mila euro in cambio dell’assunzione come dirigente della Gioda. I fatti risalgono al periodo 2011- 2012, quando la Gioda era dipendente regionale. «I miei assistiti sono estranei alle accuse - commenta l’avvocato Mauro Anetrini - e si riservano di dimostrare la loro infondatezza».

A Torino controlli e maxi-multe Targhe straniere Dopo i sequestri ecco le nuove regole Dopo 60 giorni in Italia l’auto va reimmatricolata I furbetti della targa non sono pochi. Anzi, sono sempre di più. Risiedono in Italia ma si spostano a bordo di auto - spesso di grossa cilindrata - con targhe estere (il più delle volte extra Ue), riuscendo così ad aggirare il Fisco. Non compaiono come intestatari di auto di lusso, risparmiano (e non poco) su assicurazione e tassa di possesso, e rendono più difficili, o del tutto vani, i tentativi di recuperare le eventuali sanzioni. Solo qualche giorno fa la Guardia di finanza di Torino ha fermato una Audi A4 con targa svizzera. Alla guida c’era un imprenditore residente in Italia: avrebbe dovuto reimmatricolare la vettura in Italia entro sei mesi ma non l’ha mai fatto. Ora il governo ha deciso di stringere le maglie della legge per evitare che il fenomeno si espanda ancora. È in dirittura d’arrivo una riforma al Codice della strada che vieterà a chiunque sia residente in Italia da più di sessanta giorni di circolare con veicoli immatricolati all’estero. Il governo l’ha annunciato in Commissione Trasporti rispondendo a una interrogazione del deputato Pd Emiliano Minnucci. I correttivi La stretta non dovrebbe riguardare i veicoli concessi in leasing o in locazione senza conducente da parte di imprese con sede in un altro Paese dell’Unione europea o aderente allo Spazio economico europeo, né i veicoli concessi in comodato a residenti in Italia e legati da un rapporto di lavoro o di collaborazione con imprese dell’Ue o del See. La situazione delle auto intestate a società straniere e fatte circolare in Italia è un espediente utilizzato per evitare di pagare le multe. Secondo quanto ricostruito negli ultimi tempi dalle forze dell’ordine in Italia viaggiano diverse migliaia di auto immatricolate all’estero. In Svizzera, soprattutto, ma anche negli Emirati Arabi oppure negli Stati Uniti, o ancora in Serbia. L’Est Europa Poi ci sono i «furbetti» dell’assicurazione, quelli che immatricolano l’auto in Paesi con banche dati non accessibili dalle forze dell’ordine. Negli ultimi anni c’è stato un boom di immatricolazioni in Romania e Bulgaria, ma anche in Polonia, dove non esiste il bollo e le tariffe delle assicurazioni sono più concorrenziali. Sempre che il proprietario dell’auto decida di pagarle, altrimenti avere un incidente con un veicolo del genere può diventare un incubo. Tutte queste alchimie per evadere le imposte in Italia, o per risparmiare almeno un po’ su tassa di proprietà, bollo e assicurazione, dovrebbero ora essere più difficili da praticare. Resta il nodo dei controlli: le auto con targa straniera sono ormai diverse migliaia.

“I seimila arrivi di Pasqua? I trafficanti volevano una strage per fare pressione sull’Italia” I sospetti di una Ong e di chi partecipa agli interventi in mare

Atlante si ritira da Vicenza e Veneto “Non saremo più soci di maggioranza” Dal cda fiducia a Viola. Bocciata l’azione di responsabilità a Iorio.

Medicinale anti epatite C Così l’Agenzia del farmaco ha fatto precipitare il costo La multinazionale taglia il prezzo da 50 mila euro a 8 mila.

Lavori non in corso Nei Comuni del sisma la pazienza è finita Comitati e sindaci marchigiani: ignorati dalle istituzioni.

Incontro con Obama e Michelle E Matteo prepara la riscossa Prima a Milano con Barack, poi in Toscana con le mogli.

30.04.17

 

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UN MONDO SEMPRE PIU' IN PERICOLO

Ogni anno buttiamo nel mare 500 miliardi di sacchetti della spesa Milioni di tonnellate che uccidono tartarughe e pesci. Ora li mangiamo pure noi.

La prima portaerei made in China Pechino punta al dominio dei mari Il ministro degli Esteri Wang avvisa Usa e Corea del Nord: grande pericolo di guerra .

PUGNO DURO DI ERDOGAN DOPO IL REFERENDUM Un’altra maxi retata in Turchia contro la rete di Gulen Arrestati oltre mille “golpisti.

27.04.17

 

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IL TRADIMENTO DELLE ONG

“Gommoni scortati fino alle navi umanitarie” La nuova tecnica dei trafficanti di migranti E il ministro Minniti: le nostre motovedette alla Libia per monitorare le irregolarità.“Ci criminalizzano per nascondere la gestione fallimentare dei flussi” Il coordinatore di Msf: dove sono le barche dell’Ue?“Così gli scafisti scortano i migranti sulle navi delle Ong” Le immagini inedite della nuova tecnica utilizzata dai trafficanti “Abbandonano il barchino, poi con la moto d’acqua tornano in Libia” .

I l fine settimana, i giorni di festa, i «ponti» vacanzieri. E’ il momento della gita con il vestito buono per andare nel ristorante buono con l’auto «buona» da sfoggiare. E per la Guardia di Finanza, è il momento della caccia ai «furbetti della targa straniera», gli italiani che viaggiano su auto immatricolate all’estero. Soprattutto, fuori dall’Unione Europea. In testa alla classifica c’è la Svizzera, dove molti italiani (e non solo) hanno la possibilità di spostarsi per lavoro. Ma ci sono anche auto con la targa degli Emirati Arabi oppure degli Stati Uniti, o ancora della Serbia. Tutto va bene, pur di lucrare su Iva e dazi doganali. I controlli Sembra che le pattuglie fermino le auto a capocchia. Ma non è così. L’altra sera, i «baschi verdi» hanno alzato la paletta per bloccare una Audi «A4 Avant» che sfrecciava in corso Moncalieri diretta in centro. Ora dell’aperitivo, targa svizzera. Alla guida c’è un imprenditore di 41 anni, residenza a Torino e domicilio in Svizzera, giustificato dai frequenti viaggi per la commercializzazione di pezzi di ricambi per auto. Secondo la legge, aveva sei mesi per reimmatricolare l’auto in Italia. E doveva pagare. Mai fatto. Ora, dovrà. Il dieci per cento del valore dell’auto, più l’Iva, il tutto raddoppiato. Un «giochino» da quasi 15 mila euro. I furbetti Qualche tempo fa, era toccato a un altro imprenditore pagare la maxi-multa. Trentamila euro per «sbloccare» una Bmw «320d Xdrive», un’auto da 80 mila euro. Anche quella aveva la targa svizzera e il proprietario aveva dimenticato di farla reimmatricolare in Italia. Ha tentato di raccontare che era appena arrivato dalla Svizzera, ma la residenza italiana da oltre un anno lo ha inchiodato. La legge parla chiaro. Più complicata è la situazione delle auto intestate a società straniere e fatte circolare in Italia. È un espediente utilizzato fino a qualche tempo fa per evitare di pagare le multe. Un fenomeno abbastanza diffuso da spingere il Parlamento ad approvare una modifica del codice della strada: le auto immatricolate da società «estere di leasing o di locazione senza conducente» devono essere reimmatricolate entro 30 giorni. L’alternativa al pagamento di quanto dovuto allo Stato è la confisca. L’auto finisce alle forze dell’ordine. Oppure, all’asta. In Europa E poi ci sono i «furbetti dell’assicurazione», quelli che immatricolano l’auto in Paesi con banche dati non accessibili dalle forze dell’ordine. Né su strada, né dagli uffici. Così, negli ultimi anni c’è stato un «boom» di immatricolazioni in Romania e Bulgaria, dove non esiste il «bollo» e le tariffe delle assicurazioni sono più concorrenziali. Sempre che il proprietario dell’auto decida di pagarle. Altrimenti, sono tutti soldi che rimangono in saccoccia. Ma avere un incidente con un veicolo del genere può diventare un incubo. Per questo, la Guardia di Finanza ha intenzione di organizzare controlli con i colleghi della polizia municipale, da anni impegnati a contrastare il fenomeno di questi «furbetti». In più, c’è sempre l’aspetto fiscale. Molte auto sono di grossa cilindrata, intestate a personaggi con redditi (legali) irrisori. Per loro, l’accertamento su strada è soltanto l'inizio.

L’allarme delle compagnie “Quasi quattro milioni di auto sulle strade senza l’assicurazione” «Le auto senza assicurazione sono un problema gravissimo». A parlare è Filippo Geraci, agente generale Axa e amministratore delegato di Assigeco, società di intermediazione nel settore assicurativo. Qualche dato? «Nel nostro Paese circolano tre milioni e 900 mila auto con targa italiana e senza assicurazione. A queste, dobbiamo aggiungere quelle con targa straniera». Quante sono? «Impossibile avere questo censimento in tempo reale. Per avere una risposta, è necessario fare richieste nei Paesi d’origine ogni volta che viene fermato un veicolo “sospetto”». Quali problemi comporta? «Beh, senza assicurazione è molto difficile ottenere un risarcimento. Il fondo vittime della strada risponde solo per casistiche gravi, non ci sono soldi per tutto. La “spending review” ha portato a tagliare anche quel tipo di risorsa». Anche se il problema è così diffuso? «Sfonda una porta aperta. Pensi che il 22,5 per cento del premio che ciascuno paga va in imposte. Lo Stato demagogicamente parla di riduzione dei premi per gli assicurati, ma in realtà non ha convenienza che l’abbassamento delle tariffe venga attuato. Ma soprattutto, lo Stato ha sempre incassato questi soldi. Perché ora decide mettere paletti anziché migliorare il servizio e adeguarlo alle nuove necessità?». Torniamo alle pratiche per gli incidenti. Come funziona con le compagnie straniere? «Bisogna fare richieste nel Paese d’origine. Bisogna prima trovare la compagnia “consorella” italiana, obbligatoria per legge. Poi, è necessario notificare la richiesta di danni, ma è un’operazione molto complessa. Quella procedura ci fa tornare indietro di dieci anni, quando non c’era l’indennizzo diretto in Italia». Altro? «Non è facile nemmeno risalire alla compagnia assicuratrice e alla copertura prevista dalla polizza. E’ un discorso molto simile a quello delle multe». Cioè? «E’ molto difficile notificare all’estero al proprietario del veicolo l’addebito della multa. Con gli incidenti è lo stesso». Qualche consiglio? «Suggerisco a tutti gli automobilisti una copertura per la “tutela legale”, altrimenti i tempi si allungano o le spese rischiano di diventare molto alte». Un esempio? «E’ capitato un incidente dove ad avere torto era un veicolo con targa straniera. Era un’auto a noleggio con targa svizzera e autista cipriota. Ci sono voluti sei o sette mesi per il risarcimento». Qualche soluzione? «A livello assicurativo stanno nascendo coperture e garanzia per gli incidenti contro i veicoli non assicurati 10-15 euro l’anno. Se hai ragione. A volte, il prezzo condiziona e spinge a rinunciare a garanzie o tutela legale, che per una trentina di euro l’anno dà una copertura su tutte le vicende giudiziarie».

U n aumento dei casi in Italia, e da inizio anno, in Piemonte, che non è passato inosservato alla Regione. Quanto è bastato per giustificare una circolare, inviata nei primi giorni di aprile ai direttori delle aziende sanitarie e dei centri di malattie infettive, contenente una serie di raccomandazioni per contrastare il fenomeno. La circolare Parliamo dell’epatite A, meno nota dell’epatite B e C, malattia infettiva acuta del fegato causata da un virus appartenente alla famiglia “Picornaviridae”. Tra le principali modalità di trasmissione, il consumo di acqua e alimenti contaminati (cibo non cotto o manipolato dopo la cottura) e un’esposizione sessuale a rischio. A quanto si legge sul sito del Seremi, il Servizio di riferimento regionale di epidemiologia per la sorveglianza, la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, negli adulti l’esordio è di solito brusco, con febbre, perdita di appetito, nausea e vomito. La malattia può presentarsi in varie forme cliniche: da lieve con durata di una-due settimane, a gravemente debilitante, con durata di diversi mesi. La guarigione completa è la norma, senza danni permanenti o ricadute particolari. Raramente il decorso può essere fulminante. In Italia Come si premetteva, l’allerta è su due livelli. In Italia, nel periodo agosto 2016 - febbraio 2017, sono stati registrati 583 casi, numero quasi 5 volte maggiore rispetto a quello osservato nello stesso perioTrend in crescita da inizio anno Epatite A, boom di contagi La Regione allerta le Asl Vaccinazione gratuita per contrastare la diffusione della malattia Virus contagioso L’Epatite A è una malattia infettiva acuta del fegato LAPRESSE ALESSANDRO MONDO il caso è posto solo a inizio anno: dai primi mesi del 2017 il Sistema di Sorveglianza delle Malattie Infettive registra un numero di casi superiore alle previsioni, calcolate sull’andamento osservato negli otto anni precedenti. L’aumento si rileva soltanto negli uomini mentre il numero di segnalazioni nelle donne segue il trend previsto. Per 20 dei 58 casi registrati da gennaio negli uomini è stata riferita un’esposizione sessuale a rischio. Un campanello di allarme che rende necessario potenziare le misure di prevenzione, in primis la vaccinazione, e l’informazione. Tanto più che, si spiega nella circolare emessa dal Settore prevenzione e veterinaria, proprio per assicurare la massima adesione alla vaccinazione da parte delle persone esposte occorre che la vaccinazione sia il più possibile diffusa e tempestiva. E ancora: «Per facilitare l’accesso alla vaccinazione, limitando ostacoli di tipo economico e per tutelare la riservatezza della persone - si spiega nella circolare -, si richiede ai servizi vaccinali di offrire la prestazione in regime di gratuità a tutti coloro che ne faranno richiesta riferendo genericamente una condizione di rischio, senza richiedere ulteriori precisazioni». Vaccino gratuito Nel contempo i centri di malattie infettive della rete piemontese sono invitati a intensificare l'attività di informazione sulla prevenzione dell’epatite A offrendo il vaccino direttamente oppure coinvolgendo i servizi vaccinali delle Asl in percorsi agevolati di vaccinazione. La vaccinazione, infatti, rappresenta la principale misura di prevenzione risulta la vaccinazione. Quella contro l’epatite A, si legge sul sito del Seremi, garantisce una protezione duratura: in Italia sono disponibili diversi vaccini che forniscono una protezione dall’infezione già dopo 14-21 giorni; il vaccino è costituito da virus inattivati e viene somministrato per via intramuscolare a partire dal dodicesimo mese di età, in due dosi a distanza di almeno 6-12 mesi l’una dall’altra. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI 583 casi I casi registrati in Italia nel periodo compreso tra agosto e febbraio 58 casi Quelli registrati in Piemonte a partire dal mese di gennaio do dell’anno precedente: l’età media è di 34 anni e l’85% dei casi è di sesso maschile; oltre ai fattori di rischio più frequenti (viaggi in zone endemiche e consumo di frutti di mare), un’alta percentuale dei casi (61%) dichiara un’esposizione a rischio sessuale. In Piemonte Nella nostra regione il tema si .

Cantone: “La procura sta indagando sulle assunzioni Rai” Il presidente Anticorruzione: risposte elusive dall’azienda .

«Voglio» che gli alleati europei «paghino di più» per la Nato. «Con il premier italiano Gentiloni abbiamo scherzato: gli ho detto: “Andiamo, devi pagare di più, devi pagare di più”. Pagherà...». Lo ha affermato Donald Trump in una lunga intervista all’Associated Press. «Gentiloni ha detto questo nel vostro incontro a Washington?» chiede l’intervistatrice. «Finirà con il pagare - è la risposta di Trump -. Ma sai, finora nessuno glielo aveva chiesto. La mia è una presidenza diversa...». Nel corso dell’intervista Trump tocca tutti i temi della politica estera e interna Usa. Ricorda che «lo status quo in Corea del Nord è inaccettabile. È un grande problema mondiale che dobbiamo finalmente risolvere». Per questo gli Usa non escludono un raid contro la Corea del Nord se Pyongyang effettuerà un altro test nucleare: l’avvertimento arriva dall’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, alla vigilia della festa del 25 aprile per gli 85 anni della fondazione della Korean People’s Army (Kpa). Impazienza Trump sembra mostrarla anche sull’Iran dove non esclude che l’America «esca dall’accordo sul nucleare». Per quanto riguarda invece il terrorismo jihadista bocca cucita: «C’è un piano antiIsis molto duro, ma è segreto» ha detto il presidente Usa ricordando come «l’Onu non risolve i conflitti ma ha un enorme potenziale». Washington ha deciso nuove sanzioni contro gli scienziati ritenuti responsabili dello sviluppo di armi chimiche.

Bruxelles incalza l’Italia sullo smog La Commissione europea ha deciso di passare alla seconda fase della procedura di infrazione contro l’Italia per lo sforamento dei valori limite di particolato Pm10 in diverse città. A meno di ultimi sviluppi, la decisione sarà presa dal Collegio dei commissari mercoledì e resa nota giovedì. L’Italia, come anticipato, da La Stampa, già lo scorso febbraio rischia una multa da un miliardo di euro. Il nostro Paese è già stata condannato dalla Corte di giustizia europea nel 2012 per lo sforamento dei limiti Pm10 nel periodo 2006-2007. Ma le violazioni non si sono fermate. .

“Azioni Veneto Banca il prezzo tenuto alto per venderle ai soci” I verbali dei cda dell’era Consoli .

25.04.17

 

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L'ITALIA CAMPO PROFUGHI DELL'EUROPA

“Abbiamo le prove dei contatti tra scafisti e alcuni soccorritori” Il procuratore di Catania: “Ci sono telefonate con chi organizza gli sbarchi e gruppi finanziati da personaggi discutibili. Ma deve intervenire la politica” .

AFGHANISTAN, IL BILANCIO È DI 150 MORTI I taleban travestiti da soldati fanno strage nella base militare.

LA TRAGEDIA IN PROVINCIA DI ANCONA Travolto da un furgone Il ciclismo piange Scarponi Vinse il Giro d’Italia 2011, ucciso vicino a casa mentre si allenava A un incrocio il veicolo non avrebbe rispettato la precedenza. Troppi morti in bicicletta “Distanze, limiti e piste contro la strage quotidiana” Già proposta una modifica al Codice della Strada Le associazioni: “Non basta, servono più ciclabili.

l punto vendita di Trofarello non chiude e diventerà un discount Accordo tra Carrefour e sindacati salvi 167 posti di lavoro in Piemonte Dopo mesi di apprensione e di scioperi, proteste e tavoli di mediazione, si è chiusa ieri, a Roma, la vicenda relativa ai 500 licenziamenti ventilati a inizio anno in tutta Italia del gruppo Carrefour, di cui 167 in Piemonte. L’accordo che risolve la vertenza tra il colosso francese e i sindacati prevede «che dall’azienda uscirà soltanto chi lo desidera e sarà incentivato. Il resto verrà ricollocato in altri punti vendita», spiega Fabrizio Nicoletto segretario della Filcams Cgil di Torino. È il caso, ad esempio di alcuni dei lavoratori dei Carrefour di Trofarello (in strada Torino) e di Borgomanero. Diventeranno due discount sempre dello stesso marchio e chi non resterà a lavorare in queste due strutture troverà un’altra sistemazione a meno di un esodo volontario condito da incentivo economico. L’annuncio di inizio anno aveva gelato i lavoratori con pesanti ricadute sul Torinese. Oltre al «taglio» dei 56 posti di lavoro (e contestuale chiusura) del punto vendita di Trofarello, erano stati annunciati altre procedure di mobilità per dipendenti di altri ipermercati. E precisamente: 14 alle Gru di Grugliasco, 10 a Collegno, 8 a Pinerolo, 57 a Borgomanero (anche qui era prevista la chiusura), 6 a Borgosesia e 11 a Novara. Niente di tutto ciò accadrà. «E rispetto a come eravamo partiti mesi fa - aggiunge Nicoletto - c’è davvero da esser contenti e tirare un sospiro di sollievo. Va aggiunto che oltre ad aver scongiurato i licenziamenti siamo riusciti anche a rinnovare il contratto integrativo che era stato disdettato dall’azienda e che invece avrà durata biennale». Dopo l’annuncio arrivato da Roma anche da Carrefour esprimono «soddisfazione» per la risoluzione della vicenda. E il Piemonte, provincia di Torino di Torino compresa, possono tirare un sospiro di sollievo «perchè era questo - spiegano dai sindacati - la regione più colpita in Italia dai tagli e dalle mobilità paventate». Chi intanto ha maturato i requisiti pensionistici ha tempo fino al 31 dicembre 2018 per decidere di lasciare volontariamente: «È una finestra abbastanza ampia che consentirà a tutti di fare le proprie scelte con lucidità» Già dalla prossima settimana inizieranno le riunioni coi lavoratori delle singole strutture di vendita..

23.04.17

 

 

 

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MARCHIONNE NON LO FAREBBE MAI :

Rai Radio Due, stasera L’avvocato Agnelli e l’auto in panne Che aneddoto per “madamin” Palma «Madamin, si rende conto di chi era chiel lì (quello lì, ndr) che l’ha accompagnata fino a casa?». Lei non capisce bene il senso della domanda e li liquida con un «ma cosa ne so!». E gli altri, sempre in torinese stretto, «ma madamin quello era Giuanìn Tola! Proprio lui! E l’ha trainata fino a qua!». La madamin si chiama Palma e oggi ha 87 anni e ancora adesso sorride ripensando a quel giorno di primavera datato 1963, quando si ritrovò da sola in mezzo a corso Galileo Ferraris con la sua Bianchina in panne. Un bel guaio per una giovane donna di 34 non capiva come mai quell’uomo così elegante si fosse fermato ad aiutarla dicendole “è mio dovere”». Sta di fatto che l’Avvocato non riuscì a far ripartire la Bianchina e così usò la sua lussuosa automobile per rimorchiare la vettura in panne e spingerla fino alla rimessa sotto casa della giovane donna. Giovanni Agnelli, quindi, affidò la donna e la sua auto a due ragazzi che lavoravano nell’officina della rimessa in Borgo San Paolo e si congedò ribadendo ancora una volta che aveva «fatto solo il suo dovere». Un aneddoto che chiunque sia passato da casa nostra conosce, perché è sempre stato motivo di grande divertimento. Mia madre non guardava la Tv e i rotocalchi e furono i ragazzi della rimessa a farle notare chi l’avesse accompagnata a casa», racconta ancora Monica. Un ricordo di gioventù che questa sera sarà raccontato, con dovizia di particolari, dalla trasmissione «Pascal» di Rai Radio Due, condotta da Matteo Caccia. Pascal è un programma di storytelling collettivo che va in onda dal lunedì al venerdì e ogni sera dà voce a una storia di vita quotidiana diversa. Un aiutante inatteso Un giovane Giovanni Agnelli in foto con Valletta, Pirelli e Bianchi alla presentazione della Bianchina anni che di motori un poco persino se ne intendeva, tanto da decidere di provare lei stessa a metter mano dentro al cofano nel vano tentativo di far ripartire l’auto. Non ci riuscì, ma non ci riuscì neanche l’uomo distinto ed elegante che poco dopo fermò la sua auto di lusso accanto a quella della signora e si offrì di aiutarla. Lui di motori se ne intendeva eccome: era “Giuanìn Tola” o “Giovannino Lamiera”, così come era bonariamente chiamato dai torinesi l’Avvocato Giovanni Agnelli. «Fu proprio l’Avvocato a soccorrere mia madre - racconta la figlia Monica -. Lei non lo aveva riconosciuto.

Moncalieri Non ce l’ha fatta l’operaio intossicato È deceduto in ospedale. I medici tenteranno di risvegliare dal coma il titolare che cercò di salvarlo.

LA CONFESSIONE DI HARRY “Boxe e terapia per affrontare la morte di mia madre Diana” Il principe: “Ho rimosso troppo a lungo il dolore, ero un caos totale.

La rivincita dei borghi più belli d’Italia il turismo lento conquista gli stranieri Nell’anno dedicato ai piccoli centri si inverte la tendenza: arrivi cresciuti del 13.

Il Presidente ha perso l’appoggio della parte produttiva della Turchia Le città più ricche e sviluppate, Istanbul e Ankara comprese, hanno scelto il no Il sondaggista: il partito islamico non ha più l’elettorato trasversale di una volta. I Fratelli musulmani esultano Il blocco sunnita compatto dietro il leader più forte .

Sbarchi, esodo da record 8.500 salvati in tre giorni Almeno 13 morti al largo della Libia. Arrivi in aumento del 23,8% sul 2016.

M5S, anche Di Vita si sospende Ma non si placa la faida siciliana Firme false, altro passo indietro dopo quello di Nuti. Mannino resiste Slitta il voto dei deputati. Sospetti e veleni a Palermo: “Di Maio regista”.

Il 2 per mille per la cultura scompare a sorpresa dal 730 Il governo dimentica il contributo per le associazioni introdotto da Renzi Pressing su Padoan: subito un emendamento alla manovra per rimediare.Stop ai congedi facoltativi per i papà Se ne riparlerà l’anno prossimo L’annuncio dell’Inps: “La misura non è stata prorogata”. Permessi dimezzati.

18.04.17

 

 

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IRRESPONSABILITÀ'

GENOVA, ARRESTATO IL DIRETTORE Tangente da 7500 euro all’Agenzia delle Entrate Lo hanno arrestato mentre prendeva la busta con la tangente. All’uscita dal ristorante «da Manuelina», a Recco dove amavano mangiare Umberto Eco, Gabriele D’Annunzio e Albert Einstein. In manette è finito Walter Pardini, 63 anni, livornese residente a Lucca e direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate di Genova da un anno. Insieme a lui anche due commercialisti, Massimo Alfano e Francesco Canzano, e un avvocato, Luigi Pelella, ex dipendente dell’Agenzia delle Entrate a Napoli, tutti campani, professionisti al lavoro per la società di vigilanza e logistica Securpol. Un terzo commercialista genovese è stato invece denunciato perché avrebbe fatto da mediatore. L’accusa per tutti è corruzione: Pardini ha preso una bustarella con 7500 euro per risolvere in modo più vantaggioso una transazione da 20 milioni che Securpol ha con le Entrate. L’Agenzia delle Entrate lo ha sospeso, mentre i dipendenti fuori dagli uffici hanno spiegato di «vergognarsi per quanto successo». L’interrogatorio dovrebbe tenersi giovedì mattina davanti al gip Paola Faggion.

L’uomo del Noe preferito da Woodcock fece “errori” anche sulla coop Concordia Inchieste eclatanti, la rapida ascesa con Ultimo, ma anche troppi intoppi

Di Maio e la frase choc sui romeni “criminali” L’ambasciatore protesta Le associazioni: guardavamo al M5S, non lo faremo più L’Italia importa dalla Romania il 40% dei loro criminali, Bucarest si prende le aziende .

TURCHIA Reporter italiano verrà espulso.

In rosso i conti di Toshiba, i revisori non firmano Dopo due tentativi falliti Toshiba annuncia la pubblicazione dei conti societari, malgrado la mancata approvazione dei revisori della PricewaterhouseCoopers, e rivela che la perdita per l’intero anno fiscale potrebbe superare i mille miliardi di yen, equivalenti a 8,6 miliardi di euro. Per Toshiba è a rischio la stessa continuità aziendale: i conti dei 9 mesi da aprile a dicembre 2016 mostrano un rosso di circa 4,5 miliardi di euro, generato in gran misura dalle svalutazioni delle divisione statunitense Westinghouse, sfociate nella procedura del Chapter 11, il concordato preventivo richiesto a metà marzo. PricewaterhouseCoopers si è detta non in grado di valutare l’acquisizione delle sussidiarie CB&I Stone & Webster da parte della Westinghouse negli Stati Uniti. Toshiba ha investito in queste attività nel 2006, ma dal 2011 la catastrofe di Fukushima ha azzoppato le prospettive di costruzione di nuove centrali nucleari negli Stati Uniti.

 

 

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GIUSTIZIA CERCASI

L’Isis fa strage di copti in Egitto Sangue sulla domenica delle Palme in due chiese: 47 morti. Dichiarati 3 mesi di stato d’emergenza Poliziotto eroe ferma il kamikaze nella cattedrale “San Marco”. Il Califfo vuole rafforzare le cellule .

10.04.16

 

 

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SUICIDIO COLLETTIVO ASSURDO

Senza acqua In Veneto non piove dal 5 gennaio, l’Adige è in secca L’alta marea dell’Adriatico risale la corrente per chilometri bruciando i campi. I contadini: un disastro Allarme Po: il livello è quello dell’inizio della scorsa estate.

09.04.17

 

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FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO

Vendesi acqua di Lourdes La beffa corre su Amazon I cattolici indignati: “Offerta illecita, per chi la vuole è gratis” L’azienda si difende: non è un prodotto di nostra produzione.

In Piemonte il trend è in crescita “Troppi antibiotici” I batteri mutanti sono più aggressivi L’uso eccessivo riduce l’efficacia dei farmaci

Il bilancio dell’Inail Ogni mese a Torino si verificano più di due incidenti mortali sul lavoro «Sono profondamente colpita e addolorata dalla notizia dell’infortunio costato la vita a un uomo, nella galleria del vento della Pininfarina a Grugliasco. Esprimo il mio cordoglio e la mia vicinanza alla famiglia del lavoratore e ai tutti suoi cari, sperando che venga chiarita al più presto la dinamica dei fatti e accertate eventuali responsabilità». Queste, ieri, le parole dell’assessora al Lavoro della Regione, Gianna Pentenero, quando è stata diffusa la notizia della scomparsa di Simone Canepa, stilista dell’Italdesign. L’ultimo caso di morte sul lavoro che riaccende l’attenzione sulla sicurezza nelle fabbriche e aziende piemontesi. Un tema, ed è cronaca di ieri, che non può non coinvolgere anche realtà di assoluta eccellenza. I numeri Il 2016, secondo i dati diffusi dall’Inail, si è chiuso con oltre 47 mila infortuni (poco più della metà degli incidenti sono avvenuti soltanto a Torino) e una media di oltre sei decessi al mese (76 vittime, di cui 27 nel capoluogo). In calo rispetto al passato Numeri comunque in calo rispetto agli anni passati, grazie ai programmi di innovazione e informazione. Risultati importanti ottenuti attraverso le tante campagne di informazione, agli investimenti e all’adeguamento tecnologico dei macchinari utilizzati. Ma queste cifre restano in ogni caso allarmanti. Con i sindacati che soltanto alla fine dello scorso marzo avevano bacchettato proprio la Regione in merito all’assistenza legata agli infortuni professionali. I nodi dell’assistenza Cgil,Cisl e Uil avevano indicato il Piemonte come fanalino di coda. Il motivo? Nel 2012 la Conferenza Stato Regioni aveva recepito l’accordo quadro per le modalità di erogazione delle prestazioni da parte dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che definisce l’erogazione delle prestazioni di assistenza sanitaria senza oneri aggiuntivi per la finanza piemontese. Ma, perché l’accordo sia applicabile, l’assessorato alla Sanità deve definirne le modalità. Invece gli infortunati sono ancora costretti a rivolgersi alle Asl, che se ne accollano i costi. Da parte sua, l’Assessorato ha già precisato che il tavolo tecnico, a cui siederà anche l’Inail, sarà convocato al più presto, ma non prima della riorganizzazione della sanità piemontese. .

Dovreste vivere in Italia per capire cos’è la paranoia», dice Mario Giarrusso, senatore e attore prestato a interpretare se stesso, «è la cosa che ti fa dubitare dei tuoi stessi amici». La frase va finendo mentre Giarrusso è seduto in trattoria ad ascoltare quei suoi amici e colleghi che poco dopo saranno espulsi dal M5S: Francesco Campanella, Luis Orellana, Lorenzo Battista. Nel frattempo Giarrusso raccoglie minacce di morte e si compra una pistola che, con eccesso di immaginario cinematografico, porta con sé a letto. Siamo nel 2014 e la paranoia nel M5S è al suo culmine. Poi, resterà come una ferita e una cifra comportamentale, come un sapore in bocca che non va più via. Il documentario Quasi due anni prima, una regista danese, Lise Birk Pedersen, ottiene, unica al mondo, di poter raccontare il M5S dal suo interno, seguendo nel privato e nelle riunioni quattro senatori grillini. Paola Taverna, Alberto Airola, Mario Giarrusso, Luis Orellana. Nessun velo, nessuna finzione, se non la posa attoriale che ogni tanto prende chi sa di avere una telecamera accesa intorno a sé. Il risultato è «Tutti a casa – Inside M5S», il documentario di Pedersen, ieri in anteprima al festival di Pordenone «Le voci dell’inchiesta». È un racconto lungo 25,5 per cento Alle politiche del 2015 il M5S è il primo partito, secondo il Pd guidato da Bersani con il 25,4% tre anni, dallo Tsunami tour di Beppe Grillo, le piazze piene che annunciavano, inascoltate, il maremoto politico, a un comizio del 2015 organizzato sulla coda di Mafia Capitale, che invece annunciava la scontata vittoria del M5S a Roma. In mezzo ci sono aneddoti divertenti e dolorosi. C’è quella volta in cui sempre Giarrusso, sfinito dalle discussioni con gli attivisti ai banchetti in Sicilia che spingono per l’accordo con il Pd di Pier Luigi Bersani, si addormenta nella cameretta di quand’era bambino, con la sciarpa del Catania sopra il letto e il padre che gli dice in dialetto di «tirar fuori le palle». Giarrusso è un omone addolcito dall’amore per la musica classica, dilaniato per mesi dai dubbi se accettare un compromesso con i dem. Chi invece non sente ragioni è Taverna, capace far piangere una senatrice, Michela Montevecchi. La scena si svolge durante l’assemblea che decreterà l’espulsione della collega Adele Gambaro, rea di aver accusato Grillo di scrivere post violenti («il Parlamento è una tomba maleodorante»). Interviene Taverna in italiano-romanesco: «Vojo che me fate il favore di levarve dai cojoni. Voi state qui per grazia ricevuta de Beppe Grillo, e state a sputà nel piatto in cui se magna…». Ma c’è chi della grazia ricevuta non sa che farsene, e vorrebbe fare politica, ragionare con la propria testa, come Orellana che nell’intimità dello sconforto dice: «Per il 99% degli attivisti Beppe è perfetto e non può sbagliare». Beppe li porta fino alle soglie del Parlamento, dove è un po’ cominciato e un po’ finito tutto. Poi riappare solo di tanto in tanto dal vivavoce di un iPhone, su quello di Vito Crimi, dove è registrato come «Il Grigio». La telecamera entra nelle assemblee e dà ragione ai retroscena che hanno raccontato i giornali, incuranti degli attacchi di un Movimento che si è subito rimangiato le promesse di trasparenza. Si vede come «Il Grigio» impone le scelte: «Fate come volete, ma sappiate che…»; la sua rabbia impietosa quando viene messo in discussione. Senza filtri Dove si spegne lo streaming si accende l’occhio di Pedersen su semplici cittadini entrati in un gioco più complesso di loro, dove parlare liberamente diventa sempre meno gradito. La regista ha detto di aver cominciato senza sapere nulla del M5S, mossa da curiosità. La fortuna l’ha premiata e le ha permesso di raccontare cosa è successo davvero, senza pregiudizi e con quel rigore scandinavo che come nulla fa passare dal comico al drammatico. Le liti feroci, il potere di Grillo, il conformismo di alcuni, la ribellione di altri, le epurazioni, la deriva personalistica e autoritaria del M5S, Airola che preme Sì sul tablet per espellere Gambaro, l’addio amaro di Orellana: «Ascoltare cosa dicono gli altri dovrebbe essere lo scopo di chi sta in Parlamento». È un documento storico su un esperimento antropologico. E che parla di oggi, parla di quanto è successo a Genova, e potrebbe risuccedere. La parola onestà si sente riecheggiare fino al finale, a Roma, dove si chiude come si era cominciato, sui volti del pubblico a un comizio di Grillo che è anche spettacolo: «La manifestazione dell’onestà», dopo Mafia Capitale. Poco prima le telecamere mostravano Taverna e Airola fumare nelle stanze del Senato, dove è vietato farlo, inconsapevoli che l’onestà comincia sempre dal rispetto delle piccole regole.

LA STORIA I super restauratori migliori d’Europa disoccupati o lavapiatti Nel 2014 hanno rimesso a nuovo la Piramide Cestia a Roma Vincono il massimo premio Ue 2017 ma restano senza lavoro.

ARRESTATO UN IMPIEGATO COMUNALE NEL NAPOLETANO Falsa cittadinanza a 300 calciatori così i brasiliani diventavano italiani False cittadinanze a calciatori sudamericani: tutti residenti nel Napoletano. È bufera sul mondo del calcio a cinque, coinvolti anche professionisti che hanno giocato in serie A e in squadre di Champions, sia in Italia sia in Francia e Portogallo. Due gli arresti e almeno trecento le persone coinvolte sinora nell’inchiesta coordinata dalla Procura di Nola che ha portato alla luce un vorticoso giro d’affari. Tutto ruotava intorno al titolare di un’agenzia di pratiche amministrative di Terni e a un impiegato del Comune di Brusciano (Napoli), entrambi finiti ai domiciliari, i quali dietro congruo compenso (2-3 mila euro a pratica) fornivano la cittadinanza italiana a extracomunitari perlopiù brasiliani. Secondo quando sostenuto dall’ipotesi investigativa, il trucco su cui si basava tutta l’operazione era fin troppo semplice: grazie a presunti legami parentali (in ogni caso non dimostrabili) con l’Italia, i due uomini arrestati ieri - che dovranno rispondere di corruzione, falsità ideologica e materiale (commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici) e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina - in virtù del cosiddetto «ius sanguinis» riuscivano a far rilasciare agli atleti il passaporto italiano, in questo modo si potevano aggirare le norme che nella serie A calcistica limitano l’ingresso in squadra di calciatori al di fuori dell’Unione europea, e al tempo stesso si riusciva anche a soddisfare la quota fissa di italiani che la Figc ha imposto alle squadre con il regolamento varato lo scorso anno. Le indagini dei carabinieri di Castello di Cisterna (Napoli) hanno scoperto che il giro di pratiche false aveva come punto di partenza l’italo-brasiliano Luis Sonda Vanderlei, 43 anni, che procacciava i clienti con la sua agenzia di pratiche amministrative, quindi subentrava Michele Di Maio, 57 anni, il dipendente comunale che si premurava di trovare una residenza fittizia ai sudamericani, piazzati quasi tutti nel suo paese, molti in abitazioni occupate da ignari ANTONIO E. PIEDIMONTE NAPOLI Rosanero Bruno Henrique Corsini, calciatore del Palermo, è coinvolto nell’inchiesta della Procura di Nola sul rilascio di falsi passaporti italiani a calciatori brasiliani inquilini e qualcuno persino nella propria casa, evidentemente bella grande. Tra samba e tarantelle il sistema era a suo modo quasi perfetto, perché malgrado utilizzasse documenti taroccati e false attestazioni, infatti, consentiva comunque di ottenere una regolare cittadinanza: in pratica erano riusciti a offrire agli extracomunitari una permanenza perfettamente legale in Italia e quindi anche in Europa. Tra i calciatori che, secondo gli inquirenti, hanno usufruito delle illecite «agevolazioni» ci sono atleti carioca che militano nel Palermo (serie A), nel Monaco (League 1 francese), nello Sporting Club Internacional e nell’Atletico Mineiro (massimo campionato brasiliano). Tra i nomi più noti sinora emersi, anche quello di Corsini Bruno Henrique (che gioca nella formazione siciliana), il quale ieri ha fatto sapere di essere «totalmente estraneo ai fatti, di non conoscere i termini della vicenda e di non avere avuto alcun rapporto con i soggetti coinvolti nell’inchiesta»; e anche la società rosanero, in una nota ha precisato che «il calciatore che al momento dell’acquisto godeva già dello status di cittadino italiano.

Il fratello di Piëch diventa socio forte di Volkswagen Hans Michel sale al 25,1% del gruppo tedesco .

Accordo Olivetti-Smat: primo test a fine mese Acqua, basta verifiche del contatore I consumi viaggiano via smartphone Il test partirà a fine mese nella zona centrale della città, e progressivamente sarà esteso agli altri quartieri. Obiettivo: connettere i contatori dell’acqua, notoriamente difficili da raggiungere, con la rete mobile per avere il dato dei consumi. La sperimentazione, tra le prime in Europa, nasce dall’accordo tra Olivetti, polo digitale del Gruppo Tim, e Smat, la Società Metropolitana Acque Torino: si basa sulla tecnologia NB-IoT, acronimo di «Narrow Band Internet of Things» (approvata a fine giugno 2016), nell’ambito della misura dei consumi idrici e della gestione ottimizzata delle reti di distribuzione. Connessione diretta In sostanza: per i contatori posizionati in siti “problematici” non sarà più necessaria la lettura da parte dell’operatore. Gli apparecchi verranno dotati di sensori in grado di trasmettere periodicamente i consumi idrici rilevati dai contatori direttamente a Smat. Come? Utilizzando gli spazi ancora inutilizzati della rete mobile. Naturalmente si procederà per gradi. Il primo passo consisterà nell’individuazione dei siti che presentano una scarsa raggiungibilità radio dei contatori e dei punti di monitoraggio delle reti di adduzione e distribuzione dell’acqua sui quali installare i dispositivi dotati della nuova tecnologia cellulare. Lo step successivo prevede la raccolta dei dati tramite connettività e la raccolta di informazioni utili per avviare le azioni operative. A quel punto Olivetti e Smat esamineranno le prestazioni della nuova tecnologia in condizioni di esercizio, valutando apparati e operatività di campo. Consumi monitorati Una svolta, considerato che i luoghi difficilmente accessibili, come i luoghi interrati o le cantine dei caseggiati, sono presenti in numero molto elevato sul territorio. Il vantaggio sarà costituito dalla limitazione del numero di interventi manutentivi. È solo l’inizio, trattandosi di un’applicazione suscettibile di ulteriori sviluppi. «Nell’ambito dell’innovazione tecnologica una parte delle attività, elaborate all’interno del nostro Centro Ricerche, punta alla definizione di “sistemi intelligenti” in grado di fornire indicazioni in tempo reale al nostro sistema di telecontrollo “avanzato” - spiega Paolo Romano, amministratore delegato di Smat -. Questo ci permetterà di monitorare le portate idriche immesse nelle reti e di elaborare una previsione delle richieste di acqua nelle ore successive». Per rendere l’idea, soltanto nella zona centrale i contatori interessati dall’operazione sono oltre 200 mila. c BY NC ND ASotto controllo L’obiettivo è monitorare le portate nelle reti ed elaborare una previsione delle richieste di acqua REPORTERS Sudoku Tecnologia e sicurezza Addio vecchie radio Sulle auto della polizia arrivano 65 tablet È una svolta tecnologica, che semplificherà il lavoro dei poliziotti e renderà più rapidi gli interventi di soccorso. Sessantacinque tablet, donati da Confartigianato alla questura di Torino e che saranno destinati alle pattuglie in servizio sulle volanti. E il vantaggio sarà duplice. Perché gli agenti in strada porteranno con sè tutte le informazioni contenute negli archivi informatici della centrale e gli stessi colleghi della sala operativa potranno seguire su una mappa gli spostamenti e la disposizione dei veicoli in servizio tra i quartieri della città. «Continuiamo a concentrarci sul territorio - conferma il questore di Torino, Salvatore Longo -. È dalla strada che nascono tutte le attività investigative ed è qui che dobbiamo concentrare tutte le risorse disponibili». L’iniziativa, infatti, segue a stretto giro la collaborazione tra commercianti e forze dell’ordine, attraverso il collegamento diretto delle telecamere di videosorveglianza. «Questa donazione è un segno di solidarietà concreta alle forze dell’ordine - dice Dino De Santis, presidente di Confartigianato Torino -. È l’ufficializzazioine di un patto per la sicurezza che ci vede in prima linea, a causa della continua crescita di furti che colpiscono le botteghe di artigiani e commercianti, soprattutto in periferia dove le spaccate sono ormai all’ordine del giorno». Grazie ai tablet, gli equipaggi potranno anche controllare sale giochi, compro oro, circoli privati, e discoteche e money transfer, e stampare in tempo reale i verbali di contestazioni.

08.04.17

 

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IL TRAMONTO DEGLI DEI CHE NON AVVIENE MAI IN ITALIA PERCHE' ?

Sanità Pronto Soccorso I privati pronti ad attivarli Sperimentare pronto soccorso attivati dalle strutture sanitarie private accreditate con il servizio sanitario pubblico per rispondere alla sfida dell’emergenza-urgenza. Non pronto soccorso generici, quelli che rappresentano da sempre (e in certe circostanze fin troppo) i punti di riferimento dei cittadini, ma dedicati ad alcune specialità: chirurgia, cardiologia, traumatologia. Obiettivo: fornire alternative concrete alle strutture pubbliche, tramite spazi e personale disponibile H.24, per soddisfare le necessità dei cittadini. La proposta è avanzata dall’Aiop - l’Associazione degli imprenditori privati della sanità - durante il rinnovo dei vertici: Giancarlo Perla è stato rieletto all’unanimità presidente regionale; i vice presidenti sono Fabio Marchi, del Gruppo Humanitas, Anna Vietti e Giacomo Brizio. Il destinatario è l’assessorato alla Sanità, finora contrario ad ipotesi di questo genere: lo dimostra la richiesta avanzata l’anno scorso dal Gruppo Villa Maria e subito rispedita al mittente. Ma tant’è: i privati ci riprovano, rafforzati nella loro convinzione, e nelle loro ambizioni, dagli episodi non così infrequenti di pronto soccorso messi sotto pressione da varie ed eventuali. «E’ ricorrente la protesta dei cittadini per la saturazione dei pronto soccorsi - spiega Perla nella sua relazione Perla -: non è forse venuto il momento di consentire ai privati di attrezzarsi per integrare il sistema pubblico anche su questo versante?». Premessa: «Nelle nostre strutture lavorano oltre mille medici specializzati in varie discipline: siamo in grado di affrontare ogni patologia». Nell’ottica della complementarietà rientra anche un’altra richiesta, questa volta sul tema della cronicità. «La nostra rete della post acuzie è ormai collaudata - rilancia il presidente -. Perché non attrezzare centri per la cronicità delle malattie?». In altri termini: perchè non prevedere strutture e reparti ad accesso diretto da parte dei pazienti, che oggi arrivano nei presidi privati solo a seguito del trasferimento dagli ospedali pubblici? Partita aperta.

Le auto elettriche Tesla in Borsa valgono più di Ford Tesla è la seconda casa automobilistica americana per valore di mercato. Il colosso delle auto elettriche che fa capo a Elon Musk supera Ford, confermando l’ascesa della Silicon Valley a scapito di Detroit, capitale dell’auto. Lo storico sorpasso ha un valore simbolico: Tesla, apripista delle auto elettriche, batte Ford, la pioniera delle auto che è 100 anni più vecchia. Con l’iniezione di fiducia del gigante cinese Tencent, che ha comprato il 5%, e le consegne del primo trimestre sopra le attese, i titoli Tesla volano in Borsa arrivando a guadagnare il 4,8%. Un balzo che fa salire la capitalizzazione della società di Elon Musk a 46,67 miliardi di dollari, sopra i 46,14 miliardi di Ford. General Motors resta al comando con 52 miliardi.

L’ex presidente incasserà 1 miliardo per poco meno del 17% Piech ha gettato la spugna Ai parenti le quote in Volkswagen O rmai non giocava più un ruolo operativo all’interno di Volkswagen, dopo aver dominato per oltre vent’anni i destini del più grande costruttore automobilistico del mondo. Eppure la decisione dell’ex patriarca Ferdinand Piëch di vendere gran parte del suo pacchetto azionario nella holding che controlla il gruppo Vw, ufficializzata ieri, segna anche formalmente una cesura, in quanto ridisegna i complessi equilibri interni al gigante di Wolfsburg. E spiana la strada all’uscita di scena definitiva di un manager senza il cui via libera, in passato, non veniva presa nessuna decisione alla Volkswagen. I dettagli della transazione non sono stati resi noti. Tuttavia si ipotizza che il volume dell’operazione si aggiri intorno al miliardo di euro. Finora, infatti, Piëch controllava il 14,7% della Porsche SE, un pacchetto il cui valore viene stimato in 1,2 miliardi di euro. Resta avvolto nel mistero il nome di chi ha comprato le azioni: sarebbero state divise tra i due rami familiari (i Porsche e i Piëch, appunto) in modo tale da conservare l’equilibrio su cui si regge l’impero. Tramite una fondazione a lui riconducibile, l’ex patriarca manterrà un pacchetto molto ridotto (stimato in meno dell’1%) in Porsche SE, holding che controlla il 52% di Volkswagen. L’èra del 79enne manager austriaco volge al termine, anche se l’addio arriva a tappe. All’assemblea di maggio a Stoccarda, Piëch dovrebbe essere riconfermato a sorpresa consigliere di sorveglianza di Porsche SE (l’ultimo incarico che ancora ricopre nella galassia Vw), anche se dovrebbe trattarsi di una proroga a termine: resterà al proprio posto finché non verrà completata la cessione del suo pacchetto azionario. Piëch, nipote dell’inventore del Maggiolino Ferdinand Porsche, ha giocato per decenni un ruolo chiave all’interno di Vw: nel 1988 è salito alla guida di Audi, per poi passare nel 1993 ai vertici di Volkswagen, restando amministratore delegato fino al 2002, anno in cui è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza di Vw. Due anni fa la prima svolta: dopo aver perso uno scontro di potere interno con l’allora ad e suo ex pupillo, Martin Winterkorn, Piëch si è dimesso da numero uno dell’organismo di vigilanza. Alcune settimane fa, la seconda svolta, quella che ha spinto le due famiglie a metterlo di fatto alla porta: Piëch ha spiegato agli inquirenti di Braunschweig che indagano sul Dieselgate di aver parlato con Winterkorn delle manipolazioni software sui motori diesel già nel febbraio 2015, molto prima, cioè, di quanto ammesso finora dall’ex ad e di averne discusso anche con diversi consiglieri di sorveglianza. Una dichiarazione che ha provocato forti malumori tra le due famiglie, in quanto smonta la linea difensiva di Winterkorn & Co., che finora hanno sempre dichiarato di essere venuti al conoscenza del Dieselgate solo nel settembre 2015. Wolfgang Porsche, presidente del consiglio di sorveglianza di Porsche SE e cugino di Piëch, si era lasciato andare un mese fa al Salone di Ginevra a una laconica dichiarazione: i familiari non si possono scegliere.

L’Ue: addio al roaming confermato il 15 giugno Gli operatori italiani sono avvisati: la fine dei costi extra del roaming arriverà come previsto il 15 giugno, senza rinvii, e chi non sarà pronto rischia «sanzioni». Parola del numero uno delle tlc alla Commissione Ue Roberto Viola, direttore generale della Dg Connect che ha ricordato che deroghe di un anno riguarderanno solo quegli operatori che avessero perdite superiori al 3%. In Italia, però è «molto poco probabile» che i colossi, da Tim a Wind, rientrino in questo caso. Tra l’altro il nuovo concorrente in arrivo in Italia, il francese Free, si è «già adeguato» alle tariffe a zero roaming, ha avvertito. A rischio potrebbero essere alcuni operatori virtuali. Per chi pensasse invece di fare il furbetto abusando del roaming illimitato, c’è la possibilità per gli operatori di far pagare un costo in più.

In Italia sono colpite oltre 6 mila persone Sla, Torino e Milano scoprono la proteina che predice l’aggressività della malattia Un passo avanti, tra Torino e Milano, che apre la strada a terapie efficaci, e mirate, nella cura della Sla: in Italia la Sindrome Laterale Amiotrofica colpisce oltre 6 mila persone. Protagonista dello studio, pubblicato sulla testata scientifica internazionale JAMA Neurology, è una proteina in grado di “predire” l’aggressività e quindi la progressione di una delle malattie più gravi e più note. E’ l’esito di una ricerca del Centro Clinico NeMO in collaborazione con il Centro CRESLA dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Anche in questo caso, il fattore-tempo è essenziale. La misurazione nel sangue nelle fasi iniziali della malattia della proteina C-reattiva, una molecola conosciuta da tempo e facilmente dosabile, può essere utilizzata per prevedere l’andamento della Sla. Questo perchè ad alti valori di questa proteina sono associati una più rapida progressione della malattia e una ridotta sopravvivenza. Non solo: in futuro questa proteina potrà diventare una risorsa per selezionare pazienti potenzialmente rispondenti a specifiche molecole mirate alla modulazione della cosiddetta neuroinfiammazione, la componente infiammatoria che si scatena nel sistema nervoso quando è colpito da malattie neurodegenerative. Come la Sla. Già oggi è in corso negli Stati Uniti uno studio su pazienti con alti livelli di questa proteina per verificare l’efficacia di uno specifico farmaco in grado di modulare l’attività delle cellule-chiave nei processi neuroinfiammatori. La proteina C-reattiva è prodotta dal fegato e dalle cellule adipose, cioè del grasso corporeo. Nella fase più acuta di alcune patologie, nei processi infiammatori e dopo gli interventi chirurgici, è prodotta in misura superiore al normale, raggiungendo una maggiore concentrazione nel sangue. In generale l’aumento di questa sostanza nel sangue è associato a situazioni in cui l’organismo è sottoposto a forti stress. Ebbene: i ricercatori dei due Centri hanno individuato la relazione tra alte concentrazioni di proteina C-reattiva, il forte processo infiammatorio in corso nell’organismo e l’aggressività della malattia nei diversi pazienti. Come? Analizzando i dati raccolti nella sperimentazione di un nuovo farmaco, che ha una funzione di modulatore dell’attività di cellule implicate nei processi infiammatori. Il farmaco in questione è risultato efficace solo su una parte dei pazienti coinvolti nello studio: tutti quelli che rispondevano alla terapia presentavano un alto livello di proteina C-reattiva nel sangue. Nel contempo sono stati presi in considerazione i dati della storia clinica di tre gruppi differenti di pazienti provenienti da Lombardia e Piemonte e si è osservato che ad alti livelli di proteina C-reattiva corrisponde un quadro clinico più grave. Da ultimo, è stato rilevato che la sopravvivenza alla malattia in questi pazienti era più breve. «La ricerca sulla Sla si orienta verso l’individuazione di meccanismi regolatori del processo degenerativo della malattia, la neuroinfiammazione è uno dei meccanismi più interessanti», spiega Adriano Chiò, responsabile del Centro Regionale Esperto per la Sla della Città della Salute. Mentre per Christian Lunetta, neurologo del Centro Clinico NeMO, «comprendere il ruolo dell’infiammazione nella progressione della malattia sarà fondamentale per sviluppare terapie efficac.

Il parco giochi che fa lavorare i bimbi “Entrate e diventerete adulti” A Lisbona, in uno dei 24 “Kidzania” sparsi in tutto il mondo, in cui i più piccoli possono trasformarsi per un giorno in dentisti o cuochi. Ma non a tutti i genitori piace.

COINVOLTI CIPRO E GRECIA Via al gasdotto sottomarino Israele-Italia .

SI AVVICINA IL VIA LIBERA AGLI AIUTI DI STATO MA SALE IL CONTO DEL SALVATAGGIO. LA BCE: I DUE ISTITUTI SONO SOLVIBILI Banche venete, servono 6,4 miliardi Vertice a Bruxelles con il Tesoro e la Ue. Per Veneto Banca rosso di 1,5 miliard.

“Seminiamo le lenticchie per rivivere dopo il sisma” Dopo 5 mesi i trattori raggiungono l’altopiano: “Si riparte” Ma le strade restano ancora chiuse e inaccessibili ai turisti.

“Il mio Venezuela è isolato E la gente muore di fame” La denuncia dell’oppositore Ledezma: l’Onu intervenga .

Al Sisi alla Casa Bianca Alleanza anti-terrorismo Trump riavvicina l’America all’Egitto dopo il gelo con Obama.

La denuncia dopo l’ennesimo atto vandalico L’odissea del disabile “Mi perseguitano per un parcheggio” L’ultimo affronto: uno sfregio sul posto auto riservato Nuovo messaggio Il posto auto di Michele Azzarito in via Nizza sabato sera è stato oggetto di un atto vandalico Il mio purtroppo non è un caso isolato Sono molti i disabili con un posto auto che vengono presi di mira Michele Azzarito attore ANDREA ROSSI La storia Una settimana dopo aver ottenuto il parcheggio sotto casa sono cominciati gli atti vandalici, sto pensando di rinunciare ma non è giusto .

Smat: il ministero ha tagliato i fondi Quel fiume di droga che nessuno controlla da quasi tre anni D ue anni fa Torino era stata ribattezzata «la capitale delle droghe da sballo». Seconda soltanto a Roma, grazie a una media, al ribasso, di 40 pastiglie di ecstasy consumate al giorno ogni mille abitanti. A cui si devono aggiungere le 33 dosi giornaliere di marijuana e le 5 di cocaina, di cui sembrava farne uso un torinese ogni trecento. Cifre fornite dal centro ricerche Smat, che attraverso il depuratore di Castiglione Torinese tiene d’occhio gli scarichi di due milioni e mezzo di abitanti. E da qui riesce a stimare, in maniera assolutamente attendibile, il consumo di stupefacenti che si riversano, attraverso l’urina, nelle acque del Po. Consumi stabili La notizia di una città in grado di digerire qualcosa come 35 mila dosi - media sempre giornaliera, peggio di Bologna, Milano e Napoli - era rimbalzata su giornali e tv nell’agosto 2015, anche se le ricerche erano state effettuate l’anno precedente. E confermava i risultati preoccupanti dell’analisi condotta già nel 2008, quando sì cambiava la distribuzione delle sostanze, ma non il volume generale dei consumi. E oggi cosa raccontano le acque del fiume? Nulla, visto che lo studio è stato sospeso. Oppure, per usare le parole dell’amministratore delegato di Smat, Paolo Romano, «I controlli del centro ricerche sulla qualità dell’acqua che arriva al depuratori di Castiglione sono continui. Nessuno, però, ci ha più chiesto di elaborare i dati relativi ai metaboliti, attraverso cui si riesce a fornire una valutazione indicativa degli effettivi consumi di sostanze stupefacenti tra la popolazione». Una montagna di soldi Già lo scorso giugno gli investigatori erano riusciti a sequestrare il bottino della banda: poco meno di un milione sempre stato quello di strumento di supporto - dice Romano - Le indagini avevano cadenza biennale ma, dopo il 2015, il nostro centro non ha più ricevuto richieste per proseguire nel progetto». E il motivo sembra essere tutto di natura economica. Perché le ricerche costano e dopo il 2014 il ministero ha deciso di tagliare i finanziamenti dedicati ad «Aqua Drugs». Romano è deluso? Per ora prevale la diplomazia. «La società è impegnata su tanti fronti. Certo la ricerca forniva dati precisi, ottimi per studiare un fenomeno che in ogni caso non ha mai dimostrato flessioni significative nel corso degli anni». Nelle scuole Ecco perché, sempre tre anni fa, lo stesso Dipartimento aveva chiesto a Smat informazioni ancora più dettagliate. Non più riferite a un bacino generico di 2,5 milioni di persone, piuttosto a una «categoria» particolare di torinesi: quella degli studenti. «È stato un lavoro lungo e difficile: dovevamo campionare gli scarichi in uscita dei principali istituti scolastici della città. I prelievi sono durati diversi mesi». E con quali risultati? Anche questo non si sa. Perché le cifre sono «sensibili» e soprattutto incomplete. «I dati già elaborati dal centro ricerche sono stati inviati direttamente a Roma. Avevamo il divieto assoluto di divulgarne i dettagli e le ragioni sono piuttosto evidenti. C’era di mezzo la privacy dei ragazzi e anche la reputazione delle stesse scuole, che poteva essere in qualche modo danneggiata». La ricognizione, in ogni caso, non è mai stata completata. «Colpa dell’interruzione improvvisa dei fondi, che non ha consentito di concludere il monitoraggio».

Un ex insegnante paraplegico Il broker infedele ha svuotato il conto dell’amico invalido E t voila. Dopo le ampie rassicurazioni di una settimana fa. Dopo le ammissioni davanti al magistrato. Dopo tutto questo riecco Ivan Mingolla, il broker sparito, tornato e accusato di aver fatto man bassa di soldi dai conti dei risparmiatori. Stavolta la vittima non è un imprenditore. Ma un uomo di 79 anni che la poliomielite ha costretto sulla sedia a rotelle. È un ex insegnante, amico di famiglia della moglie del broker. Il conto di quest’uomo - che un giorno la fortuna aveva baciato con un’eredità da circa 900 mila euro - è stato prosciugato. Era in banca Leonardo, gestione Mingolla, il banker di fiducia dell’insegnante in bancarotta. Anziano, non più in grado di camminare, ha scoperto tutto per caso, leggendo sul giornale che «Ivan » era sparito. E così ha chiamato in banca per un bonifico. Gli hanno detto qualcosa del tipo: «Caro signore il suo conto è a zero. Anzi in negativo». E poi gli hanno inviato un funzionario, per prendere visione delle carte che tato nella denuncia consegnata al pm Buffa - erano «tutte false». Cerano il timbro della banca, la firma del broker, ma i numeri erano inventati. In che modo il broker sia riuscito a prosciugare i conti è ancora un mistero. Di certo il pensionato si fidava: «Sa com’è: i genitori della moglie di Ivan erano rimasti in relazione con la mia povera moglie». Se abbia preso tutto in una volta, o abbia centellinato i «prelievi», questo ancora non si sa. Sta di fatto che non ha neanche pagato i contributi per le due badanti del pensionato: pure le ricevute di pagamento erano false. E dire che, qualche giorno fa, dopo il rientro dal Brasile, Mingolla aveva detto: «Ho preso i denari solo da quelle quattro persone». Uno era un parente della new entry dei derubati. Aveva insistito: «In Brasile sono stato da amici che si occupano di salvare i bimbi delle favelas». Ora c’è qualche dubbio sulla genuinità della ricostruzione. Stabilire, infine, quanti soldi si siano volatilizzati dal conto un tempo cospicuo dell’insegnate, è un problema. Di certo è che l’ultima rendicontazione - su carta della banca Leonardo - attestava la presenza di circa 300 mila euro. Dicono fosse falsa anche quella. Frida Scicolone, l’avvocato del pensionato, è ovviamente furibonda. «Il silenzio della banca - dice - è assordante. Serietà imporrebbe l’immediato versamento, in favore di ogni persona offesa, di un indennizzo quale acconto sul danno da quantificare». Su Mingolla, invece, neanche una parola: la storia si commenta da sola. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Indagini in corso Gli accertamenti di carabinieri e Guardia di Finanza non sono ancora terminati Ma Ivan Mingolla continua a dire che i soldi spariti dai conti in banca Leonardo sono circa 5 milioni AP ». nti rso on ceini. ». ato i laai operapoi i anon usciti da ato arvo si riteDetto da uno come lei che era considerato un abile broker è anomalo. Perché è scappato? «Sono scappato non per nascondere i soldi, ma perché stavo male. Il bubbone era esploso. Ed era un disastro». Possibile? «Guardi: prima volevo suicidarmi. Poi ho scelto di andarmene. Ho fatto la valigia e sono partito: ho comprato il biglietto per il Brasile, per Napal, il giorno che sono partito». Perché proprio il Brasile? «Lì ho degli interessi. E amici di una onlus che si occupa di favelas. Sono stato da loro tutto il tempo». E sua moglie? «Mia moglie sapeva che ero in Brasile. Ci sentivamo». E sapeva che era nei guai? «Sapeva certo. Le avevo detto che c’erano dei problemi al lavoro». E dei soldi spariti? «Ma no, certo che no». E che interessi ha in Brasile? «Mah avevo delle cose laggiù. Ma niente di che». Vabbè, torniamo ai soldi spariti. Che fine hanno fatto? «Li ho bonificati agli investitori. Quelli che mi hanno causato i disastri finanziari». Sicuro che non ci sia nulla di collegabile a lei? «Guardi è tutto nero su bianco. E non sono fuggito con la sacca IL RITORNO DEL BROKER SCOMPARSO “Investivo i soldi dei clienti in attività extra bancarie” Parla Ivan Mingolla : “Non sono un ladro, ho sbagliato le operazioni” Dicono che ho bruciato più di dieci milioni Non è così: la verità è che sono anche meno della metà La sua verità «Dicono che ho preso i soldi di una Ferrari da 700 mila euro: può essere che facciano parte del pacchetto di cattivi investimenti. Ma io quell’auto non l’ho mai trattata» La scorsa settimana l’intervista a Ivan Mingolla appena rientrato dal Brasile Sulla «Stampa» Mingolla - «sempre così gentile, così a modo» - gli portava di tanto in tanto per tenerlo informato dell’andamento dei conti. Quelle carte, a detta del funzionario - ampiamente ci

La Cassazione scagiona il manager Gruppo Gavio, assolto Binasco “Quei versamenti erano legali” I soldi ricevuti dall’ex manager Giorgio Ardito erano una «buonuscita». Nessuna appropriazione indebita del denaro del «Gruppo Gavio» da parte di Bruno Binasco. Nessun reato. Tutti assolti. La Corte di Cassazione ha chiuso la vicenda legata ai 115 mila euro pagati da Binasco all’ex direttore del settore ambiente della Sitaf. Ardito nel 2011 aveva già incassato l’assoluzione in appello, dopo una condanna a un anno e 5 mesi. Per Binasco, però, era rimasta la condanna a 4 anni, che dimezzava quella di primo grado perché alcuni episodi erano prescritti. È probabile che la Cassazione abbia accolto le argomentazioni dei difensori (Umberto Giardini e Alessandro Mazza): Binasco aveva agito nell’interesse del «gruppo Gavio», o comunque non per interessi personali.

Ex detenuto bloccato ieri dai carabinieri in via Avigliana Si presenta dall’avvocato con pistola e coltelli Dopo aver scontato il carcere per l’omicidio del fratello cerca di rintracciare il legale di parte civile.

La sentenza della corte d’assise Era in fuga da guerra e fame l’hanno ridotta in schiavitù Coppia condannata a 11 anni È scoppiata a piangere, alla lettura della sentenza che l’ha condannata a 11 anni, 5 mesi e 15 giorni di carcere, Silvia Lehau. Il suo fidanzato Dylaver Dema, anche lui sul banco degli imputati, anche lui condannato ieri dalla Corte d’Assise di Torino, è invece rimasto imperturbabile. Lei, moldava venticinquenne, e lui, albanese di 35 anni, sono stati giudicati colpevoli di aver ridotto in schiavitù una giovane moldava, di averla portata in Italia dall’Est e costretta a prostituirsi, tra Bairo e Torino, spesso anche senza preservativo per alzare il prezzo. La storia La ragazza era arrivata nel 2014, con la speranza di scappare dall’indigenza in cui viveva nel suo Paese. «Da piccola cercavo il ferro per venderlo, non avevo di che mangiare, dormivo dove capitava», aveva raccontato ai carabinieri di Castellamonte, che avevano raccolto la sua deposizione. L’aveva raccontato in un italiano stentato, perché non sapeva né leggere, né scrivere. Attirata in Italia con la vana promessa di diventare baby– sitter, si era ritrovata imprigionata in un alloggio, picchiata, senza documenti, con il cibo razionato, minacciata con una pistola nascosta in buco nella vasca da bagno, schiava di una banda di sfruttatori. L’accusa Per il pm Livia Locci e per l’avvocato di parte civile Rossella Benedetti, che rappresenta l’associazione «Differenza Donna», non ci sono dubbi. «Non è necessario essere incatenati per essere ridotti in schiavitù - tuona il magistrato -. La giovane, oggi ventunenne ma appena diciottenne all’epoca dei fatti, era in uno stato di soggezione continuativa, con minacce, violenze e inganni. I suoi aguzzini hanno approfittato della sua inferiorità fisica e psichica, della sua situazione di vulnerabilità e di necessità». Anche perché la ragazza, gracile e indifesa, non aveva nessuno vicino: la madre è un’etilista e il padre si è impiccato quando lei aveva 16 anni. La difesa Ma per Wilmer e Manuel Perga, gli avvocati di Lehau e Dema, la riduzione in schiavitù non c’è stata. «La donna non è stata attendibile nelle sue plurime dichiarazioni, come dimostrano alcune prove documentali che abbiamo prodotto - dicono -. Abbiamo dimostrato che lei avesse più cellulari, le chiavi di casa, conversasse via chat con alcuni amici in Moldavia». La sentenza «Questa è una sentenza che non sta né in cielo, né in terra», aggiunge uno dei tre difensori, Mario Tartaglia, del Foro di Milano. «E l’appello ci darà ragione». Per ora, però, i giudici hanno emesso la sentenza. Più dura delle richieste del pm: nove anni per l’uomo, sette per la sua complice. Per la Corte la riduzione in schiavitù c’è stata, con l’aggravante dello sfruttamento della prostituzione. Esclusa, invece, l’ipotesi che la vittima abbia contratto il virus dell’Hiv durante quei due mesi sulla strada. Mesi di terrore, conclusi nel dicembre 2014 quando la donna ha sporto denuncia, accompagnata da altre due squillo, alle quali, dopo una lite per il marciapiede, aveva raccontato la sua storia. «Con il suo coraggio e la sua caparbietà - sottolinea l’avvocato Benedetti - ha aiutato altre donne». 

Sentenza storica Rimborsava il volo cancellato ma non i trasferimenti Il giudice condanna Ryanair Volo cancellato. Ma il cliente aveva già pagato, compreso il trasferimento dall’aeroporto all’albergo. La compagnia aerea ha risarcito. Salvo la tariffa del taxi. Una causa da 50 euro. Il cliente l’ha fatta. E ha vinto. È la prima volta che un giudice si esprime a riguardo. Così, questa vicenda potrebbe diventare un precedente (pur se non vincolante) da invocare in situazioni dello stesso tipo. Tutt’altro che rare. La storia ha come protagonisti il cliente Alessandro Lazzari, avvocato, e la compagnia «Ryanair». La vicenda risale al 15 agosto 2013, quando Lazzari aveva acquistato un paio di biglietti per il volo andata e ritorno Cuneo-Marrakech e il viaggio di trasferimento dall’aeroporto all’albergo, anche questo andata e ritorno. Un acquisto fatto con notevole anticipo, dato che la vacanza era dal 3 al 7 dicembre. In tutto, 596 euro e 60 centesimi, pagati con carta di credito. Quel volo non è mai decollato. «Ryanair» ha annullato tutto. I clienti hanno potuto scegliere tra il rimborso e un viaggio «riprotetto» da un altro operatore. Lazzari ha scelto il rimborso. Mancavano, però, 50 euro. Chiesti via fax. Nessuna risposta. Il cliente-avvocato ci ha pensato un po’, se l’è presa comoda e a fine gennaio di quest’anno ha avviato un particolare procedimento europeo per controversie di modesta entità con aziende che abbiano sede in altri Paesi dell’Unione. A patto che la materia del contendere non superi i 2 mila euro (diventeranno 7 mila dal prossimo luglio). La logica è semplice: per cifre piccole, nessuno avvierebbe una causa contro una multinazionale, con spese di giudizio imponenti da sommare alle parcelle degli avvocati e alle eventuali trasferte per raggiungere i Paesi dove le società hanno sede legale. E questo non sarebbe giusto. Per accedere alla procedura, basta scaricare da internet il modulo, compilarlo nella propria lingua e consegnarlo alla cancelleria del Giudice di pace. Lazzari si è affidato alla collega Paola Cisiano, che ha consegnato in viale dei Mughetti la pratica finita sul tavolo del giudice Daniela Volpes. Secondo lei, la restituzione dei 50 euro «appare dovuta e conseguenziale all’annullamento del volo». In caso contrario, ci sarebbe un «ingiustificato arricchimento» di «Ryanair». Alla cifra, poi, vanno aggiunti gli interessi e le spese legali, oltre al «costo dei solleciti stragiudiziali». In tutto, poco meno di 400 euro..

Il traffico era gestito via App su telefoni sempre diversi Così 270 chili di coca sono arrivati a Torino Partita da Rotterdam finiva nei sacchi di cemento. In manette i complici della banda arrestata a giugno.

04.04.17

 

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IL VALORE DELLA VITA

L’altra mattina ha visto tutto nero e la vita gli è sembrata un ostacolo insuperabile. E, così, C.Q. 51 anni, sposato con due figli, ha deciso di farla finita. Il suo corpo, che penzolava da uno dei pilastri della ditta «Fratelli Rosati» di Leini, leader nella produzione di impianti di ventilazione, lo hanno trovato i colleghi. Sono loro che hanno raccontato ai carabinieri come: «Ultimamente C. era stressato dal lavoro, non ce la faceva più, diciamo che viveva male. Aveva troppa responsabilità, troppi casini...». Il nuovo incarico Il cinquantunenne, che lavorava nella fabbrica di via Torino 272 da oltre una decina di anni, da poco era diventato responsabile dell’organizzazione del magazzino. Un incarico che, forse, per lui era troppo gravoso. Anche perché, da quando la ditta era stata acquisita da un gruppo tedesco, i metodi e le tempistiche di lavoro sarebbero cambiate. Il 51enne non ha lasciato scritto nulla e, come hanno ripetuto i compagni agli investigatori: «Nessuno di noi poteva pensare che sarebbe arrivato a farla finita, nonostante tutti i problemi che potesse avere». Prima fra tutti la moglie, che era impiegata nello stabilimento vicino, sempre della «Fratelli Rosati», dove lavorano un centinaio di addetti. Era stato in cura In passato C. Q. era stato in cura per una forte depressione e, anche ora, doveva fare i conti con la pressione troppo alta. Una patologia che, ultimamente, lo aveva pure costretto a restare qualche giorno a casa, in mutua. I cancelli della Rosati, fondata più di ottant’anni fa, sono chiusi: «Su questa vicenda non abbiamo nulla da dichiarare». Leini “Troppo lavoro” Si impicca nella fabbrica FOTO COSTANTINO SERGI Le indagini I vertici dell’azienda sono stati convocati per lunedì prossimo dai carabinieri di Leinì che hanno già acquisito la cartella clinica della vittima e, nelle indagini, sono coordinati dal pm della Procura di Ivrea Lea Lamonaca. In pratica gli inquirenti cercheranno di chiarire se C. Q. avesse mai esternato a qualcuno dei responsabili le sue ansie e le sue inquietudini derivate dalla sua nuova mansione. Anche perché lui, tra l’altro, era considerato competente, un dipendente diligente. Ora nella casa di Leini di C.Q. c’è spazio solo per un dolore improvviso e devastante che ha sconvolto la vita di tante persone. È un via vai di amici, di colleghi e di parenti che, tra le lacrime, cercano di offrire un po’ di conforto alla moglie e ai due figli ancora minorenni del 51enne. Un uomo mite che amava la famiglia, tifava per la Juve e aveva una grande passione per i rally. Competizioni che, sovente, amava seguire lungo i tracciati. Ieri, intanto, la Procura ha dato il nullaosta per i funerali

GRAN BRETAGNA Il conto salato per le università La Brexit fa scappare i giovani Tra gli stranieri dell’Imperial College: “C’è un’incertezza enorme” Solo a Cambridge calo del 14%. L’incognita di Erasmus e fondi Ue.

STATI UNITI Effetto Trump anche ad Harvard Grande fuga dei cervelli stranieri Molti studenti ammessi rinunciano. Gli atenei lanciano l’allarme: chiediamo al Presidente di moderare la retorica sull’immigrazion.

nUn giudice della California ha dato il via libera all’accordo secondo cui Trump risarcirà con 25 milioni di dollari un gruppo di persone che denunciò per frode la sua università. La sentenza mette fine a una disputa durata sette anni e basata sul fatto che alla Trump University, aperta nel 2005, veniva contestato di far pressioni sugli studenti perché acquistassero corsi e lezioni di economia e imprenditoria.

Dall’Italia al Niger cinquanta milioni per blindare i confini L’accordo firmato dal premier Gentiloni a Roma Obiettivo: frenare i migranti verso il Mediterraneo.

I rifugiati diventano operai “Il mercato ha bisogno di noi” Sono 40 i migranti assunti nei cantieri navali grazie ai corsi professionali.

Standard & Poor’s: preoccupa il possibile deterioramento della liquidità Rivisto il rating di Torino L’outlook adesso è negativo.

La politica dei risparmi investirà anche le associazioni sportive Tagliati i fondi al canile Enpa “Ma i servizi sono garantiti”.

03.04.17

 

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IMMIGRAZIONE INCREDIBILE

Immigrati, 500 mila lavoratori fantasma Boom di sommerso senza decreti sui flussi Lo studio Inps: l’occupazione straniera non ha legami con i salari bassi Accettano professioni umili, sono flessibili e non rubano il posto a nessuno.

Libia, le tribù del Sud siglano la pace e si impegnano a bloccare i migranti L’Italia garante dell’intesa, firmata al Viminale dopo una maratona di 72 ore Decisivo il ruolo del ministro Minniti con i leader di Tebu, Suleyman e Tuareg.Le lotte fra clan beduini del deserto che segnano il destino del Paese Il regime del Colonnello era riuscito a neutralizzare le rivalità tribali Poi con la sua caduta nel 2011 il conflitto nel Fezzan è riesploso.Le lotte fra clan beduini del deserto che segnano il destino del Paese Il regime del Colonnello era riuscito a neutralizzare le rivalità tribali Poi con la sua caduta nel 2011 il conflitto nel Fezzan è riesploso.5 milioni Sono gli abitanti della Libia, che arrivano anche a 6,5 milioni, se si contano i migranti 400 mila Le tribù della Libia sono 140, le tre principali, Tebu, Tuareg e Suleyman, radunano 400 mila persone.

Lo Stato mette all’asta 8 mila ettari da coltivare Il ritorno dei giovani alla terra Boom sul sito della “Banca” per comprare superfici incolte.

L’autogolpe di Maduro e l’assalto al Parlamento in Paraguay stanno alimentando l’instabilità e le tensioni nel Continente E dopo l’illusione del boom economico anche il Brasile è in bilico.rie prime e oggi ne sconta la caduta senza aver approntato riforme e interventi che modificassero le vecchie strutture sociali ereditate dalla cultura politica del tempo della colonia: in ogni frontiera, il mancato radicamento di una borghesia nazionale ha consegnato il potere all’esercizio di una lotta tra oligarchie dove il confronto si fa scontro di fazioni che puntano a perpetuare la gestione degli interessi di parte, sorda a qualsiasi progettualità pur vagamente «nazionale». La Revolución è un progetto collettivo, e per ora, invece, ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto.  L’autogolpe di Maduro e l’assalto al Parlamento in Paraguay stanno alimentando l’instabilità e le tensioni nel Continente E dopo l’illusione del boom economico anche il Brasile è in bilico  il caso Controrivoluzione America Latina  200 arresti Dopo gli scontri ad Asunción, capitale paraguaiana La sede del Parlamento è stata data alle fiamme Paraguay Il Parlamento venerdì notte è stato preso d’assalto dopo che il Senato ha approvato una legge che facilita la ricandidabilità dei capi di Stato. Nei disordini un giovane è stato ucciso da un colpo di pistola esploso da un poliziotto. Le persone arrestate delle forze dell’ordine sono state oltre duecento. Argentina Negli ultimi mesi ci sono stati numerosi cortei contro il governo Macri. Migliaia di persone sono scese in piazza contro il suo decreto che colpisce i migranti. Hanno scioperato anche maestri e medici per chiedere aumenti salariali. I manifestanti hanno poi protestato contro l’ondata di licenziamenti e i tagli alle politiche sociali. Brasile Le proteste di massa contro l’austerity decisa dal governo Temer hanno coinvolto decine di città. Migliaia di manifestanti sono scesi in strada anche contro la riforma del lavoro e delle pensioni. Il Brasile sta attraversando una grave crisi economica: ci sono 13 milioni di disoccupati e il prodotto interno lordo è in calo del tre per cento. Venezuela Vive una recessione fortissima. La crisi economica innescata dal crollo del prezzo del petrolio ha portato l’inflazione, tenuta «segreta» dal governo, a cifre vicino al 700% secondo il Fmi. Scarseggiano cibo e medicinali, mentre la gente scende in piazza per denunciare la corruzione e chiedere nuove elezioni. Ecuador Oggi c’è il ballottaggio per le presidenziali. Guillermo Lasso, il candidato dell’opposizione, ha agitato i fantasmi di un «contagio» in arrivo dal Venezuela in caso di vittoria del delfino di Correa, Lenin Moreno. Assange potrebbe essere espulso dall’ambasciata ecuadoregna di Londra dove vive dal 2012.

LE MISURE DEL GOVERNO NEL DEF Meno costi sul lavoro Un miliardo di sgravi per assumere i giovani under 35 Bonus per le imprese fino a un massimo di 3 anni ma i ragazzi dovranno avere un contratto stabile .

I tre punti della vicenda S ono sicuro che morirò senza aver visto il rimborso». Il signor Paolo Linguanti, 82 anni, abita al primo piano di un palazzo della semiperiferia di Torino, città in cui vive dagli Anni 50. A Parella, un tempo borgo di cascine, quartiere residenziale dagli anni del boom. Alle pareti del tinello le foto dei nipoti e di Papa Francesco. «Solamente dopo il recupero e il trasferimento da parte della Regione delle somme da lei anticipate potremo liquidarle la quota di contributo a lei spettante». È quanto riporta l’ultima lettera, in ordine di tempo, che il signor Linguanti ha ricevuto da Atc, l’ente delle case popolari, che si occupa di istituire le pratiche sia per i suoi inquilini che per chi vive in alloggi privati. Un messaggio di risposta automatica che rimbalza i disabili. «In alcun modo possiamo incidere nelle procedure e nelle tempistiche di reperimento fondi, che competono esclusivamente alla Regione», è scritto nella missiva. Alla legge sulle barriere architettoniche la Regione Piemonte ha persino dedicato un indirizzo mail specifico. Ma quella legge montascale, Linguanti sarebbe rinchiuso in casa e non potrebbe nemmeno raggiungere il vicino parco della Tesoriera, un gioiello che oltre alla villa settecentesca ospita una bocciofila spontanea, sua meta. Uscire di casa, col bastone o la carrozzina, è ogni volta una procedura complicata e faticosa. Ad aiutarlo a ogni passo c’è la moglie Immacolata, Mimma, 83 anni, che da giovane gestiva una ricevitoria del Lotto e adesso è attiva nella parrocchia. Lui è nato in Sicilia, lei a Napoli. È stato poliziotto, prima in Questura, poi nelle Ferrovie. Si occupava di vigilanza e ancora ricorda quella notte in cui fece la scorta a un treno «puzzolente»: i vagoni erano pieni di tartufi. Poi è ha cambiato lavoro ed è diventato autista di tram. Due figli, uno in Svizzera coi nipotini che i nonni vedono crescere in webcam. Una vita tranquilla,C’è una legge ma mancano i soldi I disabili restano senza ascensori Da 12 anni il governo non paga i rimborsi per gli interventi nelle abitazioni private I ntanto, nell’incertezza, i Comuni continuano a raccogliere domande, con tanto di 16 euro di marca da bollo, che resteranno inevase chissà per quanto. Quando sono venuti meno i fondi nazionali, nel 2005, i governi locali si sono aggiustati con risorse proprie. Anche una sentenza della corte costituzionale demanda alle Regioni. Le quali l’hanno fatto, come e fino a che hanno potuto. Normativa «fantasma» Sul sito del Comune di Palermo si legge che visto il taglio di fondi «le domande sono accolte con riserva». Più esplicito il sito regionale: «La Regione siciliana non ha mai istituito il capitolo di riferimento e le graduatorie 2009, 2010 e 2011, approvate e pubblicate, non sono state liquidate». Sul sito della Calabria l’ultima lista approvata risale al 2012, sulle domande di due anni prima. Su quello Veneto si dice che «la legge resta in vigore, ma i capitoli non presentano necessario finanziamento». Diritti sulla carta, negati nella realtà. «Le richieste delle persone in graduatoria in Emilia Romagna ammontano a 35 milioni, in Lombardia a 85, più o meno tutte le Regioni sono in queste condizioni», spiega Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore al welfare dell’Emilia. Gli enti regionali hanno chiesto al ministro alle infrastrutture Graziano Delrio di intervenire. L’anno scorso gli hanno consegnato un documento con le graduatorie e le richieste di ogni regione. Una stima non ufficiale parla di 300 milioni. «Il governo ci ha detto che sta valutando due strade - dice Gualmini - una sanatoria per pagarle tutte o, più probabilmente, almeno in parte». La promessa del governo E qualcosa sembra muoversi. «Nella legge di stabilità è stato previsto di ripristinare il fondo per i contributi», assicurano dal ministero delle infrastrutture. Ancora non si sa a quanto ammonterà («sarà gestito direttamente dalla presidenza del Consiglio», dicono). Un impegno che fa ben sperare. Per ora resta la distanza. «Se lo Stato non finanzia, non raccoglieremo più domande - riflette Augusto Ferrari, assessore alle politiche sociali del Piemonte siamo bersagliati dalle proteste». E aggiunge: «I contributi sono nella commissione infrastrutture, invece che nelle politiche sociali, è un altro limite». Il caso piemontese In Piemonte il fabbisogno è di oltre 8 milioni. Bisogna ancora finanziare 200 domande del 2010. Poi si potrà passare al 2011, con 724 domande: si tratta di disabili totali, passati davanti a quelli parziali. Anche questi ultimi sono in graduatoria, sono 1131, ma le loro domande, approvate, sono finite in cavalleria. C’è poi un caso curioso, un rimpallo tra Regione e FABRIZIO ASSANDRI TORINO SEGUE DALLA PRIMA PAGINA Senza fondi Nei siti della Regioni si spiega che la legge è ancora in vigore, ma i capitoli di spesa non presentano i necessari finanziamenti 300 milioni Secondo una stima sono i fondi mancanti per rimborsare gli interventi nelle case dei disabili Disabile al 100% Paolo Linguanti, 82 anni, abita al primo piano di un palazzo residenziale torinese GIANNI CONGIU/BUENAVISTA “Ho pagato 12 mila euro il montascale Morirò senza averli indietro” Torino, l’ex poliziotto ammalato di restringimento spinale no a che non si è ammalato di restringimento spinale, ormai decenni fa. Ha una disabilità al cento per cento. Ogni movimento gli costa enormi sforzi. Ma è sempre di buon umore. Linguanti si fa due conti. «Abbiamo speso circa dodici mila euro per ascensore e montascale, contavamo su quel rimborso, la mia pensione mica è ricca». Quando consegnarono il plico con tutti i documenti della burocrazia, compreso l’Isee da quando i contributi vengono dati non a tutti, ma ai meno abbienti. «Mi fu detto che i soldi dipendevano dagli stanziamenti e che avrei dovuto aspettare anche un anno e mezzo». Lo Stato gli ha riconosciuto il diritto, ma di anni ne sono passati sei e ancora non se ne sa nulla. Lettere su lettere hanno avuto come unico effetto quello di sbattere contro un muro di gomma. «Me lo avessero detto subito: almeno l’avrei saputo e chissà, magari avremmo fatto altre scelte. Saremmo potuti andare in una casa al piano terra. Se mai quei fondi arriveranno, comprerò lo champagne per far festa coi vicini di casa». Atc, che vuole utilizzare i risparmi per le barriere nelle case popolari: «La Regione ci ha autorizzati, ma non ha sbloccato il finanziamento di 1,2 milioni».Quest’agonia sembra aver scoraggiato le domande. A Torino sono passate dalle 170 del 2011 alle 46 del 2016. Una sola, ad oggi, per il 2017. «Da anni ci battiamo - racconta Salvatore Garofalo, del coordinamento H per disabili di Palermo -, penso a quanti, spaventati dal dover pagare interamente i lavori con tanto anticipo, e non se lo possono permettere, finiscono per rinunciare a un diritto». (Ha collaborato Franco Giubilei) ora suona come una beffa. La domanda era stata consegnata nel 2011 dall’amministratore di condominio. Senza l’ascensore, che arriva al piano ammezzato, e il 1 Il rimborso è previsto dalla legge 13 (1989). Riguarda i lavori sulle parti comuni di un palazzo o interne alla casa come gli interventi sui bagni 2 Fino alla spesa di 2500 euro si viene rimborsati del tutto, fino a 12 mila euro del 25 per cento, se si spende di più si ha diritto a un ulteriore 5 per cento 3 Il finanziamento nazionale si stoppa nel 2005, dopo di che se ne occupano le Regioni che via via cancellano lo stanziamento per mancanza di fondi

Franceschini: si deve fare il Ponte sullo Stretto.

Da ieri notte, per sei mesi, la Svizzera chiuderà ogni notte dalle 23 alle 5 tre valichi minori al confine con l’Italia: due in provincia di Como (Pedrinate-Colverde e Novazzano-Ronago) e uno in provincia di Varese (Ponte Cremenaga). La decisione era stata chiesta dalla Lega dei Ticinesi per «combattere la criminalità frontaliera» che entrerebbe in Svizzera dall’Italia. Il sindaco di Colverde, sul confine, Cristian Tolettini: «Incredibile un comportamento del genere».

1,78 miliardi di dollari per il 5% di Tesla Li ha pagati il gruppo cinese Internet TenCent che ha deciso di entrare nel business dell’auto elettrica diventando azionista del marchio lanciato da Elon Musk. Fra 3 mesi partirà la produzione della nuova compatta Model .

02.04.17

 

 

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RISCHI INCREDIBILI

DOSSIER AMIANTO L’inutile fondo per le bonifiche che le città non possono usare Utilizzato solo il 6,5%, i sindaci: “È per la progettazione ma a noi poi mancano risorse per realizzare i cantieri.In 2400 scuole si vive con l’Eternit tra i banchi Nell’ultimo anno 62 docenti colpiti da malattie correlate.

VALENCIA Ragazzo morto in Erasmus, i dubbi restano dopo l’autopsia Il consulente di parte non esclude alcuna ipotesi per la morte di Giacomo Nicolai, lo studente 24enne di Fermo, trovato morto con delle coltellate al petto nell’appartamento di Valencia, che divideva con altri ragazzi e dove stava trascorrendo un periodo di studio per l’Erasmus. Morte che, secondo le autorità spagnole, sarebbe dovuta a suicidio. Il perito nominato dalla famiglia Nicolai, Piergiorgio Fedeli, ha assistito oggi alla seconda autopsia, disposta dal pm di Roma, Marcello Monteleone, eseguita dal prof. Giorgio Bolino (gli esami tossicologici sono affidati alla tossicologa Roberta Tittarelli). Il corpo era sotto formalina e il precedente esame autoptico, fatto in Spagna, è risultato eseguito correttamente. È stato chiesto l’esame del Dna sulle unghie del giovane. Comunque, non vi erano segni di lesioni che potessero far presupporre azioni violente ai danni di Giacomo. I colpi all’emitorace sinistro, infine, che secondo magistratura e polizia spagnole sarebbe stati autoinflitti, sono stati inferti con forza. All’ipotesi del suicidio non credono i genitori, rappresentati dall’avvocato Igor Giostra: il padre Stefano e la madre, Erminia Fidanza, hanno chiesto accertamenti tecnici sul pc e il telefonino del figlio. Giacomo, iscritto ad un corso di laurea magistrale al Politecnico di Torino, era arrivato a Valencia da 20 giorni. Era in contatto con genitori via mail. Il corpo del giovane è stato trovato la mattina del 19 marzo dai coinquilini: la sera prima erano stati ad una festa.

Il Venezuela resta senza parlamento “Golpe di Maduro” La Corte Suprema esautora l’Assemblea

LA DEPOSIZIONE DAL CARCERE DI PARMA: IL “NERO” DIFENDE L’EX SINDACO ALEMANNO Carminati interrogato perde le staffe “Buzzi mi pagava per non fare nulla” Il boss di Mafia Capitale si schiera contro tutti: “La mia guerra non è mai finita” .

Trapani e Mazara, indagati due vescovi Accuse di abuso, truffa e diffamazione Nel mirino un conto segreto e una chiesa costata troppo .

Elettricità più cara e sconto sul gas “In bolletta un risparmio di 43 euro” Ma i consumatori contestano i calcoli dell’Autorità .

Triangolazioni e triple fatturazioni Così Bt Italia gonfiava i bilanci La casa madre inglese era già stata avvisata nel 2015 dei conti trucca.

Conti Gtt, cinque indagati L’accusa è falso in bilancio.

Trentotto indagati Patenti false dalla Turchia Nell’inchiesta della procura spunta la pista del terrorismo.

Confisca decisa dal tribunale Il tesoro delle famiglie nomadi per due milioni di euro finisce nelle casse dello Stato.

31.03.17

 

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GRILLO e SALVINI  FANNO I RUSSI ?

Il governo Usa: “Fate attenzione Ci sono legami Russia-M5S” L’allarme dell’amministrazione all’Italia: strategia di destabilizzazione

La rete putiniana dei populisti Dall’Ukip ai tedeschi di Afp Nei rapporti con la Lega centrale il ruolo di un parlamentare russo.

Enel avvia in Messico un impianto solare record Il gruppo italiano Enel ha avviato in Messico la costruzione del più grande impianto fotovoltaico del continente americano e del più grande progetto solare di Enel a livello mondiale. La controllata Green Power México realizzerà la centrale di Villanueva a Viesca, nello Stato messicano di Coahuila, con una potenza installata di 754 MegaWatt. L’investimento ammonta a 650 milioni di dollari (tutti fondi propri). L’impianto entrerà in esercizio nella seconda metà del 2018, generando oltre 1700 GigaWatt/ora, pari alla domanda di oltre 1,3 milioni di famiglie, evitando l’immissione in atmosfera di oltre settecentottantamila mila tonnellate di anidride carbonica.

Blackrock si affida ai robot per gestire il risparmio Rivoluzione in casa BlackRock. Il colosso del risparmio gestito, il maggiore al mondo con un portafoglio da 5100 miliardi di dollari, si affida ai computer (preferendoli agli esseri umani) nella scelta dei titoli da vendere e acquistare per alcuni dei suoi fondi. Saranno cancellati 40 posti di lavoro. È una svolta che certifica l’ascesa dei computer e dei robot nell’economia a danno delle persone, non solo nel settore manifatturiero. Uno studio di Daron Acemoglu del Mit e di Pascal Restrepo della Boston University dipinge un futuro cupo: i robot distruggeranno posti di lavoro all’uomo, si apriranno nuove possibilità per gli esseri umani, ma «il processo sarà lungo» e a breve molti resteranno disoccupati.

La riunione degli ambasciatori dei 28 ha rivisto al ribasso la proposta della Commissione Ue che consentiva il finanziamento al 100% - con i fondi europei - delle spese di ricostruzione nelle aree colpite da terremoto e altre calamità naturali, portandolo al 90%. Vari Paesi hanno avanzato riserve chiedendo infatti che si mantenesse un’aliquota di co-finanziamento nazionale. Il compromesso trovato ha fissato la quota nazionale al 10%. Adesso la palla passa al Parlamento europeo. Duro il commento dell’Italia: «È stata una discussione assolutamente surreale», ha affermato il rappresentante permanente italiano, l’ambasciatore Maurizio Massari. .

Via libera definitivo della Camera alle norme volte a proteggere i minori stranieri non accompagnati. Il testo, in base al quale i bambini e i ragazzi non maggiorenni che arrivano in Italia senza una famiglia non potranno essere respinti ma avranno gli stessi diritti dei coetanei Ue, è stato approvato a Montecitorio con 375 voti a favore, 13 contrari (la Lega) e 41 astenuti.

La rinascita dell’agricoltura con gli imprenditori stranieri “Non solo caporalato, l'integrazione passa anche dai campi” È il giorno dell’avvio della Brexit e da Bologna, dove la Cia-Agricoltori italiani si è riunita per la sua conferenza economica, arriva un suggerimento per dar vita ad una “nuova Europa”: prendere come esempio «le aree rurali del nostro paese dove ci sono buone pratiche di integrazione e di gestione dell’immigrazione». Dino Scanavino, il presidente dell’organizzazione agricola, sa che è necessario fare i conti con «vicende circoscritte al malaffare come il capolarato che deve essere condannato e punito senza se e senza ma». Nello stesso tempo, però, si dice convinto che «se si guadano i numeri questi dimostrano come il made in Italy agro-alimentare cresca con il lavoro degli stranieri». Le cifre, allora: in tutta Italia ci sono 12 mila imprenditori agricoli extracomunitari, poco meno della metà dei 25 mila titolari stranieri di aziende del settore. Aziende che versano nella casse dello Stato 11 miliardi ogni anno tra oneri fiscali e previdenziali. Ma al conto economico si deve aggiungere anche il peso crescente della manodopera straniera nei campi. Secondo la Cia un’azienda agricola su tre fa affidamento su un lavoratore straniero. In tutta Italia sono 320 mila di cui 128 mila extracomunitari, stagionali compresi. Il loro numero dal 2000 al 2010 è cresciuto del 90% e si è stabilizzato negli ultimi tre anni con un incremento medio del 5%. Questa progressiva evoluzione potrebbe favorire il ricambio generazionale nei campi, ad oggi inferiore al 7% , ed evitare il pericolo di «un concreto dimezzamento degli addetti al settore nei prossimi 10 anni legato – secondo il leader Cia - al fatto che i titolari d’azienda italiani hanno un’età media superiore ai 60 anni». .

Berbera van de Vate “La mia azienda sull’Appennino ha rilanciato il turismo rurale” «L’azienda agricola La Fonte è nata l’anno scorso per fare da traino ad altri piccoli agricoltori e rendere possibile realizzare un progetto di filiera corta alimentare che crei reddito anche attraverso lo sviluppo del turismo rurale evitando spopolamento di questo pezzo di Appennino». Berbera van de Vate, è nata 52 anni fa in Olanda ed è arrivata in Italia “per amore” all’inizio degli anni Novanta. Adesso vive e lavora a Montese dove, naturalmente, coltiva anche un particolare tipo di patata che prende il nome del paese in provincia di Modena tutelata dalla locale Camera di Commercio. Ma le coltivazioni dei campi sono solo un pezzo del sogno della signora Berbera che ha provato a replicare in Italia un progetto di reinsediamento di piccoli agricoltori nei territori marginali anche attraverso il recupero e la “coltivazione” dei boschi cedui «sempre più spesso dimenticati». Un progetto nato anche dalla sua collaborazione con una struttura di supporto dell’associazione dei comuni sostenibili olandesi. Il risultato? «La burocrazia italiana frena questi progetti mentre in Olanda, ma non solo, queste esperienze vengono accompagnate e supportate». Poi c’è stato il terremoto del 2012 e quel tragico evento si è portato la solidarietà dei comuni dei Paesi Bassi che hanno messo a disposizione uno studio di economia sostenibile locale. «Adesso arriva la parte difficile: realizzarlo». Berbera van de Vate, è nata 52 anni fa in Olanda ed è arrivata in Italia “per amore” all’inizio degli Anni Novanta. Singh Gurijnder “Orgoglioso di produrre il latte per il Parmigiano” Le giostre in Puglia appena sbarcato in Italia senza documenti. Tre anni in una fabbrica metalmeccanica di Brescia. Poi in Piemonte in provincia di Cuneo: nove anni in una stalla e altri tre in una grande azienda di mangimi per cani e gatti. E, finalmente, il 2 agosto del 2015, Singh Gurijnder ha rilevato una stalla a Varana di Serramazzoni «mettendo fine al suo giro d’Italia in cerca di lavoro iniziato 23 anni fa». Sigh è nato nel Punjab una quarantina di anni fa ma «ho passato più tempo qui che nel mio paese natale e così sono diventato cittadino italiano». Adesso, aiutato dalla moglie e dal cognato alleva duecento vacche da latte in provincia di Modena e porta come un fiore all’occhiello il fatto di far parte dei fornitori della filiera del Parmigiano Reggiano. Dunque, «la mia stalla deve rispettare il rigido disciplinare imposto dal consorzio di tutela ma anche se questo comporta fatica dà anche soddisfazione e garanzie di reddito». Sigh è arrivato a Varana di Seramazzoni grazie ad amici che da anni lavorano e danno lavoro nelle stalle di quel territorio: «Quei nove anni in provincia di Cuneo come operaio nella stalla mi sono serviti e poi ho seguito vari corsi di formazione. Adesso oltre a mungere il latte sono diventato imprenditore. L’impegno è tanto ma è meno gravoso perché so che tutto dipende da me e dal mio senso di responsabilità».  Singh Gurijnder è nato nel Punjab una quarantina di anni fa ma «ho passato più tempo in Italia che nel mio paese natale» Omar el Mansour “Da Marrakech alla Liguria per coltivare piante aromatiche” «Adesso ho appena finito di caricare le margherite piantate lo scorso agosto. Da febbraio a giugno per noi sono mesi di punta e corriamo come matti. Come butta quest’anno? Incrociando le dita le aromatiche, salvia, origano menta e altre ancora stano andando bene». Omar el Mansour è nato 36 anni fa a settanta chilometri da Marrakech e 17 anni fa è sbarcato in Liguria di fatto già con un contratto in tasca: «Mio cugino mi ha chiamato al suo fianco per lavorare in un’azienda di piante aromatiche e fiori di proprietà di un imprenditore italiano». Il signor el Mansour ha lavorato otto anni come dipendente migliorando le sue conoscenze agricole e specializzandosi. Poi otto anni fa ha deciso di mettersi in proprio e se si guarda indietro ammette: «Ci vuole coraggio a fare cose tue se non c’è mercato». E il mercato, cioè i clienti sono arrivati poco per volta «anche grazie al mio ex datore di lavoro italiano che, all’inizio, mi ha aiutato a conquistare la fiducia delle persone». Adesso el Mansour, che nel frattempo è diventato cittadino italiano, è fiero della «qualità della mia produzione. Mi sono fatto un nome». La sua azienda, che porta il suo cognome, vende la produzione a grossisti locali e «credo che l’80 per cento finisca sui mercati esteri.

Ventisei sezioni specializzate presso i tribunali ordinari, eliminazione di un grado di giudizio nei ricorsi contro il «no» all’asilo, superamento dei vecchi Cie, possibilità di lavoro volontario e gratuito per i richiedenti asilo. Sono i punti chiave del «decreto Minniti» sui migranti approvato ieri dal Senato con la fiducia (145 sì, 107 no) dopo le modifiche delle Commissioni. Ora il testo va alla Camera. Per quanto riguarda i nuovi Cie la fondazione Migrantes e la Caritas Italiana commentano: «Torniamo al vecchio binomio immigrazione-sicurezza. Questi centri purtroppo non riescono a svolgere la funzione per cui sono nati, risultano molto costosi e in particolare sono oggetto di comportamenti lesivi dei diritti delle persone. Non crediamo che il piano di distribuirli per tutto il territorio nazionale con centri più piccoli, possa essere in alcun modo la soluzione» Al Senato .

A Mosul con i medici italiani “Siamo noi i bersagli dell’Isis” In prima linea negli unici ospedali rimasti assediati dai cecchini E nella capitale del Califfato non si ferma la strage di civili.

L’IMPORTAZIONE DEV’ESSERE GIUSTIFICATA DALLA MANCANZA DI UNA VALIDA ALTERNATIVA TERAPEUTICA Farmaci epatite C, via libera all’acquisto all’estero La circolare del ministero della Salute: il paziente può comprarli anche on line e farseli spedire .India, Egitto e Sudafrica I Paesi delle pillole low cost Ma le produzioni si fanno per medicinali a larga diffusione.

Malattie e costi a confronto Tumore Il nab-paclitaxel, associato alla gemcitabina, è un farmaco innovativo contro il tumore al pancreas e alla mammella. Viene commercializzato con il nome di Abraxane. In Italia questo prodotto costa 404 euro a flacone, ma per completare la terapia ne occorrono diversi. Inoltre, non è rimborsabile ai pazienti che hanno più di 75 anni. In India lo stesso prodotto si può acquistare al costo di 16.640 rupie: una cifra che al cambio diventa 27 euro 2 Epatite Il Sofosbuvir, prodotto dalla Gilead, eradica il virus dell’epatite C in 12 settimane. Fino ad oggi lo Stato lo ha rimborsato solo per i pazienti più gravi. Per gli altri il costo in farmacia è di circa ottantamila euro. In india si porta via l’intera terapia per ottocento euro. L’americana Gilead, proprio grazie all’acquisto del brevetto del Sofosbuvir - primo farmaco a debellare il virus dell’epatite C - ha visto decollare il suo valore da tre a centocinquanta miliardi di dollari 1 Colesterolo La novità per chi non riesce a riportare il colesterolo «cattivo» a livelli accettabili si chiama Praulen, l’iniezione che produce effetti molto superiori alle vecchie statine. Da noi è rimborsabile soltanto dal mese scorso. Non a tutti: solo a chi non ottiene alcun risultato con le terapie tradizionali. Il costo in Italia: 716 euro, ma l’intera terapia ne costa seimila. Dovrebbe essere presto prodotto a costi inferiori della metà in Paesi in via di sviluppo.

PENALIZZATI ANCHE PRODOTTI FRANCESI COME ACQUA PERRIER E FORMAGGIO ROCQUEFORT Contro il blocco della carne americana gli Stati Uniti mettono i dazi sulle Vespe Far scattare le ganasce commerciali alla Vespa per vendicare il blocco europeo alle carni americane. Colpisce anche il gioiello di casa Piaggio il braccio di ferro con cui l’amministrazione Trump intende impostare le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In particolare il capitolo che riguarda il divieto di importazione nel Vecchio Continente di carni derivate da bestiame trattato con ormoni, in riposta del quale sono al vaglio misure tariffarie sino al 100% del valore del prodotto. E che colpirebbero, ad esempio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Rocquefort di produzione francese, e la Vespa Piaggio, il mitico scooter simbolo dell’Italia che riscuote da anni un enorme successo anche in Usa. Complessivamente nel mirino dovrebbero finire importazioni per 100 milioni di dollari l’anno. La questione delle carni Usa trattate con ormoni è stata oggetto di discussione dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e l’organismo si era pronunciato nel 2008 a favore degli Usa. A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da Wto una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia hanno sospeso le tariffe in questione dopo che, nel 2009, Bruxelles acconsentì alle carni americane non trattate con ormoni di avere accesso al Vecchio Continente. In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a FRANCESCO SEMPRINI NEW YORK ECONOMIA FINANZA& I mercati Italia FTSE/MIB -0,26% FTSE Italia All Share -0,34% EuroDollaro Cambio 1,0748 Petrolio dollaro/barile 49,51 All’estero Dow Jones (NewYork) Nasdaq (New York) Dax (Francoforte) +0,44% Ftse(Londra) +0,41% Oro Euro/grammo 37,8730 ROBERTO FIORI ALBA Retroscena crescita», dice Giovanni Ferrero. «È stato scelto per il suo business acumen, per la sua visione e per il suo orientamento ai risultati, oltre che per la sua capacità di valorizzare la cultura e promuovere i valori Ferrero». Commenta Civiletti: «Questo è un momento di fondamentale importanza e siamo pronti a cogliere le nuove opportunità che si presenteranno per il gruppo. Mi impegnerò a perseguire la direzione strategica indicata dal dottor Ferrero, con il supporto di un Leadership Team di grande talento e in collaborazione con tutti i miei colleghi nel mondo». Dunque, una scelta interna che rassicura. «Il gruppo - dicono La Vespa Piaggio è vittima di una ritorsione commerciale negli Usa Canada e Messico. Il Congresso, nel 2015, ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all’amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico. Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi.

30.03.17

 

 

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GRILLO GIOCA A FARE  IL DITTATORE MENTRE L'AMBIENTE SOCCOMBE SUL SERIO

Marika Cassimatis, ex vincitrice delle Comunarie del M5s e ex candidata sindaco di Genova «scomunicata» da Beppe Grillo con un post sul suo blog il 17 marzo, ha annunciato di voler «ricorrere al tribunale amministrativo regionale per chiedere la sospensiva del voto on line nazionale e il reintegro della nostra lista». Cassimatis aveva già depositato querela per diffamazione nei confronti di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista. In caso di «assenza di riscontri soggettivi e rilevanti - ha detto ancora Cassimatis - vogliamo pubbliche scuse per quanto è accaduto. In 10 giorni non ho avuto alcun contatto con Grillo o con lo staff» nonostante la «reiterata richiesta dei documenti». P rima il «no» a Bersani che riproponeva ipotesi di collaborazione tra centrosinistra e 5 stelle. Poi il duro attacco di Beppe Grillo a Michele Emiliano, accusato - in occasione della sentenza del Consiglio di Stato che ha dato il via ai lavori del gasdotto Tap sulla costa pugliese - di occuparsi poco della regione di cui è presidente per dare la scalata al Pd. Per la seconda volta in pochi giorni, la linea politica di riserva, con la quale gli scissionisti del Movimento democratici e progressisti e il governatore-candidato alla segreteria del Pd si erano mossi all’attacco di Renzi, riceve una smentita in diretta dal principale interessato. Mentre infatti l’altro candidato, il ministro Orlando, forse perché membro del governo, ha preferito impostare la sfida su questioni organizzative e di ruolo del partito nella società, piuttosto che su posizioni politiche, Emiliano ha spiegato dall’inizio che solo cercando di avvicinarsi ai 5 stelle si potrebbero recuperare elettori che votavano per il centrosinistra e si sono spostati verso Grillo. Va da sè che Renzi, sia dal punto di vista di Bersani che da quello di Emiliano (che al momento della formazione della giunta regionale tentò inutilmente di inserire due assessori pentastellati nella sua amministrazione), sarebbe responsabile di aver cercato pregiudizialmente l’alleanza con la destra, dai tempi del patto del Nazareno con Berlusconi, e sarebbe pronto a riproporla, nel caso, in verità probabile, che le prossime elezioni, disputate con il sistema proporzionale, disegnino un Parlamento in cui nessuno dei tre maggiori partiti o schieramenti sia in grado di esprimere da solo una maggioranza. Al contrario Renzi ha sempre smentito questa versione del ricorso alla collaborazione con il centrodestra, tutto o in parte: se il Pd bersaniano avesse vinto le elezioni nel 2013, ha ripetuto, non ci sarebbe stata alcuna necessità di promuovere larghe intese. Ma poiché questo non accadde, e Bersani in prima persona verificò che era impossibile costruire un’alleanza con i 5 stelle, la strada era obbligata. Bersani a sua volta ha contestato la lettura renziana dell’inizio della legislatura e del fallimento del suo tentativo di fare il governo con M5s, obiettando che quel tipo di collaborazione non poteva certo nascere all’indomani della campagna elettorale e avrebbe dovuto essere pazientemente costruita. E così l’ha riproposta nei giorni scorsi, trovandosi in perfetta sintonia con il governatore della Puglia, e adesso, insieme a lui, di fronte alla doppia uscita di Grillo che è venuta a mettere una lapide sull’alternativa a 5 stelle. 

Scontri e feriti tra gli ulivi “Non vogliamo il gasdotto” Rivolta nelle campagne leccesi dopo il via libera al cantiere del Tap Il sindaco di Melendugno: “È una giornata triste per la democrazia.«A rischio ecosistema e turismo» «L’impatto di Tap sul territorio sarà dannoso a livello ambientale, sociale ed economico». Gianluca Maggiore è il portavoce dei No Tap. Perché combatte da sei anni contro l’opera? «La nostra non è una zona pronta ad accogliere l’approdo di un gasdotto. Il mare, la spiaggia, la pineta: queste sono le uniche ricchezze per San Foca e la sua economia. Tap azzopperà il turismo: pensate a un cantiere lungo otto chilometri in una delle aree più belle di Puglia». Ci sono alternative all’approdo di San Foca? «Sì e lo sostiene il Mibac. Nel 2014, fra 13 alternative, il ministero ha classificato San Foca al quinto posto. L’attacco alla rete nazionale del gas è a 5 chilometri da Brindisi e a 55 da San Foca». Cosa è successo ieri mattina? «Abbiamo assistito a una carica di polizia e carabinieri anche nei confronti di ragazzi di 15 e 16 anni che protestavano pacificamente e di sindaci e consiglieri regionali, strattonati e malmenati. Tra enti locali e Stato c’è un cortocircuito: i manifestanti ci sono finiti in mezzo». .

Croce e delizia Per i turisti i delfini che nuotano intorno alle isole Eolie sono uno spettacolo mozzafiato. Per i pescatori, invece, sono sinonimo di guai: «Appena le reti si riempiono - raccontano - i delfini le rompono e mangiano i pesci, facendo pure selezione e lasciando quelli meno pregiati come murene e scorfani»Uomo contro “fera”, la guerra del cibo nel mare che diventa sempre più avaro Finita l’epoca d’oro delle tonnare: ora è in gioco la sopravvivenza .

FIRMATO IL DECRETO ESECUTIVO CHE RILANCIA L’INDUSTRIA ESTRATTIVA: «RIMETTEREMO I MINATORI AL LAVORO» L’affondo di Trump sul clima “Finisce la guerra al carbone” Cancellati i provvedimenti di Obama contro il riscaldamento globale.

DIETRO IL DELITTO IL MONDO DELLO SPACCIO E DELLE ALLEANZE TRA BANDE Patto tra italiani e albanesi per massacrare Emanuele Alatri, i due fermati hanno sprangato il 20enne. In paese paura e omertà.

Volevano rapire la salma di Enzo Ferrari Arrestati 34 trafficanti di droga e armi La banda di orgolesi trapiantati in Emilia aveva ispezionato il cimitero.

La protesta dei No Tav in Val di Susa non ha il connotato dell’azione terroristica, volta a condizionare le decisioni dello Stato sull’alta velocità: lo ha stabilito la Cassazione, che ieri ha respinto il ricorso della procura generale di Torino che insisteva nel sostenere questa accusa nei confronti di quattro attivisti. Per Claudio Alberti, Niccolò Blasi, Chiara Zenobi e Mattia Zanotti è stata confermata la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per i reati di danneggiamento, detenzione e porto di molotov e resistenza a pubblico ufficiale, così come stabilito dalla corte di Assise d’Appello di Torino, il 21 dicembre di due anni fa.

Processo Alto Piemonte Il boss si dissocia dalla ’ndrangheta e chiede scusa per la bufera su Agnelli «Rispetto a persone come gli Agnelli io sono soltanto spazzatura. E gli Agnelli, con la spazzatura, non hanno niente a che fare. Per questo mi dispiace che, a causa del nome che porto, siano stati tirati dentro a questo show mediatico». È uno dei passaggi più significativi, resi in aula da Saverio Dominello, il presunto boss della ’ndrangheta che ieri mattina si è «dissociato», ma non pentito, nel corso dell’udienza preliminare del processo «Alto Piemonte», che vede alla sbarra 23 imputati per una quantità di reati tipici delle cosche: estorsioni, incendi, danneggiamenti e minacce. E poi c’è il risvolto calcistico: l’ingresso del figlio di Saverio, Rocco Dominello, nell’ambiente della tifoseria bianconera. Secondo le accuse, prima come sostenitore e poi per accaparrarsi il business del bagarinaggio. È stato Rocco, per il tramite di un ex capo ultras, a entrare in contatto con i vertici della Juventus. «Mio figlio - ha voluto precisare Saverio - riceveva i biglietti semplicemente perché era il referente di un gruppo di tifosi. Non era un boss. Non lo è mai stato». L’ex ’ndranghetista ha spiegato di essersi allontanato dall’organizzazione già cinque anni fa, ma la sua completa dissociazione è arrivata soltanto ieri. «La mia famiglia non ha mai saputo nulla - ha spiegato in aula -. E mia moglie e i miei figli sono venuti a conoscenza solo in questo momento della mia adesione alla ’ndrangheta». Dominiello ha quindi ammesso di essere l’esecutore del tentato omicidio di Volpiano, di cui è accusato insieme al figlio Rocco. «Lui non c’era e io sono solo l’esecutore e non il mandante», ha detto. Il presunto boss ha anche rimarcato di essersi dissociato perché «far parte della ’ndrangheta è un marchio d’infamia e non volevo che i miei figli pagassero per questo». E ha aggiunto: «Mi possono anche sparare in testa, ma la mia famiglia deve rimanerne fuori. Sono dispiaciuto. Tutto questo non sarebbe successo se non fosse stato coinvolto il mio nome». Il gup, Giacomo Marson, si è anche espresso sulle costituzioni di parte civile: l’azionista della Juventus, Marco Bava, non è stato ammesso, mentre la Città di Torino soltanto contro alcuni degli imputati, come il presidente dell’associazione «Italia Bianconera», Fabio Germani, che avrebbero commesso reati dentro i confini dello stesso Comune. Ammessa anche la Regione Piemonte, ma solo per alcuni reati. La procura, intanto, ha depositato gli interrogatori di Massimiliano Ungaro, uno degli ultimi pentiti ascoltati dalla Direzione investigativa antimafia, emerso nell’ambito dell’inchiesta Big Bang. In alcuni passaggi delle sue deposizioni a verbale, fa riferimento a vicende che riguardano la vendita di biglietti e le mire di alcuni personaggi sullo Juventus Stadium, comunque non riconducibili alla famiglia Dominello..

“Io, trafficante di virus: prosciolta Ora faccio la ricercatrice in Florida” «Avete mai conosciuto un Paese dove la calunnia sia così potente e così avida, dove in così breve tempo si sia lacerato un ugual numero di riputazioni onorate?». Si apre con questa citazione di Pasquale Villari il libro di Ilaria Capua, «Io, trafficante di virus» (Rizzoli), che sarà presentato questa sera alle 21 al Circolo dei Lettori, dall’autrice e dal giornalista Sergio Rizzo. Una citazione che dopo 150 anni è ancora attuale: «In Italia le vicende giudiziarie vengono troppe volte strumentalizzate, con il vizio di anticipare gli approfondimenti dei fatti in chiave sospettosa - dice la virologa Ilaria Capua, che nel 2013 fu eletta deputata con Scelta Civica, ed è stata anche vicepresidente della Commissione Affari Sociali della Camera prima di dimettersi -. La calunnia ha rovinato un periodo della mia vita: per questo a cinquant’anni, non volendo continuare a vivere con quest’ombra denigratoria alla spalle, ho deciso di lasciare l’Italia e ricominciare una seconda vita in Florida, insieme alla mia famiglia». In America, dall’anno scorso, dirige un centro di eccellenza di ricerca dell’Università: «Ho ripreso a fare quello che amo e che so fare». La ricercatrice italiana, che per prima ha caratterizzato il ceppo africano H5N1 dell’influenza aviaria, per due anni, dal 2014 al 2016, è stata travolta da uno scandalo sul traffico dei virus, accusata di aver diffuso ceppi virali di aviaria per guadagnare sulla vendita dei vaccini. L’inchiesta dei Nas e dei magistrati di Roma sul presunto «grande affare delle epidemie», che la accusava di reati anche punibili con l’ergastolo, si è poi conclusa con il proscioglimento. Ma non è bastato per farla restare in Parlamento. L’anno scorso si è dimessa dalla Camera: «L’assurda vicenda di malagiustizia, che aveva nelle accuse molti errori grossolani, ha minato la mia credibilità - spiega Capua -. E se all’Università della Florida hanno considerato questa sentenza “ridicola”, in Italia la comunità scientifica non ha preso una posizione. Non sono mai stata difesa pubblicamente, al di là di alcune espressioni di solidarietà personale». La ricercatrice non ha però smesso di sperare che l’Italia «ritrovi il coraggio di salvaguardare i propri talenti»: «Abbiamo molte eccellenze, il problema è che esportiamo i talenti e non li importiamo, perché non siamo abbastanza competitivi. La “circolazione” dei cervelli è fondamentale, ma nel nostro Paese ci sono pochi gruppi che attirano i ricercatori». Aggiunge: «Il mio augurio per la ricerca italiana è che l’Europa, che finanzia molti studi, non fallisca come progetto, e che lo Stato italiano faccia riforme che mettano al centro il merito». Il libro è dedicato anche ai ricercatori, che in situazioni diverse dalla sua magari non sarebbero riusciti a scrollarsi di dosso il peso della calunnia. «Ho imparato molte cose da questa vicenda. E penso di essere diventata una persona migliore»

 

 

 

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AMBIENTE STUPRATO

La riforma delle polemiche cambia il futuro dei parchi La legge approdata ieri alla Camera, duello tra gli stessi ecologisti. “Così torniamo indietro In 25 anni ci siamo allineati agli altri Paesi europei” Fulco Pratesi, presidente onorario Wwf: dite che questa è «una riforma ripiegata su se stessa». Stiamo tornando indietro? «È proprio così. Con questo testo stiamo facendo un percorso inverso rispetto alla battaglia iniziata negli Anni 60 per la tutela delle aree naturali. La legge del 1991, pur con i suoi difetti, era una buona legge. Forse è stato deciso di cambiarla un po’ troppo frettolosamente». Fra i punti da voi più criticati c’è il passaggio della governance delle Aree Protette dallo Stato al potere locale. Perché? «Purtroppo gli enti locali non hanno mai dimostrato una spiccata sensibilità verso la conservazione della natura, difendendo piuttosto - anche a ragione, dal loro punto di vista - gli interessi economici della comunità e lo sviluppo turistico. Per noi la conservazione e protezione della biodiversità è un interesse superiore a tutti gli altri, e temiamo che coinvolgere agricoltori o pescatori nella gestione dei parchi possa confliggere con la sua difesa». La legge del 1991 allineò l’Italia agli altri Paesi europei. Oggi come ci posizioniamo rispetto al resto d’Europa? «Partendo, alla metà degli anni Sessanta, da una percentuale dello 0,5% di territorio protetto, siamo arrivati con la 394 a quota 10,5%. Un risultato storico, che ha consentito negli anni un incremento nel numero di esemplari di specie a rischio come il lupo, l’orso delle Alpi o la lontra. Non abbiamo oggi nulla da invidiare agli altri Paesi europei. La differenza maggiore è che l’Italia, grazie al suo territorio che comprende ghiacciai, pianure, coste, ha un record di biodiversità che nessun altro Paese in Europa può vantare. Proprio per questo non possiamo permettere che venga messo a rischio».Soldi, sponsor e gestione: i motivi dello scontro Le nuove norme prevedono una rivoluzione nel sistema di tutela ambientale. Ma non piace ai puristi dell’ecologia Chi la porta avanti ammette: ci sono degli errori, ma l’Italia è un Paese antropizzato, sono necessari compromessi La mappa LA STAMPA Gran Paradiso Cinque Terre Asinara Golfo di Orosei e del Gennargentu Cilento Vallo di Diano e Alburni Pollino Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese Sila Aspromonte La Maddalena Circeo Abruzzo Lazio e Molise Maiella Arcipelago Toscano Appennino Tosco-Emiliano Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna Monti Sibillini Gran Sasso e Monti della Laga Gargano Alta Murgia Val Grande Stelvio Dolomiti Bellunesi PARCHI NAZIONALI (22 operativi) 1,5 milioni di ettari di terra protetti 71 mila ettari di mare protetti 27 AREE MARINE PROTETTE 222 mila ettari di superficie protetti 24 SITI DI IMPORTANZA COMUNITARIA 272 Zone Speciali di Conservazione DI CUI 610 Zone di Protezione Speciale 2.310 130 Habitat protetti 89 Specie di flora protette 111 specie di fauna protette 381 specie di avifauna protette T ra i promotori della futura riforma dei Parchi ci sono fior di ambientalisti, tra cui tre ex-presidenti della serissima Legambiente (Roberto Della Seta, Francesco Ferrante, e l’attuale p r e s i d e n t e della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci). Eppure, altrettali fior di ambientalisti - Fulco Pratesi del Wwf, per citarne uno solo - dicono che la riforma crea danni gravissimi al patrimonio naturale italiano. Tutelare. Ma come? Il punto di disaccordo fotografa un dibattito che attraversa da almeno trent’anni il movimento ecologista e ambientalista italiano. Per alcuni, tutelare veramente un paesaggio naturale e un territorio, non è possibile con dei compromessi. Ogni commistione tra economia e tutela apre la strada alla devastazione, e per salvare un ambiente l’unica cosa da fare è tenerne fuori rigorosamente l’economia. Per gli altri, invece, questa è una soluzione non realistica per un territorio come l’Italia, dove nelle aree a parco nazionale abitano migliaia di cittadini che devono pure vivere. E dunque, l’unico modo per tutelare un territorio naturale è quello di siglare un buon compromesso, facendo virare in senso «verde» l’economia. Sono due approcci molto diversi, ma che hanno ambedue senso e razionalità. Ognuno di noi è in grado di fare le sue valutazioni: visto che c’è la mafia non si devono più fare infrastrutture? Oppure le infrastrutture vanno fatte anche quando sono inutili, e i proventi vanno a Cosa Nostra? Il sistema parchi in Italia In Italia esistono 871 aree protette, per un totale di oltre 3 milioni di ettari tutelati a terra, circa 2,850 milioni di ettari a mare e 658 chilometri di costa. Ci sono i parchi nazionali (24, di cui 22 veramente operativi, con 1,5 milioni di ettari a terra e 71 mila a mare); le 27 Aree marine protette (circa 222 mila ettari, cui vanno aggiunti due parchi sommersi e il Santuario internazionale dei mammiferi marini «Pelagos», con altri 2,5 milioni di ettari protetti); 148 riserve naturali statali; 134 parchi naturali regionali; 365 riserve naturali regionali; 171 altre aree protette di diverse classificazioni. Sulla carta non è malaccio: è tutelato ben il 10,50% del territorio nazionale. In più ci sono oltre 2300 siti difesi in vario modo (molto meno stringente) dall’Unione europea, e indicati dalle Regioni. Considerando dunque le aree che fanno parte della rete Natura 2000, ecco un altro 10,5% del territorio italiano più o meno protetto. Il doppio rispetto alla media europea, con aree che custodiscono tantissime specie animali e vegetali che sono una preziosa risorsa di biodiversità. Ma come sappiamo, non sempre le aree protette lo sono veramente. La legge 394 e la riforma La svolta è stata la legge 394 del 1991, grazie alla quale la fetta di Italia tutelata è passata dal 3 all’10,50%. Di più, sono stati riscoperti territori di pregio fino ad allora marginali, che hanno ritrovato interesse e ricevuto risorse pubbliche. Basti pensare a cosa erano la Val Grande o l’Aspromonte prima della nascita dei parchi. Ma è un fatto che purtroppo (con qualche eccezione) tra Nord e Sud ci sia un grande divario, con parchi - come il Circeo, il Gargano, quelli calabresi o campani - che di «protetto» hanno davvero troppo poco. Che la legge andasse rivista e modernizzata era necessario, ma secondo gli oppositori si è andati troppo in là nel favorire una qualche compresenza della società, del territorio e dell’economia nella gestione delle aree protette. Anche i fautori della riforma concedono che nel nuovo testo ci sono errori. Ad esempio, appare strano che tra le competenze richieste ai presidenti dei parchi non ci siano quelle relative all ’ a m b i e n t e (anche oggi è così, e le nomine sono fatte direttamente dal ministero dell’Ambiente). Facile pensare che prima o poi la poltrona di presidente del parco entri nel mirino di politici più o meno trombati. Stesse perplessità riguardano le royalties per chi svolgesse attività economiche impattanti nelle aree protette, come funivie e cabinovie ma anche imbottigliamento di acque minerali. Difficile immaginare un parco nazionale costellato di piste da sci e pieno di gitanti sugli skilift, o camion a far uscire bottiglie di minerale frizzante. L’Abruzzo non è Yosemite Eppure la riforma sembra se non altro fotografare un dato reale di un Paese come il nostro. È difficile immaginare un territorio protetto, senza o contro una popolazione che lo viva e che ne tragga anche vantaggi. Come fa il Parco d ’A b r u z z o - dove vivono e producono migliaia di residenti - a funzionare con le stesse regole dello Yosemite Park, in California, dove il 90% dell’area è di proprietà pubblica e gli unici abitanti stabili sono un pugno di guardaparchi? E dunque: si può davvero costruire un’economia della natura, ben integrata con l’ambiente da regole intelligenti? .SI PRIVILEGIANO GLI AFFARI E NON SI PROTEGGE LA NATURA COSÌ PERDIAMO UN’OCCASIONE MARIO TOZZI SEGUE DALLA PRIMA PAGINA T utto questo avveniva grazie a un’ottima legge quadro, la 394/91, che ha posto per anni il nostro Paese all’avanguardia nella legislazione ambientale e ha difeso 23 «perle» naturalistiche (i nostri parchi nazionali) che sono state anche motore di buone pratiche, efficiente amministrazione e legittimi profitti anche in tempi di crisi. Ma se c’è un modo per indebolire la tutela di quelle aree cruciali e fondamentali per il futuro naturalistico del Paese, quel modo è affidare la gestione a chi nei parchi possiede attività o interessi di parte, come a dire la stragrande maggioranza degli amministratori locali (fatte salve le lodevoli eccezioni). Cosa che sembra stia per accadere. Purtroppo non ce la possono proprio fare: quando entra in campo l’interesse particolare, il familismo, l’amico dell’amico, la speculazione, allora l’interesse generale, che dovrebbe essere garantito nei parchi, si piega alle esigenze locali. E non si è ancora spenta l’eco della gestione autoritaria, non a caso di un sindaco-presidente, di uno dei parchi nazionali italiani che ha fatto maggiori economie, legando al marketing l’unica prospettiva di tutela e conservazione. Così si privilegiano gli affari, non si protegge la natura. In realtà se esistono i motivi scientifici per tutelare una certa zona, allora quella protezione non può essere negoziata. E non necessariamente per trarne economie: se ci sono, e quasi sempre ci sono, è un bene, se non ci sono, non per questo possono venire meno le ragioni della protezione. Molto fa anche l’ignoranza sulle tematiche ambientali, che sarebbe addirittura incoraggiata dalla riforma, visto che non si richiedono competenze specifiche per presiedere o dirigere un parco, quando sarebbe stato il momento opportuno per inserirle. La riforma della legge delle aree protette rischia di essere la rivincita di quel malinteso senso localistico che ha portato, fra gli altri, all’impossibilità politica di riunire in un unico parco nazionale a livello europeo l’area del delta del Po, oggi artificiosamente spaccata in due gestioni regionali diverse. La legge dunque non andava toccata? No, andava magari migliorata, per esempio destinando le opportune risorse ai parchi, dotandoli di più mezzi e più personale. Andavano unificate le aree marine protette, dotandole di un sistema di gestione omogeneo e sovraordinato nei fatti e di un sistema di sorveglianza davvero efficace. Ma soprattutto andava irrobustito l’ingrediente più importante, quello culturale, per cui tutelare natura e paesaggio in Italia sia finalmente lo stesso che conservare monumenti e storia, in quanto elementi fondanti di uguale dignità del nostro Paese. Un’occasione perduta per rimarcarlo.

Accusati di appropriazione indebita dei fondi di partito, per l’ex segretario della Lega Umberto Bossi e per il figlio Renzo, detto “il Trota”, al processo milanese il pm ha chiesto rispettivamente 2 anni e 3 mesi e 1 anno e sei mesi di reclusione, più una multa di 1300 euro complessivamente. Chiesti 2 anni e 6 mesi più 800 euro di multa per Francesco Belsito, ex tesoriere. Il pm Filippini ha escluso addebiti sulle spese per il Sindacato Nazionale Padano, la Scuola Bosina e quelle per una badante del “senatùr” che però avrebbe utilizzato per uso personale 208 mila euro. Secondo l’accusa, tra il 2009 e il 2011, Belsito si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro. Mentre Renzo Bossi avrebbe speso oltre 145 mila euro. .

Le morti sospette Europa e Usa contro la repressione “Mosca rilasci tutti i manifestanti” Putin: promesse ricompense ai minorenni che si sarebbero fatti arrestare Il leader della protesta Alexey Navalny condannato a 15 giorni di carcere Vladimir Putin torna nel mirino delle critiche internazionali, dopo il fermo di 1030 manifestanti che hanno protestato domenica scorsa a Mosca contro la corruzione dei vertici russi. La Ue, attraverso l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ha chiesto a Mosca di rilasciare «senza indugio» i manifestanti e ha aggiunto che «le operazioni di polizia», con cariche e arresti, «hanno impedito ai cittadini di esercitare le loro libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, iscritte nella Costituzione russa». Condanne sono arrivate da diversi governi europei, incluso il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano che si trovava a Mosca proprio in quelle ore. Il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland è «particolarmente preoccupato dalle notizie sulla detenzione di minori». E infine una condanna dura è arrivata anche da Washington, che al Cremlino speravano fosse diventata meno intransigente con Donald Trump, con il portavoce del dipartimento di Stato che ha parlato di «affronto al valori centrali della democrazia». Un’ondata di critiche alle quali le autorità russe hanno reagito con la solita inflessibilità. La polizia, che ha portato via di peso ragazzi e donne, è stata «corretta e professionale», ha sottolineato il portavoce di Putin, Dmitry Peskov. I ragazzini arrestati dalla polizia erano stati reclutati appositamente: «Abbiamo delle informazioni riguardo al fatto che dei minorenni hanno partecipato alle manifestazioni di Mosca dietro la promessa di ricompense finanziarie», sostiene Peskov. Alexey Navalny, il leader della protesta - condannato ieri a una multa di circa 320 euro per violazione delle regole delle manifestazioni pubbliche, e a 15 giorni di arresto amministrativo per «resistenza alla polizia» - e i suoi uomini sono «provocatori e bugiardi» perché hanno insistito che manifestare era legale nonostante il Comune di Mosca avesse negato l’autorizzazione al corteo. E se le tv russe hanno ignorato la protesta - la più massiccia dal 2011, con più di 60 mila persone in piazza in più di 80 città russe, da Vladivostok al Caucaso - è perché «trasmettono solo quello che ritengono rilevante». Le tv russe infatti domenica avevano dato invece molto risalto alle manifestazioni antieuropeiste a Roma, e ieri il ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov ha accusato l’Occidente di applicare «ignobili doppi standard». Anche sostenitori europei del Cremlino, come Matteo Salvini, hanno giustificato il giro di vite, accusando Bruxelles di «russofobia», un termine molto in voga nella propaganda russa. Il premier Medvedev ha comunicato sui social network di aver trascorso una bella giornata a sciare, senza menzionare le accuse di corruzione nei suoi confronti. In altre città russe i fermi sono stati decine e qualche volta centinaia. Quasi tutti i manifestanti sono stati rilasciati dopo essere stati condannati a una multa: se bisogna prestare fede ai dati della polizia sui 7-8 mila manifestanti a Mosca (per l’opposizione erano 25-30 mila), uno su sette è stato portato via dagli agenti. Navalny invece resta in carcere e rischia la revoca della condizionale su una condanna precedente. Il 40enne blogger che vuole sfidare Putin alle elezioni del 2018 resta però ottimista: «Un giorno saremo noi a giudicare loro, ma con un processo onesto».  Rilasciare senza ulteriori rinvii i dimostranti pacifici che sono stati arrestati Federica Mogherini Alto rappresentante Politica estera della Ue Detenere manifestanti pacifici è un affronto ai valori democratici fondamentali Mark Toner Portavoce del dipartimento di Stato Usa Cremlino Mosca ha risposto con durezza alle proteste del mondo occidentale accusandolo di speculare sulla protesta e ha definito la polizia «corretta e professionale» Boris Nemtsov Ucciso a Mosca il 27 febbraio 2015. Ex vicepremier con Eltsin denunciava la corruzione del potere Anna Politkovskaja Giornalista uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006. Denunciava le violazioni dei diritti in Cecenia Aleksandr Litvinenko Ex agente dei Servizi segreti avvelenato il 23 novembre 2006 a Londra con il Polonio

Brexit, per l’Italia un conto salato Dovrà sborsare 1,3 miliardi in più Le stime per il 2019: spese più pesanti soltanto per Germania e Francia Bruxelles potrebbe decidere di diminuire le entrate ma tagliare i fondi Ue.

“Voglio le scuse e la refurtiva poi assumo i ladri in azienda” Imprenditore del Cuneese aggredito in casa con moglie e figlia “Sono immigrati, li aiuterò a integrarsi dando loro un lavoro”.

28.03.17

 

 

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SALVINI  CAPPOTTA COME IL RUMENO CON IL TIR

Torna la protesta anti Putin, 700 arresti Cortei in tutto il Paese contro la corruzione. A Mosca fermato il politico dissidente Navalny Nel mirino anche il premier Medvedev accusato di possedere una tenuta di lusso in Toscana.“La polizia ha fatto bene a intervenire La manifestazione non era autorizzata” Salvini: una montatura, 6 mesi fa si è votato democraticamente.

In prima linea nella battaglia di Mosul tra il fuoco incrociato dei cecchini dell’Isis Gli uomini della polizia federale costretti a portare rifornimenti e armi a piedi Nella città vecchia resistono gli ultimi jihadisti assediati dalle forze irachene .

L’invasione dei robot in Usa: tra 15 anni sostituiranno quasi il 40% dei lavoratori Nello studio di Pwc i rischi dell’automazione anche in Europa e Asia.

ARRESTATO L’AUTISTA, UN ROMENO RESIDENTE IN SPAGNA. POLEMICHE SULLA SICUREZZA Tir sul cantiere, travolti e uccisi due operai Uno dei sopravvissuti: “Ci è piombato addosso, ho gridato. Il mio collega è morto a 5 metri da me. Sempre meno vincoli al traffico domenicale È vietato ai grandi mezzi, ma le deroghe si moltiplicano dalle merci deperibili ai guidatori in arrivo dall’estero .

27.03.17

 

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LE TASSE SERVONO AI CITTADINI ?

In Bielorussia, la polizia ha arrestato centinaia di persone, durante un corteo di protesta contro la cosiddetta «tassa dei parassiti sociali» voluta dal presidente Lukashenko per punire chi è disoccupato da 6 mesi. Benché la tassa sia sospesa dal 2016, Lukashenko non vuole abrogarla, poiché «utile a spronare la gente a cercare lavoro».

Mnuchin e la ricetta per l’America: giù le tasse per una crescita al 3% Il segretario al Tesoro prepara la riforma fiscale: aliquote al 25 per cento Sul protezionismo: arma di riserva se qualcuno gioca sporco nei commerc.

Nome in codice: Ratafia. Un’operazione congiunta dei servizi segreti di Israele e Francia ha consentito, già prima del 2011, quando cominciò la guerra in Siria, di strappare preziose informazioni sul programma di armi chimiche del presidente siriano Bashar Al-Assad. Un lavoro di fino, con risvolti psicologici, che supera la fantasia anche del più talentuoso degli sceneggiatori cinematografici. Per anni, un ingegnere siriano responsabile del programma chimico di Damasco si è fatto ingannare da un folto gruppo PAOLO LEVI PARIGI UN INGEGNERE SIRIANO IL BERSAGLIO DELL’«OPERAZIONE RATAFIA» Così Mossad e francesi hanno strappato i segreti sulle armi chimiche di Assad PAOLO MASTROLILLI INVIATO A WASHINGTON Retroscena di 007 franco-israeliani in nome di una priorità ritenuta «vitale» in entrambi i Paesi: la lotta alla proliferazione e all’uso di armi chimiche. Rivelata da Le Monde la notizia consente anche di valutare ciò che gli occidentali sapevano realmente delle armi di Assad tre anni prima dei massacri del 2013. Tutto comincia nel 2008. A Damasco, una talpa del Mossad riesce ad «identificare» e poi «agganciare» l’ingegnere siriano coinvolto nel programma chimico. All’epoca, il progetto di armamenti della Siria, con circa 10.000 dipendenti, è un obiettivo prioritario del Mossad. Lo scopo non è eliminare i responsabili ma intercettare, appunto, fonti siriane affidabili per raccogliere informazioni sui legami con gli alleati iraniani, russi o nord coreani e identificare le filiere di approvvigionamento. A Damasco la talpa viene incaricata di convincere l’ingegnere ad uscire dalla Siria per poi essere «avvicinato» dal Mossad. Lui lo seduce con l’idea di viaggi a Parigi,dove potrà preparare il lancio di una futura società di import-export. Descritto come romantico e sognatore, l’ingegnere si lascia convincere. Nella capitale francese, posa le valigie in un albergo, un imprenditore dal cognome italiano di cui fa rapidamente conoscenza diventa suo confidente e consigliere. Insieme, frequentano i bar di grandi alberghi come il Georges V, assistono a spettacoli e music-hall, anche se il siriano rifiuterà un invito al Crazy Horse. Alle ballerine sexy dice di preferire il popolarissimo music-hall «Mamma mia!». L’amico gli mette anche a disposizione l’auto con autista. Per l’ingegnere difficile non appassionarsi a questa nuova vita, piena di divertimenti e prospettive professionali, nello scintillio della Ville Lumière. In realtà, però il nuovo amico è una spia come, del resto, tanti suoi interlocutori parigini, tra imprenditori, chauffeur, intermediari: tutti agenti del Mossad. Delle intercettazioni in auto, albergo, computer dell’ingegnere siriano, si occupano invece i servizi francesi. È l’inizio dell’operazione «Ratafia» che durerà per anni. Anche perché lui, a quanto pare, è molto simpatico, ma prima di sbottonarsi sui segreti dell’arsenale di Assad ci vorrà tempo. Nel 2011, le informazioni raccolte porteranno, tra l’altro, l’Unione europea a congelare i beni del Centro Siriano per gli studi e la ricerca scientifica (Cers) pilastro del programma chimico di Damasc.

La scommessa verde della Cina L’Expo nella città più inquinata Un’esposizione di giardini e tecnologia green nel nuovo quartiere di Zhengzho.Da settembre a maggio 2018 nel nostro padiglione Ci sarà anche Casa Italia “bio” “Saremo la vetrina delle start-up.

Lo strano suicidio di Giacomo “In Spagna indagini sommarie” I genitori dello studente morto a Valencia chiedono una nuova autopsia. Il giallo del coltello.Gli altri casi nella penisola iberica Martina Rossi La 21enne cadde dal balcone a Maiorca. Per la polizia è suicidio, ma le indagini in Italia rivelano: scappava dagli stupratori Mario Biondo Il cameramen palermitano, sposato con una conduttrice spagnola, viene trovato impiccato nel 2013. Per la famiglia non è suicidio Nunzio Scarica Giovane campano, viene trovato morto in un dirupo vicino a Barcellona. I dubbi sono molti: aveva già il biglietto di ritorno per l’Italia .

26.03.17

 

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DA CAINO AL CALIFFO

Circoscrizione 5/ Lucento TO Devastata la sede della onlus che si occupa di bimbi e disagio Nel mirino la Vides Main, che ospita anche Save the Children .

L’OFFENSIVA A MOSUL Tra baby kamikaze e colpi di mortaio L’ultimo miglio verso la Città Vecchia L’avanzata dell’esercito iracheno ha rallentato a causa di autobombe e cecchini “Anche i bambini sono potenziali obiettivi, bisogna combattere corpo a corpo”

Dai conservatori il primo schiaffo Trump ritira la riforma della Sanità Mancano i voti per cancellare l’Obamacare. I democratici: gran giorno per il Paese Il presidente: “Quella legge esploderà, ora andiamo avanti con il taglio delle tasse”.Energia e clima Via libera all’oleodotto di Keystone Ribaltata la politica verde di Obama.

VIOLATA UN’ORDINANZA DEL SINDACO CHE NON CONSENTE LA DISTRIBUZIONE DI CIBO PER STRADA Hanno dato da mangiare ai migranti Tre francesi denunciati a Ventimiglia Tre attivisti francesi vengono denunciati dalla polizia per aver dato da mangiare ai migranti per strada a Ventimiglia e sui social si scatenano le reazioni di sdegno contro il sindaco Enrico Ioculano. I tre ragazzi, dell’associazione di attivisti «Roya Citoyenne», sono arrivati con un furgoncino bianco in via Tenda e, sistemati nel posteggio davanti alla chiesa di Sant’Antonio alle Gianchette dove la parrocchia accoglie donne e bimbi profughi, hanno cominciato a distribuire cous cous a un gruppetto di stranieri. Violando una ordinanza del sindaco che, per motivi igienici e sanitari, non consente appunto la distribuzione di cibo per la strada. I poliziotti li hanno notati, hanno chiesto loro di interrompere le attività e, quando non hanno ottenuto risposta, hanno identificato i tre francesi. Per loro è scattata la denuncia. Ma il sindaco non ci sta: le critiche di chi lo accusa di non aiutare i profughi gli stanno strette e spiega che «si tratta di un’ordinanza emessa proprio a tutela dei migranti: le distribuzioni di cibo vanno fatte con criteri igienici. Cosa succederebbe se, per carenze varie, si sentissero male in massa? Poi, devo preoccuparmi anche di garantire l’igiene in città: distribuire i pasti per strada, senza strutture adeguate, implica l’accumulo di spazzatura e residui». Quando lo scorso anno era stata emanata l’ordinanza che vietava di distribuire cibo ai migranti per la strada, i No borders avevano organizzato una sorta di «pic nic» in spiaggia, partecipando loro stessi insieme ai profughi, per protestare con un gesto concreto contro quello che giudicavano un provvedimento che calpestava i diritti umani. In quel caso le forze dell’ordine avevano chiuso un occhio. Ma poi l’ordinanza è stata sostanzialmente rispettata. «Anche perchè a Ventimiglia - prosegue il sindaco - i pasti ai profughi vengono distribuiti nel centro d’accoglienza al Parco Roja e anche dalla Caritas». Ioculano si scaglia contro i tre ragazzi francesi: «Perché non protestano contro il loro Stato, che ha chiuso le frontiere e che sta rimandando indietro anche molti minori, di cui noi ci facciamo carico? Se vogliono aiutare sono benvenuti: possono farlo all’interno delle tante associazioni che danno una mano». Nel centro d’accoglienza infatti, grazie proprio a una richiesta del Comune di Ventimiglia, la Prefettura che lo ha istituito e la Croce Rossa che lo gestisce accettano l’aiuto di associazioni accreditate. Come per esempio Medici senza Frontiere, che da mesi ormai è presente nella struttura. Ma, nonostante la città di confine abbia reagito dimostrando nei fatti una grande solidarietà, raccogliendo abiti, cibo, organizzando corsi di italiano, coinvolgendo anche i profughi in alcuni spettacoli, per agevolare l’integrazione, ci sono attivisti No borders che continuano a pensarla diversamente. E che protestano per le tre denunce che i tre ragazzi di «Roya Citoyenne» hanno appena «incassato». Uno dei tre, Gerard Bonnet, il 16 maggio dovrà comparire in tribunale a Nizza per aver accompagnato alcuni migranti illegalmente attraverso il confine italo-francese. Non lo ha fatto per denaro: è un «passeur solidale». Lo ha fatto per protestare contro la chiusura delle frontiere, contro i «muri» dell’Europa. Che sono anche a Ventimiglia.

Via Germagnano verso lo sgombero “Sostanze tossiche e cancerogene nell’aria e nel terreno dei campi rom” La procura ha acquisito il dossier dell’Arpa sui livelli di contaminazione Le aree di via Germagnano e dintorni devono essere sgomberate al più presto dai residenti e va pianificata una completa bonifica del suolo, inquinato da sostanze tossiche. Il dossier ambientale elaborato dai tecnici dell’Arpa ora acquisito dalla procura (trasmesso a Comune, Regione e prefettura) non lascia alternative né rinvii: l’aria è inquinata in modo rilevante da diossine, pm10, idrocarburi, altre sostanze tossiche e cancerogene. E nei terreni resta il sospetto, nero su bianco, che siano stati sversati illegalmente nel corso degli anni veleni di natura misteriosa. Vigili contaminati L’epicentro dei veleni è nei campi Rom ma il vento, spesso, trascina le nubi tossiche provocate dai roghi verso i quartieri residenziali limitrofi. E il numero degli indagati per gli incendi dolosi, in seguito alle notizie di reato inviate al pm Andrea Padalino, è ormai vicino a quota 100. Infine i vigili urbani del nucleo nomadi contaminati da venti e da particelle di metalli pesanti sale, dopo l’esito degli esami del capello, sono 14. «Aspettiamo i risultati finali - dice l’avvocato Pierfranco Bertolino -, ma chiederemo l’avvio delle procedure mediche di decontaminazione previste dai protocolli di sicurezza». Ecco nel dettaglio e nelle conclusioni finale cosa scrivono i tecnici Arpa: «L’indagine mostra una evidenza di impatelevati sforamenti dei limiti di legge sia nel lato Nord di via Germagnano, sia del lato Sud, sino all’area Amiat, di idrocarburi, zinco, diossina, rame, piombo, benzo(a)pirene». Il sito viene definito «potenzialmente contaminato» e si annuncia un ulteriore «campionamento maggiormente rappresentativo della qualità dei terreni». Come in fonderia I tecnici, per valutare le differenze nella concentrazione dei veleni hanno messo a confronto rilevazioni effettuate in piazza Rebaudengo con quelle di Germagnano. Conclusione: «Le concentrazioni MASSIMO NUMA Le analisi Da dicembre a febbraio, con aggiornamenti sino al 22 marzo, ci sono stati elevati sforamenti dei limiti di legge sia nel lato Nord di via Germagnano, sia del lato Sud, sino all’area Amiat REPORTERS to della matrice aria legata alle attività del campo nomadi, combustione e riscaldamento delle unità abitative con valori elevati di particolato e di sostanze cancerogene». Ancora: «I monitoraggi indicano concentrazioni elevate di Pm10 (particolato di elevata tossicità per la salute, ndr) metalli e Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, cancerogeni, possono inquinare anche le falde acquifere, ndr) in prossimità delle sorgenti costituite dai roghi e dalle fonti di riscaldamento presenti nei campi con scenario compatibile con il contesto meteorologico. Da dicembre a febbraio, con aggiornamenti sino al 22 marzo, ci sono stati di Ipa all’interno dei campi nomadi sono decisamente più elevate rispetto a quelle misurate in piazza Rebaudengo e permettono di associare questa contaminazione ai diversi fenomeni di combustione in atto al momento del prelievo. Le concentrazioni rilevate sono nello stesso ordine di grandezza di quelle misurate in ambienti industriali ad elevata contaminazione per la fusione di metalli». La concentrazione di Ipa non può superare 1 ng/m3 (nanogrammo per metro cubo), ma nei tre campi rom, il 2 febbraio, sono stati riscontrati valori pari a 323, 358 e 288 ng/m3. Nella classificazione Ipa rientrano Acenaftilene, Fluorene, Antracene, Fenantrene e Pirene e altre sostanze altamente tossiche. Ancora: il livello di particelle di rame risulta talvolta altissimo, idem zinco, nichel, cromo. Le tabelle dell’Arpa tracciano un quadro drammatico della situazione ambientale. Viene riscontrato che il livello di Pm10, davanti al campo vicino al canile è spesso quasi il triplo dei limiti di legge. Nel suolo di Germagnano i valori di Pcb (policlorobifenili, non devono superare 60ng/kg, hanno una elevatissima capacità tossica) hanno raggiunto quota 450ng/kg. Un dato valutato per la prima volta nel 20.

La Regione a Palazzo Civico “Per le Basse di Stura 4,5 milioni, ma il Comune deve fare i progetti” N on sono risorse sufficienti a risolvere l’immane problema della bonifica delle Basse di Stura, l’area più grande, comprensiva anche di due laghi, tra quelle pesantemente inquinate a Nord di Torino, tra via Reiss Romoli, strada dell’Aeroporto e la Tangenziale. Ma per fortuna ci sono e sono fondamentali per iniziare a fare qualcosa. Le «pieghe» del bilancio Sono circa 4,5 milioni di euro ritrovati tra le pieghe del bilancio regionale. Come sia possibile che simili risorse siano state per lungo tempo ma con la quale ha convissuto anche quando ricopriva la carica di presidente della Circoscrizione. E nella sua indagine tra le pieghe dei conti regionali, Conticelli-Agatha Christie non a caso s’è appoggiata ai presidenti delle Circoscrizioni che hanno competenza sull’area inquinata: a Nord dello Stura la 5 di Vallette e Madonna di Campagna guidata da Novello e a Sud la 6 di Barriera Milano e Falchera guidata da Carlotta Salerno. Dicevamo 4,5 milioni «che sono quanto rimane di un fondo sbloccato nel 2013 - è la ricostruzione della Conticelli - quando l’area di Basse di Stura venne declassata, insieme con altri siti italiani inquinati, dallo status di “siti d’interesse nazionale”». Una mossa che ha scaricato sulle Regioni la competenza delle bonifiche. Apparentemente un controsenso, ma «necessario per toglierci dai vincoli che paralizzavano i “Sin” e che, di fatto, Veleni L’area delle Basse di stura è compresa fra la Tangenziale e via Reiss Romoli REPORTERS rendevano quasi impossibile intervenire e accedere ai fondi nazionali». In ogni caso nel 2013 per le bonifiche vennero stanziati 7,8 milioni. «Una prima tranche di 2 milioni è già stata spesa dal Comune dell’era Fassino - ricorda ancora Conticelli - così come un’altra tranche sempre di due milioni. Ne restano 4,5 che attendono progetti del Comune per essere utilizzati». «La Regione dia i soldi» Su questo punto però, a Palazzo Civico sembrano storcere il naso: «Veramente quei soldi dovrebbero essere girati al Comune e la Regione non l’ha ancora fatto» dicono gli uffici dell’assessorato all’Ambient che già con le associazioni ambientaliste andate a lamentarsi per le Basse di Stura aveva scaricato su piazza Castello ogni responsabilità: «Non ci danno i soldi». Conticelli resta della sua opinione: «Devono fare i progetti e a quel punto la Regione li può stanziare». Non solo, la presidente della commissione Urbanistica nella sua «indagine contabile» ha scoperto che il Comune di Torino non ha ancora sottoscritto il «Contratto di fiume», atto risalente ancora a quando c’era la Provincia, che però smuove anch’esso risorse oggi della Città Metropolitana. «Il contratto è importante perchè fa lavorare insieme tutte le amministrazioni toccate da un determinato corso d’acqua -spiega Conticelli - è accaduto con il Sangone e lo Stura è stato recuperato da Lanzo fino alle porte di Torino». Conticelli insiste sul «contratto» perché un altro problema, tra i tanti, che colpiscono l’area di Basse di Stura è la montagna di rifiuti che ancora invadono le sponde dello Stura là dove c’era il campo rom sgomberato con tanta fatica dall’amministrazione Fassino. c BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI Via Germagnano verso lo sgombero “Sostanze tossiche e cancerogene nell’aria e nel terreno dei campi rom” La procura ha acquisito il dossier dell’Arpa sui livelli di contaminazione Le aree di via Germagnano e dintorni devono essere sgomberate al più presto dai residenti e va pianificata una completa bonifica del suolo, inquinato da sostanze tossiche. Il dossier ambientale elaborato dai tecnici dell’Arpa ora acquisito dalla procura (trasmesso a Comune, Regione e prefettura) non lascia alternative né rinvii: l’aria è inquinata in modo rilevante da diossine, pm10, idrocarburi, altre sostanze tossiche e cancerogene. E nei terreni resta il sospetto, nero su bianco, che siano stati sversati illegalmente nel corso degli anni veleni di natura misteriosa. Vigili contaminati L’epicentro dei veleni è nei campi Rom ma il vento, spesso, trascina le nubi tossiche provocate dai roghi verso i quartieri residenziali limitrofi. E il numero degli indagati per gli incendi dolosi, in seguito alle notizie di reato inviate al pm Andrea Padalino, è ormai vicino a quota 100. Infine i vigili urbani del nucleo nomadi contaminati da venti e da particelle di metalli pesanti sale, dopo l’esito degli esami del capello, sono 14. «Aspettiamo i risultati finali - dice l’avvocato Pierfranco Bertolino -, ma chiederemo l’avvio delle procedure mediche di decontaminazione previste dai protocolli di sicurezza». Ecco nel dettaglio e nelle conclusioni finale cosa scrivono i tecnici Arpa: «L’indagine mostra una evidenza di impatelevati sforamenti dei limiti di legge sia nel lato Nord di via Germagnano, sia del lato Sud, sino all’area Amiat, di idrocarburi, zinco, diossina, rame, piombo, benzo(a)pirene». Il sito viene definito «potenzialmente contaminato» e si annuncia un ulteriore «campionamento maggiormente rappresentativo della qualità dei terreni». Come in fonderia I tecnici, per valutare le differenze nella concentrazione dei veleni hanno messo a confronto rilevazioni effettuate in piazza Rebaudengo con quelle di Germagnano. Conclusione: «Le concentrazioni MASSIMO NUMA Le analisi Da dicembre a febbraio, con aggiornamenti sino al 22 marzo, ci sono stati elevati sforamenti dei limiti di legge sia nel lato Nord di via Germagnano, sia del lato Sud, sino all’area Amiat REPORTERS to della matrice aria legata alle attività del campo nomadi, combustione e riscaldamento delle unità abitative con valori elevati di particolato e di sostanze cancerogene». Ancora: «I monitoraggi indicano concentrazioni elevate di Pm10 (particolato di elevata tossicità per la salute, ndr) metalli e Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, cancerogeni, possono inquinare anche le falde acquifere, ndr) in prossimità delle sorgenti costituite dai roghi e dalle fonti di riscaldamento presenti nei campi con scenario compatibile con il contesto meteorologico. Da dicembre a febbraio, con aggiornamenti sino al 22 marzo, ci sono stati di Ipa all’interno dei campi nomadi sono decisamente più elevate rispetto a quelle misurate in piazza Rebaudengo e permettono di associare questa contaminazione ai diversi fenomeni di combustione in atto al momento del prelievo. Le concentrazioni rilevate sono nello stesso ordine di grandezza di quelle misurate in ambienti industriali ad elevata contaminazione per la fusione di metalli». La concentrazione di Ipa non può superare 1 ng/m3 (nanogrammo per metro cubo), ma nei tre campi rom, il 2 febbraio, sono stati riscontrati valori pari a 323, 358 e 288 ng/m3. Nella classificazione Ipa rientrano Acenaftilene, Fluorene, Antracene, Fenantrene e Pirene e altre sostanze altamente tossiche. Ancora: il livello di particelle di rame risulta talvolta altissimo, idem zinco, nichel, cromo. Le tabelle dell’Arpa tracciano un quadro drammatico della situazione ambientale. Viene riscontrato che il livello di Pm10, davanti al campo vicino al canile è spesso quasi il triplo dei limiti di legge. Nel suolo di Germagnano i valori di Pcb (policlorobifenili, non devono superare 60ng/kg, hanno una elevatissima capacità tossica) hanno raggiunto quota 450ng/kg. Un dato valutato per la prima volta nel 2017. c BY NC N «nascoste» - fanno parte di un finanziamento più corposo risalente a un po’ di anni fa - è spiegabile solo con l’astrusità burocratica che condiziona la finanza pubblica. Ma tant’è. A «trovarli» è stata Nadia Conticelli, presidente Pd della commissione Urbanistica che ha un ruolo nelle bonifiche di competenza dell’assessorato all’Ambiente guidato da Alberto Valmaggia, ma soprattutto è una delle migliaia di torinesi che vivono poco lontano da quella che la semplicistica fantasia giornalistica

Dalla collaborazione tra Fornaca e San Luigi di Orbassano Nuova tecnica per “mappare” il danno della sclerosi multipla Calcolata la velocità degli impulsi dal cervello ai muscoli della gamba.

25.03.17

 

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TORINO NON E' UN ESEMPIO MORALE

Giustizia Pm si dimentica Per 78 giorni resta agli arresti Un errore «inescusabile» quello commesso dal pubblico mistero che si «dimentica» di revocare la misura degli arresti domiciliari a un uomo costretto a rimanere rinchiuso tra le mura domestiche 78 giorni più del dovuto. A dirlo è la Cassazione che, con queste motivazioni, ha respinto il ricorso presentato da un ex sostituto procuratore torinese che era stato sanzionato dal Csm per essersi scordato di restituire la libertà a un suo indagato. Il caso risale al 2010. Il magistrato stava per essere trasferito ad altro in carico e nelle more del trasloco, dopo aver notificato l’avviso di chiusura indagini all’indagato, si è dimenticato di revocarne la misura cautelare. Il provvedimento è stato poi emanato dal magistrato che ha ereditato il fascicolo. La Suprema Corte, nel respingere il ricorso del pm censurato, evidenzia che «la privazione in violazione di legge della libertà personale non può essere ritenuta un fatto di ’scarsa rilevanza’». Non solo, il fatto stesso che il magistrato avesse firmato l’avviso di chiusura indagini dimostra che «l’incolpata si era trovata nelle condizioni per valutare la posizione dell’indagato». Per i giudici non trova pregio, come sostenuto dal pm nel ricorso, che «il disagio subito dall’indagato sarebbe stato relativo» visto che era detenuto a casa e non in carcere.

I SOSPETTI SU PUTIN SONO INQUIETANTI MALAFEDE NON VOLERLI VEDERE

IL PRESIDENTE POROSHENKO ACCUSA MOSCA: TERRORISMO DI STATO. IL CREMLINO: ASSURDITA’ Intrigo a Kiev, freddato il deputato anti Putin L’esule Denis Voronenkov, ex parlamentare della Duma russa, ucciso in un agguato in pieno centro.

Mentre Trump è alla prese con il passaggio della sua riforma sanitaria arriva un’altra tegola. La Cnn, citando fonti investigative, parla di una nuova pista dell’Fbi sui rapporti tra uomini dello staff del presidente con agenti di Mosca al fine di danneggiare Hillary Clinton in campagna elettorale. L’Fbi starebbe confrontando informazioni di intelligence, documenti di viaggio, carte aziendali e dati telefonici. Ci sarebbero anche testimoni che avrebbero partecipato a incontri sospetti a corroborare la pista investigativa. Incontri durante il quale ci si sarebbe accordati per lanciare gli attacchi hacker al Democratic National Committee e ad alcuni responsabili della campagna dell’ex first lady. Sono però le stesse fonti citate dalla Cnn a invitare alla prudenza: non ci sono ancora conclusioni.

Saranno rimandati altri acquisti Il furto degli endoscopi costa 800 mila euro L’Asl deve rivedere i conti La cifra è impegnativa anche per un’Asl - anzi: per la superAsl nata dall’accorpamento tra la Torino 1 e la Torino 2 -, costretta a rivedere i conti per un investimento fuori programma di quasi 800 mila euro: per la precisione, 790 mila 926 (oneri fiscali inclusi). Il prezzo da pagare per reintegrare la dotazione di videoendoscopi trafugati all’ospedale San Giovanni Bosco nel dicembre dell’anno scorso: 24 strumenti, sui 28 in dotazione, spariti dalla sera alla mattina nella struttura complessa di Gastroenterologia. Minore il danno per le Molinette, visitate dai soliti ignoti, che pochi giorni prima ci avevano rimesso 7 broncoscopi per un valore di circa 150 mila euro. E diversa la soluzione adottata: in questo casi si è optato per un «noleggio urgente». Sono gli effetti (economici) di colpi seriali messi a segno a distanza ravvicinata nell’ultimo scorcio del 2016 non solo a Torino ma in Piemonte e in Italia: probabilmente ad opera della stessa organizzazione, aiutata (si sospetta) da basisti negli ospedali. Comunque sia andata, restano i cocci. Cocci costosi, dato il costo di apparecchiature indispensabili. Restando al San Giovanni Bosco, finora - grazie alla solidarietà degli altri centri di Endoscopia di Torino e del circondario - l’attività ha potuto proseguire a ritmi quasi normali. Una situazione tampone, che a quanto si legge nella delibera dell’Asl firmata il 3 marzo dal direttore generale Valerio Fabio Alberti, ormai non era più sostenibile. Da qui la richiesta di una nuova fornitura alla ditta Olympus Italia, «per ragioni di compatibilità con le apparecchiature ancora presenti e disponibili», sulla base di un prezzo giudicato «congruo». Questo perchè a seguito dell’ordine, «con pressante preghiera di tenere conto della nostra situazione critica», l’Asl ha spuntato uno sconto medio del 27%, con punte del 30 su alcune voci, rispetto a quello del 24% ottenuto in occasione dell’ultimo grande acquisto (2014). Anche così, è sempre un bel pagare. Non a caso, la copertura della spesa è stata frazionata su più livelli: 170 mila euro più Iva, previsti nel piano-investimenti per il 2017 e destinati per aggiornare la strumentazione Olympus per le endoscopie del Maria Vittoria e del San Giovanni Bosco, saranno ridestinati completamente al progetto di reintegro; 150 mila euro (+Iva) saranno spostati, una tantum, dal conto manutentivo al conto di investimento; 80 mila euro saranno riconosciuti dall’assicurazione. La differenza, 250 mila euro (+Iva) verrà coperta nell’ambito della quota per investimenti prevista nel bilancio di previsione 2017, pari a 2,6 milioni: inevitabile, a questo punto, decidere quali acquisti posticipare tra quelli già considerati. Concludendo: un vero salasso.

Il primario: ho rotto il femore alla vecchietta per allenarmi Il medico dell’ospedale Pini di Milano è stato arrestato “Denaro da due multinazionali che vendevano protesi” .

Inchiesta sulla pedofilia tra i campi di calcio La madre della vittima mai ascoltata dai vertici Csi Il ragazzo che ha denunciato : ora Maicol non farà più male a nessuno.

“Vinceremo la battaglia solo se coordiniamo le singole Intelligence” “L’Europa ha una grande opportunità di leadership se saremo in grado di andare avanti davvero uniti”.

IL CALIFFATO Un soldato del Califfato. La stessa formula usata dopo gli attacchi a Nizza, a Berlino, negli Stati Uniti. L’Isis ha aspettato 24 ore prima di «mettere il timbro» sull’attentato di Londra. Con un comunicato diffuso dall’agenzia Aamaq che ricalca quelli della scia di sangue dell’ultimo anno. «L’assalitore di ieri di fronte al Parlamento britannico a Londra era un soldato dello Stato Islamico che ha agito in risposta agli appelli a colpire i cittadini delle nazioni della Coalizione». «Soldato», «jundi», quasi un codice che permette di capire la portata dei legami fra la casa madre e il terrorista. Lo stesso usato per Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, il tunisino della strage sulla Promenade des Anglais del 14 luglio 2016. O per Anis Amri, l’autore dell’attacco al mercatino di Natale di Berlino, o ancora Abdul Razak Ali Artan, il rifugiato somalo che ha cercato il massacro in Ohio. Solo che Khalid Masood, era un uomo di mezza età, 52 anni, forse un convertito, con una lunga carriera criminale alle spalle più che un curriculum da jihadista. Quando l’Isis usa la parola «soldato» mette il suo seguace un livello sotto i «mujaheddin», o i «credenti» che hanno combattuto nel Califfato e sono tornati a seminare il terrore in Occidente. «Credenti» e «mujaheddin» erano gli autori delle stragi di Parigi. Con i «soldati» l’Isis si è procurato reclute più a basso costo e meno controllabili ma è sceso in qualità. Ora l’età dell’attentatore di Westminster, e anche quella dell’uomo arrestato ad Anversa, segnalano un ulteriore scadimento. L’unico precedente con un «soldato di mezza età» è quello dell’attacco in caffè di Sydney condotto dal cinquantenne Mohammad Hassan Manteghi. L’Isis preferisce di gran lunga i millennials, anche se non si fa problemi nel reclutare avanzi di galera. Un poster in inglese mostra un militante all’interno di una prigione, con il kalashnikov sulle spalle e la scritta «A volte le persone con il peggior passato promettono il miglior futuro». In quasi tutti gli ultimi attacchi i terroristi hanno precedenti per crimini comuni. La velocità nell’adattamento della propaganda mostra al contrario un punto di forza dello Stato islamico. La sua macchina mediatica non è stata spezzata, anche se Raqqa e Mosul sono sotto assedio. Un altro poster in Rete, rilasciato poche dopo l’attacco, mostra Westminster, la Hyundai ferma contro la cancellata, e poi il volto «martirizzato» di Masood e la scritta «Fate la vostra jihad». I jihadisti però si sono dovuti adeguare. Facebook e Twitter, che hanno cancellato centinaia di migliaia di account, sono ora poco frequentati. Telegram, che ha cominciato da poco l’opera di pulizia, è preferito. Il cambio di canale ha costretto anche ad adeguare lo stile. Come nota l’analista francese Romain Caillet, non si rivolgono più a un «pubblico di massa, ma a un circolo di iniziati, di jihadisti convinti». Un bacino più ristretto per il reclutamento ma che serve a tenere alto il morale. Già nella notte i sostenitori dello Stato islamico avevano festeggiato e legato la strage alla guerra in Siria e Iraq. Uccidere innocenti, è la tesi, è una risposta ai presunti «massacri» della Coalizione. E su Telegram gli islamisti avevano riportato dichiarazioni del portavoce Abu Hassan al-Muhajir, che invitava tutti i credenti a passare all’azione nei Paesi occidentali «per distogliere i loro cannoni dai fratelli musulmani, attaccateli nelle strade, case, centri commerciali». La stessa linea del predecessore Mohammed al-Adnani e il suo «colpiteli con tutto quello che avete, investiteli con le vostre auto». E dietro i lupi solitari si scopre sempre un burattinaio. Come Junaid Hussain, in contatto con i terroristi di Garland, Texas, e di San Bernardino, California. O come Rachid Kassim, dietro quasi tutti i micro attacchi in Francia. Tutti e due sono stati eliminati da raid, a Mosul. Ma la battaglia non è finita. c  “Ha colpito un nostro soldato” La controffensiva dell’Isis La reazione per le perdite sul campo sia a Mosul sia a Raqqa ma i terroristi fanno proseliti in Europa attraverso la propaganda.LE VITTIME Andava a prendere i figli, a scuola non è mai arrivata La vita spezzata di Aysha Con lei morti l’agente eroe, un turista Usa e un 75enne.

La Polonia potrebbe «non firmare» la dichiarazione dell’Ue adottata per i 60 anni dei Trattati di Roma, se questa non comprenderà le richieste di Varsavia, che riguardano quattro priorità. Lo ha detto ieri la premier polacca Beata Szydlo. Si tratta dell’unità dell’Ue, la collaborazione fra Ue e Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e una maggior coesione del mercato comune dell’Ue. Alla domanda se la dichiarazione di Roma potrebbe non essere firmata, Szydlo ha risposto: «Certo, se non ci sarà il consenso». Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha definito le parole di Szydlo «un atteggiamento problematico verso l’Unione». .

Ora anche il Parlamento indaga sulle navi delle Ong Mistero sui finanziamenti Lega e Forza Italia all’attacco: “Aiutano gli scafisti”.

Salta il più grande deposito di armi ucraino nEsplosione nel più grande deposito di munizioni ucraino a Balakliya, vicino a Kharkiv. Si stima che il deposito contenga 138 mila tonnellate tra missili e munizioni per l’artiglieria (in alto il frammento di un missile caduto a centinaia di metri di distanza). Sono state evacuate 20.000 persone. Il portavoce del ministero dell’Interno, Artiom Shevchenko, ha accusato Mosca dell’esplosione.

Il formaggio del Medio Evo finanzia gli archeologi Accordo tra Università di Torino e Centrale del latte valdostana .

Ipotizzati i reati di truffa aggravata e turbativa d’asta Affari sull’emergenza rom, undici indagati Coinvolti nella vicenda imprenditori, alcune cooperative e l’ex consigliere comunale Michele Curto.Le carte dell’inchiesta Rimborsi al politico per il lavoro tra spese spalmate e fatture gonfiate.

Il sindacato all’attacco. Il liquidatore: la maggior parte verrà riassunta Eurofidi, l’ora dei licenziamenti Futuro a rischio per 112 addetti.

Caos in via Alfieri Cartelle da rottamare Assedio a Equitalia e lo sportello chiude Ogni giorno 500 richieste tra code e polemiche.

Elettricista ferma gli scippatori Subito rilasciati perché incensurati.

Processo alle cosche in Val Susa Così gli imprenditori vicini alla ’ndrangheta miravano al business Tav C’è una frase che spiega meglio di altre lo spirito del processo San Michele, nato dall’operazione del Ros e della Dda contro la ‘ndrina dei «Crotonesi» dislocata a Torino. «Lì dentro nei prossimi 10 anni arrivano 200 milioni di euro di lavoro. Non esiste che dobbiamo andare via perché intanto sta arrivando il mondo e lì ci siamo noi». Parla così, nel 2011, Giovanni Toro, 49 anni, imprenditore (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni) a proposito di una cava al confine tra Sant’Ambrogio e Chiusa San Michele. Un sito strategico su cui la ‘ndrangheta aveva messo gli occhi e investito soldi. Affari sporchi «Ce la mangiamo io e te la torta dell’Alta Velocità», dicevano. E invece no. Almeno fino ad ora. Toro ha asfaltato un tratto di strada per l’accesso al cantiere di Chiomonte. E null’altro. Certo è che è una ‘ndrangheta imprenditrice quella riconosciuta dai giudici di primo grado. Già perché altri uomini d’impresa hanno subito condanne pesanti per il reato di 416 bis, cioè associazione mafiosa. È il caso di Nicola Mirante, 48 anni, rampante titolare di un gruppo edile che ha rilevato un maxi appalto a Rivoli, le Residenze San Carlo: i costi iniziali di 10 milioni di euro schizzano a quasi 15 milioni. Mirante, condannato a 9 anni, gira su Porsche Cayenne e non sembrava impensierito di essere intercettato dall’antimafia: «Tu non sai chi c’è dietro di me», dice a chi non si piega. Pressioni e minacce Come l’ingegnere di Caselle Mauro Esposito, costretto a uscire da quell’affare di Rivoli e al quale la Corte ha riconosciuto 100 mila euro di provvisionale. Il Ros intercetta Mirante in Calabria insieme ad Antonio Agresta, superboss della ‘ndrangheta di Volpiano, zio dell’attuale collaboratore di giustizia Domenico Agresta. E fratello di Antonio, Francesco, figura secondo i giudici nelle attività di un altro interessante profilo: Donato Vincenzo, condannato a 9 anni e 6 mesi, titolare, diretto/occulto, di 22 imprese che vanno dall’edilizia alle onoranze funebri, all’alimentare. Il legale di Toro (Benito Capellupo) e di Mirante (Alberto Ventrini) annunciano ricorso in Appello. Capellupo spiega: «Toro è stato assolto da due imputazioni di un’estorsione mafiosa e per reati ambientali. Non condivido l’inquadramento della sua condotta nel reato di concorrente esterno e lo spiegheremo ai giudici di secondo grado».

Continua lo stato di agitazione dei dipendenti della Teksid che da due mesi protestano per l’azzeramento del premio di produzione. Ieri pomeriggio all’assemblea è intervenuto anche il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini: «I lavoratori hanno fatto sacrifici senza ricevere alcun premio. Questo è inaccettabile e dimostra i limiti degli accordi che sono stati fatti all’interno del gruppo. Recentemente la categoria ha invece rinnovato il contratto nazionale che in Fca non viene più applicato». Il sindacato sta pensando a nuove iniziative di protesta nei prossimi giorni: «La Fiom sta sostenendo la battaglia dei lavoratori. Essere retribuiti per quello che si fa è un diritto che va garantito», ha concluso Landini. In mattinata il leader nazionale della Fiom Aveva incontrato cittadini e lavoratori della Federal Mogul a Cuorgnè.

24.03.17

 

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ARROGANZA POLITICA CONTINUA

“Prendo 6 mila e 500 euro al mese Ho pagato tanto, che c’è di male?” Mastella: “I dem smettano di inseguire i 5 Stelle Emiliano? Lui ha la pensione da magistrato.

Proclami e guai giudiziari Il tramonto dei Forconi Perquisiti 18 attivisti per l’appello ai cittadini ad arrestare i parlamentari Dall’utopia di distruggere «i simboli del sistema prendendoli a forconate», da cui nel 2011 nacque il nome del Movimento dei Forconi. Alle perquisizioni, ieri mattina, nelle case di 18 attivisti indagati per aver istigato alla violenza con «l’ordine di cattura» dei politici e dichiarazioni online. Nel mezzo, una marea di proclami, serrate, scioperi, blocchi stradali dalla Sicilia al Piemonte e al Veneto, e il tentativo, il 14 dicembre scorso, di «arrestare» l’ex parlamentare Pdl Osvaldo Napoli. I militanti, su Facebook, spiegano che l’organizzazione è composta da «agricoltori, pastori, allevatori stanchi del disinteresse e del maltrattamento da parte delle istituzioni». Si definiscono apartitici, anche se c’è qualcuno con un passato da simpatizzante di Forza nuova e qualcun altro di frange estremiste di sinistra. E non mancano neppure militanti del Movimento che hanno avuto guai giudiziari con il fisco o per lo spaccio di droga. Martino Morsello, ad esempio, ex assessore socialista all’Agricoltura del Comune di Marsala, ha avuto una condanna per bancarotta fraudolenta. E Davide Mannarà - savonese, alla guida della rivolta nel ponente ligure - è stato arrestato per spaccio di droga. Poi c’è il caso della procura di Brescia che ha indagato su Lucio Chiavegato, per il «tanko», il trattore trasformato in carro armato, sequestrato a inizio 2014 nel Padovano, e che era stato costruito per tentare un’azione eclatante a Venezia in piazza San Marco. Chiavegato, artigiano, ex presidente dei «Liberi imprenditori federalisti europei» del Veneto, è il coordinatore del Movimento al Nord. Al Sud, Mariano Ferro, leader del Movimento dei Forconi, dovrà rispondere in tribunale per il fermo di cinque giorni dell’autotrasporto in Sicilia nel gennaio del 2012. Ma niente e nessuno sembra, almeno per ora, fermare le ambizioni del Movimento dei Forconi. Che ora punta a fare un salto politico, presentando delle liste in una cinquantina di Comuni alle prossime amministrative. Lo annuncia il presidente del Movimento dei Forconi, Danilo Calvani: «Il 9 aprile si terrà a Latina un’assemblea nazionale e decideremo se presentare le liste alle amministrative. La gente ce lo sta chiedendo». Alla base c’è la convinzione che debba essere applicata la sentenza della Consulta che definisce illegittimo il Parlamento e la legge sul Porcellum. Per ora sul Movimento pende la scure dell’inchiesta giudiziaria partita dalla procura di Latina: i poliziotti della Digos locale stanno collaborando con i colleghi di Ascoli, Campobasso, Como, Firenze, Roma, Taranto, Treviso e con il coordinamento della Direzione centrale della Polizia di Prevenzione. Le 18 persone perquisite, spiega la polizia, «si sono evidenziate nei mesi scorsi per la loro appartenenza o comunque vicinanza al Movimento e hanno manifestato l’intenzione di porre in essere una serie di condotte criminose finalizzate, in particolare, a dare esecuzione al cosiddetto “Ordine di cattura popolare”»

Fino a 60 ore d’attesa nei pronto soccorso La denuncia del sindacato dei medici: non è colpa degli accessi impropri, ma del taglio dei letti e dell’organizzazione Un quarto di chi entra in emergenza all’ospedale di Cosenza deve passarci un giorno prima di vedere un camice bianco.

N on usa mezzi termini, ascoltato dal Parlamento, il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro. «Dobbiamo registrare una sorta di scacco che la presenza di Ong provoca all’attività di contrasto». È esplosiva, infatti, la questione delle navi umanitarie che da mesi stazionano al largo della Libia e traghettano senza requie i migranti. Al momento non si intravedono reati, ma a Catania, come Palermo e Trapani, stanno indagando. E l’analisi del procuratore Zuccaro è inquietante: «Non possiamo arrivare neppure ai facilitatori... ». È una storia che comincia nel 2012. All’epoca la Marina militare che intercettava in acque internazionali i barconi e identificava spesso gli scafisti. Molti furono gli arresti. «All’epoca - ha raccontato Zuccaro - il meccanismo prevedeva la navi-madre per attraversare il Mediterraneo; i migranti scendevano su barchini solo all’ultimo. Noi abbiamo fissato il principio che si poteva intervenire già in alto mare. Abbiamo intercettazioni tra la nave e l’organizzatore, con quest’ultimo che li tranquillizza: finchè state lì, gli italiani non possono fare niente. E invece...». Archiviate le navi-madre, gli scafisti passarono ai «facilitatori», ossia chi accompagnava il viaggio dei disperati. «Li precedevano, segnavano la rotta, predisponevano le vettovaglie». Ma anche questi complici spesso venivano individuati dalla Marina militare e intercettati. La missione italiana Mare Nostrum finì e ne subentrò una europea detta Eunavoformed-Sophia. Zuccaro ha raccontato un retroscena fondamentale. «Inizialmente le navi militari erano troppo vicine alle acque territoriali libiche, così i “facilitatori” non servivano più». La nuova missione europea rischiava di diventare controproducente. «Ho fatto presente il problema e con l’ammiraglio Berutti Bergotti (in carica dal giugno 2016, ndr) abbiamo concordato un nuovo assetto, più distante dalle acque libiche». Con le navi militari che arretrano nell’estate del 2016, per gli scafisti torna la necessità dei «facilitatori». Ma d’improvviso la procura registra l’irruzione, su cui nutre molti sospetti, di nuovi soggetti: le Ong. A partire da settembre, infatti, molte organizzazioni umanitarie, alcune nate per l’occasione, si schierano in mare. Nasce dal nulla una flotta di ben 13 navi e due droni. Sono quelle stesse Ong che anche Frontex osserva con molta irritazione. La procura indaga sulle loro enormi spese. Soltanto per i droni, l’associazione tedesca Moas spende 400 mila euro al mese. Zuccaro non trae ancora conclusioni, ma butta lì: «Nei primi mesi del 2017 la percentuale dei loro salvataggi è salita ad almeno il 50%». E intanto il numero dei morti non diminuisce perché gli scafisti approfittano della situazione per inzeppare i gommoni all’inverosimile. Conclude Zuccaro: «Domando: è consentito a organizzazioni private sostituirsi alla volontà delle Nazioni?». E’ un oggettivo: superando ogni discussione, le Ong vogliono corridoi sicuri per i mi- “Le Ong facilitano gli scafisti” Nel mirino le navi umanitarie Il procuratore capo di Catania: “Da quando i militari hanno arretrato le organizzazioni caricano i migranti a ridosso delle acque libiche” FRANCESCO GRIGNETTI ROMA il caso I numeri Secondo il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nei primi mesi del 2017 la percentuale di salvataggi effettuati dalle Ong è salita ad almeno il 50% OXFAM/ANSA GIALLO SUL ROGO Nell’Astigiano brucia il centro d’accoglienza È quasi sicuramente doloso l’incendio che ha danneggiato i locali di una villetta destinata a diventare centro di accoglienza per migranti. È accaduto a Cortazzone, piccolo borgo contadino di 680 anime, nel Nord dell’Astigiano. Nella borgata lungo la strada che scollina verso Roatto, l’allarme è stato dato da un tecnico della ditta incaricata dalla cooperativa Codeal di Torino per i lavori di allestimento. È intervenuto anche il sindaco e sono stati chiamati i carabinieri. I vicini non si sono accorti di nulla e le fiamme si sarebbero spente autonomamente. «Atto vergognoso. Chi lo ha commesso forse non si rende neppure conto della gravità dell’azione»: non usa mezzi termini il sindaco Francesco Chiara, a cui fa eco il vice Vincenzo Galliani che lo definisce un «attentato che mi offende! Siamo un paese che non si è mai opposto all’ospitalità». Rassegnato il proprietario che nella stessa villetta aveva abitato prima di trasferirsi. E ora alza le mani «di fronte a un gesto così estremo mi vedo costretto a lasciare stare. I danni materiali passano in secondo piano». Le fiamme si sarebbero sprigionate al pian terreno distruggendo mobilio e materassi e parte della muratura ma nessun danno strutturale. Dall’esterno sono visibili le lingue nere agli infissi. «La cooperativa non si sarebbe limitata a dare accoglienza ma ad avviare anche un progetto legato al recupero agricolo di terreni incolti». Peraltro l’avvio del centro era stato sospeso: il Comune aveva richiesto al prefetto l’applicazione della clausola di salvaguardia che impedisce l’introduzione di nuove strutture di accoglienza, essendo già attivo nell’unione «Alto Astigiano» un centro con sei richiedenti asilo.   E lo stanno facendo. «A questo punto - commenta Laura Ravetto, Forza Italia, presidente del Comitato Schengen - mi chiedo se la Convenzione di Dublino debba essere applicata da parte del nostro Paese: l’Italia non può essere obbligata a trattare tutte le pratiche dei migranti che arrivano sulle nostre coste, se in realtà questi migranti dovrebbero essere destinati ad altro approdo»

VALENCIA, LE AUTORITÀ: È SUICIDIO Lo studente Erasmus italiano morto con un coltello nel cuore A un anno esatto dalla strage di studenti dell’Erasmus, sempre in Spagna e sempre a Valencia, una nuova tragedia investe il mondo dei corsi universitari all’estero, ma stavolta i contorni della morte violenta di Giacomo Nicolai, 24enne di Fermo trovato morto nel suo appartamento con un coltello conficcato nel cuore, sono molto più oscuri, anche se l’autopsia sembra confermare la tesi del suicidio formulata dalla polizia spagnola. Studiava Ingegneria al Politecnico di Torino e apparentemente era un ragazzo sereno, niente lasciava pensare che soffrisse di disagi particolari, eppure il giovane, secondo la ricostruzione degli inquirenti, per ben tre volte ha affondato il coltello nel proprio petto fino a uccidersi. «Fin da subito è sembrato trattarsi di un caso di morte violenta e l’autopsia ha effettivamente confermato quest’ipotesi: una morte violenta di natura suicida senza intervento di terze persone», ha detto un portavoce della polizia di Valencia. Stando agli esiti dell’autopsia, Giacomo Nicolai si sarebbe inflitto «tre colpi con un coltello, l’ultimo dei quali sarebbe stato quello letale». Sono stati i due coinquilini dello studente marchigiano a trovare il cadavere al loro ritorno a casa, in calle Josè Maria de Haro, in una zona vicino al porto della città: Giacomo era nel suo letto, con il coltello ancora conficcato nel cuore. I coinquilini hanno raccontato alla polizia che la notte della sua morte il 24enne era da solo nella sua stanza e che nessun altro è entrato nell’appartamento, dove gli inquirenti non hanno trovato alcun segno di effrazione. Il ragazzo, così come la sua famiglia, era molto conosciuto a Fermo: due sorelle più piccole, era attivo politicamente nelle file di Forza Italia, mentre il padre Stefano lavora alla Cassa di Risparmio di Fermo e la madre, Erminia Fidanza, è avvocato. La notizia è stata accolta con dolorosa incredulità da parenti e amici, che descrivono Giacomo come una persona “solare”. I genitori sono subito volati in Spagna per seguire le indagini e riportare il corpo in Italia.

La benedizione del burro antico farmaco contadino Tradizione biellese per la Festa dell'Annunciazion.

23.03.17

 

 

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IL VALORE DELL'ITALIA RISPETTO ALLA FRANCIA

Un bottino da tre miliardi per i ladri di cibo Dai preziosi limoni di Amalfi alle nocciole tonde del Piemonte, tutti i prodotti Igp nel mirino di bande specializzate In Puglia si organizzano ronde per proteggere le olive e in Emilia le forme di formaggio vengono trasferite nei cave

“Armi chimiche sui civili a Mosul” L’ultima atrocità dell’Isis in rotta Un funzionario Onu: tracce di gas mostarda nelle persone ricoverate .

“Innocente ma arrestato cinque volte a Bruxelles Mi credevano l’uomo con il cappello delle stragi” La storia di Faycal, accusato di far parte del commando jihadista “Ora mi sento prigioniero. E ho denunciato la polizia per molestie” .

“Soldi a Fillon per far incontrare Putin e il capo della Total” Si allarga l’inchiesta sul Penelope-Gate, spuntano accuse per falso e truffa Lascia ministro di Hollande, aveva fatto assumere le figlie teenage.

L’AD DI IMPREGILO COINVOLTO NELL’INCHIESTA SUL TERZO VALICO Indagato Salini, il re dei costruttori “Escludete mio cugino dall’appalto”.

Ecco l’hub della scienza che nascerà nell’area di Expo L La prima pietra in estate, la struttura sarà pronta nel 2024 a prima pietra dello Human Technopole verrà posata quest’estate. L’ultima nel 2024, e poi il polo biotech che sorgerà a Rho-Pero, nel primo hinterland milanese, in una parte dell’area di Expo 2015, sarà operativo e a pieno regime per i 1500 ricercatori e addetti che ci lavoreranno, con l’obiettivo di farlo diventare il più grande hub italiano della scienza. È questo il cronoprogramma presentato da Giuseppe Bonomi, amministratore delegato di Arexpo, la società «regista del progetto e che si occuperà dello sviluppo, insieme ad altri attori», che ieri con Stefano Paleari, presidente del comitato di coordinamento Human Technopole, ha illustrato a Palazzo Pirelli a Milano il masterplan della città della scienza. «Questo progetto rappresenta un ulteriore passo importante verso la realizzazione del Parco della Scienza, del Sapere e dell’Innovazione: Human Technopole farà da “catalizzatore” di altri insediamenti incentrati sul settore biomedico, della salute e della qualità della vita». Sarà proprio il progetto del polo scientifico a “condizionare” poi l’intero masterplan di tutta l’area Expo, un milione di metri quadri (di cui la capacità massima edificatoria è di 480 mila mq) in cui sorgerà anche il campus scientifico dell’Università Statale di Milano – che nelle parole di Bonomi e Paleari resta «un valore per Human Technopole» – e per il quale alcuni colossi come Bayer, Roche, Nokia, l’ospedale Galeazzi di Milano e i laboratori della Scala hanno dimostrato il loro interesse. Restano i simboli di Expo Human Technopole, che avrà anche 4 mila metri quadri di verde, sorgerà davanti all’Albero della Vita di Expo. «È stata una scelta simbolica la nostra», ha spiegato Paleari, ricordando che l’opera di Marco Balich «è stata vista da 20 milioni di persone nel mondo, di tutte le etnie e fasce sociali». Ma il vero perno di tutto il centro scientifico sarà Palazzo Italia. «Lo abbiamo fatto anche per motivi pratici, e non solo perché Palazzo Italia è stato, con l’Albero della Vita, l’anima di Expo: questo edificio sarà il primo ad essere pronto ed attrezzato, a giugno 2018, quando enLa cittadella della scienza milanese si estenderà per 35 mila metri quadri di superficie lorda, di cui ventimila saranno occupati da due nuovi edifici, mentre gli altri tre saranno quelli ereditati da Expo. «Abbiamo voluto adottare l’approccio insediativo, facendo sì che si creasse un mix tra ciò che ereditavamo dall’Esposizione Universale e quello che invece volevamo realizzare di nuovo», ha spiegato Bonomi. Come già predisposto dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova guidato da Roberto Cingolani, i cinque edifici ospiteranno i sette grandi laboratori del centro di ricerca (genomica oncologica, neuro genomica, nutrizione e alimentazione, big data, scienze della vita, analisi delle decisioni e nanotecnologie), oltre a quattro “facilities”, edifici dedicati alla ricerca. Il primo dei nuovi palazzi sarà pronto a giugno del 2019, mentre il secondo nel 2021. I conti del progetto Il costo complessivo del progetto ad oggi non è dato sapersi, ma in legge di stabilità del 2017 sono già stati stanziati 80 milioni di euro. Il masterplan presentato ieri è definitivo e sarà inserito nella lettera di invito per le società che parteciperanno alla gara per il progetto di tutta l’area ex Expo: l’impresa che vincerà (presentando il business plan migliore) si occuperà dello sviluppo del masterplan e pagherà una concessione ad Arexpo della durata di 99 ann.

Alibaba e Alfa Romeo hanno siglato ieri un accordo con l’apertura su Tmall del flagship store della casa automobilistica, segnando il record di vendite di 350 modelli di Giulia Milano limited edition (foto) in soli 33 secondi durante il “Tmall Super Brand Day”, promozione online di Alibaba. Rodrigo Cipriani Foresio, managing director per il Sud Europa di Alibaba, ha spiegato: «L’alleanza strategica siglata tra Alfa Romeo e la piattaforma Tmall del gruppo Alibaba è stata celebrata da un record: in 33 secondi sono state vendute 350 Giulia Milano. La scelta di lanciare questo modello in esclusiva sulle piattaforme di Alibaba testimonia ancora una volta la volontà del gruppo di continuare a lavorare a fianco di grandi brand come Alfa Romeo per portare il meglio del made in Italy ai consumatori cinesi, la cui domanda per prodotti stranieri continua a crescere». La Giulia Milano è stata venduta a un prezzo di 62.900 dollari. Fca ha inoltre aggiunto sulla piattaforma altre 60 autovetture Quadrifoglio Verde, il modello da oltre 500 cavalli, al prezzo di 148.000 dollari. A.

Q uali scomodi «compiti a casa» ci lascia quest’emozionante, partecipata, Giornata della memoria e dell’impegno? Direi una duplice presa di coscienza. La prima è che non possiamo essere cittadini senza conoscere il nostro passato anche nei suoi aspetti più dolorosi e oscuri, come quelli legati ai delitti e alle stragi di mafia. Una società smemorata è una società irresponsabile, come lo è una società che ricorda solo per convenzione e ricorrenza di calendario. Memoria viva, civile, condivisa è solo quella che genera cambiamento, che pone le condizioni per non ripetere gli stessi errori e per ribellarsi alle passate ingiustizie. Un giudice integerrimo come Bruno Caccia non è morto per avere una lapide o parole di circostanza, ma per un ideale di democrazia che sta a noi realizzare. Ecco allora che la Giornata finisce stasera e ricomincia domani e domani ancora, perché l’impegno per la democrazia è impegno per la vita: la nostra e quella degli altri. La seconda eredità è la consapevolezza che le mafie non sono solo un fatto criminale, ma innanzitutto sociale, culturale e politico. Che gode di complicità e protezioni da un lato, di scarso senso civico e indifferenza per il bene comune dall’altro. Non possiamo sperare di contrastarle se prima non sconfiggiamo la mafia dentro di noi che si chiama corruzione. La corruzione è l’anticamera delle mafie, ed è una peste che oggi si manifesta nell’intreccio sempre più stretto fra criminalità organizzata, politica e economica. Rompere quest’intreccio è compito della politica ma anche nostro. Servono lavoro, scuola, servizi sociali, serve una società più fedele alla Costituzione. Ma serve innanzitutto un risveglio delle coscienze, una maggiore responsabilità di ciascuno di noi. E su questo la Giornata ci ha dato molti motivi di speranza. I veri protagonisti a Locri, e in 4000 luoghi d’Italia, sono stati i giovani. La loro presenza, la loro attenzione, il loro sguardo pulito sono la nostra più grande responsabilità. Non possiamo più illuderli o compiacerli con un’attenzione di maniera, che non sfoci in opportunità concrete di lavoro e di vita. Sarebbe peggio che un errore, sarebbe un suicidio. Saranno infatti i giovani, esclusi oggi dal futuro, a fornirci le coordinate del futuro, tracciare il cammino verso un mondo più umano e più giusto.

Chiamparino rischia di trovarsi con una maggioranza risicata Contro le firme false del Pd l’ultimo assalto della leghista Se il Tar le darà ragione, fuori 8 democratici dal Consiglio regionale BEPPE MINELLO Una nuova assemblea Se il Tar accogliesse il ricorso, 8 consiglieri del Pd dovrebbero lasciare l’aula di Palazzo Lascaris e dalla redistribuzione dei seggi ne trarrebbero vantaggio più di tutti i grillini che diventerebbero, con 12 componenti, il gruppo più numeroso dell’assemblea mentre Chiamparino manterrebbe una maggioranza risicata REPORTERS 1000 firme La lista del Pd di Torino resta valida se si dimostra che almeno 1000 delle 1209 firme raccolte sono valide 27 consiglieri Se escono gli 8 consiglieri Pd, la redistribuzione dei seggi ne darebbe ancora 27 (sono 33) a Chiamparino Tutti, dal primo all’ultimo, ostentano ottimismo: «Al 99% nulla accadrà». Ma quell’1 per cento inquieta. Oggi il Tar affronta l’annesimo attacco di Patrizia Borgarello, l’ex-consigliera provinciale della Lega che ha fatto una ragione di vita il riuscire a ribaltare il voto delle Regionali del 2014 che portarono Chiamparino e il centrosinistra a guidare la Regione dopo il ribaltone del leghista Roberto Cota. Sentenza veloce Dunque, oggi, o comunque velocemente come pretende la legge elettorale, i giudici di corso Stati Uniti potrebbero decidere di accogliere le tesi della Borgarello e del suo legale, Anna Franchino, e cancellare tutti gli eletti del Pd a Torino. Che significherebbe togliere alla maggioranza 8 voti ai 33 che controlla, «licenziando» da Palazzo Lascaris esponenti di primo piano, a cominciare dal presidente del gruppo Pd, Davide Gariglio, e Mauro Laus, numero uno dell’assemblea piemontese. E poi gli assessori Pentenero, i presidenti Gallo e Valle, il vice di Laus, Boeti, e Andrea Appiano e Elio Rostagno. Un terremoto politico. Perché nella successiva redistribuzione dei seggi tolti al Pd il gruppo grillino salirebbe a 12 consiglieri diventando il primo partito in Regione. Certo, ci sarebbe ancora l’appello, ma chi reggerebbe una situazione simile? Le urne diventerebbero un’opzione. Anche se Chiamparino potrà comunque contare su un numero sufficienti di consiglieri: 26 o 27 (su 51) a seconda delle simulazioni. La prima, elaborata dal Csi, assegna un seggio all’Ncd che, nel 2014, non riuscì a entrare a Palazzo Lascaris. Ncd che oggi si chiama Alleanza popolare e che verrebbe rappresentata dall’eterno Giampiero Leo. Leo è già in «panchina» il quale, fatte le premesse di rito («Credo che il Tar non cambierà nulla; con una situazione politica così tormentata andare a elezioni anticipate sarebbe folle») ribadisce il suo «eccellente rapporto con Chiamparino che con Ghigo ha segnato il periodo d’oro di Torino» e , dunque, «sì» lo sosterrà senza se e senza ma. Una seconda simulazione, che arriva dai Moderati di Mimmo Portas, «corregge» quella del Csi là dove assegna un secondo seggio a Fratelli d’Italia e quindi a Roberto Ravello. Per la simulazione dei Moderati, il seggio verrebbe invece assegnato al loro Paolo Musarò, che affiancherebbe Maria Carla Chiapello , eletta nel listino, e Giovanni Maria Ferraris, diventato assessore allo Sport. Insomma, Chiamparino avrebbe ancora 27 voti e l’opposizione 24. Oddio, appello a parte, immaginate il clima da rissa che si creerebbe da quel momento alla primavera del 2019 quando scadrà naturalmente la legislatura. Perchè la prospettiva di 12 grillini sui banchi dell’opposizione galvanizzerebbe la già abbastanza galvanizzata pattuglia del M5s che attacca su tutto, pure il recente via libera al grattacielo è stato motivo di critiche più o meno fondate. In più, il Pd è diviso dalla vicenda congressuale e anche se tutti hanno parole di pace, i due consiglieri bersaniani, Walter Ottria e Silvana Accossato, hanno già costituito il nuovo gruppo di Movimento democratico e progressisti.Quattro processi Il destino di un partito è legato a due firme Un processo penale già chiuso, uno civile a sentenza forse a fine anno, un altro davanti al Tar e quello di oggi ancora davanti al Tar. Ce n’è abbastanza per far girare la testa a chiunque provi a spiegare cosa potrebbe accadere oggi in corso Stati Uniti. A sentire il professor Vittorio Barosio, avvocato del Pd, assisteremo all’estremo tentativo dell’ex-consigliera provinciale della Lega, Patrizia Borgarello e del suo avvocato Sara Franchino, di annullare la lista degli eletti Pd a Torino sostenendo che le 308 firme dichiarate false nel procedimento penale al termine del quale 9 esponenti democratici patteggiarono la pena, devono essere considerate false anche dalla giustizia civile del Tar. Se ciò avvenisse, ed è ciò che verrà deciso oggi dai giudici del Tribunale amministrativo, verrebbe cancellata la lista Pd di Torino che di firme ne aveva raccolte 1209 le quali, decurtate delle 308 oggetto del processo penale, scenderebbero sotto la soglia di mille firme richieste dalla legge perché una lista sia valida. Una pretesa, quella della coppia Borgarello-Franchino apparentemente logica. Ma il Tar, precedentemente alla sentenza del giudizio penale e sempre tirato in ballo dall’ex-consigliera leghista che chiedeva l’annullamento delle elezioni, aveva stabilito, tra le altre cose, che «solo» 211 firme erano state contestate con precisione: «specificatamente dedotte» è il termine tecnico. Tra queste 211 «solo» 169 sono anche comprese fra quelle giudicate fasulle dal successivo procedimento penale. Per le rimanenti 42, per le quali non venne presentata nessuna denuncia penale, il sospetto che siano fasulle è legittimo ma, a giudizio del Tar, dev’essere un procedimento ad hoc a stabilirlo. Borgarello e Franchino si sono rivolte al Consiglio di Stato per contestare la decisione ma sono state respinte. Hanno quindi presentato la querela di falso il cui esito si dovrebbe sapere verso la fine dell’anno. Facciamo due conti: 1209 meno 169 porta le firme a sostegno della lista Pd di Torino a 1040 ed è quindi da considerare ancora valida. Ma a fine anno, alla sentenza della querela di falso, si saprà anche quante delle altre 42 firme sono realmente taroccate. Dunque: perché vincano Borgarello e Franchino dovranno essere 41 (1040-41= 999 firme e il Pd di Torino è cancellato); perchè vincano Barosio e il Pd sono sufficienti 40 falsi: 1040- 40=1000 firme valide e il Pd è salvo. Un margine irrisorio che hanno spinto la Borgarello a tentare nuovamente la sorte, oggi, davanti al Tar.

22.03.17

 

 

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I DUBBI SUI PRESIDENTI AMERICANI

L’Fbi: “Indaghiamo sui legami tra lo staff di Trump e la Russia” Il direttore Comey ascoltato al Congresso nega che Obama abbia ordinato intercettazioni Ma la Casa Bianca non ritratta e rilancia: nessuna prova del coinvolgimento di Mosca .

Quell’intreccio tra 007 e politica che spaventa i presidenti Usa Il capo più potente fu Hoover: compilava dossier su tutti e fu accusato di insabbiare l’indagine sull’omicidio JFK.

Lo zar e l’Operazione scompiglio per paralizzare l’America I legami tra Putin e il presidente Usa fra spie e ricatti a luci rosse Dalla caduta di Flynn ai dubbi su Sessions: così vacilla il potere. Pericoli futuri Il direttore del Federal Bureau of Investigation ha anticipato che le manovre russe non si sono esaurite: «Si potrebbero ripetere alle elezioni di Midterm del 2018 e anche nelle presidenziali del 2020» Ç Europa nel mirino Il numero uno della Nsa ha messo in guardia l’Euoropa: «Mosca sta ripetendo nel Vecchio Continente quello che ha fatto con noi nel 2016.: usa false notizie e hacker per influenzare il voto in Francia e Germania» Ç I blitz di Putin I direttori di Fbi e Nsa sono d’accordo nel definire le azioni del Cremlino come la «manovra coperta più efficace di sempre riuscendo a seminare caos e discordia negli Stati Uniti».

Gli hacker di Mosca A giugno 2016 hacker russi si infiltrano nei pc del Comitato democratico e il mese successivo diffondono informazioni riservate attraverso la piattaforma WikiLeaks 1 Il caso Flynn A febbraio il consigliere per la Sicurezza Flynn si dimette per le telefonate (in un primo tempo negate) con l’ambasciatore russo Kislyak 2 Sessions nella bufera Il ministro della Giustizia Sessions nega in Senato di aver avuto contatti con l’ambasciatore russo in campagna elettorale. Poi ritratta, ammettendo due incontri 3 Il consigliere e i russi Carter Page, consigliere per la politica estera di Trump durante la campagna elettorale, aveva contatti con i russi e fece un viaggio a Mosca a luglio. Trump l’ha poi scaricato .

Campi in Libia per fermare i migranti L’intesa siglata a Roma durante il summit Europa-Africa alla presenza del premier Sarraj Da maggio pattugliamenti nel Mediterraneo con motovedette italiane e personale di Tripol.

“L’Europa sanzionerà i Paesi che rifiutano le quote” L’ultimatum del commissario Avramopoulos: l’Italia non deve ritenersi sola in questa emergenza

LA LOTTA CONTRO LO SPRECO Oltre un terzo dell’acqua si perde nella rete idrica Non tutta quella che paghiamo in bolletta arriva fino alle nostre case Unica nota positiva: negli ultimi tre anni ne risparmiamo l’8,4% in più L’acqua è una risorsa sempre più indispensabile, ma l’Italia continua a sprecarne troppa. Lo dicono i dati Istat elaborati dall’Ispra relativi al 2015: esaminando 116 capoluoghi di provincia si ha una perdita media del 35,4% dell’acqua che viene immessa in rete, con molte zone che superano il 60%. Tra queste ci sono le città di Cosenza, dove si arriva al 76,9%, Frosinone col 71,9%, Tempio Pausania col 68,6%, mentre le perdite minori si segnalano a Macerata col 6,6%, Udine con l’8,8% e Mantova al 9,6%. Il dato non risparmia le grandi città, ad esempio Torino, dove nel 2015 si è disperso il 24,6% dell’acqua, pari a ben 99,4 litri pro capite al giorno, e Milano, dove si perde il 12,2% che equivale a 55,2 litri quotidiani per persona. Scendendo verso sud, a Roma è sprecato il 42,9% dell’oro blu, mentre Napoli si ferma al 34,3%: per la capitale sono quasi 196 litri per abitante persi al giorno, mentre per ogni napoletano se ne disperdono 133,2. Situazione in miglioramento per i consumi, che nel 2015 a livello nazionale sono stati pari a 162,4 litri per abitante al giorno, in calo dell’8,4% rispetto al 2012. Tra i capoluoghi, la maggior diminuzione percentuale si è avuta a Massa, col 36%, mentre Monza è la città col maggiore aumento, del 69%, ed è anche quella che consuma di più, con 230,4 litri per abitante al giorno, mentre Vibo Valentia con 98,4 litri è all’ultimo posto. Consumi elevati si segnalano anche a Sondrio, Pavia, Milano, Lodi, Viterbo, Torino, Catanzaro e Bergamo, tutte superiori a 190 litri pro capite quotidiani, mentre le altre città più virtuose sono Arezzo, Tempio Pausania, Agrigento, Caltanissetta, Sassari, Cosenza, Lanusei, Andria e Reggio Emilia, tutte sotto i 120. Negli ultimi anni hanno abbassato i consumi anche Catania (-32,6%) e Cosenza (-31,9%), mentre li hanno aumentati Viterbo (+35,6%) e Verbania (+19,0%). A Torino si è passati da 218,9 litri pro capite consumati nel 2012 ai 197,6 del 2015, a Milano da 230,7 a 209,3 litri, mentre a Roma c’è stato un calo da 212,1 litri a 181 e a Napoli da 161,3 fino a 154,8 litri quotidiani ad abitante. Grazie al primo dato, spiegano gli esperti dell’ente pubblico ambientale, si comprendono le abitudini delle popolazioni che vivono negli agglomerati urbani, visto che la diminuzione dei consumi è spesso legata a un uso più consapevole della risorsa acqua, alla maggiore efficienza degli elettrodomestici e all’uso del riduttore di flusso nei rubinetti, mentre le perdite di rete portano «un aumento del prelievo di acqua alla fonte, da cui consegue sia un impoverimento della risorsa sia l’esposizione di alcuni territori a disservizi cronici». Nel report viene sottolineato come eccessive perdite di rete possano diventare «un problema sanitario in quanto l’interruzione dell’erogazione dell’acqua può mandare in depressione le condotte con conseguente infiltrazione di detriti, terriccio e liquami dal sottosuolo». Oltre a questo rischio, è ben presente anche quello legato ai pesticidi, presenti sia nelle acque superficiali che sotterranee, con un esame che ha riguardato 54 capoluoghi per un totale di 160 punti di monitoraggio. Il 16,2% dei siti (26 stazioni) ha livelli di concentrazione superiore ai limiti ambientali e riguarda 18 città. Nei campioni che superano i limiti sono spesso presenti miscele di sostanze, fino a un massimo di 34, e tra queste le più ricorrenti sono l’insetticida imidacloprid e l’erbicida glifosate (cercato solo in Lombardia e Toscana). Nelle acque superficiali, campioni contaminati sono stati segnalati in punti di monitoraggio di Biella, Como, Lecco, Milano, Cremona (2), Bergamo, Brescia, Pavia, Mantova, Parma, Ravenna, Pistoia (3), Pisa, Arezzo e Rieti, mentre per quelle sotterranee a Vercelli, Novara, Milano (ben 11 stazioni), Brescia (3), Pordenone (3), Ferrara (2), Chieti e Ragusa (5).

Mangiare una bistecca fiorentina è come bere 100 vasche da bagno il caso O gni giorno ha la sua pena, recita l’adagio. Ma ogni giorno può anche avere più Giornate. Mondiali o internazionali. Ieri era quella della felicità, oggi della poesia, domani dell’acqua. E a seguire, giovedì, quella della meteorologia, venerdì quella «per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime», sabato quella «di commemorazione delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi». Gran finale, per marzo, lunedì 27 con la Giornata mondiale del teatro. Ma non si pensi che marzo detenga il record: con «sole» dodici Giornate è preceduto da ottobre (17) e maggio (16). E tanti giorni, evidentemente insensibili all’impenetrabilità dei corpi, possono contenere più Giornate: oggi, per esempio, oltre che la poesia si celebrano anche le foreste. E il 1° maggio? Vi credevate che fosse soltanto la festa dei lavoratori, invece è pure la Giornata mondiale della risata. Mentre il 21 giugno è la Giornata della Sla, ma anche della «lotta a leucemia, linfomi e mielomi» e (forse per risollevarsi il morale) della musica. Ma meglio di tutti va al 2 ottobre: Giornata a) della nonviolenza; b) del sorriso; c) dei nonni; d) degli angeli custodi. Occasioni importanti per sensibilizzare sui tanti problemi del nostro mondo, accanto ad altre - come dire? - «fantasiose». Ma una bulimia celebrativa che fa singolare e forse non casuale contrasto con la propensione a dimenticare tutto e in fretta, e che in qualche caso può essere un modo comodo per risciacquarsi la coscienza e poi tutto come prima. Su un vecchio manifesto dell’8 marzo era scritto «8 marzo, festa della donna. E tutti gli altri giorni?». Ecco, va bene sempre. Dal sorriso alla schiavitù il supplizio delle giornate Il punto 6,6% Macerata Con il 6,6% Macerata è il capoluogo in cui viene dispersa meno acqua nel trasporto -36% Massa La città toscana è quella in cui si è avuto il calo minore nei consumi -69% Monza È la città in cui c’è stato il calo di consumi più consistente 16,2% Inquinati La percentuale di siti risultati inquinati dai pesticidi Fonte di vita L’acqua è un bene prezioso, l’Italia ne perde ogni anno un terzo nei meandri dei suoi acquedotti Un caffè Una tazzina di caffè contiene 75 millilitri di liquido ma in realtà ha un valore di acqua virtuale pari a 140 litri. Questo a causa della produzione, dell’imballaggio e del trasporto Un hamburger La carne è uno dei prodotti a più alto consumo di acqua virtuale visto che la vita di una mucca è molto più lunga di quella di una mela. Un hamburger vale per esempio 2400 litri Una T-shirt Non solo prodotti alimentari, anche gli oggetti hanno una valore in termini di acqua virtuale. Per esempio indossando una T-shirt stiamo vestendo qualcosa come 2700 litri di «oro blu» Una patata Ci sono prodotti che hanno un basso impatto, per esempio le coltivazioni. La loro vita è breve e, come per il pascolo confrontato all’allevamento, sfrutta soprattutto l’acqua piovana.

LE FRASI IL GIORNO DOPO LA VISITA DI MATTARELLA E IL RICORDO DELLE VITTIME DEI CLAN Scritte sulla chiesa antimafia “Più lavoro, meno sbirri” Sui muri del Vescovado di Locri un attacco anche contro don Ciott.

Lanciano, il bambino è autistico tre scuole gli rifiutano l’iscrizione La madre si è rivolta al sindaco e alla polizia Il ministero ha subito avviato gli accertamenti.

Asti Telefono Arancione, aiuti a 50 imprenditori in difficoltà In un anno di attività con il Telefono arancione, l’associazione San Giuseppe Imprenditore ha gestito 50 casi di imprenditori e aziende in difficoltà. E’ il primo bilancio dell’associazione fondata da Lorenzo Orsenigo, ex imprenditore obbligato al concordato per tutelare i suoi 180 dipendenti. Dalle vicende personali l’idea del Telefono arancione (02-3790.4770), servizio di ascolto e aiuto per imprese in difficoltà, gestito da ex imprenditori e professionisti con il supporto degli operatori del call center Phonetica: «Stiamo aiutando decine di titolari d’azienda ad affrontare il dramma della crisi e del fallimento – ha spiegato Oresenigo durante l’incontro ad Asti – Oltre 200 le chiamate ricevute, una cinquantina i casi presi in carico». Ora un nuovo progetto: l’Accademia di San Giuseppe. «Il 23% dei leader di aziende famigliari ha più di 70 anni e deve affrontare il tema della successione aziendale – ha spiegato Sandro Feole, commercialista e responsabile dello staff tecnico-giuridico del Telefono Arancione – L’Accademia si pone proprio in questa fase, per trasmettere valori e metodi fondati su forme di buona imprenditoria, per aiutare nella gestione del passaggio generazionale».

La gara prevista nel 2018 Parco della Salute, 18 milioni per bonificare l’area Avio-Oval Un investimento di 18 milioni, a fronte di una gara che partirà nel 2018, per garantire la sicurezza e quindi il riutilizzo di quella che è stata un’area industriale. Tappa dopo tappa comincia il percorso che porterà alla nascita del Parco della Salute di Torino, il futuro polo ospedaliero, didattico e di ricerca previsto in zona Lingotto. Ieri la giunta regionale, su proposta dell’assessore alla sanità Antonio Saitta, ha approvato una modifica al documento di programmazione dell’insediamento. La delibera prevede una nuova articolazione degli interventi previsti, con la ridefinizione di una specifica voce riguardante la bonifica dell’area AvioOval, sulla quale sorgerà l’opera. Tema delicato, quello delle bonifiche: fanno fede le polemiche che tuttora chiamano in causa quelle effettuate sotto la superficie del terreno che ospita il grattacielo destinato ad accorpare tutti gli uffici della Regione. Nello specifico, la bonifica verrà effettuata attraverso una gara di appalto dal valore di 18 milioni e 480 mila euro, in gran parte finanziata con fondi statali ex articolo 20 (per 17 milioni e 600 mila euro) e con un contributo regionale di 880 mila euro. Dall’assessorato alla sanità, in corso Regina Margherita, precisano che non si tratta di un aumento di spesa: il costo rientra fra quelli già previsti per la realizzazione del Parco della Salute. La procedura del bando di gara anticiperà quella per l’individuazione del soggetto privato che si occuperà della costruzione e della gestione della parte non sanitaria del complesso. La documentazione con la nuova articolazione degli interventi verrà ora, come da prassi, inviata al nucleo di valutazione del Ministero della Salute. «Con questa delibera aggiungiamo un nuovo importante tassello verso l’avvio del Parco della Salute – commenta l’assessore Saitta -. Dopo l’individuazione della stazione appaltante nell’azienda ospedaliera universitaria Città della Salute e dopo la pubblicazione dell’avviso di consultazione preliminare per individuare l’advisor che seguirà gli aspetti giuridici, legali ed economici connessi alle procedure. L’obiettivo, per quanto riguarda le bonifiche dell’area, è di far partire effettivamente la gara all’inizio del 2018». Come si premetteva, sarà un percorso parallelo alla ricerca dell’advisor. La Città della Salute, proprio in qualità di stazione appaltante, ha pubblicato un avviso di consultazione preliminare per individuare l’advisor esterno che seguirà l’azienda sanitaria in tutti gli aspetti di natura giuridica, legale ed economica connessi alla formulazione delle procedure di gara: in questo modo un ente terzo garantirà la trasparenza di tutti gli atti e tutelerà anche dal punto di vista finanziario l’intera operazione, oltre a fornire assistenza per i primi due anni di gestione del contratto. Un percorso parallelo, anche, alla ricerca dei finanziamenti privati indispensabili per integrare la quota pubblica: i prossimi mesi diranno se l’interesse ultimamente manifestato verso il progetto da alcuni grandi fondi di investimento si concretizzerà o meno.

21.03.17

 

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VOGLIA DI SICUREZZA

Il Palazzo di Giustizia senza pm Così i reati restano impuniti Tempio Pausania, il tribunale è in emergenza organico: “Ma nessuno ci ascolta.

20.03.17

 

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RENZI DICEVA

L’allarme del Viminale sugli sbarchi Le previsioni del governo: “Quest’anno gli arrivi saranno 70 mila in più del 2016” Accoglienza da ripensare: il piano di 2,5 migranti per mille residenti non basterà. Motovedette italiane-libiche Già da aprile la guardia costiera libica potrebbe cominciare a pattugliare le proprie acque territoriali con le 10 motovedette riparate e messe a disposizione dall’Italia. «C’è bisogno di risultati», ha ribadito ieri, in una riunione al Viminale, il comitato misto Italia-Libia. 15.852 da inizio anno Numero dei migranti sbarcati dal primo gennaio 2017 a ieri (14 marzo 2017) +67% rispetto al 2016 Nei primi 73 giorni del 2016 gli sbarchi erano stati 9,496: l’aumento è del 66,93% 181.436 in tutto il 2016 Nell’anno scorso si è registrato il record di sbarchi sulle coste italiane 521 già morti nel 2017 Vittime in mare al 5 marzo secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni.

Sotto accusa le navi delle Ong “Usate come taxi dagli scafisti” Il 40% dei salvataggi è effettuato da organizzazioni umanitarie Inchieste di tre procure sui presunti contatti con i trafficanti . L’accusa di Frontex, l’agenzia europea che si occupa dei confini dell’Unione europea, è a pagina 32 del Rapporto Risk Analysis 2017: «È chiaro che le missioni al limite e occasionalmente all’interno del limite delle 12 miglia, in acque libiche, hanno conseguenze non desiderate». E cioè che per gli scafisti è fin troppo facile stipare all’inverosimile i gommoni, e mandarli in mare addirittura senza acqua da bere, senza carburante, senza salvagente. Tanto ci sono le navi delle Ong lì pronte. Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, è andato oltre: «Le Ong non collaborano con noi». Già, perché collaborare con le polizie europee, questa è Frontex, va contro la filosofia di molte Organizzazioni non governative. Così accade che gli scafisti preferiscano spedire i gommoni in bocca alle navi umanitarie evitando quelle della missione militare europea Eunavfor Med: quest’ultime, infatti, hanno salvano i migranti, ma poi affondano barconi e gommoni (380 imbarcazioni distrutte), e individuano gli scafisti (110 soggetti) che consegnano alla magistratura italiana. Dato che non sono poliziotti, invece, i volontari non affondano i gommoni, e si è saputo che spesso gli scafisti restano in area per recuperarli. InolGasparri, condiviso della maggioranza. «Durante il 2015 e i primi mesi del 2016 - scrivono - i trafficanti hanno istruito i migranti ad effettuare telefonate via satellite al Maritime Rescue Coordination Centre di Roma per avviare salvataggi mirati in alto mare. Le operazioni di salvataggio sono state principalmente effettuate dalle forze del- 160 per barcone Nel 2016 la media di persone caricate è salita a 160, contro le 90 del 2015 12 miglia È l’ampiezza massima delle acque territoriali, oltre cui le missioni non dovrebbero spingersi tre, li inzeppano più di prima: se nel 2015 ogni gommone portava una media di 90 persone, nel 2016 si è balzati a 160. Lo spazio delle taniche di acqua e di carburante ora è per i disgraziati. Il problema è stato portato all’attenzione del Parlamento nei giorni scorsi, con un ordine del giorno dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani e Maurizio l’ordine italiane, Eunavfor Med o Frontex, con le navi Ong coinvolte in meno del 5 per cento dei casi. Dal mese di giugno 2016 il modello è stato invertito. Il numero di telefonate satellitari per Roma è diminuito drasticamente al 10% e le operazioni di soccorso delle Ong sono oltre il 40 per cento di tutti i salvataggi». In effetti c’è stata una vera impennata dei salvataggi in mare a cura delle Ong: 1.450 persone nel 2014, 20.063 nel 2015, 46.796 nel 2016. Tutti migranti che finiscono in Italia. Almeno tre Procure indagano (Palermo, Catania e Trapani). Nel capoluogo etneo il procuratore Carmelo Zuccaro sta studiando la situazione: «Stiamo acquisendo dati - dice - e non appena avranno un senso compiuto li porterò alla Commissione parlamentare Schengen». Potrebbe accadere il 24 marzo. Zuccaro distingue tra le Ong «di chiara fama» e quelle sconosciute. «Ci sono tantissime Ong che sono nate per l’occasione, molte in Germania». La procura avrebbe a disposizione rapporti riservati di Frontex con informazioni raccolte anche in Libia, dei servizi segreti, e della Marina militare italiana.

Il dispaccio segreto degli Stati Uniti “L’Italia si riprenderà solo nel 2025” Il crudo report a Washington prima dell’ultima visita di Renzi di ottobre “La riforma costituzionale sbloccherà piani importanti, banche vulnerabili. F a tremare i polsi, la previsione dell’ambasciatore americano a Roma John Phillips: «Di questo passo, l’economia italiana non tornerà ai livelli pre crisi almeno fino al 2025». Dieci anni di vacche magre, che «allargheranno ulteriormente il gap tra il Paese e i suoi pari europei meglio performanti». Un giudizio che impressiona per la sua gravità, mentre l’Italia si divide in scontri e diatribe fuori dal tempo, e per la sua vicinanza, dato che sta in un rapporto scritto appena sei mesi fa. È il 4 ottobre del 2016, quando Phillips invia al segretario di Stato John Kerry questo cable classificato Secret, che La Stampa ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane. S’intitola «Italy: Scenesetter for the Official Visit of PM Matteo Renzi, October 18», e serve a preparare la Casa Bianca per la visita del premier, e l’ultima cena di Stato offerta da Obama. L’Europa traballa sotto il peso della Brexit e dell’ondata populista, l’America va verso la sorprendente elezione di Donald Trump, e l’Italia si prepara a votare nel referendum costituzionale. L’appoggio di Washington per Renzi è netto, perché lo vede come una delle poche ancore di stabilità rimaste, e sul referendum va oltre la politica: «Se approvata, la riforma costituzionale restituirebbe anche all’esecutivo la competenza esclusiva per le grandi infrastrutture, l’energia e altri progetti di sviluppo di interesse nazionale. Sotto il sistema attuale - spiega Phillips - il governo centrale e quelli locali condividono “competenze concorrenti”. La derivante sovrapposizione burocratica dà a ciascuna autorità locale un potere di veto de facto, che risulta in costi elevati e imprevedibili, e frequenti ritardi per i grandi progetti. Ciò complica i tentativi dell’Italia di attirare investimenti stranieri e aggiornare la rete delle infrastrutture». Dunque Washington appoggia il referendum anche per ragioni economiche molto concrete: «Questa riforma dovrebbe sbloccare progetti critici che l’opposizione regionale ha ritardato per anni, come la Trans Adriatic Pipeline e la diffusione nazionale dell’high speed broadband (la banda larga, ndr)». Il paragrafo intitolato «Economy Slowly Recovering from Recession» spiega nel dettaglio le preoccupazioni degli americani: «L’Italia è emersa da tre anni di recessione nel primo trimestre del 2015, ma il Pil rimane oltre nove punti sotto il suo picco pre crisi, e resta ben al di sotto della media europea. Il 27 settembre il governo ha abbassato l’obiettivo di crescita, a causa del significativo apprezzamento dell’euro, la continua assenza di inflazione e l’incertezza globale seguita alla Brexit. Come lascito della crisi finanziaria, Roma ha aumentato il debito pubblico a 2,1 trilioni di euro, cioè il 132% del Pil, un livello secondo solo alla Grecia». Phillips chiarisce anche il motivo concreto della preoccupazione: «La capacità fiscale dell’Italia resterà severamente limitata per decenni, incluse nuove spese per la difesa». Quindi segue la raggelante previsione sull’economia, che non si riprenderà almeno fino al 2025. Phillips nota che Roma è una forte sostenitrice della Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè l’accordo per i liberi commerci tra Usa e Ue che Obama sostiene. L’America è il suo primo mercato fuori dall’Europa, e quello che cresce più velocemente: «Le esportazioni chiave verso gli Usa sono le auto, come la Jeep Renegade e la Fiat 500, i prodotti farmaceutici e i macchinari industriali». Purtroppo, però, «l’Italia è solo all’ottavo posto nell’Eurozona come destinazione degli investimenti diretti americani, nonostante compagnie come Amazon, Apple, Ge, Cisco e Ibm LAPRESSE / SIPA USA I NODI DEL PAESE PAOLO MASTROLILLI INVIATO A NEW YORK Retroscena abbiano annunciato operazioni di grande profilo nel 2016. Il clima degli investimenti è difficile per la burocrazia ingombrante e un sistema sclerotico della giustizia civile. Renzi ha fatto progressi nell’attuare riforme strutturali e misure per stimolare la crescita, ma l’applicazione è a macchia e molto resta ancora da fare». L’ambasciatore sottolinea che «la Brexit ha provocato uno shock nei mercati finanziari e nel settore bancario italiano». Secondo Phillips «le banche sono particolarmente vulnerabili agli shock esterni, perché i loro bilanci sono appesantiti da prestiti non performanti che costituiscono il 17% del totale». Per fortuna «non ci sono segni di una corsa agli sportelli o crisi di liquidità. Il sistema bancario rimane solido e, con l’eccezione del Monte dei Paschi di Siena, ha fatto meglio di quanto ci si aspettasse negli “stress test” europei». La prospettiva, però, resta incerta: «Ci vorranno anni, e un solido ritorno alla crescita, affinché le banche italiane si ottimizzino». Con queste premesse, il 18 ottobre Renzi viene ricevuto alla Casa Bianca. Poco dopo Trump vince le presidenziali, il referendum costituzionale viene bocciato e il premier si dimette, nonostante Barack gli chieda di rimanere. I problemi però restano gli stessi, perché tutti gli ambasciatori americani degli ultimi venti anni, Sembler e Spogli inviati da Bush, Thorne e Phillips da Obama, hanno condiviso queste riflessioni bipartisan. Probabilmente le ripeterà anche Lew Eisenberg, il finanziere scelto da Trump per Via Veneto, ma intanto l’Italia si divide su altro.

Francia, indagato Fillon “Appropriazione indebita” Il candidato dei Repubblicani incriminato per gli incarichi a moglie e figli E Macron va sotto inchiesta per una trasferta extralusso a Las Vegas.Tra scandali e sospetti nA gennaio «Canard Enchaîné» scrive che Penelope avrebbe intascato 800 mila euro lordi in 8 anni come assistente parlamentare del marito. Ma si tratterebbe di un impiego fittizio nLo scandalo si allarga a due dei cinque figli di Fillon: tra il 2005 ed il 2007 guadagnarono come assistenti parlamentari 84.000 euro a testa mentre erano studenti nDopo essersi scusato con i suoi elettori, il 5 marzo Fillon parla davanti a 40 mila persone a Trocadero. Il giorno dopo il partito repubblicano gli conferma l’appoggio .

Erdogan alza il tiro contro L’Aja “Colpevole della strage di Srebrenica” Il presidente accusa anche la Germania: ospita i terroristi L’appello al mondo islamico: aiutate la Turchia a proteggersi.

MOSCA NEGA, MA GLI USA CONFERMANO LA PRESENZA DI DRONI E DI UN AEREO DA TRASPORTO Libia, truppe speciali russe inviate in soccorso di Haftar I militari sarebbero arrivati in una base dell’Egitto occidentale L’uomo forte di Tobruk riconquista i terminal petroliferi sulla costa.

COLLINS, EX COMMISSIONE “Il Sant’Uffizio respinse il tribunale per i pedofili” In una lettera aperta al cardinale Gerhard L. Mueller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicata dal National Catholic Reporter, l’irlandese Marie Collins ribatte a un’intervista del capo dell’ex Sant’Uffizio, chiarendo perché il 1° marzo lei, ex vittima di abusi di un sacerdote, si è dimessa dalla Commissione pontificia. Collins replica a Mueller su quello che lui chiama «progetto» su un «tribunale dei vescovi» che coprono i preti pedofili annunciato nel 2015 in seno alla Congregazione, accantonato «dopo un dialogo intenso fra vari dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero». «Era solo un progetto, dice?», chiede Collins, ricordando l’annuncio vaticano del 10 giugno 2015 circa «l’istituzione di una nuova Sezione Giudiziaria nella Congregazione per la Dottrina della Fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale Apostolico» e l’approvazione da parte del Papa che aveva anche autorizzato «risorse sufficienti per tali fini». E aggiunge: «La Commissione pontificia l’ha raccomandato, il Consiglio dei cardinali e il Papa l’hanno approvato, e poi è stato respinto dalla sua Congregazione».

I CONTI 2016 DI VOLKSWAGEN MEGLIO DEL PREVISTO NONOSTANTE IL PESO DEL DIESELGATE COSTATO FINORA 23 MILIARDI Müller disegna la nuova Vw Auto elettriche e su misura L’ad non esclude alleanze. “Ma con Marchionne oggi non ci sono contatti” .

LA TECNOLOGIA DEGLI IMPULSI LASER Pc 100 mila volte più veloci con gli elettroni addomesticati nImpulsi di laser ultraveloci aprono la strada a dispositivi elettronici 100 mila volte più potenti di quelli attuali e rendono più vicina la nascita di un’elettronica basata sulla luce. Lo studio dell'università tedesca di Marburgo segna un importante passo in avanti per i computer quantistici del futuro. Per la prima volta è stato messo sotto controllo il movimento, spesso caotico, degli elettroni, «avvolgendoli» in lampi di luce. Questi si verificano all'interno di un cristallo semiconduttore e hanno una velocità da record: appena 100 milionesimi di miliardesimo di secondo.

Esperti a confronto “La tiroide lavora meglio assumendo sale iodato” «Quando abbiamo una gomma a terra l’auto non si può muovere. Ma anche se è sgonfia rischiamo di avere un incidente. Allo stesso modo, anche una tiroide che non funziona a dovere può risultare pericolosa per l’organismo». Con questa metafora automobilistica Ezio Ghigo, docente di Endocrinologia e Direttore della Scuola di Medicina dell’Università di Torino, ha fatto il punto sulle problematiche di questa ghiandola, troppo spesso sottovalutata ma fondamentale per l’organismo. L’occasione è stata offerta dall’incontro «Come mantenere in salute la tiroide: una farfalla delicata» organizzato da La Stampa al Centro Congressi dell’Unione Industriali. Insieme a Ghigo c’erano i maggiori rappresentanti dell’endocrinologia torinese: Emanuela Arvat, docente universitario e primario di Endocrinologia Oncologia della Città della Salute di Torino, Nicola Palestini, del Dipartimento di Chirurgia Città della Salute, Fabio Orlandi, professore associato e Primario di Endocrinologia dell’Ospedale Gradenigo Humanitas, Paolo Limone, primario di Endocrinologia dell’Ospedale Mauriziano, Rita Morales, medico di Medicina Generale. «La funzione della tiroide è fondamentale per l’accrescimento e lo sviluppo nonché per normali funzioni nervose, cardiovascolari e metaboliche» ha ancora sottolineato Ghigo. «Ciò che conta - ha ribadito Rita Morale- è sapere che il medico di medicina generale è il primo punto di riferimento per individuare eventuali problemi e poi attivare le contromisure». Fabio Orlandi ha ricordato invece una volta di più l’importanza dell’assunzione del sale iodato, soprattutto in Piemonte dove storicamente ci sono state aree in cui si sviluppavano gozzi legati proprio alla carenza di iodio, il «carburante» per la tiroide. «Assumere sale iodato, senza esagerare, rappresenta il modo migliore per far lavorare correttamente la tiroide e ridurre il rischio che, proprio per il superlavoro legato alla carenza di iodio, si creino noduli».

Valli di Lanzo Trovata una lupa uccisa a fucilate Contro i lupi si comincia a sparare. L’altro giorno i carabinieri del Gruppo Forestale di Torino hanno rinvenuto la carcassa di una lupa adulta nei boschi di località «Cornala» di Monastero di Lanzo. Per gli investigatori l’esemplare è stato «abbattuto da dei colpi di arma da fuoco». I dubbi che restano dovrebbero essere fugati stamattina, dai veterinari dell’Università di Torino che effettueranno l’autopsia sull’animale. Stessa zona I resti sono stati ritrovati nella stessa zona, tra i boschi di Coassolo e Monastero dove, alcuni giorni fa, un branco di lupi avrebbe addirittura sbranato prima un capriolo e poi un volpino, lungo le rive del torrente Tesso. E, così, riesplode la polemica tra chi, come i cacciatori e gli allevatori, vede questi predatori come un flagello in continua crescita; e gli ambientalisti, da sempre impegnati nella tutela del lupo, protetto dalla legge. «Fuori controllo» Non ha dubbi Alessandro Bassignana, il vice presidente regionale di Federcaccia. «Ora ci chiediamo quanti siano veramente i lupi sulle montagne del Piemonte e del Torinese – allarga le braccia Bassignana -. Secondo noi la situazione è completamente fuori controllo perché, ultimamente gli avvistamenti dei lupi e il ritrovamento di carcasse, sono sempre più frequenti. È ora che del “problema lupo” se ne occupi seriamente la politica. E poi a Giaveno è stato dimostrato che possono attaccare l’uomo, questo vuol dire che stanno mutando anche il loro comportamento, non hanno più paura dell’uomo». Per l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero: «Il tema è molto serio e delicato, anche perché il numero dei capi che si spostano sulle Alpi sarebbe in leggero aumento. Ma non si può certo sparare ai lupi, perché più che un atto di bracconaggio è un atto di banditismo molto pericoloso». Tra un mese i risultati Ancora qualche settimana e saranno pronte le statistiche elaborate dagli esperti, che serviranno a redigere una stima della presenza del lupo sulle Alpi. Il primo dato preciso e affidabile sulla diffusione degli animali. «Sarà il coronamento di due anni di intenso lavoro, portato avanti da circa 500 operatori specializzati appartenenti a tutto il mondo istituzionale Corpo Forestale, Città Metropolitana, Regioni, i Parchi e i Comparti Alpini – precisa Francesca Marucco, il responsabile scientifico del progetto Life Wolfalps -. Sono stati analizzati geneticamente 1500 campioni, solo con uno sforzo del genere si può pensare di fare una stima dei lupi presenti sull’arco alpino.

Politecnico Il portale online per scoprire oggetti intelligenti Lo speed date della ricerca propone 116 progetti Un portale online che permetta alle aziende di conoscere i brevetti e la ricerca più avanzata con cui aggiornare la propria produzione. Si chiama Knowledge share ed è stata lanciata dal Politecnico insieme a Intesa Sanpaolo. Già raccoglie le idee più varie: dal drone componibile che si può stampare in 3D alla mano bionica passando per un sistema di diagnosi prenatale automatica. Sono i progetti presentati ieri alle aziende (ben 116) dal Poli, con una sorta di speed date della ricerca: una delle iniziative, alla seconda edizione, volute per non lasciare in un cassetto i brevetti. Ma il progetto del portale è destinato a espandersi rapidamente: perché l’idea è quella di coinvolgere gli altri atenei italiani e realizzare un’unica piattaforma con schede che mostrino prototipi e utilità della ricerca. «Un elenco di potenzialità a cui le aziende e chiunque sarà interessato potrà attingere», spiega il vicerettore Emilio Paolucci. Il portale ha l’appoggio del Netval, che raccoglie 56 università e sei enti di ricerca. Il Poli, da solo, deposita tra i 40 e i 50 brevetti l’anno. Un numero cresciuto notevolmente negli ultimi anni. Ieri l’ateneo ha fornito i risultati della prima edizione dello speed date con le aziende: nel 2016 per 15 brevetti sono stati attivati contratti e progetti congiunti. Tema di quest’anno era l’Industria 4.0, e ha partecipato con i suoi brevetti anche Tim. Pierpaolo Marchese, referente dell’azienda, ha indicato le priorità nella rete 5G, che proprio a Torino sarà sperimentata come prima città in Italia, nei big data, le moli di dati che ogni giorno produciamo, e negli «oggetti intelligenti». Secondo il Poli, i settori più richiesti dal mercato sono elettronica e Ict, «ma anche architettura, soprattutto progettazione». I brevetti vanno dall’aerospazio, con una tecnica che permette di misurare tutti i parametri di volo con un apparato molto piccolo, a un sandwich di alluminio che contiene un sistema antigelo nei pannelli alari. C’è l’ambito biomedicale, con l’esoscheletro robotizzato per la riabilitazione delle gambe e l’orologio da polso che in realtà è un elettrocardiografo, o ancora una tecnica ecografica innovativa dell’idratazione dei pazienti. Ci sono i fanghi che derivano da scarti di lavorazione da usare nell’edilizia, e la carrozzina capace di salire le scale. Ma, dicono dall’ateneo, «azienda e ateneo fanno un percorso insieme prima di arrivare a mettere un prodotto sul mercato». All’incontro erano presenti Fabio Spagnuolo di Intesa Sanpaolo, Dario Gallina dell’Unione Industriale di Torino e Fabrizio Gea di Confindustria Piemonte, che ha parlato degli «hub» che nasceranno in ogni regione per assistere le aziende nel passaggio all’Industria 4.0: «Il trasferimento tecnologico dalle università è il modello che useremo negli hub».L’Università rinnova l’intesa con il Technion L’asse di ricerca e conoscenza che collega Torino ad Haifa Tra i progetti, pomodori che resistono alla siccità e lotta ai tumori.

Circoscrizione 5/ Madonna di Campagna Dalla sopraelevata da abbattere crollano pezzi di intonaco .

15.03.17

 

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RENZI = TRUMP ROVINANO I LORO PAESI. GO HOME !

L’ex procuratore di Torino Bruno Caccia venne ucciso perché osò «sbattere» fuori dal suo ufficio alcuni `ndranghetisti che «cercavano un approccio per convincerlo ad aggiustare indagini e processi», ma lui era «inavvicinabile e incorruttibile». Sarebbe racchiuso in queste parole il movente dell’omicidio avvenuto nel 1983, come ricostruito ieri dalla testimonianza del giovane pentito Domenico Agresta nel processo milanese a carico di Rocco Schirripa, arrestato nel dicembre 2015 come uno degli esecutori materiali del delitto e che ebbe come mandante Domenico Belfiore, già condannato in via definitiva all’ergastolo. Storia criminale Domenico Agresta, 28 anni, è l’ultimo collaboratore di giustizia che ha affidato i suoi segreti alla Dda di Torino. Fa dichiarazioni dirompenti: «La mia famiglia mi ha abbandonato completamente. Nessuno mi viene a trovare più». E così, se mai qualcuno avesse ancora dubbi sull’esistenza dell’altissimo livello di infiltrazione e radicamento delle cosche mafiose di origine calabrese nel tessuto sociale, produttivo, politico-economico del Nord Ovest, da ieri - dopo la deposizione fiume del più giovane pentito della’ndrangheta -, quei dubbi, non ci sono più. Ha dato una lucida ricostruzione di 30 anni di mafia, passata pressoché indenne per tre secoli. Al processo Caccia, che si celebra a Milano, sul banco degli imputati c’è - per ora - solo Rocco Schirripa, manovale delle ‘ndrine accusato di avere fatto parte del commando che uccise l’allora procuratore. Agresta si esprime in un italiano fluente, sceglie i termini con cura, è esauriente. Ha una memoria di ferro. Conferma, interrogato dal pm Marcello Tatangelo, di avere sentito dal padre Saverio Agresta che Schirripa e Franco D’Onofrio hanno ucciso il procuratore. «C’era anche Cosimo Crea che gli ha risposto: “E vi pare che non le so queste cose compare Saverio?» Spiega che D’Onofrio (indagato per omicidio a piede libero) è già negli anni Ottanta saldamente legato alla ‘ndrina Belfiore: «Quando Mimmo fu arrestato, D’Onofrio si occupava del mantenimento della famiglia» del boss mandante. Spiega che D’Onofrio è un esponente di altissimo rilievo della ’ndrangheta (“Ha la crociata e ha retto anche il locale di Moncalieri”); un punto di riferimento a livello nazionale. Altre rivelazioni Poi disegna la linea di comando del racket, passando dal padre Saverio, dallo zio Antonio e prima ancora dal nonno Domenico: «Da 100 anni gli Agresta sono ‘ndranghetisti». Per chiudere con le alleanze con la famiglia Crea, con i Belfiore, i Mazzaffero. Poi racconta delle paure di Renato Macrì, protetto dagli Agresta ma malvisto dalle famiglie alleate, che teme di essere ucciso. «Quelli sparavano quando tu non eri ancora nato» gli disse il boss in carcere. Quelli sono Schirripa e D’Onofrio, con il loro delitto eccellente stampato nella memoria collettiva dei mafiosi. Con Placido Barresi, il mediatore, «i calabresi lo portavano sul palmo di mano, come un Dio», con i suoi 12 delitti, la sua finta dissociazione «senza coinvolgere nessuno», solo un modo «per non scontare l’ergastolo», un modo elegante per sfuggire alla galera. Agresta ha fatto riferimento ad altri fatti di sangue in cui D’Onofrio e Schirripa sarebbero coinvolti. Non fa nomi di vittime: «Ho parlato con Torino, non posso dire altro»

Tribunale Pasionarie No Tav assolte per il sit-in Due storiche attiviste del movimento No Tav, Nicoletta Dosio e Marisa Meyer, 71 e 72 anni, della Valle di Susa, sono state assolte dall’accusa di aver improvvisato una manifestazione di protesta all’interno del cantiere di Chiomonte. Il 20 settembre 2014 le due donne parteciparono a una visita ispettiva di una delegazione guidata dall’europarlamentare Eleonora Forenza. La Dosio si ammanettò al trenino di servizio usato dagli operai per lavorare nel tunnel, poi si sedette sul selciato; la Meyer le restò accanto, in piedi. Al sit-in, che come ha sottolineato la difesa «durò cinque minuti e diciannove secondi», prese parte anche la Forenza, che però non è stata imputata. «L’accusa - spiegano gli avvocati Valentina Colletta e Danilo Ghia - era di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità perché qualcuno ordinò alle donne di allontanarsi. Ma quel “qualcuno” era un tecnico di Ltf (la società che si occupava dei lavori -ndr) e non c’erano problemi di ordine pubblico. Gli operai, peraltro, in quel momento erano in pausa.

BRACCIO DI FERRO ALLA FARNESINA “Sgradito a Trump” L’ambasciatore italiano adesso rischia il posto A un anno dalla nomina Varricchio sembra in bilico: “Vicino ai democratici” Il diplomatico cerca la sponda di Renzi. L’ipotesi del cambio con Londra. I DOCUMENTI DEL DIPARTIMENTO DI STATO “Renzi dovrà temere i suoi” Il dossier premonitore degli Usa I dispacci inviati a Washington nel 2014, alla vigilia dell’insediamento del nuovo governo “L’agenda è ambiziosa, ma la vera sfida sarà la divisione all’interno del suo stesso partito.

“Viola adesso ha un’altra famiglia” Respinto il ricorso dei genitori-nonni I coniugi di Alessandria continueranno a non vedere la loro bimba di 7 anni

La Scozia non rinuncia al suo sogno Nuovo referendum per l’indipendenza La leader accusa: non vogliamo la vostra Brexit, via l’iter per la secessione nel 2019 La Camera boccia gli emendamenti approvati dai Lord: ok formale per l’addio all’Ue.Theresa e Nicola, il duello tra nemiche perfette Carriera, istruzione e ideali: due premier agli antipodi «La Scozia diventerà indipendente prima della mia morte». Settembre 2014, lo Scottish National Party ha appena perso il referendum per la secessione e Nicola Sturgeon ha sostituito il primo ministro dimissionario Alex Salmond. La sconfitta brucia ancora, ma lei rilancia da subito il sogno indipendentista. La tenacia – testardaggine secondo gli avversari – è una dote che le riconoscono da quando era ragazzina. È anche per questo che si è trasformata nella nemica numero uno di Theresa May. Una rivale temuta e rispettata: dopo la successione a Cameron, la premier britannica ha voluto incontrare Nicola Sturgeon prima di tutti gli altri leader. Accomunate da una passione sfrenata per le scarpe (meglio se con tacco), sono agli antipodi sul resto. A iniziare dalla formazione scolastica. La 46enne First Minister scozzese, di origini umili, è stata la prima in famiglia a iscriversi all’università. May, 60 anni, è invece cresciuta nell’Oxfordshire e ha studiato al St Hugh’s college di Oxford, università nota come «sforna premier». Anche la militanza politica le divide. L’impegno di Sturgeon inizia prestissimo. Ha 16 anni - la Scozia non ha ancora guadagnato l’autonomia - quando si iscrive all’Snp. May scende in campo solo nel 1986, alla soglia dei 30 anni, dopo aver lavorato alla Banca d’Inghilterra. Nel 1997 viene eletta a Westminster. Sturgeon, candidata per due volte a Londra, deve invece attendere il 1999 per entrare nel neonato Parlamento scozzese. Scala subito le gerarchie e diventa prima ministro ombra per l’istruzione, la salute e la giustizia e poi fidato braccio destro di Alex Salmond, di cui prende il posto dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza. Dal 2014 è riuscita nella missione di rianimare l’Snp, che ha guadagnato 100 mila nuovi militanti (quadruplicando la sua base), e ha riavvicinato alla politica giovani disaffezionati. E sotto la sua guida il partito indipendentista scozzese è diventato il terzo a Westminster dietro Tory e Labour. Una cosa in comune però ce l’hanno: entrambe rifiutano l’etichetta di «Iron Lady», allontanando l’eredità di Margaret Thatcher.

Il ministro turco per l’Europa, Omer Celik, ha minacciato di voler rivedere l’accordo con l’Ue sui profughi. Una ritorsione, secondo alcuni, dopo che i Paesi europei hanno impedito a ministri di Ankara di tenere comizi in vista del referendum sul presidenzialismo. Il ministro per l’Europa ha esplicitamente detto di voler riconsiderare il passaggio dell’accordo con l’Ue che riguarda il transito sul territorio dei profughi. L’intesa prevede tra l’altro che i profughi giunti irregolarmente sulle isole greche siano riportati in Turchia in cambio di aiuti economici Il caso M.

L’ex presidente della Generalitat catalana Artur Mas è stato condannato a due anni di inabilitazione dal tribunale di Barcellona. L’uomo forte della regione che vuole diventare nazione, paga l’organizzazione del referendum informale del 9 novembre 2014 sull’indipendenza, formalmente vietato dal Tribunale costituzionale. Mas farà ricorso a Strasburgo. Per questo atto di disobbedienza sono state condannate anche altri due membri della governo Mas, la vicepresidente Joana Ortega (21 mesi) e l’assessore Irene Rigau (un anno e mezzo). La sentenza arriva nel pieno dello scontro: il governo indipendentista, grazie alla maggioranza assoluta nel parlamento di Barcellona (di seggi, ma non di voti) sta portando avanti le leggi sulla secessione, facendo molta attenzione a evitare i veti della giustizia spagnola. Il culmine del processo sarà il referendum, proclamato senza data («entro settembre») e già dichiarato illegale dal governo centrale. A differenza nel 2014 questa consultazione viene presentata come vincolante, se vince il sì partirà la repubblica catalana. In questo contesto il processo ad Artur Mas è la scintilla perfetta per far rinsaldare il sentimento nazionalista, un po’ scalfito da scandali di corruzione e dalla faticosa convivenza tra le forza di governo.

INCHIESTA PORTO D’IMPERIA Seconda assoluzione per Bellavista Caltagirone L’imprenditore romano Francesco Caltagirone Bellavista, 78 anni, assolto anche in Appello nel maxi-processo per la costruzione del Porto turistico di Imperia: confermata la sentenza di primo grado contro la volontà della procura generale, che aveva chiesto 6 anni di carcere. Cade ancora l’ipotesi che, a Torino, il pg Giancarlo Avenati Bassi aveva ereditato dalle indagini della procura di Imperia e poi trasmesse nel capoluogo piemontese per l’impossibilità di formare un tribunale a Imperia: quella di una «truffa colossale» architettata per «arricchire Caltagirone e i suoi amici» con un’infrastruttura che «non si voleva nemmeno completare». Norme aggirate per affidare l’appalto senza gara alla società Acquamare (emanazione del gruppo caltagironiano Acqua Pia Antica Marcia), far lievitare il corrispettivo da 160 a 209 milioni, elaborare un contratto di permuta che innalzava ulteriormente il valore a 338 milioni a fronte di 77 milioni di costi. I giudici del tribunale di Torino, nel 2014, scrissero che questa ipotesi «era inficiata da equivoci». Assoluzione anche per Carlo Conti (ex direttore generale del Comune di Imperia), Stefano Degl’Innocenti (ex manager Acqua Marcia), Delia Merlonghi (ex rappresentante legale Acquamare), Emilio Morasso (ex direttore lavori). Prescritta l’accusa che era costata all’ex presidente di Porto di Imperia, Paolo Calzia, 300 euro di ammenda. Unico condannato (pena ridotta a sei mesi e 15 giorni): Andrea Gotti Lega: ha avuto cariche in Acquamare nonostante fosse interdetto.

MALE TUTTI I SETTORI TRANNE L’ENERGIA. GLI ANALISTI: MA A FEBBRAIO LA PRODUZIONE AUMENTERÀ DELL’1,3% Industria, è il peggior calo dal 2012.

LA START-UP DELLO STATO EBRAICO HA UN ACCORDO CON BMW. NETANYAHU ESULTA: “È IL NOSTRO GENIO” Intel, 15 miliardi per l’auto senza pilota Il colosso Usa acquista l’israeliana Mobileye. Quaranta veicoli in strada entro il 2017.ù

Addio a De Lutiis, storico dei servizi segreti È morto a Roma, a 75 anni, Peppino De Lutiis, storico dei servizi segreti italiani e tra i maggiori studiosi delle vicende del terrorismo. È stato tra l’altro coordinatore dei consulenti della Commissione parlamentare su stragi e terrorismo e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. Il suo libro sulla storia dei servizi italiani, più volte aggiornato, è un testo scientifico di riferimento ancora oggi. Tra gli altri titoli, Il golpe di Via Fani e, assieme ad altri, Venti anni di violenza politica in Italia.

La svolta nelle indagini Ritrovati in un magazzino a Udine gli endoscopi rubati negli ospedali Pronti per essere spediti in Est Europa. I carabinieri del Nas sulle tracce della banda.

14.03.17

 

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RENZI IMMOBILE COME UNA CARIATIDE

La svolta dall’«io» al «noi» dura solo un giorno Il punto FRANCESCO BEI n«Sto bene, benissimo». Ieri c’era anche il ministro dello Sport Luca Lotti al Lingotto. «Non ce l’ho fatta a venire prima - ha spiegato dietro le quinte - non sta bene mia suocera: questi sì sono problemi seri...». Sottinteso, non come l’inchiesta Consip che lo vede indagato. Mercoledì in Senato sarà votata la mozione di sfiducia nei suoi confronti. «Mi difenderò, sto preparando il discorso». [F. SCH.] IL MINISTRO INDAGATO PER L’INCHIESTA CONSIP Lotti: «Problemi? Sì, mia suocera malata» ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO Non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parto da me Matteo Renzi ex premier e candidato alla segreteria del Pd La citazione di Brunori Sas In chiusura del suo discorso ieri Matteo Renzi ha citato la canzone Il costume da torero di Brunori Sas, pseudonimo di Dario Brunori (in foto), cantautore calabrese di 39 anni. Una citazione inusuale che è stata anche l’unica del suo intervento conclusivo al Lingotto FABIO MARTINI TORINO Retroscena È durata una manciata di ore la promessa di Renzi di passare dall’autoreferenziale “io” al “noi”. Liquidata con fastidio come una fissazione di qualche editorialista, la disputa sui pronomi nascondeva in realtà una questione politica decisiva: è stato oppure no un errore il voler fare tutto da solo, il non ascoltare nessuno o pochi intimi (sempre i soliti, quelli con la C aspirata), l’aver rottamato, oltre ai vecchi dirigenti, anche il partito? Sembrava che l’ex segretario avesse compreso, ieri tuttavia ha tenuto il punto: «Diciamocelo senza giri di parole: si deve dire “io” per poter dire “noi”. Senza “io” non si va da nessuna parte». Tradotto: senza di me non andate da nessuna parte. Che sarà anche vero, ma sa tanto di Marchese del Grillo: io so’ io e voi... L’incontro che non ti aspetti Il 16 enne zittisce il leader “Non sappiamo comunicare” nCi voleva un ragazzo di 16 anni per mandare in crisi Renzi. «Facciamo le proposte giuste ma le comunichiamo con il fischietto per cani». Colpito e affondato. Renzi l’ha ammesso: «Mi sono sentito un po’ in difficoltà». Mai successo, e il capolavoro è tutto suo: Federico Lobuono, 16 anni, da Roma. «Pischello in cammino». Parole sue.

.H ogeweyk è un quartiere speciale che sorge alle porte di Amsterdam, nel piccolo comune di Weesp. Un unicum che da anni studiano esperti di tutto il mondo, e che gli esterni possono visitare solo su prenotazione e a pagamento. C’è chi lo critica, paragonandolo a un Truman Show, e chi lo elogia perché permette di vivere una vita più normale. Ora quel modello, rivisitato, arriva in Italia: è in costruzione a Monza e a Roma e i lavori potrebbero partire entro l’estate a Cardano al Campo (Va). Li chiamano «villaggi Alzheimer» perché sono dedicati a persone affette da questa demenza senile (in Italia sono 600.000, le strutture potranno accoglierne meno di 300) e propongono un superamento delle Rsa (residenze sanitarie assistenziali), che chiudono l’esistenza nello spazio di un corridoio o poco più. L’idea dei villaggi è quella di ampliare quello spazio riproducendo all’interno - perché sono recintati - la quotidianità del pre-malattia. Case in condivisione E allora ecco che, innanzitutto, non si vive in corsia ma in una vera casa, da 8-10 persone, in cui seguire il proprio ritmo, alzandosi a orari diversi e cucinando insieme. Inoltre, sorvegliati da strumenti tecnologici, si può uscire da soli. L’area protetta, di diverse migliaia di metri quadri, prevede infatti di ricreare un piccolo borgo, con un supermercato, un bar, una chiesa, un parrucchiere, un parco e un teatro-cinema in cui girare liberamente, e un’ulteriore zona da raggiungere con gli operatori, rigorosamente senza divisa. «Oggi chi si ammala ha due possibilità: il centro diurno o il nucleo Alzheimer in una casa di riposo - osserva Roberto Mauri, presidente della Cooperativa La Meridiana, che inaugurerà nel 2018 a Monza il villaggio “Il paese ritrovato” -. Non sono sufficienti, rimane scoperta quella fase, che può essere lunga e logorante, in cui la persona è attiva dal punto di vista motorio ma la malattia è in uno stadio medio-avanzato». Il modello olandese I tre progetti italiani prendono a modello il villaggio di Weesp, costruito nel 2009, ma hanno differenze sostanziali. Quello della Capitale, che sorgerà - dopo anni di ritardi burocratici - «nel 2018 nel quartiere della Bufalotta e sarà gratuito per gli utenti», spiega la Fondazione Roma che lo sta realizzando, ricalca l’esperienza olandese nella scelta della suddivisione per «generi sociali» dei malati. Sono stati individuati tre profili (culturale-cosmopolita-creativo, tradizionale-conservatore e urbano-sociale), in base ai quali arredare le case e raggruppare le persone. Una classificazione che in Olanda ha ricevuto critiche, «ma non è un criterio rigido - sottolinea la Fondazione - serve solo per ricreare ambienti simili alle case degli ospiti». Nelle due strutture lombarde, invece, le abitazioni saranno sì una diversa dall’altra, per facilitarne il riconoscimento, ma non caratterizzate. E se in quella di Monza si privilegia «la tranquillità» e non sarà permesso l’ingresso di esterni (solo familiari, volontari e visitatori programmati), a Cardano si punta sull’integrazione. «Non volevamo creare un ghetto dorato in cui chiudere chi ha l’Alzheimer - sottolinea il dottor Marco Predazzi, presidente della Fondazione Il Melo e anima del “Villaggio A” di Cardano -. Lo scambio con l’esterno è fondamentale: supermercato e negozi saranno aperti a tutti». Il capitolo scottante riguarda i costi.  Un bozzetto dei negozi del villaggio «Il paese ritrovato» di Monza. Sabato la posa della prima pietra, apertura nel 2018 Una delle piantine del «Villaggio A» di Cardano al Campo, con aree in cui girare da soli o con l’operatore. Inaugurazione nel 2019 I progetti dei borghi, che apriranno fra il 2018 e il 2019 2,5 mln con problemi L’Istat stima che nel 2013 circa 2,5 milioni di anziani avessero limitazioni funzionali. Oggi, sottolinea l’Auser, per la prima volta la copertura di servizi e interventi per anziani non autosufficienti presenta tutti segni negativi 600.000 con Alzheimer L’Adi (Alzheimer’s Disease International) ha stimato a livello mondiale per il 2015 oltre 9,9 milioni di nuovi casi di demenza all’anno, cioè un nuovo caso ogni 3,2 secondi. In Italia i malati di Alzheimer sono 600.000. I tre villaggi in costruzione potranno accogliere meno di 300 persone SALUTE ELISABETTA PAGANI INVIATA A MONZA le si aggira sugli 9-10 milioni di euro, che a Monza arrivano principalmente da «tre famiglie illuminate», a Varese da un imprenditore e a Roma dalla Fondazione. Poi, però, ci sono i costi di gestione. «Gli investitori ci sono in questo settore ma dobbiamo creare un modello sostenibile e replicabile - spiega Mauri -. In Olanda il costo al giorno per persona si aggira sui 220 euro, coperti dallo Stato. Noi non dobbiamo superare i 110, sperando che il pubblico ci dia un contributo di almeno un quarto. Il resto? Le famiglie». Luci, aromi e orologi Per abbattere i costi si riduce il personale, sostituendolo con la tecnologia. «A Monza gli ospiti saranno 64, i dipendenti - tra medici, infermieri, os, animatori, fisioterapisti - una settantina». Avranno uno smartphone con cui monitorare gli ospiti. «Con esperti di diverse università stiamo studiando varie soluzioni - spiega Alberto Attanasio, coordinatore del progetto di ricerca - tra cui un cerotto o un orologio in grado di geolocalizzare la persona e rilevarne, misurando battiti o livello di ossigenazione, lo stato di stress». Verranno poi usati colori, aromi e luci per facilitare gli spostamenti. «Di notte, ad esempio, si attiveranno piste luminose per il bagno e uno speciale lampadario illuminerà il gabinetto» continua Attanasio. «In casa il rapporto uno a uno con un malato di Alzheimer è devastante, chi lo prova lo sa - sottolinea Mauri -. E allora cosa succede? C’è il nucleo Alzheimer ma per i malati può essere uno choc. “Qui son tutti matti, dove mi avete portato?” è la prima reazione. Se diventano violenti devono essere sedati o tenuti a letto. In un ambiente diverso, un borgo in cui muoversi e interagire, i livelli di stress diminuiscono». «Un malato di Alzheimer va controllato, è ovvio - aggiunge Predazzi - ma in queste strutture innovative può riprendere i suoi ritmi. L’artificio c’è, ma serve, paradossalmente, a rendere reale la vita». domande a Gabriella Salvini Porro «Esperienze positive ma care perché lo Stato non fa nulla» «I villaggi Alzheimer sono iniziative positive perché propongono soluzioni nuove, più decorose, per chi si ammala e aiutano a far conoscere il problema» osserva Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. «Il guaio, però, sono i costi». I villaggi in costruzione in Lombardia stanno ancora facendo i conti, ma secondo le stime le famiglie potrebbero spendere più di 70 euro al giorno. «Certo, una soluzione non alla portata di tutti. E questo perché purtroppo da parte delle istituzioni non c’è nessuna attenzione al problema». In Olanda lo Stato ha investito molto nel progetto. «In Olanda appunto. L’Italia non ha messo un euro nel Piano nazionale demenze, ed è una tragedia perché ci ammaliamo sempre di più e diventiamo sempre più vecchi. Uno Stato dovrebbe pensare al futuro dei propri cittadini, dovrebbe pensare in grande». Come giudica i villaggi Alzheimer? C’è chi li critica. «In generale penso siano soluzioni buone, interessanti. È però importante vedere qual è l’idea di fondo. Conosco bene il progetto di Cardano al Campo (Va) e mi piace perché punta sull’inclusione». Perché è recintato ma aperto alla cittadinanza? «È progettato in modo da creare scambi con l’esterno. Supermercato e ristorante sono aperti al pubblico, ed è giusto. Dobbiamo cambiare il nostro approccio: le persone con demenza sono persone prima che malati». 21,4% gli anziani .

L’Italia è tra i Paesi più vecchi d’Europa: il 21,4% della popolazione ha più di 65 anni, rispetto a una media Ue del 18,5% (dati Eurostat). Nel 2050 l’Istat prevede che gli anziani in Italia saranno il 34,3% L

Bassi costi e riserve piene Così il petrolio scende L’accordo Opec non basta: sale la produzione negli Usa Gli esperti: Mercato a rischio con aumenti disordinati .Oleodotti e giacimenti minerari Trump non si fida degli sceicchi e punta all’autonomia energetica Il presidente vuole dettare le regole e mobilita il Paese “Dobbiamo essere indipendenti dalle nazioni ostili”.nIn febbraio l’economia americana crea 235.000 posti di lavoro, una cifra superiore ai 200.000 stimati dagli analisti. L’aumento si è verificato nonostante il congelamento della assunzioni federali e il taglio degli occupati nell’industria delle vendite al dettaglio. Tutti gli altri settori dell’economia sono invece cresciuti, consentendo al tasso di disoccupazione di scendere al 4,7%. In aumento anche i salari, saliti del 2,8%. Completano il quadro positivo il calo al 9,2% del tasso di chi ha smesso di cercare un’occupazione o che lavorano part-time perché non trovano un lavoro a tempo pieno. E dal ritorno al 60% per la prima volta dal 2009 del tasso degli occupati sul totale della popolazione. .

“La cura da 20 mila euro l’anno sarà gratuita per 1800 malati” Melazzini (Aifa): Tolvaptan rimborsato ai pazienti sui quali ha efficaci.

CRISI DIPLOMATICA DOPO IL COMIZIO NEGATO A ROTTERDAM AL MINISTRO DEGLI ESTERI La furia di Erdogan: l’Olanda la pagherà Sale la tensione tra Ankara e L’Aja. Il presidente turco minaccia ritorsioni. Rutte: non ci faremo ricattareS e n’è andato tre giorni fa in un letto d’ospedale. E con lui sprofonda ancora di più nel silenzio uno dei più grandi misteri sull’assassinio del Procuratore di Torino Bruno Caccia. Narcotrafficante, fu in grado – a cavallo degli anni Ottanta e Novanta - di mettere insieme i cartelli della cocaina del Sud America che inviavano tonnellate di polvere bianca verso la sua seconda casa: la Spagna. Rocco Piscioneri, 66 anni, nato a Caulonia (Reggio Calabria), titolare - trent’anni fa - di una concessionaria di auto in corso Giulio Cesare, è morto all’antivigilia della sua deposizione al processo bis che si sta celebrando contro Rocco Schirripa, imputato dell’omicidio Caccia, Il tumore alla gola, per il quale era stato scarcerato dal giudice di sorveglianza due anni fa non gli ha lasciato scampo. Ma è una morte pesante questa nell’economia del processo in corso a Milano. Già perché oltre a Domenico Belfiore, allo stesso Schirripa e a Placido Barresi (non indagato), Piscioneri era l’unico che conosceva la verità su quella sera. Gliel’avrebbe confidata proprio Schirripa a novembre 2015. Erano a casa del panettiere imputato di omicidio, a Torrazza Piemonte, quando è arrivata la finta lettera inviata dai poliziotti. Schirripa è andato nel pallone e gli avrebbe raccontato tutto «cioè di essere stato l’autore materiale dell’omicidio» come scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare Le intercettazioni spiegano bene quanto la sua posizione possa essere determinante nel risiko delle indagini. Piscioneri, era stato scarcerato per «gravi motivi di salute» ottenendo una sospensione temporanea della pena. Nel novembre 2015 a casa di Schirripa. Ed era venuto a conoscenza della lettera e dei dettagli dell’omicidio: Dopo l’arreso di Rocco Schirripa, Piscioneri scomRocco Schirripa È in carcere sospettato di essere l’autore materiale dell’omicidio del Procuratore Bruno Caccia, commesso nel 1983 ANSA L’omicidio in Assise a Milano Testimone nel processo Caccia muore a due giorni dall’udienza Malato da tempo, Rocco Piscioneri era considerato un personaggio chiave GIUSEPPE LEGATO La storia nÈ un giorno importante nel processo/bis a Rocco Schirripa. Dalle 9.30 in Corte D’Assise sarà sentito, per la prima volta in un’udienza pubblica, Domenico Agresta, «Mc Donald» l’ultimo collaboratore di giustizia della Dda di Torino. Figlio di Saverio Agresta e Anna Marando, ha 28 anni e ha riferito di aver appreso in carcere dal padre e da altri boss della ‘ndrangheta «che sono stati Schirripa e Franco D’Onofrio a farsi (a uccidere) il Procuratore». Da quel giorno D’Onofrio è indagato per omicidio dal pm Marcello Tatangelo ed è stato recentemente sentito dagli inquirenti negando qualsiasi coinvolgimento in quel delitto. In aula a Milano Depone il collaboratore di giustizia pare nel nulla. Riappare un mese dopo, in Questura. Ma non parla. E cosi farà di fronte alla Corte d’Assise e negherà tutto: «Non so nulla di lettere della Questura. Quella sera non ero con Rocco». Da quel momento il silenzio. Poi la morte. c .

13.05.17

 

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UNO STATO CHE NON SERVE PIÙ I SUOI CITTADINI MA GLI IMMIGRATI CHE NON PASSANO DAI CORRIDOI UMANITARI MA DALL'ILLEGALITA'.

Spendiamo 3 miliardi per farmaci salvavita che la mutua non passa Il caso Tolvaptan: a carico dello Stato in Ue, non è rimborsato in Italia La testimonianza di una famiglia: “La terapia ci costa 20.000 euro l’anno. N on solo in Europa non è mai stata introdotta una regolamentazione di prezzi e rimborsi dei farmaci, ma in Italia succede perfino che le cose varino da regione a regione», spiega l’economista sanitario Francesco Moscone, ordinario alla Brunel University di Londra. «E così su 93 farmaci per malattie rare approvati dall’Agenzia europea per i medicinali, 67 sono in commercio in Italia ma 26 di loro non sono rimborsabili, quindi sono a totale carico dei malati analizza -. Ma è la necessità, più della convenienza economica, a dover determinare l’inserimento di un farmaco nella fascia C. Oggi non è così». Il rene policistico è una delle malattie genetiche più comuni ed è la principale causa genetica di insufficienza renale. Perché in Italia i pazienti devono pagarsi interamente il farmaco Tolvaptan? «Anche se in Italia non esiste una cultura della valutazione economica avanzata come nel Regno Unito, l’accesso alla terapia dipende sempre dagli studi costi-efficacia, ed è caratterizzata da una forte disuguaglianza territoriale. La questione,invece, non può essere soltanto di economia sanitaria: è un fatto doloroso e tragico che tocca le singole persone e le loro famiglie. L’efficacia clinica deve venire prima della convenienza economica». Differenze tra Regioni? «Sì. Malgrado l’autorizzazione avvenga a livello centrale, l’accesso alla cura farmacologica non è omogeneo sul territorio nazionale a causa delle differenti politiche di contenimento dei costi. Questo è il problema più grave: i prontuari cambiano tra regioni, province autonome e ospedali. C’è l’autonomia dei sistemi sanitari. A seconda delle condizioni economiche delle Asl, le singole regioni possono o meno distribuire gratis i farmaci di fascia C». Cosa non funziona ora nella politica sanitaria? «Serve un immediato cambio di mentalità. Per valutare i farmaci c’è bisogno di un approccio sociale: nella valutazione va incorporato il beneficio che questo farmaco ha sulla qualità e le aspettative di vita del paziente e di chi lo assiste. Non basta il contenimento dei costi. È urgente una battaglia morale ad ogni livello istituzionale sulla tutela della dignità umana, anche in contrapposizione alle logiche utilitaristiche dell’economia. L’Agenzia nazionale dei servizi sanitari deve monitorare le persistenti disuguaglianze. A causa della forte discriminazione sul territorio nazionale, i pazienti che vivono in alcune regioni, specie del Sud, hanno minore accesso a screening e cure farmacologiche. Ciò spinge molti a migrare da una regione all’altra per ottenere la terapia necessaria. Si crea così un’iniqua lotteria regionale al posto di una sanità ad unica velocità». Tra i Paesi dell’Ue non c’è uniformità sui rimborsi? «No, assolutamente. Scontiamo un’inaccettabile variabilità in Europa nei criteri di rimborsabilità: in alcuni sistemi sanitari i prezzi dei farmaci rimborsabili sono regolamentati, in altri Paesi i prezzi vengono lasciati al libero mercato. Come l’Aifa in Italia e la Nice in Inghilterra, in ciascun Paese è un’agenzia nazionale a stabilire il metodo e i criteri per ritenere conveniente il rimborso di un farmaco. Manca una normativa europea che regoli i prezzi e i rimborsi dei farmaci, costringendo ogni Stato ad avviare una contrattazione diversa con le aziende farmaceutiche. va tutelato l’interesse dei più vulnerabili, spesso bambini». In Italia quali variazioni ci saranno? «Coi nuovi Livelli essenziali di assistenza ( Lea) è in atto la revisione dell’elenco delle malattie che hanno diritto all’esenzione. Potrebbero essere riconosciute 110 nuove malattie, tra cui la miastenia grave e la sclerosi sistemica progressiva. Sulla rimborsabilità del Tolvaptan, la questione è tutt’altro che chiusa. Ora è doverosa una revisione per i 25mila malati di rene policistico».

Il muro di Trump con il Messico un affare per le imprese ispaniche Delle 600 società iscritte al bando per la costruzione della barriera al confine il 10% sono gestite da latinos. Che dicono: “Opera inutile, ma ci darà lavoro. 21 miliardi di $ Sono quelli stimati per la realizzazione della barriera fra Usa e Messico. Ad ora sono stati stanziati 20 milioni sufficienti per erigere appena 2 miglia di muro 62 per cento Sono gli americani che, secondo un sondaggio del Pew Research Center, si oppongono alla costruzione del muro con il Messico. Gli ispanici contrari sono l’83 per cento.

Palermo, clochard bruciato vivo L’assassino confessa: “Ero geloso” L’omicida è un benzinaio. È stato incastrato dalle telecamere di una Missione.

Contro gli sprechi a scuola in mensa si mangia la metà Asti, il cibo avanzato va alla Caritas.

Il tema delle “false vendite” non riguarda soltanto la distribuzione attraverso il canale Di Source Ltd, bensì anche altre società…». A scorrere il provvedimento con il quale venerdì sono stati perquisiti i vertici del Sole 24 Ore, si capisce che la partita tra la procura e i manager dell’impresa editoriale è appena cominciata. A quanto pare infatti le vendite del quotidiano finanziario della Confindustria non erano gonfiate solo grazie alla società inglese dietro cui si nascondeva buona parte del management del gruppo, ma anche, è il sospetto, con il contributo di altre società «ancora oggetto di approfondimento». Ovvero: «La Johnsons Holding Srl e le sue controllate Johnsons Inflight News Italia srl, P Publishing srl, Johnsons International News Italia Srl e la Edifreepress srl». «E’ emerso peraltro - scrivono gli inquirenti - che buona parte delle copie diffuse tramite il canale Edifreepress non perveniva ai destinatari ma fosse destinata direttamente al macero». L’amministratore di questa società, Massimiliano Massimi, ha raccontato che «addirittura da fonti interne del Sole 24 Ore gli suggerivano quante copie ordinare in acquisto…». Gli investigatori spiegano che «rispetto a tutte queste società, si siano riscontrati rapporti contrattuali del tutto squilibrati», accertando come il rapporto di fatturazione attiva e passiva in capo al gruppo del Sole fosse «sempre sistematicamente in perdita per quest’ultima società». Infine, dopo aver sottolineato come nel gruppo esistesse un problema di «governance», con «la sovrapposizione di funzioni tra Benedini e Treu e il ruolo preponderante del direttore editoriale del quotidiano Napoletano, sempre presente a tutti i Cda pur non essendo componente dello stesso e in grado di condizionare fortemente i lavori e le scelte gestionali», i magistrati mettono in luce come l’indagine stia accertando altri aspetti di «mala gestio» del gruppo, altri arricchimenti non giustificati, altre società dietro cui si muovono personaggi da identificare, artefici di operazioni poco chiare. In particolare, «emergono, oltre ai profili connessi alla distribuzione delle copie, anche ulteriori elementi di anomalia nella gestione sociale» in relazione ad alANSA Venerdì le perquisizioni della Guardia di Finanza presso la sede del Sole 24 Ore a Milano cune operazioni straordinarie che «meritano adeguato approfondimento»: «sono la cessione della GPP Business Media e i finanziamenti intercompany a 24Ore Cultura srl». E in attesa che il direttore Roberto Napoletano oggi annunci di volersi autosospendere (rischiando di invelenire ulteriormente i rapporti con la redazione e l’intero quotidiano) e lunedì si svolga un Consiglio d’amministrazione straordinario, l’inchiesta che lo vede indagato per false comunicazioni sociali e lo individua come «amministratore di fatto» del giornale per aver dichiarato il falso nei bilanci, sembra voler fare un salto di qualità che potrebbe riservare sorprese ancora più amare di quelle appena annunciate. Nel provvedimento si spiega infatti che le false poste ascritte nelle «higlights» di bilancio del Sole sia nella relazione finanziaria semestrale del 2015 sia nel resoconto intermedio di gestione dello stesso anno, sempre entusiastici riguardo l’andamento delle vendite («ricavi a doppia cifra», «vendite in controtendenza»…) servivano per «assicurare» al direttore Napoletano, all’ex Ad Donatella Treu e all’ex presidente Benito Benedini, nonché a «terzi», «un ingiusto profitto». Derivato in parte dagli accordi per gli abbonamenti gonfiati acquistati, con una cresta di 3 milioni di euro, dalla società inglese Source Ltd, «società riconducibile a soggetti che operavano all’interno del gruppo Sole 24 Ore, anche con posizione dirigenziale apicale» e con un’attività «radicalmente fittizia».

Guerriglia contro Salvini Lui: “Denuncio De Magistris” Molotov e auto in fiamme a Napoli. In piazza mezza giunta comunale.

“Uber ha spiato la nostra Google car” La denuncia di Mountain View: un ex manager ha consegnato ai rivali i segreti del progetto Google tenta di mandare fuori strada Uber nella corsa delle auto senza pilota. Si fa rovente il clima nella Silicon Valley, dove la competizione per la messa su strada dei «droni a quattro ruote» ha travalicato le tradizionali barriere dell’«automotive», per entrare di prepotenza nei laboratori dell’eccellenza tecnologica. E nelle aule dei tribunali, come conferma Waymo, la divisione per lo sviluppo di auto che si guidano da sole del colosso di Mountain View, che si è rivolta alla Giustizia Usa per fermare Uber e il medesimo progetto di sviluppo di auto senza pilota. La battaglia è furiosa, tanto più che Google aveva investito in Uber 258 milioni di dollari nel 2013. L’accusa mossa da Waymo è che il colosso dell’App di vetture con conducente è illegittimo, perché trae fondamento da una serie di «segreti di design rubati». Alcune settimane fa la società aveva avviato un’azione legale contro Anthony Levandowski, che per Google aveva sviluppato anche la «self driving car». Il manager è accusato di aver scaricato 14 mila documenti riservati prima di lasciare il suo incarico lo scorso anno per creare Otto, società di prototipi di auto senza conducente acquisita poi da Uber per 680 milioni. Secondo Waymo, l’ex capo progettista aveva sottratto una serie di informazioni relative a tecnologie chiave nello sviluppo del progetto. Accuse contenute nella denuncia presentata alla corte federale di San Francisco dalla controllata di Mountain View, da otto anni impegnata in un piano di progettazione, inizialmente in segreto, di auto che si guidano da sole. Contro Levandowski ci sarebbero prove pesanti, tra cui alcune similitudini del linguaggio utilizzato nello scambio di email e nei rapporti con parti terze. Riscontri ai quali la società di San Francisco ha risposto prendendo tempo. «Consideriamo seriamente le accuse contro Otto e i dipendenti Uber, e approfondiremo la questione», ha dichiarato un portavoce di Uber senza però dare seguito a quanto detto. Ecco allora che Waymo si è rivolta di nuovo al giudice William Alsup, il togato designato a seguire il caso, per costringere Uber a restituire i 14 mila file «indebitamente sottratti». I legali della controllata di Google hanno inoltre chiesto al giudice di ordinare a Uber la sospensione dell’utilizzo di due tecnologie, il «foglio a circuiti integrati» e il «sistema a sensori laser», dal momento che si tratterebbe proprio di quelle applicazioni trattate nella documentazione presumibilmente rubata. Infine è stato chiesto che Uber venga interdetta temporaneamente dall’utilizzo di qualsiasi tecnologia derivante da brevetti e patenti depositate da Waymo. Se i legali della società riuscissero a convincere la Corte del furto di Levandowski e le sue ambizioni «unmanned», sarebbe un duro colpo. Mentre Google si candiderebbe a divenire interlocutore privilegiato nello sviluppo delle auto del futuro.La California accelera L’auto senza pilota debutterà entro il 2018 Non serviranno più uomini a bordo per i test sui veicoli.

12.03.17

 

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DORMIRE SERVE AL CERVELLO PER NON FARCI SBAGLIARE

Nel ghetto ribelle di Malmö dove vacilla il modello Svezia Viaggio nella città con più immigrati del Paese, in cui si parlano 28 lingue diverse Crescono reati, violenze e antisemitismo, sale il consenso dei partiti della destra.

Stakanovisti della sanità Non c’è soltanto l’Italia arrogante dei furbetti: ecco storie e volti di chi non si tira mai indietro.“Ho lavorato 24 ore di fila ma ho salvato tre bambini.

Escluso cedimento strutturale Ipotesi errore umano per il crollo sull’A14 Un errore umano. La causa del crollo del cavalcavia sull’A14 in provincia di Ancona, che ha provocato la morte dei coniugi Antonella ed Emidio Diomede, potrebbe essere la sistemazione sbagliata dei martinetti. Si tratta di una sorta di cric idraulici utili a sopraelevare la trave del ponte: eccessivamente alzati potrebbero aver fatto scivolare la trave determinandone la caduta. È questa la pista più accreditata dalla Procura di Ancona, anche se ovviamente non si escludono altre ipotesi ma sempre relative alla pila di martinetti che potrebbero essere saltati per una possibile scarsa qualità. Il danno ai martinetti si è peraltro concentrato solo su un lato del ponte, che si è poi inclinato sul lato opposto. Escluso invece il sospetto di un cedimento strutturale. E intanto le indagini registrano un’ulteriore accelerazione: l’ipotesi del disastro colposo. Il reato è al vaglio del pm Irene Bilotta che per il momento ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo plurimo. Sequestrati numerosi documenti inerenti gli appalti e i subappalti dei lavori di innalzamento del ponte per adeguarlo all’ampliamento dell’autostrada a tre corsie. Da una parte, si cerca di chiarire l’esatto passaggio di consegne fra le varie società. Dall’altra, la Polstrada Marche, agli ordini del comandante Alessio Cesareo, sta raccogliendo tutti gli elementi utili a capire se l’eventuale responsabilità del presunto errore sia da addebitare ai progettisti o agli esecutori dei lavori. Anche nel caso di uno spropositato elevamento dei martinetti, peraltro, non sono da accantonare a priori potenziali errori dei progettisti. Determinante sarà la perizia disposta dalla Procura. Nel cantiere lavoravano almeno due ditte, «ma ce ne sono anche altre che stiamo cercando di individuare». Lo precisano il procuratore di Ancona Elisabetta Melotti e il pm Bilotta. Oltre alla Delabech srl di Roma, impegnata in subappalto per conto della Pavimental, società controllata di Autostrade, c’era anche il Gruppo Nori srl di Castelnuovo di Porto. Ma quest’ultima in realtà si occupava solo della pavimentazione del cavalcavia, non dell’innalzamento. In ogni caso Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), allontana il dubbio «di un problema di corruzione». E il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, pur riconoscendo la drammaticità dell’evento, sottolinea: «Abbiamo un buon sistema stradale, soprattutto autostradale. Ci sono grandi problemi di manutenzione del territorio, ci stiamo lavorando con un progetto di lunga lena coordinato da Renzo Piano. Sappiamo benissimo che l’Italia ha bisogno di manutenzione del territorio ma non caverei da un singolo episodio valutazioni sul sistema autostradale»

Si tratta in Comune e Regione “Dehors, basta vincoli” Esercenti in rivolta contro il regolamento Richiesta al Comune: sanatoria per quelli abusivi S e fino agli Ottanta invitare un torinese a pranzo in un dehors non era un’impresa semplice, oggi questa rigidità sabauda ha smesso di esistere. E accade l’esatto contrario: l’esplosione del numero di tavoli e sedie all’aperto in città è la fotografia di una Torino che sta cambiando. E per adeguarsi a questo cambiamento, secondo i commercianti, è necessario modificare il regolamento comunale sui dehors. «L’attuale normativa, che obbliga gli esercenti ad avere almeno una delle quattro pareti aperte, è assurda e superata - dice Fulvio Griffa, presidente della Fiepet, la federazione dei pubblici esercizi della Confesercenti -: per questo è necessaria una modernizzazione. Abbiamo presentato al tavolo di discussione in Comune diverse proposte di snellimento burocratico e amministrativo per l’installazione delle strutture davanti ai locali». La prima proposta, condivisa da Ascom e Confesercenti, è quella di regolarizzare i dehors con le quattro pareti chiuse, oggi abusivi, ma evitando che vengano considerati un manufatto edilizio. Perché in questo caso, secondo i regolamenti attuali, rientrerebbero nella categoria dei «padiglioni», come quello presente in piazza Paleocapa. La cui realizzazione ha costi esorbitanti e insostenibili per la maggior parte dei commercianti, perché implica un ampliamento della superficie di somministrazione e un conseguente aumento delle tasse. «Se il Comune farà una nuova regolamentazione al riguardo - dice Claudio Ferraro, direttore Epat Torino e provincia - questo si deve tradurre nel mantenimento dei costi attuali, senza aggravi».

Ferrari, i 70 anni dell’auto in rosso Così è nato un simbolo dell’Italia Il 12 marzo del ’47 usciva la 125 S, prima vettura prodotta a Maranello Dalla 24 Ore di Le Mans alla Formula 1, l’evoluzione del sogno del Drake .

LA COOPERAZIONE STRATEGICA RUOTA ATTORNO AL MARCHIO SKODA. L’OBIETTIVO È DI ARRIVARE ALLE PRIME PRODUZIONI CONGIUNTE NEL 2019 Volkswagen guarda all’India: intesa con Tata La casa tedesca si dichiara colpevole di frode per il “dieselgate” negli Usa e paga 4,3 miliardi di dollari .

Manifestazione contro Salvini Nei guai il poliziotto tradito dalla bodycam nUn agente del reparto mobile rischia un’inchiesta per falsa testimonianza dopo avere reso, in tribunale, una versione dei fatti diversa da quella emersa dal filmato della stessa telecamera che indossava per servizio. I giudici, al termine di un processo per gli scontri di piazza di due anni fa, hanno condannato una decina di giovani autonomi ma hanno anche trasmesso gli atti in procura per valutare la posizione del poliziotto. L’episodio risale alla dimostrazione contro Matteo Salvini: ci fu una carica delle forze dell’ordine, in via XX settembre, e i manifestanti risposero piazzando cassonetti in mezzo alla strada e lanciando oggetti. L’agente arrestò uno degli autonomi e, al processo, disse di non conoscerlo. Ma le bodycam registrarono le fasi dell’intervento. Come sottolineato dagli avvocati difensori, l’agente lo chiamò per nome e, ai colleghi che si congratularono con lui, disse «l’ho preso: è quello che il primo maggio mi ha dato una botta in testa». Gli imputati sono stati condannati a pene variabili fra i 9 e i 14 mesi.

La proverbiale tigna dei militanti radicali l’ha vinta ancora una volta. Dopo 443 giorni e un parere nientemeno che di Raffaele Cantone («E dategli ’sti dati!» dice l’Autorità anticorruzione), Giulio Manfredi, dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta, può finalmente cantare vittoria. Per gli appassionati della materia, è ora possibile spigolare nel lungo elenco di dipendenti regionali che, negli anni, hanno ricevuto incentivi per diverse attività, compresi quelli relativi al Palazzo Unico della Regione (in tutto 1,15 milioni) in costruzione, anzi no, bloccato da oltre un anno per il fallimento della ditta costruttrice. Un blocco che Piazza Castello tenta inutilmente da tempo di superare per far ripartire il cantiere e finire finalmente l’opera. Manfredi che s’è battuto per ottenere dagli uffici regionali, dove lui stesso lavora, il lungo elenco, giustifica l’impegno profuso sostenendo che, essendo «la trattativa fra l’amministrazione regionale e la cooperativa modenese Cmb arrivata a una fase cruciale, è proprio in questi momenti che vanno assicurate la massima trasparenza e la massima informazione possibili». Discorso ineccepibile. Tanto quanto la replica di Aldo Reschigna, vicepresidente della giunta, che da mesi sputa sangue per far ripartire i lavori. Che dice Reschigna? Ricorda che gli incentivi sono previsti dalla legge, non dalla Regione; che non riguardano solo il grattacielo «ma tutto ciò che è incentivabile, sempre per legge» e che i «premi» sui quali si vuole far aleggiare un’aura di sospetto risalgono al periodo della giunta Cota (e comunque erano ovviamente previsti dalla legge anche all’epoca). Se poi qualcuno intende surrettiziamente collegare i premi al blocco dei lavori, ricordi «che lo stop è nato dal fallimento della ditta appaltatrice». Nell’elenco compaiono: Luigi Robino, all’epoca «Responsabile unico procedimento» per la realizzazione del grattacielo; Carlo Savasta, ex direttore dei lavori del grattacielo; Maria Grazia Ferreri, ex direttrice del Patrimonio regionale. Robino, Savasta e Ferreri sono stati rinviati a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla costruzione del grattacielo.

Seul destituisce Park Al voto tra le violenze Corea del Sud, impeachment della presidente per corruzione E gli Usa accelerano la costruzione della difesa missilistica.

Mazzette al Coni con i soldi dei paralimpici per la presidenza della Federazione bocce De Santis avrebbe voluto corrompere Rizzoli: “Non ti ricandidare”.

cott Pruitt, nuovo direttore dell’Agenzia per la Protezione ambientale Usa (Epa), ha detto che le emissioni di diossido di carbonio, il CO2 , non sono un fattore determinante nel cambiamento climatico. «Misurare con precisione l’impatto dell’attività umana sul clima è molto difficile. Non sono d’accordo nel dire che si tratti di un fattore primario nel riscaldamento globale». Praticamente l’intera comunità scientifica mondiale riconosce che la combustione dei derivati di petrolio, gas e carbone abbia contribuito in maniera determinate all’aumento delle temperature e all’accelerazione del disgelo delle calotte artiche. Trump ha più volte messo in dubbio tali ricerche, arrivando a sostenere che il cambiamento climatico è una «bufala», creata dalla Cina per rendere meno competitiva l’economia Usa

“Salviamo la vita ai pedoni con le strisce intelligenti a led” Azienda alessandrina importa il progetto dalla Spagna Il progetto La «Blindo Office Energy» di Valenza importa le strisce pedonali che si accorgono della presenza di un pedone e si illuminano a led intimando agli automobilisti di fermarsi.

Proprio mentre la Gdf entrava nello stabile di via Monte Rosa, nella stessa sede del Sole 24 Ore era in corso una riunione con le banche creditrici. A loro i rappresentanti del Sole, guidati dall’ad Franco Moscetti, avrebbero chiesto di considerare una parziale conversione dei crediti in capitale, visto che il gruppo ha bisogno di puntellare il proprio patrimonio finito in tensione anche oltre i probabili 100 milioni di aumento di capitale, per cui si va organizzando un consorzio di garanzia. Sulla conversione le banche si sono ripromesse di discutere insieme una linea comune. Ma la proposta avrebbe già trovato un ostacolo in Intesa Sanpaolo, primo creditore del gruppo, che non avrebbe intenzione di prendere in considerazione l’ipotesi. Tra gli altri principali creditori ci sono Bpm, Popolare di Sondrio e Credito Valtellinese.

In tribunale Nel palazzo più amato dai ladri, il basista dei furti era il custode Svaligiati alloggi e il caveau dell’istituto al piano terr.

L’allarme al convegno dell’Istituto Zooprofilattico Cinghiali: campi devastati e carni infette “Cacciatori professionisti come a Berlino.

11.03.17

 

 

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FLAT TAX = LA TASSA PER BRIATORE PUO' SALVARE L'OSPEDALE DI VERDI ?

L’uomo del Billionaire e la flat tax Briatore: adesso anch’io potrei tornare in Italia “Ho amici stranieri che ci stanno pensando”.

“L’opera più bella” di Verdi rischia di andar perduta Chiude l’ospedale che il maestro costruì a Piacenza.

NE BENEFICERANNO 400 MILA FAMIGLIE CUI ANDRANNO 480 EURO AL MESE Ok alla legge contro la povertà Parte il reddito di inclusione.

Già spesi 20 milioni Fra tre anni completata la bonifica di Balangero È la più grande d’Europa Mancano più o meno tre anni al termine della bonifica dell’ex Amiantifera di Balangero. Per ripristinare il sito di quella che fu la cava di estrazione più grande d’Europa, fallita nel 1990, sono già stati spesi oltre 20 milioni di euro. «Ora stiamo riempiendo le vecchie gallerie con 3 mila metri cubi di rifiuti di amianto, si tratta, per lo più del polverino che era contenuto in due grossi silos» – spiega il geologo Massimo Bergamini, il direttore della Rsa, la società che si sta occupando del recupero ambientale della miniera. Intanto l’ultima conferenza dei servizi ha dato parere favorevole ad altri due progetti che impegneranno tutto il 2017. «Si tratta della messa in sicurezza permanente delle discariche di materiale accumulato in decenni di estrazione – specifica Bergamini – lavori di ingegneria naturalistica per i quali occorreranno circa 4 milioni e mezzo di euro». Altri due milioni di euro serviranno invece per la realizzazione di un buco dove verranno «messi a dimora», ovvero tombati, 60 mila metri cubi di scarti del minerale. L’altra trance di lavori riguarda i 40 mila metri quadrati di capannoni ancora intrisi di asbesto che, nel corso degli anni, si sono afflosciati su se stessi. «Ci sono 9 mila tonnellate di ferro da recuperare e ripulire – prevede Franco Musso, sindaco di Coassolo e presidente della Rsa –. Dei vecchi fabbricati resterà in piedi solo una parte, in cemento armato». Il punto interrogativo più grosso è legato al futuro dell’area. Per auto finanziarsi c’è in progetto la realizzazione di un laboratorio permanente della Rsa che metta a disposizione le competenze assimilate in questi anni dai professionisti della società. Tecnici che, nell’ex Amiantifera, hanno maturato un’esperienza pilota in materia di trattamento del minerale killer. Questo in attesa dell’installazione di un mega impianto fotovoltaico su uno dei versanti della cava, con il posizionamento di 21 mila e 300 pann.L’assessore ai grillini: «Li troveremo a Bruxelles» “Amianto: niente fondi sul bilancio regionale” La bocciofila non si fa più. Ma la battaglia è sui circa 250 mila euro risparmiati. La Circoscrizione chiede, con un documento approvato solo dal Pd, che restino sul territorio. Invece finiranno probabilmente nel calderone del bilancio comunale. All’ex fabbrica Fiamca di via Carrera sono previsti un giardino, gattile e orti urbani. La passata giunta comunale aveva deciso di fare una bocciofila: fino a 250 mila euro in più, che dovevano essere attinti dai fondi che i privati della Dimar corrispondono al Comune per i permessi per costruire un supermercato (a cui dal Movimento si erano opposti). Sulla bocciofila c’è un braccio di ferro tutto interno al Pd: l’ex consigliere comunale Guido Alunno la voleva, per l’attuale consiglio bastano le esistenti. E c’è anche un giallo: la Circoscrizione sostiene di non essere stata consultata nella decisione finale, la delibera comunale del 30 gennaio dice l’opposto. Sia come sia, la bocciofila è saltata. I 250 mila euro risparmiati «riqualifichino la zona: aree verdi e giochi inclusivi per disabili», chiede il Pd, che ha anche dubbi sulla coesistenza tra gattile e orti. Ma dall’assessorato di Sergio Rolando replicano: «Con i problemi di bilancio, quei fondi servono a noi». Tra i consiglieri 5 Stelle della Quattro c’è chi, chiedendo l’anonimato, si dice contrariato. Nicola Santoro, capogruppo, difende la scelta, e insinua: «Forse c’è chi li vorrebbe dare alle associazioni amiche, è meglio darli al Comune. Non sarà la soluzione ottimale ma, dato il bilancio, dobbiamo ingoiare qualche rospo». 

Effetto Trump sui migranti Dimezzati gli arrivi illegali Crollano i fermi al confine col Messico. Ma chi vuole entrare ha solo cambiato tattica.LA LOTTA AL TERRORISMO ISLAMICO Washington invia i marines per l’assalto finale a Raqqa Intesa con Mosca, mille soldati Usa sul terreno per la guerra all’Isis .

“Io, narcotrafficante per disperazione reclutato davanti al videopoker” Il viaggio Cagliari-Torino di un disoccupato: “Quei 10 mila euro per mia figlia”.Quando i padroni della cocaina sfruttano le vittime della crisi Cosa Nostra mandava le signore, oggi la selezione è più spiccia.

Tondini al risparmio e sabbia di mare: così cede il nostro cemento armato Il paradosso nel Paese con i ponti degli antichi romani G li antichi romani costruivano per l’eternità, gli italiani per l’immediato futuro. E spesso neanche per quello. Associandoci con tristezza al dolore per le vittime, questa è la prima riflessione che viene spontanea confrontando le infrastrutture antiche della Penisola con quelle moderne e contemporanee. Siamo il Paese in cui resistono egregiamente, e sono ancora percorribili, perfino con i camion, ponti fabbricati in pietra duemila anni fa e crollano quelli recenti in cemento armato, anche senza terremoti e frane, dalla Lombardia alla Sicilia, con una regolarità impressionante. Stessa osservazione può essere fatta per le strade (l’Appia Antica ha 2300 anni), per i palazzi e per i monumenti. Se la tecnologia e i materiali sono migliorati decisamente, perché siamo funestati da crolli? Un prima risposta è che la progettazione e la realizzazione di un ponte, soprattutto se di grandi dimensioni (ma non solamente), non sono operazioni di routine. Nel 1940 il Tacoma Bridge (stato di Washington in Usa), lungo oltre un chilometro e mezzo, crollò appena sette mesi dopo la sua apertura perché non riuscì a resistere alle sollecitazioni laterali indotte dai «forti» venti (67 km/h) della regione. Sembra incredibile, ma il vento può far crollare un ponte dopo averlo fatto ondeggiare paurosamente come una frusta manovrata da un domatore (le immagini del Tacoma Bridge stupiscono ancora oggi, come un monito per chiunque costruisca ponti). Il ponte di Akashi (Giappone), con la campata unica più lunga del mondo (finora), fu ricostruito nel 1998 successivamente a un fortissimo terremoto che distrusse la città di Kobe tre anni prima e costrinse gli ingegneri a spostarlo e a ridisegnarlo, constatando che una delle due torri risultava dislocata di oltre un metro rispetto alla sua posizione iniziale. Dopo quello stesso terremoto un lunghissimo cavalcavia stradale giaceva in terra, completamente basculato su un lato. I ponti moderni sono costruiti in calcestruzzo armato, una miscela di cemento, acqua , sabbia e ghiaia che viene «armata» con sbarre di ferro e acciaio. Inventato per caso a metà del XIX secolo, è oggi il materiale di costruzione più diffuso nei Paesi moderni e permette arditezze ingegneristiche irrealizzabili con altri materiali, come grandi dighe e ponti. È un materiale che conosciamo tutti, ma quanto dura nessuno lo sa, sebbene gli inventori ne pronosticassero una vita eterna. I manufatti in calcestruzzo armato più antichi risalgono soltanto a un secolo e mezzo fa, dunque nessuno può sapere quanto resteranno in piedi, semplicemente perché non c’è stato tempo a sufficienza per osservarlo. Ma sappiamo benissimo che il calcestruzzo armato subisce l’onta del tempo, in particolare l’azione dell’acqua e dei sali corrosivi che possono aggredire l’armatura di ferro e comprometterne la resistenza alla trazione, principale motivo per cui è stata inventata l’armatura. A questi fattori generali, che valgono non solo per i ponti ma per tutti i manufatti in calcestruzzo armato, si aggiungono i soliti particolari del caso Italia. Per esempio la volontà di risparmiare tempo e denaro, riducendo la sezione dei tondini di ferro, imponendoli lisci invece che «costati» e utilizzando sabbia di mare (praticamente disponibile gratis) invece che di fiume. I sali aggrediscono una struttura metallica già meno robusta e la resistenza del manufatto decade verticalmente. Situazioni di questo tipo sono state registrate più volte nel caso del collasso di manufatti moderni a seguito di alcuni terremoti, come quello de L’Aquila del 2009. Infine nei crolli italiani si registrano con una frequenza, apparentemente maggiore che altrove, «errori» tecnici di vario tipo e natura. Si chiariranno le cause specifiche del crollo dell’impalcato sulla A14 e ci sono circostanze particolari che vanno considerate prima di formulare accuse (i lavori in corso, per esempio). E senz’altro le autostrade in Italia le sappiamo fare. Più in generale, però, fa impressione che il Paese in cui è stata coniata la parola pontefice (colui che realizza e difende i ponti, cioè quei collegamenti che una volta erano rari e strategici) veda crollare in meno di tre anni almeno quattro infrastrutture una di seguito all’altra. E fa ancora più impressione pensare che proprio qui da noi qualcuno voglia realizzare il ponte a campata unica più lungo del mondo sullo stretto di Messina, utilizzando un acciaio che ancora non esiste, con venti in quota a oltre 100 km/h, nella zona più sismica dell’intero Mediterraneo. Nel progetto preliminare gli ingegneri ragionano su una durata del manufatto di appena duecento anni, dieci volte meno di quanto poi sono durati (e durano) i ponti dei romani antichi. Forse meglio lasciar perdere.

Analisi Corea del Nord, Siria e Afghanistan L’America torna a mostrare i muscoli Il cambio di strategia per intimidire i nemici e gli avversari.

GIALLO SULLA MATRICE DELL’ATTACCO. BLINDATO IL CENTRO DELLA CITTÀ TEDESCA Aggressione a colpi di accetta Düsseldorf, terrore alla stazione Sette le persone ferite, tre gravi. Arrestato un trentaseienne dell’ex Jugoslavia.

10.03.17

 

 

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Sempre più anziani ma lo Stato li dimentica Siamo i più vecchi d’Europa, però i fondi per l’assistenza calano e le famiglie s’indebitano per pagare badanti. Cresce la protesta

In fabbrica dopo il trapianto viene licenziato in tronco Torino, immediato lo sciopero dei colleghi del 55enne Damiano, commissione Lavoro: mancanza di umanità. “Gettato come uno straccio Ma a questa azienda ho dato 27 anni della mia vita” Antonio Forchione: mi sono sentito umiliato.

In fuga con la moglie e i due figli il broker sparito da una settimana Banca Leonardo ha avviato le verifiche sui conti dei clienti: incerta la cifra rubata.

Il furto di dati alla Unifast di Settimo “Così ho smascherato il dirigente infedele che spiava i segreti aziendali” «Come l’ho scoperto? Per una fortuita coincidenza». Giovanni B., il manager della Unifast di Settimo vittima di un presunto caso di spionaggio industriale da parte di un dirigente (che ora respinge tutte le accuse), l’ex terrorista di Prima Linea Mauro Azzalin, 57 anni, di Rivoli, lo racconta ancora scosso: «Lui aveva dato le dimissioni nel febbraio 2016 dopo vent’anni di lavoro con noi. Ci eravamo lasciati senza particolari contrasti. Ci disse che avrebbe cercato un’occupazione in un settore diverso. Insomma, tutto normale». Ma un giorno qualsiasi, qualche tempo dopo, il manager torinese va a visitare un’azienda dello stesso settore e nota Azzalin in compagnia del responsabile dell’ufficio acquisti. «Ebbene, fu come una folgorazione. Appena rientrato in Unifast feci quello che non avevo mai fatto prima, cioè controllare i server interni, recuperare le sue mail, il traffico telefonico dalle schede aziendali, le spese di alberghi e ristoranti sostenute nei mesi precedenti e ci è crollato il mondo. C’erano tracce inequivoche di messaggi e post con i nostri rivali di sempre, compresa una grande multinazionale. Un piano già concepito nel 2015 e concluso con le dimissioni, per noi una sorpresa. I viaggi erano concentrati sulla sede di Ascoli Piceno della Bba, dove ora lavora il nostro ex dipendente. Li pagavano noi». Il secondo passaggio è ancora più traumatico perché i tecnici incaricati di controllare i pc scoprono che, proprio dalla sue ex postazione, sono stati distrutti 5 mila file, relativi al comparto progetti di Unifast. Un patrimonio incalcolabile e che avrà comunque, dice Giovanni B., tutelato dallo studio legale Bertolino, un impatto negativo sul fatturato. Un danno di milioni di euro. Ma del suo passato in una delle formazioni più sanguinarie del terrorismo rosso, lei era a conoscenza? «Assolutamente no. Non lo avrei mai assunto. Certo, si capiva che aveva idee particolari ma nessuno ci aveva fatto caso. Siamo tutti caduti dalle nuvole. Si era ben guardato di rivelare i suoi trascorsi». Mauro Azzalin, l’ex compagno «Latte» di Prima Linea, così battezzato per la sua giovanissima età negli anni di piombo, difeso dagli avvocati di fiducia Silvio Tavella e Corrado Sogno, respinge le accuse. E passa al contrattacco. Poche righe per spiegare che alcuni fatti sono «fuorvianti, inveritieri e fantasiosi». Poi: «Premesso che la vicenda non potrà che essere compiutamente trattata  Un passato in Prima Linea Il dirigente finito nella bufera è Mauro Azzalin, 57 anni, di Rivoli, ex terrorista di Prima Linea: l’uomo respinge tutte le accuse, dicendo che la ricostruzione dei fatti «è fantasiosa»

Tusk toglie la Ue a più velocità dalla Dichiarazione di Roma Il presidente del Consiglio europeo frena poiché teme la rivolta del blocco dell’Est La preoccupazione di Gentiloni per una spaccatura. Oggi il summit a Bruxelles .

Strasburgo bacchetta l’Italia “Male in accoglienza e rimpatri” Rapporto del Consiglio d’Europa sui migranti: il Paese non può farcela da solo.72 ore La permanenza massima negli hotspot è di 72 ore, ma a Lampedusa diversi minorenni erano lì da due mesi 2 Gli «economici» I migranti non vengono informati sui loro diritti e vengono «classificati» come economici anche se in arrivo da Paesi in guerra 3 Norme L’inefficacia della politica italiana in materia di rimpatri è considerata come uno dei punti deboli del suo sistema d’asilo .

Boom di sordi tra i giovani per i troppi decibel in cuffia In tre anni i ragazzi con problemi di udito sono balzati dal 3% al 4,2% Sotto accusa anche le discoteche. Le regole dell’Oms per proteggersi.“Meglio abbassare il volume Quando il danno è fatto non si torna più indietro” Lo specialista: “Curo sempre più adolescenti.

R evoca del sub appalto e diffida a rientrare nel cantiere del nuovo stadio Filadelfia. È costata carissima alla Smr Costruzioni, ditta edile con sede in via Gioacchino Solari a Torino, titolare di una parte dei lavori nel tempio del tifo granata in via Giordano Bruno, l’interdittiva antimafia emessa lo scorso 1° marzo dalla Prefettura. «C’è il rischio di infiltrazioni della ’ndrangheta e pericolo di condizionamento dell’impresa da parte della criminalità organizzata calabrese», si legge nel provvedimento notificato ieri alla stazione appaltante regionale Scr, estranea ai fatti. «Prestanome» Il titolare dell’attività è Mario Stumpo, nato a Caulonia (Rc) e residente a Torino. Incensurato. Scrive di lui la Prefettura: «Appare evidente che nonostante l’incarico formale di amministratore unico, Stumpo altro non sia che il prestanome del pregiudicato Ilario D’Agostino, capocantiere e dominus effettivo dell’impresa». Dunque il supervisore dei lavori di subappalto del Filadelfia, consistenti in opere strutturali in calcestruzzo, è un uomo notissimo alle cronache giudiziarie degli ultimi anni. D’Agostino, 55 anni, nato a Placanica (Rc) è stato condannato in primo grado a 8 anni e 6 mesi nel processo Pioneer, scaturito da un’indagine della Direzione investigativa antimafia per riciclaggio di capitali del narcotraffico legato ai cartelli della ’ndrangheta di Ciminà (cosca Spagnolo), un piccolo comune della Locride. Secondo