ARCHIVIO ONLINE di Marco BAVA , raccolta deleghe per le assemblee degli azionisti e costituzione di parte civile gratuita degli azionisti nei procedimenti penali per un Nuovo Modello di Sviluppo

 

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

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Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) Processo MPS  2 SIENA MILANO .

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE PER UN

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

 

 

SI ACCETTANO ISCRIZIONI

STATUTO

mailto:nuovomodellodisviluppo@email.it

  

 

FRA GLI OBETTIVI :

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN  

6) COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DEGLI AZIONISTI NEI PROCESSI PER REATI SOCIETARI

 IL 31.10 15  la sentenza del PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT ha ammesso il danno per i soci Parmalat .     

SENT CRAGN MOTIV 1 MOTIV 2 MOTIVAZ 3

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE:

NO-ISIS.cloud

www.no-isis.cloud

per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

SI ACCETTANO ISCRIZIONI : STATUTO

PROGR ELET

scrivere a :

mailto:no-isis@outlook.con

@mbnoisis

www.facebook.com/No-isiscloud-1713403432283317/

obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

 - PER AFFRONTARE LA CRISI DEI PROFUGHI, L’ITALIA HA GIÀ SBORSATO 8,4 MILIARDI - INSIEME ALL’EMERGENZA TERREMOTO, PUO’ MANDARE ALL’ARIA I PIANI DEL GOVERNO SUL DEBITO PUBBLICO - DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO OLTRE 7 MILA I PROFUGHI SBARCATI IN ITALIA: DI QUESTO PASSO SI BATTERÀ OGNI RECORD

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Mario Sensini per il “Corriere della Sera”

 

Ieri le motovedette della Guardia costiera ne hanno sbarcati 623: 251 a Porto Empedocle e 372 a Lampedusa. Stamattina è attesa ad Augusta la Nave Acquarius, con a bordo altri 783 migranti. Negli ultimi due giorni ne sono stati soccorsi nel mare del Canale di Sicilia, e accolti in Italia, circa 1.600.

 

Ieri la Marina libica ne ha bloccati altri 400 a poche miglia da Sabrata, e nonostante gli accordi tra Tripoli ed il governo italiano, criticati anche dalla Cei, e i nuovi impegni presi dai leader europei al vertice di Malta, il flusso dei disperati dalle coste libiche verso il nostro Paese non si arresta.

 

SPESA RECORD

Dall' inizio dell' anno sono oltre 7 mila i profughi sbarcati in Italia, e di questo passo si batterà ogni record. Quello dei migranti accolti (176 mila nel 2016), ma anche quello della spesa pubblica necessaria per il soccorso e l' accoglienza, che secondo il governo contribuisce in modo determinante, insieme all' emergenza dovuta al terremoto, a mandare fuori linea il debito pubblico. Fino al punto di spingere Bruxelles a valutare una procedura d' infrazione alle regole sui conti pubblici. Il che sarebbe una doppia beffa per l' Italia, che da anni lamenta lo scarso impegno degli altri Paesi nel fronteggiare i flussi migratori.

 

 

In un rapporto appena inviato alla Commissione Europea sui "fattori rilevanti" che influenzano l' andamento del debito pubblico, il ministero dell' Economia sottolinea che quest' anno la spesa per l' immigrazione rischia di arrivare al record storico di 4,2 miliardi di euro. Nel 2016, al netto dei contributi della Ue (che sono stati pari ad appena 120 milioni) sono stati spesi 3,3 miliardi. Per il 2017 ne sono stati stanziati 3,8 e senza tener conto dei 200 milioni del «Fondo per l' Africa» per investire nei Paesi da cui partono i flussi di immigrazione più importanti.

 

Ma quella prevista in bilancio è una cifra che «se il trend degli ultimi mesi dovesse continuare», si legge nel Rapporto, potrebbe crescere di altri quattrocento milioni.

La crisi costa 8 miliardi Si spenderà il triplo rispetto alla media degli anni tra il 2011 e il 2013, prima dell' esplosione della crisi migratoria: tra 2,9 e 3,2 miliardi in più. Se poi si considera la maggior spesa in termini cumulati la dimensione dei costi sostenuti dall' Italia per l' emergenza assume proporzioni gigantesche. Secondo il ministero dell' Economia, dal 2014 al 2017 lo Stato avrà speso tra 8 e 8,4 miliardi di euro in più rispetto al periodo 2011-2013.

 

Così cresce il debito L' Italia pretende che questa spesa sia considerata «eccezionale» e dunque non conteggiata nel calcolo del disavanzo annuale monitorato per verificare il rispetto degli impegni di bilancio. La Commissione, però, è disposta a riconoscere come «eccezionale» non tutta, ma solo la spesa eccedente rispetto all' anno prima. In ogni caso, che pesi o meno sul deficit pubblico, la spesa si scarica sul debito.

 

Nel 2017, sottolinea il rapporto, la spesa per l' accoglienza è stimata in 2,3 miliardi di euro (1,9 l' anno scorso), quella per il soccorso in mare e i trasporti sarà pari a 860 milioni di euro (nel 2016 furono 913).

L' assistenza sanitaria costerà 250 milioni, l' educazione (nel 2016 sono arrivati anche 26 mila minori non accompagnati) 310 milioni.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967-cover.pdf

 

 

 

TEMI STORICI :

 

IL 16.11.19 alle ore 18 nella CHIESA S.MARIA GORETTI SI TERRA' LA MESSA IN COMMEMORAZIONE  DI EDOARDO AGNELLI

VEDI QUI LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI A CHI HA GIOVATO ?

04.07.19

E’ da poco uscito per Diarkos il libro di Antonio Parisi che risponde all’evocativo titolo Gli Agnelli. Il libro racconta gli aspetti più controversi e oscuri della famiglia che per oltre un secolo ha di fatto regnato sull’economia e su buona parte della politica italiana ed europea. Parisi pone l’attenzione in particolare sulla morte di Edoardo Agnelli, il figlio “scomodo” dell’Avvocato, trovato senza vita sotto un cavalcavia il 15 novembre del 2000.

Ricorderete quell’episodio come forse ricorderete i difficili rapporti tra Edoardo e il padre. Parisi va oltre e pubblica una serie di documenti che mettono in dubbio l’inchiesta (frettolosa) che sancì come suicidio la causa della morte di Edoardo. L’autore rimette tutto in gioco mostrando le incongruenze dell’epoca, i verbali, le testimonianze.

Trovate qui la recensione completa del libro.

 

Antonio Parisi ha risposto alle mie domande di

Un libro coraggioso quello che hai appena pubblicato, che parte da una morte che i torinesi ricordano bene: quella di Edoardo Agnelli. Una morte ancora oggi avvolta da molti dubbi. Perchè hai deciso di riportare all’attenzione questa storia?

Ritengo che al pari di altri casi irrisolti, la morte di Edoardo Agnelli vada chiarita. Credo che in maniera forse un po’ frettolosa si è parlato di suicidio. Ci sono però almeno una ventina di dati che contrastano contro questa ipotesi. Tra questi lo stato del corpo del povero Edoardo, che fu ritrovato dopo essere precipitato da 80 metri di altezza, sostanzialemente intatto e con i mocassini ai piedi. Gli esperti mi hanno spiegato che dopo una caduta da quella altezza persino gli scarponcini ben allaciati degli alpinisti, volano via. Tra l’altro, come ormai acclarato dalla documentazione, mi chiedo perché non fu eseguita l’autopsia su Edoardo. Edoardo, spesso infangato in vita, era invece una persona che aveva avuto una vita difficile e problematica. Era buono Edoardo, studioso di religione ma forse disprezzato in famiglia. Nel libro si raccontano alcuni episodi in cui si comprende come veniva trattato. Una volta cercarono con un trucco di fargli firmare la sua cessione dei diritti Fiat. Toccanti alcune sue lettere al padre, l’avvocato Giovanni Agnelli. Altre di queste lettere sono dure: in una, chiamando il padre “Presidente della Fiat”, gli contesta un comportamento penalmente rilevante, rammentandogli che “scopo della Fiat è costruire automobili, non incrementare la corruzione in Italia”.

Nel libro non ci sono illazioni e nemmeno ipotesi. Ci sono documenti, ci sono le evidenze sulle contraddizioni dell’epoca. Mi sembra che tu non voglia convincere il lettore ma portarlo a ragionare, a porsi domande…

Io faccio il giornalista e pertanto debbo mantenermi il più possibile ancorato alla realtà dei fatti. Questo lo posso fare solo attraverso le documentazioni legali e attraverso le testimonianze di persone. Di carte ne ho consultate a bizzeffe e qualcuna è pubblicata nel libro. Tra le persone che ho intervistato c’è un malgaro di Fossano, Luigi Asteggiano, il quale afferma che il corpo era già sul greto del fiume, dove fu ritrovato, alle 8 del mattino. Secondo l’inchiesta invece Edoardo si sarebbe buttato dal viadotto “Romano” dell’autostrada Torino-Savona alle 10 del mattino. C’è una contraddizione importante. Qualcuno ha indagato in tal senso? L’amico di Edoardo, Marco Bava, prendendo spunto da queste contraddizioni ha cercato di far riaprire il caso. Dopo la pubblicazione del mio libro, Bava dice che ci potrebbero essere novità. Vedremo.

Ti occupi della morte di Edoardo e della famiglia Agnelli da anni. Hai avuto difficoltà nel trovare un editore disposto a pubblicare questo libro? O pressioni esterne perchè non venisse pubblicato?

Sono anni che mi occupo del caso e questo grazie a due persone. Uno il già citato Marco Bava e l’altro il giornalista Giuseppe Puppo. Quest’ultimo aveva scritto il libro “80 metri di mistero” sulla morte di Edoardo. Io intervistai Puppo preparando diversi articoli e realizzando anche un servizio televisivo sul libro. In breve mi trovai coinvolto anche emotivamente nella vicenda. Proprio a seguito della mia “competenza” sul caso, e la conoscenza approfondita sulle grandi “famiglie” europee, l’editore Diarkos mi ha chiesto di scrivere Gli Agnelli. Molti colleghi mi dicono che se fosse stato vivo l’avvocato Giovanni Agnelli non sarei riuscito a pubblicare il libro. Non so se veramente è così. Certo è che ci sono stati preoccupanti depistaggi da parte di sedicenti ambienti giudiziari ed investigativi di cui do conto nel libro e nelle note. Però voglio ricordare tre episodi non piacevoli. Il primo riguarda l’articolo da me scritto per il settimanale OGGI, con intervista ad Asteggiano. La proprietà della testata allora era riconducibile insieme con tutto il gruppo RCS agli Agnelli. Ebbene dopo quell’articolo clamoroso, pur pubblicato, io sostanzialmente non ho più collaborato con la testata, tra l’altro diretta da un grande giornalista come Umberto Brindani. Il secondo episodio si è verificato durante la realizzazione del mio servizio TV sulla morte di Edoardo. Volevo intervistare a Fossano l’uomo dell’agenzia funebre che aveva rimosso il corpo. Volevo sapere se ricordava lo stato del cadavere. Ero con Bava, Puppo con al seguito la telecamera e gli operatori. Ci vuoi credere? L’uomo si è barricato nel locale dove aveva le casse da morto e si è rifiutato di parlarci. Intanto i passanti cambiavano strada: avevano paura di essere intervistati. Non sembrava di essere in Piemonte, piuttosto avevo l’impressione di essere nella Sicilia di qualche anno fa.

L’ultimo fattaccio, si è verificato un po’ di tempo fa. Ero in compagnia di un collega del gruppo Rcs. Giravamo per Roma con una mia autovettura Nissan Serena e ci siamo fermati per prendere un caffe in prossimità della centralissima Piazza del Popolo. Avevo lasciato in macchina attrezzature fotografiche del valore di alcune miglia di euro ma anche una vecchia borsa, con dentro uno strano e corposo dossier sugli Agnelli giuntomi dal Brasile. Il contenuto di quelle carte era a dir poco delicato. Ebbene, entriamo con il collega nel bar posto a pochi metri, dopo qualche minuto siamo tornati alla vettura: abbiamo trovato i vetri rotti ma mentre le attrezzature erano state lasciate al loro posto, era sparita la borsa con il dossier. Per fortuna si trattava solo di fotocopie.

Nel libro allarghi poi il campo ad altri misteri nella storia/saga della famiglia Agnelli. Come mai secondo te è una storia così piena di lati oscuri?

Vi sono diversi misteri. Tra questi quello della morte del vero fondatore della Fiat, il conte Emanuele Cacherano di Bricherano, suicidatosi la sera prima di un consiglio di amministrazione Fiat in cui voleva chiedere conto a Giovanni Agnelli (nonno dell’avvocato Gianni Agnelli) circa l’amministrazione della Fiat, che fallì nel 1908. Vi sono misteri nella fine del papà dell’avvocato, Edoardo, morto il 14 luglio 1936,con la testa mozzata. Racconto della morte della madre dell’avvocato, la principessa Virginia di Borbone, morta anche lei con il collo spezzato mentre corre dall’amante. Anche il fratello dell’avvocato ebbe una fine oascura. Si tratta di Giorgio Agnelli, la cui morte è molto simile a quella del nipote Edoardo. Qualcuno potrebbe forse parlare di karma familiare e dell’azienda. In verità non solo gli Agnelli hanno una storia piena di tragedie e lati oscuri ma anche molte altre dinastie, si pensi alla famiglia Kennedy.

Gli Agnelli sono in fondo stati (o sono ancora?) gli ultimi regnanti d’Italia e di Torino. La Mole è ancora oggi legata a filo doppio a questa famiglia?

Dopo che Torino, nel 1865, perse il ruolo di capitale del Regno d’Italia, era in qualche modo alla ricerca di un riscatto. Non bastava a Torino la presenza di alcuni membri della famiglia reale, strategicamente lasciati nella ex capitale da Casa Savoia, ci voleva di più. Questo ruolo fu in qualche modo assunto dagli Agnelli, soprattutto dopo la caduta della monarchia nel 1946. Anzi nella Repubblica gli Agnelli sono stati una sorta di surrogato della regalità in Italia. Debbo dire che Gianni Agnelli e sua moglie donna Marella, in qualche modo il ruolo lo hanno svolto bene. Oggi però questo legame tra gli Agnelli è la Mole, credo non esista più. Quella sorta di magia che si era creata tra la famiglia e la città, credo sia perso.

Il libro mette in luce ovviamente le magagne della dinastia. Torino ha però avuto anche del buono dagli Agnelli?

C’è chi accusa gli Agnelli di aver sfruttato la città di Torino e l’Italia intera. Secondo me però la storia non è fatta solo di ombre ma anche di luce. Gli Agnelli hanno contribuito a far girare la “ruota” economica di Torino ed anche a dare un certo fascino alla città. Ora che non ci sono più credo si noti il “vuoto”.

Esiste nel mondo a tuo avviso una famiglia non regnante con una storia tanto importante e lunga come quella degli Agnelli?

Ci sono famiglie non regnanti che hanno per molti decenni occupato scranni economici di tutto rispetto. Si pensi ai Rockfeller, la cui storia si intreccia, tra l’altro, con quella dell’avvocato Agnelli. Vi sono i già citati Kennedy e vi sono poi altre famiglie potentissime di banchieri, che appaiono poco ma dal potere immenso, addirittura incalcolabile. Tra questi i Rothschild.

Speri che il tuo libro possa dare una mano a riaprire il caso della morte di Edoardo Agnelli?

Io spero di si. Secondo Bava, che ha inviato diversi esposti agli inquirenti, questa potrebbe essere la volta buona per riaprire l’inchiesta. Lo merita la memoria di Edoardo, il senso di giustizia che deve animare tutti, lo meritano i sacrifici di Bava e del collega Puppo, il quale ha dovuto lasciare Torino e trasferirsi a Lecce, dove dirige un apprezzato quotidiano on line.

 

 

Il falco e il gabbiano

Condotto da Enrico Ruggeri

Da lunedì a venerdì ore 15.05 e 4.00 e sabato ore 22:00

Edoardo Agnelli, la solitudine dell'erede

 

 

https://podcast-radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2019/190603-falcogabbiano-s.mp3

 

1-L'auto di Edoardo non aveva le luci accese e le porte aperte

2-Franchini , addetto all'autostrada,  non poteva vedere nulla per ragioni di prospettiva

3-Giovannino non era l'erede designato ma Jaky a causa di un'intervista traanello su Mediobanca fatta da Friedman

4 - I pompieri non sono mai stati neppure chiamati

5- Boscardini non ha eseguito nulla tantomeno i RIS di Parma

6-Non c'e' alcuna prova sui tabulati che E.A abbia chiamato gli amici. La parola di Gelasio Caetani d'Aragona e Lupo Rttazzi (cugino ed amico di E.A) contro i tabulati.

6- Le prove con il telepass le fanno le scorte non E.A.

7-Sull'auto non sono state trovate impronte quindi  E.A non si e' mai

8-C'e' un teste che sia voi  sia Garofano ex Ris che il questore di Torino Cavaliere avete voluto ignorare perche' rivelava la menzogna del suicidio che anche voi avete sposato.

Mb 25-06-19

 

 

Agnelli Segreti puntata 1 "Il silenzio" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=GluwLstPQVk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Perché nessun giornale e nessuna televisione ha mai parlato di quello che accadde veramente poco ...

 

Agnelli Segreti puntata 2 "Il rendiconto" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=0NFdL6Pky2U
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

I momenti precedenti la morte dell'Avvocato, le stanze di villa Frescot precluse a Margherita, il muro di ...

 

Agnelli Segreti puntata 3 "La Dicembre" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=qUSrkoqsznk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Il primo colpo di scena ai danni di Margherita riguarda la decisione di sua madre Marella, che non ...

 

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=YdFSP0y_Zd4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera di Commercio di Torino" - Gigi Moncalvo ...

 

Agnelli Segreti puntata 5 "Le lettere segrete"- Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dVa9RYIuKbs
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Puntata dedicata alle lettere più "segrete" e riservate della storia del patrimonio di Gianni Agnelli ...

Agnelli Segreti puntata 6 "Nei paradisi fiscali" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dV13XpJ7Hg4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli continua la sua ricerca di informazioni sul patrimonio di suo padre custodito all ...

 

Agnelli Segreti puntata 7 "Grande Stevens non poteva non ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=NRk5wky5pU8
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli entra in possesso dei documenti di una importante ... puntata 7 "Grande Stevens ...

 

Agnelli Segreti puntata 8 "Condizioni inaccettabili" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=-_ctVS2R8KA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

In questa puntata Margherita Agnelli, nel suo esposto alla magistratura, illustra lo “strano” comportamento ...

 

Agnelli Segreti puntata 9 "Estorsione" e "truffa"? - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=lu4AwXQ0mQE
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

L'esposto alla magistratura di Margherita Agnelli ci rivela e illustra i retroscena della spartizione del ...

 

Agnelli Segreti puntata 10 "I due accordi capestro" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=Kec3oy8jJVA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli scrive una lettera a sua madre nel tentativo estremo di riallacciare i rapporti e ...

 

Agnelli Segreti puntata 11"Niente pace, solo guerra..." - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=OBEwZqMvE4A
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita aggiunge una sua postilla autografa all'accordo transattivo con sua madre: "Accetto, ma ...

 

 

 

DOPO E.A RAFFAELLO BUCCI

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-be95167b-3325-4adb-9ff1-90ad235c26c4.html

 

MAFIA E STADI

Biglietti Juve: termini scaduti, e due boss tornano liberi

Corriere Torino20 Dec 2019Massimiliano Nerozzi

Per la scadenza dei termini (di fase) di custodia cautelare, sono tornati in libertà Saverio e Rocco Dominello, padre e figlio di 64 e 43 anni, condannati in primo e secondo grado per associazione mafiosa, nell’ambito dell’inchiesta «Alto Piemonte», sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in regione e nella curva sud juventina. Lo ha disposto la seconda sezione della corte d’appello, che dovrà fissare comunque un nuovo giudizio, dopo la pronuncia della corte di Cassazione. I giudici avevano confermato l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri della Dda, Monica Abbatecola e Paolo Toso, ritoccando però alcune posizioni nella sentenza d’appello. Annullando con rinvio la condanna dell’ex tifoso Fabio Germani (avvocato Michele Galasso) e quella per tentato omicidio di Saverio e Rocco, un fatto che dovrà essere riqualificato dall’appello bis: come chiesto dai difensori, gli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Domenico Putrino (e dall’ex difensore, l’avvocato Stefano Caniglia). Saverio Dominello era stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione (anche per alcuni episodi di estorsione), Rocco a 5 anni, «con il tentato omicidio qualificato come reato più grave», spiega l’avvocato Putrino, «quello annullato dalla Cassazione». Per questo, sono scaduti i termini di custodia cautelare relativi alla fase processuale e così, verso sera, hanno lasciato il carcere di Torino (Rocco), e quello di Voghera (Saverio). Erano stati arrestati il 2 luglio 2016. A occhio, hanno pesato i mesi passati tra la pronuncia della Cassazione (19 aprile) e il deposito delle motivazioni (27 settembre). Vista la possibilità di un successivo ricorso per Cassazione, i due resteranno in libertà anche dopo la celebrazione dell’appello bis.
 

L'AVVERTIMENTO

Le dichiarazioni generiche del tifoso, impiegato alla Telecontrol, hanno lasciato perplessi il pm Monica Abbatecola e il capo della mobile di Torino Marco Martino. Ma che Bucci abbia fatto scena muta o che sia stato reticente non lo ha creduto chi, subito dopo, o magari appena prima dell' interrogatorio, lo avrebbe minacciato. Questo, almeno, è il sospetto degli investigatori, che ora sono chiamati ad accertare perché, poche ore dopo la deposizione come testimone, Ciccio Bucci si sia gettato da un viadotto della Torino-Savona

lo stesso SOTTO IL QUALE FU TROVATO  Edoardo Agnelli il 15.11.2000.

Una firma che inizia con la morte del gen.Romano a cui il viadotto viene intitolato .

DENUNCIA AL COLLEGIO SINDACALE JUVENTUS ED ALLA CONSOB:

dal CORRIERE DELLA SERA DEL 11.07.16

Due testimoni: uno morto, l' altro scomparso. Entrambi decisivi per rendere esplicite le considerazioni del gip Stefano Vitelli che nella sua ordinanza scrive: «Non si può concludere senza fare riferimento al preoccupante scenario che vede alti esponenti di un' importantissima società calcistica a livello nazionale e internazionale consentire di fatto un bagarinaggio abituale e diffuso come forma di compromesso con alcuni esponenti del tifo ultrà ("voi non create problemi... e noi vi facciamo guadagnare con i biglietti delle partite").

Rocco Dominello, all' epoca 38 anni, figlio di Saverio, appartenente alla cosca Pesce/Bellocco di Rosarno (il gotha della 'ndrangheta), si offre di fare da mediatore. Non chiama un criminale, né un picchiatore da stadio. Telefona ad Alessandro D' Angelo, «security manager» della Juventus. «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada». Gli accordi sono: la società (o almeno alcuni suoi dirigenti apicali) concede i biglietti che gli ultrà (o la criminalità) sfruttano per il bagarinaggio; in cambio, ottiene la calma nei rapporti con i tifosi.

Secondo l' inchiesta della Procura di Torino, tra le tribune di quello stadio, si sarebbero invece intrecciati, tra 2013 e 2014, torbidi accordi tra alcuni dirigenti della società (non indagati), ultrà e 'ndrangheta.

Il 23 ottobre 2013 si gioca Real Madrid-Juve (Champions League). E qui emerge una figura chiave dell' inchiesta. Fabio Germani: fondatore di «Bianconeri d' Italia», organizzazione no profit di tifosi. È lui che ha accreditato il giovane Dominello ai piani alti della Juve. Ed è sempre lui che, prima della partita di Champions, contatta Giuseppe Marotta, amministratore delegato bianconero. Marotta fa avere a Germani una busta di biglietti, recapitata all' hotel «Principi», raccomandando «massima riservatezza». Negli stessi giorni Dominello smercia 10 biglietti e se li fa pagare (750 euro) con un assegno intestato alla Juventus, più 200 euro in contanti, che sono il suo guadagno.

Storicamente i gruppi ultrà hanno una primaria fonte di guadagno. Quando le partite sono da tutto esaurito, hanno comunque i biglietti. Potere e guadagni che solo le società possono concedere (o meno). Secondo i pm e il gip torinesi, in questo caso è stata direttamente la 'ndrangheta a «fondare» un gruppo ultrà (i «Gobbi») per entrare nel business del bagarinaggio. Ma ogni tanto qualcosa va storto.A gennaio 2014 un tifoso manda una mail alla Juve lamentandosi di aver pagato 640 euro un biglietto per Juve-Real Madrid. La società scopre che quel tagliando rientra nella quota «nera» trattata da Rocco Dominello. Allora Stefano Merulla, responsabile «ticket office» del club, chiama il suo contatto Germani e si lamenta: «L' hai portato tu e l' hai presentato in un certo modo... non so che mestiere faccia, ma ho la percezione che abbia un' influenza abbastanza forte nella curva.
 

Come dire: lucrare sì, ma con cautela. Dalle carte si comprende che alcuni dirigenti della Juve probabilmente non avevano idea dello spessore criminale dell' interlocutore. Il security manager però, spiega il gip, «trovava comunque un espediente per aggirare i divieti ufficiali a favore di Dominello».

Il 15 febbraio 2014, in un bar di via Duchessa Jolanda a Torino, gli investigatori seguono un incontro tra Germani, Dominello e Marotta. Secondo la ricostruzione, i tre parlano di un provino alla Juve per il figlio di Umberto Bellocco, del clan di Rosarno (il ragazzo non verrà preso).
Per entrare nella curva dello Stadium, il picciotto Giuseppe Sgrò ha avuto il benestare del padrino e rassicura i suoi sottoposti: «Noi abbiamo le spalle coperte, abbiamo i cristiani che contano». Gli uomini della 'ndrangheta organizzano anche una «tavola rotonda» con gli altri ultrà per sancire il loro ingresso. Per un interesse che, di calcistico, non ha nulla: «Non ho un ca... da fare e mi butto dentro gli stadi. Se prendiamo soldi, che ca... me ne frega a me?».

 

Io non intendo suicidarmi ed eventuali incidenti potrebbero non essere causali. Mb

 

 

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI:

IL 16.11.17 Gigi Moncalvo ha scritto:
"Il 15 novembre di diciassette anni fa moriva Edoardo Agnelli, unico figlio maschio e uno dei tre legittimi eredi (insieme a sua madre Marella e a sua sorella Margherita) di Gianni Agnelli. E quindi del gigantesco impero economico e, soprattutto, dell’immenso patrimonio (specie all’estero) accumulato dal defunto, scomparso il 24 gennaio 2003, poco più di due anni dopo suo figlio. Anche in questa ricorrenza sarà possibile verificare come sia stato completamente cancellato il figlio “scomodo” dell’Avvocato, a partire da alcuni esponenti di quel poco che resta dell’ex Royal Family. Da anni nessun necrologio, nemmeno sui giornali della Casa, nessuna breve notizia per ricordarlo, nemmeno una messa celebrativa. Anche quest’anno solo un mazzo di fiori inviati dalla sorella nella tomba di famiglia del cimitero di Villar Perosa, e una messa celebrata col rito greco-ortodosso nella cappella di casa Agnelli-De Pahlen ad Allaman sulle rive del lago di Ginevra.
A parte questo, nemmeno un tweet (a meno che non lo scriva dopo aver letto questo articolo) di Lapo Elkann, nipote di Edoardo, che in genere è un prodigo e instancabile facitore di cinguettii telematici. Niente neppure sul sito ufficiale della Juventus, di cui Edoardo era stato consigliere. Ma in questo caso è in buona compagnia, poiché da lungo tempo il club bianconero ha dimenticato perfino di ricordare il famoso e vero “Avvocato dell’Avvocato” – altro che Franzo Grande che si è auto-attribuito questo appellativo… - , cioè Vittorio Chiusano (scomparso nel periodo tra la morte di Gianni, prima, e poi di Umberto Agnelli), per anni consigliere, poi vicepresidente e, dal 1990 al 2004, presidente della società calcistica (con lui vivo “Calciopoli” sarebbe andata ben diversamente…)
UN MOVENTE MAFIOSO - Questo anniversario della morte di Edoardo Agnelli coincide con una notizia clamorosa che, in qualche modo, rende ancora più fitto ma finalmente tenta di svelare il mistero che circonda quell’avvenimento, aprendo nuovi scenari finora sconosciuti: la comparsa in scena di un movente e di una esecuzione mafiosa. Finora sulla morte di Edoardo gli interrogativi erano questi. Fu un suicidio, come si è voluto ostinatamente far credere arrivando perfino a occultare molte verità e molti dati di fatto? Un suicidio eventualmente procurato, e da chi? Oppure, tesi fino al momento meno probabile, si trattò addirittura di un omicidio? La lacunosa e quasi inesistente inchiesta venne condotta superficialmente sia dalla Procura della Repubblica di Mondovì (il corpo di Edoardo venne trovato nei pressi di Fossano, ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona), sia dalla Digos di Torino (che “dimenticò” perfino di sequestrare le videoregistrazioni delle telecamere del perimetro di Villa Sole, la casa di Edoardo nella collina torinese, e interrogò in modo blando gli uomini della scorta accontentandosi di una versione scritta, prefabbricata e identica, predisposta dal Gruppo Orione, cioè la security della Fiat). Tutto ciò ha messo una pietra tombale sulla ipotesi di reato su cui l’allora Procuratore di Mondovì, Riccardo Bausone (da tempo in pensione) aprì un fascicolo: “istigazione al suicidio”. Un titolo cui non corrispose alcun atto concreto. Infatti, in questa direzione sarebbe stato ovvio interrogare per primi i genitori di Edoardo, la sorella Margherita, il cognato Serge de Pahlen (con cui quel giorno fatale ci doveva essere un incontro a Torino), lo zio Umberto Agnelli e l’altro zio (l’editore Carlo Caracciolo, con cui ci fu un’ultima telefonata prima della morte), e anche i due stretti collaboratori di Gianni Agnelli, cioè Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che avevano avuto e avevano contatti con lo scomparso, specie il primo in ambito IFI. Invece niente. Non solo, ma a contribuire alla tesi del suicidio erano stati in questi anni certi atteggiamenti della famiglia o comunque degli ambienti Fiat che, specie nelle versioni accreditate dall’ufficio-stampa, enfatizzavano la versione “ufficiale”, manipolavano notizie di agenzia, “suggerivano” interviste con parenti ed esperti di parte, e stroncavano (non è dato sapere su ordine di chi…) ogni tentativo serio di arrivare alla verità e di mettere in dubbio ciò che si è voluto far credere per diciassette anni instillando nell’opinione pubblica solo la parola “suicidio”.
CINQUANTA LACUNE NELL’INDAGINE - Nel mio introvabile libro “Agnelli Segreti” (lo potete acquistare su www.gigimoncalvo.it), dopo aver esaminato con attenzione il fascicolo giudiziario che era secretato, avevo ricostruito una cinquantina di punti oscuri che erano in forte contrasto con la tesi del suicidio. Per cui, conclusi, che era ed è meglio definire il tutto con l’unica cosa certa: la morte di Edoardo. Dopo aver letto quella parte del mio libro, e alcuni documenti successivi, Margherita Agnelli aveva inviato un dossier (insieme al fascicolo giudiziario) ai suoi legali per esaminare se fosse possibile chiedere la riapertura del caso, un po’ come è avvenuto a Siena in tempi recenti e per un lasso di tempo più vicino alla morte, da parte della vedova di Davide Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi, anch’egli scomparso a seguito di un misterioso “suicidio”. Dopo l’archiviazione da parte della Procura di Siena, ora, dopo una inchiesta condotta dalle “Iene”, la Procura di Genova (competente per le indagini sui magistrati senesi) non ha riaperto le indagini, ma solo un fascicolo, senza però alcuna ipotesi di reato. Ma, nel caso di Edoardo, l’apporto che avrebbe potuto dare un’inchiesta tv non c’è mai stato (a parte un encomiabile tentativo qualche anno fa nel programma “Complotti” di Giuseppe Cruciani). Ed è andato semmai in senso contrario, come dimostra uno scambio di e-mail con la Procura di Mondovì, allorché “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, allo scopo di visionare i documenti secretati e di filmarne alcune parti, scrisse al magistrato: “Dal fascicolo (dov’è vero che emergono alcune lacune nell’indagine svolta) il nostro medico legale neutrale sosterrà l’ipotesi della caduta in piedi (dal tipo di fratture riportate e dall’altezza rilevata dopo la caduta che risultava 20 cm in meno) confermando in sostanza l’ipotesi del suicidio”. Era incredibile: prima ancora di esaminare il fascicolo e farlo leggere ai loro “esperti”, i responsabili del programma avevano già una tesi sostenuta dal «nostro medico legale», ovviamente “neutrale”: dirà che non ci sono dubbi, Edoardo si è suicidato. E aggiungerà perfino che uno dei punti più “strani” dell’esame così poco approfondito del cadavere (scrissero una misura di 20cm inferiore all’altezza reale di Edoardo…) verrà spiegato così: Edoardo è caduto «in piedi», e a causa del violento impatto, il suo corpo si è accorciato di 20 centimetri! Ecco risolto “scientificamente” il mistero dell’errata indicazione da parte del medico legale di Fossano. Prima di morire Edoardo era alto 1,90cm, dopo la morte è diventato un metro e 70 (anche se nel referto medico, sbagliato, c’è scritto 1,75 e quindi “l’accorciamento” sarebbe stato di 15cm). Davvero interessante, per quello che era stato annunciato come un «documentario anglosassone» dal «linguaggio asciutto».
NON CI SONO IMPRONTE - Margherita Agnelli si è affidata a un pool di investigatori italiani e stranieri. I quali sono partiti da un dato: nel rapporto della polizia scientifica di Cuneo, che ha esaminato l’auto di Edoardo (una Fiat Croma grigio metallizzata, targata TO66917V appartenuta a Gianni Agnelli e su cui era montato un motore Peugeot), emerge un dato incredibile, e mai utilizzato come spunto per ulteriori indagini: “Sulle superfici esterne dell’autovettura” non sono emerse “linee di impronte papillari latenti”. Vale a dire: non c’era nessun impronta digitale. Né sulla maniglia, né sul comando di apertura del portellone posteriore (che era aperto). E nemmeno all’interno dell’abitacolo: né sul volante, né sulle chiavi di accensione, né sulla leva del cambio, né sui tasti del telefono, né nella bottiglia d’acqua accanto al posto di guida. Com’è possibile che non ci fossero impronte, dato che Edoardo non indossava mai i guanti? Trentatré fotografie documentano il lavoro della scientifica. Esaminandole con strumenti sofisticati, gli investigatori privati hanno tratto una sola conclusione: tutte le impronte sono state cancellate. Si è trattato quindi, almeno per questo aspetto, di un lavoro compiuto da esperti criminali che potrebbero aver portato l’auto sul viadotto e l’hanno poi ripulita? C’era anche Edoardo su quell’auto e da lì qualcuno lo ha lanciato nel vuoto? Gli investigatori hanno elencato una serie di elementi che potrebbero far pensare a questo. Era difficile per Edoardo parcheggiare così bene l’auto, scendere, armeggiare per salire sull’alto guard-rail tipo jersey, e gli era impossibile muoversi con agilità dato il peso che egli aveva raggiunto e la necessità di far uso di un bastone per una recente caduta in Scozia. Possibile che fosse riuscito a salire da solo su quella barriera e a scavalcarla senza che nessuno delle centinaia di automobilisti che transitavano sulle due carreggiate dell’autostrada notasse nulla?
IL MOVENTE MAFIOSO? – Se la evidente e incontestabile cancellazione delle impronte su tutte le superfici dell’auto rivelava un lavoro di autentici professionisti del crimine, occorreva ripercorrere alcuni avvenimenti accaduti nel gruppo FIAT e cercare di contestualizzarli con un eventuale movente plausibile avente come bersaglio proprio Edoardo, uno degli anelli più deboli della famiglia. Sono stati incrociati numerosi dati e controllate moltissime circostanze specie di carattere finanziario. Gli investigatori si sono soffermati su una vicenda del 1997, allorché IFIL Spa, la società di investimento controllata dagli Agnelli (tramite l’IFI), con un portafoglio di 5 miliardi di odierni euro, gestita da Umberto Agnelli e Gabriele Galateri di Genola, portò a compimento una strana operazione in uno dei settori-chiave delle sue partecipate (che spaziavano su oltre cento società, nel settore bancario, calcistico, turistico). IFIL a un certo punto decise di vendere una parte cospicua di una di queste società. E scelse (o fu “consigliata” o “costretta” a scegliere?) un signore che non aveva alcuna dimestichezza col business di quel settore, anzi il contrario. Si trattava di un piccolo fornitore di parti elettriche per le auto Fiat, proprietario di un piccolo impianto con pochi addetti. Un signore che non aveva mai manifestato alcuna propensione per quel tipo di business che gli veniva affidato da IFIL. Che, addirittura, per incoraggiarlo ad accettare attraverso il San Paolo gli garantì cospicui finanziamenti. Venne costituita una finanziaria ad hoc, e quel signore cominciò a scegliere tra i suoi parenti prossimi gli improvvisati manager per gestire quel grosso affare.
UNA SCALATA - Tutto sembrava filare per il meglio ma nel 1999 a Torino si accorsero che qualcosa non andava. Forse avevano scelto quel nome come “testa di legno” o semplice esecutore di ordini, ma invece quel piccolo imprenditore doveva essersi montato la testa, aveva fatto investimenti e acquisizioni ben al di là di quello che IFIL voleva, a poco a poco aveva osato scalare alcune società e stava diventando padrone assoluto (o si comportava come tale) di tutto quel settore dove IFIL voleva continuare a regnare. Non era possibile che costui si permettesse di portare via ciò che gli era stato fiduciariamente affidato e si appropriasse di beni non suoi, per di più senza alcun rispetto per una potenza come IFIL. Cercarono di convincerlo a fermarsi, ma ormai la macchina era lanciata. Allora ordinarono alle banche di chiudergli i rubinetti del credito e farlo rientrare. La lotta si scatenò su più fronti e il teatro delle operazioni si concentrò in Sicilia, dove tutto era avvenuto nel corso degli anni, e arrivò fino a denunce, fallimenti, curatele, amministrazioni controllate, blocchi delle attività. Con l’intervento della magistratura, i rischi di denunce per appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta cominciarono a lambire i parenti stretti del piccolo imprenditore che comparivano come amministratori delle varie società. Uno o una di questi si confidava continuamente con una persona di fiducia (un fidanzato, una fidanzata, un amico, un’amica?). E a un certo punto annunciò: “Questi di Torino se la stanno prendendo con me. Ma devono stare attenti: non sanno che cosa significa e quali conseguenze può avere toccare me o qualcuno della mia famiglia”). Gli investigatori hanno rintracciato questo o questa testimone che avrebbe firmato una lunga dichiarazione giurata e fornito date, circostanze e particolari su questa vicenda. Concludendo con questa affermazione: “In seguito le cose precipitarono. E la frase che ricordo bene fu questa: “Adesso hanno esagerato. E allora sai che ti dico? Visto che se la sono presa con qualcuno di noi, gli faremo vedere che cosa siamo capaci di fare al qualcuno di loro, a qualcuno della loro famiglia!”.
Da qui sarebbe nata la “vendetta”, il desiderio di “fargliela pagare” a quelli di Torino, fino ad arrivare al bersaglio più vulnerabile, più fragile, meno protetto, affidando il “lavoro” a una squadra di professionisti, quelli che cancellano le impronte. Questa ricostruzione riguarda geograficamente e per molti aspetti, del passato e del presente, la zona di Castelvetrano, terra mediterranea, terra di vini marsala, in provincia di Trapani. Il luogo da cui regna, ancor oggi indisturbato, sull’immenso impero che ha creato Matteo Messina Denaro, la primula rossa di “Cosa Nostra”. Basta incrociare i dati su alcune persone originarie di Castelvetrano, molto ben collegate da anni col boss, basta legare alcune parentele con gli amministratori di certe società, per arrivare alle conclusioni cui sono giunti gli investigatori di Margherita Agnelli.
IL DUBBIO DI MARGHERITA AGNELLI - E adesso? La sorella di Edoardo è di fronte a una strada, la stessa che le si presentò anni fa quando cominciò la sua lunga battaglia per avere trasparenza sul patrimonio di suo padre: andare avanti o fermarsi? Andare avanti significherebbe presentare un dossier alla magistratura, chiedere la riapertura del caso, arrivare perfino alla richiesta di riesumazione del corpo di Edoardo per fare quell’autopsia (a diciassette anni dalla morte è ancora possibile e potrebbe dare qualche risultato interessante) che incredibilmente la Procura di Mondovì non volle ordinare, chiudendo la (cosiddetta) inchiesta in pochi giorni e trascurando ogni pista. Margherita Agnelli, stando a chi le è vicino, sembra aver commentato così le conseguenze che la sua decisione potrebbe provocare: “Già mi hanno insultata, cancellata, diffamata per il solo fatto di aver osato andare in Tribunale per chiedere il rendiconto dei beni di mio padre. Il mio figlio primogenito non mi parla da anni, non mi ha nemmeno invitato al battesimo dei suoi tre figli, né alla festa per il suo decimo anniversario di matrimonio, nonostante si svolgesse a Villar Perosa, che tra l’altro è casa mia, dato che mio padre me l’ha lasciata in eredità. Cosa succederebbe se ora chiedessi di riaprire il caso riguardante il povero Edoardo? Mi direbbero, come minimo, che questa eventuale mia iniziativa è la conferma che sono impazzita, che non ci sono più con la testa, che sono incontrollabile, che di me non ci si può fidare, che ha fatto bene la mia famiglia a rompere i ponti con me, che bisogna che qualcuno mi fermi, che non ho limiti….. Ne vale la pena? E’ il prezzo che devo pagare per conoscere finalmente un po’ di quella verità che da anni sto cercando sulla morte misteriosa del mio povero fratello?”. Come darle torto."

IO LE DO TORTO ! Mb

IL 17.11.18 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.P.COSSA ANG V.ACTIS

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

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TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

·                            Agnelli sul calcio italiano

·                            VIDEO «Nasce il polo Juve»

·                            VIDEO «Dobbiamo dare il meglio»

·                            VIDEO «350 mln per la Continassa»

·                             

VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

Blitz quotidiano

ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

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Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

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ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
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Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
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Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

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http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

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http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 25/09/2020 02.50.42

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CON SENTENZA NEL 1912

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TO.25.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Non ha senso economico un investimento europeo nel microprocessore perché di fatto e' uno strumento generico neutro di massa che non ha una permeabilità diretta nel suo utilizzo .

E' solo uno strumento amorfo a cui si possono dare fini specifici.

Non ha senso produrre un'auto per girare in Europa. Ha senso la tutela di sistemi modulari di sicurezza .

La conferma è arrivata da Luxottica stessa: un attacco ransomware ha messo in ginocchio le attività dell'azienda sia in Italia che in Cina.

Luxottica è, a livello mondiale, la maggiore azienda a produrre e vendere occhiali: dà lavoro a oltre 80.000 persone e nel 2019 ha generato 9,4 miliardi di euro di fatturato.

È Luxottica che gestisce molti marchi famosi, da Ray-Ban a Oakley, da Bulgari a Chanel, Prada e Armani: si capisce quindi come l'attacco si possa considerare "di alto profilo".

Tutto è iniziato lo scorso venerdì, quando i siti di Ray-Ban, EyeMed e altri hanno smesso di funzionare. Poi sono spariti dal web i portali di Luxottica (lasciando soltanto dei laconici messaggi che indicavano attività di manutenzione in corso), e in Rete hanno preso a rincorrersi le ipotesi.

Martedì 22, infine, è arrivata la conferma ufficiale: Luxottica ha spiegato che i sistemi informatici di Agordo e Sedico sono stati messi completamente fuori uso, tanto che i dipendenti sono stati rimandati a casa.

Nicola Vanin, esperto di cyber security, è intervenuto a chiarire la situazione, ricordando come nessuna realtà sia mai perfettamente al sicuro dal cybercrimine per quanti sforzi si facciano ma sottolineando anche come i piani di emergenza per limitare i danni siano stati immediatamente attuati.

A causare tutti i problemi è stato un ransomware, che ha causato la disattivazione delle reti «per alcune ore». Al momento in cui scriviamo è ancora in corso il ripristino delle funzionalità, segno che i problemi causati sono stati molti.

Sebbene quello appena accaduto sia stato un attacco particolarmente serio, poiché è riuscito ad andare a segno e a fare dei danni, Vanin ricorda come siano migliaia i tentativi analoghi cui Luxottica deve fare fronte.

Nel caso specifico, sebbene non ci siano indicazioni ufficiali sul mezzo usato dal ransomware per diffondersi nelle reti informatiche dell'azienda, Bad Packets ipotizza che la colpa sia di un controller Citrix ADX, in cui tempo fa è stata individuata una falla.

La buona notizia, come comunica Vanin stesso via Twitter, è che pare non esserci stata alcuna sottrazione dei dati di utenti e consumatori.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28333.

Come non ha senso continuare a parlare di guida autonoma illegale perché priva di responsabilità penale e patente invece che sola di guida assistita per evitare quello che e' successo in Canada, dove la polizia ha fermato una Tesla Model S che viaggiava a oltre 140 km/h mentre il suo guidatore - insieme al passeggero - dormiva beatamente con i sedili reclinati.

La polizia è stata informata della presenza del veicolo in autostrada, lanciato a forte velocità e senza nessuno al volante, dai guidatori delle altre auto.

Quando poi l'auto di pattuglia si è avvicinata alla Tesla, accendendo i lampeggianti, gli altri veicoli si sono fatti da parte, com'è normale; a quel punto però la Tesla, vedendo la strada libera, ha accelerato sino a 150 km/h.

Alla fine gli agenti sono riusciti a fermare l'auto. Dietro al volante (ma comodamente sdraiato) c'era un ventenne a cui è stata sospesa la patente per 24 ore ed è stata inflitta una multa per aver superato i limiti di velocità.

Inoltre è stato accusato di guida pericolosa; la prima udienza per esaminare il caso è stata fissata per il mese di dicembre.

L'intera vicenda ha alcuni punti poco chiari. È vero che tutto è accaduto prima dell'ultimo aggiornamento di Autopilot, grazie al quale il computer è in grado di leggere i cartelli che indicano il limite di velocità, ma ci sono comunque dei sistemi di sicurezza che dovrebbero impedirsi il verificarsi di abusi come questo.

Il più importante è quello che abilita l'inserimento di Autopilot soltanto se il guidatore ha entrambe le mani sul volante, e lo disattiva se le stacca. Non è chiaro come l'automobilista canadese abbia aggirato questa misura.

In attesa che il sistema giudiziario canadese decida sulla sorte dell'uomo, la Polizia ha voluto approfittare dell'occasione per ricordare come «Sebbene i produttori di veicoli abbiano inserito misure per evitare che i guidatori abusino dei nuovi sistemi di sicurezza, tali sistemi sono soltanto ciò che sembrano: dei sistemi di sicurezza supplementari. Non sono sistemi di guida autonoma, e implicano sempre la responsabilità del guidatore».

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28326

La vicenda, accaduta a luglio scorso, sta facendo il giro del mondo (Electrek; Tio; Vaielettrico.it) perché ripropone la questione delle auto con guida assistita e dell'incoscienza di chi scambia un assistente di guida per un sostituto.

Le automobili dotate di questi sistemi (non solo Tesla, ma molte altre marche) rendono molto chiaro, a ogni accensione, che si tratta di assistenti di guida e che il conducente resta in ogni momento responsabile, anche legalmente, per la condotta del veicolo. Ma c'è sempre qualche imbecille che decide di ignorare qualunque avviso.

Va chiarito, ancora una volta, che questi assistenti di guida sono estremamente limitati: funzionano correttamente soltanto su strade semplici e ben contrassegnate, e si limitano in sostanza a mantenere la distanza dal veicolo che precede e a mantenere il veicolo nella corsia riconoscendo le strisce di demarcazione. Non funzionano in città e sulle strade con segnaletica orizzontale complessa, scadente o assente (tratti di strada con strisce temporanee per lavori in corso o anche semplicemente con il sole basso di fronte); non sono in grado di gestire situazioni complesse; e non sono in grado di riconoscere un veicolo fermo che occupa parzialmente la corsia.

Chiunque pensi che una Tesla o un'altra marca possano "guidare da sole" si sbaglia gravemente, e se si mette al volante di uno di questi veicoli pensando di potersi fare un pisolino mentre l'auto è in movimento è un imbecille irresponsabile.

Per evitare abusi, i costruttori hanno installato sistemi di rilevamento dell'attenzione di vario genere, dalle telecamere che verificano la direzione dello sguardo del conducente a dei rilevatori di presenza delle mani sul volante, ma c'è sempre qualche incosciente che decide di aggirarli perché si ritiene più furbo dei progettisti del veicolo. I risultati, purtroppo, sono spesso fatali, sia per il conducente, sia per gli altri utenti della strada.

Ho ricevuto conferma dalla polizia canadese che la foto mostrata nel loro tweet raffigura proprio la Tesla Model S coinvolta nella notizia.

La distorsione delle forme del veicolo è probabilmente dovuta all'effetto rolling shutter della fotocamera digitale utilizzata o all'uso di un obiettivo fortemente grandangolare.

Il comunicato stampa della polizia descrive la vicenda specificando che si tratta di una Model S del 2019, quindi piuttosto recente e pertanto dotata di hardware di assistenza di guida avanzato (telecamere che guardano in tutte le direzioni oltre al radar frontale, con riconoscimento degli oggetti), e prudentemente dice che il veicolo sembrava procedere in modalità di guida assistita mentre il conducente e il passeggero apparentemente dormivano. Viene inoltre descritta in parte la dinamica dell'intervento della polizia: l'auto avrebbe addirittura accelerato dopo che l'agente ha attivato le luci d'emergenza sul proprio veicolo. Non è chiaro come l'agente sia riuscito a far accostare l'auto.

On Thursday, July 9, at approximately 4 p.m., Alberta RCMP received a complaint of a car speeding south on Highway 2 near Ponoka. The car appeared to be self-driving, travelling over 140 km/h, with both front seats completely reclined and both occupants appearing to be asleep.

An Alberta RCMP Traffic Services member located the vehicle, a 2019 Tesla Model S. After the responding Officer activated emergency lights on their vehicle, the Tesla automatically began to accelerate. The Officer was able to obtain radar readings on the vehicle, confirming that it had automatically accelerated up to exactly 150 km/h. After pulling over the vehicle, RCMP charged the driver, a 20-year-old male from British Columbia, with speeding and a 24-hour licence suspension for fatigue.

After further investigation and consultation with Crown Counsel, a Criminal Code charge of Dangerous Driving was laid against the driver, who was served with a summons for court in December.

"Although manufacturers of new vehicles have built in safeguards to prevent drivers from taking advantage of the new safety systems in vehicles, those systems are just that — supplemental safety systems," says Superintendent Gary Graham of Alberta RCMP Traffic Services. "They are not self-driving systems, they still come with the responsibility of driving."

Per chi non avesse familiarità con l'assistente di guida di Tesla (il cosiddetto Autopilot), le informazioni di base sono qui sul sito dell'azienda e spiegano chiaramente che questo assistente richiede sempre e comunque l'attenzione del conducente:

Do I still need to pay attention while using Autopilot?

Yes. Autopilot is a hands-on driver assistance system that is intended to be used only with a fully attentive driver. It does not turn a Tesla into a self-driving car nor does it make a car autonomous.

Before enabling Autopilot, you must agree to "keep your hands on the steering wheel at all times" and to always "maintain control and responsibility for your car." Once engaged, if insufficient torque is applied, Autopilot will also deliver an escalating series of visual and audio warnings, reminding you to place your hands on the wheel if insufficient torque is applied. If you repeatedly ignore these warnings, you will be locked out from using Autopilot during that trip.

You can override any of Autopilot's features at any time by steering, applying the brakes, or using the cruise control stalk to deactivate.

Aggiungo, per esperienza personale con i vari modelli di Tesla, che l'Autopilot fa monitoraggio della presenza delle mani sul volante rilevando la lieve resistenza alla rotazione dello sterzo prodotta dalla massa delle mani e dai muscoli delle braccia del conducente. Se non la rileva per alcuni secondi, attiva un avviso luminoso; se continua a non rilevarla, attiva un avviso acustico; se il mancato rilevamento persiste ancora, riduce la velocità fino a fermare il veicolo.

Al momento non si può escludere che l'episodio verificatosi in Canada sia stato uno scherzo idiota degli occupanti, che potrebbero aver reclinato i sedili e finto di dormire (accelerando manualmente all'arrivo della polizia). Anche in questo caso, comunque, si tratterebbe di una condotta di guida totalmente irresponsabile.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28327

In Italia non vige la stessa legge per tutti ecco perché la classe politica non puo' garantire un equo utilizzo dei fondi europei fuori dal 5G , incentivi veri per gli investimenti pubblici e privati nelle energie rinnovabili :

«Ho avuto rapporti con la politica. La frequentazione con la politica, il confronto sulle nomine è sempre esistito. Anch’io sto provando l’esperienza di chi si aspetta di avere un giudizio imparziale e si accorge, invece, di essere solamente in balia di un plotone di esecuzione» ha dichiarato il sostituto procuratore Luca Palamara, sospeso da funzioni e stipendio per l’inchiesta di corruzione in atti giudiziari, ritenuto il Ras delle Toghe Rosse (ma non solo…) in virtù delle presunte nomine pilotate durante i suoi incarichi di potere da presidente ANM e cosnigliere CSM.

Lo ha ammesso durante e dopo l’udienza tenutasi nei giorni scorsi davanti all’Associazione Nazionale Magistrati che ha confermato in assemblea la sospensione dal sindacato delle toghe decretata il 20 giugno e contro cui l’interessato aveva fatto ricorso.

Lo ha raccontato nella parte più delicata del suo intervento, specificando, tra l’altro, che gli incontri avvenuti in un hotel romano con alcuni colleghi, con Cosimo Ferri (deputato PD ed ex magistrato) e l’ex viceministro Luca Lotti per discutere delle nomine ai vertici del Csm “non erano clandestini”.

«Dichiarazioni devastanti. Intervenga Mattarella» ha commentato il senatore Francesco Giro di Forza Italia, come riportato da LaPresse. “Palamara ha ammesso che: la magistratura è politicizzata fino al midollo; Ermini voluto da Lotti (e quindi dal Pd. Ma era ovvio. Solo la sinistra ha la faccia di nominare un suo deputato in carica, che peraltro si dimette dal Parlamento con un certo ritardo, vice Presidente del Csm); nomine solo in base alle correnti, alcune vincenti sulle altre. I magistrati non iscritti o non assidui nella vita associativa e correntizia della magistratura erano tagliati fuori a “scartabellare le carte”».
“FALCIATI” DAL CSM I TESTI CHIAVE DI TOGHE E QUIRINALE

Ma le polemiche sono iniziate e finite lì. Mentre proseguono il procedimento penale (è stato chiesto il rinvio a giudizio per Palamara e altri coimputati) e soprattutto quello disciplinare davanti al Consiglio Superiore della Magistratura che si sta trasformando in una farsa: in quanto lo stesso CSM, organo di autogoverno delle toghe, ha “falciato” ben 127 degli importanti testi citati dalla difesa dell’imputato che, in una raffica di udienze lampo, il 16 ottobre rischia la radiazione.

Palamara è accusato di aver tramato per screditare l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ed il suo aggiunto Paolo Ielo, e di aver cercato di influenzare le nomine di alcuni uffici giudiziari, incontrando a maggio del 2019 in un albergo i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti e cinque consiglieri del Csm. Uno scandalo che è costato il prepensionamento all’ex Procuratore Generale di Cassazione, Riccardo Fuzio, indagato per presunte rivelazioni a Palamara sullo stato dell’inchiesta che lo riguardava.

«Sulla ‘tagliola’ dei testimoni il difensore di Palamara, Stefano Guizzi, aveva sottolineato di poter rinunciare solo ai cinque ex consiglieri del Csm e non agli altri perché Palamara rischia la “sanzione massima”. L’avvocato aveva rimarcato in particolare lanecessità di ascoltare il vice presidente del Csm Davide Ermini e i consiglieri Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita. Il legale dell’ex presidente dell’Anm ha precisato di non voler fare del processo la “Norimberga della magistratura, né lanciare nessun j’ accuse, ma capire le dinamiche del Csm. Se si accusa Palamara di trame occulte, bisogna capire se le procedure che portano alla nomina del vice presidente passano attraverso interlocuzioni solo tra consiglieri o anche con i cosiddetti capi correnti”». Tra i testi non ammessi anche il sopracitato PG Fuzio.

Lo ha scritto Paolo Comi su Il Riformista, l’unico quotidiano che si è focalizzato su questa grave questione usando parole di fuoco contro la presunta censura esercitata dal CSM per proteggere da domande imbarazzanti sia le Toghe Rosse dell’asse PD-magistratura emerse dalle intercettazioni delle chat di Palamara, sia alti funzionari del Quirinale.

«Il magistrato romano, sospeso dalle funzioni e dallo stipendio da oltre un anno, aveva chiamato a testimoniare ministri, ex presidenti della Corte costituzionale, procuratori, politici, ed anche i due più stretti collaboratori di Sergio Mattarella: il magistrato Stefano Erbani, consigliere per gli affari giuridici, e l’ex deputato del Pd Francesco Saverio Garofoli, consigliere per le questioni istituzionali. Nelle intenzioni di Palamara costoro avrebbero dovuto raccontare il modo in cui le correnti della magistratura si spartiscono a Palazzo dei Marescialli le nomine e gli incarichi. Una prassi risalente nel tempo che “giustificherebbe”, quindi, l’incontro in questione. Testimonianze scomode che il Csm ha preferito non sentire. Troppo alto il rischio che gli italiani venissero a conoscenza del fatto che l’Organo di autogoverno della magistratura, presieduto dal Capo dello Stato, sia in balia di associazioni di carattere privato. Molto meglio continuare a credere che gli incarichi vengano dati ai migliori» ha aggiunto il giornalista.

E’ davvero curioso che nell’Italietta degli intrighi tra giudici e politici emersa proprio dal trojan inocultato dalla Guardia di Finanza nel telefono cellulare di Palamara, anche in riferimento a complotti contro l’ex ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini, Il Riformista sia pressochè l’unico quotidiano ad occuparsi di tali anomalie.

IL CASO DEL VICEPRESIDENTE ERMINI
Soprattutto perché, non va dimenticato, è di proprietà dell’editore Alfredo Romeo, imprenditore napoletano leader nelle forniture alla sanità pubblica finito in manette per presunte tangenti nello scandalo Consip, la centrale del Minsitero dell’economia che gestisce gli appalti miliardari per le amministrazioni pubbliche, nel quale fu coinvoto per alcune spiate “illegali” proprio il già citato Lotti, braccio destro di Matteo Renzi ex segretario del PD.

Proprio per questo la battaglia in seno al procedimento disciplinare contro Palamara nel Consiglio Superiore della Magistratura sta diventando sempre più aspra. La sua difesa ha infatti chiesto la questione di costituzionalità contro la “tagliola” abbattutasi sui testi, tra i quali sono stati ammessi solo i militari della Guardia di Finanza che hanno indagato sull’ex presidente dell’ANM.

“Si trasmettano gli atti alle sezioni unite della Corte di Cassazione – sono le parole del difensore Stefano Giaime Guizzi davanti alla sezione disciplinare del Csm presieduta da Fulvio Gigliotti -, affinché sollevino la questione di legittimità costituzionale”.

“Su questa vicenda sono stati espressi interventi in ogni sede”, sottolinea ancora Guizzi, secondo il quale il modo in cui l’affaire Palamara è emerso ed è stato reso pubblico, e il modo in cui se ne è parlato in oltre un anno di inchiesta, “ha turbato la libertà di determinazione dell’intero organo“. L’ex pm di Roma imputato a Perugia per corruzione ha chiesto che sia lo stesso Csm a rivolgersi alla Consulta per rinviare il giudizio disciplinare al futuro Consiglio, che sarà eletto nel 2022.

Nella sua memoria inoltre Palamara attacca frontalmente il vicepresidente del Csm, l’ex deputato Pd David Ermini, riportando alla memoria le “dichiarazioni devastanti” menzionate dal senatore di Forza Italia citato nell’incipit di questo articolo.

“Dalla messaggistica estratta dal telefono cellulare dello scrivente, acquisita agli atti dell’inchiesta svolta a carico del sottoscritto dalla Procura di Perugia, è emerso il ruolo che il sottoscritto, e con il medesimo, anche gli onorevoli Cosimo Maria Ferri e Luca Lotti, ha avuto nell’accordo politico che portò all’elezione dell’attuale Vice-Presidente del Csm David Ermini (in particolare, all’esito di una cena presso l’abitazione dell’Avv. Giuseppe Fanfani, ex membro laico del Csm nella consiliatura 2014/2018, circostanza sulla quale la difesa dello scrivente ha articolato prova per testi, chiedendo l’escussione sia dell’On. Ermini che dell’Avv. Fanfani), se ne trae una ragione di più per dubitare dell’effettiva serenità con cui codesta Ill.ma Sezione Disciplinare potrà assumere le proprie ‘libere determinazioni giudicare i fatti per cui oggi è giudizio”.

Proprio a causa di questi intrighi e delle chat imbarazzanti la Sezione disciplinare ha avviato altri procedimenti disciplinari nei confronti di magistrati implicati nella vicenda.

ACCUSE DI CORRUZIONE MA “PROCESSO SEPPELLITO”
Nel frattempo la procura di Perugia (competente per i casi penali di magistrati di Roma ed oggi guidata dall’ex presidente dell’agenzia anti-corruzione Raffaele Cantone, magistrato di fiducia di Renzi) ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex consigliere del Csm Luca Palamara, accusato di diversi episodi di corruzione. La richiesta è stata formalizzata dal procuratore Raffaele Cantone e dai sostituti Gemma Miliani e Mario Formisano anche per l’amica dell’ex pm di Roma Adele Attisani, l’imprenditore Fabrizio Centofanti e Giancarlo Manfredonia.

La richiesta di rinvio a giudizio è per corruzione per i primi due e per favoreggiamento per Manfredonia. Stralciata invece la posizione dell’ex consigliere del Csm Luigi Spina che ha chiesto la sospensione del procedimento e la messa in prova per un unico capo di imputazione per violazione del segreto. Per un altro capo di rivelazione e per il favoreggiamento è stata richiesta l’archiviazione.

«La mia funzione non l’ho venduta né a Lotti, nè a Centofanti nè a nessuno» ha però precisato il magistrato davanti all’assembea dell’ANM che ne ha decretato l’espulsione, anticipando la sua linea difensiva nel procedimento penale. Il ruolo di Centofanti e le sue relazioni pericolose con l’ex pm romano saranno oggetto di una prossima inchiesta che evoca gli spettri dei servizi segreti e della CIA sul PalamaraGate, in parte già emersi in precedenti articoli in relazione all’ObamaGate e alla Link Campus University di Roma.

Mentre sotto il profilo dissciplinare è stato lo stesso direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti, ad esprimere amare considerazioni sulla giustizia in Italia e sul ruolo di capro espiatorio dell’ex consigliere del CSM.

«La Procura generale della Cassazione è intervenuta pesantemente nel processo del Csm a Luca Palamara e ha chiesto che siano tagliati via 127 testimoni della difesa su 133. Comunque che non sia chiamato a testimoniare nemmeno un magistrato. Eppure tutta la difesa di Luca Palamara, si sa, consiste nel far raccontare ai suoi colleghi come funzionavano le nomine e il controllo della magistratura da parte delle correnti e del partito dei Pm» ha aggiunto Sanonetti.

«La Procura generale ha chiesto al Csm di affermare un principio che resti saldo come il cemento. Il principio che nessuno può processare la magistratura, nemmeno la magistratura. Il Csm ha accolto la tesi del Procuratore generale e ha seppellito il processo a Palamara. Il processo non ci sarà, a nessuno interessa sapere come vanno le cose in magistratura, Palamara deve essere condannato ed espulso dalla magistratura perché solo così si salva il silenzio e l’onore».

Ma sempre nuovi scaltri furbi emergono sia con Conte :Il 90% delle mascherine, dei camici, dei guanti e pure degli schermi protettivi arrivano ancora dalla Cina. Con buona pace di tutti i bei discorsi dei mesi scorsi su autosufficienza, necessità di una produzione nazionale e filiera industriale da riconvertire.

Per la serie: "passata la festa gabbato lo santo", non solo gli staliniani con i mesi estivi hanno mollato un po' l'attenzione al Coronavirus, ma anche le imprese del settore non sembrano marciare alla velocità che servirebbe per rispondere alle esigenze di un mercato che non ha certo esaurito la richiesta di dispositivi di protezione.

I dati parlano chiaro: nei momenti di picco di richiesta (da febbraio a maggio, in particolare), sono stati importati dispositivi di protezione (Dpi), per un valore complessivo di circa 1.100.000.000 euro. Ad 2020 è stato riscontrato l'aumento percentuale più alto rispetto al pari periodo del 2019 (+3129%).

E il 90% degli articoli acquistati provenivano proprio dalla Cina, secondo quanto assicura il centro studi di Assosistema-Confindustria che ha elaborato i dati Istat, per calcolare l'impatto economico dell'emergenza Covid-19 nel campo dei dispositivi di protezione. Assosistema è l'associazione che riunisce in Confindustria le imprese di produzione, distribuzione, manutenzione dei dispositivi di protezione individuali e collettivi e di servizi di sanificazione e sterilizzazione dei dispositivi tessili e medici utilizzati in ambito sanitario e turistico-alberghiero.

Secondo Assosistema per quanto riguarda invece i dpi per le mani (guanti protettivi e ad uso medicale) nei mesi di febbraio-marzo-aprile 2020 si è registrato un trend di acquisti dall'estero assimilabile a quelli del pari periodo 2019 con un impennata nella curva nel mese di maggio 2020. Si è registrato quindi un aumento rispetto al 2019 del + 39% raggiungendo 120 milioni di euro.

Per quanto concerne invece gli indumenti di protezione (camici sanitari e professionali) si è registrato per Assosistema un aumento del valore complessivo delle merci importate esponenziale da febbraio a maggio 2020. Il mese di maggio 2020 è quello nel quale si è riscontrato l'aumento percentuale più alto rispetto al pari periodo del 2019 (+412%), con un valore pari a 200 milioni di euro.
Con il ritorno di fiamma dei contagi (Francia, Gran Bretagna e Spagna sembrano avanti di qualche settimana rispetto all'Italia), torna quanto mai di attualità la certezza di avere un sistema industriale nazionale per realizzare i dispositivi di protezione individuali necessari. Tanto più che spesso quelli che arrivano dall'estero non passano i controlli di qualità. E quindi non possono vantare la certificazione Ue.

Non a caso l'associazione confindustriale sta tornando alla carica, in Parlamento ma anche con il governo, per un puntuale «pianificazione dei fabbisogni a medio raggio»che consenta al nostro Paese un approvvigionamento di dispositivi certificati correttamente Ce. Tra marzo e aprile molte imprese chiesero di poter riconvertire le più disparate produzioni (dai pannolini ai produttori di calze) per realizzare una vera e propria "filiera nazionale".

Ma ai primi bandi pubblici saltò fuori che il prezzo stabilito dal commissario per l'emergenza (Domenico Arcuri), non bastava neppure a giustificare i costi di produzione all'ingrosso. E oggi a qualche mese di distanza gli industriali stanno facendo pressione perché venga messa in piedi una filiera del tessile riutilizzabile per ridurre l'impatto ambientale degli smaltimenti.

Insomma, per l'associazione che riunisce in Confindustria le imprese di produzione, distribuzione, manutenzione dei dispositivi di protezione individuali, il nostro Paese come altri Stati europei « non dovrebbe più consentire l'accesso di materiale non marcato Ce, che non garantiscono i margini di sicurezza per la protezione dei cittadini». riproduzione riservata.

Sia con Salvini : con l’inchiesta della procura di Pavia sul caso Diasorin-Policlinico San Matteo - in cui il reato più grave ipotizzato è il peculato - prosegue.

I militari della Gdf di Pavia si sono recati a casa del Governatore della Lombardia Attilio Fontana per effettuare copia forense dei contenuti e, in particolare della messaggistica, del suo cellulare. Stessa operazione da parte delle Fiamme Gialle è stata effettuata sul telefono di Giulia Martinelli, la responsabile della segreteria del presidente lombardo, nonché ex compagna del leader della Lega Matteo Salvini. Nessuno dei due risulta indagato nell’indagine avviata dal Procuratore aggiunto Mario Venditti. La Gdf di Pavia ha effettuato copia forense anche del telefono dell'assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera.
Risultano invece indagati i vertici sia dell’istituto di ricerca pavese San Matteo, che ha sviluppato un test sierologico tra marzo e aprile scorso in modo esclusivo con la Diasorin, sia della multinazionale di ricerca in campo farmacologico, con sede a Saluggia (Vercelli).

A fine luglio, la Gdf nelle indagini coordinate dal procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e dal pm Paolo Mazza, ha effettuato perquisizioni in uffici e abitazioni nei confronti di otto persone, accusate di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e peculato.
Riassumendo la vicenda, la Diasorin era stata scelta a marzo, in piena emergenza Coronavirus, dal Policinico San Matteo come azienda più innovativa ed efficiente per realizzare il nuovo test sierologico per la Regione Lombardia, che inizialmente si era dichiarata dubbiosa nei confronti di questo metodo di ricerca del virus nella popolazione ma che poi, ad aprile, ha dato invece un incarico diretto, ovvero senza gara, proprio alla Diasorin.
Il contratto dell’11 aprile tra Diasorin e Regione prevedeva una fornitura da 500mila pezzi, per 2 milioni. In aprile, solo dopo il contratto con la Regione, l’azienda riesce ad avere la certificazione Ce per il suo prodotto (il 17 aprile).

L’azienda Technogenetics intanto, il 16 aprile, fa ricorso al Tar. Il Tribunale amministrativo della Lombardia dà ragione all’ipotesi di concorrenza sleale e impone una sospensiva (e poi invia il materiale alla Corte dei Conti). Sospensiva poi revocata dal Consiglio di Stato, che ancora deve pronunciarsi in via definitiva e che intanto ha chiesto un supplemento di informazioni al ministero della Salute.

Nel frattempo la Regione, con l’avvio del ricorso, avvia una gara per trovare il test sierologico. Sembra ripensarci, ma intanto prosegue il contratto con Diasorin. La gara viene vinta da Roche. In questa confusione la fornitura di Diasorin si interrompe, con soli 200mila pezzi. Da capire se siano stati pagati tutti o solo parzialmente, se la decisione è stata della Regione, o se, come risulta dalle prime ricostruzioni degli inquirenti, sia stata la stessa Diasorin a preferire mercati internazionali lasciando inevasa la commessa. Questi dettagli andranno approfonditi.

«La scelta operata dal policlinico San Matteo di procedere a un accordo diretto con Diasorin, tra i tanti operanti sul mercato, è apparsa subito viziata - avevano scritto i pm nel decreto di perquisizione - da un evidente conflitto d’interessi in capo al professor Baldanti (Fausto ndr.), che ricopriva contemporaneamente il ruolo di responsabile scientifico del progetto di collaborazione Fondazione San Matteo e Diasorin e la carica di membro del Gruppo di lavoro del Consiglio superiore di sanità presso il Ministero della salute competente per la valutazione del test».
Per i pm sarebbero stati «utilizzati beni mobili, materiali (personale, laboratori e strumenti) e immateriali (conoscenze scientifiche tecnologiche e professionalità), sottratti alla destinazione pubblica per il soddisfacimento di interessi privatistici che restavano nell'esclusiva titolarità di privati, anziché dell’Ente che aveva finanziato la ricerca».

Gli stessi pm negli atti hanno parlato della necessità di far luce sui «legami politici» che possono aver influito sulla scelta della Diasorin come partner del San Matteo.

«Occorre riferire - hanno scritto - che la Diasorin spa, oltre alla sede di Saluggia (Vercelli) ha uffici nell’Insubria Biopark a Gerenzano (Varese)». Proprio nel polo scientifico Insubria Biopark, «si trova la sede legale della Fondazione Istituto insubrico il cui direttore generale è Andrea Gambini, già commissario della Lega varesina e presidente della Fondazione Irccs Carlo Besta».

Intanto anche la procura di Milano ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti e senza reati.

«Il presidente Fontana non è indagato, ha subito una perquisizione presso terzi. Non gli è stato sequestrato nulla, è stata effettuata copia del contenuto del cellulare». È quanto ha dichiarato l’avvocato Iacopo Pensa, legale del governatore lombardo

 

Tutto cio' non mi pare in linea con "Anche noi italiani amiamo la libertà ma abbiamo a cuore anche la serietà". Questa la replica, informale ma secca, di Sergio Mattarella al premier britannico Boris Johnson che ieri si era lanciato in una spericolata difesa d'ufficio sull'aumento dei contagi nel Regno Unito tirando in ballo il proverbiale liberismo britannico. Si tratta di una piccola scivolata perchè il vulcanico Johnson rispondeva - in diretta televisiva e alla Camera dei Comuni - in realtà ad una domanda sulle differenza di incremento dei contagi tra Inghilterra, Germania ed Italia.

E quindi il parallelo era ardito, potendo essere letto al contrario, come un'accusa di scarsa libertà, in Italia e Germania. Una frase che evidentemente ha colpito il presidente della Repubblica che sin dall'inizio della pandemia si è speso per invitare gli italiani alla responsabilità ed ha sempre sostenuto tutti i provvedimenti restrittivi anti-Covid. Per cui oggi a Sassari, a margine di un ricordo dedicato a Francesco Cossiga, Mattarella sollecitato da alcuni presenti sull'uscita di Johnson ha voluto aggiungere la parola "serietà". Sostantivo che nei dizionari ha questo primo significato: "piena consapevolezza dell'obbligo assunto, senso del dovere".

Nessuna replica da Downing street ma rimangono le parole del primo ministro: "c'è un'importante differenza - aveva argomentato BoJo - fra il nostro Paese e molti altri nel mondo poiché il nostro è un Paese che ama da sempre la libertà. Se guardiamo alla storia degli ultimi 300 anni, ogni avanzamento, dalla libertà di parola alla democrazia, è venuto virtualmente da questo Paese. E' molto difficile chiedere al popolo britannico di obbedire uniformemente alle direttive oggi necessarie".

Non si tratta quindi di sfumature ma di sostanza. Basta riprendere le parole di Mattarella dello scorso luglio per capire quanto diverso sia l'approccio alla pandemia: "talvolta viene evocato il tema della violazione delle regole di cautela sanitaria come espressione di libertà. Non vi sono valori che si collochino al centro della democrazia come la libertà".

Questo perchè, secondo il presidente, "occorre tener conto anche del dovere di equilibrio con il valore della vita, evitando di confondere la libertà con il diritto far ammalare altri". Nessuno quindi, pur dovendo imparare a convivere con il virus ancora per un po', può "comportarsi come se il virus fosse scomparso". "Altrove il rifiuto o l'impossibilità di quei comportamenti ha provocato e sta provocando drammatiche conseguenze", disse in più occasioni.

Come  carcerati dimenticati dal mondo. Restano così, in attesa più della fine che di una speranza gli anziani ricoverati nelle case di riposo, negli ospedali e nelle cliniche. Le visite continuano ad essere contingentate, in moltissimi casi proibite del tutto. Dipende dalla sensibilità del referente Covid di ogni struttura, dalla capacità di trovare soluzioni. E guai a chi capita quello che non ammette eccezioni.
«Cadono in depressione e si lasciano morire». Silvio Ferrato è il presidente di una casa di riposo di Cuneo, Sanfront, ed è tra i pochi che ha fatto sentire la sua voce scrivendo al presidente Mattarella affinché intervenga. «Vergognoso che i nostri anziani siano trattati così.

Bisognerebbe vederli come se ne vanno, per un po' ci domandano perchè sono stati dimenticati, poi scatta in loro un meccanismo per cui smettono di mangiare e si lasciano scivolare verso la morte. Non è atroce? Indegno per una società che si dice civile. Andiamo sulla Luna, abbiamo pensato al plexiglas per le spiagge, possibile che per loro non ci sia niente da fare?».
Dopo i morti e le polemiche dei mesi scorsi le Rsa si sono chiuse a riccio e hanno scelto un'amministrazione difensiva, c'è la responsabilità penale. Ci sono le linee guida delle Asl da interpretare, in alcuni casi è ammesso vedere i parenti dietro a un vetro senza toccarsi, in altri neppure questo. La situazione non è semplice, c'è il virus che continua a far paura, il passato ha insegnato che i più fragili sono loro ma buttare la chiave non può neppure essere una soluzione perchè anche di abbandono si muore.

«Deterioramento cognitivo atroce e drammatico da cui non è più tornata indietro» racconta in lacrime la figlia di una paziente di una Rsa dell'Emilia Romagna. E mentre l'Istituto Superiore di Sanità si prepara a diramare nuove linee guida per sbloccare l'empasse c'è chi fa appello al buon senso e attenua. Come al Cottolengo di Torino 300 posti, dove sono stati creati degli spazi di incontro ad hoc con mascherine e autocertificazioni.
«Non mangiavano più e in molti mostravano disturbi», spiegano. Ferrato alza la posta. «È disinteresse, perchè a volerlo gli ostacoli si superano. Certo, noi abbiamo perso 9 persone per il Covid. Abbiamo pagato un pezzo altissimo, ma oggi abbiamo più strumenti, competenze».

Lui per i suoi anziani ha studiato alternative, «abbiamo comprato il sanificatore, facciamo entrare in una saletta solo un ospite con un parente per volta che ha mascherina e camice. Non c'è mai stato un igiene così alto. Perchè allora negargli il rapporto umano? È una tortura senza motivo».

Ci sono anche i disabili tra queste vittime silenziose. Ogni giorno una madre di 70 anni passava i pomeriggi con la figlia gravemente disabile ricoverata. Oggi non può più farlo e sta morendo di strazio. Ci sono strutture che concedono una videochiamata alla settimana a ospiti che in molti casi neppure ci vedono, chi può muoversi si affaccia alla finestra e saluta con la mano i parenti in strada.
Ma è dura. Il rischio più alto è sì la depressione ma anche la perdita progressiva di orientamento. C'era un uomo ricoverato in una struttura di Milano a cui è successo così. Non ha più visto le sue persone. Aveva 103 anni e nessun problema in particolare ma da lì non è più uscito. «Una soluzione ci sarebbe, spiega il virologo Andrea Crisanti. Far fare un tampone molecolare ai parenti il giorno prima di entrare e se è negativo, con la mascherina e il camice il rischio è praticamente a zero». Servono nuove linee guida subito.

Open-fiber fa un passo falso :La Commissione europea avvia un'inchiesta antidumping sulle importazioni di cavi in fibra ottica dalla Cina, in seguito alla denuncia di Europacable, a nome dei produttori (tra i quali anche l'italiana Prysmian) che rappresentano oltre il 25% della produzione di cavi in Europa. Lo riporta l'Official Journal of the European Union. L'indagine potrebbe durare fino a 15 mesi, ma i dazi provvisori potrebbero essere imposti entro otto. Europacable e le sue aziende associate "sosterranno attivamente la Commissione europea negli sforzi per ripristinare la parità di condizioni nel mercato" commenta l'associazione in una nota sottolineando che "l'Europa ha assolutamente bisogno di mantenere un'industria dei cavi ottici forte e tecnologicamente avanzata che ha urgente bisogno di garantire che rimanga vitale in questo ambiente molto difficile".

Secondo l'associazione lo scorso anno in Europa sono stati venduti circa 1,2 milioni di chilometri di cavi, di cui il 15-20% proveniente dalla Cina, aumentate del 150% dal 2016 al 2019, su un mercato UE del valore di circa 1 miliardo di euro. La Commissione "ritiene che vi siano prove sufficienti per dimostrare che il volume e i prezzi delle importazioni in esame hanno avuto un impatto negativo sulle quantità vendute e sul livello dei prezzi praticati, con conseguenti effetti negativi sostanziali sui risultati complessivi dell'industria dell'Unione".

L'inchiesta riguarda il periodo dal 1 luglio 2019 al 30 giugno 2020 e verranno coinvolti 'a campione' una serie di produttori e di importatori che se ne sono avvalsi. Nella documentazione che Eurocable ha allegato alla sua denuncia sono citati 13 esportatori cinesi (tra i maggiori Yangtze Optical, Hengtong Group, Fiberhome e Futong) mentre tra chi ha utilizzato i loro prodotti, oltre 50 operatori, alcuni 'big' come Telekom Austria, Deutsche Telekom Orange e Vodafone e tanti italiani tra cui Open Fiber, Retelit e Sirti.
 

Mentre da un’inchiesta dell’Fbi era emerso lo scorso anno che la Gva International di Dubai aveva cercato di vendere a Gazpromneft (controllata del colosso russo del petrolio Gazprom) una turbina utilizzata negli impianti di estrazione dell’Artico e prodotta da società americana (valore dell’operazione, 17,3 milioni di dollari). La turbina però è uno dei beni sottoposti a restrizioni per le sanzioni Usa alla Russia, così come è sottoposta alla sanzioni Usa la stessa Gazprom.

Nell’atto d’accusa, oltre alla Gva International e al manager italiano Gabriele Villone, veniva citato Bruno Caparini, indicato come «responsabile commerciale» di una non meglio precisata «società italiana». Caparini è un nome pesante nella storia e nel presente della Lega. Bruno, 81 anni, bresciano di Edolo, imprenditore, è considerato uno dei fondatori della Lega Nord, nonché storico amico di Umberto Bossi.

Il figlio Davide, anche lui leghista della prima ora, è stato deputato ininterrottamente dal 1996 al 2018. Quando è stato eletto in Regione Lombardia e nominato assessore al Bilancio della giunta Fontana, carica che riveste tuttora.

Nei mesi scorsi l’indagine americana ha fatto progressi: Villone ha optato per un accordo con la procura che ha condotto l’indagine (Southern district of Georgia, di Savannah) e ha collaborato con le autorità Usa. Si è riconosciuto colpevole di un capo d’imputazione (conspiracy, uno sorta di associazione per delinquere, finalizzata ad aggirare le sanzioni) e la procura ha ritirato gli altri tre inizialmente contestati, tra i quali figura anche il riciclaggio. Sta scontando una condanna a due anni e quattro mesi al termine della quale verrà espulso dagli Usa.

Restano ancora in piedi le accuse contro gli altri soggetti coinvolti: un manager americano, due cittadini russi, Bruno Caparini e la Gva International di Dubai, per la quale lavorava Villone. Adesso, grazie a una serie di documenti in possesso de La Stampa, è possibile dire di chi è la Gva International. Dei Caparini, appunto. La società di Dubai è controllata da una società italiana, la Piccola Rinascente srl di Milano. Le quote della Piccola Rinascente (P.R.) sono di due trust: Futur Trust e Felise Trust. Che gestiscono appunto i beni dei due fratelli Caparini.

Ossia, oltre alla Piccola Rinascente, le quote della Mesit - la società di famiglia - case e appartamenti a Brescia, Ponte di Legno (il buen retiro di Bossi) e in Costa Smeralda. Amministratrice della Piccola Rinascente così come della Mesit era, fino a qualche mese fa, la moglie di Bruno (e madre di Davide): Teresina Gasparotti, detta Terry, mancata il mese scorso.

«Perché dovrei fare un commento su una situazione che non mi riguarda?», ha detto Davide Caparini interpellato ieri da La Stampa. Perché controlla Gva tramite una società di Milano, che si chiama Piccola Rinascente, della quale lei ha il 50% schermato da un trust. «... Io non controllo alcunché. Deve parlare col mio trustee (fiduciario). Non deve parlare con me. Se dite che c’è un trust, non dovete parlare con me». Quindi dell’attività sottostante il trust, non ne sa nulla?

«Evidentemente no», è la replica. Registriamo questa presa di distanza, così come registriamo che la Piccola Rinascente era gestita dalla madre di Davide, e che tutti i beni che fanno capo al Felise Trust sono stati conferiti da Davide Caparini e gestiti nell’interesse della moglie e degli eredi, come risulta nel regolamento del Trust stesso. Nel gennaio scorso, come è riferito in una riga del bilancio della P.R, «la controllata Gva International ha perso la licenza per operare», senza alcun riferimento all’indagine americana e alla violazione delle sanzioni. A luglio la Piccola Rinascente, della quale Caparini dice di non sapere nulla, è stata messa in liquidazione.

Ed anche lo storico avvocato della Juve, Luigi Chiappero, ha partecipato ad una delle riunioni con i rappresentanti dell'Università per stranieri di Perugia per consentire a Luis Suarez di svolgere l'esame di italiano necessario per ottenere la cittadinanza. Chiappero, secondo quanto si apprende da fonti qualificate a Perugia, avrebbe partecipato ad una videoconferenza via Google Meet con la collega Maria Turco, un altro assistente dello studio e il direttore generale dell'ateneo Simone Olivieri, uno degli indagati nell'indagine.

Oppure la denuncia da parte della Uila, il sindacato dei lavoratori agricoli, dell'ennesimo caso di maltrattamenti da parte di un caporale nei confronti di un lavoratore di origine indiana nelle campagne laziali.

L'episodio, che il sindacato documenta con un video che la vittima è riuscita a girare dal proprio cellulare, risale ai primi di settembre. Il lavoratore - si spiega - da due anni alle dipendenze di una grossa azienda di Aprilia, va a riscuotere il compenso concordato per il suo lavoro: 200 euro. Ma il datore lo incolpa di non aver fatto crescere bene le piante e per questo gli addebita il costo dei semi e gli dà 80 euro.

Il lavoratore insiste per avere quanto pattuito e quando minaccia di andare dai carabinieri riceve un pugno in testa. L'uomo va al pronto soccorso, dove gli viene data una prognosi di cinque giorni. Uscito dall'ospedale va a fare la denuncia del suo datore attraverso il sindacato.

O peggio : L'attivista di Hong Kong Joshua Wong, tra i leader dell'opposizione al governo locale espressione di Pechino, è stato arrestato con l'accusa di "assembramento illegale": lo ha reso noto il suo avvocato.
L'avvocato di Wong ha spiegato che l'accusa riguarda una protesta del 2019 contro il divieto del governo sull'uso delle maschere. Da parte sua, il 23enne Wong ha commentato su Twitter di essere stato anche accusato di avere violato la "legge draconiana anti-maschera", che successivamente è stata dichiarata incostituzionale.

Tutto un'altro mondo quello di :Iacopo Melio che è un ragazzo non comune: pesa 25 chili (esatto: 25, etto più, etto meno), non sa esattamente quanto è alto («forse un metro e 60, completamente disteso»), è in sedia a rotelle da quando è al mondo e ha appena sbancato il collegio di Firenze 1, vincendo per il Pd con 11 mila 233 voti la gara delle preferenze. E senza mai fare un comizio dal vivo. Nelle sue condizioni di salute, lo spettro del Covid lo ha costretto in casa dal febbraio scorso.

È uscito soltanto due volte: per una gita con la famiglia sulle colline pistoiesi e la domenica del voto. La campagna elettorale l' ha fatta via computer, forte di una comunità intorno alle 700 mila persone che già lo seguiva. E dalla sua abitazione di Cerreto Guidi, un borgo su una collinetta tra vigne e ulivi, non evaderà neanche adesso, quale che diventi il suo futuro da neo politico: consigliere regionale, presidente di Commissione, assessore, chissà.

Non può permetterselo, per precauzione, finché non arriverà un vaccino. La malattia genetica con cui è nato, sindrome di Escobar, è così rara che non esistono ricerche specifiche per classificarla né per curarla. Unica fortuna, se si può chiamarla così: non è degenerativa.

In compenso, comporta rigidità delle articolazioni, scoliosi, difficoltà respiratorie e altri numerosi impedimenti che non hanno impedito all' infaticabile Iacopo di fondare una onlus #Vorreiprendereiltreno per finanziare progetti contro le barriere architettoniche, di sperimentare il giornalismo su Fanpage , di scrivere tre libri, uno di poesie d' amore, il secondo sulla sua non facile esperienza umana (titolo: Faccio salti altissimi ), il terzo, Buonisti , contro i molti «ismi» cattivi di questo tempo crudele, dal razzismo al fascismo all' egoismo.

Il tutto a 28 anni compiuti il 28 aprile. Un disabile abilissimo. Anche se disabile non è parola che ama. «Non mi hanno chiamato dal Pd per questo, non ho preso voti per la mia carrozzina. Siamo persone, non cartelle cliniche».

Il piccolo trionfo di Iacopo Melio è un segno neanche così piccolo per la politica in generale, per la sinistra anche di più. Tipo Elly Schlein, voce critica sempre più ascoltata di un partito, quello Democratico, da tempo alla ricerca di un' identità rinnovabile, come le energie, che sia guidata più da nuove passioni che da vecchi tatticismi o recenti prudenze, figlie della paura di favorire, con scelte coerenti alla propria identità, il sovranismo che avanza o avanzava.

Iacopo con la «I» invece che con la «J» («non so perché, scelta dei miei») di energie ne ha una scorta, come di passione. Una fresca laurea in Scienze politiche (103 su 110), attivista per tutti i diritti umani che si possano immaginare, figlio di un operaio e di un' insegnante, non è mai stato iscritto al Pd finché Nicola Zingaretti non gli ha chiesto di fare il capolista nella piazza più importante della Regione Toscana dove, tra l' altro, si giocava segreteria e futuro. Scommessa vinta. E adesso? «Il messaggio più bello l' ho ricevuto da uno studente di 18 anni. Sei il mio primo voto, ha scritto, sono sicuro che non mi deluderai. Ecco, farò del mio meglio».

È il minimo che si può garantire a un elettore.
«Il mio slogan è stato: un salto avanti. Detto da me può sembrare un paradosso. Ma penso che serva davvero un salto in avanti sulla strada dei diritti civili. Ecco, vorrei che la Toscana, come già l' Emilia, diventi ancora di più un laboratorio progressista di questi diritti».

Quali, per esempio?

«Quelli banalmente umani. Vale per la parità tra donne e uomini, per la comunità Lgbt, per la cannabis a scopo terapeutico, che è prevista ma non in dosi adeguate a lenire dolori insopportabili. Per chi non ha voce, come gli invisibili, che siano migranti o lavoratori sfruttati nel silenzio complice della società. Ancora, ci sono in Italia 4 milioni e mezzo di disabili, ma il numero non è ufficiale perché mancano statistiche, come mancano insegnanti di sostegno.

Prevale invece una cultura che è un misto di indifferenza, di ipocrisia sul diversamente abile, sui poveretti o le poverette costrette in carrozzina. Per fortuna ci sono presenze come quelle di Paola Severini, che si è inventata su RaiDue il programma O anche no , dove il tema viene trattato senza pietismo o compassione. Ci sono ostacoli che rendono ancora più dura l' esistenza di chi già soffre per problemi seri? Lavoriamo per eliminarli, per permettere a loro la vita normale che come tutti meritano».

Il governo attuale ha ormai 384 giorni sulle spalle. Il partito che l' ha fatta eleggere, Il Pd, aveva promesso, 384 giorni fa, entrando nel Conte bis, che sarebbero stati aboliti i Decreti sicurezza firmati da Salvini, che si sarebbe introdotto lo ius culturae, che si sarebbe spinto per lo ius soli.

Una parte d' Italia sta ancora aspettando.

«Credo che adesso ci siano le basi per cancellare ogni strascico lasciato in eredità dalla destra».

E che cosa glielo fa credere?

«Il partito mi ha candidato per le mie idee. Sono valori che condividiamo in tanti. Ne saremo il megafono, collaboreremo con forza perché le cose si facciano. Io sono ottimista».

Sulla situazione politica?

«In generale».

Mi spiega come si fa, pesando 25 chili a 28 anni?

«Guardando la parte piena del bicchiere. Le cose che ti piacciono. Viaggiare, innamorarsi. Innamorarsi viaggiando su un mezzo di trasporto pubblico. Sì, ho avuto relazioni amorose, anche recenti, poi la quarantena, che nel mio caso si sta facendo molto più lunga, ha un po' complicato i rapporti. Comprensibile».

È una lezione di vita, la sua.

«Semmai di sopravvivenza.
Se non apprezzi quello che c' è nel famoso bicchiere, l' unica alternativa che hai è buttarlo.

Ma io non sono uno che butta il bicchiere».

https://youtu.be/4ZDG-Nb_5FA
 
https://youtu.be/HtuMELyRVwk
 
https://youtu.be/pjybLgf0CTs

Di fatto il futuro ci potrebbe dare anche soluzioni non solo problemi come una volta deposta, la bara sparisce entro tre anni. Una bara viva, che si decompone insieme al corpo che racchiude. Potrebbe essere il futuro per una morte ecologica, che non lascia tracce se non le memorie, che non produce rifiuti tossici, che anzi nutre l’ambiente.

E’ quella che è stata messa a punto da Bob Hendrikx, un ricercatore dell’Università di tecnologia di Delft, Olanda ed è costituita da micelio fungino, un materiale biodegradabile che però può assumere la stessa consistenza del classico legno ed è estremamente versatile: negli ultimi anni è stato usato per reinventare moltissimi altri oggetti: edifici, finta pelle, tessuti.

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La cassa da morto non si fabbrica, ma bisogna farla crescere e il processo richiede una settimana. Ovviamente ognuna è diversa dall’altra, non è un prodotto industrializzato che ha uno standard. E’ leggera ma può contenere un corpo pesante 200 kg.

Il micelio viene mescolato con un substrato organico di canapa o fieno che lo nutre e lo fa aumentare di volume in modo da riempire lo stampo in cui viene messo. L’intero processo è autonomo e non sono richiesti calore, energia e neppure luce. Non si spende dunque energia.

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Una volta deposta, la bara sparisce entro tre anni, mentre i cofani di legno ne richiedono più di dieci.

Non a caso l’azienda che lo produrrà si chiama Loop, ovvero ciclo continuo.

Anche i prezzi sono contenuti. Mentre in Italia un cofano costa mediamente tra gli 800 e i 3mila euro, e on line da produttori esteri si trovano anche a 300 euro, il feretro ecologico costa intorno ai 1.200 euro. E l’azienda che li produce pianifica di crearne 1.500 all’anno.

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Il team di Loop sta iniziando ad effettuare test sulla capacità del micelio di incrementare la biodiversità del suolo e arricchirne il potere nutritivo. Stanno anche sperimentando la possibilità di dare la possibilità al fungo di diventare bioluminescente. In questo modo il luogo della sepoltura potrebbe diventare facilmente riconoscibile, e non sarebbero neppure più necessari i fiori.

La bara viva è già operativa. Il 12 settembre ha accolto il corpo di una donna olandese nel cimitero di Westduin all’Aja.

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La nostra società evita il più possibile la connessione tra dipartita e decomposizione ma questo genera un considerevole problema: i cimiteri sono affollati e nel periodo della pandemia molti hanno dovuto aspettare la sepoltura.

I funghi hanno un ruolo ecologico molto importante. Degradano le sostanze organiche e le riportano a una forma che viene facilmente assorbita dalle piante, e riescono anche a neutralizzare molte sostanze tossiche. Gli alberi li utilizzano anche per comunicare tra loro. Sono stati usati a Chernobyl per neutralizzare in parte le particelle radioattive e in altre aree sono stati in grado di ripulire il suolo dagli inquinanti.

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Il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino lo ha usato per effettuare un biorisanamento a Fidenza, in un terreno contaminato da sostanze chimiche e idrocarburi.

C’è poco da fare: i cadaveri sono a tutti gli effetti un rifiuto, ma come avviene per molte altre immondizie è ora di cambiare la logica: non possono più essere qualcosa di ingombrante che va smaltito, ma devono essere riciclate, oppure trasformate in un prodotto che assume una nuova vita e può fornire una nuova ricchezza. Per esempio diventare concime.

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Un cadavere posto direttamente in terra crea problemi sanitari, si smaltisce in ogni caso ma lo fa molto lentamente, a meno che non venga vestito con Infinity burial suit, un’altra soluzione proposta da Coeio un’azienda americana che ha inventato un abito, sempre costituito da funghi, che velocizza il processo. Il cofano di micelio accelera ancora di più la demolizione aiutando i batteri, oltre a neutralizzare eventuali sostanze tossiche presenti.

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Cordiali saluti.

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.24.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

 

Credo che faranno su di Lei delle pressioni che lei non ha mai visto per fare passare i piani pensati dai dirigenti Telecom Italia che mi hanno tentato di mobbizzare per 20 anni, ma se sono riuscito a reggere io che sono italiano e nessuno, ci può riuscire  lei , e comunque io sono pronto a darle una mano contro tutte le pressioni politiche che riceverà per quanto tante possano essere e potenti , ma per nulla convincenti:

l dossier Rete Unica che sarà presto esaminato a Bruxelles non sarà un semplice caso antitrust. Non si discuterà solo del fatto che TIM, l’operatore che da decenni è subentrato nella rete telefonica della SIP, stia per acquisire Open Fiber, la società di Cassa Depositi ed Enel che sta sviluppando una rete nazionale in fibra ottica. La discussione è probabilmente destinata ad andare ben oltre e verosimilmente abborderà il tema della politica industriale europea nelle telecomunicazioni degli ultimi 20 anni.

Non solo un caso antitrust

L’operazione Rete Unica non può essere un semplice caso antitrust perché il dossier sottoposto a Bruxelles è stupefacente: l’Italia, l’unico paese europeo a non aver mai avuto storicamente una concorrenza tra reti nazionali di accesso al broadband (a parte la Grecia) ad un certo punto, nel 2016, decide di superare questo gap, con la creazione di Open Fiber, ma poi nel 2020 ci ripensa, riconsegnando il new entrant all’incumbent telefonico. Per di più, quest’ultimo dichiara, come condicio sine qua non, che manterrà il controllo della nuova rete, che quindi verrà integrata in un operatore verticalmente integrato. Una cosa del genere è difficile da spiegare negli handbook di concorrenza.

Nonostante qualche fuga di notizie, la Commissione europea non si è ancora pronunciata ufficialmente sul tema, perché non lo si fa mai finché non sia notificato qualche cosa di preciso e con i dettagli. Quindi, quando il progetto Rete Unica comincerà a prendere forma, allora la Commissione Europea ci guarderà dentro. Tuttavia, pochi giorni fa il commissario alla concorrenza Vestager, incalzata dalla stampa, ha anticipato, con poche stringate parole, quello che già da tempo ritenevamo: e cioè che bisognerà esaminare con attenzione le implicazioni verticali della Rete Unica, vale a dire i rapporti con gli operatori attivi nel retail. Tradotto per chi non sa leggere dall’asciutta prosa scandinava: la pretesa di TIM di mantenere il controllo della Rete Unica, come un qualsiasi operatore verticalmente integrato, è un problema.

Abbandonare la competizione infrastrutturale?

L’unico modo per uscire da un cul de sac, che potrebbe essere imbarazzante per il governo italiano e dannoso per TIM, è quello di ampliare il tema: questo non è solo un caso antitrust, bisogna ridiscutere alcuni temi di policy industriale, a cominciare dal dogma della infrastructure competition che ha caratterizzato la regolamentazione europea degli ultimi 20 anni.

Il caso italiano, infatti, si basa sull’assunto che la competizione tra due infrastrutture sia uno spreco di risorse, mentre invece sarebbe meglio accorpare questa funzione in un unico soggetto, la c.d. Rete Unica, che dovrebbe prendersi l‘incarico di sviluppare l’infrastruttura che serve. E’ una visione che però, senza una narrativa ad hoc, ci riporta indietro ai tempi della SIP ed al monopolio legale, quando non esistevano servizi a parte il telefono e si viveva in un mondo dove il dirigismo economico dello Stato non si poteva mettere in discussione.

Questa visione non esiste più da almeno 20 anni e sicuramente è stata abbandonata ovunque in Europa, dove nessun paese si sognerebbe di ricostituire un monopolio delle infrastrutture di telecomunicazioni. La regolamentazione europea, dal 1998 a questa parte, riflette questo stato di cose: gli investimenti infrastrutturali scaturiscono dalla competizione tra più operatori (infrastructure competition); tuttavia, poiché non sarebbe realistico chiedere a ciascun operatore di costruirsi la propria rete, coloro che non ce l’hanno possono accedere a quelle esistenti per via di regolamentazione, ma solo se tali reti siano dominanti nel mercato (il che normalmente accade con la rete dell’incumbent, cioè l’ex monopolista telefonico).

Si tratta di una visione difficile da smentire perché, oltre che essere confermata dal recente Codice Europeo delle Comunicazioni elettroniche, parla con i dati: laddove vi è stata concorrenza tra due operatori di rete, in genere l’incumbent locale e la rete televisiva via cavo, entrambi gli operatori hanno investito in reti di nuova tecnologia in modo da poter meglio competere, e questo ha creato un circolo virtuoso sul resto del mercato. In Italia e Grecia, dove tale concorrenza non è mai esistita per ragioni storiche, gli investimenti sono rimasti al palo finchè non è successo qualche cosa di nuovo: nel caso italiano, è stata la creazione di Open Fiber nel 2016, che ha ripreso la precedente rete di Metroweb ed ha iniziato ad espanderla, costringendo TIM a rispondere in qualche modo. Il quadro di cui sopra è pienamente riflesso dalle statistiche europee sulla connettività, il c.d. DESI Index.

Il precedente del 2012 e la radicalizzazione dell’infrastructure competition

La tensione tra infrastructure competition, da un lato, e regolamentazione all’accesso, dall’altro, è stata da sempre il let motiv della policy europea delle telecomunicazioni. Nel 2012 TIM e le sue “sorelle” (Orange, Telefonica, Deutsche Telekom, ecc) furono abili nel perorare il loro caso con il Presidente della Commissione Europea, Barroso.

Ne seguì, il 12 luglio 2012, una famosa sterzata del commissario digitale dell’epoca, l’olandese Kroes, che impose una brusca radicalizzazione della teoria dell’infrastructure competition: per costringere ad investire di più in reti in fibra ottica, si decise che il prezzo dell’accesso alle vecchie reti in rame, quelle degli incumbent telefonici come TIM, sarebbe stato “stabilizzato”, cioè non sarebbe sceso come invece ti aspetteresti da una vecchia rete che sta diventando obsoleta. Inoltre, seguirono delle iniziative legislative che miravano alla deregolamentazione delle nuove reti in fibra ottica. In altre parole, l’accesso alla rete telefonica diventa di fatto più caro, quello alle fibre ottiche più difficile. Il messaggio a tutti era chiaro e forte: fatevi la vs rete in fibra ottica, e non chiedete troppo aiuto dalla regolamentazione.

Proprio per questo, insomma, il cammino della Rete Unica appare ora arduo perché il suo principale proponente, TIM, è stato per anni il principale campione della teoria dell’infrastructure competition. TIM ha sempre difeso la propria rete telefonica dalle pretese della regolamentazione sostenendo che gli operatori alternativi avrebbero semmai potuto costruirsi la propria rete, e l’accesso doveva essere una questione di mercato o di autoregolamentazione, ma non di regolamentazione.

Alla fine l’evento si è avverato: è nata una rete alternativa, quella di Open Fiber, sulla quale molti operatori alternativi (Vodafone, SKY, Wind ecc) si sono buttati e quindi si stanno creando le premesse per una sostanziale deregolamentazione del settore. Di fronte a questo nuovo stato di cose, la narrativa di TIM è cambiata: due reti sono uno spreco, ne basta una.

Il caso visto dall'Europa

A Bruxelles hanno buona memoria e quindi il cambio di posizione sarà stato notato. Gli altri grandi operatori (Orange, Deutsche Telekom ecc) manifestano solidarietà attraverso l’associazione di categoria ETNO ma, nel cuore dei rispettivi comitati esecutivi, si chiedono se l’operazione italiana alla fine convenga anche a loro: abbandonare l’infrastructure competition vuol dire tornare ad una forte regolamentazione di settore.

Negli altri paesi europei non vi è una reale possibilità di ri-monopolizzazione, perché difficilmente le telco telefoniche potrebbero comprarsi la locale rete cavo televisiva. Inoltre, se TIM ricostituisce il monopolio della rete d’accesso in Italia, il mercato italiano per loro si chiude. Sarà anche per questo che le dichiarazioni di ETNO la prendono un po’ alla larga: si parla di obiettivi ma si resta vaghi sui metodi e sugli assetti di mercato.

Il co-investimento, ovvero l’arma di distrazione di massa

I supporter della Rete Unica sembrano puntare tutte le loro speranze sul tema del “co-investimento”, ma rischiano di rimanere delusi. L’istituto del co-investimento è stato introdotto con l’art. 76 del nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni elettroniche e consente di deregolamentare delle nuove reti in fibra ottica costruite congiuntamente, a fronte di alcuni impegni dell’incumbent esaminati ed approvati dall’autorità di regolazione. Ma si tratta di una norma estremamente dettagliata e con numerose condizioni che devono essere rispettate a garanzia della concorrenza. In altre parole, non si tratta di un qualsiasi investimento congiunto, ma di una fattispecie molto caratterizzata; e, ad ogni modo, il tema del co-investimento è solo un tema di regolamentazione, in altre parole sarà poco rilevante per l’antitrust, e si porrà solo dopo un’eventuale autorizzazione della Vestager.

Conclusioni

Il dossier a Bruxelles è quindi complesso ed inizia in salita, sia che lo si veda come un caso antitrust, oppure come un’innovazione di politica industriale.

A mio parere, per trovare una soluzione che non metta a repentaglio la rincorsa italiana alla connettività ultra-broadband, frustrando gli obiettivi di digitalizzazione del Paese, mandando su tutte le furie gli operatori alternativi e mettendo persino in imbarazzo le sorelle europee di TIM, il progetto di Rete Unica dovrà essere rivisto ma soprattutto ammodernato: non un ritorno al passato, con la ricostituzione del monopolio verticalmente integrato, ma un balzo nel futuro, con una grande rete nazionale neutrale, dove per neutralità intendiamo terzietà ed indipendenza dalle altre telecom (TIM e tutti gli altri), che potranno parteciparla ma non controllarla. Di fronte alla magnitudo di questo progetto, il tema della presenza dello Stato nella Rete Unica diventa persino secondario.

Per capire l'origine comportamentale della politica italiana dovrebbe leggere questo  articolo del 2001/2002 racconta l’incontro con l’agente del Sid a Praga. Lo chiamavano dottor Franz e tutti credevano che fosse un dentista

MG

Prologo. Cabras, terra di bottarga di muggine e di spiagge colorate, di boschi impenetrabili a picco sul mare e di cuniculi sotterranei scavati dai Fenici. È la Sardegna dell’oristanese: bella e poco turistica. Un sabato di settembre la sala del museo civico si popola di uomini con facce particolari, segnate dall’esperienza, circospette in ogni minima postura. Nascoste da Ray-Ban neri. Molti di questi, sebbene arrivino da diverse parti d’Italia, in passato si sono già incontrati. Si salutano con battute strane, chiamandosi per sigla. Efisio Trincas, il sindaco di Cabras, sta presentando alcuni scrittori locali. Quando pronuncia il titolo “Ultima missione”, l’autore, Antonino Arconte, e la sigla G-71, quelle facce di agenti segreti, di ex agenti segreti, di uomini del controspionaggio italiano, si contraggono come per trattenere un: «G-71, sei tutti noi!». ”Ultima missione” è il libro di memorie dell’agente segreto scovato due anni fa da GQ.

Più di 600 pagine sconvolgenti, con documenti inediti: da Gheddafi a Moro, da Bourghiba a Craxi, da Andreotti a Cossiga, racconta tutte le missioni segrete che lui (soldato della Marina militare, comsubin, gladiatore del super Sid) e altri militari in incognito hanno fatto in giro per il mondo per conto del governo italiano. G71 il suo libro se l’è scritto da solo, si è fatto da solo il progetto grafico, copertina compresa, e l’ha messo on line. Migliaia di copie vendute con il semplice tam-tam. Ammiratori in ogni continente, davvero. Posta elettronica intasata. E uno Stato, quello italiano, che lo perseguita e l’ha “cancellato” perché sa troppo e non vuole stare zitto. Ma questa è un’altra storia…

«Quello è del Sismi…»

Mescolato tra i tanti colleghi ed ex colleghi, vicino al buffet offerto dal comune di Cabras, c’è uno che ha l’aria di essere, oltre G71, il pezzo da novanta. Lo capisci da come tutti “gli spioni” si rivolgono a lui. È sicuramente sardo, ma può sembrare arabo o, perfino, non è uno scherzo, tedesco. Parla il dialetto sardo, si esprime in arabo, conosce un tedesco perfetto, il cecoslovacco, l’inglese, il francese e lo spagnolo. Per gli Stati Uniti è laureato in medicina e fa il dentista. Per l’Italia no: è un abusivo. I modi e il look non sono appariscenti, ma si percepisce il carisma. Avvicinarlo, pur essendo in una sala piccola, è difficile. Capita sempre qualcosa sul più bello: uno che lo chiama, un altro che “involontariamente” lo urta e il bicchiere cade per terra, il cellulare che squilla, ma nessuno risponde.

È lui, poi, che risolve la situazione: «So che le interessa sapere qualcosa sulle nuove Brigate rosse. Che poi sono le vecchie: non è cambiato nulla». Sussurra: «Sono Franz. Il dottor Franz. Per i servizi segreti di mezzo mondo questo nome di battaglia vuol dire qualcosa. Ma qui c’è troppa gente, non mi fido. Ci vediamo domani ad Alghero». Ma chi è il dottor Franz?

«Un bravo dentista», dice lui. Ci vuole proprio una gitarella ad Alghero. Seduti intorno al tavolo della cucina, nell’appartamento di un amico che non c’è, Franz sembra più tranquillo. L’inizio del racconto è assai umano: «Sono entrato nei servizi segreti italiani per amore. Per amore di una donna dell’Est». Fino a quel momento Franz era un mozzo che lavorava sulle navi e guadagnava molto bene per i primi anni Settanta: un milione e mezzo al mese. «D’altronde dovevo mantenere una famiglia numerosa (mamma, due fratelli e tre sorelle), che dopo la morte di mio padre non aveva alcun sostegno».

«Ho visto Franceschini in Cecoslovacchia»

Girando per il mondo conosce la figlia di un colonnello della Stasi, che vive in Cecoslovacchia. «Appena rientravo da un viaggio in nave, la raggiungevo al suo Paese. Così ho imparato la sua lingua e soprattutto a muovermi con grande disinvoltura in uno Stato così vicino, ma anche così lontano». Nel 1974 la proposta indecente. «Ero in via Colli della Farnesina, a Roma. Stavo bevendo qualcosa al bar vicino all’ambasciata. Mi avvicinano due tizi che non conoscevo. Che, invece, di me sapevano tutto. Uno era Antonio La Bruna, incaricato dal Sid di ingaggiare personale civile. Non sapevo che fosse la Gladio. Mi chiedono se voglio collaborare. Se voglio entrare nei servizi segreti. “Ci pensi un paio di mesi”, mi dice La Bruna con garbo, “poi mi chiami a questo numero”».
Franz è un freddo. Passionale, ma freddo. Gli offrivano un milione al mese fisso per fare quella che lui riteneva una vacanza: vivere nel Paese della sua donna. «Dopo due mesi ho accettato. La Bruna mi ha convocato a Roma, in via XX settembre, presso l’ufficio decimo. E mi ha affidato i compiti: pedinare i terroristi che dall’Italia andavano in Cecoslovacchia per addestrarsi. L’ho fatto per cinque anni. Anche dopo il rapimento Moro. Ogni volta La Bruna mi chiamava da un telefono pubblico. Mi convocava. Mi segnalava tipo di macchina, targa e luogo di partenza… Neanche mia madre sapeva nulla».

Per esempio. Il furgoncino targato… parte da Padova alle ore… «Io mi mettevo dietro. Lo seguivo, fino a Linz, alla frontiera austriaca con la Cecoslovacchia. Avevo notizia di chi proseguiva il pedinamento dopo di me, per non rischiare di perdere i terroristi al posto di blocco. Oppure li prendevo io a Ceske Budejovice, la prima città in Cecoslovacchia e gli stavo addosso fino a Brno. I campi di addestramento erano a Carlovi Vari, oppure vicino a Brno, a Litomerice, a ovest di Praga. Ufficialmente erano delle terme. Già, perché magari, dopo qualche rapina fatta in Italia, dovevano riposarsi un po’…».

Una bomba! Francesco Cossiga ha appena detto, a proposito delle Brigate rosse, che non esiste alcuna connessione internazionale, che sono un fenomeno soltanto italiano. Ipotesi confermata anche dalle dichiarazioni di Mario Moretti e di Paolo Persichetti, l’ex Br recentemente estradato dalla Francia. Dottor Franz, ma lei è certo di quel che dice?

«Io li ho pedinati e fotografati. Anche dopo il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro. So da chi compravano le armi e l’esplosivo. Li ho visti entrare nei ristoranti popolari, mangiare senape e würstel. Li ho visti che si beccavano qualche cameriera. Non solo per copertura. Li ho visti parlare con i loro addestratori, tutti agenti del Kgb e con i terroristi della Raf, dell’Eta, e quelli libici. Noi seguivamo i loro. La polizia ceka seguiva noi. Come mai? Direi a Cossiga che ho lavorato per il mio Paese in condizioni difficili: pedinare in Cecoslovacchia un terrorista che ha la copertura del Kgb è quantomeno arduo. Non parlo a vanvera: il materiale scritto e fotografico io l’ho regolarmente spedito in Italia o consegnato ad agenti italiani. Uno, Tano Giacomina, è morto in uno strano incidente. Due mesi fa mi ha cercato Franco Ionta (il magistrato che indaga sul delitto Moro, ndr). Ho parlato con un maresciallo dei Ros, il reparto operativo speciale dei Carabinieri. Ma non è successo nulla».

Incredibile: sono documenti che provano l’esistenza di un collegamento tra colonne delle Br e servizi segreti stranieri. E nessuno fa niente. Nomi? «Niet». Franz, dai. «Guardi che è pericoloso. Perché io ho pedinato e seguito gente che non è mai stata arrestata…». Qualcuno di quelli arrestati può dircelo? «Per esempio Alberto Franceschini. L’ho seguito e l’ho segnalato. Quindi non è vero, come è stato detto, che lui arrivava dalla Germania dell’Est. Lui arrivava da Praga. L’ho visto recentemente, in tv. Com’è cambiato: sembra un professore».

Franz a Praga prende una casa in affitto da un dissidente: tra i suoi compiti c’era anche quello di aiutare gli oppositori o i perseguitati dal regime a scappare in Occidente. Per farlo rischia la vita. «Un giorno La Bruna mi dice: scusa, ma perché non metti su a casa tua uno studio dentistico come attività di copertura? Avevo molti pazienti. Anche la mia donna. Che essendo figlia di un generale della Stasi, mi dava un sacco di notizie… Per tutti diventai il dottor Franz. In realtà ero il responsabile della base di Gladio in Cecoslovacchia. La parola d’ordine era: ho male al dente numero…».

«Ieri si chiamava kgb, oggi Mafia russa»

Questo pezzo di racconto è da shock. Sono le 11 di mattina e Franz si è già fumato mezzo pacchetto di sigarette. Nella sua mente investigativa si susseguono i pensieri. Spegne l’undicesima cicca. E dice secco: «È da un mese e mezzo che hanno ricominciato a minacciarmi. A farmi certi discorsetti via e-mail. Fanno così, “loro”. Poi, bum-bum. E tu sei morto. Come è successo a quei due, D’Antona e Biagi. E Landi, quella specie di hacker che aveva scoperto troppo. Suicidato, ma va’… Io i miei figli voglio vederli crescere in diretta. E non dall’alto dei cieli. Non voglio fare una brutta fine ed essere consolato da un ministro che si dimette. Ora mi sono rotto».

Dietro la facciata aggressiva, strafottente e ironica, adesso si legge tanta paura. «Guardi, io lo so per certo: sia D’Antona che Biagi avevano ricevuto un sacco di minacce. Tutti e due stavano indagando sulla provenienza degli attacchi minatori. Avevano scoperto i mittenti. Sapevano chi sono i terroristi e chi li protegge. Ma sono stati fatti fuori». Franz racconta un fatto davvero inquietante che riguarda il presunto strano suicidio (giovedì 4 aprile 2002) del tecnico informatico Michele Landi. «Poco prima di morire aveva mandato un’e-mail a un mio amico che era nei servizi con me. C’era scritto che aveva scoperto la provenienza delle rivendicazioni dell’omicidio Biagi. Arrivavano dal computer di un ministero».

Ecco perché ha paura il dottor Franz: lui sa tutto quello che sapevano le tre persone uccise. E forse anche molto di più. Sa per esempio nomi e cognomi. Conosce le connessioni internazionali. Su un fatto il nostro uomo è certo: «Dietro ci sono sempre gli stessi. Ieri si chiamava Kgb. Oggi si chiama mafia russa. Il terrorismo non può vivere senza una potenza alle spalle. E il disfacimento dell’Urss ha fatto sì che fosse messo in vendita l’arsenale di una superpotenza» .

“Loro” sarebbero ex agenti del Kgb, che nel frattempo sono diventati miliardari della mafia russa, che partecipano al gioco mondiale della destabilizzazione finanziando e fornendo armi ai terroristi occidentali. «Che agiscono insieme ai terroristi islamici: niente è cambiato. Ho visto documenti esplosivi che lo dimostrano. Come quello che riguarda il mitico Sciacallo. Non ci sono nuove Br, nuova Eta, nuova Ira. Ci sono Br, Eta e Ira. Usano le armi di ieri e l’esplosivo di ieri: i kalashnikov e il Semtex, fabbricato, guarda caso, in Cecoslovacchia. L’unica differenza è che hanno stretto un patto d’acciaio tra loro». Tanta paura? «Sì, ma anche lei deve averne: le ho parlato di fatti che non ho voluto dire neanche ai Ros».

Ed anche oggi :Assolto. Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Nicola Zingaretti non ha in alcun modo condizionato la gara d'appalto milionaria del 2014 per l'affidamento del Cup, centro unico prenotazioni delle prestazioni sanitarie, della Pisana. Crolla così un altro pezzo dell'inchiesta Mondo di Mezzo che nel 2014 ha travolto la Capitale.
Ieri la Cassazione ha accolto il ricorso di Venafro, assolvendolo con formula piena: «Per non aver commesso il fatto». E così, dopo la bocciatura dell'ipotesi di mafia, sostenuta dalla procura per l'organizzazione criminale guidata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, definita dagli Ermellini una semplice organizzazione a delinquere, i giudici di piazza Cavour tornano a riscrivere la storia giudiziaria di un altro capitolo di quell'inchiesta.
Cassando ancora una volta la ricostruzione dei pm capitolini. Tanto da far commentare alla difesa dell'ex capo di gabinetto: «La Procura di Roma viene ancora una volta smentita e questo verdetto della Cassazione dimostra che Maurizio Venafro è stato ingiustamente perseguitato, adesso aspettiamo di leggere le motivazioni della suprema Corte per rivelare le gravi anomalie di questo processo».
Commenta l'avvocato Maurizio Frasacco, che insieme a Giampiero Mendola, ha difeso Venafro in Cassazione. Accusato di turbativa d'asta e assolto in primo grado, Venafro era stato condannato a un anno in appello (pena sospesa).

I giudici hanno invece annullato con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Roma, la condanna a un anno e quattro mesi per Mario Monge, ex dirigente della cooperativa Sol.Co. Anche per Monge - che come Venafro ha fatto ricorso ai supremi giudici contro il verdetto d'appello del maggio 2019 - l'accusa era di turbativa d'asta. Per quella gara d'appalto, la procura ipotizzava un sistema di spartizione tra le cooperative in base all'area di riferimento politica.

NUOVI PROCESSI

Torna così in appello un altro pezzo dell'inchiesta, mentre si è in attesa della fissazione del processo del secondo grado bis, che dovrà stabilire nuove pene per Massimo Carminati, intanto tornato libero, e Salvatore Buzzi. Secondo l'accusa, Venafro aveva avuto un ruolo attivo nel pilotare la gara «attraverso la condotta di Angelo Scozzafava», nominato presidente della commissione aggiudicatrice.

Si sarebbe così assicurato «che uno dei lotti venisse attribuito a Salvatore Buzzi e sodali». L'appalto centro unico delle prestazioni sanitarie della Regione era una commessa di oltre 60 milioni di euro che, sempre secondo la ricostruzione della procura, definitivamente bocciata dalla Cassazione, sarebbe stata spartita tra tutte le coop, grazie alla presenza di Scozzafava in commissione. Venafro avrebbe «concorso a indirizzare l'aggiudicazione dell'appalto».

Avrebbe infatti segnalato il curriculum del funzionario Scozzafava - caldeggiato da Luca Gramazio - che era poi stato scelto come componente della commissione. Una nomina che era sembrata anomala. Venafro, considerato «garante degli accordi con Gramazio», invece è stato giudicato estraneo ai fatti.

Ma sopratutto : Il gioco delle tre carte improvvisato con un banchetto per strada, e pure con due "compari" che fingono di vincere, è legale. La condotta occasionale non rientra nel reato di esercizio abusivo di giochi di pubblica scommessa non autorizzati, in assenza di una struttura in cui siano impiegati mezzi e persone: lo ha stabilito la Cassazione, accogliendo il ricorso di imputati denunciati da clienti "perdenti". Peraltro, la Cassazione aveva già stabilito che non si tratta neanche di truffa, senza prove di manovre truffaldine: il gioco delle tre carte, o tre tavolette, è lecito perché si basa sull'abilità di chi lo conduce.

Dopo l'omicidio Moro indicato allo stesso da Henry Kisssiger , commesso d Brigatisti di cui oggi nessuno e' in carcere, con le indagini del Gen. Dalla Chiesa, fermate dai politici che poi lo hanno inviato al massacro a Palermo, l'Italia ha avuto solo politici dediti a curare gli affari propri non quelli del Paese per cui sono pagati più di tutti in Europa.

Infatti Conte non e' come voi lo pensate ma CI SONO 364 NOMINE ILVA E ATLANTIA PARTITE APERTE IN RITARDO LA NEWCO ALITALIA

Il piatto forte delle nomine pubbliche è stato servito prima dell'estate, tra Enel, Eni, Terna, Leonardo, Poste ed Enav. Ma passata la tornata elettorale c'è un'agenda ancora più ricca da mettere a posto per il governo. E non potrà non pesare il nuovo equilibrio tra i soci di maggioranza a Palazzo Chigi, con il Pd più forte e la necessità di puntare dritto ad agganciare Recovery Plan e ripresa. Sul tavolo non ci sono infatti soltanto le 364 caselle da riempire per rinnovare le nomine in 61 società controllate, direttamente e indirettamente dal Mef.
Ci sono dossier da sbloccare con urgenza come il futuro della Rete unica, tracciato con l'accordo tra Tim e Cdp, il decollo della newco Alitalia, il disimpegno dei Benetton da Autostrade a favore della Cassa e del mercato e il salvataggio dell'Ilva. Ma il governo Conte blindato e più sensibile alla voce di Nicola Zingaretti dovrà anche occuparsi della privatizzazione di Mps, del risiko tv-tlc dopo la bocciatura da parte della Corte Ue della Legge Gasparri, ma del futuro di Borsa Italiana nel gruppo Euronext.

LE NOMINE

In cima all'elenco delle nomine pubbliche perlopiù almeno formalmente in mano al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri (e a Riccardo Fraccaro, il sottosegretario Cinquestelle alla presidenza del Consiglio) ci sono Consap, Consip , l'Istituto Poligrafico Zecca dello Stato e Sogesid, c'è Equitalia Giustizia, Trenitalia, Rete ferroviaria italiana, ma anche la nuova società di Alitalia.

E poi è da scegliere l'amministratore unico di Rete autostrade mediterranee (Autostrade del mare) e il commissario del Gestore servizi energetici (Gse). Tutti da nominare i board delle tre controllate dello stesso Gse: acquirente unico, Gestore dei mercati energetici e Ricerca sul sistema energetico. Ma sono da indicare anche gli organi di altre controllate da Cdp: Cdp Reti e Fintecna, Cdp Equity (manca il collegio sindacale) e la Sia, che gestisce infrastrutture e servizi per il mondo finanziario, solo per citarne alcuni.


I DOSSIER

Si capirà già nei prossimi giorni, fino a che punto il nuovo equilibrio nella maggioranza può spingere a un avanzamento decisivo nella trattativa tra Cdp e Atlantia-Aspi. Domani il cda Atlantia discuterà dell'ipotesi di convocare a stretto giro l'assemblea chiamata ad approvare il progetto di scissione di Aspi, a conferma della determinazione della holding dei Benetton di seguire questa rotta (alternativa alla vendita con asta) mentre sono ancora in corso le trattative per far entrare Cdp nel capitale di Aspi, con un aumento di capitale dedicato, come chiede la Cassa, o attraverso un'asta, come chiedono i fondi internazionali. È possibile però che il post-elezioni favorisca un'accelerazione a fronte di «impegni rigorosi», come chiedeva Zingaretti a luglio scorso.
Entro metà ottobre potrebbe arrivare il via libera al piano economico finanziario (Pef) presentato da Aspi. Due settimane fa il Mit aveva condizionato la firma dell'atto aggiuntivo che modifica la concessione (e quindi l'ok al Pef) alla vendita di Aspi a Cdp. Ma ora anche questo semaforo verde potrebbe sbloccarsi pur di far partire 14,5 miliardi di investimenti. Passando ad Alitalia, non sono bastati tre decreti legge in cui si parla della costituzione di una Newco a dare il via alla Nuova Alitalia.

A parte le schermaglie con l'Ue sugli aiuti di Stato, il piano è stato frenato dalle divisioni nel governo sulle nomine dei vertici. A giugno il premier Giuseppe Conte ha annunciato via Facebook che il nuovo presidente sarà Francesco Caio e l'ad sarà Fabio Lazzerini, ma mancano ancora gli atti formali. C'è poi il dossier bollente dell'Ilva. Oggi finalmente i sindacati torneranno al Mise (è dal 9 giugno che non venivano convocati), ma non ci sarà l'azienda. La vittoria di Emiliano in Puglia fa prevedere un'accelerazione verso la decarbonizzazione.

E d'altronde appena la settimana scorsa è stato l'intero Pd a presentare un documento per appoggiare la soluzione green. Che però è anche la più complicata. A Taranto una completa decarbonizzazione difficilmente potrà essere realizzata prima del 2026. E nel frattempo cosa faranno i dipendenti? C'è poi da stabilire - nel caso ArcelorMittal decidesse di rimanere - a quali condizioni, con quali quote e a quale prezzo Invitalia entrerà in Ami.

Ed ancora su Conte Il “ caso” dei servizi segreti doveva essere l’Armageddon del governo e soprattutto del premier il day after del supposto tracollo dei partiti a suo sostegno. La vicenda ha tenuto banco in estate (dopo l’approvazione di una norma ad hoc nel decreto emergenza), e l’audizione del Presidente del Consiglio - che si è tenuta a San Macuto davanti al Copasir (Comitato parlamentare di controllo presieduto dal leghista Raffaele Volpi) - era stata fissata proprio all’indomani delle regionali e del referendum costituzionale. Era stata annunciata come l’occasione adatta a togliere via la “presa” di Conte (che mantiene la delega in prima persona) sugli organismi di intelligence. Conte era stato addirittura accusato di voler prorogare d’imperio di 4 anni gli attuali direttori.

Il premier si è presentato in via del seminario, e ha “dialogato distesamente” con i dieci componenti dell’organismo per ben due ore.

Unico tema affrontato: le nuove norme per i reincarichi dei direttori dei servizi che permettono rinnovi “a tranche”.

Conte ha recepito le preoccupazioni dei commissari, ha ascoltato, ha preso nota. I membri del Copasir a loro volta hanno esternato tutti i loro dubbi e preoccupazioni, i punti critici sulla norma. E Conte si è dimostrato” aperturista a ritocchi” su alcune criticità sollevate.

Dopo il risultato elettorale che ha rafforzato Conte, parafrasando un famoso film, l’audizione si è rivelata non un Armageddon ma un calesse.

Il COPASIR ha convenuto che modifiche al sistema di nomina dei capi dei servizi (la conferma a tempo era stata pensata in piena emergenza Covid per il capo dell’AISI, servizio segreto interno, prefetto Mario Parente ) ci saranno, ma con la dovuta ponderazione.

Nel senso che già questa settimana il Dl emergenza verrà approvato in via definitiva al Senato (così com’era stato presentato dal governo e approvato in prima lettura). Non ci sono infatti i tempi per una terza lettura di Montecitorio, pena la decadenza di tutto il provvedimento importantissimo per contrastare l’emergenza Covid.

Ma - con ogni probabilità in sede di conversione del cosiddetto decreto-agosto (il cui iter inizierà proprio dal Senato) verranno fatti dei correttivi in particolare quello del “rinnovo minimo” (che presta il fianco a rilievi di costituzionalità) in modo da non lasciare gli apparati di intelligence in balia del potere esecutivo.

E’ chiaro però che il concetto di proroga a tranche - sempre nell’ambito degli 8 anni al massimo di mandato (previsti dalla legge 204 del 2007) - non è in discussione in queste modifiche.
In ogni caso comunque Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) vicepresidente del Copasir presenterà i suoi emendamenti già oggi e poi li riproporrà sul decreto agosto.

Infine, con un progetto di più lungo respiro si metterà mano a una riforma organica della legge 204, per modernizzarla e renderla più aggiornata rispetto alle nuove sfide dell’intelligence .

Naturalmente resta il caso politico sollevato dalle spaccature nei 5 stelle, cui aveva dato voce la componente del Copasir Dieni (prima firmataria dell ’emendamento che alla Camera ha imposto alla Presidenza del Consiglio di far votare la fiducia al decreto emergenza del 30 luglio) .

Ma sopratutto Conte vuole fare gestire i fondi che l'Europa spero che non mandi mai ad Arcuri che invece di pensare alle mascherine lavabili le ha volute monouso per cui la morte di un pinguino, causata dall'ingestione di una mascherina N95 in Brasile, sta preoccupando gli ambientalisti per il crescente aumento dei "rifiuti della pandemia" da coronavirus, che rappresentano una nuova minaccia per la fauna marina sempre più vulnerabile.

L'autopsia sull'animale, trovato morto a Sao Sebastiao, sulla costa nord dello Stato di San Paolo, ha confermato che la morte dell'esemplare (un pinguino di Magellano) è avvenuta per l'ingestione di una mascherina di protezione del modello N-95, indicata per uso ospedaliero, che gli esperti hanno rinvenuto all'interno dello stomaco del pinguino, rendono noto i media locali.

La necroscopia è stata eseguita dall'Istituto Argonauta, responsabile del monitoraggio delle spiagge della costa nord di San Paolo per aiutare nella conservazione delle zone costiere.

Un po' come per  Ursula Von Der Leyen   :

https://youtu.be/xdkrjy5Nhg4

Mauro Indelicato per https://it.insideover.com/


Il giorno X è arrivato: in questo mercoledì Ursula Von Der Leyen ha reso pubblico il piano suo e della commissione europea da lei presieduta per la gestione dell’immigrazione e del diritto d’asilo nel vecchio continente. Già alcuni giorni fa, nel corso delle dichiarazioni rese a Bruxelles sullo stato dell’unione, l’ex delfino di Angela Merkel aveva anticipato alcuni punti del suo piano.

Si era parlato, in primo luogo, del superamento del trattato di Dublino, ossia di quel documento che assegna unicamente al Paese di primo approdo l’onere dell’accoglienza. Un argomento delicato specialmente per l’Italia, che per via di questo regolamento ha dovuto sobbarcarsi i numeri più importanti relativi alle crisi migratorie. Ma proprio per Roma il piano della commissione potrebbe portare in dote non poche insidie.

I tre pilastri del nuovo piano

Così come diramato dalle note della Commissione Europea, ad emergere in primo luogo è il fatto che il piano ideato da Ursula Von Der Leyen si poggia su tre punti fondamentali. Il primo riguarda la cosiddetta “procedura di frontiera integrata”. Si tratta di un vero e proprio screening pre ingresso, come viene nominato dalla stessa commissione, con il quale verranno identificate tutte le persone entrate in Unione Europea senza autorizzazione oppure dopo le missioni di salvataggio e ricerca in mare: “Ciò comporterà – riferiscono da Bruxelles – anche un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac, già prevista dalle regole in vigore”. Una volta identificati i migranti, questi ultimi verranno “indirizzati nella giusta procedura – si legge ancora nella nota della commissione – sia alla frontiera per determinate categorie, sia nell’ambito di una normale procedura di asilo per coloro che chiedono lo status di rifugiato”.

In poche parole, in questa fase è previsto un monitoraggio dei migranti che arrivano alle frontiere esterne comunitarie e l’obiettivo è quello di prendere subito dopo le decisioni necessarie che saranno valutate caso per caso: al migrante dunque o verranno aperte le procedure per la richiesta di asilo oppure quelle per il rimpatrio.

Il secondo pilastro poggia su un termine ambiguo per le velleità dell’Italia sul tema: si richiama infatti alla solidarietà, che potrebbe voler significare un aiuto concreto ai Paesi di primo sbarco, così come potrebbe invece apparire come l’ennesima promessa del genere. Il piano prevede infatti solo degli impegni che però non ammette alcun tipo di obbligo.

Questione che evidentemente cambia di molto la percezione di questo nuovo patto dell’unione europea sui migranti dal momento che un’assenza di meccanismo che renda obbligatorio il ricollocamento, di fatto non darebbe alcun tipo di sostengo concreto ai Paesi di primo approdo, a partire da Italia, Grecia e Spagna. Infine, il terzo pilastro prevede accordi con i governi extra europei sia per la gestione dei flussi migratori che per i rimpatri.


La presidente della Commissione Ue ha detto che lei e i suoi commissari hanno l’impegno di rendere questo accordo qualcosa che eviti le gestioni ad hoc delle emergenze. “L’Europa deve lasciarsi alle spalle le soluzioni ad hoc e mettere in piedi un sistema di gestione delle migrazioni prevedibile ed affidabile” ha detto la Von der Leyen. Ma l’impressione è che per mettere d’accordo tutti (e soprattutto i paesi più recalcitranti) si vada incontro a un bluff.

Doccia fredda per l’Italia

Il piano presentato di fatto non annullerebbe il trattato di Dublino, né tanto meno andrebbe ad inserire meccanismi automatici sui ricollocamenti. Elementi questi ultimi che invece erano stati chiesti a più riprese dal nostro Paese, soprattutto dal governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte. I principi attuali su cui si regge l’impostazione della gestione dell’immigrazione e delle domande d’asilo di fatto non sono stati annullati, bensì solo scalfiti e modificati.

Inoltre l’applicazione pratica di quanto previsto dal piano è tutta da verificare. Ci si chiede, soprattutto in ambito politico, come verrà resa fattibile la fase di screening lungo le frontiere esterne e se funzioneranno le agenzie europee preposte allo scopo. Ma non solo: durante questa fase, è molto probabile che il migrante sbarcato resterà all’interno del territorio del Paese di primo approdo. E quindi, in sostanza, non cambierebbe nulla né per l’Italia e né per le altre nazioni i cui confini marittimi sono anche i confini esterni dell’Ue.

Eppure, da parte sua, il presidente del consiglio ha provato a mascherare la delusione parlando di primi potenziali passi in avanti: “Il Patto sulla Migrazione è un importante passo verso una politica migratoria davvero europea – ha scritto Conte su Twitter – Ora il Consiglio europeo coniughi solidarietà e responsabilità. Serve certezza su rimpatri e redistribuzione: i Paesi di arrivo non possono gestire da soli i flussi a nome dell’Europa”.

La difficile partita in Europa

C’è anche un’altra considerazione non secondaria: al netto della bontà o meno della proposta della commissione, adesso in ogni caso il piano dovrà passare al vaglio delle varie istituzioni comunitarie e degli Stati membri. La discussione all’interno del vecchio continente è tutt’altro che lineare: molte sono le posizioni divergenti, molti i punti di disaccordo tra i 27 governi.

C’è il blocco di Visegrad ad esempio che non intende accettare la suddivisione in quote del numero di migranti, c’è l’Austria del cancellerie Kurz che non appare disponibile a concessioni sulla sua linea contraria ai principi di solidarietà tra i Paesi Ue. E poi c’è da capire soprattutto il ruolo della Germania, presidente di turno dell’Ue fino a dicembre. I negoziati saranno lunghi e faticosi, il piano presentato in queste ore potrebbe vedere la luce, se tutto va bene, solo con il nuovo anno.

Secondo me si incrementa il traffico illegale se passa il principio che chiunque ha il diritto di entrare. OCCORRE STABILIRE I CORRIDOI UMANITARI EUROPEI COME UNICA POSSIBILITA' DI INGRESSO IN EUROPA E REDISTRIBUZIONE .

Oltre ad investire in Africa con totale detrazione dal reddito delle società e dei privati.

Altro tema con conseguenze economiche sugli italiani e': «Orsù figlioli dolcissimi, correte questo palio e fate che solo sia uno quello che l'abbia», scriveva nelle sue lettere Santa Caterina da Siena. Un appello che oggi potrebbe essere lanciato anche al Tesoro, azionista di controllo del Monte dei paschi che, terminata la partita elettorale, deve riaccendere i motori verso l'uscita dal capitale di Rocca Salimbeni entro il 2021 come chiesto dalle autorità europee tre anni fa in cambio del via libera alla ricapitalizzazione precauzionale della banca. Il decreto che dovrebbe avviare la privatizzazione di Siena ancora non si vede, sospeso in un limbo di bollini tra ministeri e Consiglio dei ministri.

Nel frattempo l'esito del voto è destinato ad aumentare lo scontro tra il Pd e i grillini, che auspicano l'intervento della bad bank controllata dal Mef per lasciare il Monte nelle mani dello Stato e farlo diventare il polo aggregato di crediti deteriorati. In una nota il sottosegretario al Tesoro, Alessio Villarosa, ieri ha ribadito che l'obiettivo del M5s è quello di «valorizzare la partecipazione dello Stato e ridurre ogni potenziale perdita». Ma i tempi della Bce non sono quelli della politica e anche Bankitalia ha già messo una pietra sopra alla banca pubblica invocata dai 5 stelle. Non solo.

A interessarsi del dossier per conto di Roberto Gualtieri (che ha dribblato il tema Mps per tutta la campagna elettorale) finora è stato il sottosegretario al ministero dell'Economia, Pier Paolo Baretta, che ha appena perso la sfida al Comune di Venezia dove è stato riconfermato sindaco Luigi Brugnaro. Più che il mossiere, dunque, Gualtieri pare uno dei fantini fermi al canape in attesa delle indicazioni dalla politica, dalle autorità di Vigilanza e anche dal mercato. Perché davanti a Rocca Salimbeni non c'è la fila per comprarsi la banca, né nelle stanze di Via XX Settembre. Mps non è un boccone leggero da digerire soprattutto se il suo destino andrà intrecciato con la nascita di un terzo polo del credito alternativo a Intesa-Ubi e a Unicredit.

Proprio quest' ultima è protagonista di forti rumors rilanciati dall'agenzia Bloomberg (lunedì sera) e ieri da Repubblica: fonti anonime sostengono che il governo Conte avrebbe avviato consultazioni con i vertici della banca guidata da Jean Pierre Mustier per sondare la possibilità che possa rilevare la quota in mano al Tesoro. Secondo i rumors, Unicredit avrebbe però posto condizioni all'acquisto simili a quelle ricevute da Intesa all'epoca dell`acquisizione delle banche venete, ovvero un contributo cash tale da rendere l'acquisizione neutrale sul capitale e tale da coprire i rischi legali.Da Piazza Gae Aulenti arriva, come da prassi, un secco no comment.

Ma Mustier ripete da mesi in maniera categorica di non essere interessato a fusioni o acquisizioni. L'operazione Intesa-Ubi potrebbe aver imposto un cambio di prospettiva, ma l'ipotesi pare alquanto improbabile, al netto dei sondaggi di Palazzo Chigi. E soprattutto non piace al mercato. A Piazza Affari il titolo Mps ieri ha segnato un +3,8%, mentre Unicredit ha ceduto l'1,8%. Assumendo che l'acquisizione possa richiedere 2 miliardi di costi di integrazione, gli analisti di Equita stimano che «per essere neutrale a livello patrimoniale» serva un aumento «di circa 4 miliardi».

E questo «senza considerare la copertura dei rischi legali», che ammontano a circa 10 miliardi e sui quali sono stati montati accantonamenti per circa 600 milioni. Gli 1,5 miliardi già stanziati dal Mef sono ritenuti sufficienti per procedere con lo spin off dei crediti deteriorati ad Amco (il cosiddetto piano Hydra) ma «potrebbero risultare non sufficienti per rendere ancora più appetibile la banca - anche ipotizzando un intervento da parte di Unicredit.

L'operazione, quindi, appare «più come un desiderata del governo» che come un processo guidato da Mustier, affermano gli esperti di Goldman Sachs che ritengono «difficile che Unicredit possa essere coinvolta solo per spirito di servizio». Intanto, le indiscrezioni ieri hanno scaldato l'audizione dell'ad di Mps, Guido Bastianini, davanti alla commissione Banche presieduta da Carla Ruocco (M5s) . «Se il ministero dell'Economia, che è l'attuale azionista di riferimento, decide se e quando vendere la banca, questo fa parte di una trattativa in cui evidentemente il management ragionevolmente non è coinvolto. Non ho idea di come escano certi articoli sui giornali», ha detto Bastianini.

In merito alla richiesta danni da 3,8 miliardi di euro della Fondazione Mps «la riteniamo una causa su cui abbiamo ottimi argomenti per contrastare le loro richieste», ha aggiunto l'ad. Ricordando anche che la banca ha cominciato a lavorare da settembre a una revisione del piano industriale.

MONTE DEI PACCHI DI SIENA - SILEONI DELLA FABI VUOLE CHE IL TESORO CHIEDA LA PROROGA A BRUXELLES DI UN ANNO PER L'USCITA DELLO STATO DAL CAPITALE E CHIAMA IN CAUSA IL NEOGOVERNATORE DELLA TOSCANA: "GIANI HA DETTO PUBBLICAMENTE CHE DEVE PROSEGUIRE L'AZIONE PUBBLICA"

(ANSA) - "E' opportuno e auspicabile che il governo italiano chieda alle autorita' europee, sia all'Unione europea sia alla Commissione di vigilanza della Bce, la proroga di un anno del termine per l'uscita dello Stato dall'azionariato del Monte dei Paschi di Siena, dal 2021 al 2022, affinche' si possano valutare o costruire soluzioni non penalizzanti per il territorio, per i lavoratori e per la banca".

Lo afferma il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, a proposito della vendita delle quote di Mps detenute dal Tesoro. "Una decisione in tal senso - osserva Sileoni - sarebbe in linea, peraltro, con quanto dichiarato pubblicamente dal neopresidente della regione Toscana, Eugenio Giani, favorevole a continuare l'azione pubblica.

I grandi gruppi bancari, peraltro, difficilmente potranno interessarsi all'acquisto del Montepaschi sia perche' hanno obiettivi diversi sia perche' stanno portando avanti altre strategie. Qualunque soluzione che implichi un taglio del personale irresponsabile e socialmente insostenibile vedrebbe contrario il movimento sindacale.

Consideriamo la soluzione 'pubblica' quanto mai opportuna, in quanto limiterebbe ogni tipo di danno permettendo alla banca di programmare seriamente il prossimo futuro". Secondo il segretario generale della Fabi "l'amministratore delegato Guido Bastianini, professionista serio e preparato, deve essere messo nelle condizioni di operare senza 'pistole puntate alla tempia' da parte di ambienti che rincorrono soltanto interessi di parte e non della collettivita'. In ogni caso, qualunque sia la decisione, non tollereremo alcun tipo di macelleria sociale e contrasteremo ogni iniziativa che possa ripercuotersi sulle lavoratrici e i lavoratori dell'istituto", conclude Sileoni.

Altro tema complesso e' quello della Juventus per cui offro agli azionisti di costituirsi parte civile nel prossimo processo Mocciola+altri , oltre ad invitare a votare no nella prossima assemblea del 15.10.20 perche' :l'aspetto sportivo è affascinante («Il decimo scudetto è una vetta da scalare e non un dato scontato»), ma la lettera agli azionisti della Juventus scritta dal presidente Andrea Agnelli è prima di tutto un documento che trasmette la drammaticità del momento che sta attraversando il calcio, messo a dura prova dalla pandemia e dai suoi effetti sui conti economici. «La nostra posizione finanziaria, a causa dei continui investimenti per garantire quella competitività sportiva necessaria per accedere ai maggiori flussi di ricavo è elemento di forte attenzione - sottolinea il numero uno bianconero -. La messa in sicurezza è stata dalla scorsa primavera una nostra priorità e lo sarà nel prossimo futuro».

L'indebitamento finanziario netto della Juve al 30 giugno era di 385 milioni. E sul mercato la società, che ha avuto a libro paga Allegri per un anno e ha ancora due anni di contratto da pagare a Sarri, ne trae le conseguenze come dimostra l'operazione Morata: coniugare risultati e sicurezza dei conti è una sfida sempre più complessa. Anche perché la crisi dovuta al Covid mette in discussione la crescita dell'intera industria calcio.

Agnelli, presidente anche dell'Eca, l'associazione dei club europei, si sofferma sulla «asimmetria di un sistema che pone il rischio imprenditoriale sui club, i quali sostengono tutti i costi del sistema, ma assegna ad altri soggetti una parte rilevante del controllo e, quindi, della generazione degli introiti». Il problema è la questione dei diritti tv, principale fonte di ricavo, che però «è l'unica voce che non cresce a doppia cifra», sottolinea Agnelli. Sul tavolo quindi si pone la questione della governance «che gli effetti della pandemia stanno mettendo a durissima prova, minacciando la sopravvivenza dei club». O si cambia o si rischia grosso: «Il mondo è già cambiato. E la Juventus saprà stare al passo».

(ANSA) "Nelle mie funzioni di legale ho messo in contatto Luis Suarez con l'Universita' per stranieri di Perugia". L'avvocato Maria Turco spiega, con una lunga dichiarazione all'ANSA, il senso del suo coinvolgimento nell'inchiesta aperta ieri dalla procura della citta' umbra.

"Preciso - dichiara tra l'altro l'avvocato - che le mie parole captate con intercettazioni telefoniche sono riportate fuori contesto e in maniera incompleta: ho infatti espresso chiaramente la richiesta che la procedura avvenisse 'in presenza' e senza alcun tipo di trattamento di riguardo rispetto a qualsiasi altro candidato".

(ANSA) Era la prima volta che l'avvocato Maria Turco, dello studio Chiappero, seguiva una vicenda collegata alla certificazione di conoscenza della lingua italiana, requisito necessario per l'ottenimento della cittadinanza italiana.

Quel riferimento "ad altri calciatori" è quindi da interpretare "come un bagaglio di conoscenza procedurale da utilizzare per casi futuri, solamente laddove ce ne fosse la necessità. Nessun accordo dunque. Nessuna trattativa. Semplicemente una presa d'atto". Lo precisa all'ANSA lo stesso avvocato Turco.

Ci sarebbe anche il reato di concorso in corruzione nelle accuse contestate alla rettrice dell’Università per stranieri di Perugia nell’ambito dell’inchiesta penale sul famoso "esame farsa" (espressione usata nell’ordinanza di autorizzazione delle perquisizioni di ieri dal procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone) di Luis Suarez.

Nell’avviso di garanzia, riferisce l’Ansa, alla rettrice Giuliana Grego Bolli si citano infatti gli articoli 110 e 319 e proprio quest’ultimo descrive l’ipotesi di reato del concorso in corruzione, punendo chiunque "riceva denaro o altra utilità o ne accetti la promessa per compiere un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio". Nell’avviso non si farebbe riferimento a un fatto specifico, ma nel mirino della procura di Perugia ci sarebbe l’organizzazione della sessione straordinaria "ad hoc" per Suarez sulla base di motivazioni ritenute inconsistenti.

INTERMEDIARI

Nell’ordinanza erano finora contestati i reati di "falsità ideologica" e di "rivelazione di segreto di ufficio", ma gli inquirenti hanno evidentemente allargato lo spettro dell’indagine fino alla possibile corruzione. Fra gli argomenti da approfondire il ruolo di alcuni potenziali "tramiti" o "intermediari". Si sta accertando anche il percorso di inizio della vicenda, nato per iniziativa della Juve per cominciare le pratiche per il passaporto di Suarez, nelle settimane scorse obiettivo di mercato del club.

Ma il tenente colonnello Selvaggio Sarri aveva ieri escluso pressioni indebite della società nei confronti del personale universitario incaricato di gestire l’esame per acquisire il livello b1 di conoscenza della lingua italiana, propedeutico al conseguimento della cittadinanza. La rettrice è stata interrogata ieri dai pm negando ogni addebito e spiegando che le procedure sono state organizzate con correttezza e trasparenza.

Da https://www.calcionapoli1926.it/

 

Federico Ruffo di Report commenta così, sul noto social network, il caso Suarez: “L’avvocato Turco al centro delle intercettazioni sul caso Suarez ,è la stessa che tentava di farsi consegnare in ospedale telefono l’auto dell’ultras Bucci appena morto nel mezzo dell’inchiesta Alto Piemonte.Lo avevamo raccontato con report rai 3“.

 

MARIA TURCO MARIA TURCO

1. LA BOMBASTICA PUNTATA DI “REPORT” INFILA LA TELECAMERA NELLE INFILTRAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA NELLA CURVA DELLA JUVENTUS E NELLA MISTERIOSA MORTE DI RAFFAELLO BUCCI

2. MEJO DI UNA SPY STORY: IL BUCO NELLE INTERCETTAZIONI DEL TELEFONINO DI BUCCI CHE ERA SOTTO CONTROLLO DA DUE ANNI, I CONTATTI CON UN UOMO DEI SERVIZI SEGRETI A CUI DAVA INFORMAZIONI SULL’EVERSIONE DI DESTRA E SUI CALABRESI, GLI OGGETTI SPARITI E RIAPPARSI

3. L’ATTIVITA’ FRENETICA DEI DIRIGENTI JUVENTUS CON RICORDI TARDIVI. E POI: A CHE TITOLO L’AVVOCATO TURCO, DELLO STUDIO CHIUSANO, HA CHIESTO GLI OGGETTI PERSONALI E IL TELEFONO DOPO LA MORTE DI BUCCI? I METODI DI RICICLAGGIO CON LOTTO E GRATTA & VINCI, LAPO ELKANN CHE CHIEDE IL SOSTEGNO DELLE CURVE PER DIVENTARE PRESIDENTE DELLA JUVE, GLI INCONTRI DEL BOSS DOMINELLO IN QUESTURA – L'OK DELLA JUVENTUS AGLI INFAMI STRISCIONI SU SUPERGA - IL TESTO INTEGRALE DELLA PUNTATA

 

https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bombastica-puntata-ldquo-report-rdquo-infila-telecamera-186088.htm

Un vecchio vizio, tutto italiano, quello degli esami comprati all'università. Una scorciatoia che, negli anni, ha fatto gola a tanti. Chi per arrivare prima all'agognato traguardo, chi per superare quel fondamentale impossibile da passare senza sudare sette camicie, chi semplicemente perché non aveva voglia di faticare.

Requisiti: un certo pelo sullo stomaco e soldi da spendere. Perché ritrovarsi un esame sul libretto universitario senza averlo sostenuto può costare anche 3-4mila euro. Dipende dalla facoltà, dall'ateneo, dagli impiegati o dai professori di turno disposti a fare carte false per «aiutare» gli studenti in cambio di denaro.

Spesso sono state scoperte vere e proprie associazioni a delinquere, con illustri personaggi coinvolti. Decine e decine di inchieste, prevalentemente al centro sud, finite con scandali, condanne e lauree ridotte a carta straccia a distanza di anni.

Una delle ultime inchieste, chiusa di recente dalla Procura di Firenze, ha travolto la Link Campus, l'università romana fucina di molti dirigenti del Movimento Cinque Stelle. Ben 71 indagati e una sfilza di falsi per aver alterato i verbali di esame. I docenti avrebbero in certe occasioni consegnato le domande dei test in anticipo agli studenti, consentendogli anche di copiare le risposte dal web. Nella rete sono finiti anche molti poliziotti in servizio alla questura di Firenze, che si sarebbero iscritti alla Link tramite il Siulp.

Nel giugno del 2019 si è conclusa con 13 condanne l'inchiesta che ha travolto le facoltà di Economia, Architettura e Ingegneria dell'Università di Palermo. Bastava pagare, in contanti, e anche a rate volendo, per ritrovarsi con un bel voto sul libretto senza essersi mai seduti di fronte al professore.

Ci pensavano i due impiegati a manomettere il sistema informatico dell'ateneo. Bastava avvicinarli e mettere mano al portafogli. Stessa storia di addetti alla segreteria che falsificavano i verbali d'esame anche all'università di Catanzaro: se in questo caso la prescrizione nel 2018 ha salvato in extremis la maggior parte degli ottanta imputati, le lauree sospette sono state tutte revocate e 72 neo-laureati si sono ritrovati senza alcuna qualifica.

Nel febbraio del 2019 le Iene, curiosando tra le carte di un dossier anonimo, avevano tirato fuori una storia che coinvolge due manager pubblici del calibro del presidente del Coni Giovanni Malagò e dell'ex numero uno dell'Inps Antonio Mastrapasqua. Anche loro inciampati in vecchie vicende di esami che risultavano fatti e superati presso l'università La Sapienza di Roma, grazie a bidelli pronti a falsificare le firme dei professori.
Malagò ha sempre negato ogni accusa, ma dopo aver ottenuto la prescrizione e l'annullamento della laurea perché tre esami non furono ritenuti validi, si iscrisse all'università di Siena e si laureò lì.
Anche i futuri legali, che si nutrono di leggi e codici, non si tirano indietro se c'è da prendere una scorciatoia. Si bara anche all'esame di avvocato, come nel 2017 a Napoli: 4mila euro per superare le tre prove, con tutto il materiale necessario per svolgere gli elaborati consegnato in anticipo da due impiegati del ministero.

Analoga truffa Bari, per la quale 11 persone sono state condannate e cancellata l'abilitazione di sei aspiranti togati. A Bari nel 2006 venne scoperta addirittura una vera e propria compravendita di esami nella Facoltà di Economia, con tanto di passaggio di soldi colto in flagrante.

Martedì una grande esplosione ha scosso un villaggio nel sud del Libano, i media locali che hanno riferito che era avvenuta in una casa appartenente a Hezbollah.

Una fonte della sicurezza ha detto a Reuters che un deposito di armi appartenente al movimento armato sciita era esploso a causa di un errore tecnico. L’emittente libanese Al-Jadeed ha detto che il movimento sciita ha imposto un cordone di sicurezza intorno al sito. Un certo numero di persone sono rimaste ferite nell’esplosione ad Ain Qana, hanno detto i residenti locali ai media libanesi.

Un testimone in un villaggio vicino ha detto a Reuters di aver sentito il terreno tremare, mentre la circolazione di videoclip online mostrava nuvole di fumo scuro che si alzavano dalla zona. La National News Agency ha riferito che l’esplosione ha coinciso con una serie di sorvoli da parte di aerei da combattimento e droni israeliani.

Le immagini della nuvola di fumo che circolano sui social e sulle emittenti televisive rischiano di provocare ansia a molti libanesi, che si stanno ancora riprendendo da un’esplosione nel porto di Beirut che ha devastato le zone circostanti nel mese di agosto.

Non ci sono state dichiarazioni immediate da parte di Hezbollah. Tuttavia, una fonte anonima dell’organizzazione ha detto al quotidiano Annahar che le armi erano rimaste dal conflitto del 2006 con Israele.

L’esplosione suscita nuove preoccupazioni in Libano, una nazione alle prese con la sua peggiore crisi dalla guerra civile 1975-1990 e ancora scossa dall’esplosione del 4 agosto che ha ucciso almeno 190 persone e ne ha ferite migliaia.

 
https://youtu.be/k4Ef10kWQ2E

Un boato e poi una grossa colonna di fumo nero. Una nuova grande esplosione è avvenuta ieri pomeriggio nel villaggio di Ain Qana, nel sud del Libano. Ha provocato un incendio e un denso fumo nero. Secondo i primi elementi, l'esplosione è avvenuta in un edificio di proprietà di Hezbollah, ma non è ancora chiaro se fosse un magazzino di armi o l'abitazione di un quadro del partito. Una fonte all'interno dei servizi di sicurezza ha precisato che un deposito di armi appartenenti a Hezbollah è stato distrutto dall'esplosione a seguito di un errore tecnico.

«La terra ha tremato e poi abbiamo sentito una forte esplosione. All'inizio pensavo si trattasse di un raid israeliano», ha detto Mahmoud, un abitante del posto. «Ma poi ci siamo resi conto che era in una casa ai margini del villaggio e abbiamo sentito le ambulanze». Quattro sono le vittime secondo fonti e testimoni locali. Hezbollah è la forza politica dominante nel sud del Libano e mantiene un potente braccio militare che ha più di 100 mila razzi.

Un portavoce di Hezbollah ha riferito però che l'esplosione è avvenuta in un centro di sminamento collegato al gruppo sciita in cui erano immagazzinate munizioni inesplose di una precedente guerra con Israele. Il portavoce ha anche confermato che l'esplosione è stata causata da un errore tecnico, ma ha negato che ci siano state vittime. Secondo fonti locali invece diversi sono i feriti, ma non si hanno numeri precisi.

L'esplosione è avvenuta in una zona residenziale, una ventina di abitazioni sono state danneggiate e diverse auto distrutte. I residenti nella zona in preda al panico sono stati evacuati e sono corsi nella direzione opposta al fumo, mentre altri sono rimasti increduli a guardare. I membri di Hezbollah hanno isolato il luogo dell'esplosione e hanno impedito ai giornalisti di avvicinarsi all'area.

Secondo l'Agenzia nazionale libanese, dalla mattina fino al momento dell'esplosione erano stati notati intensi sorvoli israeliani, con aerei da guerra e droni-spia, nelle zone di Iklim al-Touffah e Nabatiye, vicino a dove è avvenuta l'esplosione. Il botto è stato sentito fino alla città di Saida, a circa trenta chilometri di distanza.

Ma ieri è stata una giornata travagliata anche per altri motivi. Al mattino, un piccolo incendio è divampato nel perimetro del porto di Tripoli nel nord del Libano. E un altro è avvenuto nel pomeriggio in un magazzino di pitture nel distretto di Ouzai, nella periferia sud di Beirut, senza fare feriti. Questa ennesima esplosione arriva in un momento difficile e preoccupante per il Libano. Il Paese è ancora traumatizzato dalla doppia esplosione del 4 agosto, che ha dilaniato il porto di Beirut, e ha ucciso più di 190 persone e ferito 6.500. Quel fatidico 4 agosto, l'incendio è scoppiato in un hangar del porto di Beirut dove erano immagazzinate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, custodite senza alcuna misura di sicurezza. Il 10 settembre è scoppiato un nuovo incendio nello stesso porto, che ha provocato un forte fumo tossico che ha ricoperto la città e causato un tremendo panico tra i beirutini ancora traumatizzati dal disastro di agosto. Quello di ieri è l'ennesimo incidente, Beirut e il Libano sono stremati e davanti ad una grande prova di coraggio e resistenza.

Mentre in Usa: nei primi mesi della pandemia, mentre Bob Woodward scopriva che Donald Trump minimizzava sul Covid pur sapendo quanto fosse grave (ma lo rivelò nel suo libro solo 6 mesi dopo), un giovane del clan Kennedy aveva tentato di denunciare la gestione della crisi da parte della Casa Bianca, essendosi trovato a operare - incredibilmente - al suo interno. La «talpa» è Max Kennedy jr, 26 anni, nipote di Robert F. Kennedy, che ora lo rivela in un'intervista al New Yorker. Com' è finito un Kennedy alla Casa Bianca di Trump?

Si è arruolato come volontario non pagato della task force anti-Covid di Jared Kushner, il genero del presidente. La pandemia gli impediva di fare il test d'ingresso alla facoltà di Legge. Pur essendo fedele al partito democratico, considerava la lotta al virus un'impresa «apolitica». Il suo riconoscibile nome non ha fatto evidentemente suonare campanelli d'allarme. Ha firmato un accordo di non divulgazione, ma la «pericolosa incompetenza» cui ha assistito lo ha turbato fino a spingerlo ad aprile, dopo un paio di settimane, ad inviare al Congresso una denuncia anonima e poi a dimettersi.
«Non riuscivo più a dormire. Se vedi qualcosa che è potenzialmente illegale e può causare la perdita di migliaia di vite, devi parlare». Il team di Kushner aveva il compito di fornire materiale per la protezione dal virus, come mascherine e guanti, agli operatori nei focolai dell'emergenza sanitaria. I volontari erano troppo pochi - racconta Kennedy - e tutti ventenni provenienti dal mondo della finanza, privi di esperienza alcuna su questioni sanitarie e di burocrazia federale. Lavoravano con i propri computer e i propri indirizzi di posta elettronica. Kennedy crede che affidarsi a dilettanti fosse anche una tattica della Casa Bianca per diffondere «fatti alternativi».

Brad Smith, uno dei responsabili della task force, avrebbe chiesto proprio a lui di creare un modello «meno severo» di quello diffuso dagli esperti, che prevedesse al massimo 100 mila morti da Covid negli Stati Uniti (ad oggi sono 200mila). I volontari dovevano dare priorità alle richieste degli amici di Trump, come Jeanine Pirro, presentatrice di Fox , che dirigeva le mascherine verso ospedali di sua scelta, mentre gli Stati venivano abbandonati a se stessi.

Gli fu detto che era «un'idea dello stesso Trump, genio del marketing, per far sì che fossero incolpati gli Stati alla fine». La task force fallì nell'inviare il materiale protettivo dov' era necessario - è l'accusa di Kennedy -, così medici e infermieri furono costretti a indossare sacchi della spazzatura e a riciclare mascherine già usate.

 

Cordiali saluti.

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.23.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestage

 

La Cina ha dei comportamenti  fuori di ogni rispetto della libertà di pensiero quindi sta annullando ogni possibile dialogo con l'occidente :
 
https://youtu.be/rN4E6ueSRyw

Da www.huffingtonpost.it

“La Cina ha infettato il mondo, dobbiamo ritenerli responsabili di aver scatenato questa piaga nel mondo”. È il duro attacco con cui Donald Trump ha aperto il suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu. Un intervento registrato alla Casa Bianca e durato molto meno dei 15 minuti riservati da ogni leader nel corso del dibattito generale. Il suo discorso è stato quasi completamente incentrato sulla Cina.

“Nei primi giorni del virus, la Cina bloccò i voli interni, mentre permetteva ai voli di lasciare la Cina ed infettare il mondo” sono le parole del presidente Usa, che spesso ha utilizzato la parola “virus cinese” per parlare del Covid 19.“Il Governo cinese e l’Organizzazione mondiale per la Sanità, che è virtualmente controllata dalla Cina, dichiararono in modo falso che non vi erano prove delle trasmissione da uomo ad uomo”, prosegue il discorso di Trump che, come tutti i leader internazionali, ha inviato un video messaggio. “In seguito hanno detto, sempre in modo falso, che le persone senza sintomi non avrebbero diffuso la malattia”.

Sempre via messaggio registrato, parla anche Xi Jinping, che quindi non replica direttamente a Donald Trump, mentre è l’ambasciatrice di Pechino alle Nazioni Unite a “respingere con forza le accuse senza fondamento”. “La pandemia va affrontata insieme, uniti, e seguendo la scienza” ha detto Xi, “ogni tentativo di politicizzare o stigmatizzare la pandemia deve essere respinto”. Il presidente cinese ha ribadito il ruolo “di guida dell’Oms” e assicurato “il contributo di due miliardi di dollari contro la pandemia”.

È così caduto immediatamente nel vuoto l’appello lanciato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che aveva chiesto di evitare a ogni costo una “nuova Guerra Fredda” tra Usa e Cina. “Ci muoviamo in una direzione molto pericolosa”, ha detto Guterres, in riferimento ai rapporti tra “le due maggiori economie mondiali. Il nostro mondo non può permettersi un futuro nel quale le due maggiori economie spaccano il globo in una grande frattura”, ha detto Guterres. “La divisione tecnologica ed economica rischia inevitabilmente di trasformarsi in una divisione geostrategica e militare e dobbiamo evitarlo a tutti i costi”, ha aggiunto il segretario generale dell’Onu nel suo intervento.

“Non vogliamo guerre fredde nè calde con nessun Paese” ha dichiarato il presidente cinese, Xi Jinping, nel suo intervento. “La Cina continuerà ad essere un elemento che forgia la pace nel mondo, contribuisce allo sviluppo globale e sostiene l’ordine internazionale”.

 

https://youtu.be/TPA9Vcc9r8c

1 – TRUMP ALL'ONU CONTRO LA CINA: "HA INFETTATO IL MONDO, DOBBIAMO RITENERLI RESPONSABILI DELLA PANDEMIA"

https://m.dagospia.com/trump-attack-la-cina-ha-infettato-il-mondo-dobbiamo-ritenerli-responsabili-della-pandemia-247759



2 – CINA, INSULTA XI JINPING: "PAGLIACCIO". MILIARDARIO ROVINATO E CONDANNATO A 18 ANNI DI CARCERE

Da www.liberoquotidiano.it

“Non c’è più davanti a noi un imperatore nudo ma un pagliaccio che, oltre a essere nudo, si crede imperatore”: Ren Zhiqiang ha sfidato apertamente con queste parole il presidente Xi Jinping per il modo in cui ha gestito l’emergenza coronavirus, soprattutto nelle prime fasi in cui si è tentato maldestramente di nascondere la vera entità del disastro in Cina.


Zhiqiang è il figlio di un grande immobiliarista statale e fa parte della cosiddetta “nobilità rossa” che sostiene il partito, eppure è una voce fuori dal coro che si è fatta conoscere come “il cannoniere”.

Solo che l’ultimo colpo contro Xi gli è costato carissimo: prima è stato sospeso per “pensieri anticomunisti” e poi è stato messo sotto inchiesta. E guarda caso sono spuntate accuse pesantissime quali corruzione, concussione e appropriazione indebita: la pena da scontare è di 18 anni in carcere, più una multa da 4,2 milioni di Yuan (oltre mezzo milione di euro). Ovviamente Zhiqiang ha fatto perdere le tracce prima che potesse essere arrestato: il tribunale popolare di Pechino lo ha ritenuto colpevole di aver accettato tangenti per 150mila euro e aver sottratto circa 6,5 milioni.

3 – XI JINPING: NO AI TENTATIVI DI POLITICIZZARE LA PANDEMIA

Da www.rainews.it

La Cina respinge le accuse del presidente Usa, Donald Trump, sul coronavirus "cinese" che "ha infettato il mondo": "Sono totalmente infondate", replica l'ambasciatore di Pechino all'Onu, introducendo l'intervento registrato del presidente cinese Xi Jinping.

Xi: no ai tentativi di politicizzare il coronavirus

"La pandemia va affrontata insieme, uniti, e seguendo la scienza. Ogni tentativo di politicizzare o stigmatizzare la pandemia deve essere respinto", dice il presidente cinese Xi Jinping all'assemblea generale dell'Onu, in un video pre-registrato.

Oms dovrebbe avere un ruolo guida contro la pandemia

Il mondo dovrebbe dare all'Oms un ruolo guida nella risposta internazionale per sconfiggere la pandemia, ha poi detto il presidente cinese. I vaccini cinesi saranno bene pubblico globale I vaccini sviluppati dalla Cina sono nella fase tre dei test clinici e saranno resi disponibili come bene pubblico globale, ha assicurato Xi all'Assemblea generale dell'Onu, aggiungendo che i vaccini saranno forniti ai Paesi in via di sviluppo su base prioritaria.

Non vogliamo guerre fredde né calde con nessun Paese

"Non vogliamo guerre fredde né calde con nessun Paese", sottolinea il leader di Pechino. "La Cina continuerà ad essere un elemento che forgia la pace nel mondo, contribuisce allo sviluppo globale e sostiene l'ordine internazionale".

"Dobbiamo unirci per sostenere i valori della pace, dello sviluppo, dell'equità, della giustizia, della democrazia e della libertà, condivisi da tutti noi, e costruire un nuovo tipo di comunità di relazioni internazionali con un futuro condiviso per l'umanità. Insieme, possiamo rendere il mondo un posto migliore".

Continueremo a risolvere dispute con dialogo

"Continueremo ad allentare le divergenze e a risolvere le controversie attraverso dialoghi e negoziati. Non perseguiremo lo sviluppo a porte chiuse", dice ancora Xi Jinping nel suo intervento.

L'esempio cinese sta dilagando :

In USA dove i riflettori sono puntati sul destino di TikTok (il divieto di download è slittato al 27 settembre, Trump appoggia l’accordo con Oracle, ma dalla Cina soffia un vento contrario e i nodi di controllo, proprietà e sicurezza non sono ancora sciolti), Facebook annuncia la possibile adozione di misure straordinarie negli Stati Uniti.

Le parole sono di Nick Clegg, vice presidente degli affari globali e della comunicazione di Menlo Park, al Financial Times e fanno rumore: se le elezioni presidenziali di novembre dovessero precipitare nel caos o si dovessero verificare violenti disordini civili, Facebook adotterà misure eccezionali per «limitare la circolazione dei contenuti». Parole che fanno rumore anche perché a pronunciarle è un ex vice premier britannico, Clegg, appunto, che ipotizza scenari da guerra civile per gli Stati Uniti a cavallo del voto.


Il timore è duplice: che la piattaforma veicoli notizie false sul voto distribuite da attori nazionali — Trump compreso, nello scenario definito «miraggio rosso» in cui il voto postale già bollato come fraudolento dal presidente Usa ribalti il risultato — o internazionali e che fomenti episodi di violenza. L’ipotesi che accada non viene considerata remota: il Ft scrive che il colosso californiano si è organizzato per circa 70 diversi scenari potenziali.

Clegg non ha dato ulteriori dettagli, ma ha fatto riferimento ai precedenti «in altre parti del mondo». In Myanmar o Sri Lanka, per esempio, dove Facebook ha limitato la diffusione di contenuti condivisi da profili che avevano violato più volte le regole o ha frenato post che erano sì sensazionalistici ma non violavano del tutto le regole della piattaforma. Le decisioni verranno prese dagli alti dirigenti del social network, compreso Clegg e i numeri uno e due, Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg. Coinvolgendo gli utenti e il mercato americano hanno un potenziale dirompente.

In Russia la scadenza del termine di trenta giorni, previsto dall'ordinamento russo, per l'apertura di un'inchiesta sul suo avvelenamento in Siberia, avvenuto il 20 agosto, probabilmente tramite una bottiglietta d'acqua in albergo a Tomsk invece che con un tè nell'aeroporto della città. Contro l'avvocato e avversario del presidente Putin si è messa anche la Corte Suprema, che ha sancito lo scioglimento di «Russia del Futuro», avallando una richiesta del ministero della Giustizia di Mosca.

Sarebbe la nona volta in otto anni, dal 2012, che a Navalny viene impedita la registrazione di un partito, per errori di elaborazione dei documenti oppure perché il nome sarebbe già stato usato. Eppure stavolta qualcosa potrebbe essere andato storto per i nemici dell'avvocato anti-corruzione. Il partito sciolto non sarebbe quello che Navalny tenta di registrare da anni ma un movimento registrato con lo stesso nome.

Perciò la portavoce di Navalny, Kyra Yarmysh, non esita a definire chi si è appropriato di «Russia del Futuro» come «un gruppo di truffatori che hanno semplicemente rubato il nostro nome» e l'avvocato Ivan Zhdanov spiega che a questo punto l'oppositore non ripresenterà la richiesta per registrare «Russia del Futuro» La decisione della Corte Suprema appare comunque come un altro atto simbolico ai danni del leader anti-corruzione, che pure sembra non essere destinato a fermare la sua battaglia politica, specie adesso che il suo caso, con il governo tedesco che ha confermato «prove inequivocabili» dell'avvelenamento, ha smosso la comunità internazionale.

Pericò da Berlino, dove è curato dal personale sanitario della Charité e protetto dalle autorità tedesche, Navalny apre un altro capitolo di scontro con Mosca. Chiede alle autorità russe di restituirgli gli abiti che indossava il 20 agosto, giorno in cui si è sentito male in volo in Siberia, costretto poi a un atterraggio di emergenza a Omsk, prima di essere imbarcato su un volo per la Germania due giorni dopo.

Definisce quei vestiti «parte cruciale delle prove» sull'avvelenamento con agente nervino Novichok e spiega che la sostanza è stata trovata «dentro e sul» suo corpo, quindi i vestiti che gli sono stati tolti dopo il collasso in Russia sono «una prova materiale molto importante». «Chiedo che siano attentamente impacchettati in una busta di plastica e mi siano restituiti», scrive.

Lo fa pochi giorni dopo il racconto-filmato dei suoi colleghi attivisti del Fondo Anticorruzione, che dopo la notizia dell'avvelenamento di Navalny sono corsi nell'albergo di Tomsk in cui il dissidente alloggiava per raccogliere, con guanti di lattice e riprese video, elementi potenzialmente utili per un'indagine, comprese quelle bottigliette d'acqua su cui gli scienziati tedeschi hanno poi trovato tracce di Novichock.
D'altra parte, l'avvocato anticorruzione è uscito dal coma due settimane fa e in un post su Instagram domenica ha raccontato che «la strada verso la guarigione è chiara, anche se non vicina», di fare ancora «fatica a parlare», «le gambe restano tremanti», «che il telefono nelle mie mani è inutile come un sasso e versarsi un bicchiere d'acqua si trasforma in una vera e propria impresa».
Ma la mente resta lucida, più lucida che mai. E Navalny non esita a criticare le autorità per non aver lanciato un'indagine penale sull'avvelenamento: «Non c'è alcuna inchiesta penale in Russia, c'è un'indagine preliminare sull'ospedalizzazione. È come se io non fossi entrato in coma su un aereo, ma avessi inciampato dentro un supermercato e mi fossi rotto una gamba». Mosca continua a sostenere che i medici russi non abbiano trovato sostanze tossiche nell'organismo dell'oppositore e denuncia un complotto internazionale per imporle nuove sanzioni. Il Parlamento europeo ha chiesto l'apertura immediata di un'inchiesta internazionale

Mentre Beppe Grillo ormai ha perso la bussola:

Attacco critico di Massimo Bugani, ex socio di Rousseau e attuale capo staff del sindaco di Roma Virginia Raggi, nei confronti dei vertici del M5S dopo la sconfitta dei Cinque Stelle alle Regionali. Bugani, considerato tra i più influenti rappresentanti della ortodossia grillina, molto legato a Beppe Grillo e consigliere comunale a Bologna con il M5S, fino all’agosto 2019 è stato vicecapo della segreteria di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, e la sua voce, dentro il mondo pentastellato, è considerata di peso.

Ora in un post su Facebook, dopo aver descritto il risultato del referendum come «un successo degli italiani e non certo dei partiti», ritenendo che il Movimento «ha avuto il merito di intercettare questa onda e di portare alcune importanti riforme dentro alle istituzioni», Bugani ha affrontato il voto amministrativo. Il quadro descritto è impietoso.

Pur senza nominarlo, il dito è puntato contro l’ex capo politico Luigi Di Maio: «Non sfugge allo stesso tempo il tracollo del M5S in ogni tornata elettorale, dalle europee del 2019 ad oggi, con gravi responsabilità in capo a chi da allora non ha mai voluto avviare un momento di riflessione interna, non ha avuto il coraggio di convocare stati generali, non ha minimamente gestito le precedenti regionali in Calabria e in Emilia lasciando i gruppi allo sbando, non ha mai preso alcuna posizione per costruire progetti seri nei territori, ed ha poi deciso di dimettersi non certo dopo aver preso atto del fallimento, ma solo per lasciare una palla avvelenata in mano al suo successore, il quale per forza di cose era un traghettatore ma non aveva la legittimazione per prendere decisioni importanti».

«Inizia oggi una nuova stagione»

«Un movimento che in due anni ha perso praticamente 8mln di voti rispetto a quegli 11mln del famoso 33% del 2018 non ha purtroppo assolutamente nessun motivo per esultare oggi. Vedere i selfini gaudenti mentre i nostri candidati di queste regionali sono stati mandati alla carneficina mi dispiace e mi addolora. In regioni dove avevamo il 45% abbiamo il 10%, in regioni dove avevamo il 15 abbiamo il 3%», rimarca ancora l’ex membro dell’Associazione Rousseau.

«Per chi ha lucidità, realismo, voglia e forza, inizia oggi una nuova stagione, un nuovo capitolo tutto da scrivere in cui c’è da costruire insieme ad altri qualcosa di serio e credibile. Non può essere la paura che vinca questa destra imbarazzante l’unico appiglio elettorale. Può funzionare una o due volte, come ieri, ma poi i cittadini hanno bisogno di credere in un progetto, di emozionarsi, di vedere che qualcosa si muove per un fine diverso e più alto dalla semplice salvaguardia della propria poltrona. Altrimenti, se si continua così, si fa la fine di Narciso».

«M5S capitolo definitivamente chiuso»

«Quindici anni fa nacque un’onda di popolo che voleva moralizzare la politica e riportarla a misura d’uomo», ha aggiunto Bugani, «lontana dagli infiniti privilegi di allora. Il M5S ha avuto il merito di intercettare questa onda e di portare alcune importanti riforme dentro alle istituzioni, un lungo percorso che si conclude con questa ultima tappa del taglio dei parlamentari. Oggi si chiude definitivamente un capitolo, un’era, una stagione politica». Chiedendo infine «un grande applauso a Beppe e Gianroberto, a noi e a tutti gli attivisti di Italia che sono diventati protagonisti di questi 15 anni di politica».

Anche Gianni Agnelli ha sbagliato la sua successione con Jaky infatti : Nikola, la startup di veicoli elettrici che ha recentemente collaborato con General Motors, ha comunicato che il suo fondatore Trevor Milton si è dimesso dalla carica di executive chairman con effetto immediato.

Il titolo quotato al Nasdaq accusa il colpo e crolla fino a -20% nel listino americano. negativo anche Cnh, che attraverso Iveco detiene una partecipazione del 7% nella società americana dei camion.

Milton, il volto pubblico dell’azienda che ha fondato nel 2014, è stato sostituito dal membro del consiglio Stephen Girsky, il cui titolo sarà chairman. La scossa al vertica arriva meno di due settimane dopo che la società con sede a Phoenix si è trovata nel mirino di uno scettico short seller che ha emesso un rapporto estremamente critico e le cui affermazioni sono oggetto di indagini da parte della US Securities and Exchange Commission e, secondo quanto riferito, del Dipartimento di giustizia.

«Nikola è davvero nel mio sangue e lo sarà sempre, e l'attenzione dovrebbe essere concentrata sull'azienda e sulla sua missione che cambia il mondo, non su di me», ha sostenuto Milton nella dichiarazione. «Così ho preso la difficile decisione di rivolvermi al consiglio di amministrazione e farmi da parte».

La collaborazione con General Motors

La società ha affrontato un periodo turbolento all'indomani di un rally azionario di breve durata a seguito della decisione a sorpresa di GM all'inizio di questo mese di prendere una quota di $ 2 miliardi in Nikola e produrre il suo nuovo pick-up.

La casa automobilistica con sede a Detroit ha ottenuto una posizione azionaria dell'11% senza contanti nella sua partner più piccola nel tentativo di aumentare e accelerare i propri sforzi di elettrificazione dei veicoli. Girsky, 58 anni, è un ex vicepresidente di GM che ha contribuito a far uscire la casa automobilistica dalla bancarotta.

Il rally dopo la quotazione

Le azioni di Nikola sono aumentate vertiginosamente da quando la società è stata quotata in borsa il 4 giugno in una fusione inversa con la società VectoIQ. A un certo punto, sono salite così in alto che il valore di mercato della startup ha superato quello di Ford.

Dopo il terzo giorno di negoziazioni, la quota di Milton - che possiede il 35% della società, in base alle dichiarazioni normative - valeva 9 miliardi di dollari. Il suo patrimonio netto è ora valutato 4 miliardi.
Il titolo è crollato dopo che lo short seller Hindenburg Research ha messo in dubbio la validità delle affermazioni di Nikola sulla sua tecnologia di veicoli elettrici, accusando l’azienda di essere «una frode intricata costruita su dozzine di bugie». Ciò ha attirato l'attenzione dei regolatori finanziari. Milton ha definito il rapporto di Hindenburg un «hit job» in un tweet: un attacco premeditato alla reputazione. Ha promesso in un successivo tweet di fornire una risposta dettagliata a ciò che ha detto essere «false affermazioni unilaterali». Ha anche pubblicato video su Instagram, tra cui uno carico di imprecazioni, respingendo le accuse di Hindenburg.

Mentre Nikola ha ufficialmente ribattuto il 14 settembre, alcune delle risposte della società sono state più contro argomentazioni che confutazioni.

Le accuse di Hindenburg non sono le prime. A giugno, Bloomberg aveva riferito che Milton aveva esagerato le capacità del camion di debutto dell'azienda, Nikola One, presumibilmente un veicolo a celle a combustibile mai prodotto o introdotto sul mercato. L'azienda ha negato di aver rilasciato dichiarazioni fuorvianti.

L’uso dei social network
Milton, come Elon Musk, ceo di Tesla, ha fatto affidamento sui social media per promuovere la sua azienda. A febbraio, ha introdotto il camion Badger tramite un tweet, definendolo «il pickup elettrico e a idrogeno più avanzato, progettato per abbattere il Ford Raptor». L'8 giugno ha twittato che Nikola avrebbe iniziato a prendere le prenotazioni di Badger più avanti nel mese per «il più forte camion a emissioni zero». I potenziali acquirenti hanno pagato depositi fino a 5.000 dollari, senza nemmeno vedere un prototipo di un veicolo che non sarà in vendita fino al 2022.

Gli investitori a volte hanno faticato a tenere il passo dei messaggi di Milton, soprattutto considerando l'elenco in evoluzione dei progetti che Nikola sta portando avanti: grandi impianti elettrici a batteria in Europa, semilavorati alimentati a celle a combustibile negli Stati Uniti, il pick-up elettrico che sarà costruito da GM, vaghe proposte per entrare nel mercato delle auto sportive ad alte prestazioni.
Nikola ha un accordo di co-sviluppo con la tedesca Robert Bosch del 2017 per sviluppare componenti chiave come celle a combustibile, motori e batterie. Prevede di costruire un semirimorchio elettrico a batteria con Iveco di CNH Industrial NV in uno stabilimento di Ulm, in Germania, entro la fine del prossimo anno. Per il 2023 è previsto un semirimorchio a celle a combustibile che sarà costruito nello stabilimento di Nikola a Coolidge, in Arizona. GM fornirà le celle a combustibile e le batterie.

Ed io ho sbagliato a chiedere a Jaky che suo cugino Andrea diventasse presidente della Juve:

“La Juventus ha organizzato l'esame, al momento non è indagata. Indagine nata per caso dalle intercettazioni”. In diretta a Radio Punto Nuovo, è intervenuto Selvaggio Sarri, colonnello della Guardia di Finanza che coordina le indagini sul caso Suarez: “L’indagine è nata per caso, come la maggior parte di queste.

Siamo partiti, a febbraio 2020, a fare accertamenti sull'Università per Stranieri di Perugia per attività poco trasparenti. Ci siamo trovati in questa situazione in cui è stato chiesto, da parte di una squadra di Serie A, di far svolgere l’esame a Suarez.

La Juventus era intenzionata a tesserare il giocatore e l’Università era disponibile nel far sostenere l’esame. I problemi sono sorti quando ci siamo trovati di fronte ad una persona che non aveva alcuna conoscenza dell’italiano. Formalmente è stato conseguito con un livello di conoscenza intermedio, ma abbiamo scoperto fosse tutto predeterminato. Non c’è stata alcuna pressione esterna, è stata iniziativa di chi lavora all'Università di Perugia che si sono lasciati ammaliare da un personaggio del genere".

"La Juventus non è indagata, attualmente, ma vediamo cosa emergerà. Cosa rischiano gli esaminatori e Suarez? Il giocatore non rischia nulla. Questo tipo di reato viene imputato solo ai pubblici ufficiali: reato di rivelazione del segreto d’ufficio e, successivamente, nel momento del verbale falso, si ha la falsità ideologica di pubblici ufficiali in atti pubblici. A prescindere dal caso concreto, è l’indole dell’uomo che fa trasgredire le regole. Purtroppo ci sono delle regole che vanno rispettate per garantire l’uguaglianza di tutti, ahimè sono stati sfortunati ad aver compiuto questi atti mentre stavamo indagando su di loro. Parente di Sarri? Se lo fossi, sarei sui campi di calcio e non dietro una scrivania (ride, ndr)".

L’esame di Suarez? L’università per Stranieri di Perugia si difende, e sottolinea «la correttezza e la trasparenza delle procedure seguite. L’Ateneo «confida che ciò emergerà con chiarezza al termine delle verifiche in corso». Ma le intercettazioni che hanno portato al blitz di oggi nascono da lontano: l’ateneo è nel mirino delle Fiamme Gialle da tempo.

Risalgono a giugno dello scorso anno le notizie sugli ammanchi nelle casse dell’università per stranieri di Perugia, che a settembre aveva già subito un sequestro amministrativo con la Guardia di Finanza impegnata a verificare la presenza dei dipendenti negli uffici e il lavoro svolto.

Nel mirino tre milioni e passa di euro che mancavano alle casse dell’università, e che hanno portato i revisori dei conti a non dare la loro approvazione al bilancio 2018-2019, lo scorso 6 settembre, con parole di biasimo nei confronti dell’amministrazione: «Il Collegio rileva che l’operazione di quantificazione dell’ammanco è avvenuta senza che l’amministrazione abbia preventivamente intrapreso le percorribili azioni di recupero dell’asserito credito - riscontrato già dal mese di aprile 2019 - nei confronti degli studenti limitandosi a richiedere agli stessi il saldo delle somme che residuano. Tale condotta integra ipotesi autonoma di danno erariale».

L’attuale amministrazione ha sempre parlato di «irregolarità» commesse dalla gestione precedente: la rettrice Giuliana Grego Bolli e il direttore generale Simone Olivieri, che ora sono indagati per la vicenda Suarez, hanno convocato una conferenza stampa a gennaio 2020 per spiegare la «gestione lacunosa e omissiva» della precedente amministrazione. Nel marzo 2019, raccontano, era stato scoperto che le entrate per tasse d’iscrizione erano inferiori al 2017 benché il numero degli studenti dei corsi Marco Polo Turandot fosse uguale. A quel punto era partita un’indagine interna che aveva fatto emergere «una situazione amministrativa grave e pesantemente confusa».

In più era venuto fuori che nel 2015 erano state firmate dall’Ateneo due convenzioni con un’Agenzia cinese, «delle quali la precedente governance non si era neppure accorta», che garantivano sconti «eccezionalmente elevati» (fra il 37 e il 39%). I tre milioni di «buco» sarebbero quelli che l’agenzia cinese avrebbe dovuto versare per le quote d’iscrizione degli studenti.

Nell’impossibilità di recuperare i crediti, l’ateneo li ha svalutati al 100% nell’attuale bilancio e intanto ha informato della vicenda, con un esposto, la Procura della Repubblica e quella della Corte dei conti. A chi aveva fatto notare alla rettrice che lei all’epoca era prorettrice, e poteva quindi segnalare la situazione irregolare, Grego Bolli rispondeva così: «Da noi il prorettore non partecipa neppure agli organismi e ha un ruolo di sostituto. Non sono mai stata messa al corrente della gestione amministrativa e non ho mai chiesto nulla».

Ma c’è altro: nonostante un calo di iscrizioni evidente, e una fuga degli studenti stranieri verso l’ateneo di Siena, l’università ha assunto sei professori ordinari nell’ultimo anno. I revisori hanno invitato alla prudenza, perché, pur rispettando le assunzioni i limiti del ministero, c’è il rischio di nuovi ammanchi contabili: ogni ordinario costa all’incirca 100 mila euro.

E intanto le immatricolazioni degli studenti ai corsi 2019-2020, al 31 dicembre scorso, sono state 494, 79 in meno rispetto all’anno prima. Gli iscritti complessivamente erano 1.080, il 10,8% in meno. E pure gli studenti cinesi erano passati da un media di 6-700 all’anno a poco meno di 250.

COSÌ SI È SVOLTO L'ESAME

Grego Bolli si era difesa anche su questo aspetto, parlando di pensionamenti (cinque) in arrivo da compensare, e spiegando che le assunzioni erano state assolutamente regolari, «quattro concorsi aperti a italiani e stranieri, all’insegna della massima competizione», come scrive Umbria 24.Infine, sono stati messi al setaccio anche i dipendenti, per una verifica su eventuali assenteismi sospetti.

Non è emersa alcuna contestazione, e la rettrice si è vantata di un «ateneo sano, dalle grandi potenzialità e dalle ottime competenze». Ma ormai l’università era stata messa sotto la lente di ingrandimento. E ora l’inchiesta della procura umbra chiama in causa proprio il rettore Giuliana Bolli Grego e il direttore generale dell’ateneo Simone Olivieri, oltre alla professoressa Stefania Spina e all’esaminatore Lorenzo Rocca, per reato di rivelazione del segreto d’ufficio.

«NON SPICCICA UNA PAROLA, MA DEVE PASSARE»

Per la procura di Perugia, avrebbero anticipato i contenuti della prova di esame orale di cinque giorni fa, «all’esito della quale veniva rilasciata in favore del calciatore del Barcellona l’attestazione della conoscenza della lingua italiana al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza della lingue (QCER) necessario per il conseguimento della cittadinanza italiana, al fine di procurargli i vantaggi patrimoniali connessi all’accesso alla procedura per la concessione della cittadinanza comunitaria».

Altro mio errore :

1 – BORIS JOHNSON IN UMBRIA, IL PRESIDENTE DI SASE: "ERRORE NEL COMUNICATO, INTENDEVAMO BLAIR"

Da https://corrieredellumbria.corr.it/

Secondo un'agenzia battuta lunedì pomeriggio, il presidente di Sase, avrebbe smentito categoricamente ad alcuni media inglesi che il premier britannico Boris Johnson abbia messo piede su suolo umbro negli ultimi giorni.

Anche la GM , come molte altre aziende e le banche , stanno per essere distrutte dai suoi strapagati manager che useranno danaro pubblco per ripianare le perdite.

«Trasferimenti bancari sospetti» per cifre enormi: più di duemila miliardi di dollari. Fiumi di denaro sporco, incanalati da società offshore, fiduciari-prestanome e banche compiacenti, che hanno arricchito oligarchi russi amici di Putin, uomini di Trump, evasori europei, dittatori africani e asiatici, politici sudamericani, trafficanti di droga e armi, criminali di ogni risma. Con tesori nascosti nei paradisi fiscali, che ora portano anche in Italia. Mentre in tutto il mondo gli Stati nazionali perdono tasse e hanno sempre meno soldi per finanziare ospedali, scuole e servizi essenziali per i cittadini.

Fincen Files è il nome in codice di una grande inchiesta giornalistica internazionale sulle centrali mondiali del riciclaggio di denaro sporco, che l'Espresso pubblica a partire da oggi in esclusiva per l'Italia. Si fonda su documenti riservati del Tesoro americano, ottenuti da BuzzFeed News e condivisi con il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij): oltre 2.100 rapporti elaborati dal Fincen (Financial crimes enforcement network), l’agenzia anti-riciclaggio degli Stati Uniti, dal 2000 al 2017.

In codice si parla di Sar (Suspicious activity report): segnalazioni di attività sospette. In sedici mesi di lavoro, oltre 400 giornalisti di 88 nazioni hanno potuto analizzare bonifici sospetti per un totale di ben 2.099 miliardi di dollari. Un troncone dell'inchiesta riguarda Danske Bank, la banca danese al centro di uno scandalo di riciclaggio da oltre 200 miliardi di euro: qui è l'Espresso ad aver procurato i documenti al consorzio.

Le cifre complessive dei Fincen Files sono impressionanti: solo Deutsche Bank ha gestito operazioni di sospetto riciclaggio per circa 1.300 miliardi di dollari. La banca tedesca è al primo posto per numero di segnalazioni, che riguardano soprattutto il decennio d'oro della finanza offshore, quando il colosso era guidato dallo svizzero Josef Ackermann, licenziato nel 2012 dopo svariati scandali.
A seguire, nella classifica dei Fincen Files, compaiono Jp Morgan Chase (514 miliardi), Standard Chartered (166 miliardi), Bank of New York Mellon (64 miliardi) e decine di altri istituti con cifre minori. Nelle carte spuntano anche conti bancari italiani, che interessano soprattutto orafi di Arezzo, imprese petrolifere liguri e aziende lombarde di materiali ferrosi.

Nei Fincen Files più delicati compaiono tutti i miliardari russi più vicini al presidente Vladimir Putin, come Arkady, Igor e Boris Rotenberg, collegati a operazioni di sospetto riciclaggio per miliardi di dollari, che loro smentiscono. Le carte americane mostrano che una parte di questi soldi è finita in Italia, per comprare ville da favola e alberghi di lusso. Ma altri bonifici milionari, finora sconosciuti, hanno beneficiato personaggi legati a Donald Trump, come Michal Flynn, l'ex ministro che si è dimesso per il Russiagate, Paul Manafort, primo stratega della campagna elettorale del 2016, poi condannato per frode fiscale, e altri uomini del presidente. Tutte le persone menzionate negli articoli sono state informate in anticipo di quanto emerso e hanno avuto diritto di replica.

Tra centinaia di affari scottanti, diverse storie interessano l'Italia. Come la scoperta di un tesoro nascosto nei paradisi fiscali dall'ex banchiere kazako Mukhtar Ablyazov, il marito di Alma Shalabayeva: la signora, presentata come moglie di «un dissidente», «perseguitato politico» dal corrotto regime asiatico, nel 2013 riuscì a far annullare la sua espulsione dall'Italia, che aveva scatenato un'ondata di polemiche contro la polizia italiana, l'allora ministro Angelino Alfano, l'Eni che lavora in Kazakhstan, l'intero governo presieduto da Enrico Letta.

Ora i Fincen Files documentano che Ablyazov, già condannato in Kazakhstan per aver svuotato le casse della banca Bta, ma di fatto libero e rifugiato a Parigi, ha trasferito più di 600 milioni di dollari all'estero, utilizzando società offshore mai dichiarate. Decine di questi milioni sono stati reinvestiti negli Stati Uniti, attraverso un uomo d'affari americano che ha lavorato per decenni con Trump in grandi operazioni immobiliari. Venti giorni fa il consorzio ha inviato una lunga lista di domande a tutti gli interessati: da Ablyazov e da sua figlia Madina, per ora, nessuna risposta.
I Fincen Files descrivono trasferimenti segreti di denaro che coinvolgono tutto il mondo e spesso rivelano verità inconfessabili. Traffici di armi da guerra tra Russia, Israele e Azerbaijan. Fedelissimi del presidente turco Erdogan che riciclano miliardi di dollari a favore dell'Iran. Politici ucraini che svuotano le casse di società minerarie statali, mentre i minatori muoiono a decine per crolli provocati da attrezzature fatiscenti. Droghe chimiche che fanno strage di giovani in Europa e Stati Uniti, mentre narcotrafficanti e spacciatori spostano soldi nei paradisi fiscali con un clic sul telefonino.

Al centro dell'inchiesta c'è soprattutto il ruolo delle grandi banche internazionali. Ai quesiti aperti dall'inchiesta giornalistica, tutte rispondono di aver sempre rispettato sempre la legge. Anzi, precisano che sono proprio i loro organi di controllo a denunciare al Fincen i casi di riciclaggio. I documenti del Tesoro però illuminano anche il lato oscuro del sistema finanziario. Banche che lanciano l'allarme sui bonifici più anomali, ma non li fermano. O si svegliano con anni di ritardo, quando scoppia uno scandalo e i tesori sono ormai spariti. E colossi bancari costretti a risarcire centinaia di milioni, o miliardi, dopo aver ammesso di riciclato per anni soldi sporchi di mafiosi, terroristi, evasori e criminali di ogni tipo. Il riciclaggio di denaro sporco, secondo gli esperti consultati dal consorzio, potrà essere frenato solo mettendo al bando in tutto il mondo le cosiddette offshore: società di comodo che non pagano le tasse e permettono ai titolari di restare anonimi.

BANCHE OMBRA RICICLAGGIO SU HSBC E STANDARD CHARTARED
(ANSA) - L'ombra del riciclaggio torna a scuotere il settore bancario e in particolare quello della City con Hsbc e Standard Chartered, entrambe quotate ad Hong Kong che sono finite a minimi da 25 anni sulle indiscrezioni di un coinvolgimento per oltre vent''anni, in operazioni con fondi illeciti.

A innescare il tutto un indagine dell'International Consortium of Investigative Journalists, la stessa rete di giornalisti che rivelò i Panama Papers e che ha citato documenti ufficiali, secondo cui in particolare Hsbc "ha tratto profitti da fondi illeciti negli ultimi due decenni". Sulla base dei documenti trapelati ottenuti da BuzzFeed News in alcuni casi le banche, riporta Bloomberg continuavano a spostare fondi illeciti nonostante l'avvertimento da parte dei funzionari statunitensi. I documenti hanno identificato più di 2000 miliardi di dollari di transazioni tra il 1999 e il 2017.

Le forti multe ad Hsbc e Standard Chartered nel 2012 hanno aiutato stimolare le segnalazioni di attività sospette, spiega il rapporto dell'International Consortium of Investigative Journalists. Deutsche Bank, ad esempio ha rivelato 1,3 miliardi di dollari di soldi sospetti.

Barclays è tra gli altri istituti ad aver segnalato attività sospette "Cerchiamo di lavorare attivamente con le forze dell'ordine su aree prioritarie e, nei casi a rischio più elevato, abbiamo limitato o abbandonato i clienti", sottolinea Standard Chartered in merito alle indiscrezione riportate dai media legate a segnalazioni di attività sospette depositate presso la U.S Financial Crimes Enforcement Network.

"Presentiamo le segnalazioni quando le circostanze lo giustificano e ciò significa che i nostri sistemi di controllo e monitoraggio funzionano come previsto", aggiunge la banca indicando che "l'invio di una comunicazione di attività sospette non significa che ci sia stata un'attività criminale".

"La realtà è che ci saranno sempre tentativi di riciclare il denaro e di eludere le sanzioni e la responsabilità delle banche è quella di costruire programmi di screening e di monitoraggio efficaci per proteggere il sistema finanziario globale" aggiunge Standard Chartered.

L'istituto ha quasi 2.000 dipendenti in tutto il mondo che si dedicano alla prevenzione, all'individuazione e alla segnalazione di transazioni sospette. Lo scorso anno ha monitorato più di 1,2 miliardi transazioni per potenziali attività sospette. A pesare su Hsbc c'è anche il rischio che il governo cinese inserisca a la banca nella sua lista di "entità inaffidabili". Secondo il cinese Global Times questo esporrebbe Hsbc a sanzioni fino a includere il divieto di investire in Cina. Ad irritare Pechino sarebbe stata la partecipazione della banca all'indagine americana su Huawei.

BORSA: GIÙ HSBC E STANDARD CHARTERED SU SOSPETTI ILLECITI
(ANSA) - Forte calo in Borsa per Hsbc (-4,8%) e Standard Chartered (-5,1%) a Londra, dopo la pubblicazione da parte dell'International Consortium of Investigative Journalists, lo stesso che rivelò i Panama Paper, di documenti del Financial Crimes Enforcement Network del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (FinCen) su transazioni sospette di denaro di società con sede in paradisi fiscali. Il sospetto sarebbe quello del riciclaggio e le due banche. Nell'elenco , secondo quanto si apprende, non risultano coinvolti istituti di credito italiani. A catena lo scossone colpisce tutto il settore bancario che cede in Borsa.

SCANDALO DA 2.000 MILIARDI DOLLARI. NON CI SONO ISTITUTI ITALIANI

(di Marcella Merlo) (ANSA) - L'ombra riciclaggio investe le grandi banche globali. Un' inchiesta dell'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) , lo stesso che fece deflagrare lo scandalo dei paradisi fiscali noto come Panama Papers, ha portato alla luce del sole, in collaborazione con BuzzFeed News, 2.100 segnalazioni di attività sospette alle autorità statunitensi effettuate tra il 1999 e il 2017: si tratta di circa 2.000 miliardi di dollari in transazioni segnalate come possibile riciclaggio di denaro o altre attività criminali.

La marea di documenti coinvolge in 170 paesi i peggiori soggetti, da gruppo criminali a narcotrafficanti, da oligarchi a organizzazioni terroristiche. A essere coinvolte, per maggior numero di operazioni, sono i colossi del credito Deutsche Bank , Bank of New York Mellon, Standard Chartered, Jp Morgan e Hsbc e non manca seppur con importi più ridotti la francese Socgen mentre per valore delle attività è la banca tedesca a guadagnare il non invidiabile primato per l'ammontare di soldi sospetti. Nella lista delle banche, presenti in tutto il mondo, non compaiono istituti italiani.

Ma questo non ha evitato che le vendite, partite dalla borsa di Hong Kong dove Hsbc ha perso il 5,2% per poi soffrire anche a Londra (-5,3%) si siano estesi su tutti i titoli bancari, compresi quelli quotati a Piazza Affari come Unicredit (-6,1%). Dai documenti sulle attività sospette depositate dalle stesse banche internazionali, molte della quali americane, alla divisione Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) del Dipartimento del Tesoro Usa, è emerso che in alcuni casi i gruppi bancari hanno continuato a spostare fondi illeciti nonostante le dure sanzioni comminate dagli Stati Uniti.

Tra questi ci sono Hsbc, Standard Chartered (-6,1% alla Borsa di Hong Kong, -5,8% a Londra) e Bank of New York Mellon. Per quanto riguarda Hsbc in particolare il crollo sulla piazza asiatica è legato anche al rischio che il governo cinese stia per inserire la banca nella lista di 'entità inaffidabili' col rischio di sanzioni fino a includere il divieto di investire in Cina e il divieto al suo personale di entrare nel paese.

"Cerchiamo di lavorare attivamente con le forze dell'ordine su aree prioritarie e, nei casi a rischio più elevato, abbiamo limitato o abbandonato i clienti", sottolinea invece Standard Chartered in merito alle indiscrezione riportate dai media legate a segnalazioni di attività sospette depositate presso la U.S Financial Crimes Enforcement Network. In Europa, dove alla fine l'indice Eutostoxx delle banche ha lasciato sul terreno il 5,4%, in un lunedi' nero per i listini legato all'espandersi del covid e dei lockdown estesi ad ampie zone dei Paesi, a partire dalla Francia, la peggiore è stata proprio la Socgen (-7,7%) nella piazza finanziaria di Parigi.

Ma la chiusura in profondo rosso è per tutte le principali Borse europee. La peggiore è stata Francoforte (-4,37%) a 12.542 punti, seguita da Parigi (-3,74%) a 4.792 punti, Madrid (-3,43%) a 6.692 punti e Londra (-3,38%) a 5.804 punti. A risollevare il morale degli investitori non è bastato neanche l'intervento della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde all'Assemblea parlamentare franco-tedesca. Le vendite hanno piegato nel corso della seduta, per poi farsi meno pesanti, anche Ing (-2,8%) dopo che un quotidiano polacco ha scritto di centinaia di milioni di dollari di denaro russo e ucraino riciclati attraverso Ing Bank Slaski e trasferiti in paradisi fiscali come Cipro almeno fino al 2016.

Intanto il debito del PC e suoi eredi dobbiamo pagarlo noi:

IL PIANO DI MUSTIER - PER RISPONDERE AL COLPO DI INTESA SU UBI, IL FRANCESE, NONOSTANTE LE SMENTITE, SOGNA DI CREARE UNA SUPER AGGREGAZIONE CON UNICREDIT, BPM, MPS E UN ISTITUTO ESTERO - SE NON DOVESSE RIUSCIRCI, POTREBBE ANCHE DIMETTERSI (DAGOSPIA DELL’11 AGOSTO 2020)

https://www.dagospia.com/rubrica-4/business/piano-mustier-rispondere-colpo-intesa-ubi-francese-244383.htm

UNICREDIT METTE LE CONDIZIONI PER PRENDERE IL MONTE DEI PASCHI

Andrea Greco per “la Repubblica”

Superato lo scoglio di referendum ed elezioni regionali il governo prova a stringere sulla riprivatizzazione del Monte dei Paschi, che ha come scadenza ideale il primo dicembre, data entro cui la Bce chiede di ricapitalizzare per circa un miliardo la banca senese a fronte della cessione di crediti deteriorati per 8,1 miliardi ad Amco.

Il Tesoro, primo azionista con il 68,5% del Monte, sarebbe tornato giorni fa alla carica con Unicredit, come ipotetico compratore già sondato verso luglio. Tuttavia, come allora, l' ad Jean Pierre Mustier avrebbe chiesto, per sedersi al tavolo negoziale, una cornice finanziaria di «assoluta neutralità» circa l' impatto sul capitale di Unicredit.

Secondo tre diverse fonti, ciò si declinerebbe in una contropartita in contanti per assorbire lo sbilancio dovuto all' acquisizione dell' attivo Mps (pari a 141 miliardi nei conti semestrali), oltre che i rischi legali della banca, che ha richieste danni per totali 10 miliardi.

Nell' estate 2017 Intesa Sanpaolo ebbe 4,98 miliardi di euro dal Tesoro di allora per accettare di intestarsi buona parte delle attività (ma solo quelle "in bonis") di Popolare di Vicenza e Veneto banca, oltre ai loro dipendenti.

Unicredit ha dato ieri un no comment, ribadendo la linea per cui «non è interessata ad acquisizioni ». Il tempo per vendere la banca senese, ottemperando al contempo alle richieste di Francoforte per consentire l' ennesima pulizia di bilancio da 8 miliardi, è poco.

Il Tesoro ha già preparato il Dpcm ad hoc (ancora alla firma di Palazzo Chigi), e nel "decreto Agosto" ha stanziato 1,5 miliardi per una possibile, nuova iniezione di fondi nella banca in difficoltà.

Pure, questi soldi potrebbero non bastare a rendere Mps appetibile per potenziali compratori: la coperta è corta. Per un "ristoro" al 10% delle richieste danni - per le banche venete fu il 15% - ci vorrebbe un miliardo, e sull' operazione Hydra (scissione di crediti a favore di Amco) il buco da colmare è di 1,1 miliardi.

Di queste somme, in teoria, un 31,5% dovrebbe spettare agli azionisti di minoranza: ma gli investitori istituzionali non sono quasi più nel capitale del Monte, mentre i piccoli risparmiatori locali non è detto che vogliano fare la loro parte.

Eppure la Bce ha chiesto che siano rispettati gli equilibri nell' azionariato, anche per non violare le regole sugli aiuti di Stato. Per questi motivi Mediobanca, consulente di Mps per conto del Tesoro, è al lavoro in questi giorni per mitigare le distanze: con Unicredit ma con qualunque altro potenziale compratore.

Il secondo nome nell' agenda è Banco Bpm: banca italiana, forte nel Nord del Paese e desiderosa di fare acquisizioni per non finire mangiata a sua volta (l' esempio di Ubi con Intesa Sanpaolo è fin troppo vivido).

Finora non risulta che il Tesoro abbia contattato i vertici di Banco Bpm, ma la chiamata potrebbe essere dietro l' angolo. Qualche risvolto del concitato autunno bancario italiano potrebbe emergere nelle prossime audizioni, con cui la politica cerca di piazzare i suoi paletti. Oggi la Commissione d' inchiesta sulle banche ospiterà Guido Bastianini, ad da maggio.

Si dice che la Bicamerale presieduta da Carla Ruocco (M5s) interrogherà il manager anche sull' operazione Hydra, sui vari procedimenti giudiziari e arbitrali in corso e su come la banca intenda farvi fronte, e far fronte all' esposizione agli 83 miliardi di finanziamenti che in questi mesi vedono peggiorare la loro solvibilità, come per tutto il settore.

Mercoledì, poi, Bastianini sarà audito al Copasir, la Commissione parlamentare sui servizi segreti che nei mesi del lockdown aveva convocato i vertici delle maggiori aziende italiane per capire se ci fossero rischi di scalate straniere. Nella stessa giornata sfilerà davanti all' organismo presieduto da Raffaele Volpi della Lega anche, vedi il caso, l' ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna.

Mentre gli Usa non si sono mai fidati dei politici italiani:

No, non veniva dalla Germania post nazista portando la sua conoscenza in fatto di missili e razzi: si nascondeva semmai tra i sogni bacati di qualche complottardo nostalgico, magari entusiasta di Trujillo, Colui che avrebbe fatto saltare il Mondo con i suoi abitanti. L’infernale archipendio chiamato Macchina di Fine di Mondo non sarebbe scattato per via di un tre stelle convinto che i comunisti gli avvelenassero l’acqua minerale. Sarebbe bastato molto meno: un oscuro paio di stellette o poco più, forse nascosto in qualche caserma periferica o in qualche ufficio al ministero della Difesa in Via XX Settembre.

Quando John Fitzgerald Kennedy lo lesse in un rapporto segreto, alla vigilia della tremenda figuraccia della Baia dei Porci, dovette prendere una sofferta decisione. Fu così che grazie al Dottor Stranamore nascosto in Italia cambiò tutto, nella Guerra Fredda: la dottrina nucleare, i rapporti tra Usa ed Urss, persino gli equilibri interni della Nato. Straordinaria potenza di un uomo mai esistito oppure, se esistito, somigliante molto meno al Generale McArthur che non, piuttosto, al Colonnello Buttiglione, lo stralunato ufficiale dell'Esercito italiano creato da Mario Marenco come caricatura del mondo militare. E'quanto emerge da nuovi documenti dei National Archives statunitensi.

Della Baia dei Porci si è detto, ma da sola la circostanza non rende il quadro generale. In quel momento infatti Kennedy si trova chiuso tra le pressioni dei repubblicani del Congresso, che lo accusano di essere “soft on communism”, ed un Nikita Krusciov che lo considera e lo tratta da ragazzino viziato. La Nato è in crisi: il Generale De Gaulle non solo medita l’abbandono della struttura militare dell’Alleanza, che arriverà anni dopo, ma si è messo a finanziare gli autonomisti francofoni del Quebec.

L’America Latina ribolle tra voglie castriste e caudilli sanguinari. In Europa l’entusiasmo per il nuovo inquilino della Casa Bianca è forte, ma vai a sapere se durerà e se, soprattutto, sarà possibile reggere alle spallate dei bolscevichi: quando Khrusciov parla di coesistenza pacifica non si sa mai se intenda coesistere per sempre da buoni vicini oppure lasciare che l’Urss ricarichi le pile per tornare all’attacco.


Infine l’Italia: chiede di poter mettere bocca sull’impiego dei missili nucleari americani presenti sul suo territorio. Ce ne sono, di missili dispiegati in tutta Europa, ben 4.000. La maggior parte in Germania Ovest, certo, ma l’altro paese geograficamente adatto a fare da rampa di lancio in caso di attacco nucleare è la Penisola, e la cosa è stata opportunamente valutata nel destinare vettori e testate. L’Italia: si apra a questo punto una parentesi.

LA CADUTA DI TAMBRONI

Premessa essenziale per comprendere questa storia, che ci giunge oggi grazie al lavoro del National Security Archive della George Washington University, accademia tra le migliori della Capitale americana: siamo nel febbraio del 1961. Nel 1961 l’Italia incubava un cambiamento politico gravido di conseguenze: finiva il centrismo, era in gestazione il centrosinistra. Con un passaggio traumatico: il Governo Tambroni, frutto di una mai più ripetuta intesa della Dc con un Msi all’epoca dichiaratamente neofascista. Scontri di piazza, morti e feriti. Tambroni messo da parte, al suo posto Amintore Fanfani.

La cosa, si vedrà, ha la sua importanza nel lungo periodo. Nell’immediato basti dire che a pretendere il diritto di parola sull’uso dei missili dislocati tra Aviano e Sigonella è proprio lui. Del resto si tratta di un discepolo di Giorgio La Pira, sindaco (che sant’uomo, ma che tormento) di Firenze che si diverte in quegli anni ad andare a Mosca a interloquire con Krusciov – in compagnia dell’altro suo allievo Vittorio Citterich – infischiandosene di quel che si dice di lui sul Potomac.

In sintesi: JfK, mentre medita sui complicati equilibri internazionali, osserva John John che gli salta sulle ginocchia in mezzo allo Studio Ovale, ma non sa esattamente che pesci prendere. Da ultimo arriva un avvertimento, a firma di una sottocommissione del Congresso (quella unificata per gli Affari Europei): esistono “questioni imbarazzanti riguardanti l’attenuarsi degli standard di custodia e controllo da parte americana delle armi nucleari, soprattutto in quelle destinate ai bombardieri”. Proprio come nel film di Kubrik, che però uscirà solo nel 1964.

UN DOTTOR STRANAMORE ANTE LITTERAM

Ma il romanzo da cui è tratto, “Red Alert” di Peter George, è in piena circolazione dal 1958, e chissà chi ha suggerito la trama all’Autore. Comunque sia, c’è poco da scherzare, tanto più che il rapporto segreto sottolinea che “i missili nucleari Jupiter sono dislocati in paesi politicamente instabili”. Ora, i Jupiter sono finiti, per l’esattezza, in due capisaldi del fianco sud della Nato. Il primo à la Turchia, il secondo l’Italia. La Turchia, in quel periodo, tira avanti tra un golpe militare e l’altro.

Si dirà: In Turchia è così, ma in Italia no. Giusto, ma anche sbagliato: perché questi sono gli anni in cui è in gestazione non solo il centrosinistra, ma anche la reazione a quella che viene considerata da qualcuno un incredibile cedimento alle sinistre, interne ed internazionali. Anni in cui il tintinnar di sciabole si ode sui marciapiedi di Roma, di generali con il monocolo e reduci della X Mas. Cresce così la preoccupazione americana: i ricordi della Seconda Guerra Mondiale sono ben vivi.

In particolare lo sono alla luce di un terzo passaggio del rapporto, quello in cui si cita esplicitamente l’eventualità di uno “psicolabile” che ne approfitti per “usare le armi in modo non autorizzato”. Più esplicitamente: “si impossessi di un’arma nucleare e la spari”. Un Generale Ripper, insomma, ma anche quello che Tognazzi sarà anni dopo in un film di Monicelli: “Vogliamo i colonnelli”. L’onorevole Tritorni, eletto nella circoscrizione di Querceta-Castiglioncello-Vada, è qualcuno che fa veramente paura agli uomini più potenti della Terra. Dategli in mano non una bomba per far saltare la Madonnina del Duomo di Milano, ma La Bomba, e vedrete che botto.

Difficile che Kennedy conoscesse l’onorevole Tritoni, ma ugualmente convocò lo Stato Maggiore Unificato. Pone domande, il Presidente, ma non ottiene risposte esaurienti. Di lì a poco il disastro della spedizione contro Castro aprirà un solco tra politici e militari che non si richiuderà nemmeno ai tempi del Vietnam. Inizia così un intricato scambio di telegrammi, note, avvertimenti tra e all’interno delle cancellerie di mezzo mondo, in cui gli Usa un po’ si impongono, un po’ subiscono, alla fine devono trovare la quadra.

Però la soluzione non arriva, si fa aspettare, si allontana e si avvicina come una Fata Morgana ed intanto a Vienna Kennedy viene pubblicamente umiliato da Krusciov, in Sudamerica l’Alleanza per il Progresso langue ed in Europa quel revanscista di De Gaulle si rifiuta di parlare persino inglese in pubblico: Il Continente siamo Noi. E Fanfani? Fanfani tiene duro: o decidiamo anche noi sull’impiego delle armi, o nisba. Il monello è abituato a tenere a bada le correnti democristiane, figuriamoci se gli fa impressione la Casa Bianca.

Da ultimo la spunta, quel tremendo.

Nel marzo del 1961 il consigliere della Casa William R. Tyler chiede ufficialmente al segretario di Stato Dean Rusk (il che, conoscendo la scarsa autonomia decisionale di Rusk, equivaleva al Presidente che lo imponeva senza mezzi termini) di scrivere a Robert McNamara, il ben più riottoso segretario alla Difesa. Quest’ultimo, un repubblicano di peso alla Corte di Re Artù, doveva essere informato che il permesso preventivo nell’uso delle armi nucleari “non può essere rifiutato ad un paese che ne ospita sul proprio territorio e che ne faccia richiesta, attribuendo alla questione un’importanza di carattere politico”.

Del resto, perché rifiutare all’Italia ciò che in fondo già si garantisce a Francia e Regno Unito? Una equiparazione che sa tanto di fine della Seconda Guerra Mondiale: Roma non è più il ragazzo da picchiare, ma un alleato da rafforzare. Tanto più che sarebbe “cosa ben poco felice se si volesse persistere in posizioni negative nei riguardi delle richieste italiane, cosa che potrebbe minare alla base la reciproca fiducia che si è installata nel campo della collaborazione atomica e resiste fino a questo momento”.

Frase sibillina che trova la sua spiegazione in una circostanza: i Jupiter erano stati accettati dall’Italia senza che si ricorresse ad un lacerante ed incerto dibattito parlamentare a Montecitorio. In parole povere: Kennedy rinunciò chiedersi se si trattasse di una cessione di sovranità da parte americana, Fanfani a chiedersi se si trattasse di una cessione di sovranità da parte italiana. Entrambi avevano un solo nemico: il Colonnello Buttiglione.


L'ABBANDONO DELLA DOTTRINA MAD

Tempo pochi mesi, infatti, e cambiò tutto. Dopo qualche mese Kennedy disse alla Nato che sarebbe stata abbandonata la Dottrina della Distruzione Reciproca Assicurata (Mad), quella che fino ad allora sanciva il principio che ogni pur minimo attacco nucleare sovietico avrebbe avuto come risposta l’impiego di tutte le armi nucleari della Alleanza.

Dopo qualche mese – un po’ di più – sarebbe stato trovato il primo accordo Usa-Urss per la limitazione degli esperimenti nucleari nello spazio. Dopo qualche mese, soprattutto, piombò a Bologna per un convegno organizzato da Il Mulino il principale dei consiglieri del Presidente americano, Arthur Schlesinger Jr. Il convegno era di storia contemporanea, e la storia contemporanea fu fatta: da Washington arrivava il via libera definitivo al centrosinistra, che sarebbe stato gestito nella sua primissima fase – indovinate da chi? – da Amintore Fanfani.

Il quale non mancò di farsi sentire, il tremendo monello, anche pochi mesi dopo, quando il mondo era di nuovo nelle grinfie del Dottor Stranamore. Krusciov, ancora convinto che Kennedy fosse un ragazzino viziato, gli aveva piazzato una salva di missili nucleari alle porte di casa, vale a dire a Cuba. La vicenda dei Missili di Ottobre, e la sua conclusione tutta a favore degli Usa e del loro giovane presidente, sarebbe stata raccontata da Bob Kennedy in un avvincente libretto, Thirteen Days.

Avvincente ma non completo, perché se è vero che Krusciov tornò a casa con le pive nel sacco (lo avrebbero fatto secco al Cremlino più tardi, per questo) e che JfK ne uscì come un eroe nazionale e internazionale, il buon Bob dimenticò di annotare che in mezzo a tanta gagliardia svolse il suo compito anche un accordo – non scritto, ma sono quelli che durano di più – tra le superpotenze, e prevedeva la rimozione di un quantitativo di Jupiter da alcuni anni puntati contro l’Urss.

Inutile dire che si trattava dei missili che si trovavano in Italia. Inutile dire che a metterci una parolina piccola piccola, ma alla fine ascoltata, era stato sempre lui, Amintore Fanfani. Diavolo d’un uomo: alla fine della storia si ritrovava ad avere in saccoccia il diritto di dire no all’uso delle armi nucleari, senza avere la seccatura di tenersene in casa nemmeno una.

JFK IN ITALIA E GLI SS-20 SOVIETICI

Ma è davvero la fine della storia? No, e per due motivi. Il primo è che Kennedy, sempre dopo qualche mese, arrivò in Italia in visita di stato e fu una marcia trionfale. Bagni di folla, applausi scroscianti: in Europa amavano l’America e De Gaulle si sarebbe rassegnato a non mandare più soldi in Quebec. Lo portarono letteralmente in trionfo in mezzo alla gente su via dei Fori Imperiali, e qui qualche buontempone ebbe l’idea di sfilare dalla fondina la pistola di una gente dei servizi di sicurezza americani. Chissà, magari si sognava di utilizzarla in qualche golpe prossimo venturo.

Il secondo motivo è che gli anni passarono, ma i missili restarono. Sul finire degli anni Settanta il governo della Germania Ovest denunciò che l’Urss aveva piazzato di nascosto una selva di SS-20 a testata multipla contro le principali capitali europee. Si proponevano, al Cremlino, di raggiungere anche una serie di obiettivi in America. Occorreva una risposta a suon di Cruise e Pershing-2 da dispiegare in tutta l’Europa Occidentale, Italia compresa.
Non si potè evitare, questa volta, il dibattito parlamentare: l’opinione pubblica era troppo divisa. Non si potè evitare, al paritempo, il cambiamento di governo. E chi venne indicato a coprire la carica di Presidente del Consiglio? Ancora lui, Amintore Fanfani. Il monello sapeva fare le monellerie, ma sapeva farle sul serio. Andò alle Camere e, sulla base delle sue ottime conoscenze di latino, usò il periodo ipotetico della realtà e della concretezza: “Si vis pacem, para bellum”. Lo avrebbe detto di sicuro anche JfK.Lo avrebbe detto, chissà, anche Giorgio La Pira.

Come dobbiamo pagare vaccini inutili :

Non avevano considerato che il virus era già stato isolato in sei Paesi e per farlo, avendo a disposizione il sangue di un malato e la sequenza genetica postata su internet dai cinesi, era sufficiente seguire una procedura che qualunque buon tecnico di laboratorio deve saper fare senza problemi. Ma evidentemente l’ospedale Spallanzani gode di autorevoli raccomandazioni ‘’colà dove si puote ciò che si vuole’’.


E infatti apprendiamo che subito dopo, il 17 marzo scorso nella sede della Protezione civile si sono riuniti, sotto la sapiente regia del plenipotenziario di Nicola Zingaretti, l’Assessore della Regione Lazio Alessio D’Amato, due ministri, Manfredi e Speranza, il presidente dell’ISS Silvio Brusaferro, il direttore generale dell’Aifa Nicola Magrini, il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli ed il direttore scientifico dello Spallanzani, il dottor (non professore come ama farsi chiamare) Giuseppe Ippolito. Cotanto senno tutto insieme per ascoltare un tal professor Alfredo Nicosia (da Napoli) in “quasi” rappresentanza della società di Castelromano, Reithera srl.

Nicosia partecipava per spiegare ai capoccioni della sanità italiana che la Reithera era lì lì per sfornare il vaccino anticovid19 “tutto italiano” (mentre forse i veri amministratori della società mancavano perché evidentemente bloccati da impegni improrogabili).

E’ partita così una vispa campagna mediatica, spinta dalle telefonate dei ministri ai direttori di giornali e tv, sul ''vaccino italiano”, anche detto “vaccino dello Spallanzani”.

Questo perché nei piani dei maggiorenti, oltre a Reithera che lo stava già mettendo a punto, per i test clinici era pronta l’eccellenza nazionale Irccs Spallanzani. E giù conferenze stampa, ospitate tv e comunicati giornalieri che informavano che la Regione Lazio aveva erogato cinque milioni ed il ministero della Ricerca tre milioni di euro per realizzare il vaccino “tutto italiano” pronto per essere testato nell’ospedale Spallanzani, dove già venivano mostrati alle telecamere i letti preparati.


Ovviamente la prima domanda che facevano i giornalisti era “quando sarà pronto?“, e lì cascava l’asino perché, mentre già otto vaccini nel mondo si trovavano in sperimentazione clinica di fase 3 su decine di migliaia di volontari e intravedevano il traguardo a pochissimi mesi, il gruppetto del vaccino “italiano” era costretto a rispondere che il vaccino sarebbe arrivato, con tanto ottimismo, solo dopo un anno (Corriere.it del 1/8/2020).

Nell’attesa, ogni giorno il dottor Ippolito rilasciava una intervista per annunciare che era stato deciso il numero dei volontari, quanti avevano risposto alla call, poi di che sesso erano, poi ancora, se erano emozionati …e così passavano le settimane.
Se qualche giornalista obiettava che i vaccini di almeno otto multinazionali (Pfizer, Merck, Roche, Johnson & Johnson, Astrazeneca, Moderna, Sanofi) erano molto vicini alla meta, mentre la coppia Reithera-Spallanzani era ancora al palo, subito il direttore scientifico Ippolito, a volte sostituito dallo squillante Franco Locatelli, lo bacchettava in tv pontificando, col piglio del grande scienziato, che è più importante la sicurezza che la velocità (la volpe e l’uva).

Come se otto multinazionali non si curassero della sicurezza e potessero contare sulla complicità delle Agenzie regolatorie internazionali, mentre Ippolito che, guarda caso, al battesimo del finanziamento era insieme al Direttore generale dell’Aifa (sulla cui serietà professionale non abbiamo dubbi ), fosse il custode dell’ortodossia scientifica mondiale.

Del resto, lo Spallanzani, che come ospedale è davvero eccellente, ma come ricerca clinica è semplicemente inesistente perché non ha mai fatto un test clinico su candidati vaccini, e trova difficoltà anche a presentare i protocolli all’ISS, e alla fine il test clinico, il più basico, viene dirottato sul Centro clinico di Verona. Ma non era un’eccellenza della ricerca clinica e, come affermato, sfidando il ridicolo, dall’assessore Alessio D’amato, “chi attacca lo Spallanzani attacca l’Italia”?

Ma la cosa più incredibile riguarda Reithera srl di Castelromano, la quale era stata rappresentata alla riunione di tutti i capoccioni della Sanità da un ex amministratore fuori dalla società da due anni, (e non si capisce perché non da un amministratore o ricercatore in carica).

Poi si scopre che Reithera, per provare a realizzare il vaccino, si è dovuta consorziare con due aziende straniere, una tedesca, la Lekocare di Monaco di Baviera e una belga, la Univercelles di Bruxelles (AGI 24/04/20 ore 06:57). E l’italianità del vaccino?

Ma il colpo di teatro arriva quando viene fuori che Reithera srl è di proprietà 100% della Keires GA, società anonima svizzera, cioè una società che paga le tasse in Svizzera e di cui non è possibile conoscere i soci di ora e nemmeno quelli di domani quando arriveranno gli utili ricavati dai soldi che hanno generosamente donato a Reithera srl l’assessore plenipotenziario di Zingaretti, molto vicino alla direttrice generale dello Spallanzani Marta Branca, ed il napoletano ministro Manfredi.

Ora la cosa che si aggiunge è che sentiamo dire che l’Italia pensa di prenotare le dosi del candidato vaccino tutto italiano, che gli amministratori di Reithera promettono che verrà riservato all’Italia. Grazie ma in farmacia ci saranno i vaccini delle multinazionali Pfizer, Merck, Roche, Johnson & Johnson, Astrazeneca, Moderna, Sanofi ecc. già da minimo un anno.

Intanto tanti milioni di euro pagati dagli italiani saranno andati in Svizzera dove li aspettano gli anonimi proprietari di Reithera srl di oggi che magari non saranno tutti gli stessi di domani. Buon vaccino a tutti!


TUTTO SU REITHERA

https://www.startmag.it/innovazione/reithera-ecco-soci-e-affari-dellazienda-del-vaccino-anti-covid-testato-allo-spallanzani/

Fondata nel 2014 da un team ex Okairos, la società con sede legale a Roma si occupa dello sviluppo, della produzione e dei test clinici di vaccini adeno-vettori di origine non umana. Tra le malattie cui si lavora nei laboratori, trasferiti ora a Napoli (a Roma il centro di produzione GPM), ci sono epatite C, malaria, HIV, virus respiratorio sincinziale ed Ebola. Okairos, una volta acquisita da Gsk, cambiò nome in Reithera.

L’AZIONISTA DI REITHERA

L’azienda, presieduta da Antonella Folgori, capo di immunologia e fondatrice di Okairos e già in Irbm, è di proprietà di Keires Ag, società del settore finanziario con sede a Basilea.

I NUMERI DELL’AZIENDA DI BIOTECNOLOGIE

Reithera ha chiuso il 2019 con ricavi pari 19.565.923 euro, in crescita rispetto ai 14.223.015 euro del 2018. Più che triplicato l’utile 2019: 2.244.495 euro, contro i 664.858 dell’anno precedente. I costi della produzione totali sono stati pari a 16.680.460.

IL RUOLO DI UNICREDIT

Anche Unicredit ha scommesso sul vaccino anti-Covid dell’azienda biotecnologica italiana Reithera (prodotto in collaborazione con Sgs). Dal gruppo bancario capeggiato dall’amministratore delegato, Jean-Pierre Mustier, è arrivato nei giorni scorsi un finanziamento di 5 milioni di euro per accelerare nella ricerca dell’antidoto

In particolare sempre da segnalare sono le vicende dell'abbuffata Telecom Italia:

Il dossier Rete Unica che sarà presto esaminato a Bruxelles non sarà un semplice caso antitrust. Non si discuterà solo del fatto che TIM, l’operatore che da decenni è subentrato nella rete telefonica della SIP, stia per acquisire Open Fiber, la società di Cassa Depositi ed Enel che sta sviluppando una rete nazionale in fibra ottica. La discussione è probabilmente destinata ad andare ben oltre e verosimilmente abborderà il tema della politica industriale europea nelle telecomunicazioni degli ultimi 20 anni.

Non solo un caso antitrust
L’operazione Rete Unica non può essere un semplice caso antitrust perché il dossier sottoposto a Bruxelles è stupefacente: l’Italia, l’unico paese europeo a non aver mai avuto storicamente una concorrenza tra reti nazionali di accesso al broadband (a parte la Grecia) ad un certo punto, nel 2016, decide di superare questo gap, con la creazione di Open Fiber, ma poi nel 2020 ci ripensa, riconsegnando il new entrant all’incumbent telefonico.

Per di più, quest’ultimo dichiara, come condicio sine qua non, che manterrà il controllo della nuova rete, che quindi verrà integrata in un operatore verticalmente integrato. Una cosa del genere è difficile da spiegare negli handbook di concorrenza.
Nonostante qualche fuga di notizie, la Commissione europea non si è ancora pronunciata ufficialmente sul tema, perché non lo si fa mai finché non sia notificato qualche cosa di preciso e con i dettagli. Quindi, quando il progetto Rete Unica comincerà a prendere forma, allora la Commissione Europea ci guarderà dentro.

Tuttavia, pochi giorni fa il commissario alla concorrenza Vestager, incalzata dalla stampa, ha anticipato, con poche stringate parole, quello che già da tempo ritenevamo: e cioè che bisognerà esaminare con attenzione le implicazioni verticali della Rete Unica, vale a dire i rapporti con gli operatori attivi nel retail. Tradotto per chi non sa leggere dall’asciutta prosa scandinava: la pretesa di TIM di mantenere il controllo della Rete Unica, come un qualsiasi operatore verticalmente integrato, è un problema.

Abbandonare la competizione infrastrutturale?

L’unico modo per uscire da un cul de sac, che potrebbe essere imbarazzante per il governo italiano e dannoso per TIM, è quello di ampliare il tema: questo non è solo un caso antitrust, bisogna ridiscutere alcuni temi di policy industriale, a cominciare dal dogma della infrastructure competition che ha caratterizzato la regolamentazione europea degli ultimi 20 anni.

Il caso italiano, infatti, si basa sull’assunto che la competizione tra due infrastrutture sia uno spreco di risorse, mentre invece sarebbe meglio accorpare questa funzione in un unico soggetto, la c.d. Rete Unica, che dovrebbe prendersi l‘incarico di sviluppare l’infrastruttura che serve. E’ una visione che però, senza una narrativa ad hoc, ci riporta indietro ai tempi della SIP ed al monopolio legale, quando non esistevano servizi a parte il telefono e si viveva in un mondo dove il dirigismo economico dello Stato non si poteva mettere in discussione.

Questa visione non esiste più da almeno 20 anni e sicuramente è stata abbandonata ovunque in Europa, dove nessun paese si sognerebbe di ricostituire un monopolio delle infrastrutture di telecomunicazioni. La regolamentazione europea, dal 1998 a questa parte, riflette questo stato di cose: gli investimenti infrastrutturali scaturiscono dalla competizione tra più operatori (infrastructure competition); tuttavia, poiché non sarebbe realistico chiedere a ciascun operatore di costruirsi la propria rete, coloro che non ce l’hanno possono accedere a quelle esistenti per via di regolamentazione, ma solo se tali reti siano dominanti nel mercato (il che normalmente accade con la rete dell’incumbent, cioè l’ex monopolista telefonico).

Si tratta di una visione difficile da smentire perché, oltre che essere confermata dal recente Codice Europeo delle Comunicazioni elettroniche, parla con i dati: laddove vi è stata concorrenza tra due operatori di rete, in genere l’incumbent locale e la rete televisiva via cavo, entrambi gli operatori hanno investito in reti di nuova tecnologia in modo da poter meglio competere, e questo ha creato un circolo virtuoso sul resto del mercato.

In Italia e Grecia, dove tale concorrenza non è mai esistita per ragioni storiche, gli investimenti sono rimasti al palo finchè non è successo qualche cosa di nuovo: nel caso italiano, è stata la creazione di Open Fiber nel 2016, che ha ripreso la precedente rete di Metroweb ed ha iniziato ad espanderla, costringendo TIM a rispondere in qualche modo. Il quadro di cui sopra è pienamente riflesso dalle statistiche europee sulla connettività, il c.d. DESI Index.

Il precedente del 2012 e la radicalizzazione dell’infrastructure competition

La tensione tra infrastructure competition, da un lato, e regolamentazione all’accesso, dall’altro, è stata da sempre il leit motiv della policy europea delle telecomunicazioni. Nel 2012 TIM e le sue “sorelle” (Orange, Telefonica, Deutsche Telekom, ecc) furono abili nel perorare il loro caso con il Presidente della Commissione Europea, Barroso.

Ne seguì, il 12 luglio 2012, una famosa sterzata del commissario digitale dell’epoca, l’olandese Kroes, che impose una brusca radicalizzazione della teoria dell’infrastructure competition: per costringere ad investire di più in reti in fibra ottica, si decise che il prezzo dell’accesso alle vecchie reti in rame, quelle degli incumbent telefonici come TIM, sarebbe stato “stabilizzato”, cioè non sarebbe sceso come invece ti aspetteresti da una vecchia rete che sta diventando obsoleta.

Inoltre, seguirono delle iniziative legislative che miravano alla deregolamentazione delle nuove reti in fibra ottica. In altre parole, l’accesso alla rete telefonica diventa di fatto più caro, quello alle fibre ottiche più difficile. Il messaggio a tutti era chiaro e forte: fatevi la vs rete in fibra ottica, e non chiedete troppo aiuto dalla regolamentazione.

Proprio per questo, insomma, il cammino della Rete Unica appare ora arduo perché il suo principale proponente, TIM, è stato per anni il principale campione della teoria dell’infrastructure competition. TIM ha sempre difeso la propria rete telefonica dalle pretese della regolamentazione sostenendo che gli operatori alternativi avrebbero semmai potuto costruirsi la propria rete, e l’accesso doveva essere una questione di mercato o di autoregolamentazione, ma non di regolamentazione.

Alla fine l’evento si è avverato: è nata una rete alternativa, quella di Open Fiber, sulla quale molti operatori alternativi (Vodafone, SKY, Wind ecc) si sono buttati e quindi si stanno creando le premesse per una sostanziale deregolamentazione del settore. Di fronte a questo nuovo stato di cose, la narrativa di TIM è cambiata: due reti sono uno spreco, ne basta una.

Il caso visto dall'Europa

A Bruxelles hanno buona memoria e quindi il cambio di posizione sarà stato notato. Gli altri grandi operatori (Orange, Deutsche Telekom ecc) manifestano solidarietà attraverso l’associazione di categoria ETNO ma, nel cuore dei rispettivi comitati esecutivi, si chiedono se l’operazione italiana alla fine convenga anche a loro: abbandonare l’infrastructure competition vuol dire tornare ad una forte regolamentazione di settore.

Negli altri paesi europei non vi è una reale possibilità di ri-monopolizzazione, perché difficilmente le telco telefoniche potrebbero comprarsi la locale rete cavo televisiva. Inoltre, se TIM ricostituisce il monopolio della rete d’accesso in Italia, il mercato italiano per loro si chiude. Sarà anche per questo che le dichiarazioni di ETNO la prendono un po’ alla larga: si parla di obiettivi ma si resta vaghi sui metodi e sugli assetti di mercato.

Il co-investimento, ovvero l’arma di distrazione di massa

I supporter della Rete Unica sembrano puntare tutte le loro speranze sul tema del “co-investimento”, ma rischiano di rimanere delusi. L’istituto del co-investimento è stato introdotto con l’art. 76 del nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni elettroniche e consente di deregolamentare delle nuove reti in fibra ottica costruite congiuntamente, a fronte di alcuni impegni dell’incumbent esaminati ed approvati dall’autorità di regolazione.

Ma si tratta di una norma estremamente dettagliata e con numerose condizioni che devono essere rispettate a garanzia della concorrenza. In altre parole, non si tratta di un qualsiasi investimento congiunto, ma di una fattispecie molto caratterizzata; e, ad ogni modo, il tema del co-investimento è solo un tema di regolamentazione, in altre parole sarà poco rilevante per l’antitrust, e si porrà solo dopo un’eventuale autorizzazione della Vestager.

Conclusioni

Il dossier a Bruxelles è quindi complesso ed inizia in salita, sia che lo si veda come un caso antitrust, oppure come un’innovazione di politica industriale.

A mio parere, per trovare una soluzione che non metta a repentaglio la rincorsa italiana alla connettività ultra-broadband, frustrando gli obiettivi di digitalizzazione del Paese, mandando su tutte le furie gli operatori alternativi e mettendo persino in imbarazzo le sorelle europee di TIM, il progetto di Rete Unica dovrà essere rivisto ma soprattutto ammodernato: non un ritorno al passato, con la ricostituzione del monopolio verticalmente integrato, ma un balzo nel futuro, con una grande rete nazionale neutrale, dove per neutralità intendiamo terzietà ed indipendenza dalle altre telecom (TIM e tutti gli altri), che potranno parteciparla ma non controllarla. Di fronte alla magnitudo di questo progetto, il tema della presenza dello Stato nella Rete Unica diventa persino secondario.

No comment !

Senza il 5G la sicurezza delle reti di telecomunicazione sono in serio pericolo:

Il fatidico “andate a casa”, se fossi stato al posto di Leonardo Del Vecchio, lo avrei detto al responsabile dei sistemi informatici e delle reti di comunicazione, a quello cui compete la sicurezza tecnologica, al dirigente che si occupa di EDP auditing, al “risk manager” e alla flotta di consulenti che li circondano.

Invece la messa in libertà scattata alle 11 di ieri mattina ha riguardato tutti i dipendenti di Luxottica delle sedi che il colosso industriale ha ad Agordo e a Sedico.

Gli stabilimenti produttivi e gli insediamenti logistici sono finiti K.O. per un non meglio precisato “guasto informatico”.

La natura dell’ “inconveniente” che – bocche “ragionevolmente” cucite – è ancora ignota ma il fatto che non si conosca l’origine del disastro tecnologico non alleggerisce certo la posizione di chi doveva provvedere a tutelare apparati, procedure e archivi elettronici il cui mancato funzionamento poteva portare (e ha portato) alla paralisi industriale.

Il blackout – che a quanto pare si è riverberato anche nelle propaggini più lontane dell’impero Luxottica in Cina – è presumibilmente correlato ad un ransomware, ovvero ad uno di software maligni che crittografa indebitamente i file e rende totalmente inservibile il patrimonio informativo di una azienda.

L’effetto della cifratura fraudolenta è drammatico. La illeggibilità delle informazioni vitali inchioda i processi decisionali, blocca le linee di produzione, acceca la gestione dei magazzini, ferma la spedizione delle merce, rende irricevibili i nuovi ordini, azzera la contabilità, trasforma in sconosciuti dipendenti, clienti e fornitori.
Il protrarsi dei “disagi” lascia immaginare che la probabile ferale trasformazione dei dati in sgangherate sequenze di bit incomprensibili abbia riguardato non soltanto qualche postazione di lavoro, ma l’intero sistema informatico e presumibilmente anche tutto quello che era conservato nel cosiddetto “cloud” (ovvero le risorse messe a disposizione da soggetti terzi per garantire la prosecuzione delle attività in caso di incidenti locali) e che avrebbe dovuto garantire una ripartenza rapida che invece non ci sarebbe stata.

Se così fosse ci si troverebbe dinanzi ad un poco confortante quadro di sicurezza dei dati, carente in fatto di cautele tecniche ed organizzative e lacunoso a proposito di sensibilizzazione e formazione del personale per scongiurare condotte imprudenti che possono innescare il radicarsi di un malware e la sua entrata in funzione.

Sul sito non c’è alcuna menzione del famigerato “guasto” e anche chi va curiosare nella sezione “Storie” dove ci sono le tappe della vita della holding non trova nulla.

L’ultima notizia riportata online è quella dell’accordo appena stipulato con Facebook per produrre occhiali in grado di visualizzare la “realtà aumentata” (ovvero di abbinare informazioni e approfondimenti testuali, video e audio a quel che sta vedendo chi li indossa).

Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di Luxottica, come si legge nel comunicato stampa di quell’indiscutibile traguardo, aveva parlato di “tecnologia che ha reso più vicine tra loro le persone” e forse anticipava l’assembramento che si sarebbe verificato quando con il “guasto informatico” i lavoratori venivano invitati ad uscire e a raggiungere le rispettive abitazioni.

Le dichiarazioni ufficiali includevano anche che “Con questa collaborazione stiamo aprendo la strada a una nuova generazione di prodotti destinati a cambiare il modo in cui guardiamo il mondo”. Al momento è il mondo che – sbalordito per l’episodio in questione – ha cambiato il modo di guardare Luxottica.

E grandi riserve continuo ad esprimere nei confronti di Elon Mask nonostante :

Stanotte si terrà il Battery Day, un importante evento di Tesla in cui Elon Musk annuncerà diverse novità che riguarderanno i progetti della sua società nel campo delle batterie delle auto elettriche. A meno di 24 ore da questo importante appuntamento, Musk ha anticipato alcuni dettagli che permettono già di capire la direzione che prenderà il costruttore nel campo dell'approvvigionamento degli accumulatori.

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Attraverso Twitter, Musk ha sottolineato che la produzione ad alto volume in proprio delle celle delle batterie non inizierà sino al 2022. A beneficiare degli accumulatori realizzati in casa saranno soprattutto i modelli Cybertruck, Tesla Semi e la nuova Roadster. Il costruttore americano non intende, però, cambiare i suoi rapporti con i fornitori di celle. Anzi, Musk evidenzia come punta ad incrementare gli acquisti dai suoi partner Panasonic, CATL e LG. Inoltre, non esclude possibili accordi con altre aziende.

tesla 2 tesla 2

Tuttavia, anche ampliando gli accordi con i suoi partner, Musk prevede una carenza di batterie a partire dal 2022. Per questo Tesla avrebbe deciso di produrre direttamente celle per le batterie.

Quanto affermato è interessante perché fa capire che la società americana non è ancora pronta a produrre direttamente in grandi volumi le celle per gli accumulatori di nuova generazione che svelerà tra poche ore. Difficile, a questo punto, pensare che Tesla possa annunciare un aggiornamento di qualche modello esistente con a bordo già queste nuove batterie.

Non rimane che attendere ancora poche ore per capire cosa Tesla intende davvero presentare nel corso del Battery Day. Annunci, comunque, che dovrebbero andare oltre il mondo delle sole batterie.

Intanto il Libano continua a bruciare nella indifferenza totale:

Un'esplosione è stata segnalata nel sud del Libano, nella zona di Ain Qana, nella regione di Nabatieh. Al momento non è chiaro cosa sia accaduto né ci sono notizie di vittime. Secondo il giornale An Nahar, uomini di Hezbollah hanno iniziato a circondare la zona, da dove si erge una colonna di fumo nero. Stando all'emittente Al Jadeed l'esplosione avrebbe provocato danni in un edificio di Hezbollah.

nuova esplosione di un deposito di hezbollah in libano 3 nuova esplosione di un deposito di hezbollah in libano 3

Il portale Naharnet parla dell'esplosione nella "roccaforte di Hezbollah" e cita il giornalista Salem Zahran, definito "filo-Hezbollah", secondo cui la deflagrazione è avvenuta in un magazzino usato come deposito di "proietti dell'epoca della guerra" e non ha provocato vittime. Ma secondo l'agenzia turca Anadolu ci sarebbero diversi feriti.

nuova esplosione di un deposito di hezbollah in libano 1 nuova esplosione di un deposito di hezbollah in libano 1

Immagini diffuse dalla tv al-Jadeed mostrano danni a diversi edifici. Una fonte dell'ufficio stampa di Hezbollah ha confermato all'agenzia Dpa che "a esplodere è stato un sito per lo stoccaggio di residui bellici della guerra del luglio 2006" tra Hezbollah e Israele, "mine, ad esempio". E una fonte della sicurezza ha confermato che l'esplosione è avvenuta in un edificio di Hezbollah, che - ha detto - si ritiene venga usato come deposito di armamenti. Nessun bilancio, almeno per ora, viene fornito dalla Croce Rossa libanese.

La notizia arriva a quasi due mesi dall'esplosione che il 4 agosto ha devastato il porto di Beirut e ampie aree della capitale libanese con un bilancio di almeno 193 morti e 6.500 feriti.

 

Cordiali saluti.

Marco BAVA

 

www.marcobava.it

TO.22.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestage

 
https://youtu.be/pDafq6xCFTM

Circa 270 balene sono rimaste bloccate in una baia della Tasmania, isola al largo dell'Australia. Venticinque sono morte mentre molte persone, tra volontari ed esperti, si stanno mobilitando per cercare di aiutarle a tornare in mare e salvarsi. Le balene si trovano a Macquarie Harbour, sulla costa occidentale dell'isola, una zona scarsamente popolata e aspra. Sembra che i mammiferi si siano incagliati su un banco di sabbia

Corsa contro il tempo per aiutare le balene

balene spiaggiate in tasmania 5 balene spiaggiate in tasmania 5

Nella zona sono subito iniziati i soccorsi ed è partita la corsa contro il tempo per aiutare le balene. “Ulteriori equipaggi con attrezzature adatte al salvataggio delle balene continueranno ad arrivare", ha detto il dipartimento dell'ambiente della Tasmania. Nell’isola, spiaggiamenti di massa di balene si verificano relativamente spesso e in molti casi si riesce ad aiutare questi animali a ritrovare il largo.

 

balene spiaggiate in tasmania 3 balene spiaggiate in tasmania 3

Questa volta, però, il gran numero di esemplari coinvolti rende il salvataggio più difficile. Tempo fa, comunque, una megattera che era rimasta bloccata in un fiume tropicale nel nord dell'Australia è riuscita da sola a ritrovare la strada dell'oceano nel giro di due settimane.

Dobbiamo preoccuparci di tutto cio' perche prima muoiono loro poi moriamo noi !

ECCO PERCHE' SALVINI HA PERSO E CONTINUERA' A PERDERE SINO A QUANDO NON CHIARISCE DA DOVE ARRIVANO i soldi raccolti dal sistema di società riconducibili ad Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, i due commercialisti bergamaschi ai domiciliari per l'inchiesta sulla Lega, sono serviti per pagare anche quello che appare come un vero e proprio stipendio a funzionari del partito. La nuova svolta è contenuta in un lungo rapporto del'Uif di Bankitalia, agli atti dell'indagine milanese, che analizza in dettaglio i rapporti bancari dei vari soggetti coinvolti nella vicenda.

Dal rapporto emerge come Manzoni abbia pagato per tre anni (dal 2016 al 2018) tramite un suo conto personale una sorta di stipendio mensile a Giovanni Malanchini, bergamasco anche lui, responsabile dal 2015 degli enti locali della Lega Nord-Lega Lombarda. Il conto personale di Manzoni era alimentato a sua volta, nella stesso periodo di tempo, da bonifici provenienti da Studio Dea, Studio Cld e Sdc srl. Studio Dea è la vecchia denominazione dello studio di Manzoni e Di Rubba.


Le altre due società, secondo le ricostruzioni degli inquirenti milanesi, sono servite essenzialmente a veicolare fondi, in alcuni casi senza una effettiva operatività. Da queste tre società sono arrivati sul conto di Manzoni, con 20 diversi bonifici, oltre 289 mila euro tra marzo del 2016 e aprile 2018. La maggior parte, 211 mila euro, è arrivata dalla Sdc srl. Sullo stesso conto sono registrati anche bonifici in entrata per 157 mila euro dalla Lega Nord e, nel solo 2018, due bonifici per 20 euro totali dal gruppo parlamentare Lega Nord-Salvini Premier, per il quale Manzoni svolge l'incarico di consulente amministrativo.

Interpellato, Malanchini spiega che «si tratta di prestazioni professionali effettuate per conto di Manzoni tra il 2015 e il 2018, a fronte di un preciso incarico. È tutto verificabile». Malanchini è una figura centrale negli organigrammi della Lega salviniana. Descritto come un fedelissimo dell'ex ministro, è stato in passato sindaco di Spirano (Bergamo). Nel 2018 è stato eletto al Pirellone e subito dopo nominato segretario del consiglio regionale. Viene descritto come uno degli "angeli custodi" salvininani del governatore lombardo, Attilio Fontana e lavora fianco a fianco con l'ex compagna di Salvini, Giulia Martinelli.

Nei giorni scorsi Malanchini ha accompagnato Salvini, con altri eletti della Lega, nel suo tour elettorale nei comuni della bergamasca che sono chiamati al voto in questa tornata amministrativa. Secondo la ricostruzione degli uomini di Bankitalia, da Manzoni sono arrivati a Malanchini 21.960 euro nel 2016 con 11 bonifici, 2440 euro al mese nel 2017 per un totale di 29.280 euro nel 2017 e altri 21.960 euro nel 2018, a fronte di fatture emesse mensilmente per 2440 euro dalla ditta individuale di Malanchini, la Mgf Servizi.


I soldi provenienti da Manzoni hanno rappresentato nel 2017 l'unico introito della ditta individuale di Malanchini e la quasi totalità nel 2016. Bankitalia segnala anche che ai corrispettivi pagati da Manzoni nel 2016 e 2017 non è stata applicata la ritenuta alla fonte. La spiegazione, annota la stessa relazione, dovrebbe risiedere nel fatto che l'attività rientri nel regime forfettario di tassazione che per l'attività di Malanchini prevedeva una soglia di 30 mila euro. Ovvero, appena sopra gli emolumenti ricevuti dalla Lega.


A riprova che si tratti di un conto personale di Manzoni a effettuare i pagamenti, il rapporto sottolinea come sia stato utilizzato anche per investimenti in titoli e trasferimenti alla moglie dello stesso Manzoni. Nello stesso rapporto, si sottolinea come le società legate ai due commercialisti, in particolare la Studio Cld e la Sdc srl, «si pongano come mero tramite, rendendo conseguentemente dubbia l'effettività, oggettiva e soggettiva, delle prestazioni rese e delle giustificazioni causali sottese ai pagamenti stessi». In particolare, la Sdc ha veicolato non solo «fondi provenienti da Radio Padania» ma anche «una parte dei fondi pubblici trasferiti dalla Lombardia Film Commission a Immobiliare Andromeda». Ovvero, l'affare immobiliare del capannone di Cormano al centro dell'inchiesta milanese sui conti della Lega.

Dopo aver previsto la riduzione dei parlamentari per le prossime elezioni occcorre intervenire prima per isolare i politici connessi con la magistratura per cui il miglior collaboratore potrebbe chi  la sera dell'8 maggio 2019, partecipo in un incontro malandrino all'Hotel Champagne di Roma di 5 magistrati assieme ai deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri, discussero in modo probabilmente improprio di nomine ai vertici di importanti procure.

Di lì in poi un curioso trojan - che intercettava con modalità intermittenti - mise agli atti una gran quantità di altrettanto impropri scambi d'opinione, tra Palamara e altri suoi amici togati. Ne nacque una tempesta.

Oltre un terzo dei consiglieri del Csm dovette lasciare l'incarico allorché furono riconosciute le loro voci captate dal trojan. Alcuni, non identificati, tremano tuttora. Ascoltate le registrazioni, il magistrato Nino Di Matteo disse che quel modo di trattare sottobanco l'affidamento di incarichi gli ricordava i «metodi mafiosi». Un suo collega, Giuseppe Cascini, osservò che mercanteggiamenti del genere gli facevano tornare alla mente «i tempi della P2».

Sembrava fosse giunta l'ora del giudizio universale. Ma siamo pur sempre in Italia e, a poco a poco, abbiamo dovuto arrenderci alla costatazione che si è proceduto (e si procederà) alla maniera di sempre. E che a pagare il conto per quei tramestii sarà il solo Luca Palamara ex potentissimo capo dell'Associazione nazionale magistrati, ora abbandonato da tutti (quantomeno dagli ex colleghi).

Per quel che riguarda poi l'annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile - pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato - se ne sono perse le tracce. Nel procedere contro Palamara gli ex colleghi del Csm per un bel po' di tempo se la sono presa comoda. Più che comoda.

Adesso invece, all'improvviso, mostrano di aver fretta e di voler giungere rapidissimamente alla sentenza che segnerà la conclusione del procedimento disciplinare contro di lui. Si tratterà quasi sicuramente di un verdetto di condanna che porterà, con identica probabilità, alla espulsione di Palamara all'ordine giudiziario. Allo stesso modo con cui lo stesso Palamara è stato cacciato dall'Associazione nazionale magistrati. Palamara, per difendersi, avrebbe voluto poter provare che non era il solo a compiere quel genere di manovre.
In effetti ancora oggi non è chiaro dove si collochino i confini tra l'operato suo e quello dei suoi colleghi (quantomeno una parte di loro). Possibile che Palamara decidesse da solo gli incarichi delle procure di mezza Italia? E che il suo modo di trattare con i vertici della politica fosse sconosciuto agli altri magistrati? Palamara ritiene di poter dimostrare che tutti (o quasi) sapevano e si comportavano come lui.

Sarebbe stato interessante poter assistere a una pubblica discussione su questi temi, avendo a disposizione il tempo necessario ad ascoltare un consistente numero di testimoni qualificati. Qui però si è fortuitamente inserito il «caso Davigo»

Che c'entra Davigo? L'ex pm di Mani pulite, dal 2018 consigliere del Csm, è entrato a far parte del collegio disciplinare che si occupa del caso in questione. Ma il 20 ottobre prossimo Davigo compirà settant' anni e, a norma di legge, quel giorno stesso dovrebbe essere collocato a riposo. Lasciando anche il Csm? Neanche per idea, è la sua risposta: il posto che si è conquistato al Csm ha una durata di quattro anni, perciò- pensione o non pensione- lui ha intenzione di restare in carica fino al 2022.

La corrente di sinistra «Magistratura democratica» - per voce di un suo rappresentante, Nello Rossi - ha criticato la posizione di Davigo. Critiche a cui Davigo ha risposto con un'alzata di spalle: è vero - ha riconosciuto - che il magistrato deve essere «in funzione» nel momento in cui è eletto al Csm, ma - ha poi aggiunto - non è detto da nessuna parte che se, dopo qualche tempo, va in pensione, debba contestualmente rinunciare alla carica conquistata.

Rossi e quelli di Md gli hanno fatto osservare che nel caso «da ex» commettesse scorrettezze, non sarebbe esercitabile nei suoi confronti alcuna azione per violazioni del codice disciplinare. Ma nessuno ai vertici del Csm ha raccolto queste obiezioni. Certo, è curioso che un caso del genere si affacci - per la prima volta nella storia della magistratura italiana - proprio adesso.
Tra l'altro che potesse sorgere questa complicazione non era imprevedibile: il dottor Davigo nel momento in cui è entrato nell'organismo ristretto che si occupa di Palamara era evidentemente a conoscenza del fatto che il prossimo 20 ottobre avrebbe compiuto settant' anni talché, come tutti i suoi colleghi, sarebbe stato collocato a riposo.

Considerati i pro e i contro di questo singolare intrico, avrebbe potuto cedere il passo a un collega con meno anni di lui e in questo modo il problema non si sarebbe neanche posto. Ma, evidentemente, Davigo ha preferito essere presente di persona a Palazzo dei Marescialli in questo delicato frangente della vita della magistratura italiana. Desidera poter assistere direttamente al confronto con Palamara.

Ed essere tra coloro che valuteranno le decisioni da assumere contro di lui. Anche a costo di sfidare la «legge dell'età». A questo punto però si pone un problema. Palamara, che tra l'altro aveva cercato (senza successo) di portare Davigo sul banco dei testimoni, potrebbe approfittare di questo garbuglio per provare a mandare gambe all'aria l'intero procedimento a suo carico sollevando, dopo il 20 ottobre, eccezioni sulla presenza tra i suoi «giudici» dell'ex pm di Mani pulite.

Ed ecco che allora si è escogitata una soluzione. L'uomo della cena all'Hotel Champagne - dopo essere rimasto a bagnomaria per un anno e mezzo - verrà adesso giudicato in un lampo. Veloci, veloci, veloci. Si cercherà di giungere alla sua più che probabile decapitazione prima che sia scoccata l'ora del compleanno di Davigo. Non c'è spazio per i centotrenta testimoni di cui Palamara aveva chiesto la convocazione.

Del resto gli erano già stati negati quasi tutti, diciamo pure tutti (almeno per quel che riguarda magistrati). Il processo interno al Csm deve essere rapidissimo. Gli altri magistrati pizzicati dal trojan , verranno «trattati» in tempi successivi quando ormai nessuno presterà più attenzione a questa torbida storia.

Spiace che le cose siano andate in questo modo. Ci sono procedimenti giudiziari in cui il dibattimento vale davvero molto e un'accurata, attenta escussione dei testi conta forse più della sentenza finale. E questo è uno di quei casi. Va detto infine che non è un bene venga emessa una dura sentenza anche contro il peggiore dei presunti malfattori, senza che gli sia stata data la possibilità di difendersi.
In particolar modo quando l'imputato appare condannato in partenza. Va infine aggiunto che con questo genere di procedimento, fulmineo e senza testimoni, ci toccherà rinunciare a capire se c'erano - e, nel caso, chi erano - i colleghi di Palamara che, assieme a lui e a qualche parlamentare, decidevano irritualmente gli incarichi apicali della magistratura italiana. Peccato.

Certo, contro Palamara ci saranno altri processi. A cominciare da quello di Perugia. Ma per i modi in cui viene giudicato dal Csm, è difficile immaginare che nel prossimo futuro le cose andranno in modo radicalmente diverso.

Sta al Capo dello Stato intervenire al fine di fare chiarezza e giustizia vera non di facciata.

Altro mistero europeo : Durante il weekend del 12 e 13 settembre il premier britannico sarebbe stato a Perugia in segreto. C' è un comunicato ufficiale dell' aeroporto umbro che lo sostiene, sinora passato inosservato, e lo confermano in esclusiva fonti aeroportuali a Repubblica , in collaborazione con Umbria24 .

 

carrie symonds con wilfred il figlio avuto con boris johnson carrie symonds con wilfred il figlio avuto con boris johnson

Una fonte riferisce che Johnson è arrivato a Perugia «venerdì 11 settembre alle ore 14», quando quella mattina il premier era ufficialmente dato al lavoro «a Downing Street», per poi ripartire la mattina di lunedì 14 settembre. Il tutto mentre il Regno Unito ha una grave crisi da coronavirus in corso e le trattative per Brexit si sono drammaticamente arenate. Un portavoce di Downing Street, consultato da Repubblica, nega questa ricostruzione: «Non è vero».

 

(…) L' aeroporto di Perugia, subito sollecitato dopo la pubblicazione del comunicato del 17 settembre, ha confermato tutto a Umbria24 , aggiungendo che «sia Johnson che Blair erano qui la settimana scorsa». Un lavoratore dello scalo ha confermato la presenza di Johnson «nella giornata di venerdì, o giovedì, non ricordo bene».

 

palazzo terranova - la villa di proprieta' del magnate evghenj lebedev a perugia palazzo terranova - la villa di proprieta' del magnate evghenj lebedev a perugia

(…)  Non solo: sabato 12 settembre Johnson avrebbe anche battezzato il suo ultimo figlio, il piccolo Wilfred nato il 29 aprile scorso. Una cerimonia top-secret, di cui non è mai filtrato il luogo, «senza ricevimento, svolta davanti a pochi presenti», come diceva una fonte ai tabloid inglesi a inizio settimana. Che il battesimo si sia svolto nella magione di Lebedev? È curioso che, se si consulta il sito Flightradar24, nel traffico di aerei da Londra e verso Perugia in quel weekend, sabato 12 settembre alle 15.34 arrivi anche un mini- jet da St. Tropez.

Credo che la visione di  Di Battista sia il futuro che molti non vogliono vedere per convenienza personale non il passato

Mai lo scontro era stato più aspro. Da una parte Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano che apprezza il governo, i 5 Stelle e il dialogo con il Pd. Dall'altro, Alessandro Di Battista, simbolo dei 5 Stelle prima maniera, barricaderi e intransigenti. Ma lo scontro vero è tra due modelli di Movimento, con Di Battista isolato e avversato dagli altri big, a cominciare da Luigi Di Maio. Una sfida che si riproporrà agli Stati generali, quando verranno convocati. L'occasione è il voto in Puglia.

A fronte di una candidata 5 Stelle debole, Antonella Laricchia, Travaglio chiede agli elettori M5S di «turarsi il naso» e votare disgiunto: mettere la croce sulla lista, ma scegliere il governatore dem, Michele Emiliano. La risposta di Di Battista, a Bari, è poco diplomatica: «Turarsi il naso? Che cos' è la cabina elettorale, un cesso pubblico?». Sembrava finita lì, ma Travaglio non apprezza. E ieri pubblica un editoriale nel quale dice che Di Battista «mette tristezza» e ricorda «il compagno Antonio, il comunista di Avanzi che, nel 1993, si risvegliava dal coma e non ritrovava nulla del suo piccolo mondo antico, tranne i Pooh».
Ma è sul piano identitario che la critica si fa più interessante. Perché, scrive Travaglio, Di Battista scomunica le alleanze «che distruggono i progetti», «dimenticando che i risultati ottenuti dal M5S sono dovuti alle alleanze». Dell'armamentario ideologico di un tempo poco è rimasto. Ma da allora, spiega Travaglio, tutto è cambiato, «anche il Pd». Non si possono, dice, equiparare Emiliano-Fitto. E «senza alleanze e compromessi» il Movimento «sarebbe ancora in piazza a strillare, senza ottenere nulla».

Chi continua in questa logica, spiega, «condanna il Movimento all'irrilevanza. E lavora per Salvini e/o Draghi. Magari a sua insaputa, che è pure peggio». La risposta di Di Battista è esemplare per coerenza. Ribadisce che per lui Fitto ed Emiliano pari sono, «entrambi campioni di politica clientelare». Fa una lunga lista di personaggi di centrodestra, «impresentabili», scelti da Emiliano. Spiega che anche il governatore attuale è finito «in un'inchiesta sulle nomine nella sanità pugliese».

E poi ribadisce il no alla scelta del «meno peggio»: «Se il M5S avesse ragionato con tale logica al governo non ci sarebbe arrivato mai e oggi Conte farebbe ancora l'avvocato. Se domani Emiliano, Fitto, Giani, Tizio, Caio, Sempronio dovessero perdere le elezioni la colpa sarà loro e dei loro fallimenti». Il finale è agrodolce. Perché con Travaglio c'è una lunga frequentazione. La madre, ha raccontato, la mattina gli diceva: «Leggi subito Travaglio». Il rapporto si era incrinato nel 2019, quando Travaglio scrisse: «Chi sta "fuori " continua a sognare un monocolore 5 Stelle, ma si sveglierà con un bel tricolore Salvini-Meloni-Berlusconi».

Di Battista alla fine del post scrive: «Come sapete collaboro con il Fatto . Scrivo reportage. Il fatto che il direttore del giornale che pubblica i miei pezzi mi attacchi è comunque un bel segnale. Travaglio è persona perbene e decine di volte sono stato d'accordo con lui. Oggi no. Lui ha le sue idee, io le mie e le idee sono idee, non dogmi, così come i giornali sono giornali, non il Vangelo».

2 - RISSA TRAVAGLIO-DIBBA, IL REGOLAMENTI DI CONTI TRA I RE DELL’ANTIPOLITICA CHE RIVALUTANO LA POLITICA

Giuseppe Marino per “il Giornale”
Le ultime ore di sfida elettorale regalano il gustoso spettacolo del regolamento di conti tra due campioni di giustizialismo e antipolitica che hanno contribuito l'uno alla popolarità dell'altro e ora si scornano per le questioni più politiche: alleanze, voti trasversali, conquistare il potere. Travaglio dalla sua colonna infame, nel senso di spazio fisso in prima pagina sul Fatto quotidiano da cui ogni giorno infama qualcuno, ieri ha preso di mira Alessandro Di Battista reo, in sostanza, di non essere abbastanza a favore di Giuseppe Conte. Reo, soprattutto, di non seguirlo sulla sua linea di realpolitik: «Alessandro Di Battista che non fa un solo comizio per il Sì al referendum ma arringa la folla pentastellata di Bari contro il mio consiglio agli elettori di turarsi il naso e votare disgiunto mette tristezza».

Tutta colpa di un comizio a favore della candidata cinque stelle in Puglia Antonella Laricchia in cui Dibba ha bollato come roba da Prima repubblica il voto disgiunto: «Voto utile...ma che frasi sono? - ha detto - Mi sembra di tornare agli anni peggiori della Dc. Che significa votare turandosi il naso? Che la cabina elettorale è una latrina? Il voto è sacro». Per chi vede nel populismo e nell'antipolitica una degenerazione della democrazia è roba da sedersi in poltrona con i pop corn.

Ma nello scontro tra i due ayatollah della condanna morale c'è qualcosa di più. Gli argomenti con cui Travaglio rintuzza le critiche di Dibba hanno una coerenza logica: per noi Michele Emiliano è meno peggio di Raffaele Fitto, ragiona Travaglio e aggiunge che si tratta di fare quei compromessi che sono serviti ai 5 Stelle a realizzare gli obiettivi raggiunti fin qui.

Certo, Travaglio sorvola sul fatto che sono più gli obiettivi abbandonati per strada che quelli raggiunti, ma ammette che per fare le cose bisogna piegarsi a compromessi con partiti che fino al giorno prima si è disprezzato e sottoposto alla ghigliottina morale. Arriva addirittura a rimproverare a Di Battista «l'ineleganza» (ma dov' era durante i Vaffa di Grillo?) e «la disinformazione», cioè le classiche critiche mosse ai grillini da cui Travaglio li ha sempre difesi dicendo che gli eleganti e i competenti erano peggio.

Il direttore del Fatto pare dunque disposto a ignorare la campagna elettorale a colpi di assunzioni di Emiliano, il fatto che nelle liste a suo sostegno compaiano quei cosiddetti «impresentabili» su cui il suo giornale ha sempre espresso accorate condanne morali, la vaghezza delle posizioni del governatore sul Tap (prima era contro, ora a favore). Travaglio è disposto a perdonare e dimenticare perché tutto scompare a fronte di un pregio principale: Emiliano «predica da sempre l'alleanza con i 5s» mentre Fitto «li ha sempre schifati». E nell'ottica di chi fa politica non sarebbe così strano.
Lo è di più se arriva da chi ha sempre bollato ogni altrui alleanza come inciucio, ogni compromesso come tradimento, ogni incarico come poltronismo, ogni indagato come già condannato. E infatti ieri Di Battista ha replicato su Facebook più con smarrimento che con rabbia, bollando gli argomenti di Travaglio come «voli pindarici». In fondo lui è rimasto dov' era, prigioniero di un populismo che non fa, perché non fa compromessi. È il resto del M5s che si ostina a non riconoscere di aver fatto carriera rinnegando ciò che predicava.

Tenendo conto che tutto nel covid e' teorico per cui e' possibile tutto ed il contrario di tutto.

E non ci sono dati certi sulla trasmissione del virus la convivenza con il virus e' l'unico futuro possibile che significa termoscanner e lavaggi mani monotorizzati sia all'ingresso di edifici pubblici sia privati.

Studi ed acquisti del vaccino sono inutili meglio puntare sulla produzione di farmaci monoclonali sintetici derivanti dal siero.

Infatti due persone si sono ammalate durante le prove del vaccino contro il coronavirus di AstraZeneca nel Regno Unito, hanno rivelato i documenti interni dell’azienda, e una fonte ha detto che entrambi avevano sofferto dello stesso grave disturbo neurologico.

La società ha pubblicato i dettagli delle prove sabato, dopo essere stata criticata per la mancanza di trasparenza che circonda i test del tanto atteso vaccino contro il virus, che finora ha infettato più di 30,8 milioni di persone e causato oltre 958.000 decessi in tutto il mondo.

Il primo partecipante agli studi britannici – condotti in collaborazione con l’Università di Oxford – si è ammalato dopo aver ricevuto una dose del vaccino sperimentale a luglio. La volontaria è stata successivamente diagnosticata con mielite trasversa, una rara malattia infiammatoria che colpisce il midollo spinale, causando debolezza, alterazioni sensoriali e disfunzione del sistema nervoso autonomo. La portavoce della compagnia ha poi detto ai media che il volontario aveva diagnosticato la sclerosi multipla e che le prove sono riprese.

La seconda donna che ha ricevuto il vaccino ha subito complicazioni dopo la dose di follow-up a settembre. AstraZeneca non ha confermato la sua diagnosi, ma una fonte ha detto al New York Times che si trattava anche di mielite trasversa. Il 6 settembre, le prove del farmaco sono state nuovamente sospese, dopo che la seconda donna si è sentita male, ma sono riprese in Gran Bretagna, Brasile, India e Sud Africa meno di una settimana dopo.

Tuttavia, gli Stati Uniti non hanno ancora dato il via libera alla continuazione del test. AstraZeneca, che ha somministrato il suo vaccino a circa 18.000 persone in tutto il mondo, ha affermato in documenti interni che i due casi di malattia erano “improbabili da associare al vaccino, o non c’erano prove sufficienti per dire con certezza che le malattie fossero o meno relativo al vaccino”. La mielite trasversa è una malattia grave e rara, ei suoi casi ripetuti tra i partecipanti agli studi potrebbero benissimo vedere AstraZeneca perdere la sua offerta per il vaccino tutti insieme.

Il vaccino di AstraZeneca utilizza un adenovirus di scimmia che condivide un gene con il coronavirus Covid-19. È un metodo non testato di sviluppo del vaccino, secondo Kirill Dmitriev, CEO del Russian Direct Investment Fund che ha finanziato lo sviluppo del vaccino russo.

A differenza del colpo di AstraZeneca, lo Sputnik V russo, il primo vaccino registrato al mondo, utilizza gli adenovirus umani come vettore, un approccio ampiamente studiato. All’inizio di questo mese, la rispettata rivista medica britannica The Lancet ha pubblicato lo studio Sputnik V del Ministero della Salute russo, che mostra che il vaccino è efficace al 100%, producendo anticorpi in tutti i 76 partecipanti alle sperimentazioni in fase iniziale.

Anche Zingaretti, come Conte ha sottoscritto la suo contratto con Bill GATES:

 Nessun annullamento dell’obbligo vaccinale nel Lazio. E’ stata respinta infatti dal Tar del Lazio la richiesta di annullamento presentata dal Codacons dell’ordinanza del presidente della Regione del 17 aprile scorso che rende obbligatoria la vaccinazione antinfluenzale e antipneumococcica. Lo riferisce, in una nota, l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato. L’ordinanza regionale – spiega la nota – richiama le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e la prevalenza della tutela della salute pubblica.

“In attesa della discussione del merito questo pronunciamento del Tar – ha dichiarato D’Amato in riferimento alla trattazione prevista per il 29 settembre – è molto importante poiché non interrompe la macchina organizzativa della vaccinazione antinfluenzale che quest’anno ha un obiettivo ambizioso di coprire una fascia di cittadini molto ampia e anche tutti gli operatori sanitari con un vaccino gratuito e sicuro. Vaccinarsi quest’anno – ha ricordato – ha una particolare importanza data la pandemia in corso e una efficace copertura antinfluenzale consente di verificare prima i sintomi del Covid ed evitare inutili assembramenti presso i pronto soccorso”.

Questa è la notizia riportata dall’Adnkronos su un tema tanto delicato quanto spinoso ed ignorato dai grandi quotidiani che non vogliono entrare in questioni sanitarie e scientifiche. Nei media italiani, infatti, sono pochi i giornalisti scientifici che invece hanno grande spazio sui network mondiali.

La questione è però rovente soprattutto perché Robert F. Kennedy junior, quello che ha vinto una causa contro il Dipartimento della Salute degli Stati di Uniti d’America dimostrando che non esistono i dovuti controlli sulla pericolosità dei vaccini, ha segnalato che proprio il farmaco per prevenire l’influenza stagionale può diventare una “interferenza nel virus” nel grande ceppo dei Coronavirus al momento senza un vaccino, come evidenziato da uno studio militare del Pentagono (Dipartimento della Difesa americano).

Perché invece la Regione Lazio del presidente Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Partito Democratico, ha voluto imporre al personale sanitario e agli ultra 65enne l’obbligo del vaccino influenzale nonostante ancora la scienza brancoli nel buio sulle caratteristiche della pandemia da SARS-2?

Proprio nei giorni scorsi una virologa cinese fuggita negli USA e protetta dall’FBI ha confermato che il Covid-19 sarebbe stato creato in laboratorio come dimostrato da 9 scienziati di New Delhi, dal premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e dal suo connazionale francese Pierre Bricage, esperto di genetica molecolare e bio-ingegnere consulente NATO di cui solo Gospa News ha svelato la ricerca.

La stessa tesi è stata sostenuta dall’ex presidente dell’Iran in una lettera all’ONU, dal cardinale metropolita dello Sri Lanka e dall’ex direttore del controspionaggio britannico MI6, come evidenziato con risalto solo da Gospa News in Italia.

Se il SARS-2 fosse davvero come pare ormai quasi scontato un Organismo Geneticamente Modificato, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che non ha minimamente voluto prendere in considerazione questa ipotesi basandosi su una frettolosa ricerca che la smentiva senza evidenze sicentifiche, dimostrerebbe ancora una volta che è quantomeno incompetente se non addirittura complice di un complotto sanitario.

E’ infatti stata partner di tutte le ricerche sui supervirus dual use, vaccino-bioarma, sviluppati a Wuhan sui ceppi fratelli SARS-MERS (infettati anche con HIV) grazie ai fondi della Commissione Europea presideuta da Romano Prodi (PD) e poi dall’agenzia governativa americana USAID, strumento della CIA, grazie ai finanziamenti della Bill & Melinda Gates foundation in affari con varie Big Pharma dei vaccini e tra i più importanti donors del Democratic Party Usa.

Non va scordato che l’OMS a marzo sconsigliò l’uso dei cortisonici poi confermati eccellenti per la cura degli infettati dalla ricerca di una neurologa italiana ignorata dal Ministero della Salute e dai test clinici dell’Università di Oxford.

Oggi la stessa OMS sostiene che il vaccino anti-influenzale sia indispensabile per prevenire la già prevista seconda ondata di morti tra ottobre e novembre.

Ma se il virus fosse davvero stato creato in laboratorio e soggetto a mutazioni genetiche che ne indeboliscono la virulenza, come previsto da Montagnier e verificatosi soprattutto in Italia nonostante l’uso tardivo di cure efficaci, come possono gli esperti prevedere una recrudescenza della pandemia se non sapendo che qualcuno spargerà nuovamente il genotipo letale (esistono infatti quelli minimamente nocivi come dimostrato da Bricage)?

La comunità scientifica non vuole nemmeno affrontare questi quesiti perché finanziata dalle Big Pharma. Ciò emerse nel 1999 per le tangenti SmithKline all’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo prima che il virus Epatite B diventasse obblicatorio.

E nuovamente 5 anni dopo nello scandalo 2004 che travolse la GlaxoSmithKline di Verona (la multinazionale di Londra che inglobò Smith Kline ed è ora amministrata da una direttrice Microsoft) in quanto foraggiava i medici di base per prescrivere i loro prodotti anche quando non necessari.

Ma nonostante ciò i suoi laboratori sono spuntati come funghi nella “rossa” Toscana prima ancora di ottenere l’incarico di produrre i 10 vaccini obbligatori per il Decreto Lorenzin, voluto dal Partito Democratico in quel progetto di immunizzazione globale frutto di un accordo Dem tra l’ex premier Matteo Renzi e l’ex presidente Barack Obama.

Mentre l’imposizione del vaccino anti-influenzale nel Lazio di Zingaretti confermata dai giudici del Tar appare come il “test campione” sulle reazioni sociali all’avvento della dittatura sanitaria in vista di un’eventuale adozione del provvedimento a livello nazionale e del successivo arrivo del vaccino contro il Covid-19 in un momento in cui questa pandemia uccide meno di una passeggiata in bicicletta.

Perché il governatore Dem del Lazio è così ossessionato da questa prevenzione estrema? Quali competenze ha la sua struttura regionale?

Lo abbiamo svelato nel reportage WuhanGates 15 spiegando gli intrecci di affari tra il centro di ricerca di Pomezia Terme, finanziato dalla Regione Lazio e presieduto dall’ex produttore televisivo di un programma del cantante Pupo, e la solita Big Pharma dei vaccini GSK.

Nello staff del Dipartimento Salute della Regione Lazio c’è stata anche una presenza che attirò l’attenzione di molti media, la moglie di Luca Palamara, il magistrato sospeso da funzioni e stipendio per corruzione in atti giudiziari nello scandalo PalamaraGate tra tohe rosse e deputati PD.

Dinnanzi ad un così esplicito intrigo di interessi sanitari, occultato dai media di mainstream assumono una grande valenza le parole di Kennedy che non è un “no-vax” ma vorrebbe solo vaccini pediatrici sicuri.


L’ALLARME DI ROBERT KENNEDY

Ecco cosa scrive il sito di informazione sulla salute dei bambini, Children’s Health Defence, promosso da Robert Kennedy junior, figlio del mitico Robert e nipote dell’altrettanto mitico John Fitzgerald, secondo quanto riportato dall’attento media di contro-informazione La Voce delle Voci.

“Nella ricerca in letteratura, l’unico studio che siamo stati in grado di trovare valutando i vaccini antinfluenzali e il coronavirus, è uno studio del Pentagono del 2020 che ha scoperto che il vaccino antinfluenzale incrementa i rischi del coronavirus del 36 per cento. ‘La vaccinazione antinfluenzale può aumentare il rischio di altri virus respiratori, un fenomeno noto come ‘interferenza virale’. L’interferenza virale derivata dal vaccino era significativamente associata al coronavirus”.
L’avvocato dei diritti umani Robert F. Kennedy jr

Sempre dal battagliero sito promosso da Robert Kennedy junior, ecco un’altra significativa testimonianza, quella del ricercatore Ted Krunz, presidente di “Vaccine Choice Canada”.

“Uno studio randomizzato controllato con placebo su bambini ha mostrato che il vaccino antinfluenzale ha aumentato di cinque volte il rischio di infezioni respiratorie acute da un gruppo di virus non influenzali, compreso il coronavirus”.

“Uno studio del personale militare statunitense conferma che coloro che hanno ricevuto un vaccino antinfluenzale avevano una maggiore suscettibilità all’infezione da coronavirus. Lo studio ha concluso che ‘l’interferenza del virus derivato dal vaccino era significativamente associata al coronavirus’”.

Continua Krunz. “I numeri dell’Unione Europea mostrano una correlazione tra vaccino antinfluenzale e decessi da coronavirus. I paesi con i più alti tassi di mortalità (Belgio, Spagna, Italia, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Irlanda e Stati Uniti) avevano tutti vaccinato almeno la metà della loro popolazione anziana contro l’influenza”.

E ancora. “In Canada l’82 per cento dei decessi attribuiti a Covid-19 si è verificato in strutture di assistenza a lungo termine. In molti paesi, gli operatori sanitari nelle strutture di assistenza per anziani sono tenuti a ricevere il vaccino antinfluenzale ogni anno e l’assunzione del vaccino in quelle case è molto elevata o addirittura richiesta”.


STUDIO DEL PENTAGONO SUL VIRUS DI INTERFERENZA

Come nostra abitudine siamo soliti verificare le fonti e pertanto abbiamo recuperato lo studio del Pentagono riferita dal medico Greg G. Wolff, citato da Kennedy, pubblicato su ScienceDirect e menzionato con risalto anche sul sito americano Disabled Veterans.org, ma anche sul sito del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Giustizia ed in altri portali medici specializzati.

La ricerca è stata effettuata su militari nel 2017-2018 prendendo in esame le interazioni del vaccino anti-influenzale con vari tipi di patologie tra cui i ceppi di Coronavirus (il gruppo di pategeni cui appartiene il Covid-19 allora non ancora isolato).

«Abbiamo esaminato l’interferenza del virus in una popolazione dipendente dal Dipartimento della Difesa. Il personale vaccinato non aveva probabilità significative di malattie respiratorie. Il personale vaccinato era protetto contro l’influenza. Le probabilità di interferenza del virus con la vaccinazione variavano per i singoli virus respiratori» si legge nello studio

«Ricevere la vaccinazione antinfluenzale può aumentare il rischio di altri virus respiratori, un fenomeno noto come interferenza del virus. I modelli di studio negativi al test vengono spesso utilizzati per calcolare l’efficacia del vaccino antinfluenzale. Il fenomeno dell’interferenza del virus va contro il presupposto di base dello studio sull’efficacia del vaccino negativo al test secondo cui la vaccinazione non modifica il rischio di infezione con altre malattie respiratorie, quindi potenzialmente influenzare l’efficacia del vaccino risulta nella direzione positiva» recita l’abstract della ricerca.

«Questo studio mirava a indagare l’interferenza del virus confrontando lo stato del virus respiratorio tra il personale del Dipartimento della Difesa in base al loro stato di vaccinazione contro l’influenza. Inoltre, sono stati esaminati i singoli virus respiratori e la loro associazione con la vaccinazione antinfluenzale».

Ma ecco i risultati…

«Abbiamo confrontato lo stato di vaccinazione di 2880 persone con virus respiratori non influenzali con 3240 persone con risultati pan-negativi. Confrontando i pazienti vaccinati con quelli non vaccinati, l’odds ratio aggiustato per i virus non influenzali è stato di 0,97 (intervallo di confidenza al 95% (CI): 0,86, 1,09; p = 0,60). Inoltre, lo stato di vaccinazione di 3349 casi di influenza è stato confrontato con tre diversi gruppi di controllo: tutti i controlli (N = 6120), controlli positivi non influenzali (N = 2880) e controlli pan-negativi (N = 3240). Gli OR aggiustati per i confronti tra i tre gruppi di controllo non sono variati molto (range: 0,46-0,51)».

E le conclusioni…

«La ricezione della vaccinazione antinfluenzale non è stata associata all’interferenza del virus nella nostra popolazione. L’esame dell’interferenza del virus da parte di virus respiratori specifici ha mostrato risultati contrastanti. L’interferenza del virus derivato dal vaccino era significativamente associata al coronavirus e al metapneumovirus umano; tuttavia, una protezione significativa con la vaccinazione è stata associata non solo alla maggior parte dei virus influenzali, ma anche alle coinfezioni da virus influenzali, RSV e non influenzali».

Ovvero il vaccino anti-influenzale protegge nelle maggior parte dei casi ma in alcuni può causare un’interferenza pericolosa. Quanto?

Avrebbero dovuto appurarlo Zingaretti e i giudici del TAR prima di renderlo obbligatorio su personale sanitario e ultra 65enni. Ma perché spendere solti in una costosa ricerca, ritardare i tempi di diffusione del vaccino (uno dei quali anni fa fu ritirato dal commercio dopo la morte di tre pazienti) quando la popolazione del Lazio può diventare cavia umana inconsapevole???

Come riferito da Krunz la questione è stata oggetto di vari articoli sulle riviste specializzate ed anche di dibattito tra medici. «John Watkins ha ragione; dobbiamo pensare oltre il contenimento, ma trascura la possibilità che i vaccini contro l’influenza stagionale siano potenziali contributori dell’attuale epidemia» ha commentato il pediatra Allan S. Cunningham il 2 marzo scorso su BMJ, British Medical Journal.

«Uno studio randomizzato controllato con placebo sui bambini ha dimostrato che i vaccini antinfluenzali aumentavano di cinque volte il rischio di infezioni respiratorie acute causate da un gruppo di virus non influenzali, inclusi i coronavirus. (Cowling et al, Clin Infect Dis 2012; 54: 1778)» scrisse Cunninham citando varie ricerche.

«Tale osservazione può sembrare controintuitiva, ma è possibile che i vaccini antinfluenzali alterino il nostro sistema immunitario in modo non specifico per aumentare la suscettibilità ad altre infezioni; questo è stato osservato con DTP e altri vaccini. (Benn et al, Trends in Immunology, maggio 2013) Ci sono altri meccanismi immunitari che potrebbero anche spiegare l’osservazione – concludeva il pediatra – Per indagare su questa possibilità, è necessario uno studio caso-controllo mentre studiamo e ci prendiamo cura delle vittime di covid-19. I vaccini antinfluenzali sono diventati vacche sacre in alcuni quartieri, ma non dovrebbero esserlo».

E' dal 2017 che ritengo che la guida autonoma sia illegale perche' priva di responsabilita' penale e patente.

La ministra Pisano ha prima dimostrato interesse poi ha boicottato il Palomultimediale perche' mi sono opposto alle autokiller e senza patente :

Nel 2018 fu resa nota la notizia che un veicolo autonomo della flotta di Uber aveva, mesi prima, investito e ucciso una donna a Tempe, in Arizona (Usa).

Il software incaricato di gestire il rilevamento dei pedoni aveva commesso un errore, credendo che la donna - che stava attraversando la strada - fosse un falso positivo: aveva quindi tirato dritto, travolgendola.

L'anno scorso la pubblica accusa dello stato dell'Arizona ha deciso di non incriminare Uber (che nel frattempo ha sospeso ogni sperimentazione in Arizona e ripreso su scala minore a Pittsburgh, ma la faccenda non s'è chiusa lì: sotto accusa è finita Rafaela Vasquez, la donna che il giorno dell'incidente si trovava dietro al volante.

Ogni veicolo autonomo doveva e deve avere un guidatore umano pronto a prendere il controllo in caso di emergenza, proprio per evitare casi come quello accaduto a Tempe. È chiaro che, perché tutto funzioni al meglio, il guidatore deve restare concentrato.

Il Gran Giurì cui è stato sottoposto il caso per valutare il rinvio a processo ha esaminato la situazione di quel giorno - l'incidente è avvenuto in un tratto di strada ben illuminato e l'auto viaggiava a 38 miglia orarie (circa 60 km/h) - e ha concluso che, se Rafaela Vasquez in quel momento non fosse stata distratta, la donna investita sarebbe ancora viva.

Dalle registrazioni della telecamera interna al veicolo è infatti emerso che la guidatrice ha distolto gli occhi dalla strada (guardando verso il basso) per circa cinque secondi appena prima che l'auto investisse la vittima: li ha rialzati un istante prima dell'impatto, ma a quel punto era troppo tardi per fare qualcosa.

Davanti a queste prove, il Gran Giurì ha deciso di confermare l'accusa di omicidio colposo avanzata dal procuratore, aggravata però dal fatto che il crimine è stato commesso con uno «strumento pericoloso», ossia l'auto. Ciò porta la pena massima cui la Vasquez rischia di vedersi condannata alla fine del processo da 2 anni e mezzo di prigione a 6 anni.

«La guida distratta» - ha spiegato uno dei legali della Contea di Maricopa, in cui si trova Tempe - «è un problema di grande importanza nella nostra comunità. Quando si mette dietro al volante, un guidatore ha la responsabilità di controllare e gestire il veicolo in modo sicuro e secondo le leggi».

Rafaela Vasquez al momento è libera in attesa del processo, ma deve indossare una cavigliera elettronica che ne segue gli spostamenti.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28316

Prima di diventare ministra La Pisano era assessore a Torino ed andava in giro per l'Italia a proporre Torino ed i torinesi per fare i test delle auto killier,con interessi sterminati che quando io illustravo le mie considerazioni sull'autokiller senza patente mi esprimevano tutta lo loro rabbia violenta con il sostegno delle ambizioni della ministria almeno pari a quelle di Di Maio-Beppe Grillo. Gli uomini che ci avrebbero dovuti portare nel futuro invece ci stanno portando nel passato.

Per cui piu' lontano ci stiamo e meglio e' per arrivare a :

https://youtu.be/5_bVkbG1ZCo
 
https://youtu.be/aiw6OonAUCI

Il mondo e' dei furbi che invece di essere coerenti fanno quello che gli conviene come vogliono :

Carlo De Benedetti, il finanziere leader storico dei furbi, invece di scegliere un marchio potente per il suo giornale ne usa uno assai usato, e vuole fare il direttore di fatto  invece di nominare un direttore capace come Calabresi.

Ne esce quindi un giornale senz'anima come e'  lui.

Infatti i furbi per ambizione di potere e denaro mi preoccupano molto in quanto io sto gia' vendendo arrivare con tutti i soldi che putroppo arriberanno in Italia senza cambiare nella se non i conti correnti dei soliti accreditati al potere politico me sta progettando il team di Gubitosi con Fiber-cop  che punta a rivendere investimenti del passato, banda larga, superata dal 5G , che faranno dopo per richiedere altri soldi.

Mentre sappiamo bene però che tra i bersagli preferiti del ransomware ci sono anche le infrastrutture sanitarie: non è raro sentire di ospedali che hanno dovuto interrompere o rallentare drasticamente la loro attività perché i sistemi informatici erano stati compromessi.

Il caso verificatosi di recente all'Ospedale Universitario di Düsseldorf porta però l'intera questione a un livello di gravità superiore.

Proprio dopo il danneggiamento del sistema informatico dell'ospedale da parte di un ransomware, una donna è arrivata al pronto soccorso in gravi condizioni.

L'attacco, che ha messo fuori uso anche parecchia strumentazione collegata a Internet, ha però impedito al personale di accettare la paziente, che è stata trasportata in un altro ospedale a circa 30 km di distanza. La donna però non ce l'ha fatta ed è morta.

Ora, come riporta il sito tedesco RTL, la polizia sta conducendo delle indagini per capire se si possa attribuire all'attacco del ransomware una responsabilità nel decesso, e quindi accusare i suoi autori (al momento ancora sconosciuti) di omicidio.

Il ransomware, peraltro, non era nemmeno stato realizzato per danneggiare l'ospedale: il messaggio che lo accompagnava faceva infatti riferimento alla vicina Università.

Quando sono stati informati dell'errore commesso, gli autori del malware hanno messo a disposizione le chiavi di decifrazione dei file, ma a quel punto per la paziente grave era già troppo tardi.

Sebbene quello di Düsseldorf venga presentato come il possibile primo caso di una morte direttamente legata a un ransomware, i passati attacchi ai danni degli ospedali non sono stati esattamente innocui.

Uno studio americano ha mostrato come nei mesi successivi agli attacchi ransomware si registri un aumento dei decessi legati a patologie cardiache, e ipotizza che ciò si verifichi perché gli ospedali colpiti dirottano verso la sicurezza informatica risorse che avrebbero altrimenti potuto spendere per la cura e la prevenzione, e adottano nuove procedure che costringono i medici ad adottare modus operandi differenti; l'iniziale mancanza di familiarità con questi li rende meno efficienti nel rispondere alle emergenze.

La compromissione di un sistema informatico non è mai soltanto un atto di vandalismo: rischiano di andarci di mezzo anche delle vite.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28322.

Con il 5G non sarebbe successo !

Ecco perche' trovo sensato che l’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, non abbia alcuna fretta di discutere la generosa offerta del fondo Macquarie per Open Fiber (5 miliardi al netto dei debiti)  perche' in realtà quella offerta non è poi così allettante. Il motivo è che ci sono fin troppe condizionalità, tra queste la chiusura del contenzioso tra Tim e Open Fiber sulle aree bianche da oltre un miliardo di euro, 4 meccanismi di aggiustamento del prezzo (earn-out) e soprattutto la realizzazione della rete unica e quindi la creazione di AccessCo con Tim.

Infatti il fondo australiano Macquarie mette sul piatto un' offerta generosa per Open Fiber, valutando la società di tlc 7,3 miliardi di euro, ossia circa 5 miliardi al netto dei debiti. L' annuncio ufficiale arriva con un comunicato di Enel che ha reso noto di aver ricevuto un' offerta vincolante, al netto dei debiti (circa 2 miliardi), per il suo 50% della rete in fibra pari a 2,65 miliardi.
Secondo fonti finanziare l' offerta prevede anche quattro meccanismi di aggiustamento del prezzo ("earn out") e pertanto sarebbe complessa e articolata. Lo stesso ad di Enel Francesco Starace, ha detto che «ci vorrà un mesetto» per valutarla a fondo, ribadendo di «non avere fretta» per valorizzare la sua quota.

Enel che ha iscritto a bilancio il 50% di Open-Fiber a 490 milioni, anche dopo che avrà dato seguito all' apporto di capitale per 225 milioni deliberato a giugno, potrebbe quasi quadruplicare l' investimento iniziale, realizzando una cospicua plusvalenza.
Data la delicatezza dell' operazione, che peraltro è soggetta al regime del "golden power", nonché al veto del socio di co-controllo di Open Fiber, cioè la Cdp, qualcuno ipotizza anche che Enel possa sottoporre l' offerta al comitato parti correlate, perché alcuni fondi di Macquarie sono soci di Enel in diverse operazioni.

Tra le condizioni individuate da Macquarie che portano a una valutazione così generosa e a un possibile aggiustamento del prezzo ci sarebbe la vittoria da parte di Open Fiber della causa contro Telecom Italia sulle aree bianche (per cui l' ex monopolista ha fatto una causa contraria, nonché ricorso contro una multa salatissima comminata dall' Antitrust), ma anche la realizzazione della rete unica di accesso insieme a Tim, da cui deriverebbero importanti sinergie. Un' operazione complicata, che a sua volta è soggetta al vaglio dell' Antitrust Ue.
In proposito, ieri i vertici di Open Fiber e quindi l' ad Elisabetta Ripa e il presidente Franco Bassanini, hanno avuto un incontro preliminare in videoconferenza con il presidente Margrethe Vestager, che però potrà entrare nel merito solo quando la lettera di intenti firmata il 31 agosto tra Tim e Cdp si trasformerà in un accordo vero e proprio.

Nell' ambito di questa lettera preliminare la Cassa sarebbe intenzionata a esercitare la sua prelazione sulla quota di Enel per rilevare la maggioranza di Open Fiber e gestire il processo di integrazione tra le due reti. Dato che non esiste una prelazione parziale, l' ascesa della Cdp in Open Fiber dovrà a questo punto essere negoziata insieme all' offerta di Macquarie (che potrebbe accettare anche una quota inferiore al 50%).

Il governo guarda con molta attenzione e, per le stesse ragioni, ad agosto era intervenuto a verificare anche l' operazione gemella di Tim (che ha ceduto una quota di minoranza della sua rete di accesso al fondo Usa Kkr).

Intanto ieri a causa di alcune indiscrezioni riportate da Bloomberg circa un possibile stop della Ue al progetto di matrimonio tra Tim e Open Fiber, poi smentite dal ministro Gualtieri e non confermate dalle fonti ufficiali Ue, Telecom è sbandata in Borsa e ora non esclude di procedere a un esposto in Consob. Dopo un crollo del 7,5% in avvio, Tim ha dimezzato le perdite (-2,7% a 0,36 euro). Male anche Enel (-2,5% a 7,38 euro), anche se per gli analisti la maxi plusvalenza latente su Open Fiber è un' ottima notizia.

Cordiali saluti.

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.21.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestage

 

Io temo che gli elettori non abbiano voglia di cambiare perché hanno paura che ci sia una ritorsione occulta dei partiti dietro il rinnovamento.

Per farvi comprendere quanto siete stati condizionati dai media vi invito a visitare i bagni scolastici prima di votare e vi renderete conto della differenza fra quelli degli immigrati in crociera.

Cosi se avete ancora qualche incertezza sul SI e NO e fra mantenere i deputati e senatori che pagano le crociere agli immigrati con i nostri soldi invece che i bagni agli alunni delle nostre scuole ,  ve li togliete definitivamente.

https://youtu.be/4zArbDmU58w

«Attenzione! Le immagini che precedono potrebbero urtare la sensibilità dei giornalisti onesti». Inizia così il video pubblicato da Beppe Grillo per replicare a un inviato della trasmissione di Rete 4 «Dritto e rovescio» che aveva accusato il fondatore del Movimento 5 Stelle di averlo aggredito.

L’episodio è avvenuto sulla spiaggia di Marina di Bibbona il 7 settembre e il cronista Francesco Selvi ha riferito di aver riportato distorsioni e una prognosi di cinque giorni. Ora Grillo pubblica un video, girato da una telecamera di sorveglianza del locale dove è avvenuto l’episodio, in cui si vede l’inviato della trasmissione di Paolo Del Debbio che viene spintonato giù dagli scalini del locale, barcolla e poi riprende a filmare Grillo con il suo cellulare. Un video che secondo Grillo smentirebbe la versione dell’inviato.

Su Facebook la replica della redazione della trasmissione: «Il video pubblicato nel blog di Beppe Grillo - si legge - mostra in maniera evidente che c’è stata un’aggressione nei confronti dell’inviato di Dritto e Rovescio Francesco Selvi. Attenzione quindi a giudizi troppi frettolosi. Ci vediamo in trasmissione giovedì e nelle opportune sedi». Poco dopo sui social è intervenuto anche lo stesso giornalista, Francesco Selvi : «Grazie al contributo offerto da Beppe Grillo- scrive su Facebook - l’Autorità Giudiziaria competente a giudicare condotte penalmente rilevanti, avrà un ulteriore elemento per stabilire la verità. Aggredire una persona mentre svolge il proprio lavoro resta un atto vile e indegno».

La potenza americana di fatto e'  :

Un’altra accusa mossa contro il social network Facebook: la citazione in giudizio riguarda una presunta attività di spionaggio sugli utenti di Instagram, questa volta attraverso l’uso non autorizzato delle fotocamere dei telefoni cellulari.

La causa intentata fa riferimento a quanto riportato dai media lo scorso luglio, secondo i quali l’app famosa per le sue Stories e la condivisione di foto accederebbe alle fotocamere degli iPhone anche quando queste non vengono utilizzate.

Utenti Instagram spiati da Facebook con la fotocamera

Al tempo Facebook aveva respinto tale accusa, giustificando quanto accaduto con la presenza di bug, che si era detto pronto a correggere. Le notifiche inviate, che avvisavano che Instagram stava accedendo alla fotocamera degli iPhone, erano fittizie, secondo la società di Mark Zuckerberg.

Nella serata di giovedì è stata presentata ufficialmente una citazione al tribunale federale di San Francisco da parte dell’utente Instagram del Brittany Conditi, che sostiene che l’uso della fotocamera da parte dell’app è intenzionale e che ciò viene fatto allo scopo di raccogliere «dati redditizi e preziosi sui propri utenti a cui altrimenti non avrebbe accesso».

Facebook raccoglie dati privati e intimi degli utenti?

Secondo il reclamo presentato, «raccogliendo dati personali estremamente privati e intimi sui propri utenti, anche nella privacy delle proprie case», Instagram e Facebook sono in grado di raccogliere «informazioni preziose e ricerche di mercato».

Attraverso una causa intentata il mese scorso, Facebook è stato accusato di utilizzare la tecnologia del riconoscimento facciale per raccogliere illegalmente i dati biometrici di oltre 100 milioni di utenti Instagram. La società ha negato tale accusa, affermando che Instagram non utilizza tale tecnologia.

La  violenza americana conferma che  un paese che non e' in grado di controllare quello che e' avvenuto non e' un paese civile :

Lo hanno tenuto chiuso in quella stanza trasformata in prigione per anni. Fino a quando Maxwell Schollenberger, un bimbo di 12 anni, si è arreso alla morte: pesava solo 19 chili quando il suo corpo senza vita è stato trovato dalla polizia dopo la segnalazione di un vicino di casa che si era insospettito dopo aver ascoltato il racconto di Scott Schollenberger Jr, il 42enne padre del piccolo finito ora in manette insieme alla compagna Kimberly Maurer, 35 anni, con l’accusa di omicidio.

kimberly maurer kimberly maurer

Per Maxwell, di Anneville in Pennsylvania, il mondo era tutto in quella stanza buia nella quale veniva chiuso a chiave: le finestre erano sbarrate, c’erano feci ovunque e l’unico mobile era un letto. Un’esistenza disumana alla quale era stato condannato da suo padre e dalla sua compagna che lo picchiavano e lo lasciavano persino senza cibo, tanto che il piccolo non era più in grado di reggersi in piedi.

scott schollenberger jr 1 scott schollenberger jr 1

 

«Ho sempre puntato l’arma contro i miei amici, non so perché ci fosse un proiettile». La giustificazione con cui Spencer Chase Pruitt, 24 anni, ha parlato dell’omicidio di Victoria “Tori” Lynn Busch, 19enne americana, ha lasciato la polizia senza parole. Un omicidio insensato reso ancora più inspiegabile dopo che l’uomo ha ricostruito quanto è accaduto la mattina del 7 settembre mentre giocava con la sua pistola in una casa di Panama Beach City, in Florida, dove Victoria era ospite di alcuni amici.

spencer chase pruitt spencer chase pruitt

 

Pruitt ha raccontato di aver puntato l’arma per gioco contro Victoria e di aver premuto il grilletto. Ma questa volta c’era un colpo in canna che ha colpito la ragazza sul collo. A nulla è valsa la corsa in ospedale per tentare di salvarla: la ragazza è morta mentre i medici tentavano disperatamente di tenerla in vita.

Come mi aspetto l'ergastolo per la morte di Willy, santo subito !

Vistosi anelli, occhiali da sole nonostante il buio, fare da duro, gestacci in favor di telecamera. Tutto in un video esclusivo rilanciato da Le Iene, il programma di Italia 1, sul loro sito. Un video che ritrae i fratelli Marco e Gabriele Bianchi in macchina nella sera del pestaggio in cui è stato brutalmente ammazzato a Colleferro Willy Monteiro Duarte.

Immagini che sono state girate poco prima dell'omicidio. Si tratta di un video registrato dalle storie Instagram di Gabriele Bianchi da un utente, che ha poi girato tutto a Le Iene. La story sarebbe stata pubblicata intorno alla mezzanotte, circa tre ore prima del pestaggio.

Nelle immagini, inoltre, sembra intravedersi Vittorio Tondinelli che sarebbe indagato per favoreggiamento, e due donne in macchina. In una storia uno dei fratelli Bianchi rallenta con la macchina, si rivolge a questa persona e gli dice: “Già sai, e se non sai…”. L’altro replica: “Saprai!”.

Dunque il fratello Bianchi risponde: “Piace fratello!”, la macchina riparte e la storia termina. E ancora, ecco i due fare i bulli all'interno di una macchina, insieme alle due ragazze che però sarebbero completamente estranee ai fatti.

Vorrei nuovamente suggerire il mio Plaomultimediale con le telecamere per la sicurezza :

Violenza insensata per le strade di Malmo in Svezia dove una donna è stata scaraventata a terra per puro divertimento.

Come si vede nelle immagini la donna stava camminando quando un ragazzino spunta alle sue spalle e le sgancia un pugno sulla tempia: la donna rotola a terra mentre il complice che stava filmando la stronzata urla e ride. Il video è diventato virale e la polizia è sulle tracce dei due imbecilli.
 

Ed anche che si protegga chi e' sincero :

«Mio figlio alla gogna perché positivo». C'è una storia scritta in un angolo di periferia della Capitale che deve essere raccontata. Parla infatti del coraggio di una mamma e delle pieghe nere dell'animo, quelle che, in modo anonimo e vigliacco, giudicano un ragazzo e lo indicano come responsabile di contagi.

L'ingiuria, stavolta, viene lanciata non usando la tastiera di un pc e internet, ma in modo antico, ante Millennials insomma, tracciando una scritta con la vernice su un muro della piazzetta dove c'è un centro ricreativo e dove si incontrano le comitive del quartiere così piccolo che sembra un paesino: si conoscono tutti insomma. Niente cyber bullismo, quindi, ma la sofferenza e la crudeltà sono le stesse. Antonio Covid 19: il nome è di fantasia, anche perché sul muro della vergogna è apparso proprio il cognome del ragazzo.

Così è stato scritto sperando di offendere l'animo del giovane positivo e della sua famiglia indicandolo quasi come untore. La mamma, nonostante l'ingiuria, non solo ha continuato a raccontare su Facebook la storia del contagio dei figli (entrambi asintomatici), ma ha iniziato a farlo in modo sempre più dettagliato. «Sono negativa e in quarantena, se mi vedete uscire è perché la Asl mi ha chiesto di portare i miei figli a fare i tamponi al drive-in in viale Palmiro Togliatti». Lo scatto d'orgoglio ha un motivo chiaro. «Voglio incitare le altre famiglie a farsi avanti, a non vergognarsi, ad avvertire amici e vicini di essere positivi sperando così di fermare i contagi» racconta la mamma al Messaggero.

L'ODISSEA N.D., 49 anni, romana, è residente a Gregna Sant' Andrea, periferia Est di Roma: sui social sta scrivendo un diario di bordo dell'odissea iniziata i primi di settembre. «Mio marito ed io siamo sempre stati negativi, entrambi i nostri figli, 19 e 12 anni, sono positivi». I commenti ai post sono incoraggianti, in tanti fanno i complimenti alla mamma coraggio. Nella vita reale del piccolo quartiere, invece, alcuni additano quel ragazzo soltanto perché si è ammalato. L'unica colpa della famiglia, in realtà, è stato comunicare la positività per senso di responsabilità.

LA PAURA «La scritta ingiuriosa è fortunatamente stata cancellata - racconta la mamma al Messaggero - molte famiglie tacciono e non comunicano la positività dei figli a chi è stato in contatto con loro proprio perché hanno paura di finire alla gogna così come è accaduto alla nostra famiglia». Nel quartiere intanto cresce la paura per i contagi, tanto che don Nello, il parroco della chiesa Sant' Andrea Corsini, ha deciso di chiudere i campetti «a causa della diffusione del Covid 19 tra alcuni adolescenti - dice - c'erano troppi assembramenti».

Secondo i dati del Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio nel piccolissimo quartiere i contagi stanno aumentando e sono arrivati a 24. Non pochi considerando che gli abitanti sono meno di 7 mila. «Abbiamo scoperto la positività mentre eravamo in vacanza in Toscana, due giorni dopo aver lasciato Roma dove mio figlio aveva frequentato i suo amici: siamo subito tornati, abbiamo avvertito tutti gli altri della comitiva ed è iniziata l'odissea».

Ieri per la famiglia è stata una bellissima giornata. «Mio figlio grande è risultato finalmente negativo - spiega la mamma - è guarito insomma, per il piccolo dovrò aspettare qualche giorno per la diagnosi definitiva di negatività».

 

Ma la violenza non e' solo nei confronti degli umani , ma anche nei confronti dell'ambiente:

Dall’alto delle Piramidi ci guardano quaranta secoli di storia, diceva Napoleone. Dal basso, le guarderanno presto milioni d’automobilisti in coda. Una delle più inquinate e intasate megalopoli del globo, il Cairo, ha pensato bene di risolvere (male) il problema del traffico.

Con due grandi autostrade, una direzione Nord e l’altra direzione Sud, che taglieranno in tre la più cartolinata delle Piane, quella di Giza. Fra l’antico padre Nilo e l’antichissima Menfi. Nel deserto che più di 4mila anni fa diede l’argilla per costruire le tombe dei Faraoni. Dove gli archeologi giurano ci sia ancora da scavare tantissimo. E’ la nuova, grande opera del generale Abdel Fattah al-Sisi. L’ultima tentazione nasseriana di rifare la storia dell’Egitto.

Ma con le galere (vedi il caso Zaki), le storie nere (la morte di Regeni) e le betoniere: costruendo una nuova capitale a 20 chilometri dai venti milioni di cairoti, ampliando il Canale di Suez, litigando sulle dighe coi vicini etiopi, ora stringendo nell’asfalto le ultime — e uniche — sopravvissute fra le antiche Sette Meraviglie del mondo.

Non sappiamo come le costruirono, Piramidi&Sfinge, però possiamo immaginarci come le distruggeranno: già corrose da uno smog impossibile e da un’incontenibile espansione edilizia, saranno segate da due nastri a otto corsie. Che passeranno l’uno a 2,5 km dalla tomba di Cheope, l’altro fra la piramide a gradoni di Saqqara, la più antica, e la necropoli di Dahshur, dove ci sono la Piramide Rossa e quella romboidale di Snefru.

«L’integrità della Piana andrà distrutta», dice un anonimo archeologo egiziano, come gli altri spaventato dalle rappresaglie del regime: «Le autostrade copriranno siti archeologici inesplorati, produrranno rifiuti, esporranno ancora di più i monumenti a saccheggi e vandalismi». «Storie», replica il segretario del Consiglio archeologico nominato dal governo, Mustafa al-Waziri: «Saranno costruite con cura, avremo bus elettrici per non inquinare, i nuovi collegamenti ridurranno enormemente il traffico. E poi le strade attuali, sempre strapiene, sono molto più vicine alle Piramidi delle future autostrade».

La Piana di Giza non è naturale: fu sbancata dagli antichi egizi che la vollero elevata, tanto da chiamarla l’Orizzonte di Cheope, il Sotto del Dio o anche il Vicino dell’Alto. Architetti e agrimensori ne studiarono l’orientamento coi punti cardinali, decisero la disposizione delle tombe secondo le costellazioni. Nel 1990 ci aveva già provato Hosni Mubarak, la protezione Unesco e le proteste internazionali lo fermarono. Al Sisi ha ordinato le nuove bretelle lo scorso anno, ma i cantieri all’inizio sono rimasti top secret e invisibili.

A marzo, nel lockdown, le ruspe sono comparse nei siti archeologici. Lavorando indisturbate: il Covid ha fatto perdere al turismo egiziano sette miliardi di dollari, le 9mila guide disoccupate prendono 32 dollari al mese di sussidio statale e a Giza, dove una volta c’era una media di 50 comitive all’ora, nell’ultima settimana s’è visto un solo gruppo. Erano russi. Hanno fotografato dalla strada. Senza nemmeno scendere dal pullman.

Anche in GB stanno per compiere l'errore che porterà al rallentamento economico di tutti i paesi con gente pagata per non fare nulla :

I casi aumentano e, di fronte all’inevitabilità della seconda ondata di Covid, il governo Johnson corre ai ripari. Chi rompe la quarantena richiesta da un rientro dall’estero, da un tampone positivo o più semplicemente dal contatto con malati di Covid, verrà severamente punito. La multa potrà raggiungere un tetto massimo di 10.000 sterline, circa 11.000 euro.

Le nuove misure, che nel Regno Unito sono sulle prime pagine di tutti i giornali, arrivano in un momento di incertezza e crisi nella gestione del virus, tanto che per martedì si attende un nuovo discorso alla nazione da parte del premier Boris Johnson e un ritorno a severe manovre di contenimento.
Tra le misure che potrebbero essere adottate, stando alle anticipazioni della stampa, ci sono la chiusura di pub e ristoranti e un coprifuoco serale alle 22:00, nonché il divieto di socializzare con nuclei familiari diversi. I consulenti scientifici del primo ministro spingerebbero per un ritorno a un lockdown totale per due settimane con l’obiettivo di rompere il ciclo di trasmissione e evitare così i picchi raggiunti in primavera.

Il cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak, così come il premier, sarebbero invece preoccupati dall’impatto che una seconda chiusura nazionale potrebbe avrebbe sull’economia del paese. Il settore ospitalità, ad esempio, è sull’orlo della crisi. Circa un milione di posti di lavoro, secondo il Sunday Times, sarebbero a rischio e non è il solo settore ad aver accusato il colpo del Covid.
Se aumentano i casi – 4,422 nella giornata di sabato – scarseggiano i test. Tante organizzazioni – dalle forze armate, alle scuole, dai servizi d’emergenza alla sanità – faticano a operare a ritmo normale perché non possono sottoporre i dipendenti al tampone. Nell’incertezza, tanta gente è costretta a rimanere a casa, eppure il virus avanza.
Ecco allora la decisione di aumentare le multe per chi viola le regole, mentre per chi è sotto la soglia dello stipendio minimo o riceve sussidi statali – circa quattro milioni di cittadini – ci sarà un incentivo di £500 sterline a rimanere a casa. Le multe invece cominceranno da 1.000 sterline per la prima infrazione e andranno ad aumentare nel caso di nuove violazioni.

Intanto la regina Elisabetta avrà un calo di entrate economiche a causa della Brexit. La rivelazione – certificata dai dati – arriva grazie al nuovo libro di David McClure, «The Queen’s True Worth», che ricostruisce i bilanci della corona britannica aggiungendo alcuni fondi europei spesso trascurati. Secondo l’esperto, infatti, la ricchezza personale della sovrana si aggirerebbe intorno ai 400 milioni di sterline (oltre 435 milioni di euro), 50 milioni in più rispetto alle precedenti stime.
Ma cosa è dovuto questo «incremento» patrimoniale? Secondo McClure – e le anticipazioni del Daily Express – è merito dei contributi sborsati da Bruxelles per le tenute agricole di Sandringham, nel Norfolk. In effetti quella residenza reale, a differenza ad esempio di Buckingham Palace, è proprietà della regina, che l’ha ereditata nel 1952 alla morte di suo papà, re Giorgio VI: fino agli Settanta, però, a livello economico non ha fruttato nulla alla corona a causa della numerose aziende.

Fondamentale è stata la scelta del principe Filippo di accorpare le piccole fattorie in dodici grandi blocchi, poi l’ingresso del Regno Unito nella Comunità Economica Europea nel 1973 ha fatto il resto. Da quel momento Sandringham – che è pure una tra le poche aziende produttrici di ribes nero – ha cominciato a beneficiare degli emolumenti garantiti della Politica Agricola Comune europea, ai quali si aggiungono i fondi ricevuti dal principe Carlo per lo sviluppo di progetti sostenibili.

Dalla ricostruzione di McClure, la regina si sarebbe messa in tasca oltre tre milioni di sterline soltanto negli ultimi cinque anni, con addirittura 936 mila sterline nel 2019 (+55% rispetto alla stagione precedente). A interrompere questo flusso di denaro, però, arriverà come una mannaia la Brexit, che dal 31 dicembre sancirà ufficialmente il divorzio tra Londra e l’Unione Europea. Ma quanto questa separazione influirà sulle finanze della corona inglese non è possibile saperlo con esattezza.
D’altronde, eccezion fatta per il denaro pubblico derivato dai sudditi, il patrimonio della monarchia britannica è assolutamente top secret.

 

Di nuovo Salvini ha tempi tecnici lunghi di percezione della realtà :E così si torna a parlare della "Bestia", la macchina da guerra della propaganda salviniana, oggi un po' meno gioiosa perché finita nel mirino dei giudici, almeno per quel che riguarda le modalità del suo finanziamento. Però gran parte dell'ascesa di Matteo Salvini è merito appunto di questo formidabile apparato di comunicazione e di chi l'ha realizzato, insomma di chi della Bestia è il creatore e il domatore insieme.

Insomma di Luca Morisi, mantovano, classe '73, un autentico "nerd" (definizione sua), anzi un «filosofo del web» (idem, però la laurea in Filosofia l'ha davvero, 110 e lode a Verona), tutto algoritmi acchiappalike. La Bestia si chiama in realtà Sistema Intranet, società fondata nel 2009 da Morisi insieme con Andrea Paganella, l'altro Dottor Stranamore della Lega salviniana, società che peraltro ha lavorato anche per la Regione Lombardia, gestione Maroni, e per diverse Asl del territorio.
Sono stati Morisi & Paganella, che non sono solo dei professionisti efficienti ma pure dei leghisti credenti e praticanti, a capire che oggi la battaglia politica si combatte sui social, e a farla vincere al Capitano (per inciso, soprannome coniato proprio da Morisi), che con 4 miloni e 379.504 persone che lo seguono su Facebook è il politico più social d'Italia e forse d'Europa.

Per tacere del milione e 327.408 follower su Twitter, che però Morisi pospone a Facebook, considerato più popolare. Per avere un'idea, nel 2014, all'inizio della cura Morisi, su FB gli amici di Matteo erano appena mezzo milione. E' la Bestia che seleziona i temi caldi, lancia e rilancia gli slogan, inventa gli hashtag di successo, segue Salvini 24 ore su 24 e sette giorni su sette, riporta tutti i comizi frase per frase ma anche lui che mangia la Nutella, lui che va in tivù a litigare, lui che porta a spasso i figli.

Il tutto grazie a una squadra di ragazzi nati davanti al computer e con l'indice caldo, fra i quali Leonardo Foa, bocconiano ventiseienne e figlio di Marcello, giornalista sovranista fortissimamente voluto da Salvini alla presidenza Rai.Morisi è il contrario del suo Capitano: pallido pallido, forse timido, di certo riservatissimo e silenziosissimo, le sue interviste si contano sulle dita di una mano chiusa.

I servigi della società costavano alla Lega, pare (tutte le sue attività sono avvolte nel mistero, e in via Bellerio nessuno ne parla) sui 170 mila euro all'anno. Di certo, quando Salvini traslocò al Viminale i suoi spin doctor lo seguirono, costando al contribuente dai 65 mila (Morisi) agli 85 mila euro all'anno (Paganella). Furono assunti anche quattro ragazzi, fra i quali Foa, per 41.600 euro.

Con la fine del Conte I e il passaggio della Lega all'opposizione del Conte II, alcuni sono stati sistemati al gruppo della Lega al Senato, dove infatti le spese per il personale sono quasi raddoppiate. Anche fare pubblicità su Facebook costa: nell'ultimo anno, più di 250 mila euro. Quando gira al massimo, la Bestia fa numeri impressionanti. Si è calcolato che nei cinque mesi di campagna prima delle ultime Europee, gran trionfo salviniano, sia stata prodotta una media di 17 post al giorno, con più di 60 milioni di interazioni, 40 milioni di like e cinque milioni di ore di video visualizzate.

Poi però i numeri sono un po' calati, in coincidenza con quella grave battuta d'arresto nella marcia del Capitano che sono state le elezioni in Emilia-Romagna. E anche il Covid ha fatto danni. Il punto è che Morisi & co. hanno messo a punto un sistema di comunicazione basato su tre pilastri, il TRT, acronimo di Televisione, Rete e Territorio, cioè i comizi di Salvini, dove ognuno dei tre elementi serve a rilanciare gli altri due e ne è a sua volta rilanciato.

Ma con il lockdown Salvini ha dovuto smettere di battere il territorio, è mancata una T e la Bestia ha iniziato a fare numeri meno impressionanti. Adesso è ripartita. Il voto alle Regionali, e in particolare in Toscana, sarà anche un indizio per capire se morde ancora.

Per me i soldi della lega sono stati imboscati da tutti e con l'assenso di tutti !

«La segnalazione in oggetto evidenzia una rete complessa che coinvolge oltre 100 soggetti, con numerosi rapporti bancari, cui sono associate numerose transazioni finanziarie in un ampio temporale molto ampio, dal 2011 al 2019». Il "sistema" evidentemente funzionava bene e ha funzionato per anni.

Per esempio: come ha fatto la Pontida Fin, la società che gestisce il patrimonio immobiliare della Lega, a passare «dalla gestione di 9 milioni di euro nel 2010 ai 31,6 milioni del 2017»? Se lo chiedono in una delle informative sulle operazioni sospette che puntellano l'inchiesta milanese.

Intanto gli Stati Uniti scendono in campo contro il Vaticano, nel tentativo di bloccare il rinnovo dell'accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

È direttamente il segretario di Stato Usa Mike Pompeo a scrivere in un tweet contro l'accordo: "Due anni fa, la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi. Ma l'abuso del Pcc sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe a rischio la sua autorità morale, se rinnovasse l'accordo".

Il tweet del capo della diplomazia Usa rilancia un suo saggio scritto per First Things, nota rivista conservatrice americana. Pompeo contesta l'accordo e dice perché a suo avviso la Santa Sede dovrebbe rinunciarvi.

Il 29 settembre Pompeo sarà in visita in Vaticano e proverà a giocare le sue carte per convincere la Chiesa a un passo indietro. Ma in realtà la disponibilità della Santa Sede verso la Cina è massima, tanto che gli uomini della segreteria di Stato si aspettano una riposta positiva cinese entro metà ottobre, e cioè entro il giorno in cui effettivamente due anni fa l'accordo entrò in vigore.
Scrive Pompeo su First Things: "Se il Partito comunista cinese riuscirà a mettere sull'attenti la Chiesa cattolica e altre comunità religiose, i regimi che disdegnano i diritti umani saranno rafforzati, e il costo della resistenza alle tirannie si alzerà per tutti i coraggiosi fedeli che onorano Dio al di sopra dell'autocrate di turno".

No comment nei confronti di Marco Travaglio, concordo con Dibba:

marco travaglio per Il Fatto - Estratto

Alessandro Di Battista che non fa un solo comizio per il Sì al referendum, ma arringa la folla pentastellata di Bari contro il mio consiglio agli elettori 5Stelle toscani e pugliesi di "turarsi il naso e votare disgiunto" mette tristezza. E ricorda il compagno Antonio: il comunista di Avanzi interpretato da Antonello Fassari che nel 1993 si risvegliava dopo vent' anni di coma e non ritrovava più nulla del suo piccolo mondo antico, tranne i Pooh.

Con eleganza pari all'acume politico, Di Battista paragona il turarsi il naso, cioè scegliere il candidato meno lontano per scongiurare la vittoria del peggiore, a "un cesso pubblico". E, con sicumera pari alla disinformazione, attribuisce il voto disgiunto alla "vecchia Democrazia cristiana", che mai neppure lo nominò in 50 anni di vita perché nel sistema proporzionale non c'era niente da disgiungere.

Poi scomunica le alleanze che "distruggono i progetti", dimenticando che tutti i risultati ottenuti dal M5S nell'ultimo biennio con i governi Conte sono dovuti alle alleanze (potrebbe spiegarglielo Barbara Lezzi, che si spellava le mani alle sue spalle: al ministero del Sud chi ce l'ha portata? L'alleanza con la Lega o la cicogna?).

Poi elogia Conte (troppo popolare per non prendere fischi attaccandolo), ma anche la candidata presidente Antonella Laricchia, che proprio all'invito di Conte a sedersi al tavolo con Emiliano rispose picche e ora non ha alcuna possibilità di vincere, ma ne ha parecchie di far vincere il peggiore di tutti: Fitto. Ma, per Di Battista, Emiliano e Fitto pari sono. Anche se uno faceva il magistrato e l'altro l'imputato.

Qualcuno dovrebbe spiegare al compagno Antonio, alias Dibba, che siamo nel 2020, non nel 2009 quando i 5Stelle nacquero in piazza contro tutto e contro tutti. La politica è cambiata, in Italia e in Europa, anche grazie a loro (senza i loro voti, col cavolo che sarebbe stata eletta la Von der Leyen, avremmo avuto gli Eurobond e i 209 miliardi di Recovery Fund e che ora si parlerebbe di abolire i regolamenti di Dublino sui migranti).

 

 

Cordiali saluti

marcobava

 

 

www.marcobava.it

TO.20.09.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

 

L'importanza di saltare subito la banda larga nelle case per investire nel 5G e non ripagare strutture che esistono gia' ma non servono piu' e' confemata da : Una donna in condizioni mediche drammatiche viene respinta dall’ospedale universitario di Dusseldorf perché il sistema informatico è in tilt e ogni attività (compresa quelle di accoglimento e registrazione dei nuovi arrivi) è completamente paralizzata.

L’ambulanza corre inutilmente per 30 chilometri per raggiungere il nosocomio della vicina città di Wuppertal: la donna – complice il ritardo nelle cure che avevano assoluto carattere di urgenza – muore.
La vicenda, che risale al 10 settembre, costituisce una sconfortante pietra miliare.

La settimana scorsa i computer della struttura sanitaria erano stati attaccati da un “ransomware”, vale a dire da quella particolare categoria di istruzioni maligne che procedono all’indebita cifratura dei dati e che informano che i file (ovviamente inutilizzabili) possono essere portati alla loro originaria condizione di normalità solo provvedendo al pagamento di un riscatto ai delinquenti che hanno organizzato l’azione criminale.

Non è servito a nulla l’intervento della polizia tedesca che – chiamata in soccorso dall’ospedale all’insorgere del problema – ha contattato i banditi e ottenuto i codici per sbloccare il sistema informatico che era stato infettato.

Ad apparati elettronici bloccati si è fermato tutto e naturalmente per qualche giorno si proverà a parlare di sicurezza informatica per poi dimenticarne l’importanza e lasciare correre le cose fino al prossimo inconveniente.

Se da una parte spaventa l’aggressività delle organizzazioni che animano certe dinamiche estorsive (sfruttando la possibilità di impedire le ordinarie funzionalità di qualunque sistema informatico pur di ottenere il versamento di una somma), dall’altra è legittimo chiedersi perché determinate realtà che devono assicurare servizi essenziali per i cittadini non predispongano adeguate contromisure per evitare il verificarsi di situazioni incresciose.
I responsabili dei sistemi informatici devono ora rispondere della mancata adozione delle difese che certo non mancano per scongiurare certi disastri. Chi si occupa di formazione dovrà invece spiegare perché non si è proceduto alla sensibilizzazione e alla qualificazione del personale della propria organizzazione, che – e lo sanno tutti – normalmente rappresenta l’anello debole della catena di sicurezza in qualunque contesto. Il clic del mouse di un impiegato su un link o su un allegato di un messaggio ricevuto in posta elettronica è spesso l’innesco di contaminazioni informatiche catastrofiche.

Dovrà rispondere dell’accaduto anche ( e soprattutto) il management che – normalmente indifferente a certi rischi – non avalla le proposte per irrobustire le cautele poste in essere a tutela del patrimonio informativo o non sollecita le articolazioni competenti a potenziare le difese e a formare la platea degli utenti che con pc, tablet e smartphone possono diventare i protagonisti di una apocalisse digitale.

Adesso che “ci è scappato il morto”, forse varrà la pena riprendere certi discorsi rinviati sine die con una inammissibile leggerezza.

Non sono d'accordo con la criminalizzazione del solo Palamara anche se diventa definitiva l'espulsione per gravi violazioni del codice etico di Luca Palamara dall' Associazione nazionale magistrati, di cui è stato presidente negli anni dello scontro più duro con il governo Berlusconi.

L'assemblea generale degli iscritti al sindacato delle toghe, riunita a ranghi ridottissimi ( un centinaio i presenti a fronte di 7mila soci) ha confermato il provvedimento del 20 giugno scorso del Comitato direttivo centrale dell' Anm, bocciando il ricorso del pm romano sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e imputato a Perugia per corruzione. Solo 1 voto a favore del ricorso. "L' Anm a cui pensa Luca Palamara "non esiste più e questo è un buon risultato".
Così il presidente del sindacato delle toghe Luca Poniz ha concluso gli interventi all'assemblea generale dei magistrati, che si deve pronunciare sul ricorso dell'ex pm romano contro la sua espulsione.Il riferimento è a un'intercettazione in cui Palamara diceva che l'Anm, di cui lui è stato presidente, non conta più nulla. "Se intendeva dire che dopo di lui l' Anm svolge un altro ruolo, non di autocollocazione, sono contento "ha aggiunto Poniz, rivendicando all'attuale gruppo dirigente il fatto di essere intervenuto su questa vicenda "senza reticenze e paura".

"Da magistrato e da cittadino che crede profondamente nel valore della giustizia equa ed imparziale ribadisco che le decisioni devono essere rispettate. Con altrettanta forza ribadisco di non aver mai barattato la mia funzione. Auguro buon lavoro all'Anm nell'auspicio che torni ad essere la casa di tutti i magistrati". Così Luca Palamara ha commentato la decisione dell'Anm di espellerlo

Luca Palamara in mattinata è stato ascoltato dall'assemblea dei magistrati iscritti all'Anm sul ricorso che ha presentato contro la sua espulsione dal sindacato delle toghe - di cui è stato presidente- per gravi violazioni del codice etico. Lo ha deciso la stessa assemblea. "La mia funzione non l'ho venduta né a Lotti, nè a Centofanti nè a nessuno", ha precisato dubito il magistrato. "Chiedo di essere giudicato serenamente", ha proseguito, parlando all'assemblea dell'Anm.

"Sono qui perche' penso che prima vengano gli interessi di tutti, della magistratura, dei colleghi che mio malgrado sono stati travolti", ha dichiarato assicurando di non aver mai voluto sottrarsi al giudizio dell'Anm e ai processi.

"Il confronto con la politica sulle nomine è sempre esistito", ha sottolineato il magistrando intervenendo anche sulla famosa riunione all'Hotel Champagne per la nomina del Procuratore di Roma: "Non era un incontro clandestino", ha detto.

"Sono stato travolto e nella fiumana mi sono perso, ma non mi sento di essere stato moralmente indegno", ha assicurato.

Quindi come al solito i politici hanno il salvacondotto per status.

Negli anni 90 nemmeno la Mondadori di Silvio Berlusconi impegnato in un duro conflitto con la magistratura che dura ancora oggi accettò di tradurre “Italian guillotine” scritto da Stanton H. Burnett e Luca Mantovani uscito negli Stati Uniti e punto.

La lacuna è stata colmata solo adesso da Aracne edizioni, 345 pagine, 18 euro. “Da libero cittadino trovo intollerabile che i miei connazionali vengano privati del diritto di conoscere riflessioni riguardanti l’Italia indipendentemente dal loro contenuto e da chiunque le abbia formulate“ scrive Marco Gervasoni nella prefazione.

E il problema è proprio questo. Per oltre 20 anni l’opinione pubblica è stata privata della conoscenza di una riflessione molto critica su una importante operazione politico-giudiziaria. Questo sia chiaro comunque la si pensi.

Chi scrive queste poche righe per esempio non crede che Mani pulite fu un colpo di Stato ma semplicemente la vicenda di una magistratura che andò all’incasso del credito acquisito anni prima quando tolse le castagne dal fuoco per conto della politica risolvendo la questione della sovversione interna.

Le carcerazioni preventive al fine di ottenere confessioni ma soprattutto chiamate di correo, i due pesi e due misure dell’indagine sono un fatto ormai acclarato anche se all’epoca fummo in pochi a parlarne e a scriverne oltre che additati come “amici dei ladri”.

La corruzione c’era e come anche prima del 1992 ma le procure in testa quella di Milano facevano finta di non vederla. Perché evidentemente non era ancora il momento. L’ora ics scattò nel momento in cui la politica si indebolì e le toghe le saltarono al collo gridando “adesso comandiamo noi”. E comandano ancora adesso.

Basta vedere come la categoria sta chiudendo la vicenda del CSM con il capro espiatorio Luca Palanara il quale avrebbe fatto tutto da solo. Contribuendo però per esempio alla nomina di 84 colleghi al vertice di uffici giudiziari. 84 complici tutti assolti in via preventiva perché se no si rompe il giocattolo.

”La ghigliottina italiana” è assolutamente da leggere. Vale per chi allora c’era e per chi non c’era. Per cercare di trarne utili lezioni per il futuro.

Come secondo me servono piu' il termoscanner ed il lavaggio delle mani obbligatorio e controllato che il lookdown non fatto  della via svedese all’epidemia di Covid-19,

MORTALITA' IN ECCESSO CORONAVIRUS ITALIA VS SVEZIA MORTALITA' IN ECCESSO CORONAVIRUS ITALIA VS SVEZIA

Ma i nuovi dati che arrivano da Stoccolma inducono a una riconsiderazione: mentre in molti Paesi europei — primi fra tutte Spagna, Francia e Regno Unito — i contagi da Sars-Cov-2 sono tornati a crescere esponenzialmente, in Svezia rimangono bassi. «Secondo il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), i 14 giorni totali di nuovi casi nei paesi scandinavi martedì erano 22,2 ogni 100 mila abitanti, contro i 279 della Spagna, i 158,5 della Francia, i 118 della Repubblica Ceca, i 77 del Belgio e i 59 del Regno Unito, tutti casi che questa primavera hanno imposto il blocco — scrive il Guardian —. Ventidue dei 31 Paesi europei esaminati dall’ECDC hanno registrato tassi di infezione più elevati.

I nuovi casi, ora segnalati in Svezia solo da martedì a venerdì, sono all’incirca al ritmo di fine marzo, mentre i dati dell’agenzia sanitaria nazionale hanno mostrato solo l’1,2% dei 120 mila test della settimana scorsa sono risultati positivi».

birretta in svezia alla faccia del coronavirus birretta in svezia alla faccia del coronavirus

«Non abbiamo la recrudescenza della malattia che molti Paesi hanno» ha detto, in un’intervista all’emittente France-24, Anders Tegnell, il principale epidemiologo del Paese e colui che ha guidato la risposta svedese al coronavirus. «Alla fine, vedremo che differenza farà avere una strategia più sostenibile, che si può mantenere a lungo, invece della strategia di chiudere, aprire e chiudere più e più volte» ha aggiunto. Nel complesso nel Paese ci sono stati 5.800 decessi attribuiti al Covid-19 su 10 milioni di abitanti.

niente lockdown a stoccolma niente lockdown a stoccolma

«Ovvero, una mortalità di circa lo 0.06%, praticamente uguale a quella dell’Italia» come spiega Ugo Bardi, docente presso il dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze, che fa il punto sul Caso svedese sulla pagina facebook Pillole di ottimismo. «Il rapporto fra risultati positivi e test si mantiene costante intorno a 1,3%, circa lo stesso valore che troviamo in Italia. Nemmeno in termini di ospedalizzazioni risulta che ci siano problemi» scrive ancora Bardi.

Errori ce ne sono stati sicuramente anche in Svezia, come ammette lo stesso Tegnell: per esempio la mancata protezione delle case di cura per anziani, dove si è registrata la maggior parte dei decessi per Covid del Paese. Ma nel complesso la strategia leggera ha funzionato. Strategia che non era quella di cercare l’immunità di gregge, ma di rallentare l’epidemia in modo che non travolgesse il sistema sanitario: la Svezia per esempio ha chiuso le scuole per gli over 16, ha vietato i raduni con più di 50 persone e ha chiesto agli over 70 e ai gruppi a rischio di autoisolarsi, ma invece di imporre tutto questo per decreto, lo ha «consigliato», e ha avuto fiducia nel fatto che i suoi cittadini seguissero i consigli e le regole di prudenza. Lo hanno fatto.

«Gli svedesi sono rimasti a casa il più possibile, come gli era stato raccomandato di fare — racconta ancora Bardi —. Nei momenti più difficili dell’epidemia, in Svezia nessuno cantava dai balconi ma l’atmosfera generale era molto simile a quella che c’era in Italia. Niente traffico, locali vuoti, poca gente in giro, distanziamento, eccetera. Fra le tante cose, i viaggi aerei interni alla Svezia sono stati praticamente azzerati durante l’emergenza, pur non essendo proibiti».

 

coronavirus niente lockdown in svezia coronavirus niente lockdown in svezia

Questo di per sé non significa che il lockdown sia stato inutile in Italia, un Paese dove l’epidemia è andata avanti per mesi senza che le autorità sanitarie se ne accorgessero (e come sia stato possibile è un problema di cui dovremmo occuparci) e in cui i contagi avevano già fatto saltare il sistema sanitario di una delle Regioni, la Lombardia, in teoria più attrezzate da questo punto di vista.

coronavirus svezia coronavirus svezia

Ma, come scrive Walter Münchau sul Financial Times, dalla via svedese all’epidemia possiamo trarre moltissime lezioni utili. La prima è che esistono delle alternative valide al lockdown duro di matrice cinese a cui quasi tutto il mondo si è ispirato (Münchau definisce «il riflesso automatico al lockdown» come «la più grande minaccia per le democrazie capitaliste occidentali» in questo momento).

La seconda è che dobbiamo smettere di trarre conclusioni affrettate. «Ora, le nuove statistiche svedesi sulle infezioni sono migliori di quelle di gran parte dell’Ue. Ma non dovremmo ancora trarre conclusioni. È stato sbagliato due mesi fa condannare la strategia svedese basata su quei dati, e sarebbe altrettanto sbagliato trarre ora la conclusione opposta».

Ci vorrà tempo per capire, perché il fenomeno è molto complesso e si sviluppa in un periodo medio-lungo. Intanto, aggiungo, la priorità è fare in modo che i sistemi sanitari non si sovraccarichino. Se c’è una cosa chiara è che nessuno vuole un altro lockdown: il costo, stavolta, sarebbe intollerabile sul piano economico, sociale e politico. Anche per questo dobbiamo essere prudenti.

Come «Questo fine settimana, nonostante tutte le difficoltà causate dalla pandemia globale, siamo orgogliosi e felici di sposarci qui in Sicilia» Parole del leader dei Radiohead Thom Yorke, che domani sposerà la monrealese Dajana Roncione a Villa Valguarnera a Bagheria.
A celebrare le nozze – che si svolgeranno sempre negli spazi della villa settecentesca - tra l’artista inglese e l’attrice di numerose fiction Rai, sarà il sacerdote toscano di fede anglicana Claudio Bocca. Seguirà la festa, con lo stesso Yorke che tiene a specificare che «con le autorità locali, sono state prese precauzioni per garantire la sicurezza, la salute e la felicità di tutti».


Così i 120 ospiti della serata – tra questi l’intera band dei Radiohead e numerosi divi italiani del grande schermo - con il personale siciliano che organizzerà il catering è stato sottoposto ai test covid, mentre maschere e disinfettante saranno a disposizione di tutti. I tavoli per la cena saranno inoltre disposti rispettando il distanziamento sociale. I fiori per il matrimonio arriveranno da un vivaio di Bagheria.

«E niente pista da ballo», continua Yorke, 51 anni, che in questi giorni con la futura moglie, nata nel 1984, è stato in vacanza a Marina di Novaglie in provincia di Lecce.

Sulle motivazioni che hanno portato la coppia a scegliere l’isola per celebrare le nozze, Yorke non ha dubbi: «La Sicilia è l'isola natale di Dajana. È cresciuta a Monreale, camminava per andare a scuola davanti al suo bellissimo duomo ogni mattina e ha ancora molti amici e parenti lì».
In vista della celebrazione di domani, lo sposo Thom Yorke ha un piccolo desiderio: «Entrambi amiamo profondamente quest'isola e abbiamo trascorso molto tempo qui. In questi tempi strani speriamo che il nostro matrimonio possa essere una piccola celebrazione, con i nostri amici e la famiglia, della cultura siciliana e del suo modo di vivere».

https://youtu.be/u5CVsCnxyXg

Non come due ricevimenti nuziali in tre giorni, dal 12 al 15 settembre, alla presenza di sette persone risultate poi positive al coronavirus. E non si esclude che qualcuno dei sette possa aver partecipato a entrambe le feste.

Per non correre ulteriori rischi, il sindaco di Corleone, Nicolò Nicolosi, ha emesso un'ordinanza che da stamattina chiude scuole (tra i partecipanti ai matrimoni c'erano anche 30 studenti), villa comunale, palestre, sospende il mercato all'aperto e impone a pub e locali di fermare l'attività alle 22. Andrà così fino all'1 ottobre, mentre è cominciato lo screening sanitario per tutte le persone esposte all'eventuale contagio.
E tra queste ci sono anche alcune insegnanti dei vicini paesi di Bisaquino e Marineo, anche loro invitate alle due cerimonie di nozze. «Ho voluto dare un segnalare ai miei concittadini che avevano un atteggiamento troppo lassista nei confronti della pandemia. I positivi accertati sono 7, ma abbiamo notizie di altri tre possibili casi. Siamo davanti a un'emergenza e non sono consentite leggerezze. La mia è una decisione sofferta, ma indispensabile», ha detto il sindaco.

Il primo cittadino questa mattina ha incontrato l'Azienda sanitaria provinciale, la Protezione civile, i Carabinieri e ha emesso un nuova nuova ordinanza, arricchita di qualche dettaglio, che conferma quanto contenuto nella precedente. Saranno i carabinieri e i vigili urbani a farla rispettare. «Sono d'accordo con il sindaco - afferma Calogero Alfonso, responsabile di zona della Confesercenti - Ci sono indiscrezioni sui dati che fanno temere un focolaio.

Abbiamo visto tutti quello che succedeva nei pub in questi ultime settimane. Ci sono 500 cittadini da controllare e, lo dico per esperienza, il numero di chi dovrà sottoporre a screening può solo crescere.

Non credo che i commercianti corleonesi siano contrari a queste misure, perché sanno che senza prudenza e cautela la situazione potrebbe peggiorare». E stamani la gente in giro per Corleone (11 mila abitanti) era più guardinga: mascherine a tappeto e attenzione alla distanza interpersonale, come non accadeva più fino a ieri.


E in piazza qualcuno disegnava con una certa rassegnazione la catena del rischio: Corleone è una città di servizi per il territorio che comprende altri piccoli comuni. Lì ci sono ospedale, caserme delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco. Ci sono anche una sede dell'Inps, gli uffici del giudice di pace, un museo civico inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi nel 2000 e frequentato da turisti incuriositi da questa scheggia di Sicilia che cerca di riscattarsi dalla triste fama di capitale della mafia.

 

Salvini non risponde e se ne frega nel giorno in cui il commercialista Michele Scillieri inizia a parlare davanti ai pm, spuntano nuove «operazioni sospette» della Lega. Lo staff dell'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, avrebbe ricevuto fondi da società che fanno capo ad Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, i due revisori delle casse del partito al Senato e alla Camera, finiti ai domiciliari per la vicenda della Lombardia Film Commission.

La ricostruzione dei movimenti di denaro verso lo staff di Salvini è contenuta in una Sos (Segnalazione di operazione sospetta) dell'Uif di Bankitalia allegata agli atti dell'inchiesta milanese. Nella segnalazione, si rileva come la Vadolive srl, società che si occupa di pubblicità e che è stata in passato di «Vanessa Servalli, cognata di Di Rubba, di professione barista», abbia ricevuto bonifici sia dalla Lega Nord che da due società riferibili a Manzoni e Di Rubba: la Partecipazioni e la Studio Dea Consulting. «Tali fondi - prosegue la notadell'Uif - sono stati utilizzati per effettuare pagamenti in favore di alcuni membri dello staff del ministro Salvini: Luca Morisi, Leonardo Foa e Matteo Pandini».

Morisi è l'uomo della comunicazione «social», a capo di una squadra denominata «la Bestia» che realizza i post di Salvini sui vari social network. Nello stesso staff c'è Leonardo Foa, figlio del presidente della Rai Marcello Foa. In precedenza era emerso come a Morisi fossero arrivati fondi dal gruppo della Lega al Senato per una consulenza. La Servalli, oltre al ruolo nella Vadolive, risulta anche essere stata amministratrice della

Non solo Auto, un'altra della società riferibili a Di Rubba.

Inoltre la stessa Servalli aveva la delega a operare sul conto della Taaac, altra società che aveva come titolari effettivi i due commercialisti e che compare spesso nelle carte dell'inchiesta milanese. Nel frattempo, proprio nella giornata di ieri, si è tenuto il primo faccia a faccia tra il commercialista Michele Scillieri e i pm Eugenio Fusco e Stefano Civardi. Un incontro andato avanti per quasi otto ore, fino alle 17, in gran segreto negli uffici della Guardia di finanza.

Il verbale è secretato ma «si è aperto uno spiraglio di collaborazione» che potrebbe far tremare il Carroccio. All'anagrafe Michele Gaetano Arturo Maria Scillieri, 57 anni, fedina penale immacolata, ma per i magistrati «aduso a elaborare modelli finalizzati a sottrarre, fraudolentemente, al pagamento di imposte, società in stato di decozione, chiedendone illegittimamente la cancellazione dal registro delle imprese» è il commercialista che ha offerto il suo studio di via delle Stelline per registrare e domiciliare la Lega per Salvini Premier.
Dopo gli arresti, il leader del partito lo ha "scaricato", facendo intendere di non conoscerlo. A differenza di Manzoni e Di Rubba, lui non è un organico. Ma è vicino ai suoi contabili, soprattutto a Manzoni che ha lavorato nel suo studio fino al 2010 e, con lui, ha frequentato via Bellerio.

Tanto che, ha spiegato il prestanome Luca Sostegni ai pm, «Scillieri si vantava delle amicizie che aveva con Di Rubba e altri esponenti locali della Lega, e aveva ricevuto un incarico per cercare di vendere la sede della Lega di via Bellerio». Ha detto ancora la "testa di legno" a San Vittore da luglio: «Ricordo che c'era fretta di concludere l'operazione perché, trattandosi di un immobile di proprietà della Lega Nord, si correva il rischio del sequestro dalla procura di Genova, in relazione alle indagini per la truffa sui rimborsi elettorali».
L'operazione è poi sfumata. Gli "affari" del commercialista col Carroccio vanno avanti da tempo. Si legge negli atti dell'inchiesta che, tra il 2016 e il 2018, ha ricevuto in totale compensi per «84 mila euro dal partito politico» e, nel 2017, 17 mila euro da Pontida Fin. Ieri Scillieri, assistito dall'avvocato Massimo Dinoia, ha lasciato intendere di avere molto da raccontare. Ha aperto solo per poco quel suo «cassetto dei ricordi». Resta da capire se si tratta dell'ennesimo bluff del commercialista. O se davvero lì dentro sono nascosti segreti che possono far tremare i vertici della Lega.

Queste sono le ragioni per cui Salvini non attacca piu' il governo ma la ministra Azzolina per ottenerne le dimissioni e dare a Renzi la possibilita' di inserire nel governo la Boschi ?

Io credo che più che di responsabilità della Azzolina si possa parlare di limiti e che quindi le responsabilità siano soprattutto di Arcuri.

Mentre vere e proprie responsabilita' ci siano da parte di Franceschini in quanto Grido d' allarme degli operatori del Tax Free Shopping, il meccanismo che consente ai cittadini residenti in Paesi extra Ue che visitano l' Italia di richiedere il rimborso dell' Iva, su determinate categorie di prodotti come ad esempio abbigliamento e bigiotteria, per gli acquisti di valore superiore a 154,95 euro. Il governo francese ha annunciato che dal 1° gennaio 2021 sarà possibile, per i viaggiatori in terra transalpina, chiedere il rimborso dell' Iva per acquisti personali da 100 euro in su, abbassando notevolmente la vecchia soglia ferma da anni a 175 euro.

Un' importante svolta proveniente dal Paese che, finora, aveva il limite più alto di tutta Europa, primato che ora passa all' Italia, e che rischia di far pagare un conto salatissimo soprattutto a Roma, già martoriata più di altri dall' enorme calo di presenze registrato a causa del Covid e delle restrizioni. «Rischiamo di rimanere il Paese europeo con la normativa fiscale meno attraente per i turisti internazionali che, non appena sarà possibile, decideranno di tornare a viaggiare nel Vecchio Continente», denunciano gli esperti di Global Blue Italia, società leader nel settore del Tax Free Shopping. Che prosegue: «L' Italia rimane immobile mentre gli altri vicini-competitor mettono in atto politiche fiscali sempre più attrattive».

Per dare un' idea della situazione, in Germania e Spagna, da tempo è stata eliminata la soglia minima di spesa per il tax free shopping: in quei Paesi il rimborso è previsto spendendo qualsiasi cifra, anche pochi euro. «L' Italia avverte Global Blue non può permettersi di non intervenire, soprattutto in un momento storico nel quale registriamo un crollo del settore del 90% rispetto allo scorso anno e nel quale lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha sottolineato come si pone, su diversi fronti, un serio problema di competitività tra ordinamenti giuridici dell' Unione Europea».

IL PERICOLO
Senza correttivi, è questo il timore manifestato dagli esperti, è molto probabile che il turista cinese, americano, australiano, quando tornerà a viaggiare e fare shopping in Europa, acquisterà la borsa, l' orologio, le scarpe tanto desiderate in Spagna, Francia o Germania, invece di farlo in Italia.

Secondo le ultime stime ufficiali disponibili, il mercato del Tax Free Shopping in Italia vale oltre 6 miliardi di euro. In Ue il valore complessivo ammonta a 40 miliardi. Con una quota del 16% del totale, l' Italia è terza in Europa per gli acquisti dopo il Regno Unito e la Francia. Un buon posizionamento messo però a rischio dalle scelte fiscali degli altri Paesi europei.
«Lo shopping spiega Stefano Rizzi, Country Manager per Global Blue è diventato un elemento in grado di influenzare e indirizzare un viaggiatore a preferire un Paese piuttosto che un altro. Dove fare acquisti, cosa comprare, quanto spendere viene sempre più spesso pianificato prima della partenza, prevedendo di dedicare a questa attività diverse ore se non alcuni giorni del programma di viaggio: sono dinamiche cruciali per la competitività di un Paese che non possono più essere ignorate». «Ancora una volta conclude Rizzi chiediamo al governo di non sottovalutare il peso e l' importanza del settore imprenditoriale legato al turismo internazionale».

Occorre ricordare che per rendere le procedure più trasparenti, l' Italia ha introdotto una legge che obbliga all' emissione della fattura elettronica per il tax free shopping ed ha lanciato il sistema Otello 2.0, gestito dall' Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che ha permesso di digitalizzare le procedure contribuendo a scoprire un numero sempre maggiore di frodi realizzate da chi acquista prodotti esentasse nell' Unione europea per poi rivenderli fuori dai confini comunitari.

Per ottenere benevolenza elettorale il governo Conte ha deciso di riaprire gli stadi  per tutte le partite di Serie A, per un massimo di ingressi di mille persone sugli spalti. Per cui almeno 1000 elettori  a partita saranno un auspicio favore del PD. È quanto stabilito, secondo quanto si è appreso, durante un incontro organizzato dal ministro Boccia, che ha convocato il presidente della conferenza delle Regioni Bonaccini, in presenza dei ministri Speranza e Spadafora. Ma si lavora anche, da qui al 7 ottobre, per dare un contributo condiviso tra governo e regioni in vista del prossimo dpcm, anche in base alle valutazioni di Salute e Cts della curva epidemiologica, per definire una percentuale di ingresso che tenga conto della capienza degli impianti per ogni disciplina sportiva.

Il Veneto riapre stadi e palasport (nonostante le disposizioni e l’invito alla cautela del ministro agli Affari Francesco Boccia): gli spettatori possono assistere agli eventi sportivi, al massimo 1.000 negli impianti all’aperto e 700 in quelli al chiuso, nei quali sia possibile la preassegnazione dei posti a sedere. Lo prevede l’ordinanza firmata dal presidente della Regione, Luca Zaia, valevole da oggi fino al 3 ottobre prossimo.

I tifosi «hanno l’obbligo di occupare per tutta la durata dell’evento esclusivamente i posti a sedere specificamente assegnati, con divieto di collocazione in piedi e di spostamento di posto, assicurando tra ogni spettatore seduto una distanza minima laterale e longitudinale di almeno un metro». Già ieri il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini aveva firmato un’ordinanza analoga. E poi erano arrivate le precisazioni del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora.

In Veneto gli spettatori devono indossare la mascherina per tutta la durata dell’evento, se al chiuso; all’aperto la mascherina va indossata dall’ingresso fino al raggiungimento del posto e ogni volta ci si allontani, incluso il momento del deflusso. L’ordinanza inoltre indica «l’utilizzo di tecnologie digitali» per automatizzare l’organizzazione degli ingressi, evitare «prevedibili assembramenti» e per consentir