ARCHIVIO ONLINE di Marco BAVA , per un Nuovo Modello di Sviluppo

 

 

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

 

 

Il regolamento (UE) 2021/953 del 14 giugno relativo all'introduzione del certificato COVID digitale esclude l'obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione.

Tuttavia la scelta del governo francese – che altri Stati (come quello italiano) hanno annunciato di voler replicare – di prevedere l'obbligatorietà del passaporto sanitario per l'accesso a ogni luogo con più di 50 persone introduce una discriminazione nei fatti, in quanto impone delle restrizioni allo svolgimento della vita quotidiana dei cittadini, come l'ingresso in bar, negozi, trasporti pubblici, e così via.

Lo svolgimento di tali attività infatti costringerebbe il cittadino a sottoporsi a test per la rilevazione del SARS-CoV-2 con una frequenza insostenibile dal punto di vista sia organizzativo sia economico (visto che in nazioni come l'Italia il costo del tampone è a carico del cittadino), non lasciando dunque altra soluzione che la vaccinazione.

Alla luce di ciò si chiede dunque alla Commissione se misure come quelle annunciate dal governo francese non costituiscano una violazione del principio di non discriminazione più volte assicurato dalla stessa Commissione ed esplicitato nel sopra menzionato regolamento 2021/953.

Ecco perché deve essere una personalità che ha avuto incarichi politici il nuovo Presidente della Repubblica ? Non sta mica scritto nella Costituzione ?Anzi e' proprio meglio che non lo sia per portare il paese al centro della Repubblica ?

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @ChangeItalia

ALTRE MOTIVAZIONI :

  1. La misura cautelare adottata dal Gip Amodio del Tribunale di Potenza è stata notificata a Laghi dalla Squadra mobile della Questura di Potenza e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria insieme all’ aliquota di P.G. della Guardia di Finanza presso la Procura di Potenza. ALL’INTERNO I DOCUMENTI INTEGRALI ORDINANZA

 

 

QUANDO  FINALMENTE SI SCOPRIRA' CHE IL VACCINO PER IL COVID NON VACCINA PERCHE'  IL VIRUS E' ANTIGENICO, NON ACCETTA VACCINI, E CHE IL DECRETO sul GREEN PASS DRAGHI e' illegale e antidemocratico, secondo il regolamento (UE) 2021/953 che stabilisce  il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l'esercizio del diritto di libera circolazione, continueranno a decidere quelli che ora sbagliano. E' successo in Italia depo il fascismo per mantenere il contrtollo da parte degli antifascisti con gli ex fascisti. Ecco perche' l'ITALIA e' il paese dei signorsi. Le maggioranze hanno tutti i poteri mentre le minoranze hanno il solo potere di liberta' di manifestazione del dissenso. A chi manifesta e' stato imposto il green pass , non si puo' anche imporre come quando manifestare ! Quanti fumatori ci sono fra gli infetti e morti di Covid ? Non lo vogliono dire. Perche' ?

Mb
 

 

11.11.21

Da quando Draghi e' diventato Presidente del Consiglio gli ho scritto queste lettere a cui non ha mai dato nessuna risposta

https://onedrive.live.com/?authkey=%21AFcMjDOYOAZIuQQ&id=A9BE3F8B29C04651%21890&cid=A9BE3F8B29C04651

giudicate voi se Draghi e' il caso che diventi Presidente della Repubblica o resti Presidente del Consiglio anche in considerazione del fatto che molto probabilmente scatenando la tempesta perfetta per scatenare la guerra civile passerà alla storia per aver scatenato una guerra civile per la furbata del green pass.

31.08.21

Dopo una pausa dal 30.10,20 al 31.08.21 ho deciso di aggiornare questo sito perche’ l’apertura del semestre bianco Draghi pare cambiato. Mi sembra meno indipendente nelle scelte giuste rispetto a quelle piu’ opportune per la Sua elezione a Presidente della Repubblica.

Se un Presidente della Repubblica dovrebbe essere indipendente e super partes non essere riconosciuto tale se si comporta in modo dipendente dal consenso nazionale del M5S-PD ed internazionale della Merkel.

Il tema fondamentale e’ la gestione dei rapporti con la Cina di  Xi Jinping, che nasconde le verita’ piu’ scomode, come i Talebani, per cui  aspira ad influenzare l’occidente ad avere rapporti guidati da Lui. Ed ecco che i soliti collaboratori interessati cinesi non perdono l’occasione per mettersi a disposizione : Conte, Prodi e soprattutto la Merkel che controlla l’Europa, strumento degli interessi tedeschi. Infatti Performance fuori scala dell'azienda che coproduce il vaccino per il Covid con Pfizer

Il boom dei vaccini fa decollare i conti di Biontech e traina anche il Pil tedesco. Nel secondo trimestre la piccola società di biotecnologie, che insieme a Pfizer ha sviluppato il primo siero contro il Covid-19, ha realizzato ricavi per 5,3 miliardi di euro, contro i 41,7 milioni del secondo trimestre 2020: nel primo semestre i ricavi sono stati pari a 7,3 miliardi, contro i 69,4 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Un incremento spettacolare, che la stessa società in una nota attribuisce «alla rapida crescita dell'offerta del vaccino Covid-19 nel mondo».

Ma a rendere eccezionale questa performance, come ha fatto notare l'economista tedesco Sebastian Dullien, è il fatto che i risultati della sola Biontech sono «in grado di far aumentare il Pil della Germania di 0,5 punti percentuali». Un risultato definito «decisamente straordinario per una startup».

Dullien, professore di economia internazionale alla Htw-Università di scienze applicate di Berlino e direttore dell'istituto di studi macroeconomici Imk, ha argomentato le sue affermazioni in una serie di tweet. «Solitamente, in quanto studioso di macroeconomia non commento i risultati delle singole società. Tuttavia, può capitare in certi casi che i risultati di alcune aziende siano tali da avere una rilevanza macroeconomica, e Biontech è uno di questi rari esempi».

Facendo alcuni «rapidi calcoli», Dullien ha spiegato: «Biontech ha stimato che i ricavi provenienti dai vaccini contro il Covid-19 per il 2021 ammonteranno a 15,9 miliardi di dollari, cifra che rappresenta circa lo 0,5% del prodotto interno lordo tedesco», mentre lo scorso anno le vendite della società non avevano raggiunto livelli significativi.

 

Quest' anno, pur ammettendo la presenza di una componente estera - materiali acquistati oltreconfine - che non impatta sul Pil tedesco, secondo Dullien «la maggioranza dei ricavi viene realizzata in Germania, e per questo influisce direttamente sul prodotto interno lordo della nazione». Un caso più unico che raro. «Non ho memoria», scrive l'economista, «di un'altra società che abbia avuto un impatto paragonabile sul prodotto interno lordo della Germania».

Nemmeno Volkswagen, un colosso «che genera ricavi ben più importanti e che tra il 2018 e il 2019 ha visto crescere il fatturato di 18 miliardi di euro». Tuttavia, osserva Dullien, «in questo caso l'incremento è stato determinato da cambiamenti nei processi produttivi fuori dalla Germania, e per questo non ha influito sul Pil, al contrario di quanto accade per la gran parte dei ricavi di Biontech».

Questo essenzialmente per due ragioni: «In primis, Biontech realizza 1 miliardo di dosi di vaccino all'anno nello stabilimento di Marburg, e il valore aggiunto viene conteggiato nel Pil tedesco. In secondo luogo, la società ha siglato un accordo con Pfizer per la compartecipazione agli utili, e anche questi profitti vengono conteggiati nel prodotto interno lordo tedesco.

Un vaccino inutile per chi lo assume,  secondo Baric

 

Torino 19.07.21

 

ALL’ECC.MA Procura Generale di Torino

 

 Oggetto: probabile responsabilita’  della prof.ssa Shi del laboratorio virologico di Wuhan e di Xi Jinping, capo della Repubblica Popolare Cinese, nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

 

Il sottoscritto Marco BAVA, nato a TORINO il 07.09.57  email: marcobava@pec.ordineavvocatitorino.it

rappresenta che :

 

Ho raccolto, ed ordinato una serie di informazioni che ho denominato: doppia pistola fumante;  sulle origini del virus  Sars-CO-2, da cui emergono probabili responsabilita’ della prof.ssa Shi del laboratorio cinese di Wuhan nella creazione e diffusione di patogeni che hanno cambiato la loro antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus

In un regime come quello cinese e’ ovvio che la  prof.ssa Shi condivida tale responsabilita’ con il capo dello stato Xi Jinping in quanto il laboratorio e’ statale e la stessa non si sa piu’ dove sia.

  1. Nel 1983 viene identificato il virus dell’HIV . Simon Wain-Hobson dell’Istituto Pasteur di Parigi e’ stato il primo a vedere la sequenza alla fine del 1984. Con il Sars-Cov-2 abbiamo avuto la sequenza in 10 giorni per la sequenza di fuoco genetica che oggi abbiamo. Si puo’ modificare un virus come si vuole.
  2. 2004 la Francia di CHIRAC dopo l’epidemia Sars del 2003 , stipula un’accordo intergovernativo per la lotta contro le malattie infettive emergenti .
  3. Nel 2011 in Olanda all’Universita’ Erasmus di Rotterdam e in contemporanea all’Universita’del Wisconsin negli Usa, per rendere piu’ contagioso il virus dell’influenza aviaria H5N1, un patogeno molto aggressivo che ha una letalita’ del 60% secondo l’Oms, ma che nell’uomo non si trasmette efficacemente per via aerea. Grazie a modifiche del virus e passaggi da un animale all’altro i ricercatori erano riusciti a fare in modo che i furetti in laboratorio si contagiassero solo attraverso un flusso d’aria senza contatti. I risultati erano talmente pericolosi che le riviste Science e Nature ne hanno vietato la pubblicazione per piu’ di 1 anno. All’Universita’ di Hannover lavora il prof.Osterhaus che era a capo dell’equipe olandese che sostiene che all’epoca eravamo nel mezzo di una epidemia di aviaria in cui l’H5N1 era un virus devastante per i volatili ma nel sud-est asiatico si ammalassero anche delle persone che venivano infettate dal pollame che morivano al 50%. Ma il virus non si trasmetteva in modo efficace da persona a persona . Per cui finanziati anche dall’NHI abbiamo costruito un laboratorio piu’ sicuro in 6 anni ma ad oggi non ci sono norme internazionali codificate.
  4. Nel 2012 6 uomini erano entrati in una miniera di rame abbandonata nello Yunnan per pulirla, era piena di guano. Pochi giorni dopo si erano  ammalati ti polmonite e 3 di loro erano morti. Il primo minatore aveva 63 anni, ed e’ morto dopo 12 giorni. Il secondo dopo 1 mese il 3° dopo 100 giorni. I sintomi erano febbre alta, tosse e dolore agli arti. Tutti, tranne uno facevano fatica a respirare. Tutti e 3 avevano gi anticorpi GM segno di una infezione virale recente. I test li aveva fatti il laboratorio di Wuhan. Si trattava di un coronavirus ed il dr.Nanshan aveva concluso che si trattava di polmoniti virali. Per 4 volte i ricercatori di Wuhan sono andati nella miniera per capire quali virus fossero presenti nei pipistrelli. Il collegamento fra RATG13 ed i casi di polmonite .
  5. Nel 2013 in una grotta di una miniera di rame abbandonata nello Yunnan viene  ritrovato il virus RATG13 - RABT-COV-4991.
  6. Il 12 luglio 2014 un laboratorio di massima sicurezza del CDC di Atlanta scambia inavvertitamente l’H5N1 , il virus della AVIARIA, per un ceppo di un virus dell’influenza inviandolo ad un altro laboratorio di ricerca. Tre giorni prima in un laboratorio vicino a Washington durante le pulizie le pulizie in un ripostiglio vengono trovate sei fiale con il virus del vaiolo dimenticate in una scatola dal 1950. Qualche settimana prima 80 dipendenti di un laboratorio  del CDC si infettano con batteri vivi dell’antrace.
  7. Nell’ottobre 2014 Obama blocca i fondi agli esperimenti di “gain of function” e chiede a tutti i paesi una pausa di valutazione.
  8. Nel 2015 la professoressa Shi si rivolge al prof.Baric , dell’Universita’ del North CAROLINA , uno dei maggiori esperti nella creazione di virus sintetici. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido la chimera innestando una proteina presa dal virus dei pipistrelli sul virus della Sars ricavato dai topi. E ne esce un super virus dannoso per l’uomo realizzato un Usa finanziato dal Dipartimento della Salute degli Usa , che dimostra che la proteina Spike e’ in grado di legarsi al recettore umano ed infettare le cellule direttamente. Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus di pipistrelli simili alla Sars, identificati in Cina. In quel bacino si immaginano dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. Da questi esperimenti e’ emerso che esistono dei ceppi nei pipistrelli che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come la chimera del 2015 con il virus della Sars. Gli stessi autori del paper tra cui il prof.Baric e la prof.ssa Shi  a scrivere che :”Non e’ possibile prevedere la pericolosita’ del nuovo virus che si vuole creare come la chimera SHC014-MA15.”(NATURE-MEDICINE A SARS-like cluster of circulating bat coronavirus shows potenzial for human emergence.)
  9. Quindi nel 2015 la prof.ssa Shi, responsabile del laboratorio di Wahan si rivolge al prof.Baric dell’Universita’ del North Carolina , esperto sia nella costruzione di virus sintetici, sia di coronavis. Insieme i due scienziati costruiscono un virus ibrido , la famosa chimera di cui aveva parlato il Tg Leonardo, tornato a circolare in rete qualche tempo fa: “Dei ricercatori cinesi innestano una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars ricavato di topi e ne esce un super virus che potrebbe colpire l’uomo.”

Realizzato in Usa con il finanziamento anche dell’agenzia del dipartimento della Salute degli Usa l’esperimento aveva dimostrato che la proteina Spike era in grado di legarsi al ricettore umano e infettare le cellule direttamente , come sostiene il prof.Baric protagonista di questa ricerca :””Nei data base c’erano le sequenze di molti Coronavirus dei pipistrelli simili alla Sars. Erano virus identificati in Cina. In quell’enorme bacino si potevano immaginare dei ceppi che sarebbero potuti crescere bene nelle cellule umane. La domanda nella comunita’ scientifica era : se emerge un nuovo ceppo e’ in grado di causare una epidemia ? o deve passare attraverso una serie di mutazioni ? A questo serviva l’esperimento del 2015. Ora sappiamo che nei pipistrelli esistono dei virus che sono preprogrammati per saltare da una specie all’altra. Se lo fanno si riprodurranno bene negli esseri umani . In quel caso non abbiamo avuto accesso ai virus in Cina. Avevamo solo la sequenza. Si puo’ sintetizzare chimicamente la sequenza del virus in laboratorio e poi ricreare il virus.” Dopo l’esperimento con il prof.Baric nel 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo Sars identificati ancora nel sud della Cina , nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus in un progetto sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono 8 diverse chimere e due di loro sono in grado di infettare le cellule umane. La prova ancora una volta che i Coronavirus dei pipistrelli sono pronti a fare il salto senza passare da un altro animale. Nel 2015 c’erano due team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavoravano su Coronavirus simili alla Sars. Uno era in North Carolina sotto il prof.Baric e l’altro a Wuhan sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di virus diversi in un unico virus. Si usa lo scheletro di un virus e la proteina Spike di un altro virus. Entrambi i due team sono diventati bravi a fare questi esperimenti. E a farlo senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi fossero i Coronavirus, con la scusa di essere pronti a combattere una eventuale pandemia che invece potrebbero aver cagionato con una ennesima fuga accidentale , dopo quelle dal laboratorio di Wahan. Erano quindi giustificati a fin di bene , ma il team del prof.Baric e della prof.sssa Shi avevano avvertito il mondo del fatto che erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi e che questa era un tipo di ricerca rischiosa. Baric sostiene che “L’unica funzione in piu’ che abbiamo dato al virus e’ che abbiamo cambiato la sua antigenicita’ e qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus nel caso fosse apparso in futuro .”

L’intervista al prof.Baric e’ stata fatta dalla giornalista LISA LOTTI per la     trasmissione Presadiretta nella puntata  Sars-Cov-2:identikit di un Killer del 15 settembre 2020.

  1. Nel 2016 un articolo parla del RABT-COV-4991, firmato anche dalla professoressa Shi a capo del gruppo dell’istituto di Virologia di  Wuhan.”Coexistence of multiple coronaviruses in several bat colonies in an abandoned mineshaft” aveva descritto 152 virus che aveva identificato nella miniera abbandonata nello Yunnan. Il 4991 era l’unico beta Coronavirus del tipo Sars con caratteristiche molto diverse : un nuovo ceppo.
  2. Nel 2017,  il 23 febbraio 2017  il primo ministro Francese Cazenueve inaugura il laboratorio  scientifico di Wuhan, il primo di classe P4 in Asia,  che nasce da una collaborazione del mondo scientifico francese e degli USA. La Francia aveva venduto le strumentazioni alla Cina e a dirigere i lavori per la realizzazione dell’impianto , un cubo di 3000 mq. E’ capace di resistere ad un terremoto di magnitudo 7, sta sopra l’area esondabile, e con telecamere di controllo in tutta l’area circostante . Entro il 2017 il team di Wuhan pubblica le sequenze di 11 nuovi Coronavirus di tipo SARS identificati ancora nel sud della Cina, nello Yunnan. Ricombinando alcuni di questi virus sempre cofinanziato dal governo americano i ricercatori costruiscono otto diverse chimere di cui due di loro sono in grado di infettare le cellule . I Coronavirus dei pipistrelli possono infettare direttamente l’uomo.  Un articolo di “Nature” uscito nel 2017, poco prima dell’inaugurazione del laboratorio di Wuhan riferivano che molti membri dello staff cinese , fra cui la prof.ssa Shi, avevano studiato al P4  di Lione il gemello di Wuhann, e c’era il timore che un patogeno fuoriuscisse dall’impianto  in quanto il virus della Sars era sfuggito 4 volte dai laboratori : nel settembre 2003 Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan; 2 volte ad aprile 2004 a Pechino .  Inoltre sotto la presidenza di Trump riprende a finanziare gli esperimenti nel mondo.
  3. “Nel 2017 e nel 2018 dal laboratorio di Wuhan vengono prodotte delle sequenze relative allo stesso virus RaTG13. Grazie ai fondi americani i ricercatori di Wuhan hanno partecipato ad esperimenti come quello del 2017 con diversi ceppi di pipistrelli.
  4. Nel 2018 due ufficiali dell’ambasciata statunitense a Pechino visitano l’impianto di Whan, e rilevano una grave carenza di tecnici e ricercatori addestrati per operare in sicurezza. Gene Olinger, direttore scientifico di una societa’ americana che cerifica i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo sostiene che oltre all’incidente di contenimento quello classico e’ che un tecnico puo’ infettarsi senza sapere di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di aver avuto un incidente attraverso l’uso errato dei dispositivi di sicurezza personale. Gli incidenti capitano purtroppo nonostante gli aiuti al personale dato dagli Usa per aprire i laboratori.
  5. Nel 2019 grazie alla rivista Science si viene a sapere che dei lavori erano stati autorizzati 2 progetti sul virus dell’influenza aviaria perche’ si trasmettesse piu’ facilmente nei furetti, senza che se ne sapesse nulla.  Quindi si sarebbe diffuso piu’ facilmente nei mammiferi . Nel febbraio 2019 Antoine  Izambard giornalista del settimanale francese Challenger ha visitato il laboratorio di Wuhan, e nel suo libro France-Chine les liaison dangereuses, racconta in un capitolo come la collaborazione fra Francia e Cina non sia mai partita perche’ la Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava. Pechino metteva 44 milioni di dollari e i francesi fornivano tecnologie e scafandri e le stanze a tenuta stagna come quelle dei sottomarini. Ma i francesi non hanno mai messo piede a Wuhan. La Cina decide da sola quello che si fa nel laboratorio di Wuhan.
  6. Fine luglio 2019 la prof.ssa Shi dice in un’intervista a Science,  che ha studiato il virus dei pipistrelli a Wuhan , ma nessuno pipistrello era portatore di CORONAVIRUS simile alla Sars
  7. Dal 12 settembre 2019  e’ inacessibile dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  8. il 30 dicembre 2019 all’istituto di Virologia di Wuhan arrivano i campioni di 2 pazienti colpiti da una polmonite atipica.
  9. il 3 febbbario 2020 su “Nature” esce articolo “A pneumonia outbreak associated with a new coronavirus of probabile bat origin” in cui si informa la comunita’ scientifica che l’istituto di Virologia di Wuhan ha trovato un virus originato dai pipistrelli che condivide con il nuovo Coronavirus il 96,2% del genoma. E’ il coronavirus piu’ vicino al Sars-Cov-2. Questo virus viene chiamato Bat CoV RaTG13, perche’ trovato in un pipistrello nella zona sud-ovest della Cina e il laboratorio di Wuhan ne sequenzano l’intero menoma. Monali Rahalkar e’ una microbiologa indiana di scienze e tecnologia del Governo indiano, che appena e’ uscito l’articolo su “Nature comincia l’indagine su RATG13 e mette in relazione la sequenza di un gene che corrispondeva al RATG13 con RABT-COV-4991. NESSUN animale e’ risultato positivo al Sars-Cov2 Perche’ la prof.ssa Shi ha  cambiato il nome dello stesso virus da RABT-COV-4991 a RATG13 ?
  10. Il 16 marzo 2020 la prof.ssa Shi Zhengli e’ la prima ed unica volta che racconta in prima persona a una giornalista di Scientific American “How China’s Bat Woman Hunted Down Viruses from Sars to the New Coronavirus “
  11. Nell’APRILE 2020 si scopre l’esistenza di 2 vecchie tesi una di LAUREA ed una di Dottorato, che raccontano come nel 2012, nella stessa miniera dove e stato scoperto il nuovo virus RATG13 delle persone erano morte di polmonite. La professoressa Shi fino ad aprile 2020 faceva parte di un grande progetto internazionale di ricerca lanciato dagli Usa.
  12. Il 20 aprile del 2020 hanno sospeso il finanziamento del progetto a Whan.
  13. nel MAGGIO 2020, il laboratorio di Wuhan ha caricato sui database altre sequenze relative allo stesso virus. Sono 33 e coprono diverse parti del genoma fra cui il gene della proteina Spike che permette il virus di entrare nelle cellule umane e replicarsi.
  14. Dal GIUGNO 2020 e’ stata rimossa dal web la pagina intera che la prof.ssa Shi aveva messo a disposizione della comunita’ scientifica con un ricco database specializzata in virus di pipistrelli , di roditori che conteneva dati relativi a piu’ di 20.000 campioni, con informazioni molto dettagliate come le coordinate GPS del luogo del campionamento il tipo di virus trovato e se era stato sequenziato o isolato cioe’ fatto crescere in culture cellulari. Il database prevedeva un accesso tramite password per consultare i dati dei virus non ancora pubblicati prima con l’obbligo solo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.
  15. L’8 luglio 2020 EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera dell’NIH in cui l’agenzia americana propone di riattivare i fondi se un team indipendente ispeziona i laboratori di Wuhan. Morin Miller e’ una epidemiologia della Columbia University che ha collaborato per anni con EcoHEALTH Alliance e con la professoressa Shi in un progetto  per la prevenzione degli spillover ed afferma che  EcoHealth Alliance ha ricevuto una lettera e una settimana dopo il loro progetto e’ stato cancellato da Antony Fauci responsabile dell’NIH che  successivamente ha finanziato con 7,5 milioni di $ su un nuovo progetto sulle malattie infettive emergenti senza esperimenti di “gain of function” e di genetica inversa. Patner scientifici  sono Usa, Thailandia e Singapore.
  16. Fine luglio 2020 rispondendo a domande della rivista “Science” la professoressa Shi ha confermato che conoscevano la sequenza intera del virus da 2 anni ma ora il campione non c’e’ piu’ con la scusa che dopo l’ultimo sequenziamento si e’ esaurito. Le chimere hanno fornito ai virus dei pipistrelli la capacita’ di infettare le cellule umane, che in natura non avevano.

CONCLUSIONI

Sars-Cov-2 e’ stato preadattato all’uomo. Il Coronavirus che causa il Covid-19 e’ abile ad infettare le cellule umane . Secondo il prof.Nikolai Petrovsky dell’Universita’ di Adelaide, ha analizzato l’interazione fra la proteina Spike di Sars-Cov-2 e il recettore umano ACE2 che e’ la serratura che il virus usa per entrare nelle nostre cellule. Il Sars-Cov-2 ha una chiave per entrare nelle cellule umane. Ma e’ molto meno efficace per entrare nel recettore dei pipistrelli. Analizzando la proteina SPIKE che e’ la parte del virus che si lega al recettore umano, ha un sito di taglio per l’enzima umano della furina  che facilita il contagio tra uomini. Le tecniche moderne per inserire o apportare modifiche ai geni non lasciano tracce. Fra le caratteristiche anomale di Sars-cov-2 c’e’ il sito di taglio della furina. La furina e’ un enzima che taglia le proteine umane per attivarle e renderle funzionanti. Sars-COV-2 e’ l’unico coronavirus in grado di ingannare la cellula per entrare. La Sars dei pipistrelli non ha la sequenza segnale riconosciuta da questo enzima. Ci sono 2 amminoacidi che devono essere presenti in un ordine particolare affinche’ la furina riconosca la proteina.

Il virologo Numberg e’ stato il primo nel 2006 ad inserire il sito di taglio per la furina nella Sars. Senza creare un virus pericolo ha dimostrato che la proteina Spike favoriva l’entrata   del virus nella cellula umana. Quindi si tratta di una ingegneria genetica da laboratorio usando le tecnologie di genetica inversa si puo’ costruire una copia dell’intero genoma virale manipolarlo in laboratorio metterlo nelle cellule e nelle giuste condizioni si genera un nuovo virus uguale ad uno naturale. Che si replica come un virus naturale.

C’erano 2 team al mondo molto bravi a creare virus chimerici ed entrambi lavorano su coronavirus simili alla Sars: North Carolina sotto prof.Baric e l’altro a WUHAN sotto la prof.ssa Shi. Entrambi hanno sviluppato tecniche per combinare due parti diverse di due virus diversi in uno unico: si usa lo scheletro di un virus e la proteina SPIKE di un altro. Senza lasciare traccia. Questi esperimenti sono stati fatti per capire quanto aggressivi e pericolosi i fossero i Coronavirus per poter essere pronti a combattere una pandemia.

BARIC e la SHI hanno dato al virus una funzione in piu’ cambiando la sua antigenicita’ per cui qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della della Sars non avrebbe protetto le persone da questo nuovo virus. Quindi entrambi i team di Barrric e della Shi erano in grado di creare dei patogeni piu’ pericolosi che cambiando la loro antigenicita’ a qualsiasi vaccino o anticorpo contro il virus della Sars non avrebbe potuto proteggere le persone da questo nuovo virus.  Ci sono milioni di sequenze di virus.

I rapporti scientifici fra Wuhan ed USA prima della pandemia erano strettissimi. Il governo americano e’ stato uno dei maggiori finanziatori sulla Sars dell’istituto di Virologia di Wuhan.  3,7 milioni di dollari dal 2014 al 2020 per sorvegliare catalogare i virus dei pipistrelli del sud della Cina con l’organizzazione EcoHealth Alliance e altri istituti del Paese. Questi esperimenti di “gain of function” sono pericolosi perche’ di fatto potenziano i virus dando loro nuove capacita’ attraverso il “guadagno di funzione” rendendoli piu’ contagiosi o aggressivi per motivi di studio determinando il punto debole del virus puo’ permettere agli scienziati di identificare nuovi bersagli antivirali. Da 10 anni si fa questa nuova ricerca senza che la popolazione lo sappia,

Il prof.Amir Attaran   fa parte  del Cambridge    Working Group un gruppo di un centinaio di scienziati ed esperti in campo etico e legale  che si batte per la sospensione dei lavori di “gain of function” per non sono serviti per difenderci da nessun virus, che si cura con terapie classiche ma tempestive.

Secondo il prof.Richard Ebright biologo molecolare della Rutgers University quello che si faceva a Whan negli ultimi anni insieme all’organizzazione americana EcoHealth Alliance era una ricerca di gain of function che potrebbe produrre nuovi potenziali virus pandemici.

Basta il codice genetico anzi un frammento lo si puo’ iniettare direttamente o si puo’ mettere questa porzione di codice genetico di Sars-Cov-2 dentro un altro virus innocuo da usare come navicella nel corpo.

                                               PQM

Il sottoscritto chiede che codesta Ecc.ma Autorità giudiziaria verifichi se esistano estremi di reato per i fatti sopra indicati.

Chiede di essere informato a norma dell’art. 408 c.p.p di un’eventuale richiesta di archiviazione.

Con deferenza.

Marco BAVA

 

Un vaccino dalle proprieta’ piu’ conosciute da chi ne fa la promozione, come una bottiglia d’acqua, che dai suoi produttori.

Infatti come l’acqua in bottiglia il vaccino e’ sempre piu’ caro e con un’efficacia che nessuno controlla, rispetto alle acque potabili.

Ma utile alla Cina visti i ritardi nelle spedizioni dai porti cinesi a quelli europei e americani salgono a livelli mai visti. Così come i prezzi, da capogiro. Un caso di Covid e la Cina ha deciso di chiudere uno dei terminal del porto di Ningbo, il terzo più grande al mondo, mettendo in crisi ancora di più la già ingolfata catena delle spedizioni. Proprio mentre il periodo di maggior picco dell'anno si avvicina.

C'è da far arrivare in tempo sugli scaffali la merce per il Natale. E potrebbe non essere così facile. Dopo la chiusura di Yantian a fine maggio, durata quasi un mese, si rischia di rivivere un incubo, con il sistema marittimo mondiale che lotta per gestire una domanda senza precedenti. «Il fatto che le navi accumulino ritardi e che ora siano in aumento i focolai nei principali centri di produzione cinesi potrebbe avere conseguenze di vasta portata per lo shopping natalizio», ha spiegato Josh Brazil, dell'americana project44. Ma è solo una parte del problema.

Dal cibo all'elettronica, dall'abbigliamento all'arredamento soffrono tutti. Se due anni fa un container di 40 piedi (cioè lungo 12 metri) da Shanghai a Rotterdam costava 2.100 dollari, oggi si arriva a 13.700. «In 30 anni prezzi così non li avevo mai visti », spiega Fabio Ciardi, branch manager a Pechino della Savino Del Bene, primo spedizioniere italiano con una decina di uffici in tutta la Cina. «Per un container sulla Shanghai- Genova oggi bisogna sborsare 12.800 dollari. Due anni fa eravamo tra i 1.500 e i 2mila».

Dopo il lungo lockdown della scorsa primavera e la crescita incredibile della domanda sulle rotte dalla Cina e dai Paesi asiatici nella prima metà dell'anno l'export cinese verso l'Ue è cresciuto del 25,5%, quello verso gli Usa del 17,8% si è prodotto un ingorgo mai visto. Ma più si esporta meno container ci sono, più la domanda si alza più i prezzi delle spedizioni crescono, come quelli della merce.

ARTICOLO INTEGRALE:

https://www.repubblica.it/esteri/2021/08/14/news

Draghi punta al Quirinale e quando ci sara’ arrivato dove puntera’ ?

Come si comportera’ ? Con queste premesse non posso che essere preoccupato  visto che rinnovare i pronto soccorso , assumere medici per l’assistenza domiciliare, ed investire nella telemedicina invece che sul Ponte sullo stretto di Messina.

 

 

 

 

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

     

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

SITI SOCIETARI

 

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Ø     http://www.gruppozucchi.com

M&C SITO :  http://www.mecinv.com/

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

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Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

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http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

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http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

 www.rinaflow.it

 

http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

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www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 01/12/2021 00.10.21

 

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POTETE 

SCARICARE

 

LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE

SE VUOI AVERE UNA COPIA  DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

COMODATO EA COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI

DOCUMENTi SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA STELLANTIS

DICEMBRE 2021

DICEMBRE 1984

 

il mio libro sui Piani INDUSTRIALI

Libro Mb

LA MIA TESI DI LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI  PER AGIOTAGGIO

CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

 

VEDETE  COME LAVORA UIBM

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks

 

I MIEI COMMENTI

2021 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  POTERI FORTI 2021 e DRAGHI

2020 sono nella cartella NUOVO MODELLO DI SVILUPPO  sotto-cartela  GIUSEPPE CONTE

 

 NOVITA del SITO OGGI  PER CONOSCERE LA VERITA' ANCHE SE MOLTA  GENTE NON LA VUOLE SAPERE  :

 

01.12.21
  1. LO SBERLEFFO CONTRADDISTINGUE L'IGNORANTE:   Fino a 10 mila euro di rimborso statale all'ospedale per ogni paziente Covid che transiterà in terapia intensiva. Lo prevede il decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 12 agosto 2021, all'articolo 2 (scarica qui il testo integrale dell'articolo 2).
    Apriti a nuove scoperte.
    Se si vedranno salire i posti letto delle terapie intensive, potrebbe essere quindi, certo, una conseguenza del Covid, ma potrebbe anche esserci un interesse degli enti ospedalieri a fatturare à gogo. Nel decreto si fa riferimento a un "incremento tariffario per le prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti a pazienti affetti da Covid-19".
    Si parla quindi di fondi che le strutture ospedaliere riceveranno in merito alla remunerazione dei ricoveri per acuti di pazienti affetti da Covid, e all'individuazione dei "criteri utili alla definizione delle funzioni assistenziali correlate all’emergenza", nel periodo relativo allo stato emergenziale sul territorio nazionale, "di cui alla delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020 e successivi provvedimenti di proroga".

    Come stamattina ha ribadito il direttore di Affaritaliani.it Angelo Maria Perrino, ospite a Telelombardia, "l’incremento tariffario massimo, per ciascun episodio di ricovero con durata di degenza maggiore di un giorno, è pari a 3.713 euro se il ricovero è avvenuto esclusivamente in area medica e a 9.697 euro se il ricovero è transitato in terapia intensiva".

    "In caso di dimissione del paziente per trasferimento tra strutture di ricovero e cura, l’incremento tariffario è ripartito tra le strutture in proporzione alla durata della degenza in ciascuna", si legge in Gazzetta, mentre "in caso di trasferimento del paziente in reparti diversi di una stessa struttura di ricovero, l'incremento tariffario è riconosciuto una sola volta con riferimento all'intero episodio di cura ospedaliero. L'incremento tariffario si applica ai soli ricoveri in cui il paziente sia risultato positivo al tampone effettuato per la ricerca del virus Sars-Cov-2, così come verificato dall'Istituto superiore di sanità".
  2. TORNA IL CONCETTO DI UGUALIANZA : Da domani per entrare in Portogallo non sarà più sufficiente esibire il Green Pass con il certificato di vaccinazione: tutti i viaggiatori, anche quelli provenienti dai Paesi dell'Ue, dovranno presentare il risultato di un tampone negativo, oppure la prova di avvenuta guarigione. La decisione è stata notificata ieri mattina alla Commissione europea, che è rimasta spiazzata perché soltanto pochi giorni fa aveva invitato i governi a non introdurre ulteriori restrizioni per i passeggeri muniti del Certificato Covid Ue (il Green Pass). Ma la scelta di Lisbona – presa in seguito alla diffusione della nuova variante Omicron – non sembra aver sollevato particolari proteste nelle Capitali Ue, segno che altri governi potrebbero presto seguire questa via. Imponendo il tampone anche ai viaggiatori vaccinati, in controtendenza con le misure che offrono a questi ultimi una sorta di corsia preferenziale.
    Il rischio è di tornare a una Babele di regole per i viaggi all'interno dell'Ue, situazione che a Bruxelles vogliono evitare. Anche per questo Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha deciso di convocare una riunione di emergenza dei leader Ue. Il vertice – che sarà in videoconferenza – potrebbe tenersi già venerdì o al più tardi la prossima settimana. «È fondamentale mantenere un coordinamento stretto» spiega a La Stampa un'autorevole fonte Ue, anticipando i tre temi che saranno sul tavolo dei capi di Stato e di governo. Il primo riguarda i viaggi, all'interno dell'Ue, ma anche per chi arriva da fuori. Il secondo è legato al ritmo della somministrazione delle terze dosi, visto che sui tempi e sulla platea dei beneficiari i Paesi procedono in ordine sparso. Il terzo riguarda invece la solidarietà internazionale, vale a dire il ruolo che l'Europa intende giocare nella partita decisiva per vaccinare il resto del mondo.
    Ieri c'è stata una riunione dell'Ipcr, il meccanismo del Consiglio di risposta alle crisi. I rappresentanti dei 27 sono tornati sulla decisione di bloccare i viaggi dai sette Paesi dell'Africa australe e la Commissione ha sondato il terreno per estendere questo provvedimento anche ad altre aree maggiormente colpite dalla diffusione della nuova variante. Tra queste ci sarebbero pure Hong Kong e Israele, ma l'idea – anche per motivi «politici» – non ha trovato sostegno. Si è poi discusso della nuova raccomandazione che prevede di ridurre a 9 mesi la durata del Green Pass per i vaccinati, in modo da incentivare la terza dose. I Paesi più grandi sono favorevoli, ma quelli in ritardo con le vaccinazioni sono reticenti perché non farebbero in tempo a somministrare i «booster». Possibile dunque una deroga di qualche mese rispetto all'entrata in vigore del nuovo provvedimento, al momento fissata per gennaio.
    Sull'Ue sta poi montando il pressing internazionale per favorire una liberalizzazione temporanea dei brevetti per i vaccini. Bruxelles resta molto cauta e ferma sulle sue posizioni. «A differenza di altri – prosegue un alto funzionario Ue – noi non blocchiamo l'export e stiamo lavorando con i Paesi africani per incrementare lì la produzione. Sul fronte delle donazioni sì, servono sforzi maggiori. E anche di questo parleranno i leader Ue».
  3. L'ESEMPIO DEL FRIULI SENZA SPERANZA ? Prima regione a tornare in giallo e prima a sperimentare il super Green Pass. Il Friuli Venezia Giulia ha fatto ieri da apripista per l'entrata in vigore della nuova certificazione "potenziata": un debutto anticipato frutto dello sforamento dei parametri anti-contagio, favorito da un andamento difficoltoso della campagna vaccinale.
    In una regione in cui il rito della tazzina al bar è particolarmente sentito, specialmente a Trieste, non sorprende constatare che a generare i maggiori patemi sia stata l'incertezza sul caffé: per berlo al banco si deve esibire il super Green Pass oppure no? Perplessità superate poi dal chiarimento fornito dal prefetto di Trieste e commissario di Governo Annunziato Vardè: sì, anche i non vaccinati possono continuare a gustare il caffè al bar, ma solo al banco o all'aperto. Per sedersi al tavolino è obbligatorio il super Green Pass. Cartaceo o elettronico? Anche qui ieri non sono mancati i dubbi in attesa dell'app per la lettura veloce (disponibile dal 6 dicembre) e così in tanti si sono portati la certificazione verde stampata per evitare problemi in vista dei controlli.
    Sì, perché la vigilanza si annuncia stretta. Il prefetto Vardè ha annunciato il varo di un piano di controlli rafforzati per vigilare sul rispetto delle regole della zona gialla e sollecitato i gestori di locali pubblici per le verifiche sul possesso dei super Green Pass. Il tema dei controlli in bar, ristoranti, cinema, teatri, stadi e palazzetti dello sport dove possono entrare solo vaccinati e guariti è stato al centro del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica che si è riunito in mattinata a Trieste: è stato deciso di applicare il massimo rigore, d'intesa con le associazioni di categoria.
    Nessun particolare disappunto per il ritorno dell'obbligo delle mascherine anche all'aperto. A prevalere è stato il rispetto della regola, pochi gli irriducibili: quasi tutti sono usciti di casa già con naso e bocca coperti e del resto con il freddo degli ultimi giorni non si tratta di un gran fastidio.
    Sul fronte delle proteste anti Green Pass, che hanno contribuito nelle ultime settimane a tenere Trieste in primo piano a livello nazionale, si è registrata ieri la nuova iniziativa del consigliere comunale 3V Ugo Rossi. Per partecipare da remoto al Consiglio comunale del capoluogo regionale ha raggiunto l'ufficio assegnato al suo gruppo consigliare in Municipio, dove però si è rifiutato di presentare la certificazione verde «per coerenza politica». Gli verrà notificato un verbale per aver violato l'articolo 650 del codice penale (inosservanza dei provvedimenti dell'autorità): non è uscito dall'ufficio, pur a fronte dell'invito della polizia locale. Il Consiglio comunale è così cominciato con mezzora di ritardo.
    Intanto continua a farsi sentire, anche se con meno forza, l'effetto super Green Pass sulla campagna vaccinale nella regione: ieri 1.600 richieste di prenotazione, dopo il picco che era stato fatto segnare venerdì scorso con 2.200 prime dosi prenotate in un solo giorno.
  4. DIFFICILE  TROVARE LA VERITA' SUL COMPORTAMENTO DELLA PIVETTI :  Sono stati restituiti all'ex presidente della Camera Irene Pivetti e al suo consulente i quattro milioni di euro che erano stati sequestrati in via preventiva e d'urgenza dalla Procura di Milano una decina di giorni fa. È l'effetto dell'ordinanza di circa 60 pagine con cui il gip Giusy Barbara non ha convalidato il provvedimento di sequestro del denaro firmato dal pm Giovanni Tarzia, titolare dell'indagine per dichiarazione fraudolenta attraverso l'interposizione di società estere "fantasma", riciclaggio e autoriciclaggio con al centro una presunta compravendita fittizia di tre Ferrari Gran Turismo con lo scopo, è l'ipotesi della Procura, di riciclare profitti frutto di evasione fiscale. Fatti ai quali il giudice, nel suo provvedimento depositato ieri, ha dato, però, una lettura giuridica diversa ipotizzando, oltre ad una serie di reati invece che un'unica presunta frode fiscale, la «esterovestizione» delle società sparse in tutto il mondo, Hong Kong compresa, mediante le quali sarebbe stato raggirato il Fisco. Un'impostazione alternativa contro la quale il pubblico ministero ricorrerà al Tribunale del Riesame. «Sono contenta di questo atto e molto serena, resto a disposizione del magistrato per fornire tutti gli elementi che possano essere utili a integrare il quadro e quindi a fare piena luce sui fatti» il commento di Pivetti.
  5. UNA COERENZA ESEMPLARE : «Forza Elvis, sei forte, resisti». È la prima cosa che gli hanno detto i colleghi, accorrendo in ospedale. Brigadiere dei carabinieri di Torino, Maurizio Sabbatino, 53 anni, quando non è in ufficio a seguire indagini si diletta a cantare i classici del rock. Ha una bella voce, fa le imitazioni, e nonostante le asprezze del suo lavoro, dicono i colleghi, non perde mai il sorriso. Ieri sera si è trovato nel mezzo di una rapina, mentre era in coda tra i clienti di una farmacia. Non era in divisa e neppure in servizio. Non aveva con sé la pistola. Ma ha cercato lo stesso di bloccare due banditi. Tutt'e due armati. Uno con una pistola scacciacani, l'altro con un coltello. Nella colluttazione, è stato colpito da quattro coltellate. Una l'ha raggiunto al polmone, un'altra al fegato. Trasportato d'urgenza al San Giovanni Bosco in codice rosso, è stato subito sottoposto a intervento chirurgico. La prognosi è riservata: le sue condiziono sono gravissime.
    Tutto è accaduto nella zona Nord della città, Barriera di Milano, dove il brigadiere vive e lavora. La rapina è avvenuta intorno alle 19, nella farmacia comunale 12, in corso Vercelli 236. Un quartiere difficile, segnato da molti episodi di microcriminalità. Il sottufficiale dell'Arma era in coda di fronte al bancone quando i due rapinatori sono entrati con le mascherine chirurgiche sul volto. Uno ha costretto le tre impiegate ad aprire le casse, l'altro è rimasto vicino all'ingresso, sorvegliando la strada e i clienti. L'assalto è durato pochi minuti. Il brigadiere, stando alle ricostruzioni dei colleghi del comando provinciale cui sono affidate le indagini, sarebbe intervenuto nella fase conclusiva del colpo. Ha cercato di bloccarli all'uscita. Prima ha tentato di disarmare quello con la pistola. Nella colluttazione è partito un colpo, ma a salve. L'altro bandito lo ha aggredito alle spalle, ferendolo con il coltello. Al braccio e all'addome e al fegato. La lama è penetrata in profondità, nel polmone. Lui si è accasciato sul pavimento. I due malviventi sono fuggiti. «Siamo vicini al carabiniere, perché ha dimostrato grande coraggio nell'intervenire per sventare la rapina» spiega Davide Cocirio, amministratore delegato della società che gestisce le farmacie del Comune di Torino.
    Adesso è caccia ai banditi. «Sono italiani, non sarebbero di origini straniere» hanno detto i dipendenti, interrogati dagli investigatori. I due sarebbero fuggiti a bordo di uno scooter di colore scuro. Sul pavimento della farmacia è stata ritrovata la pistola scacciacani. Un indizio prezioso per arrivare all'identificazione degli autori del colpo. È stata sequestrata e portata in laboratorio per le analisi. In strada, i carabinieri della scientifica hanno setacciato con cura il punto dove è stato visto parcheggiare lo scooter. E poi ci sono le telecamere di videosorveglianza. I militari hanno iniziato ad acquisire le registrazioni di altri negozi della zona, per ricostruire l'arrivo e la fuga della coppia. Maurizio Sabbatino è un investigatore del nucleo operativo della compagnia Oltre Dora, estrema periferia Nord della città. Una caserma di frontiera, con una storia importante per l'Arma, anche nel periodo delle Brigate Rosse. «L'Unione sindacale italiana carabinieri esprime solidarietà al collega accoltellato mentre tentava di sventare una rapina, nonostante fosse libero dal servizio. Auguriamo una pronta guarigione al collega, il cui spirito di sacrificio ribadisce lo spirito che anima ogni carabiniere» dice Davide Satta, segretario generale aggiunto dell'Usic. «Chi indossa una divisa non smette mai di essere in servizio. È un qualcosa che ti senti dentro, che ti spinge ad affrontare qualsiasi situazione criminosa» afferma Roberto Di Stefano, segretario nazionale del Nuovo Sindacato Carabinieri.
  6. SACRIFICI CHE RENDONO L'ITALIA MEGLIORE NONOSTANTE I POLITICI FURBASTI : «È morta una persona generosa». Franz Zipper è da quasi mezzo secolo l'anima del Soccorso alpino e speleologico di Catania. Ieri notte uno dei suoi se ne è andato, ucciso dalla fatica e dal freddo, dopo avere soccorso sull'Etna un escursionista. Si chiamava Salvo Laudani, 47 anni, una moglie e due figlie adolescenti, una passione infinita per «'a muntagna» e una grande disponibilità ad aiutare gli altri. Era di Nicolosi, il paese che è considerato la porta Sud dell'Etna. E da Nicolosi era partito con la sua squadra, nella mattinata di domenica, per raggiungere a quota 2300 la zona dove l'escursionista, un catanese di 55 anni anch'egli molto esperto dell'Etna, era precipitato in uno dei canaloni che scendono nella Valle del Bove, dalla cresta che chiamano Schiena dell'Asino, sul versante orientale del vulcano.
    Ma quella di domenica non era una giornata «normale» sull'Etna: vento fino a 35-40 nodi, pioggia che diventava ghiaccio e grandine, nebbia fitta, temperature polari, nessuna possibilità di fare alzare in volo un elicottero. L'unica soluzione era raggiungere a piedi l'infortunato. Le squadre del Soccorso alpino e della Guardia di Finanza dopo ore di cammino sono riuscite a raggiungere il luogo dell'incidente, dopo una estenuante risalita a piedi superando un dislivello di 150 metri, portando addosso le attrezzature per il soccorso e la barella che da sola pesa 13 chili.
    L'infortunato, che aveva vari ferite e una gamba fratturata, alla fine è stato raggiunto, sistemato sulla barella e trasportato verso una zona dell'Etna dove è stato possibile fare arrivare un'ambulanza. Erano le 19,30 di domenica, otto ore dopo l'inizio dell'intervento. Ci aveva pensato un'altra squadra a portare l'escursionista sull'ambulanza mentre Laudani e i suoi colleghi hanno ricominciato la lunga camminata per tornare indietro, in quella terribile situazione climatica. «Erano tutti molto provati - dice Zipper - sia i nostri sia i colleghi della Finanza. In tanti in quelle condizioni sono stati male per l'enorme fatica e per il vento ghiacciato che avevano contro. E quando mi hanno detto che Salvo era stato a fatica portato su un'altra ambulanza, ho capito che la situazione stava precipitando».
    Hanno tentato di tutto per rianimarlo. All'una di notte di lunedì, l'ambulanza ancora ferma sull'Etna, Laudani è morto. «Salvo era un ragazzo molto prestante, la sua maggiore qualità era la grande disponibilità verso gli altri, era molto attivo nella comunità di Nicolosi, sciatore di fondo, faceva bici - dice Zipper -. Da qualche anno era con noi nel Soccorso alpino e non si risparmiava mai. Questa tragedia però dovrebbe indurre le persone a comprendere che i loro comportamenti possono mettere a rischio non solo loro stessi, ma anche chi è chiamato a intervenire per soccorrerli».
    A Nicolosi la comunità è sotto choc. «Siamo molto scossi - dice il sindaco, Angelo Pulvirenti - affranti e addolorati per questa morte assurda». Oggi pomeriggio, nella chiesa madre ci saranno i funerali e sarà lutto cittadino. «Il soccorso alpino era la sua missione - racconta la sorella di Salvo Laudani, Stefania - ma ora vogliamo comprendere se c'è stata una falla tecnica e se è stato fatto tutto quello che si doveva».
  7. SITUAZIONE TOLLERATA DA TEMPO : Quattro mesi di intercettazioni, da maggio ad agosto di quest'anno, sono bastati alla Procura di Torino per indagare i vertici della Juventus ipotizzando i reati di falso in bilancio e false fatturazioni attraverso il metodo delle plusvalenze «fittizie» toccasana per conti – e casse - in sofferenza. Ma sono anche stati l'occasione per fotografare un sistema calcio «malato» in cui molte cose non funzionano (nella migliore delle ipotesi) e nella più realistica costituiscono dei possibili illeciti sportivi, così come emerso da più fonti. Numerosi, si apprende da ambienti della Procura. Che non sono penalmente rilevanti, ma che investono tutto il mondo del pallone e non solo la società bianconera il cui iter di contestazioni penali seguirà il suo corso. Traduzione? Il mondo del calcio trema.
    Sembra la premessa di una nuova Calciopoli che può sconvolgere i fragili equilibri della Serie A alle prese già da tempo con bilanci in rosso, economia creativa per limitare le perdite di esercizio, fuga dei campioni, scarsa competitività (con riflessi anche sui volumi d'affari dei diritti televisivi) rispetto ad alcune altre leghe europee e che dovrà affrontare in termini di giustizia sportiva chissà quali nuove emergenze. Nessuno si sbilancia su quali siano i possibili illeciti. Tutto è blindato nelle migliaia di pagine delle informative che il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza ha depositato ai tre magistrati titolari dell'inchiesta: i sostituti Ciro Santoriello e Mario Bendoni e il procuratore aggiunto Marco Gianoglio. E che sono atti secretati perché si è ancora nella fase delle indagini preliminari. Ma al termine di queste – la cui chiusura è prevista in tempi rapidi – verranno trasmessi anche alla Figc per le opportune valutazioni.
    Tra Roma e Torino esiste un asse di comunicazione da tempo. La Procura sabauda ha informato i vertici della giustizia sportiva prima di avviare le perquisizioni nella sede della Juventus venerdì scorso. La Procura federale ha chiesto le carte prodotte nell'ambito dell'inchiesta Prisma, ma al momento è stato trasmesso l'unico documento estensibile: il decreto di perquisizione di 12 pagine notificato al presidente della Juve Andrea Agnelli, al vice Pavel Nedved, all'ex direttore sportivo Fabio Paratici e ad altri tre manager del club.
    E fioccano i commenti su quanto avviene a Torino al Palagiustizia. Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha spiegato ieri come a Roma si aspettino «i risultati delle indagini in corso. Ormai è da più di un anno che abbiamo attenzionato questa modalità operativa, che preoccupava anche la Uefa. Ci sono delle difficoltà oggettive nel coniugare l'interesse dello sport con alcuni criteri di natura civilistica». In attesa anche la sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali: «Vediamo cosa succederà al termine dell'indagine»
  8. GIA' SPIEGATO COME ANDRA' A FINIRE : L'avvocato Leandro Cantamessa conosce bene le implicazioni giuridiche delle plusvalenze fittizie. Il legale del Milan difese il club rossonero nella vicenda degli scambi con l'Inter, che si concluse nel 2009 con un proscioglimento in sede penale e un patteggiamento (con sanzione pecuniaria) davanti alla giustizia della Figc.
    L'inchiesta sulla Juventus presenta profili differenti?
    «Innanzitutto vorrei dire che la plusvalenza in sé è un concetto benefico per un club di calcio. Bisogna combatterla quando diventa un fenomeno tossico. Ma il problema è sempre lo stesso: è molto difficile provare che le parti abbiano scientemente voluto concludere un affare fittizio. È complicato perché nel calcio non esiste un listino prezzi».
    Lo scoglio è sempre questo?
    «Sì, non dimentichiamoci che la storia del calcio è disseminata di errori di mercato clamorosi in un senso o nell'altro: campioni pagati pochissimo o bidoni valutati tantissimo. Le variabili sono infinite. Basta pensare al caso Zaniolo. L'Inter ha venduto un calciatore che poche settimane dopo si è rivalutato a dismisura grazie all'imprevedibile convocazione in Nazionale».
    Il discorso cambia passando dalla giustizia penale a quella sportiva?
    «No, si tratta di sistemi che inseguono entrambi la reità dell'accusato. La giustizia penale a livello istituzionale, quella sportiva in un ordinamento domestico. Al massimo potrebbe essere configurabile, secondo le norme Figc, una violazione dei principi di lealtà. Ma mi sentirei davvero di escludere un illecito sportivo. La vera differenza con il caso delle plusvalenze di Milan e Inter è la presenza della Consob, dal momento che la Juventus è quotata in Borsa. In questo caso rilevano anche gli eventuali danni patiti dai so  ci per eventuali cali delle azioni».
    In questo caso, però, l'entità delle plusvalenze è superiore a quelle di Milan e Inter.
    «Ma non cambia il problema principale, quello di dare la prova della volontà di creare deliberatamente un affare artefatto. E non semplicemente di fare un investimento, per quanto sballato. Al momento questo resta solo un indizio. Le operazioni sono numerose e anche l'entità è notevole. Ma solo chi dovrà giudicare potrà dire quale valore avranno questi indizi».
  9. UTILE PER CAPIRE : Per dimostrare l'ipotesi d'accusa a carico dei vertici societari della Juventus i pm di Torino hanno «assoldato» un noto consulente in materia economica. Esperto di cifre e voci contabili che sostenga ciò che i magistrati suppongono sia avvenuto. E cioè una «non veritiera rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale del club quotato in borsa attraverso un ricorso a plusvalenze gonfiate per ridurre le annuali perdite di esercizio 2019-2021. Si chiama Enrico Stasi, già assoldato dagli inquirenti in inchieste delicatissime come quella sul caso Fonsai, liquidatore del premio Grinzane Cavour, curatore della De Tomaso. Continua a tenere banco la «scrittura privata che non deve tecnicamente esistere» relativa a «retribuzioni arretrate del calciatore Cristiano Ronaldo». Da quanto si apprende non sarebbe stata trovata nel corso delle perquisizioni, ma non è escluso che venga consegnata ai pm da alcuni dei protagonisti della vicenda. Di cosa si parla? Da pagamenti posticipati dal primo lockdown a presunti debiti fuori bilancio, a semplici accordi società-giocatore, il caso resta aperto. Ieri pomeriggio è stato ascoltato in Procura l'attuale ad della Juve, Maurizio Arrivabene, che ha assunto il ruolo lo scorso 30 giugno ma che da tempo faceva parte del cda (senza deleghe) del club bianconero. Ha risposto, da persona informata sui fatti, per tre ore e mezzo alle domande dei magistrati. Verbale secretato, come d'altronde quello del ds Federico Cherubini sentito per otto ore e mezzo sabato scorso.
    Il cuore dell'inchiesta resta, al momento, legato alle plusvalenze (con più di un occhio sulle prestazioni di alcuni procuratori sportivi di cui sono stati acquisiti i mandati). Secondo quanto emerge da ambienti investigativi non vi sarebbe corrispondenza tra gli importi di diverse fatturazioni e le cifre messe a bilancio. Discrepanze che aprirebbero le porte a ipotesi di transazione in nero. Ma la comparazione tra la contabilità di cassa e quella iscritta a bilancio che la Guardia di Finanza sta svolgendo in questi giorni dopo aver acquisito «una mole rilevante» di documenti nel corso del blitz, dovrà appurarlo definitivamente o meno. Restano le intercettazioni che sono molte e su cui la magistratura fa molto affidamento per dimostrare la sua tesi. Sono state rese possibili proprio dalla quotazione in Borsa della società. Perché è in questo caso che la pena (da 3 a 7 anni, contrariamente alle società non quotate per le quali la sanzione massima è 5 anni) si può utilizzare questo strumento investigativo.
  10. CARTA D'IDENTITA' DEL PD PIEMONTESE, DALL'ORO DI DONGO AD OGGI ED ANCORA DOMANI, GRAZIE AI SUOI ELETTORI :    Il grattacielo della Regione spegne le sue prime dieci candeline ma c'è ben poco da festeggiare: era il 30 novembre del 2011 quando Roberto Cota, ai tempi presidente della Regione, inaugurava un cantiere che non si è mai concluso. E per ricordarlo oggi Radicali, +Europa e l'associazione Adelaide Aglietta andranno a celebrare il decennio passato da quel giorno, portando una torta, ma salata, perché, spiegano «Salati sono stati i costi del grattacielo, pagati da tutti i cittadini contribuenti».
    Già, perché lo scontrino si è allungato parecchio nel tempo: a oggi 336 milioni di euro, contro i 250 previsti. E non c'è da stupirsi, visto che gli operai sono ancora a lavoro, ma la costruzione – di cui si era iniziato a parlare addirittura nel 2002 – doveva finire cinque anni e mezzo fa. Sostanzialmente i ritardi hanno doppiato i progetti. E l'architetto Massimiliano Fuksas, che aveva vinto l'appalto, ha pubblicamente disconosciuto il grattacielo: «Ho capito che sarebbe finita così quando un giorno non mi hanno fatto entrare dentro. Al Lingotto non mi fermo più, sto male solo a passarci».
    Nel frattempo è successo di tutto, nel perfetto stile dell'appalto all'italiana. Anzitutto il processo per le varianti al progetto originale fatte per favorire alcune imprese, che ha portato a un'assoluzione plenaria in primo grado nel 2019 e due condanne in appello nel 2021. In quella cornice si era visto addirittura il sequestro delle piastrelle nella pavimentazione dell'edificio, usurate.
    Poi un altro procedimento (che ha coinvolto funzionari e aziende) per l'utilizzo di materiale scadente e la scomparsa di 15 milioni di euro. Quindi il fallimento di Coopsette nel 2015, la società capofila, che ha fermato tutto. Nel 2016, commentando quella vicenda, la Regione aveva paventato che i ritardi avrebbero portato al taglio del nastro solo nel 2019. Vale a dire due anni fa. E nel frattempo, sempre nel 2016, è venuto fuori che oltre mille vetri che componevano 300 dei finestroni avevano un errore di produzione e andavano sostituiti. Nel mentre decine di subappalti, che oltre all' "Effetto Arlecchino" hanno comportato un'incredibile dilatazione dei tempi. Dall'inizio dei lavori si sono succedute tre giunte regionali. Che diventano cinque se si manda la lancetta indietro alla progettazione. Alla fine, se nel frattempo non ci saranno nuovi intoppi, l'inaugurazione si terrà nel 2023, a più di dodici anni dall'inizio dei lavori e 19 dai primi annunci. A quel punto nei 70 mila metri quadri della costruzione - 200 metri di altezza per 41 piani, a cui ha lavorato un battaglione di 500 persone, e per il quale sono stati necessari centinaia di atti amministrativi - entreranno 2,500 dipendenti della Regione. Ma non il presidente Cirio, che ha già annunciato che rimarrà nella sede storica di piazza Castello.
  11. HA RAGIONE . COSA RISPONDONO I POLITICI DEL PD ?Una proposta «inaccettabile e vergognosa». L'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, usa termini brutali per commentare la proposta della curatela fallimentare di Ventures e Chieri Italia (Whirlpool) che ai lavoratori della ex Embraco hanno offerto 7 mila euro lordi pur di chiudere una volta per tutte il capitolo di una tragica storia industriale del territorio. La risposta di ogni singolo operaio dovrà arrivare entro il 20 dicembre se si rifiuta, altrimenti vale il silenzio assenso.
    «Un indennizzo di 7 mila euro non rappresenta neppure un anno di lavoro. La proposta emersa in questi giorni per i lavoratori della ex Embraco mi pare, francamente, inaccettabile e vergognosa» scrive il vescovo in una lettera. Nosiglia, anche in questo caso, non risparmia le critiche su come è stata gestita la partita e analizza la situazione con piglio quasi sindacale. «Nella ripartizione del fondo da 9 milioni di euro vengono privilegiati imprenditori e fornitori, scegliendo esplicitamente di lasciare allo sbando i 400 lavoratori e le loro famiglie».
    Piglio da sindacalista
    L'arcivescovo si mostra ben consapevole del suo ruolo – «non tocca a me entrare nel merito delle procedure di concordato o di curatela fallimentare» – poi però attacca: «Prima che tale proposta vada avanti mi sembra necessario richiamare, ancora una volta, l'attenzione di tutti quegli attori sociali e istituzionali che hanno fino a ora detto di volersi coinvolgere nel dramma dei lavoratori ex Embraco: Unione industriale, Regione Piemonte, ministeri economici e del lavoro. Ugualmente significativo è che il sindacato continui a compiere la sua opera di informazione capillare, nella prospettiva di tutelare il più possibile i lavoratori».
    Loro, i lavoratori, faticano a trattenere la rabbia per una proposta considerata offensiva oltre che inutile e sadica. «Qualcuno penserà: meglio sette mila euro rispetto a niente. Ma la mia dignità vale più di quella cifra e ai miei figli sto insegnando di non farsi mai comprare da nessuno» sbotta Maurizio Ughetto. I lavoratori si sono sentiti usati e poi scaricati, trattati come merce elettorale: «Ma l'ex candidato sindaco Damilano non diceva che ci avrebbe sistemati tutti nelle aziende dei suoi amici?».
    Le promesse tradite
    In tutti questi anni di vertenze sindacali e promesse di rilancio mai mantenute l'interessamento di Nosiglia è sempre stato una costante. Non essere riuscito a sbrogliare la matassa di questi operai è uno dei suoi più grandi crucci. I tempi però sono stretti, anzi strettissimi. Il vescovo lo sa bene. «Qualunque sia l'esito del passaggio attuale c'è una cosa precisa che gli attori istituzionali possono e devono fare: avviare percorsi concreti di formazione e aggiornamento per i lavoratori, in modo da garantire a tutti l'opportunità di potersi ricollocare. Mi pare doveroso, da parte dei lavoratori, inserirsi con convinzione in tali percorsi. E se nessuno sarà in grado di rilevare in blocco attività e maestranze della ex Embraco, certo sarà possibile trovare soluzioni di ricollocazione differenziate in aziende diverse».
    In questa fase l'arcivescovo di Torino «ha da spendere la sua parola e metterci la faccia, come ha fatto finora. E intende garantire la copertura delle spese legali e di quegli esperti che, nelle varie sedi, dovranno promuovere e tutelare gli interessi dei lavoratori».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

30.11.21
  1. PRESENTE E FUTURO INGIUSTAMENTE D'INFERNO : Mi chiama un amico siriano. Uno di quelli che definiamo fortunati: "i siriani della Merkel" che hanno ottenuto asilo in Germania, hanno approfittato del breve periodo in cui questi sventurati relitti della guerra siriana divennero popolari, ebbero diritto a un lampo della nostra compassione grazie a un bambino annegato nel mare greco. Di cui oggi facciamo perfino fatica a ricordare il nome.
    La sofferenza è silenziosa
    So di cosa mi vuol parlare. Ho pensato a lui quando ho letto la notizia. Che l'Interpol, l'organizzazione internazionale delle polizie, ha reintegrato nei suoi meccanismi di scambio delle informazioni il regime di Bashar Assad. Dal 2012, pur non essendo stata formalmente espulsa, la polizia di uno Stato criminale del nostro tempo era stata di fatto scollegata.
    Eppure l'amico siriano dapprima non sembra volere parlare di questo trionfo del tiranno che dopo dieci anni sembra ormai onnipotente signore delle rovine e di un cimitero con mezzo milione di morti. Con i siriani ho imparato che la sofferenza diretta e brutale non desidera parole, almeno nel momento in cui viene provata ed è ancora viva. La sofferenza aperta è timida, riservata e silenziosa. Siamo noi che proviamo compassione, che viviamo la sofferenza in via indiretta, che abbiamo bisogno di esprimerci a parole.
    «Sai che più passa il tempo e più mi sembra di diventare pazzo? Delle volte la sera quando scende l'oscurità mi viene voglia di salire sul balcone come facevamo nel 2011 ad Aleppo e lanciare come sfida il "takbir", cominciare a gridare Allah akbar! E poi sentire i soldati che per sfogare la loro rabbia si mettevano a sparare. Mi fermo in tempo, ma un giorno non ci riuscirò e griderò fino a quando i miei bravi vicini tedeschi accenderanno le luci e spaventatissimi, pensando a qualche terrorista entrato nel palazzo, chiameranno la polizia... Sì, forse sono già pazzo».
    Nel parlamento mondiale
    Solo allora parliamo di Bashar riammesso, con i suoi sgherri e torturatori, nel parlamento mondiale dei poliziotti, sotto il simbolo della bilancia della giustizia in perfetto equilibrio. E immaginiamo come i "mukhabarat" delle innumerevoli polizie segrete siriane, gli sgherri del padre e del figlio, stiano festeggiando nelle loro caserme con annessa lugubre sala per gli interrogatori l'ennesimo atto di viltà ipocrita del mondo. E se la ridono delle assicurazioni della organizzazione che ha sede a Lione (la Francia, il Paese dei diritti umani...) perché il personale siriano «ha seguito dei corsi di addestramento» e comunque l'utilizzo dei dossier dovrà «seguire lo spirito della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo».
    Violenza legalizzata
    Gli sbirri addestrati da decenni di esercizio della violenza legalizzata staranno già accumulando pile di pratiche interessanti, immaginando come usare le "notizie rosse", gli avvisi di ricerca emessi dagli Stati membri dell'Interpol, per chiedere la estradizione dei "terroristi'', ovvero gli oppositori fuggiti; o per ostacolare i loro sforzi di ottenere lo status di rifugiati. Ci sarà molto lavoro nei prossimi anni, adesso che sono diventati interlocutori accettabili, colleghi delle polizie democratiche.
    Il peso di Emirati e Cina
    Ogni volta mi stupisco della precisione e dei dettagli con cui rievoca, uno a uno, i nomi, l'età e le azioni degli attivisti suoi compagni che i poliziotti di Bashar hanno torturato e ucciso, racconta con tono risoluto le vicende della morte di ciascuno. Vite brevi come un lampo. Delitti perfetti in cui gli assassini ora trionfano.
    Improvvisati e maldestri esploratori del ventunesimo secolo pensavamo di aver visto già tutto. Invece siamo solo all'inizio. Qualche mormorio a mezza voce, niente di rilevante, ha accolto la elezione alla guida di Interpol di un generale emiratino che voci multiple e attendibili accusano di torturare dissidenti e prigionieri. La riabilitazione poliziesca di Bashar, che è senza dubbio la riprova del peso che Emirati e Cina hanno ormai conquistato in questa delicatissima organizzazione, è passata invece sotto silenzio. Nessuno finora ha intonato l'eterna, inutile solfa: come è possibile nel terzo millennio che accadano ancora cose simili? Consumiamo la notizia e la gettiamo nella spazzatura.
    Di nuovo intrappolati
    Nel 2011 il senso della rivoluzione siriana era stato aver infranto il muro della paura. I genitori dei ragazzi scesi in strada erano assoggettati da decenni con la paura. Loro erano andati oltre. Dopo dieci anni sono di nuovo intrappolati in quella morsa di ferro, perfino coloro che pensavano con la fuga di essersi sottratti a quell'infernale subbuglio.
    L'intrattabile Bashar, unendo astuzia geopolitica e barili bomba, ha vinto, controlla il settanta per cento del territorio siriano, assedia, paziente, Idlib, ultima enclave ribelle e jihadista, ha cacciato via alcuni milioni di potenziali oppositori, quelli che non ha ucciso, ha superato il pericolo del cedimento interno, del finale alla Macbeth. E ora lavora per rientrare a testa alta nella buona società internazionale come se nulla fosse successo. Nessuno gli ha tolto il seggio alle Nazioni Unite. Ha compreso tutto: trionfa sempre l'omertà di combriccole semplicemente utilitarie, dei grandi assassini resta riverita memoria, delle vittime non ci importa nulla. Il loro anacronismo è dimostrato dal loro costante insuccesso.
    Verso un nuovo mandato
    Per dimostrare con inoppugnabile certezza che niente è cambiato e verificare le reazioni ha organizzato una rielezione per un quarto mandato e altri sette anni di potere. Copione scritto da lui, intangibile: due candidati finti e i sostenitori che andavano in giro tra le rovine delle città che lui ha metodicamente distrutto con i cartelli: scegliamo l'avvenire, scegliamo Bashar. Nell'elezione precedente si era accontentato dell'88 per cento, stavolta ha voluto il novanta. Come a dire: vedete? La Siria è mia.
    Un Paese in agonia
    Il Paese è in agonia strangolato dalle sanzioni, dalla mancanza di carburante mentre incombe l'inverno e dilagano affarismo e corruzione. I pescecani del clan Assad, passata la paura, hanno ripreso allegramente i vecchi metodi: rubare. È cambiato il capo mafia: ora dirige i traffici e il contrabbando Asma, una prima donna glamour e senza scrupoli. Tutto è in famiglia.
    Dal mondo sunnita gli arrivano segnali sempre più espliciti di distensione. I Paesi del Golfo gli fanno la corte perché vogliono che allenti i legami con i diavoli di Teheran, che per aiutarlo si sono svenati in questi dieci anni senza ricavare grandi frutti. Una delegazione saudita è venuta a Damasco in visita ufficiale per «parlare di sicurezza». I ricchi emiri fanno intravedere aiuti finanziari indispensabili per sopravvivere e pressioni su questa America atona, incolore perché lo riabiliti dal ruolo di canaglia. Bashar ci conosce, sa che basta attendere.
  2. CAMBIANO LE GIUNTE MA NON LE MANIE DEGLI SPRECHI PER IL  MATTONE OSPEDALIERO RESTANO : Adesso la parola passerà al Consiglio regionale. Nessun dubbio, in assessorato (quello della Sanità), che il "Programma di indirizzo di carattere strategico generale di investimenti in edilizia sanitaria per la realizzazione di nuovi presidi ospedalieri" può rappresentare una pietra miliare nel perimetro della Sanità piemontese: al netto dei progetti finanziati con gli oltre 500 milioni del Pnrr e del futuro Parco della Salute, un capitolo a sè.
    Si tratta di sei interventi in Piemonte, da realizzare ai sensi del Decreto della Presidenza del Consigli dei Ministri del 4 febbraio 2021: "Iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell'edilizia sanitaria, valutabili dall'Inail nell'ambito dei propri piani triennali di investimento», fatta salva la possibilità di attivare altre tipologie e forme di finanziamento per raggiungere l'obiettivo generale individuato. Dove per obiettivo si intende la costruzione di nuovi ospedali: «La Regione intende aggiornare il programma di investimenti in edilizia sanitaria a seguito dell'opera di censimento del patrimonio sanitario, che ha evidenziato condizioni e stato d'uso obsoleti e generatori di rilevanti costi di gestione e di manutenzione».
    Il dimensionamento in termini di numero dei posti letto delle nuove strutture deriva da elaborazioni curate da Ires Piemonte, suscettibili di modifiche e adeguamenti.
    Nel caso di Torino il progetto prevede la costruzione di un nuovo presidio ospedaliero-Dea di primo livello - con una superficie di 60 mila metri quadrati e 400 posti letto - in sostituzione dell'Amedeo di Savoia e del Maria Vittoria: un investimento di 185 milioni.
    Gli altri 5 interventi riguarderanno nuovi presìdi ospedalieri nelle Asl Torino 4 (nuova struttura sostitutiva dell'ospedale di Ivrea), Vercelli, Cuneo 1, e presso le aziende ospedaliere di Alessandria e Cuneo. Il conto totale degli interventi in questione ammonta a un miliardo 285 milioni.
    Per realizzare i nuovi ospedali, esclusi i costi di arredi e attrezzature, l'Inail aveva già previsto un progetto appaltabile da parte della Regione, l'acquisto dell'area/immobile oggetto dell'intervento e il rimborso delle spese tecniche sostenute per preparare la progettazione a base di gara, un contratto di locazione di durata ventennale, pari al 2,5% del costo complessivo dell'investimento (maggiorato dell'indice medio mensile Euribor) e rivalutato annualmente .
    L'operatività del programma è subordinata all'individuazione di altri finanziamenti necessari per acquisire le aree, redarre i progetti, comprare arredi e attrezzature. I tempi, sempre che l'operazione vada in porto, non si prospettano brevi. In ogni caso, si tratta di un primo, significativo passo verso un sistema sanitario al passo con i tempi.
  3. IL MISTERO DELLA DIGOS A TORINO : Era il «gigante» della Digos, per quella sua altezza sovrastante. Con lui spesso si parlava di sciate sotto il sole, di passeggiate in montagna, di belle serate a cercare osterie sconosciute ma sorprendenti. Aveva una voce tonante e un sorriso sincero. Ieri pomeriggio ha lasciato tutti sgomenti, ognuno col proprio dolore: familiari, amici e colleghi poliziotti. Si è chiuso nel suo ufficio in questura, ha lasciato una lettera sulla scrivania e si è tolto la vita con la pistola d'ordinanza.
    Eugenio Buono aveva 52 anni. Quattro figli. Nessuno oggi riesce a comprendere il dramma che stava vivendo. Perché non l'ha mai fatto trasparire, nascondendolo dietro a quel sorriso rassicurante. Assistente capo, era da anni in servizio alla Digos. Era coordinatore del gruppo «Enti Locali», sempre presente in Tribunale a seguire i processi attinenti all'ordine pubblico, ai grandi eventi avvenuti in città, alle questioni legate alla politica e alle istituzioni. Smessi i panni del poliziotto, si dedicava al volontariato. Da tempo era un soccorritore volontario della Croce Verde di Torino, nella sede accanto alla questura. Quasi sempre in ambulanza, di notte. Ed essendo un sciatore esperto, prestava servizio anche sulle piste da sci, al Sestriere, con il soccorso di montagna della Croce Verde. Di domenica, con gli uffici deserti, nessuno ha avvertito lo sparo. Un collega, arrivando al lavoro, ha dato l'allarme.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

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Mb

 

29.11.21
  1. CREDO CHE GLI ELETTORI DEI GOVERNATORI CHE HANNO CHIESTO IL GREEN PASS SUI MEZZI PUBBLICI NON SONO PIU' DA VOTARE A VITA, PERCHE'  NON  USANDO I MEZZI PUBBLICI NON SI RENDONO CONTO CHE HANNO CHIESTO UNA COSA IMPOSSIBILE O COSTOSISSIMA DA FAR FALLIRE TUTTE LE IMPRESE DI TRASPORTO.
  2. LA COMUNICAZIONE DI INFLUENZA CINESE SPOSTA LE ATTENZIONI DALLA RICERCA DELLE ORIGINI DEL VIRUS ALLA SUA PRESUNTA CURA E NEUTRALIZZAZIONE CON IL VACCINO CHE VIENE APPOGGIATO DAI GOVERNI CHE PAGANO IL VACCINO.
  3. PER COMBATTERE IL VIRUS OCCORRONO LE AUTOPSIE CHE SONO PROIBITE DAL MINISTERO DELLA SANITA'.
  4. INTANTO SI SUSSEGUONO SUI MEDIA AFFERMAZIONI GENERICHE E CONTRADDITTORIE DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO, FORTEMENTE LEGATE AL MINISTERO DELLA SALUTE.     L'Europa vive col fiato sospeso. Dopo i casi in Botswana, Honk Kong e Sudafrica la nuova variante Omicron - il nome Nu in inglese sembrava troppo simile a "new" ha spiegato l'Oms - è arrivata in Belgio, in Regno Unito, in Germania e forse anche in Italia. D'altra parte tutti i voli prima di venerdì hanno potenzialmente trasportato contagiati.
    Se davvero la Omicron contenesse una mutazione tale nella proteina Spike da non essere riconosciuta dai vaccini questo costringerebbe a ricominciare da capo la campagna vaccinale. Secondo alcuni scienziati bisognerebbe rifare le tre dosi con il vaccino aggiornato, mentre per altri basterebbe una terza o quarta dose adeguata alla nuova variante. In ogni caso, non basta la «maggiore capacità» di eludere i vaccini attuali di cui parla l'inviato speciale dell'Oms David Nabarroanto per cui «serviranno alcune settimane per capire l'impatto della nuova variante». Il punto fondamentale è se la Omicron sia capace di diffondersi più della Delta. Solo allora, se fosse confermato che eludesse i vaccini, diventerebbe un reale problema.
    La brutta notizia è che secondo analisi parziali la Omicron sarebbe diventata dominante in Sudafrica a tempi di record, ovvero in due settimane contro i tre mesi della Delta, portando a un aumento dei casi del 258%rispetto alla settimana precedente, per un totale di 2.828 contagi, di cui il 90%dovute alla nuova variante. L'origine della Omicron, sequenza genetica B.1.1.529, classificata dall'Oms come variante di preoccupazione, sarebbe il Botswana. Un Paese dove il sequenziamento non sarebbe efficiente come in Sudafrica, da cui la scoperta tardiva in un altro Paese.
    Il fatto che la Omicron sia già arrivata in Europa è un pericolo, ma anche un'opportunità di osservarla e sequenziarla direttamente, scoprendo entro breve quali rischi comporti. Inoltre, come spiega il virologo Carlo Perno «se la settimana prossima in Belgio avremo pochi casi legati alla nuova variante non ci dovremo preoccupare, se saranno centinaia sarà un problema».
    Al momento si sa che la Omicron contiene 32 mutazioni, alcune mai viste e da approfondire, altre già correlate a maggiore contagiosità e capacità di sfuggire agli anticorpi. I sintomi di chi viene infettato sarebbero gli stessi della Delta, mentre mancando di un gene particolare la nuova variante sarebbe più facilmente identificabile dai tamponi.
    Intanto le case farmaceutiche sono già al lavoro. Pfizer sta analizzando i primi dati e punta ad avere una risposta entro due settimane. A quel punto in circa cento giorni ha dichiarato di essere in grado di sviluppare un vaccino su misura. Moderna ha annunciato di avere tre linee che avanzano in parallelo: una terza dose potenziata, una terza dose specifica contro la Omicron e una terza dose multivalente che anticipi ulteriori mutazioni.
    Gli scienziati nel mentre ostentano calma. Per l'immunologo di fama internazionale Alberto Mantovani «dobbiamo stare tranquilli. Non sappiamo se i vaccini coprano la nuova variante, ma la terza dose aumenta il respiro della nostra risposta immunitaria. Confido dunque che il vaccino copra anche la Omicron». Dello stesso tenore la reazione del microbiologo Rino Rappuoli, grande esperto di vaccini e chief scientist di Gsk: «Dovremo pazientare qualche giorno per vedere i risultati contro la nuova variante, ma stando ai modelli al computer si osserva che essa ha un effetto sui vaccini, che sembrano avere meno efficacia anche dopo le due dosi. Con la terza dose, però, dovremmo arrivare a un livello anticorpale tale da riuscire a coprire pure la Omicron». E dalla Casa Bianca l'infettivologo Anthony Fauci ha chiarito che «è quasi inevitabile che una variante così trasmissibile arrivi anche in Usa. Non sappiamo ancora se sia resistente agli attuali vaccini, sappiamo solo che ha delle mutazioni preoccupanti». —
  5. IL VIRUS AGENICO NON PUO' ESSERE NEUTRALIZZATO DA UN VACCINO PER IL QUALE CI FACCIAMO I COMPLIMENTI , INTANTO SI CAMBIANO LE REGOLE PER PROTEGGERE I VACCINATI, PERCHE' SI SA CHE NON SONO AL SICURO. Ci sono le pause, ci sono le parole scelte con cura, c'è l'attenzione a comunicare pensieri in modo esatto e chiaro, «in un momento esplosivo, sia dal punto di vista virologico che mediatico». Dall'altra parte dell'oceano, nel giorno in cui a Torino va in scena, in anteprima al Tff, il film «Trafficante di virus», liberamente ispirato alla sua storia, Ilaria Capua riconduce nei binari della sua esperienza l'allarme di queste ore.
    Il numero dei contagi Covid torna a salire, la nuova variante Omicron semina terrore. Che cosa sta succedendo?
    «Solo quello che è normale che succeda. Ho detto tantissime volte che questo virus non andrà via, l'ho ripetuto, anche con grande frustrazione e dispiacere, ma è cosi. Non c'è nulla di sorprendente in quello che sta accadendo, è successo con altre pandemie e con altre malattie infettive. Non capisco la sorpresa. Sappiamo che, più il virus circola in popolazioni non vaccinate e più è possibile che si selezionino delle varianti. Sappiamo che in Africa il tasso di copertura vaccinale è bassissimo, che alcune varianti ci daranno filo da torcere, che non è detto che quest'ultima sia fra queste. Prima di terrorizzare le persone e di far partire l'allarme che percepisco, bisogna analizzare Omicron e fare molte valutazioni. Gli europei devono rendersi conto che l'unico strumento di cui disponiamo è il vaccino».
    Che cosa bisogna fare adesso?
    «L'ansia e la paura non servono a niente, le uniche cose che servono sono quelle che sappiamo. Rispettare le distanze di sicurezza, evitare i luoghi affollati senza protezione, soprattutto se non si è vaccinati, non stare tutti appiccicati, e alzare il più possibile il muro della vaccinazione, ovvero lo strumento più adeguato a gestire il momento che stiamo vivendo».
    Di norma i vaccinati che si ammalano non vanno in ospedale. E' questo il punto, giusto?
    «Sì, ed è quello che le persone non riescono a mettere a fuoco. Tutto quello che facciamo serve a evitare che la gente vada in ospedale, se le corsie si riempiono le persone potrebbero morire fuori da queste strutture, in casa o per strada, e questo è socialmente inaccettabile. L'obiettivo è non far andare la gente in ospedale, adesso abbiamo gli strumenti per evitarlo, abbiamo visto tutti che cosa succede quando i pronti soccorsi sono strapieni, a quel punto l'unica soluzione è il lockdown».
    Che cosa pensa di quelli che ancora rifiutano il vaccino?
    «Preferisco non rispondere, facendolo alimenterei la polemica...»
    Che ruolo ha avuto la comunicazione da quando è iniziata la pandemia?
    «All'inizio c'è stato uno "stupore pandemico", erano pochissimi quelli che, anche fra i medici, gli infermieri, gli accademici, credevano davvero che una cosa del genere potesse succedere, vi era un livello di preparazione non adeguata. Non voglio dare colpe i giornalisti, ma, nel 2009, quando ci fu la suina, io ero al CDC di Atlanta, e, già all'epoca, c'erano dei corsi per giornalisti. La comunicazione è importantissima, ha un impatto significativo sull'evoluzione della malattia. Mi auguro che, nel post-pandemia, si facciano corsi per preparare la stampa ad assumere uno stile comunicativo adeguato a fenomeni che riguardano la salute pubblica. Purtroppo è accaduto che siano girate un sacco di notizie sbagliate e poco approfondite».
    Che ruolo ha avuto la politica, in Italia e altrove, nell'evolversi della pandemia?
    «Una pandemia così pervasiva lambisce tutti gli ambiti della politica, in tutti i Paesi. Il problema è che anche i politici e i decisori erano impreparati, adesso va un po' meglio, abbiamo visto con quanta assertività Merkel abbia detto che bisognava chiudere tutto. Due anni dopo anche i politici hanno imparato di più, ma l'argomento resta divisivo in tutto il mondo. Nel mio ultimo libro scrivo che il vulnus principale di questa emergenza è il negazionismo e cioè il fatto che, quando l'allarme è stato dato, vari fra i leader del mondo occidentale, hanno avuto atteggiamento negazionista e questo ha influenzato l'opinione dei loro elettori. Negli Stati Uniti tante persone credono ancora che il Covid non esista».
    I suoi interventi, dall'esplosione del virus ad oggi, sono stati spesso criticati, e lei attaccata, anche in modo violento. Come li ha vissuti?
    «Ricevo molti insulti a sfondo veterinario o sessuale, tipo "torni a pulire il c...ai cani" oppure "torni in mezzo alle scrofe che sono uguali a lei".Nessuno di noi si aspettava tanto odio e tante critiche, ma, se decidi di esporti e partecipare al dibattito pubblico, sai che ti prenderai gli insulti, il che non vuol dire che non ti facciano male».
    Che effetto le ha fatto sapere che qualcuno voleva fare un film dal suo libro?
    «Sono rimasta meravigliata, non me l'aspettavo, mi sono anche un po' preoccupata perché la storia tocca tanti nodi di attualità, e poi perché lì dentro c'è una parte della mia vita, anche se trasformata dalla narrazione».
    Come giudica il film?
    «È un film serio, ben fatto, equilibrato. Racconta cose che nessuno racconta mai, ovvero che cosa fa un laboratorio che si occupa di virus pre-pandemici, la strana magia che lo caratterizza, il fatto che esista una leadership femminile forte e diffusa e che questo sia un punto di forza. La protagonista è stata molto brava, Foglietta interpreta Irene Colli, che è un personaggio ispirato a me, io forse sono un po' diversa ma non importa, questo è un film, non un documentario».
    Rivivendo la sua vicenda che cosa ha provato?
    «È difficile, disorientante, rivedere se stessi, di certo nel film è ben rappresentata la maratona a ostacoli durata 15 anni. Ho pensato quanta sofferenza per nulla, quanto rumore per nulla. Alla fine chi ci ha guadagnato? Nessuno. Io sono stata travolta dagli eventi, il gruppo di ricerca si è in parte disgregato, la magistratura ha attaccato il servizio sanitario pubblico, oltre che degli individui ed anche a livello internazionale, il paese ci ha fatto una brutta figura, insomma uno spreco gigantesco. Di tempo, di energie, di anni di vita felice».
  6. INESCUSABILE ED INACCETTABILE : Se le vite in bilico di centinaia di operai diventano la motivazione di un premio alla carriera, un post su Facebook si trasforma in patibolo sociale per il premiato.
    L'avvocato Francesco Rotondi, fondatore dello studio LabLaw, ha assistito, in qualità di consulente, la Gkn Driveline Firenze che lo scorso luglio ha inviato via email 422 lettere di licenziamento, poi giudicate illegittime dal giudice. La settimana scorsa lo studio legale ha ritirato con orgoglio il riconoscimento della TopLegal Awards 2021, traguardo ambito nel settore forense. E un po' ingenuamente ha postato le motivazioni del premio su Facebook: «Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell'assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l'esubero di circa 430 dipendenti». Licenziamenti come una medaglia, dunque. Il messaggio suona più o meno così. Nel post, ha poi aggiunto: «Lavoro di squadra, passione, dedizione. Ecco i valori nei quali crediamo e che ci spingono a voler raggiungere traguardi sempre più alti». A centinaia, gli insulti e le critiche sul web. Ad indignarsi anche il ministro del Lavoro Andrea Orlando, la viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde, il sindaco di Firenze Dario Nardella e la Fiom. Per citarne alcuni. «Uno scivolone comunicativo» ammette Rotondi. Che cancella il post, ma non nasconde l'amarezza: «È una strumentalizzazione».
    Professionista da trent'anni, allievo dell'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, consulente della Lega e docente alla Scuola di formazione politica del Carroccio, nella sua carriera è finito anche sulla copertina di Forbes. «Ho scelto questo settore perché sono figlio di operai. So cosa significa la cassa integrazione da quando ho sei anni. Se solo conoscessero la mia vita...». Non trova che il post sia stato inopportuno? «È stato uno scivolone comunicativo. Tutti siamo umani e possiamo sbagliare. Però un conto è poter dire a qualcuno "hai sbagliato la comunicazione", un conto è insultare, denigrare. Tutti quelli che ricevono i premi fanno un post simile. Purtroppo c'è chi ha preso quello per l'innovazione e poi c'è il mio». Un riconoscimento da tagliatore di teste? Lei si sente così? «Assolutamente no». La motivazione, però, fa discutere. «È errata nei contenuti. Che io assista le imprese nei loro piani di ristrutturazione è un fatto. Che poi questo porti a volte a licenziamenti, a volte a reindustrializzare non è tema mio. L'avvocato fa in modo che i comportamenti di un'impresa siano legali e non illeciti». E aggiunge: «In un paese civile anche il colpevole dei reati più biechi ha diritto ad essere difeso. E di certo l'avvocato che difende un assassino non è un assassino». Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha commentato: «Non penso sia giusto vantarsi di un licenziamento. Può anche essere necessario che uno debba fare quello nella propria attività professionale, ma che addirittura diventi una cosa per cui ci si mette una medaglia, è un aspetto che interroga tutti». E la viceministra allo Sviluppo Economico Alessandra Todde ha twittato: «Quando leggo dichiarazioni di questo genere sono felice di avere valori diversi e di rappresentare una politica distante da tutto questo». Rotondi risponde secco: «Capisco sia il disappunto sia la rabbia dei lavoratori. Non accetto che istituzioni o rappresentanti delle istituzioni, a volte anche per eludere le proprie responsabilità, cavalchino la polemica».
    Critiche anche dal sindaco di Firenze Dario Nardella: «Sono disgustato». Rotondi il suo lavoro lo difende: «Le soluzioni non si trovano con gli slogan. Odio e contestazione non portano da nessuna parte. Stiamo lavorando all'ipotesi di poter reindustrializzare il sito senza licenziare e ora sarà più complesso. Più tardi ho una call con un potenziale acquirente e dovrò spiegare tutto questo rancore».
  7. E' IL FUTURO DELLA CHIESA CHE NON HA ANCORA CAPITO : «La mia nipotina Gaia di 2 anni non se ne rende ancora conto, ma l'altra, Sofia, che ne ha 7, ha capito che qualcosa di strano è successo». La stranezza è che Maurizio Scala, per tutti «Momo», 66 anni, pensionato, vedovo, responsabile del servizio ai senza dimora della Comunità di Sant'Egidio a Genova, è un nonno che da ieri mattina è prete. In chiesa erano presenti quattro generazioni: le due nipoti, la figlia Valeria (38 anni) e Sergio, il padre 92enne. Per ordinare sacerdote Momo sono arrivati in Liguria da Bologna il cardinale arcivescovo Matteo Maria Zuppi, che ha presieduto l'ordinazione, e dal Vaticano monsignor Vincenzo Paglia, consigliere spirituale della Comunità, che ha concelebrato. E da Roma sono giunti i vertici di Sant'Egidio, il fondatore Andrea Riccardi e il presidente Marco Impagliazzo, seduti con 500 persone nella basilica dell'Annunziata, tra cui molti di quei senzatetto che vengono serviti dalla mensa della Comunità o che Maurizio incontra tutte le sere lungo le strade di Genova. Per Zuppi, «la scelta di Momo è arrivata in una stagione della vita in cui generalmente contano di più i bilanci che i progetti». Riccardi evidenzia come «Momo sia un presbitero, com'era nel cristianesimo degli inizi, un anziano consigliere che guida gli altri credenti».
    Don Maurizio, da dove possiamo cominciare per conoscere la sua storia?
    «Dall'esperienza di 45 anni con Sant'Egidio, che significa tenere insieme il Vangelo e l'impegno accanto agli indigenti. Un percorso umano e spirituale che fino a nove anni fa ho condiviso con mia moglie Roberta».
    Ci racconta qualcosa di voi?
    «Ci siamo sposati giovani. A 38 anni Roberta si ammala di un grave tumore cerebrale. Inizia un lungo calvario che durerà diciassette anni. Con mia figlia la accompagniamo e curiamo in casa fino all'ultimo. Tempi difficili, ma caratterizzati anche da una certa serenità; siamo stati sostenuti da tanti amici straordinari».
    Come ha vissuto il vuoto?
    «La vita è andata avanti, mia figlia mi ha fatto dono di due bellissime nipotine, e io ho continuato a dare il mio contributo nella Comunità, occupandomi anche dei giovani, della crescita dei gruppi di Sant'Egidio in altre città del nord Italia».
    Dove e come è nata la sua vocazione?
    «Dalla lunga esperienza di incontro con i poveri. E poi, negli ultimi anni difficili per la nostra società, in particolare durante la pandemia, ho compreso quanto ci sia bisogno di futuro. Il domani come sarà? Ci chiediamo. Io penso che la ricostruzione potrà essere illuminata da Gesù. E così ho sentito che Dio mi chiedeva un ulteriore passo, mi poneva un nuovo fronte: non più solo servizio agli sventurati ma anche servizio all'altare. Mi sono sentito chiamato a trasmettere la gioia di Dio anche in questa veste».
    E ora come si sente con l'abito ecclesiastico?
    «Raggiante. Sono in pensione da due anni e sento energie e forza, sarebbe un peccato sprecarle con il pensiero "sono arrivato": non sono arrivato a un bel niente, anzi, spero che il bello debba ancora venire. Anche perché ho ancora qualche sogno che mi piacerebbe realizzare».
    Sua figlia come ha reagito?
    «Mi ha detto: "Sento che questo passo dà pienezza alla tua vita". Ero felicissimo di queste sue parole».
    Quanto pensa a sua moglie?
    «Sono certo che Roberta in Cielo è contenta, conosceva bene il mio amore per il Vangelo e per gli ultimi. Sarà "partecipe" anche di questo mio nuovo tempo».
    Che prete vuole essere?
    «Essere sacerdote vuol dire per me fare sentire la vicinanza di Dio a tutti, soprattutto a chi sente il peso delle ferite della vita».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

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28.11.21
  1. LA MASCHERINA ALL'APERTO, CHE NON SERVE,  STA PER ESSERE REIMPOSTA, MENTRE IL CASCO PER BICI E MONOPATTINI NO, NONOSTANTE LA GENTE CONTINUI A MORIRE ! PERCHE' DUE PESI E DUE MISURE ?
  2. MOLTO ERA IL DISSENSO POPOLARE SULLE LEGGI RAZIALI PERCHE' LA DISCRIMINAZIONE E' INNATURALE. COME STA AVVENENDO CON I NON VACCINATI. CHI NON PARLA MA PENSA PUO' VOTARE ALLE PROSSIME ELEZIONI CONTRO I PARTITI CHE HANNO PERMESSO A DRAGHI DI DISCRIMINARE. ECCO PERCHE' LA NEGAZIONE DEI DIRITTI AI NON VACCINATI TOLGONO CREDIBILITA' AL GOVERNO DRAGHI, SENZA AUMENTARE LA SICUREZZA SOCIALE.
  3. SONO 20 ANNI CHE SUGGERISCO L'OBBLIGATORIETA' DELL'ASSICURAZIONE SULLA CASA :      Come affrontare al meglio il rischio da calamità naturali? Mi scrive il dr. Alessandro Di Virgilio da Roma. Tema importantissimo nel nostro Paese dove si stima che la popolazione potenzialmente esposta ad un elevato rischio idrogeologico sia pari a 5,8 milioni di persone mentre quella esposta ad un elevato rischio sismico sia 21,8 milioni di persone.
    In generale i differenti meccanismi istituzionali mediante i quali il rischio da calamità naturali può essere ripartito si possono distribuire su una linea ideale cui ad un estremo si collocano meccanismi ex post sulla base del principio generale di mutualità per cui la collettività (quindi la fiscalità generale) si fa carico in toto dei danni subiti solo da una parte di essa.

    Al lato opposto si collocano meccanismi che fanno leva sul mercato. In questo caso i singoli individui decidono ex ante se sopportare il rischio o scambiarlo con altri soggetti attraverso una qualche forma di copertura assicurativa. Le varie situazioni concrete si distribuiscono su questa linea ideale mischiando a volte l’uno o l’altro dei sistemi.

    Da noi il modello coincide sostanzialmente con quello dell’intervento ex post da parte della fiscalità generale. Un modello che, al di là di alcune patologie contingenti, si è comunque rivelato in grado di affrontare situazioni di grande complessità. Ora però le difficoltà della finanza pubblica rendono sempre più difficile continuare ad utilizzare risorse pubbliche per interventi risarcitori ex post. Tuttavia, per non lasciare privo di tutele questo importante diritto sociale, si rende necessario esplorare altre possibilità.

    La prima, e più importante, è quella che riguarda il ricorso allo strumento assicurativo. In quest’ambito, tutta una serie di motivi, sia tecnici che di opportunità, concorrono a rendere piuttosto improbabile che le imprese private di assicurazioni possano garantire la necessaria copertura del rischio.

    Sappiamo infatti che i mercati assicurativi privati sono esposti a “inefficienze” derivanti dalle asimmetrie informative tra assicuratore e assicurato ma anche dalle caratteristiche del rischio e, in particolare, dalla correlazione tra i vari rischi assicurati.

    I fenomeni perversi a cui le asimmetrie informative possono dare luogo sono quelli della “selezione avversa” (perciò risulta conveniente assicurarsi soltanto a coloro che appartengono a classi di rischio molto elevate, con ovvie conseguenze negative per la profittabilità delle imprese di assicurazione) e del “moral hazard”, (che consiste nell’adottare comportamenti, sollecitati dall’essere assicurati, che possono rendere più probabile l’evento negativo o anche il danno che ne consegue).

    Da qui la necessità per individuare una soluzione efficiente ed equa di un qualche coinvolgimento del pubblico che può essere a vari livelli (lo stato assicuratore diretto del danno; riassicuratore di ultima istanza; fornitore di supporto finanziario) anche se l’ipotesi che meglio supera le problematiche indicate, almeno da un punto di vista tecnico, è quella che lo Stato renda obbligatoria l’assicurazione contro eventi catastrofali come già accade in vari Paesi sia in Europa (Francia) sia extra-europei (Stati Uniti, Giappone, Turchia).
    Sull’obbligatorietà il dibattito nel nostro Paese è, a livello politico, da tempo aperto: chi è contrario sostiene (con solide ragioni peraltro) che finirebbe per essere considerata, di fatto, una ulteriore tassazione sulla casa. Proprio per questo da più parti (e dalla stessa ANIA) è stato proposto una sorta di sistema misto in cui lo Stato copre una parte del danno mentre la parte restante sarebbe sostenuta da polizze private obbligatorie sottoscritte da proprietari di case. Un po' come accade lì dove vige quello che è considerato il modello migliore cioè in Francia.
  4. SCELTE DOLOROSE DA RISPETTARE : La legge sul fine vita, ferma alla Camera da tre anni, doveva inizialmente approdare in Aula il 22 novembre e invece la data è stata prima spostata al 29 e poi nuovamente calendarizzata il 13 dicembre. Un continuo slittamento dovuto al tentativo, da parte di Pd e M5S, di smussare gli angoli e trovare un accordo di massima col centrodestra. Altrimenti, hanno messo in guardia i due relatori, Alfredo Bazoli, Pd, e Nicola Provenza, M5S, «il rischio è di finire su un binario morto, come già accaduto al ddl Zan».
    Lega e Fratelli d'Italia sono gli avversari più ostici, perché sembra che Silvio Berlusconi sia orientato a lasciare alle sue truppe libertà di coscienza al momento del voto. Ma si tratta di «un grande imbroglio», denuncia il deputato Riccardo Magi, di +Europa, insieme ai colleghi Giorgio Trizzino e Doriana Sarli, del Misto. «Tutto si fermerà, perché non ci saranno più i tempi per votare. Ci sarà la sessione di bilancio e provvedimenti urgenti del governo – scrivono in una nota –. Se ne parlerà forse dopo l'elezione del Presidente della Repubblica o forse mai più». E nel merito, sottolineano i tre, le concessioni fatte al centrodestra – come l'ok agli obiettori di coscienza – avrebbero indebolito l'impianto della legge: «Sarà un testo che non solo esclude ogni possibilità di eutanasia, ma restringerà moltissimo i requisiti per accedere al procedura».
    E mentre nel Palazzo Pd e M5S trattano con i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, fuori da Montecitorio quelle stesse forze di centrodestra mandano segnali opposti. Nelle Marche, Mario ha ottenuto il via libera alla somministrazione del farmaco letale, ma la Regione guidata da Francesco Acquaroli, di Fratelli d'Italia, tramite l'assessore alla Sanità Filippo Saltamartini, in quota Lega, ha chiesto un parere all'avvocatura della Regione, creando così l'ennesimo ostacolo da superare. Si tratta di «ostruzionismo burocratico», denuncia Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni. «Con la richiesta ulteriore di un parere all'avvocatura – spiega – la questione viene rimpallata a nuovi organi. Così, la Regione continua a non rispettare il diritto di Mario». Tanto che lo stesso Mario è stato costretto a diffidare nuovamente l'azienda sanitaria, che non ha ancora provveduto a fare le verifiche sul farmaco letale da utilizzare e sulle modalità con cui somministrarlo. Mancherebbe solo quest'ultimo passaggio. Come in Parlamento. Ma c'è chi continua a giocare con il tempo.
  5. UN FUTURO DI SPERANZA : C'erano una volta i Casalesi. L'ex impero del male continua lentamente a sgretolarsi: ieri Walter Schiavone, figlio del celeberrimo Francesco "Sandokan" Schiavone, ha confermato che sta collaborando con i magistrati. Si è pentito pure lui, come avevano già fatto il fratello Nicola (il primogenito), lo zio Carmine Schiavone (che rivelò l'affaire rifiuti tossici), i superboss Antonio Iovine e Domenico Bidognetti, e tanti altri. Dopo i durissimi colpi inferti dallo Stato, dunque, a smantellare ciò che resta (non poco) del grande cartello mafioso campano ci stanno pensando pentiti e collaboratori di giustizia. Il rampollo del capo dei capi sarebbe già stato sentito almeno due volte dalla Direzione distrettuale antimafia e la Gomorra casertana rischia un nuovo tsunami.
    Il giovane era stato a lungo tenuto ai margini del clan per via di una certa "inaffidabilità", quasi fosse condizionato dalla storia del suo nome: era stato chiamato Walter in omaggio allo zio paterno, il ras che si fece erigere una lussuosa quanto pacchiana villa ispirata alla dimora del gangster Tony Montana, ovvero Al Pacino nel film "Scarface". L'arresto dei quattro fratelli però, l'aveva portato al comando della cosca, sino al 2017, quando dal trono di Casal di Principe era passato alla scomoda cella di un carcere perché i carabinieri l'avevano beccato con le mani nella mozzarella. Ispirato da quanto già fatto in tutti quei settori fortemente inquinati dalla camorra, l'ultimo degli Schiavone in libertà si era lanciato nel business agroalimentare "condizionando" l'intera filiera: produzione, distribuzione, vendita. Così, in centinaia di negozi e market – specie nel Casertano e nella Penisola sorrentina – gli amanti dei latticini avevano assistito a un drastico assottigliarsi dell'offerta: sugli scaffali i prodotti di poche marche, sempre le stesse. Ma ai militari non fu difficile scoprire sia i prestanome delle società sia le prove dei reati, tra cui concorrenza illecita, estorsione e associazione camorristica. In quell'occasione la Coldiretti chiarì che il settore agroalimentare (dai caseifici ai negozi sino ai ristoranti) in Italia porta nelle casse delle mafie quasi 25 miliardi di euro. E rinnovò l'allarme: «Le mafie non solo si appropriano di vasti comparti e dei relativi guadagni, distruggendo la concorrenza e il libero mercato soffocando l'imprenditoria onesta, ma compromettono la qualità e la sicurezza, con l'effetto indiretto di danneggiare l'immagine dei prodotti italiani e del marchio Made in Italy».
    Il pentimento di Walter Schiavone – che come sempre in questi casi dovrà passare il vaglio delle verifiche e dei controlli – è destinato a indebolire ancor di più il già minato regno dei Casalesi e a far luce su storie mai chiarite. Una scelta che sicuramente non sarà apprezzata dall'irriducibile "Sandokan" (detenuto al 41bis), che si è già pronunciato contro i collaboratori parlando di «suggeritori» e rinfacciando al suo ex braccio destro (Iovine) di «non aver raccontato tutto», specie «sui milioni guadagnati grazie a politici e imprenditori».
  6. UNA COSA RISAPUTA, DA ME SEGNALATA IL 29 OTTOBRE CHE HA TROVATO I MEDIA SORDI  E MUTI :Le operazioni di calciomercato effettuate dalla Juventus nell'ultimo triennio, che hanno generato in più circostanze discusse plusvalenze, già al centro di accertamenti da parte della Consob e poi della Covisoc, organismo di controllo delle società di calcio, diventano adesso un'ipotesi di accusa per la Procura di Torino che ha inviato i militari della Guardia di Finanza alla Continassa e nella sede milanese del club bianconero per acquisire documenti. Sei gli indagati, tra cui il presidente Andrea Agnelli, al vertice della società dal 19 maggio 2010. Con lui il vicepresidente Pavel Nedved, l'ex managing director area football Fabio Paratici, adesso al Tottenham, l'ex managing director area business Stefano Bertola, il direttore finanziario Stefano Cerrato e il suo predecessore Marco Re. Sia Bertola sia Re non fanno più parte dell'organigramma societario bianconero. I sei dirigenti sono accusati di false comunicazioni delle società quotate ed emissione di fatture per operazioni inesistenti: è altresì ipotizzato, a carico della società, il profilo di responsabilità amministrativa da reato, previsto qualora una persona giuridica abbia tratto vantaggio dalla commissione di taluni specifici illeciti.
    L'indagine, denominata Prisma, che ha avuto avvio nel maggio 2021 ed è affidata ad un pool di Magistrati del Gruppo dell'Economia, composto dai Sostituti Procuratori Ciro Santoriello, Mario Bendoni e dal Procuratore Aggiunto Marco Gianoglio, fa seguito come detto ad accertamenti di Borsa o interni al calcio, estesi non solo il club bianconero: al centro movimenti di calciatori con valutazioni spesso sospette che lascerebbero trasparire l'intenzione di creare plusvalenze fittizie finalizzate al falso in bilancio. Materia intricata che la magistratura ha trattato già in passato scontrandosi sovente con la difficoltà di stabilire il valore reale ed oggettivo di un calciatore, un parametro che possa consentire di inchiodare i responsabili di valutazioni gonfiate. In realtà, non esistendo listini o riferimenti, ogni società può essere libera di trattare su basi che ritiene eque. Tra l'altro, nell'indagine calcistica sono stati registrati in altre realtà operazioni coinvolgenti calciatori ai quali sono state attribuite valutazioni elevate e poi finiti in categorie molto basse, cosa che alla Juventus non si è verificata. Per questo, a fronte dei precedenti accertamenti, pur senza commentare è sempre stata ostentata tranquillità. Silenzio anche ieri davanti all'apertura dell'inchiesta e all'acquisizione dei documenti della Guardia di finanza: «I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria Torino, delegati alle indagini, sono stati incaricati di reperire documentazione ed altri elementi utili relativi ai bilanci societari approvati negli anni dal 2019 al 2021, con riferimento sia alle compravendite di diritti alle prestazioni sportive dei giocatori, sia alla regolare formazione dei bilanci - recita il comunicato della Procura -. Al vaglio vi sono diverse operazioni di trasferimento di giocatori professionisti e le prestazioni rese da alcuni agenti coinvolti nelle relative intermediazioni». Sotto la lente della magistratura sono finiti i trasferimenti di Pereyra da Silva (8 milioni), Marques(8,3), Rovella (18), Portanova (10) e Petrelli (8), oltre ad Arthur (72) inserito in uno scambio con Pjanic (60). In alcuni casi, quindi, si tratta di Under 23. A tutela del mercato finanziario, le perquisizioni sono state avviate successivamente alla chiusura delle contrattazioni settimanali di Borsa italiana, ove il club calcistico è quotato nell'ambito del Mercato Euronext Milan.
  7. LA REALTA' DELL'AFGANISTAN : L'intesa è arrivata dopo un incontro tra funzionari taleban e i rappresentanti della Cpharm, multinazionale che fornisce servizi e assistenza farmaceutica. I taleban avevano promesso di porre un freno alla produzione di narcotici a base di oppio, ma hanno continuato a permetterne la coltivazione, anche a fronte della drammatica situazione economica che il Paese sta attraversando. «La gente è in seria difficoltà e bloccare ora la produzione non è una buona idea», ha dichiarato il portavoce taleban, Zabiullah Mujahid. Oltre alla cannabis in Afghanistan si raccoglie l'85% dell'oppio prodotto nel mondo, le aree in cui sono concentrate le piantagioni sono Helmand e Kandahar. Negli ultimi anni è aumentata anche la produzione di metanfetamine.
  8. UN REGIME INACCERTABILE :La Cina alza il livello della censura e la rende molto meno identificabile, non ha neanche bisogno di far sparire l'ultima donna che esce dai canoni di popolarità tollerati perché basta organizzare una campagna contro di lei per cancellare il suo lavoro. Con tanto di scuse.
    Chen Man è una fotografa che da dieci anni almeno collabora con le riviste più importanti del mondo, copertine di moda che non si fermano mai alla bellezza o all'eleganza. È diventata famosa come l'artista che riesce a coniugare la tradizione cinese con la sua controversa modernità e all'improvviso le sue modelle diventano il prototipo del razzismo contro gli asiatici. Lei si trasforma in una vanitosa carrierista traviata dall'Occidente, disposta a consegnare in pasto al pubblico un'immagine da macchietta dell'Oriente: occhi piccoli e allungati, capelli fini, naso pronunciato. Sarà, ma più si guardano i ritratti datati 2012 e più si vedono donne fiere, le osservi e te le figuri indipendenti e realizzate. Non più. Un post dopo l'altro, un titolo dopo l'altro, un notiziario dopo l'altro sono diventate il simbolo del disprezzo. Agghindate ad arte per essere compiacenti, per assecondare la discriminazione.
    L'ondata di sdegno è cresciuta con una mostra a Shanghai dove tante delle foto esposte sono legate al marchio Dior, trascinato pure lui nello scandalo plastificato: un colosso a disagio in una diatriba sempre più ingestibile. Dior firma la campagna pubblicitaria legata allo scatto ormai bersagliato dal disgusto di rete: la ragazza con la borsa, un giorno forse sarà famosa quanto quella con l'orecchino di perla perché non racconta solo un'epoca. Le prende tutte. La vedete in questa pagina e lei non vi fissa, ha gli occhi scurissimi accentuati da un trucco geometrico, le lentiggini, una pettinatura antica. Alza la borsa come fosse uno scudo, in una posa che adesso, secondo i detrattori, è un accenno di inchino. Una bambola sottomessa, almeno nel giudizio del popolo. Quello che non ha nome né faccia, è una moltitudine senza identità con un voce stranamente univoca, il cartonato delle masse cinesi che il governo di Xi Jinping sventola con sistemi raffinatissimi. Lo schema è subdolo: ci accusate di non essere trasparenti e noi ascoltiamo chi protesta, ci dite che non rispettiamo le donne e noi diamo peso alle tante che si sentono offese, parlate di #Metoo come se non lo considerassimo e noi al contrario ne siamo colpiti. E nelle settimane in cui arrivano accuse, minacce di boicottaggio, indignazione internazionale per il caso Peng Shuai, si difende l'onore di tutto l'universo femminile asiatico. In Cina hanno rievocato l'incidente diplomatico con Dolce & Gabbana, coperti di critiche per il video in cui delle attrici mangiavano pizza e cannoli con le bacchette. Non è proprio la stessa situazione, lì il rigetto, giustificato o meno, era stato immediato, qui si parla di foto che hanno girato serenamente per anni e sono pure state orgoglio del Paese.
    Chen Man ha retto per un po' il bombardamento mediatico, ha finto di non leggere gli insulti e pure di non rendersi conto che tanto sdegno collettivo doveva avere una regia e alla fine ha ceduto. Ha scritto su Weibo, il social cinese che ormai conosciamo: «Sono stata immatura e ignorante. Tornerò a studiare il mio popolo che merita più attenzione e rispetto. Mi pento di essere stata tanto superficiale. Spero che mi perdoniate per il fastidio che ho causato». Dior, più asettico, ha seguito a ruota: «Non vogliamo urtare la suscettibilità cinese». La ragazza con la valigia è stata rimossa: esempio di una bellezza atipica che sa mescolare passato e presente nel 2012 e abbietto cliché culturale nel 2021.
    Certe foto incriminate risalgono al 2008, appartengono alla serie «Young pioneers», giovani pioniere, sono state pubblicate e applaudite nell'anno in cui Pechino aspettava la sua prima Olimpiade e voleva aprirsi al mondo. Oggi la giovane che volteggia disinvolta sulla Diga delle tre gole è considerata pedopornografia. Pechino sta per ospitare altri Giochi, sono quelli invernali e fa un gran freddo. Si chiude ogni spiraglio.
  9. UNA MINA VAGANTE : I dirigenti della società tecnologica cinese Didi Global hanno ricevuto una richiesta “che non si può rifiutare”, citando la celebra frase de Il Padrino. L’Autorità di vigilanza tecnologica della Repubblica popolare ha infatti chiesto ai vertici della big tech – la più grande azienda al mondo di servizi di trasporto passeggeri – di elaborare un piano per il delisting dalle borse statunitensi: si tratta, secondo quanto riporta Bloomberg, di una richiesta senza precedenti che riaccende i timori circa la stretta del controllo di Pechino sulla sua gigantesca industria tecnologica.
    L’autorità di vigilanza vuole che la direzione porti la società fuori dalla Borsa di New York a causa delle preoccupazioni sulla perdita di dati sensibili. La Cyberspace Administration of China, l’agenzia responsabile della sicurezza dei dati nel paese, ha ordinato a Didi di elaborare un piano dettagliato preciso da sottoporre all’approvazione del governo.
    Le proposte in esame includono una cessione di quote o una quotazione azionaria a Hong Kong seguita da un delisting dagli Stati Uniti, secondo quanto hanno riferito le fonti a Bloomberg.
    Un duro colpo a un altro big
    Nel primo caso, la proposta sarà probabilmente almeno il prezzo dell’Ipo di 14 dollari, poiché un’offerta più bassa subito dopo l’offerta pubblica iniziale di giugno potrebbe provocare azioni legali o resistenza degli azionisti.
    Se invece ci sarà una quotazione secondaria a Hong Kong, il prezzo dell’Ipo potrebbe probabilmente essere inferiore rispetto al prezzo delle azioni negli Stati Uniti, 8,11 dollari alla chiusura di mercoledì.
    Entrambe le opzioni sul tavolo, in ogni caso, infliggerebbero un duro colpo a un gigante che ha realizzato la più grande quotazione degli Stati Uniti da parte di un’azienda cinese dai tempi di Alibaba nel 2014. I rappresentanti di Didi e del Cac non hanno risposto alle richieste di commento da parte di Bloomberg.
    L’ira di Pechino

    A scatenare le ire di Pechino sarebbe stata la decisione di procedere con la quotazione a New York quest’estate, nonostante le richieste delle autorità di garantire la sicurezza dei suoi dati prima dell’Ipo.
    I regolatori cinesi hanno rapidamente avviato molteplici indagini sulla società e hanno preso in considerazione una serie di sanzioni senza precedenti, secondo quanto riportato da Bloomberg News a luglio.

    È quindi possibile che il delisting faccia parte di un pacchetto di punizioni per Didi. Il governo municipale di Pechino ha proposto un investimento nella società che darebbe alle aziende statali un controllo effettivo sul gruppo, secondo quanto riportato da Bloomberg News a settembre. Un tale investimento potrebbe aiutare Didi a finanziare il riacquisto delle sue azioni quotate negli Stati Uniti.
    L’intero settore tech nel mirino

    Didi è attualmente controllata dal team di gestione del co-fondatore Cheng Wei e del presidente Jean Liu. SoftBank Group Corp. e Uber Technologies Inc. sono i maggiori azionisti di minoranza di Didi.
    La società, un tempo celebrata per aver sconfitto Uber in Cina, è ora diventata un banco di prova nell’ambito del più ampio sforzo del governo cinese per frenare il potere dei titani di Internet.
    L’amministrazione di Xi Jinping ha preso di mira un settore che negli anni recenti ha accumulato vaste ricchezze operando ai margini della legge, ha creato un numero senza precedenti di miliardari e ha arricchito gli investitori locali e stranieri in il processo.
  10. SPERANZE POSSIBILI E DELUSE DA CALENDA A GIORGETTI DA NON VOTARE MAI PIU' :Oltre quattro anni di lotta per riappropriarsi della dignità persa, aggrappati a un posto di lavoro che non possono lasciar andare dopo tante promesse e altrettanti inganni. Ora ai 400 lavoratori dell'ex Embraco di Riva di Chieri restano solo le briciole. Settemila euro lordi a testa, questa la proposta che dovranno valutare. Se accettano, non potranno fare altre rivendicazioni. Se decidono di non accettare, il concreto rischio è di ritrovarsi proprio senza nulla. Anche perché dal Mise non c'è nessuna risposta o alternativa e la vicenda viene considerata ormai chiusa. La cassa integrazione finirà il 22 gennaio e non ci sono possibilità di chiedere proroghe. Anche se arrivasse un cavaliere bianco – che in questi anni non si è visto – e decidesse di presentare un'offerta, sarebbe comunque tardi.
    È questo l'epilogo tragico di una vicenda partita male e gestita anche peggio. Umiliazione e rabbia sono i sentimenti più frequenti tra questi lavoratori, la maggior parte operai tra i 50 e i 60 anni stanchi per una storia che ha distrutto le loro vite. Questi gli sviluppi di ieri che mettono una pietra tombale sulle possibilità di reindustrializzazione: il fondo Escrow lasciato da Whirlpool sarà utilizzato per sanare i debiti e chiudere gli ultimi contenziosi. Dal vertice tra la curatela fallimentare di Ventures e Chieritalia (Whirlpool) è emersa l'intenzione di chiudere "in bonis" il fallimento, destinando i 9 milioni di euro rimasti nel fondo al pagamento dei costi del fallimento stesso.
    Uno smacco perché questi soldi sarebbero dovuti servire a dare un futuro agli operai. Invece, con le ripartizioni illustrate dalla curatela, a ogni lavoratore, oltre ai crediti fallimentari, non resterebbe che una somma pari a circa settemila euro lordi. Circa 700 mila euro andranno invece proprio alla curatela per le spese di gestione. L'esito positivo del concordato è vincolato però alla firma di una conciliazione da parte di almeno il 90% dei lavoratori coinvolti. Un "ricatto" perché durante l'incontro è stato messo in chiaro che non sono possibili aumenti e che se non c'è accordo si rischia di non prendere nemmeno gli stipendi arretrati. Ai sindacalisti di Fiom, Fim e Uilm (Ugo Bolognesi, Arcangelo Montemarano e Vito Benevento) non resta altro che organizzare le votazioni.
    Poi calerà il sipario su una storiaccia iniziata a fine 2017 quando Whirlpool decide di spostare la produzione nello stabilimento Embraco in Slovacchia. La conferma della crisi arriva il 10 gennaio 2018 con la richiesta del ricorso al licenziamento collettivo. Da quel giorno praticamente tutti gli esponenti dei partiti e i ministri che si sono succeduti sono passati a fare promesse.
    Lo smacco più grande è stato quando l'allora ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, a marzo 2018, ha dato il via libera al progetto di Ventures, newco italo-israeliana creata per rilevare lo stabilimento dismesso da Embraco. Il progetto non è mai partito e si è chiuso il 24 luglio 2020 con il fallimento di Ventures che ha portato anche a una inchiesta giudiziaria.
    Un altro lampo di speranza era arrivato il 15 settembre 2019: la sottosegretaria allo sviluppo economico, Alessandra Todde, aveva annunciato ufficialmente in Prefettura un nuovo piano industriale che prevedeva la creazione di un polo italiano di compressori per l'industria del freddo con la ex Acc di Mel. «Ci hanno già illuso una volta, non potrà finire male di nuovo», dicevano gli operai. E invece il piano si blocca al Mise. Per Todde è stato l'attuale ministro Giancarlo Giorgetti ad affossarlo. Per Giorgetti il progetto non è mai esistito. Nel mezzo i lavoratori, sempre più soli e aggrappati all'impegno dell'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, che li ha sostenuti economicamente e nelle lotte. Una lenta agonia senza lieto fine.
  11. PURTROPPO E' COSI :Oltre quattro anni di lotta per riappropriarsi della dignità persa, aggrappati a un posto di lavoro che non possono lasciar andare dopo tante promesse e altrettanti inganni. Ora ai 400 lavoratori dell'ex Embraco di Riva di Chieri restano solo le briciole. Settemila euro lordi a testa, questa la proposta che dovranno valutare. Se accettano, non potranno fare altre rivendicazioni. Se decidono di non accettare, il concreto rischio è di ritrovarsi proprio senza nulla. Anche perché dal Mise non c'è nessuna risposta o alternativa e la vicenda viene considerata ormai chiusa. La cassa integrazione finirà il 22 gennaio e non ci sono possibilità di chiedere proroghe. Anche se arrivasse un cavaliere bianco – che in questi anni non si è visto – e decidesse di presentare un'offerta, sarebbe comunque tardi.
    È questo l'epilogo tragico di una vicenda partita male e gestita anche peggio. Umiliazione e rabbia sono i sentimenti più frequenti tra questi lavoratori, la maggior parte operai tra i 50 e i 60 anni stanchi per una storia che ha distrutto le loro vite. Questi gli sviluppi di ieri che mettono una pietra tombale sulle possibilità di reindustrializzazione: il fondo Escrow lasciato da Whirlpool sarà utilizzato per sanare i debiti e chiudere gli ultimi contenziosi. Dal vertice tra la curatela fallimentare di Ventures e Chieritalia (Whirlpool) è emersa l'intenzione di chiudere "in bonis" il fallimento, destinando i 9 milioni di euro rimasti nel fondo al pagamento dei costi del fallimento stesso.
    Uno smacco perché questi soldi sarebbero dovuti servire a dare un futuro agli operai. Invece, con le ripartizioni illustrate dalla curatela, a ogni lavoratore, oltre ai crediti fallimentari, non resterebbe che una somma pari a circa settemila euro lordi. Circa 700 mila euro andranno invece proprio alla curatela per le spese di gestione. L'esito positivo del concordato è vincolato però alla firma di una conciliazione da parte di almeno il 90% dei lavoratori coinvolti. Un "ricatto" perché durante l'incontro è stato messo in chiaro che non sono possibili aumenti e che se non c'è accordo si rischia di non prendere nemmeno gli stipendi arretrati. Ai sindacalisti di Fiom, Fim e Uilm (Ugo Bolognesi, Arcangelo Montemarano e Vito Benevento) non resta altro che organizzare le votazioni.
    Poi calerà il sipario su una storiaccia iniziata a fine 2017 quando Whirlpool decide di spostare la produzione nello stabilimento Embraco in Slovacchia. La conferma della crisi arriva il 10 gennaio 2018 con la richiesta del ricorso al licenziamento collettivo. Da quel giorno praticamente tutti gli esponenti dei partiti e i ministri che si sono succeduti sono passati a fare promesse.
    Lo smacco più grande è stato quando l'allora ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, a marzo 2018, ha dato il via libera al progetto di Ventures, newco italo-israeliana creata per rilevare lo stabilimento dismesso da Embraco. Il progetto non è mai partito e si è chiuso il 24 luglio 2020 con il fallimento di Ventures che ha portato anche a una inchiesta giudiziaria.
    Un altro lampo di speranza era arrivato il 15 settembre 2019: la sottosegretaria allo sviluppo economico, Alessandra Todde, aveva annunciato ufficialmente in Prefettura un nuovo piano industriale che prevedeva la creazione di un polo italiano di compressori per l'industria del freddo con la ex Acc di Mel. «Ci hanno già illuso una volta, non potrà finire male di nuovo», dicevano gli operai. E invece il piano si blocca al Mise. Per Todde è stato l'attuale ministro Giancarlo Giorgetti ad affossarlo. Per Giorgetti il progetto non è mai esistito. Nel mezzo i lavoratori, sempre più soli e aggrappati all'impegno dell'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, che li ha sostenuti economicamente e nelle lotte. Una lenta agonia senza lieto fine.
  12. GLI ELETTORI DI CIRIO VOGLIONO QUELLO CHE VUOLE LUI ?La Regione latita e le azioni per intervenire sul tema dei senza fissa dimora attendono. Tutto ruota intorno a un protocollo di intesa, condiviso da diversi soggetti: Prefettura, Comune di Torino, Arcidiocesi, Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora. L'obiettivo del documento è quello di mettere in campo un approccio integrato per affrontare la questione clochard. Si tratta, ad esempio, di utilizzare le risorse in ambito sanitario sul tema della salute mentale, di coordinare gli interventi, di avere più strumenti e di utilizzarli tutti. Così da andare oltre a tentativi che negli ultimi anni hanno mostrato tutte le loro debolezze, senza riuscire a incidere realmente nella vita di chi vive in strada e nel decoro del centro.
    Ecco, il problema è che a questo protocollo di intesa mancano due firme. Una è quella della Regione, l'altra dell'Asl, che però aspetta piazza Castello. Non è chiaro quale sia il motivo. Il tema riguarda due assessorati in particolare, quello alla Salute di Luigi Icardi e quello al Sociale, di Chiara Caucino. Quest'ultima avrebbe già firmato, e sarebbe il primo a essere in ritardo.
    Lunedì il titolare della sanità piemontese vedrà i suoi funzionari per cominciare a fare il punto e arrivare nei prossimi giorni al passo concreto. Nel frattempo, però, tra gli altri monta il nervosismo per l'attesa e pare che addirittura l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia abbia esternato perplessità per le lungaggini della Regione. Peraltro sarebbero state diverse le sollecitazioni arrivate dai partner del progetto nelle scorse settimane. Visto anche che le attese di piazza Castello nei fatti hanno messo in pausa tutto il progetto che verrà.
    L'intento, infatti, era di arrivare prima a mettere tutti attorno ad un tavolo, in modo da far partire alcune delle azioni concrete prima della fine di dicembre, uno dei momenti più delicati per la vita in strada, visto che chi rifiuta i dormitori corre un serio rischio a causa delle basse temperature. Una circostanza che negli ultimi anni si è rivelata più volte fatale.
  13. LE BALLE SULLA CRESCITA ECONOMICA:Oltre 111 mila persone aiutate in Piemonte nel 2021, il 20% in più rispetto all'anno precedente. Sono i numeri del Banco Alimentare del Piemonte, che oggi sarà impegnato in 1.200 supermercati della regione, per la giornata nazionale della Colletta alimentare. Come detto, solo in Piemonte, i beneficiari dell'iniziativa sono 111.249, sostenuti dalle oltre 605 strutture caritative - mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d'accoglienza - che collaborano con il Banco Alimentare del Piemonte.
    Anche se si tratta di un appuntamento ricorrente la Colletta Alimentare di oggi è ha un valore particolar. Spiega il presidente Salvatore Collarino: «Venticinque anni è un anniversario importante per la Colletta: un grande gesto di solidarietà verso le persone in difficoltà che unisce tutta l'Italia. L'emergenza sanitaria, infatti, ha e avrà ancora ricadute sul territorio: per questo dobbiamo continuare ad aiutare chi ha bisogno. E chi si è trovato in un'emergenza inaspettata come quella che ci ha colpiti lo scorso anno. Speriamo possano presto, anche grazie al nostro sostegno, tornare tutti ad una vita normale».
    La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare ha il sostegno delle istituzioni. Oggi si recheranno a fare la loro spesa, insieme al Presidente di Banco Alimentare del Piemonte Salvatore Collarino, l'assessore alle Politiche Educative di Torino Carlotta Salerno, che sarà alle ore 10 presso l'Ipercoop di via Livorno 51, e l'Arcivescovo Cesare Nosiglia (da sempre grande sostenitore di questa iniziativa) alle 12 al Conad di largo Palermo 71
  14. FINALMENTE IL FUTURO OLTRE LE FANTASIE DI APPENDINO-PISANO SU DRONI : Torino chiama Berlino e incassa un entusiastico sì. La città è al lavoro per portare qui uno dei centri scientifici tedeschi più prestigiosi al mondo, la Fraunhofer-Gesellschaft, con 60 sedi in Germania e sette negli Stati Uniti, istituzione di primo piano per la ricerca applicata nel campo dell'informatica, dell'ingegneria biomedica, dei media digitali, dell'energia solare, dell'ecologia e anche dell'e-Government.
    Per dare un riferimento concreto che tutti conosciamo, la Fraunhofer, che conta quasi 30 mila ricercatori e ingegneri e un budget annuale di 2,1 miliardi di euro, ha sviluppato e brevettato in passato l'algoritmo di compressione audio MP3. Quello che utilizziamo per la musica. Nel nostro Paese una costola della società è attiva dal 2009 a Bolzano.
    In Piemonte si sta lavorando per aprire la seconda, guardando in grande per sviluppare da qui la rete nazionale ed internazionale degli studi sull'energia, la transizione e la sicurezza energetica. La proposta è stata discussa ieri dal sindaco Stefano Lo Russo con l'ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling, durante un incontro a Palazzo Civico, in cui si sono cominciate a tracciare le linee di una più stretta collaborazione della città con la Germania. «Obiettivo la cooperazione in settori innovativi: un istituto Fraunhofer a Torino», ha twittato Elbling. Mentre Lo Russo ha ribadito: «La grande sfida del futuro è accompagnare la transizione energetica, necessaria per combattere il cambiamento climatico. La ricerca in questa partita è fondamentale, è necessario svilupparla ai massimi livelli». E dunque, studi applicati legati all'idrogeno, al risparmio e alla sicurezza energetica, per trasformare edifici, trasporti e industria sulla base di un'economia verde.
    L'ambasciata ha individuato in Torino un hub interessante, che si presta bene per l'impiego del modello tedesco di studi teorici e creazione di prototipi, anche grazie al tessuto industriale presente in Piemonte. «Il progetto è tutto da creare, contatteremo il Fraunhofer e vedremo come sarà possibile svilupparlo», dicono dall'ambasciata. L'intenzione però c'è. La sede è ancora da valutare, tra il Politecnico, dove fiorisce l'Energy Center, e un'altra struttura da riconvertire. Dipenderà naturalmente dai fondi messi in campo. L'ambito di ricerca è più attuale che mai, tra fondi del Pnrr da investire nella transizione ecologica e necessità delle imprese di cambiare il modello energetico. Basti pensare che il 90% dell'inquinamento e il 60% della CO2 sono legati alla produzione e al consumo dell'energia. Ogni anno sono 7 milioni i morti per inquinamento (quattro volte la pandemia).
  15. L'HO VISITATA ECCO UN ESEMPIO DI SPRECO : Il Comune punta ai fondi del Pnrr per portare a termine il sogno di acquisire Villa Giolitti. Posizionata ai piedi della Rocca, in via della Fontana, porta il nome dello statista Giovanni Giolitti, che vi trascorreva l'estate. Non era l'unica casa che la famiglia possedeva a Cavour, la seconda si trova in centro ed era di suo nonno materno, l'alto magistrato Giovanni Battista Plochiù.
    La villa ottocentesca ha una superficie di circa 510 metri quadri, sviluppata su tre livelli, con 7 stanze e 4 bagni, più un seminterrato di 120 metri quadri, a farle da cornice c'è un parco con bosco di circa 25.000 metri quadri. Da anni è in vendita, benché i discendenti vengano ancora a Cavour a cercare refrigerio d'estate. L'annuncio era rimbalzato in rete lo scorso marzo e il complesso era valutato 680 mila euro dal venditore Italy Sotheby's International Realty.
    La notizia aveva smosso il mondo della cultura, con una petizione promossa dall'architetto ed ex presidente di Italia Nostra Torino, Donatella D'Angelo. Il ministro Dario Franceschini si era interessato al caso e aveva richiesto un sopralluogo alla Soprintendenza torinese.
    «La Soprintendenza ha messo altri vincoli agli utilizzi del bene e lo Stato ha aperto all'acquisto per prelazione» spiega l'assessore comunale alla Cultura Leonardo Crosetti. Se una trattativa approdasse di fronte a un notaio, lo Stato si riserva di pareggiare l'offerta e acquisire il bene. «Su questo fronte non ci sono novità. Ma noi stiamo lavorando per capire se possiamo accedere ai fondi del Pnrr, visto che è previsto uno stanziamento di centinaia di milioni di euro per parchi, giardini e ville storiche» anticipa Crosetti.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

27.11.21
  1. SUPER GREEN PASS PATTO DI SANGUE FRA ARIANI ?
  2. LA SCIENZA MEDICA E' LA PIU' INSICURA DI TUTTE LE SCIENZE, E' NOTO , ECCO PERCHE' TUTTI DICONO TUTTO, SENZA DOVERLO  DIMOSTRARE. BASTI VEDERE CHI C'E' NEL CTS !
  3. PROSSIMO PASSAGGIO SARA' CHE IL VIRUS LO CREANO I NON VACCINATI !
  4. MA DRAGHI LO SA ?  

    Mentre El Salvador (o almeno il suo presidente) abbraccia i Bitcoin con entusiasmo, la Svezia osserva con preoccupazione il fenomeno delle criptovalute.

    A infastidire gli svedesi - e in particolare Erik Thedéen, direttore generale dell'autorità di vigilanza Finansinspektionen - non sono le questioni finanziarie o economiche, ma quelle energetiche e climatiche; non a caso dello stesso avviso di Thedéen è Björn Risinger, direttore della Naturvårdsverket, l'agenzia per la protezione dell'ambiente.

    Produrre - minare, come si dice in gergo, facendo un calco sull'inglese mining - criptovalute è un'attività che richiede parecchia energia e l'aumento di tale consumo registrato in Svezia spinge Thedéen e Risinger a temere che le conseguenze saranno estremamente negative per l'ambiente.

    In una lettera aperta, i due hanno spiegato come tra gli scorsi mesi di aprile e agosto il consumo di energia per il mining dei Bitcoin sia arrivato a equivalere al consumo di elettricità di 20.000 abitazioni.
    El Salvador costruirà la "Città dei Bitcoin”
    Scarica app truffa dall'App Store, perde 600.000 dollari in Bitcoin
    Bitcoin, un dilemma etico
    BitcoinUp, occhio alle trappole

    Una tale situazione risulterebbe quindi insostenibile per un Paese che intende rispettare gli obiettivi fissati dall'accordo di Parigi sul clima.

    La lettera contiene perciò una richiesta all'Unione Europea, affinché in tutto il territorio della UE venga bandito il mining tramite sistemi proof-of-work e affinché la Svezia impedisca l'avvio di nuove operazioni di mining, oltre a vietare alle aziende che investono in criptovalute di definire le proprie attività come «sostenibili dal punto di vista aziendale».
    Si porta milioni in bitcoin nella tomba: creditori pretendono esumazione
    Antibufala: I bitcoin consumano tanta energia quanto la Svizzera! Sì, per&#...
    L'85% di tutti i Bitcoin è già stato generato
    Computer usato per gli allunaggi modificato per generare bitcoin

    «Attualmente con la stessa energia che serve per generare un singolo Bitcoin è possibile guidare un'auto elettrica di medie dimensioni per 1,8 milioni di chilometri» hanno scritto Thedéen e Risinger. «È l'equivalente di 44 giri intorno al mondo. Ogni giorno si generano 900 Bitcoin. Non si tratta proprio di un uso ragionevole della nostra energia rinnovabile».

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  5. UNO STILE UNA FIRMA : Prima una lettera anonima, poi una denuncia firmata, l'Audit che ancora non avrebbe svolto il suo lavoro, un amministratore delegato che non è a conoscenza dei fatti perché partiti prima del suo insediamento. Rai, Sodoma e Gomorra a Saxa Rubra, a far rumore è un dossieraggio circolato senza firma che riguarda Sigfrido Ranucci, l'anima di Report, accusato di aver bullizzato e molestato una parte femminile della sua redazione. Con nomi, cognomi, circostanze. Una bomba scoppiata due giorni fa in Vigilanza, portata all'attenzione dell'ignaro ad Carlo Fuortes. Accuse di mobbing, ricatti sessuali, un presunto caso di #metoo che coinvolgerebbe colleghe costrette a favori impropri pur di essere assunte, servizi giornalistici a tesi pre confezionate, un inferno dantesco a bordo scrivania.
    Il dossier, datato fine 2017, vede una sua prima versione si dice inviata via mail attraverso il servizio protonmail, che serve a proteggere l'identità del mittente e dunque via copia dattiloscritta, sia ai vertici Rai sia al capo del personale. Con il tempo le accuse si sarebbero ampliate di fatti fino a quando, il 5 agosto di quest'anno, l'accusato Sigfrido Ranucci non si è deciso a sporgere denuncia alla Procura. Nella denuncia pare fosse chiamato in causa anche il direttore di Rai3 Franco Di Mare, che del dossier ne avrebbe discusso in precedenza con il giornalista allarmato per «l'ennesimo attacco a me e al lavoro di tutti noi». Nella lettera si accusa appunto Ranucci di aver creato in redazione una sorta di suo personale harem terrorizzato, tra ricatti sessuali e dileggio, nei confronti di quattro colleghe di Report, di servizi fake, stravolti per ledere, nella fattispecie, l'onorabilità di un grande gruppo sanitario lombardo.
    A riportare il caso all'attenzione dell'Ad Fuortes, in Vigilanza, è stato Davide Faraone di Italia Viva, appoggiato da Andrea Ruggeri di Forza Italia, mentre l'Ad ha assicurato di «non avere agli atti alcuna denuncia formale o informale» ma di voler andare a fondo della questione. Interviene sull'accaduto anche Michele Anzaldi, (Italia viva) segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che oltre a non credere a quanto arriva via anonima, sostiene di aver fatto delle verifiche personali già in passato ma di non aver rilevato comportamenti scorretti. Ma insiste a che l'Audit indaghi. Anonimo o non anonimo, in Rai molti sanno qual è la mano che ha, se non scritto, almeno ispirato il dossier. Certamente nessuno della redazione di Report, sostiene Ranucci, provato dalle accuse «vergognose per me e per i colleghi tutti».
    Le donne coinvolte le raccontano inorridite dal vedere i loro nomi su una lettera di quel tipo senza capirne il perché. Intanto Ranucci ha inviato un comunicato firmato da lui e da tutta la squadra di Report nel quale scrive: «Dopo i falsi dossier su fonti pagate, le false mail tra me e Casalino, le false accuse di essere no vax, ora arrivano le lettera anonime con le accuse di bullismo sessuale in redazione e di servizi preconfezionati».
    Il giornalista accusa i due deputati che per mesi hanno tenuto il dossier nel cassetto di averlo tirato fuori proprio a ridosso della Giornata contro la violenza sulle donne per stimolare clamore. «Prima di loro è stato il sottoscritto a chiedere chiarezza in un luogo deputato ad appurare la verità. Reagiremo a questo attacco come abbiamo sempre fatto, attraverso il rigoroso lavoro». Una bufera Rai che ne annuncia un'altra, scoppiata proprio nel giorno che vede la nomina da parte dell'Ad di un nuovo consulente esterno per la comunicazione, Maurizio Caprara, che di fatto rischia di esautorare Stefano Marroni, da lui stesso nominato solo a settembre.
  6. MODELLI TELEVISIVI PERICOLOSI ? «Il mondo che crolla all'improvviso. Poi, nei giorni successivi, ho cercato di raccogliere tutta la lucidità mentale e provare a capire». Giuseppe è il papà del bimbo di 9 anni morto a gennaio scorso, trovato senza vita nella sua cameretta, nel quartiere San Girolamo di Bari. Con tutta probabilità per una sfida sui social. Una vicenda non ancora chiara, sulla quale da mesi sta lavorando la procura che adesso ha chiesto una rogatoria internazionale e sta indagando per istigazione al suicidio.
    «Prima della tragedia che ci ha colpiti ero poco a conoscenza di queste realtà. La rete la uso per motivi professionali, ero lontano da tutto questo. E ben vengano pene severe». Suo figlio fu trovato nella sua cameretta, con una cordicella avvolta attorno al collo e appeso a un attaccapanni. «Non si è impiccato, è stato vittima di un gioco finito male. Come tutti i bambini, era curioso, entusiasta, competitivo. Da genitore, una cosa del genere ti strazia». Gli inquirenti non escludono un collegamento con il gioco social «Jonathan Galindo» che spinge a prove estreme. Sino ad uccidersi. Un personaggio non identificato, mascherato da cane. «Dopo quello che è successo, mi sono informato su questa maschera che terrorizza. Inizia con un gioco innocente e poi si arriva a queste sfide macabre e assurde. L'unica cosa positiva è che, dopo mio figlio, non ho letto di altri eventi tragici. E questo è stato di conforto».
    Giuseppe parla di prevenzione e repressione assolutamente necessarie. «Questa proposta di legge è un buon risultato. Anche perché, fino a questo momento, non c'era nulla. Un'emergenza senza regolamentazione. Partire da zero e arrivare a 12 anni di pena è importante, anche come deterrente». La linea dura potrebbe riguardare anche i gestori delle piattaforme. «Se si verificano eventi simili, occorre inasprire anche le pene pecuniarie sui gestori e oscurarne le piattaforme. Anche loro hanno una corresponsabilità ed è giusto siano perseguibili. Non so che rapporti hanno con questi criminali, con questi hacker che riescono ad infilarsi dappertutto, ma è giusto che in quei casi la piattaforma venga chiusa».
    Sa che la sua esperienza può essere un messaggio anche per gli altri genitori. «Gli amici mi sono stati vicini nel silenzio. Mi dicevano soltanto che, da quando era accaduta questa tragedia, erano più attenti in casa a sorvegliare i figli. Anche mia moglie controllava sempre il bambino, spesso gli toglieva il cellulare. Purtroppo tutto è accaduto nel periodo della didattica a distanza, in cui non si andava a scuola e non c'erano occasioni di socialità. Se non magari la Playstation o lo smartphone». Adesso i magistrati stanno tentando di risalire ai video di YouTube ai quali il bambino ha avuto accesso.
    «La prevenzione riguarda tutti e dovrebbe essere sinergica. Ci vuole uno staff di vigilanza continua e quotidiana. Ben vengano i controlli della polizia postale e le leggi dello Stato. E poi un ruolo fondamentale, oltre alla famiglia, può averlo la scuola, con delle ore di insegnamento su questi temi. L'utilizzo corretto ed equilibrato di pc e telefoni potrebbe essere la nuova educazione civica. Mio figlio sicuramente parlava con i compagni di queste cose». Ad alcuni amichetti avrebbe confidato che aveva paura, che era stato minacciato da qualcuno. Per gli investigatori, la prova della sfida online. «Vorrei soltanto che altri non debbano fare i conti con un dramma improvviso e violentissimo come è accaduto a noi. Non sono un legislatore, né un tecnico competente sui social o un magistrato, ma sono un papà che ha perso un figlio»
  7. MODELLO  NORD COREANO ANCHE PER L'ITALIA DEL DOPO SUPER GREEN PASS ? È bizzarro che una serie come Squid Game, che critica ferocemente il sistema capitalistico sia diventata il nemico numero uno del regime comunista della Corea del Nord, tanto da portare a una condanna a morte. Ma il paradosso è solo apparente. Un po' perché Squid Game rappresenta il vertice del soft power sudcoreano, della sua creatività, vivacità e capacità di esportare la sua cultura nel resto del mondo – e dunque indigesto al regime dei cugini a Nord del 38° parallelo. E un po' perché quella critica sociale in realtà parla molto anche ai nordcoreani, alle prese come tutti con il divario tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.
    «Eliminazione del pensiero e della cultura reazionaria», si chiama così la legge in virtù della quale la Corea del Nord ha condannato a morte uno studente accusato di aver introdotto nel Paese e contrabbandato la serie sudcoreana che dal suo rilascio, in circa due mesi, è diventata la più vista di sempre su Netflix con oltre 1,6 miliardi di ore di visualizzazioni nel mondo. La notizia è stata riportata sul suo sito web da Radio Free Asia, che riferisce che il giovane sarà fucilato. È stato scoperto dopo che sette studenti di una scuola superiore sono stati sorpresi a guardare le puntate piratate su una chiavetta Usb: uno di questi è stato condannato all'ergastolo per averla acquistata illegalmente, gli altri sei a cinque anni di lavori forzati, mentre insegnanti e amministratori della scuola sono stati licenziati e potrebbero essere inviati a lavorare in zone remote, come nelle miniere o nell'agricoltura.
    «La notizia non sorprende – commenta Giuseppina De Nicola, docente di lingua e cultura coreana alla Sapienza di Roma – il governo nordcoreano aveva proibito la visione fin dall'uscita». Un divieto in teoria inutile, perché in Corea del Nord Netflix non c'è. Ma il regime è consapevole del fiorente mercato nero che esiste da sempre al confine con la Cina, dove un tempo venivano contrabbandate illegalmente le bibbie. «Ma ora la cosiddetta onda coreana, l'invasione di prodotti culturali della Corea del Sud, è fortissima in tutta l'Asia e anche in Corea del Nord ha affascinato tanti giovani. Non dimentichiamo che molti ragazzi vanno a studiare in Cina dove le reti sono più larghe rispetto a Pyongyang».
    Neppure in Cina c'è Netflix, ma in tanti hanno visto Squid Game. «La nostra stima è che venga distribuito illegalmente in circa 60 pagine in Cina», aveva detto poco più di un mese fa l'ambasciatore sudcoreano in Cina in una audizione parlamentare. E su Weibo, il più frequentato sito di microblogging cinese, secondo quanto riporta Lucrezia Goldin su China-files.com, emerge l'invidia dei cinesi per la capacità coreana di esportare prodotti di qualità: i dibattiti sfiorano anche il tema esplosivo della libertà di espressione negata ai produttori di contenuti analoghi in Cina. Logico dunque che a Pyongyang scelgano la linea dura, anche se secondo De Nicola «bisognerà poi vedere se la sentenza di morte verrà davvero eseguita». Uno dei personaggi più amati di Squid è la concorrente fuggita dalla Corea del Nord, che si ritrova nel gioco all'ultimo sangue per vincere i soldi necessari a far scappare anche il resto della famiglia. L'attrice HoYeon Jung è diventata popolarissima e Louis Vuitton l'ha anche scelta come volto della maison per le collezioni moda, gioielli e accessori. Ma il messaggio potenzialmente più esplosivo secondo De Nicola è quello sociale: «Anche in Corea del Nord c'è un divario enorme tra classi sociali, con gerarchie rigide, dove l'élite è l'entourage del governo, seguito dai quadri militari». Si può migliorare la propria posizione guadagnando punti, analogamente ai nostri punti patente. «E uno dei modi per farlo - conclude la docente - è denunciare chi è sospettato di violare la legge. Come presumibilmente è avvenuto per gli studenti sorpresi a guardare Squid Game»
  8. L'INCOERENZA DI DRAGHI : COLLABORARE CON UN DITTATORE !È un autunno di tempeste per Recep Tayyip Erdogan. L'improvvisa defezione alla Cop26 di Glasgow ha alimentato le voci di una grave malattia, subito smentite dai media allineati e poi dalla presenza a un evento pubblico. Il presidente turco è però apparso provato, il volto tirato, impegnato com'è su tutti i fronti. Il principale è quello interno ed economico.
    Prezzi alle stelle
    La ripresa post-Covid è arrivata, con gli scambi commerciali in crescita dell'11,8% rispetto a un anno fa, ma è accompagnata da un'inflazione che appare fuori controllo. Erdogan ha voluto prendere il controllo della Banca centrale, ha imposto un taglio ai tassi d'interesse e i prezzi volano. Il primo sintomo è la costante svalutazione della valuta locale, che dopo aver sfondato la soglia psicologica di dieci lire per un biglietto verde nel giro di una settimana è scesa in picchiata fino a sfiorare quota 13, per poi recuperare ieri fino a 12,05. Soltanto due anni fa il cambio era di cinque lire per un dollaro. La svalutazione sta innescando un'inflazione spaventosa, nell'ordine reale del 40 per cento, almeno il doppio del tasso ufficiale. Una famiglia su quattro non arriva a fine mese perché gli stipendi non sono stati adeguati ai nuovi prezzi, se non in minima parte. Erdogan ha preso nelle sue mani la politica monetaria, con l'intento di abbassare interessi e costi per le aziende. Una svalutazione competitiva per prendersi fette di mercati. Ma a pagare è la classe media.
    Il 40 per cento degli elettori dell'Akp, il partito al potere, dice di avere difficoltà economiche, un segnale pessimo in vista delle presidenziali previste fra un anno e mezzo. La crisi della lira ha ridato fiato all'opposizione, fin qui rassegnata ad aspettare il voto, senza punti di riferimento carismatici a parte il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu. La rabbia popolare si è sfogata nelle strade della metropoli e della capitale, con migliaia di persone che cantavano «Akp nella tomba, potere al popolo» oppure «Akp, questo è il nostro Paese, vattene via». L'Akp e la leadership di Erdogan hanno rappresentato per la gente soprattutto il passaggio da nazione agricola arretrata a potenza industriale a medio reddito, con una valuta stabile, dopo che quindici anni fa lo stesso Erdogan aveva tolto sei zeri alla vecchia lira e introdotto quella "pesante". Adesso sembra tutto saltato.
    Ripagare il debito
    I risparmiatori si sono buttati sui conti denominati in dollari, come nel Libano prima del collasso finanziario. I depositi in valuta straniera sono cresciuti dal 49 al 55 per cento del totale. La svalutazione mette però sotto pressione le banche con finanziamenti dall'estero, perché ripagare il debito diventa sempre più costoso. E alla fine i risparmiatori rischiano di dover pagare il conto.
    È un avvitamento pericoloso e per questo, come al solito, Erdogan cerca di spostare l'attenzione all'esterno. Prima ha partecipato al ponte aereo dei migranti verso la Bielorussia, con 27 voli giornalieri da Istanbul contro i 7 che partivano da Damasco. Un modo per rimettere sotto pressione Bruxelles e ribadire il suo ruolo di guardiano della porta orientale dell'Europa. Poi ha rispolverato l'anti-americanismo latente, con la proibizione di una App, Bylock, accusata di essere uno strumento dei "golpisti". L'inventore, il cittadino americano David Keynes, è stato arrestato e poi rilasciato. I rapporti con gli Usa sono di nuovo peggiorati, perché Washington si rifiuta di restituire i 1,6 miliardi di dollari investiti nel programma F-35, poi bloccato per l'acquisto di armi strategiche dalla Russia. E si è capito che la defezione alla Cop26 a Glasgow, ufficialmente per motivi di "sicurezza", in realtà era legata alla volontà di non incontrare Joe Biden. I cattivi rapporti con Washington impattano anche sull'economia.
    Nella "lista grigia"
    La scorsa settimana la Turchia è entrata nella poco prestigiosa "lista grigia" dei Paesi sospettati di riciclaggio di denaro e finanziamento ai movimenti terroristici, stilata dalla Financial Action Task Force, con sede a Parigi. Una decisione che l'ha messa sullo stesso livello di Mali o Pakistan. Con queste credenziali è difficile presentarsi sui mercati internazionali. Dal 2018 le imprese hanno privilegiato il finanziamento interno, il debito estero in rapporto al Pil è ancora basso, attorno al 40 per cento, ma gli scricchiolii cominciano a farsi sentire. Tanto che oltre a chiedere aiuto al ricco alleato tradizionale, il Qatar, Erdogan ha riallacciato i rapporti con il rivale regionale, gli Emirati arabi uniti. Mercoledì è arrivato ad Ankara il principe Mohammed bin Zayed, l'eminenza grigia del Medio Oriente, e ha promesso investimenti per dieci miliardi di dollari. Un fatto impensabile fino a pochi mesi fa che dà l'idea dei cambiamenti in corso nella regione, ma anche della profondità della crisi turca.
  9. LA REALTA' DELLA LIBIA CHE DRAGHI PARE IGNORARE ! È sempre più incerto il cammino verso il voto in Libia, quando manca meno di un mese all'inizio del processo elettorale del presidente e del parlamento. Il tribunale militare della città di Misurata ha emesso una sentenza con condanna a morte contro il generale Khalifa Haftar, il quale aveva annunciato nei giorni scorsi la candidatura.
    La condanna del generale, in contumacia, è stata pronunciata in relazione a un raid avvenuto nell'agosto del 2019, ovvero in piena guerra civile, contro l'Air defense college della città, nel quale morì un soldato. Oltre ad Haftar sono stati condannati sei ufficiali dell'Esercito nazionale libico. La procura militare ha chiesto l'arresto del generale anche in relazione ad altri cinque casi in cui sarebbe rimasto coinvolto, tra il 2019 e il 2020, punibili con il carcere fino a cinque anni.
    È chiaro per gli osservatori che si tratti di una rappresaglia di Misurata nei confronti di Haftar e un tentativo di far saltare il voto di Natale. «Non si può certo considerare una condanna definitiva», spiegano fonti vicine al dossier, e in ogni caso per capire le ricadute sulla corsa per la presidenza del generale «occorre attendere il pronunciamento della commissione elettorale sulla ammissibilità delle candidature», che arriverà tra undici giorni. A questo si aggiunge l'incognita Saif Gheddafi, escluso sulla base di una valutazione che potrebbe essere rivista in appello, perché alla sua condanna in contumacia è seguita un'amnistia che cancella il reato e non solo la pena.
    Ieri uomini armati affiliati ad Haftar hanno assaltato l'edificio del tribunale di Sabha impedendo ai ricorrenti di completare le loro procedure per l'elezione presidenziale, tra questi gli avvocati di Saif Gheddafi. Haftar a suo volta teme la concorrenza anche in casa propria come dimostra la spedizione punitiva dei suoi emissari nella città di Derna durante la quale hanno picchiato il candidato Ismail Eshtewi durante una visita elettorale.
    Episodi che mostrano la fragilità del quadro complessivo che mina il cammino verso il voto, figlio di una legge elettorale fortemente voluta dal presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh (anche lui candidato), che appare iniqua e lacunosa. Il tutto avviene a pochi giorni di distanza dalle dimissioni di Ian Kubis, inviato del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia.
    Ad ora sono almeno 98 i candidati alla corsa presidenziale, tra loro c'è anche Leila ben Khalifa, leader del Movimento Nazionale, prima donna a candidarsi alle elezioni presidenziali in Libia. Durante un incontro con l'ambasciatore Usa Richard Norland Khalifa ha detto che si batterà per il ritorno degli ebrei libici in patria al fine di partecipare al processo di stabilizzazione, e che proporrà di far guidare il 30% dei ministeri alle donne.
  10. GUBITOSI SI CREA DEI CREDITI CON KKR, NON PENSA NEPPURE ALLE STRATEGIE TIM PERCHE' LO FANNO PER SE STESSI NARDELLO E NUZZOLO: Non sono ancora vere e proprie dimissioni, ma la disponibilità a un passo indietro. Alla vigilia della riunione straordinaria del cda di Tim prevista per oggi, l'ad Luigi Gubitosi affida la sua poltrona ai consiglieri. «Metto a disposizione del cda le deleghe che mi avete conferito, per vostra opportuna valutazione», scrive. E «se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr», l'offerta non vincolante del fondo americano insomma, «sarò contento che ciò sia avvenuto». È la parte finale di una lunga lettera che il manager consegna ai membri del board. Parla della proposta di Kkr ma non delle motivazioni con cui 12 consiglieri e i sindaci della società, con più missive, hanno chiesto la convocazione della riunione odierna. Riguardano l'andamento preoccupante dei conti reso evidente da due allarmi in rapida successione e la zavorra in cui s'è rapidamente trasformato il contratto per trasmettere il calcio con Dazn. Tutti temi che sono stati al centro ieri di una lunga riunione del collegio dei sindaci, che a stretta maggioranza (tre contro due) avrebbero chiesto al consiglio una verifica dell'andamento della gestione. Secondo quanto riferisce l'agenzia Ansa, non smentita, emergerebbe che la situazione dei ricavi sconterebbe uno scostamento di centinaia di milioni che però, per il collegio, non s'è tramutato in un immediato, nuovo allarme sui conti per il trimestre in corso e il 2022. La palla è stata passata al consiglio di oggi che dovrà discutere se è il caso di suonare ancora la campana o è invece consigliabile attendere azioni di correzione e magari una revisione del contratto con Dazn.
    Tanta carne al fuoco per la riunione di oggi, insomma: si affronteranno strategie e organizzazione, oltre a votare per confermare o meno la fiducia al vertice. Poi, «tra gli ultimi punti dell'ordine del giorno», rivela Gubitosi, è stata inserita la trattazione della proposta di Kkr, una posizione segno, secondo il manager, di «scarsa priorità».
    Nella lettera Gubitosi lamenta «atteggiamenti dilatori da parte del consiglio che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti». Un chiaro riferimento ai francesi di Vivendi, i primi azionisti (23,8%) decisi a sfiduciare l'ad e che si sono mostrati contrari alla manifestazione di interesse del fondo Usa, giudicando insufficiente anche il prezzo di 50,5 centesimi visto che hanno in carico le azioni a 83 centesimi. Ecco, tali atteggiamenti dilatori, scrive Gubitosi, «sono da evitare e sarebbero tali da ingenerare significative responsabilità sugli organi della società». Il manager racconta altri retroscena della riunione di domenica scorsa. «L'idea, ventilata da alcuni consiglieri» il 21 novembre «di non inserire il prezzo nel comunicato stampa e di non precisare le condizioni poste da Kkr, o addirittura l'interrogativo sull'opportunità di emettere un comunicato dimostrano la totale mancanza di rispetto verso il mercato che non può appartenere alla cultura di Tim». Secondo il manager che anche domenica aveva tentato invano di ottenere la delega per avviare i contatti con Kkr, occorre che il consiglio nomini i consulenti che affianchino il cda e faccia partire «una limitata due diligence su documenti ed informazioni accettabili per il consiglio». In ogni caso Gubitosi respinge le «non troppo velate accuse» sulla sua «presunta vicinanza a Kkr». Accuse «fuori luogo e false», assicura il manager che «non devono essere utilizzate strumentalmente per rallentare il processo di esame della indicazione di interesse, tentativo dal quale mi dissocio in modo netto».
    E mentre il titolo scende del 2,65% a 48 centesimi, anziché attendere la resa dei conti, Gubitosi a questo punto l'ha resa evidente e oggi rischia di mettere fine alla sua avventura in Tim. Da tempo si parla del possibile arrivo al vertice di Pietro Labriola, ora a capo di Tim Brasil e gradito a Parigi. Appena due giorni fa, in una riunione del comitato nomine a cui hanno partecipato gli esperti di Spencer Stuart si è affrontato il tema delle cosiddette tavole di successione, le procedure da usare in caso di uscita di un manager importante. Un ripasso è sempre utile.
  11. PERCHE' I FONDI IN TIM ? PER FARE GLI AFFARI DELLA CIA E LORO :Kkr sta valutando di collaborare con Cvc Capital Partners per rilevare Telecom Italia dopo il diniego di Vivendi (azionista di maggioranza della società italiana) all'offerta messa sul piatto dal private equity Usa. Come riferisce Bloomberg le due società hanno avuto colloqui esplorativi sulla possibilità di un'offerta congiunta, dopo il tramonto dell'ipotesi di partnership tra la stessa Cvc e Advent International, «a causa della complessità della transazione e del sostegno percepito dal governo italiano per l'offerta Kkr», dice Bloomberg. Indiscrezioni descritte a La Stampa da fonti vicine al dossier come «ipotesi».
    Kkr ha fatto un'offerta preliminare di 50,5 centesimi di euro per azione per Tim, valutando la società a circa 10,8 miliardi di euro (12,1 miliardi di dollari). Un valore troppo basso per Vivendi anche alla luce del balzo in Borsa del titolo all'indomani della manifestazione di interesse da parte degli investitori statunitensi. I quali starebbero valutando di quanto alzare la posta in palio sebbene per ora «l'attenzione rimanga sulla proposta esistente». Cvc, fondo anglo-americano con circa 75 miliardi di dollari di asset gestiti nel 2019, ha completato lo scorso anno una raccolta di 21,3 miliardi di euro per il suo ultimo fondo di punta e tra i suoi precedenti investimenti in Italia ci sono la società di servizi finanziari Cerved e la casa farmaceutica Recordati. Già da diversi mesi starebbe studiando una possibile acquisizione di Tim.
    Rimane così la determinazione di Kkr a proseguire l'azione anche in caso di uscita di scena dell'ad Luigi Gubitosi, spiegano le fonti. Il fondo è stato tra i più attivi a livello globale dall'inizio della pandemia su base planetaria come ha confermato il Generale David Petraeus, eroe delle guerre in Iraq e Afghanistan, ex capo della Cia e oggi partner di Kkr. Per il quale svolge funzioni di analisi del rischio nelle aree in cui il fondo investe. «Si tratta di uno strumento che diventerà sempre più importante per gli anni a venire anche perché fa business», ha detto Petraeus nel corso di un evento del Foreign Policy Association al quale è stata invitata La Stampa.
    «Siamo intervenuti in Paesi come Messico, Filippine, Colombia, Cile, dove abbiamo lavorato sulla mitigazione delle incertezze», ha detto il generale senza menzionare l'operazione Tim. Ma facendo intendere che, data l'attenzione del colosso del private equity su opportunità e rischi, l'Italia appare al momento un luogo di shopping attraente..
  12. FINALMENTE UNO STRATEGA INDUSTRIALE DA CUI GUBITOSI-NARDELLO DOVREBBERO IMPARARE TUTTO :«La nuova Cdp? Sarà centro di risorse finanziarie, e quindi muscoli e competenze tecniche e quindi cervello, per avere un ruolo addizionale e complementare al mercato: noi dovremo fare qualcosa di diverso rispetto alle banche». L'amministratore delegato Dario Scannapieco ieri ha presentato così il nuovo Piano strategico 2022-2024 di Cassa depositi e prestiti spiegando che a lui non piace quando definiscono Cdp «la cassaforte dello Stato», «perché sa di statico di pesante, è come dire "tanti muscoli e poco cervello" mentre invece noi vogliamo diventare un promotore con tanto cervello».
    In prima fila, al centro congressi dell'Ara Pacis a Roma, ad ascoltare la presentazione del piano il ministro dell'Economia Franco, il dg del Mef Rivera ed il presidente dell'Acri Profumo, in rappresentanza delle fondazioni di origine bancaria azioniste al 16% della Cassa (mentre l'84% fa capo al Tesoro).
    Per Scannapieco «Cdp deve diventare più selettiva» nei suoi investimenti e per farlo deve aumentare le competenze tecniche interne sul modello degli altri istituti europei di promozione e deve «diventare un punto di riferimento sul mercato» quando investe: «il nostro deve essere una sorta di stampino di qualità per attrarre altri capitali».
    Sul tavolo di qui al 2024 Cdp metterà ben 65 miliardi di euro (+5%) che attiveranno da soggetti terzi altri 63 miliardi (+27%) portando il totale degli investimenti a 128 miliardi di euro (+14%). Oggi Cdp ha un patrimonio netto di 25 miliardi, attivi per 410, crediti per 107 e 36 di partecipazioni, gestisce ben 275 miliardi di raccolta postale e 21 di raccolta obbligazionaria.
    «Il nuovo piano di Cdp guarda al futuro e si intreccia col Pnrr - ha rimarcato l'ad -. Pnrr che per l'Italia rappresenta una grandissima occasione che deve segnare una discontinuità». E la Cassa intende fare la sua parte, anche grazie ad una task force dedicata che risponderà direttamente a Scannapieco, aiutando a mettere a terra le risorse e coordinare gli interventi.
    Per il presidente di Cdp Giovanni Gorno Temprini «il piano strategico che abbiamo approvato solo poche ore fa non rappresenta una semplice lista di buone intenzioni ma serve a dare una direzione alle nostre azioni dei prossimi anni, a colmare i gap esistenti e intercettare i nuovi driver di crescita».
    Sono quattro «le grandi sfide» che Cassa depositi vuole affrontare nei prossimi tre anni: cambiamento climatico, crescita inclusiva, sostegno alle filiere produttive, innovazione e digitalizzazione. A partire dai macrotrend sono stati poi individuati 10 campi di intervento in linea con l'Agenda per lo sviluppo sostenibile ed il Pnrr. In particolare Cdp incrementerà la propria azione di sostegno alle infrastrutture, alla Pa e alle imprese attraverso una politica in grado di stimolare investimenti virtuosi e per questo rafforzerà la propria capacità di valutazione tecnica e potenzierà i meccanismi di miscelazione (blending) tra risorse proprie e di terzi. Inoltre, sosterrà le imprese nell'internazionalizzazione garantendo direttamente 36 miliardi di fondi che ne attiveranno poi altri 54 da altre fonti.
    Strumenti finanziari, valutazione tecnica, advisory e blending saranno funzionali anche al rafforzamento del ruolo di Cdp nel settore della cooperazione internazionale, in partnership con le banche di sviluppo multilaterali. Per quanto riguarda le partecipazioni, il cosiddetto portafoglio di equity, cresciute in modo significativo negli ultimi anni verrà adottata una nuova logica di gestione separando quelle considerate strategiche, dove Cdp manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese, dagli interventi di scopo, dove si punterà alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale. Infine per quanto riguarda il settore immobiliare viene confermato l'impegno nel settore del turismo ma si punterà anche su progetti di rigenerazione urbana (in particolare al Sud) e sull'housing sociale con l'obiettivo di realizzare un forte impatto sul territorio grazie alla partnership con le Fondazioni di origine bancaria.
    Sull'ipotesi di una uscita dal capitale di Webuild Scannapieco ha spiegato che «ci sono degli impegni e spesso quando si interviene è per non uscire finché non sono raggiunti gli obiettivi». Quindi ha annunciato che a breve ci sarà il closing con Enel per salire al 60% di Open Fiber («la società sta sviluppando un piano industriale ambizioso e ha un modello di rete all'avanguardia»), mentre per quanto riguarda Autostrade si prevede che il passaggio di controllo alla Cassa avvenga nel primo trimestre del 2022. Infine l'ad non ha voluto rispondere ad una domanda su Tim, dove la Cdp è secondo azionista col 9,8%, e in particolare sull'offerta amichevole di Kkr, schermandosi dietro al fatto che la società «é quotata e il mercato aperto».
  13. UNA VISIONE MOLTO SBAGLIATA : QUASI UNA ILLUSIONE ! Il gruppo Mediaset completa il trasferimento della holding a Amsterdam e si dota di un nome nuovo (cioè Mfe-MediaforEurope) e di una doppia classe di azioni. La sede legale ma non fiscale era già stata spostata in giugno mentre adesso la prima assemblea tenuta nei Paesi Bassi ha dato il via libera agli ultimi due passaggi, inclusa l'introduzione delle azioni A e B. Era un'operazione studiata ai tempi del braccio di ferro con Vivendi per rafforzare il controllo da parte di Fininvest ma anche oggi, dopo la pace con i francesi, potrebbe servire, visto che il Biscione intende affrontare una campagna di aggregazione internazionale.
    La holding della famiglia Berlusconi, con Vivendi che sta progressivamente uscendo dall'azionariato, al momento detiene il 49,1% del capitale e il 50,9% dei diritti di voto. Non ha quindi alcun problema di controllo, ma in caso di acquisizioni e soprattutto di fusioni con grandi gruppi internazionali avere un buon margine di manovra può essere utile.
    L'amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi spiega che «il cambiamento di denominazione della società si inserisce nell'annunciato percorso di costituzione di una holding internazionale che riunisca le principali tv generaliste europee», mentre le società operative Mediaset Italia e Mediaset Espana Comunication manterranno la loro denominazione attuale.
  14. COSA NE PENSA JAKY ?

    Lo scorso venerdì è stato una giornata difficile per i possessori di automobili Tesla, inizialmente in Canada e Stati Uniti e poi anche nel resto del mondo.

    L'app per la gestione dell'auto dallo smartphone ha infatti smesso di funzionare, e in condizioni normali ciò non sarebbe un problema.

    Molti utenti di Tesla, però, fanno affidamento sull'app per ogni singola questione che riguardi la loro auto: la usano per gestire le impostazioni, per ricordarsi gli appuntamenti per la manutenzione, per controllare la ricarica ma anche per aprire le portiere e mettere in moto il veicolo.

    Tramite l'app si può infatti fare tutto questo e così in molti hanno preso l'abitudine di uscire di casa senza portare con sé la tessera dell'auto o il telecomando forniti in dotazione, pensando che avere lo smartphone sia più che sufficiente: così facendo, quando l'app ha smesso di funzionare tutti costoro si sono trovati chiusi fuori dalla loro Tesla.
    Tesla annuncia il robot umanoide “ammansito”
    L'auto elettrica di Apple
    Videocamere e un supercomputer per l'auto autonoma di Tesla
    Hackerate 150mila videocamere di sorveglianza, tra cui quelle di Tesla

    Il problema s'è manifestato nel corso del pomeriggio (quando la maggior parte della gente era quindi già fuori casa per lavoro) e ha continuato ad aggravarsi con il passare delle ore; a un certo punto la questione è diventata tanto seria che Elon Musk in persona s'è interessato del problema, fornendo via Twitter aggiornamenti a quanti gli chiedevano notizie.

    Il problema è stato infine identificato e risolto nelle prime ore del mattino di sabato 20 novembre: la causa dei malfunzionamenti - qualunque fosse - è stata individuata ed eliminata, e le auto sono tornate disponibili.
    Elon Musk rivela: voleva vendere Tesla a Apple
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    Tergicristalli Tesla e interfaccia touch, un paio di chiarimenti
    Tesla lanciata in autostrada a 140 km/h, il guidatore dormiva

    L'irritazione degli utenti di Tesla è comprensibile, ma sarebbe potuta essere molto minore se tutti si ricordassero sempre di portare con sé il telecomando o, almeno, avessero approfittato dell'opzione che consente di configurare il telefono per poterlo usare, tramite Bluetooth, proprio per aprire le portiere e avviare il motore: si tratta di una funzionalità pensata proprio per supplire all'app quando questa, per qualche motivo, non funziona.

    Gli ingegneri di Tesla hanno insomma fornito agli utenti sufficienti alternative per non rischiare di restare a piedi di punto in bianco; sono gli utenti stessi che mostrano di avere una fede fin troppo cieca e irrazionale nella tecnologia.

    Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=29066

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

26.11.21
  1. COMPORTAMENTO UMANO : Cavalle gravide torturate, costrette ad abortire e uccise in strutture che hanno l’aspetto di veri e propri lager: è quanto avviene nella civilissima Islanda, considerata uno dei Paesi migliori in fatto di benessere animale. Proprio in Islanda, patria del cavallo islandese (razza millenaria e fra le più antiche al mondo) oltre 5mila cavalle sono vittime di terribili sofferenze – che spesso portano anche alla morte – nelle cosiddette “fattorie del sangue”.

    A svelare i dettagli è una lunga e accurata inchiesta appena pubblicata, condotta dalla rete internazionale di associazioni animaliste coordinata dalla italo-svizzera AWF-TSB (the Animal Welfare Foundation).

    La causa di questa serie di indicibili violenze è sempre lo stesso, ovvero la produzione di farmaci a base di ormone PMSG (Pregnant Mare Serum Gonadotropin, in Italia conosciuto come Gonadotropina serica equina), impiegati negli allevamenti intensivi di suini. La vicenda era già nota grazie ad altre inchieste portate avanti in Paesi dell’America Latina come l’Argentina e l’Uruguay, ma non bisogna andare troppo lontano per assistere alle terribili torture sui cavalli. Anche in Islanda, nel cuore dell’Europa, succede lo stesso, ovvero le cavalle sono costantemente ingravidate e passano la loro intera esistenza tra gravidanze, aborti e torture.

    Animali semi-selvaggi vengono sottoposti a maltrattamenti, condotte violente ad opera di personale non adeguatamente formato e privo dei titoli professionali che sarebbero necessari per svolgere determinati ruoli. Le cavalle e i puledri vivono in uno stato di panico e terrore continuo, soffrono e poi finiscono macellati. – denuncia Italian Horse Protection Onlus (IHP), che ha preso parte all’indagine condotta a livello internazionale – Tutto questo accade Islanda, dove ci sono norme sul benessere animale palesemente violate. Accade in Europa, dove vige il principio per cui laddove ci sia la possibilità di usare strumenti o principi attivi alternativi a quelli animali si devono privilegiare: in Germania ci sono ben 36 farmaci brevettati con principi attivi analoghi al PMSG prodotti sinteticamente. Accade facendosi beffe del documento ‘Farm to Fork’ approvato nei giorni scorsi a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo che contiene, tra l’altro, la richiesta di divieto di importazione e di produzione del PMSG in Europa.

    Cavalle torturate per produrre farmaci per gli allevamenti intensivi

    Ciò che accade ai cavalli in Islanda, ma anche in altri Paesi come l’Argentina è a dir poco spaventoso. Quando le cavalle riescono a portare a termine la gravidanza, i puledri maschi vengono mandati al macello, mentre le femmine seguono la sorte delle madri. E successivamente, quando sono più in grado di essere ingravidate, le cavalle vengono mandate al macello. Gli animali vengono abitualmente picchiati e vivono in lager privi di ogni riparo dalle intemperie. Accade spesso che le cavalle collassino dopo l’estrazione del sangue.

    “Alle cavalle vengono prelevati anche 5 litri di sangue alla settimana per 6-8 settimane nel periodo compreso fra i 40 e 140 giorni di gestazione, mentre le linee guida internazionali dicono che il massimo sangue che si può estrarre a fini di sperimentazione è pari a circa 3 litri ogni 4 settimane” spiega Sonny Richichi, presidente di IHP.

    Ma perché questo terribile sfruttamento delle cavalle? Come anticipato, il motivo risiede nel PMSG, l’ormone prodotto dalle cavalle gravide che viene utilizzato per la produzione di farmaci veterinari.

    Il PMSG è un ormone estratto dal sangue di cavalle gravide che viene usato per produrre farmaci impiegati negli allevamenti intensivi per la produzione di carni principalmente suine: serve per incrementare la fertilità delle scrofe e produrre un maggior numero di cuccioli destinati alla macellazione – chiarisce Richichi – Le investigazioni condotte negli anni scorsi dalle associazioni animaliste hanno mostrato le torture alle quali vengono sottoposte le cavalle nei principali hub mondiali di produzione del PMSG, l’Argentina e l’Uruguay. Lo sdegno globale e le forti proteste che si sono levate dopo la diffusione delle inchieste alle quali abbiamo attivamente partecipato hanno fatto sì che molte case farmaceutiche abbiano dichiarato di non avvalersi più di PMSG importato dal Sud America: hanno detto di averlo sostituito con ormoni prodotti in Europa, senza però fornire ulteriori dettagli. Ecco, i dettagli li mostra adesso questa investigazione di AWF: sono agghiaccianti perché in Islanda le condizioni delle cavalle sono le stesse dell’Argentina e dell’Uruguay. Ed è ancora più grave perché siamo in Europa, dove ci sono norme che vietano queste pratiche.

    La scorsa primavera l’Italian Horse Protection Onlus aveva lanciato una petizione, che ha raccolto oltre 33mila firme, per chiedere al ministro della Salute Roberto Speranza di vietare in Italia la commercializzazione del Fixplan, un farmaco prodotto dall’azienda argentina Syntex con l’estrazione del PMSG dalle cavalle torturate.

    E, alla luce di questa terrificante scoperta fatta in Islanda, l’associazione lancia l’ennesimo appello:

    Ci rivolgiamo ancora una volta ai cittadini per chiedere di alzare la voce contro questo scempio e ai nostri rappresentanti politici in Italia e in Europa perché si attivino rapidamente e con forza per chiedere l’immediata messa al bando sia dell’importazione da Paesi terzi che della produzione sul territorio comunitario del PMSG.
  2. E' NOTO CHE TEST SUI CANI NON SERVONO A DARE GARANZIE ALL'UOMO :Sono un amante dei cani, degli animali e degli uomini; Vengo senza odio e aggressività”, così il cantante e attore britannico, Will Young, si ammanetta ai cancelli di un centro di allevamento di cani nel Cambridgeshire per protestare contro i test sugli animali

    Si è unito ai manifestanti per i diritti degli animali di Camp Beagle e alla campagna per chiedere la chiusura di MBR Acres a Wyton, una struttura di allevamento di beagle nel Cambridgeshire che prepara e fornisce beagle da utilizzare nei test di laboratorio. Lui è il cantante e attore britannico Will Young ed il suo è stato un gesto eclatante: incatenarsi per ottenere definitivamente il rilascio di quei poveri cani.

    Il beagle – su queste pagine abbiamo seguito negli anni passati punto per punto tutto il “famoso” sequestro di Green Hill – è un cane dolcissimo e con un bel caratterino, ma viene costantemente ricercato per la sperimentazione animale. Il motivo starebbe innanzitutto nella sua taglia, piccola, e nel pelo raso, che faciliterebbe le iniezioni e i prelievi, oltre che nella resistenza cardiaca e proprio nel suo temperamento docile.

    Leggi anche: Sperimentazione animale: il Canada blocca i test dei pesticidi sui Beagle

    La legge italiana limita fortemente l’utilizzo di cani, ma nonostante il vincolo dell’autorizzazione specifica, sono ancora tantissimi ad usare questi animali per test tossicologici, prove per farmaci e per la produzione di apparecchiature. Così come nel resto del mondo.

    Ho trascorso la mia giornata di oggi incantenato alle porte di MBR Acres per protestare contro i loro test sui beagle – twitta Young. Volevo aumentare la consapevolezza sui test sugli animali e sul fatto che questa è una fattoria di cuccioli che alleva oltre 2000 cuccioli di beagle all’anno per essere inviati alla loro inevitabile tortura e morte.

    Di proprietà della società statunitense Marshall BioResources, la struttura del Cambridgeshire è stata igà sotto i riflettori negli ultimi mesi, con attivisti e attori del calibro di Ricky Gervais e Peter Egan, che pure ne avevano chiesto la chiusura.

    Ancora una volta i manifestanti di Camp Beagle chiedono il rilascio dei cani e la fine dell’uso dei beagle nei test di laboratorio.
  3. PIU' VACCINATI CI SONO E PIU' MISURE RESTRITTIVE SI PRENDONO PERCHE' AUMENTANO I RISCHI ?
  4. GREEN PASS =LEGGI RAZZIALI AUTOGOL DI DRAGHI, L'UOMO DEL GREEN PASS,  NELLA INDIFFERENZA TOTALE DEI SALTIMBANCO DI REGIME : Nel giorno in cui il Governo vara il super Green Pass ed estende l'obbligo della terza dose di vaccino anti-Covid per tutti gli operatori sanitari, una sentenza del giudice del Lavoro di Velletri crea un imbarazzante precedente. È stata infatti riammessa in via temporanea al lavoro l'infermiera Adele Passerini, dipendente della Asl Roma 6, sospesa nell'ottobre scorso perché si era rifiutata di sottoporsi all'obbligo di vaccinazione previsto per la categoria. Ora il colpo di scena. Il giudice del lavoro di Velletri, Giulio Cruciani, con un decreto cautelare del 22 novembre scorso, ne ha disposto la riammissione al lavoro. Nel provvedimento il giudice «ordina alla Asl l'immediata ricollocazione della ricorrente presso la Centrale Sats di Marino (centro in provincia di Roma)» e «l'erogazione dello stipendio a suo favore». Il giudice fa inoltre riferimento alla «rilevanza costituzionale dei diritti compromessi (dignità personale, dignità professionale, ruolo alimentare dello stipendio)» aggiungendo che «la sospensione dal lavoro può costituire solo l'extrema ratio e un evento di portata eccezionale in una azienda medio grande».
    «Il tribunale con questa ordinanza riafferma con chiarezza il diritto al lavoro a fronte di una sospensione che non può fare riferimento al diritto alla salute - afferma l'avvocato David Torriero, difensore della donna - se sono state proprio le decisioni del Governo a stabilire che lo stesso è garantito attraverso il ricorso ai tamponi ogni 48 ore».
    La Regione Lazio conferma a La Stampa la storia della donna, ma fa sapere che «sono attualmente in corso verifiche per chiarire i contorni della vicenda». Tanti i messaggi sui social in sostegno dell'operatrice sanitaria. «Abbiate fede, vi avevo detto che era questione di tempo e di perseveranza. Ecco la prova», il commento soddisfatto della senatrice ex grillina Bianca Laura Granato (Alternativa C'è), sanzionata nei giorni scorsi per essere entrata a Palazzo Madama senza Green Pass. Il caso dell'infermiera Passerini sarà affrontato nel merito nell'udienza già fissata per il prossimo 7 dicembre.
  5. UN GOAL PER MARIO : Non esiste persona che non voglia vivere. L'istinto di sopravvivenza è la forza più radicata che esista. Se uno come "Mario" giunge a volere il suicidio assistito non è perché vuole morire, ma perché vuole vivere, vivere anche la sua morte. Questo è decisivo da capire. La morte è inevitabile, ma la si può affrontare da persona consapevole anche in condizioni fisicamente drammatiche». Lo esclama con forza Vito Mancuso, teologo e filosofo cattolico ritenuto da una gran parte della galassia ecclesiale un «eretico».
    Come definisce la decisione del Comitato etico su "Mario", tetraplegico da 10 anni?
    «Inevitabile. Doveva avvenire ed è avvenuta. Esiste una logica dentro cui l'umanità vive che si chiama evoluzione, processo, trasformazione. Quindi penso che oggi l'esercizio dell'etica nel nostro tempo non possa prescindere dall'autodeterminazione su se stessi, che tra l'altro, come ricordava Hans Kung, non è in contrasto con la dottrina cattolica».
    «Inevitabile» significa che è arrivata in ritardo?
    «Forse siamo puntuali. Nel senso che per arrivare a ottenere un ampio consenso della nostra società su questioni così delicate era necessario passare da dove siamo passati. Questo riconoscimento è ciò di cui la nostra comunità ha bisogno perché ci possa essere etica e libertà. Altrimenti ci sarebbe solo imposizione».
    La Chiesa sostiene che la via per i casi come "Mario" siano le cure palliative: basterebbero?
    «Per alcuni malati sì. Per altri no. E non può che essere la coscienza dell'individuo coinvolto in casi così delicati a dire se sono sufficienti. La Chiesa purtroppo su una serie di questioni di morale individuale e prima ancora di diritti umani non ha sempre brillato per essere all'avanguardia. Proprio la Chiesa che dovrebbe essere trainante e illuminante nella cura della vita cosciente e libera spesso gioca una partita di retroguardia».
    Ma allora su questi temi quale dovrebbe essere il punto di riferimento per un cittadino cattolico?
    «È la coscienza, che secondo il Concilio Vaticano II è il vero e proprio luogo in cui lo spirito di Dio parla all'uomo, una specie di santuario che ogni essere umano ha dentro di sé. Quando siamo in presenza di uno Stato come il nostro che garantisce l'esercizio della libertà di coscienza siamo fortunati. Quindi penso che i cattolici siano chiamati a essere fedeli alla retta coscienza. E che cosa sia giusto o sbagliato quando si tratta dell'esistenza fisica gravemente sofferente lo può giudicare solo chi è nella situazione concreta».
    Per la Chiesa la vita è sacra e inviolabile. E la libertà individuale?
    «Ma di che vita stiamo parlando? Di quella di un essere umano, che non è solo esistenza biologica, ma è anche spirituale. E allora che cos'è davvero sacro e inviolabile? La coscienza, che è l'espressione dell'anima spirituale, che si determina a volte anche contro la vita biologica, contro il proprio corpo. E questa è manifestazione di libertà, che deve essere altrettanto inviolabile».
    Può esserci un compromesso in uno Stato laico?
    «Custodire la libertà di coscienza. Sono d'accordo con la sacralità della vita, ma bisogna aggiungere della vita cosciente e libera. E il rispetto della sacralità della vita deve essere così alto da portare al rispetto della decisione di ogni singolo essere umano, soprattutto quando attiene alla sua esistenza segnata dal dolore atroce a causa di una malattia irreversibile».
  6. UN'INFERNO CHE INTERESSA A POCHI :«Chiedo al governo degli Stati Uniti d'America di adottare misure responsabili, chiedo che i beni della Banca centrale afghana siano sbloccati e le sanzioni contro le nostre banche siano revocate. Se persiste questa situazione, il popolo afghano diventerà causa di migrazioni di massa nella regione e nel mondo» sono parole di Amir Khan Muttaqi, il ministro degli esteri taleban che la settimana scorsa ha scritto una lettera aperta al Congresso degli Stati Uniti.
    Righe insieme allarmate e astute in cui da un lato il governo taleban cerca l'appoggio internazionale, dall'altro scarica la responsabilità della crisi umanitaria ricondotta interamente, si legge, «al congelamento dei beni del nostro popolo da parte del governo americano».
    Sono passati tre mesi dalla caduta di Kabul, mesi in cui i taleban hanno tentato di convincere la comunità internazionale di non essere più quelli che dal 1996 al 2001 hanno isolato il Paese dal resto del mondo.
    I taleban di oggi cercano di costruire una parvenza di presentabilità, nonostante nel loro governo non siano state nominate ministre donna, e alle ragazze è ancora vietato tornare alla scuola secondaria. L'Afghanistan di oggi non è quello di trent'anni fa, si è detto molte volte in queste dodici settimane, c'è un embrione di società civile che non tornerà indietro di decenni. Forse. Intanto però centinaia di media sono stati costretti a chiudere o oscurati, i giornalisti sono quotidianamente minacciati e sono ricominciate le esecuzioni pubbliche e i processi sommari. Finite le evacuazioni di massa dall'aeroporto di Kabul, spenta di conseguenza la maggioranza dei riflettori, agli afghani resta la frustrazione per l'abbandono senza prospettive e una crisi umanitaria che è già velocemente precipitata.
    Amir Khan Muttaqi, mentre scrive, sa che il suo governo non riesce a pagare medici, insegnanti e altri dipendenti pubblici, sa che le sanzioni hanno reso impossibile per le Nazioni Unite e altri gruppi umanitari pagare il personale e sostenere le operazioni di soccorso e sa che se non vengono sbloccati i fondi, milioni di persone moriranno di fame.
    Per questo ribadisce alla comunità internazionale gli effetti del congelamento del denaro, lo fa in tono vagamente ricattatorio, usando la leva più temuta dall'Occidente, che è sempre la stessa, in ogni scenario di crisi, dal confine turco, a quello Bielorusso al Mediterraneo centrale: insinuare il timore di un esodo, di un flusso migratorio incontrollato se non verranno velocemente sbloccati i nove miliardi di dollari in attività della Banca Centrale afghana e ora bloccati dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, a cui va aggiunto più di un miliardo di dollari della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale. Soldi che avrebbero dovuto rilanciare l'economia afghana nel 2021-2022 e che ora sono congelati: «Se l'attuale situazione non si sblocca ci saranno migrazioni di massa nella regione e nel mondo» si legge nella lettera diffusa in varie lingue. A buon intenditor. Muttaqi è preoccupato ma scaltro. Sa di far parte di un governo monocolore taleban irricevibile dalle diplomazie internazionali che chiedono un governo inclusivo e rispettoso delle minoranze come condizione per le negoziazioni, però ribadisce che il nuovo governo di Kabul dallo scorso agosto «è riuscito a portare stabilità politica e sicurezza nel Paese».
    Come a dire che i taleban hanno ristabilito un ordine, il loro, certo, quello della stretta applicazione della sharia, delle donne escluse dalla vita pubblica, del ripristinato Ministero per la promozione della Virtù e la prevenzione del Vizio e dei tribunali militari per far rispettare «il sistema della sharia, i decreti divini e le riforme sociali» ma che questo è il prezzo della stabilità, per le strade non si muore più come prima, e ora gli afghani vanno aiutati a non morire di stenti.
    La lettera è un concentrato di understatement e furbizia. Scrive Muttaqi: «Come in altri Paesi del mondo, anche le nostre relazioni bilaterali hanno sperimentato alti e bassi».
    In quelle parole, «alti e bassi», il capo della diplomazia taleban sta esplicitando un paradosso della crisi afghana ma anche il dilemma morale che oggi grava sui governi occidentali, sta dicendo al Congresso americano: è piuttosto ipocrita chiudere le porte alla negoziazione oggi che la gente muore di fame, perché voi con noi avete già trattato, avete negoziato a Doha, avete siglato un impegno bilaterale che aveva una data di scadenza, agosto 2021 e che entrambi abbiamo rispettato. Voi poi avete ritirato le truppe, noi abbiamo preso il potere.
    Muttaqi palesa un'ambiguità che da tre mesi fingiamo di non vedere in Afghanistan: molti degli esponenti del governo taleban ancora non riconosciuto come legittimo da nessun Paese, sono gli stessi con cui l'amministrazione Trump prima e l'amministrazione Biden poi hanno trattato per mesi in Qatar, fino alla firma degli accordi di Doha.
    Allora, quando si trattava il ritiro delle truppe occidentali, i talebani sembravano presentabili, oggi che bisogna negoziare per sfamare la gente, lo sembrano meno.
    Scrive Muttaqi: «Speriamo che i membri del Congresso americano riflettano a fondo e considerino i problemi del nostro popolo derivanti dalle sanzioni e non affrontino questa questione umanitaria in un modo superficiale».
    Tradotto: prima trattate con noi e poi, quando gestiamo un potere che ci avete di fatto consegnato, non ci aiutate più, chiudete i rubinetti del denaro, e usate i fondi come mezzo di ricatto per negoziare un governo più inclusivo.
    Intanto la gente muore di fame. Chi sopravvive prova a scappare.
    La scorsa settimana il Consiglio norvegese per i rifugiati ha riferito che 300 mila afghani sono fuggiti in Iran da agosto, e che ogni giorno circa 5 mila persone continuano ad attraversare il confine illegalmente, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha avvertito che a causa delle conseguenze del conflitto e della prolungata siccità più della metà della popolazione stimata del Paese di 40 milioni di persone è a rischio carestia durante il prossimo inverno.
    Secondo l'ultimo rapporto della Croce Rossa, tra novembre e marzo 2022 più di 22 milioni di afghani dovranno affrontare livelli di crisi o emergenza di fame acuta.
    La disperazione è plastica nelle immagini delle code davanti alle banche alle 5 del mattino nella speranza di poter prelevare un po' di contanti. E in quelle, assai più tragiche, degli ospedali.
    Un alto funzionario della Croce Rossa internazionale, Domink Stillhart, ha passato sei giorni negli ospedali di Kandahar, tornando a casa si è detto livido di rabbia: «Nel reparto pediatrico del più grande ospedale di Kandahar, guardi negli occhi vuoti dei bambini affamati e nei volti angosciati dei genitori disperati. Ho vissuto una situazione assolutamente esasperante».
    Ancora più esasperante perché creata dall'uomo, mentre la comunità internazionale si volta dall'altra parte. Nell'unità di terapia intensiva pediatrica dell'Ospedale Mirwais di Kandahar, il numero di bambini affetti da malnutrizione, polmonite e disidratazione è più che raddoppiato da metà agosto a settembre. La malnutrizione acuta globale grave e moderata è aumentata del 31% intorno a Kandahar rispetto allo stesso periodo del 2020.
    Nella maggioranza delle province afghane la gravità della malnutrizione infantile è fino a tre volte superiore al livello di emergenza.
    Chi è, allora, che sta davvero affamando i bambini afghani?
    Oggi gli Stati donatori si chiedono come tenere insieme l'obbligo morale di aiutare gli afghani e il rispetto della griglia di valori che fa del diritto allo studio per le ragazze, della rappresentanza politica femminile, della libertà di espressione condizioni irrinunciabili per i negoziati.
    È con i nemici che si negozia, con gli amici si parla e ci si intende.
    È il principio che muove la diplomazia, è l'impasse occidentale oggi in Afghanistan.
    I taleban lo sanno, come sanno che se Stati Uniti e Europa usano il blocco economico come pressione per ottenere un governo più accettabile, e loro, i taleban, per sbloccare quegli stessi soldi useranno lo spauracchio dell'invasione migratoria.
    Intanto la gente muore di fame.
    Sono passati cento giorni dall'entrata a Kabul dei taleban.
    È ora per l'Occidente di provare a raccontare questa storia da un'altra prospettiva.
    La guerra è finita. I taleban l'hanno vinta. L'Occidente l'ha persa.
    E quando le guerre finiscono non si abbandonano i vinti, ma non si abbandonano nemmeno i vincitori se stanno patendo la fame.
    Anche se non ci piacciono.
    Soprattutto se il sistema economico che oggi è bloccato dalle sanzioni, e si sosteneva su un sistema assistenziale che aveva reso il Paese dipendente dagli aiuti internazionali l'avevamo costruito noi, cioè gli sconfitti.

 

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

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25.11.21
  1. IL BUSINESS VACCINO : A fine anno la città tedesca di Magonza registrerà entrate fiscali straordinarie per 1 miliardo di euro grazie alle tasse sui profitti pagate dalla società Biontech, che ha la sede proprio nel capoluogo della Renania Palatinato, in via della Miniera d'oro 12.
    Nei primi nove mesi del 2021 i ricavi totali della casa farmaceutica, che ha creato con Pfizer uno dei vaccini più importanti nella lotta al Covid, sono lievitati a 13,4 miliardi di euro rispetto ai 136,9 milioni dello stesso periodo del 2020.
    I profitti netti sono stati di 7,1 miliardi di euro contro 351 milioni, e le imposte sul reddito sono pari a 3,2 miliardi.
    Il sindaco, Michael Ebling, investirà gli introiti aggiuntivi per tagliare le tasse societarie per tutte le aziende, abbattere il debito comunale e insediare 100 aziende innovative con 5.000 nuovi posti di lavoro.
  2. LA CIA E' LA MENTE DI KKR E GUBITOSI PER CONTROLLARCI MEGLIO ? : Basteranno le truppe guidate dal generale Petraeus a salvare il soldato Gubitosi? Mentre sull'asse New York-Parigi-Roma si dipana - o forse già s' ingarbuglia - il feuilleton di Tim, che nuovi azionisti finanziari americani vorrebbero comprare e vecchi azionisti francesi fanno sapere di non voler mollare, a latere si svolge un altra vicenda meno centrale per le sorti del Paese e della sua industria, ma affascinante per la natura dei protagonisti e i loro rapporti.

    Accade infatti che dietro la decisione del fondo americano Kkr di lanciare non proprio un'Opa, ma perlomeno un abbozzo di Offerta pubblica sul capitale dell'intera Tim, molti sospettino una mossa di disperata vitalità proprio di Gubitosi. Lui, amministratore delegato del gruppo telefonico dal novembre 2018, sa di essere ormai da un anno nel mirino di Vivendi, che della società telefonica italiana è primo azionista.

    Venerdì prossimo, un cda minaccia di sfiduciarlo dando corpo ai malumori dei francesi, che gli imputano di non saper gestire la società. Ma appena la prospettiva è passata dal regno dei pettegolezzi finanziari a quello delle possibilità concrete, ecco apparire un cavaliere bianco, anzi un intero battaglione, genere 7° Cavalleria, sotto forma della potenza di fuoco da 400 miliardi di euro di Kkr.
    Un fondo tra i cui partner c'è in effetti proprio David Petraeus «sei comandi di cui cinque in combattimento», recita la sua biografia, e un incarico da Direttore della Cia, prima di passare ad altre e si presume più proficue strategie. Ce n'è per rinfocolare i peggiori sospetti di soccorso transatlantico, anche se ieri Gubitosi sottolineava con gli amici, e non senza ragioni, quanto l'interpretazione fosse paradossale: «Non è che adesso Kkr sborsa 12 miliardi perché gli sono simpatico».

    (…) Che adesso l'offerta di Kkr si concretizzi o meno è tutto da vedere, ma certo il suo arrivo sulla scena potrebbe in effetti dare un po' di respiro a Gubitosi. Come mandare via infatti un amministratore delegato di una società che sta forse - anche se qui i forse sono molti - per essere sottoposta a un'Opa?
    (…) Nell'agosto dello scorso anno (…) Gubitosi si piegò senza protestare a una pesante ingerenza del governo Conte che - guarda caso - voleva e riuscì a ritardare l'offerta proprio di Kkr per una quota di FiberCop, la società della rete secondaria di Tim. Ma negli stessi mesi, di fronte a quella che stava diventando una vera e propria crisi diplomatica tra Usa e Italia per la posizione filocinese dei Cinque Stelle e i conseguenti problemi per le forniture dei sistemi 5G, proprio l'ad di Tim si confermò tra gli interlocutori privilegiati degli Stati Uniti.
    (…) Roma e America, Manhattan e Parioli, tanto che nel teso cda di Tim di domenica pomeriggio molti consiglieri avrebbero frenato Gubitosi nella scelta che voleva già proporre degli advisor per l'operazione Kkr: Merrill Lynch e Goldman Sachs, ovvero due tra le principali banche d'affari del mondo. Ovviamente americane.
  3. IL PENSIERO DI VIVENDI : Potrebbero mancare ancora 8 miliardi per arrivare a pesare davvero tutti i beni custoditi all'interno di Tim ieri valutata in Borsa a quota 10 miliardi. Questo dicono gli analisti nonostante i 2,5 miliardi già guadagnati in 48 ore dopo l'offerta del fondo Kkr.
    E allora, la battaglia per la conquista del gruppo tlc si giocherà sul suo valore nascosto, per i più un «tesoro nascosto». È sempre più chiaro osservando le mosse dell'azionista di riferimento Vivendi, che ha pagato i titoli ben più (1,07 euro) e non accetta di perdere la metà, nonostante la svalutazione da 1 miliardo già in bilancio.
    Ma è evidente che la partita si giocherà sul valore da far emergere anche osservando la Borsa, che ha reagito alla proposta con un balzo straordinario, anche se non sembra credere fino in fondo che sia arrivato il momento di far emergere quel valore. Così non è un caso se a soli due giorni dall'annuncio, per Bloomberg il fondo Usa starebbe già valutando un rilancio fino a 70-80 centesimi per azione arrivando a una valutazione di 17 miliardi.
    Ma quanto può valere davvero Tim? Prima di Kkr valeva 7,5 miliardi. Ma l'offerta degli americani che valuta la società a quasi 11 miliardi (0,505 euro per azione) non è abbastanza nemmeno per Cdp che ha acquistato il suo 10% intorno a 70 centesimi. Il punto è che, nonostante i ricavi e i margini non incoraggianti del gruppo, ci sono analisti che valutano la società ben oltre i valori di oggi.

    LE SOCIETÀ STRATEGICHE
    Soprattutto se si immagina il futuro con una holding non quotata e le attività della rete, così centrali per far arrivare la fibra in tutto il Paese, aperte a tutti gli operatori e sotto l'ala di Cdp, seppure solo con un controllo di fatto. E dunque c'è chi come gli analisti di Jefferies dicono che il valore di Tim va di sicuro oltre 16 miliardi (compreso il debito netto del gruppo si sfiorano i 34 miliardi di valore d'impresa) e quindi 76 centesimi per ogni azione.
    Se infatti deduciamo dal valore del titolo pre Opa Kkr quello della partecipazione in FiberCop, cioè 7,7 miliardi in base al prezzo pagato dallo stesso Kkr quando ha acquistato il suo 37,5%, e sottraiamo anche il valore delle partecipazioni in Tim Brasil e nelle torri di Inwit, entrambe quotate, rimane un pacchetto di società strategiche e decisamente sottovalutate.
    Resta infatti la rete primaria di Tim, quindi Sparkle con i suoi cavi sottomarini, Telsy attiva nella cybersecurity, Noovle quale data center & cloud, infine Olivetti: a questi cespiti il mercato attribuisce un valore che corrisponde a 5,9 volte la cassa operativa mentre le società infrastrutturali viaggiano su multipli che arrivano a 13 volte. In altre parole, sarebbe corretto almeno applicare un multiplo di 10 volte la cassa prodotta.
    Gli analisti di Bestinver, invece, mettono in fila tutti i pezzi e fotografano la capitalizzazione a 12,4 miliardi, però poi fissano un target per le azioni di 85 cent, immaginando una capitalizzazione di 18 miliardi, valutando asset come il cloud 5 miliardi. Ma c'è chi sostiene che, secondo i margini previsti al 2024, il cloud di Noovle può valere fino a 8 miliardi. Insomma, valori lontani dalla proposta di Kkr.
  4. PROVE OPERATIVE DEL PROSSIMO GREEN PASS MICROCHIP :L'immaginazione al potere, dicevano i sessantottini con sciagurato ottimismo. Qualcuno li sta accontentando. Immaginiamo la scena: siamo a letto dopo una giornata di lavoro, sprofondiamo in un sonno profondo e ci lasciamo cullare da un sogno rinfrancante. Passeggiamo in mezzo alla natura, ci beviamo pure un sorso di birra fresca, magari di una particolare marca, quella che abbiamo notato spesso nelle pubblicità sui social media.
    Alla mattina ci svegliamo e la voglia di birra, perché no, proprio di quella birra, ci solletica al punto dal farne incetta al supermercato, consumatori inconsapevolmente influenzati. È la nuova frontiera della pubblicità ed è basata sul condizionamento onirico del potenziale cliente attraverso suggestioni pensate ad hoc - sembra pura fantascienza - innestate nel nostro cervello attraverso messaggi ben orchestrati.
    Si chiama tecnica del targeted dream incubation (incubazione mirata dei sogni) e le multinazionali americane la stanno studiando a fondo, ipotizzando nel futuro un autentico hackeraggio della psiche a fini commerciali.
    In verità, l'espediente tanto inedito non è: già 4.000 anni fa, nell'antico Egitto, si poteva giacere nei letti sacri nel Serapeo di Saqqara per ricevere messaggi divini, o nell'antica Grecia, i malati andavano a sognare nei templi oracolari, non scordando i successi della narrativa di genere, o quelli sul grande schermo di film come Atto di Forza, dove il protagonista Arnold Schwarzenegger si recava in un'azienda che fabbricava sogni per farsi innestare nella memoria esperienze di vita mai vissute. Ma qui si va oltre.
    Lo riportano in un articolo comparso su Aeon i ricercatori universitari specializzati in neuroscienze Robert Stickgold, Adam Horovitz e Antonio Zadra, mettendo in guardia dalle insidie dell'inserzionista onirico, furbo ficcanaso capace di insinuarsi nell'ininterrotto colloquio tra l'inconscio e la veglia.
    Un esperimento che ha destato scalpore è avvenuto negli Stati Uniti in occasione dell'ultimo Super bowl: la società di bevande Molson Coors ha condotto quello che hanno definito «il più grande studio sui sogni del mondo». Gli emissari dell'azienda miravano esplicitamente a inserire immagini della birra Coors, condite da visioni rilassanti (rinfrescanti fiumi alpini, per esempio), nelle menti dei sognatori, in quel caso un gruppo di utenti scelto per il test.
    Hanno assunto uno psicologo di Harvard per progettare stimoli di incubazione dei sogni, hanno incentivato la partecipazione del pubblico con offerte di bevande gratuite e, in una sorta di colpo di stato di marketing, hanno fatto accettare alla pop star Zayn Malik di dormire in diretta su Instagram mentre si sottoponeva a un sonno condizionato dalle loro suggestioni.
    Non si tratta di un caso isolato. Molte aziende stanno escogitando modi per modificare il comportamento di acquisto attraverso il dormiveglia. Lo studio 2021 Future of marketing dell'American marketing association New York ha rilevato che, su oltre 400 esperti di marketing di aziende negli Stati Uniti, il 77% mira a implementare la tecnologia dei sogni per la pubblicità nei prossimi tre anni. Come potrebbero riuscirci?

    Semplice. Mentre dormiamo, la nostra mente è attiva, laboriosa, alle prese con un articolato processo di rielaborazione delle informazioni acquisite durante il giorno. Una particolare fase del pre sonno, lo stato ipnagogico, che caratterizza la transizione tra la veglia e l'addormentarsi, è quella più vulnerabile agli stimoli esterni.
    Lavorando su di essa, è possibile dipanare matasse patologiche nella mente di un soggetto, curare lo stress, oppure stimolare la creatività. Ma anche condizionare ipoteticamente gusti e scelte.
    Nell'era in cui ogni ambiente domestico è disseminato di microfoni, dagli smartphone alle tv intelligenti, non sarebbe difficile per un'azienda identificare il momento in cui ci stiamo addormentando, iniziare a riprodurre suoni studiati e manipolare il contenuto onirico del nostro sonno, oppure, attraverso i social network e le piattaforme che trasmettono serie tv, selezionare contenuti capaci sia di stimolare il nostro desiderio di addormentarci, sia le nostre pulsioni di consumatori seriali.
    Insomma, ci riempiono la mente per svuotarci il portafoglio. E non scordiamo un aneddoto: attorno al 1928, Edward Bernays fu uno dei pubblicitari americani di maggior successo. Piccolo particolare: il signore in questione era nipote di Sigmund Freud.
  5. IL PROBLEMA DEI TALEBANI E' IL PROBLEMA DEL MONDO :Cento giorni dopo il disastro il problema è irrisolto: trattare con il diavolo talebano? Questo avviene ogni qual volta il nemico viene tratteggiato come una delle figure del Male assoluto. Quando si deve rinunciare a questa identificazione, proficua per infiammare la guerra, e si passa alla diplomazia ci si accorge che non esiste Terrorismo senza terroristi, Fanatismo senza fanatici, Integralismo senza integralisti. Ed Emirato afgano senza taleban.
    Come lo raccontiamo allora dopo questo breve tempo? Con le immagini dei bambini denutriti in ospedali dove tutto salvo i loro sguardi è annientato dalla miseria. Sono loro che continuano a pagare il prezzo della guerra, sono loro che non dimenticheranno mai, se sopravvivono, quale sia stato il vero prezzo da pagare. E quelle degli afgani "senza qualità" che non abbiamo portato via e a cui non sono rimaste neppure la fuga, la diserzione, le armi modeste e sacrosante con cui l'uomo comune ha difeso sempre il suo diritto a sopravvivere dal sopruso di volerlo morto. Non morire è il loro ideale, il più degno di tutti. L'unico in cui scorgo l'onore, perfino il coraggio.
    Sofferenza infinita
    Da appena cento giorni l'Afghanistan è sospeso in una zona scura, con i suoi segni, i suoi messaggi, i suoi geroglifici, ai margini di una estensione ridiventata ignota, che prolunga tra le ombre il mondo della nostra Storia. Unica cosa certa è che la guerra è finita ma non la sofferenza degli afgani, tra attentati micidiali, fame e inverno incombenti, oscurantismo applicato con omeopatica ma spietata efficienza. La tentazione dell'oblio tra noi sconfitti, quella, avanza. Più che le cose dette pesano le reticenze. Uomini, donne e bambini afgani irremissibilmente retrocedono nella gerarchia delle urgenze delle cancellerie, anime svanite, come ricacciate in una nuova gestazione. E sopravvivono solo nella indomita pignoleria di minoranze misericordiose, il loro riaffermare che anche lì restiamo presenti.
    Nessun passo indietro
    Se mai c'erano dei dubbi sul diavolo ora almeno questi sono fugati. Perché i taleban sono stati in questi cento giorni coerenti. Hanno disegnato fortemente i propri contorni. Nei loro piani era il progetto di ereditare intatto l'Afghanistan dal vecchio governo, compresi gli indispensabili aiuti umanitari internazionali. Hanno preso in mano il caos e questo li ha portati molto vicini al disastro. Ma non hanno fatto un passo indietro nei loro santificati soprusi. Chi li dipingeva panglossianamente come mutati dalle comodità del potere, tendenti al moderato, disposti a far le fusa all'Occidente perché assillati dalla necessità di riconoscimento e di aiuti, ha dovuto riporre le proprie carte. Pensavano che la vittoria accade e quindi si consuma. Spiano invece, come cento giorni fa, all'epoca dell'aeroporto di Kabul, i soliti volti tremendi, colmi di un selvatico, tetro potere.
    L'Afghanistan dei cento giorni appare saldamente talebano e l'unico nemico che li sfida è la versione locale del terrorismo dell'Isis, che sta infoltendo i ranghi. La promessa talebana di garantire almeno la sicurezza in un paese della guerra eterna appare dunque falsa. Purtroppo neppure i più cinici fautori della realpolitik potrebbero mai immaginare di investire sul Califfato indigeno come forza di resistenza. Anzi il loro attivismo sanguinario che mette freddo alla pelle sarebbe una tentazione in più per accomodarsi alla coesistenza con i taleban, jihadisti di una guerra santa micidiale ma paesana, rigorosamente ristretta ai confini nazionali. Non genereranno una vasta prole di fanatici capace di far saltare in aria il pianeta. Non invadono, non ingombrano, restano lì.
    L'emirato si presenta in pericolosa e rapida discesa verso il collasso, sospeso a una mezza vita anemica. Non ci sono soldi per pagare i funzionari e soprattutto i miliziani. Conseguenza di una economia da venti anni totalmente artificiale tenuta in piedi solo dal sostegno americano e dall'aiuto internazionale. Così, con i fondi della banca centrale bloccati dagli Stati Uniti come misura di pressione e dal fondo monetario, ventidue milioni di afgani sono in situazione di insicurezza alimentare acuta e nove già alla carestia.
    Ancora una volta come al momento della decisione di riconsegnare il Paese ai taleban l'Afghanistan si presenta innanzitutto, a noi, come un problema morale. Cercare, dopo una sconfitta una soluzione perfetta che garantisca sicurezza, un panorama mondiale immacolato e in più sia coerente con degli assoluti morali, proprio noi che abbiamo tradito gli afgani andandocene, appare come un errore arrogante. Facciamo collezione di ragionamenti pericolosi.
    Politicizzare gli aiuti
    E' la tentazione, neppur troppo nascosta, di politicizzare gli aiuti, ovvero subordinarli ad una accettazione di alcuni principi chiave capaci di rendere il diavolo talebano meno impresentabile, ovvero concessioni sulla libertà di donne e minoranze, e attenuazione dei bulloni della sharia sulla società.
    Si fanno tentativi un po' ipocriti in questa direzione, aiutando ma sotto spoglie anonime, consentendo l'invio di aiuti ma a non impegnative "organizzazioni non governative". Diciamolo: un affaruccio da usuraio, un po' vigliacco. Ai taleban è sufficiente per presentarlo come un implicito "riconoscimento".
    Non è affatto certo che il rapporto di forza basato sugli aiuti funzioni davvero e non renda semplicemente proprio coloro che dobbiamo aiutare come donne e bambini più esposti a fame e abbandono. I taleban da vincitori non hanno ceduto in nulla e sanno presentare la carestia come l'ennesima aggressione indiretta e vendicativa dell'Occidente a cui hanno saputo tagliare gli artigli. Strada maestra per scatenare un nuovo riflusso di odio contro gli stranieri.
    Purezza e rigore
    Ma alla luce dei primi cento giorni siamo poi sicuri che i taleban siano davvero così ossessionati dal patire quotidiano dei loro trenta milioni di sudditi? Che abbiano per attenuarlo bisogno di noi? I jihadisti, e i taleban lo sono, hanno scarsa attenzione al benessere minuto del popolo. La compassione non fa parte della loro arte di governo. Loro compito è assicurare con gesti inequivoci la virtù necessaria per meritarsi l'apoteosi bigotta non il miraggio della pancia piena o del tasso di sviluppo. Nel loro messianismo implacabile il povero affamato è avvantaggiato nell'ascesa. Al contrario di altre tirannidi apportano alla loro violenza uno scrupolo di purezza e di rigore che la rende ancora più salda, capace di mineralizzare l'uomo.
    Non facciamoci illusioni sul dinamismo delle vittime, non speculiamo, ferocemente e con troppe speranze, sulle rivolte della fame. Sullo sfondo c'è la Cina che fa fluire per ora un rivolo di aiuti, barattandoli però con forniture utili. Per i taleban. Una tentazione. E una soluzione.

 

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

24.11.21
  1. PIU' SI ELEGGONO MEDIOCRI E' OVVIO CHE SIANO DEGLI  INCAPACI CHE  FANNO GUAI GRAVI ED IRREPARABILI  .
  2. SIETE TUTTI COME LA GELMINI E BRUNETTA  CHE NON HANNO NESSUN DUBBIO SULL'EFFICACIA DEL VACCINO COVID  E SUI DANNI COLLATERALI ?
  3. NELLE COSCIENZE E NELLE CONOSCIENZE NON E' CAMBIATO NULLA PRIMA CANTAVATE ORA VI VACCINANATE !
  4. DOVE CI SONO PIU' VACCINATI CI SONO PIU' INFETTATI PERCHE' IL VIRUS CIRCOLA CON PIU' FACILITA'.
  5. HA RAGIONE GAMBERALE :«Una delle più profanate grandi imprese italiane. In nessun paese europeo esiste un'industria o un settore strategico che abbia vissuto le peripezie e le stranezze societarie del gruppo Telecom. Il verbo profanare suona appropriato, perché rimanda all'immagine di chi entra nel tempio non essendo adatto o fa ingresso con modalità non idonee». A dirlo è Vito Gamberale, uno degli storici manager di Telecom Italia negli anni 90 e, in seguito, al vertice di Tim, Autostrade, oltre che fondatore di F2i.
    Quale errore va evitato questa volta?

    «Andrebbe scongiurato il ripetersi di una storia di avvicendamenti che dal "nocciolino", con Fiat in veste di "scettico" azionista, ai capitani coraggiosi di Colaninno, al passaggio degli spagnoli di Telefonica, restituisce un panorama variegato, spesso sprovvisto di una struttura azionaria e manageriale capace di dare un indirizzo strategico di lungo termine. Unica eccezione, come compagine di valore, è stata quella guidata da Tronchetti Provera, salvo anche essa incorrere in degli errori».

    C'è un peccato originale in questa lunga vicenda?

    «Il peccato originale è che Telecom è stata privatizzata in maniera anomala rispetto, per esempio, a Eni e Enel. Queste ultime sono state operazioni di successo, con lo Stato in posizione di minoranza, a garanzia di continuità nella dirigenza interna e nei vertici aziendali che si sono avvicendati nel tempo.

    Nel caso di Telecom scattò un meccanismo di allontanamento dei cosiddetti "boiardi", ma la verità è che così facendo si è aperta la strada ai veri boia che sono arrivati dopo e che l'hanno letteralmente squartata».

    In questo scenario c'è il convitato di pietra?

    «Sì, i governi italiani, che nel corso di oltre due decenni non hanno mai esercitato un doveroso ruolo di osservatore e, se necessario, di censore del dossier Telecom».

    La recente scelta di nazionalizzare Autostrade cosa suggerisce?

    «Credo che non dovrebbero servire le tragedie per assumere decisioni sulle grandi aziende italiane, non devono accadere fatti traumatici, come avvenuto in Autostrade, per stabilire di occuparsene».

    Il punto, dunque, è il ruolo che il governo Draghi intenderà adottare sul destino di Tim?

    «Penso che oggi, dinanzi alle novità delle ultime ore, bisogna capire bene cosa sta succedendo e vale ricordare che alla guida di Tim c'è un manager (Luigi Gubitosi, ndr) con una sua storia personale, che ha sempre dimostrato di sapere fare un buon lavoro. Aggiungo una mia constatazione: non c'è nessun paese avanzato e industriale che abbia l'incumbent in mano a un fondo».
  6. Solo speculazione nell'Opa di KKR su TIM

    L'ennesima operazione finanziaria senza alcun contenuto industriale.

    Ormai il progetto degli americani di KKR su TIM è chiaro: acquisire l'azienda italiana, ancora una volta a debito, poi pagare il debito e guadagnarci spaccando almeno in due l'attuale azienda: da una parte la Rete fissa e mobile e dall'altra le attività commerciali nel fisso e nel mobile.

    La parte più pregiata è la Rete: al netto di Fibercop (in cui KKR è già presente e che potrebbe essere riaccorpata con la nuova società), la rete in rame e la rete mobile, le cui torri sono già però di un'altra società del Gruppo, cioè la Inwit, la Rete è la fonte della maggior parte degli utili TIM poiché i suoi concorrenti nel fisso e gli operatori virtuali nel mobile devono servirsene.

    La parte invece di commercializzazione è sempre in rosso o quasi, con tariffe spesso meno vantaggiose per i clienti rispetto alla concorrenza, e conti appesantiti da accordi come quello con Dazn.

    Il personale della Rete è di circa 13.000 unità, addirittura sotto organico rispetto alle esigenze di servizio; il restante personale, circa 30 mila addetti, è nei servizi, nei customer care e nella rete di vendita, nonostante una forte riduzione e il ringiovanimento degli organici, ancora con numeri superiori ai parametri di efficienza.

    Salvaguardare l'occupazione attuale separando in due la TIM diventa estremamente problematico e comunque a questo punto il primo gestore telefonico italiano (e fra i primi in Europa( sparirebbe; dietro un'eventuale crisi della parte commerciale ci sarebbe tutto l'indotto di una rete di agenzie e negozi in franchising, con diverse migliaia di addetti esterni all'azienda.

    Si tratta quindi dell'ennesima operazione finanziaria che non porta alcun valore aggiunto all'azienda, anzi rischia di impoverire ancora il nostro Paese dal punto di vista occupazionale, gravando sui conti dello Stato per il costo di nuovi ammortizzatori sociali e senza apportare nuovi investimenti su servizi e Rete.
     
  7. RICETTA  PER LO SFASCIO TOTALE made in CIA :(…) Kkr (…) ha infatti capito da tempo che la somma delle parti di ciò che ha in pancia Telecom, se valutate separatamente, ha un valore nettamente superiore a quello espresso dalla Borsa
    (…) Con una valutazione separata della Rete (NetCo) e dei servizi commerciali (ServiceCo) si potrebbe arrivare a 1 euro per azione di valore contro gli 0,32-33 espressi da Piazza Affari. Se si acquista il tutto a 0,5 euro (valore indicato da Kkr nella sua lettera), per la metà facendo ricorso al debito, alla fine si otterrebbe 1, moltiplicando per tre il valore del capitale iniziale. Un'operazione da manuale.

    (…) Dunque, cosa potrebbe succedere se il cda di Telecom decidesse nei prossimi giorni di sedersi al tavolo con i fondi? Si arriverebbe al lancio di un'Opa sul 100% del capitale con la condizione che le adesioni arrivino almeno al 51%. Poi si potrebbe procedere alla scissione (…)
    E quindi il punto cruciale, lo "spezzatino": agli attuali soci di Telecom verrebbero consegnate azioni della NetCo e azioni della ServiceCo in egual proporzione a quelle oggi possedute. Non ci sarebbe alcuna vendita e quindi neanche i presupposti per l'esercizio del golden power da parte del governo.
    Il Mef e la Cdp dovrebbero soltanto vigilare che le due società separate siano in grado di stare in piedi con le loro gambe mantenendo l'attuale occupazione.
    Diventa quindi cruciale il modo in cui si va a dividere la società, quanto debito da una parte e dall'altra e quanti dipendenti. Per la Cdp potrebbe essere l'occasione per concentrare i suoi sforzi nella NetCo, abbandonando la parte servizi e lavorando per una possibile integrazione tra NetCo e Open Fiber, antitrust Ue permettendo. E per i francesi di Vivendi, qualora si affiancassero ai fondi, di recuperare il valore del loro investimento iniziale fissato da tempo a 1,08 euro per azione.
    ARTICOLO INTEGRALE:

    https://www.repubblica.it/economia/2021/11/21/news/tim_difesa_dell_occupazione_e_sviluppo_della_rete_i_paletti_del_governo_sull_offerta_kkr-327298278/?ref=drrt-1
  8. CDP NON E' SCEMA COME PENSANO KKR-GUBITOSI & C : Il consiglio di amministrazione di Telecom ha preso atto della proposta arrivata dal fondo Usa Kkr, già partner della compagnia in FiberCop. Una manifestazione d'interesse, allo stato non vincolante e indicativa, a lanciare un'Opa totalitaria finalizzata al delisting che sarebbe valida al raggiungimento di almeno il 51% del capitale.
    Il consiglio, secondo quanto precisa la società, non avrebbe deliberato su nulla, ma il comunicato dà conto dei termini della proposta con l'indicazione di un prezzo di 0,505 euro per azione ordinaria o di risparmio. A quello livello di prezzo la capitalizzazione complessiva del gruppo sarebbe pari a circa 10,8 miliardi rispetto ai 7,5 miliardi (azioni di risparmio incluse) di venerdì con le azioni ordinarie a 0,3465 euro e le risparmio a 0,3505 euro.

    Una proposta «amichevole»

    La nota Telecom riferisce che Kkr ha qualificato la propria manifestazione d'interesse come «amichevole» e che aspira a ottenere «il gradimento degli amministratori della società e del management», nonché il gradimento del Governo visto che Telecom detiene diversi asset considerati strategici sui quali insiste il golden power.

    L’operazione è condizionata allo svolgimento di una due diligence confirmatoria, della durata ipotizzabile di quattro settimane.
    La cosa strana è che ieri il consiglio, non avendo deliberato, non avrebbe dato il via libera alla due diligence richiesta dal fondo. Non è stato possibile ottenere da Telecom un chiarimento su quando e come sarà data una risposta al partner americano.
    La discussione in cda

    Una ricostruzione della riunione del cda riferisce che l'ad Luigi Gubitosi avrebbe voluto accelerare sui tempi, ma che i due rappresentanti di Vivendi, con il supporto di altri tre consiglieri indipendenti, avrebbero invece frenato.Prossimo appuntamento per il cda è venerdì 26 (al momento sembra confermato secondo fonti aziendali), ma l'ordine del giorno, viste le ultime novità, è da considerare ancora in evoluzione.

    Nessun dettaglio è stato fornito sul progetto, ma – secondo quanto risulta, Kkr ha intenzione di valorizzare i singoli asset del gruppo, offrendo a termine, nel giro di qualche anno, la rete a Cdp. In questo modo, negli intenti, sarebbe sciolto il nodo del golden power. Probabilmente occorrerebbe fare una riflessione anche su Sparkle (la rete dei cavi internazionali) e sui Data center.
    Il Governo «ha preso atto dell'interesse manifestato per Tim da investitori istituzionali qualificati». Aggiungendo che «l’interesse di questi investitori a fare investimenti in importanti aziende italiane è una notizia positiva per il Paese. Se questo dovesse concretizzarsi, sarà in primo luogo il mercato a valutare la solidità del progetto».
    Sull’operazione, è la linea dettata dall’Economia, vigilerà un super comitato di ministri ed esperti che ne monitorerà gli sviluppi. Nel comitato, secondo quanto si apprende, dovrebbero figurare i ministri dell’Economia Daniele Franco, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, dell’innovazione digitale Vittorio Colao, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, il sottosegretario con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli, il consulente economico di Chigi Francesco Giavazzi e il capo di gabinetto del Mef Giuseppe Chinè

    Vivendi e gli altri fondi

    In mattinata Vivendi, che è il primo azionista con il 23,9% del capitale ordinario, aveva ribadito la propria posizione in tre punti: «Siamo un azionista di Telecom di lungo termine; vogliamo collaborare con l'Italia e le istituzioni italiane per il futuro di Telecom a lungo termine; non siamo a conoscenza di negoziati con i fondi».
    I fondi di private equity Advent e Cvc, tramite un portavoce, si sono detti aperti al dialogo con tutti gli stakeholder per identificare in modo trasparente una soluzione di sistema per il rafforzamento industriale di Tim, ma al momento non hanno presentato alcuna offerta alternativa.
  9. TOTALE FOLLIA : «Quella di Kkr non è un'offerta e non andrà da nessuna parte». Le parole di un addetto ai lavori, che chiede anonimato, lasciano intendere quanto gli schieramenti siano divisi tra chi vede evanescenza dietro la manifestazione di interesse del fondo Usa su Tim e chi, invece, la considera un'opportunità. Per il mercato quella proposta, almeno dal punto di vista industriale, potrebbe essere però l'unico modo concreto per dare a Tim le gambe per camminare. O meglio: non a Tim ma alle due Telecom che, dall'operazione, potrebbero nascere. Puntando sul business della rete.
    Il progetto non è ancora stato svelato da Kkr ma sul mercato sanno bene come lavora un fondo di questo tipo e scommettono che presto progetti simili faranno tendenza nelle tlc europee. Quello che per i sindacati è «allarme spezzatino», nelle sale operative è considerata un'opportunità per estrarre valore inespresso. Vediamo come. Il punto è che da anni il business di un conglomerato come Telecom, che unisce attività di rete, servizi di connessione e contenuti appare fiacco, in discesa. Non a caso le uniche notizie che negli ultimi anni sono riuscite a dare vitalità al titolo che naviga tra 30 e 40 centesimi è stato il grande gioco della rete unica, interrotto bruscamente dal governo Draghi. E la rete sembra protagonista anche di questa storia. Kkr – che non a caso opera sul dossier Tim col fondo Infrastructure, dedicato alle infrastrutture – punterebbe a dividerla dai servizi. E a replicare il modello di Terna, costola separata da Enel dedicata al trasporto dell'energia. Succede che nelle telecomunicazioni mentre la marginalità delle attività di servizio scende, quella delle infrastrutture è stabile o degrada di poco. Ma le valutazioni sono molto differenti: una società di infrastrutture (NetCo) viaggia a multipli tra 12 e 18 volte i margini lordi. Una società di servizi (ServiceCo) non va oltre le 3-4 volte. L'esempio più lampante è Inwit: da che la società delle torri è stata separata, capitalizza più di Tim, ovviamente prima che quest'ultima fosse influenzata dall'effetto Opa: 10 contro 7 miliardi. Allo stesso modo il valore espresso da una società della rete Tim permetterebbe di creare un soggetto capace di caricarsi buona parte del debito come dei lavoratori dell'attuale Telecom. Alla ServiceCo resterebbero solo gli addetti necessari, parametrati a quelli dei concorrenti e rapportati al fatturato. Qualcuno ipotizza che nella società dei servizi potrebbero rimanere tra 10 e 12 mila dipendenti su un totale di circa 40 mila lavoratori di Tim in Italia. Una mossa, quella di Kkr (che, a Opa lanciata, potrebbe patire la concorrenza di altri fondi tentati dal medesimo disegno), che punterebbe ad assicurare un futuro a tutte le componenti dell'attuale Tim e, nel contempo, rispettare i parametri tipici di un grande fondo che, racconta chi è del mestiere, è quello di avere ritorni medi annui di almeno l'8%.
    L'intervento americano, in prospettiva, riaprirebbe anche la strada per la rete unica, dove – fanno notare in molti – il «no» dell'Europa era determinato dal collegamento tra la società di rete e la Tim che ne vende i servizi. Un soggetto indipendente potrebbe invece riunire anche l'infrastruttura di Open Fiber e ritrovarsi nell'azionariato Cdp a fare da garante. Difficile però dire se l'operazione Kkr avrà ali per decollare. Molti addetti ai lavori segnalano le stranezze di una manifestazione di interesse «non vincolante e indicativa», condizionata a una «due diligence», un esame dei conti inusuale per una società quotata e trasparente per definizione: denota il dubbio che lì dentro si possa nascondere chissà che. Un interesse vincolato al sostegno di un management traballante e al mancato utilizzo del golden power che però il governo può esaminare solo a Opa lanciata. E che deve essere rilasciato di fronte a un progetto che, finora, hanno visto in pochi eletti.
  10. DRAGHI SI SBAGLIA :Accade solo raramente che le telefonate fra capi di Stato non vengano definite «cordiali». Per andare oltre le forme basta confrontare le versioni delle diplomazie. Quella di ieri fra Mario Draghi e Vladimir Putin conferma l'assioma. I due si sono sentiti per parlare di tre temi: il caso dei migranti respinti al confine fra la Polonia e la Bielorussia, le forniture di gas all'Europa, la situazione in Ucraina. Ebbene, al netto di un invito russo a Draghi di visitare Mosca, non si sono trovati d'accordo su nulla.
    Sulla Bielorussia, anzitutto. Secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche, Draghi ha detto senza giri di parole che il responsabile della crisi è il dittatore di Minsk Alexander Lukashenko. Il quale non solo userebbe i migranti come arma di pressione politica, ma non starebbe facendo nulla per fermare l'afflusso di persone attraverso i voli dall'Iraq. Il premier italiano ha sottolineato a Putin di parlare a nome dell'Unione europea, e a nome dell'Unione gli ha chiesto di intervenire sull'alleato perché eviti il peggio ai migranti ammassati al confine con la Polonia. La risposta russa – così riferiscono le fonti diplomatiche di Mosca - è stata serafica: la situazione è aggravata da un atteggiamento rigido di Varsavia, la quale farebbe uso di armi improprie contro i migranti, rendendo la situazione più difficile di quanto già non sia. Putin ha ripetuto a Draghi quanto discusso nei giorni scorsi con Berlino e Parigi: Lukashenko si è visto rifiutare da parte dell'Unione Europea la proposta di accogliere circa 1500 migranti. Putin ha ricordato che il dialogo sulle riammissioni tra Minsk e Bruxelles si è interrotto qualche mese fa per volere degli europei, e da allora non è ripreso. Un ruolo in questo senso – sempre quanto riferito da Mosca – l'ha avuto la Germania di Angela Merkel, coinvolta da Mosca per gestire la mediazione con Minsk. La posizione di Berlino sarebbe stata poco conciliante con la linea russa, anche a causa delle complicate relazioni fra Berlino e Varsavia, nel mirino dell'Unione per le violazioni dello Stato di diritto.
    Draghi ha poi sollevato il tema dell'energia, in particolare lo stato delle forniture russe e l'aumento (vertiginoso) dei prezzi di approvvigionamento. «Ci aspettiamo restino regolari», ha detto più o meno l'italiano al russo. Putin non solo ha risposto di aver «sempre onorato» i contratti con l'Europa, ma ha scaricato la responsabilità dell'attuale aumento dei prezzi sugli americani, che con il no al gasdotto NorthStream2 hanno rallentato le ratifiche di Berlino. Lo zar russo ha ribadito quanto aveva detto a Macron, ancora scottato con Washington per la mancata commessa dei sottomarini Aukus: l'interesse degli Stati Uniti per i mercati asiatici avrebbe tra gli effetti collaterali quello di danneggiare le forniture in Europa.
    Dulcis in fundo l'Ucraina, il tema che più di tutti incrocia i rapporti privilegiati fra le due sponde dell'Atlantico. Anche in questo caso si è consumato un dialogo fra sordi. Draghi ha chiesto un atteggiamento «costruttivo». Putin ha risposto che la responsabilità delle tensioni crescenti al confine con l'Ucraina è americana: secondo i russi Kiev si starebbe armando con l'aiuto di «Paesi terzi», e uno di questi sarebbe la Turchia. Ankara, con la complicità di Washington, starebbe rendendo più instabili le zone del Donbass, in aperta violazione degli accordi di Minsk. Di nuovo – sempre secondo Putin - c'è una generale debolezza di Francia e Germania che non riuscirebbe a far rispettare gli accordi, né a contenere l'Ucraina, che «sta esacerbando la situazione nel Donbass anche con l'impiego di armi proibite». Una nota ufficiale del Cremlino cita esplicitamente «mezzi pesanti e droni». Lo zar russo si è detto convinto della volontà dell'Ucraina di abbandonare unilateralmente gli accordi di Minsk, facendo ricadere la responsabilità del fallimento sui russi. In sintesi: una telefonata cordiale, ma che non ha risolto nulla. Niente di nuovo nella guerra fredda che contrappone ogni giorno di più Stati Uniti ed Unione europea a Russia e Cina.
  11. NON SE NE PARLA PROPRIO : Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, invita la Commissione europea a sospendere tutte le procedure di infrazione che riguardano i dossier sulla migrazione e le frontiere nazionali. In una lettera indirizzata alla presidente Ursula Von der Leyen, il premier magiaro sollecita a congelare subito le procedure che «pregiudicherebbero le azioni degli Stati membri volte alla protezione della loro integrità territoriale e nazionale, nonché alla sicurezza dei loro cittadini». «Alla luce dell'urgenza e della grave crisi» alle frontiere con la Bielorussia, Viktor Orban ha invitato Bruxelles a «proporre l'adeguamento del quadro normativo alle nuove realtà» e ad «interrompere l'applicazione delle norme obsolete e ostruzionistiche in vigore», facendo riferimento a quanto stabilito nelle conclusioni del vertice dei leader europei di ottobre.
  12. DOVE CI SONO I SOLDI C'E' VIETTI : Alberto Cirio l'ha scelto per rilanciare FinPiemonte, un compito che giudica «oltremodo impegnativo» anche se si dice ottimista sulla possibilità di mettere a posto i conti probabilmente in rosso della finanziaria subalpina: «Ovviamente mi riservo di vedere i conti e di capire le cause. Leggo che c'è un problema di crediti deteriorati. In Finlombarda questo aspetto è stato ricondotto alla normalità con un monitoraggio costante e oggi è ben al disotto della media di sistema. La copertura delle sofferenze si avvicina al 90% e il nostro rating, secondo Fitch, è quello della Repubblica italiana. Perché Finpiemonte non può fare lo stesso?». Michele Vietti, avvocato con una lunga esperienza politica nella Dc iniziata nel Consiglio comunale di Torino e proseguita tra i gruppi cattolici che hanno appoggiato Silvio Berlusconi per poi diventare autonomi. È stato sottosegretario alla Giustizia e all'Economia, vice presidente del Csm e dal 2017 guida Finlombarda.
    Lega e Fratelli d'Italia non hanno preso bene la sua nomina.
    «Non mi risultano riserve della Lega. Ho letto che Crosetto mi accredita, bontà sua, una competenza giuridica ma dubita delle mie competenze finanziarie. Evidentemente negli ultimi tempi è stato molto preso dalle sue "guerre stellari" e non si è accorto che sono da quattro anni presidente di Finlombarda, dell'Associazione che riunisce tutte le finanziarie regionali italiane, consigliere di Abi e membro del board dell'Associazione delle banche pubbliche europee».
    Cosa porta in dote al Piemonte?
    «Ho accompagnato Finlombarda nella transizione dalla difficile situazione in cui si trovava nel 2017 agli ottimi risultati degli ultimi due anni: i prestiti alle imprese sono passati da 150 milioni del 2019, ai 300 del 2020 e ai 600 di quest'anno. E se aggiungiamo le erogazioni effettuate per conto della Regione arriveremo al miliardo. Porto in dote l'esperienza di best practice che possono essere condivise, allargando l'orizzonte degli interventi all'intero Nord-Ovest».
    Come vede il sistema produttivo piemontese rispetto a quello lombardo?
    «Si tratta di un territorio omogeneo per la qualità del tessuto imprenditoriale, duramente provato dalla pandemia e bisognoso di risorse finanziarie per avviare la ripresa e raccogliere la sfida della competitività sempre più globale: il Ticino come confine l'abbiamo superato da tempo. Ho vissuto un'esperienza che ha molte affinità con Finpiemonte».
    Cioè?
    «Finlombarda aveva attraversato una bufera giudiziaria, in tre anni aveva cambiato 4 direttori generali e Regione dubitava addirittura della sua mission. Oggi ha una governance solida con un Consiglio stabile e collaborativo, un direttore generale che viene da un'esperienza bancaria privata. Mi auguro che lo stesso possa avvenire per Finpiemonte».
    Da dove partire?
    «Intendo restituire a chi lavora nella Finanziaria piemontese l'orgoglio e la soddisfazione di farlo e credo che la società disponga di professionalità e risorse».
    È stata una scelta sbagliata pensare a Finpiemonte come una banca?
    «Forse no, ma far parte dell'albo degli intermediari finanziari è una scelta molto impegnativa e onerosa. Vuol dire essere soggetti alla vigilanza di Banca d'Italia e adottare normative stringenti sia in materia di governance che di concessione e gestione del credito, oltre a tutti gli aspetti concernenti sistema dei controlli, antiriciclaggio e così via. Bisogna essere attrezzati».
    Ne stiamo ancora pagando le conseguenze?
    «Certamente non avere piena agibilità e autonomia sul mercato finanziario è limitativo ma una società in-house con vocazione territoriale può far bene anche gestendo solo risorse regionali. Finlombarda produce un effetto leva pari a 10 volte: per un euro messo a disposizione dalla Regione se ne mobilitano 10 del sistema finanziario lombardo. Questo però esige che si ristabilisca un rapporto con le banche, perché solo il coinvolgimento dell'intero mondo del credito può smuovere le risorse che servono alle imprese».
    Come intende muoversi?
    «I prodotti Finlombarda sono per lo più in cofinanziamento con gli istituti di credito e funzionano. Bisogna pensare poi all'erogazione di servizi di consulenza alla Regione e alle imprese che vanno assistite sotto il profilo finanziario, tecnologico e della partecipazione ai bandi comunitari».
    Finpiemonte avrà un ruolo nella gestione del Pnrr?
    «Come presidente delle Finanziarie regionali sto cercando di convincere la Conferenza Stato-Regioni e il governo che le Finanziarie regionali, in quanto braccio operativo di cui dispongono tutte le Regioni, possono e vogliono svolgere un ruolo nella canalizzazione delle risorse del Pnrr dall'Europa alle imprese sul territorio. Siamo quelli che conoscono meglio i bisogni e le aspettative del tessuto produttivo e perciò ci candidiamo a veicolare dal centro alla periferia i fondi europei. Senza dimenticare quelli che verranno dalla programmazione comunitaria 2021-2027».
    Oltre 3 mila progetti presentati attraverso la Regione. Non si rischia di disperdere le risorse del Pnrr?
    «I progetti saranno verificati accuratamente e con rigore e solo quelli che avranno solide gambe per camminare potranno arrivare a destinazione. I fondi saranno erogati a saldo avanzamento lavori e perciò le cose non basterà averle scritte ma andranno fatte. Finlombarda ha deciso di aprire un ufficio a Bruxelles anche per presidiare questa fase delicata e unica di supporto finanziario e non escludo che Finpiemonte possa giovarsi di questo filo diretto con l'Europa».
  13. LA GABBANELLI NON VEDE : Siamo entrati nella grande era della transizione ecologica e in molte fabbriche si stanno facendo gli scongiuri. In assenza di un piano di riconversione rischiano di essere spazzate via dal mercato. Prendiamo un’eccellenza italiana: la filiera dell’automotive.
    Non ci sono solo Stellantis, Ferrari e Lamborghini, ma ben 2.200 imprese della componentistica, che forniscono tutti i più noti marchi dell’auto, dove lavorano 161 mila persone. Per fare un esempio: circa il 30% delle auto tedesche è fatto con parti prodotte in Italia.


    Se il Parlamento ratificherà la proposta della Commissione, in Europa i produttori di auto devono dire addio al motore endotermico (benzina, diesel) entro il 2035. E il 67% delle nostre esportazioni è diretto proprio ai Paesi dell’Unione.

    Al di là dei tira e molla sui tempi, il motore elettrico si sta imponendo e per produrlo serve il 30% di manodopera in meno. Vuol dire che se in Italia restiamo fermi a guardare, entro i prossimi quattordici anni 60 mila persone in 500 aziende perderanno il posto di lavoro.

    In 5000 stanno già rischiando il posto


    Negli stabilimenti dove producono diesel il problema c’è già adesso. Questo motore non è quasi mai utilizzato per le auto ibride e la sua quota di mercato in Europa è passata dal 54% al 26% negli ultimi tredici anni. Inoltre ci sono case automobilistiche che hanno deciso di bruciare i concorrenti sul tempo passando all’elettrico prima degli altri.
    Tra queste c’è la tedesca Vitesco che sta investendo in Romania, Ungheria e Repubblica ceca. Dal 2023 interromperà la produzione di iniettori nello stabilimento di Pisa: in 750 rischiano il posto. Alla VM di Cento, in provincia di Ferrara, oggi Stellantis, in 900 producono il diesel V6: dal 2023 questo motore non ci sarà più, ma non si sa se e come sarà sostituito.

    A Pratola Serra (Avellino), sempre Stellantis, si producono il diesel 1.600 e quello per i veicoli commerciali Ducato: i 1700 dipendenti hanno aggiunto alla produzione dei motori quella delle mascherine, ma sono comunque in cassa due settimane al mese. Alla Bosch di Bari, dove è stato inventato il diesel common rail, ci sono 1.400 posti a rischio.

    Altri 600 posti in bilico alla Marelli, oggi del fondo Kkr, dove si produce componentistica per il motore endotermico. Infine la multinazionale giapponese Denso ha grandi progetti sull’elettrico con Mazda e Toyota.
    Ma non sullo stabilimento di San Salvo, in provincia di Chieti, dove si continuano a produrre alternatori e motorini di avviamento. I dipendenti sono 1.000: in 200 andranno a casa entro l’anno, per gli altri 800 posti non ci sono certezze.

    Chi sta voltando pagina

    Paesi e case automobilistiche si dividono sulla velocità con cui affrontare il cambiamento. Le confindustrie di Italia, Germania e Francia fanno pressioni per avere tempi più lunghi. Intanto però il resto del mondo si muove.
    Negli Usa il 5 agosto scorso Biden ha firmato un ordine esecutivo: il 50% delle nuove auto vendute dovranno essere emissioni ridotte (vetture elettriche e ibride plug-in) entro il 2030. La Cina non ha per ora fissato scadenze, ma negli ultimi dieci anni ha sovvenzionato l’industria delle auto elettriche con circa 100 miliardi di dollari e sono nate 300 imprese specializzate.

    Al Cop26 sei case automobilistiche hanno firmato il documento che le impegna al 100% di immatricolazioni verdi dal 2040. Ci sono le statunitensi Ford e General Motors, la tedesca Daimler Mercedes-Benz, la cinese Byd, e la britannica Jaguar Land Rover.

    Mentre la svedese Volvo passerà totalmente all’elettrico già dal 2030. Per quanto riguarda i Paesi, hanno firmato Canada, Cile, Danimarca, India, Polonia, Svezia, Turchia e Regno Unito.
    Il processo di transizione sarà accelerato quando il gap di prezzo tra le auto elettriche e quelle a motore endotermico si ridurrà, per effetto delle economie di scala. Si stima che entro in prossimi tre anni avere e gestire un’auto elettrica sarà quindi meno costoso.

    Gli Usa di Biden si preparano a sostenere la loro filiera: il Congresso sta varando incentivi fiscali per i cittadini che comprano auto elettriche prodotte sul suolo statunitense. L’Unione Europea invece non è in grado di gestire in modo coordinato queste politiche, perché ogni Paese va per conto suo.

    La Germania, dove l’industria dell’auto è la più forte d’Europa, negli ultimi dieci anni ha innovato a macchia di leopardo e ora i sindacati frenano: secondo l’agenzia di ricerca Npm, finanziata dal governo tedesco, entro il 2030 rischia di perdere 400 mila posti di lavoro.

    Però i grandi marchi dell’industria hanno un punto di riferimento fisso e strutturato con i governi. Si chiama «Konzertierte Aktion Mobilität» (Azione concertata in materia di mobilità). Mentre a livello regionale il ministero dell’Economia organizza i «dialoghi sulla trasformazione nell’industria automobilistica».

    È una piattaforma che riunisce a scadenze fisse aziende, decisori politici e rappresentanti dei territori, per decidere le strategie per il futuro. In Italia un tavolo sull’automotive è stato messo in piedi al ministero dello Sviluppo Economico. L’incontro per parlare di politica industriale è stato soltanto uno, nel mese di luglio.

    Hanno partecipato 40 rappresentanti di associazioni, aziende e sindacati del settore, sono stati elencati i temi delle sfide, il tutto si è esaurito in una lunga serie di audizioni e poi arrivederci e grazie.

    Quel che manca all’Italia

    L’Italia potrà salvare il settore se saprà fare tre cose. La prima: attirare gli investimenti dei nuovi produttori di auto elettriche. La seconda: costruire delle giga-factory per produrre, rigenerare, riparare e riciclare batterie, senza dipendere totalmente dai cinesi.

    Vuol dire mettere in conto una collaborazione pubblico-privato, perché costruire una giga-factory richiede qualche miliardo di euro di investimento. Al momento ci sono in campo Stellantis a Termoli, la svedese Italvolt a Torino, Fincantieri in provincia di Forsinone e Faam a Taverola, vicino a Caserta. Però siamo ancora alle intenzioni, i tempi della transizione sono stretti e un vero piano industriale non c’è.

    La terza: predisporre strumenti, condivisi con il sindacato, per gestire il passaggio da un lavoro a un altro. Significa creare un fondo per la conversione del settore, con risorse che consentano la riduzione dell’orario di lavoro per dedicare tempo all’aggiornamento delle competenze.
    Per fare tutto questo servono fondi. Ma, come ha detto Mario Draghi al Cop26, i soldi per la transizione green ci sono. Il Pnrr stanzia 740 milioni per la rete delle colonnine e circa 1 miliardo nella filiera delle batterie. Quello che manca è la capacità di coordinare gli sforzi a livello nazionale, per non rimanere indietro e disperdere risorse che domani diventeranno debito.
    Il modello che funziona

    Va avanti chi si arrangia da solo: la motor valley emiliana sta facendo sistema per attirare investimenti stranieri. Tutto il tessuto produttivo sta cambiando pelle grazie alla spinta di grandi marchi, come Ferrari e Lamborghini, da una parte e una politica regionale che cerca di finalizzare i fondi europei sulla riconversione dall’altra.
    La joint venture sino-americana Silk Faw, inizierà dal prossimo anno a costruire qui la sua fabbrica di supercar elettriche. L’obiettivo è di terminare a gennaio 2024 e sono già partite le prime assunzioni. Le università emiliane e i grandi marchi dell’auto hanno creato il Muner, la Motorvehicle University dell’Emilia Romagna.

    Anche gli imprenditori del territorio si muovono. A Soliera, in provincia di Modena, un gruppo di investitori di Reggio Emilia ha fondato Reinova, un’azienda innovativa che collauda e omologa le batterie. Facendo squadra il nostro Paese può recuperare terreno, restare sul mercato e salvare l’occupazione.

    Cosa fa Stallantis?

    Anche l’ex Fiat Stellantis dovrebbe essere in campo. Negli ultimi quindici anni ha ricevuto almeno 1,5 miliardi di contributi pubblici, ma i posti di lavoro li ha costantemente ridotti. Lo scorso anno gli abbiamo dato un prestito di 6 miliardi garantiti dallo Stato in cambio di investimenti per mantenere l’occupazione sul territorio. Qualche mese fa li ha restituiti.

    Qualora intendesse liberarsi dai vincoli, ci si aspetta che lo Stato eserciti il suo potere negoziale affinché gli impegni vengano rispettati. E senza il cappello in mano.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

23.11,21
  1. LO SPEZZATINO DI TIM SAREBBE QUELLO DELL'ITALIA : Ritiro dal listino azionario e soluzione spezzatino al fine di triplicare il valore dell'investimento. Sono queste le mire di Kkr su Tim emerse alla luce della manifestazione di interesse recapitata dal fondo Usa alla società guidata da Luigi Gubitosi.
    Il 6 novembre era stata La Stampa ad anticipare l'imminente manovra riportando che l'investitore statunitense stava «valutando l'ipotesi di un intervento sulla rete di Telecom Italia, o in alternativa un ingresso diretto in Tim. Un'ipotesi più semplice da realizzare rispetto ad un'Opa che, senza un accordo con il governo, farebbe scattare il Golden Power, lo scudo contro le scalate dei gruppi stranieri». La notizia, nonostante le smentite di facciata, aveva fatto saltare sulla sedia non solo i vertici di Tim ma anche del suo primo azionista Vivendi. A distanza di due settimane è giunta la conferma.
    Con un'operazione di leveraged buyout (per metà con capitale e per metà con debito) Kohlberg Kravis Roberts & Co punta alla separazione tra rete e società di servizi che gli permetterebbe nel giro di cinque anni di raddoppiare il valore del titolo (da 0,50 a 1 euro per azione rilevata) e perfino triplicare l'investimento di capitale. Il fondo detiene già il 37,5% di Fibercop, la società in cui sono confluite la rete secondaria (dall'armadio in strada alle abitazioni dei clienti) dell'ex monopolista e la rete in fibra sviluppata da FlashFiber, la joint-venture di Tim (80%) e Fastweb (20%).
    L'assetto però non bastava più agli americani. Così è partita la nuova fase che non è stata quella dell'Opa immediata «perché sarebbe stata considerata ostile, e Kkr non vuole mettersi contro Vivendi dati i buoni rapporti che ci sono tra i vertici delle rispettive società».
    Nella vicenda i francesi (ma confermano fonti Usa) sono sempre più convinti del ruolo attivo svolto dallo stesso Gubitosi, come anticipato da La Stampa ad inizio novembre, quando il Ceo era stato a Londra «dove avrebbe incontrato gli emissari di Kkr per discutere del dossier». Le fonti già allora parlavano di «un'interlocuzione» da tempo avviata dall'ad col private equity Usa, ma anche con altri due fondi, Cvc con sede nel Regno Unito e lo svedese Eqt. Gli stessi (a cui si aggiunge Macquarie) che sono rispuntati in queste ultime ore proponendosi come alternativa.
    Da parte di Gubitosi «ci sarebbe inoltre stata un'accelerazione negli ultimi giorni dopo essere stato messo all'angolo alla luce dei deludenti numeri di gestione e il nuovo Cda fissato per venerdì 26 novembre». Prevarrebbe nei suoi confronti così una spiccata ostilità sia in Tim che in Vivendi per il fatto di aver condiviso informazioni con gli americani all'insaputa del Cda, senza le quali non sarebbe stato possibile fare una proposta. Il gruppo di Vincent Bolloré è fermo nel respingere la proposta sebbene non vi siano pregiudizi nei confronti di Kkr che considera «un fondo amico e che potrebbe essere un partner con cui avviare un percorso più circoscritto, ad esempio sulla rete».
  2. IL PIAVE MORMORO' NON PASSA LO STRANIERO: La seduta con cui ieri il consiglio di amministrazione di Tim ha preso in esame l'interesse del fondo Kkr è solo una scena del film il cui trailer è andato in onda già a fine luglio, e che è in sala almeno da un mese. La trama è semplice: racconta di un capo sotto assedio, Luigi Gubitosi, abilissimo nel districarsi tra i palazzi della politica, meno fortunato con i risultati in azienda, al punto da aver lanciato due «profit warning» – allarmi sull'andamento futuro dei conti della società – in due mesi, campanelle che hanno indotto l'agenzia di rating Standard&Poor's ad abbassare di un ulteriore gradino il giudizio sul merito di credito di una società da tempo già «spazzatura», come si dice in gergo. Il primo tempo del film si era aperto a metà estate ed era proseguito al rientro dalle vacanze, con le accuse dei francesi di Vivendi (primi azionisti col 23,8%) proprio sull'andamento del gruppo, e sul flop dell'operazione Dazn, al centro anche del recente mea culpa recitato da Gubitosi davanti agli analisti, a cui aveva ammesso di «non aver incluso il costo del calcio come invece avremmo dovuto fare» nelle previsioni poi ribassate.
    Adesso il film sta entrando nel vivo: non solo quelli di Vivendi, ma anche altri consiglieri indipendenti (sarebbero almeno 12 i consiglieri coinvolti su 15) hanno preso carta e penna chi per chiedere un cambio al vertice (i francesi, in primis), chi per sollecitare almeno uno scatto in avanti per raddrizzare una situazione preoccupante, l'ennesimo coniglio dal cilindro.
    Il giorno dopo la partenza delle missive – e la convocazione gioco forza di un cda per discuterne, venerdì che viene – ecco che il coniglio tanto invocato bussa alla porta di Tim: si chiama Kkr e vuole comprarsi, come si suol dire, tutta la baracca. Il disegno che molti intravedono è semplice: fare una scissione del gruppo, dividere la rete dalla società di servizi, e dai 50 centesimi offerti grazie all'estrazione di valore far salire il titolo almeno a un euro. Per la gioia di Kkr (che in pochi anni potrà anche triplicare la parte di capitale investita) e di chi sarà il suo compagno di viaggio. Il fondo, tra le altre cose, lega l'operazione non solo gradimento degli amministratori della società, ma anche al supporto del management. Di Gubitosi, per l'appunto, che sul punto mostra di voler accelerare mentre Parigi tira il freno a mano.
    L'arrivo repentino di Kkr manda su tutte le furie Vivendi a cui sorge un sospetto: ossia che dietro tanto tempismo ci possa essere un ruolo, in regia, dello stesso Gubitosi. Molti ricordano le indiscrezioni dei viaggi a Londra del manager per incontrare i vertici di Kkr, che certo è pure consocio di Tim col 37,5% in FiberCop, la società della rete secondaria dell'ex monopolista. Molti si domandano, senza avere risposta, se Gubitosi abbia o meno illustrato in prima persona a esponenti del governo (che è stato informato, questo è chiaro) il progetto di Kkr. Se abbia o meno condiviso, senza mandato, informazioni con l'esterno. Domande oggi senza risposta. Fatto sta che anche nel consiglio di ieri i toni sarebbero stati assai aspri, non solo dai francesi ma anche da parte di altri consiglieri e sindaci. Dentro Vivendi, in buona sostanza, riterrebbero che il manager abbia quantomeno sottaciuto l'interesse di Kkr. Così secondo indiscrezioni gli uomini di Vincent Bolloré, gran patron di Vivendi, starebbero valutando perfino di ricorrere alle vie legali sul comportamento del manager. Insomma, il film è pronto per il secondo tempo. La scena sarà il consiglio di venerdì dove ai punti all'ordine già previsti – strategie e organizzazione – potrebbero aggiungersene ora altri. In particolare relativi alla governance. Sul tavolo potrebbe arrivare la proposta di sfiduciare un manager che però, come un gatto, mostra di avere le proverbiali sette vite.
  3. DIO DACCI UN NUOVO GIOVANNI PAOLO II : Mustafa Murshed Al-Raimi, yemenita di 37 anni, è stato seppellito ieri mattina nel cimitero tataro di Bohoniki, vicino al confine con la Bielorussia, dalla comunità musulmana locale. La sua tomba, decorata da rami di abete e circondata da pietre, ora sta vicino ad altre due identiche, quella del 19enne siriano Ahmed Al-Hassan e quella di un migrante africano ignoto. «Nessuno merita di morire nella foresta», dice più volte l'imam durante il rito. Mustafa è una delle 13 vittime della foresta di Bia?owie?a, al confine tra Polonia e Bielorussia, dove da mesi sono intrappolati migliaia di migranti, spinti da Lukashenko e respinti da Varsavia. Conosciamo il numero di morti di freddo e di stenti solo grazie alle Ong che lavorano lungo la frontiera. Perché la zona è blindata a occhi e aiuti, nessuno può entrare, nessuno può uscire, nessuno sa cosa succede.
    Appena ci si avvicina troppo alla zona blindata da militari, check-point e filo spinato arriva subito un sms: «Il confine polacco è sigillato. Le autorità bielorusse vi hanno mentito. Tornate a Minsk! Non accettate nessuna pillola dai soldati bielorussi». Firmato: il governo polacco. Il timore è che la sconfinata foresta nasconda altre vittime, o chi lo potrebbe diventare presto. Come San, un bambino iracheno di cinque anni, scomparso del nulla. Con la madre si stava nascondendo nella zona rossa da 15 giorni quando si è perso, inghiottito nel buio. La madre, Eman, ha raccontato ai soccorritori che «ogni notte i bielorussi ci trasportavano in Polonia e i polacchi ci respingevano». Alla fine la donna è svenuta, e si è risvegliata, sola, in un ospedale polacco. Dove sia San non si sa. Forse è ancora nella foresta di Bia?owie?a.
    Entrare nell'ultima foresta primordiale rimasta in Europa è un distillato di paura, primordiale anch'essa. La barriera di filo spinato è quasi rassicurante, un segno che qualcuno da lì è passato. Per superarla si attraversano invisibili varchi, che vengono aperti ogni notte con martinetti rudimentali, e poi richiusi, o gettando tronchi da usare come ponti. Il buio è assoluto, il freddo è indicibile, con le temperature che arrivano a -7° e una nebbia ghiacciata che bagna le ossa.
    Un passo falso e ti inzuppi i piedi negli acquitrini, nascosti sotto gli aghi di pino. Anche con abiti termici, calzature impermeabili e tutto quello che può servire a scaldarsi, bastano poche ore perché il gelo di Bia?owie?a ti sconfigga. E chi si nasconde qui non ha certo dotazioni termiche di ultima generazione. A terra ci sono i segni di chi è passato: c'è un test antigenico di un ragazzo iracheno, il visto «turistico» per la Bielorussia di un siriano, in una buca scavata in terra, forse per dormire, il brandello di una coperta blu e una bottiglia vuota. La lampada frontale illumina un giacchino da bambino tra le foglie. E ora come farà? Ma non è solo il freddo. È il buio assoluto, i latrati dei cani in lontananza (saranno quelli dei soldati?), il vento che sibila incessantemente. Dopo una sola ora il senso dell'orientamento è perduto, i sensi intorpiditi, il battito rallentato, camminare e pensare diventano difficili. Macjek, che nella foresta ci vive, tira fuori il thermos di tè caldo e dolcissimo, si siede su un tronco: «Non devi bagnarti i vestiti, sennò...», sennò muori. Ma è impossibile non bagnarsi con questa nebbia che diventa pioggia e poi nevischio, che impregna la terra, l'aria. Per questo ogni notte, Macjek esce dalla sua casa di legno scuro, anche lei «prigioniera» della zona rossa, e dissemina la foresta di cappelli di lana, calze e barrette energetiche: «Nessuno dovrebbe passare neanche una notte qui, non è per gli uomini, il freddo fa morire, ma la foresta fa impazzire», sentenzia.
    Oggi è in programma un altro funerale, a Bialyostok, nella stessa città che ieri ha ospitato la marcia organizzata dal partito Konfederacja, la destra della destra. Una messa nella chiesa di St. Roch, poi la manifestazione in onore dei «soldati e dei poliziotti che ci proteggono dall'attacco». E mentre Varsavia sostiene che le guardie di frontiera «hanno registrato 208 tentativi di varcare il confine», il premier Morawiecki, dice che «questo è il più grande tentativo di destabilizzare l'Europa» dalla fine della Guerra Fredda. E avverte: «Oggi l'obiettivo è la Polonia, domani sarà la Germania, il Belgio, la Francia o la Spagna», e Lukashenko ha il «sostegno dietro le quinte di Putin»
  4. TAVARES NON RISPONDE ALLA MIA PROPOSTA DI PRODURRE MICROCHIP A MIRAFIORI : Da diversi mesi i grandi costruttori automobilistici stanno valutando diverse opzioni per affrontare la crisi dei chip. Una dei queste è l’apertura di canali sempre più diretti con i produttori di semiconduttori. La prima Casa a muoversi in tale direzione è la Ford, che ha siglato uno specifico accordo con una delle maggiori realtà del mondo dei chip, la statunitense GlobalFoundries.
    L’accordo di Dearborn. Le due aziende americane hanno, in particolare, sottoscritto, un'intesa non vincolante per avviare una collaborazione strategica sulla produzione di chip negli Stati Uniti e migliorare le forniture di semiconduttori progettati specificatamente per le esigenze dell’Ovale blu. La Ford acquista già semiconduttori dalla GlobalFoundries, ma la partnership consentirà di intavolare discussioni dirette su come accelerare la produzione e gli approvvigionamenti. Inoltre, è previsto l’avvio di attività di ricerca e sviluppo congiunte in grado di soddisfare la crescente domanda di microprocessori sempre più evoluti, tra cui soluzioni per i sistemi di assistenza alla guida, sistemi di gestione delle batterie e delle reti di connessione. La Ford e la GlobalFoundries hanno anche in programma di valutare ulteriori opportunità per la produzione di semiconduttori adatti alle richieste dell’intera industria automobilistica.
    Solo un primo passo. L’accordo, che non prevede esplicitamente eventuali partecipazioni incrociate tra le due aziende: è considerato solo un primo passo di una collaborazione in futuro sempre più stretta, che, in ogni caso, non prevede l’impegno della Ford a produrre internamente semiconduttori. L’obiettivo dell’Ovale blu è sostanzialmente quello di aumentare le sue capacità progettuali sull’esempio di quanto già fanno altre Case come la Tesla. "È fondamentale creare nuovi metodi di lavoro con i fornitori per dare alla Ford - e all'America - una maggiore indipendenza nella fornitura delle tecnologie e delle funzionalità che i nostri clienti apprezzeranno maggiormente in futuro", ha affermato Jim Farley, presidente e amministratore delegato della Casa di Dearborn. "Questo accordo è solo l'inizio e una parte fondamentale del nostro piano per integrare verticalmente le tecnologie e le capacità chiave che distingueranno Ford nel lontano futuro”. “GlobalFoundries - ha aggiunto il numero uno Tom Caulfield - si impegna a costruire alleanze innovative con le aziende leader a livello mondiale per abilitare le funzionalità dei prodotti che sono pervasivi nella vita delle persone. Il nostro accordo con la Ford è un passo avanti fondamentale nel rafforzamento della cooperazione con le Case automobilistiche per stimolare l'innovazione, portare nuove funzionalità più rapidamente sul mercato e garantire un equilibrio tra domanda e offerta a lungo termine".
    Le mosse di GM. La stessa strada della Ford è seguita anche dalla General Motors. Il colosso di Detroit, con l’obiettivo di ottimizzare i sistemi hardware e software e salvaguardare la propria catena di approvvigionamento di semiconduttori, ha in programma di lanciare una strategia che riduca di almeno il 95% la varietà dei microprocessori utilizzati. Il presidente esecutivo, Mark Reuss, ha spiegato che i fornitori dovranno lavorare su tre famiglie di chip progettate insieme ai produttori di semiconduttori. A tal fine, la GM ha avviato collaborazioni con Qualcomm, StMicroelectronics, Tsmc, Renesas, Onsemi, Nxp e Infineon. "Gli accordi strategici con i fornitori, i programmi congiunti di ricerca e sviluppo e la collaborazione nella produzione ci aiuteranno davvero a sfruttare appieno il potenziale delle piattaforme Ultium e Ultifi e a fornire dispositivi ad alto volume e molto mirati", ha aggiunto Reuss.
    L’iniziativa di Bruxelles. Intanto, qualcosa si muove anche in Europa, dove la Commissione europea ha annunciato una revisione delle attuali normative sugli aiuti di Stato per agevolare gli investimenti nel campo dei semiconduttori, aumentare la produzione e quindi ridurre la dipendenza dall’estero. "In considerazione della situazione eccezionale nel settore dei semiconduttori, della loro rilevanza e della dipendenza dall'offerta da un numero limitato di imprese in un contesto geopolitico difficile, la Commissione può prevedere l'approvazione di sussidi per colmare potenziali carenze di finanziamento", in particolare per la creazione di "strutture uniche" nel Vecchio Continente. Gli aiuti, soggetti comunque a "solide salvaguardie in materia di concorrenza”, rientrano in una più ampia strategia di sostegno degli sforzi degli Stati su "importanti progetti paneuropei di comune interesse europeo, che superino congiuntamente i fallimenti del mercato consentendo innovazioni pionieristiche e investimenti infrastrutturali nelle principali priorità verdi e digitali, vale a dire idrogeno, cloud, salute e microelettronica".
  5. LA FORZA DELLA LEGGE DALLA PARTE DELLA FIAT : La General Motors subisce un’altra sconfitta nella disputa che, ormai da alcuni anni, la vede contrapposta alla filiale americana della Fiat Chrysler Automobiles. La controversia legale è nata dal caso delle tangenti pagate da FCA, oggi confluita nel gruppo Stellantis, ad alcuni sindacalisti dello Uaw. David Allen, giudice della corte statale della contea di Wayne, ha respinto tutte le accuse mosse dal costruttore guidato da Mary Barra.
    Nessuna prova. "Anche il dramma più avvincente deve alla fine raggiungere una conclusione", ha scritto Allen nella sentenza emessa il 15 ottobre, sottolineando come la General Motors non sia riuscita a dimostrare il nesso di causalità e i danni subiti dalle pratiche illegali perpetrate dalla controparte e da alcuni suoi dirigenti. Ciò, spiega il giudice, nonostante il costruttore abbia presentato alla corte un “resoconto accattivante sulle azioni condotte da oltre una dozzina di persone per oltre un decennio".
    La causa. La disputa tra le due Case automobilistiche è legata a un'indagine condotta dalle autorità federali su tangenti pagate, a partire dal 2009, ai sindacalisti americani per ottenere una serie di vantaggi durante le trattative di rinnovo dei contratti di lavoro collettivi. La Fiat Chrysler si è già dichiarata colpevole per l’accusa di cospirazione e ha ammesso in un tribunale federale di aver fornito ai leader sindacali milioni di dollari in tangenti in sette anni. Tra gli imputati nella causa, ora archiviata, figurano gli ex manager Al Iacobelli e Jerome Durden, entrambi condannati al carcere. A sua volta, GM aveva promosso, a livello federale, una causa contro FCA, affermando che la corruzione aveva determinato una serie di vantaggi indebiti e condizioni favorevoli nei contratti di lavoro per il gruppo italoamericano.
    Le archiviazioni. Anche in questo primo caso, associato a una richiesta di risarcimento danni multimiliardaria, un giudice aveva respinto tutte le accuse e disposto l’archiviazione, ma l’azienda di Detroit non si era data per vinta e ha cercato di ottenere ragione nelle aule delle corte statali di Detroit e Cincinnati, sebbene nella prassi giuridica americana sia quasi impossibile ottenere parere favorevole su un procedimento archiviato. In ogni caso, GM non pare intenzionata ad arrendersi, neanche di fronte all’ultima sentenza: "Siamo rispettosamente in disaccordo e stiamo considerando le nostre opzioni legali". "Come abbiamo già detto - ha invece replicato FCA - la causa originale è infondata. Continueremo a difenderci con forza".

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

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Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

22.11.21
  1. LA   VIOLENZA NON HA LIMITI Tra febbraio e marzo del 2020 ventimila profughi siriani raggiunsero il fiume Evros, confine di terra tra la Turchia e la Grecia. La Turchia aveva aperto i suoi confini occidentali, organizzato decine di pullman per lo più con cittadini siriani diretti verso l'Europa. La Grecia, allarmata da una nuova ondata migratoria, adottò misure drastiche, mise in campo le truppe per respingere le persone ammassate ai confini e chiese aiuto alle istituzioni europee.
    La risposta arrivò dalle più alte cariche europee, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Parlamento David Sassoli che – raggiunti i confini della penisola ellenica per sostenere i respingimenti di massa– definirono la Grecia «scudo d'Europa».
    Poco importava che il principio di non respingimento (non refoulement), pilastro del diritto internazionale sulla richiesta di protezione umanitaria, non venisse rispettato.
    La ragione per cui, improvvisamente, ventimila siriani si ritrovarono ammassati lungo il fiume Evron era che la Turchia li stava usando come arma di ricatto verso l'Europa.
    Poche settimane prima 36 soldati turchi erano stati uccisi a Idlib dove la Tuchia stava cercando di arginare l'avanzata di Assad e di Putin. Erdogan aveva chiesto supporto militare alla Nato, ma invano.
    Dopo giorni di richieste respinte al mittente, Erdogan decise di aprire i confini e ricordare così all'Europa che in Turchia vivono 3 milioni e mezzo di siriani e che il controllo delle frontiere aveva un prezzo diplomatico e militare. Che avesse un prezzo economico Erdogan l'aveva già capito cinque anni prima, nell'estate del 2015, quando un milione di persone aveva attraversato i Balcani. In Europa tornarono i muri, le barriere e il filo spinato, vennero costruiti tre hotspot sulle isole dell'Egeo per trattenere le persone migranti e rendere più agili i respingimenti in Turchia e si fissò un budget per arginare il flusso migratorio: sei miliardi di euro che l'Europa avrebbe versato ad Ankara.
    Lo scorso luglio, quando gli accordi economici con la Turchia sono stati rinnovati e rafforzati, Catherine Woollard, direttrice del Consiglio europeo per i rifugiati ed esiliati a Bruxelles, si è detta preoccupata perché «la Turchia è ormai in grado di chiedere tutto ciò che vuole dall'Unione ed è anche in grado di agire come vuole a causa della dipendenza creata dall'accordo Ue-Turchia». Tradotto significa che è vero che i Paesi come la Turchia vanno supportati economicamente perché ospitano milioni di siriani mentre l'Europa fatica a ospitarne qualche decina di migliaia ma significa anche che continuare a elargire denaro in cambio della gestione dei flussi migratori ha reso l'Europa altamente ricattabile.
    La rappresentazione di questa ricattabilità è plastica, da settimane, al confine tra la Bielorussia e la Polonia.
    La cronaca degli eventi è tristemente nota e anche in questo caso parte da lontano, dalle elezioni presidenziali del 2020 in Bielorussia, di cui Lukashenko si è intestato la vittoria nonostante le denunce di brogli. Dopo le proteste degli elettori, il regime di Minsk ha risposto brutalmente, con una drastica repressione del dissenso e un'ondata di arresti di attivisti e oppositori politici. I governi europei hanno rivendicato il rispetto dei diritti civili, non hanno riconosciuto il risultato elettorale imposto da Lukashenko e hanno ospitato la leader dell'opposizione al regime Svetlana Tikhanovskaya che vive in esilio.
    Atti a cui si sono aggiunti diversi pacchetti di sanzioni economiche.
    Lukashenko ha risposto provocando. Prima dirottando un volo Ryanair dalla Grecia alla Lituania costringendolo ad atterrare a Minsk e arrestando un passeggero, Roman Protasevich, un giornalista dissidente bielorusso che viveva in esilio.
    Poi usando la migrazione come arma per esercitare pressioni diplomatiche.
    È infatti dopo il quarto pacchetto di sanzioni – lo scorso maggio - che Lukashenko ha pianificato una rotta migratoria inedita, viaggi organizzati da agenzie che offrono pacchetti che dal Medio Oriente arrivano ai confini europei via Minsk, al prezzo di 3000 dollari tutto compreso, sia il visto sia la scorta degli uomini di Lukashenko nelle foreste. Poco importa se nel tragitto qualcuno muore di freddo. La settimana scorsa, mentre la Polonia schierava quindicimila soldati al confine con la Bielorussia, legalizzando i respingimenti e costruendo recinzioni di filo spinato, l'Unione Europea ha concordato nuove sanzioni contro Minsk, le quinte, contro «persone, compagnie aeree, agenzie di viaggio» e in generale tutti coloro che risultino coinvolti nella spinta illegale verso i confini europei.
    Sono i mezzi della diplomazia europea finita nel cul de sac studiato e progettato da Lukashenko.
    La migrazione come fronte di una guerra ibrida, i corpi dei rifugiati usato come arma da un regime che continua a provocare l'Europa, svelando le sue contraddizioni.
    Sullo sfondo c'è l'intensificarsi della battaglia di Varsavia con le istituzioni dell'Ue sullo stato di diritto. La Polonia è stato infatti uno dei pochi Paesi europei a rifiutarsi di accogliere i migranti proprio durante l'emergenza migratoria sulla rotta balcanica del 2015 e da allora, sei anni fa, ha sempre rifiutato le quote di ricollocamenti per i rifugiati. Oggi, in piena crisi sul confine bielorusso, la Polonia per uscire dall'emergenza dovrebbe chiedere aiuto a Frontex, l'agenzia di frontiera Ue, ma farlo significherebbe indebolire le posizioni contro l'immigrazione del governo di Varsavia.
    Un vicolo cieco che Lukashenko è riuscito a costruire a misura delle fragilità dei governi europei che oggi devono decidere quali mezzi usare per gestire un flusso nuovo, non figlio di una crisi contingente ma creato a tavolino per fare pressione diplomatica e ottenere riconoscimento.
    E perché no? Anche denaro.
    La tragedia che si sta consumando sui confini orientali dell'Europa ha sì le sue responsabilità nel cinismo di Lukashenko ma affonda le radici nel paradigma creato dall'Europa da sei anni a questa parte per arginare un fenomeno, quello migratorio, che non riesce a gestire.
    Un paradigma creato sull'attenzione ossessiva alla militarizzazione dei confini, e che ha eroso nel tempo il concetto stesso di asilo e protezione umanitaria: denaro in cambio di sicurezza. Poco importa se i soldi finiscono nelle mani di regimi autoritari.
    Poco importa se bisogna concedere qualche spazio di manovra diplomatica a regimi trentennali come quello di Minsk.
    È il prezzo della nuova diplomazia, quella agita sulle vite migranti. —
  2. LA VITA UMANA NON VIENE RISPETTATA: Ai margini della foresta Bia?owie?a, dove chissà in quanti lottano ancora per sopravvivere a freddo, fame e orrore, si stanno scontrando due mondi: quello della diplomazia e quello reale. Nel primo mondo ci sono le denunce e le promesse, i colloqui, come quello di domani in Lituania, tra il premier polacco Morawiecki e la omologa Simonyte, per affrontare «l'attacco all'Ue da parte del regime bielorusso di Lukaschenko». Nel mondo reale ci sono i volontari e i medici delle Ong che senza tregua, da mesi, costeggiano l'invalicabile confine per prestare soccorso, e c'è la e la società civile che protesta perché questo braccio di ferro giocato sulla pelle dei migranti abbia fine. Ieri sono scesi in piazza a Varsavia, per manifestare solidarietà ai profughi e chiedere l'apertura di corridoi umanitari. In contemporanea, a Hajnówka, si sono radunate in una marcia le mamme polacche. Hanno viaggiato dai quattro angoli del Paese per arrivare in un luogo simbolo, la cittadina chiamata la «porta d'ingresso» della foresta Bia?owie?a, a poche decine di metri dalla zona rossa in cui sono bloccati i migranti. «Vedi sono così vicini – dice Kaja Jasienko, 41 anni –, eppure non li possiamo aiutare. Tutto questo è assurdo». Kaja ha viaggiato in autobus con altre madri da Breslavia, ci hanno messo quasi dieci ore: «La Polonia sta calpestando i diritti umani fondamentali, il diritto alle cure, il diritto alla sopravvivenza. La verità, al di là dei discorsi politici, è molto semplice: bisogna aprire corridori umanitari, portare aiuti e farlo subito. Non possiamo stare qui senza fare nulla, di tutto il resto ne discuteremo dopo. E non serve essere una madre per capirlo». Tra le donne a Hajnówka c'è anche Tineke Ceelen, direttrice Dutch Refugees Foundation: «La situazione dei richiedenti asilo in Europa si sta deteriorando, lo vediamo in Grecia, Italia, nelle enclave spagnole e ora in Polonia. Il modo in cui vengono trattati qui, respinti senza che i medici li possano raggiungere e aiutare, è vergognoso. Nella foresta ci sono bambini, donne incinte, anziani, molti di loro sono più morti che vivi, e questo sta succedendo ai confini dell'Europa, mentre l'Europa non fa nulla».
  3. NONOSTANTE TUTTO LA STORIA POTREBBE RIPETERSI : In una Santiago dal clima desertico, non piove da due mesi e l'umidità è sotto il 20 per cento, i cileni sanno che le elezioni di oggi potranno segnare la fine di un'epoca, spazzando via 40 anni di leadership e partiti tradizionali. I sondaggi vanno presi anche qui con le pinze, ma tutti concordano sul fatto che al ballottaggio andranno il candidato della sinistra Gabriel Boric e quello di estrema destra José Antonio Kast. Il primo ha 35 anni, ex leader del movimento studentesco e uno dei pochi politici usciti indenni dalle manifestazioni del 2019. Il secondo è amico di Bolsonaro e nostalgico di Pinochet, populista e nazionalista. Molto diversi ma simili nel rifiutare, almeno in campagna elettorale, i compromessi degli ultimi governi, quei «passi lenti» che, alla fine, hanno scontentato tutti.
    Non è un caso che il candidato di centrodestra Sebastian Sichel e quella del centrosinistra, la democristiana Yasna Provoste, rincorrono da dietro, impegnati più che altro a salvare la baracca, garantendo un drappello di seggi in Parlamento ai loro partiti. Boric non chiude la porta a nessuno ma tira dritto, puntando soprattutto sulla classe media insoddisfatta del modello economico. Lo accompagnano giovani formati nelle università pubbliche, ecologisti, femministe alla testa dei cortei di due anni fa. Come Nicole Martinez, un'ingegnera civile di 29 anni che sognava di diventare giocatrice di pallacanestro. Candidata alla Camera, da due mesi distribuisce i suoi santini nei quartieri di classe media di Nuñoa e Providencia. La trovi ai semafori la mattina presto o fuori dalle stazioni della metropolitana per intercettare i pendolari; militanza e suole delle scarpe consumate, come si diceva un tempo. «La dittatura ha diffuso il concetto che la politica era qualcosa di cui è meglio non occuparsi, che la gente comune deve pensare a lavorare e alla propria famiglia. I governi che sono venuti dopo hanno coltivato questa idea. Ora le cose sono cambiate, i cileni si sono resi conto che tutto è politica, dalle pensioni private agli ospedali che non funzionano, agli stipendi che non ti fanno arrivare a fine mese».
    Bastano dieci minuti di taxi per andare a Las Condes, dove si trova il quartier generale di Kast. È lui la vera sorpresa di questo voto, il suo consenso è cresciuto molto negli ultimi due mesi grazie ad una campagna capillare nelle periferie e sui social. Ha pochi cavalli di battaglia, concetti semplici ripetuti senza sosta; difesa della famiglia, mano dura contro la criminalità, incentivi al libero mercato. Lo slogan è «Atrevete», provaci, rischia, prendi coraggio. Per sintonizzarsi sul malcontento popolare punta il dito contro gli immigrati. In Cile vivono oggi mezzo milione di venezuelani e almeno 200.000 haitiani, i primi sono entrati per lo più in via clandestina attraversando il grande deserto di Atacama, al confine con la Bolivia, i secondi stati ricevuti come rifugiati nel secondo governo Bachelet. La crisi economica provocata dalla pandemia li ha fatti diventare indesiderabili, Kast propone di costruire un gigantesco fossato nel deserto, la versione cilena del muro di Trump. «Kast batte su questo tasto perché sa che l'intolleranza esiste e fa guadagnare voti – spiega Tomas Mosciatti della radio Bio Bio –, ma la crisi migratoria è reale e frutto della mancanza di pianificazione degli ultimi due governi di Bachelet e Piñera».
    Il fantasma di Pinochet non rappresenta uno spauracchio per la nuova destra cilena. I giovani di Kast, nati dopo la fine della dittatura, condannano gli abusi del regime ma non si vergognano a rivendicare quel modello economico. A soli 25 anni Maida Moncada è la capo gabinetto del comando elettorale. «Molti pensano che i giovani in Cile siano tutti di sinistra, ma non è vero. Noi vogliamo un Paese migliore, ma non scendiamo in piazza a distruggere tutto. Difendiamo la famiglia, i valori tradizionali, crediamo che lo Stato deve proteggere il lavoro dei cileni e punire i delinquenti. Vogliamo migliorare questa nostra democrazia». Il discorso di Kast sfonda nei quartieri popolari, dove la mancanza di lavoro e la delinquenza si fanno sentire; Boric attrae i delusi del centrosinistra e quei moderati che non vogliono pericolose sbandate a destra. Tutto è aperto e non poteva essere altrimenti, considerando il terremoto politico degli ultimi anni.
    Il presidente uscente Piñera si è recentemente salvato da un impeachment per il caso Pandora Papers, ma la sua popolarità è bassissima.
    Preoccupa la situazione economica; in pandemia il governo ha elargito una pioggia di aiuti pubblici equivalente all'intero Pil nazionale ed è stato permesso ai cileni di ritirare parte dei risparmi accumulati nei fondi pensionistici privati; il conto ricadrà sul prossimo inquilino della Moneda. Il Presidente e il congresso si troveranno a metà 2022 con la nuova Costituzione che avrà, data la composizione dell'assemblea che la sta scrivendo, una forte impronte progressista. È come se a metà partita l'arbitro decidesse di cambiare le regole del gioco. Non saranno, chiunque vincerà, tempi facili.
  4. UNA REALTA' CHE SI PREFERISCE IGNORARE :Il freddo, negli ultimi giorni è aumentato, ma non si è ancora fatto pungente (ieri all'alba 5 gradi). Eppure, rispetto ai mesi scorsi, sembra aumentato il numero di senza dimora accampati in strada nel cuore di Torino. Mai visti così tanti: lo dice chi abita in centro, lo ribadiscono da Porta Palazzo. «Una segnalazione dietro l'altra, quattro clochard in più solo nell'ultima settimana» conferma Ida Testa, coordinatrice torinese dei City angels, i volontari che aiutano chi vive per strada.
    Un paradosso, all'apparenza. Che però, a sentire diversi esperti del settore, ha una spiegazione. L'incancrenirsi delle difficoltà economiche figlie della pandemia, nell'ultimo anno, ha aumentato il numero di persone in difficoltà. Le quali, dopo aver trovato sistemazioni che davano meno nell'occhio (come le panchine dei giardini pubblici), col freddo scelgono luoghi coperti. E dunque i portici del salotto di Torino, sotto i quali si incontra la maggior parte dei clochard. I dormitori? Tanti non si fidano. Oppure, per pudore, non si avvicinano. «E il numero dei posti, in queste strutture, è ridotto causa Covid», sottolinea Testa.
    Affanni di una fetta di città che si portano dietro un problema di decoro. Cartoni, borse, coperte, macchie di urina: questo si incontra sempre più spesso sotto i porticati. Masserizie e sporcizia che, nella città la cui nuova giunta ha annunciato un approccio più soft del passato al tema dei senzatetto, stanno facendo storcere il naso a molti residenti e commercianti. Da valutare se - e quanto - il trend sarà invertito con l'apertura del campo per l'emergenza freddo in via Traves, avvenuta ieri sera.
    Sotto i portici di via Viotti, dietro via Roma, sono accampati sette clochard in quaranta metri. Sotto il palazzaccio, davanti al Duomo, sono dieci, con cartoni e coperte al seguito. Piazza San Carlo è la foto della doppia Torino: sotto il Cavàl 'd Brons gli stand delle Atp Finals, dietro le colonne del porticato tre senzatetto: «Ho perso casa e lavoro», il cartello davanti a una coperta. E poi le volte sotto la Porta Palatina, piazza Carlo Alberto, le tettoie di piazzale Valdo Fusi. E i portici di piazza della Repubblica: tutti spazi in cui qualcuno ha trovato rifugio.
    Chi sono? «Dall'inizio della pandemia il numero senza dimora è aumentato del 30%. Tanti sono italiani che hanno perso il lavoro o papà separati» dice Testa. I dormitori? «Molti si vergognano - dice Sergio Rosso, presidente degli Asili Notturni - E poi stare sotto i portici e fare l'elemosina è più redditizio».
    Cresce il numero di senzatetto e cresce la tensione. In via Viotti residenti e commercianti si stanno organizzando per manifestare la loro rabbia. «Si spogliano e fanno i loro bisogni davanti a tutti, di notte urlano» raccontano da un negozio in zona. A Porta Palazzo, dopo la protesta di giugno degli ambulanti, ora arriva quella dei residenti.
    In piazza della Repubblica 3, sotto il cui portico da mesi una donna è accampata con bottiglie, coperte, anche un fornellino: «È una persona con problemi mentali, cui spesso i volontari portano cibo e medicine - racconta Mauro B.- L'amministrazione se ne faccia carico o da qui non se ne andrà mai».
  5.  RICHIESTA INDENNIZZO  PER EFFETTO VACCINO ? A La Zanzara su Radio 24 il re del porno amatoriale Alex Magni dice: “Sono stato fermato per 48 ore. Sono andato coi no vax in piazza e ho tirato fuori il pisello. Dopo il vaccino non ho più erezioni come una volta”. Il pornoattore toscano, fondatore della casa di produzione 100 x 100, specializzata in scene con casalinghe e donne comuni munite di mascherina, racconta cosa è successo: “Ero lì, ho tirato fuori il pisello urlando ‘io non funziono più’, poi è arrivata una manganellata… e mi sono risvegliato in stato di fermo”.
    Ma cosa sei andato a fare?: “Sono andato a far casino, sono vaccinato ma non ho più erezioni come una volta, io ci lavoro con il cazzo. Io ero insieme ai no vax, nonostante fossi vaccinato, perchè ho grossi problemi. Ho fatto visite dall’andrologo e da un urologo ma non ho più l’erezione di una volta. E tutto questo dopo il vaccino. Ero lì in mezzo ai no vax a berciare (urlare ndr), mi è arrivato un manganello dritto in testa, sono svenuto e mi sono risvegliato in stato fermo”.
    “Mi sono vaccinato un mese fa - aggiunge Magni - e dopo dieci giorni ho notato questi problemi nell’erezione, io ce l’ho sempre avuto di pietra”. Perché ti hanno fermato, con quali accuse?: “Oltraggio al pudore, atti osceni in luogo pubblico, ho tirato fuori un pisello di un centimetro e mezzo, come un dito mignolo. Ora come faccio a lavorare?”

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

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21.11.21
  1. CONTE E' UN LEADER IMPOSTO SENZA AUTOREVOLEZZA.
  2. CONVIENE INSISTERE SUL GREEN PASS OBBLIGATORIO VISTO CHE SI PERDE MOLTO PERSONALE OSPEDALIERO  PER CURARE I MALATI ?
  3. PERCHE' SI CURANO I FUMATORI ED I TOSSSICODIPENDENTI E QUALCUNO STA PROPONENDO PER LA PRIMA VOLTA DI NON CURARE CHI NON SI E' VACCINATO  NONOSTANTE I VACCINI SIANO PAGATI ANCHE DAI NON VACCINATI?
  4. ORMAI LA  VERITA' SUL VIRUS COVID NON LA SI CERCA NEPPURE PIU' E  SI E' CREATA UNA FAZIOSITA' NAZIONALE, NELLO SCHIERARSI FRA VACCINATI E NON VACCINATI CHE NON HA ALCUNA RAGIONE !
  5. ORMAI NON CI SONO PIU' RAGIONI SANITARIE MA LA FURBATA DEL GRENN PASS HA SPACCATO IL PAESE :   Districarsi nel mondo delle bollette è sempre stato difficile per tutti. Così da sempre ci dicono gli italiani. Sono complicate soprattutto le letture delle fatture che ci arrivano nella cassetta della posta e che ci comunicano numeri e unità di misura tra costi vivi e i più cari "trasporti".
    Da un paio di settimane circa a tutto questo dobbiamo aggiungere una speciale sensibilità dei cittadini che per il 76,6% dei casi ha iniziato ad indicare un aumento generalizzato dei prezzi principalmente tra alimentari e costi dell'energia. Inoltre il 47,5% teme pure un Natale 2021, come quello dello scorso anno, con tutte le restrizioni possibili. Tutto appare come se, oltre al carovita, si aggiungessero delle importanti limitazioni nel nostro comportamento sociale. Infatti, nonostante tutte le campagne di informazione e di sensibilizzazione nei confronti del Covid e dei vaccini, esiste ancora forte e combattiva una parte della popolazione, sicuramente minoritaria, che non è propensa a vaccinarsi. Indubbiamente ci sono state delle negligenze, tuttavia ad oggi il Paese Italia appare diviso in due parti contrastanti in cui una grande maggioranza silente e vaccinata sta piano piano diventando molto severa e rigida nei confronti di chi non rispetta le regole sanitarie suggerite.
    Tra coloro che sono stati vaccinati il 76,7% è favorevole oggi ad un lockdown esclusivo per i «non vaccinati». E questo dato trova supporto tra tutti gli elettorati in maniera trasversale. Attraverso i media l'effetto della pressione sociale dei vaccinati non emerge al pari di coloro che nutrono un forte disagio nei confronti del vaccino. E così anche se un lockdown ad personam per chi non è vaccinato risulta essere un difficile percorso, perché oltre ad essere faticoso da sottoporre a controlli, è sensibile di discriminazione tra le persone; nel momento in cui una regione dovesse cambiare colore per l'aumento dei casi verrebbe a crearsi un crash sociale importante soprattutto per gli operatori economici, già duramente colpiti non solo dalla pandemia, ma anche dalle manifestazioni No Vax che hanno imperversato in molte città. Su questa linea il 51,1% degli italiani vaccinati è favorevole a vietare queste manifestazioni, mentre il 29,3% desidererebbe fossero limitate in aree ben definite delle città.
    A questo dobbiamo aggiungere che l'83,2% tra gli italiani maggiorenni -il 92% tra i soli vaccinati - ritiene queste manifestazioni pericolose per la diffusione dei contagi, soprattutto per l'assembramento senza regole di persone non vaccinate (58,7%). Oggi, addirittura un cittadino su due sarebbe favorevole a togliere il Green Pass a chi dovesse rifiutare la terza dose booster del vaccino. Più delicata appare invece la vicenda legata al vaccino ai minori tra i 5 e gli 11 anni. Qui tra i vaccinati uno su due si dichiara favorevole, mentre su tutta la popolazione si registra il 44,3%. Ci troviamo di fronte al paradosso tra la libertà di scelta del singolo e il rispetto delle regole in una comunità per una buona convivenza.
    E' necessario aprire un buon dialogo tra le parti per andare oltre il disagio sociale perché, al di là delle consuete discriminazioni con le quali si è abituati a giudicare la società, spesso ci dimentichiamo che oltre i perimetri del politically correct non ci sono confini all'ottusità umana. INOLTRE : Indossando foulard o bandiere, decine di attivisti No Tav ieri mattina hanno atteso in coda di fronte al tribunale con copie facsimile di querela in mano, per denunciare il direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Stessa cosa davanti alla caserma dei carabinieri di Susa, e in forme più ridotte in altre città. In tutto 250 querele depositate, di cui 62 a Susa. L'accusa sollevata dai No Tav è diffamazione.
    «Una pioggia di querele», così è stata chiamata l'iniziativa del movimento in risposta alle dichiarazioni fatte dal direttore Molinari il 10 ottobre scorso, intervenendo alla trasmissione «Speciale Mezz'ora in più» di Lucia Annunziata, in onda su Rai3. «Per un torinese - aveva detto Molinari - No Tav significa sicuramente terrorista metropolitano. I No Tav sono un'organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli Anni 70, aggrediscono sistematicamente le istituzioni, la polizia, i giornalisti». Parole che hanno scatenato la risposta dei militanti. Prima con proteste sui siti e sui social di riferimento, e da ieri con querele. «Essere No Tav non vuol dire essere terroristi. Lo hanno dimostrato le sentenze e una pronuncia della Cassazione» spiega Ezio Bertok, del Controsservatorio Valsusa, organismo che sostiene con iniziative divulgative la lotta contro la linea ad Alta Velocità. All'azione legale ha collaborato il team di avvocati che da anni assiste gli attivisti coinvolti negli scontri con le forze dell'ordine. Aggiunge Bertok: «L'invito a prendere posizione è rivolto a tutti gli attivisti che possono dimostrare di far parte del movimento No Tav, anche se non è un'associazione con personalità giuridica, ma che si sono sentiti feriti e diffamati da quelle parole».
    «Accolgo con favore la possibilità di appurare la verità su quanto ho affermato in merito al Movimento No Tav - replica il direttore Molinari - E su questo ho piena fiducia nel ruolo della magistratura. Perché la verità dei fatti è non solo nell'interesse di ogni giornalista ma di ogni cittadino».
  6. QUANTE PERSONE VEDETE CON IL MOTORE INUTILMENTE ACCESO ? L KILLER SILENZIOSO - Ridurre il più possibile l’impatto nei confronti dell’ambiente puntando su modelli che garantiscano bassi consumi ed emissioni ridotte è l’obiettivo che ormai si sono prefissate tutte le case automobilistiche rendendo anche accessibili i costi di queste vetture. Nonostante questo, c’è ancora tanto da fare per riuscire a diminuire il livello di inquinamento ed evitare che questo possa avere conseguenze importanti per la salute di tutti noi. Questo è stato uno dei temi di cui si è parlato in occasione della COP 26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Glasgow. Sulla base di quanto emerso, sono ancora troppo numerosi i morti per biossido di azoto, ma c’è soprattutto un dato che non può che farci riflettere: molte di queste vittime si sarebbero potute evitare tramite comportamenti più consapevoli e attenti.
    I DANNI PROVOCATI DALL’INQUINAMENTO - A confermare una situazione che non può essere sottovalutata sono i dati emersi dal Rapporto 2021 sulla qualità dell'aria dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (AEA). Che mette in evidenza quali siano i danni che possono essere provocati dal particolato sottile PM 2,5. Questa sostanza è responsabile di molti decessi, quasi 50.000, il che rende il nostro Paese al secondo posto nella classifica europea. L’analisi ha inoltre sottolineato come poter raggiungere il nuovo parametro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il PM 2,5 avrebbe potuto essere provvidenziale. Si parla addirittura di 32.200 morti in meno da particolato sottile, pari al 65%. Anche nel resto del Vecchio Continente la situazione sarebbe stata analoga. Solo nel 2019 hanno perso la vita 307.000 persone a causa della PM 2,5, mentre con i nuovi standard le vite salvate sarebbero state 178.000.
    COME MUOVERSI ORA - Il dibattito che si è tenuto in Scozia ha permesso di provare a individuare come ci si potrebbe muovere da qui in avanti per evitare che situazioni simili possano ripetersi ancora. La Commissione Europea ha predisposto il piano “Zero Pollution”, che punta a ridurre entro il 2030 proprio il numero di morti premature a causa delle emissioni. “Gli Stati membri dovranno attuare pienamente i loro programmi nazionali di controllo dell'inquinamento atmosferico (NACPC), nonché le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici del 2030" - questo è l’ammonimento dell’agenzia. In questo quadro potrebbe influire anche la crescita dell’età media della popolazione: le persone più avanti negli anni sono infatti più sensibili all'inquinamento atmosferico e un tasso di urbanizzazione. Il rischio è inoltre maggiore nelle grandi città, dove più persone sono esposte a concentrazioni di PM 2,5.
  7. LA MORALE NON E' UN ESAME PER LA LAUREA IN ECONOMIA :Profitto sulle spalle dei deboli, dei poveri. Di chi, per vicissitudini della vita, si ritrova costretto a firmare contratti su carte volanti. Senza tutele, contributi e rispetto. Impossibile fraintendere i messaggi su Whatsapp tra chi gestiva i fattorini di Uber Eats, in cui i rider vengono definiti «schifosi», «senzatetto maleodoranti», «neri che puzzano», «indecorosi». Ed un'infilata di insulti razzisti e offese bieche che si alternano a smile che ridono, a mani che si battono il cinque. Come a dire: questi valgono niente e noi ci guadagniamo. Aspetto che nella chat «Amici di Uber» sembra divertire molto.
    In strada, in sella alle biciclette, con in spalla zaini verdi carichi di piatti da consegnare a Torino, Milano, Firenze, Roma, ci sono loro, i rider. Perlopiù stranieri, reclutati nei centri di accoglienza. O, come si scrive in chat, «in quelle comunità dove soggiornano». Su Whatsapp c'è chi gestisce i loro turni. Manager di Uber Italy, colosso del food delivery, e delle società intermediarie Flash Road City e Frc. In Tribunale a Milano sono finiti sul banco degli imputati per caporalato: in tre hanno patteggiato, uno ha scelto il rito abbreviato. Una manager di Uber Italy, Gloria Bresciani, sospesa temporaneamente dall'incarico, ha deciso di affrontare il processo. L'accusa è di forma illegale di reclutamento. Poi ci sono quei messaggi che raccontano tanto altro. Bresciani scrive: «Il cliente si lamenta. Dice che puzzano troppo, che sono impresentabili». Uno risponde: «Sono neri e hanno odori diversi dai nostri». Faccina che ride. Bresciani insiste: «Descrivono il corriere come un senzatetto maleodorante». Il cliente in questione è un McDonald's di Ostia. Uno che «ogni volta che si lamenta è una tragedia nazionale» quindi bisogna «offrirgli il miglior servizio possibile».
    C'è poi la questione turni e imprevisti. I rider prendono tre euro a consegna che i chilometri percorsi siano cinque o cinquanta, che ci sia il sole o la pioggia, che sia lunedì o domenica, che sia giorno lavorativo o che sia Natale. E se si perdono? «Se lo fa apposta lo caccio. Se non lo fa apposta, è pure peggio». Se si connettono per dare ulteriore disponibilità? Bresciani scrive: «Hai avuto 12 corrieri a pranzo e ora che il pranzo è finito sono diventati 17». I corrieri «che si connettono quando non devono sono uno spreco di soldi. Secondo me se tu il pomeriggio non li paghi e loro per mangiare devono connettersi la sera, vedrai che si connettono. Se gli dai la scelta, se ne fregano e prendono i soldi quando gli fa più comodo». Se invece serve qualcuno in più, la storia cambia: «Gli ho chiesto di scendere in strada anche se malato. Gli do 50 euro». Di nuovo faccine che ridono.
    L'avvocata Giulia Druetta, che ha rappresentato dieci rider in una causa civile a Torino, dove il tribunale ha riconosciuto il rapporto di lavoro subordinato e ha condannato Flash Road City a pagare le differenze retributive e le spettanze di fine rapporto, la situazione la descrive bene: «Questi messaggi non sono degni di un Paese civile». Da Uber Italy assicurano: «Si tratta di una società di delivery con cui non lavoriamo più. Nell'ultimo anno abbiamo introdotto una serie di modifiche per fornire un ambiente di lavoro sicuro, gratificante e flessibile».
    La legale aggiunge: «Questi messaggi raccontano di un andazzo di reputare i lavoratori come strumento utile ma non come persone da rispettare nei diritti e nella dignità». E in chat è scritto nero su bianco. Come quando un fattorino chiede di lavorare, ma la sua sim è poco compatibile con il sistema di geolocalizzazione. Da Frc propongono di bloccarlo. Bresciani risponde: «L'ho sospeso sino a quando non cambia numero di telefono». E ancora: «Mettilo in un affiancamento stasera. Ha fame». Recluta perfetta.
  8. GLI ERRORI DI JI : La domanda è sempre la stessa: «Dov'è Peng Shuai?» Ma ora a porla è il mondo intero. E non sembra poter bastare la risposta in arrivo dalla Cina, dopo che in serata sono apparse delle foto che ritraggono l'ex tennista con un gatto e circondata da diversi peluche. C'è chi nota sullo sfondo un ritratto con Winnie the Pooh, personaggio utilizzato in passato per prendere in giro il presidente Xi Jinping in rete. A postare le foto su Twitter è stato un giornalista della Cgtn, la rete internazionale della tv di stato Cctv, dopo averle ricevute da amici di Peng che a sua volta le avrebbe pubblicate su WeChat con tanto di augurio di buon weekend. Il direttore del tabloid di stato «Global Times», Hu Xijin, ha parlato di «false speculazioni» dei media stranieri. Ma nulla è servito per placare la richiesta di chiarimenti sulla sorte di Peng, scomparsa e irreperibile dopo aver pubblicato su Weibo un lungo post in cui raccontava la relazione e i presunti abusi subiti dall'ex vicepremier Zhang Gaoli. I dubbi restano, anche perché è difficile verificare la data in cui le immagini sono state scattate. Mentre l'email ricevuta il giorno precedente dalla Women's Tennis Association viene ritenuta «una messa in scena» dal suo presidente. «Finché non le parleremo di persona non saremo rassicurati», ha detto Steve Simon.
    Dopo il pressing sui diritti umani, la sparizione di una sportiva del calibro di Peng rischia di diventare il casus belli di un possibile boicottaggio dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino 2022, ipotesi che non è stata esclusa da Joe Biden. La Casa Bianca ha riferito che gli Stati Uniti sono «profondamente preoccupati» per la sorte dell'ex tennista. Preoccupazione espressa anche dal ministero degli Esteri francese, che ha lanciato un appello alle autorità cinesi «affinché mettano in atto i loro impegni in materia di lotta alle violenze contro le donne». La prima pagina del quotidiano sportivo l'Équipe è interamente dedicata alla vicenda. Ma richieste di notizie arrivano anche dalle Nazioni Unite. «Sarebbe importante avere la prova che sta bene e vorremmo che ci fosse un'indagine trasparente sulle accuse di violenza sessuale», ha dichiarato Liz Throssell, portavoce dell'Ufficio per i Diritti Umani. Stessa richiesta avanzata da Amnesty International. Intanto, la Wta si dice pronta a lasciare la Cina, nonostante i dieci eventi in programma nel paese nel 2022. «Siamo pienamente preparati a ritirare le nostre attività e ad affrontare le complicazioni che ne seguiranno», ha detto Simon. «Perché le accuse di stupro sono più importanti degli affari».
    Quella tennistica non è l'unica realtà che sembra essere disposta a mettere a repentaglio i rapporti con Pechino. Due giorni fa, a Vilnius è stato aperto un Ufficio di rappresentanza di Taiwan. È la prima volta che un paese europeo (al di fuori del Vaticano, l'unico con rapporti diplomatici ufficiali con l'isola) consente l'utilizzo della parola «Taiwan», solitamente sostituita da «Taipei» per non provocare le ire cinesi. «È un atto estremamente oltraggioso, la Lituania pagherà per i suoi errori», ha minacciato il governo della Repubblica Popolare. Vilnius ha peraltro ospitato nelle scorse settimane il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu, mentre qualche mese fa ha abbandonato il 17+1, meccanismo che riunisce Pechino coi paesi dell'Europa centro-orientale. Ed è andata avanti a rafforzare i legami con Taipei nonostante gli avvertimenti della Cina. Un segnale che potrebbe essere raccolto anche altrove.
  9. L'ISPIRAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II : Nel buio in cui è precipitata la Fortezza Europa, c'è ancora una speranza fatta di piccole lucine verdi che brillano quasi spudoratamente oltre le teste dei soldati, il filo spinato e le camionette della polizia che sigillano il confine tra Polonia e Bielorussia. Raggi che riescono, loro sì, a superare il nero della foresta dove sono intrappolati migliaia di richiedenti asilo diretti verso l'Europa. «Queste luci servono per far sapere a quei ragazzi che ci sono posti sicuri e caldi dove trovare riparo».
    Miko?aj Cierpis?aw ha 95 anni e vive ai margini di Werstok, un minuscolo villaggio al confine. Lui, come decine di polacchi, ha deciso di fare la sua parte, accendere una luce verde alla finestra e aprire la sua casa a chi ha bisogno. Una lampadina verde non l'aveva, quindi ha fatto foderato con della plastica colorata tutta la finestra. «Almeno si vede bene», protesta. Sul tavolo del soggiorno ha allestito un samovar che tiene il tè al caldo, bicchierini di plastica rossa e biscotti. In cucina mostra una pentola con una zuppa di pollo già pronta: «Così in caso arrivino…». Miko?aj è burbero, al nipote, che gli porta la spesa una volta alla settimana, impartisce ordini: «Deve dare una mano anche lui, deve restituire il favore, perché sennò non sarebbe mai nato». E quale sarebbe questo favore? «Quando avevo 14 anni qui sono arrivati i nazisti. Hanno occupato la città, siamo rimasti senza nulla. Qualcuno ci aiutò, sennò non saremmo sopravvissuti. Poi sono arrivati i russi, e la storia si è ripetuta. E ancora qualcuno ci aiutò, non so neanche chi fosse. Ora tocca a me ricambiare».
    Circa dieci giorni fa alla porta di Miko?aj ha bussato una famiglia: «Erano talmente pallidi che sembravano morti, il bambino aveva una calza in testa, usata come cappello». Lui, come centinaia di polacchi che vivono vicino alla frontiera, è in costante contatto con le Ong che da mesi prestano soccorso ai migranti. Se qualcuno "li trova" parte la segnalazione alle organizzazioni, che hanno squadre di pronto intervento attive 24 ore su 24. Ieri mattina, nella zona vicino a Bielsk Podlaski, la ong Granica ha salvato un ragazzo siriano, un iracheno e un curdo, che aveva perso conoscenza.
    Nella zona rossa nessuno può entrare, né i soccorsi né i giornalisti, che gravitano ai margini dell'area proibita. Ogni tanto qualcuno viene fermato, perquisito, poi rilasciato con una multa. «Non sappiamo cosa sta veramente succedendo nella foresta, non sappiamo quanti morti troveremo», dice la portavoce di Fundacja Ocalenie, una delle ong più attive al confine. I volontari pattugliano i boschi vicino alla zona di esclusione alla ricerca di migranti e appendono agli alberi sacchetti di cibo, acqua e vestiti asciutti sperando che vengano trovati. Nei 4 centri organizzati dalla Caritas stanno piovendo tonnellate di alimenti, sacchi a pelo, acqua potabile, giacche e vestiti invernali, coperte, guanti. I vescovi di Bialystok, Drohiczyn e Siedlce hanno incontrato i parroci, chiedendo di sostenere i migranti, altri aiuti arriveranno dalle raccolte fondi del 21 novembre lanciate dalla Conferenza episcopale.
    Mentre Varsavia getta acqua sul fuoco e dice per voce del ministro degli Esteri Zbigniew Rau che «la situazione non richiede una riunione urgente della Nato e l'attivazione dell'articolo 4», il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ammette che le forze di Minsk hanno aiutato i migranti ad arrivare al confine con la Polonia ma, in un'intervista alla «Bbc», nega di aver organizzato una tratta, attirandoli con la promessa di facilitare l'entrata In Europa: «Se ne arriveranno altri non li fermeremo, perché non vogliono rimanere in Bielorussia, vogliono entrare negli Stati dell'Ue».
    Intanto, la società civile polacca continua la «resistenza all'umanità», dice Agata R., casalinga di Bia?owie?a, che nello zaino ha sempre del cibo e un thermos con del tè caldo nel caso incontrasse qualcuno. Sebbene portare aiuto non sia illegale, gli attivisti dicono che la paura di ritorsioni dissuade molti polacchi. Vicino al confine centinaia di poliziotti e militari delle unità speciali fermano auto e pedoni, effettuano perquisizioni, chiedono documenti e «motivo dello spostamento». A casa di Miko?aj si sono presentati già due volte. Altrove, nella campagna vicino a Orzeszkowo, la routine di una locanda a gestione famigliare non sembra essere diversa da solito. Almeno fino a quando non cala la sera. Le camere sono tutte occupate da agenti della polizia polacca assegnati ai controlli di frontiera. Il parcheggio è pieno di camionette, la sala da pranzo di uomini in divisa.
    Poi però, nel piccolo cortile sul retro che si affaccia sulla foresta, si accende una luce: la signora Maria (il nome è di fantasia), proprietaria della locanda, accatasta qui sacchetti di cibo, vestiti, tutto quello che può servire. Nel magazzino pare abbia già ospitato qualcuno, ma Maria non ne vuole parlare. Non vuole «rovinare gli affari», ma «qualcosa andava fatto»: «Ho deciso che non potevo fare finta di niente quando ho sognato le mie due figlie, come se fossero appena nate, abbandonate tra le foglie della foresta. Non capivo se fossero vive o morte»
  10. ERA ORA : Tutti vogliono le energie rinnovabili (in teoria) ma quando poi si tratta di costruire gli impianti che le producono (in concreto) scendono in piazza i comitati del no, perché il fotovoltaico ricopre di pannelli solari vaste zone verdi e l'eolico rovina il paesaggio con le pale e i piloni che le reggono. Come se ne esce? Una possibilità è realizzare gli impianti in mare aperto, il più possibile fuori dalla vista – anche se le contestazioni degli ambientalisti ai rigassificatori offshore non sono un precedente incoraggiante.
    Comunque il ministero della Transizione ecologica sta provando a promuovere gli impianti eolici offshore flottanti, avviando 40 progetti; più di 20 sono da costruire al largo della Sicilia e della Sardegna, più di 10 lungo la costa del Mare Adriatico e gli altri distribuiti fra lo Ionio e il Tirreno.
    Il ministero fa sapere che «si sta concludendo il primo giro di incontri bilaterali con le singole società e i gruppi di società proponenti». Le manifestazione di interesse pervenute sono già 64, da parte di imprese o associazioni di imprese, ma anche di consorzi universitari e di ricerca e (cosa di ottimo auspicio) di organizzazioni di tutela ambientale come il Wwf, Legambiente e Greenpeace. «È già previsto un ulteriore giro di riunioni - informa il ministero della Transizione ecologica - per valorizzare le possibili sinergie derivanti dalla previsione di più impianti nelle medesime aree di mare, d'intesa fra i proponenti, e per condividere lo stato dei lavori con le associazioni di tutela ambientale e gli altri soggetti partecipanti».
    Non facciamo naturalmente il lunghissimo elenco delle aziende che si candidano a questa attività, ma fra le maggiori figurano Ansaldo Energia, Edison, Eni, Erg, Falck Renewables, Fincantieri, Leonardo, Saipem e Sorgenia
    Ma come si inserisce questo progetto nel complesso della politica energetica italiana? L'economista ed esperto di energia Alberto Clò dice al telefono che «da quando si è cominciato a ridurre gli incentivi alle energie rinnovabili la costruzione di questi impianti in Italia è passata da un record di 10 mila nuovi MegaWatt annui di solare e eolico nel 2010 e 2011 a soli 700 MW quest'anno. Per rispettare gli impegni internazionali alla transizione verde che ha preso l'Italia questo sforzo andrebbe moltiplicato». Clò vede due problemi: «Innanzitutto ci sono la lentezza e la difficoltà nelle autorizzazioni, anche per la frequente opposizione delle popolazioni locali. A questo le piattaforme flottanti potrebbero fornire una soluzione». Però, dice Clò, c'è anche un problema di redditività: questi nuovi impianti saranno efficienti da un punto di vista economico? Sarebbe pure utile se promuovessero una filiera produttiva di eolico offshore da esportare nel mondo; finora l'Italia ha stanziato 130 miliardi di incentivi alle rinnovabili che sono finiti soprattutto in Cina per comprare pannelli solari e altre attrezzature, «ma nel caso delle piattaforme eoliche flottanti potrà essere diverso, perché ad esempio la Saipem ha già costruito e esportato impianti di questo tipo»
  11. POSITIVO : Bf, la holding di controllo di Bonifiche Ferraresi, ha avviato un'alleanza strategica con Eni e Intesa, attraverso la quale il colosso petrolifero e quello bancario entreranno nel capitale della società, con una quota ognuno di oltre il 3%. Eni acquista anche una partecipazione del 5% del capitale della società operativa Bonifiche Ferraresi, che consente a Bf una plusvalenza di 6,7 milioni. Nell'operazione è prevista anche la costituzione di una joint-venture paritetica tra Eni e Bf che avrà come oggetto progetti di ricerca e sperimentazione agricola di sementi di piante oleaginose da utilizzare come «feedstock» nelle bioraffinerie. L'operazione, accolta con favore dalla Borsa dove il titolo di Bf ha chiuso in rialzo del 2% in una giornata debole per il listino, «rafforza il nostro disegno strategico e il posizionamento industriale del gruppo», commenta Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bf, secondo il quale «oltre all'importante dotazione di capitale, queste partnership aprono nuovi mercati, forniscono know how e riconoscono la leadership di Bf nel comparto agroindustriale nazionale»
  12. MISTERI PIEMONTESI : Dai e dai, alla fine la scelta di Alberto Cirio, consegnare a Michele Vietti il timone di Finpiemonte, è andata in porto: ieri la nomina ufficiale, accompagnata da qualche scricchiolio nella maggioranza in Regione. Troppo poco per levare il sonno al governatore, abbastanza per alzare di qualche grado la temperatura tra i sempre più arrembanti Fratelli d'Italia.
    L'ex-vicepresidente del Csm guiderà entrambi gli enti - Finpiemonte e la finanziaria della Regione Lombardia - in linea con il proposito di Cirio, che intende aumentare la collaborazione con Attilio Fontana in un'ottica non solo di vicinanza geografica. Oltre a Vietti, il nuovo cda, composto da altri due membri: Marina Buoncristiani (torinese, cassazionista nel settore civile) e Marco Allegretti (ingegnere elettronico, ricercatore presso il Politecnico), indicato dai gruppi consiliari di minoranza. Buoncristiani è un profilo tecnico ma considerato più vicino alla Lega, mentre Allegretti è il nome fatto dall'opposizione e in particolare dal M5s.
    Fratelli d'Italia non ha partecipato al voto. Mancanza di trasparenza, scartato il nome dell'avvocato biellese Elena Maria Balestrini: sono alcune delle lamentele che si raccolgono nel partito della Meloni. Chi non la manda a dire, al solito, è Guido Crosetto: «Non mi pare sia stata fatta una scelta particolarmente innovativa, anche dal punto di vista generazionale. Non solo: trattandosi di Finpiemonte, credevo che il board, nel suo complesso, contasse su un profilo più finanziario, più da banca internazionale». Quanto a Vietti, «nulla contro di lui: è indubbiamente esperto sul profilo legale. Ma qui stiamo parlando di Finpiemonte, non di Legalpiemonte».
    Sostiene di esprimersi a titolo personale, Crosetto: come libero cittadino. Parole impegnative, in ogni caso, non fosse altro per il fatto che è stato tra i fondatori di FdI. «Serviva una scelta innovativa e non politica - rimarca -, basata su persone che nel loro complesso conoscessero il mondo della finanza. Una struttura che ha il compito di gestire gli investimenti a disposizione del sistema produttivo deve portare nuova linfa, e nuove prospettive, non limitarsi ad amministrare l'esistente. Da parte di Cirio c'è stata una decisione poco tecnica e molto politica. Dopodichè: chi comanda ha sempre ragione. E se ne assume le responsabilità».
    Parole che suscitano qualche sorriso in Regione. Ma come, è l'obiezione, ci si lamenta di una scelta politica e poi gli assessori di Fratelli d'Italia non partecipano al voto perchè non è passato il loro candidato?
    Sia come sia, la decisione di Cirio - seguita a mesi di conflittualità nella ex-gestione della finanziaria - nasce anche dalla necessità di approfondire le questioni sui crediti deteriorati e su eventuali altri ammanchi, oltre ai 121 milioni di crediti deteriorati ereditati da pratiche aperte già negli anni '90. Una cifra che potrebbe pesare sul bilancio della Regione. E che potrebbe aumentare ancora, dato che il calcolo si ferma al 2018. Ora si riparte: con un occhio ai conti e l'altro alla gestione dei fondi del Pnrr, in arrivo.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

20.11.21
  1. QUELLO CHE AVETE FATTO AGLI ALTRI RICADRA' SU DI VOI :   Lo strazio di un bambino di un anno morto di freddo nella foresta. Neanche questo ci ha risparmiato lo scontro al confine tra Polonia e Bielorussia sulla pelle dei migranti. Il bimbo, siriano, è (almeno) la tredicesima vittima della frontiera diventata una trappola per migliaia di profughi. La notizia è stata diffusa dall'organizzazione umanitaria di medici Pcpm che presta soccorso al confine: il bimbo è stato ritrovato senza vita in un bosco, vicino ai genitori, anch'essi feriti, bloccati al confine da sei settimane: «Alle 2,26 del mattino abbiamo ricevuto una segnalazione secondo cui almeno una persona aveva bisogno di cure mediche – hanno spiegato i medici su Twitter -. Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che c'erano tre persone ferite. Erano nella foresta da 1,5 mesi!». C'era un uomo affamato e disidratato con forti dolori addominali e poi i genitori del piccolo, «lui aveva una ferita al braccio e lei una coltellata alla gamba. Il loro bambino di un anno è morto nella foresta».
    Migliaia di persone – le stime vanno da 3 a 7 mila – che tentano di raggiungere l'Europa dal Medio Oriente sono bloccate al gelo e senza riparo in un braccio di ferro tra Lukashenko – accusato di aver deliberatamente creato la crisi "spedendo" i migranti verso il confine europeo – e il muro di Varsavia che ha blindato la frontiera perché «se non siamo in grado di gestire ora migliaia di migranti, presto ne avremo centinaia di migliaia, milioni che arrivano in Europa» ha detto ieri il premier polacco Morawiecki, che non esclude la possibilità di una guerra come sviluppo della crisi. Solo pochi giorni fa la comunità musulmana di Bohoniki, nel Nord-Est della Polonia, aveva celebrato i funerali di altre due vittime, lunedì era stata la volta invece dell'addio, trasmesso in streaming alla sua famiglia, del diciannovenne siriano Ahmad al-Hasan, trovato morto nel fiume Bug, nella Polonia orientale, il 19 ottobre. Secondo i testimoni, Ahmad, che non sapeva nuotare, era stato costretto da un soldato bielorusso a entrare in acqua.
    E mentre ieri arrivava la notizia dell'arresto da parte della polizia polacca di cento persone che avevano cercato di attraversare il confine a Dubicze Cerkiewne, dall'altro lato della frontiera ci sarebbero timidi segnali di distensione: l'accampamento di fortuna nato nella zona frontaliera tra il villaggio bielorusso di Bruzgi e quello polacco di Kuznica è stato smantellato e le persone trasferite in una struttura ad alcune centinaia di metri di distanza. Sarebbero stati rifocillati e messi al riparo. La mossa di Minsk (smentita subito dalla Polonia) potrebbe essere un primo effetto delle due telefonate in tre giorni fatte dalla cancelliera tedesca Merkel a Lukashenko. Dopo l'intervento di Merkel un primo gruppo di 431 migranti sono stati trasferiti a Minsk e poi rimpatriati in Iraq con un volo della Iraqi Airways che ha fatto scalo prima a Erbil, nel Kurdistan da cui proveniva la maggior parte di loro, e poi a Baghdad: un ritorno che per le autorità curdo-irachene sarebbe avvenuto su base volontaria.
    Se i colloqui avviati dalla cancelliera porteranno a un reale allentamento delle tensioni al confine lo vedremo presto, di certo le conversazioni delle ultime ore potrebbero rappresentare una sorta di viatico a colloqui diretti tra Minsk e l'Unione, un'ipotesi che ha irritato molti leader europei e su cui Bruxelles si è affrettata a gettare acqua sul fuoco. L'imbarazzo è legittimo: se i negoziati fossero confermati, Lukashenko – non riconosciuto e sottoposto a sanzioni per violazione dei diritti umani – verrebbe riconosciuto come leader legittimo della Bielorussia, esattamente l'obiettivo cui puntava innescando la crisi al confine. Varsavia non fa mistero del disappunto: «Non accoglieremo nessuna soluzione presa senza di noi e che passi sopra le nostre teste», ha detto il capo dello Stato Andrzej Duda.
  2. RICORDIAMOCI DELLA GRECIA : Oltre venti cooperanti sono sotto processo in Grecia a partire da ieri per aver aiutato migranti a raggiungere il Paese fra il 2016 e il 2018. Dovranno rispondere di disparate accuse, fra cui spionaggio, contraffazione e uso illecito delle radiofrequenze. Le associazioni per la difesa dei diritti umani parlano di motivazioni politiche dietro al processo, che Amnesty International taccia di essere una «farsa», riferisce la Bbc. Il processo sarà celebrato a Lesbos, l'isola al centro della crisi dei migranti. Alla sbarra vanno 24 persone, di cui 17 non sono di nazionalità greca.
    Fra queste anche la rifugiata siriana Sarah Mardini, sorella della nuotatrice olimpica Yusra Mardini. Le due sorelle erano state protagoniste delle cronache nel 2015 quando erano riuscite a portare a riva la loro imbarcazione dopo che il motore era andato in panne. A Sarah Mardini è impedito l'ingresso in Grecia e dovrà assistere al processo a distanza, dalla Germania dove le è stato dato asilo.
    Intanto parlando con la France Press, il numero uno dell'agenzia europea Frontex, Fabrice Leggeri ha detto che l'Unione europea dovrebbe prepararsi a nuove prossime crisi di migranti. Frontex è al lavoro con le autorità polacche per organizzare il rimpatrio di 1.700 migranti in Iraq con voli charter nelle prossime settimane. «Non è la prima volta che l'Ue si trova di fronte a tentativi di quello che si può chiamare ricatto geopolitico, minaccia ibrida», ha osservato, paragonando la situazione attuale ai giorni del febbraio 2020, quando la Grecia ha cercato di bloccare decine di migliaia di migranti fatti passare deliberatamente dalla Turchia.
  3. LA SCELTA DI DRAGHI DI DI MAIO AGLI ESTERI E' DI FATTO UNA RINUNCIA ALLA POLITICA ESTERA DA PARTE DELL'ITALIA : È come se il terreno su cui Mario Draghi ha finora camminato sicuro, fosse diventato sdrucciolevole. Come se niente, improvvisamente, fosse più facile com'era stato: non l'approvazione della manovra di Bilancio, sulla quale nessun accordo è ancora chiuso. Non la prosecuzione del governo nei mesi che precedono l'elezione del capo dello Stato, perché i segnali di instabilità sono quotidiani.
    C'è l'inspiegabile gioco di Lega, Forza Italia e Italia Viva, che al Senato votano con Fratelli d'Italia facendo andare sotto il governo. Rendendo visibile, plastica, una maggioranza alternativa a quella che regge l'esecutivo. E c'è una spaccatura ormai evidente dentro il Movimento 5 stelle che porta uno dei suoi più autorevoli esponenti a dire: «Dopo il tradimento sulla Rai siamo costretti a reagire».
    Non si tratta solo di non mandare i propri esponenti nelle trasmissioni della tv di Stato, scaramuccia di poco valore e di scarsa fattibilità (non appena Conte ha pronunciato la fatwa, i suoi parlamentari pensavano a quando e come disattenderla). Si tratta, più seriamente, di preparare centinaia di emendamenti alla manovra. Altro che tavolo per evitare il Vietnam sulla legge di Bilancio, come proponeva Enrico Letta. Il rischio, adesso, è che il Vietnam sia scientemente cercato da chi si sente tradito, quasi irriso, dalle ultime decisioni di Mario Draghi. E da un fronte interno rappresentato da Luigi Di Maio.
    Il presidente M5S non ha preso bene l'attivismo del ministro degli Esteri: non ha gradito le frasi, riportate da La stampa, secondo cui a un tavolo con Matteo Salvini non è possibile sedersi, come invece Conte aveva accettato di fare. Men che meno ha ritenuto accettabili gli incontri con l'amministratore della Rai Carlo Fuortes, con il quale il capo della Farnesina è accusato dai suoi avversari interni di aver trattato parallelamente. Senza alcun mandato per farlo.
    Che sia vero o no, il punto è che basta il sospetto ad avvelenare tutto. Nel quartier generale del presidente M5S ieri sono stati ripercorsi i passaggi. E la conclusione è stata che l'umiliazione brucia troppo per poter continuare facendo finta di nulla. Non solo perché sulla Rai nessuna delle proposte avanzate dal leader del Movimento è stata accolta da Draghi, neanche – in extremis – quella di portare Simona Sala al Tg1 al posto di Monica Maggioni. Ma perché a far male più di tutto è pensare che il governo abbia voluto assicurare qualcosa alla Lega e a Fratelli d'Italia, ma nulla al Movimento tendenza Conte. Perché, questa l'accusa, Di Maio avrebbe mandato segnali di apprezzamento sia per Sala che per Maggioni. Avrebbe insomma fatto credere che per i 5 stelle potesse andar bene così e che alla fine si sarebbero allineati.
    I fedelissimi del ministro degli Esteri respingono ogni accusa. E spiegano piuttosto come sarebbero Conte e i suoi a sbagliare le strategie. Impuntarsi sulla difesa del direttore del Tg1 Giuseppe Carboni sarebbe stato un errore da matita blu: «Dire o Carboni o morte è stato come dire o Conte o morte, non poteva che finire male». In più, sarebbe lo stesso Beppe Grillo ad aver visto tutta la trattativa come un gigantesco errore. Tanto che sui telefonini dei suoi amici più fidati girava ieri un'immagine che prendeva in giro l'ex premier, rappresentato come un fumetto che chiede: «Datemi almeno Rai Gulp».
    Il fondatore del Movimento non permetterà che le fibrillazioni sulla Rai facciano traballare il governo, questa la convinzione di chi ha parlato con lui. E lo stesso vale per l'attuale capogruppo della Camera Davide Crippa – che Conte non controlla – che per la presidente dei senatori Maria Domenica Castellone, che però molti dicono ormai riallineata ai vertici.
    Comunque sia, è ormai evidente che le squadre in campo siano due: una tifa per Mario Draghi qualsiasi cosa voglia fare, che sia restare a Palazzo Chigi o andare al Quirinale, e lavora per proteggerne le mosse. Un'altra cerca di ricostruire il Movimento richiamandosi a uno stile che però non controlla. Vedere il sempre pacato Giuseppe Conte andare davanti ai giornalisti a dire: «In Rai non metteremo più piede», è straniante prima di tutto per i deputati e senatori a lui più vicini.
    Alessandro Di Battista, che lavora ormai al suo contro-Movimento e tornerà in tour tra pochi giorni insieme al deputato (fuoriuscito) Alessio Villarosa, scrive in un post: «Vi stupite? Hanno scelto (in modo scellerato) di far parte del governo dell'assembramento? Dicevano "controlliamo dall'interno", ora neppure stanno "dentro" per controllare. Domando ancora: ne valeva la pena?». A questa domanda, metà Movimento risponderebbe sì e un'altra metà – oggi – vacillerebbe. Le crepe sono sempre più profonde, la fiducia reciproca come consunta. Che il tutto rischi di deflagare dopo le nomine Rai, è come sempre la vita che si appropria dei simboli. Perché da lì, per il Movimento, tutto è cominciato. Fuori i partiti dalla Rai è stato l'urlo del primo Grillo e dei primi Vaffa Day. Nella tv pubblica il comico aveva giurato di non tornare mai più, dopo esserne stato allontanato (dalla politica) per una battuta sui socialisti. Poi, non appena il Movimento è entrato al governo, l'allora direttore di Rai2 Carlo Freccero creò un programma, C'è Grillo, che gli valse molte polemiche seppure formato solo da spezzoni di vecchi spettacoli costati 30mila euro di diritti d'autore. Al grido di OccupyRai l'allora presidente della Commissione di Vigilanza Roberto Fico era andato – sotto la pioggia – a organizzare un presidio davanti ai cancelli di piazza Mazzini, con Grillo che urlava: «Mi interessa la tv pubblica», non «il nano con le sue merdose tv». Seguiva incontro con l'allora dg Luigi Gubitosi e un comunicato sul blog che ne chiedeva le dimissioni insieme a quelle della presidente Anna Maria Tarantola. Erano i tempi dell'opposizione, però. Quando ancora il M5S non aveva partecipato ad alcuna spartizione e poteva dirsi orgogliosamente fuori dal sistema. Adesso, quello spartito suona stonato. Soprattutto, non ci sono direttori d'orchestra capaci di far andare a tempo le diverse anime dei 5 stelle. Divise su tutto, ma – più di tutto – sul futuro del governo Draghi.
  4. IL CENTRO DESTRA = MELONI = 40% ADDIO SALVINI (CHI E' CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SE STESSO)  : Silvio Berlusconi è amareggiato con Giorgia Meloni e a Matteo Salvini tocca fare, volentieri, il pacificatore. Il centrodestra tenta di rimettere insieme i cocci, ma non è facile. Le parole della leader di Fratelli d'Italia, «Silvio ha fatto un passo indietro sul Quirinale», continuano a risuonare a villa Grande, la nuova residenza romana del Cavaliere. Lui non risponde direttamente ed evita la polemica, ma chi ci parla nota l'amarezza, «Giorgia mi ha fatto una scortesia incomprensibile», ripete senza capire il motivo dell'attacco di mercoledì scorso. «Per fare un passo indietro - spiega un suo fedelissimo - dovrebbe averne fatto uno in avanti, cosa che non è successa per ora», tanto più che il Cavaliere non ha gradito le mosse di Marcello dell'Utri per cercare appoggi alla sua candidatura, «io non ho dato mandato a nessuno di fare niente». Ieri il leader di Forza Italia ha chiamato Salvini per rilanciare, spiegano da Forza Italia, l'asse governista del centrodestra, ovvero quello dove non compare Meloni, all'opposizione. I due hanno parlato di manovra, un tema dal quale Fratelli d'Italia si sente escluso, credendo di intravedere intese che vadano al di là della legge di bilancio. «Anche se non siamo in maggioranza - è il concetto che si ripete in via della Scrofa - le battaglie del centrodestra non devono essere messe da parte». Critiche che destano molto stupore tra gli azzurri, «stiamo proponendo tagli alle tasse e una riduzione dei fondi da destinare al Reddito di cittadinanza, sono le istanze di tutta la coalizione». Le tensioni arrivano a ridosso della partita del Colle, snodo fondamentale non solo per i destini della legislatura, ma anche del centrodestra: «Se arriviamo divisi a quell'appuntamento la coalizione non c'è più», ragiona un dirigente di Forza Italia, preoccupato dalle posizioni di Meloni, la quale paradossalmente concorda sul punto.
    La polemica sul Colle è sembrata inopportuna anche a Salvini, che per rimediare alla mezza crisi indossa i panni del pacificatore: «Passo indietro? No. Probabilmente c'è stato un fraintendimento tra Giorgia e Silvio. Il centrodestra governa 14 regioni e migliaia di comuni, Lega e Forza Italia sono a pieno titolo in questo governo. Cercheremo di fare sintesi anche su questo». La sintesi vorrà dire trovare un nome condiviso per il Colle, compito arduo, visto che Meloni vuole Draghi, Berlusconi se stesso e Salvini non si esprime.
    In Fratelli d'Italia continuano i sospetti sugli alleati, mettere pressione su Forza Italia vuol dire cercare di scongiurare quelle operazioni centriste «di cui sono il perno». In sostanza il tavolo sulla manovra, chiesto da Enrico Letta e accettato da Berlusconi e Tajani, sarebbe una prova generale di un accordo che escluderebbe il partito di Meloni, «stanno tentando di sistemare le tre caselle: Quirinale, governo e Pnrr», dice un esponente di Fdi. A Montecitorio i deputati meloniani confidano di voler guardare con attenzione quello che succederà da oggi alla Leopolda: «Renzi tenterà qualche mossa a sorpresa in chiave centrista». D'altronde, Meloni lo ripete sempre, «noi stiamo nel centrodestra, non abbiamo un piano B». Qualcun altro, si teme, forse sì.
  5. I DANNI DELL'ILLUSIONE CHIAMATA LEGA :  All'inizio fu la croce della Vandea, i tailleur accollatissimi, le gonne sotto il ginocchio e una presidenza della Camera rigorosa fino al limite del bigotto. Poi arrivò il periodo post punk, o meglio, quasi sadomaso: con completini in lattex e borchie sberluccicanti in televisione per sdoganare il sogno proibito degli italiani sulla ex castigatissima terza carica dello Stato appena 31enne. Ma, da un certo punto in poi, per Irene Pivetti, ex enfant prodige della politica italiana e del primo governo Berlusconi, cocca ripudiata del Senatur, la strada è stata una lunga discesa verso gli inferi delle procure: prima un'inchiesta sulle mascherine chirurgiche contraffatte di origine cinese, ora le accuse di frode fiscale e riciclaggio per una cifra di 8 milioni legata a una ex scuderia di Ferrari Gran Turismo che la brava Irene, secondo i pm, avrebbe svuotato per evitare di pagare le tasse.
    «Sono stata colpita per il mio nome» s'è difesa lei. Le prime inchieste in cui il nome della Pivetti, «noto personaggio politico», come viene ancora definita nelle veline degli investigatori, emerse da indagata, riguardano varie partite di mascherine importate dalla Cina e rivendute, tra gli altri, alla Protezione Civile che, caso più unico che raro, sbagliò il pagamento, aggiungendo ben 11 milioni e 800 mila euro all'importo dovuto. Un "miracolo" di cui Irene Pivetti disse di non essersi accorta. Se ne accorse invece molto bene la Gdf che per questa storia sta ancora indagando. Contro di lei ora si aggiungono le accuse di sottrazione fraudolenta, frode fiscale e riciclaggio, nell'ambito di un'inchiesta che ha messo in luce la compravendita della scuderia Ferrari di un pilota di rally e un vorticoso giro di denaro tra Hong Kong, Cina, Macao, Svizzera, San Marino, Malta, Monaco, Gran Bretagna, Polonia e Spagna, che col suo gruppo Only avrebbe commesso.
    Con l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, il pm Giovanni Tarzia ieri ha notificato all'ex leghista un nuovo sequestro preventivo d'urgenza di quasi 3 milioni e mezzo di euro, che si somma al milione e 200 mila già messo sotto sigilli dalla procura di Busto Arsizio per la storia delle mascherine cinesi. Con un provvedimento che è stato confermato fino in Cassazione.
    L'inchiesta milanese appena terminata parte dalla compravendita, nel 2016, di tre Ferrari Gt acquistate dalla Isolani Racing Team Srl, società del pilota Leonardo Isolani, e dalla Red Racing, della moglie di Isolani, Manuela Mascoli (entrambi indagati), di fatto svuotate nonostante fossero fortemente indebitate con il fisco. L'operazione commerciale, notata dagli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano, era stata pubblicizzata sul sito del gruppo Only Italia che «fa capo a Irene Pivetti» ed è costituito «da una serie di società di diritto italiano ed estero». Ma a fronte della complessa operazione – un giro di compravendite degli stessi beni, siglate una domenica d'aprile davanti al notaio di origini catanesi, Francesco Trapani (indagato) – ai finanzieri non risulta essere stato pagato un euro di imposte sul guadagno.
    Non solo. Dopo aver acquistato per un milione e 200 mila euro la scuderia e i beni in essa contenuti, la società di Pivetti nella stessa domenica li avrebbe poi ceduti a ben 10 milioni di euro a una società di Hong Kong, la More & More Investment, che sembrerebbe riconducibile al gruppo Dahoe, del magnate cinese Zhou Xi Jian.
    Almeno sulla carta. Perché, per l'accusa, quelle auto (solo una è stata sequestrata)sarebbero rimaste nelle mani di Isolani, che nel frattempo si è trasferito alla Canarie sottraendosi al fisco. Mentre, scrive il pm, «l'obiettivo perseguito da Irene Pivetti» è stato quello «di acquistare il solo logo Isolani-Ferrari per cederlo a un prezzo dieci volte superiore al gruppo Dahoe, senza comparire in prima persona». Soldi su cui poi, a sua volta, non avrebbe neanche pagato le tasse. Ad aiutare Pivetti a incassare i quasi 8 milioni di euro «su un conto estero a lei non riconducibile per occultarli» sarebbe stato il consulente Pier Domenico Peirone, cui ieri è stato sequestrato quasi mezzo milione di euro. Gli investigatori hanno seguito le tracce del vorticoso giro di denaro con rogatorie in mezzo mondo. Ora, assicura il suo avvocato Filippo Cocco, Irene Pivetti «è pronta a chiarire ogni aspetto della vicenda e a farsi interrogare dai pm».
  6. UN'AMORE EXTRACOMUNITARIO : Via Manin 61, la palazzina teatro dell'indicibile, da ieri mattina vede il passaggio ininterrotto di cittadini che si fanno il segno della croce o lasciano orsacchiotti e fiori all'ingresso. Chi abita qui ha sentito rumori inusuali, come il tonfo di un corpo sul pavimento e l'urlo che ne è seguito, ma certo non potevano immaginare che dietro la porta dell'appartamento al terzo piano, dove vivevano la madre dell'ex compagna con suo padre di 97 anni immobilizzato a letto e l'altro figlio Enrico, l'ex della donna stava massacrando le due adulte prima di accanirsi sui suoi bambini di quattro e sei anni.
    «L'avevano dovuto portare a casa perché non riuscivano più a pagare la retta della struttura che l'ospitava – spiega Luigi Maramigi, che abita al primo piano -. Elisa (la madre dei bambini, ndr) ci aveva spiegato che era venuta a stare qui per aiutare la madre col nonno». Un mese fa si era spostata in via Manin dall'appartamento dove aveva convissuto per diversi anni con l'ex compagno in viale Matteotti, non lontano da qui, tempi che coincidono col momento in cui aveva deciso di lasciare l'uomo. Da allora, Nabil Dhahri si faceva vedere spesso davanti alla palazzina, come se aspettasse di veder uscire la donna o i figli, fino alla mattina dell'altro ieri: «Mia moglie li ha visti parlare in strada, qui davanti, sembravano agitati, discutevano, ma niente che lasciasse prevedere una tragedia del genere – aggiunge il vicino -. Poi, intorno alle undici, mia moglie ha sentito un tonfo e un urlo provenienti dal loro appartamento, e poi più niente». Nel pomeriggio, dopo le telefonate a casa dalla scuola dell'altra figlia undicenne, avuta da Elisa Mulas da una relazione precedente, che aspettava che l'andassero a prendere, il fratello Enrico ha aperto casa accompagnato da un poliziotto. Il racconto prosegue: «Poco dopo mi sono affacciato e l'ho visto dire a un agente: "è successo un casino, ho visto il compagno di mia sorella in una pozza di sangue, speriamo che non sia morto"». Evidentemente non si era reso conto che c'erano altri quattro morti, ma appena l'ha scoperto è stato preso dalla disperazione: «L'ho visto qui fuori con un poliziotto che diceva: "no, i bimbi no…"». Solo allora è stata chiara la dimensione della tragedia, poi c'è voluto poco a realizzare che il responsabile di tutto era l'ex compagno della donna, cassiere al Lidl di Sassuolo, ex guardia giurata. «Lo vedevamo spesso qui davanti, da quando Elisa si era stabilita da sua madre», aggiunge Rosa Zampetti, moglie del signor Luigi, forse l'ultima persona ad aver visto i due ex conviventi da vivi: «Li ho visti discutere in strada ieri mattina (l'altro ieri per chi legge, ndr), ho fatto per salutarli ma lui mi ha fatto capire con un gesto che dovevo farmi i fatti miei», dice la donna. I bambini, descritti come vivaci e ben educati, nell'edificio di via Manin li conoscevano tutti e ora i vicini non riescono a capacitarsi della violenza cieca che si è abbattuta anche su di loro: «Terribile, una cosa terribile». Elisa già in passato, con il precedente compagno, era stata vittima di minacce e vessazioni, e aveva deciso di lasciarlo.
    Ora sulle scale ci sono ancora tracce di sangue che la polizia scientifica, impegnata anche ieri negli accertamenti, non ha ancora fatto pulire. Enrico Mulas ha raccontato: «Mi hanno chiamato dalla scuola, a casa nessuno rispondeva. Quando sono arrivato qui sotto c'era una pattuglia, avevo le chiavi, siamo saliti, ho aperto la porta, ho visto un corpo a terra…». Solo l'inizio di un orrore senza fine che per la figlia undicenne di Elisa è solo agli inizi. Il Comune di Sassuolo, che ha proclamato il lutto cittadino, la aiuterà col fondo di solidarietà istituito per casi come questi, oltre ad aprire una sottoscrizione pubblica in suo favore.
  7. IL PREZZO DELL'ENERGIA NON E' UNA VARIABILE INDIPENDENTE :Il prezzo del petrolio allenta la presa sulla scia delle indiscrezioni di manovre congiunte sulle riserve strategiche da parte di Stati Uniti e Cina. Il barile di greggio (Wti) ha segnato ieri un ribasso ai minimi delle ultime sei settimane, scendendo fino a 77, 08 dollari, per recuperare poi a quota 78,90 dollari. Pechino starebbe lavorando al rilascio delle sue riserve strategiche per contenere il rialzo di materie prime e commodity. La decisione potrebbe essere riconducibile alla richiesta fatta da Joe Biden a Xi Jinping di una convergenza sul fronte energetico oltre che su quello ambientale, come parte delle discussioni a tutto tondo sulla cooperazione economica. Del resto, l'inquilino della Casa Bianca, sottoposto alle crescenti pressioni interne dopo la recente impennata dell'inflazione, vorrebbe mettere mano alle proprie di riserve strategiche, pari a 727 milioni di barili, contro i circa 200 milioni attribuiti alla Cina.
    L'azione americana è divenuta ancora più urgente dopo che il cartello dell'Opec e i suoi alleati hanno respinto le pressioni di Washington per un incremento della produzione. Istanze quelle portate avanti da Biden che hanno scatenato le critiche degli ambientalisti e della sinistra del partito democratico secondo cui tutto ciò significherebbe aumentare la produzione di uno dei principali inquinanti del pianeta. E per di più giunte a meno di una settimana dalla fine di Cop26 a Glasgow, durante il quale Biden ha promesso che gli Usa «guideranno con l'esempio» la lotta ai cambiamenti climatici.
    Critiche divenute più aspre dopo che il dipartimento degli Interni americano ha lanciato tre giorni fa la più grande asta di licenze per le trivellazioni di gas e petrolio nel Golfo del Messico. L'area interessata, circa 352 mila km quadrati, è pari a due volte la Florida, e si stima che le riserve possano contenere fino a 1,1 miliardi di barili di greggio e 4,2 tonnellate cubiche di metano. Nel frattempo, un altro elemento di riflessione per gli Usa (in particolare per l'export) giunge dal fronte valutario dove l'euro prosegue la discesa sulla divisa statunitense a 1,1368 dollari, anche per effetto della linea della Bce di non alzare i tassi nel 2022

 

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

19.11.21
  1. DRAGHI HA UNA VISIONE DISTORTA  STRETTAMENTE DI FINANZIARIA DI UN PAESE PRIVA DI PROSPETTIVE CONCRETE , CON CONTINUI RINVII DELLE SOLUZIONI DI PROBLEMI, CHE DOVREBBERO ESSERE RISOLTI IN MODO PRATICO E CONCRETO , NON SOLO FINANZIARIAMENTE, PARZIALMENTE, ED ERRONEAMENTE.
  2. I PRODUTTORI DI ENERGIA AUMENTANO I PREZZI PERCHE' TEMONO CHE GLI EVENTUALI LOOK DOWN AZZERINO IL VALORE DEL PETROLIO.
  3. Otto mesi di reclusione, cinque più di quelli richiesti dal pm Silvia Baglivo, per vilipendio alle forze armate e diffamazione: si è concluso così, in primo grado, il processo nei confronti di Eliana Frontini, l'insegnante novarese che su Facebook commentò la morte del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso a coltellate nel luglio 2019 da due turisti americani a Roma, con la frase "Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza". Assolto il marito della donna, Norberto Breccia, che era accusato di favoreggiamento.

    L'insegnante di storia dell'arte all'istituto Pascal di Romentino (Novara) non era presente in aula, così come il marito. La donna è stata condannata anche al risarcimento delle parti civili entro un anno per ottenere il beneficio della sospensione condizionale della pena. Le cifre stabilite sono di 8.000 mila euro per la vedova del carabiniere ucciso, Rosa Maria Esilio, anche lei non presente in aula, e 5.000 euro per il ministero della Difesa. Disposto l'invio degli atti al ministero della pubblica Istruzione per eventuali provvedimenti nei confronti dell'insegnante.

    Il post aveva scatenato centinaia di risposte indignate, la donna aveva tentato di scusarsi: "Ho commesso un errore gravissimo, me ne sono resa conto appena ho cliccato su invia, ma ormai il danno era fatto". Poi aveva tentato di giustificarsi dicendo che qualcuno aveva utilizzato il suo pc. Il marito si era anche autoaccusato in un memoriale difensivo depositato dalla professoressa. La donna, radiata nel frattempo dall'Ordine dei giornalisti di cui faceva parte, era anche finita nel mirino dell'Ufficio scolastico regionale ed era stata poi riammessa nel suo liceo in attesa della conclusione del procedimento. Dispositivo dell'art. 290 Codice Penale
    Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo I - Dei delitti contro la personalità dello stato → Capo II - Dei delitti contro la personalità interna dello stato


    Chiunque pubblicamente(1) [266] vilipende la Repubblica, le Assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte costituzionale o l'ordine giudiziario(2), è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000(3).

    La stessa pena si applica a chi pubblicamente vilipende le Forze Armate dello Stato o quelle della liberazione [292.
  4. UN'ALTRO PERCHE' XI NON PUO' PIU' MORALMENTE GUIDARE LA CINA :    «Che fine ha fatto Peng Shuai?» Come una pallina da tennis, questa preoccupazione rimbalza tra gli atleti e le atlete di tutto il mondo. Ma nel divenire hashtag il suo rumore si fa sempre più sordo. Ultima, ma solo in ordine di tempo, l'ex numero uno Naomi Osaka, si dice «sotto choc» per la sua scomparsa. Ma prima c'erano stati Novak Djokovic, Chris Evert e Martina Navratilov e le federazioni internazionali dell'Atp e della Wta. E prima ancora le femministe cinesi che ne hanno fatto una campagna da proiettare sugli edifici di ogni angolo della Cina: «Che fine ha fatto Peng Shuai?», «Pretendiamo il suo ritorno», «Peng Shuai siamo al tuo fianco».
    Quattordicesima al mondo come massimo risultato nel ranking Wta del singolare, ex numero uno di doppio e già vincitrice di due titoli del Grande, il 2 novembre scorso Peng Shuai aveva pubblicato un lungo post personale su Weibo, un social cinese paragonabile al nostro Twitter. Raccontava di essere stata stuprata e costretta ad intrattenere una relazione segreta da Zhang Gaoli, vicepremier dal 2013 al 2018, all'epoca uno dei sette uomini più potenti della Cina e oggi in pensione. «Non ho registrazioni, non ho video, ho solo la mia storia». «So bene che tu, alto ufficiale Zhang Gaoli, non hai paura. Ma anche se è come scagliare un uovo su una montagna o come una falena che si lancia verso la fiamma, non posso fare a meno di raccontare la verità su di noi». Nessuno aveva mai osato accusare un politico così alto in grado.
    I due si sarebbero conosciuti e amati prima che lui diventasse vice premier, poi Zhao si sarebbe negato per tutta la durata del suo mandato fino a quando, andato in pensione nel 2018, non l'avrebbe ricontattata tramite la federazione di tennis per giocare un doppio con sua moglie. In quell'occasione l'avrebbe portata in camera sua dove lei l'avrebbe rifiutato, «senza riuscire a smettere di piangere». L'avrebbe poi costretta a una relazione segreta e malata, lasciandola umiliare da sua moglie in sua assenza. «Mi sentivo uno zombie, fingevo ogni giorno di essere una persona diversa. Non sapevo come ero arrivata a questo punto, e non avevo il coraggio di morire».
    Il suo, è il grido di una vittima di violenza e di abusi psicologici. Per questo suona ancora più assordante il silenzio che ne è seguito. Il post, censurato in poche decine di minuti, ha continuato a circolare online come screenshot, ma il suo nome, quello del politico e, per qualche ora, persino la parola tennis, impossibili da cercare sui motori di ricerca cinesi. Poi più nulla. Il portavoce del ministero degli Esteri ha negato di essere a conoscenza della situazione, l'account Weibo di Peng risulta attivo ma rifiuta commenti e messaggi diretti, e nessuno è più riuscito a mettersi in contatto con lei. È l'ennesimo tentativo di #metoo cinese, che vive solo – e brevemente – sui social.
    Il fenomeno purtroppo è talmente radicato nella cultura cinese, che si evita persino di affrontarlo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2013, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna. Numeri non troppo differenti da quelli di altre parti del mondo, certo. Ma particolarmente grave è che in Cina il 72 per cento degli uomini che hanno abusato di una donna non abbia subito nessuna conseguenza legale. Oggi le donne guadagnano in media il 40 per cento in meno degli uomini e faticano ad arrivare a ruoli di potere. C'è una sola donna tra i 25 membri del politburo e la moglie del Presidente, Peng Liyuan, ha dovuto abbandonare la sua carriera di cantante di successo per non far ombra al marito. Inoltre, come nell'epoca imperiale, a un uomo di potere non basta una sola moglie.
    Le concubine di oggi si chiamano ernai, letteralmente «seconda donna», e sono molte più di quanto si pensi. Il 60 per cento dei funzionari ne mantiene «almeno» una, secondo una ricerca dell'Università del popolo. «Gli uomini con più potere sono quelli che sanno controllare fisicamente ed emotivamente le proprie donne. Il massimo è privarle della loro libertà e poi abbandonarle», scrive la professoressa di antropologia culturale Zheng Tiantian. Peng Shuai ha avuto il coraggio di rompere il silenzio. Non sappiamo con che conseguenze.
  5. 2 CONVERSIONI SULLA VIA DI DAMASCO PER DRAGHI ?   I migranti «sono diventati, per dirla gentilmente, uno strumento di politica estera». A Palazzo Chigi di buon mattino c'è in visita il premier albanese Edi Rama, ma a Mario Draghi tocca rispondere alle domande sui rifugiati ammassati al confine fra Polonia e Bielorussia. L'ultimo dittatore del Continente, Alexander Lukashenka, è accusato di non aver fatto nulla o - peggio – di aver agevolato l'arrivo dei migranti al confine est dell'Unione. Draghi non fa nomi, ma la vicinanza fra il regime bielorusso e Vladimir Putin lascia intendere che il premier stia puntando il dito contro il silenzio di Mosca, i cui rapporti con l'Unione sono altalenanti. La crisi fra Minsk e Varsavia preoccupa il governo italiano per le conseguenze nefaste che può avere sull'opinione pubblica europea e l'atteggiamento delle altre capitali sul tema dell'accoglienza. La questione diplomaticamente più delicata resta però l'atteggiamento di Mosca e il suo attivismo in quel quadrante dell'Europa. Draghi, sempre ieri, ne ha parlato a Palazzo Chigi con il segretario della Nato Jens Stoltenberg: «Abbiamo discusso anche dell'aumento delle forze armate russe in Ucraina e ai suoi confini».
    L'arma di migrazione di massa che Minsk tiene puntata contro il confine polacco è per l'Unione europea una duplice prova. Da un lato c'è la pressione da parte di un regime che forza la mano al fine di accreditarsi sul piano internazionale, usando i rifugiati per replicare alle sanzioni e nella speranza di ritagliarsi, un domani, un ruolo di custode delle frontiere esterne dell'Ue simile a quello della Turchia di Erdogan. Dall'altro c'è il governo di Varsavia che pretende di gestire la crisi da solo sul terreno ma si aspetta l'aiuto politico di quella stessa Bruxelles con cui è ai ferri corti tanto sullo stato di diritto quanto sulla redistribuzione dei migranti del Mediterraneo, un cerino rimasto finora nelle mani dell'Italia e dei Paesi affacciati sul Mare Nostrum.
    Pesa, sul piano geopolitico la transizione all'era post, Merkel, un'orizzonte sconosciuto a cui si guarda in cerca di nuovi leader. Ieri, mentre Draghi lanciava i sui strali a suocera bielorussa perché nuora russa intendesse (e magari si adoperasse per il negoziato), la Cancelliera ha chiamato ancora una volta il presidente Lukashenko, con cui aveva parlato già lunedì scorso. Una telefonata interlocutoria per valutare i possibili aiuti umanitari da recapitare ai rifugiati che viene però guardata con sospetto a Varsavia, dove il vicepremier Jaroslaw Kaczynski si era già espresso la prima volta con toni duri apprezzando «l'internazionalizzazione della crisi» ma non «la gente che parla sopra le nostre teste».
    I migranti tornano ciclicamente ad agitare i sonni europei. Draghi, in cui più d'uno a Bruxelles vede il successore simbolico della Merkel, lo sa. C'è Lukashenko, c'è la Polonia, irriducibile a un nuovo patto di Dublino, ci sono i Balcani, dove il premier sarà in visita a breve, evocati ieri come i nostri futuri partner perché è tra pari che si contengono le tensioni evitandone lo strappo. A nord, a est e soprattutto a sud, il fronte per cui Draghi ha chiesto all'ultimo vertice Nato di Bruxelles di aumentare la presenza di truppe in Sahel e Libia. Stoltenberg ha promesso di presentare un piano entro il prossimo vertice di Madrid, previsto nel 2023. POI Palazzo Chigi ha aperto un'istruttoria formale sulla cessione a una società riconducibile al governo di Pechino di Alpi Aviation, società friulana che costruisce droni utilizzati anche dall'esercito, sulla base della normativa sulla golden power. L'istruttoria potrebbe portare all'annullamento della cessione (che risale al 2018)e all'emanazione di sanzioni da 8 a 280 milioni di euro.
    Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo di Palazzo Chigi, al quale spetta l'attività istruttoria e di coordinamento sul golden power, ha già acquisito la documentazione dell'inchiesta della procura di Pordenone relativa alla vendita e chiesto alle parti coinvolte le controdeduzioni. Secondo la ricostruzione della procura di Pordenone, che nel settembre scorso ha ordinato una serie di perquisizioni e sequestri a carico di sei persone, tre italiani e tre di nazionalità cinese, contestando la violazione delle norme sull'export di armamenti e della Golden power sulla tutela delle attività strategiche, la Alpi Aviation avrebbe trasferito la produzione - compresi gli Uav, Unmanned armed vehicle, i droni armati per uso militare - a Wuxi, in Cina. La genesi dell'affare risale al 2018: nel luglio di quell'anno la Mars (Hk) Information Technology Limited compra il 75% della Alpi Aviation per 3,995 milioni di euro. L'acquirente, una società con sede a Hong Kong, è controllata dalla China Corporate Investment Holding. Secondo il decreto di perquisizione, «nonostante la schermatura di plurime altre società, (la Mars di Hong Kong) risulta riconducibile al governo della Repubblica Popolare cinese».
    La normativa sul golden power, in vigore dal 2012, è stata finora applicata quattro volte, tre verso tentivi di acquisizione da parte di imprese cinesi e due di queste dal governo Draghi. Il mese scorso il governo aveva messo il veto alla cessione di Verisem (sementi per ortaggi) al gruppo cinese Sygenta mentre in aprile aveva bloccto la vendita della maggioranza di Lpe (semiconduttori) alla Shenzhen Invenland Holdings Co. —
  6. IL POTERE DEL PETROLIO : C'è chi dice sia una risposta alla sentenza della Corte Costituzionale olandese, che ordina di tagliare le emissioni del 45 per cento entro il 2030. E chi punta su un cambiamento all'interno delle regole di mercato, dettato dalla ricerca di condizioni più favorevoli ai colossi.
    Di sicuro, la decisione della Royal Dutch Shell è una svolta per un pezzo d'Europa: il gigante del petrolio e del gas cambia nome - si chiamerà soltanto Shell - e trasloca. Per il simbolo dei Paesi Bassi, il futuro è a Londra, dove ha già la sede legale. Nonostante la Brexit.
    L'annuncio, arrivato assieme alla comunicazione della semplificazione della struttura - ci sarà un'unica linea di azioni - viene preso male dall'Olanda, che rischia di perdere, almeno formalmente, il suo gruppo più importante.
    Il governo olandese reagisce con un tweet, un messaggio affidato al ministro degli Affari Economici Stef Blok, che si dice «spiacevolmente sorpreso». La Borsa di Amsterdam invece accoglie, seppur senza grandi scossoni, i piani della multinazionale: il titolo fa un balzo del 2,33% e sfiora quota 20 euro.
    «In un momento di cambiamento senza precedenti per il settore, è ancora più importante avere una maggiore capacità di accelerare la transizione verso un sistema energetico globale a basse emissioni di carbonio.
    Una struttura più semplice consentirà a Shell di accelerare la realizzazione della sua strategia Powering Progress, creando valore per i nostri azionisti, clienti e società in generale» replica il presidente di Shell, Sir Andrew Mackenzie.
    Secondo Shell non c'è nulla di traumatico: la società resta quotata ad Amsterdam e prosegue con i progetti eolici al largo delle coste olandesi, la costruzione di un impianto di biocarburanti a basse emissioni di carbonio su scala mondiale presso l'Energy and Chemicals Park di Colonia e i lavori per creare il più grande elettrolizzatore d'Europa a Rotterdam.
    Per l'esecutivo di Mark Rutte, invece, è il secondo caso dopo quello di Unilever: gli azionisti alla fine del 2020 hanno votato a favore di un'unica capogruppo, sempre con sede in Gran Bretagna.
    Ecco perché, scrive il "Financial Times", il governo starebbe tentando un'operazione dell'ultima ora per convincere il gruppo a tornare sui suoi passi, rilanciando la promessa di eliminare la controversa ritenuta alla fonte del 15% sui dividendi distribuiti nel Paese tramite le azioni di classe A.
    C'è una sola certezza: la mossa di Shell arriva poche settimane dopo che l'hedge fund Third Point ha rivelato una grossa partecipazione nel gruppo, attorno ai 750 milioni di dollari, e preme perché si divida in più società per aumentare performance e valore di mercato.
  7. NON HA CAPITO CHE IL GOVERNO RAPPRESENTA LE MULTINAZIONALI: Elly Schlein spiega che non è solo una storia dell'Appennino, quella della Saga Coffee di Gaggio Montano. Non è solo la storia di 222 persone che avevano un lavoro e ora vedono buio, davanti a sé. E per questo sono lì, a turno, a presidiare. Sotto la pioggia, nelle notti che si fanno gelide, con una speranza ormai fievolissima: di riuscire a ostacolare la decisione del gruppo Evoca. La multinazionale che per motivi finanziari, non di mercato, ha deciso di spostare la produzione di quelle macchine del caffè altrove. La vicepresidente dell'Emilia Romagna con delega per il Welfare e il Patto per il clima chiede ora che a intervenire sia il governo. Perché non bastano gli amministratori locali, non bastano le preghiere del cardinale Matteo Maria Zuppi né la mobilitazione dei sindacati se qualcuno – a Roma – non si fa carico di una vicenda che ha dentro tutti i mali del nostro tempo.
    Com'è cominciata?
    «C'è stato un annuncio improvviso da parte del gruppo Evoca che da un giorno all'altro ha deciso di chiudere la Saga Coffee, un'azienda che ha 222 lavoratori, di cui l'80% donne. Persone che avevano un lavoro sicuro e per le quali, in quel territorio, è molto complicato trovarne un altro. È come se nell'Appennino bolognese ogni posto di lavoro valesse doppio. Per questo, la frattura dovuta a questa chiusura rischia di ripercuotersi in tutta la vallata. Non ce la possiamo permettere».
    Cosa le hanno detto queste persone?
    «Una delle donne del presidio ha detto: "Vedo buio, i miei figli non avranno un futuro". Questa storia è paradigmatica, abbraccia ogni sorta di disuguaglianza: territoriale, sociale, di genere. Il nostro è un Paese rugoso e le aree interne montane vanno salvaguardate. Non si può prima spremere un territorio e poi, in nome del profitto, delocalizzare la produzione altrove».
    I sindacati denunciano che non c'è un problema di calo della produzione.
    «Hanno ragione, non è un problema di mercato. Il Paese deve ridarsi una politica industriale, mandare un segnale alle multinazionali. Dire loro che non sono, non possono essere, le padrone del mondo. Questa logica predatoria non è sostenibile per la società né in Italia né in Europa. Dobbiamo decidere se consegnarci agli umori delle multinazionali o se governare le grandi transizioni che stiamo attraversando, quella ecologica, quella digitale, con politiche che siano redistributive. Il mercato, da solo, non lo farà».
    Non si autoregola.
    «Quella teoria è fallita. Le lavoratrici della Saga Coffee sono in presidio permanente nonostante il freddo, le difficoltà, con la straordinaria solidarietà della montagna attorno, la stessa che abbiamo visto quando ci fu la crisi della Philips Saeco. La decisione che le ha messe in queste condizioni è vergognosa e inaccettabile».
    Cosa può fare il governo?
    «Andare avanti con il decreto sulle delocalizzazioni. Il presidente Bonaccini ne ha parlato anche a livello europeo. Perché questa vicenda mina proprio la credibilità dell'impianto europeo di fronte alle fasce più fragili della società. A perdere il lavoro sono in grande maggioranza donne, in un momento in cui – per la pandemia – sono state loro e i giovani a pagare il prezzo più alto. Non è avvenuto per caso: è il frutto di decenni di politiche neoliberiste che hanno precarizzato soprattutto il loro lavoro».
    Poi c'è la questione aree interne. Cosa si può fare?
    «Se vogliamo essere seri nel contrastare lo spopolamento, bisogna essere conseguenti. Sulle aree interne bisogna immaginare qualcosa di simile a quel che l'ex ministro del Sud Peppe Provenzano aveva fatto con la decontribuzione del costo del lavoro al Sud. La Regione Emilia-Romagna ha dimezzato l'Irap per le aziende della montagna, ma non basta. Lavoriamo per assicurare casa, servizi sociali, sanitari, mobilità. E c'è anche un tema di connettività, perché il Covid ha portato all'aumento del lavoro a distanza, ma non tutti i territori ne hanno potuto beneficiare in egual misura».
    Il centrosinistra è spesso accusato di pensare ai diritti civili e non più a quelli sociali. Il salario minimo può essere una battaglia da cui ripartire o prevarranno le resistenze, anche dei sindacati?
    «Mi ha fatto piacere che a settembre, ospiti del segretario della Cgil Maurizio Landini con Enrico Letta e Giuseppe Conte, sia emersa per la prima volta una posizione comune di Pd, M5S e Sinistra ecologista sul salario minimo. Il sindacato chiede giustamente che ci sia innanzitutto una legge sulla rappresentanza che faccia piazza pulita dei contratti pirata. Ma serve anche una legge che indichi una soglia sotto la quale non è più lavoro, è sfruttamento. Non in sostituzione della contrattazione collettiva, ma per rafforzarla e rilanciarla. Anche perché il tema della precarietà è legato a quello della sicurezza».
    Alle morti bianche?
    «Penso a Yaya Yafa, 22 anni, morto schiacciato da un tir. Era al suo terzo giorno di lavoro per un contratto settimanale nella logistica. Che vita è? A Parma, un altro ragazzo di origine cingalese è morto, anche lui schiacciato. Il Pnrr parla di rivoluzione digitale, ma viviamo in un'epoca in cui l'algoritmo – invece di salvarti dalla diseguaglianza – diventa uno strumento di controllo, di oppressione. Dell'innovazione digitale deve beneficiare tutta la società, l'innovazione tecnologica deve migliorare il lavoro e ridurre le disuguaglianze, altrimenti serve solo a polarizzare le ricchezze».
  8. PERCHE'  MANCA LA CERTEZZA  DELLA SICUREZZA  ?  Non era stata Marjola Rapaj, 37 anni, colf albanese, a denunciare per maltrattamenti il compagno Mirko Tomkow, 44 anni, polacco, operaio disoccupato. L'uomo che ha ucciso il figlio Matias di 10 anni, con una coltellata alla gola, era stato allontanato dalla famiglia, per ordine del Tribunale di Viterbo, dopo la segnalazione ai carabinieri di Vetralla dell'amica del cuore di Marjola. È Martina D. che il 7 agosto fa scattare le indagini che porteranno a vietare a Mirko di avvicinarsi a quella casa dove l'altro ieri pomeriggio ha messo fine alla vita del figlio.
    Nelle nove pagine dell'ordinanza di misura cautelare di allontanamento dalla casa familiare, firmata il 10 settembre dal giudice Giacomo Autizi, emerge lo spaccato di minacce di morte, violenze fisiche e psicologiche e soprusi subite da Marjola e Matias. La donna, convocata dai carabinieri, conferma il ritratto violento del compagno fornito dalla sua amica. Sempre il 7 agosto Marjola spiega chi è Mirko: «Mi dice "ti ammazzo, di do fuoco con la benzina e poi mi ammazzo. No, non ti brucio con la benzina perché la benzina costa troppo, ma ti faccio a pezzettini e poi mi ammazzo pure io, sei una p…"». Tanto che il gip annota che l'uomo la fa «vivere in un totale stato di sottomissione psicologica, terrorizzandola di possibili ritorsioni sempre più violente anche nei confronti del figlio minore».
    Il gip aggiunge che Mirko «in casa aveva un atteggiamento aggressivo e cercava sempre scuse per litigare, contegno dovuto anche all'abuso di alcol. E, quando il bambino nacque, era infastidito dal suo pianto, tanto che faceva dormire la donna e il figlio in un'altra stanza». E ancora: «Era molto geloso e non la faceva uscire di sera e le controllava continuamente il cellulare. Almeno una volta al mese esplodeva la rabbia con insulti e minacce. Altre volte si era avvicinato con un coltello in mano al che lei aveva urlato e l'uomo era scappato».
    La donna viene risentita dai carabinieri il 10 agosto e, in lacrime «narrava che la notte prima in preda a un'ira immotivata Mirko aveva divelto una porta dell'abitazione, messo a soqquadro l'appartamento e le aveva preso il bancomat. In preda ai fumi dell'alcol la sera del 7 agosto le aveva detto di nuovo "ti ammazzo"». I militari dell'Arma troveranno poi riscontro nelle parole della sorella di Marjola, Marcela, «che confermava il racconto della congiunta. Durante la gravidanza l'aveva minacciata con un ferro del camino. Tra il 5 e il 7 agosto l'aveva minacciata di bruciarla con la benzina». Il 20 agosto Mirko Tomkov viene interrogato dalla pg alla presenza del difensore e «dichiarava di non aver mai maltrattato la compagna essendosi solo limitato a invitarla a limitare l'uso del cellulare con il quale la donna aveva un rapporto ossessivo. C'erano tra loro discussioni per difficoltà economiche ma non aveva mai minacciato né aggredito la donna». Ma il gip non gli crede e impone il divieto di avvicinarsi alla casa familiare. Carabinieri e procura continuano le indagini, mentre il sindaco di Vetralla, Sandrino Aquilani, dichiara: «L'intera comunità è sconvolta da questa tragedia. Siamo vicini alla mamma del piccolo Matias che a scuola era benvoluto da tutti»
  9. PUTIN IL SUBDOLO ? Si surriscalda nuovamente il clima fra Stati Uniti e russia. Anche Mosca infatti entra nella lista nera del Dipartimento di Stato americano dei Paesi che violano la libertà religiosa.
    Lo ha annunciato il segretario di Stato americano Antony Blinken, che aggiunge quindi Mosca all'elenco che già comprende Cina, Arabia Saudita, Birmania, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Pakistan, Tajikistan e Turkmenistan.
    «Gli Stati Uniti non retrocedono nel loro impegno in difesa della libertà religiosa in tutti i Paesi. In troppi luoghi del mondo, continuiamo a vedere governi che molestano, arrestano, minacciano, mettono in prigione e uccidono persone che semplicemente cercano di vivere in accordo con il loro credo», ha spiegato Blinken - che è in missione diplomatica in Africa - rendendo nota la lista con cui ogni anno il segretario di Stato, sulla base dell'International Religious Act, designa governi ed entità che violano la libertà religiosa. Sono governi quelli indicati dal report del Dipartimento di Stato che suscitano «particolare preoccupazione» perché «sono impegnati o tollerano sistematiche, continue e consistenti violazioni della libertà religiosa».
    Inoltre, il segretario di Stato ha designato un altro gruppo di Paesi, tra i quali spiccano Cuba e Nicaragua, insieme ad Algeria e le isole Comore, in una lista speciale sotto osservazione per «gravi violazioni della libertà religiosa».
    Nella lista delle entità che preoccupano, vi sono i taleban, insieme allo Stato Islamico nelle sue diverse declinazioni geografiche: Boko Haram, al Shabab, gli Houthi, Hayat Tahrir al-Sham e Jamaat Nasr al-Islam wal-Muslimin.
  10. AUGURI  Scannapieco   per il  conto alla rovescia per il nuovo piano strategico 2022-2024 di Cdp. Dopo mesi di lavoro c'è una data per la presentazione: il 25 novembre a Roma. Prende così il via ufficialmente la nuova rotta della Cassa depositi e prestiti, quella impostata da Dario Scannapieco, arrivato al timone di Cassa lo scorso maggio dalla Banca europea degli investimenti di cui era vicepresidente. L'ad ha visto arrivare in questi mesi alcuni via libera comunitari su dossier di grande rilevanza: l'ok dall'Antitrust Ue all'operazione Aspi, con la cordata di Cdp e fondi che ne assume il controllo, e da poco l'ok incondizionato all'operazione notificata insieme a Macquarie su Open Fiber dove Cdp sale al 60%. Non solo. Ha trovato la quadra anche il dossier Euronext-Borsa italiana con il nuovo piano di Borsa dove non sono previsti esuberi e la nomina ad amministratore delegato di Fabrizio Testa. In dirittura d'arrivo dopo il cambio di vertice a Cassa è anche la convenzione con Poste Italiane.
    Il documento con le linee strategiche di Cdp per il triennio non potrà prescindere dal macro-capitolo del Pnrr visto che Cassa ne sarà uno degli attori principali: il nuovo piano strategico di Cdp, vista la sua «mission» storica, si collega di fatto al Recovery, che punta al rilancio e alla ripresa strutturale del paese non nel breve ma nel lungo periodo. Innanzitutto Cdp avrà ruolo di advisory per le Pa nell'implementazione del piano accompagnandole nella messa a terra dei progetti visto che Cassa ha il know how per la facilitazione dell'impiego delle risorse, ovviamente nel rispetto dei tempi. Il modello di investimento del Pnrr è in linea con gli interventi di Cdp nel prevedere un efficiente allocazione dei fondi per progetti socialmente e economicamente rilevanti per il paese. Sui contenuti specifici le bocche sono cucite; di certo il concetto di sostenibilità attraverserà tutto il piano strategico di Cdp, come fattore imprescindibile in tutta l'attività della Cassa.
  11. ECCO PERCHE' LA COPPIA PRODI-LETTA CI RIPROVERA' : Alle otto di sera del 18 aprile 2013, nel Transatlantico, che sembra il campo della battaglia dopo che morti e feriti sono stati trascinati via, scivola Enrico Letta, sussurra a chi gli chiede: «Sto lavorando per Romano». Nel divanetto accanto alcuni deputati ex Ds si dicono sicuri che invece il giorno dopo i grandi elettori del Pd saranno riconvocati per scegliere tra i candidati forti: Prodi, D'Alema, qualcuno aggiunge la Finocchiaro, qualcun altro vorrebbe inserire nella partita anche Marini che non si è mai ritirato. In serata l'ipotesi prende corpo, viene convocata una nuova assemblea al Teatro Capranica, alle otto del mattino.
    I renziani si muovono come un partito nel partito, come una corrente democristiana di una volta. Si danno appuntamento a Eataly, il megaristorante di cucina italiana ideato dall'imprenditore Oscar Farinetti, amico del sindaco di Firenze. E lì, tra ascensori avveniristici e prosciutti appesi alle pareti, il sindaco di Firenze annuncia che domani si dovrà votare per Prodi: è stato lui il primo a farne il nome, se passa è la sua prima vittoria nel partito, una prova da leader. E se non passa? Avrà perso il leader, Bersani. Che, come recitano le sacre regole delle elezioni quirinalizie, è sempre il vero obiettivo dei franchi tiratori.
    Nella notte ci sono altre consultazioni, tra l'Italia, il Mali, la segreteria di Bersani, gli uomini di Prodi e lo staff di D'Alema, prende forma la primaria interna: all'inizio è l'idea di un semplice foglio bianco su cui ogni elettore potrà scrivere il suo nome, poi passa la proposta del ballottaggio tra i due ex premier del centrosinistra.
    I capigruppo relazioneranno sullo stato dell'arte, poi chiederà la parola Bersani, per candidare Prodi al Quirinale, non da segretario del partito, ma da parlamentare semplice. A quel punto si alzerà Anna Finocchiaro, anche lei da parlamentare semplice parlerà per candidare D'Alema. Come previsto dal copione, il primo a parlare è Bersani, ma lo fa da segretario del Pd e la sua è una proposta secca: c'è un solo candidato per il Quirinale, Romano Prodi. Un cambio di linea improvviso che viene accolto da un lungo applauso. Così riporta la notizia l'Ansa alle 8,54: «Bersani propone Prodi, lungo applauso e standing ovation».
    «Non è vero che quella mattina tutti applaudirono Prodi, nessuno si è dato pena di sapere cosa è successo quella mattina», dirà in seguito D'Alema. «Non c'ero, ma me l'hanno raccontato in tanti: i parlamentari si sono trovati di fronte a quella che è stata da molti vissuta come una scelta imposta, come una decisione contraddittoria, non discussa. In sala c'era la metà di chi avrebbe dovuto partecipare, c'è stato l'applauso di alcuni, c'è stato l'errore grave di chi non era d'accordo, avrebbe dovuto parlare e non lo ha fatto».
    Il grande elettore anonimo del Pd è impietoso: «Nella prima votazione c'erano state 104 schede bianche, almeno 40 erano gli emiliani che avevano ricevuto l'ordine di Bonaccini. Bersani ed Errani erano diventati minoranza anche nella loro regione, per recuperarli si sono buttati su Prodi. Nella notte tra il 18 e il 19 i capi concordano che i grandi elettori saranno chiamati a esprimersi su un nuovo candidato. Le quattrocento schede erano già pronte. Bersani avrebbe dovuto parlare per Prodi, la Finocchiaro per D'Alema. Il primo a intervenire è Bersani, dice: "Io propendo per Prodi...", a quel punto non si capisce più nulla, le prime due file si alzano in piedi per applaudire. Presiedevano l'assemblea Luigi Zanda, capogruppo al Senato, e il giovane Roberto Speranza della Camera, avrebbero dovuto calmare gli entusiasmi e far proseguire l'assemblea come previsto. Ma non l'hanno fatto. Perché? Mi sono interrogato a lungo e non so darmi una risposta... Cosa sarebbe successo se si fosse votato in assemblea? Si sarebbe aperto il confronto tra Prodi e D'Alema, diciamo che avrebbero preso almeno 150-170 voti a testa, su cui aprire una trattativa vera con le altre forze politiche, anche con il PdL. In ogni caso, i perdenti sarebbero stati vincolati a votare per il candidato vincente. Invece quell'applauso ha trasferito il voto segreto dall'assemblea degli elettori all'aula, dal Capranica a Montecitorio. Tutto è diventato drammatico».
    Il primo ad accorgersi che le cose stanno andando male è proprio il diretto interessato, ancora in Mali, Romano Prodi. A Bamako è metà mattinata, in Italia sono quasi le due del pomeriggio, a quell'ora la sua candidatura è già tramontata.
    Anche il grande elettore del Pd va all'urna: «Nel primo pomeriggio avevamo tutti capito che Prodi era morto, finito. Non lo votavano i dalemiani, incazzatissimi, i franceschiniani, i mariniani, quelli che volevano insistere su Rodotà eletto con i grillini... È stata una forzatura priva di senso, organizzata da incapaci. E poi c'erano quelli che avevano tutto da perdere dall'elezione di Prodi e tutto da guadagnare da una sua sconfitta. I nomi? Giudichi lei, dopo, chi ci ha perso e chi ci ha guadagnato. Per esempio, chi è andato al governo… Io quando mi sono trovato lì, sotto il catafalco, con la scheda in mano, non ho provato nessuna particolare emozione. Non ho neanche troppo pensato alle conseguenze. Era saltato tutto, non esisteva più un vincolo di partito. Il Pd non è un ordine religioso, un'associazione ecclesiastica, non esiste un giuramento di obbedienza assoluta a una linea dissennata. L'unica legge che ho osservato è stata la mia coscienza. E la Costituzione, che prevede espressamente la regola del voto segreto per eleggere il Presidente della Repubblica. Perché è consentita la possibilità di scegliere in modo diverso da quello imposto dall'esterno, senza poi essere costretti a dichiararlo, è tutelata la libertà dell'elettore. Non dirò a lei come ho votato, non lo dirò mai a nessuno».
  12. ELON MUSK SCHERZA CON JP MORGAN :  Lo scorso lunedì la Jp Morgan, ossia la prima banca di investimenti americana, ha fatto causa contro la Tesla chiedendo 162 milioni più le spese legali, accusandola di aver violato i termini del contratto sui warrant risalente al 2014, ossia su quello strumento finanziario che conferisce al possessore il diritto di acquistare, sottoscrivere o vendere titoli a un prezzo predefinito. Secondo la Jp Morgan la Tesla non ha rispettato il patto perché avrebbe dovuto consegnare le azioni o i contanti se il loro prezzo avesse superato un valore stabilito entro una certa data. Stando a quanto riportato dall'agenzia Reuters, in base alla denuncia presentata davanti al Tribunale federale di Manhattan, nel 2014, la Tesla ha venduto a Jp Morgan dei warrant che avrebbero pagato se il loro prezzo di esercizio fosse stato inferiore al prezzo delle azioni della Tesla alla scadenza degli stessi warrant, fissata per giugno e luglio del 2021.
    Nella sostanza, la Jp Morgan, rivendica il diritto di adeguare il prezzo di esercizio dopo averlo ridotto nel 2018, a causa del tweet di Elon Musk, dove il ceo della casa americana, paventava l’ipotesi di rendere Tesla privata a 420 dollari per azione (tweet costati all’imprenditore una multa da 20 milioni da parte della Sec). Nonostante queste dichiarazioni, prima della scadenza dei warrant, il prezzo dei titoli della Tesla è schizzato, aumentando di quasi dieci volte. Quindi, secondo la Jp Morgan, in virtù del contratto, la Tesla avrebbe dovuto consegnare azioni o contanti, e non avendolo fatto va considerata in difetto. Da precisare che la Jp Morgan aveva apportato delle modifiche nell’agosto del 2018 prima e dopo i famosi tweet di Musk. La Tesla, nel febbraio del 2019, ha scritto alla Jp Morgan per sostenere che gli aggiustamenti apportati dalla banca erano troppo rapidi e opportunistici.
  13. MENTRE L'ENI, IL VERO MINISTERO DELL'ENERGIA,  CONTINUA A FARE I PROPRI INTERESSI INVECE CHE QUELLI DEGLI ITALIANI ALTRI GUARDA AL FUTURO : Thyssen, business dell'idrogeno in Borsa entro il 2022: ora Merz punta al raddoppio dell'Ebit Thyssenkrupp ha osservato una ripresa delle vendite e degli ordini nel quarto trimestre dell'anno fiscale, supportata dall'aumento dei prezzi dell'acciaio nonostante le "enormi sfide" che vede ancora sul suo cammino. Nello specifico, le vendite del gruppo industriale tedesco sono cresciute a 9,44 miliardi di euro nei tre mesi conclusi alla fine di settembre, facendo meglio dei 7,95 miliardi di euro generati nello stesso periodo dello scorso anno. L'Ebit adjusted si è attestato invece a 232 milioni di euro, invertendo il risultato negativo di 530 milioni di euro riportato nell'analogo periodo del 2020. Entrambi i risultati hanno superato le stime degli analisti rispettivamente a 8,92 miliardi di euro e a 178 milioni di euro. In discesa, invece, l'utile netto che si è arrestato a quota 116 milioni di euro, rispetto agli 11,58 miliardi contabilizzati nello scorso anno, quando il risultato includeva i guadagni della vendita del business degli ascensori. Tutti i segmenti hanno riportato una performance solida, con il business Steel Europe che ha beneficiato dell'aumento dei prezzi di mercato e della domanda e l'unità di distribuzione che ha registrato un influsso positivo dall'aumento dei prezzi dei materiali.
    Dall'estate, tuttavia, l'unità Automotive Technology di Thyssenkrupp ha cominciato a subire l'impatto delle interruzioni della catena di fornitura dei semiconduttori, risentendo anche dell'aumento dei costi dei materiali e della logistica. "Dopo due anni di intenso lavoro di trasformazione, ora possiamo dire che la svolta è evidente e Thyssenkrupp si sta dirigendo nella giusta direzione", ha affermato l'amministratore delegato Martina Merz. "Tuttavia, rimangono enormi sfide, soprattutto a causa della carenza di semiconduttori e delle incertezze derivanti dalla pandemia di coronavirus".
    Thyssenkrupp ha aggiunto inoltre che sta pianificando un'offerta pubblica iniziale come percorso preferenziale per la sua unità Uhde Chlorine Engineers, che è stata oggetto di speculazioni dei media nei giorni scorsi. La società ha dichiarato che manterrà una quota di maggioranza nel business. Il titolo di Thyssenkrupp è salito di oltre il 10% martedì dopo che Bloomberg ha riferito che l’unità potrebbe essere quotata già nel primo trimestre del 2022. La società ha aggiunto inoltre di essere "convinta" che l'opzione autonoma sia la soluzione migliore per il business Steel Europe e che sta conducendo uno studio di fattibilità per esplorare le condizioni che ritiene necessarie.
    Thyssenkrupp ha anche tracciato quelle che ha definito delle "previsioni ottimistiche" per il suo anno fiscale 2022, nonostante abbia segnalato la presenza di colli di bottiglia nella fornitura di semiconduttori e di altri prodotti che potrebbero comportare difficoltà temporanee. Nello specifico, la società punta a raddoppiare l'Ebit adjusted a 1,5-1,8 miliardi di euro e a raggiungere un utile netto di almeno 1 miliardo di euro rispetto alla perdita di 115 milioni di euro dell'anno fiscale 2021.

    Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

    #giorgioparisipresidentedellarepubblica

    https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

    https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

    Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

    Mb

 

18.11.21
  1. L‘ndrangheta  DENTRO LE PERSONE :  Chi lo ha visto a Torino, all'opera nel progetto «Liberi di scegliere» governato dall'associazione Libera contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, dice che era un ragazzo intelligente. Che si dava da fare in una comunità di persone fragili che assisteva con qualche lavoretto saltuario. Ma il sospetto che mai fosse riuscito a tranciare il legame con le radici mafiose del casato a cui apparteneva, aleggiava come un fantasma su quella promessa di redenzione: «Poteva cambiare, ma è stato risucchiato nel vortice della sua famiglia», dicono al quartier generale dell'associazione, a Torino.
    E bisogna partire da qui per raccontare la storia di uno dei boss emergenti della ‘ndrangheta in Italia, Rocco Molè, 26 anni, erede di una dinastia lineare di nonni, padre, zii e cugini, che ha scritto la storia della malavita calabrese nella piana di Gioia Tauro e a Milano. Da una promessa non mantenuta quando anni fa chiese al Tribunale di Reggio Calabria di svolgere i lavori socialmente utili nella più importante e attiva realtà associativa contro le mafie. Più di due mesi, forse tre, trascorsi nel tempio della legalità dove decine di giovani si rifugiano per riscrivere il proprio destino lontano da boss e picciotti. La Dda di Reggio Calabria gli ha notificato in carcere un altro ordine di arresto: 'ndrangheta. E con ruoli di vertice. In pieno lockdown, a marzo 2020, era finito dietro le sbarre. Nel giardino della sua masseria, in Calabria, gli investigatori avevano trovato 534 kg di cocaina. Perché Rocco aveva preso in mano gli affari della famiglia anche sul versante del narcotraffico internazionale. Glielo aveva detto il padre, Girolamo, detto Mommo, Molè, in un colloquio in carcere intercettato dai pm: «Sto puntando su di te perché sei quello più intelligente. È finito il tempo di giocare. Siamo in guerra e dobbiamo fare i conti con questi». Chiosano i pm: «Rocco Molè doveva seguire le orme (del padre ndr) e subire l'apparato di cui fa parte quasi per nascita e dal quale non può dissociarsi. Era tempo che assumesse le redini della famiglia».
    Da qui parte la scalata di uno dei rampolli della mafia calabrese. Nuove generazioni fagocitate dalle urgenze dei clan. Come a Milano è stato per Giorgetto De Stefano ribattezzato Malefix dalle cronache rosa per il fidanzamento con una nota influencer del capoluogo meneghino. O per Luigi Crea, giovanissimo figlio dei capi della ‘ndrangheta a Torino o – ancora - per Domenico Agresta, giovane tutto crossfit e followers, erede dei casati tra i protagonisti della stagione dell'Anonima sequestri. È caduto, come loro.
    Un cognome, un destino. Rocco usa torni perentori coi suoi fidati colonnelli. Promette vendette nei confronti degli ex alleati Piromalli: «Appena posso gli mangio il cuore». Entra in rotta di collisione con alcuni boss di Rosarno: «Faccio in modo che non gli rimangano neanche le case». Coordina l'esercito della famiglia anche a Milano e a Gioia Tauro manda i suoi emissari per riscuotere il pizzo «con modalità asfissianti e cadenze quotidiane». Così lontano da quel giovane che a Torino voleva uscire dal labirinto di violenza e business che ha invece risposato in Calabria «con pervicace accanimento, intento a far riacquistare alla cosca gli antichi fasti precedenti all'omicidio della zio omonimo».
  2. UNA SCELTA DIFFICILE : Prima di diventare il capo incontrastato di una delle più potenti cosche di ‘ndrangheta del mondo, egemone nella piana di Gioia Tauro, snodo del traffico internazionale di cocaina, Rocco Molè, 26 anni, terza, forse quarta, generazione di un casato mafioso che ha scritto la storia della più potente organizzazione criminale del mondo, aveva trascorso tre mesi a Torino con l'associazione Libera contro le mafie. Era il frutto di un percorso di espiazione di un reato diventato poi «messa alla prova»: istituto giuridico che consente di risarcire la società con lavori socialmente utili e concede all'imputato l'estinzione del reato. Appena terminato il periodo concordato coi giudici è rientrato a Gioia Tauro prendendo le redini della ‘ndrina falcidiata dai processi. Un destino ineluttabile? «Ciò che ha scelto – dice don Luigi Ciotti – è sotto gli occhi di tutti».
    Don Luigi, quanto fa male sapere che un ragazzo che avrebbe potuto cambiare è tornato nella ‘ndrangheta?
    «Lo abbiamo aiutato, ci abbiamo creduto. Era stato lui a scegliere la nostra associazione. Lo aveva chiesto al Tribunale, ma non è riuscito a distaccarsi da quel mondo».
    In quale progetto lo avevate coinvolto?
    «Si chiama "Liberi di scegliere" ed è frutto di un protocollo con tre ministeri. Ogni anno accogliamo e coinvolgiamo centinaia di ragazzi. Ci sono tante storie positive, questa fa eccezione».
    Perché fa eccezione?
    «Si può dire che a questo giovane la ‘ndrangheta ha confiscato la vita».
    Confiscato?
    «Sì, confiscato».
    Non ha resistito al richiamo della famiglia mafiosa?
    «Si è macchiato di reati gravi. C'è un'intercettazione in cui il padre gli dice che il tempo di giocare è finito e deve tornare, perché lì c'è la guerra».
    Quanto, ciò che è accaduto, vi fa riflettere?
    «C'è amarezza, siamo dispiaciuti. Ti chiedi se avresti potuto fare di più, ma la sua volontà era quella di tornare a Gioia Tauro e da lì in poi si è caricato sulle spalle un'intera famiglia di ‘ndrangheta».
    Perché lo ha fatto?
    «C'era una situazione compromessa nei vertici della cosca: mezza famiglia era in carcere. Così è stato riassorbito dal clan».
    Un'occasione persa?
    «Si era dimostrato un ragazzo intelligente, ha fatto qualche lavoretto in una comunità di persone fragili, ma non appena è scaduto il provvedimento che lo vincolava a fare un percorso di reinserimento, è voluto andare via».
    Come l'avete presa?
    «Abbiamo avvertito subito magistratura e tribunale con i quali ci siamo sempre coordinati e siamo rimasti in contatto costante. Con loro abbiamo collaborato, sempre».
    Quanto accaduto cambia la percezione sull'efficacia di questi percorsi per i giovani sottratti alla ‘ndrangheta? «Questo è l'unico caso, insieme a quello di una ragazza, in cui abbiamo registrato un arretramento delle iniziali motivazioni di adesione a un percorso di rinascita. Ogni anno aiutiamo tanti giovani uomini e donne a tranciare i legami con le radici criminali. È una scelta che richiede coraggio. È complicato, soprattutto per tante donne ribelli che vogliono ritrovare la dignità e che hanno bisogno di conoscere un altro tipo di contesto, ma tra i tanti percorsi positivi che registriamo, capita anche una storia come quella di Rocco Molè. Noi andiamo avanti»
  3. DISUMANO , SOLO IL PAPA PUO' AVERE L'AUTOREVOLEZZA  PER INTERVENIRE : L'ottavo giorno di crisi al valico di Kuznica-Bruzgi comincia con un assedio. Sul confine polacco-bielorusso, dove 3.500 persone restano a pochi passi dal sogno proibito di richiedere asilo politico sul territorio dell'Unione Europea, volano pietre, bottiglie, pezzi di legno, pale e picchetti usati per montare le tende. Vengono lanciate da un centinaio di migranti verso i militari polacchi, schierati appena dietro il muro di filo spinato che divide Bielorussia ed Europa. Sono quasi tutti giovani ragazzi iracheni che cercano di aprire un varco fra le maglie della recinzione, ma che vengono respinti dai getti dei cannoni ad acqua esplosi dalle camionette blu delle guardie di frontiera. Sembra roba da niente, ma con il termometro che nella notte è sceso 3 gradi sotto lo zero restare inzuppati significa rischiare l'assideramento. Il fragore delle sirene supera la cortina d'emergenza che dalla frontiera e verso l'interno nessuno può superare in territorio polacco. Sono le ambulanze che trasportano i militari feriti dagli scontri, alla fine saranno sette in tutto, fra cui uno grave, ma fuori pericolo, con il cranio fratturato. Mentre i convogli si allontano verso l'ospedale di Bialystok salgono in cielo colonne di fumo grigiastre, le ultime tracce dei fuochi di bivacco notturni accesi dai migranti nell'ennesima notte passata nel cuore della regione orientale della Podlachia. Si spandono in direzione degli elicotteri che pattugliano la linea di frontiera e che ancora ieri hanno contribuito al respingimento di altre 224 persone, con cinque arresti e 29 decreti di espulsione immediata dal Paese. «Non ne abbiamo intenzione ma, se necessario, saremo pronti a utilizzare le armi», ha dichiarato in conferenza stampa la portavoce delle guardie di frontiera polacche, Anna Michalska, secondo cui tra i gruppi di migranti ci sarebbero anche ufficiali bielorussi in abiti civili, fra i principali responsabili nel coordinamento dell'attacco di ieri. Di parere opposto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, per il quale l'esercito polacco, usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro i migranti, ha violato le norme del diritto umanitario internazionale. Lavrov, inoltre, ha nuovamente rigettato le accuse contro la Russia riguardo al coinvolgimento di Mosca nella crisi migratoria. Dopo il primo contatto di lunedì il dittatore Lukashenko, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa bielorussa Belta, avrà un secondo colloquio telefonico con Angela Merkel nel corso di questa settimana, per approfondire la posizione europea sulla proposta di Minsk per risolvere la crisi. L'ipotesi di apertura di un tavolo arriva subito dopo l'approvazione da parte dell'Ue di nuove sanzioni contro la Bielorussia e mentre comincia a delinearsi il progetto dei voli di rimpatrio che dovrebbero far rientrare i migranti, su base volontaria, verso Baghdad. «Stiamo lavorando per questo con le autorità bielorusse», ha affermato il console iracheno per Russia e Bielorussia, Majid al-Kinani, che ha annunciato il primo viaggio di evacuazione per giovedì. Finora sarebbero circa 200 gli iracheni già a Minsk registratisi per ritornare a casa, con molti altri al confine che avrebbero espresso la volontà di essere rimpatriati ma che, secondo al-Kinani, sarebbero al momento bloccati dalle autorità bielorusse, che non permettono ai migranti di rientrare verso la capitale.
    Per scongiurare nuove partenze il capo della polizia federale tedesca Dieter Romann ha inviato ieri un messaggio trasmesso in diretta sulla televisione curdo-irachena RUDAW TV, spiegando che «il confine polacco è e rimarrà chiuso».
    Continua la discussione diplomatica sulla possibilità che Lituania, Lettonia e Polonia richiedano l'attivazione dell'articolo numero 4 del trattato Nato, che prevede consultazioni in caso di minaccia all'integrità territoriale, all'indipendenza politica o alla sicurezza di un Paese membro. «Se la situazione dovesse degenerare, è possibile che vengano chiusi ulteriori valichi di frontiera con la Bielorussia - ha annunciato martedì a Tvp, la televisione di stato polacca, Marcin Przydacz, vice capo del Ministero degli Affari Esteri - che ha poi espresso la speranza che la Polonia non debba utilizza-re l'art. 4 del Trattato Nord Atlantico. «Spero non sia necessario, ma è una delle opzioni sul tavolo qualora la situazione dovesse peggiorare». Le dichiarazioni di Przydacz fanno il paio con quelle del ministro della Difesa Mariusz B?aszczak, che ringraziando i soldati impegnati alla frontiera ha annunciato premi in denaro per i militari polacchi che stanno gestendo la crisi. Appena lunedì scorso, d'altronde, Adam Glapi?ski, il presidente della Narodowy Bank Polski, la banca centrale della Polonia, aveva comunicato la decisione di emettere una serie di monete e banconote commemorative dedicate alla difesa del confine orientale polacco, un ulteriore segnale di come il governo nazionali-sta guidato da Mateusz Morawiecki si stia impegnando a fondo per trasformare la crisi in una prova di forza nei confronti dell'Unione Europea e in un enorme spot elettorale sul fronte interno.
  4. LA  POLONIA, LA PATRIA DI GIOVANNI PAOLO II,   USERA' I FONDI EUROPEI CONTRO GLI IMMIGRATI: L'Unione europea ha deciso di stanziare 25 milioni di euro in più nel bilancio del 2022 per «proteggere la frontiera con la Bielorussia». La mossa – frutto dell'intesa tra Commissione, Parlamento e Consiglio – ha subito fatto scattare il sospetto che quei soldi possano essere utilizzati per finanziare la nuova barriera anti-migranti che la Polonia inizierà a costruire entro la fine dell'anno e magari per sostenere anche il progetto simile della Lituania. Il portavoce della Commissione, però, ha subito messo le mani avanti, dicendo che la posizione dell'esecutivo guidato da Ursula von der Leyen è chiara: «I fondi non devono essere utilizzati per costruire i muri». Di parere opposto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che nei giorni scorsi ha chiesto e ottenuto un parere positivo da parte del servizio giuridico del Consiglio.
    La questione potrebbe essere affrontata dai leader Ue, che al vertice di ottobre si erano divisi. Senza un'intesa, quei fondi potranno essere utilizzati soltanto per costruire valichi di frontiera, sistemi di videosorveglianza, acquisto di droni oppure dispositivi di rilevamento a infrarossi. Nel bilancio Ue del 2022 (che vale circa 170 miliardi), 1,1 miliardi sono destinati al fondo immigrazione asilo e 809 milioni al fondo per la gestione delle frontiere.
  5. CINA O CAMBIA Xi o Xi viene cambiato: Le parole sono importanti. A Taiwan ancora di più. Tra i temi dell'incontro virtuale tra Joe Biden e Xi Jinping la situazione sullo Stretto ha occupato una posizione rilevante. A Taipei si sentono al centro delle dinamiche tra le due potenze come mai era accaduto negli scorsi decenni. In passato, durante questi incontri il tema veniva inserito tra i vari dossier sui diritti umani o tra quelli relativi alle mosse di Pechino nella regione dell'Indo-Pacifico. Stavolta, invece, Taiwan ha rappresentato uno dei punti focali del summit. Ancora più del solito, dunque, media e partiti locali hanno pesato con estrema attenzione le scelte semantiche utilizzate nei rispettivi comunicati di Washington e di Pechino.
    Biden non si è limitato a esprimere preoccupazione per la situazione sullo Stretto ma ha anche detto che gli Stati Uniti «si oppongono fermamente» ai tentativi unilaterali «di cambiare lo status quo o minare la pace». È questa la parte del suo discorso che è piaciuta di più al governo taiwanese. La portavoce del ministero degli Esteri, Joanne Ou, ha ringraziato Biden per le parole espresse a sostegno di Taipei e ha definito «straordinario» l'impegno profuso dagli Stati Uniti per garantire la stabilità nello Stretto. I media più vicini all'esecutivo si sono concentrati anche su delle dichiarazioni antecedenti all'incontro, in cui Biden aveva spiegato che gli Usa «si ergeranno sempre a difesa dei loro interesse e valori, e di quelli dei loro alleati e partner». Il Liberty Times ha titolato così: «Xi Jinping incontra Biden e lo chiama "vecchio amico". La Casa Bianca: "Lui non la pensa così"». All'interno poi si scopre che si tratta di una precisazione dei giorni scorsi della portavoce Jen Psaki ai media americani circa i rapporti tra Biden e il collega cinese, incontratisi più volte in passato. Allo stesso tempo, durante l'incontro Biden ha sottolineato l'adesione al principio della «unica Cina», sottolineando però il ruolo del Taiwan Relations Act, che impegna Washington a sostenere le capacità di autodifesa dell'isola. Il tutto in linea con la posizione ufficiale di Washington, ma che a qualcuno ha fatto pensare a una retromarcia dopo che nelle scorse settimane la cosiddetta «ambiguità strategica» americana era parsa sempre meno ambigua. Dopo la presa di potere dei talebani a Kabul, Biden aveva infatti parlato di un «impegno» a difendere Taiwan in caso di attacco militare cinese. Senza contare l'ufficialità, data sia dal Pentagono sia dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen, della presenza di un contingente militare a stelle e strisce sull'isola. Tanto è bastato ai media cinesi per celebrare il teorico «passo indietro». In un servizio andato in onda poco dopo il termine dell'incontro, la tv di stato CCTV ha sottolineato il mancato sostegno di Biden all'indipendenza di Taiwan. Lettura utilizzata anche da ambienti e media più critici verso il governo e vicini all'opposizione del Guomindang (il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek), da sempre più scettica sulle reali intenzioni degli Usa e favorevole a un ribilanciamento dei rapporti diplomatici all'interno del triangolo con Washington e Pechino.
    Non hanno sorpreso invece le parole di Xi: «Ogni sostegno all'indipendenza di Taiwan sarebbe come giocare con il fuoco», ribadendo che la Cina è «paziente e disposta a fare del proprio meglio per lottare per una prospettiva di riunificazione pacifica». Ma senza escludere l'utilizzo della forza. Nelle ore successive al summit sono arrivati altri due segnali della ferma volontà di Pechino di non lasciare margini di manovra: otto velivoli militari cinesi sono entrati nello spazio di identificazione di difesa aerea taiwanese. A Taipei, invece, si fa strada l'ipotesi che nei prossimi giorni si possa tenere un ciclo di incontri di alto livello con Washington. E si attende il possibile invito di Tsai al summit for democracy di dicembre, potenziale nuovo fronte di crisi con Pechino. Sul dossier taiwanese non sembrano esserci margini di negoziazione.
  6. MEDIOBANCA L'INTOCCABILE ? La pm milanese Silvia Bonardi ha chiesto di archiviare le indagini sui vertici di Vivendi, il patron Vincent Bolloré e l'ad Arnaud de Puyfontaine, per manipolazione del mercato e ostacolo alle autorità di vigilanza in relazione alla scalata su Mediaset che portò la media company francese ad avere fino al 29,9%. L'accordo che prevede la graduale uscita di Vivendi da Mediaset ha però «pesantemente condizionato» la vicenda, rendendone difficile uno «sbocco dibattimentale». Nella richiesta di archiviazione la pm sottolinea il «silenzio» di Consob e scrive che «più di una perplessità lascia la ricostruzione del ruolo di Mediobanca».
  7. L'ECONOMIA SCOPPIA MA IL PRNN DI LASCIERA' PIU' POVERI DI PRIMA :L'economia italiana è ripartita e i prezzi al consumo continuano a infiammarsi, tornando a un massimo che non si toccava dal 2012. Ieri l'Istat ha rivisto al rialzo il tasso d'inflazione di ottobre, dal 2,9% delle stime preliminari al 3%, soprattutto per il rincaro dell'energia. Il 3% vale per il confronto con l'ottobre 2020, mentre a livello mensile i prezzi sono saliti dello 0,7%. I consumatori suonano l'allarme: il Codacons calcola un aumento di spesa di 922 euro all'anno per la famiglia italiana media, mentre l'Unione nazionale consumatori tratteggia la situazione città per città e segnala (cominciando dalla testa della classifica delle città più care) che a Bolzano i rincari costeranno 1526 euro, a Bologna 1361 e a Padova 1339.
    Dalla sua assemblea a Roma, la Confesercenti lancia un allarme: la ripresa dei consumi sarà più lenta di quella del Pil. A fine 2022 in Italia saremo ancora 20 miliardi di euro sotto il livello dei consumi del 2019 e il recupero completo arriverà solo nel 2023. Questo si deve alla riduzione del reddito medio degli italiani, che a fine 2021 sarà inferiore di 512 euro pro-capite persona rispetto al 2019, e all'inflazione, che in due anni potrebbe sottrarre ai consumi 9,5 miliardi di euro (4 miliardi quest'anno e 5,5 miliardi del 2022). Tornando ai numero dell'Istat, a livello tendenziale i prezzi dei beni energetici sono passati dal +20,2% di settembre a un +24,9%; quelli della componente regolamentata da +34,3% a +42,3% e i prezzi della componente non regolamentata da +13,3% a +15,0%. Accelerano rispetto al mese di settembre, ma in misura minore, anche i prezzi dei servizi di trasporto (da +2,0% a +2,4%).
    C'è comunque una buona notizia (parziale): dopo due mesi e mezzo di rincari ininterrotti, il ministero della Transizione ecologica ha registrato uno stop, e anzi una lievissima inversione di tendenza, nei prezzi dei carburanti, visto che la benzina in modalità self adesso costa in media 1,750 euro al litro (contro 1,751 del precedente monitoraggio) e il gasolio 1,613 euro (da 1,614 nella settimana precedente).
    L'Istat aggiunge che tra le varie voci che costituiscono l'indice del carovita accelerano su base annua i prezzi dei beni (da +3,6% a +4,2%), mentre la crescita di quelli dei servizi è stabile (+1,3%).
    In Italia l'inflazione "acquisita" per il 2021 è dell'1,8% per l'indice generale e dello 0,8% per la componente di fondo.
  8. CROLLA LA GRANDE DISTRIBUZIONE, L'INFLAZIONE CRESCE : Per l'azienda sono «interventi strutturali» figli di «situazioni di eccedenza» mentre lavoratori e sindacati usano un termine ben più immediato e feroce: licenziamenti. Sono tanti, 770 in tutta Italia sparsi in 106 punti vendita, i dipendenti di Carrefour coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo attivata dalla multinazionale francese della grande distribuzione. «I motivi sono da individuarsi nella grave situazione economico gestionale.
    Il complessivo calo del fatturato e dei clienti da un lato, e l'incidenza del costo del lavoro dall'altro, hanno determinato una situazione di grave squilibrio che ormai non è più sostenibile e costringe la società ad un intervento strutturale volto a riequilibrare il rapporto tra personale e fatturato» si legge nella nota diffusa dal colosso della Gdo. Una doccia fredda arrivate, peraltro, nel giorno in cui Confesercenti ha lanciato l'allarme sulla ripresa dei consumi, che secondo l'associazione «in Italia sarà più lenta di quella del Pil e a fine 2022 potrebbe non raggiungere i livelli pre-pandemia».
    Il piano comunicato da Carrefour ai sindacati prevede la dismissione di 106 negozi in nove regioni della rete vendita diretta, di cui 82 Express e 24 Market, con il trasferimento a terzi imprenditori della rete in franchising: Valle d'Aosta, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sardegna i territori coinvolti dalla razionalizzazione. Sono coinvolti 600 collaboratori dei punti vendita diretti su tutto il territorio nazionale e 170 nella sede centrale.
    Carrefour, che nel nostro Paese vanta un giro d'affari di 4,6 miliardi di euro, ha fatto sapere che il piano di esodi incentivati presentato ai sindacati «sarà gestito su base esclusivamente volontaria tramite l'attivazione di una procedura formale come previsto dalla legge». Per rendere la pillola meno amara Carrefour ha poi assicurato «l'impegno, nell'ambito del confronto con i sindacati e con le istituzioni preposte, ad assicurare ad ogni collaboratore coinvolto la migliore soluzione possibile, favorendo il ricollocamento interno e percorsi per l'imprenditorialità» e assicura la volontà «di restare e continuare ad investire in Italia, con l'obiettivo di tornare alla profittabilità e ad una crescita duratura e sostenibile» . Sul piede di guerra i sindacati. La Fisascat Cisl, per bocca del segretario generale aggiunto della federazione Vincenzo Dell'Orefice, «ritiene non percorribile la strada di un confronto finalizzato unicamente a consentire licenziamenti e cessioni di negozi a terzi». Il sindacalista sollecita Carrefour Italia «a integrare il proprio piano d'azione con delle parti relative alla prospettiva futura della rete a gestione diretta in Italia». A cominciare da «un dettagliato piano di investimenti sulla rete commerciale fisica, che presenta, in moltissimi casi, difetti strutturali che rendono sempre meno fruibili i punti di vendita e che, sovente, finiscono per allontanare la clientela dal marchio». Per poi intervenire con «un focus sull'ipermercato, format che nell'ambito dell'organizzazione aziendale della multinazionale francese in Italia riveste un ruolo significativo, anche in termini di occupati, e che, pertanto, va necessariamente rilanciato, se effettivamente Carrefour vuole restare nel nostro Paese.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

17.11.21
  1. LA CINA UCCIDE PER ORA I CANI :Una residente di Shangrao, nella provincia di Jiangxi, ha pubblicato un video sul social Weibo accusando gli operatori sanitari di aver picchiato a morte il suo cane mentre lei era in quarantena in un hotel che non ammette animali. Le autorità locali si sono scusate con la proprietaria del cane e hanno detto che il lavoratore in questione è stato sollevato dall'incarico. Il South China Morning Post ha riferito di altri episodi di cani e gatti soppressi dalle autorità sanitarie senza l'autorizzazione dei loro proprietari in quel momento in cura o in quarantena in ospedale.
  2. L'ITALIA MORIRA' CON VENEZIA : I recenti incontri di Roma e di Glasgow hanno dato risultati deludenti sul fronte dei drammatici mutamenti climatici che ci minacciano. Eppure nessuno ha contestato seriamente l'attendibilità delle previsioni ICCP (Intergovernmental Panel on Climate Change) diffuse nel luglio di quest'anno: in mancanza di interventi seri, immediati e globali, la temperatura media del pianeta aumenterà entro il 2100 da 2,1 gradi a 3,5 nell'ipotesi peggiore. Il livello dei mari crescerà mediamente, di qui alla fine del secolo, da un minimo di 44 centimetri a un massimo di 76: a patirne le conseguenze non saranno dunque solo le indeterminate generazioni future, ma centinaia di milioni di giovani e di bambini già vivi oggi, un esercito di Grete che riempiono e riempiranno sempre più le piazze del mondo.
    Fra le prime vittime dell'incoscienza umana, Venezia. Un incauto ottimismo fa credere ai più ingenui che le barriere mobili del Mose siano una difesa efficace, ma non è così. Il Mose (ammesso che funzioni) può agire su fenomeni passeggeri e locali come l'acqua alta, ma non ha il minimo effetto sul crescente innalzamento di livello delle acque, che è un fenomeno planetario. Il livello delle acque in Laguna negli ultimi cento anni è già cresciuto di 35 centimetri, nulla di fronte a quello che sta per accadere, portando fatalmente a una condizione quasi permanente di acqua alta: le barriere del Mose dovrebbero essere alzate almeno 260 giorni l'anno, ostruendo l'armonico rapporto fra Laguna e mare che è essenziale alla sopravvivenza di un prodigioso ecosistema che include monumenti e acque, la storia degli uomini e la biosfera, la Laguna e la città.
    Venezia non verrà ingoiata da eventi catastrofici imprevisti, ma si sgretolerà e crollerà su se stessa nei prossimi decenni, via via che i suoi edifici verranno corrosi dalla risalita capillare dell'acqua salmastra, che, impregnando malte e intonaci, pietre e mattoni, intacca l'integrità degli edifici e provoca crescenti dissesti strutturali. L'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, prestigiosa accademia fondata nel 1810, ha dato corpo a questo allarme in una lettera aperta al presidente del Consiglio Draghi. Da almeno un decennio, dice la lettera, è certo che il livello del Mediterraneo crescerà quanto quello dell'Atlantico, e le conseguenze a Venezia saranno aggravate dalla subsidenza, fenomeno geodinamico inarrestabile per cui l'intera città si abbassa ogni anno di 2 millimetri. L'estrema gravità della situazione, ben nota agli specialisti, non ha ancora raggiunto l'opinione pubblica né innescato adeguati provvedimenti di governo, a causa della frequente confusione fra gli eventi temporanei propri della Laguna (l'acqua alta) e l'innalzamento globale dei mari, che su Venezia sta avendo un effetto letale; e le tortuose vicende del Mose, passate attraverso episodi di corruzione e sprechi, hanno contribuito a deviare l'attenzione da questa distinzione essenziale.
    Che cosa sta facendo o può fare l'Italia per salvare Venezia? Prima di tutto, certo, contribuire a promuovere rimedi globali che quanto meno rallentino i cambiamenti climatici e ne rendano meno incontrollabili gli effetti. Ma il problema di Venezia resta e il Mose, se pure dovesse funzionare al meglio, nulla può fare per impedire il processo in corso: «Venezia non scomparirà inghiottita dalle acque come la mitica Atlantide, ma marcirà e cadrà a poco a poco: orribile monumento alla nostra negligenza e incompetenza», è scritto nella lettera a Draghi. E come si potrà salvare città e Laguna, se «una Babele di autorità e di poteri conflittuali sono attualmente responsabili della protezione di Venezia» ? Una trentina di istituzioni si divide compiti che spesso si sovrappongono, generando zone grigie e conflitti di competenza: e l'unico rimedio che si è finora trovato è il cosiddetto Comitatone, istituito con legge speciale, che dovrebbe coordinare tutto ma riesce a riunirsi, faticosamente, a intervalli troppo larghi per risultare efficace.
    L'Istituto Veneto suggerisce al governo, invece, di muoversi in due direzioni, entrambe all'insegna della massima trasparenza e pubblicità dei risultati: la ricerca scientifica e l'efficacia dei processi decisionali. Alla Babele nostrana propone di sostituire un organismo unico, «una nuova autorità dotata di adeguate deleghe», seguendo l'esempio dell'Olanda, che già dal 2010 ha creato un'autorità strategica di gestione del problema (Programma Delta). Poiché è necessario affrontare l'incertezza che ci sta davanti, in Olanda si sta lavorando simultaneamente a quattro diversi scenari, con un innalzamento del livello del mare da un minimo di 40 centimetri a un massimo di un metro. Lungimirante pianificazione del futuro e flessibilità nelle risposte sono infatti premesse imprescindibili di un buon risultato: il nuovo organismo, seppure necessariamente innestato nell'ordinamento istituzionale del Paese, dovrebbe valersi delle massime competenze scientifiche e gestionali a livello europeo, consentendone la piena libertà.
    Rivolgendosi a Biden in vista degli incontri di Roma e di Glasgow, Draghi si mostrò assai allarmato per le «conseguenze catastrofiche» dell'innalzamento di livello dei mari, e citò Venezia fra i temi da affrontare con decisione (La Stampa, 18 settembre): è anche per questo che l'Istituto Veneto si è rivolto a lui con speranza. All'appello si è aggiunta la voce di Orhan Pamuk, il grande scrittore turco (Nobel 2006) che ha insegnato a Ca' Foscari nel 2009 : «Salvare Venezia è salvare tutta l'umanità e ogni città del mondo. Servirà come esempio per tutta l'umanità e mostrerà che salvare e conservare le nostre città significa preservare esempi unici dei diversi modi in cui si può essere umani». Se l'Italia vuole che la sua voce sul riscaldamento globale venga ascoltata, nulla può darle credito quanto passare dalle parole ai fatti sul fronte più difficile e più caldo del mondo: Venezia.
  3. LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI : Intorno alle 10 è salita sulla recinzione che protegge la Fontana Maggiore, a Perugia, e si è incatenata alla ringhiera. Chiede giustizia per suo figlio, morto 10 anni fa dopo la caduta dal tetto di un'azienda di Narni. Aveva 25 anni il ragazzo, Maringleno Dodaj, studente di Economia e commercio, che per permettersi di studiare faceva qualche lavoro saltuario.
    Quella mattina stava posando pannelli sul tetto di un capannone quando è precipitato nel vuoto. Lena, la mamma, dal giorno della morte del figlio, ha avviato una dolorosa battaglia per sapere. Sapere come è morto, se qualcuno ha sbagliato, se qualcosa è andato storto, se non si è indagato a sufficienza. «Perché a mio figlio non è stata fatta neanche l'autopsia? Non so cosa sia successo. Si è addormentato? E' stato spinto? Non si sa, non c'è stato modo di verificarlo. Invece, sarebbe bastato fare quell'esame a tempo debito e avremmo avuto le risposte che oggi, dopo dieci anni, continuiamo a fare».
    Lena, per un paio d'ore è rimasta in piedi sul muretto, le catene intorno al corpo. Al suo fianco, il marito. Poi, un'agente di polizia l'ha convinta prima a sedersi, poi a desistere. La signora Dodaj ha fatto lo sciopero della fame, ha smesso di prendere i farmaci che le sono necessari per la cura di sue patologie, alla fine della lunga mattinata era stremata, «ma non importa, sono morta anche io quel giorno».
    Il decesso di Maringleno si è trasformato in un procedimento per omicidio colposo che ha portato a due condanne e a tre assoluzioni in primo grado. Archiviato, invece, il procedimento relativo ai soccorsi e agli interventi medici.
    Che cosa ricorda di quel giorno?
    «Quel maledetto 18 novembre era uscito per lavorare come già capitato altre volte. Alle 8.10 di mattina è arrivato al pronto soccorso. Dopo la caduta era cosciente, diceva di aver male a una gamba. Poi con l'ambulanza è stato portato al pronto soccorso. Alle 8,20 sono arrivata anche io. Non mi hanno fatto entrare. Non l'ho potuto vedere. Nessuno mi ha informato di niente fino a quasi mezzogiorno. Quando mi hanno detto che era stato portato in sala operatoria. Circa un'ora dopo mi è stato detto che era morto e che si trovava al pronto soccorso».
    Poi una volta arrivata al pronto soccorso…
    «Un'immagine straziante. Era sdraiato senza vita in uno sgabuzzino minuscolo. Ricordo una scopa che era appoggiata alla parete, vicino al suo corpo. Ma non abbiamo mai avuto spiegazioni per quello che era successo. Nessuno ha voluto parlare con noi. Mi sono sentita male, sono stata sedata».
    Lena, lei è stata diverse volte ricoverata e a lungo in cura...
    «Sette volte, mi hanno ricoverato sette volte. Ho preso coscienza della morte di mio figlio dopo mesi di stordimento. Non l'ho potuto vedere per l'ultima volta, salutarlo. E poi vederlo in quel modo, a terra come un oggetto, è stato umiliato anche da morto».
    Che cosa la porta a chiedere giustizia? Che cosa ritiene ci sia di poco chiaro?
    «Nella cartella clinica di mio figlio, ci sono cancellature, orari che non tornano. La dimissione dal pronto soccorso, per esempio, risulta essere stata fatta intorno alle 10, quando a me hanno detto, alle 11 passate, che si trovava in sala operatoria. E poi l'operazione? È stata eseguita veramente? Ci sono elementi che ci fanno pensare di no, che evidenziano contraddizioni anche piuttosto macroscopiche a nostro modo di vedere. Eppure, dai documenti dell'ospedale di Terni l'intervento risulta. Insomma, ho tanti dubbi e troppe poche risposte».
    Lena, lei ha protestato davanti alla Procura e al Tribunale di Terni e poi davanti alla Procura generale della Corte d'Appello di Perugia. Ha scritto una lunga mail al ministero di Giustizia per raccontare la tragedia di suo figlio. Ha chiesto un incontro con il procuratore Sergio Sottani perché sia fatta chiarezza attraverso un nuovo procedimento...
    «Nei prossimi giorni dovremmo avere un incontro, potrò fargli conoscere, mi auguro, la vicenda di mio figlio attraverso i documenti e non soltanto attraverso la mia disperazione. Speriamo che qualcosa succeda. Lo devo a mio figlio, non posso fermarmi. Io da dieci anni non vivo più, sono continuamente straziata dall'ultima immagine che ho di lui, un'immagine spietata, crudele, ingiusta. Voglio soltanto la verità».
  4. SIAMO NOI CHE DOBBIAMO ADATTARCI A LORO ? Ajala ha 14 anni, due sorelle, un fratello e due genitori che dal Bangladesh si sono trasferiti ad Ostia.
    Il nome è di fantasia, ma non i soprusi subiti in famiglia a causa del suo rifiuto alle regole di vita imposte dalla religione islamica. A partire dall'obbligo di indossare il velo.
    «Se non lo porto mi riempiono di botte e mi minacciano di rimandarmi in Bangladesh. Non ce la faccio più ad andare avanti così». Tra le lacrime la ragazza, sabato pomeriggio, ha denunciato il fratello e la madre. Si è presentata alla caserma dei carabinieri di Ostia con i segni di graffi e pugni sul volto e sulle braccia.
    Il fratello, studente, 17 anni, l'aveva picchiata così tanto da procurarle un lieve trauma cranico. Da mesi Ajala vive in un clima di violenza psicologica e fisica perché si ribella allo stile di vita islamico. «Mi costringono a uscire per strada con il velo, ma io non voglio» ha spiegato ai militari che hanno ascoltato il suo racconto. La ragazza, studentessa, è stata più volte vessata dal fratello e della madre fra le mure domestiche. Finalmente, nel tardo pomeriggio di sabato si è fatta coraggio e si è rivolta alle forze dell'ordine.
    È probabile che abbia avuto la forza di parlare grazie al sostegno di una professoressa alla quale aveva confidato le persecuzioni patite in famiglia. È stata proprio la docente, infatti, ad accompagnarla dai carabinieri. In quella insegnante Ajala ha trovato un'adulta in grado di ascoltare e comprendere le sue esigenze di adolescente che vuole integrarsi nel tessuto sociale italiano e non vuole sentirsi «diversa» dalle coetanee perché obbligata a coprire e nascondere i capelli con il velo.
    I militari hanno verbalizzato il resoconto di Ajala, inoltrando l'informativa alla Procura di Roma. Sia a quella ordinaria (per il coinvolgimento della madre di 39 anni) sia a quella minorile a causa dell'età della ragazza e di suo fratello anch'egli minorenne.
    Attualmente la quattordicenne si trova in una casa famiglia, dove vivrà sotto protezione. Sarà assistita anche dalle cure di uno psicologo per poter riacquistare fiducia in se stessa. L'ultima violenza subita, sabato, l'ha convinta a dire basta una volta per tutte: il fratello l'ha ricoperta di schiaffi, calci e pugni, facendola anche sbattere contro un mobile. Tanto che è stato necessario un passaggio al Pronto soccorso dell'ospedale Grassi di Ostia: i medici che l'hanno visitata le hanno diagnosticato un lieve trauma cranico.
    Le ferite e i traumi riportati saranno guaribili in due settimane. I carabinieri, che indagano coordinati dalla Procura di Roma, hanno denunciato madre e fratello con l'ipotesi dei reati di maltrattamenti familiari e lesioni personali ed è ora al vaglio la posizione degli altri parenti. Il padre di Ajala lavora al porticciolo di Ostia, una sorella di 20 anni gestisce un mini market, mentre la madre, casalinga si occupa dell'ultima nata che ha appena 1 anno.
    Sul caso interviene Laura Ravetto, responsabile del Dipartimento Pari opportunità della Lega: «Non è questa l'idea di integrazione che abbiamo, lo abbiamo detto anche per casi come quello di Saman (la diciottenne di origine pakistana scomparsa da Novellara, Reggio Emilia, a maggio, presumibilmente uccisa perché non voleva sposare un cugino, ndr) sul quale è calato il silenzio. La Lega è dalla parte della libertà per le donne».
    Tra le altre reazioni anche quella della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: «È una vicenda indegna. È solo uno dei tantissimi casi che quotidianamente riguarda i giovani maltratti dai genitori in virtù dei dettami fondamentalisti. È inaccettabile: nel nostro Paese non c'è spazio per chi non è in grado di rispettare la nostra cultura e civiltà».
  5. LA FURBATA DEL GREEN PASS PORTERA' DRAGHI A SEGUIRE L'ESEMPIO CUBANO ?  LA MACELLERIA SOCIALE DEL GREEN PASS OBBLIGATORIO PER LAVORARE  DIVIDERA' IL PAESE. Come in un gioco tra guardie e ladri, governo e opposizione si sono inseguiti ieri a Cuba durante la giornata di mobilitazione promossa da gruppi critici del regime. Un primo assaggio si era visto domenica fuori dalla casa del leader del movimento Archipiélago, il drammaturgo Yunior Garcia, che aveva annunciato di voler manifestare da solo per le strade dell'Avana. La sua casa è stata circondata da un centinaio di agenti che gli hanno impedito di uscire, mettendogli anche una gigantesca bandiera cubana sul balcone. A lui non è rimasto altro che affacciarsi alla finestra con un cartello: «Sono chiuso in casa». Stessa sorte è capitata ieri ad altri esponenti dell'opposizione, così come a giornalisti, artisti, attivista indipendenti. Piantoni di agenti fuori casa, internet bloccato per diverse ore, avvertimenti più o meno velati di non farsi vedere protestando. Dal collettivo Archipiélago, che ha più di 30.000 follower in Facebook, hanno chiesto il permesso di manifestare ma il governo glielo ha negato categoricamente. «Dobbiamo protestare – spiegano – per scuotere questo Paese, auspichiamo un grande dibattito, permettere ai cubani di prendere coraggio, vogliamo lavorare per produrre dei cambiamenti». Ma cambiare è proibito a Cuba; per l'establishment qualsiasi manifestazione di dissenso è una provocazione golpista orchestrata dagli Stati Uniti. Lo ha ripetuto il ministro degli esteri Bruno Rodriguez in un incontro con il corpo diplomatico e dalle parole si è passati rapidamente ai fatti, persino con il ritiro delle credenziali ai corrispondenti dell'agenzia di stampa spagnola Efe, colpevoli di aver dato voce a chi protesta. Human Rights Watch ha denunciato ieri aggressioni a danno di manifestanti pacifici, mentre centinaia di cubani sono ancora in carcere dopo le manifestazioni contro il regime dell'11 luglio scorso. Ieri come oggi, la mano dura. Alcuni sono stati condannati a pene da 4 a 12 mesi per istigazione alla violenza, resistenza all'autorità, vandalismo, infrazione delle norme di prevenzione sanitaria. Delitti comuni e non di opinione, per evitare che li si consideri, almeno formalmente, dei prigionieri politici. La retorica ufficiale è chiara; chi si ribella lo fa perché al soldo della Cia. «Ogni volta che un cubano vuole fare o dire qualcosa – ha spiegato Yunior Garcia - dicono che è stato Washington a imporglielo; come se non avessimo un cervello nostro». Maikel Osorbo, uno degli interpreti del rap «Patria y vida», colonna sonora dei dissidenti, è ancora rinchiuso nel carcere di Pinar del Rio dopo esser stato in passato protagonista di video virali sui social; lo si vede discutere con un agente che lo accusa di essere controrivoluzionario, scappare in bicicletta dai poliziotti o cucirsi la bocca contro la censura. Per evitare di essere arrestati i dissidenti hanno cambiato più volte il programma delle manifestazioni di ieri. All'inizio si pensava a dei cortei, ma poi si è scelta la discrezione, invitando la gente a vestirsi di bianco e a portare fiori alle statue degli eroi dell'indipendenza, a sbattere pentole e coperchi dai balconi o a srotolare lenzuola bianche dalle finestre. Far vedere che non si è d'accordo, ma evitando lo scontro fisico. Il regime, a sua volta, ha organizzato delle manifestazioni in appoggio al partito per «blindare» piazze e parchi. La data non è causale; ieri Cuba ha riaperto al turismo dopo 18 mesi di blocco causa pandemia. C'è bisogno disperato di riattivare il settore che, assieme alle rimesse, rappresenta buona parte dell'economia dell'isola. Il Pil è caduto del 11% nel 2020 e crescerà meno del 3% quest'anno. Troppo poco, considerando anche l'emergenza sanitaria. Dopo il boom di casi in estate per la variante Delta, si cerca di controllare la pandemia con il vaccino di nazionale Soberana 02, con efficacia dichiarata dall'Avana del 91% dopo tre dosi. Tra fame, incertezza sul futuro e voglia di libertà le voci di protesta a Cuba sembrano destinate ad aumentare, nonostante la mano dura del regime. Le città cubane presidiate da agenti in borghese e da militanti del partito comunista. Gli attivisti più esposti e i giornalisti indipendenti assediati a casa o in stato di fermo, senza telefono e internet. Espulsi i corrispondenti dell'agenzia spagnola Efe. Da settimane la nuova ossessione delle autorità cubane ha un nome: Archipiélago. Un volto: Yunior García Aguilera. E una data: il 15 novembre, giorno di una protesta annunciata.
    Ieri nessuno ha potuto marciare. E gli organizzatori, per evitare violenze, hanno chiesto solo di vestirsi di bianco e di camminare con una rosa bianca o battere le pentole in «cacerolazo» improvvisati. Eppure, mai come ora il governo di Cuba è parso così nervoso. È come se temesse di non riuscire a contenere una società sempre più irrequieta. Dopo lo scoppio delle proteste l'11 luglio scorso, l'onda del dissenso si è coagulata nella piattaforma civica Archipiélago: chiede la libertà di chi è in prigione (si parla di 500 persone), la fine della repressione e il riconoscimento di una società democratica. Archipiélago si articola con gruppo privato in Facebook di oltre 37 mila contatti (di cui quasi 20 mila dentro l'isola), Twitter e un canale Telegram (Agora) che conta 29 moderatori.
    Il portavoce è Yunior García Aguilera, 39 anni, drammaturgo e sceneggiatore. È con lui che siamo riusciti a parlare, in uno slalom tra le continue interruzioni di internet e telefono cui è sottoposto, costretto dalla polizia a non uscire di casa, perché non è consentita la protesta.
    Vietato manifestare il dissenso in strada. Come si vive oggi a Cuba?
    «Manifestare è un diritto sancito dalla Costituzione. Eppure le autorità hanno dimostrato di non voler rispettare le proprie leggi: qui non esiste la separazione dei poteri né lo Stato di diritto e neppure, arrivo a dire, esiste una Repubblica. C'è un potere assoluto, concentrato in un partito unico che ha sequestrato la sovranità e usa la Costituzione per difendersi dal proprio popolo».
    Ma cosa contraddistingue Archipiélago da altre iniziative di dissenso?
    «Archipiélago è una piattaforma plurale, ci sono liberali, democratici, socialisti, anarchici, molti attivisti della comunità Lgbt e tanti che lottano contro la discriminazione razziale. Ci ritroviamo per tenere aperto uno spazio di dibattito e crediamo nell'attivismo civico. La stessa guida di Archipiélago è orizzontale: Cuba ha sofferto così tanto di caudillismo, che ce ne teniamo lontani. Avere una leadership orizzontale ci permette di proteggere il movimento, ma anche di assumerla come una regola per il futuro di tutti».
    Voi chiedete che si apra a Cuba una transizione democratica: come è possibile?
    «Dobbiamo superare questo modo di pensare da trincea che ha caratterizzato la società cubana per così tanto tempo. Abbiamo bisogno di una riconciliazione nazionale e di costruire un nuovo patto sociale usando vie democratiche, attraverso il voto o con una Costituente. È l'unico cammino che abbiamo: rifiutiamo qualsiasi opzione violenta e ci concentriamo nel civismo».
    Il regime è stato preso alla sprovvista dalle proteste di luglio. Ha represso e allo stesso tempo ha accelerato le riforme economiche. Come lo valutate?
    «Credo che l'atteggiamento del regime sia quello di sopravvivere nel potere e conservarlo. Qualunque apertura è una fessura perché entri un po' di luce e un po' di brezza, mantenendo le sbarre affinché nessuno possa entrare o uscire. Abbiamo invece bisogno di cambi strutturali: stanno mettendo delle toppe per riparare una falla a una conduttura che è completamente ossidata e obsoleta; se non si cambiano i pezzi di questa struttura, non servirà a nulla rattopparla. Parlano di Rivoluzione, ma per noi la Rivoluzione è morta troppo presto e quello che esiste oggi è solo un dogma. Quando supereremo la paura, saremo più vicini a fare di quella fessura una finestra più grande e magari senza più sbarre».
  6. OBIETTIVO GREEN PASS RAGGIUTO :Un mondo da 150 mila lavoratori, 300 concessionari, 3.200 imprese e 80 mila punti vendita. La filiera del gioco legale esce penalizzata dai lockdown, che hanno raddoppiato il giro d'affari del mondo dell'illegale. È la sintesi del rapporto realizzato da Lottomatica e Censis sullo stato del gioco legale in Italia. Una filiera che durante la pandemia ha lasciato per strada 22,2 miliardi di euro, di cui 4,1 destinati all'Erario, e che nel 2021 rischia di accentuare la crisi. Il documento è stato illustrato ieri in Senato alla presenza del sottosegretario all'Economia Federico Freni, del procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho e del direttore dell'Agenzia delle Dogane e Monopoli Marcello Minenna. «Bisogna uscire dall'equivoco che il gioco legale sia un problema – le parole di Freni –. Il gioco illegale semmai è un problema».
    Durante il lockdown il giro d'affari della criminalità è aumentato del 50% passando dai 12 miliardi stimati nel 2019 ai 18 del 2020. Un incremento che continuerà anche nel 2021, quando la raccolta del gioco illegale supererà la soglia dei 20 miliardi. «Lo Stato – ha detto il presidente del Censis, Giuseppe De Rita – non deve comprimere il gioco legale, dando cosi spazio all'illegale, ma gestirlo».
    Il rapporto sottolinea la mancanza di strumenti anti-ludopatia: «Prioritaria – si legge – è l'attivazione di un sistema di prevenzione e riabilitazione personalizzato, che consenta di individuare i rischi e attivare tempestivamente soluzioni modulate sul singolo caso».
  7. OLANDA SEMPRE PARADISO FISCALE : C'è chi dice sia una risposta alla sentenza della Corte Costituzionale olandese, che ordina di tagliare le emissioni del 45 per cento entro il 2030. E chi punta su un cambiamento all'interno delle regole di mercato, dettato dalla ricerca di condizioni più favorevoli ai colossi. Di sicuro, la decisione della Royal Dutch Shell è una svolta per un pezzo d'Europa: il gigante del petrolio del gas cambia nome – si chiamerà soltanto Shell – e trasloca. Per il simbolo dei Paesi Bassi, il futuro è a Londra, dove ha già la sede legale. Nonostante la Brexit.
    L'annuncio, arrivato assieme alla comunicazione della semplificazione della struttura – ci sarà un'unica linea di azioni – viene preso male dall'Olanda, che rischia di perdere, almeno formalmente, il suo gruppo più importante. Il governo olandese reagisce con un tweet, un messaggio affidato al ministro degli Affari Economici Stef Blok, che si dice «spiacevolmente sorpreso». La Borsa di Amsterdam invece accoglie, seppur senza grandi scossoni, i piani della multinazionale: il titolo fa un balzo del 2,33% e sfiora quota 20 euro. «In un momento di cambiamento senza precedenti per il settore, è ancora più importante avere una maggiore capacità di accelerare la transizione verso un sistema energetico globale a basse emissioni di carbonio. Una struttura più semplice consentirà a Shell di accelerare la realizzazione della sua strategia Powering Progress, creando valore per i nostri azionisti, clienti e società in generale» replica il presidente di Shell, Sir Andrew Mackenzie. Secondo Shell non c'è nulla di traumatico: la società resta quotata ad Amsterdam e prosegue con i progetti eolici al largo delle coste olandesi, la costruzione di un impianto di biocarburanti a basse emissioni di carbonio su scala mondiale presso l'Energy and Chemicals Park di Colonia e i lavori per creare il più grande elettrolizzatore d'Europa a Rotterdam.
    Per l'esecutivo di Mark Rutte, invece, è il secondo caso dopo quello di Unilever: gli azionisti alla fine del 2020 hanno votato a favore di un'unica capogruppo, sempre con sede in Gran Bretagna. Ecco perché, scrive il "Financial Times", il governo starebbe tentando un'operazione dell'ultima ora per convincere il gruppo a tornare sui suoi passi, rilanciando la promessa di eliminare la controversa ritenuta alla fonte del 15% sui dividendi distribuiti nel Paese tramite le azioni di classe A. C'è una sola certezza: la mossa di Shell arriva poche settimane dopo che l'hedge fund Third Point ha rivelato una grossa partecipazione nel gruppo, attorno ai 750 milioni di dollari, e preme perché si divida in più società per aumentare performance e valore di mercato.
  8. ERRORI DA SCARICARE : Covid: si raschia il barile. Il tema sono i costi della pandemia sul sistema sanitario, costi ai quali contribuiscono attivamente i No Vax, che oggi il Piemonte sottoporrà a Roma per affrontare il 2022. Tema fondamentale, che non a caso ieri ha monopolizzato buona parete della riunione del Dirmei.
    Qualche numero, fornito da Alberto Cirio e dall'assessore alla Sanità Luigi Icardi: 595 milioni di spese generate dalla pandemia per il 2021, di cui 400 per le spese e 195 per il personale. La ricaduta per ogni cittadino del Piemonte è stata di circa 138 euro pro capite, in linea con la media nazionale (135 euro). Dopodichè: ci sono Regioni che hanno speso di più, Lombardia ed Emilia hanno sfiorato i 180 euro procapite. Di sicuro, si tratta di un problema che assilla tutte le Regioni, senza eccezioni.
    Restando al Piemonte, si è fatto fronte alle maggiori spese attraverso le economie del fondo sanitario e utilizzando le risorse del Fesr, il Fondo europeo per lo sviluppo regionale, che l'Ue ha autorizzato per assorbire i costi della pandemia. «Questo ha consentito di mantenere un equilibrio e garantire il servizio sanitario anche guardando al prossimo anno, ma per poter mettere in campo nuovi investimenti nel 2022 sarà fondamentale un intervento dello Stato», spiega Cirio.
    A maggior ragione, considerata la ripresa della curva epidemica, anche in Piemonte: ieri sono stati comunicati 240 nuova contagi e, quel che più conta, altri 15 ricoveri nei reparti ordinari degli ospedali (ora sono 259). Invariati quelli in terapia intensiva (24). Due i decessi. Le persone in isolamento domiciliare sono 5.786.
    Da qui l'incontro, convocato oggi con i capigruppo di Camera e Senato, e a seguire con i coordinatori e vice coordinatori della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni con il ministro della Salute Speranza, per fare il punto. Complessivamente servirebbero 2 miliardi. Quanto al Piemonte, dall'assessorato alla Sanità giudicano sottostimata la cifra di 100 milioni, di cui si vociferava ieri.
    Sul fronte dei vaccini, ieri sono state immunizzate 15.358 persone: a 4.012 è stata somministrata la seconda dose, a 9.930 la terza dose. A impensierire la Regione, per quanto riguarda le terze dosi, è lo scarso numero di prenotazioni da parte degli over 60: fenomeno che, peraltro, ha già spinto l'assessorato a disporre la chiamata diretta ad opera delle aziende sanitarie. Questo presuppone un altro problema: la sincronizzazione con quanti, invece, si registrano sul portale regionale per fare la terza dose nelle farmacie, o prenotano direttamente.
    Ribadito l'invito a dare fondo alle scorte del vaccino Moderna, anche per le terze dosi: scorte che ormai superano quelle di Pfizer.
  9. AKIO TOYODA HA RAGIONE : Un’automobile elettrica può emettere più CO2 (equivalente) di una a benzina, se la ricarica è fatta con elettricità “sporca” come quella messa in rete da alcuni Paesi europei. Questo risultato emerge da uno studio di Radiant Energy Group, azienda statunitense focalizzata nei servizi per le energie rinnovabili, che ha assegnato la medaglia dell’elettricità più pulita alla Svizzera con Kosovo e Polonia che sono invece i fanalini di coda. Ormai lo sappiamo: anche le auto elettriche emettono CO2 (anidride carbonica equivalente, dato che non hanno un tubo di scarico) da quando vengono prodotte a quando arrivano alla fine della loro vita utile. Le emissioni connesse al loro uso sono indirette e legate alla produzione dell’elettricità, un “carburante“ che può essere estremamente pulito, se prodotto con energie rinnovabili, oppure sporchissimo se generato con carbone, petrolio o addirittura torba. Radiant Energy Group ha confrontato la CO2 equivalente emessa da un’auto elettrica efficiente come la Tesla Model 3 nel percorrere 100 km e l’ha confrontata con quella prodotta da un’auto a benzina paragonabile.
    ANCHE L’ORARIO HA LA SUA INFLUENZA - Lo studio di Radiant Energy Group si è basato su dati raccolti dal 1 gennaio al 15 ottobre 2021 e ha tenuto anche conto dell’orario nel quale si fanno le ricariche. Il motivo è presto detto: i Paesi nei quali l’energia rinnovabile copre molta parte della produzione energetica si devono dotare di impianti che coprano il fabbisogno quando le rinnovabili producono poco. Se questi backup sono ad alte emissioni può accadere che l’elettricità divenga più sporca in certi orari. Germania e Spagna, per esempio, hanno una grande produzione fotovoltaica ed eolica e quindi la ricarica nel pomeriggio, quando c’è ancora il sole e il vento è mediamente più forte, emette un 16-18% in meno rispetto alle ore notturne, quando è più probabile che la rete sia alimentata con centrali a gas o carbone.
    L’ATOMO CONTROVERSO - I risultati di questo studio riportano che in Svizzera, con una produzione elettrica basata quasi esclusivamente sul nucleare e sull’idroelettrico, un’auto elettrica risparmia il 100% delle emissioni rispetto ai veicoli a benzina. Il risparmio scende, si fa per dire, al 98% in Norvegia grazie alla sua elettricità prodotta quasi esclusivamente da impianti idroelettrici, geotermici ed eolici. Francia e Svezia, con un risparmio rispettivo nelle emissioni del 96% e 95% hanno una grande produzione da fissione nucleare mentre la virtuosa Austria, nella quale il risparmio nelle emissioni è del 93%, ha una abbondante produzione idroelettrica e da altre fonti rinnovabili con un programma nucleare pianificato negli Anni 70 ma in realtà mai partito. Se in Kosovo e Polonia un’auto elettrica emette persino di più di una a benzina, il risparmio delle emissioni a Cipro vale il 4%, in Serbia il 15%, in Estonia il 35% e in Olanda il 37%. Il risparmio emissivo di un’auto elettrica in Germania è del 55% e l’Italia fa meglio - 62% - ma la variabilità delle emissioni nell’arco della giornata è più alta in Italia per il diverso mix degli impianti-tampone, dato che la Germania, anche se le sta dismettendo, ha ancora un 10% di energia prodotta da centrali nucleari. Le centrali nucleari hanno emissioni di CO2 dirette pari a zero ma, al di là dei rischi intrinseci del loro funzionamento, presentano costi altissimi e tempi lunghi - e quindi ingenti emissioni indirette - sia per la messa in esercizio sia per il loro smantellamento e la gestione delle scorie radioattive.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

16.11.21
  1. Marina Cicogna, ai microfoni di “Oggi è un altro giorno”, trasmissione di Rai Uno condotta da Serena Bortone, ha dichiarato che il cinema dei suoi tempi era un mondo diverso da quello odierno: “Adesso non c’è più feeling intellettuale, ognuno pensa a se stesso”. Tra i suoi più cari amici c’è Gianni Agnelli: “Un amico straordinario, con intuizioni velocissime. Era davvero straordinario, se lo chiamavi ogni volta avevi un parere diverso da lui. Andavamo spesso a sciare insieme, sebbene lui fosse praticamente senza una gamba Era pieno di vita e di curiosità, fino almeno a quando non gli è morto il figlio. La morte di Edoardo è stata una cesura nella sua vita”.
  2. LETTA CERCA DI SPIANARSI LA STRADA PER DIVENTARE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO  SU NOMINA DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PRODI :Il centrodestra di governo si siede volentieri al tavolo di Enrico Letta. Il vertice dei leader sulla manovra trova consensi unanimi, ci sono 8 miliardi da spendere e per una volta si può evitare di lasciare tutte le decisioni nelle mani di Draghi. Anche l'opposizione spera di «essere ascoltata», dice Giorgia Meloni.
    La proposta del segretario del Pd, formulata nell'intervista a La Stampa, di riunire i capi dei partiti di maggioranza per evitare «un Vietnam parlamentare» sulla legge di Bilancio, appena approdata in Senato, viene accolta da tutti, anche nell'ottica di preparare un terreo di dialogo in vista della partita del Quirinale, «per non compromettere la legge di Bilancio e proteggere Draghi dal totonomi», aggiunge Luigi Di Maio. L'idea peraltro non è nuova, fa sapere Matteo Salvini. Nell'accettare l'invito il leader della Lega «ribadisce la piena disponibilità a collaborare - spiegano fondi del Carroccio - come già aveva proposto il 13 ottobre a Draghi: in quell'occasione, il leader della Lega aveva suggerito un tavolo con tutti i segretari dei partiti della maggioranza per sminare il cammino del governo ed evitare inutili muro contro muro come quello voluto da Pd e 5Stelle sul Ddl Zan». L'attività di sminamento però non è così semplice, visto che l'ex ministro dell'Interno mostra di non voler cedere un millimetro sul cavallo di battaglia degli ultimi giorni: «Il partito insiste sulla modifica del reddito di cittadinanza per eliminare gli sprechi e gli abusi e destinare più risorse per taglio delle tasse». La proposta è contenuta in un emendamento depositato in Senato a firma Salvini. Una mina, appunto, sulla stabilità della maggioranza.
    Eppure nella Lega insistono che questa non è una «bandierina» di partito, ma un'occasione per trovare risorse. Massimo Bitonci, capo del dipartimento Attività produttive della partito, ci tiene a precisare: «Capisco la ratio della proposta di Letta, ma sul tema del taglio delle tasse, c'è già un'indicazione dei gruppi di Camera e Senato, la convergenza c'è già. Io sono stato relatore del decreto Sostegni bis, dove le cifre erano ben altre e con i colleghi del centrosinistra abbiamo lavorato benissimo». Bitonci fa una proposta a Letta: «Se il tema sono gli 8 miliardi, possiamo trovare una posizione comune sull'Irap, sulle piccole partite Iva. Un'effettiva riforma del reddito di cittadinanza, con controlli preventivi, farebbe risparmiare molto, e quindi gli 8 miliardi potrebbero essere anche di più». Non sono «bandierine», «perché - conclude Bitonci - al di là delle dichiarazioni dei leader, a livello parlamentare una riforma dell'Irap è condivisa e anche sulla Flat tax le distanze non sono poi molte: il regime forfettario d'altronde è stato introdotto dalla sinistra, mentre sul reddito di cittadinanza noi di fatto stiamo tornando a un modello simile al reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni. Come fanno a dire di essere contrari?». Le posizioni restano distanti sul cuneo fiscale, con il Pd che vuole lo sgravo per i lavoratori e il centrodestra anche per le aziende.
    Il parlamento ha le sue dinamiche: «Blindare la manovra? È utopistico», dice Roberto Pella, deputato, capogruppo di Forza Italia in commissione bilancio - il Consiglio dei ministri ha già modificato la legge, ora tocca al Senato. Spero che i leader diano delle indicazioni, ma le convergenze in parlamento sui temi concreti le troviamo». I renziani applaudono la proposta di Lega: «Mettere in sicurezza i conti del Paese, per non perdere il grande lavoro che ha consentito la ripresa dell'Italia, prima di occuparsi del Quirinale: lavoriamo su questo», dice Ettore Rosato, di Italia Viva. Carlo Calenda è d'accordo, quella di Letta
  3. ROTTE DI COLLEGAMENTO ORDINARIO PER L'EUROPA PER GLI IMMIGRATI :La visita non è mai stata comunicata dall'agenda ufficiale del presidente del Consiglio. Segno che martedì sera Mario Draghi ha varcato le porte della comunità di Sant'Egidio a Roma con il desiderio di non trascinarsi dietro il frastuono dell'incontro più cerimoniale, che avrebbe comportato un discorso e una sintesi da consegnare alla stampa. La visita in forma «strettamente privata», come conferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità fondata da Andrea Riccardi e snodo di relazioni diplomatiche cruciali che le sono valse il nome di «Onu di Trastevere», acquista però un valore politico alla luce del contesto in cui si è svolto e dei temi che sono stati affrontati in due ore di colloquio. In piena manovra, mentre i partiti litigano su quale respiro finanziario dare alle misure economiche, e mentre mezza maggioranza chiede di cancellare il Reddito di cittadinanza, buona parte dell'incontro di Sant'Egidio è stato dedicato alla lotta alla povertà e alla necessità di mantenere il sussidio ideato dai 5 Stelle.
    D'altra parte, Draghi continua a considerarlo uno strumento utile e importante e lo ha più volte ribadito a leader della Lega Matteo Salvini e al ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, di Forza Italia, quando hanno detto o cercato di depotenziarlo. Una posizione che si trova in perfetto asse con la Chiesa e con Sant'Egidio: «Noi siamo favorevoli - afferma Impagliazzo – A nostro avviso non è vero che chi lo percepisce poi non va a lavorare. Anche i dati americani dicono la stessa cosa su tutti coloro che hanno ricevuto sussidi». Il presidente della comunità si è detto d'accordo con l'ex banchiere anche su un altro punto: lavoro e reddito non per forza devono dipendere l'uno dall'altro. «Bisogna spingere politiche di incremento dell'occupazione, ma senza collegarle immediatamente al sussidio».
    L'attenzione ai poveri
    Meno di due mesi fa il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, auspicava che Draghi rimanesse dove la Provvidenza lo aveva voluto, e cioè a Palazzo Chigi. È naturale che anche a Sant'Egidio tutti si chiedano cosa farà, se davvero si giocherà le sue carte per il Quirinale oppure no. Nessuno, però, ha osato chiederglielo, e a quanto pare l'argomento non è stato toccato. Certo è che la sponda del mondo cattolico italiano sarà essenziale in ogni caso. La tappa a Trastevere, nel cuore di una istituzione profondamente annodata allo spirito del papato di Francesco, era «attesa da tempo», giura Impagliazzo, ma rivela l'attenzione di Draghi verso le sollecitazioni del Vaticano sulla miseria degli ultimi, che sono i poveri, i migranti, ma anche le vittime di una temperatura che sta sfuggendo al controllo dell'uomo. Il premier li ha aggiornati sui risultati, non del tutto soddisfacenti, del G20 e della Cop26, la conferenza Onu sul clima di Glasgow. Poi, di fronte ai suoi interlocutori, da 53 anni impegnati nell'accoglienza e nell'assistenza dei migranti e nelle mediazioni di pace, Draghi ha elogiato «il modello dei corridoi umanitari», gli ultimi dei quali per i profughi che giungono dall'Etiopia e dal Nord Africa. Un tema che il presidente del Consiglio, due giorni dopo l'incontro con la Comunità, ha voluto fosse tra i quattro pilastri delle conclusioni del vertice di Parigi sulla Libia
    L'Italia e la pandemia
    Nel confronto di martedì però si è parlato soprattutto delle conseguenze sociali della pandemia e di come risolverle, cominciando dal «sostegno alla popolazione anziana». Draghi ha più che altro ascoltato seduto tra Riccardi e il consigliere spirituale monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, alla presenza, oltre di Impagliazzo, di Mario Giro, esperto di questioni internazionali, e Daniela Pompei, responsabile immigrazione della Comunità. Il premier era curioso anche di sapere come stavano andando le cose dal punto di vista dell'assistenza. Proprio ieri papa Francesco ha celebrato la Giornata mondiale dei poveri. Secondo l'ultimo Rapporto Caritas 2 milioni di italiani hanno avuto bisogno di aiuto per tirare avanti nel 2020, l'anno del Covid. Metà di loro, il 44%, non aveva mai avuto necessità di un pacco alimentare o di chiedere il pagamento di una bolletta. Era stata la Comunità di Sant'Egidio a lanciare l'allarme in piena pandemia, dichiarando di aver consegnato, tra marzo e ottobre 2020, due volte e mezzo il numero di pasti che normalmente porta a chi ha bisogno. «Abbiamo spiegato al presidente che ora le cose vanno meglio – racconta Impagliazzo - Nell'ultimo periodo i nostri centri di distribuzione di cibo e aiuti agli indigenti registrano una diminuzione di richieste pari almeno al 40%». Il perché della ripresa è stato condiviso con Draghi e riguarda soprattutto il comparto turistico della ristorazione, e dei servizi alla persona: «La gente è tornata a lavorare, soprattutto chi aveva contratti precari». La crisi però non è finita, e la coda violenta rischia di colpire soprattutto i giovani, costretti alla didattica a distanza e «a un futuro incerto dopo un vuoto di relazioni scolastiche lungo mesi». Però, secondo Impagliazzo, i dati dell'economia dimostrano che «almeno parzialmente» si è rimessa in moto, come tutti i presenti all'incontro hanno riconosciuto al premier: «E lui era contento di sentirselo dire».
  4. TUTTO CIO' CHE NON E' RIUSCITO ALLE APPENDINO-PISANO E' RIUSCITO A DRAGHI: La visita non è mai stata comunicata dall'agenda ufficiale del presidente del Consiglio. Segno che martedì sera Mario Draghi ha varcato le porte della comunità di Sant'Egidio a Roma con il desiderio di non trascinarsi dietro il frastuono dell'incontro più cerimoniale, che avrebbe comportato un discorso e una sintesi da consegnare alla stampa. La visita in forma «strettamente privata», come conferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità fondata da Andrea Riccardi e snodo di relazioni diplomatiche cruciali che le sono valse il nome di «Onu di Trastevere», acquista però un valore politico alla luce del contesto in cui si è svolto e dei temi che sono stati affrontati in due ore di colloquio. In piena manovra, mentre i partiti litigano su quale respiro finanziario dare alle misure economiche, e mentre mezza maggioranza chiede di cancellare il Reddito di cittadinanza, buona parte dell'incontro di Sant'Egidio è stato dedicato alla lotta alla povertà e alla necessità di mantenere il sussidio ideato dai 5 Stelle.
    D'altra parte, Draghi continua a considerarlo uno strumento utile e importante e lo ha più volte ribadito a leader della Lega Matteo Salvini e al ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, di Forza Italia, quando hanno detto o cercato di depotenziarlo. Una posizione che si trova in perfetto asse con la Chiesa e con Sant'Egidio: «Noi siamo favorevoli - afferma Impagliazzo – A nostro avviso non è vero che chi lo percepisce poi non va a lavorare. Anche i dati americani dicono la stessa cosa su tutti coloro che hanno ricevuto sussidi». Il presidente della comunità si è detto d'accordo con l'ex banchiere anche su un altro punto: lavoro e reddito non per forza devono dipendere l'uno dall'altro. «Bisogna spingere politiche di incremento dell'occupazione, ma senza collegarle immediatamente al sussidio».
    L'attenzione ai poveri
    Meno di due mesi fa il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, auspicava che Draghi rimanesse dove la Provvidenza lo aveva voluto, e cioè a Palazzo Chigi. È naturale che anche a Sant'Egidio tutti si chiedano cosa farà, se davvero si giocherà le sue carte per il Quirinale oppure no. Nessuno, però, ha osato chiederglielo, e a quanto pare l'argomento non è stato toccato. Certo è che la sponda del mondo cattolico italiano sarà essenziale in ogni caso. La tappa a Trastevere, nel cuore di una istituzione profondamente annodata allo spirito del papato di Francesco, era «attesa da tempo», giura Impagliazzo, ma rivela l'attenzione di Draghi verso le sollecitazioni del Vaticano sulla miseria degli ultimi, che sono i poveri, i migranti, ma anche le vittime di una temperatura che sta sfuggendo al controllo dell'uomo. Il premier li ha aggiornati sui risultati, non del tutto soddisfacenti, del G20 e della Cop26, la conferenza Onu sul clima di Glasgow. Poi, di fronte ai suoi interlocutori, da 53 anni impegnati nell'accoglienza e nell'assistenza dei migranti e nelle mediazioni di pace, Draghi ha elogiato «il modello dei corridoi umanitari», gli ultimi dei quali per i profughi che giungono dall'Etiopia e dal Nord Africa. Un tema che il presidente del Consiglio, due giorni dopo l'incontro con la Comunità, ha voluto fosse tra i quattro pilastri delle conclusioni del vertice di Parigi sulla Libia
    L'Italia e la pandemia
    Nel confronto di martedì però si è parlato soprattutto delle conseguenze sociali della pandemia e di come risolverle, cominciando dal «sostegno alla popolazione anziana». Draghi ha più che altro ascoltato seduto tra Riccardi e il consigliere spirituale monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, alla presenza, oltre di Impagliazzo, di Mario Giro, esperto di questioni internazionali, e Daniela Pompei, responsabile immigrazione della Comunità. Il premier era curioso anche di sapere come stavano andando le cose dal punto di vista dell'assistenza. Proprio ieri papa Francesco ha celebrato la Giornata mondiale dei poveri. Secondo l'ultimo Rapporto Caritas 2 milioni di italiani hanno avuto bisogno di aiuto per tirare avanti nel 2020, l'anno del Covid. Metà di loro, il 44%, non aveva mai avuto necessità di un pacco alimentare o di chiedere il pagamento di una bolletta. Era stata la Comunità di Sant'Egidio a lanciare l'allarme in piena pandemia, dichiarando di aver consegnato, tra marzo e ottobre 2020, due volte e mezzo il numero di pasti che normalmente porta a chi ha bisogno. «Abbiamo spiegato al presidente che ora le cose vanno meglio – racconta Impagliazzo - Nell'ultimo periodo i nostri centri di distribuzione di cibo e aiuti agli indigenti registrano una diminuzione di richieste pari almeno al 40%». Il perché della ripresa è stato condiviso con Draghi e riguarda soprattutto il comparto turistico della ristorazione, e dei servizi alla persona: «La gente è tornata a lavorare, soprattutto chi aveva contratti precari». La crisi però non è finita, e la coda violenta rischia di colpire soprattutto i giovani, costretti alla didattica a distanza e «a un futuro incerto dopo un vuoto di relazioni scolastiche lungo mesi». Però, secondo Impagliazzo, i dati dell'economia dimostrano che «almeno parzialmente» si è rimessa in moto, come tutti i presenti all'incontro hanno riconosciuto al premier: «E lui era contento di sentirselo dire»
  5. LA GUERRA CONTINUA  ANCHE SE NOI LO IGNORIAMO : «Imbracciate tutti le armi…unitevi al nostro eroico esercito…vendichiamoci…schiacciamo i codardi, i maligni, i traditori»: è un furore accecato quello che l'impossibile premio Nobel per la pace e primo ministro etiopico Abiy Ahmed scaglia contro i suoi nemici, i tigrini e i loro alleati galla che avanzano verso Addis Abeba sulla antica «strada imperiale»; la stessa pista delle «quadrate legioni» di Badoglio, precedute dai gas, nel 1935, e dei ribelli del nord nel 1991.
    Spalancano, quelle parole, un desiderio profondo di distruggere, un abisso a fior di terra: eppure è come le avessi già udite, un eco tremendo che toglie il respiro. Lo percepisco non come parola o come idea, ma come orribile presenza.
    Ecco, sì. Era il 1994 in Ruanda, i capi degli hutu spronavano così a regolare i conti con i tutsi le cui truppe avanzavano inesorabili verso Kigali: ammazzateli, punite gli scarafaggi prima che vi uccidano. Schiacciare: verbo che si riserva agli insetti, ai rettili appunto. Che non ha in sé rimorso o giudizio morale.
    Amnesty, intanto, segnala stupri collettivi e misfatti «collaterali» anche dall'altra parte, ai danni dei detestati amhara. Anche tra i ribelli risuonano dunque efficacemente le stesse parole di odio, quelle che scavano nell'intimo dove tutto scompare. Quelle della Medea di Seneca: odio, conducimi, io ti seguirò!
    Stiamo in guardia. La guerra civile in Etiopia non è più un problema geopolitico. L'ennesimo di questa epoca disordinata. Così finora lo abbiamo osservato, distrattamente, noi dall'Occidente: chiedendoci se convenga che resti al potere Abiy Ahmed o sia meglio puntare sulla coalizione dei ribelli che ormai raggruppa tutte le rabbie etniche del paese.
    In fondo in Occidente nutriamo poco rispetto per le guerre degli altri: le nostre sono decisive, giustificate, le altre primitive, incomprensibili, ingiuste. Lo scenario lì è cambiato: potremmo esser di fronte all'irrompere del Male assoluto, l'odio etnico accuratamente imbastito e accresciuto dalle trame politiche delle parti in conflitto che avanza con la calma implacabile di un bulldozer. Per l'ennesima volta vogliamo esser ciechi, fingendo di non vedere come una mattanza di grandi dimensioni venga sempre pianificata al dettaglio?
    Ci si stupisce della furia di Abiy Ahmed: ma come, sembra in preda al demone della guerra! Marte non c'entra. L'invito a uccidere, il feuilleton familiare di violenza completa serve a rinsaldare la propria comunità, coinvolgere la gente nel massacro, indurla a coprirsi di sangue senza rimorso è il mezzo più perverso e rapido per legarla a sé, al destino di capo. Con lo spettro di una minaccia assoluta che richiede una distruzione assoluta.
    Anche qui come in Ruanda non si può ascrivere tutto a una irrazionale esplosione di odio tribale; non è vero che gli africani siano afflitti da una tabe che li rende ciclicamente vittime e autori di odi atavici, insopprimibili, atroci perché primitivi. Ne dovremmo riconoscere purtroppo i segni ben noti: compaiono quando l'Altro, il tigrino o l'amhara o il galla, diventa scarafaggio e per raccontare devi risalire, barcollando, le linee del sangue, l'odore della morte, della paura e dell'odio. Non stanno già diventando allucinazioni e non più esseri storici e concreti?
    Non ci resta molto tempo: prima che l'Etiopia, dove la guerra dura da un anno, evolva ancor più in un altro scenario di cadaveri, di orfani, di terribili assenze. Non è il momento di osservare come va a finire. Occorre andare oltre l'allarme, la preoccupazione, l'invito alla ragione, tutto ciarpame retorico inutile perché qualcuno ha già scavalcato quella linea e si muove su altri ben più terribili terreni.
    Gli Stati non hanno mai agito sulla base di motivazioni umanitarie disinteressate, è vero; ma per un breve periodo si era diffusa l'idea che la protezione umanitaria fosse nell'interesse di tutti. Il Ruanda, la Siria, il Darfur e gli altri luoghi di questa geografia dell'impotenza volontaria dove la consegna strategica è stata «astieniti», non hanno dimostrato a sufficienza che denunciare il male non è affatto la stessa cosa che fare il bene? E che non agire, per quanto ci sia il rischio di dover pagare un prezzo in termini di vantaggi economici e anche di nostre vite umane, comporti alla fine sempre un costo maggiore?
    La guerra etiopica, come tutti i conflitti civili, per coloro che la manovrano è una anarchica zuffa per il potere tanto che i tentativi di avviare un dialogo avviati giovedì sono tanto fumosi quanto ad ora inconcludenti.
    I tigrini rivogliono il potere, quello che hanno tenuto in pugno dopo aver abbattuto il negus rosso, Menghistu e da Abiy Ahmed li ha emarginati. Il primo ministro vuole conservarlo convinto, con arroganza messianica, di esser l'unico che può guidare il popolo etiopico oltre il Mar Rosso del sottosviluppo. Il potere corrompe, il potere assoluto davvero corrompe in modo assoluto.
    È stato Abiy Ahmed che per primo ha parlato di guerra totale contro i traditori del nord; che ha fatto bombardare le città; che ha chiamato in aiuto gli eritrei per saldare i conti con i tigrini, eritrei responsabili, secondo denunce ovviamente da controllare quando sarà possibile sui luoghi, di massacri e stupri; che ha scelto la fame come arma a basso costo per piegare i ribelli. Che arresta salesiani e funzionari dell'Onu additandoli alla rabbia delle masse come «spioni».
    Non sarebbe altro che un atto simbolico. Ma non è arrivato il momento di revocare un premio Nobel per la pace così mal scelto, attribuito a un visionario diventato becchino? Per ribadire che l'occidente ahimè! spesso sbaglia nell'indicare i buoni, ma almeno non ha paura di riconoscere i propri errori?
  6. CHI LI ARMA ? Il generale Abdel Fatah al-Burhan non cede. Nonostante le pressioni internazionali, su tutte quelle degli Stati Uniti, prosegue nella sua marcia di accentramento del potere. Venerdì ha varato un nuovo Consiglio esecutivo supremo, dopo aver sciolto con il golpe del 25 ottobre quello nato dalla rivoluzione del 2019, che doveva portare il Sudan verso un sistema democratico. Alla testa ha messo se stesso e ha promesso che la "transizione" continuerà. Il popolo sudanese non ci crede. Sabato è sceso nelle strade di Khartoum. Gli attivisti annunciavano una nuova «marcia del milione», come quella che nel luglio di due anni costrinse i militari al compromesso.
    Ma Al-Burhan, e l'altro capo dei golpisti, il famigerato Mohamed Hamdan Dagalo, hanno imparato la lezione. Primo, il blocco di Internet e delle messaggerie sui telefoni tipo WhatsApp, è stato molto più pervasivo. Questo ha impedito il coordinamento fra i vari cortei. Secondo, hanno deciso di attaccare i manifestanti all'inizio della protesta, prima che si formasse un'onda umana diretta verso il centro. «Ci hanno sorpreso», ammettono gli attivisti. Gas lacrimogeni ma anche pallottole vere hanno stroncato la marcia. Almeno cinque i morti, secondo il Central Committee of Sudanese Doctors, che fa parte dei movimenti civili di opposizione, decine i feriti. È il bilancio più pesante nelle tre settimane dal golpe.
    I militari hanno preso di mira anche i media vicini ai manifestanti, a cominciare da "Al-Jazeera", la tivù qatarina delle primavere arabe. Ieri è stato arrestato il capo dell'ufficio di corrispondenza, Al-Moussalami al-Kabbachi, dopo un'irruzione in casa sua. Il blitz ricorda molto il modello egiziano. Dopo la deposizione dell'ex presidente Mohammed Morsi l'intero ufficio del Cairo finì in galera. Al-Burhan sembra seguire passo dopo passo il percorso di Al-Sisi, che da capo dell'esercito è diventato poi presidente con poteri quasi assoluti.
  7. L'INGIUSTIZIA DELLA GIUSTIZIA : «Si sapeva che le componenti in acciaio avrebbero comportato minori risparmi rispetto alle lavorazioni in cemento, le saldature in quota avrebbero richiesto l'impiego di manodopera più specializzata». Un progetto, quello dell'archistar Massimiliano Fuksas, dal costo di poco più di 200 milioni di euro, da realizzare in tre anni e con pochissimi margini di arricchimenti fuori controllo.
    Ecco il «peccato originale» che avrebbe reso il grattacielo della Regione Piemonte, che oggi si staglia sul cielo di Torino senza aver mai aperto i battenti, un orgoglio architettonico incompiuto. L'espiazione fu trovata in una variante migliorativa che non migliorava nulla, ma permetteva solo di sborsare altro denaro e stravolgere il progetto. Il risultato sono dieci anni di ritardi, spreco di denaro pubblico, processi con esiti contraddittori e una giustizia incompiuta. Perché gli imputati di questa storia o sono morti o sono stati salvati dalla prescrizione. Pagano due comparse che per il loro ruolo hanno dovuto assecondare i reati commessi da altri e pagano i contribuenti.
    È la sintesi di un «pasticcio di opere pubbliche» che si coglie leggendo le motivazioni del processo d'appello scaturito dall'inchiesta coordinata dal pm Francesco Pelosi sugli affari e le corruzioni legati alla costruzione del grattacielo.
    Da una parte il colosso Coopsette, un gigante d'argilla finito in liquidazione nel 2015. Dall'altra gli allora funzionari apicali della Regione come l'influentissima Maria Grazia Ferreri, oggi in pensione, il suo collaboratore Luigi Robino, e il defunto Ezio Enrietti, marito della Ferreri, ex esponente politico negli anni'80, titolare della Les, società edile che ha partecipato ai lavori complementari del cantiere.
    Tutti assolti in primo grado. In appello per Ferreri e Paolo Rosa, manager di Coopsette, il reato di corruzione è stato prescritto. Condannati invece a 1 anno e 6 mesi per favoreggiamento alla corruzione Luigi Robino, dirigente regionale, e Carlo Savasta, nominato amministratore della Les per «mascherare» il conflitto d'interesse tra la funzionaria e il marito imprenditore.
    In sintesi. I lavori di scavo sono stati il prezzo della corruzione. Coopsette aveva bisogno della variante e la funzionaria della Regione ha agevolato la Les. L'aspetto centrale di questa vicenda sono i tempi: la variante migliorativa, che è costata alla Regione 56 milioni di euro a fronte della giustificazione di un risparmio di appena 13mila euro, la CoopSette la stava pianificando prima ancora di aggiudicarsi la gara. Dal 30 novembre 2011, i lavori del grattacielo si sarebbero dovuti completare nell'arco di 3 anni. In quel palazzo non è ancora entrato nessuno.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

15.11.21
  1. PERCHE' I MEDICI SEGUONO I LORO PAZIENTI PIU' PER IL VACCINO CHE PER UN ICTUS ?
  2. L'IGNORANZA DEL SOCIAL NAZIONALISMO CERTIFICATO DAL CTS :      Per sentire le affermazioni del leader americano con le proprie orecchie e capire se è un disinformatore No Vax, come lo descrivono giornali e tv, o un avvocato ambientalista da sempre dalla parte dei più deboli e che solleva dubbi sulle condizioni della libertà nel mondo, bisognava cercare le dirette web.
    Nello spiegare le responsabilità dei governi, cosa sia questa nuova forma di controllo della società con il Green Pass, di sparizione dei dati, di manipolazione delle coscienze con la paura, Kennedy ha portato un esempio: “Nel 1967 hanno fatto un esperimento sociale. Sulla base di una calamità presunta, un'autorità sanitaria ha chiesto alla popolazione di fare qualcosa che violasse i propri diritti, valori e coscienza. Alla fine dell’esperimento, per tentare di uscire da quelle situazione, il 67% della popolazione ha fatto quello che gli veniva chiesto dalle autorità sanitarie, calpestando i propri valori e la propria coscienza”.
    In questi giorni il Washington Post ha scritto che l’Italia è il laboratorio politico mondiale per eccellenza: per la prima volta si sperimentano limitazioni dei diritti mai visti in nessun Paese a democrazia avanzata. D’altronde noi italiani viviamo in uno stato di nevrosi collettiva da 2 anni: abbiamo paura della pandemia, ci fidiamo di governi, case farmaceutiche e virologi che la gestiscono con risultati discutibili, non li contestiamo pubblicamente ma sotto sotto ne vediamo limiti e magagne.
    E i media ripetono il mantra del governo Draghi che bisogna vaccinarsi altrimenti si muore: se ti vaccini contro il Covid, a differenza dei No vax, non finisci in ospedale e non sviluppi la malattia grave. Cosa ripetono tv e giornali a canali unificati? Che i vaccinati non muoiono, alcuni finiscono in terapia intensiva, è un paradosso perché sono tantissimi i vaccinati, ma non muoiono.
    In questa nevrosi collettiva ciò che è scomparso sono i dati, il mondo reale e le domande, fatti di 137.000 morti.
    Qualche giorno fa si è tenuto a Torino un convegno critico sulle politiche pandemiche. C’erano scienziati, medici, ricercatori, filosofi, giuristi italiani di stampo internazionale che hanno smontato pezzo pezzo cosa è stato detto sulla pandemia negli ultimi due anni. Sarebbe bastato dargli spazio con continuità su un media mainstream per avere oggi una rappresentazione completamente diversa di quanto accaduto. Figure della capacità dialettica di un patologo, esperto di sistemi complessi come il professor Mariano Bizzarri de la Sapienza, filosofi che conosciamo come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, giuristi come Ugo Mattei e chi più ne ha più ne metta.
    Si preferisce non ascoltarli e se gli si dà spazio li si aggredisce verbalmente, impedendogli di parlare, preferendo leader approssimativi e discutibili, come Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, che scaricano i loro insuccessi sui comportamenti della gente. In tv le critiche al governo non sono ben viste. Le critiche si fanno alle persone che non hanno potere, mostrandone casomai le contraddizioni ben che vada o meglio si invita un estremista strampalato (più lo è meglio funziona), lo si dipinge come un rappresentante dei contestatari e lo si ridicolizza. Chi dissente è diventato un problema. E’ un mondo alla rovescia. Come con gli asintomatici trattati né più né meno da untori.
    O il contagio: lo si vede nelle piazze che protestano e per questo si vietano le manifestazioni-assembramenti ma contemporaneamente si chiede che lo stadio Olimpico sia pieno per la partita Italia-Svizzera. Contraddizioni senza giustificazioni che hanno fatto sparire tutti i diritti, privilegiando solo quello alla salute.


    L'assenza delle tv mainstream con Kennedy ne è l'ennesima prova. La propaganda mondiale a traino dei governi è l’unica via. In realtà in piazza i tg mainstream c'erano e in prima serata, dopo il classico servizio di morte e distruzione, con immagini delle terapie intensive stracolme di intubati non vaccinati, (non è vero: in questo momento l’occupazione delle terapie intensive non supera il 10%) e il contagio che semina il panico in Europa, hanno fatto un ritratto del leader americano in piazza, intento in una sorta di delirio negazionista ad arringare la folla. Addirittura oggi è stato deriso sul Corriere della Sera da Beppe Severgnini che lo ha ridicolizzato in modo paternalistico chiamando in causa il padre ucciso “che interceda per noi” con il signore, visto che il figlio è svitato. Quasi che Robert Kennedy jr sia un esagitato privo di sostanza e lo ha descritto pure “senza voce”, quando almeno su questo bastava documentarsi un minimo per sapere che Kennedy soffre di una disfonia spasmodica alla laringe che gliela fa tremare. Bisogna vivere la richiesta di libertà come una colpa, in questa epoca in cui la scienza è dominata dagli affari e utilizzata strumentalmente dai governanti che hanno raggiunto la fine della loro parabola.


     
  3. L'EFFETTO DRAGHI CHE NON C'E' PIU' : Tremila persone senza più un posto di lavoro perché l'azienda guadagna, sì, ma non abbastanza. E allora sposta la fabbrica dove produrre costa meno. La corsa alle delocalizzazioni non rallenta, ultima in ordine di tempo la chiusura della Saga Coffee di Bologna, che porta l'attività tra Bergamo e la Romania lasciando dietro di sé una scia di 220 licenziamenti. A tenere insieme tutti i casi che attraversano l'Italia è che la proprietà è di multinazionali o fondi d'investimento e che non si tratta di crisi aziendali: il mercato c'è, magari in evoluzione per effetto della doppia transizione ecologica e digitale, ma la logica degli investitori guarda altrove.
    Sul tavolo del governo giace un decreto contro le delocalizzazioni, molto duro nella sua prima formulazione del ministro del Lavoro Andrea Orlando e della viceministra allo Sviluppo Economico Alessandra Todde, che volevano sanzioni fino al 5% del fatturato per chi se ne va senza essere in crisi. Dopo il doppio no incassato dal premier Mario Draghi e dal ministro Giancarlo Giorgetti, ora Pd e 5S tenteranno di far rientrare il provvedimento nelle pieghe della Finanziaria. Lo spazio politico è ridotto, ma ci proveranno in Aula con la versione soft del decreto: niente più sanzioni (considerate un disincentivo a investire in Italia), ma un obbligo per le imprese di comunicare con almeno tre mesi di anticipo la decisione di andarsene e di impegnarsi per la riconversione delle fabbriche abbandonate e per il ricollocamento di chi resta a casa. L'obiettivo è evitare nuovi licenziamenti via mail, come alla Gkn di Firenze, dove è servito un giudice per dire che così non si fa e bloccare tutto. Ma solo per qualche tempo, perché il fondo americano Melrose non ha cambiato idea: si siederà al tavolo, ma per ribadire che se ne andrà.
    L'accelerazione
    «Non eravamo in crisi, ma da un giorno all'altro ci hanno detto che portano tutto in Romania» racconta Antonio Ghirardi, sindacalista alla Tinken, 105 dipendenti per produrre cuscinetti per l'industria nel Bresciano. C'è un impegno della multinazionale americana per favorire una riconversione della fabbrica che salvi tutti gli operai se arriverà un nuovo investitore, ma la sostanza non cambia: l'unica concessione concreta è un anno di cassa integrazione. «La pandemia è stata il grande acceleratore di un fenomeno che purtroppo già si intravedeva prima – spiega Silvia Spera, che siede ai tavoli del ministero dello Sviluppo economico per la segreteria della Cgil –. I casi aumentano perché ci sono trasformazioni epocali che interessano interi settori, come l'automotive alle prese con l'elettrificazione». Pesante il conto anche per elettrodomestici e bianco, altre vittime della grande crisi pandemica: via la Riello da Pescara, la Elica da Ancona, la Saga Coffee da Bologna.
    «Nella maggior parte dei casi non sono neanche delocalizzazioni in senso stretto – aggiunge Michele De Palma, segretario della Fiom Cgil –. Non vengono aperti nuovi impianti all'estero: fondi e multinazionali sostanzialmente non fanno altro che riorganizzare l'attività, spostando le linee produttive in fabbriche già esistenti per fare più profitti o spacchettare e rivendere. Il tema della responsabilità sociale delle imprese semplicemente non è preso in considerazione. E' il Far West».
    Gli investimenti che servono
    Se il decreto anti-delocalizzazioni non decolla, una pezza ha provato a metterla lo Sviluppo economico con il fondo salva-imprese, voluto dalla stessa Todde, che ha individuato un salvagente che sa d'antico: l'ingresso dello Stato nel capitale di aziende destinate a sparire o, in alcuni casi come il fashion di Corneliani, a emigrare all'estero. Il braccio operativo è Invitalia, impegnata in sette progetti che, dice il Mise, valgono 2 mila posti di lavoro. «Ma la vera tutela dei lavoratori, davanti alle grandi trasformazioni produttive in atto, si fa investendo su formazione e capitale umano – osserva Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt –. Ben vengano norme più severe per non farci prendere in giro dai grandi investitori, ma la vera necessità è attirarli qui e creare le condizioni perché non se ne vadano, non punirli». Tutti licenziati con una e-mail, senza confronto sindacale o comunicazioni preventive: alla Gkn la doccia gelata, nel luglio scorso, era arrivata per 422 persone. Poi il tribunale di Firenze aveva accolto il ricorso della Fiom e bloccato tutto: obbligatorio trattare e rispettare le relazioni industriali. La proprietà americana si siede al tavolo, ma conferma la decisione. —
  4. UN GOVERNO DA NON VOTARE E DA CAMBIARE CON LE VOTAZIONI : Elisa, che cosa succede adesso? «Adesso si sta qui, nella roulotte sul piazzale, a presidiare il capannone». Fa freddo. A Gaggio Montano è notte fonda. Ci sono sette gradi. «Noi siamo abituati. Stiamo difendendo la nostra fabbrica. Ma anche la montagna. Se ci chiudono dove andiamo? Mica possiamo vivere tutti a Bologna». Ma tu ci andresti a vivere a Bologna? «Certo che non ci andrei. Neanche se mi regalassero un appartamento. Noi siamo una comunità. Abbiamo sempre vissuto in questi paesi. Qui c'era il polo italiano delle macchine per caffè. Mica uno scherzo. Quando ero ragazzina e da Vergano andavo al pub a Porretta passavo qui e vedevo il neon con la scritta rossa Saeco. Ed ero orgogliosa. Mi dicevo: "Elisa magari un giorno riuscirai a lavorare lì"».
    Duecentoventi persone, 180 donne. Dieci giorni fa, improvvisamente, hanno capito di aver perso il lavoro. Era un giovedì pomeriggio. «Arrivavano i camion. E, stranamente, hanno cominciato a caricare non solo il prodotto finito ma anche i materiali di ricambio dal magazzino». Laura e Ana ricordano perfettamente lo sconcerto di quel giorno. Sono delegate, conoscono la fabbrica come le loro tasche. «Non capivamo – spiega Ana – e abbiamo chiesto un incontro con l'azienda. Prima ci hanno dato appuntamento per il 5 novembre. Poi, all'ultimo, hanno preferito spostare la riunione all'associazione degli industriali di Bologna. Certe cose è meglio non dirle in faccia. Ma ormai i camion avevano portato via molte cose».
    Primo Sacchetti è uno dei sindacalisti che sono andati a Bologna per scoprire dall'amministratore delegato che «la Saga da marzo cessa la produzione». Niente più macchinette del caffè negli uffici? «No. Quelle le produrranno in parte a Bergamo, dove c'è il quartier generale della Evoca, la nuova proprietà, e in gran parte in Romania». Un fulmine a ciel sereno? «No, purtroppo. Da anni, da quando la famiglia Zaccanti ha venduto le fabbriche della Saeco alle multinazionali, questa è la regola. Si taglia e si delocalizza. In pochi anni abbiamo perso 600 posti di lavoro». Vale anche per le produzioni di qualità? «Ormai sì. Alla Saga si fanno le Ocs, le macchine per ufficio. Quelle si trasferiranno in Romania. Con il lockdown il gruppo ha perso 70 milioni. Qui ne ha persi sei e pensa di recuperarli così». Ragionamenti da amministratori delegati. Molto diffusi in questo periodo. Tanto che esistono da tempo società rumene nate per aiutarli nel trasloco. Come la Vincix Futuro che sul suo sito internet invita: «Delocalizza la tua azienda in Romania». Conviene perché, si legge, «i costi sono contenuti» e «i salari tra i più bassi nel panorama europeo (solo in Bulgaria sono inferiori)».
    Anche nei paradisi terrestri c'è sempre qualcosa che potrebbe essere fatto meglio. Il gioco della Evoca di Bergamo è pesante. Forse troppo. Stefano Bonaccini, presidente della Regione, non è certo un estremista. E se dice che «è una vergogna» è perché la mossa è stata davvero forzata: «Un anno fa avevamo trattato uscite incentivate per mettere in equilibrio lo stabilimento e adesso decidono di andare in Romania? Io pago le giovani coppie perché vadano ad abitare in montagna e loro le fanno scappare?».
    Ma Elisa e le sue compagne difficilmente si salveranno. A meno che, come si dice in paese, non arrivi un nuovo padrone, un cavaliere bianco, disposto a far funzionare lo stabilimento. Ma chi ci crede più ai cavalieri bianchi? Lo hai capito, Elisa, che vi porteranno via il lavoro? «Ho capito che ci stanno provando. Noi stiamo resistendo. Ho due figli piccoli. Li porto a scuola in questi paesi, è il loro mondo. Vivo da sola con loro. Se il capannone se ne va, qui frana tutto. Per questo alla mattina li porto a scuola e gli dico: "Quest'oggi vado a lottare anche per voi". Quando saranno grandi faranno le loro scelte ma io voglio che possano continuare ad avere qui i loro riferimenti, quelli che ho avuto io».
    Al presidio è ora di cena. Portano piatti di plastica con i passatelli caldi e, per chi arriva da fuori vallata, la ricetta: "Uova, pangrattato, formaggio, noce moscata e un cucchiaio di farina". Anche questo è un buon motivo per non andarsene. Hai mai avuto la tentazione? «A 16 anni sciavo e facevo agonismo. Mi allenavo qui sopra, a Corno alle Scale. Veniva anche Tomba. Avrei dovuto girare il mondo ma ho preferito rimanere». Perché tante donne nell'industria delle macchine da caffè? «Perché dicono che siamo più brave degli uomini a mettere i fili elettrici, a montare i piccoli particolari». Ed è vero? «Così dicono loro. Io credo che anche gli uomini sarebbero capaci se ci facessero attenzione. Ma io so fare tutto sai? Dal lavoro della linea produttiva alle saldature. Guido anche i muletti. Che cosa mi servirà tutto questo da marzo? E come faranno quelle di noi che vivono sole con i figli?». Anche di questo si parlerà il 23 novembre al nuovo incontro con l'azienda.
    Quel giorno si capirà davvero se avrà un finale vittorioso la battaglia delle donne per evitare la frana di Gaggio Montano. Dopo la cena, quando molti si rintanano nei sacchi a pelo, si presenta il cappellino da baseball di Federico, 34 anni, commerciante: «Voglio dire quel che penso anche se non lavoro qui. Io credo che dovremo ricordare a questi signori che la fabbrica è stata messa su con i sacrifici di tutto il paese. Qui c'era una bella collina coltivata. Abbiamo deciso di costruirci sopra il cemento anche a costo di accelerare le autorizzazioni. Serviva a dare lavoro a centinaia di famiglie e ci mancherebbe. Adesso questi signori decidono che non serve più. Spostano tutto in Romania dove costruiranno un altro capannone distruggendo un'altra area verde». La circolarità del capitalismo. Che cosa vende nel suo negozio? «Sono un macellaio». Un macellaio ambientalista? «Certo e sono anche cacciatore. Io ci tengo all'ambiente. Ho un terreno dove allevo cinquanta mucche all'anno». Poi ne uccide una alla settimana e la vende. Così? «Così. E sai a chi la vendo quella mucca? Alle persone che sono qui davanti. Anche per questo sono al presidio con loro. Perché la lotta delle operaie della Saga è la lotta di tutta Gaggio».
  5. VI RICORDATE COSA DICEVANO I VIP SULLE PUBBLICITA' COMMISSIONATE DA DRAGHI E PAGATE DA NOI ? Rispetto a un anno fa, in cui imperavano coprifuoco e divieti, il vaccino anti Covid ha sicuramente cambiato le nostre vite, restituendoci un po' di normalità. Ma purtroppo non è ancora finita, le insidie della quarta ondata sono dietro l'angolo.
    Secondo l'Istituto superiore di sanità, dopo i 6 mesi dal completamento del ciclo vaccinale «si osserva una forte diminuzione dell'efficacia vaccinale nel prevenire le diagnosi in corrispondenza di tutte le fasce di età. In generale, su tutta la popolazione, l'efficacia vaccinale passa dal 76% nei vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi rispetto ai non vaccinati, al 50% nei vaccinati con ciclo completo oltre i sei mesi rispetto ai non vaccinati».
    Per quanto riguarda i ricoveri, poi, «quelli tra i non vaccinati sono 7 volte più alti rispetto ai vaccinati da meno di sei mesi e 6 volte più alti rispetto ai vaccinati da oltre sei mesi. Tra gli over 80, infine, i decessi tra i non vaccinati sono 10 volte più alti contro i vaccinati entro sei mesi e 6 volte più alti contro i vaccinati da più di 6 mesi».
    Anche per questo il governo è al lavoro per affrontare la quarta ondata ribadendo che è necessario non abbassare la guardia, mentre si discute su proroga stato emergenza e nodi legati alla durata e all'obbligo del Green Pass. A breve dovrebbe arrivare l' obbligo di terza dose per sanitari e personale Rsa. Le stime degli esperti dicono che in Italia per Natale i casi potrebbero essere fra 25 e 30 mila. Ieri i nuovi contagi di coronavirus sono stati 8.544 (contro gli 8.516 di venerdì), i decessi sono stati 53 (venerdì erano stati 68) per un totale di 132.739 vittime da febbraio 2020. In lieve discesa il tasso di positività da 1,7% a 1,6%.
    Il microbiologo Guido Rasi, consulente del Commissario all'emergenza Figliuolo, lancia l'allarme per il contagio dei bambini e la diffusione del virus a scuola: «Il problema vero è che per le scuole non è stato fatto niente di strutturale: non è tanto una questione di classi affollate, quanto di gestione dei flussi in entrata e in uscita». Ma il presidente dell'Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli replica che «più di così non si poteva fare. Sul tema dei trasporti non è stato fatto praticamente niente: è sotto gli occhi di tutti che i mezzi pubblici sono strapieni, che non c'è controllo su quanti salgono e sull'uso delle mascherine. Inoltre tutti gli studi dimostrano che le scuole non sono veicoli di contagio»
  6. SE IL VACCINO NON E' UN VACCINO , PERCHE' CONTINUARE A NON PRENDERNE ATTO ? CHE INTERESSI HANNO ? «Siamo tutti molto stanchi e anche arrabbiati perché troppo spesso ci sentiamo impotenti a risolvere i problemi dei pazienti». Ad affermarlo è il dottor Francesco Canale, direttore sanitario dell'ospedale Galliera di Genova. Il suo sfogo avviene dopo il caso di un paziente in chemioterapia e a rischio sepsi che non ha trovato posto in ospedale: i letti erano occupati da pazienti No Vax in malattie infettive. Del fatto ne ha parlato il direttore di Oncologia del Galliera Andrea De Censi nel corso dell'incontro pubblico "Focus live" a Milano.
    Dottor Canale, come sta oggi il paziente protagonista della vicenda?
    «Ho parlato con il dottor De Censi e con il direttore di Malattie infettive sia sul fatto sia sulle condizioni del paziente. Ora è a casa e le terapie necessarie vengono effettuate a domicilio: non vi sono particolari preoccupazioni in questo senso. È chiaro che, normalmente, questi pazienti vengono seguiti all'interno di Malattie infettive o di altri reparti, in stanze dedicate che ora sono occupate. Sarebbe stato più comodo e più tranquillo per tutti ma, al momento, il paziente non corre rischi aggiuntivi nell'effettuare la terapia a domicilio».
    In malattie infettive tutti i posti sono occupati?
    «Ieri erano libere le due stanze per i pazienti fortemente neutropenici, ovvero con gravi carenze di globuli bianchi. Non è la prima volta che non si trova posto in malattie infettive e la causa non è solo la pandemia: accadeva anche prima. I pazienti prima potevano essere isolati in pronto soccorso in attesa di una collocazione adeguata. Il nostro sistema di bed management ha come priorità proprio quella di collocare dal pronto soccorso i pazienti più critici o delicati. Nei prossimi giorni il paziente potrà essere seguito nelle strutture in day hospital del reparto e dal nostro servizio domiciliare oppure verrà rivalutato in base alla situazione clinica».
    Il dottor De Censi si è sfogato, su quanto accaduto, denunciando che il 60% dei posti letto in malattie infettive sono occupati dai No Vax. È così?
    «Credo che il dottor De Censi abbia agito e parlato così perché vittima, a sua volta, di un'evidente e comprensibile esasperazione dovuta a tutto quello che la pandemia dal suo inizio a oggi ha fatto subire agli operatori sanitari. Si chiama burn out. Siamo tutti molto stanchi e anche arrabbiati perché troppo spesso ci sentiamo impotenti a risolvere i problemi dei pazienti».
    Quanto incide, effettivamente, nell'occupazione dei posti letto, la componente No Vax?
    «I No Vax oggi ricoverati al Galliera sono il 50- 60 per cento dei ricoverati in media intensità di cure e il 100 per cento di quelli in rianimazione. E i No Vax ricoverati ultimamente sono talvolta arroganti e negazionisti. Non dico tutti, talvolta è così».
    L'età media?
    «Appartengono a fasce di età media più giovane. Dai 45 ai 60 anni, in prevalenza».
    Da quello che vedete al Galliera: siamo entrati nella quarta ondata? L'occupazione dei posti letto è paragonabile ai tempi peggiori già vissuti e affrontati?
    «Siamo molto lontani, per ora, rispetto a quello che abbiamo già visto».
    L'incidenza è salita a 78,8 casi ogni 100 mila abitanti in Liguria: il valore d'allarme è 50 ogni 100 mila abitanti. È un dato che la preoccupa?
    «Non mi preoccupa particolarmente, certo non va sottovalutata e va tenuta sotto osservazione: si vis pacem para bellum».
    Cosa servirebbe fare, ora, per contrastare la quarta ondata?
    «Richiamare rapidamente per la terza dose tutte le categorie a rischio, a partire dalle residenze sanitarie assistite. E vanno stimolati alla vaccinazione i 40–50enni che ancora non hanno fatto il vaccino».
    Lei ha parlato di stanchezza, di senso di impotenza di chi è al lavoro ogni giorno negli ospedali. A cosa è dovuta questa situazione? Alla battaglia non ancora conclusa contro il Covid 19? Alla fronda No Vax?
    «Ai due anni di stress. Per noi la vita in ospedale continua a essere pesante per molti motivi ancora legati al Covid 19; dagli operatori No Vax al Green Pass al dover vivere la vita di tutti i giorni sempre bardati e sul chi va là. E fa poi rabbia l'ignoranza e la scarsa sensibilità di chi non si rende conto di come sono costretti a lavorare i professionisti in ospedale».
  7. LA VIA DELL'INTOLLERANZA ANTIDEMOCRATICA CONTINUA :Circondati in gruppi. Accerchiati da polizia e carabinieri in tenuta antisommossa che hanno blindato piazza Duomo e spento ogni tentativo di protesta. Complice la pioggia, tra i fischi e le urla, la prova di forza annunciata dalla Questura per il primo sabato dal 24 luglio ha impedito il corteo contro il Green Pass a Milano. Uno per uno, i più violenti sono stati bloccati. Il bilancio della serata è stato di due fermati, due denunciati e una trentina di attivisti identificati, mentre un agente della Digos è rimasto lievemente contuso.
    Molto più numerosi, in almeno cinquemila, i militanti si erano radunati alle 15 davanti all'Arco della Pace, per la manifestazione promossa da Children's Health Defense, in cui ha preso la parola il leader negazionista Robert F.Kennedy Jr., terzogenito di Bob e nipote di JFK, che per le sue posizioni è stato disconosciuto dalla famiglia. No Vax, Boh Vax (cioè gli scettici) e no Green Pass, con figli e passeggini al seguito, hanno accolto con un lungo applauso l'arrivo dell'avvocato 67enne promotore di battaglie ambientaliste. Sotto al palco c'erano anche l'ex dirigente Rai Carlo Freccero e Gian Marco Capitani, leader del movimento «Primum non nocere» che il mese scorso a Bologna aveva insultato la senatrice a vita Liliana Segre, per poi scusarsi il giorno dopo.
    «Il Green Pass è un colpo di stato ed è lo strumento che usano per negare i vostri diritti», ha tuonato Kennedy Jr. davanti alla folla. «Non è una misura sanitaria ma uno strumento di controllo dei vostri movimenti e dei vostri conti correnti». E ancora: «Se il Green Pass è una misura sanitaria perché non viene emesso dal ministero della Salute, ma dal ministero delle Finanze. Credono che siamo stupidi?», ha incitato la folla che intanto scandiva i soliti cori: «Libertà, libertà» e «La gente come noi non molla mai». Poi Kennedy Jr. ha virato sui vaccini: «Non sono contrario a tutti, solo a quelli cattivi» come quelli anti-Covid. «Dicono che evitano la trasmissione e fermano la pandemia, ma non è vero. Quindi a cosa serve essere tutti vaccinati?». Ha concluso e si è allontanato a bordo di un van nero, mentre la piazza era ancora gremita di sostenitori.
    Quando il presidio stava per terminare, blindati e cordoni della polizia avevano già circondato l'intera area, lasciando l'unica via d'uscita verso parco Sempione. Così oltre un migliaio di No Vax, in gruppi più o meno grandi, ha provato a raggiungere piazza Fontana, come nei precedenti sedici sabati di mobilitazione. All'ingresso però, c'erano già decine gli agenti in tenuta antisommossa che l'avevano chiusa e che, per tutta la serata, hanno continuato a isolare i nuclei di militanti al loro arrivo.
    Di fatto la protesta è stata così spezzettata in piccoli tronconi, a partire da via Dante. E ogni tentativo di alzare i toni o unirsi in corteo, mescolandosi tra i passanti e i turisti che passeggiavano in centro, è stato sedato sul nascere da poliziotti e carabinieri che hanno «limitato i danni» a negozi e commercianti della sola piazza Duomo, «facendo rispettare – sottolineano da via Fatebenefratelli – le linee guida del Viminale».
    Anche nelle altre piazze d'Italia, dopo la stretta del ministro Luciana Lamorgese, la mobilitazione è stata un flop.
    A Roma, al Circo Massimo, sono arrivati in poche centinaia, molti meno di quelli previsti. Accompagnata dal coro «giù le mani dai bambini», una «bambina simbolo» è stata fatta salire sul palco. Circa tremila si sono incontrati a Torino, in Piazza Castello, l'unico luogo del centro non interdetto alle manifestazioni perché «connotato da una maggiore valenza simbolica per la comunità». Tra loro anche una delegazione di alcune decine di No Tav. A Novara ha preso di nuovo la parola Giusy Pace, l'infermiera finita nella bufera per la trovata dei manifestanti di travestirsi da deportati nei lager, quindici giorni fa. Dopo una settimana di polemiche, degli oltre mille No Vax previsti, a Gorizia se ne sono presentati 250. L'unico corteo si è tenuto a Genova, dove circa 500 manifestanti sotto la pioggia battente si sono incontrati davanti al palazzo della Regione e sono riusciti a spaccare il centro città, per poi sciogliersi in piazza della Vittoria.
  8. ANALOGIE CON L'ITALIA ? Miguel Pazos inizia a lavorare nel suo negozio di alimentari nel "microcentro" di Buenos Aires tutti i giorni alle 6.30, ben prima dell'apertura della saracinesca. Ha bisogno di almeno un'ora per modificare il prezziario; con un'inflazione salita al 53% su base annua deve attualizzare tutto costantemente se non vuole lavorare in perdita. Un litro di latte, una scatola di tonno, l'acqua minerale può aumentare anche tre volte al mese, i clienti si lamentano, ma sanno che il negoziante è solo l'ultimo anello della catena e anche lui non può fare molto per cambiare la situazione. «Siamo qui da 40 anni, i clienti sanno che siamo obbligati a fare questo, ma è triste vedere famiglie che smettono di comprare o fanno mille calcoli prima di decidere se permettersi il lusso di un bottiglia di vino per il fine settimana». Come se non bastasse, la soluzione pensata dal governo è finita per colpire proprio i piccoli commercianti. Ai primi di ottobre è stata diramata una nuova lista di 1.300 "prodotti congelati", che devono cioè essere venduti dalle grandi catene a un prezzo calmierato, pena multe severe o la chiusura dei locali. All'inizio erano beni di primissima necessità come riso, burro, olio o pelati, ma poi sono stati inclusi shampoo di marca, birre di produzione nazionale, persino i superalcolici. Le famiglie, alla disperata ricerca di soluzioni per arrivare a fine mese, vanno a fare la spesa lì attratti da questi prezzi, i negozi di quartiere soffrono.
    Miguel preferisce non dare la colpa ai peronisti e punta tutto sul rapporto diretto con la clientela, molti dei quali pagano solo a fine mese, a volte in rate, come si faceva anni fa. «L'inflazione è un'eredità del governo precedente di Mauricio Macri, al presidente attuale è capitata pure la pandemia, è logico che sia crollato tutto».
    L'Argentina che vota oggi per innovare la metà del Parlamento si trova, di nuovo, nel mezzo di una grave crisi economica e il futuro non è promettente. Quattro famiglie su dieci vivono sotto la soglia della povertà e la metà dei giovani soffre «insicurezza alimentare». Ragazzi che non riescono a mangiare due volte al giorno, spesso vanno a scuola a digiuno, le mense popolari non sono mai state così piene dai tempi della crisi finanziaria del 2002, quando il Paese entrò in default con il carosello di cinque presidenti in meno di un mese. L'università privata Uade ha condotto uno studio per sapere le aspettative di oltre duemila giovani di classe media tra i 15 ai 24 anni in tutto il Paese. Sette su dieci hanno detto che sarebbero disposti ad emigrare se avessero la possibilità. Molti rifarebbero, così, il viaggio dei loro nonni scappati dalla fame nell'Europa del secondo dopoguerra. «La loro principale preoccupazione– spiega il ricercatore Nicolas Rotelli – riguarda il loro sviluppo professionale, date le condizioni generali del Paese. Ci dicono di essere scoraggiati perché temono che non riusciranno a trovare un lavoro dopo l'università, tanto meno formare la famiglia. Per questo sarebbero pronti a cogliere offerte dall'estero e molti le cercano già alla fine del liceo».
    Giovani disincantati che sono oggi un target preferenziale dei partiti, fin dalle superiori. A 16 e 17 anni, infatti, possono votare; quando un gruppo politico riesce a penetrare in una scuola può aspirare a catturare un discreto numero di elettori. L'opposizione accusa i peronisti di voler indottrinare i ragazzi, fin dentro le aule. È diventato virale il video dello scontro verbale tra una docente simpatizzante di Cristina Kirchner e uno studente che accusava il governo di corruzione. «Davvero - gli gridava l'insegnante – pensi che ai partiti di destra interessi aiutare i ragazzi che non hanno i capelli biondi e gli occhi azzurri ma sono scuri e poveri come te?». L'opposizione l'ha condannata, per il ministro dell'Istruzione si è trattato di un «positivo scambio di opinioni per far avvicinare i ragazzi alla politica».
    Un altro tema centrale della campagna è stata l'insicurezza. Durante il lockdown del 2020 (Buenos Aires è stata "chiusa" per 220 giorni, seconda solo a Melbourne per durata della quarantena sanitaria) gli indici di criminalità sono crollati e il governo ha presentato questi dati come un successo della sua politica di contenimento del delitto. Ma è bastato che si riaprissero le principali attività perché esplodessero di nuovo furti, rapine ed omicidi nelle grandi città. A pochi giorni dal voto un edicolante della periferia di Buenos Aires è stato freddato durante una rapina da un ventenne pregiudicato che ha agito assieme a una complice 15enne. Gli abitanti del quartiere, stanchi del continuo ripetersi di fatti del genere, hanno preso d'assalto il commissariato. Il ministro di sicurezza Anibal Fernandez ha tagliato corto. «È sbagliato politicizzare episodi di delinquenza comune, succedono in tutti i paesi». Se il voto di oggi confermerà la tendenza delle primarie obbligatorie di agosto, l'opposizione dovrebbe riuscire a conquistare la maggioranza al Senato e diventare il primo blocco alla Camera. Uno scenario del genere complicherebbe non poco la vita del presidente Alberto Fernandez, a cui mancano due anni di mandato. Nel 2022 il governo deve necessariamente trovare un accordo per il pagamento del debito di 19 miliardi di dollari contratto con il Fmi, le cui rate in scadenza sono state sospese negli ultimi due anni. La sorpresa annunciata di queste elezioni, invece, è Javier Milei, un ex portiere e musicista rock convertito in analista e ospite fisso dei talk show, che ha fondato un partito «anti-sistema e libertario», auspicando l'eliminazione della Banca Centrale e la riduzione dello Stato nell'economia. Giubbotto di pelle e sempre spettinato, vicino a complottisti e no-vax, è popolare tra i giovanissimi e punta ad essere una terza opzione tra peronismo e anti-peronismo. Solo il tempo dirà se sarà una meteora o diventerà un protagonista nella turbolenta politica argentina.
  9. FINALMENTE LA VERITA' CHE LE STIME VORREBBERO NASCONDERE : Sempre più cari, sempre più vuoti. I carrelli della spesa di negozi e supermercati risentono del rimbalzo dei prezzi dei generi alimentari causato da ondate di maltempo, strozzature nella catena degli approvvigionamenti e aumenti dei costi energetici. Un fenomeno che attraversa il Pianeta colpendo le famiglie di Paesi avanzati e in via di sviluppo, seppur con magnitudo e modalità differenti. Secondo la Fao l'indice dei prezzi alimentari è cresciuto a ottobre del 31% su base tendenziale. Di tenore simile è stato l'incremento delle materie prime alimentari e delle bevande avverte il Fondo monetario internazionale. In termini reali, ovvero al netto dell'inflazione, i prezzi globali delle materie prime alimentari sono ora superiori ai picchi del 2008 e del 2011, ovvero in coincidenza della grande crisi finanziaria e alla vigilia delle primavere arabe innescate anche dal caro vita.
    Le cause sono il maltempo, come la siccità in America del Nord e del Sud, le forti piogge in Europa e in Asia, e le criticità dei rifornimenti seguite all'allentamento delle restrizioni del Covid-19. In alcuni casi si sovrappongono fattori più specifici, spiega la Camera di Commercio degli Stati Uniti, come la carenza di manodopera per soddisfare la domanda. Non ci sono lavoratori sufficienti a scaricare container nei porti, per esempio, o camionisti per movimentare il cibo verso distributori e negozi, problema esacerbato dalla pandemia e dai generosi aiuti del governo Usa. «È difficile attrarre e trattenere lavoratori», spiega Andrew Harig, vicepresidente del Food Marketing Institute, secondo cui «occorrono incentivi dei governi per il ritorno al lavoro». Così per riempire il carrello della spesa il mese scorso gli americani hanno dovuto sborsare il 5,4% in più rispetto al 2020 e l'1% in più rispetto a settembre. Zucchero e latte, ad esempio, sono aumentati del 12,5% e 8,4% per non parlare di pancetta e uova con rincari poco sotto il 30%. Ciò va a incidere sulla parte a valle della filiera, ovvero sui ristoranti costretti a ritocchi dei menù, così come sui buoni pasti erogati per aiutare le fasce più disagiate della popolazione.
    Le difficoltà degli americani non sono diverse da quelle dei consumatori del resto del mondo. L'inflazione dei prezzi di alimenti è al 4,5% nelle 30 nazioni più ricche dell'Ocse, ovvero tre volte di più dei livelli di maggio. Va ancora peggio ai Paesi emergenti, Argentina, Brasile, Colombia, Russia o Turchia, dove l'impennata dei prezzi, che supera il 10%, è stata amplificata dal deprezzamento delle valute locali rispetto al dollaro, divisa utilizzata per scambiare le materia prime alimentari. «In Russia, l'aumento del costo del cibo è diventato un problema politico, con la diminuzione dei redditi reali e il calo di consensi per il partito di governo - spiega il Financial Times -. In Brasile i prezzi al consumo di alimenti e bevande sono aumentati a un tasso annuo del 12%». In Asia, dove c'è minore inflazione, è stato il maltempo a innescare i rincari. Le forti piogge degli ultimi mesi in India hanno causato smottamenti, distruggendo i raccolti e facendo salire il prezzo degli ortaggi. In Cina ad essere colpite sono state le province agricole, mentre disagi ci sono stati nelle Filippine e altri Paesi del Sud Est asiatico. E se il Nord del mondo deve stare attento a limitarsi nel riempire i carrelli della spesa, nel Sud il carovita si sta traducendo in più fame e malnutrizione, sovrapposte alla morsa pandemica che in certe aree del Pianeta non molla la presa.
  10. FINALMENTE UNA STARTUP CHE NON BRUCIA SOLO RISORSE MA CONTRIBUISCE A PRODURRE MIELE :Rimanere sempre connessi alle arnie. D'ora in poi gli apicoltori potranno farlo grazie a un sistema che tutelerà le colonie dell'apiario con un monitoraggio costante dello stato di salute, da remoto. «Arnia perfetta» funziona come un'app ed è utile anche per prevenire furti e eventualmente recuperare quanto rubato. Il sistema include anche una sim che per dieci anni non richiede nessun canone mensile. Si tratta di un progetto ideato dalla Mdt Italia, azienda specializzata nella progettazione, sviluppo e produzione di prodotti e sistemi elettronici, intermediazione e distribuzione componenti. L'azienda di Ivrea creata da Giuseppe Anastasi è una start-up nata dentro l'incubatore I3P del Politecnico di Torino e dalla collaborazione con l'azienda «Le Querce» di Azeglio.
    «Arnia perfetta» serve a tutelare le colonie del proprio apiario attraverso un gps installato sul telefonino e controllare così lo stato di salute delle api, rilevando i dati relativi a temperatura, umidità, ribaltamento, movimento e a breve verrà implementato anche con l'aggiunta del suono, con la possibilità di scaricare l'archivio dei dati. L'importanza nel rilevamento della temperatura e dell'umidità all'interno e all'esterno dell'arnia permette anche all'apicultore di identificare il momento migliore per effettuare i trattamenti antivarroa - un acaro nemico delle api - mentre nel caso di un tentativo di furto delle arnie può intervenire, allertato proprio dai sensori di movimento.
    L'invenzione è stata presentata a Piacenza il 30 ottobre, in occasione della Fiera Apimell 2021: la più grande manifestazione del settore dell'apicoltura.
    Apicoltura che in Italia è un'eccellenza da tutelare non soltanto per la sua importante produzione, ma anche per la sua essenziale funzione di difesa della biodiversità. Secondo la banca dati nazionale dell'Anagrafe apistica, l'Italia dispone di un patrimonio di mieli unico per qualità e tipicità, patrimonio gestito da oltre 62 mila apicultori. Purtroppo, l'apicoltura deve contrastare i cambiamenti climatici, l'impatto negativo di alcune pratiche agricole, le patologie apistiche e, non per ultimo, la criminalità. Fattori che mettono costantemente a dura prova la produzione di miele.
    E in Canavese, soltanto negli ultimi anni, ci sono statidiversi episodi di furti di arnie. Il caso più eclatante fu quello accaduto nel maggio scorso, a Candia, quando vennero distrutte una settantina di arnie.

 

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

14.11.21
  1. DAL GREEN PASS SUL CELLULARE A QUELLO DEL MICRICHIP ?
  2. CINGOLANI INVECE DI FARE IL MINISTRO DELLA LOBBY DEL NUCLEARE POTREBBE OCCUPARSI DI PRODURRE IDROGENO VERDE IN ITALIA
  3. SI E' SEMPRE SAPUTO CHE BERLUSCONI PREFERISCE RENZI A SALVINI PER CUI IN CAMBIO DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA GLI CEDEREBBE IL PARTITO  PER CUI RENZI CONFIDA DI ARRIVARE AL 10% :Rieccoli ad Arcore, come ai bei tempi, gli amici di Silvio. Per mesi e mesi il loro beniamino è rimasto inavvicinabile, ma da qualche giorno le porte della villa si sono riaperte e lunedì sono entrati in tanti, tra coordinatori regionali e nazionali. Qualcuno li ha contati: erano in ventinove. Il Cavaliere era spumeggiante e non li ha delusi. Doppio petto blu, morbida cravatta in tinta, sorriso sincero e largo, Silvio Berlusconi ha pronunciato un fervorino che conferma quello che tutti sanno: lui ci crede, eccome se ci crede di poter diventare il tredicesimo Presidente della Repubblica italiana. Dice il vecchio Silvio: «Draghi è bene che continui a governare fino al 2023…». L'ipotesi che il capo del governo possa ascendere al Quirinale non è contemplata. Perché lassù ci vorrebbe andare lui, Berlusconi.
    Ma al di là del sogno legittimo dell'uomo, si può davvero pensare che a 85 anni compiuti, ben curato ma acciaccato, inseguito da diversi procedimenti, Silvio Berlusconi possa davvero farcela? Nella riunione dell'8 novembre ad Arcore, chi ha provveduto a ricordare la mission del Quirinale è stato un vecchio amico che quasi tutti non vedevano da anni: Marcello Dell'Utri. Quando è comparso qualcuno si è commosso, quasi tutti sono rimasti sorpresi perché non si aspettavano di vederlo. Ex fondatore di Publitalia, ex senatore, ex detenuto a Rebibbia, reduce da una raffica di processi, di condanne, di assoluzioni, Dell'Utri ha detto poche parole: che la scalata è possibile e che Matteo Renzi gli ha fatto sapere che, se la partita di Berlusconi diventa giocabile, lui è pronto a giocarla.
    Vai a capirlo, Renzi. L'uomo – si sa - è loquace e l'altro giorno a Bruxelles, ha chiacchierato con alcuni europarlamentari e a tutti ha ripetuto gli stessi concetti: «Draghi al Quirinale ci punta forte e noi non appoggeremo Berlusconi». Ma il Cavaliere – ecco svelato l'arcano - ha in testa un altro schema di gioco. Non un' alchimia partitica, ma invece un appello diretto al "popolo" parlamentare. Il Cavaliere l'ha spiegata senza infingimenti: «Non farò mai il candidato di bandiera e andrò a trovare il consenso tra quei 290 grandi elettori usciti dai gruppi parlamentari e, tra di loro, in tanti mi sono amici». Chi ha parlato con lui, un sapiente democristiano come Gianfranco Rotondi, conferma: «Se Draghi viene eletto al primo scrutinio, pace. Ma se così non accade, si va al quarto scrutinio, a quel punto Silvio ce la può fare. Come? Se il centro-destra tiene, bastano cinquanta voti e i giochi sono fatti. Berlusconi ha tanti amici, che noi neppure lo sappiamo. Fuoriusciti Cinque stelle, ma non solo…». E col sorriso di chi la sa lunga, Rotondi aggiunge: «Una delle prime decisioni di Berlusconi al Quirinale sarebbe la nomina di Prodi a senatore a vita!».
    Ma entrare al Quirinale da Presidente, per Berlusconi resta un miraggio. Per ora c'è una sola certezza: una campagna a tappeto per attingere grandi elettori dal serbatoio dei quasi 300 parlamentari che hanno lasciato i gruppi parlamentari originari.
    Dalle parti di Forza Italia qualcuno si dice certo che per diversi di loro si starebbero preparando dei profili, in modo da rendere l'opera di convincimento più personale. Quando c'è di mezzo Berlusconi si accendono le fantasie più sbrigliate, ma non c'è nulla di nuovo sotto il sole: tutte le campagne presidenziali sono state segnate da trattative e "do ut des" politici.
    Semmai c'è da dire che Berlusconi se la sta giocando con una certa capacità mimetica. Da "Cavaliere mascherato". Da qualche giorno, dal suo mondo, partono segnali messaggi in codice. Roba da professionisti della Prima Repubblica. Alcuni giorni fa Augusto Minzolini, direttore del "Giornale", ha scritto un editoriale insolitamente criptico. Dopo aver premesso che per Draghi la cosa migliore sarebbe quella di continuare a guidare il Paese da Palazzo Chigi, ma questo non significherebbe rinunciare al Quirinale, semmai rinviare l'appuntamento: per il Colle «c'è sempre tempo». E qui arriva il messaggio: «Magari l'appuntamento è rinviato solo di due-tre anni». E alla presidenza della Repubblica chi ci mettiamo nel frattempo? La riposta stavolta è nel titolo: «Un politico». Traduzione del messaggio: Berlusconi sarebbe pronto, perché no, ad una presidenza a tempo. Come dice una berlusconiana di lungo corso: «Come trasformare qualche problema di salute in una opportunità…».
    Il "Cavaliere mascherato" ha capito anche un'altra cosa: di aver acceso con troppo anticipo i riflettori sulla sua candidatura. Il 20 ottobre Berlusconi, dopo otto mesi di assenza, aveva invitato a pranzo Matteo Salvini e Giorgia Meloni a Villa Grande, la residenza romana sull'Appia antica che era appartenuta a Franco Zeffirelli. Quel giorno Berlusconi aveva tenuto leggeri i suoi ospiti - risino di Komjak, spigola e verdure tricolori, pere cotte – ma erano stati loro a far trapelare le ambizioni quirinalizie di Berlusconi.
    E lui, oramai da qualche giorno, ha ordinato l'indietro tutta. Di presidenza della Repubblica non si parla più. Il 10 novembre intervistato dal "suo" Giornale, si è sentito chiedere: «Sappiamo che lei non vuol parlare di Quirinale…». E lui ha risposto parlando d'altro: «Interrompere il buon lavoro del governo sarebbe irresponsabile».
    Ma su Berlusconi circola un dubbio che rilancia l'ipotesi del "Cavaliere mascherato", un dubbio che viene espresso ad alta voce dal deputato più esperto di tutto il Parlamento, Bruno Tabacci, che ha visto eleggere vari Presidenti e che conosce bene Berlusconi: «Lui è furbo. Ora gli piace far sapere e far credere che lui è in corsa, che è presidenziabile. Poi si farà i suoi conti: se capisce che non è aria, non si misurerà. Lo sa anche lui quel che accadrebbe. Dopo che Draghi ha fatto sognare il mondo, tutti si chiederebbero: ma davvero in Italia il nuovo Capo dello Stato è Berlusconi? Ne ho viste tante, ma questo non accadrà e lo sanno tutti».
  4. IL POTERE DI RENZI LO VEDREMO NELLE VOTAZIONI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA : Mille battibecchi, frecciatine, veri colpi bassi per reagire agli addebiti che gli vengono portati: l'intervista di Matteo Renzi a Otto e mezzo, come prevedibile, diventa un confronto teso con la conduttrice Lilly Gruber e con i direttori de La Stampa Massimo Giannini e del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Alla fine, però, la linea di difesa dell'ex premier resta la solita: le conferenze a pagamento in giro per il mondo sono un'attività lecita, il problema è l'acquisizione dei sui conti correnti «quando non ero ancora indagato», un «hackeraggio di Stato», e le critiche che gli vengono rivolte sono solo un «campagna d'odio nata perché dieci mesi fa abbiamo scelto di aprire una crisi per mandare a casa Conte, per questo a Travaglio gli rode».
    Nel merito, le risposte non arrivano. Al leader Iv viene chiesto di quella mail - emersa dagli atti dell'inchiesta sulla Fondazione Open - in cui l'ex giornalista dell'Unità Fabrizio Rondolino propone la creazione di un vero e proprio apparato di controinformazione per colpire il Fatto e veicolare su giornali e Tv la narrazione renziana dei fatti. Renzi, inquadrato, ridacchia sarcastico mentre Travaglio legge la mail di Rondolino. Poi spiega: «Era un'ipotesi di scuola alla quale ovviamente nessuno ha dato corso». Quindi, attacca: «Per distruggere il Fatto basta Travaglio, che è un diffamatore seriale. Ormai le richieste di danni superano il valore dell'azienda (che edita il quotidiano, ndr)». Il direttore della Stampa chiede perché abbia girato la mail a Marco Carrai. Risposta: «La mail di Rondolino non viene messa in pratica. Ovviamente tutte le mail che arrivavano l'ufficio le girava alle persone che potevano essere interessate. Abbiamo detto: non faremo mai ciò che fa il Fatto».
    Più volte il leader Iv provoca Travaglio definendolo «pregiudicato», evocando le querele perse dal direttore del Fatto. Ribatte Travaglio: «Renzi confonde i reati di opinione, che sono un incidente del mestiere per un giornalista, con i reati di affari che lo riguardano...». Giannini obietta che non esiste solo la dimensione giudiziaria di queste vicende, chi fa politica dovrebbe tenere conto anche dell'aspetto etico e morale dei propri comportamenti e che sui soldi ricevuti dall'Arabia saudita non si può sorvolare. Ribatte Renzi: «Lei non sa niente dell'Arabia saudita».
    Gruber ricorda a Renzi di quando, nel 2018, diceva che chi fa politica non può arricchirsi. Renzi ripete la sua precisazione: il discorso vale per chi è al governo, non per i semplici parlamentari. «Spiegavo che chi sta al governo non può arricchirsi. Chi sta in parlamento può fare altre attività: c'è chi fa l'avvocato, chi l'architetto… Io faccio le conferenze all'estero. E sui miei guadagni pago le tasse». Lo interrompe Travaglio: «Ora lo dobbiamo pure ringraziare perché paga le tasse». Il leader Iv poi, nega qualsiasi conflitto di interessi, sulla revoca della concessione ad Autostrade. «Il governo Conte annunciando la revoca ha fatto un favore a Benetton. Conte, che era avvocato della società Aiscat, i concessionari autostradali. Non è l'avvocato del popolo… Sfido Travaglio a trovare un mio voto in conflitto di interessi, i miei voti sono pubblici».
    Il 2% di Iv nei sondaggi è forse dovuto alla «spregiudicatezza», ipotizza Gruber. Replica Renzi: «Col 2% abbiamo fermato Salvini, mandato a casa Conte e fatto arrivare Draghi». Ma Travaglio: «Salvini l'hai portato al governo». Alla fine Renzi si sfoga su Twitter: «Erano tre contro uno. Ma mi sono divertito perché non mi fanno certo paura».
  5. I METODI DI RENZI SONO UNA EREDITA' DI BERLUSCONI E GELLI, EVOLUZIONE DELLA STESSA LOBBY DI POTERE  : Lo scopo è immutabile. Ma ogni potere ha la sua macchina del fango. Ogni stagione il suo ventilatore. Ogni manovratore (o semplicemente utilizzatore finale) i suoi bersagli. Per lo più avversari politici, giornalisti, magistrati.
    La chiusura dell'inchiesta fiorentina sulla fondazione Open svela il memo indirizzato nel 2017 da Fabrizio Rondolino, una vita fa spin doctor di D'Alema, a Renzi. L'obiettivo di «distruggere la reputazione» degli avversari politici (M5S) e giornalistici (Il Fatto quotidiano). Il possibile ricorso a investigatori privati «di provata fiducia e professionalità». La costituzione di «una specie di Wikileaks antigrillina» appoggiata «su un server estero non sottoposto alla legislazione italiana e non riconducibile al Pd né tantomeno a Renzi», per produrre contenuti da «rilanciare su una rete di account fake». A ciò si aggiunge la creazione attorno a Renzi di una struttura permanente, con organigramma funzioni e dotazioni tecnologiche (i software israeliani acquistati dal braccio destro Carrai). E una strategia, delineata via mail dallo stesso Renzi, per influenzare le televisioni, stringendo «accordi» con vertici Rai, Mediaset e La7.
    Una struttura che, a parte l'inevitabile obsolescenza tecnologica (i social non c'erano ancora) ricorda la berlusconiana «struttura Delta». Espressione coniata nel 2007 da Ezio Mauro mutuandola da Conrad e svelata dalle intercettazioni della manager Rai Deborah Bergamini (poi portata dallo stesso Berlusconi in Parlamento). I vertici Rai e Mediaset concordavano le strategie editoriali per «fare gioco di squadra» e favorire Berlusconi, fino a «fare confusione per camuffare» le sconfitte elettorali.
    Negli anni successivi, la macchina del fango berlusconiana si era ingaggiata ferocemente, armando i media contro oppositori e dissidenti. Alla prima categoria era stato iscritto il direttore del quotidiano cattolico Avvenire, Dino Boffo, sulla base di un'allusiva velina a sfondo sessuale. Alla seconda Gianfranco Fini, all'epoca del «che fai mi cacci?».
    La Rai cambiava i palinsesti per sostenere la polemica sulle intercettazioni, trasmettendo in prima serata «Le vite degli altri», film sullo spionaggio nella Germania dell'Est. Un modo, nemmeno tanto sottile, per alimentare la rivolta contro i «giudici comunisti». Senza tornare ai dossieraggi degli Anni 90 contro il pool di Mani Pulite (celebre il «poker d'assi» di Craxi), alla pm Ilda Boccassini, che processava Berlusconi, fu attribuito falsamente un incontro eversivo in Svizzera. Lo sconosciuto giudice civile Raimondo Mesiano pedinato e filmato dal parrucchiere e al parco, impiccato per «stranezze» tra cui i calzini turchesi, dopo aver condannato la Fininvest a un maxi risarcimento alla Cir di De Benedetti.
    La terza Repubblica ha informatizzato le macchine del fango. Il memo di Rondolino non risulta realizzato (anche se Renzi lo girò senza commenti a Carrai). Ma la «bestiolina», così come emerge dalle mail, aveva due gambe. Quella analogico-televisiva e quella social-digitale. Con una reciproca interazione già delineata dall'alto da Carlo Freccero nel 2013 (Televisione, Bollati Boringhieri) e dal basso quattro anni dopo da Leonardo Bianchi (La gente, Minimum fax).
    Due libri che spiegano il successo grillino e leghista. Nella propaganda e poi nelle urne. Con una propaganda viralizzata da profili social, non sempre ufficiali e talvolta falsi, alimentati artificialmente con software dedicati. Il New York Times scrisse che alcuni siti pro M5S e pro Lega erano legati dagli stessi codici di Google. Un post di Beppe Grillo contro Enrico Mentana fu rilanciato da una serie di pagine facebook non ufficiali pro M5S, tra cui «Club Luigi Di Maio» specializzata in contenuti d'odio e utilizzata, denunciò il debunker David Puente, anche da collaboratori di Di Maio.
    La «bestia» creata da Luca Morisi per Matteo Salvini importando il modello Trump ha fatto scuola per la capacità di profilazione degli utenti e di rimbalzo sui social dei contenuti, in grado di rovesciare fango sugli avversari. Trentacinque esperti digitali al lavoro h24. Nella campagna elettorale del 2019, che issa la Lega al 34 per cento, producono 17 post al giorno, 60,8 milioni di interazioni, 40 milioni di like e oltre 5 milioni di ore di video visualizzati.
    Decisivo il collateralismo con siti ideologicamente conformi. Come Vox News, che propaganda sovranismo e xenofobia con Rambo in home page. Quando Salvini viene indagato per il blocco delle navi di migranti, lancia una «guerriglia culturale contro le toghe rosse» da attuare «disseminando i commenti e ovunque». Il procuratore di Agrigento Patronaggio viene ostracizzato con fake news di ogni tipo, rilanciate da migliaia di pagine social, che lo dipingono capo di «seimila toghe rosse» impegnate in un «tentativo di colpo di stato».
    A proposito. Anche Renzi, oggi, ne denuncia uno a suo danno.
  6. RESPONSABILITA'  PER CUI IL PD NON PAGHERA' MAI MENTRE ENRICO LETTA TACE, SU CONSIGLIO DELLO ZIO ? L'elenco delle «persone offese» è lungo tre pagine. Il numero trentadue è un padre ancora vivo, nonostante tutto. Ha 35 anni. È riuscito a non impazzire. È riuscito a non perdere la calma. È riuscito a resistere fino a ottenere un primo risultato importantissimo: «Questa è una nostra foto di ieri pomeriggio, eccola, siamo tornati insieme. Io, mia moglie e mio figlio. Il giudice dei Tribunale dei minori ci ha dato ragione. Sembriamo una famiglia infelice? Sembriamo due genitori incapaci?».
    Ricorda la data esatta della separazione. «Il 22 ottobre del 2018 le assistenti sociali di Bibbiano hanno portato via sia mia moglie sia mio figlio, che all'epoca aveva 6 anni. Dicevano che in un suo disegno, una specie di scarabocchio colorato, c'era la prova della mia violenza. Dicevano che mia moglie portava gli occhiali scuri per nascondere le botte. Dicevano che eravamo una famiglia senza cura. Era tutto falso».
    Quando una persona con voce tranquilla dice frasi tanto perentorie è difficile prendere le misure. Solo che prima di incontrare questo padre, eravamo andati a leggere le parti che lo riguardano da vicino nell'inchiesta «Angeli e Demoni». In particolare, quel punto in cui gli investigatori parlano della relazione delle assistenti sociali con cui hanno deciso di allontanare il figlio.
    È datata 18 luglio 2018. La firma la responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza Federica Anghinolfi, assieme alla collega Annalisa Scalabrini e alla psicologa Federica Alfieri. Sulla base di quella relazione chiedono al Tribunale per i minorenni di Reggio Emilia di poter intervenire rapidamente. E infatti: «Era il 22 ottobre quando…». Ma dopo. Dopo tutti gli accertamenti sul caso. Dopo le verifiche. A proposito di quanto avevano scritto le assistenti sociali, gli investigatori arrivano alle seguenti conclusioni: è falso che non ci fossero giochi in casa del bambino, falso che l'appartamento fosse spoglio, falso che il bambino fosse denutrito e esile al punto da dover ricorrere a accertamenti diagnostici. Falso che i genitori non l'avessero portato dal pediatra, visto che solo nel 2018 era già stato tre volte dal medico. Falso, anche, che quel padre fosse un padre violento e «dedito al consumo di alcolici», così come c'è scritto nelle relazione: «Basando tale assunto sul mancato pagamento di alcune rette scolastiche del minore». Senza premurarsi di aggiungere, comunque, che quelle rette erano state saldate successivamente. Nella stessa relazione viene adombrato il sospetto. Anche se le prove della violenza non ci sono. Lasciano il dubbio.
    Con un'ambiguità che gli investigatori riassumono così: «Omettevano di indicare con chiarezza che dall'esito degli accertamenti ospedalieri le macchie sulle mutandine del minore erano feci, lanciando in tal modo residuare sospetti di abuso sessuale ai danni del bambino». E poi, una volta ottenuto l'allontanamento, fanno pressioni sulla moglie perché riveli violenze con il ricatto di farle perdere il figlio. Aggiungendo a tutto questo una piccola, finale, terrificante, menzogna: sostengono che il bambino abbia ringraziato per essere stato portato nella comunità protetta. Sostengono che il bambino si sia dichiarato felice dell'allontanamento da casa. E anche qui c'è il colpo di scena. Un'assistente sociale che si chiama Giorgia Ricci, estranea a ogni accusa ma presente in quel momento, testimonia il contrario dimostrando così che non tutti erano uguali nei servizi sociali della Val d'Enza: «Il bambino non ci ha mai ringraziati».
    Pensare che questo padre sia ancora in piedi non è un fatto di poco conto. «È stato tremendo. Tremendo. Non so come dirlo in un altro modo. Sono stati anni tesi, pieni di ansia. Siamo contenti che la giustizia stia facendo il suo corso. Ma tutti abbiamo subito un grosso trauma. Quell'allontanamento è stato bruttissimo. Mi facevano vedere mio figlio un'ora al mese. Dicevano che mia moglie si metteva gli occhiali da sole per nascondere i lividi. Se ce l'ho fatta è solo per la forza della nostra famiglia».
    Accanto al padre, c'è l'avvocato Gianluca Tirelli: «Siamo contenti che l'udienza preliminare abbia portato a 17 rinvii a giudizio. Nell'arco del processo andremo a discutere fatto su fatto, ci siamo costituiti parte civile perché il padre vuole una riabilitazione pubblica, non sopporta che sia stata infangata in questo modo la sua immagine di genitore».
    Tre pagine è lungo l'elenco delle persone offese. A ogni numero corrisponde un incubo. Come dover risalire tutta la storia al contrario per poter ritornare, finalmente, a essere.
  7. SE DIO NEGA FIGLI NATURALI POTREBBE CONOSCERE LE PERSONE MEGLIO DEGLI UOMINI ? L'hanno voluta così tanto da pagare una bella cifra per farla partorire da una madre surrogata in Ucraina. Quando è nata l'hanno riconosciuta legalmente come loro figlia e l'hanno chiamata come una fata. Poi l'hanno lasciata a Kiev, affidata a una tata assunta attraverso un'agenzia interinale. Era l'agosto del 2020, dovevano tornare a prendere la bambina per portarla a casa, in Italia, ma non si sono più fatti vedere né sentire. E, a un certo punto, hanno anche smesso di mandare i soldi pattuiti alla babysitter. Quando la piccola - che noi qui chiameremo Luna - ha compiuto un anno, la donna ha bussato alla porta del consolato italiano: non posso mantenerla, pensateci voi.
    Da quel momento sono partite le verifiche, è stata informata la Procura competente, quella di Novara, zona di provenienza della coppia, la cui identità non è nota. Il caso è arrivato alla Procura dei minori e i magistrati hanno accertato la volontà dei genitori di non riprendere la figlia. Non sappiamo il motivo, ma pare che l'aspirante madre, dopo la nascita, abbia avuto un rifiuto di quella figlia che non aveva partorito, con la quale non aveva un legame biologico. Tanto che soltanto il padre sarebbe andato in Ucraina a riconoscerla. In ogni caso, i due rischiano l'accusa di abbandono di minore e conseguenze penali.
    Possiamo escludere, però, che la decisione abbia a che fare con la salute della piccola Luna: la pediatra della Croce Rossa, che ha partecipato alla missione di recupero a Kiev, l'ha visitata e l'ha trovata in perfette condizioni. L'operazione di rientro è stata condotta l'altro ieri dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia (Scip). Atterrata all'aeroporto di Malpensa, Luna è stata inserita in un percorso di assistenza e accolta da una famiglia affidataria, che si prenderà temporaneamente cura di lei, finché non si concretizzerà l'adozione definitiva da parte di quelli che saranno i suoi nuovi genitori. Nelle foto pubblicate sul sito della Croce Rossa, la si vede in braccio alla pediatra o seduta sulle spalle di uno dei poliziotti: giubbino giallo, salopette jeans, stivaletti rosa imbottiti. Vestita pesante, abituata a temperature più rigide di quelle che ha trovato in Italia (a Kiev c'erano 2 gradi sotto zero), «all'arrivo abbiamo dovuto alleggerirla», raccontano i suoi accompagnatori. In valigia qualche peluche e i giocattoli preferiti, oltre a una busta di foto dei suoi primi 15 mesi di vita, per ricordarsi di chi l'ha cresciuta finora e, assicura la pediatra, «l'ha accudita benissimo», oltre qualsiasi accordo economico.
    A lei è andata meglio rispetto agli oltre 60 di neonati rimasti "parcheggiati" per settimane all'interno dell'hotel "Venezia" di Kyev, nella primavera del 2020. I genitori committenti non erano potuti andare a ritirarli, a causa del blocco dei viaggi internazionali dovuto alla pandemia. Un caso svelato dalla stessa società che organizza il servizio di maternità surrogata, con la pubblicazione su Youtube di alcuni filmati dei bambini, per rassicurare i futuri papà e mamme sulle loro condizioni e spingere le autorità ucraine ad aprire i confini per le coppie in attesa. Del resto, l'Ucraina è ormai da diversi anni un mercato propizio per ingaggiare donne pronte a portare avanti una gravidanza, a un prezzo molto più basso rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. Molte aspiranti coppie di genitori italiani, tra le centinaia che ogni anno provano ad avere un figlio in questo modo, guardano a Kiev per accedere a una pratica che nel nostro Paese è vietata.
    In commissione Giustizia alla Camera, tra l'altro, è in corso la discussione di due proposte di legge che prevedono la punibilità del reato di maternità surrogata anche se compiuto da un cittadino italiano all'estero. Le prime firmatarie sono, rispettivamente, Mara Carfagna e Giorgia Meloni. «Siamo sconvolti dalla storia della bimba nata in Ucraina – dice la leader di Fratelli d'Italia – uniamo le forze per rendere l'utero in affitto reato universale, ovvero punibile anche all'estero. La vita non può essere una merce di scambio». Sul fatto che serva una legge è d'accordo anche Filomena Gallo, dell'associazione Luca Coscioni: «Ma il problema non riguarda la tecnica in questione, servono regole per evitare abusi e discriminazioni», spiega, ricordando la bozza di proposta di legge, a cui lei stessa ha lavorato, sulla cosiddetta gravidanza "solidale", cioè portata avanti senza alcun compenso.
  8. OMERTA' FRANCESE DI ALTO LIVELLO ? Una giovane donna di 31 anni, soldatessa, si è presentata al commissariato dell'ottavo arrondissement, la mattina del 2 luglio scorso. Scossa, disperata: la notte precedente era stata vittima di uno stupro. Dove? Nel palazzo presidenziale, all'Eliseo. E alla fine di una festa alla quale aveva partecipato anche Emmanuel Macron. Una storia triste e davvero imbarazzante, tanto che in questi mesi niente era trapelato, nonostante un'inchiesta giudiziaria fosse stata subito avviata. È ancora in corso, forse uno scandalo in vista.
    La sera del primo luglio un ricevimento si era tenuto negli splendidi giardini dell'Eliseo. Alla festa, alcuni giovani soldati, tra cui la donna al centro della storia, che viveva e lavorava all'Eliseo. Macron arrivò per il brindisi di rito nei giardini. E la festa continuò a lungo, anche la notte. Gli invitati si trasferirono nei locali di rue de l'Elysée, adibiti allo Stato maggiore personale del Presidente, dove vengono trattati i dossier sensibili, relativi a crisi internazionali. È lì che la donna dice di essere stata violentata da un collega, un altro militare, apparentemente un superiore.
    I due si conoscevano, distaccati entrambi all'Eliseo, dove vivevano. Un'inchiesta è stata aperta e il sospetto violentatore si trova nello status di "testimone assistito", che è intermedio rispetto a quello di indagato. Solo ieri la brutta storia è stata segnalata dal quotidiano Libération e un portavoce dell'Eliseo ha dovuto commentare: «Non appena i fatti sono stati portati all'attenzione delle autorità – ha ricordato -, sono state adottate delle misure, tra sui l'ascolto e il sostegno della vittima e il trasferimento immediato della persona accusata lontano dall'Eliseo». Pure la donna non si trova più nel palazzo presidenziale.
  9. L'ILLUSIONE DRAGHIANA STA FINENDO , MA QUALCUNO SE NE ACCORGE ? Si è chiusa con una domanda fiacca la quarta edizione del Btp Futura novembre 2033, il titolo di Stato con cedola crescente destinato al pubblico di piccoli risparmiatori e che ha l'obiettivo di finanziare la ripresa del Paese. Nelle cinque giornate del collocamento, la domanda totale è stata pari a 3,27 miliardi di euro. Nelle passate edizioni questo livello aveva sempre superato i 5,5 miliardi. Poco male per il Tesoro, che guardava a questa emissione non per esigenze di finanziamento ma per tenere aperto questo canale di finanziamento sul mercato retail, offerto cioè principalmente ai risparmiatori.
    La quasi totalità degli ordini è risultata provenire da investitori italiani (circa il 99%), rappresentati nel 67% da investitori privati e per il 33% dal canale del private banking. Il taglio medio è stato di 35.807 mila euro. Nel dettaglio circa il 62 per cento è stato di importo inferiore ai 20.000 euro, mentre se si considerano i contratti fino a 50.000 euro, si raggiunge circa l'88 per cento del totale. Le stime degli economisti indicano che anche nel 2021 la Bce assorbirà gran parte del deficit italiano, dopo aver superato i 100% del disavanzo nel 2020 con i suoi acquisti. Ma è il segnale di un clima cambiato: il caro-energia, le strozzature al commercio globale che gonfiano i prezzi dei container, hanno spinto l'inflazione dell'Eurozona oltre il 4%. E nonostante la rassicurazione che la Bce non intende alzare i tassi nel 2022, i futures indicano il contrario.
    Fiutano un'inversione di tendenza che suggerisce agli investitori prudenza, perché un rialzo dei tassi domani annacqua il rendimento. Per tener conto delle peggiorate condizioni di mercato, il Tesoro ha anche ritoccato all'insù i tassi cedolari definitivi a 1,35% per gli anni dal quinto all'ottavo, lasciandoli a 0,75% per i primi quattro anni e 1,70% per gli ultimi quattro anni di vita. Sul fronte dei conti, intanto, ieri la Commissione Ue ha ricevuto la prima richiesta di pagamento nell'ambito del Recovery fund. A farsi avanti è stata la Spagna, che ha chiesto 10 miliardi, al netto del prefinanziamento, per sostenere efficienza energetica, mobilità pulita, progetti sulle competenze e altro. Bruxelles ha ora due mesi per valutare la richiesta.
  10. I VERI BENEFICIATI DAL PRNN : Record di ordini nei primi nove mesi dell'anno per Webuild, che in Italia sta sviluppando circa il 70% dei progetti ferroviari in esecuzione del Pnrr. Il gruppo ha chiuso i primi nove mesi con un totale di nuovi ordini per circa 10,5 miliardi di euro, quasi interamente in Paesi a basso rischio, tra cui Italia, Usa, Paesi nordici, Francia, Svizzera e Australia. A questi si aggiunge il mega-contratto per l'alta velocità in Texas, da 16 miliardi di dollari (13,1 miliardi di euro). Le attività commerciali del gruppo sono oltre i 25 miliardi, contando gare in attesa di aggiudicazione per oltre 8 miliardi. Ricavi previsti in crescita tra 6,5 e 7,2 miliardi nel 2021.
  11. ASSURDO : Sprangate con assi di ferro. Fissate per impedire l'ingresso di senzatetto. Compresi quelli che, da cinque mesi, avevano trovato negli stanzoni della struttura sotterranea, abbandonata, un rifugio per la notte. Si presentano così le porte d'ingresso dell'autorimessa interrata in piazza Santi Apostoli, a Mirafiori, parking da novantuno posteggi realizzato nel 2015 da Comune e Gtt - costo 4,2 milioni - e mai inaugurato. A bloccare le vie d'accesso è stata proprio Gtt. È stato uno dei due interventi eseguiti negli ultimi giorni: l'altro, il potenziamento dell'illuminazione (luci a led al posto di quelle alogene) nello spiazzo in superficie, a sua volta riqualificato sei anni fa e recentemente diventato luogo di bivacco serale. Una doppia operazione mirata a rimettere ordine a quell'angolo di periferia, del cui abbandono da tempo si lamentano i residenti. Un restyling destinato però a restare a metà: l'apertura del parcheggio, spiegano da Gtt, per ora non è in programma.
    Un materasso, coperte, resti di cibo: questo si incontrava, a giugno, scendendo negli stanzoni dell'autorimessa, raggiungibili passando da due delle quattro porte in superficie, aperte. I tecnici le hanno sbarrate per scongiurare altre intrusioni, dopo un'ispezione degli spazi sotterranei. Tre assi su due ingressi, una su un'altra, un catenaccio sulla quarta porta (per altro ieri abbandonato a terra): così l'autorimessa è stata messa in sicurezza.
    Accanto agli ingessi, in superficie, restano numerose imbrattature rosse, decine di mattonelle staccate, due vetri rotti. Il risultato, dicono in zona, del recente incrementarsi dei fenomeni di bivacco, legati anche all'apertura del Sert di fronte alla piazza. Gtt, dal canto suo, assicura di voler riattivare, in futuro, il parcheggio. Nessuna data fissata, però, è stata fissata: il problema resta la mancanza di domanda, in un quartiere che mai ha sofferto per la carenza di posti auto e che ultimamente si sta spopolando.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

13.11.21
  1. IL  CANDIDATO PD+FI+M5S PER IL QUIRINALE E' GIANNI LETTA, ZIO DI ENRICO, UOMO DI BERLUSCONI . PD =M5S.
  2. MOTIVAZIONI VERE AL VACCINO NON CI SONO PIU' ED IL NERVOSISMO NEI CONFRONTI DEL DISSENSO  DIMOSTRA DEBOLEZZA.
  3. VISTO CHE IL VACCINO NON SERVE AD IMMUNIZZARCI  DAL COVID , QUALI SONO LE ALTRE RAGIONI PER CUI CI OBBLIGANO A FARLO ?
  4. LA ROMA OSTIA CHIUDE LE FERMATE , MENTRE DRAGHI PENSA AL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA PER ACCONTENTARE SALINI MAFIA ED 'NADRAGHETA !
  5. SE IL POTERE POLITICO , ATTRAVERSO BERLUSCONI ED ENRICO LETTA LO HA GIANNI LETTA , E' CHIARO CHE FI E PD VOTERANNO PER PRODI, CON M5S CHE SI ALLIGNERA' CON IL PD.
  6. I POTERI SEGRETI DI CONTE : Tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio di sabato 16 gennaio il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa ebbe alcuni contatti politici del livello più alto in cui gli fu chiesto, senza girarci intorno, l'appoggio dei senatori Udc a Giuseppe Conte in una chiave di «responsabilità nazionale» nel voto di fiducia che si sarebbe dovuto tenere a Palazzo Madama il martedì mattina successivo, 19 gennaio. La risposta di Cesa fu aperta, ma non su un punto: per aprire un dialogo con i centristi occorreva passare da una crisi formale di governo. Proprio in quella giornata stava nascendo in Senato il gruppo Maie-Italia23, concepito per accogliere i sostenitori di Conte. La risposta di Cesa non piacque a chi in quei giorni faceva pressioni per un Conte ter. E furono tanti.
    Cinque giorni dopo, all'alba di mercoledì 21 gennaio, agenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l'abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Una coincidenza, naturalmente, ma adesso Bruno Vespa ne racconta un'altra nel suo nuovo libro: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell'Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Vespa non ne rivela il nome, e Cesa si è chiuso nel silenzio. A La Stampa risulta che abbia parlato di nuovo ieri l'altro con il giornalista, e non abbia fatto nessuna smentita. Una fonte importante tra i centristi riferisce non di un incontro, ma di un altro tipo di contatti, con qualcuno dei servizi, fatto sta che il racconto è confermato.
    È solo l'ultimo tassello di una connessione di interessi e poteri trasversali che si mossero in quelle ore, soprattutto attorno ai democristiani, che però si riveleranno più ostici del previsto. Una fonte centrista che ha la massima conoscenza della storia ci racconta: «Cesa riceveva una telefonata al minuto, in quelle ore. Politiche, istituzionali, e anche da uomini del Vaticano». Chiarisce: «Molte erano pressioni vere e proprie. Dal Vaticano non pressioni, ma alcuni uomini del Vaticano ci esponevano la forte preoccupazione di una crisi al buio, in un momento così drammatico per l'Italia».
    Su La Stampa il direttore Massimo Giannini, in un editoriale del 17 gennaio che ora riceve nuove conferme, aveva scritto «di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant'Egidio». Palazzo Chigi fece una smentita rituale. Alcuni testimoni diretti riferiscono anche di un attivismo di avvocati provenienti dallo studio Alpa. Sicuramente Andrea Benvenuti, diventato poi segretario di Conte. Un'altra fonte dice anche di telefonate da parte dell'avvocato senior dello studio, Luca Di Donna, circostanza che però altri negano. Come che sia su questo ultimo punto, proprio un'inchiesta su Di Donna (per un presunto traffico d'influenze in un'altra vicenda, riguardante gli appalti delle mascherine cinesi nella prima fase della pandemia) ha fatto emergere – scrisse La Stampa – che ricevendo un imprenditore, Di Donna si fece trovare «presso lo studio Alpa» con il capo di gabinetto dell'Aise (i servizi segreti esteri) Enrico Tedeschi. Una nostra fonte racconta come a quell'incontro fosse presente anche un altro alto ufficiale, che l'imprenditore fa però fatica a inquadrare.
    Sui servizi Conte è sempre stato assai criticato. Aveva tenuto il controllo per sé, accentrando tutto nella relazione personale con il generale della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione, capo del Dis. Solo alla fine il leader M5S cedette all'ambasciatore Piero Benassi la delega di controllo. Il quale fu convocato con insistenza dal Copasir, nell'ultima settimana di Conte a Palazzo Chigi, ma la fine del governo fece cadere quella richiesta di capire alcuni passaggi cruciali. Mario Draghi tra i primi suoi atti ha nominato Franco Gabrielli autorità delegata all'intelligence, e Elisabetta Belloni al Dis, chiari segnali anche simbolici di fine di quella stagione. Ora il Copasir ha intenzione di sentire Cesa, per capire bene cosa sia accaduto in quei giorni.
  7. SALVINI SEMPRE PIU' NELL'ANGOLO : Il gruppo unico dei sovranisti al parlamento europeo si allontana. Il progetto di Matteo Salvini di un blocco che andasse da Marine Le Pen, a Viktor Orban passando per Giorgia Meloni ha trovato, proprio nella formazione presieduta dalla leader di Fratelli d'Italia, uno stop. Ieri i Conservatori e riformisti, Ecr, una delle due formazioni che si sarebbe dovuta fondere per dar vita alla nuova creatura alla destra del Ppe, ha confermato la volontà «di mantenere unito il gruppo Ecr». I conservatori, allo stesso tempo, mandano un messaggio a Orban, il cui partito, Fidesz è stato allontanato dal Ppe. A questa mossa Salvini reagisce annunciando di essere stato invitato in Polonia il 3 e 4 dicembre, per «discutere dei nuovi equilibri», con il premier Morawiecki, partner a Bruxelles dei Fratelli d'Italia, a Varsavia infatti ci sarà anche Meloni.
  8. IL PAESE DEL SOLE NON PUO' FARSI RICATTARE DAL GAS : L'annuncio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di nuove sanzioni in arrivo per il regime bielorusso la prossima settimana, con un pacchetto di misure che includerà pesanti restrizioni anche per il ministro degli Esteri di Minsk, Vladimir Maki e per Belavia, la compagnia di bandiera bielorussa, ha scatenato la reazione di Alexander Lukashenko. Durante un incontro con il suo esecutivo, il dittatore bielorusso ha minacciato di bloccare tutto il trasporto su gomma fra Russia ed Europa occidentale e paventato la possibilità di fermare il gasdotto Yamal, fondamentale per l'approvvigionamento energetico di Germania e Polonia. Il nuovo capitolo della crisi dei confini, con migliaia di migranti bloccati al checkpoint di Kuznica-Bruzgi, entra così in una fase di durissimo scontro. «Stiamo portando il riscaldamento in tutta Europa e si permettono di minacciarci - ha tuonato Lukashenko -. E se interrompessimo le forniture di gas naturale? Consiglierei alle autorità polacche e lituane di riflettere con attenzione prima di rilasciare dichiarazioni avventate». L'Europa è avvertita: se verranno introdotte sanzioni aggiuntive, per noi inaccettabili, dovremo rispondere - ha aggiunto Lukashenko, secondo quando citato dall'agenzia di stampa governativa Belta. «Non ci facciamo intimidire», è stata la replica del commissario europeo all'Economia, Paolo Gentiloni, mentre la leader dell'opposizione bielorussa, Svetlana Tikhanovskaya, ritiene che un'interruzione operativa del gasdotto «avrebbe conseguenze peggiori per Lukashenko, piuttosto che per l'Unione Europa».
    Gazprom, l'azienda energetica russa a parziale controllo statale, è proprietaria unica della sezione bielorussa del gasdotto Yamal, un'infrastruttura che ha uno status giuridico speciale, quasi extraterritoriale. Per questo, un'eventuale interferenza di Minsk sul trasporto di gas dalla Russia verso l'Europa andrebbe ad aprire uno scenario molto complesso. Sul fronte diplomatico continuano i contatti fra il presidente russo Vladimir Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Putin, nel corso della seconda conversazione telefonica fra i due di questa settimana, si è nuovamente «espresso a favore del ripristino dei contatti tra i Paesi dell'Ue e la Bielorussia per risolvere il problema». Ha inoltre aggiunto, come ha affermato il Cremlino in una nota, che i due leader si trovano d'accordo sulla necessità di trovare una soluzione rapida alla crisi e di agire «in conformità con gli standard umanitari internazionali».
    Bisognerà aspettare le decisioni di Bruxelles per scoprire se il nuovo round di sanzioni includerà anche la compagnia di bandiera turca, Turkish Airlines. Dopo le accuse del premier polacco Mateusz Morawiecki, che si è detto convinto Ankara agisca in «piena sincronia con Bielorussia e Russia» nel trasporto dei migranti, Turkish Airlines, nel tentativo di evitare la blacklist della Ue, ha annunciato il divieto immediato di vendita di biglietti per Minsk ai cittadini iracheni, siriani, afghani e yemeniti, ad eccezione dei titolari di passaporti diplomatici. Al momento, la Turkish offre due voli giornalieri per Minsk ed è fra le compagnie aeree accusate di collaborare con la russa Aeroflot nel «traffico di migranti», come l'ha definito in un'intervista al settimanale Bild il capo della polizia federale tedesca, Heiko Teggatz, secondo cui «Aeroflot e Turkish Airlines svolgono un ruolo di primo piano nel trasferimento dei migranti». Continuano a restare off limits per media e organizzazioni non governative le aree di confine di Bielorussia, Lituania e Polonia, dichiarate da tutti i Paesi coinvolti zone di emergenza. L'assenza di osservatori internazionali non permette una valutazione indipendente della situazione umanitaria nell'area, che rischia di diventare drammatica a causa delle basse temperature e delle scarse riserve di cibo distribuite dall'esercito bielorusso ai migranti. Secondo quanto riferito dal portale polacco Oko.press, negli ultimi due giorni avrebbero perso la vita per assideramento un ragazzino curdo di 14 anni e una donna irachena di 37. Anche per questo, Lukashenko ha permesso ad alcuni membri di Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Onu, Oim e Croce Rossa bielorussa di effettuare un sopralluogo nell'area.
  9. IL 110% SOLO PER POMPE DI CALORE, FOTOVOLTAICO :Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, entra nella sala delle plenarie della Cop26 nelle ore più critiche dei negoziati. A pochi metri i delegati di 197 Paesi stanno disperatamente – o cinicamente – trattando sui compromessi per raggiungere un accordo e raggiungere l'obiettivo di +1,5°C di riscaldamento globale. Guterres ha modi gentili e voce pacata, ma le sue parole arrivano dritte come pietre: «Tutte queste promesse suonano vuote quando l'industria dei combustibili fossili continua a ricevere trilioni di sussidi o quando i Paesi continuano a costruire centrali elettriche a carbone», dice dal podio mentre scoppiano gli applausi in sala. «Gli annunci qui a Glasgow sono incoraggianti, ma sono tutt'altro che sufficienti». Il divario tra le riduzioni delle emissioni a cui si sono impegnati gli Stati e quanto servirebbe per limitare il riscaldamento a +1,5 C, «ogni Paese, ogni città, ogni azienda, ogni istituto finanziario deve radicalmente, con credibilità e in modo verificabile, ridurre le proprie emissioni e decarbonizzare i propri portafogli, a partire da subito».
    La sferzata, che sembra tradire l'insofferenza di Guterres alla raffica di annunci senza risultati concreti, arriva all'evento delle Nazioni Unite per l'azione globale per il clima - «Racing to a Better World». Poche ore prima, l'urgenza era il tema della conferenza stampa della delegazione Ue: «Siamo nella fase cruciale – ha detto Frans Timmermans -. Abbiamo iniziato da un tetto di 2,7 °, ora ci stiamo avvicinando ai 2° ma il mondo è ancora troppo lontano dall'obiettivo degli 1,5 gradi. Il tempo sta finendo». Ma ci sono volute due donne, la premier scozzese Nicola Sturgeon e l'attivista ugandese Vanessa Nakate, per dare un ultimo, e si spera decisivo, strattone ai negoziatori e per commuovere la sala dello Scottish Event Centre: «Non stiamo andando abbastanza veloci», ha detto Sturgeon, che ha ribadito che «abbiamo un debito con i Paesi vulnerabili perché abbiamo creato il cambiamento climatico e beneficiato per generazioni delle emissioni immesse nell'atmosfera. La chiave è la finanza, non come atto di carità ma come riparazione». Poi la parola è passata a Nakate. «Gli attivisti che sono qui a Glasgow e quelli che non sono potuti essere qui, ma ci ascoltano, non hanno più alcuna speranza». La voce di Nakate, che all'inizio quasi sussurra, arriva potente. Non vuole accusare, ma raccontare: «Ogni anno migliaia di persone muoiono a causa dell'inquinamento, degli eventi climatici estremi, delle ondate di calore. Sono i più fragili, quelli che per cui una differenza di due gradi significa sofferenze atroci e ondate di calore letali» e per cui chiede un fondo separato per compensare danni e perdite provocate dal cambiamento climatico. Nakate non dissimula la frustrazione nel vedere che «qui la delegazione più numerosa è quella delle industrie dei combustibili fossili» e ricorda che «ogni anno i leader vengono a queste negoziazioni con una serie di nuove promesse, impegni. E quando una Cop finisce, le emissioni continuano a salire. Quest'anno non sarà diverso. Stiamo annegando nelle promesse». In sala si vedono occhi lucidi, gli applausi la interrompono spesso: «Non possiamo adattarci all'estinzione, non potete chiederci questo». Poi l'appello: «Sono qui per dire che non vi crediamo. Non crediamo alle banche e alla finanza che vengono qui coi jet e fanno bei discorsi e belle promesse. Sono qui per chiedere alla finanza e al business di dimostrare che ci stiamo sbagliando. Vi prego, abbiamo disperatamente bisogno che ci dimostrate che abbiamo torto»
  10. CHI E COSA CONTINUA  PROTEGGE ARCURI ?È diventata una sorta di caso diplomatico, la vicenda dei ventilatori polmonari per pazienti Covid inviati oltre un anno in Piemonte dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri e da allora rimasti sostanzialmente inutilizzati perchè giudicati inaffidabili dai responsabili delle rianimazioni.
    Un rebus ereditato dal generale Francesco Figliuolo, oggetto di discussione in una regione che nonostante resti in zona bianca grazie alle vaccinazioni (ieri 17.375, 3.987 le seconde dosi e 11.854 le terze), assiste alla ripresa di nuovi contagi e dei focolai come a quella, per fortuna contenuta, dei ricoveri.
    Ieri la vicenda, ripetutamente sollevata dal nostro giornale, si è arricchita di una nuova puntata: la replica dell'ex-ufficio commissariale.
    Nel periodo marzo 2020 - marzo 2021, su richiesta della Regione, sono stati inviati 85 ventilatori polmonari acquisiti tramite procedura Consip e 445 forniti dall'unico produttore italiano di tali apparecchiature, «necessari per integrare la precedente fornitura che non consentiva di fronteggiare il fabbisogno espresso dalle regioni». E uno. Le apparecchiature son state selezionate e acquistate prima dalla Protezione civile e poi dalla struttura del commissario straordinario, «appurato che sono dotate di certificazione CE, iscritte nella banca dati dei dispositivi medici gestita dal ministero della Salute, e la loro qualità è stata certificata anche dal Comitato Tecnico Scientifico, che ne ha approvato l'acquisto il 7 marzo 2020». E due. Terza precisazione: tutte le regioni hanno utilizzato e continuano ad utilizzare identici ventilatori, senza lamentare problemi. «Circostanza, peraltro, piuttosto strana e tardivamente denunciata - è la chiosa -, considerando che si tratta di prodotti certificati e approvati per essere utilizzati per pazienti con insufficienza respiratoria».
    Una replica arrivata poche ore dopo che Alberto Cirio - inaugurando la Rianimazione e la Medicina delle Aree critiche del Mauriziano, primo intervento completato in Piemonte, e tra i primi in Italia, del "Piano Arcuri" volto al potenziamento delle terapie intensive - aveva confermato pubblicamente l'inidoneità dei macchinari. E smentito la volontà di impiegarli per pazienti meno gravi: «La giunta non ha mai deciso di usare ventilatori malfunzionanti per questo scopo. In emergenza avevamo ricevuto oltre 400 ventilatori per le terapie intensive e prima di usarli sono stati testati da un gruppo di ingegneri che avevano verificato che non andavano bene per quell'impiego. Non erano rotti o difettosi ma non andavano bene per le rianimazioni, quindi sono finiti nei magazzini».
    Del resto, ieri è bastato un rapido giro di telefonate tra le Asl per sentirsi confermare che sostanzialmente gli apparecchi non sono stati impiegati. E tra i responsabili delle rianimazioni per sentirsi ribadire, informalmente, giudizi poco lusinghieri sulla loro performance. Ancora è più esplicite le segnalazioni puntualmente girate dalle Asl alla Regione in cui si documentano, tra le altre cose, rumori del gruppo pneumatico interno, parametri clinici diversi da quelli impostati, errori della accensione e di surriscaldamento della turbina su un numero cospicuo di esemplari. Fenomeni emersi in fase di prova, giudicati preoccupanti dai medici.
    Poi la replica di Arcuri e il crescere dell'irritazione da parte della Regione, che controbatte rimarcando di avere investito 17 milioni di tasca propria «per acquistare ventilatori di qualità». Nessuna segnalazione tardiva, si precisa, carte alla mano: la prima, dove si segnalavano «gravi criticità», data al 10 dicembre 2020; da allora ne sono seguite diverse altre. Ancora: «Abbiamo scritto ad Arcuri e siamo tutt'ora in attesa di risposta».
    Quanto al fatto che altrove sia filato tutto liscio, «in una riunione convocata dal generale Figliuolo il 4 ottobre 2021 varie altre Regioni hanno evidenziato un mancato utilizzo di questi ventilatori, considerati inadatti alle terapie intensive: quindi ciò che ha evidenziato il Piemonte non è un caso isolato».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

12.11.21
  1. LA CREDIBILITA' DELL'OMS E' UGUALE A 0. QUALCUNO SE NE E' RESO CONTO ?
  2. LA MURAGLIA CINESE STA CROLLANDO ? CINA: TEDESCA DMSA CHIEDE BANCAROTTA PER EVERGRANDE

    (ANSA) - Il gruppo di consulenza tedesco DMA (Deutsche Markt Screening Agentur) ha chiesto ufficialmente la procedura di bancarotta per la cinese Evergrande.
    La società indipendente di servizi per il mercato, in una nota inviata alla stampa, evidenzia come il colosso cinese nelle costruzioni abbia lasciato trascorrere 30 giorni dal mancato pagamento di due emissioni obbligazionarie scadute a fine settembre. "La stessa Dmsa ha investito in questi bond e non ha ricevuto alcun pagamento di interessi ad oggi. Ora stiamo preparando l'azione di bancarotta e chiediamo a tutti gli obbligazionisti di aggregarsi".

    (ANSA) - Evergrande ha pagato in ritardo gli interessi su "almeno due bond su tre, in dollari". Lo scrive l'agenzia Bloomberg citando fonti vicine all'operazione. Secondo Bloomberg il totale dovuto per le obbligazioni sarebbe di 148,1 milioni di dollari (128,87 milioni di euro) entro oggi.
    I titoli incriminati pagano un tasso d'interesse del 9,5% con scadenza nel 2022, del 10% con scadenza nel 2023 e del 10,5% con scadenza nel 2024. Evergrande ha scampato la procedura d'insolvenza lo scorso ottobre pagando le cedole prima della scadenza di un periodo di proroga di 30 giorni, ma sul colosso pendono obblighi per oltre 300 miliardi di dollari (261 miliardi di euro).
  3. SCATTA LA TEMPESTA PERFETTA: I cortei No Green Pass del sabato pomeriggio, che stanno mettendo così a dura prova i commercianti dei centri storici, dovranno rispettare i divieti imposti dai prefetti, i quali, sentiti i sindaci, individueranno «specifiche aree urbane sensibili». Qui non si potrà manifestare. Ci saranno infatti aree «oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza, in ragione dell'attuale situazione pandemica».
    Ecco dunque la direttiva della ministra Luciana Lamorgese ai prefetti. Alcuni avevano già provveduto a dare indicazioni su dove non si può manifestare. Ora arriva l'indicazione della ministra, da applicare immediatamente, di trovare un punto di equilibrio tra chi vuole manifestare e chi aspira alla normalità. Lei aveva sintetizzato ieri mattina: «Si parlerà del bilanciamento dei diritti: il diritto alla manifestazione, ma anche il diritto al lavoro, allo studio, alla salute. E allora noi non dobbiamo dimenticare che siamo in un periodo di pandemia e rischiamo che ci sia un aumento dei contagi».
    Il significato della direttiva è semplice: per motivi di salute pubblica, prima ancora che di ordine pubblico, e quindi limitatamente al tempo della pandemia, si devono evitare assembramenti pericolosi. Lo scrive: «In occasioni di tali manifestazioni, si riscontra frequentemente un significativo livello di inosservanza delle disposizioni di prevenzione del contagio».
    Toccherà quindi ai prefetti e ai questori, ma anche ai sindaci («nella loro veste di autorità sanitarie locali») valutare. Dire dei sì e dei no. Non ci sarà il divieto assoluto di sfilare, però «potrà essere disposto lo svolgimento in forma statica in luogo di quella dinamica, ovvero prevista la regolamentazione di percorsi idonei a preservare aree urbane nevralgiche». E comunque, «andrà altresì valutata ogni altra prescrizione finalizzata al rispetto delle misure anti contagio».
    Se perciò in una piazza o strada di un centro storico c'è il popolo dello shopping, non si può consentire che ci arrivi anche il popolo No Green Pass. Questo il punto di equilibrio escogitato dal Viminale. Lamorgese, che ieri era a Parma al convegno dell'Anci, l'ha motivato così: «C'è l'esigenza di tanta parte dei cittadini, che hanno fatto la vaccinazione, osservano le regole e hanno diritto ad avere spazi di vita sicuri». In questo senso, per dire, la direttiva piace al governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia: «La manifestazione è un diritto democratico, deve essere tollerata nella misura in cui non sia una privazione della libertà degli altri».
    Matteo Salvini invece non perde l'occasione per polemizzare: «Se vietiamo le manifestazioni perché non siamo in grado di fare rispettare le regole allora il ministro dell'Interno non è in grado di fare il suo lavoro». Come Giorgia Meloni, che accusa il governo Draghi: «Ciò che somiglia di più a un regime siete voi».
  4. IL DOPO TEMPESTA :Il punto non è capire se Fedez faccia o meno sul serio. Se dietro alla registrazione del dominio internet Fedezelezioni2023.it ci sia davvero la volontà del rapper di entrare in politica, o se si tratti dell'ennesima operazione di marketing. Ci sono un nuovo disco in arrivo, con gadget assortiti approvati dalla moglie Chiara Ferragni. C'è – basta guardare il suo profilo Instagram – la sigla della serie televisiva in uscita a inizio dicembre su Amazon Prime, The Ferragnez, sul modello delle celebrities americane. Con la promessa di entrare ancora più dentro la vita della coppia che è un brand, un modello, una società che fattura milioni di euro e ora – sempre più spesso – una voce che prende posizioni pubbliche. Le urla, anzi. Amplificata da milioni e milioni di follower su tutti i canali. Con toni che l'antipolitica degli ultimi venti anni ha già ampiamente anticipato: «Politici, fate schifo» (scrive lei). E il cantante, diretto a Matteo Renzi che aveva replicato, affonda: «C'è tempo per spiegare quanto sei bravo a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendogli che è pioggia». Il merito era il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia.
    Il punto non è questo. Non è la violenza delle parole, sulla quale gli esponenti dei partiti che siedono oggi in Parlamento non possono certo dare lezioni. Non è il «dove vuole arrivare?» che ieri risuonava in un Transatlantico di nuovo abitato da ombre in attesa di un voto, perché c'era la fiducia e bisognava esserci tutti. La domanda è un'altra: dov'è la differenza? In quale angolo dello spazio pubblico risiede ancora la distinzione tra un cantante che usa i suoi social per diffondere messaggi in cui crede, e contemporaneamente promuovere se stesso, e politici che con Facebook, Twitter, Instagram, perfino Tik Tok fanno assolutamente lo stesso. Organizzando squadrette per promuoversi, attaccare, difendersi. Senza avere il seguito che possono vantare i Ferragnez (inscindibili a partire dal nome, perché la potenza di lui è molto amplificata da quella di lei). E allora, se la differenza troppo spesso non si vede, se il medium è lo stesso ed è usato nello stesso modo, se la maggior parte dei partiti scompare dietro il leader di turno, tutto è possibile come tutto lo è stato. Beppe Grillo ha cominciato con un blog e Piero Fassino ancora rimpiange di aver detto: «Si candidi, vediamo che succede». Donald Trump era famoso per essere ricchissimo e per un reality in cui si limitava a cacciare le persone, «you are fired», e si è visto quanto bisognasse prendere sul serio la sua corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Ma gli esempi sono innumerevoli.
    Fedez ha messo la sua immagine a disposizione della causa della comunità Lgbt con il discorso del primo maggio, quando attaccò la Rai accusandola di censura. Ha girato da poco un video in cui – in completo rosa shocking – viene picchiato, abusato da un uomo con la fascia tricolore che mima il gesto di orinargli addosso, accoltellato da un prete. Ci si scandalizza, ma nel pop la blasfemia esiste da sempre. Così come ci sono la rabbia, la ribellione, la rivolta. Se tutto questo Federico Lucia vorrà trasformarlo in altro, nessuno potrà parlare di un inedito.
    Il 24 gennaio 2015 Fedez era su un palco insieme ad Alessandro Di Battista e Beppe Grillo nella Notte dell'onestà, a piazza del Popolo a Roma. C'era anche Enrico Montesano, ora vate dei no vax. C'erano Sabina Guzzanti, Jacopo Fo e tutti i parlamentari M5S che nelle istituzioni erano entrati da appena due anni. Da allora e fino a oggi, la politica se lo è soprattutto conteso. Salvini torna a chiedergli un confronto, dopo avergli proposto un caffè. Conte si è affrettato a dargli ragione quando aveva attaccato le piazze piene della politica mentre per i cantanti erano vietate. In commissione di Vigilanza Rai i partiti di centrosinistra avevano attaccato il direttore di Rai3 Franco Di Mare, dando ragione al rapper sulla censura. Poi Fedez non si presentò per dare la sua versione. Rispose con l'emoticon dei pagliacci. E da lì, i più svegli hanno cominciato a capire che cooptare i Ferragnez è praticamente impossibile.
  5. RENZI L'INIZIO DEL DECLINO DEI POLITICI : Ogni petalo del «giglio magico» era indicato con le iniziali: lui AB, Carrai MC, Lotti LL, Boschi MEB. E Renzi M, al massimo MR. L'avvocato Alberto Bianchi scriveva tutto. Per la Procura di Firenze sono i suoi appunti a dare un senso alla storia della fondazione Open, sostanziando le accuse di finanziamento illecito, traffico di influenze e corruzione.
    Primo appunto nel 2011, «mie riflessioni sulla fondazione-contenitore con struttura «a medusa con testa e tentacoli operativi» e l'idea di «serio training a Matteo per prepararlo se va a parlare» ed eventi a pagamento: «running con Matteo, visite guidate a Firenze con Matteo».
    Il 2012 e il 2013 sono gli anni della scalata. Le spese fuori controllo, il «patto dell'ora d'aria» (100mila euro l'anno per cinque anni) con un nocciolo duro di finanziatori, i 300mila euro di debiti. Il 2014 comincia con «il renzismo (orrenda parola, ma si fa per capirsi) è al governo». Davide Serra lancia l'allarme sul «letale conflitto di interessi».
    Gli appunti raccontano l'approdo a Roma. Programma di governo («Tassa successione? No. Giustizia: dare scheda a MEB, ci lavora anche Nordio», allora magistrato), nomine, dossier che interessano i finanziatori della fondazione. Quello sul «sistema autostradale» mandato da Gavio e «girato a MR», con allegato emendamento per il decreto sblocca-Italia («Luca sa già»). Quello «su rimodulazione accise tabacco» redatto da British American Tobacco, che finanzia Bianchi e Open e su cui «LL è sul pezzo». Come su un finanziamento «passato al Cipe. Se non si sblocca è un problema». Appunti sulle nomine: Inps, Demanio, Ferrovie dello Stato con la lottizzazione dei nomi (quattro «nostri» di cui uno in quota «Serracchiani», uno di Forza Italia).
    Appuntamenti di manager con Lotti. Le traversie di babbo Renzi nell'inchiesta Consip. L'idea di «fare un giornale» con «Tronchetti, Cimbri e Farina(?)» o, in alternativa, «rinforzare Il Foglio». Il rammarico per «il Corriere della Sera, grande occasione persa, andava comprato». Un'inchiesta genovese su Briatore «con cui M continua a scambiarsi messaggi» e che va trattato con «prudenza». Una cena con Verdini. La strategia per la vendita dell'Ilva perché «in queste condizioni vince cordata Marcegaglia». La ricerca di un nuovo presidente Consob («per me no Berruti, sì Genovese») al posto di Vegas, «disponibile a lasciare subito» in cambio di altra nomina.
    Per la Rai «parlare per Pino Insegno con Orfeo» e «sfiducia di CDO (Campo Dall'Orto, amministratore delegato, ndr)» con ipotesi «Maggioni interim o ticket con Del Brocco (il quale è buona soluzione per noi anche a regime)». L'autorità dell'energia, per cui «sia Starace che Ferraris (Enel e Terna, ndr) apprezzerebbero De Vincenti. Testa debole e condizionabile». Gli affari dei colossi pubblici Rfi, Poste ed Enel. La speranza di diventare avvocato Mediaset contro Vivendi, grazie a una sollecitazione di Carrai a Bisignani. Un contenzioso Toto-Anas, con emendamento ad hoc e indicazioni a LL per un accordo «con riconoscimento di 50 milioni a Toto», finanziatore di Bianchi e Open.
    Febbraio 2018, legislatura agli sgoccioli. Appunti su Poste, Anpal, Tim, Mps («Capaldo no dimettersi»), Fs («Mazzoncini: rifissare»). «Nuovo presidente fondazione Cassa risparmio Firenze». «Sponsorizzazioni Fiorentina».
    Renzi perde elezioni e Pd. Nasce il governo gialloverde. Nuovi contatti tra «sottosegretari a ministeri Ambiente e Infrastrutture», con il nome del leghista Siri. Intanto Carrai si è dimesso dalla fondazione Open («Mi sono rotto il cazzo, nessuno mi ha scritto: ci dispiace»), che viene sciolta.
    Primavera 2019. Negli appunti un colloquio con una dirigente del ministero delle Infrastrutture (in mano al M5S). Oggetto Tav («parlare con Signorini») e aeroporto di Firenze («parlare con capo gabinetto Scaccia che è uomo di mondo, via Chieppa» segretario generale a Palazzo Chigi). Nomine in Poste, in Eni «dove c'è guerra contro Alverà, condotta soprattutto da Granata». Per «Gdf Zaffarana in pole, no Valente». Una riga su «Carlo Sama per soia». L'allarme di Lotti per un «nuovo partito» a cui lavorano «Bo&Bo, muovendosi per chiedere finanziamenti», e «sulla filiera Carta-Minniti (D'Alema) contro M». Tesi definita «complottista» da Carrai perché «non crede che Minniti ne sia parte». A proposito di «affari», c'è un ampio capitolo toscano, con la posizione di JM (il renziano Jacopo Mazzei) nella «lista blindata per Cda Firenze», i nuovi vertici della Cassa di risparmio e della fondazione che la controlla, con presunti «veti di M». Colloquio con un consigliere della Corte dei conti che aspira a un ruolo di vertice al Quirinale, «detto che parlerò a LL».
    Bianchi e Carrai pranzano per elaborare una strategia. Ipotizzano un nuovo contenitore chiamato «Mediceo». Carrai ne parla con Renzi. Bianchi annota: «MR non vuole entrare. Anche perplessità su LL, dice. Chiede (Carrai, ndr) se può entrare lui in società con MR, tra me e lui comunque no problem, 50 e 50. Detto gli faccio sapere». La società verrà costituita poco dopo, e finirà citata nell'inchiesta Open.
    Il 18 marzo «lunga conversazione con MR a margine della riunione operativa sulle vicende dei suoi genitori. Politica: per adesso sta alla finestra. Non si intesta alcuna corrente, ritiene ancora di essere il più bravo, se si guarda intorno. Dice che paradossalmente l'esito delle primarie, che ha visto sconfitta la linea LL di avere una robusta minoranza per condizionare Zingaretti, favorisce lo stand by. Coltiva i suoi rapporti internazionali, guadagna bene. Agnese gli dice di non rientrare adesso perché prevale ancora il suo lato di Grande Antipatico (e ha ragione). Parla di LL come del "mio fratello", anche se dice che ha giocato male la partita primarie, lui avrebbe voluto una candidatura forte (Bellanova, non Giachetti). Lo giudica un po' troppo all'ascolto di Giacomelli. Gli ho detto che secondo me LL non lo tradirà mai, per quanto sembri a volte voler giocare in proprio. Mi è sembrato d'accordo». Quanto al «business, scettico su unico mega contenitore. Problema numero 1 è soldi a Luca. Numero 2 restituzione ad Alberto. Meglio diversificare. Tradotto: non ha voglia di legarsi in società con Luca. Marco me lo aveva detto. Fondazione MR. Se la chiama così, non è che si possa aprire e chiudere come Open. Mi chiede come va il mio lavoro, se dopo fine sua esperienza governo il fatturato è diminuito. Risposto la verità: a parte caso Toto, mio fatturato calato o cresciuto indipendentemente. L'ho trovato veloce come sempre, acuto, infingardo (in senso buono), mai riservato. Gli ho detto che vanno trovati al più presto i 400mila euro per Leopolda. Dice che se non arrivano "va prenderli lui" (vabbè). Molto incerto in fondo se la sua esperienza si sia conclusa o no».
    Bianchi un'idea ce l'ha. Il 1° marzo appunta un pranzo con l'avvocato milanese Gabriele Fava (vicino alla Lega): «Io e Gabriele unici sognatori (perché di mero sogno si tratta) di rapporti più stretti tra i due Mattei».
  6. CONTRO IL MOSSAD L'ITALIA NON PROCEDE : Ha preso velocità la valanga di cause, appelli, indagini, mandati di cattura e ricorsi che, a partire dalla tragedia del Mottarone, ha travolto l'unico sopravvissuto, il piccolo Eitan Biran, e i due rami della sua famiglia. Un mandato d'arresto internazionale, spiccato dalla Procura di Pavia, pende da ieri su Shmuel Peleg, per il rapimento del nipotino, dall'Italia in Israele attraverso la Svizzera, lo scorso 11 settembre. Nell'accogliere la richiesta di custodia in carcere per Peleg - ma anche quella per un complice, Gabriel Allon Abutul, che l'avrebbe aiutato a studiare e a mettere in atto il dettagliato piano per portar via dall'Italia Eitan e sottrarlo alla tutela legale della zia paterna Aya Biran - il gip Pasquale Villani ha sottolineato come il nonno non abbia avuto «pietà» per quel bambino, orfano di padre, madre, fratello e bisnonni.
    Ma l'esecuzione della cattura non sarà immediata. Anzi, non potrà essere eseguita a meno che lo stato ebraico non accolga la richiesta, inoltrata dal procuratore generale di Milano, di estradare il suo cittadino. Eventualità non scontata poiché, secondo fonti legali locali, anche se in Israele si applica la convenzione europea di estradizione del 1957 di Parigi, questa si applica solo per alcuni crimini. Inoltre i legali italiani di Peleg hanno già presentato ricorso al Riesame di Milano, contro il provvedimento dei magistrati di Pavia.
    Il provvedimento di cattura si sarebbe reso urgente, secondo fonti vicine alla famiglia Biran, per il timore che il nonno materno possa ripetere il gesto di rapire il nipote, in Israele. Dove proprio oggi si discute, alla Corte distrettuale di Tel Aviv, l'appello presentato dai Peleg contro la sentenza della giudice Iris Ilotovic-Segal che, sulla base della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione internazionale di minori, si è espressa a favore della zia Aya Biran, già nominata tutrice legale di Eitan nei tribunali italiani. Nomina che, nel rimbalzo dei ricorsi, è stata contestata dai nonni materni in sede legale in Italia. L'udienza, alla presenza delle parti, inizia e si conclude oggi stesso. Non saranno ammesse testimonianze esterne ma il Console italiano Emanuele Oldani sarà presente in aula, come uditore. Secondo fonti legali locali, la corte ne ha accolto la richiesta, nonostante il parere opposto dei Peleg, in quanto l'Italia è parte in causa nella Convenzione dell'Aja, essendo il paese da cui Eitan è stato sottratto. Eitan è tornato a vivere ormai stabilmente con la zia paterna Aya, lo zio Or Nirko e le cuginette. La famiglia sta cercando di ricreare per il bambino un'atmosfera di normalità, in una casa con giardino, in un paesino in collina, tra i vigneti lungo la costa mediterranea, a metà strada tra Tel Aviv e Haifa. Il portavoce dei Peleg, che non ha commentato il mandato di cattura, ha confermato che Shmuel Peleg ha incontrato il nipotino con i servizi sociali, per qualche ora.
  7. LA LEGGE DELL'ANTIRAZZISMO : Un'atleta gelosa di un'altra organizza un pestaggio per prendere il suo posto. Se lo avete già sentito è perché è già successo, nel 1994, solo che potrebbe essere ricapitato ancora. Adesso.
    Siamo in Francia, al Psg, club fatto di invidie e litigi al maschile e al femminile. La squadra delle ragazze esce per una cena ufficiale e al rientro tre compagne sono sulla stessa macchina. La più conosciuta si chiama Kheira Hamraoui, centrocampista, una Champions vinta con il Barcellona lo scorso maggio e un rientro a Parigi per il finale di carriera, a 31 anni. L'auto rallenta sotto casa della giocatrice e due tizi nascosti da una maschera aprono la portiera e la tirano giù. Hanno sbarre di ferro e mirano alle gambe. Ripetutamente. L'aggressione dura due minuti, Hamraoui resta a terra e viene portata all'ospedale piena di lividi e squarci. Servono dei punti di sutura, riposo e nuovi esami. Le altre due ragazze non vengono neanche considerate, nessun furto e nessun movente.
    L'agguato risale al 4 novembre, ma ieri, a Versailles, è stata arrestata Aminata Diallo, 26 anni, la riserva ideale di Hamraoui, al Psg e in nazionale, la ragazza alla guida e al momento l'unica sospettata, come mandante. Se è andata veramente così, come ormai sembra, Diallo non deve aver letto con attenzione la storia da cui ha preso ispirazione, forse si è persa il secondo tempo di «Tonya», film caustico sulla storia più famosa del pattinaggio. Sull'invidia più raccontata dello sport.
    Ventisette anni fa Tonya Harding, ragazza di borgata capace di farsi strada in un mondo di lustrini, è andata a sbattere contro il suo contrario, Nancy Kerrigan, fidanzata d'America nata con il dono dell'eleganza. Quando le due si sfidano sul ghiaccio gli Stati Uniti si dividono. Entrambe sono tostissime, solo che prima delle Olimpiadi di Lillehammer Harding si lascia travolgere dall'ansia e organizza una trappola per levarsi di torno la concorrenza. Fa assalire la rivale dall'ex marito con una spranga di ferro. A bordo pista.
    Solo qualche mese prima, la tennista Monica Seles è stata accoltellata da un tifoso di Steffi Graf. Il dibattito sui mitomani in tribuna e sul grado di sicurezza che serve per tenerli a distanza è attualità. Ma il colpo messo in piedi da Harding è troppo goffo per funzionare. Tutti gli indizi portano a lei. Così come ogni sospetto adesso si stringe intorno a Diallo. L'unica differenza sta in una serie di lettere minacciose ricevute d a diverse giocatrici del Psg nei giorni prima dell'assalto.
    La relazione stavolta è molto più complicata da capire, pure per colpa del precedente, identico, che ha portato la scatenata Harding alla radiazione e ha lasciato comunque il posto olimpico alla sconvolta Kerrigan. Diallo deve essersi persa qualcosa. La sua invidia, se questa è la molla, si muove più lenta: non è un impeto, non è figlia di un fastidio evidente. Le due ragazze del Psg sono amiche o almeno vengono definite così, sono state in vacanza insieme, non hanno avuto carriere gemelle però hanno storie simili. Entrambe subito notate nelle giovanili e poi parcheggiate a lungo, entrambe per tanto tempo lontane dal giro della nazionale. Aminata Diallo, nata e cresciuta a Grenoble, genitori senegalesi e lunghi dreadlock colorati è entrata al Psg nel 2016, anno in cui Kheira Hamraoui, casa nel Nord della Francia, sangue algerino e una chioma riccia e bionda che la rende molto riconoscibile, ha lasciato Parigi per la Spagna.
    Mentre Harding e Kerrigan hanno manifestato fin dal primo incontro insofferenza reciproca, Diallo e Hamraoui sono sempre andate d'accordo. Fino all'estate. Poi Hamraoui si infortuna e Diallo prende il suo posto, il suo spazio, il suo ruolo, il suo profilo. Fin troppo aderenti. Il contatto è così stretto da mandare in tilt l'identità della più giovane. La titolare resta Hamraoui e anche se gioca a intermittenza, per una serie di guai fisici, l'altra si sente sempre più stretta. Ridotta a una controfigura, a rimpiazzo. Al posto di Hamraoui pure tra le convocate per la Francia anche se resta in panchina. Pazienza, è in campo, fin dal primo minuto, nell'ultima sfida di Champions: Psg-Real Madrid, 4-0 al Parco dei Principi. Serata di gala, vissuta al centro della scena. Il piano funziona, ma è solo il primo tempo, non della partita, del film. Il secondo rischia di andare proprio come «Tonya» e lì persino il premio Oscar lo ha vinto l'attrice non protagonista. Ci sono modi più furbi di uscire dall'ombra, ma quando quella ti risucchia non si vede più nulla
  8. LO SCIOGLIMENTO BY URSULA DELL'EUROPA CONTINUA : Nell'Unione europea sta per cadere un altro tabù: presto gli Stati potrebbero utilizzare i fondi del bilancio comunitario per costruire muri e recinzioni di filo spinato anti-migranti. L'argomento è stato sdoganato durante il summit di ottobre su richiesta di 13 Stati, ma le tensioni di questi giorni al confine tra la Polonia e la Bielorussia hanno accelerato la pratica. Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha chiesto un parere al servizio giuridico del Consiglio e ieri è volato a Varsavia per annunciarne l'esito: «È legalmente possibile finanziare con i fondi Ue la costruzione di infrastrutture per la protezione dei confini dell'Unione. Ora spetta alla Commissione europea prendere una decisione».
    Ma Ursula von der Leyen - che ieri a Washington ha discusso della crisi bielorussa con il presidente americano Joe Biden - rimane scettica. Dal suo entourage spiegano che la posizione della presidente della Commissione non è cambiata rispetto all'ultimo vertice Ue, quando aveva negato questa possibilità, citando anche la contrarietà del Parlamento europeo. L'asse con l'Eurocamera, però, non sembra più così solido. Ieri, intervenendo nell'Aula di Bruxelles, il capogruppo del Ppe Manfred Weber ha aperto alla richiesta polacca: «In situazioni straordinarie i fondi Ue devono essere disponibili per queste attività».
    Il vero confronto, comunque, è tra i governi. E se alla fine dovesse prevalere la linea dei Paesi dell'Est, von der Leyen si adeguerà. La questione è al momento in cima alla lista delle priorità, tanto che già la prossima settimana o quella successiva ci sarà un vertice straordinario dei 27 leader in videoconferenza. Discuteranno del finanziamento dei muri e di ulteriori sanzioni economiche. Ieri gli ambasciatori degli Stati membri hanno dato il via libera al quinto pacchetto di misure restrittive: per ora c'è solo l'ok al quadro legale, ma nei prossimi giorni verranno definiti i soggetti e le entità da colpire. Il fronte dell'Est ha proposto un elenco di 29 individui più la compagnia aerea Belavia. L'adozione definitiva è prevista per lunedì, alla riunione dei ministri degli Esteri, ma i baltici e la Polonia già premono perché vogliono un sesto pacchetto con ulteriori sanzioni.
    La Germania è pronta a sostenere la loro richiesta, così come non sembra contraria all'idea di finanziare la costruzione dei muri perché teme di subire l'afflusso di migranti. Francia e Italia invece sono più caute. Il governo di Draghi, in particolare, teme che la questione bielorussa possa dirottare l'attenzione (e i fondi) dal Mediterraneo al fianco Est dell'Europa. Ma c'è la consapevolezza che prima o poi si andrà in quella direzione, magari con qualche paletto. Finora la Polonia ha rifiutato l'aiuto dell'Unione europea: non ha attivato il meccanismo di Protezione civile, non ha richiesto il supporto di Frontex e anzi nega l'accesso al personale delle agenzie Ue in una fascia di tre chilometri dal confine. Per non parlare dei giornalisti e delle Ong che vengono tenuti a distanza. «È ovvio che se vuole i fondi deve essere più trasparente», confida un diplomatico.
    Anche l'Alto commissario Onu per i rifugiati ha chiesto di avere «accesso immediato alle zone di confine» per dare un sostegno ai migranti e garantire le procedure per presentare le richieste di asilo, che al momento non vengono rispettate. «L'Unione europea potrebbe fare meglio sui diritti», ha avvertito Filippo Grandi intervenendo al Parlamento Ue, dove ha invitato gli Stati e le istituzioni europee ad evitare reazioni impulsive e quindi a rinunciare alla costruzione di nuovi muri.
    Ma la Polonia è determinata a portare avanti la sua richiesta. Fino a pochi giorni fa era nel mirino di Bruxelles per gli attacchi all'indipendenza della magistratura, mentre ora è diventata la vittima da difendere dagli attacchi: Varsavia sa di poter chiedere molto ai partner Ue. Vuole i fondi per il filo spinato, nuove sanzioni e il blocco dei voli verso Minsk. La Commissione ha avviato una serie di contatti con i Paesi di origine dei migranti e in particolare con l'organizzazione delle compagnie aeree arabe per chiedere loro di non farsi coinvolgere in quella che viene considerata una vera e propria tratta di esseri umani. Diversamente saranno sanzionate dall'Ue.
  9. CONTINUA LA STRETTA MORTALE DI PUTIN SULL'EUROPA : Kruglany è l'ultimo villaggio «libero» prima della zona di emergenza pattugliata dagli uomini di esercito e guardie di frontiera polacche, un contingente che il ministro polacco della Difesa Blaszczak ha portato a 15.000 uomini, che potrebbero sfondare quota 20.000 con i riservisti già in allerta. Siamo a meno di dieci chilometri dal confine di Ku?nica, dove da ormai tre giorni stazionano, in condizioni drammatiche, migliaia di migranti nella speranza di poter raggiungere il territorio dell'Unione Europea. Pochi chilometri più in là dal posto di blocco si scorgono una trentina di case distribuite su due lati, in mezzo una traccia di terra che porta alla strada nazionale 19, la lunghissima lingua d'asfalto che taglia tutta la Polonia, dalla punta Sud di Barwinek, di fronte alla Slovacchia, fino alla Bielorussia.
    Un'infinita coda di mezzi pesanti aspetta di poter passare dall'altra parte, intorno gli autotrasportatori sperano in una pronta riapertura del checkpoint, chiuso ormai da due giorni, ostinati a non voler deviare sulla frontiera di Bobrowniki, settanta chilometri più a Sud, da dove arrivano notizie di code oltre le trenta ore per poter passare in Bielorussia. «Si sentono tutto il giorno il rumore degli elicotteri, le sirene della polizia, i colpi di pistola in lontananza, le truppe dell'esercito che passano qui intorno: sembra di essere in guerra», racconta Janusz Paw?owski, un pensionato di 68 anni che ha sempre vissuto nel villaggio. Non sono solo gli elicotteri polacchi in operazione di pattugliamento a volare sopra i cieli di Ku?nica, in questo pezzo di Polonia che sembra davvero essere ormai entrato in guerra. Sul lato bielorusso del confine infatti, nella giornata di ieri, due bombardieri a lungo raggio russi Tu-22M3 hanno effettuato un'esercitazione congiunta con l'esercito di Minsk, per verificare, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa di Mosca «il coordinamento operativo con le postazioni di comando a terra della Russia e della Bielorussia», in un'ottica di difesa aerea integrata fra i due Stati.
    «La strumentalizzazione dei migranti contro l'Unione Europea da parte del regime bielorusso è inumana e completamente inaccettabile - recita la nota del portavoce di Angela Merkel dopo il colloquio telefonico di ieri con Vladimir Putin, durante il quale la Cancelliera avrebbe chiesto al presidente russo di «esercitare la sua influenza su Minsk». Putin ha ribadito il suo appoggio all'idea di un contatto diretto fra Ue e Aleksandr Lukashenko, un concetto ribadito anche dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, secondo cui «la Bielorussia ha ripetutamente suggerito di aprire un tavolo di consultazioni alla frontiera, per risolvere la questione sulla base delle leggi internazionali».
    Nella nottata un gruppo di circa 200 migranti è riuscito a oltrepassare il cordone di filo spinato all'altezza delle località di Krynki e Bialowieza, mentre altre sedici persone hanno cercato di entrare in Polonia vicino a Dubicze Cerkiewne: in tutto sono più di 350 i respingimenti messi in atto nella sola giornata di ieri dalle guardie di frontiera polacche. «Abbiamo emesso 48 decreti di espulsione e arrestato nove persone. Cinque di loro sono cittadini libanesi, tre iracheni e uno siriano. I detenuti hanno già dichiarato di voler richiedere la protezione internazionale - ha spiegato in conferenza stampa il Maggiore Katarzyna Zdanowicz - in totale, dal 26 ottobre, abbiamo emesso oltre 1050 decreti di espulsione dalla Polonia». Zdanowicz ha poi confermato che dal territorio bielorusso arrivano costantemente rumori di spari e segnali «non convenzionali, come il suono del ricaricamento delle armi».
    Nella notte continuano ad alzarsi colonne di fumo dal lato bielorusso della frontiera, traccia dei fuochi accesi dai migranti che cercano di resistere come possono alle rigide temperature notturne, scese ormai a meno due gradi Celsius: sono almeno dieci i profughi morti per assideramento, in queste stesse foreste, nelle scorse settimane. Altri cinque, secondo informazioni non confermate, potrebbero aver perso la vita nelle ultime 48 ore. «Non possiamo permettere che invadano la Polonia - ripete Janusz - scoppierebbe una guerra di religione e questo è un Paese cattolico. Ma dobbiamo aiutarli, non è possibile lasciarli a morire di freddo nel bosco».
  10. NAGEL ALLA RESA DEI CONTI : Mediolanum è lusingata per le «avances» dell'amministratore delegato di Mediobanca Alessandro Nagel, ma preferisce «andare avanti da sola». Lo ha detto l'amministratore delegato Massimo Doris nel corso di un incontro con la stampa per commentare i «risultati straordinari» dei primi 9 mesi dell'anno, con un utile netto in crescita del 50% a 376 milioni, masse amministrate in rialzo del 19% a 104 miliardi, al pari degli impieghi alla clientela, saliti a 13,76 miliardi. Confermato al 20,4% il Cet1, con un acconto sul dividendo di 23 centesimi per azione, che riapre la stagione di una «organica politica dei dividendi». Quanto a Mediobanca, di cui Mediolanum con il 3,3% è il primo azionista del Patto (12,08%) e il secondo dopo Leonardo Del Vecchio (18,9%) e davanti a Francesco Gaetano Caltagirone (3%), la famiglia Doris non intende acquistare ulteriori azioni. «Siamo un azionista finanziario», ha ricordato il banchiere aggiungendo che «questo investimento ci ha sempre dato tantissimi ritorni, finché continua così noi rimarremo partner». Il contatto con Nagel - di fatto un sondaggio, una chiacchierata esplorativa, grazie ai rapporti eccellenti tra le banche - risale a più di un anno fa nel tentativo di Piazzetta Cuccia di allargare il proprio perimetro nel settore delle gestioni patrimoniali. Un obiettivo annunciato più volte da Nagel e ribadito lo scorso 11 maggio in occasione della presentazione dei conti dell'esercizio 2020/2021. «Nagel la proposta me l'aveva fatta più di un anno fa - ha detto Doris - ci siamo sentiti per telefono e l'ho ringraziato, ho apprezzato che ci vedesse come partner di Mediobanca, spiegandogli però che intendiamo stare da soli». «Da allora - ha aggiunto - non ci siamo più sentiti e non ho mai sentito né Leonardo Del Vecchio né Caltagirone». Doris ha inoltre categoricamente escluso di voler acquistare azioni di Generali.
  11. QUANTI MORTI PER LE FORNITURE BY ARCURI IN TUTTA ITALIA ? Inadeguati per i pazienti con insufficienza polmonare da Covid. Impiegabili, forse, per pazienti con patologie polmonari meno gravi. Alla fine potrebbe essere questo, il destino dei 484 ventilatori trasferiti oltre un anno fa al Piemonte dalla struttura commissariale che all'epoca faceva capo a Domenico Arcuri, bocciati per l'ennesima volta dai responsabili delle strutture di rianimazione: «Presentano caratteristiche hardware e software che ne rendono improponibile l'utilizzo in pazienti con insufficienza respiratoria».
    Così si precisa nel report consegnato lunedì al generale Figliuolo, in visita a Torino: report dove peraltro non ci sono distinguo tra pazienti Covid e non Covid. Della serie: quegli apparecchi non vanno bene, e basta.
    Lo spiraglio aperto dalla Regione sul possibile (sotto)impiego dei ventilatori è più che altro funzionale al raggiungimento del vero obiettivo perseguito nella partita con la struttura commissariale ora guidata dal generale Figliuolo. Disponibilità a tenersi i macchinari - a prescindere dal fatto che in futuro vengano davvero utilizzati, anche per pazienti meno gravi -, così da evitare al mittente l'onere di riprenderseli indietro, con i costi del caso. In cambio, la Regione propone che Roma le giri il corrispettivo del valore dei ventilatori (costo stimato: circa 10 mila euro l'uno), evidentemente non utilizzabili per lo scopo previsto, per potersi rifornire autonomamente di apparecchiature adeguate, necessarie all'attrezzaggio delle terapie intensive e subintensive. Staremo a vedere.
  12. Pomodoro cinese: Petti e Giaguaro le aziende che più importano tonnellate di concentrato di pomodoro dallo Xinjiang : Non è più cosa nuova, eppure reiterata ancora e ancora. Tonnellate di concentrato di pomodoro ogni mese arrivano in Italia dallo Xinjiang, ovest della Cina, entrano in alcune tra le più importanti aziende conserviere italiane in fusti da diversi chili e sono sottoposte a un vero restyling, con tanto di tubetto o barattolo tirato a lustro, tirando via la fatica della minoranza etnica degli uiguri che il Governo di Pechino ha deciso di reprimere fino allo sfinimento.

    Sono ormai da anni note le condizioni dei braccianti cinesi che, soprattutto nello Xinjiang, lavorano in tutta la filiera del pomodoro: dal campo fino alla fabbrica. Qui ci sono appezzamenti di terreno sconfinati, dove uomini, donne e bambini seminano, annaffiano, raccolgono pomodori per pochissimi centesimi.

    Leggi anche: Concentrato di pomodoro contaminato da tossine della muffa. Le marche migliori e peggiori secondo il test tedesco

    Ora, un’inchiesta di IrpiMedia (Investigative Reporting Project Italy) in collaborazione con CBC Canada ha ripercorso il viaggio del concentrato di pomodoro cinese, dallo sfruttamento ai colossi dell’industria italiana.

    L’enorme portata del sistema di repressione operato dal governo cinese nello Xinjiang rende endemico il rischio della presenza di coercizione nella filiera di industrie come quella del pomodoro – dice Adrian Zenz, antropologo tedesco tra i maggiori studiosi al mondo della questione uigura. Con il loro comportamento le aziende si rendono complici della campagna di repressione di Pechino nei confronti degli uiguri.

    L’Italia è il primo mercato al mondo di destinazione del concentrato cinese: nel 2020 ne sono arrivate più di 97 mila tonnellate, circa l’11% delle esportazioni totali di Pechino. Gli sbarchi di concentrato cinese in Italia sono più che raddoppiati nel 2021, con navi che approdano nei porti di Salerno e Napoli quasi tutti i giorni.

    Da sempre – si legge nello studio – gli operatori del settore giurano che la materia prima non viene utilizzata in prodotti destinati al mercato italiano, ma in tubetti di concentrato e altri derivati venduti all’estero. Di preciso, però, non si sa.

    Ma nemmeno tanto, aggiungeremo noi. Di pomodori, concentrati e passate di pomodoro si è parlato tantissimo negli ultimi mesi, soprattutto riguardo a quello che contengono e soprattutto in seguito allo scandalo Petti che intaccò, almeno in parte, la fiducia dei consumatori italiani verso questo tipo di prodotti.

    Tra gli ultimi in ordine di tempo, il test condotto da Il Salvagente a settembre si è soffermanto su 12 campioni di pelati e 6 di concentrato di pomodoro, per un totale di 18 prodotti venduti nei supermercati e discount del nostro Paese. Qui puoi trovare l’inchiesta: Conserve di pomodoro con tracce di pesticidi, concentrato Petti e pelati Valgrì tra i peggiori del nuovissimo test italiano

    E non solo, mesi addietro un altro test aveva confrontato diverse marche di concentrato di pomodoro per scoprire se all’interno di questo prodotto di uso comune si nascondano sostanze controverse: leggi qui Concentrato di pomodoro: 1 su 2 è contaminato da pesticidi o tossine della muffa. Cirio il peggiore del test tedesco. Così come ancora, in precedenza, un laboratorio tedesco era andato alla ricerca di sostanze controverse eventualmente presenti nelle passate, in particolare tossine delle muffa ma anche pesticidi, arrivando a risultati sconcertanti anche su marchi italiani. Trovi tutto qui: Passate di pomodoro, 1 su 5 contiene tossine della muffa. Lidl e Pomì le marche migliori del nuovo test.
    Chi esporta e chi importa il pomodoro dello Xinjiang in Italia

    I produttori cinesi che esportano abitualmente in Italia sono una dozzina, ma un nome spicca per regolarità e rilevanza: si tratta di Cofco Tunhe che si occupa di coltivazione di vegetali del gruppo Cofco, colosso cinese dell’agroalimentare sotto controllo statale. Con sede a Urumqi, capitale dello Xinjiang, Cofco Tunhe vanta una produzione di circa 300 mila tonnellate di concentrato di pomodoro all’anno. Tra i lavoratori impiegati da Cofco Tunhe c’è, nemmeno a dirlo, anche manodopera uigura.
    pomodoro cinese

    Re assoluto della rotta sino-campana è il gruppo Petti – si legge – storico nome dell’industria delle conserve. Nei primi sei mesi del 2021 ha importato circa il 57% di tutto il concentrato di pomodoro cinese sbarcato in Italia. Tra i diversi fornitori di Petti con sede nello Xinjiang spicca proprio Cofco Tunhe.

    Oltre 40 mila tonnellate di prodotto di origine cinese sono approdate nello stabilimento della Antonio Petti Fu Pasquale a Nocera Superiore in sei mesi. Lì l’azienda confeziona tubetti di doppio concentrato e passata in brick per il mercato estero delle private label, ovvero merce etichettata con il marchio del distributore (solitamente un supermercato) e non quello di Petti stessa. Tra i clienti ci sono giganti come Tesco e Asda nel Regno Unito e Whole Foods in Nord America.

    Leggi anche: #PassataPetti, la truffa più grande di Italia ci ricorda l’importanza di farci la salsa di pomodoro da soli

    Whole Foods ha ritirato la merce prodotta da Antonio Petti dai propri negozi, dichiarando inoltre a CBC di voler tagliare i propri rapporti commerciali con l’azienda italiana.

    Dopo Petti, Giaguaro è il secondo maggior importatore di concentrato di pomodoro dalla Cina: nei primi sei mesi del 2021 ne ha acquistate 15 mila tonnellate.
    Le repliche

    Antonio Petti Fu Pasquale ha confermato a IrpiMedia di importare concentrato di pomodoro dallo Xinjiang, ma rifugge ogni responsabilità etica annessa:

    La società Petti è dotata di un codice etico ai principi del quale si sforza costantemente di adeguare i rapporti commerciali con i partner esteri per il rispetto dei diritti umani, ha aggiunto l’azienda. Il concentrato di pomodoro di provenienza Xinjiang viene esclusivamente utilizzato per confezionare prodotti destinati ai mercati africani.

    Giaguaro ha dal canto suo dichiarato a IrpiMedia che il concentrato importato dalla Cina viene utilizzato per il confezionamento di concentrato di pomodoro destinato a quei clienti che richiedono espressamente prodotto di tale origine.

    Giaguaro è da sempre particolarmente scrupolosa riguardo alla problematica dei diritti dei lavoratori, sia dei propri dipendenti che di quelli che fanno capo ai partner commerciali compresi nella propria filiera produttiva – aggiunge l’azienda – specificando di essere dotata di certificazioni che attestano la rispondenza della propria catena di fornitura agli standard etici.
  13. SCHIAVISMO CINESE : Emergono nuove evidenze delle deportazioni, dei trasferimenti coatti, dello sfruttamento e dei lavori forzati a cui sarebbero sottoposti i musulmani uiguri e altre minoranze etniche nella regione dello Xinjiang, nell’estremo nord-ovest della Cina. I dirigenti del partito comunista cinese hanno avviato nella regione una politica economica “opaca”, che molti ritengono sia funzionale ad un più ambizioso obiettivo di genocidio della minoranza musulmana e turcofona degli uiguri.

    Due ricercatrici dell’Università di Sheffield (Regno Unito) hanno scoperto che gli uiguri dello Xinjiang sarebbero coercitivamente impiegati nella produzione di componenti essenziali per pannelli fotovoltaici (polisilicio) cinesi destinati ai mercati esteri.

    Secondo quanto emerso da uno studio britannico pubblicato nel maggio 2021 e condotto dalle ricercatrici della Sheffield Hallam University, Laura T. Murphy e Nyrola Elimä, circa il 45% della fornitura mondiale di un componente chiave nella produzione di pannelli — il polisilicio — sarebbe prodotto nella provincia cinese dello Xinjiang.
    In Broad Daylight. Uyghur Forced Labour and Global Solar Supply Chain, titolo del rapporto dell’Helena Kennedy Center for International Justice della suddetta università britannica, afferma che i quattro principali produttori di pannelli del mondo acquistano polisilicio dalla Cina; la produzione di tale componente, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg di un più vasto e occultato sistema di coercizione della minoranza degli uiguri residenti nel territorio cinese.

    Le due autrici del rapporto hanno quindi esortato i produttori coinvolti a procurarsi il materiale altrove e, implicitamente, a boicottare l’illegale produzione cinese.

    Tra le fonti documentali citate nel rapporto, figura un rapporto ufficiale del governo cinese pubblicato nel novembre 2020, nel quale si fa riferimento al “collocamento” di 2,6 milioni di cittadini di etnie minoritarie (uiguri e kazaki) per occupare posti di lavoro disponibili nelle fattorie e nelle fabbriche nello Xinjiang e in altre parti del paese, nell’ambito di iniziative pubbliche relative al “surplus di manodopera” e al “trasferimento di manodopera”.

    Il governo cinese ritiene che tali programmi siano conformi alla legge statale e assicura che i lavoratori operano a titolo volontario, aderendo a progetti di iniziativa statale per la riduzione della povertà. Tuttavia, secondo le due autrici dello studio, vi sarebbero prove significative — tratte per la gran parte da fonti governative e aziendali — del trasferimento coatto di manodopera nella regione uigura in un clima di coercizione senza precedenti, aggravato dalla costante minaccia di rieducazione e internamento.

    Una vera e propria riduzione in schiavitù di interi gruppi etnici della popolazione cinese. Un modus operandi legittimato e incentivato dall’aperto sostegno delle autorità cinesi. Nella maggior parte dei casi, i lavoratori locali che subiscono questi gravi soprusi non sono nelle condizioni di rifiutare o di abbandonare il posto di lavoro.
    Lo Xinjiang e l’industria solare mondiale

    Secondo il rapporto, l’industria del fotovoltaico sarebbe fortemente dipendente dalla pratica del lavoro forzato nella provincia dello Xinjiang, per il semplice fatto che il 95% di tutti i moduli solari si servono del polisilicio di grado solare, ottenuto dall’estrazione del quarzo.

    Inoltre, gli stessi produttori di polisilicio attivi nella regione uigura (Daqo; TBEA e la controllata Xinte; Xinjiang GCL; East Hope) avrebbero confermato di aver preso parte a programmi di trasferimento di manodopera e di collocamento al lavoro e/o di essersi rivolti a fornitori di materie prime coinvolti in tali programmi.

    Daqo è il fornitore-chiave dei quattro maggiori produttori di moduli fotovoltaici al mondo: JinkoSolar, Trina Solar, LONGi Green Energy e JA Solar. Considerata l’intera filiera produttiva cinese, i ricercatori avrebbero identificato undici società direttamente coinvolte nello sfruttamento del lavoro forzato, altre quattro che impiegano lavoro forzato all’interno di parchi industriali, e ben 90 compagnie cinesi e internazionali la cui filiera si intreccia con quella del polisilicio dello Xinjiang.
    La condanna della comunità internazionale

    La Cina è stata bersaglio della crescente condanna internazionale per il trattamento riservato ai musulmani uiguri, definito come genocidio. A carico del governo cinese pendono accuse di detenzioni di massa e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la sottoposizione a lavoro forzato, gli abusi sessuali e la sterilizzazione forzata delle donne delle minoranze etniche perseguitate nello Xinjiang.

    Nel marzo scorso, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Unione europea hanno imposto sanzioni a funzionari cinesi ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. La Cina ha reagito imponendo sanzioni dirette a funzionari europei.

    Pechino ha bisogno di tenere in pugno la regione autonoma dello Xinjiang sia perché essa funge da porta d’accesso via terra all’Asia centrale e all’Europa, sia per le sue ingenti risorse, tra cui il cotone. Proprio nello Xinjiang si concentra infatti il 20% della produzione mondiale di cotone, localizzata in fabbriche tessili dove gli uiguri sono costretti al lavoro forzato.

    Ne è sorta una campagna internazionale di pressione, la Call to action on human rights abuses in the Uyghur Region in the apparel and textiles sector, promossa da una coalizione di organizzazioni della società civile e sindacati. La dura riposta di Pechino, con minacce di ritorsioni a chi vi avesse aderito, ha costretto i grandi marchi dell’abbigliamento mondiale ad allinearsi al governo cinese per non rischiare di perdere il profittevole mercato cinese.
  14. C'E' QUALCUNO CHE PENSA ALLA SOFFERENZA DEGLI ANIMALI CHE NOI MANGIAMO E CHE POTREBBE ESSERE EVITATA ?  Durante il lockdown dello scorso anno ci si sarebbe aspettati, come effetto positivo, di veder scendere i livelli di Pm10 anche nella Pianura Padana ma così non è stato. Come mai? La colpa potrebbe essere di allevamenti e colture intensive. Uno studio sta indagando proprio su questo aspetto ancora troppo sottovalutato.

    Inhale (Impact on humaN Health of Agriculture and Livestock Emission), un nuovo studio ancora in corso portato avanti da un team dell’università Bocconi, Rff Cmcc- European Institute on Economics and the Environment e Legambiente Lombardia, con il finanziamento di Fondazione Cariplo, sta indagando sull’inquinamento nella Pianura Padana lombarda e in particolare sulle fonti che lo generano, così da contribuire a trovare soluzioni per limitarlo.

    Come ricorda l’università Bocconi, l’inquinamento atmosferico è una grande minaccia alla salute in Europa e purtroppo l’Italia è il secondo paese Ue per morti premature dovute proprio allo smog. (Leggi anche: Morire per respirare. L’Italia tra i peggiori d’Europa per inquinamento, con oltre 50mila decessi in 1 anno):

    L’agricoltura è considerata la principale fonte di PM2.5 in Europa, a causa dell’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti e dalla lavorazione degli effluenti di allevamento associati e, in misura minore, dall’uso di fertilizzanti. Pertanto, la riduzione delle emissioni agricole ha un grande potenziale per ridurre la mortalità nella valle del Po in Lombardia.

    Durante il lockdown si era sperato di veder migliorare la situazione inquinamento in Lombardia ma, anche secondo i più recenti dati del Report del progetto Life PrepAir, mentre il monossido di azoto (No9) effettivamente è sceso (-58%) nel marzo 2020 rispetto al 2016-2019, e anche il biossido di azoto (No2) con -38%, per il Pm10 non si è registrato lo stesso calo e addirittura in alcune giornate c’è stato al contrario un superamento dei limiti.

    Leggi anche: Smog: in queste 11 città italiane superati i limiti di PM10. Record negativo in Lombardia

    Come ha dichiarato Lara Aleluia Reis, del Rff-Cmcc e che fa parte dello studio Inhale:

    Per il Pm10 il calo non è stato così drastico (–19 e –14% rispettivamente nelle stazioni da traffico e di fondo, indicano i ricercatori di PrepAir, ndr) come per il Pm2,5. Non c’è stato, insomma, quel miglioramento della qualità dell’aria che ci aspettavamo.

    Come mai? Il problema sembra essere l’ammoniaca (Nh3) dalla quale, dopo alcune reazioni chimiche, si forma il particolato secondario presente nella Pianura Padana.

    Come ha dichiarato la dottoressa Aleluia Reis:

    Più del 95% delle emissioni di Nh3 derivano dall’agricoltura e dallo spandimento agricolo di liquami da zootecnia. Partendo dalla letteratura sul tema, che c’è già, utilizziamo ora metodi di data science, come machine learning ed econometria spaziale, per un nuovo studio concentrato sulla Lombardia. La pandemia di Covid-19 ci ha permesso di isolare il contributo settoriale, andiamo a fondo per capire le diverse sorgenti.

    L’esperta ricorda che in Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si produce il 62% delle emissioni italiane di ammoniaca e che:

    Quasi metà sono concentrate in Lombardia orientale: effetto collaterale dell’allevamento intensivo.

    Ma, come già dicevamo, lo studio è ancora in corso e cercherà di scoprire, incrociando tutti i dati a disposizione, la responsabilità di ciascun settore sull’inquinamento dell’aria. I risultati dettagliati potrebbero arrivare presto, già all’inizio del 2022.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @Change

Mb

 

11.11.21
  1. PERCHE ' IL PRNN NON PENSA A RISOLVERE PROBLEMI DELLA GENTE COME QUELLO DELL'ACQUA ?
  2. A CAUSA DELLA  FURBATA DEL  GREEN SI STA SCATENENDO UN VIOLENZA CHE POTREBBE PORTARE L'EUROPA ALLA GUERRA CIVILE.
  3. PUTIN CONTROLLA L'EUROPA CHE NON SE NE E' RESA CONTO : Una fila di centinaia di persone, in attesa di salire sul volo della Cham Wings diretto a Minsk. Sono scene riprese con in telefonini all'aeroporto internazionale di Damasco. Immagini che documentano la "catena logistica" nascosta dietro l'afflusso di migranti verso la Polonia. Vladimir Putin ha chiesto aiuto all'alleato Bashar al-Assad e il raiss siriano ha risposto subito. Il governo siriano ha rilasciato migliaia di passaporti a cittadini che hanno intenzione di lasciare il Paese, al prezzo di 100 dollari e con la condizione che si imbarchino con destinazione Bielorussia. La compagnia Cham Wings, cioè le «ali di Damasco», ha inaugurato voli diretti, quasi ogni giorno. Partono siriani con la speranza di rifarsi una vita in Europa, curdi siriani e anche curdi e yazidi iracheni, che hanno inaugurato una nuova rotta dei migranti, attraverso il Nord-Est della Siria. Fino a qualche settimana fa partivano da Baghdad, ma poi il governo iracheno, su pressione di Bruxelles, ha bloccato questo genere di collegamenti. Putin e i suoi alleati regionali hanno trovato un'altra strada. L'importante è che dal Medio Oriente le porte siano aperte in direzione di Minsk e della frontiera polacca. Anche l'Iran si è messo a disposizione per facilitare la partenza dei rifugiati afghani sul suo territorio, vale a dire un bacino potenziale di almeno 800 mila persone, tale da innescare una crisi ancora più seria.
    Ma l'Iran per il momento non vuole aprire un nuovo contenzioso con i Paesi europei, alla vigilia dei colloqui di Vienna sul nucleare. Assad è invece il leader con il debito più grosso nei confronti dello "zar". Il 30 settembre 2015 era a un passo dal baratro, con i colpi di mortai dei ribelli che cadevano nel giardino del palazzo presidenziale, controllava appena un quinto del territorio. Dopo sei anni è di nuovo padrone di quasi tutta la Siria. L'intervento militare russo è stato provvidenziale. La diplomazia moscovita lo aiuta adesso a rientrare nei giochi politici. Ha riallacciato i rapporti con la Giordania, aperto la frontiera verso Amman, ripreso gli scambi commerciali e potrebbe fare da transito al gas egiziano promesso al Libano, con ricadute positive per le sue finanze disastrate. Mentre ieri ha ricevuto a Damasco la visita più attesa, quella del ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed, il primo incontro ufficiale da dieci anni. Abu Dhabi ha un ruolo fondamentale nel Golfo e in Medio Oriente. È la capitale che più spinge per la riammissione della Siria nella Lega araba. Sarebbe la "normalizzazione" del regime baathista, per un decennio "Stato paria" nella regione. Gli emiratini lo fanno soprattutto in funzione anti-turca e anti Fratelli musulmani, per stoppare i disegni di Recep Tayyip Erdogan nel Nord della Siria. Assad adesso deve trovare un equilibrio fra gli amici arabi ritrovati e i vecchi sostenitori, Russia e Iran. I voli per Minsk sono il prezzo che deve pagare agli alleati tradizionali ma rischiano di pregiudicare la sua riabilitazione. —
  4. SCACCO MATTO ALL'EUROPA CHE NON SA DECIDERE : Kybartai è un piccolo centro lituano di 5000 abitanti, distante pochi chilometri dalla cittadina russa di ?ernyševskoe, al confine con l'exclave di Kaliningrad. Gli ultimi detenuti che occupavano la vecchia prigione del villaggio sono stati trasferiti in altre strutture alla metà di settembre. Gli sono subentrati 750 migranti, arrivati dalla tendopoli di Rudninkai nel tentativo del governo di alloggiarli in una struttura riparata, in attesa della rigida stagione invernale. Fra loro c'è anche Haidar (nome di fantasia per ragioni di sicurezza), iracheno di Baghdad, i capelli neri e ricci che spuntano sotto il cappuccio di una felpa bianca con un grosso stemma Gucci al centro. «Io in Lituania non ci volevo venire, per me il sogno è sempre stato quello di raggiungere la Germania, dove ho tanti amici che mi aspettano. Il progetto era semplice; arrivare in Bielorussia, passare in Polonia e poi puntare su Berlino: ho speso tanto per questo, soldi messi insieme grazie all'aiuto di amici, di qualche familiare e a dei risparmi messi via con fatica negli ultimi tre anni. Volevo sistemarmi e poi fare arrivare anche la mia famiglia. Purtroppo, però, è andata in un altro modo e adesso sono bloccato qui, con la prospettiva molto probabile di essere rimandato indietro - racconta Haidar, 22 anni, una moglie e due figli che aspettano sue notizie in Iraq, poche possibilità di ricevere asilo politico in Lituania: sino ad ora solo l'1% delle richieste è stato accettato dal Dipartimento per la Migrazione di Vilnius. «Ho preso un volo da Dubai in direzione Minsk e ho pagato dei soldi all'arrivo in aeroporto in Bielorussia - continua Haidar. - Erano tanti, ma non posso dire quanti e nemmeno a chi li ho dati: ci hanno minacciato di morte se lo avessimo fatto. Qualche giorno dopo un gruppo di militari ci ha messo in macchina e dopo un paio d'ore ci ha lasciato, di mattina presto, in mezzo alla campagna, indicandoci la strada: il giorno successivo eravamo in una tenda nel campo profughi di Medininkai, appena superata la frontiera».
    Sono 4200 i migranti arrivati illegalmente in Lituania fra aprile ed agosto 2021 e oggi detenuti nei centri di accoglienza. Si tratta di un numero importante per un paese di 2,7 milioni di abitanti che negli ultimi cinque anni ha ricevuto quasi 30mila immigrati in fuga dall'Ucraina e dalla Bielorussia: la Lituania non era pronta a gestire una situazione di emergenza. Anche per questo il governo, preoccupato dalle notizie che arrivano dalla Polonia, ha rinforzato la presenza militare lungo tutto il confine con Minsk (già isolato da mesi e visitabile solo con un permesso speciale dell'esercito), e ha proposto al parlamento l'approvazione di uno stato di emergenza straordinario, che darebbe alle forze di polizia l'autorità, fra le altre cose, di isolare in maniera totale i migranti detenuti nei centri, sequestrando i telefono e interrompendo qualsiasi comunicazione con l'esterno. «La situazione al nostro confine è stabile e sotto controllo - ha dichiarato la ministro dell'interno Agn? Bilotait? alla televisione nazionale lituana, Lrt - ma mentre osserviamo ciò che sta accadendo al confine bielorusso-polacco, dobbiamo essere preparati a scenari diversi. Per questo, crediamo che la decisione di promulgare lo stato d'emergenza sia proporzionale alla situazione odierna».
    Le guardie di confine lituane hanno bloccato fra lunedì notte e martedì pomeriggio 187 migranti, respinti indietro mentre cercavano di attraversare la frontiera illegalmente: in totale, da settembre ad oggi, sono quasi 6000 i potenziali richiedenti asilo fermati dalle autorità lituane. Allo scopo di fermare l'ondata migratoria sono già partiti i lavori di costruzione del muro da 550 chilometri che si estenderà lungo tutta la linea di confine che divide il paese dalla Bielorussia. «Gli Stati baltici, la Nato e l'Ue affrontano la più grande minaccia alla loro sicurezza negli ultimi 30 anni - ha dichiarato ieri il ministro della Difesa estone Kalle Laanet, che approva la costruzione del muro e sta lavorando a una proposta di difesa delle frontiere congiunta con i ministri di Polonia, Lettonia e Lituania - per evitare un'escalation di tensione c'è bisogno di uno scambio costante di informazioni fra i paesi in prima linea»
  5. IL SINDACATO SOLITA STAMPELLA PER CHI SERVE :Riprendere subito il confronto con il governo e basta evocare lo sciopero generale. Il segretario della Cisl, Luigi Sbarra, ha apprezzato l'intervista di ieri a La Stampa del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, forse più di quella rilasciata qualche giorno prima (sempre al nostro giornale) dal leader della Cgil Maurizio Landini. «La mobilitazione del sindacato deve essere costruttiva e responsabile – avverte – evocare continuamente lo sciopero rischia di sminuirne il valore». Al telefono da Lisbona, dove è impegnato nella riunione organizzativa della Confederazione europea dei sindacati, Sbarra dice che «con il governo bisogna riallacciare i fili del dialogo, perché sulla manovra è stato molto scarso».
    Orlando ha aperto al confronto innanzitutto sulla riforma delle pensioni. Vi aspettate una convocazione a breve?
    «Sì, ed è necessario partire dai contenuti della nostra piattaforma sulle pensioni, che il ministero del Lavoro conosce benissimo. Ma ci aspettiamo aperture anche su investimenti e occupazione, fisco e Pnrr, ammortizzatori e politiche attive, Pa e scuola. Abbiamo bisogno di un grande accordo governo-imprese-sindacato, che ponga le basi per la crescita e una nuova politica industriale, che agganci le grandi transizioni in atto assicurando rilancio occupazionale. La vera sfida è quella della partecipazione per qualificare le relazioni sindacali».
    Magari trovando più tempo per discutere, visto che sulla manovra vi hanno convocato 48 ore prima del Cdm…
    «Abbiamo bisogno di un metodo di confronto stabile con il Governo, questo è chiaro. Ma gli accordi si possono fare anche in 48 ore, se c'è comune volontà e coerenza nei comportamenti, come è accaduto per i protocolli su salute e sicurezza e i patti su pubblica amministrazione e scuola. Sulla manovra il confronto è stato scarso e le lacune della legge di bilancio risentono proprio di questo deficit. Da solo anche questo governo, per quanto autorevole, non ce la può fare. La coesione sociale oggi è indispensabile per dare profondità ed equità alle riforme».
    Intanto, l'apertura di Orlando allontana il rischio dello sciopero generale minacciato da Landini?
    «La mobilitazione del sindacato deve essere intransigente ma costruttiva, nel solco della responsabilità. Lo sciopero è un mezzo, non un fine: si proclama, se ci sono le condizioni. Ma evocarlo continuamente rischia di sminuirne il valore e la portata. Possiamo riprendere il dialogo con il governo subito, senza elevare il livello del conflitto».
    Da questo punto di vista, l'unità sindacale con Cgil e Uil sarà preservata?
    «Guardi, abbiamo deciso unitariamente di mettere in campo azioni diffuse sul territorio. Parleremo con i lavoratori e faremo pressioni in ogni sede per migliorare la legge di bilancio lungo il percorso di approvazione. L'obiettivo principale, sul quale non faremo passi indietro, resta quello di guadagnare subito i tavoli su fisco e previdenza. Detto questo, le fughe in avanti non aiutano e rischiano di inquinare il clima unitario. Ad esempio, mi ha infastidito che la Fiom abbia indicato da sola un pacchetto di 8 ore di sciopero».
    Tornando alle pensioni, quali sono i presupposti irrinunciabili per avviare il confronto?
    «Per la Cisl il fulcro della questione sta nella necessità di recuperare sostenibilità sociale. Servono miglioramenti strutturali che, da un lato, garantiscano pensioni dignitose a ragazze e ragazzi incastrati in percorsi precari, e dall'altro riconoscano ai lavoratori la libertà di uscire dal mercato del lavoro a partire da 62 anni di età o 41 di contributi».
    Quali, invece, le priorità nella trattativa sulla manovra?
    «Sul Fisco bisogna dare un forte segnale redistributivo, orientando le risorse su una rimodulazione del carico a favore delle fasce medio-popolari del lavoro e delle pensioni: abbattere il cuneo fiscale sul lato lavoro, ma anche rivedere le prime aliquote Irpef».
  6. ARCURI SEMPRE INTOCCABILE QUALSIASI COSA FACCIA : Passaggi di fase troppo lenti, eccessivo ritardo di apertura della valvola inspiratoria. Risultato: «I ventilatori presentano caratteristiche hardware e software che di fatto ne rendono improponibile l'utilizzo in pazienti con insufficienza respiratoria».
    Questa è la storia – meglio: l'ennesima puntata - di 484 ventilatori polmonari inviati in Piemonte nelle prime, devastanti fasi della pandemia, e che da oltre un anno prendono polvere nei magazzini delle Asl perché giudicati inaffidabili dai responsabili delle rianimazioni. Apparecchi da impiegare nelle terapie intensive e subintensive, per la ventilazione invasiva e non invasiva, acquistati dalla struttura commissariale che all'epoca faceva capo a Domenico Arcuri. Il costo stimato è di circa 10 mila euro ciascuno.
    Da allora sono accadute molte cose: la pandemia ha fatto il suo corso, poi è rifluita, ora sta riaccelerando. Nel frattempo la Regione ha sopperito comprando altri ventilatori, fondamentali per supportare i pazienti colpiti da insufficienza respiratoria a causa della polmonite mono o bilaterale da Covid, di tasca propria. Ma quelli in questione sono sempre al loro posto, inamovibili. Per la verità nei mesi scorsi il produttore ha fatto qualche tentativo, su richiesta, per rimediare ai limiti funzionali. Nulla che abbia spinto il Dirmei, il braccio operativo della Regione nel contrasto all'emergenza Covid, a cambiare posizione.
    Di più. L'ultimo report - richiesto dall'attuale struttura commissariale per fugare ogni dubbio e consegnato direttamente al generale Francesco Figliuolo, lunedì scorso in visita a Torino -, contiene la bocciatura definitiva. Uno studio comparativo - che ha misurato le performance dei ventilatori polmonari in questione con altri sei, di diverso tipo e comunemente impiegati nelle terapie intensive del Nord Italia per fronteggiare la pandemia in varie condizioni di ventilazione controllata ed assistita - ha tagliato al testa al toro. Tutti gli apparecchi sono stati collegati ad un simulatore polmonare impostato sia per riprodurre condizioni cliniche, sia per effettuare dei test in condizioni particolarmente gravose.
    A seguito delle analisi, in volume controllato e in pressione di supporto, i ventilatori finora inutilizzati, di cui gli stessi rianimatori diffidano, hanno confermato la loro inadeguatezza. In particolare, «risultano statisticamente meno performanti ed erogano un volume corrente espiratorio inferiore alle altre macchine e ai parametri impostati».
    Non certo un dettaglio, considerato che «un volume minuto basso può condurre ad una mancata eliminazione della CO2 con conseguente affaticamento del paziente, incremento di sforzo e frequenza espiratoria fino all'esaurimento muscolare». Ancora: il dispositivo che consente al ventilatore di iniziare la propria fase inspiratoria, in sincronia con l'inizio dell'inspirazione del paziente, mostra tempi superiori rispetto alle altre macchine. Tra l'altro, nella relazione conclusiva si fa notare che questi risultati sono stati ottenuti da prove con un simulatore che mimava un paziente intubato: nei pazienti assistiti in ventilazione non invasiva queste differenze non possono che aumentare e le macchine devono essere ancora più performanti.
    In conclusione, alla luce dei test «risulta evidente e statisticamente significativa una differenza di performance tra questi ventilatori e gli altri, testati in tutte le modalità analizzate. Tali differenze possono avere gravi ripercussioni cliniche nell'impiego di tali macchine su malati critici».
    Difficile stabilire se in altre Regioni sono arrivate partite dei medesimi apparecchi: più che plausibile. Una cosa sembra certa: quelli in Piemonte, prima o poi, torneranno dove sono arrivati. O verranno buttati.
  7. PROSSIMA DECISIONE DI DRAGHI ITALIA=SINGAPORE ? :A Singapore dal mese prossimo le autorità smetteranno di pagare le spese mediche dei pazienti affetti da Covid che si sono rifiutati di vaccinarsi. Una stretta giudicata necessaria dal governo perché la piccola città-Stato sta fronteggiando la peggiore ondata di Covid dall'inizio della pandemia, che sta mettendo a dura prova il suo sistema sanitario. Ad annunciarlo il ministro della Sanità Ong Ye Kung che ha parlato della necessità di dare un «segnale importante» ai No Vax. Le spese mediche per le persone non idonee alla vaccinazione, come gli under 12 o chi non può farlo per motivi di salute, restano a carico del governo. —
  8. INTOLLERANZA DEMOCRATICA : Altro che libera espressione del dissenso: per Sergio Mattarella le manifestazioni no-vax rappresentano una minaccia alla collettività, se non altro perché in troppi non portano le mascherine e così favoriscono la diffusione del virus. Ma non solo per quello. Dietro le forme più aggressive di protesta, il presidente della Repubblica scorge qualcosa di oscuro che somiglia moltissimo a un tentativo di destabilizzazione pianificato da chi vorrebbe metterci in ginocchio, proprio mentre l'Italia sta cercando di approfittare della storica opportunità rappresentata dal Recovery Fund. Soppesa con cura perfino le virgole: «Gli atti di vandalismo e di violenza sono gravi e inammissibili e suscitano qualche preoccupazione sembrando, talvolta, raffigurarsi come tasselli, più o meno consapevoli, di una intenzione che pone in discussione le basi stesse della nostra convivenza». Chi assalta le sedi sindacali, chi sfascia le vetrine, chi cerca lo scontro con le forze dell'ordine per Mattarella si fa strumento («tassello») di qualche disegno, magari concepito altrove, in mondi a noi ostili, con l'obiettivo di creare il caos.
    Non è la prima volta che il capo dello Stato mette in guardia rispetto alle possibili strumentalizzazioni della protesta. Mai però come nel suo intervento di ieri a Parma per l'assemblea nazionale dell'Anci. Netta e senza scusanti è la condanna delle agitazioni contro il Green Pass. «In queste settimane», segnala Mattarella, «manifestazioni non sempre autorizzate hanno tentato di far passare come libera manifestazione del pensiero l'attacco recato, in alcune nostre città, al libero svolgersi delle attività». Il che, sottintende, non va bene. Rincara la dose: «Accanto alle criticità per l'ordine pubblico, sovente con l'ostentata rinuncia a dispositivi di protezione personale e alle norme di cautela anti-Covid, hanno provocato un pericoloso incremento del contagio». I no-vax che scendono in piazza senza mascherine mettono a rischio l'incolumità degli altri e Mattarella ne biasima il comportamento: «Le forme legittime di dissenso non possono mai sopraffare il dovere civico di proteggere i più deboli; dobbiamo sconfiggere il virus, non attaccare gli strumenti che lo combattono»; perché grazie al vaccino ci stiamo rialzando, ma «il tempo della responsabilità non è ancora concluso». —
  9. NO AL DISSSENSO : L'ennesimo sabato di proteste No Green Pass è alle porte, il sedicesimo della serie. Un appuntamento che è diventato sempre più rituale, e che però blocca i centri storici, crea disagi alla circolazione, impedisce lo shopping, costringe molti negozianti a tirare giù le serrande. Di qui la protesta sempre più vivace della Confcommercio. «I cortei non autorizzati - si sfoga il presidente Carlo Sangalli - fanno perdere circa il 30% del fatturato». La soluzione del ministero dell'Interno, in attesa di una circolare più articolata, passa intanto per le decisioni dei prefetti, città per città. E i risultati già si vedono: i sit-in non vengono più accettati in centro. «Continuare così ogni fine settimana, con le città messe in difficoltà è poco rispettoso nei confronti della legge», avverte il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia, M5S.
    L'esempio che fa scuola, è quello di Trieste. Fino al 31 dicembre le manifestazioni non si potranno tenere nella centralissima Piazza Unità. Avverte il neoprefetto Annunziato Vardè: «È necessario salvaguardare gli obiettivi sensibili e i siti istituzionali. L'auspicio è che coloro i quali intendono manifestare comprendano che occorre fermarsi nell'interesse della comunità e di se stessi, per il pericolo per se stessi e per tutti gli altri. Non possono pensare di ottenere consenso da queste manifestazioni».
    Anche a Milano, sabato scorso la prefettura ha indicato off-limits una serie di piazze e di strade. Il risultato è stato che un corteo s'è tenuto, ma quando ha tentato di eludere il percorso concordato, la polizia l'ha impedito. La manifestazione s'è conclusa senza danni, con un controllo sui partecipanti. E ora, come contraccolpo, per non avere problemi legali con quello che accadrà da questo sabato in poi, si è sciolto il Comitato di No Green Pass che aveva trattato con la questura milanese. «È diventato impossibile - scrivono arrabbiatissimi - sederci al tavolo delle trattative con chi ha rinchiuso centinaia di manifestanti pacifici in una via e li ha trattati peggio dei criminali, obbligandoli a mostrare i documenti».
    Chiaramente questa mossa getta un'ombra sulle prossime iniziative: i No Green Pass non riconosceranno alcun divieto e vorranno manifestare dove dicono loro? Si rischia un sabato caldo a Milano e non solo. E uno dei leader della protesta, l'attore Enrico Montesano, la butta sul sarcasmo: «Credo che d'ora in poi faremo veementi proteste facendo la maglia e l'uncinetto davanti a Palazzo Chigi».
    Intanto a Trento si annuncia che ogni manifestazione dovrà tenersi fuori dal centro storico, come a Roma l'indicazione è di concentrarsi al Circo Massimo, molto lontano dallo shopping e dalla politica. Questa è infatti l'indicazione del ministero: liberi di manifestare, ma senza pregiudicare le libertà altrui. A giudicare dai commenti di plauso, sono con Luciana Lamorgese parlamentari di Forza Italia (Maurizio Gasparri e Licia Ronzulli), del Pd (Debora Serracchiani), e di Italia Viva (Ettore Rosato), il Governatore ligure Giovanni Toti. Infine si fanno sentire tantissimi sindaci, di ogni colore, da Nord a Sud, sollecitati innanzitutto dai commercianti delle proprie città. Uno su tutti, il nuovo sindaco di Torino, Stefano Lo Russo: «Il diritto legittimo di manifestare - dice - non può violare ripetutamente i diritti degli altri, danneggiare le attività economiche e, cosa ancor più grave, vanificare i sacrifici di tutti. È stata presa una decisione che accoglie le richieste di tanti sindaci».
  10. SALVINI NON PUO' USCIRE DAL GOVERNO, GIORGETTI GLIELO IMPEDISCE :
  11. LA LOBBY DEL NUCLEARE, TARGATA  CINGOLANI, MACRON ED URSULA   STA ACQUISENDO SOSTENITORI  COPRE INVESTIMENTI NUCLEARI X FINI MILITARI ?: La Russia ricomincia a pompare gas verso l'Europa, scongiurando i timori di chi, in vista dell'inverno, temeva una stretta di Zar Vladimir. Il risultato della ripresa dei flussi non si fa attendere: i prezzi della materia prima, lunedì impazziti al rialzo, invertono la rotta. Il contratto future quotato nei Paesi Bassi sulle consegne di dicembre, praticamente dopodomani, segna un –11,6%, allo stesso modo il contratto britannico arretra dell'11,2%. La grande paura del Vecchio Continente si stempera nelle parole che giungono da Gazprom, rilanciate su Telegram e altri canali online. Il colosso russo del gas segnala di aver «approvato e avviato l'attuazione del piano di iniezione di gas in cinque depositi sotterranei europei», aggiungendo che «i volumi e le rotte del trasporto del gas sono stati determinati». Dati provenienti dalla Germania e riportati da Reuters mostrano che in effetti già nella serata di lunedì – mentre l'Europa temeva ancora di essere ormai sotto scacco di Vladimir Putin, sospettato di legare il via libera ai rifornimenti al sì di Bruxelles al Nord Stream 2 – i flussi si stavano riavviando. Secondo quanto riferito dal Transmission System Operator ucraino, Gazprom avrebbe prenotato altri 10 milioni di metri cubi al giorno di capacità del gasdotto al confine tra Ucraina e Slovacchia. Fatto sta che le forniture attraverso il gasdotto che da Yamal, in Siberia, arriva in Europa stanno fluendo verso ovest dalla Polonia alla Germania. Non è ancora uno scampato pericolo. Putin però non ha chiuso i rubinetti ma ha anzi chiesto a Gazprom di aumentare la fornitura a occidente: il Vecchio Continente parte da una situazione di estrema preoccupazione rispetto a un inverno che stava cominciando con le scorte al livello stagionale più basso da oltre dieci anni e un costo dell'energia in rapido aumento. Per vedere ulteriori importanti ribassi dei prezzi del gas serviranno un inverno non troppo rigido e nuovi segnali di distensione dalla Russia che da sola fornisce un terzo del fabbisogno di gas. Per questo anche la politica europea si interroga. «Il 90% del gas che usiamo è importato e questo non è sostenibile», dice la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Dobbiamo discutere di una riserva strategica europea e la possibilità di un approvvigionamento comune», dice. Sostiene che occorre investire in rinnovabili ma allo stesso tempo «abbiamo bisogno di risorse stabili, il nucleare, e nella transizione, il gas naturale». Nel breve termine, la Ue e i suoi Stati membri devono «sostenere le persone più colpite dallo choc dei prezzi dell'energia, ovvero i consumatori vulnerabili e le imprese più esposte».
    Caro-energia significa anche inflazione. «Il picco durerà nei prossimi mesi ma dall'inizio dell'anno prossimo tenderà ad attenuarsi», prevede il ministro dell'Economia, Daniele Franco, al termine della riunione dell'Ecofin. C'entrano motivi tecnici: «Il fatto che gli aumenti dell'Iva in Germania non avranno più impatto, e il venir meno o l'attenuarsi delle strozzature alle catene di approvvigionamento e il ridursi dei prezzi dell'energia». Questo, chiarisce Franco, «non vuol dire che l'inflazione e il prezzo dell'energia convergano sui livelli di un anno fa, molto bassi. Però vuol dire uscire dalla situazione attuale».
  12. PENSA AGLI AFFARI TUOI : La premessa è d'obbligo: non c'è nessuna irregolarità o violazione. Men che mai un reato. Ma la questione di un bonus da circa ventimila euro richiesto dal presidente del Collegio Sindacale di Finpiemonte, Marco Zacchera, proprio alla cassaforte della Regione a nome della società alberghiera di cui è legale rappresentante ha portato a una lunga serie di malumori e discussioni nell'ente sull'opportunità dell'istanza. Tanto da spuntare fuori proprio in questi giorni con delle segnalazioni arrivate alla vigilia della nomina del nuovo presidente e mentre è il Collegio Sindacale a svolgere le funzioni di guida per le mere pratiche di ordinaria amministrazione non differibili dopo le dimissioni di tutto il cda. I fatti sono questi: Zacchera, in qualità di legale rappresentante della "Albergo Belvedere Pallanza srl" richiede un contributo di poco meno di 20mila euro «per le misure di aiuto a sostegno dell'economia nell'attuale stato di emergenza Covid-19». Altro non è che il «Bonus Turismo» previsto dalla Regione a sostegno delle attività turistico-ricettive. Soldi che devono essere vagliati e approvati dalla stessa Finpiemonte ma che sono un «contributo automatico e di dimensione non discrezionale». Immaginando potessero esserci «malintesi», scrive al presidente di Finpiemonte Roberto Molina sottolineando di aver presentato la richiesta e il caso viene affrontato ed è l'allora direttore generale che, si legge nel verbale, «conferma l'assenza di preclusioni».
    Eppure proprio la questione che Zacchera, già parlamentare di centrodestra e sindaco di Verbania dal 2009 al 2013, sia allo stesso tempo firmatario della richiesta e presidente del Collegio sindacale dell'ente che deve verificarla ed erogarla ha spinto alcuni componenti del cda e altri dipendenti dell'ente a sollevare una questione di opportunità in un momento in cui la finanziaria della Regione è, ed era, sotto stretta osservazione per 121 milioni di crediti deteriorati accumulati negli anni. «È tutto chiarissimo: sono amministratore legale della società che gestisce tre alberghi (Hotel Belvedere, Hotel San Gottardo e Hotel Pallanza) contemporaneamente ho avvisato il cda ed è stata verificata la regolarità della pratica. Da cittadino perché non avrei dovuto farla?», dice Zacchera. Che evidentemente non prova alcun imbarazzo. L'assemblea per l'elezione del nuovo consiglio di amministrazione è fissata per venerdì 12. Il collegio sindacale, invece, decadrà dopo l'approvazione del bilancio 2021, nella primavera prossima. In procura giacciono due esposti contrapposti su presunti falsi e consulenze sospette. Ma il fascicolo - al momento - è contro ignoti.
  13. SIAMO DIVERSI DALLA FRANCIA ? «Murgia patrimonio dell'inumanità». «Nella tua città più di 100 persone dormono per strada».
    Sui bastioni della città vecchia di Briançon non c'è più traccia degli striscioni comparsi l'altra mattina in risposta al tweet del sindaco Arnaud Murgia. Ma resistono fra attivisti, volontari e cittadini impegnati da settimane ad assistere i migranti che ogni sera affollano i tendoni allestiti davanti alla parrocchia del paese. «La città di Briançon non è soltanto questo» aveva twittato Murgia riportando parte della risposta resa ad un giornalista dell'emittente francese Cnews. E ancora: «Abbiamo fortificazioni iscritte nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità e una delle località sciistiche più belle della Francia, Serre Chevalier». In attesa dell'apertura degli impianti, a fare i conti con la neve sono uomini, donne e bambini provenienti dalla rotta balcanica. Gruppi sempre più numerosi, tanto da costringere i volontari dell'associazione «Refuges Solidaires» a chiudere temporaneamente le porte delle Terrasse Solidaires all'indomani dalla sua inaugurazione. «Impossibile assistere oltre 200 persone in una struttura che può accoglierne al massimo 80» hanno detto prima di trasferire i migranti alla stazione di Briançon e di chiedere a sindaco, Prefetto e Governo di farsi carico dell'emergenza. Ha risposto soltanto il parroco del paese, che ha accolto per qualche notte oltre 200 persone nella chiesa di Sainte Catherine. Ora ai migranti sono stati destinati un paio di tendoni all'esterno della parrocchia, in mezzo alla neve. Il Ministero degli Interni francese ha invece provveduto ad inviare un massiccio contingente di gendarmi alla frontiera per ostacolare l'ingresso dei migranti provenienti dall'Italia. «I mezzi mobilitati dallo Stato per gestire l'occupazione e poi l'evacuazione della stazione di Briançon non sono in alcun modo il riconoscimento dell'eventuale necessità di avviare nuove modalità di accoglienza, né di riconoscere quelle messe in atto dalle associazioni, che finiscono invece per rafforzare l'attrazione del Briançonnais per i migranti» si legge nel comunicato che il prefetto delle Hautes-Alpes ha diffuso per replicare alle richieste di aiuto di attivisti e volontari. Una risposta che le associazioni hanno definito «tanto sorprendente quanto violenta», sottolineando come «il rafforzamento dei controlli alla frontiera si ponga in contrasto con il diritto di asilo riconosciuto agli individui dal diritto internazionale».
    Quel che è certo, intanto, è che l'aumento dei respingimenti ad opera della polizia francese stia già producendo effetti dall'altra parte del confine, in alta Val di Susa. Basta metter piede nel rifugio Fraternità Massi di Oulx o al polo logistico di Bussoleno per accorgersene. O osservare la lunga fila di migranti che, a due passi dalla stazione di Oulx, attendono i pullman diretti a Claviere. Intere famiglie disposte a tutto pur di raggiungere la Francia, anche a cambiare percorso per sfuggire ai controlli della Paf. L'altra sera, otto migranti sono stati soccorsi sul monte Janus, tra Claviere e il Monginevro. Bloccati dalla neve, sono stati trasportati all'ospedale di Briançon in ipotermia. Con loro ci sarebbero state altre due persone in difficoltà, ma le ricerche si sono concluse alle 4 del mattino senza successo.
  14. LA SOLITA FACCIATA DI CARTAPESTA : Palazzo Madama ieri ha ospitato un esperimento mai realizzato in Europa: "The Garden of Forking Paths", primo esempio di orchestra itinerante grazie al 5G. È un nuovo modo di immaginare gli spettacoli dal vivo: 4 sassofonisti del SaXemble di Zurigo hanno suonato le musiche composte da Andrea Molino in più punti di piazza Castello, e nel frattempo al primo piano di Palazzo Madama c'era in contemporanea lo stesso concerto suonato da altri 5 musicisti dell'Ensemble Fiarì. Grazie alla rete 5G di Tim con tecnologia Ericsson, i musicisti fuori dal museo hanno interagito con quelli all'interno, e il pubblico grazie a 4 schermi ha partecipato a una spettacolare esibizione in cui è diventata possibile una perfetta simbiosi a distanza dal forte potenziale drammaturgico. «Una sincronia possibile con il 5G - hanno spiegato Alessandro Pane, direttore R&D Italia di Ericsson e Daniele Franceschini, responsabile Innovazione Tim -, che garantisce di restare sotto la soglia dei 3 centesimi di secondo». Sopra, infatti, si perde quella sincronicità priva di errori.
    Oltre alle musiche all'unisono, lo sono stati anche i testi de "Le città invisibili" di Calvino recitati da 4 attori della scuola del Teatro Stabile; la sperimentazione nasce nell'ambito del progetto europeo 5G-Tours, in collaborazione con Rai. «Le tecnologie abilitate dal 5G nel settore culturale - ha aggiunto l'assessore all'Innovazione Chiara Foglietta - sono un possibile volano per una nuova offerta turistica».
    Palazzo Madama fino a maggio sarà coperto dalla rete 5G tramite alcune antenne camuffate tra gli arredi, primo passo della Fondazione Torino Musei verso il futuro: «alla Gam e a Palazzo Madama il prossimo anno alcuni robot faranno da guida per i visitatori, rispondendo a domande inerenti al tour - dice la segretaria generale Elisabetta Rattalino -.Uno di loro andrà nei sotterranei per mostrarli ai visitatori; attraverso un wall interattivo le scuole potranno scoprire Nicola De Maria, e grazie a un'app si vedranno in 3d le ceramiche nelle teche».
  15. LE BUGIE DELLA MERCEDES SUL DIESEL CONTINUANO : Un nuovo attacco, da parte dell’associazione ambientalista tedesca Duh–Deutsche Umwelthilfe, nei confronti della filiera automotive, seppure in tempi recenti abbia dovuto incassare alcune sconfitte (peraltro non tutte in ambito giudiziario). Sotto accusa, dettaglia un rapporto pubblicato nel portale Web della stessa associazione, c’è Mercedes: sarebbero in effetti stati scoperti, a bordo di una Mercedes Classe E turbodiesel del 2016 (equipaggiata con l’unità motrice a sei cilindri della “famiglia” OM642, la stessa adottata anche da Mercedes GLC, GL e Classe G, non sottoposte a test), nuovi dispositivi (ben otto, si legge nel comunicato) che avrebbero manipolato le emissioni inquinanti.
    Stoccarda smentisce

    Daimler AG ha immediatamente smentito sulla stampa tedesca queste rivelazioni (e non sarebbe stato da attendersi il contrario), la stessa reazione è per di più arrivata dalla Kba-Kraftfahrt-Bundesamt (ente che in Germania corrisponde alla “nostra” Motorizzazione). Dunque, il “caso” si limita al momento ad alcune accuse: non c’è chiaramente alcun procedimento, tanto più che nel mirino della Duh c’è, sì, un tipo di alimentazione diesel Euro 6, tuttavia nel frattempo evoluta. Occorre tenere presente che Daimler AG aveva già dovuto stato richiamare 774.000 autovetture a gasolio, dopo che Kba aveva scoperto l’esistenza di “Sistemi non autorizzati” nei motori a gasolio: in particolare i quattro cilindri con Scr e AdBlue per ridurre le emissioni.
    I dettagli del test

    Ad avere effettuato le rilevazioni tecniche è stato l’esperto di software per impieghi automobilistici Felix Domke, già consulente della stessa Kba e che ha in passato prestato la propria collaborazione alla Commissione d’inchiesta del Parlamento federale. Oggetto della prova, una Mercedes E350d BlueTec prodotta nel 2016. La vettura, sottoposta ad una serie di test in condizioni di guida reali, avrebbe evidenziato notevoli riduzioni nell’efficacia dell’Scr (riduzione catalitica selettiva), tanto che le emissioni degli ossidi di azoto (Nox) sarebbero aumentate fino al 500%. L’esperto, si legge nel rapporto Duh, avrebbe in effetti scoperto un totale di otto dispositivi di manipolazione, documentandoli in maniera dettagliata. Sei di questi sistemi sono relativi all’Scr, ed influirebbero sulla riduzione di AdBlue impiegato per l’abbattimento delle emissioni (con un caso di completa disattivazione una volta selezionata la modalità di guida “Sport”). Altri due dispositivi, dettaglia il rapporto, sarebbero legati al sistema di ricircolo dei gas di scarico”. “Non c’è alcuna ragione materiale che possa giustificarne la presenza”.

    Ancora più nel dettaglio, la relazione Duh, attraverso le parole dello stesso Felix Domke, spiega che anche in condizioni di guida normale “Almeno un dispositivo di spegnimento impedisce quasi sempre attivamente il miglioramento delle emissioni, anche se non è necessario fisicamente o per la protezione del motore. Ciò riduce notevolmente la quantità di AdBlue iniettato, necessario per neutralizzare gli ossidi di azoto nell’Scr. Allo stesso modo, viene ridotta la velocità di ricircolo dei gas di scarico. Di conseguenza, l’hardware di elaborazione dei gas di scarico spesso fornisce solo una parte delle possibili rilevazioni e il veicolo emette quantità inutilmente grandi di ossidi di azoto”.
    “Dispositivi ammissibili” secondo Kba

    Mercedes, accusata dall’associazione ambientalista Duh di “Massimizzare i profitti a danno dell’ambiente”, respinge ogni accusa, puntualizzando anzi che non ci sia alcunché di eclatante nella “scoperta”:

    “A nostro parere – indica un portavoce del “colosso” di Stoccarda – in un ambito complessivo, e notevolmente complesso, di controllo delle emissioni, i software non vanno considerati come ‘inammissibili’”.

    La replica Kba è, se mai, ancora più diretta:

    “Il report Duh si riferisce ad otto ‘defeat device’ che si riferiscono ad un modello Mercedes equipaggiato con l’unità turbodiesel OM642. Siamo a conoscenza di tutto questo, i dispositivi sono già stati controllati e giudicati ammissibili”.

    C’era già stato un richiamo ufficiale

    Di fatto, l’oggetto delle accuse da parte di Deutsche Umwelthilfe non consisterebbe in qualcosa di inedito. Attenzione: non vuol dire che motori come l’OM642 nel mirino dell’associazione ambientalista siano mai stati del tutto preservati da qualsiasi questione. Tutto ciò che poteva essere “riveduto e corretto” nelle tecnologie di trattamento dei gas di scarico in ordine alla riduzione delle emissioni per Mercedes Classe E turbodiesel è stato al centro di una campagna di richiamo, in seguito ai provvedimenti che i vertici Kba avevano imposto a diverse Case costruttrici (Mercedes compresa) successivamente allo scoppio del Dieselgate.

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

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Mb

 

10.11.21
  1. PER CAPIRE L'INAFFIDABILITÀ' DELLA SCIENZA MEDICA INTERPETATA  DA ALCUNI MEDICI BASTA LEGGERE LA GIURISPRUDENZA SULL'ERRORE MEDICO.
  2. GRANDI BUGIE PER SALVARE LA FACCIA A DRAGHI :  Le istituzioni europee continuano a parlare di un rialzo dei prezzi temporaneo. Ma il fenomeno in corso da alcuni mesi avrà conseguenze sui consumi di fine anno, che tradizionalmente culminano negli acquisti natalizi: secondo le valutazioni di Confcommercio il calo potrebbe superare i 5 miliardi.
    Di inflazione hanno parlato ieri i ministri finanziari europei alla riunione dell'Eurogruppo. Il commissario agli Affari economici Gentiloni ha anche indicato un arco temporale, la metà del prossimo anno, entro il quale la nuova ondata andrebbe a esaurirsi. Mentre a nome della Bce il capo-economista Philip Lane ha avvertito che una stretta monetaria in questa fase sarebbe «controproducente» in quanto non abbasserebbe la spinta inflattiva, ma andrebbe a penalizzare la ripresa economica.

    Dietro queste rassicurazioni però il tema è preso sul serio a livello istituzionale. Si guarda anche a quello che succede dall'altra parte dell'oceano: il presidente della Fed di St. Louis James Bullard ha detto che la banca centrale americana potrebbe muoversi prima di quanto si attendesse finora, con due aumenti dei tassi di interesse nel corso del prossimo anno.

    LA TRANSIZIONE

    Anche il ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire ha giudicato «transitorio» quanto sta accadendo, introducendo però una distinzione: l'incremento dei prezzi generalizzato è destinato a rientrare, ma c'è una componente «strutturale» degli aumenti, che è quella legata all'energia fossile in questa complicata fase di transizione verso un nuovo modello.
    Tema quest' ultimo su cui sono attese iniziative anche a livello europeo. In ogni caso nel breve periodo sarà difficile se non impossibile evitare un impatto sui consumi. In Italia Confcommercio ha già provveduto a quantificarlo, ipotizzando due diversi scenari: nel primo, che prevede per l'ultimo trimestre dell'anno una media di aumento del 3 per cento dell'indice dei prezzi su base tendenziale, la riduzione dei consumi sarebbe di 2,7 miliardi.
    Un andamento del genere viene dato per probabile: a ottobre la crescita annua è stata del 2,9 per cento (3,1 per l'indice armonizzato europeo). Ma nell'ipotesi, comunque giudicata «non irrealistica» dall'ufficio studi dell'associazione, che il rialzo dei prezzi si spinga fino al 4 per cento, allora il calo sarebbe di 5,3 miliardi.
    Come si arriva a questa stima? Confcommercio spiega che per circa il 70 per cento dell'impatto dipende dalla perdita di potere d'acquisto diretto da parte dei consumatori, che dati i prezzi più elevati riusciranno a comprare di meno. Ma c'è anche un effetto più indiretto, legato all'assottigliamento della ricchezza finanziaria detenuta in forma liquida e quindi non protetta dalle dinamiche inflattive.

    Il tutto in un contesto in cui ci sono alcune spese incomprimibili, come quelle legate ai trasporti o al riscaldamento, che già risentono degli incrementi dei prezzi internazionali del gas: i margini di movimento dei consumatori risulterebbero quindi ulteriormente limitati.

    LE CONSEGUENZE

    Naturalmente se la tendenza proseguisse in modo significativo nel 2022 le conseguenze si farebbero sentire - attraverso i consumi - sulla crescita del prossimo anno che dopo il fortissimo rimbalzo previsto per il 2021 è attesa comunque su valori superiori al 4 per cento.
    Insieme al rischio di una ripartenza della pandemia, che in realtà soprattutto al di fuori dell'Italia si sta già manifestando con intensità, quello legato alle materie prime e ai prezzi è il principale rischio al ribasso indicato in tutte le previsioni macroeconomiche delle istituzioni e dei centri studi privati.

    Nella sua indagine rapida sull'andamento della produzione industriale il Centro studi di Confindustria ha già osservato che il rallentamento registrato nel terzo trimestre dell'anno è imputabile ad una serie di fattori come la scarsità di materiali (e in alcuni casi anche di manodopera) e l'aumento dei costi, in particolari di quelli connessi all'esportazione.
    In questo scenario è delicatissimo il ruolo delle banche centrali, che stanno gestendo la graduale fuoriuscita dai programmi straordinari di acquisto di titoli e hanno in mano la leva per possibili rialzi dei tassi di interesse. Rialzi che se non opportunamente calibrati rischiano di assestare un duro colpo alla ripresa.
  3. IL RICATTO CONTINUA :  Nonostante le rassicurazioni di Vladimi-5r Putin, il colosso russo Gazprom non ha aumentato le forniture di gas all'Europa come promesso. Da ieri avrebbe dovuto iniziare a riempire i siti europei di stoccaggio, ma non lo ha fatto. E con ogni probabilità non lo farà nemmeno nei prossimi giorni, creando tutti i presupposti per un ulteriore aumento dei prezzi energetici (ieri sono saliti del 10%). Con inevitabili ripercussioni sull'inflazione, che nel mese di ottobre è schizzata al 4,1% nell'Eurozona.
    La Bce - tramite il suo capo-economista Philip Lane - ha assicurato che l'aumento dell'inflazione è un fattore temporaneo, non cronico. E questa è anche la previsione della Commissione europea, che giovedì pubblicherà le sue stime economiche. Secondo Paolo Gentiloni, «l'inflazione potrebbe rientrare nella prima metà del prossimo anno», ma resta uno dei fattori di incertezza che pesano sulla ripresa. Gli altri sono l'evoluzione della pandemia e le strozzature nelle catene di approvvigionamento, come ha sottolineato anche il presidente dell'Eurogruppo, Paschal Donohoe.
    Per il ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire, «l'incremento dei prezzi dell'energia è un fattore strutturale». Per questo Le Maire ha proposto di introdurre alcune misure a tutela dei consumatori, tra cui un sistema di stabilizzazione automatica dei prezzi per evitare che i fornitori si arricchiscano troppo alle spalle dei consumatori e l'obbligo di offrire contratti a prezzo stabile. Parigi, insieme con Madrid e Roma, preme inoltre per una più ampia riforma del mercato energetico. «Ma questo non risolverà il problema dell'aumento dei prezzi» ha però insistito l'olandese Wopke Hoekstra, capofila dei Paesi che si oppongono a una modifica strutturale.
    La Commissione ha da tempo avviato un'indagine su Gazprom per verificare eventuali manipolazioni del mercato. Gentiloni ha spiegato che il comportamento del colosso russo sarà al centro dell'Ecofin di oggi. Il commissario ha inoltre ricordato che la creazione di stock comuni di gas, chiesta tra gli altri dal governo italiano, potrebbe essere una soluzione al problema, anche se ovviamente soltanto nel medio periodo.
    All'Eurogruppo di ieri c'è stato poi il primo confronto tra i ministri sulla revisione del Patto di Stabilità, dopo che la Commissione ha avviato ufficialmente la consultazione pubblica. Per Le Maire «la regola del 60% del debito è obsoleta e dunque è impensabile mantenere lo status quo». Di parere diametralmente opposto i ministri dei governi frugali. Paolo Gentiloni, commissario europeo all'economia, ha ammesso che la soluzione «non arriverà in tempi rapidissimi» e che «non sarà facile», ma ha invitato i ministri a disegnare regole capaci di portare a una riduzione del debito «realistica e pro-crescita» visto che una modifica delle soglie previste dai Trattati al momento è esclusa.
    Intanto rischia di slittare l'introduzione del backstop comune per il fondo di risoluzione unico delle banche che era stata prevista dalla riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Dovrebbe partire dal 1° gennaio 2022, ma alcuni parlamenti nazionali non hanno ancora ratificato la riforma. Quello italiano, per esempio, che ha fin qui evitato il delicato passaggio politico per via dell'opposizione della Lega, ma dovrebbe farlo nelle prossime settimane. All'appello mancano anche il parlamento finlandese e quello irlandese, ma il vero problema riguarda la Germania: i liberali hanno fatto ricorso alla Corte di Karlsruhe perché chiedono di votare la riforma con una maggioranza di due terzi. In attesa del verdetto dei giudici, la ratifica è stata sospesa. —
  4. ECCO LA PROVA CHE E' TUTTA UNA PRESA IN GIRO : Il tempo stringe. Il 12 novembre, data di chiusura della Conferenza sul Clima, si avvicina rapidamente e il febbrile lavoro dei negoziatori non si ferma neanche di notte. Ma lontano dalla frenesia tutta discorsi, star e applausi, nelle salette private e blindate dove si sta cercando di mettere in piedi il documento finale della «storica» Cop26, si respira tutto fuorché entusiasmo. Nella bozza preliminare diffusa dal presidente della conferenza di Glasgow, Alok Sharma, c'è tutto quello che dovrebbe esserci tranne il punto fondamentale: l'addio, seppure graduale, ai combustibili fossili. Che neppure vengono citati. Eppure, sarebbe una delle condizioni necessarie alla transizione verde. La «dimenticanza» secondo attivisti e osservatori ha una causa precisa: le lobby del petrolio. Mentre i leader del mondo si affannano a trovare accordi, intese e alleanze per ridurre l'inquinamento da CO2, i gruppi di pressione lavorano senza sosta per boicottarli e continuare a bruciare combustibili fossili.
    Il primo campanello d'allarme l'aveva suonato GreenPeace, che a fine ottobre aveva svelato, grazie a un'inchiesta realizzata da Unearthed, team di giornalisti investigativi, l'esistenza di una lobby che stava lavorando dietro le quinte per «annacquare» il rapporto sul clima dell'International Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite, in modo da eliminare le conclusioni più scomode, quelle che potrebbero minacciare gli interessi di alcune grandi aziende e Paesi. In prima fila c'era l'Arabia Saudita. Ieri è arrivata anche l'inchiesta degli attivisti di Global Witness, che hanno analizzato l'elenco dei partecipanti alla Cop26 e hanno scoperto che 503 delegati con legami e interessi nei combustibili fossili erano state accreditate. Un numero enorme, se pensiamo che sulle circa 40.000 persone che partecipano alla Cop il Brasile ha la più grande squadra di negoziatori, con 479 delegati.
    «Se l'industria dei combustibili fossili fosse un Paese - dicono da Global Witness - avrebbe di gran lunga il maggior numero di delegati. Centinaia di lobbisti hanno invaso Glasgow, difendendo gli interessi dei grandi inquinatori. È come se i lobbisti di Big Tobacco intervenissero a una conferenza sul cancro ai polmoni».
    E il paragone non è casuale. Come l'industria del tabacco ha negato per anni gli effetti dannosi sulla salute, «l'industria dei combustibili fossili ha passato decenni a negare e ritardare un'azione reale sulla crisi climatica – spiega Murray Worthy di Global Witness. La loro influenza è uno dei motivi principali per cui 25 anni di colloqui sul clima non hanno portato a tagli reali delle emissioni globali».
    Ancora secondo Unearthed, l'Arabia Saudita, ma anche Australia e Giappone hanno spinto per rimuovere dai rapporti che il mondo ha bisogno di eliminare gradualmente i combustibili fossili e l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), dal canto suo, ha voluto eliminare diversi passaggi, tra cui un riferimento a «potenti gruppi di pressione che hanno interesse a mantenere le attuali strutture economiche ad alto contenuto di carbonio».
    Non solo: il Regno Unito ha organizzato il vertice in collaborazione con aziende come Boston Consulting Group, che fornisce consulenza alle compagnie petrolifere e del gas, e l'unica differenza rispetto alle precedenti Cop è che sono state vietate le sponsorizzazioni dirette alla Conferenza. Ma non è un mistero che diversi eventi collaterali siano stati organizzati da grandi aziende o banche che investono nei combustibili fossili o organizzazioni come la Association of Oil and Gas Producers.
    Il tempo stringe, il documento è ancora una bozza, ma se non si inverte la rotta, i grandi inquinatori potrebbero averla vinta ancora una volta.
  5. LA CINA SI STA PREPARANDO ALLA GUERRA ? Nel giorno in cui i vertici del Partito comunista cinese si raduna per il Plenum che segnerà i prossimi anni della Cina e garantirà un'estensione al potere di Xi Jinping, Washington smaschera le mire cinesi: secondo quando documentato da immagini satellitari citate dallo Us Naval Institute, l'esercito cinese sta utilizzando una copia di una portaerei statunitense e di due cacciatorpedinieri per il test di missili balistici in un'area desertica del vasto Paese asiatico. Sono immagini che danno la misura delle mire di Pechino di innalzare i propri sistemi di Difesa, prendendo specificamente come obiettivo la Marina Usa.
    Le repliche di una portaerei e di almeno due cacciatorpedinieri di classe Arleigh-Burke usati come bersaglio sono state rilevate nel deserto del Taklamakan - nella regione autonoma nord-occidentale dello Xinjiang - un'area che viene usata per testare i missili balistici da parte di Pechino.
    L'Esercito Popolare di Liberazione cinese ha diversi programmi anti-missile e ha condotto la prima esercitazione con missili anti-nave a fuoco vero nel Mare Cinese Meridionale nel luglio 2019; lo scorso anno, sempre nella stessa area, avrebbe invece usato missili balistici anti-nave contro bersagli in movimento per la prima volta, ma senza darne notizia. Entrambe le riproduzioni di unità navali Usa usate per l'esercitazione sono tra quelle dispiegate alla Settima Flotta Usa nel Pacifico occidentale, tra cui le acque che circondano Taiwan.
    Lo scorso anno, in un'esercitazione nello Stretto di Hormuz, anche i pasdaran iraniani utilizzarono come bersaglio una finta portaerei. Sempre nel 2020, la Cina effettuò nel Mar Cinese Meridionale il primo test del missile balistico anti nave DF-21. In questo contesto di scontro con gli Stati Uniti, Xi rilancia le mire espansionistiche cinesi e le sue ambizioni. Lo fa al Plenum. Che Xi voglia restare al potere non è un segreto dopo l'abolizione dei limiti al mandato presidenziale del 2018, ma il documento atteso l'11 novembre getterà le basi per qualcosa di diverso. Solo Mao Zedong e Deng Xiaoping hanno pubblicato una cosiddetta «risoluzione storica» ed entrambi hanno usato le loro dottrine sulla storia cinese per dominare il Partito comunista fino alla loro morte. Nel 1945, Mao eliminò gli oppositori alla sua visione politica quattro anni prima della fondazione della Repubblica popolare; nel 1981, Deng spianò la strada alle politiche di apertura e riforme della nuova Cina con un giudizio sull'operato del Grande Timoniere, valutato «per il 70% giusto e per il 30% sbagliato». Fare in modo che i funzionari sostengano la sua azione nei quattro giorni di clausura in un albergo militare sarà l'obiettivo: Xi getterà le basi del XX congresso del Pcc di fine 2022 che gli affiderà il terzo mandato e la leadership più potente dai tempi di Mao.
  6. COSA SUCCEDERA' DOPO ? A Lampedusa, in meno di 24 ore, sono arrivati 500 migranti: 5 sbarchi autonomi di tunisini e un maxi salvataggio di Guardia di finanza e Guardia costiera che al largo dell'isola hanno soccorso 385 persone, tra loro 16 donne e 14 minori. Erano su un barcone partito dalla Libia e che imbarcava acqua. Tutti sono stati portati nell'hotspot dell'isola, dove ci sono ora circa 700 persone, per le procedure di identificazione e i test anti-Covid. In navigazione attorno all'isola c'è la Ocean Viking di Sos Mediterranée, con 306 migranti, in attesa di un porto di sbarco. Ieri, arrivi di migranti anche dalla «rotta turca»: cinque sbarchi in Salento, 167 le persone arrivate. Altre 112 persone su due imbarcazioni sono arrivate nel Crotonese. A Trapani concluse ieri mattina le operazioni di sbarco delle 847 persone della Sea.

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09.11.21
  1. I COSTI DEI VACCINI CI METTERANNO IN GINOCCHIO = MALAGESTIO :    È già iniziato il conto alla rovescia: 50 giorni per la manovra. Anche il governo Draghi ha presentato la legge di bilancio in ritardo, restringendo così l'esame del Parlamento. Il testo della finanziaria approvato il 28 ottobre scorso, infatti, non è ancora stato trasmesso al Senato. L'obiettivo dell'esecutivo è quello di chiudere le questioni aperte tra oggi e domani e inviare l'articolato a Palazzo Madama massimo entro mercoledì. Restano dunque meno di due mesi alle Camere (dal 10 novembre al 31 dicembre) per discutere e approvare la manovra. Ieri giornata di lavoro al ministero dell'Economia, riunioni e incontri proprio per sciogliere gli ultimi nodi. Tra i dossier da risolvere, è scoppiata la grana delle risorse da girare alle regioni per coprire le spese sanitarie del 2021 legate al Covid. I governatori lamentano un buco di 2 miliardi.
    Diverse regioni temono bilanci in deficit. In assenza di fondi aggiuntivi, quelle che non potranno sanare il disavanzo rischiano il commissariamento e, tra le conseguenze, il blocco delle assunzioni.
    «Finora le interlocuzioni con il governo non hanno dato gli esiti sperati e non c'è ancora una soluzione», dice il presidente della regione Abruzzo, Marco Marsilio.
    Sul tavolo c'è la possibilità di stanziare subito una parte dei fondi e avere a disposizione il resto nel corso del 2022. Secondo Marsilio nella finanziaria sono stati previsti 2 miliardi, rispetto ai 4 che servono per evitare i conti in rosso. «Dopo due anni di pandemia l'incremento strutturale per affrontare i maggiori costi dovuti all'emergenza non c'è stato. Abbiamo avuto più fondi solo per coprire il 2019 e il 2020, oggi ci viene risposto che manca la possibilità di ulteriori stanziamenti».
    A differenza della bozza approdata a Palazzo Chigi, la manovra arriverà in Parlamento con dei correttivi sui bonus edilizi e su Opzione donna. Il pressing della maggioranza e delle imprese dovrebbe confermare fino al 2024 la cessione del credito e lo sconto in fattura per il sismabonus, l'ecobonus e il bonus facciate, mentre inizialmente il Tesoro aveva pensato di tenere in piedi l'agevolazione sul pagamento delle ristrutturazioni solo per il Superbonus al 110%. Una marcia indietro obbligata, perché l'esecutivo ha capito che in commissione Bilancio sarebbe andato sotto. Stesso discorso per Opzione Donna, la pensione anticipata per le lavoratrici in possesso di almeno 35 anni di contributi. L'accesso elevato di due anni nella bozza – 60 anni di età anagrafica per le dipendenti e 61 per le autonome – tornerà al requisito attuale: 58 e 59 anni. Ovviamente tutte queste modifiche implicano nuove coperture da trovare, esercizio non banale in un quadro di stabilità dei saldi.
    Mentre i 5 stelle insistono sul ripristino del cashback, c'è un'altra partita che agita i partiti: come ripartire il taglio di 8 miliardi delle tasse. Centrodestra e Italia viva puntano sul superamento immediato dell'Irap, il Pd spinge su un alleggerimento del carico sulla busta paga dei lavoratori. Quanto alle richieste delle imprese, per il Pd la via maestra per riequilibrare l'aumento fiscale dovuto agli ammortizzatori sociali è la cancellazione dei contributi per gli assegni familiari pagati dalle aziende. Matteo Salvini annuncia emendamenti per tagliare gli sprechi del sussidio e destinarli a due obiettivi: «Taglio delle tasse sulle bollette di luce e gas, aumento del bonus per genitori separati e divorziati che dopo il Covid non riescono a pagare l'assegno di mantenimento a figli o ex coniugi».
  2. SOLO I  SINDACATI SI SONO ACCORTI CHE DRAGHI E' INCREDIBILE ?   La grande mobilitazione comincia oggi, e c'è un solo punto fermo: la manovra, così com'è, non funziona. Sull'arma da mettere sul tavolo del governo, però, i sindacati sono divisi. L'intervista di Maurizio Landini alla Stampa, con la minaccia di uno sciopero se non verranno i risolti i problemi, non ha fatto sobbalzare solo il presidente della Confindustria che ha parlato di «ricatto» ma anche i leader delle altre sigle. C'era un accordo, un percorso condiviso, e per non rompere il fronte bisognerebbe evitare i passi avanti non concordati, spiegano dai quartier generali, anche se dal basso c'è chi incalza e qualcuno ha già deciso di incrociare le braccia.
    «In questa fase sono necessarie iniziative di mobilitazione costruttiva, che non danneggino lavoratori e aziende. Abbiamo definito un programma articolato di iniziative, non appena il testo della legge di Bilancio sarà depositato in Parlamento partiranno assemblee nei luoghi di lavoro, presidi e dove necessario manifestazioni territoriali e di categoria» sostiene il leader della Cisl, Luigi Sbarra. «Dobbiamo riallacciare i fili del dialogo - è il suo ragionamento - e non è trasformando i luoghi di lavoro in trincee che riusciremo a farlo».
    Prima di strappare, occorre aspettare che il governo convochi «i tavoli su fisco e pensioni», i due temi che stanno più a cuore ai sindacati. È una linea condivisa dalla Uil anche se, spiega il numero uno Pierpaolo Bombardieri, «non abbiamo mai derubricato dal nostro vocabolario il termine sciopero generale». Nonostante ciò, si tratta di «uno strumento, non un obiettivo». Ma anticiparlo - come fatto dalla Fiom, che ha deciso un pacchetto di otto ore - sarebbe un errore. Anche tattico. La via maestra contro «una manovra insoddisfacente» resta dunque «il confronto con la nostra gente», con quelle assemblee di fabbrica alle quali, in questa fase, dovrebbe essere comunque lasciata mano libera. Nel mirino delle sigle c'è soprattutto Quota 102. Per assemblea della Cgil, che ha preparato un documento, «la mediazione politica raggiunta» sui temi previdenziali interessa un numero «limitatissimo» di «lavoratrici e lavoratori» e non darebbe una risposta complessiva sulla necessità di prevedere una flessibilità in uscita per tutti dopo 62 anni di età o 41 anni di contributi, una pensione di garanzia per i giovani e interventi per le donne.
    Questo pomeriggio andrà in scena una sorta di prova generale. I metalmeccanici, uniti, hanno convocato una conferenza stampa per annunciare lo sciopero di otto ore alle Acciaierie d'Italia-ex Ilva, all'ex Lucchini di Piombino, e alla Jsw. Una protesta che sarà accompagnata da una manifestazione a Roma davanti al ministero dello Sviluppo economico, per chiedere «un piano nazionale della siderurgia, investimenti, occupazione e sviluppo». A spaventare è soprattutto Taranto e Roberto Benaglia (Fim) Francesca Re David (Fiom) e Rocco Palombella (Uil) chiedono «di mettere fine alle incertezze e alla cassa integrazione, un piano industriale credibile, certezze per i lavoratori in amministrazione straordinaria, un fondo sociale per dare garanzie occupazionali alla decarbonizzazione che vedrà il primo banco di prova in Italia e tutele per i lavoratori dell'indotto».
    Sabato sarà invece la volta degli edili di Fillea Filca Feneal che scendono in piazza a Roma per rilanciare il tema della sicurezza. Gli slogan: «Basta morti sul lavoro» e «Basta over 60 nei cantieri». In marcia anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Uniti, fino alla prossima curva.
  3. ECCO LA LOGICA PERICOLOSA DEL PD (MAGGIORANZA DELLA MINORANZA) CHE NON SBAGLIA MAI : Messaggio del padre: «Ciao tesoro, il papà non riesce ad avere risposte per portarti fuori a mangiare il sushi, spero che tu stia bene. Ti voglio un mondo di bene». Commento dell'assistente sociale alla collega: «Questo alla bambina non lo facciamo sentire, vero?».
    Era l'estate populista del 2019. Quelli della Lega giravano l'Italia con una maglietta nera: «Parliamo di Bibbiano». Luigi Di Maio, allora in versione gialloverde, pronunciava parole che presto si sarebbe rimangiato: «Mai con il partito di Bibbiano!». Si riferiva al Pd, all'inchiesta sul sistema degli affidati pilotati in una delle regioni più ricche e di sinistra d'Italia, «Angeli e demoni» era il nome. C'era il cosiddetto lupo di Bibbiano: il ladro di bambini. C'era l'elettrochoc per estorcere ricordi. E mai un caso di cronaca giudiziaria era stato così strumentalizzato a fini elettorali.
    Ora, dopo 55 mila pagine di atti giudiziari racchiusi in 17 faldoni, parlare di Bibbiano è possibile. Lo farà un giudice, innanzitutto: la prima sentenza è attesa giovedì 11 novembre 2021. Quando il gup Dario De Luca dovrà pronunciarsi sul caso dello psichiatria Claudio Foti, titolare dello studio Hansel&Gretel, accusato di frode processuale e di lesioni gravissime proprio per i suoi metodi psicanalitici: «Perché alterava lo stato psicologico della minore X, sottoponendola a sedute serrate, attraverso modalità suggestive e suggerenti, con la voluta formulazione di domande sul tema dell'abuso sessuale e ingenerando in tal modo in capo alla minore il convincimento di essere stata sessualmente abusata dal padre…». Sempre quel giorno il gup dovrà pronunciarsi anche sulle 22 richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura. Cioè per tutti gli altri indagati che, a differenza di Foti e di un'assistente sociale con un ruolo marginale, hanno scelto il rito abbreviato. Qualcosa di importante, intanto, si può già dire: tutti i minori sottratti alle famiglie da quel servizio sociale della Val d'Enza, tutte le vittime dei presunti abusi sessuali avvenuti nella zona di Bibbiano e finiti nelle carte dell'inchiesta, sono ritornati a casa dai genitori. Dieci vittime su dieci sono state restituite alle famiglie, con altre sentenze del Tribunale per i minorenni. Ogni nucleo famigliare è stato ricostituito. Ma cosa succedeva, allora, in val D'Enza, in quella terra di confine fra le province di Parma e Reggio Emilia?
    Le segnalazioni ai servizi sociali erano statisticamente simili quelle delle altre province italiane. Ma i casi di bambini e bambine sottratti alle famiglie per sospetti abusi sessuali lì, e soltanto lì, erano spropositati. Nel 2015 i minori in struttura sono 18: nessuno in affidamento. Nel 2016 il dato schizza a 33 e 104. Nel 2017 la situazione è questa: 40 minori in struttura, 110 in affidamento. Dato che quasi raddoppia nel primo semestre del 2018. In mezzo a questi numeri ci sono le storie uniche, e tutte dolorose, finite al centro dell'inchiesta. Pagine e pagine così. «Omettevano di riferire circostanze positive». «Falsificavano la relazione». «Denigravano i genitori del minore». Atti di sadismo inventanti e disegni manomessi. Simboli fallici aggiunti dagli adulti incaricati di capire. I paragoni fra il Natale povero a casa e quello ricco con i genitori affidatari. I commenti denigratori su una madre forse prostituta. Il bacio di un padre «troppo affettuoso al punto da lasciare il segno rosso», che in realtà era normalissimo. Regali mai consegnati ai figli. Diari nascosti, prove taciute. «Attestavano falsamente che lo stato emotivo della bambina era dovuto dal trauma nell'aver incontrato i genitori». Ma quella ragazzina in quei giorni scriveva bigliettini così: «Sono triste di non essere a casa con i miei genitori. Non ho dormito. Questa notte ho pianto tanto perché mi mancavano». C'è tutto questo nelle carte dell'accusa. Cibo avariato che non lo era, gemiti di piacere che non lo erano. C'è una continua ricerca di risposte di segno preciso: «Suggeriva ripetutamente la necessità di svuotare gli scatoloni metaforicamente presenti nella cantina dei propri ricordi, alcuni dei quali chiamati papà e sesso. Promettendo vantaggi». E c'è, anche, uno strumento terapeutico, non riconosciuto in Italia dall'ordine degli psicologici, chiamato «la macchina dei ricordi», cioè il Neurotek Audioscan: «Impulsi elettromagnetici». Un apparecchio usato su una bambina senza l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria. «È una serie interminabile di falsi, frodi processuali e depistaggi», ha scritto il pubblico ministero Valentina Salvi. Perché tutto questo, se tutto questo sarà dimostrato? Per soldi, cioè per continuare a alimentare quel sistema economico di perizie e psicoterapie? O per convinzione? «Leggere le carte per me è stato sconvolgente», dice l'avvocatessa Marta Rovacchi che difende due vittime. «A mio avviso a Bibbiano c'è stato un pregiudizio diffuso sul fatto che qualsiasi problematica famigliare, giustamente approdata ai servizi sociali, doveva per forza avere alla base un abuso sessuale. C'è stato accanimento nell'andare a scovare violenze che non erano mai avvenute».
    Nessuno si è salvato. Una delle vittime, sentita da un perito nominato dalla procura, dice: «Oggi non so più in un rapporto fra un uomo e una donna cosa sia normale e cosa no per colpa di quello che mi è stato fatto credere». Fra le 22 persone per cui il pm ha chiesto il rinvio giudizio c'è anche il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, «il sindaco del Pd». Alle 9 di mattina prende un caffè al bar davanti al Municipio, scherza sul Milan e racconta di come procederanno i lavori per la risistemazione della piazza. Dopo il periodo passato agli arresti domiciliari, è tornato al suo posto. «Ho sempre scelto di non commentare l'inchiesta, tenendo un basso profilo. Questo è il mio stile e farò così fino alla sentenza». Le accuse nei suoi confronti sono di ordine economico, e cioè di aver permesso che quel sistema abnorme si alimentasse senza nemmeno una regolare gara d'appalto, concedendo il locali pubblici della struttura «La Cura» di Bibbiano per un uso sostanzialmente privato: le sedute di psicoterapia di Foti costavano il doppio del dovuto.
    Di tutto quanto scritto fino a qui, non c'è una sola parola che la difesa dallo psichiatra Claudio Foti - il pm per lui ha chiesto 6 anni di carcere - condivida. Gli avvocati Andrea Coffari e Giuseppe Rossodivita, quest'ultimo avvocato anche del Partito Radicale, le ritengono del tutto infondate. Hanno una relazione del professor Luigi Cancrini che inizia con queste parole: «Il dottor Foti ha dato seguito a quanto disposto dal Tribunale dei Minori di Bologna perseguendo l'unica ed esclusiva finalità di portare avanti un trattamento del trauma, ascoltare le problematiche della paziente, rispettando le sue emozioni e i suoi bisogni…». Sostengono che Foti sia un martire della Giustizia italiana. Sostengono che sia stato «mostrizzato» nel processo mediatico che ha preceduto quello penale. A suffragare la «mostrizzazione» di Foti, qualche elemento c'è. L'altro giorno in un ristorante di Reggio Emilia il titolare si è rifiutato di servirgli da mangiare: «Qui il lupo di Bibbiano non lo vogliamo!».
  4. PRIMA SBAGLIA E GUADAGNA E POI SI LAMENTA ( DA CARNEFICE A VITTIMA  ?): Dottor Claudio Foti, può raccontare cosa è successo l'ultima volta che si è seduto al tavolo di un ristorante?
    «Ero con il mio avvocato a Reggio Emilia, la città del processo. Scendiamo nel ristorante dell'albergo per cena, ci sediamo e si avvicina il responsabile di sala: "Qui non diamo da mangiare al lupo di Bibbiano!".Aveva espressioni del viso che esprimevano ripulsa nei miei confronti. Ne nasce una discussione, io me ne sarei andato. Ma il mio avvocato ha chiamato i carabinieri che hanno verbalizzato l'accaduto».
    Che effetto le ha fatto?
    «Ci sono rimasto molto male. Ho imparato qualcosa su cosa sono gli eventi stressanti. Non te lo aspetti: quello era un luogo che vivevo come sicuro. La cameriera già aveva portato via l'olio e l'aceto. Poi il direttore dell'hotel si è scusato, ma sto meditando se sporgere querela».
    Perché si travestiva da lupo per spaventare i bambini durante le sedute di psicoterapia?
    «Ma questo è falso! Totalmente falso. Un falsità circolata nei primi mesi e poi rimasta a circolare. Io non facevo le terapie con i bambini, e non mi travestirei da lupo neppure a Carnevale. Al centro studi abbiamo usato le marionette: è un gioco simbolico, per cui abbiamo vinto anche un premio. Ma niente, ormai è andata: Foti il lupo. Il processo mediatico ha stravolto i termini del processo reale».
    Lei è accusato di concorso esterno in abuso d'ufficio, frode processuale e lesioni gravissime. Le lesioni sono quelle che avrebbe provocato con sedute di psicoterapia a senso unico, nell'ostinazione di andare a trovare un abuso sessuale. Cosa risponde?
    «Quelle sedute sono registrate. Secondo me, sono fatte bene e si vede un miglioramento della paziente. Ma l'accusa mediatica circolata è quella della terapia suggestiva con bruta formulazione di domande suggerenti».
    Lei lavorava a Bibbiano tramite un affidamento diretto del sindaco, cioè senza appalto. Faceva pagare 135 euro a seduta un servizio pubblico, mentre la cifra è 70 euro. Perché?
    «Perché partivo da Torino. Quella era la cifra con le spese incluse. Ma niente: Foti l'affarista».
    I suoi avvocati dicono che lei è stato «mostrificato». Si sente un mostro?
    «Mi sento un uomo distrutto, un professionista finito. Il 95% del mio lavoro è sparito. Mi hanno fatto diventare il capo di una cupola che gestiva affidamenti. Prima mi cercavano, ora sono spariti tutti: giustamente nessuno vuole un convegno con il lupo di Bibbiano. La mia credibilità professionale, se non verrò assolto, è irreversibilmente danneggiata dal processo mediatico».
    Come sta passando i giorni che precedono la sentenza di primo grado?
    «Sto scrivendo un libro su quello che mi è successo. Mi ha salvato la meditazione buddista, ma ho sempre grande paura di ammalarmi perché queste sono cose che uno finisce per somatizzare. Sono in difficoltà con una pensione da 490 euro al mese. Ho cercato di prendermi cura di me in questa situazione di isolamento estremo, aspettando tempi migliori».
    Secondo l'accusa, toglievate i bambini ai genitori con accanimento, inseguendo ossessioni di abusi sessuali inesistenti. Lo facevate con ogni arma a vostra disposizione, anche falsificando la realtà. Cosa risponde?
    «È lo stesso teorema di Veleno, l'inchiesta sui casi della Bassa Modenese. Gli psicologici sono suggestionanti, i bambini sono inaffidabili. Lo stesso schema».
    Cosa si aspetta dalla sentenza?
    «Tutti hanno bisogno di un giudice sereno. Noi abbiamo bisogno di un giudice coraggioso per fare prevalere gli aspetti di diritto sui fattori culturali e emotivi. Nel merito delle accuse qui non voglio entrare, non mi sembra corretto. Intanto sono contento di essere sopravvissuto».
  5. ECCO A VOI LO SQUALO ELON MUSK :Centoquaranta caratteri per infiammare la rete, smuovere le coscienze ed entrare a gamba tesa nella politica di Washington, lanciando la sua personale sfida al presidente degli Stati Uniti. Elon Musk torna a far parlare di sé organizzando un referendum tra i suoi quasi 63 milioni di «seguaci» di Twitter. «Ultimamente si parla molto di guadagni non realizzati come mezzo di elusione fiscale, quindi propongo di vendere il 10% delle mie azioni Tesla», scrive l'uomo più ricco del mondo chiamando in causa Joe Biden e la sua proposta di far pagare più tasse ai ricchissimi d'America per finanziare l'agenda economica e sociale della Casa Banca andando ad operare un prelievo fiscale sulle «plusvalenze virtuali» di chi possiede titoli il cui valore è schizzato in alto. Proprio come quelli di Tesla, che hanno permesso a Musk di diventare l'uomo più ricco del pianeta con un patrimonio cresciuto del 1.700% a 388 miliardi di dollari in soli due anni. Nel mirino del visionario defezionista della Silicon Valley (ha preferito il Texas alla California) c'è una proposta di legge avanzata dai democratici in Senato con cui si intendono tassare non solo i guadagni in conto capitale, ovvero ottenuti dalla vendita di pacchetti azionari, ma anche le «plusvalenze virtuali» legate alle azioni che non vengono vendute, secondo il principio del «mark-to-market», ovvero sul valore dato dal mercato. Si tratta di una norma che prenderebbe di mira circa 700 tra le persone più ricche degli Usa - spiega il promotore, il presidente della commissione finanze del Senato, il democratico dell'Oregon Ron Wyden - da cui attingere preziose risorse per finanziare il maxi piano da 1.800 miliardi di dollari di Biden. Ovvero quello che contiene drastiche misure sociali e ambientali ma che per ora rimane al palo in Congresso per le contrapposizioni tra l'ala moderata e quella progressista dell'Asinello, divise sulle ricadute in termini di deficit federale. Di qui il futuro incerto, con un voto tra Senato e Camera per ora previsto entro fine novembre. Ebbene la nuova tassa sui Paperoni d'America poteva essere un modo per superare l'impasse: la legge avrebbe eliminato la capacità dei miliardari di differire a oltranza le imposte sulle plusvalenze.
    La proposta però ha suscitato una forte opposizione ed è stata abbandonata alla spicciola alla fine di ottobre, sebbene i democratici siano pronti a riprenderla in mano in caso di stallo del piano di investimenti a Capitol Hill. E così a mettersi di mezzo è stato Musk il provocatore non nuovo a stravaganti sortite sui social come quando si è lanciato in dichiarazioni passionali per le criptovalute o come quando, il 7 agosto del 2019, annunciò la sua intenzione di effettuare un ritiro di Tesla dal listino azionario del Nasdaq a 420 dollari per azione. Azioni che hanno sempre avuto un peso. E questa non sembra essere da meno, anche perché lo stesso imprenditore visionario scrive su Twitter «rispetterò i risultati di questo sondaggio, in qualunque modo andrà», tirando in ballo il presidente Usa una riga più sotto con un gioco di parole arrotondando «abide» (ovvero rispetterò) in «abide(n)». Una sorta di citofonata al 1600 di Pennsylvania Avenue con cui Musk vuole far vedere di essere dalla parte degli oppositori, non tutti super ricchi, i quali temono che l'imposta possa essere allargata per applicarla, tra l'altro, ai beni dei contribuenti meno abbienti. «Succede che finiscono i soldi degli altri e vengono da te», aveva scritto il patron di Space X il mese scorso su Twitter. Musk contesta che le «plusvalenze virtuali» siano legate al concetto di elusione fiscale, e spiega che l'unico modo per pagare le tasse è per lui vendere le azioni, con conseguenze imprevedibili sull'andamento del titolo e i riflessi sul mercato. Musk infatti detiene azioni Tesla per circa 200 miliardi (17% del capitale), e il 10% che dovrebbe vendere (visto il 58% dei sì) ammonta ad almeno 20 miliardi di dollari. «Il fatto che l'uomo più ricco del mondo paghi o no le tasse - replica lo stesso senatore Wyden - non dovrebbe dipendere dai risultati di un sondaggio su Twitter».
  6. CINGOLANI L'IMPRONTA DELLE LOBBY DI POTERE CHE VOGLIONO CONTINUARE A ROVINARE IL MONDO PER I LORO INTERESSI : Si apre oggi la seconda e ultima settimana della Cop26, la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni unite a Glasgow. In questi primi sette giorni sono stati messi a punto dei nuovi accordi sulla deforestazione, sulle emissioni di metano e sullo stop al finanziamento dell'energia derivata dal carbone, così come sulla finanza verde e sull'agricoltura sostenibile. Ecco perché il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, intervistato da Lucia Annunziata a «In mezz'ora in più», si scaglia contro «l'ipocrisia» di Greta Thunberg, che derubricava gli accordi siglati a Glasgow a dei banali «bla bla bla». Chiacchiere di cui - per l'attivista svedese - si riempirebbero la bocca leader politici che non sono più espressione di quella volontà di svolta sul clima che invece arriva dai cittadini. Cingolani non cita mai Greta Thunberg, ma «tutti stanno lavorando», ribatte. C'è però – fa notare il ministro della Transizione ecologica - una democrazia che stabilisce chi sono i rappresentanti eletti di ogni Paese e «trovo quasi eversivo – sottolinea - dire che le persone che stanno lavorando su queste cose non rappresentano nessuno». Poi, l'ultimo affondo: «La protesta deve spingerci a fare di più, ma deve anche diventare proposta. Altrimenti – punge Cingolani -, si trasforma in parte del problema».
    L'attacco frontale del ministro italiano a Greta segue invece le polemiche di pochi giorni fa, quando lo stesso Cingolani l'aveva definita una qualunquista. In difesa della giovane attivista svedese si schierano i Verdi di Angelo Bonelli, che al ministro rinfacciano un «accanimento contro i giovani» e di non aver ancora preso una posizione pubblica sul nucleare, in attesa che sia l'Unione europea a dettare la linea. Nel Pnrr, prosegue Bonelli, ci sono «poche risorse per rinnovabili, mobilità elettrica, trasporto pubblico, mentre sulla depurazione si sono destinati solo 600 milioni di euro, nonostante solo pochi giorni fa l'Italia sia stata condannata per l'ennesima volta dalla Corte di Giustizia europea, proprio perché 6 milioni di persone in questo Paese non hanno fogne e depuratori».
    Ha avuto effetto, intanto, un'altra bacchettata. Questa volta data dal presidente del Consiglio Mario Draghi all'inizio della conferenza e non a un'attivista, ma alla Banca mondiale che finora – a detta del premier – ha fatto troppo poco per contrastare i cambiamenti climatici. La stessa istituzione finanziaria annuncia però che si impegnerà a spendere 25 miliardi di dollari all'anno in investimenti per il clima fino al 2025. Uno sforzo che prenderà corpo attraverso il Climate Action Plan, il piano costruito in seno alla Banca Mondiale, che comprende un programma sulla sostenibilità dell'agricoltura e della filiera alimentare. Segno, anche questo, che qualcosa si muove. Al di là dei «bla bla bla».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @ChangeItalia

 

08.11.21
  1. BASTA CON LA NON AZIONE DI DI MAIO SU ALL SISI :Dopo seicento e trentotto giorni passati in carcere, e a un mese dall'udienza che potrebbe decidere la sua sorte, Patrick Zaki ha saputo adesso che dovrà cambiare prigione. Le guardie del famigerato complesso di massima sicurezza di Tora, al Sud del Cairo, dove ha passato la maggior parte della sua detenzione, gli hanno detto che il carcere «sta per chiudere». Il governo egiziano ha deciso di "modernizzare" il suo sistema carcerario e ha avviato la costruzione di nuovi complessi, "sul modello americano", più ampi e con sistemi di sorveglianza più avanzati. Alcuni, come quello di Wadi el-Natroun, sono stati già completati e i detenuti cominciano a essere trasferiti. Ma non si sa ancora nulla della destinazione finale dello studente dell'Università di Bologna, arrestato per un articolo che descriveva le condizioni della minoranza copta in Egitto. I genitori sono andati a trovarlo ieri e hanno saputo dell'imminente trasferimento.
    Non andrà nel nuovo complesso di Wadi el-Natroun perché, hanno spiegato, «è destinato ai detenuti comuni mentre Patrick è un prigioniero politico». Con un post su Facebook i genitori hanno espresso tutta la loro angoscia. Anche se Tora è una delle peggiori carceri in Egitto non è detto che le condizioni di Zaki andranno a migliorare. «Siamo molto preoccupati che possa essere trasferito in una prigione con condizioni di vita peggiori – spiegano -, soprattutto perché le visite non saranno permesse per il primo periodo di tempo nella nuova struttura di detenzione, come avviene di solito quando un prigioniero viene trasferito in un'altra struttura di detenzione e questo significa che sarà lasciato senza rassicurazioni, forse cibo, vestiti o necessità di base, fino a quando la sua famiglia sarà autorizzata a visitarlo di nuovo». Il giovane soffre di asma, ha problemi alla schiena, le sue condizioni psicofisiche continuano a deteriorarsi.
    Senza l'appoggio costante di famigliari e amici rischia di crollare. Già gli è stato proibito di comunicare con l'esterno con lettere consegnate durante le visite, come ha sempre fatto durante quest'anno e nove mesi di detenzione. I suoi genitori sono pessimisti. «La verità è che probabilmente non ci sarà nessuna dichiarazione ufficiale – continuano - e sentiremo per caso che la prigione è chiusa o la sua famiglia andrà a trovarlo solo per rendersi conto che è stato trasferito». In entrambi i casi «i suoi avvocati dovranno andare a cercarlo nei registri della prigione per sapere dove lo hanno trasferito». È uno sviluppo che potrebbe anche complicare la sua difesa nell'udienza del 7 dicembre. Dopo decine di rinvii, il processo è destinato a entrare nel vivo e Zaki vuole avere almeno una chance per dimostrare la sua innocenza.
  2. SOLO CONTE PUO' RAGIONARE CON I TALEBANI : Frozan Safi è un nome che, per qualche tempo, sentiremo ripetere quando si parla di Afghanistan. Fino a pochi giorni fa era una giovane donna che dopo aver aspettato la democrazia aspettava il visto d'asilo per emigrare in Germania. L'hanno ammazzata a fucilate, un corpo abbandonato in una zona periferica insieme ad altri senza identità: la sorella Rita, dottoressa di professione, ha raccontato al "Guardian" di averla riconosciuta pulendo via il sangue delle ferite, al volto sfigurato, alla testa, al petto, alle gambe. È la prima attivista di una certa fama ad essere uccisa dalla caduta di Kabul e la restaurazione taleban.
    Aveva dieci anni Frozan Safi quando i mujaeddin dell'Alleanza del Nord, sostenuti dalle forze Nato, cacciavano gli uomini del mullah Omar liberando la sua Mazar-i Sharif, sia pur al prezzo di saccheggi e rappresaglie. Erano le ultime settimane del 2001 e, come tante bambine afghane, scopriva l'Occidente che, armato fino ai denti, prometteva studio, emancipazione, libertà. Una promessa mantenuta nelle grandi città, le enclave lontanissime dalla provincia descritta da Anand Gopal in uno spietato affresco sul "New Yorker" eppure reali, nuove, vibranti: classe dopo classe, Frozan è diventata un'economista con tanto di cattedra universitaria e una paladina delle donne, una di quelle attiviste che ancora due mesi fa brandivano i cartelli scritti a mano contro la segregazione tornata con i taleban. Cercava una via di fuga ma intanto protestava, in piazza e sul web. Poi è scomparsa. Per giorni il reporter di Lettera22 Giuliano Battiston, uno dei pochissimi cronisti in queste ore a Mazar-i Sharif, ha lanciato l'allarme su Twitter. La notizia l'ha data la famiglia: Frozan è all'obitorio, è morta, c'è un cadavere adesso al posto della ragazza di ieri e non ci sono più i documenti, l'anello di fidanzamento, la borsa in cui, pronta all'esilio, teneva riposto il diploma universitario. Squilla a vuoto il telefono su cui, rivela il fidanzato, aveva ricevuto minacce, «ti teniamo d'occhio», «sappiamo chi sei».
    Si fa presto a parlare di donne in Afghanistan. Sin da metà agosto una coraggiosa minoranza ha organizzato manifestazioni per chiedere il rispetto dei diritti conquistati dopo il 2001. Eppure non è passato un giorno senza che i nuovi padroni riducessero, una zolla dopo l'altra, il terreno guadagnato. Le scuole secondarie, prima, riaperte solo per i maschi. La politica poi. «Una donna non può fare il ministro, è come se le mettessi al collo un peso che non può portare, le donne devono fare figli» ha spiegato il portavoce taleban Sayed Zekrullah Hashim illustrando il nuovo esecutivo senza ministre. La sanità, denuncia Human Rights Watch. Infine lo sport, quell'ostentazione della nudità che, sostiene il vice della Commissione cultura Ahmadullah Wasiq, è di fatto un ostacolo invalicabile, perché «l'Islam non permette alle donne di essere viste così». Non che l'altra metà del cielo se la passi meglio, costretta nel ruolo di combattente senza scelta, contro i sovietici, contro gli americani, i taleban, gli jihadisti dello Stato Islamico-Khorasan. Prova ne siano i giornalisti Taqi Daryabi e Nematullah Naqdi, picchiati a sangue per aver seguito le proteste d'inizio settembre e da allora muti. L'esodo unisex del popolo afghano è cominciato a metà agosto con gli ultimi aerei occidentali decollati da Kabul e comincia a bussare adesso alle porte, blindate, d'Europa.
    Frozan Safi è un nome che anche il padre Abdul Rahman Safi pronuncia a bassa voce. «Non sappiamo chi l'ha uccisa» ripete. Il paese è al collasso economicamente e socialmente, inflazione alle stelle, casse statali vuote, 10 miliardi di dollari congelati dagli Stati Uniti. Le donne sono un dover essere rimandato
  3. ANCHE IN CINA LE COSE CAMBIARENNO :  Ci sono gli aerei e le navi da guerra. E poi c'è l'arsenale normativo, quello che forse i taiwanesi, abituati a decenni di pressioni e manovre sullo Stretto, temono di più. Dopo le incursioni e le esercitazioni militari, la Repubblica Popolare Cinese alza la pressione su Taipei anche sul lato legislativo. Lo fa ufficializzando l'esistenza di una «lista nera» di «indipendentisti irriducibili» nella quale ha inserito tre figure di primo piano: il ministro degli Esteri Joseph Wu, il primo ministro Su Tseng-chang e il presidente dello yuan legislativo (il parlamento locale) You Si-kun. Ai tre sarà proibito l'accesso al territorio cinese, anche attraverso Hong Kong e Macao. E saranno ritenuti penalmente responsabili a vita per aver «incitato allo scontro nello Stretto, cercando l'indipendenza con parole, azioni e collegamenti con forze esterne». La valenza della misura è soprattutto simbolica ed è un avvertimento anche ai diplomatici stranieri. Non a caso arriva dopo che nei giorni scorsi Wu è stato in visita in Europa, mentre Su e You hanno incontrato una delegazione di europarlamentari (di cui faceva parte anche il leghista Marco Dreosto) in visita sull'isola. Non è stata invece citata la presidente Tsai Ing-wen. Wu ha commentato con ironia: «Ho ricevuto innumerevoli congratulazioni dopo essere stato inserito nella lista nera e sanzionato a vita. Molti sono invidiosi». Ma la mossa di Pechino crea qualche preoccupazione nell'opinione pubblica. Sarebbero oltre un milione i taiwanesi a vivere e lavorare nella Repubblica Popolare e, al netto del blocco dei viaggi per il Covid, gli scambi commerciali e umani tra le due sponde dello Stretto sono sempre rimasti intensissimi. Al di là delle tensioni politiche. Ora il nuovo strumento normativo potrebbe colpire tutti i taiwanesi considerati dalle autorità cinesi vicini a forze "secessioniste". D'altronde, la stretta decisiva su Hong Kong è stata operata con la legge sulla sicurezza nazionale. La base legale delle sanzioni è opaca ma proprio per questo potrebbe essere potenzialmente applicata in modo esteso, con una maggiore incidenza (reale o percepita) sulla vita dei taiwanesi rispetto a manovre militari spesso considerate più che altro parate. Anche a dispetto degli allarmi del governo. Nei giorni scorsi, il direttore generale dell'Ufficio di sicurezza nazionale, Chen Ming-tong, ha dichiarato che Pechino avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di attaccare le Dongsha, isole del mar cinese meridionale amministrate da Taipei. Uno «stress test» per verificare le intenzioni di Stati Uniti e Giappone di fronte a una possibile invasione. Scenario che sarebbe però stato rimandato, secondo Chen, almeno al 2024: dopo l'ufficialità del terzo mandato di Xi Jinping , che potrebbe non essserci, e stesso anno delle elezioni statunitensi e taiwanesi.
  4. CHI TROPPO VUOLE NULLA STRINGE: Xi Jinping, il grande assente del G20 e di Cop26. Non lascia la Cina da gennaio 2020, e la pandemia non è l'unica ragione. Con il plenum che si apre domani e che per quattro giorni riunirà a porte chiuse il Comitato centrale, la crème del Partito comunista cinese, Xi prepara il colpo di scena che consoliderà la sua posizione come diretto successore di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Per la terza volta in cent'anni, il Pcc discuterà - e quasi certamente ratificherà – una «risoluzione storica». La prima, nel 1945, aveva fatto piazza pulita di chi dissentiva dalla visione politica del Grande Timoniere quattro anni prima della fondazione della Repubblica popolare. La seconda, nel 1981, aveva spianato la strada alle politiche di apertura e riforme dell'architetto della nuova Cina con un giudizio senz'appello sull'operato di Mao: era stato «per il 70 percento giusto e per il 30 per cento sbagliato». Si criticava ufficialmente il leader per permettere al Partito di sopravvivere, si condannava il culto della personalità e si promuoveva una grigia dirigenza collettiva che si facesse garante della crescita organica di politica, economia e società. «Non importa se il gatto è bianco o nero», era lo slogan di quei tempi. «L'importante è che acchiappi i topi». Ma i tempi sono cambiati ed è stato da subito chiaro che il ruolo di "primus inter pares" a Xi Jinping calzava stretto.
    Da quando si è insediato nel 2012, i suoi sforzi sono stati volti a ristabilire il suo controllo sul Partito e quello del Partito sullo Stato. Mettendo il suo pensiero in Costituzione si è assicurato la continuità diretta con i padri fondatori ed eliminando l'obbligo dei due mandati si è aperto la strada per governare a vita. All'apice della seconda economia mondiale, Xi Jinping ha promosso con forza la fedeltà incondizionata al leader, lo studio del suo pensiero e la ripetizione degli slogan, offendendo l'intelligenza di una classe media sempre più raffinata e dei suoi funzionari più navigati. È lui l'uomo forte, è hexin, «cuore e nucleo» della Repubblica popolare, vertice di una complessa piramide politica in cui Stato e Partito si sovrappongono mantenendo i confini dell'impero che fu.
    Xi vuole restaurare la storica centralità geopolitica della Cina e scuotere l'ordine globale costruito attorno alla leadership statunitense. Ma se oggi il Paese è certamente più integrato, ricco e assertivo di ieri, le disuguaglianze e le contraddizioni aumentano, creando lacerazioni sempre più difficilmente componibili.
    Nelle stanze segrete di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, Xi Jinping deve guardarsi dai nemici politici e insieme gestire una nazione che trema sotto i colpi di una profonda crisi del settore immobiliare, del razionamento energetico e di una sempre più diffusa e potente critica delle «democrazie occidentali». Come se non bastasse, la risalita del numero dei contagi mette in seria discussione la politica "tolleranza zero" sul Covid, che Xi Jinping aveva trasformato nel fiore all'occhiello del suo governo autoritario.
    Il leader si è messo sulla difensiva. E così il Paese che governa. Le politiche della «prosperità comune» e della «doppia circolazione» segnano la strada più cara alle autocrazie: l'autarchia. Sempre di più si cercherà di incanalare l'innovazione del privato in un percorso economico disegnato dall'alto e portato avanti dalle grandi aziende pubbliche. Sempre più si preferiranno i marchi nazionali, sempre meno gli stranieri saranno benvenuti. Nel frattempo le purghe all'interno del Partito, lotta alla corruzione per la propaganda, si sono estese alle forze armate, al mondo della cultura, degli affari e delle grandi aziende.
    Quello che si apre domani sarà l'ultimo importante appuntamento politico prima del Congresso del 2022, quello che, se tutto va secondo i (suoi) piani, consacrerà Xi Jinping alla leadership perpetua. Gli osservatori della politica cinese saranno attenti a qualsiasi tenue segnale di opposizione perché potrebbe essere la spia di lotte intestine e di un esito incerto del piano del comandante in capo. E ce ne sarebbe ben donde. Quando nel 2017 si è assicurato il secondo mandato, il presidente ha incantato il popolo cinese con un crescendo di promesse che riscaldava i cuori: avanzamento scientifico e tecnologico, educazione più equa, lavori più qualificati, uno stato sociale e una sanità più giusta. Il controllo e il rifiuto del dissenso erano propedeutici al «rinascimento cinese», ma niente sembra andare in quella direzione. Il giro di vite sulle Big Tech, il divieto dei corsi extracurriculari, il calo della crescita economica, l'aumento della disoccupazione giovanile e i prezzi proibitivi degli alloggi e delle cure fanno dubitare che il Paese continui sulla strada concordata.
    Un anno è lungo e, come abbiamo imparato dieci anni fa, il Partito non è certo estraneo a fazioni e a sanguinose guerre intestine. L'ascesa di Xi Jinping al potere è stata costellata di fughe di notizie, storie di spionaggio, assassinii, assenze strategiche e scandali politici che hanno portato a cancellare dallo spazio e dalla memoria pubblica Bo Xilai, quello che all'epoca era considerato il suo più potente rivale. Prima di essere condannato all'ergastolo, tra l'altro, Bo fu accusato politicamente di coltivare nostalgie maoiste e di voler tornare a un concetto di leadership personalistica che avrebbe favorito il ritorno a un culto della personalità. Oggi Xi Jinping ha ridotto i membri del Partito a «schiavi della sua volontà», ma chi dieci anni fa l'ha aiutato a disfarsi dell'antagonista potrebbe esserne deluso. Da domani il leader farà bene a guardarsi le spalle perché, come Mao ci ha insegnato, «una sola scintilla può dar fuoco a tutta la prateria».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @ChangeItalia

Mb

 

07.11.21
  1. QUESTO E' LO STATO VERSO CUI DRAGHI VORREBBE PORTARE L'EUROPA COME PRESIDENTE DI UN'ITALIA REPUBBLICA PRESIDENZIALE SU MODELLO PIU' CINESE CHE AMERICANO , VISTA LA FURBATA DEL GREEN PASS :Un metro e 77 centimetri per meno di 40 chilogrammi. Sono altezza e peso attuali di Zhang Zhan, blogger cinese che si trova in carcere a Shanghai dopo una condanna a quattro di anni per «aver provocato problemi» a causa del modo in cui ha raccontato le prime fasi dell'epidemia di Covid-19 a Wuhan.
    Secondo quanto scritto su Twitter dal fratello, Zhang Ju, l'ex avvocatessa di 38 anni sarebbe in pericolo di vita dopo aver fatto uno sciopero della fame che va avanti a più riprese da oltre un anno. Zhang si è recata nel primo epicentro pandemico nel febbraio 2020 e ha criticato le metodologie di contenimento del virus attraverso dei video girati col suo smartphone, in cui accusava le autorità di negligenza e denunciava detenzioni di reporter e pressioni sulle famiglie dei malati. I suoi contenuti non sono passati inosservati: nel maggio 2020 è stata arrestata e a dicembre condannata.
    Secondo una denuncia di Amnesty International, che ha lanciato una petizione per chiederne la liberazione, Zhang ha partecipato al suo processo in sedia a rotelle in quanto troppo debole a causa dello sciopero della fame. Uno sciopero che la blogger prosegue ora in forma parziale, nonostante i rischi per la salute, dopo che secondo i suoi legali sarebbe stata alimentata a forza attraverso dei tubi nasali. Lo scorso luglio è stata ricoverata 11 giorni in ospedale a causa della grave malnutrizione, prima di essere ricondotta in cella. Secondo fonti citate da «France Presse», le richieste della famiglia di Zhang di poterla incontrare sarebbero senza risposta da diverse settimane, così come quelle del suo avvocato. «Reporter senza frontiere» sostiene invece che la blogger non sia in grado di camminare e nemmeno di alzare la testa senza aiuto.
    Quello di Zhang non è l'unico caso. Almeno altri tre cittadini cinesi sono stati arrestati dopo aver raccontato in maniera indipendente la diffusione del coronavirus a Wuhan. Si tratta di Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua.
    I media di stato, però, hanno sempre rifiutato la definizione di "citizen journalism" applicata al lavoro di Zhang, che aveva già attirato l'attenzione su di sé supportando le proteste di Hong Kong nell'ottobre 2019. In un commento pubblicato a fine dicembre 2020, il direttore del «Global Times» Hu Xijin ha scritto che Zhang «è stata resa uno strumento dalle forze occidentali» per «dividere l'opinione pubblica cinese». Per poi sostenere la non veridicità delle sue accuse, sottolineando la maniera brillante con la quale Pechino era uscita dalla prima ondata di contagi, al contrario degli Stati Uniti e di tanti altri paesi occidentali.
    Eppure, a distanza di tempo, sui media cinesi iniziano ad apparire delle critiche alla politica dei zero contagi che il governo continua a perseguire con test di massa, chiusure ed estesi lockdown all'insorgenza di poche decine di casi. Un metodo che finora ha pagato, ma che ha anche isolato la Cina.
    Su «Caixin» è apparso un editoriale a firma di Zhang Fan nel quale si sostiene che le misure di contenimento eccessivo stanno producendo «più danni che benefici». L'opinionista cita nuove misure ancora più severe di quelle passate, come lo stop a due treni ad alta velocità dopo che due membri dell'equipaggio sono stati indicati contatti stretti di un malato Covid. Tutti i passeggeri sono stati fatti scendere e portati in quarantena centralizzata come contatti secondari. «La chiave per assicurare che l'economia e la società vadano avanti in modo normale sta nella prevedibilità delle politiche di prevenzione pandemica», scrive Zhang. Prevedibilità assente dall'invito a fare scorta di beni di prima necessità, derubricata dai media di stato a «normale prassi» in vista dell'inverno. Altrimenti, conclude Caixin si rischia che prima o poi arrivi «una piccola falla che affonda la grande nave». Al cui timone c'è sempre più Xi Jinping, che attende il sesto plenum che nei prossimi giorni proporrà una nuova risoluzione sulla storia che cementerà la sua visione di Cina. O RICAMBI NEL POTERE CINESE ?
  2. PERCHE' I PAESI EUROPEI NON ISTITUISCONO ROTTE REGOLARI FRA EUROPA ED AFRICA PER AUMENTARE LA SICUREZZA E LA LEGALITÀ ?
  3. DOPO LA FURBATA DEL GREEN PASS FINALMENTE UNA SCELTA DI BUON SENSO E REALISMO : La corsa alla pillola anti Covid nel mondo è già iniziata e l'Italia ha deciso di non restare a guardare. «L'Aifa si è già attivata per acquisire una quantità adeguata del farmaco antivirale orale per il Covid-19 molnupiravir, autorizzato in Gran Bretagna», ha annunciato ieri il coordinatore del Cts Franco Locatelli. Così, senza attendere i tempi lunghi dell'Ema, anche noi siamo pronti ad acquisire la nostra dose di pillole dell'americana Merck, come del resto ha già fatto il Regno Unito che se n'è accaparrate 480 mila, più 250 mila dell'altro antivirale, quello della Pfizer, che proprio ieri ha annunciato essere in grado di ridurre dell'89% il rischio di ospedalizzazione e di morte in caso di infezione da Covid negli adulti con elevato rischio di sviluppare forme gravi di malattia. Inoltre, come spiegato dal presidente e Ceo di Pfizer, Albert Bourla, la nuova cura formato domestico ha mostrato «una potente attività in vitro contro le varianti più preoccupanti del Covid, così come contro altri coronavirus noti». Inutile dire che giocando in casa gli Usa hanno già messo in cascina 1,2 milioni di trattamenti a base di molnupiravir e, come puntualizzato dal presidente Biden, sono milioni quelle prenotate dello sperimentale farmaco targato Pfizer.
    Quanto a noi, bypassando l'Ema potremo avere a giorni un'arma in più per combattere l'epidemia, ma con quanti proiettili dipenderà molto da come si muoverà la Commissione Ue, ancora indecisa se procedere o meno all'acquisto centralizzato, da ripartire poi tra gli Stati secondo il parametro della popolazione. Così come già è stato per i vaccini. Che restano però la vera arma contro il Covid. Perché la pillola della Merck riduce del 50% il rischio di ospedalizzazione o morte, ma è indicata solo per i soggetti a rischio e va presa alla comparsa dei primi sintomi per cinque giorni, due volte al giorno. E non sempre il virus lascia del tempo prima di far precipitare le cose nei più fragili.
    Stesso discorso per l'antivirale dell'altra americana Pfizer, che va preso entro 3 giorni dall'insorgenza dei sintomi, con la cadenza di una pillola ogni 12 ore per 5 giorni. L'azienda ha annunciato che cesserà l'arruolamento di nuovi volontari «a causa della straordinaria efficacia dimostrata nella sperimentazione» e che chiederà «prima possibile» all'Fda l'autorizzazione all'uso emergenziale del farmaco. Sperando che la stessa procedura, già utilizzata per i vaccini, venga avviata anche in Europa.
  4. PERCHE' GRETA NON E' STATA INVITATA ?  «Il mondo sta letteralmente bruciando. Chi è al potere continua a vivere nella sua bolla piena di fantasie». Greta striglia ancora una volta i grandi della terra: «Non è un segreto che la Cop26 sia già fallita», dice la giovane attivista svedese diventata il volto delle proteste globali sul cambiamento climatico. In migliaia sono accorsi a Glasgow per chiedere ai governi di agire subito, adesso, per arginare l'emergenza. Arrivano da ogni parte del mondo, tanti hanno saltato la scuola pur di partecipare, qualcuno talmente piccolo da andare ancora alle elementari. Marciano sotto il cielo plumbeo della città, portano cartelli e striscioni colorati e talvolta irriverenti verso i leader che li hanno delusi. «Se foste più intelligenti adesso saremmo in classe», si legge in uno dei cartelli.
    Nella giornata che la conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite dedica ai giovani, è la piazza a farla da padrone. Non le parole dei delegati all'interno dell'enorme campus dove si svolgono i lavori, non gli annunci pur importanti dopo mesi, anni di trattative, ma le istanze dei ragazzi in quella che finora è stata la più grande manifestazione dall'inizio del summit. Molti giovani lamentano di non essere ascoltati, denunciano le promesse non mantenute, il "greenwashing", quello che vedono come l'ambientalismo di facciata di governi e aziende. «Basta con i bla bla bla», dicono, echeggiando le parole della loro leader Greta Thunberg, arrivata a Glasgow come una rock star.
    Ieri ha marciato tra la folla, mascherina in volto, cartello in mano con scritto "Fridays for Future", gli scioperi per il clima nati di fronte al parlamento svedese nel 2018, e poi arrivati in tutto il mondo. «Non siamo contenti di come sta andando la Cop, dopo 26 anni stiamo ancora a parlare», ci racconta Martina Comparelli, 28 anni, arrivata da Milano per manifestare in uno sciopero che, dice, è «inclusivo» e dà voce ai tanti rimasti fuori dalla conferenza. Martina partecipa agli scioperi milanesi dall'Agosto del 2019. «Proviamo un senso di ingiustizia – dice – i leader si danno obiettivi al 2050, quando loro non ci saranno più e saremo noi a dover subire le conseguenze».
    I manifestanti si sono riuniti dalla mattina, poi il corteo si è dipanato per le strade della città fino ad arrivare a George Square, dove nel pomeriggio Greta e l'altra giovanissima attivista diventata uno dei volti della protesta, Vanessa Nakate, hanno preso la parola di fronte ad una piazza gremita. Le stime sul numero dei presenti variano, come sempre, qualcuno azzarda diecimila. I giovani esprimono frustrazione, ma vogliono anche lanciare un messaggio positivo, di passione e impegno. Ci sono genitori e nonni che pensano alle future generazioni. «Sono qui per i miei figli e per le generazioni dopo di loro», dice alla Bbc Cairsty O'Rourke, che ha portato i figli Charlie e Edith. Ruby invece ha deciso di festeggiare qui il suo undicesimo compleanno: «Temo che se avrò dei figli, potrebbero non sapere cos'è un orso polare», dice.
    Per molti ragazzi, la "eco-anxiety", l'ansia per il futuro del pianeta, è un fenomeno reale. Secondo Alison Anderson, che insegna sociologia all'Università di Plymouth, due terzi dei giovani tra i 16 e i 25 anni sono molto o estremamente preoccupati dalla crisi. «Molti si sentono colpevoli, indifesi, preoccupati all'idea di mettere al mondo figli», ha detto Anderson alla Bbc. «Tutto ciò ha un chiaro impatto sulla loro salute mentale, ma unirsi ad altri giovani per manifestare dà loro un senso di appartenenza e responsabilità».
    Molti, anche se non tutti, dimostrano comprensione per la protesta. Se una Downing Street piccata bacchetta i ragazzi per aver saltato la scuola, il Principe Carlo è più accomodante. L'erede al trono britannico, ambientalista da decenni, era stato perfino informalmente invitato a partecipare. Ha declinato l'invito, ma ha detto ai delegati: «Vi prego, non dimenticatevi di queste persone. Non dimenticate che è il loro futuro. Il peso della Storia è sulle vostre spalle».
    Dalla piazza si leva un unico messaggio: fate presto. Greta chiede una riduzione «drastica e immediata» delle emissioni di anidride carbonica, «come mai si è visto al mondo». Vanessa parla della situazione nel suo Paese natale, l'Uganda: «La gente muore, i bambini abbandonano la scuola, le aziende agricole sono distrutte. È un disastro che avviene ogni giorno».
    Martina, l'attivista milanese, ci dice: «Se continuiamo a protestare e saremo sempre di più, non potranno non ascoltarci. Qualcosa si sta muovendo, la parola d'ordine ora è velocità. O ci muoviamo adesso o non ce la facciamo».
  5. LA SOLITA PALESE ED INCREDIBILE IPOCRISIA DEL MINISTRO DELLE CENTRALI NUCLEARI :Almeno sulla carta, la bolla «piena di fantasie» del potere, finora impermeabile alle istanze dei giovani di Glasgow, potrebbe essersi schiusa, spintonata e strattonata dalle migliaia di ragazzi in piazza - prima a Milano, ora a Glasgow - che ora avranno anche istituzionalmente più voce in capitolo: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha presentato ieri il documento finale della Youth4Climate, il manifesto della conferenza dei giovani sul clima voluta dall'Italia a Milano lo scorso settembre. E ha ribadito quanto annunciato giorni fa: il governo metterà i soldi perché la Youth4Climate si ripeta tutti gli anni, perché sia un hub permanente per promuovere idee e catalizzare nuove iniziative, connettere i giovani tra di loro, nonché con governi, istituzioni e parti interessate, condividere dei progetti, creare un ambiente favorevole per modelli di business sostenibili. «Dalla protesta alla proposta, insomma», ha spiegato Cingolani.
    Il manifesto, che raccoglie le idee e le proposte emerse durante Youth4Climate «è davvero un documento multilaterale e multigenerazionale costruito sulle quattro aree tematiche che hanno caratterizzato l'evento di Milano: ambizione climatica, ripresa sostenibile, coinvolgimento degli attori non statali e società più consapevole delle sfide climatiche».
    Il manifesto Youth4Climate è stato sottoscritto da tutti i 400 giovani delegati e contiene idee e proposte concrete su molte sfide urgenti per la crisi climatica. «Vogliamo trasformare questa esperienza in una piattaforma permanente e stabile per facilitare il coinvolgimento dei giovani di tutto il mondo con i rappresentanti del governo e i principali stakeholder per discutere le sfide e le soluzioni per far progredire l'azione per il clima». E come richiesto dai giovani, cambiamento climatico e ingiustizia sociale saranno trattati come fenomeni interconnessi. E mentre il movimento di protesta animato dai giovani attivisti puntava il dito in piazza contro la Cop, il ministro italiano assieme al presidente britannico dell'assemblea, Alok Sharma allargava l'orizzonte d'azione e tornava sulla necessità della giustizia sociale, condizione necessaria alla soluzione della crisi climatica: «Sono problemi interconnessi», non solo perché i Paesi più vulnerabili sono particolarmente esposti alle conseguenze del surriscaldamento della Terra, ma anche perché «colmare il divario» è parte della soluzione.
  6. IL BUON SENSO STA ARRIVANDO ? La Cop26 è un fallimento, due settimane di bla bla bla, una messinscena per nascondere l'unico interesse dei leader, cioè il profitto. Le accuse dei giovani arrivano dritte come pietre lanciate nelle sale dello Scottish Congress Centre di Glasgow. «Hanno ragione, hanno tutte le ragioni, ma almeno ci stiamo provando», dice un delegato francese, non si capisce se più stanco o più amareggiato. Quanto ci stiano provando lo vedremo presto, prestissimo, ma intanto ieri il tema centrale dei negoziati, prima della plenaria ufficiosa di questa sera, sono stati agricoltura sostenibile, riforestazione e sistemi alimentari. Quest'ultimi secondo la Fao sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni globali di gas serra antropogeniche, circa 18 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, il 34% del totale. La sola agricoltura produce circa un quarto delle emissioni totali. Ma il problema ancora più pressante è l'uso del suolo per la produzione agricola intensiva, gli imballaggi e la gestione dei rifiuti, spreco alimentare incluso, che contribuisce enormemente ai cambiamenti climatici. Solo l'agricoltura è direttamente responsabile dell'8,5% di tutte le emissioni di gas serra, con un ulteriore 14,5% proveniente dai cambiamenti nell'uso del suolo, principalmente la deforestazione nei Paesi in via di sviluppo per liberare la terra per la produzione di cibo. E comunque, le promesse «intensive riforestazioni» potrebbero provocare secondo l'Ipcc l'aumento dei prezzi alimentari dell'80% entro il 2050, riducendo alla fame milioni di persone.
    Ancora una volta, sembra una strada senza uscita. Soprattutto se si considera che, secondo i dati della World Benchmarking Alliance, soltanto 26 aziende agricole e alimentari delle 350 più grandi al mondo hanno una politica di contenimento delle emissioni in linea con gli obiettivi di Parigi. «Dobbiamo trasformare il modo in cui gestiamo gli ecosistemi e li coltiviamo, come produciamo e consumiamo cibo su scala globale», ha detto ieri segretario di Stato per l'ambiente, l'alimentazione e gli affari rurali del Regno Unito. «Molto vago», dicono gli attivisti che sottolineano quanto il 38% della superficie del mondo sia già «sfruttato per nutrirci», ma oltre «l'11% della popolazione soffra di denutrizione».
    Il primo passo è un nuovo impegno sottoscritto da 45 governi, guidati dal Regno Unito, che si impegnano a intraprendere azioni e investimenti urgenti per proteggere la natura e passare a metodi di agricoltura più sostenibili in occasione della Giornata della natura e dell'uso del suolo che si celebrerà oggi. I governi ricorreranno a 4 miliardi di investimenti per l'innovazione agricola sostenibile. I soldi ci sono, insomma, il modo di usarli sembra però essere ancora poco chiaro. Ancora sulla deforestazione: la produzione di materie prime come carne di manzo, soia, olio di palma e cacao è uno dei principali motori della deforestazione. Ventotto paesi, tra cui il Regno Unito, che rappresentano il 75% del commercio globale di prodotti chiave che possono minacciare le foreste, si sono uniti attraverso la Roadmap Fact (Forest, Agriculture and Commodity Trade) creata alla COP26 per fornire un commercio sostenibile e ridurre la pressione sulle foreste.
    Il 92% dei nuovi piani per il clima elaborati dai Paesi ora include misure per affrontare la "perdita di natura", dice uno studio pubblicato ieri da WWF, ovvero quelle azioni che proteggono, ripristinano e consentono di gestire in modo sostenibile gli ecosistemi terrestri e marini. Si stima che soluzioni come queste potrebbero garantire fino al 30% della mitigazione del cambiamento climatico, necessaria per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi. Ma, avverte Gavin Edwards, coordinatore globale e responsabile natura alla COP26 per il WWF «mentre sempre più governi stanno agendo sulla natura come parte dei loro impegni sul clima, sono ancora troppo poche le soluzioni basate sulla natura che vengono perseguite». Insomma, il bilancio della prima settimana di negoziati per ora è ancora in chiaroscuro.
  7. IDROGENO VERDE MADE IN EUROPA : Accelerare la commercializzazione delle tecnologie dell’idrogeno pulito. Dare una spinta alla diffusione dei combustibili sostenibili per l’aviazione. Promuovere l’accumulo e i sistemi per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera. Questi gli obiettivi il nuovo programma EU-Catalyst. Si tratta della nuova partenership siglata ieri a Glasgow, dalla presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Bill Gates, nelle vesti di fondatore della Breakthrough Energy, e il presidente della Banca europea per gli investimenti Werner Hoyer.

    Il partenariato si impegnerà a mobilitare 820 milioni di euro nel periodo 2022-2026 a favore delle nuove tecnologie climatiche. Nel dettaglio le risorse serviranno a velocizzare diffusione e commercializzare nel mercato europeo di soluzioni innovative con cui realizzare il Green deal. Nella speranza che ogni euro di denaro pubblico versato, mobiliti tre euro di fondi privati.

    “La sfida climatica impone d’investire in innovazioni ad alto rischio eliminando quel ‘sovrapprezzo verde’ che pesa sulla compravendita”, ha spiegato von der Leyen. “Non vedo l’ora che tali tecnologie arrivino sul mercato. Il partenariato UE-Catalyst rappresenta un altro passo avanti per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero e il regno dell’innovazione per il clima”.
    I quattro settori chiave di EU-Catalyst

    Il programma assisterà tecnologie con un potenziale riconosciuto per ridurre le emissioni di gas serra, ma attualmente troppo costose per essere scalate o poco competitive con le alternative fossili. Riunirà i settori pubblico e privato per investire in un portafoglio di progetti dimostrativi su larga scala, localizzati nell’Unione Europea. Nel dettaglio si occuperà di: idrogeno pulito, combustibili sostenibili per l’aviazione (SAF), cattura diretta della CO2 dell’aria e accumulo di energia a lungo termine.

    “Raggiungere lo zero netto sarà una delle cose più difficili che l’umanità abbia mai fatto”, ha aggiunto Gates. “Richiederà nuove tecnologie, nuove politiche e nuove partnership tra il settore pubblico e privato su una scala mai vista prima. Questa partnership con la Commissione europea e la Bei contribuirà ad accelerare l’adozione diffusa di soluzioni climatiche, che costruiranno industrie pulite e creeranno opportunità di lavoro in tutta Europa per le generazioni a venire”.
  8. MA IL NUCLEARE AVANZA PAUROSAMENTE : Nuovi criteri, più rilassati, per spianare la strada anche al gas, come energia di transizione considerata sostenibile. E luce verde anche al nucleare, ma senza molti dettagli. In attesa che la cordata di paesi favorevoli all’atomo – 1/3 di tutta l’UE – si esprima. È la nuova bozza di tassonomia verde, l’ennesima, che sta circolando a Bruxelles. Stavolta sotto forma di non-paper, cioè un documento informale, non ufficiale, che serve per sondare il terreno. Un terreno davvero minato, quello dell’ok al documento che classifica quali fonti devono essere ritenute sostenibili e quali no.

    Non si contano più le bozze e le controbozze, le versioni definitive scavalcate da documenti ancora più definitivi che vengono regolarmente ritirati da una Commissione incapace di mettere in riga i paesi più riottosi. Che non sono pochi. Gas e nucleare sono i due nodi che stanno facendo litigare mezza Europa da mesi.
    Adesso l’esecutivo comunitario fa nuove concessioni, sperando di riuscire a chiudere per dicembre un dossier centrale per la transizione. Dai contenuti della tassonomia verde, infatti, dipende la traiettoria energetica dell’UE nei prossimi decenni: si tratta di capire fino a che punto il gas è della partita e se ci sarà un canale preferenziale anche per il nucleare. Vale anche per l’Italia: da settimane il ministro della Transizione Ecologica Cingolani ripete che se ci sarà l’atomo sarebbe bene riaprire il dibattito sull’energia nucleare anche nel Belpaese.

    Nel non-paper, riporta Euractiv, resta la soglia massima di 100 gCO2e/kWh per gli impianti a gas (cogenerazione inclusa), sotto la quale possono rientrare nella tassonomia verde. Ma compaiono dei distinguo. Il gas è “attività di transizione” se gli impianti hanno emissioni dirette minori di 340 gCO2e/kWh e emissioni annuali più basse di 700 kgCO2/kW. Per gli impianti di cogenerazione invece le emissioni sull’intero ciclo di vita devono essere minori di 250-270 gCO2e/kWh (la cifra esatta è ancora da negoziare) e devono garantire un risparmio di energia primaria del 10% rispetto ad attività di produzione separata di calore e elettricità. C’è poi una clausola tassativa: dopo il 31 dicembre 2030 non potrà più essere costruita nessuna nuova centrale a gas.

    Leggi anche L’Italia strizza di nuovo l’occhio al nucleare

    Sul nucleare i dettagli latitano. La nuova bozza si limita ad accogliere l’ultimo parere tecnico del Jrc, il centro di ricerca in-house Commissione che aveva dato l’ok all’atomo lo scorso luglio, e presenta 4 diversi ambiti in cui andranno fissati i valori limite. Si tratta di operazioni del sito nucleare (esercizio, costruzione, decommissioning), stoccaggio di scorie e combustibile nucleare esausto, estrazione e processamento dell’uranio, e riprocessamento di combustibile esausto.
  9. TUTTO CIO' CHE LA EX SINDACA APPENDINO IGNORAVA :  Il trasporto pubblico locale compie un passo verso la sostenibilità ambientale con lo SmartBus di Roma. Un mezzo, questo appena lanciato, che punta su 2 cavalli di battaglia: un mezzo sostenibile dal punto di vista ambientale e da quello economico.

    Senza contare che il nuovo autobus in forza all’Atac presenta minori pesi e ingombri, grazie a un sistema di accumulo a ultracondensatore di ultima generazione ad elevata potenza e densità energetica.

    Studiato da E-CO Hev, società spin-off del Politecnico di Milano, il veicolo è prodotto da Consorzio SmartBus, che è una Joint Venture tra E-CO, Higher e Chariot.

    Lo SmartBus di Roma ha un altro vantaggio competitivo: è in grado di recuperare intorno al 50% di energia attraverso le frenate, gestendo le decelerazioni e riducendo dunque i consumi del bus. Il tutto senza ricorrere ad espedienti non green come motori Diesel ausiliari ancora presenti nella maggior parte di bus a batteria.
    Le caratteristiche dello SmartBus di Roma

    Gli ultracondensatori di differenti capacità, disponibili nei vari modelli di SmartBus di Roma da 8, 12 e 18 metri, utilizzati al posto delle batterie possono consentire con una singola carica percorrenze di oltre 45 km. La ricarica completa degli ultracondensatori, la cosiddetta Fast & Smart Charge, dura pochi minuti e viene eseguita in linea grazie a stazioni ad hoc (anche interrabili) senza che si debba tornare in deposito.

    In pratica: la ricarica avverrà tramite un pantografo installato sul tetto del veicolo.

    Oltre ad essere un veicolo green, gli SmartBus comportano notevoli risparmi economici, come spiega Paolo Bernardini, ceo di E-CO. “Le caratteristiche tecniche consentono di quantificare per ciascun SmartBUS su 10 anni un risparmio di almeno 250.000 euro rispetto al migliore autobus a batteria”.

    Nella stima dei risparmi non sono considerati i costi di smaltimento delle batterie, inesistenti per lo SmartBus. Così come i costi di realizzazione dei siti di ricarica in deposito e per il rifornimento elettrico.

    Esternamente, lo SmartBus è simile ad un bus tradizionale. Ma ha maggiori spazi interni dovuti ai minori ingombri del sistema di accumulo comparati a quelli di bus elettrici a batteria di pari dimensione.

    Anche la tecnologia ha il suo ruolo nel comfort dei passeggeri. Questi ultimi, infatti, utilizzano servizi di comunicazione e geolocalizzazione che permettono loro di avere informazioni localizzate e di viaggio costantemente aggiornate.

    Per ora, lo SmartBus sarà testato per 6 mesi sulla linea 64, che collega la stazione Termini con San Pietro, dove vi sarà l’impianto di ricarica. Rappresenta il primo passo verso l’incremento del numero di autobus emissioni zero, acquistati anche grazie ai fondi del Pnrr e frutto di una collaborazione con Atm e Amn, le aziende dei trasporti di Milano e di Napoli.    
  10. BEL PROGETTO :   L’industria fotovoltaica è oggi in mano all’Asia, Cina in primis. Ma la transizione energetica europea richiede necessariamente fabbriche e linee produttive anche nel Vecchio Continente, per non sottomettere i futuri progressi alle politiche di paesi terzi. E soprattutto per far crescere l’economia locale in maniera sana e competitiva. In questo contesto si inserisce un nuovo progetto italiano per la produzione di celle e moduli solari innovativi.

    L’iniziativa è frutto di un accordo tra il Ministero dello Sviluppo Economico, la Regione Puglia e Midsummer Italia, braccio locale della omonima società svedese. L’obiettivo dell’intesa: realizzare a Modugno, in provincia di Bari, attività di ricerca e un nuovo insediamento industriale.

    Come spiega la stessa amministrazione pugliese, la ricerca del sito era iniziata un anno fa, affidando il lavoro a Puglia Sviluppo. L’acquisizione è stata perfezionata ad aprile e oggi il tutto si concretizza con la firma dell’accordo. Il progetto prevede l’investimento di circa 66,3 milioni di euro, di cui 64,7 milioni agevolabili, a sostegno dei quali il MiSE metterà a disposizione 37,29 milioni.

    “Era davvero importante ottenere un investimento del genere”, ha detto l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia Alessandro Delli Noci. “Significherà sviluppo e importanti opportunità di lavoro per i nostri giovani […] La Puglia, regione leader nell’eolico e nel fotovoltaico diventa la sede di una produzione di pannelli completamente diversi rispetto al passato, non più lastre rigide ma moduli flessibili che coprono il tetto adattandosi ad ogni ondulazione inclusa quella delle tegole, con un effetto molto meno impattante e più sostenibile. Avere qui questa azienda svedese è un’ulteriore attestazione dell’attrattività della nostra regione”.
    Al via la produzione di celle e moduli solari innovativi “made in Italy”

    Midsummer Italia si dedicherà alla produzione di celle e moduli solari innovativi. Grazie all’acquisto di una linea di produzione formata da 10 macchine per una potenza complessiva di 50 MW realizzerà un’unità industriale da dedicare alle celle solari con tecnologia CIGS (Copper, Indium, Gallium e Selenium) e moduli fotovoltaici a film sottile.

    Contemporaneamente la società porterà avanti un’attività di ricerca e sviluppo sperimentale per la realizzazione di moduli fotovoltaici con celle CIGS. Obiettivo finale? Realizzare un nuovo design senza griglia, sviluppando nanomateriali che garantiscano un ottimale effetto barriera all’umidità.

    “Accompagnare le imprese a nascere ma anche a investire per creare lavoro è la strada scelta dal Mise nel valutare i progetti industriali da sostenere con gli incentivi”, ha aggiunto il ministro Giorgetti. “L’investimento in Puglia nel settore del fotovoltaico presenta tutte le caratteristiche di una opportunità da cogliere e valorizzare anche perché punta a realizzare prodotti innovativi e di qualità, a differenza di quelli provenienti dalla Cina che finora hanno invaso il mercato delle rinnovabili”.

    La realizzazione dell’investimento consentirà un incremento occupazionale di 79 lavoratori, di cui 59 addetti per il progetto di sviluppo industriale e 20 per il progetto di ricerca industriale.
     
  11. QUANTI RENZI CI SONO FRA I POLITICI ? PERCHE' NON SI APRE UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA  SULLE FONDAZIONI POLITICHE ED I PRODUTTORI DI VACCINI ? IL CSM COSA NE PENSA ? Sono tre i fili tirati dalla Procura di Firenze per dimostrare che la fondazione Open, a dispetto della veste statutaria, era stata costituita sin dal 2011 come «struttura a medusa» finalizzata esclusivamente, sotto forma di «surrettizia simbiosi», a supportare «l'ascesa politica» di Renzi: le spese sostenute per le iniziative politiche del leader e della sua corrente; le dazioni di imprenditori intermediate da finte consulenze legali per celare un «do ut des» politico-affaristico con provvedimenti legislativi di favore; l'uso del patrimonio della fondazione per soddisfare esigenze personali di Renzi e dei suoi accoliti, estranee dunque non solo alla mission di Open ma anche all'attività strettamente politica.
    A quest'ultimo filo fa riferimento una tabella riassuntiva, elaborata dalla Guardia di finanza e valorizzata dal tribunale del riesame come «interessante», che calcola in 550mila euro in meno di sette anni «il costo dei servizi alla persona fruiti da Renzi e sovvenzionati dalla fondazione». Quindi non fatture relative a eventi come la kermesse della Leopolda, ma spese vive personali. «Le voci – spiegano i giudici – sono costituite da editoria, libri, giornali e riviste, acquisti di carburante e lubrificanti, spese alberghiere, pedaggi autostradali, biglietteria varia, spese per ristoranti, rimborsi spese a piè di lista, locazione di sale, palchi e teatri, spese telefoniche e telefoni cellulari, internet, noleggio auto, altri costi come scontrini e documenti non intestati, servizi fotografici e riprese video, contributi ed erogazioni liberali, acquisti vari».
    Secondo i calcoli degli investigatori, queste spese hanno un andamento mutevole negli anni. Partono da 33mila euro nel 2012, esordio dell'attività della fondazione, crescono esponenzialmente nel 2013 (quando Renzi vince le primarie e diventa segretario Pd), calano nel 2014, 2015 e 2016 (con Renzi a Palazzo Chigi) a livelli compresi tra 28mila e 42mila euro annui, s'impennano nuovamente nel 2017 fino allo scioglimento a metà 2018, con Renzi uscito da Palazzo Chigi e alla riconquista del Pd: oltre 250mila euro.
    A quest'ultimo periodo si riferisce, per esempio, il volo privato per Washington del giugno 2018: 135mila euro pagati dalla fondazione per consentire a Renzi di partecipare alla cerimonia in memoria di Bob Kennedy, leggendo in inglese due minuti e mezzo di un brano del celebre discorso (di Kennedy) sul Pil.
    Dalle fatture pagate da Open emerge la passione di Renzi per i libri. Soprattutto i suoi. Nel 2012 ce ne sono due delle librerie Rizzoli, in totale 4.725 euro, per l'acquisto di copie dei libri "Fuori" e "Stilnovo" scritti da Renzi (allora sindaco e candidato alle primarie Pd) e pubblicati da Rizzoli. Allo stesso periodo appartiene una fattura di 713 euro per una cena all'hotel Four Season di Firenze, successiva al comizio di Renzi al Mandela Forum. A tavola con lui sono in sei. Inizialmente intestata all'ufficio del cerimoniale del sindaco, la fattura viene poi girata alla fondazione con un post-it della segretaria: «Renzi, Brizzi&Co. NB: far cambiare intestazione». Ancor più significativa, 5.600 euro, la fattura dell'hotel Palazzo Ruspoli di Firenze per «soggiorno Renzi» tra fine settembre e inizio dicembre.
    Anche Lotti e Boschi sono accusati di aver beneficiato di «beni e servizi», ma per importi decisamente minori (27mila e 6mila euro) e per lo più relativamente a viaggi e rimborsi benzina. Entrambi erano titolari di bancomat della fondazione. La difesa di Lotti sostiene che, da ministro, differenziava le spese per l'attività istituzionale da quelle per la fondazione.
    L'imputabilità personale delle singole spese e la riconducibilità all'attività della fondazione sono i temi al centro dell'udienza preliminare, insieme alla questione di fondo sulla «simbiosi» fondazione-corrente di partito. Sollevata dagli avvocati di Carrai con un terzo ricorso in Cassazione. Renzi, invece, chiederà una proroga del termine per esaminare tutti gli atti e decidere se farsi interrogare. Nel frattempo polemizza contro pm e giornali per «un processo celebrato nel tempio del giustizialismo: lo spazio media e social in violazione della privacy e delle guarentigie parlamentari», per cui ha chiesto al Senato (dove però è entrato solo nel 2018) di dichiarare inutilizzabili le sue comunicazioni.
  12. VARREBBE LA PENA  DI ALMENO UNA TELEFONATA FRA DRAGHI E MACRON :Un video su web che in poche ore è diventato virale. Con l'avvertenza: le scene sono violente e potrebbero turbare le persone sensibili. Ma le immagini le hanno viste in tanti. E sono tanto gravi quanto assurde. Nel video amatoriale - che testimonia partee di quanto avvenuto, perché l'episodio sarebbe durato a lungo e l'intera documentazione non è disponibile - si nota in modo chiaro un ragazzino che prende a calci un adulto. Ripetutamente, con forza.
    È successo al torneo internazionale giovanile di «Halloween» a Riva di Chieri, nel Torinese. Durante la partita di calcio della categoria Esordienti classe 2009 tra il Salice Fossano (Cuneo) e l'Us Alfortville (club dei dintorni di Parigi), gli animi si sono surriscaldati dopo un deciso contrasto di gioco. Non giustificabile, ma di quelli che talvolta si vedono e che possono far parte del calcio. Ma poco dopo ne è nato un parapiglia incontrollabile, durissimo.
    «Sono sceso in campo per salvaguardare l'incolumità dei ragazzi» ha raccontato Riccardo Allocco, dirigente della società fossanese. Ma è stato proprio lui ad avere la peggio. «Non so come, forse sono scivolato perché pioveva a dirotto e il terreno era inzuppato di fango, mi sono ritrovato a terra – aggiunge -. Ricordo benissimo, però, i calci alla schiena che ho ricevuto, uno è stato particolarmente violento (testimoniato dalle immagini, ndr)». Tanto violento che al dirigente, invitato da un'infermiera presente nell'impianto a recarsi al Pronto soccorso dell'ospedale di Chieri, è stata diagnosticata la frattura di una costola, con 28 giorni di prognosi. Nel frattempo erano stati chiamati anche i carabinieri. «Non è mia intenzione strumentalizzare l'episodio, anzi, mi auguro davvero che non accada. Sono molto amareggiato. Voglio dimenticare questa vicenda al più presto, come dirigente e come genitore». E il direttore sportivo Danilo Toti: «Siamo sgomenti».
    Dalla Francia la società, contattata da «La Stampa» su Facebook, in un primo tempo ha accettato di fornire una propria versione. Poi, il dietrofront: «Non pubblicate commenti da parte nostra» è stata l'unica replica ufficiale da parte del club transalpino che ha ritenuto «di non doversi giustificare, tutti i presenti hanno visto quel che è accaduto in campo». Forse si riferiscono a possibili ulteriori episodi, che potranno essere accertati e analizzati dalle forze dell'ordine.
    Marco Mameli di «We Event», che ha organizzato la manifestazione: «Ero in tribuna. Ho assistito a un brutto spettacolo. Oltre all'inevitabile sospensione della partita, ho deciso subito di chiudere il torneo ed esprimere grande solidarietà al dirigente del Salice Fossano».
  13. CI SONO ANCHE IN QUELLA ITALIANA ? Per Mosca è «un tragico incidente». Ma evidentemente la storia fa risuonare tante altre corde, sinistre. Un diplomatico russo - si è appreso solo ieri - è stato trovato morto alle 7,20 di mattina del 19 ottobre, dopo essere caduto da una finestra di un piano alto dell'ambasciata russa a Berlino. Il sangue ancora macchia il marciapiede, ma quando cade, il suo corpo sparisce e viene immediatamente rimpatriato, il Cremlino non concede che l'autopsia venga svolta in Germania. Nessuna notizia trapela per giorni. Scopriamo ora che il diplomatico (secondo segretario dell'ambasciata, 35 anni) è in realtà – stando ai servizi segreti tedeschi citati da «Der Spiegel» - una spia sotto copertura del Fsb, il successore del Kgb. Ma la storia non finisce qui. La realtà supera ancora una volta i romanzi di Le Carré. Il «diplomatico» – secondo quanto rivela un'investigazione del collettivo di giornalisti indipendenti Bellingcat – era il figlio del vicedirettore del «Secondo Servizio» dell'Fsb e capo del «Direttorato dell'Fsb per la protezione dell'ordine costituzionale», il generale Alexey Zhalo. I dati di registrazione dell'auto e dell'indirizzo dai database Cronos, leakato e liberamente disponibile su Internet, mostrano che il diplomatico - che porta anche il nome del generale Zhalo come patronimico - è stato registrato allo stesso indirizzo del generale sia a Mosca sia, in precedenza, a Rostov, da dove viene la sua famiglia. Cosa significa? Semplice: che potrebbero esserci connessioni con altri crimini internazionali di cui è accusato o sospettato il regime russo. In particolare, quella struttura dell'Fsb.
    Il Secondo Servizio dell'Fsb è stato collegato da Bellingcat all'assassinio dell'ex comandante ribelle ceceno Zelimkhan Khangoshvili, freddato nel Kleiner Tiergarten di Berlino il 23 agosto 2019. Stando ai metadati telefonici, l'assassino presunto, Vadim Krasikov (che è attualmente sotto processo a Berlino con l'accusa di omicidio sponsorizzato da uno Stato), fu in visita al centro antiterrorismo dell'Fsb - che rientra appunto nel «Secondo servizio». E di questo stesso Direttorato dell'Fsb faceva parte la squadra di spie che pedinò Alexey Navalny prima di avvelenarlo nell'agosto 2020 in Siberia, e potrebbe anche esser collegata al sospetto avvelenamento di altri dissidenti, tra i quali Vladimir Kara-Murza. Due vicende che hanno spinto Angela Merkel a tensioni molto aspre con Vladimir Putin.
    Una coincidenza? Berlino ancora una volta come ai tempi di George Blake – forse la più grande spia doppiogiochista della storia, passata dall'MI6 ai sovietici, la cui storia è narrata nel bellissimo libro di Steve Vogel, «Tradimento a Berlino» – sembra il set d'elezione di una spy story internazionale e di un circolo di spie russe che si sono mosse in Europa (e indisturbate in Italia) in questi anni. Il ministero degli Esteri russo nega queste ricostruzioni, sostenendo che «la copertura della morte di un diplomatico russo da parte dei media occidentali è fatta di pure speculazioni del tutto inappropriate». Secondo analisi forensi che La Stampa ha potuto verificare, le cache di Google mostrano che a un certo punto, tra il 1 e 4 novembre , il nome del secondo segretario dell'ambasciata russa è stato rimosso dalla lista diplomatica accreditata al ministero degli Esteri tedesco. Il commento di Roman Dobrokhotov, uno dei più coraggiosi giornalisti russi, riassume forse tutto: «Il figlio di uno dei principali carnefici dell'Fsb (lui stesso lavorava come "cekista" sotto le spoglie di diplomatico) cade improvvisamente dalla finestra dell'ambasciata - no, questa non è una serie Netflix, è una notizia russa».

Propongo Giorgio Parisi in particolare dopo aver ascoltato queste parole :

#giorgioparisipresidentedellarepubblica

https://youtu.be/Mmb1YIp6_hE

https://www.facebook.com/groups/1126787494755316

Camera dei deputati: GIORGIO PARISI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Firma la petizione! https://chng.it/RRhXq8m6 via @ChangeItalia

Mb

 

06.11.21
  1. CAMBIERANNO ?    Sono arrivati in treno, in autostop, in bicicletta. Qualcuno non ha potuto fare a meno dell'aereo. Chi addirittura a piedi, come Steph Alderton, con uno dei tanti gruppi di pellegrini arrivati camminando da mezza Europa. I giovani hanno preso d'assalto Glasgow per far sentire la propria voce.
    Saranno 50mila oggi nelle strade della città per dare la scossa alla Cop26 durante il primo climate strike, lo sciopero per il clima promosso da Fridays For Future. Alla testa del corteo, ovviamente lei, Greta Thunberg, la carismatica e inarrestabile climattivista diciottenne.
    I cartelloni sono già pronti: irriverenti, tranchant, trasudano dell'urgenza che richiedono ai politici. 1,5°C è il numero simbolo, ovvero l'aumento massimo delle temperature globali, obiettivo che la scienza ritiene raggiungibile e necessario per evitare gli effetti più catastrofici e deleteri del cambiamento climatico. «Il clima è più hot di Harry Styles», si legge su un cartello. Più duro quello impugnato da un'attivista di Londra che dice «voi morirete di vecchiaia, noi di cambiamento climatico». Tantissimi i post sui social con la scritta "bla, bla, bla" in riferimento al discorso di Greta.
    Ci sono anche i Fridays italiani. «Siamo venuti in treno misurando tutte le nostre emissioni, dai trasporti al cibo per poi compensare ogni grammo di CO2», racconta Giovanni Mori. Che con il progetto di comunicazione #destinationCop racconterà tutto su Instagram per chi non è riuscito a venire di persona. Con la speranza di intervistare Greta. «Lei è sia un simbolo, che una leader, in grado sia di inspirare che attivare», aggiunge. Un affetto e rispetto che sfugge a troppi adulti, che non hanno saputo riconoscere il carisma indiscusso della svedese.
    In tanti sono ancora in cerca di un alloggio. L'organizzazione inglese non ha certo brillato nell'accoglienza, dati i prezzi stellari di alloggi e bed and breakfast. Un incubo anche per delegati e giornalisti indipendenti. In ostello i posti in camerata sono stati venduti a 120 euro a notte. Tutto pieno negli hotel di Glasgow e nella vicina Edimburgo. Fortunatamente la cittadinanza scozzese è venuta in aiuto attivando una rete di «human hotel», ovvero salotti e stanze dove buttare il sacco a pelo per la notte. Basta andare sulla pagina Facebook di Extinction Rebellion UK per trovare aiuto.
    Tanti attivisti, ma anche numerosi volontari del mondo delle organizzazioni non-governative, giovani leader delle comunità indigene, e delegati junior presenti come osservatori. Per l'Italia c'è la nutritissima delegazione di Italian Climate Network, fatta di una decina di giovani laureate, quasi nessun uomo, la metà under-30, tutte esperte di politiche del clima. Insieme pubblicheranno un loro bollettino quotidiano sull'andamento dei negoziati. Tra di loro Giulia Persico, 28 anni, a Glasgow già da dieci giorni. «Mi occupo di fare l'observer dentro le stanze dove si prendono le decisioni. La presenza di noi giovani qua alla conferenza sul clima serve per dare un risvolto pratico e sistematico alla voce dei giovani, i meno rappresentati all'interno del negoziato e che già subiscono le conseguenze dei cambiamenti climatici», racconta.
    Per questa ragione oggi alle 17 si riuniranno alcuni dei delegati under30 che avevano partecipato alla Youth4Climate a Milano. «L'obiettivo è rendere continuativa la youth4climate, rendendola un appuntamento fisso, come anche richiesto dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, in modo che i giovani possano continuare a fare pressione e condividere idee e progetti con i decisori politici», spiega Federica Gasbarro, 26 anni, attivista per il clima e delegata italiana a Y4C di Cop26. Non rimarrà fino alla fine, ma attende il risultato finale del negoziato. «Siamo tutti emozionatissimi, questa è la Cop più importante, ci rimangono solo sette anni per invertire la rotta. Senza la nostra voce non saranno prese decisioni ambiziose».
    La pressione sale. Colorata, non violenta, ma ferma. I giovani hanno capito che l'Accordo di Parigi, senza il peso della società civile, non può davvero raggiungere i risultati attesi. Quel 1,5°C, fondamentale per tutti, per garantire un futuro a loro, e alle generazioni che verranno.
  2. LE STARTUP ITALIANE SONO UN  BLUFF  DELLA  RIGIDA ED AUTORITARIA EDUCAZIONE SCOLASTICA ITALIANA CHE BRUCIA ILLUSIONI, PRESSAPOCHISMO E RISORSE : Qualcosa si muove nel mondo delle startup torinesi ma non è ancora abbastanza, nonostante gli sforzi. Qualche miglioramento ma anche tanti aspetti ancora di arretratezza emergono dalla ricerca sulle Startup e Pmi innovative di Torino fatta dal Club degli Investitori, in collaborazione con Escp Europe, Camera di Commercio di Torino e Totem - TorinoTechMap.
    L'analisi parte da un censimento di quello che offre la città: ci sono 543 start up e Pmi innovative iscritte al registro Unioncamere, di cui 461 start up. Un numero che fa di Torino la quarta città In Italia dietro Milano, Roma e Napoli, ma terza per densità dietro il capoluogo lombardo e Roma (Torino ha 2,20 start up ogni diecimila abitanti, Roma ne conta 3,3 mentre Milano arriva a 7,8, più del triplo). C'è un altro elemento che fa riflettere, ricavato dai dati di bilancio. Complessivamente, il valore delle produzione è di circa 160 milioni di euro (2020), con un valore medio della produzione che è di circa 296 mila euro.
    Le Pmi innovative contribuiscono per la maggior parte di questo dato con 99 milioni di euro (61,9% del totale) con un valore medio della produzione di 1,2 milioni di euro, mentre le startup contribuiscono per 61 milioni di euro (38,1% del totale) con un valore medio di 133 mila euro. Il dato è inferiore rispetto alla media nazionale che, su oltre 13.000 startup e Pmi innovative, vede un valore medio della produzione di circa 182.000 euro. Quindi il 27% in meno.
    I fondatori delle imprese innovative di Torino sono prevalentemente uomini (86,2%), il 13,8% è rappresentato da donne. L'età media è di 40 anni: più che "giovani partiti in un garage" si tratta di persone che scelgono questa attività come evoluzione di precedenti esperienze lavorative.
    Ma Torino, nonostante parta molto indietro, sta guadagnando terreno. Innanzitutto in un anno si è cresciuti di quasi il 20% (da 390 a 461, appunto) e il 54% sono start up sono attive nelle tecnologie (Stem), seguito dall'ambito economico. Ma soprattutto si sta sviluppando un ecosistema più forte con 14 acceleratori di start up, 4 start up studio, 8 fondi di venture capital, 3 corporate venture e 300 business angel.
    Gli investimenti sono più che triplicati tra il 2020 e il 2021: da 60 a oltre 200 milioni, mentre nel resto d'Italia si stima un raddoppio. Risultato: Torino nel 2021 sarà, secondo il Club degli Investitori, la seconda città in Italia per investimenti in generale ma la prima nel settore hi-tech. Anche se il 70% delle risorse sono state raccolte da due sole start up, Planet e Newcleo, e quest'ultima da sola ha raccolto 100 milioni di euro. «Non sarà facile mantenere il primato di quest'anno - conclude Giancarlo Rocchietti, presidente del Club degli Investitori - Tutti devono lavorare per attrarre e far crescere nuove aziende tech, definendo i settori su cui puntare, aumentando la politica dei grandi eventi legati all'innovazione e ampliando l'offerta di formazione per i nuovi imprenditori».
  3. ELIMINARE MEDICI PER LA FURBATA DEL GREEN PASS OBBLIGATORIO PORTA GIA'  MOLTE CONSEGUENZE : Al pronto soccorso di Ciriè mancano medici. E l'Asl To4 li recupera da una ditta esterna, pagandoli 125 euro lordi l'ora. Il servizio è stato assegnato alla Cmp global medical division di Bologna, che fornirà, fino alla fine di febbraio, medici con un impegno giornaliero di 24 ore su due turni da 12, festivi compresi. Per l'Asl To4, l'esborso fino a fine febbraio sarà di 360 mila euro. Cifre più alte rispetto al contratto nazionale che prevede che medici a gettone vengano pagati 60 euro lordi per il turno diurno e 40 euro lorde la notte.
    Ma il discrimine è se mantenere il servizio, perché non ci sono alternative. Sono andate infatti deserte tutte le altre opzioni messe in campo dall'azienda. Al concorso a tempo indeterminato bandito lo scorso luglio per dieci posti avevano risposto in quattro, ma nessuno si presentò alle prove a Ivrea.
    La determina è oggetto di critiche da parte di Chiara Rivetti dell'Anaao Assomed: «Remunerazioni così alte per i medici delle cooperative sono disincentivanti per i medici interni: dovrebbero essere offerte prima a loro, cui le ore extra vengono invece pagate la metà se non un terzo. Ricordiamo che un medico dipendente ha dovuto superare un concorso e quindi le sue competenze sono state valutate dall'azienda; viceversa molti medici delle cooperative hanno qualifiche spesso discutibili. In questi giorni è attivo un tavolo di lavoro in Regione in cui stiamo discutendo proprio dell'aumento di remunerazione per i turni extra in un pronto soccorso. Ma comunque i colleghi sono stanchi, più di tanto non possono lavorare: di nuovo ribadiamo che una riforma della formazione, che preveda il coinvolgimento degli specializzandi, potrebbe evitare queste situazioni». Per Giuseppe Summa, del Nursind, «a questo punto, se non si trovano soluzioni organiche che rendano appetibili queste professioni e questi servizi, anche la scelta di un infermiere potrebbe essere quella di licenziarsi e riproporsi come libero professionista a 100 euro l'ora. E come in questo caso le aziende non potrebbero fare a meno di accettare se non si vogliono chiudere gli ospedali. Se si vuole evitare il far west bisogna investire risorse valorizzando e incentivando economicamente sulle professionalità e specificità oggi presenti, altrimenti ci troveremo con interi servizi esternalizzati».
    Contrario alla scelta aziendale è anche lo Smi. Lo spiega il segretario regionale, Antonio Barillà: «In emergenza i contratti, per certi aspetti, sono superati e il rischio di chiusura di un pronto soccorso rappresenta un'emergenza. Per cui prima di rivolgersi a cooperative sarebbe stato più utile investire quelle risorse nei dipendenti dell'azienda visto che questi medici nei loro obiettivi hanno anche quello del contenimento della spesa, dell'appropriatezza diagnostica e dell'integrazione tra ospedale e territorio. Obiettivi che non hanno i medici di cooperative. Con questa scelta l'Asl e il Dirmei commettono l'errore di non incentivare il pubblico favorendo il privato». —
  4. PROVE DI ALLEANZA GIORGETTI-DI MAIO per una REPUBBLICA PRESIDENZIALE PER DRAGHI : Alla pizzeria da Michele, a Roma, Luigi Di Maio e Giancarlo Giorgetti non hanno parlato di quanto è buona la pizza, come il ministro degli Esteri va ripetendo cercando di dissimulare in un sorriso l'evidente bugia. Hanno parlato di Quirinale e di Rai. Il Colle però è stata la portata principale del menù. I fattori di incertezza sulla scelta, a gennaio, del prossimo presidente della Repubblica sono troppi: interi gruppi parlamentIari senza controllo, un orizzonte di ancora un anno di legislatura che strozza le speranze di rielezione di tanti peones, e un presidente del Consiglio, Mario Draghi, che sarebbe il candidato ideale ma che in tanti vogliono rimanga a Palazzo Chigi, chi per gestire la ripresa e i soldi europei, chi perché teme di tornare a votare. Di fronte a queste variabili e complicazioni, il "patto della pizza" tra l'ex capo politico del M5S e Giorgetti si fonda su un obiettivo: garantire la stabilità. E fa nulla se i loro leader, Giuseppe Conte e Matteo Salvini, abbiano detto che va benissimo Draghi per il Quirinale. Entrambi concordano su un punto. Sarebbe perfetto, e la più semplice delle scelte, se l'attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella, 80 anni compiuti a luglio, accettasse di rimanere dov'è, per un anno, per due, per l'intero settennato se vuole. Così Draghi potrebbe completare il lavoro al governo e magari, questa è la tesi, candidarsi a guidare la Commissione europea nel 2024 per cambiare il patto di Stabilità. Ma nella strategia di Di Maio e Giorgetti è previsto un piano B: Giuliano Amato. L'ex premier e giudice costituzionale era il nome su cui, nel 2015, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi pensava di avere un accordo con Matteo Renzi, prima che l'allora presidente del Consiglio e segretario del Pd virasse su Mattarella. Oggi Amato, 83 anni compiuti, potrebbe contare su un sostegno trasversale, e secondo Giorgetti dovrebbe «andar bene a Salvini», proprio perché il centrodestra lo considera un profilo di garanzia.
    Mattarella invece, dicono il leghista e Di Maio, «va convinto». Perché al momento nessuno intravede un cedimento nel suo proposito di lasciare il Quirinale. Il presidente considera la rielezione una forzatura costituzionale che è costata già troppo al suo predecessore, Giorgio Napolitano. È anche vero però che quel precedente dà forza alla teoria di chi vuole il bis di Mattarella. Di fronte a uno stallo delle istituzioni e al conseguente caos, nel pieno ancora della pandemia, il Capo dello Stato non farebbe un sacrificio se tutti o quasi glielo chiedessero? Sono le domande che si fanno Giorgetti e Di Maio, interessati anche a evitare che Draghi venga bruciato nel voto segreto in Parlamento. Un assaggio di caos, in effetti, c'è stato con il voto del ddl Zan e sempre in Senato con la scelta del capogruppo del M5S. Dopo il primo tentativo finito in parità tra l'uscente Ettore Licheri, indicato da Conte, e Mariolina Castellone, il leader ha chiesto e ottenuto dal primo un passo indietro, un gesto - ha detto l'ex premier, "che serve a preservare l'unità contro chi ci vuole divisi".
    Fare in modo che Draghi e Mattarella rimangano dove sono sarebbe l'opzione preferita dall'Europa e dagli alleati americani, come sanno benissimo il ministro degli Esteri e dello Sviluppo economico. Di Maio spinge in questa direzione, e lo prova la freddezza con cui ha accolto l'endorsement quirinalizio di Conte a favore dell'attuale premier. Su questo, poi, con Giorgetti c'è anche un po' un gioco delle parti. E così se il leghista dice che con «Draghi al Colle ci sarebbe un presidenzialismo di fatto», il grillino ribatte che è «solo una provocazione». In realtà Di Maio considera Giorgetti un «ottimo stratega» ed è a lui e a Dario Franceschini, altro king maker dietro le quinte del Pd, che il ministro degli Esteri presta grande ascolto. Anche quando, a sorpresa, tra un trancio di pizza e l'altro, appare il nome di Amato.
  5. RENZI INDELEBILE : La scorsa settimana la procura di Firenze ha chiuso le indagini su Fondazione Open, la cassaforte di Matteo Renzi quando era segretario del Pd, che sostenne le sue iniziative politiche, tra cui la kermesse della Leopolda. Oltre 3,5 milioni di euro di donazioni di denaro, in violazione delle norme sul finanziamento ai partiti, scivolati nella contabilità di Open fra il 2014 e il 2018 sono al centro dell'inchiesta e delle accuse, a vario titolo, per 15 indagati, 11 persone fisiche e quattro società. Renzi è accusato di finanziamento illecito ai partiti in concorso con l'ex presidente di Open, l'avvocato Alberto Bianchi, e con i componenti del cda: Marco Carrai, Luca Lotti e Maria Elena Boschi.
  6. MEGLIO TARDI CHE MAI : Con il decreto è stato anche deciso un sostanzioso contributo di 1.000 euro per gli under 35 e per i soggetti che percepiscono reddito di cittadinanza o ammortizzatori sociali per il conseguimento della patente merci o le altre abilitazioni professionali richieste. Il contributo, che non può comunque superare il 50% delle spese sostenute e documentate ed è riconosciuto fino al 30 giugno 2022, è volto a incentivare l'inserimento di giovani nel mercato del lavoro in un settore che soffre di carenza strutturale di autisti. Per percepire i contributi è necessario che i richiedenti dimostrino di aver stipulato, entro e non oltre 3 mesi dal conseguimento della patente, un contratto di lavoro in qualità di conducente nel settore dell'autotrasporto per un periodo di almeno 6 mesi.
    Viene previsto il divieto di qualsiasi forma di pubblicità, su strade e veicoli, avente contenuto sessista, violento, offensivo o comunque lesivo dei diritti civili, del cerio religioso e dell'appartenenza etnica ovvero discriminatorio. La violazione del divieto comporta la revoca dell'autorizzazione e l'immediata rimozione del mezzo pubblicitario.
    Un'altra importante novità riguarda i moto-taxi. Per la prima volta, sarà possibile effettuare servizio taxi anche con motocicli e velocipedi. Inoltre, viene istituito un fondo di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022-23-24 per favorire la trasformazione digitale dei servizi di motorizzazione ai cittadini e alle imprese e aumentare il livello di cybersecuriti.+ L'Italia è tra i firmatari di un nuovo impegno preso alla conferenza sul clima a Glasgow: un piano per interrompere i progetti finanziati all'estero sui combustibili fossibili entro la fine del 2022. Nella giornata della conferenza delle Nazioni Unite dedicata all'energia pulita, arriva la promessa di eliminare gradualmente il carbone, il combustibile fossile che più di ogni altro contribuisce al riscaldamento globale. «Oggi possiamo dire che la fine del carbone è in vista», ha detto Al