ARCHIVIO ONLINE di Marco BAVA , raccolta deleghe per le assemblee degli azionisti e costituzione di parte civile gratuita degli azionisti nei procedimenti penali per un Nuovo Modello di Sviluppo

 

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INTERVENTI MARCO BAVA ASSEMBLEE AZIONISTI
COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE DI MARCO BAVA
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Corso su investimenti e previdenza
  • Come confrontare obbligazioni, titoli di Stato e buoni fruttiferi?
  • Qual è il vantaggio fiscale netto dei fondi pensione?
  • I certificati sono una soluzione ai tassi bassissimi?


Sono alcune delle questioni trattate nel mio corso all'Università di Torino, per la laurea triennale in Matematica, con inizio lunedì 28 settembre. Per programma ecc. vedere: Metodi per le scelte finanziarie e previdenziali e la pagina sui corsi. Saranno 42 ore di lezione nel tardo pomeriggio, lunedì e giovedì sino a dicembre 2020.
Il corso insegna metodi per analisi, confronti, simulazioni ecc., in particolare in Excel. Il corso non insegna a diventare ricchi.

A causa dell'epidemia quest'anno il corso sarà on line sulla piattaforma Webex e saranno possibili domande, risposte e scambio di file fra me e gli iscritti.

Può iscriversi anche chi non è studente universitario, purché con un diploma di scuola media superiore. Tassa d'iscrizione 180 euro, di cui (tanto vale dirlo) a me non viene nulla.

Chi fosse interessato a iscriversi, cortesemente mi scriva.
Fornirò ulteriori indicazioni.

 

Titoli sintetici, più o meno complessi
 

Con l'occasione segnalo l'articolo: « Certificati. Strumenti d’investimento spesso rischiosi, meglio comprarli dopo l’emissione» sul Fatto Quotidiano del 10-8-2020. Chi li vende ci guadagna anche più che coi fondi comuni, ma alcuni risparmiatori hanno perso anche il 100%. Alla faccia dell'affermazione di Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza, secondo cui i certificati "non sono molto pericolosi".

Saluti

Beppe Scienza
Docente di Metodi per le Scelte Finanziarie e Previdenziali


Dipartimento di Matematica
Università di Torino
via Carlo Alberto 10
10123 Torino
www.beppescienza.it
www.ilrisparmiotradito.it

P.S.: Invio tali messaggi a lettori dei miei libri (Il risparmio tradito, La pensione tradita ecc.) e altri interessati o ritenuti tali. Per non riceverne più, basta cancellare l'iscrizione cliccando qui.

 

Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

wfr01
 
Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

Il sito che installa tutte le app essenziali per Windows 10

Bastano pochi clic per ottenere un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo software.

Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente configurato e utilizzabile.

A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter automatizzare.

Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e installarle in autonomia.


Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti (Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e, dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di fornire un'interfaccia grafica.

Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.

Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è molto simile al già citato Ninite.

Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve essere preventivamente installato sul Pc.

Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo sviluppatore ha battezzato Featured Pack.

Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.

In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa di invocare Winget per portare a termine il compito.

I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a creare il proprio e a condividerlo.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369

 

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) Processo MPS  2 SIENA MILANO .

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE PER UN

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

 

 

SI ACCETTANO ISCRIZIONI

STATUTO

mailto:nuovomodellodisviluppo@email.it

  

 

FRA GLI OBETTIVI :

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN  

6) COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DEGLI AZIONISTI NEI PROCESSI PER REATI SOCIETARI

 IL 31.10 15  la sentenza del PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT ha ammesso il danno per i soci Parmalat .     

SENT CRAGN MOTIV 1 MOTIV 2 MOTIVAZ 3

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE:

NO-ISIS.cloud

www.no-isis.cloud

per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

SI ACCETTANO ISCRIZIONI : STATUTO

PROGR ELET

scrivere a :

mailto:no-isis@outlook.con

@mbnoisis

www.facebook.com/No-isiscloud-1713403432283317/

obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

 - PER AFFRONTARE LA CRISI DEI PROFUGHI, L’ITALIA HA GIÀ SBORSATO 8,4 MILIARDI - INSIEME ALL’EMERGENZA TERREMOTO, PUO’ MANDARE ALL’ARIA I PIANI DEL GOVERNO SUL DEBITO PUBBLICO - DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO OLTRE 7 MILA I PROFUGHI SBARCATI IN ITALIA: DI QUESTO PASSO SI BATTERÀ OGNI RECORD

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Mario Sensini per il “Corriere della Sera”

 

Ieri le motovedette della Guardia costiera ne hanno sbarcati 623: 251 a Porto Empedocle e 372 a Lampedusa. Stamattina è attesa ad Augusta la Nave Acquarius, con a bordo altri 783 migranti. Negli ultimi due giorni ne sono stati soccorsi nel mare del Canale di Sicilia, e accolti in Italia, circa 1.600.

 

Ieri la Marina libica ne ha bloccati altri 400 a poche miglia da Sabrata, e nonostante gli accordi tra Tripoli ed il governo italiano, criticati anche dalla Cei, e i nuovi impegni presi dai leader europei al vertice di Malta, il flusso dei disperati dalle coste libiche verso il nostro Paese non si arresta.

 

SPESA RECORD

Dall' inizio dell' anno sono oltre 7 mila i profughi sbarcati in Italia, e di questo passo si batterà ogni record. Quello dei migranti accolti (176 mila nel 2016), ma anche quello della spesa pubblica necessaria per il soccorso e l' accoglienza, che secondo il governo contribuisce in modo determinante, insieme all' emergenza dovuta al terremoto, a mandare fuori linea il debito pubblico. Fino al punto di spingere Bruxelles a valutare una procedura d' infrazione alle regole sui conti pubblici. Il che sarebbe una doppia beffa per l' Italia, che da anni lamenta lo scarso impegno degli altri Paesi nel fronteggiare i flussi migratori.

 

 

In un rapporto appena inviato alla Commissione Europea sui "fattori rilevanti" che influenzano l' andamento del debito pubblico, il ministero dell' Economia sottolinea che quest' anno la spesa per l' immigrazione rischia di arrivare al record storico di 4,2 miliardi di euro. Nel 2016, al netto dei contributi della Ue (che sono stati pari ad appena 120 milioni) sono stati spesi 3,3 miliardi. Per il 2017 ne sono stati stanziati 3,8 e senza tener conto dei 200 milioni del «Fondo per l' Africa» per investire nei Paesi da cui partono i flussi di immigrazione più importanti.

 

Ma quella prevista in bilancio è una cifra che «se il trend degli ultimi mesi dovesse continuare», si legge nel Rapporto, potrebbe crescere di altri quattrocento milioni.

La crisi costa 8 miliardi Si spenderà il triplo rispetto alla media degli anni tra il 2011 e il 2013, prima dell' esplosione della crisi migratoria: tra 2,9 e 3,2 miliardi in più. Se poi si considera la maggior spesa in termini cumulati la dimensione dei costi sostenuti dall' Italia per l' emergenza assume proporzioni gigantesche. Secondo il ministero dell' Economia, dal 2014 al 2017 lo Stato avrà speso tra 8 e 8,4 miliardi di euro in più rispetto al periodo 2011-2013.

 

Così cresce il debito L' Italia pretende che questa spesa sia considerata «eccezionale» e dunque non conteggiata nel calcolo del disavanzo annuale monitorato per verificare il rispetto degli impegni di bilancio. La Commissione, però, è disposta a riconoscere come «eccezionale» non tutta, ma solo la spesa eccedente rispetto all' anno prima. In ogni caso, che pesi o meno sul deficit pubblico, la spesa si scarica sul debito.

 

Nel 2017, sottolinea il rapporto, la spesa per l' accoglienza è stimata in 2,3 miliardi di euro (1,9 l' anno scorso), quella per il soccorso in mare e i trasporti sarà pari a 860 milioni di euro (nel 2016 furono 913).

L' assistenza sanitaria costerà 250 milioni, l' educazione (nel 2016 sono arrivati anche 26 mila minori non accompagnati) 310 milioni.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967-cover.pdf

 

 

 

TEMI STORICI :

 

IL 16.11.19 alle ore 18 nella CHIESA S.MARIA GORETTI SI TERRA' LA MESSA IN COMMEMORAZIONE  DI EDOARDO AGNELLI

VEDI QUI LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI A CHI HA GIOVATO ?

04.07.19

E’ da poco uscito per Diarkos il libro di Antonio Parisi che risponde all’evocativo titolo Gli Agnelli. Il libro racconta gli aspetti più controversi e oscuri della famiglia che per oltre un secolo ha di fatto regnato sull’economia e su buona parte della politica italiana ed europea. Parisi pone l’attenzione in particolare sulla morte di Edoardo Agnelli, il figlio “scomodo” dell’Avvocato, trovato senza vita sotto un cavalcavia il 15 novembre del 2000.

Ricorderete quell’episodio come forse ricorderete i difficili rapporti tra Edoardo e il padre. Parisi va oltre e pubblica una serie di documenti che mettono in dubbio l’inchiesta (frettolosa) che sancì come suicidio la causa della morte di Edoardo. L’autore rimette tutto in gioco mostrando le incongruenze dell’epoca, i verbali, le testimonianze.

Trovate qui la recensione completa del libro.

 

Antonio Parisi ha risposto alle mie domande di

Un libro coraggioso quello che hai appena pubblicato, che parte da una morte che i torinesi ricordano bene: quella di Edoardo Agnelli. Una morte ancora oggi avvolta da molti dubbi. Perchè hai deciso di riportare all’attenzione questa storia?

Ritengo che al pari di altri casi irrisolti, la morte di Edoardo Agnelli vada chiarita. Credo che in maniera forse un po’ frettolosa si è parlato di suicidio. Ci sono però almeno una ventina di dati che contrastano contro questa ipotesi. Tra questi lo stato del corpo del povero Edoardo, che fu ritrovato dopo essere precipitato da 80 metri di altezza, sostanzialemente intatto e con i mocassini ai piedi. Gli esperti mi hanno spiegato che dopo una caduta da quella altezza persino gli scarponcini ben allaciati degli alpinisti, volano via. Tra l’altro, come ormai acclarato dalla documentazione, mi chiedo perché non fu eseguita l’autopsia su Edoardo. Edoardo, spesso infangato in vita, era invece una persona che aveva avuto una vita difficile e problematica. Era buono Edoardo, studioso di religione ma forse disprezzato in famiglia. Nel libro si raccontano alcuni episodi in cui si comprende come veniva trattato. Una volta cercarono con un trucco di fargli firmare la sua cessione dei diritti Fiat. Toccanti alcune sue lettere al padre, l’avvocato Giovanni Agnelli. Altre di queste lettere sono dure: in una, chiamando il padre “Presidente della Fiat”, gli contesta un comportamento penalmente rilevante, rammentandogli che “scopo della Fiat è costruire automobili, non incrementare la corruzione in Italia”.

Nel libro non ci sono illazioni e nemmeno ipotesi. Ci sono documenti, ci sono le evidenze sulle contraddizioni dell’epoca. Mi sembra che tu non voglia convincere il lettore ma portarlo a ragionare, a porsi domande…

Io faccio il giornalista e pertanto debbo mantenermi il più possibile ancorato alla realtà dei fatti. Questo lo posso fare solo attraverso le documentazioni legali e attraverso le testimonianze di persone. Di carte ne ho consultate a bizzeffe e qualcuna è pubblicata nel libro. Tra le persone che ho intervistato c’è un malgaro di Fossano, Luigi Asteggiano, il quale afferma che il corpo era già sul greto del fiume, dove fu ritrovato, alle 8 del mattino. Secondo l’inchiesta invece Edoardo si sarebbe buttato dal viadotto “Romano” dell’autostrada Torino-Savona alle 10 del mattino. C’è una contraddizione importante. Qualcuno ha indagato in tal senso? L’amico di Edoardo, Marco Bava, prendendo spunto da queste contraddizioni ha cercato di far riaprire il caso. Dopo la pubblicazione del mio libro, Bava dice che ci potrebbero essere novità. Vedremo.

Ti occupi della morte di Edoardo e della famiglia Agnelli da anni. Hai avuto difficoltà nel trovare un editore disposto a pubblicare questo libro? O pressioni esterne perchè non venisse pubblicato?

Sono anni che mi occupo del caso e questo grazie a due persone. Uno il già citato Marco Bava e l’altro il giornalista Giuseppe Puppo. Quest’ultimo aveva scritto il libro “80 metri di mistero” sulla morte di Edoardo. Io intervistai Puppo preparando diversi articoli e realizzando anche un servizio televisivo sul libro. In breve mi trovai coinvolto anche emotivamente nella vicenda. Proprio a seguito della mia “competenza” sul caso, e la conoscenza approfondita sulle grandi “famiglie” europee, l’editore Diarkos mi ha chiesto di scrivere Gli Agnelli. Molti colleghi mi dicono che se fosse stato vivo l’avvocato Giovanni Agnelli non sarei riuscito a pubblicare il libro. Non so se veramente è così. Certo è che ci sono stati preoccupanti depistaggi da parte di sedicenti ambienti giudiziari ed investigativi di cui do conto nel libro e nelle note. Però voglio ricordare tre episodi non piacevoli. Il primo riguarda l’articolo da me scritto per il settimanale OGGI, con intervista ad Asteggiano. La proprietà della testata allora era riconducibile insieme con tutto il gruppo RCS agli Agnelli. Ebbene dopo quell’articolo clamoroso, pur pubblicato, io sostanzialmente non ho più collaborato con la testata, tra l’altro diretta da un grande giornalista come Umberto Brindani. Il secondo episodio si è verificato durante la realizzazione del mio servizio TV sulla morte di Edoardo. Volevo intervistare a Fossano l’uomo dell’agenzia funebre che aveva rimosso il corpo. Volevo sapere se ricordava lo stato del cadavere. Ero con Bava, Puppo con al seguito la telecamera e gli operatori. Ci vuoi credere? L’uomo si è barricato nel locale dove aveva le casse da morto e si è rifiutato di parlarci. Intanto i passanti cambiavano strada: avevano paura di essere intervistati. Non sembrava di essere in Piemonte, piuttosto avevo l’impressione di essere nella Sicilia di qualche anno fa.

L’ultimo fattaccio, si è verificato un po’ di tempo fa. Ero in compagnia di un collega del gruppo Rcs. Giravamo per Roma con una mia autovettura Nissan Serena e ci siamo fermati per prendere un caffe in prossimità della centralissima Piazza del Popolo. Avevo lasciato in macchina attrezzature fotografiche del valore di alcune miglia di euro ma anche una vecchia borsa, con dentro uno strano e corposo dossier sugli Agnelli giuntomi dal Brasile. Il contenuto di quelle carte era a dir poco delicato. Ebbene, entriamo con il collega nel bar posto a pochi metri, dopo qualche minuto siamo tornati alla vettura: abbiamo trovato i vetri rotti ma mentre le attrezzature erano state lasciate al loro posto, era sparita la borsa con il dossier. Per fortuna si trattava solo di fotocopie.

Nel libro allarghi poi il campo ad altri misteri nella storia/saga della famiglia Agnelli. Come mai secondo te è una storia così piena di lati oscuri?

Vi sono diversi misteri. Tra questi quello della morte del vero fondatore della Fiat, il conte Emanuele Cacherano di Bricherano, suicidatosi la sera prima di un consiglio di amministrazione Fiat in cui voleva chiedere conto a Giovanni Agnelli (nonno dell’avvocato Gianni Agnelli) circa l’amministrazione della Fiat, che fallì nel 1908. Vi sono misteri nella fine del papà dell’avvocato, Edoardo, morto il 14 luglio 1936,con la testa mozzata. Racconto della morte della madre dell’avvocato, la principessa Virginia di Borbone, morta anche lei con il collo spezzato mentre corre dall’amante. Anche il fratello dell’avvocato ebbe una fine oascura. Si tratta di Giorgio Agnelli, la cui morte è molto simile a quella del nipote Edoardo. Qualcuno potrebbe forse parlare di karma familiare e dell’azienda. In verità non solo gli Agnelli hanno una storia piena di tragedie e lati oscuri ma anche molte altre dinastie, si pensi alla famiglia Kennedy.

Gli Agnelli sono in fondo stati (o sono ancora?) gli ultimi regnanti d’Italia e di Torino. La Mole è ancora oggi legata a filo doppio a questa famiglia?

Dopo che Torino, nel 1865, perse il ruolo di capitale del Regno d’Italia, era in qualche modo alla ricerca di un riscatto. Non bastava a Torino la presenza di alcuni membri della famiglia reale, strategicamente lasciati nella ex capitale da Casa Savoia, ci voleva di più. Questo ruolo fu in qualche modo assunto dagli Agnelli, soprattutto dopo la caduta della monarchia nel 1946. Anzi nella Repubblica gli Agnelli sono stati una sorta di surrogato della regalità in Italia. Debbo dire che Gianni Agnelli e sua moglie donna Marella, in qualche modo il ruolo lo hanno svolto bene. Oggi però questo legame tra gli Agnelli è la Mole, credo non esista più. Quella sorta di magia che si era creata tra la famiglia e la città, credo sia perso.

Il libro mette in luce ovviamente le magagne della dinastia. Torino ha però avuto anche del buono dagli Agnelli?

C’è chi accusa gli Agnelli di aver sfruttato la città di Torino e l’Italia intera. Secondo me però la storia non è fatta solo di ombre ma anche di luce. Gli Agnelli hanno contribuito a far girare la “ruota” economica di Torino ed anche a dare un certo fascino alla città. Ora che non ci sono più credo si noti il “vuoto”.

Esiste nel mondo a tuo avviso una famiglia non regnante con una storia tanto importante e lunga come quella degli Agnelli?

Ci sono famiglie non regnanti che hanno per molti decenni occupato scranni economici di tutto rispetto. Si pensi ai Rockfeller, la cui storia si intreccia, tra l’altro, con quella dell’avvocato Agnelli. Vi sono i già citati Kennedy e vi sono poi altre famiglie potentissime di banchieri, che appaiono poco ma dal potere immenso, addirittura incalcolabile. Tra questi i Rothschild.

Speri che il tuo libro possa dare una mano a riaprire il caso della morte di Edoardo Agnelli?

Io spero di si. Secondo Bava, che ha inviato diversi esposti agli inquirenti, questa potrebbe essere la volta buona per riaprire l’inchiesta. Lo merita la memoria di Edoardo, il senso di giustizia che deve animare tutti, lo meritano i sacrifici di Bava e del collega Puppo, il quale ha dovuto lasciare Torino e trasferirsi a Lecce, dove dirige un apprezzato quotidiano on line.

 

 

Il falco e il gabbiano

Condotto da Enrico Ruggeri

Da lunedì a venerdì ore 15.05 e 4.00 e sabato ore 22:00

Edoardo Agnelli, la solitudine dell'erede

 

 

https://podcast-radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2019/190603-falcogabbiano-s.mp3

 

1-L'auto di Edoardo non aveva le luci accese e le porte aperte

2-Franchini , addetto all'autostrada,  non poteva vedere nulla per ragioni di prospettiva

3-Giovannino non era l'erede designato ma Jaky a causa di un'intervista traanello su Mediobanca fatta da Friedman

4 - I pompieri non sono mai stati neppure chiamati

5- Boscardini non ha eseguito nulla tantomeno i RIS di Parma

6-Non c'e' alcuna prova sui tabulati che E.A abbia chiamato gli amici. La parola di Gelasio Caetani d'Aragona e Lupo Rttazzi (cugino ed amico di E.A) contro i tabulati.

6- Le prove con il telepass le fanno le scorte non E.A.

7-Sull'auto non sono state trovate impronte quindi  E.A non si e' mai

8-C'e' un teste che sia voi  sia Garofano ex Ris che il questore di Torino Cavaliere avete voluto ignorare perche' rivelava la menzogna del suicidio che anche voi avete sposato.

Mb 25-06-19

 

 

Agnelli Segreti puntata 1 "Il silenzio" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=GluwLstPQVk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Perché nessun giornale e nessuna televisione ha mai parlato di quello che accadde veramente poco ...

 

Agnelli Segreti puntata 2 "Il rendiconto" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=0NFdL6Pky2U
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

I momenti precedenti la morte dell'Avvocato, le stanze di villa Frescot precluse a Margherita, il muro di ...

 

Agnelli Segreti puntata 3 "La Dicembre" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=qUSrkoqsznk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Il primo colpo di scena ai danni di Margherita riguarda la decisione di sua madre Marella, che non ...

 

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=YdFSP0y_Zd4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera di Commercio di Torino" - Gigi Moncalvo ...

 

Agnelli Segreti puntata 5 "Le lettere segrete"- Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dVa9RYIuKbs
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Puntata dedicata alle lettere più "segrete" e riservate della storia del patrimonio di Gianni Agnelli ...

Agnelli Segreti puntata 6 "Nei paradisi fiscali" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dV13XpJ7Hg4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli continua la sua ricerca di informazioni sul patrimonio di suo padre custodito all ...

 

Agnelli Segreti puntata 7 "Grande Stevens non poteva non ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=NRk5wky5pU8
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli entra in possesso dei documenti di una importante ... puntata 7 "Grande Stevens ...

 

Agnelli Segreti puntata 8 "Condizioni inaccettabili" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=-_ctVS2R8KA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

In questa puntata Margherita Agnelli, nel suo esposto alla magistratura, illustra lo “strano” comportamento ...

 

Agnelli Segreti puntata 9 "Estorsione" e "truffa"? - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=lu4AwXQ0mQE
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

L'esposto alla magistratura di Margherita Agnelli ci rivela e illustra i retroscena della spartizione del ...

 

Agnelli Segreti puntata 10 "I due accordi capestro" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=Kec3oy8jJVA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli scrive una lettera a sua madre nel tentativo estremo di riallacciare i rapporti e ...

 

Agnelli Segreti puntata 11"Niente pace, solo guerra..." - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=OBEwZqMvE4A
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita aggiunge una sua postilla autografa all'accordo transattivo con sua madre: "Accetto, ma ...

 

 

 

DOPO E.A RAFFAELLO BUCCI

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-be95167b-3325-4adb-9ff1-90ad235c26c4.html

 

MAFIA E STADI

Biglietti Juve: termini scaduti, e due boss tornano liberi

Corriere Torino20 Dec 2019Massimiliano Nerozzi

Per la scadenza dei termini (di fase) di custodia cautelare, sono tornati in libertà Saverio e Rocco Dominello, padre e figlio di 64 e 43 anni, condannati in primo e secondo grado per associazione mafiosa, nell’ambito dell’inchiesta «Alto Piemonte», sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in regione e nella curva sud juventina. Lo ha disposto la seconda sezione della corte d’appello, che dovrà fissare comunque un nuovo giudizio, dopo la pronuncia della corte di Cassazione. I giudici avevano confermato l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri della Dda, Monica Abbatecola e Paolo Toso, ritoccando però alcune posizioni nella sentenza d’appello. Annullando con rinvio la condanna dell’ex tifoso Fabio Germani (avvocato Michele Galasso) e quella per tentato omicidio di Saverio e Rocco, un fatto che dovrà essere riqualificato dall’appello bis: come chiesto dai difensori, gli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Domenico Putrino (e dall’ex difensore, l’avvocato Stefano Caniglia). Saverio Dominello era stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione (anche per alcuni episodi di estorsione), Rocco a 5 anni, «con il tentato omicidio qualificato come reato più grave», spiega l’avvocato Putrino, «quello annullato dalla Cassazione». Per questo, sono scaduti i termini di custodia cautelare relativi alla fase processuale e così, verso sera, hanno lasciato il carcere di Torino (Rocco), e quello di Voghera (Saverio). Erano stati arrestati il 2 luglio 2016. A occhio, hanno pesato i mesi passati tra la pronuncia della Cassazione (19 aprile) e il deposito delle motivazioni (27 settembre). Vista la possibilità di un successivo ricorso per Cassazione, i due resteranno in libertà anche dopo la celebrazione dell’appello bis.
 

L'AVVERTIMENTO

Le dichiarazioni generiche del tifoso, impiegato alla Telecontrol, hanno lasciato perplessi il pm Monica Abbatecola e il capo della mobile di Torino Marco Martino. Ma che Bucci abbia fatto scena muta o che sia stato reticente non lo ha creduto chi, subito dopo, o magari appena prima dell' interrogatorio, lo avrebbe minacciato. Questo, almeno, è il sospetto degli investigatori, che ora sono chiamati ad accertare perché, poche ore dopo la deposizione come testimone, Ciccio Bucci si sia gettato da un viadotto della Torino-Savona

lo stesso SOTTO IL QUALE FU TROVATO  Edoardo Agnelli il 15.11.2000.

Una firma che inizia con la morte del gen.Romano a cui il viadotto viene intitolato .

DENUNCIA AL COLLEGIO SINDACALE JUVENTUS ED ALLA CONSOB:

dal CORRIERE DELLA SERA DEL 11.07.16

Due testimoni: uno morto, l' altro scomparso. Entrambi decisivi per rendere esplicite le considerazioni del gip Stefano Vitelli che nella sua ordinanza scrive: «Non si può concludere senza fare riferimento al preoccupante scenario che vede alti esponenti di un' importantissima società calcistica a livello nazionale e internazionale consentire di fatto un bagarinaggio abituale e diffuso come forma di compromesso con alcuni esponenti del tifo ultrà ("voi non create problemi... e noi vi facciamo guadagnare con i biglietti delle partite").

Rocco Dominello, all' epoca 38 anni, figlio di Saverio, appartenente alla cosca Pesce/Bellocco di Rosarno (il gotha della 'ndrangheta), si offre di fare da mediatore. Non chiama un criminale, né un picchiatore da stadio. Telefona ad Alessandro D' Angelo, «security manager» della Juventus. «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada». Gli accordi sono: la società (o almeno alcuni suoi dirigenti apicali) concede i biglietti che gli ultrà (o la criminalità) sfruttano per il bagarinaggio; in cambio, ottiene la calma nei rapporti con i tifosi.

Secondo l' inchiesta della Procura di Torino, tra le tribune di quello stadio, si sarebbero invece intrecciati, tra 2013 e 2014, torbidi accordi tra alcuni dirigenti della società (non indagati), ultrà e 'ndrangheta.

Il 23 ottobre 2013 si gioca Real Madrid-Juve (Champions League). E qui emerge una figura chiave dell' inchiesta. Fabio Germani: fondatore di «Bianconeri d' Italia», organizzazione no profit di tifosi. È lui che ha accreditato il giovane Dominello ai piani alti della Juve. Ed è sempre lui che, prima della partita di Champions, contatta Giuseppe Marotta, amministratore delegato bianconero. Marotta fa avere a Germani una busta di biglietti, recapitata all' hotel «Principi», raccomandando «massima riservatezza». Negli stessi giorni Dominello smercia 10 biglietti e se li fa pagare (750 euro) con un assegno intestato alla Juventus, più 200 euro in contanti, che sono il suo guadagno.

Storicamente i gruppi ultrà hanno una primaria fonte di guadagno. Quando le partite sono da tutto esaurito, hanno comunque i biglietti. Potere e guadagni che solo le società possono concedere (o meno). Secondo i pm e il gip torinesi, in questo caso è stata direttamente la 'ndrangheta a «fondare» un gruppo ultrà (i «Gobbi») per entrare nel business del bagarinaggio. Ma ogni tanto qualcosa va storto.A gennaio 2014 un tifoso manda una mail alla Juve lamentandosi di aver pagato 640 euro un biglietto per Juve-Real Madrid. La società scopre che quel tagliando rientra nella quota «nera» trattata da Rocco Dominello. Allora Stefano Merulla, responsabile «ticket office» del club, chiama il suo contatto Germani e si lamenta: «L' hai portato tu e l' hai presentato in un certo modo... non so che mestiere faccia, ma ho la percezione che abbia un' influenza abbastanza forte nella curva.
 

Come dire: lucrare sì, ma con cautela. Dalle carte si comprende che alcuni dirigenti della Juve probabilmente non avevano idea dello spessore criminale dell' interlocutore. Il security manager però, spiega il gip, «trovava comunque un espediente per aggirare i divieti ufficiali a favore di Dominello».

Il 15 febbraio 2014, in un bar di via Duchessa Jolanda a Torino, gli investigatori seguono un incontro tra Germani, Dominello e Marotta. Secondo la ricostruzione, i tre parlano di un provino alla Juve per il figlio di Umberto Bellocco, del clan di Rosarno (il ragazzo non verrà preso).
Per entrare nella curva dello Stadium, il picciotto Giuseppe Sgrò ha avuto il benestare del padrino e rassicura i suoi sottoposti: «Noi abbiamo le spalle coperte, abbiamo i cristiani che contano». Gli uomini della 'ndrangheta organizzano anche una «tavola rotonda» con gli altri ultrà per sancire il loro ingresso. Per un interesse che, di calcistico, non ha nulla: «Non ho un ca... da fare e mi butto dentro gli stadi. Se prendiamo soldi, che ca... me ne frega a me?».

 

Io non intendo suicidarmi ed eventuali incidenti potrebbero non essere causali. Mb

 

 

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI:

IL 16.11.17 Gigi Moncalvo ha scritto:
"Il 15 novembre di diciassette anni fa moriva Edoardo Agnelli, unico figlio maschio e uno dei tre legittimi eredi (insieme a sua madre Marella e a sua sorella Margherita) di Gianni Agnelli. E quindi del gigantesco impero economico e, soprattutto, dell’immenso patrimonio (specie all’estero) accumulato dal defunto, scomparso il 24 gennaio 2003, poco più di due anni dopo suo figlio. Anche in questa ricorrenza sarà possibile verificare come sia stato completamente cancellato il figlio “scomodo” dell’Avvocato, a partire da alcuni esponenti di quel poco che resta dell’ex Royal Family. Da anni nessun necrologio, nemmeno sui giornali della Casa, nessuna breve notizia per ricordarlo, nemmeno una messa celebrativa. Anche quest’anno solo un mazzo di fiori inviati dalla sorella nella tomba di famiglia del cimitero di Villar Perosa, e una messa celebrata col rito greco-ortodosso nella cappella di casa Agnelli-De Pahlen ad Allaman sulle rive del lago di Ginevra.
A parte questo, nemmeno un tweet (a meno che non lo scriva dopo aver letto questo articolo) di Lapo Elkann, nipote di Edoardo, che in genere è un prodigo e instancabile facitore di cinguettii telematici. Niente neppure sul sito ufficiale della Juventus, di cui Edoardo era stato consigliere. Ma in questo caso è in buona compagnia, poiché da lungo tempo il club bianconero ha dimenticato perfino di ricordare il famoso e vero “Avvocato dell’Avvocato” – altro che Franzo Grande che si è auto-attribuito questo appellativo… - , cioè Vittorio Chiusano (scomparso nel periodo tra la morte di Gianni, prima, e poi di Umberto Agnelli), per anni consigliere, poi vicepresidente e, dal 1990 al 2004, presidente della società calcistica (con lui vivo “Calciopoli” sarebbe andata ben diversamente…)
UN MOVENTE MAFIOSO - Questo anniversario della morte di Edoardo Agnelli coincide con una notizia clamorosa che, in qualche modo, rende ancora più fitto ma finalmente tenta di svelare il mistero che circonda quell’avvenimento, aprendo nuovi scenari finora sconosciuti: la comparsa in scena di un movente e di una esecuzione mafiosa. Finora sulla morte di Edoardo gli interrogativi erano questi. Fu un suicidio, come si è voluto ostinatamente far credere arrivando perfino a occultare molte verità e molti dati di fatto? Un suicidio eventualmente procurato, e da chi? Oppure, tesi fino al momento meno probabile, si trattò addirittura di un omicidio? La lacunosa e quasi inesistente inchiesta venne condotta superficialmente sia dalla Procura della Repubblica di Mondovì (il corpo di Edoardo venne trovato nei pressi di Fossano, ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona), sia dalla Digos di Torino (che “dimenticò” perfino di sequestrare le videoregistrazioni delle telecamere del perimetro di Villa Sole, la casa di Edoardo nella collina torinese, e interrogò in modo blando gli uomini della scorta accontentandosi di una versione scritta, prefabbricata e identica, predisposta dal Gruppo Orione, cioè la security della Fiat). Tutto ciò ha messo una pietra tombale sulla ipotesi di reato su cui l’allora Procuratore di Mondovì, Riccardo Bausone (da tempo in pensione) aprì un fascicolo: “istigazione al suicidio”. Un titolo cui non corrispose alcun atto concreto. Infatti, in questa direzione sarebbe stato ovvio interrogare per primi i genitori di Edoardo, la sorella Margherita, il cognato Serge de Pahlen (con cui quel giorno fatale ci doveva essere un incontro a Torino), lo zio Umberto Agnelli e l’altro zio (l’editore Carlo Caracciolo, con cui ci fu un’ultima telefonata prima della morte), e anche i due stretti collaboratori di Gianni Agnelli, cioè Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che avevano avuto e avevano contatti con lo scomparso, specie il primo in ambito IFI. Invece niente. Non solo, ma a contribuire alla tesi del suicidio erano stati in questi anni certi atteggiamenti della famiglia o comunque degli ambienti Fiat che, specie nelle versioni accreditate dall’ufficio-stampa, enfatizzavano la versione “ufficiale”, manipolavano notizie di agenzia, “suggerivano” interviste con parenti ed esperti di parte, e stroncavano (non è dato sapere su ordine di chi…) ogni tentativo serio di arrivare alla verità e di mettere in dubbio ciò che si è voluto far credere per diciassette anni instillando nell’opinione pubblica solo la parola “suicidio”.
CINQUANTA LACUNE NELL’INDAGINE - Nel mio introvabile libro “Agnelli Segreti” (lo potete acquistare su www.gigimoncalvo.it), dopo aver esaminato con attenzione il fascicolo giudiziario che era secretato, avevo ricostruito una cinquantina di punti oscuri che erano in forte contrasto con la tesi del suicidio. Per cui, conclusi, che era ed è meglio definire il tutto con l’unica cosa certa: la morte di Edoardo. Dopo aver letto quella parte del mio libro, e alcuni documenti successivi, Margherita Agnelli aveva inviato un dossier (insieme al fascicolo giudiziario) ai suoi legali per esaminare se fosse possibile chiedere la riapertura del caso, un po’ come è avvenuto a Siena in tempi recenti e per un lasso di tempo più vicino alla morte, da parte della vedova di Davide Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi, anch’egli scomparso a seguito di un misterioso “suicidio”. Dopo l’archiviazione da parte della Procura di Siena, ora, dopo una inchiesta condotta dalle “Iene”, la Procura di Genova (competente per le indagini sui magistrati senesi) non ha riaperto le indagini, ma solo un fascicolo, senza però alcuna ipotesi di reato. Ma, nel caso di Edoardo, l’apporto che avrebbe potuto dare un’inchiesta tv non c’è mai stato (a parte un encomiabile tentativo qualche anno fa nel programma “Complotti” di Giuseppe Cruciani). Ed è andato semmai in senso contrario, come dimostra uno scambio di e-mail con la Procura di Mondovì, allorché “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, allo scopo di visionare i documenti secretati e di filmarne alcune parti, scrisse al magistrato: “Dal fascicolo (dov’è vero che emergono alcune lacune nell’indagine svolta) il nostro medico legale neutrale sosterrà l’ipotesi della caduta in piedi (dal tipo di fratture riportate e dall’altezza rilevata dopo la caduta che risultava 20 cm in meno) confermando in sostanza l’ipotesi del suicidio”. Era incredibile: prima ancora di esaminare il fascicolo e farlo leggere ai loro “esperti”, i responsabili del programma avevano già una tesi sostenuta dal «nostro medico legale», ovviamente “neutrale”: dirà che non ci sono dubbi, Edoardo si è suicidato. E aggiungerà perfino che uno dei punti più “strani” dell’esame così poco approfondito del cadavere (scrissero una misura di 20cm inferiore all’altezza reale di Edoardo…) verrà spiegato così: Edoardo è caduto «in piedi», e a causa del violento impatto, il suo corpo si è accorciato di 20 centimetri! Ecco risolto “scientificamente” il mistero dell’errata indicazione da parte del medico legale di Fossano. Prima di morire Edoardo era alto 1,90cm, dopo la morte è diventato un metro e 70 (anche se nel referto medico, sbagliato, c’è scritto 1,75 e quindi “l’accorciamento” sarebbe stato di 15cm). Davvero interessante, per quello che era stato annunciato come un «documentario anglosassone» dal «linguaggio asciutto».
NON CI SONO IMPRONTE - Margherita Agnelli si è affidata a un pool di investigatori italiani e stranieri. I quali sono partiti da un dato: nel rapporto della polizia scientifica di Cuneo, che ha esaminato l’auto di Edoardo (una Fiat Croma grigio metallizzata, targata TO66917V appartenuta a Gianni Agnelli e su cui era montato un motore Peugeot), emerge un dato incredibile, e mai utilizzato come spunto per ulteriori indagini: “Sulle superfici esterne dell’autovettura” non sono emerse “linee di impronte papillari latenti”. Vale a dire: non c’era nessun impronta digitale. Né sulla maniglia, né sul comando di apertura del portellone posteriore (che era aperto). E nemmeno all’interno dell’abitacolo: né sul volante, né sulle chiavi di accensione, né sulla leva del cambio, né sui tasti del telefono, né nella bottiglia d’acqua accanto al posto di guida. Com’è possibile che non ci fossero impronte, dato che Edoardo non indossava mai i guanti? Trentatré fotografie documentano il lavoro della scientifica. Esaminandole con strumenti sofisticati, gli investigatori privati hanno tratto una sola conclusione: tutte le impronte sono state cancellate. Si è trattato quindi, almeno per questo aspetto, di un lavoro compiuto da esperti criminali che potrebbero aver portato l’auto sul viadotto e l’hanno poi ripulita? C’era anche Edoardo su quell’auto e da lì qualcuno lo ha lanciato nel vuoto? Gli investigatori hanno elencato una serie di elementi che potrebbero far pensare a questo. Era difficile per Edoardo parcheggiare così bene l’auto, scendere, armeggiare per salire sull’alto guard-rail tipo jersey, e gli era impossibile muoversi con agilità dato il peso che egli aveva raggiunto e la necessità di far uso di un bastone per una recente caduta in Scozia. Possibile che fosse riuscito a salire da solo su quella barriera e a scavalcarla senza che nessuno delle centinaia di automobilisti che transitavano sulle due carreggiate dell’autostrada notasse nulla?
IL MOVENTE MAFIOSO? – Se la evidente e incontestabile cancellazione delle impronte su tutte le superfici dell’auto rivelava un lavoro di autentici professionisti del crimine, occorreva ripercorrere alcuni avvenimenti accaduti nel gruppo FIAT e cercare di contestualizzarli con un eventuale movente plausibile avente come bersaglio proprio Edoardo, uno degli anelli più deboli della famiglia. Sono stati incrociati numerosi dati e controllate moltissime circostanze specie di carattere finanziario. Gli investigatori si sono soffermati su una vicenda del 1997, allorché IFIL Spa, la società di investimento controllata dagli Agnelli (tramite l’IFI), con un portafoglio di 5 miliardi di odierni euro, gestita da Umberto Agnelli e Gabriele Galateri di Genola, portò a compimento una strana operazione in uno dei settori-chiave delle sue partecipate (che spaziavano su oltre cento società, nel settore bancario, calcistico, turistico). IFIL a un certo punto decise di vendere una parte cospicua di una di queste società. E scelse (o fu “consigliata” o “costretta” a scegliere?) un signore che non aveva alcuna dimestichezza col business di quel settore, anzi il contrario. Si trattava di un piccolo fornitore di parti elettriche per le auto Fiat, proprietario di un piccolo impianto con pochi addetti. Un signore che non aveva mai manifestato alcuna propensione per quel tipo di business che gli veniva affidato da IFIL. Che, addirittura, per incoraggiarlo ad accettare attraverso il San Paolo gli garantì cospicui finanziamenti. Venne costituita una finanziaria ad hoc, e quel signore cominciò a scegliere tra i suoi parenti prossimi gli improvvisati manager per gestire quel grosso affare.
UNA SCALATA - Tutto sembrava filare per il meglio ma nel 1999 a Torino si accorsero che qualcosa non andava. Forse avevano scelto quel nome come “testa di legno” o semplice esecutore di ordini, ma invece quel piccolo imprenditore doveva essersi montato la testa, aveva fatto investimenti e acquisizioni ben al di là di quello che IFIL voleva, a poco a poco aveva osato scalare alcune società e stava diventando padrone assoluto (o si comportava come tale) di tutto quel settore dove IFIL voleva continuare a regnare. Non era possibile che costui si permettesse di portare via ciò che gli era stato fiduciariamente affidato e si appropriasse di beni non suoi, per di più senza alcun rispetto per una potenza come IFIL. Cercarono di convincerlo a fermarsi, ma ormai la macchina era lanciata. Allora ordinarono alle banche di chiudergli i rubinetti del credito e farlo rientrare. La lotta si scatenò su più fronti e il teatro delle operazioni si concentrò in Sicilia, dove tutto era avvenuto nel corso degli anni, e arrivò fino a denunce, fallimenti, curatele, amministrazioni controllate, blocchi delle attività. Con l’intervento della magistratura, i rischi di denunce per appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta cominciarono a lambire i parenti stretti del piccolo imprenditore che comparivano come amministratori delle varie società. Uno o una di questi si confidava continuamente con una persona di fiducia (un fidanzato, una fidanzata, un amico, un’amica?). E a un certo punto annunciò: “Questi di Torino se la stanno prendendo con me. Ma devono stare attenti: non sanno che cosa significa e quali conseguenze può avere toccare me o qualcuno della mia famiglia”). Gli investigatori hanno rintracciato questo o questa testimone che avrebbe firmato una lunga dichiarazione giurata e fornito date, circostanze e particolari su questa vicenda. Concludendo con questa affermazione: “In seguito le cose precipitarono. E la frase che ricordo bene fu questa: “Adesso hanno esagerato. E allora sai che ti dico? Visto che se la sono presa con qualcuno di noi, gli faremo vedere che cosa siamo capaci di fare al qualcuno di loro, a qualcuno della loro famiglia!”.
Da qui sarebbe nata la “vendetta”, il desiderio di “fargliela pagare” a quelli di Torino, fino ad arrivare al bersaglio più vulnerabile, più fragile, meno protetto, affidando il “lavoro” a una squadra di professionisti, quelli che cancellano le impronte. Questa ricostruzione riguarda geograficamente e per molti aspetti, del passato e del presente, la zona di Castelvetrano, terra mediterranea, terra di vini marsala, in provincia di Trapani. Il luogo da cui regna, ancor oggi indisturbato, sull’immenso impero che ha creato Matteo Messina Denaro, la primula rossa di “Cosa Nostra”. Basta incrociare i dati su alcune persone originarie di Castelvetrano, molto ben collegate da anni col boss, basta legare alcune parentele con gli amministratori di certe società, per arrivare alle conclusioni cui sono giunti gli investigatori di Margherita Agnelli.
IL DUBBIO DI MARGHERITA AGNELLI - E adesso? La sorella di Edoardo è di fronte a una strada, la stessa che le si presentò anni fa quando cominciò la sua lunga battaglia per avere trasparenza sul patrimonio di suo padre: andare avanti o fermarsi? Andare avanti significherebbe presentare un dossier alla magistratura, chiedere la riapertura del caso, arrivare perfino alla richiesta di riesumazione del corpo di Edoardo per fare quell’autopsia (a diciassette anni dalla morte è ancora possibile e potrebbe dare qualche risultato interessante) che incredibilmente la Procura di Mondovì non volle ordinare, chiudendo la (cosiddetta) inchiesta in pochi giorni e trascurando ogni pista. Margherita Agnelli, stando a chi le è vicino, sembra aver commentato così le conseguenze che la sua decisione potrebbe provocare: “Già mi hanno insultata, cancellata, diffamata per il solo fatto di aver osato andare in Tribunale per chiedere il rendiconto dei beni di mio padre. Il mio figlio primogenito non mi parla da anni, non mi ha nemmeno invitato al battesimo dei suoi tre figli, né alla festa per il suo decimo anniversario di matrimonio, nonostante si svolgesse a Villar Perosa, che tra l’altro è casa mia, dato che mio padre me l’ha lasciata in eredità. Cosa succederebbe se ora chiedessi di riaprire il caso riguardante il povero Edoardo? Mi direbbero, come minimo, che questa eventuale mia iniziativa è la conferma che sono impazzita, che non ci sono più con la testa, che sono incontrollabile, che di me non ci si può fidare, che ha fatto bene la mia famiglia a rompere i ponti con me, che bisogna che qualcuno mi fermi, che non ho limiti….. Ne vale la pena? E’ il prezzo che devo pagare per conoscere finalmente un po’ di quella verità che da anni sto cercando sulla morte misteriosa del mio povero fratello?”. Come darle torto."

IO LE DO TORTO ! Mb

IL 17.11.18 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.P.COSSA ANG V.ACTIS

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

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TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

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Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

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TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

www.taxjustice.net

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 31/10/2020 11.22.56

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CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

 

Umberto Palermo è lieto di annunciarvi che il prototipo del quadriciclo 100% elettrico Mole Urbana sta effettuando i primi test su strada. Con l'occasione, alleghiamo il comunicato stampa e vi invitiamo al salone Milano-Monza Open-Air Motor show, al quale saremo presenti.

PER IL MATERIALE INFORMATIVO, UNA SERIE COMPLETA DI IMMAGINI ED IL VIDEO DELLE PROVE SU STRADA, SEGUIRE IL LINK QUI IN BASSO:

https://wetransfer.com/downloads/6b55a8391e962beadf2e3aecff64ce5a20201020105932/10a90b53199f210af8dcb8a01e52319220201020105932/b0d717

PROVA DI COME LAVORI UIBM

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

 

www.marcobava.it

TO.31.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signor

Presidente della Repubblica italiana

 

Sono diversi mesi che mi sto convincendo sempre di piu' che l'avv.Conte sia eterodiretto da Bill Gates.

Perché non si incrementano le cure con il plasma dei guariti ?

Le ultime decisioni dei governi non c'entrano nulla contro il Covid ma hanno una funzione esasperante nei confronti delle popolazioni per arrivare al  grande reset del debito mondiale. E' il termine che ultimamente viene utilizzato piuttosto frequentemente negli ambienti che contano del mondialismo per descrivere il futuro prossimo che le élite hanno in mente per l'umanità intera.

Recentemente è apparsa proprio su questo tema una email sul sito Reddit dove si riporta quanto fatto trapelare da un politico apparentemente membro del partito liberale canadese che racconta di un incontro avvenuto nel partito stesso, durante il quale sostanzialmente si sono annunciati i piani disegnati in questo senso dal Nuovo Ordine Mondiale per il Canada e il resto del mondo.

Se si confronta il contenuto di questa missiva con quanto sta già accadendo, quanto riportato dal politico canadese sembra avere una certa credibilità.

La talpa sostanzialmente annuncia che sono state già decise delle chiusure nelle grandi città del Canada e degli altri Paesi del mondo che sarà applicato entro il mese di novembre.

Questa rivelazione sembra coincidere perfettamente con quanto stanno già facendo alcuni governi europei.

La Germania ha infatti annunciato delle chiusure parziali, in particolare di palestre e bar, per il mese di novembre.

La Francia va invece adotterà delle chiusure più severe simile a quelle della scorsa primavera, ma tutto sembra dare molta credibilità a quanto scritto nella email dell'anonimo politico liberale del Canada.

Allo stesso tempo, in questa fase di nuove chiusure i governi mondiali starebbero già preparando la costruzione di centri di detenzione dove i positivi sarebbero anche deportati, contro quindi la loro volontà.

Questa informazione coincide perfettamente con quanto rivelato ufficialmente da un deputato canadese dell'Ontario, Randy Hillier, che ha domandato come il governo del Canada abbia approvato un piano per costruire nel Paese delle strutture non molto dissimili da moderni campi di concentramento sanitari.

A questo punto, arriva il passaggio successivo. L'informatore canadese scrive che i casi di Covid aumenteranno esponenzialmente.

La ragione di questo continuo aumento sta nel fatto che i governi faranno a test a tappeto con un tampone che, come è stato già dimostrato da numerose evidenze scientifiche, produce fino al 90% di falsi positivi.

Il tampone è dunque lo strumento per rilevare una epidemia che nei fatti non esiste.

E' il test stesso che crea dei casi che non ci sono ed è per questo che i governi continuano ostinatamente ad utilizzarlo.

Se si smettono di fare i tamponi, muore istantaneamente la diffusione artificiale del virus.

Questo aumento crescente dei casi servirà comunque per arrivare al secondo passaggio dell'operazione Covid.

A dicembre ci saranno delle chiusure totali, molto più severe e rigide di quelle del mese precedente.

La terza fase dell'operazione coronavirus: il crollo dell'economia mondiale

E la gente pare lo richieda gia' ora mettendosi il cappio al collo  «Guardo l'impossibile, vedo l'improbabile e sogno l'incredibile». (Cit.). Ciò che gli italiani temevano si sta lentamente concretizzando sotto i loro occhi. I cittadini si sentono impotenti e sono portati a scommettere che tutto ciò che potrebbe essere probabile per la legge di Murphy si trasformerà in possibile.

La realtà è letta come un giro di roulette dove la fortuna di non fare brutti incontri ravvicinati ci tutela dalla malattia. Le tre regole di base - uso della mascherina, distanziamento personale e lavaggio delle mani - le conosciamo bene. Tuttavia tali regole non sembrano arginare quel senso di smarrimento che si respira nel Paese. Siamo arrivati impreparati e questo è un dato di fatto.

Il ricordo di febbraio e marzo volevamo lasciarlo nel dimenticatoio, invece per un confronto emotivo con l'attualità ritorna vivo con tutte le eccezioni negative del caso. Allora il virus ci aveva colti - quasi - di sorpresa in un circuito di informazioni spesso contraddittorie.
Il presidente del Consiglio, più di ogni altro capace anche di stupire con le sue dirette a reti e social unificati, rappresentava l'istituzione forte, in grado di rassicurare la maggioranza degli italiani: in primavera il consenso di Giuseppe Conte sfiorava il 50%, oggi è intorno al 40%.

Le vacanze estive

Allora l'accettazione del lockdown e delle restrizioni emanate dal governo fu «unanimemente» accolto dalla popolazione, dalle categorie produttive e finanche dai leader dell'opposizione che, per qualche settimana, rimasero sottotraccia, in attesa rispettosa.
Allora, dopo la paura affiorò a poco a poco la speranza. Si andava verso la bella stagione, l'estate, la luce prolungata nel corso della giornata, il miraggio delle vacanze poi diventato - ahimè - realtà. I primi germi di rabbia e di dissenso furono spenti o quantomeno sopiti grazie all'illusoria diminuzione del numero dei contagi, dei ricoveri in terapia intensiva, dei decessi e dell'idea di poter finalmente scappare dalla realtà per rifugiarsi nel sogno di una vacanza quasi normale.
Anche la politica, complice la campagna elettorale, tornò a comportarsi come sempre, ad appropriarsi delle battaglie che alcune categorie - bar, ristoranti, palestre, balneari, estetisti - avevano iniziato a portare nelle agorà reali e televisive. Il ritorno alla normalità fu il leitmotiv dei mesi successivi al lockdown.

L'attività economica, pur tra mille difficoltà e con importanti investimenti, sembrava potersi riprendere grazie alla riapertura, parziale e poi totale, degli uffici, dei negozi, insomma della vita di tutti i giorni. Solo la scuola - tra mille polemiche - rimaneva esclusa dal ritorno alla normalità per le complicazioni dei nuovi percorsi in sicurezza che avrebbero dovuto percorrere gli studenti.
Così, quando sembrava che il virus si fosse miracolosamente estinto anche grazie alla buona condotta delle singole persone - ce lo siamo detto e ripetuto con un compiacimento al limite del ridicolo - abbiamo creduto lecito comportarci come se (quasi) nulla fosse accaduto, in vacanza, in discoteca, in famiglia, con gli amici.

Oggi lo scenario appare mutato, stravolto non solo intorno a noi ma soprattutto dentro ciascuno di noi. L'Oms ha pubblicato uno studio in cui parla di «pandemic fatigue», ossia lo sfinimento della pandemia dovuto a tutte le sollecitazioni della malattia e alle misure restrittive.

Tra gli effetti sono tornate anche le palpitazioni al passaggio delle sirene delle autoambulanze. In 9 mesi gli italiani hanno codificato il significato delle limitazioni. Già a maggio con le prime riaperture erano perfettamente consci delle possibili tensioni sociali che si sarebbero potute creare con la crisi economica, perché dopo 60 giorni vissuti in un limbo fisico e psicologico dentro le mura domestiche, in molti avevano già vissuto sulla propria pelle la delusione per il mancato arrivo dei sussidi promessi.

Le manifestazioni nelle città, tolti i violenti e i provocatori, sono indicative di un sentimento collettivo rimasto fino ad ora celato. Ancora oggi il 77,5% teme che vi saranno nuove manifestazioni violente nelle piazze. Così il dettaglio numerico giornaliero della pandemia diventa un metronomo che scandisce il tempo del confino.

Gli italiani si sentono sfibrati dalle troppe parole, dalla confusione, dall'approssimazione, dalla superficialità e dal continuo inseguire il contagio senza anticiparlo. Forse sarebbe meglio contestualizzare i numeri classificando i significati delle percentuali e associandoli ai provvedimenti dovuti, così si comprenderebbero meglio le azioni intraprese o da intraprendere.

Dipendenti e autonomi In questo clima fortemente stressato emotivamente, ognuno si rende conto che la strada verso un nuovo confinamento totale è veramente breve (50%). Alla luce degli ultimi sviluppi uno su due si sta convincendo che sia necessario un nuovo lockdown (49,4%), tra chi lo desidera di 2 o 3 settimane (29,3%) e chi invece di due mesi (20,1%). Tra i sostenitori troviamo principalmente i cosiddetti «garantiti», e cioè lavoratori dipendenti e studenti.

Molto più critici gli imprenditori e le partite iva insieme alle casalinghe. Di sicuro l'auspicio è che sia localizzato e specifico, limitato a singole aree geografiche a seconda dei picchi di emergenza (70,2%). Mentre prima il virus era molto sviluppato solo in alcune aree geografiche e per buona parte della popolazione molto lontano, il presente ci vede ovunque più a stretto contatto con Covid-19: dal collega positivo alla classe dei figli in quarantena, dall'ufficio chiuso in via preventiva alla risonanza dei molti contagi tra le persone più famose mediaticamente.

Il 59,1% è convinto che le restrizioni previste non siano sufficienti per contenere la crescita dei contagi, ma siano allo stesso tempo molto deboli gli aiuti sul fronte economico. I sussidi Abbiamo chiuso gli occhi e riaprendoli ci siamo trovati in un incubo. Mentre nei primi mesi dell'anno aspettavamo con ansia e fiducia i Dpcm del governo e le parole del premier, oggi l'attesa è accompagnata da critiche e scetticismo.

Troppi sono gli annunci che sono stati disattesi. Oggi chi attende i soldi della cassa integrazione e dei sussidi sa - purtroppo in molti casi per esperienza diretta - che con alta probabilità non arriveranno o giungeranno in ritardo. Chi aspetta provvedimenti di qualsiasi natura atti ad agevolare la vita lavorativa e non solo, sa che in linea di massima la realtà non seguirà l'annuncio. Il 51,7% della popolazione non condivide le restrizioni contenute nell'ultimo Dpcm (chiusura di ristoranti e bar dalle 18 con il permesso di fare consegne a domicilio).

Per il 75,8% la difficoltà principale risiede nel fatto che le istituzioni hanno in un primo tempo richiesto lavori e investimenti per rendere a norma il locale e ora, a distanza di qualche mese, ordinano di chiudere senza trovare alternative.
Anche il tema dei ristori non raccoglie grandi consensi: il 66,4% è convinto che le misure pianificate non saranno sufficienti, il 58,1% ritiene che non arriveranno o giungeranno in ritardo, mentre il 60% è certo che siano misure economicamente insufficienti.

Davanti agli occhi non abbiamo più il cartello con la scritta «andrà tutto bene», ma una lunga notte invernale intervallata dal suono delle sirene e dal flash dei lampeggianti. È come se tutto fosse fuori sintonizzazione con il presente. Perfino la parola lockdown ci dà fastidio e iniziamo a chiamare questa situazione confinamento.
Nel 2021, la talpa del partito liberale canadese scrive che le élite passeranno a quella che si può definire come la terza fase dell'operazione coronavirus.

Verrà annunciata una mutazione molto più letale e contagiosa del Covid-19, ovvero il Covid-21-

In questa terza fase che si svolge per tutto il trimestre del 2021, aumenteranno a dismisura i ricoveri ospedalieri e il sistema sanitario andrà verso il collasso.

Ci saranno restrizioni per gli spostamenti tra i Paesi ancora più rigide di quelle della primavera del 2020.

Arriveranno ancora altre chiusure e ci sarà un'ondata di fallimenti senza precedenti.

Il blocco della produzione e la disoccupazione di massa porterà ad una probabile carestia.

Disordini e rivolte di vario scoppieranno nel mondo, e qui, secondo il piano delle élite, dovranno entrare in scena i militari.

La legge marziale sarà l'unico modo per tenere in piedi le dittature sanitarie che verranno perseguite in ogni angolo del globo.

A questo punto, il sistema metterà le masse davanti all'opzione del reddito universale di base.

Il fattore lavoro, per come lo si è conosciuto nella società capitalistica, sostanzialmente sparirà.

Le serrate generali determineranno inevitabilmente un crollo della economia mondiale e daranno vita a quella che senza dubbio sarà la più grave crisi economica della storia dell'umanità.

Questa enorme depressione ha una funzione precisa, ovvero quella di deindustrializzare completamente l'Europa e tutto l'Occidente e creare una società a due classi, composta da una ristrettissima élite e da una moltitudine di poveri, nella quale la classe media sparirà definitivamente così come la piccola e media impresa che seguiranno la stessa sorte.

Saranno le grandi corporation ad avere in mano la totalità del mercato. E' esattamente l'obbiettivo designato dal club di Roma, uno dei gruppi mondialisti più influenti fondato e finanziato da David Rockefeller, in una delle sue pubblicazioni nel lontano 1972.

Tolto di mezzo il lavoro, le masse non avranno altra alternativa che accettare l'elemosina di governo per poter sopravvivere.

In Italia a farsi portavoce di questo piano è stato, non a caso, il M5S creatura della finanza anglosassone e del deep state di Washington, che fin dalle sue origini ha proposto l'applicazione di questa formula.

Lo stesso fondatore del Movimento, Beppe Grillo, ha annunciato che nel futuro non ci sarà posto per il lavoro.

Il reddito di base non sarà dato comunque a tutti. Il piano prevede che i diversi Paesi del mondo accettino un piano di prestiti erogato dal Fondo Monetario Internazionale, l'FMI.

Il presidente della Bielorussia, Lukashenko, aveva denunciato proprio i tentativi di corruzione del Fondo nei confronti del suo governo offrendogli l'enorme cifra di 940 milioni di dollari in cambio della chiusura del Paese.

Stavolta il Fondo dovrebbe dare vita ad un massiccio piano di prestiti ai vari Paesi del mondo che con ogni probabilità porterà all'esproprio e al controllo di tutte le risorse strategiche delle nazioni in questione.

John Perkins, già speculatore al soldo delle grandi corporation, ha spiegato come l'obbiettivo del FMI sia proprio questo.

Sommergere i Paesi di debiti che non potranno essere ripagati per poi poter consentire così ai grandi gruppi privati di avere il controllo totale delle economie nazionali.

L'operazione coronavirus servirà dunque a dare vita ad una privatizzazione mondiale dei vari Paesi nel mondo.

Le grandi multinazionali avranno il dominio assoluto. A questo punto, una volta che i vari Paesi accetteranno il cappio dei prestiti del FMI, e dell'UE o del MES nel caso dell'Europa, sarà proposto il "grande reset dei debiti privati".

I governi diranno ai cittadini che se vogliono avere diritto al reddito di base e alla cancellazione di ogni debito, dai prestiti ai mutui, dovranno praticamente rinunciare ad ogni bene personale.

Il mondialismo, in altre parole, vuole la fine della proprietà privata.

Quanto prospetta l'informatore canadese trova perfetta corrispondenza con quanto già previsto dal forum di Davos che ha dato vita ad un programma intitolato proprio "il grande reset" nel quale si parla appunto di un prossimo futuro nel quale le persone non avranno più beni personali

Quindi il piano globale, denominato Great Reset, è in via di realizzazione. Ne è artefice un’élite che vuole sottomettere l’umanità intera, imponendo misure coercitive con cui limitare drasticamente le libertà delle persone e dei popoli. In alcune nazioni questo progetto è già stato approvato e finanziato; in altre è ancora in uno stadio iniziale. Dietro i leader mondiali, complici ed esecutori di questo progetto infernale, si celano personaggi senza scrupoli che finanziano il World Economic Forum e l’Event 201, promuovendone l’agenda.

Scopo del Great Reset è l’imposizione di una dittatura sanitaria finalizzata all’imposizione di misure liberticide, nascoste dietro allettanti promesse di assicurare un reddito universale e di cancellare il debito dei singoli. Prezzo di queste concessioni del Fondo Monetario Internazionale dovrebbe essere la rinuncia alla proprietà privata e l’adesione ad un programma di vaccinazione Covid-19 e Covid-21 promosso da Bill Gates con la collaborazione dei principali gruppi farmaceutici.

Aldilà degli enormi interessi economici che muovono i promotori del Great Reset, l’imposizione della vaccinazione si accompagnerà all’obbligo di un passaporto sanitario e di un ID digitale, con il conseguente tracciamento dei contatti di tutta la popolazione mondiale. Chi non accetterà di sottoporsi a queste misure verrà confinato in campi di detenzione o agli arresti domiciliari, e gli verranno confiscati tutti i beni.

Un piano globale, denominato Great Reset, è in via di realizzazione. Ne è artefice un’élite che vuole sottomettere l’umanità intera, imponendo misure coercitive con cui limitare drasticamente le libertà delle persone e dei popoli. In alcune nazioni questo progetto è già stato approvato e finanziato; in altre è ancora in uno stadio iniziale. Dietro i leader mondiali, complici ed esecutori di questo progetto infernale, si celano personaggi senza scrupoli che finanziano il World Economic Forum e l’Event 201, promuovendone l’agenda.

Scopo del Great Reset è l’imposizione di una dittatura sanitaria finalizzata all’imposizione di misure liberticide, nascoste dietro allettanti promesse di assicurare un reddito universale e di cancellare il debito dei singoli. Prezzo di queste concessioni del Fondo Monetario Internazionale dovrebbe essere la rinuncia alla proprietà privata e l’adesione ad un programma di vaccinazione Covid-19 e Covid-21 promosso da Bill Gates con la collaborazione dei principali gruppi farmaceutici.

Aldilà degli enormi interessi economici che muovono i promotori del Great Reset, l’imposizione della vaccinazione si accompagnerà all’obbligo di un passaporto sanitario e di un ID digitale, con il conseguente tracciamento dei contatti di tutta la popolazione mondiale. Chi non accetterà di sottoporsi a queste misure verrà confinato in campi di detenzione o agli arresti domiciliari, e gli verranno confiscati tutti i beni.

Questa crisi serve per rendere irreversibile, nelle intenzioni dei suoi artefici, il ricorso degli Stati al Great Reset, dando il colpo di grazia a un mondo di cui si vuole cancellare completamente l’esistenza e lo stesso ricordo.

Fino a qualche mese fa, sminuire come «complottisti» coloro che denunciavano quei piani terribili, che ora vediamo compiersi fin nei minimi dettagli, era cosa facile. Nessuno, fino allo scorso febbraio, avrebbe mai pensato che si sarebbe giunti, in tutte le nostre città, ad arrestare i cittadini per il solo fatto di voler camminare per strada, di respirare, di voler tenere aperto il proprio negozio, di andare a Messa la domenica.

Eppure avviene in tutto il mondo, anche in quell’Italia da cartolina che molti Americani considerano come un piccolo paese incantato, con i suoi antichi monumenti, le sue chiese, le sue incantevoli città, i suoi caratteristici villaggi.

E mentre i politici se ne stanno asserragliati nei loro palazzi a promulgare decreti come dei satrapi persiani, le attività falliscono, chiudono i negozi, si impedisce alla popolazione di vivere, di muoversi, di lavorare, di pregare. Le disastrose conseguenze psicologiche di questa operazione si stanno già vedendo, ad iniziare dai suicidi di imprenditori disperati, e dai nostri figli, segregati dagli amici e dai compagni per seguire le lezioni davanti a un computer.

Chi rifiuterà il vaccino sarà detenuto nei campi di concetramento.

La "pandemia" dunque, secondo le informazioni contenute nella email, non finirà prima di giugno 2021.

La risposta, giunta apparentemente per voce dei rappresentanti dei club globalisti presenti alla riunione, è stata inequivocabile.

"Quelli che hanno rifiutano di partecipare saranno considerati un rischio per la sicurezza pubblica e saranno portati in strutture di isolamento."

Chi non accetterà di partecipare al programma sarà considerato dunque una minaccia dalla autorità, e deportato a tempo indeterminato dal regime globalista in dei campi di concentramento nei quali la sua detenzione durerà fino a quando non accetterà di prendere il vaccino o di rinunciare alla proprietà privata.

E' l'assalto finale del Nuovo Ordine Mondiale. Il mondialismo si prepara a mostrare il suo vero volto.

Sotto la maschera del falso umanitarismo buonista, si nasconde la ferocia inaudita del più pericoloso totalitarismo della storia.

Anche la rivista Time ha dedicato la sua prossima copertina al "grande reset" nel quale si vede chiaramente come il riordino della società mondiale parta proprio dall'Europa e dall'Italia.

In uno degli articoli che riguardano questo tema, Time annuncia chiaramente come l'impronta assistenzialista dei governi sarà predominante nella nuova società post - Covid.

Nell'articolo però si pone come condizione essenziale della realizzazione della società mondialista la vittoria di Joe Biden alle prossime elezioni presidenziali.

Il globalismo considera indispensabile per l'avanzamento del Nuovo Ordine Mondiale la ricomposizione dello storico blocco euro - atlantico.

Si parla apertamente di una "stabilizzazione dell'euro" che condurrà ad un "nuovo rinascimento europeo" in una descrizione di quelli che assomigliano molto ai futuri Stati Uniti d'Europa.

Il superstato europeo non potrà nascere però senza il contributo indispensabile degli Stati Uniti.

Per decenni, l'America è stata il garante del progetto di integrazione della falsa Europa.

L'ultimo scandalo che riguarda il figlio del suo avversario democratico, Hunter Biden, potrebbe essere la punta di un iceberg che riguarda un enorme giro di pedofilia internazionale nel quale sarebbero coinvolti personaggi di primo piano di Washington.

Sono state già mostrate dal New York Post le prove di un enorme conflitto d'interessi del padre di Hunter, all'epoca del suo mandato alla Casa Bianca sotto la amministrazione Obama, con la società ucraina, Burisma, per la quale lavorava lo stesso Hunter.

Nelle ultime settimane sta emergendo anche come Hunter Biden sia legato a doppio filo con il partito comunista cinese così come suo padre.

Le stesse fonti che hanno pubblicato i video scabrosi di Hunter Biden hanno rivelato come la famiglia Biden da anni sia stata ricattata e corrotta dalla Cina comunista.

La Cina sarebbe in possesso di immagini ancora più sconvolgenti delle quali si serve da tempo per ricattare i Biden e altri democratici passati per la Casa Bianca.

Lo stesso regime comunista avrebbe corrotto Joe Biden ai tempi del suo mandato da vicepresidente in cambio di concessioni sul mare cinese meridionale, al centro di aspre dispute tra la Cina e l'attuale amministrazione Trump.

Anche il virus fabbricato in Cina e molto piu' pericoloso di quanto sinora si conosca:

«Oggi c'è il Covid, domani non si sa. Dobbiamo capire che queste misure torneranno utili anche in futuro per proteggere i pazienti più fragili». La neurologa Caterina Pistarini, capodipartimento di riabilitazione neuromotoria dell'istituto Maugeri di Genova, è appena stata nominata segretario generale della Federazione mondiale di Neuroriabilitazione che raggruppa oltre cinquemila specialisti internazionali ed è presieduta dall'americano David Good.

Dottoressa, che influenza ha avuto il Covid nei pazienti neurologici?

«È stato sicuramente un fattore aggravante. Il Covid ha determinato un cambiamento organizzativo, necessario per far fronte a una patologia sconosciuta, ma ha anche portato ad assumere un atteggiamento di maggiore prudenza nei confronti della nostra attività. La relazione tra virus e patologie neurologiche sarà, poi, da indagare sul lungo periodo».


Potrebbero esserci delle conseguenze?

«È una cosa su cui si sta riflettendo e che necessiterà studi approfonditi. Per ora pensiamo che i pazienti affetti da Covid possano andare incontro a problematiche neurologiche. Sembra ci siano azioni indirette e dirette sul sistema centrale periferico. Quando l'apparato circolatorio viene colpito, le trombosi possono arrivare a generare un'ischemia».

Questo nel caso dei pazienti Covid più gravi. In generale invece?

«Anche in chi ha avuto una forma del virus più lieve potrebbero esserci conseguenze importanti che un giorno, non sappiamo ancora dire quando, dovremo affrontare con cure specifiche.

Per esempio, potremmo trovarci di fronte a polineuropatie o miopatie che causano la perdita del controllo motorio e il conseguente allettamento. O ancora anosmie o iposmie, relative alla perdita e alla diminuzione delle capacità olfattive. In generale possiamo dire che molti sintomi legati al Covid, come perdita di gusto e olfatto, mal di testa prolungato e spossatezza muscolare, siano conseguenze neurologiche».

Quanto ha inciso, invece, l'ansia nei pazienti che avevano già disturbi neurologici?

«Molto, se pensiamo che ha influito anche in chi non aveva particolari patologie. Purtroppo l'informazione mediatica è stata troppo veloce e probabilmente la paura è stata amplificate anche dalla comunicazione serale delle conferenze stampa.


Non sono un esperto di comunicazione né uno psicologo, ma posso dire con certezza che l'informazione scientifica ci insegna a essere più cauti e a comunicare le notizie in maniera più ragionata».

Qual è, quindi, secondo lei il giusto equilibrio?

«Sicuramente bisogna abituare il pubblico, ora che siamo di nuovo immersi nel problema, ad assorbire le notizie in maniera graduale, per poter sviluppare una maggiore consapevolezza dei comportamenti rischiosi ed evitabili. In questo fa giocoforza il sistema, che deve essere organizzativo come quello degli ospedali e deve trovare supporto nella medicina territoriale.

I pazienti più a rischio, come gli anziani, devono poter ricevere i servizi medici stando in sicurezza nelle proprie abitazioni, che non vuol dire ghettizzarli, e l'informazione deve arrivare anche e soprattutto dai medici di famiglia. Potenziare la medicina territoriale oggi significa evitare di intasare gli ospedali domani».

Viviamo una vita sempre più lunga con l'idea di essere invincibili, ma questo non significa per forza invecchiare in salute. Come lo si affronta?

«Con cura e attenzione. Le persone affette dal Parkinson, per esempio, in questo periodo hanno vissuto una grande difficoltà. I pazienti devono sentirsi al sicuro, anche con la telemedicina e i consulti a distanza che dobbiamo intensificare. Le raccomandazioni principali sono quelle di seguire la terapia prescritta e le ore di attività previste. I pazienti devono essere in grado di riprendere in mano la propria quotidianità famigliare e sociale».

Il presidente americano è stato chiaro con il suo procuratore generale, Barr. Se Barr non rinvierà a giudizio Obama e Biden e l'establishment del partito democratico, Hillary Clinton compresa, per lo spionaggio illegale nei suoi confronti, sarà un altro procuratore a farlo a meno che non si ripeta,  60 anni dopo,  quello che e' successo a Dallas a J Kennedy : accordo fra Mafia, Pentagono e Cia sotto la regia di un Vice Presidente che poi diventerà Presidente senza ritirare i militari americani dal Vietnam , cosa che fece H.Kissinger 10 anni dopo l'omicidio J.K.Kennedy.

A conferma del depauperamento volontario della nazione ci sono molte prove :

1) E' previsto per lunedì un cda straordinario di Mps dopo che la banca ha deciso di fare ulteriori accantonamenti, stimati in 410 milioni di euro, per far fronte ai rischi legali in seguito alla sentenza di condanna degli ex vertici, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. E' quanto apprende l'ANSA. Gli accantonamenti, che peseranno sui conti dei nove mesi che il cda deve approvare il 5 novembre, indeboliranno ulteriormente il capitale della banca senese, per la quale si rincorrono voci di un possibile aumento di capitale da parte del Tesoro, primo socio con il 68%.

Mps aumenta gli accantonamenti per i rischi legali dopo la sentenza che ha condannato in primo grado l'ex presidente Alessandro Profumo, l'ex ad Fabrizio Viola e l'ex presidente del collegio sindacale, Paolo Salvadori, per la vicenda della contabilizzazione dei derivati con Nomura e Deutsche Bank. E, contestualmente, interrompe i termini della prescrizione per promuovere l'azione di responsabilità nei confronti degli ex vertici, in attesa che il Tribunale di Milano pubblichi le motivazioni del verdetto.

La decisione è stata presa dal cda che "con il supporto dei propri consulenti, ha attentamente esaminato il dispositivo della sentenza" che ha condannato Profumo e Viola a sei anni di reclusione e Salvadori a 3 anni e sei mesi. "In attesa di poter disporre delle motivazioni della sentenza stessa e, sulla base del solo contenuto del dispositivo", si legge in una nota, Mps ha "ritenuto opportuno" modificare "da 'possibile' a 'probabile'" la valutazione del rischio di soccombenza in una serie di controversie giudiziali e stragiudiziali.

La banca si è avvalsa della facoltà di non dare indicazioni sull'ammontare degli accantonamenti aggiuntivi, in quanto potrebbero pregiudicarla nelle trattative per chiudere transattivamente il contenzioso. Ma la somma è sensibilmente inferiore ai 500 milioni di euro di cui si è parlato sulla stampa, a fronte di un petitum che - per queste controversie - si aggira attorno ai 2,2 miliardi di euro. Oltre ad aumentare gli accantonamenti il cda ha inviato una lettera a Profumo, Viola e Salvadori allo scopo di interrompere i termini della prescrizione per un'eventuale azione risarcitoria legata alla condanna di Milano. Si è trattato di una scelta cautelativa da parte del consiglio, che su entrambi i temi ha deliberato all'unanimità, in attesa di avere un quadro più chiaro dopo il deposito delle motivazioni.

Gli accantonamenti aggiuntivi aggravano il quadro dei conti della banca, reduce da un primo semestre in rosso per 1,1 miliardi di euro. Gli effetti si vedranno il 5 novembre, in occasione dei conti del terzo trimestre, che vedranno dunque le perdite allargarsi. Inevitabile anche un'erosione del capitale della banca, già prossimo ai limiti della Bce, per via degli effetti sul patrimonio dello scorporo di 8,1 miliardi di crediti deteriorati. Mps era stata già chiamata ad emettere, su richiesta della Bce, titoli subordinati At1 per 700 milioni, il cui collocamento è tutt'altro che semplice. E gli accantonamenti - ritenuti dal cda adeguati - aumentano il fabbisogno di alcune centinaia di milioni.

Così sul mercato circolano indiscrezioni su un nuovo aumento di capitale: Bloomberg parla di discussioni preliminari tra l'ad di Mps Guido Bastiani e funzionari del Tesoro, per una ricapitalizzazione da 1,5 miliardi di euro. Ipotesi, spiega, che non è detto si realizzino. In cda al momento non se ne è parlato. Ma la situazione a Siena si sta complicando e il tempo delle decisioni, anche per il Mef, primo azionista con il 68% del capitale, sta scadendo.

MENTRE IL DEBITO LO GESTISCE LA BCE per avere il potere di decidere sugli Stati «Non resteremo senza far nulla, useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione con la totale flessibilità per fronteggiare gli sviluppi sul fronte della pandemia». Non ha usato mezze parole la presidente della Bce, Christine Lagarde, dopo la riunione dei governatori a Francoforte, tanto per preparare mercati e governi a possibili nuove misure di rafforzamento dell' azione della banca centrale a dicembre (il Pepp in primis).

Adesso tutti fermi, in attesa che si chiarisca meglio lo scenario economico dei prossimi mesi che dipenderà fondamentalmente dagli effetti della nuova fase di confinamento ormai generalizzato in tutta Europa.

«La Bce è stata decisa e tempestiva nell' agire di fronte alla prima ondata pandemica e lo sarà anche di fronte alla seconda», ma prima di decidere nuove misure, di rafforzare il quadro degli interventi super espansivi a suon di acquisti obbligazionari, Lagarde e gli altri governatori vogliono un quadro più chiaro della situazione sia dal punto di vista sanitario che dell' andamento dell' economia e dell' inflazione.

Una linea di attesa (qualche settimana per la Bce) che è poi la stessa che i ministri finanziari dell' area euro si apprestano a indicare nella riunione della prossima settimana: «Per ora i governi restano concentrati sull' attuazione delle misure già decise», ha indicato una fonte vicina alla Commissione Ue coinvolta nella preparazione delle riunioni Eurogruppo.

Ormai è certo che nel quarto trimestre la ripresa economica risulterà assai smorzata. Lagarde pronostica un dicembre «molto negativo». L' unica ripresa che si vedrà in questo scorcio di fine anno riguarderà purtroppo la pandemia che «deteriora le prospettive di ritorno alla crescita, un vento contrario nel breve termine». L' attività nel settore manifatturiero ha proseguito la ripresa, mentre ha registrato un evidente rallentamento nel comparto dei servizi.
Spiega Lagarde: «Benché le misure di politica fiscale sostengano le famiglie e le imprese, i consumatori mostrano cautela alla luce della pandemia e dei suoi effetti per l' occupazione e i redditi. Inoltre, la p situazione patrimoniale più fragile e la crescente incertezza sulle prospettive economiche gravano sugli investimenti delle imprese.

L' inflazione complessiva è frenata dalle basse quotazioni dell' energia e dalle contenute pressioni di fondo sui prezzi in un contesto di debolezza della domanda e significativa capacità inutilizzata nei mercati del lavoro e dei beni e servizi». Insomma, un contesto in cui i rischi sono chiaramente orientati al ribasso. Cioè al peggioramento.

GLI ACQUISTI

Per questo aumenta l' aspettativa che il programma di acquisti di titoli pubblici (specialmente) e privati che attualmente vale 1350 miliardi complessivi potrebbe essere aumentato di 500 o 600 miliardi estendendolo oltre giugno fino a dicembre compreso.

Il messaggio sulla velocità con cui la banca centrale intende procedere quando sarà chiara la durata della nuova fase di confinamento e i suoi effetti sull' economia serve a rassicurare gli investitori in un momento in cui può scatenarsi il panico anche sui mercati. Per questo viene indicato che la Bce sta «già lavorando» in vista degli annunci indicati per il 10 dicembre.

Altre misure potrebbero essere considerate per favorire maggiormente i prestiti alle banche o esentando una maggiore liquidità delle banche colpite dal tasso negativo della Bce. Secondo diversi osservatori della politica monetaria Bce, è probabile un intervento proprio sulle aste Tltro, operazioni con cui vengono erogati finanziamenti alle banche.
Importante il riferimento alla flessibilità degli strumenti a disposizione della banca centrale a partire dagli acquisti di titoli sovrani: la Bce ha ampio margine di manovra nella scelta degli asset acquistare, della loro nazionalità, della durata degli acquisti.

2) Vi è mai capitato di rincasare dopo aver stipulato un mutuo con relativa ipoteca su un vostro immobile e, alla domanda di un vostro «congiunto», finalizzata a conoscere tasso di interesse ed altre condizioni accessorie, opporre un secco rifiuto, dicendo che si tratta di informazioni «riservate»? Improbabile. Eppure in Europa è la regola. Le condizioni, tasso di interesse in primis, alle quali la Repubblica italiana ha ricevuto un prestito di 27,4 miliardi dall' Ue sono contenute in un contratto di finanziamento (loan agreement) stipulato lo scorso 14 ottobre con la Commissione ma rigidamente segretato. Solo quel contratto ha consentito alla presidente Ursula Von Der Leyen di annunciare, tutta giuliva, martedì 27 il pagamento all'Italia della prima quota di 10 miliardi.
Tutto questo segreto su un elemento che invece avrebbe dovuto essere il fiore all'occhiello della solidarietà europea desta sospetti. Lo strumento Sure - destinato a finanziare fino a 100 miliardi di spese eccezionali sostenute dagli Stati membri per la Cassa integrazione e altre misure di sostegno ai lavoratori a causa dell' emergenza Covid - viene ritenuto la misura più efficace finora messa in campo dalla Ue per mitigare gli effetti della crisi: il commissario Paolo Gentiloni ne ha più volte rivendicato i vantaggi.

Dopo l' annuncio a inizio aprile, solo a fine maggio è stato adottato il relativo Regolamento (2020/672) e ci sono poi voluti circa cinque mesi affinché la Commissione riuscisse a organizzare la prima emissione di obbligazioni per 27 miliardi, avvenuta il 20 ottobre: 10 miliardi con il titolo decennale al tasso del -0,24% e 7 miliardi col titolo ventennale al tasso del 0,13%.

Di fronte al Bund tedesco che a 10 anni «offriva» un tasso del -0,62% è normale che i mercati abbiano manifestato una domanda pari a 233 miliardi, largamente superiore alla somma offerta. In un mondo capovolto in cui le banche raccolgono denaro al -1%, una possibilità di impiego al -0,24% è un' occasione di guadagno imperdibile. Avendo dunque incassato denaro a tassi negativi, è ragionevole ipotizzare che la Commissione presti agli Stati membri a tassi solo lievemente superiori, dopo aver caricato spese e commissioni. Insomma, il Sure sarebbe una bella occasione per sbandierare a reti unificate il risparmio in termini di interessi che l' Europa ci regala. Invece regna il silenzio.

Tutto ruota intorno alla Decisione della Commissione C(2020)7155 del 14 ottobre, che approva il contratto di finanziamento tra la Commissione e Italia, Spagna, Polonia (i tre maggiori beneficiari dei prestiti con 60 miliardi su 88 complessivi) e Cipro. In quel documento ci sono tutte le caratteristiche del prestito: tassi di interesse, scadenze, altre condizioni. Elementi essenziali per comprendere i vantaggi per il nostro Paese. E l' importanza di quel documento è testimoniata dal fatto che la Decisione del Consiglio del 17 settembre che approva la concessione del finanziamento subordina chiaramente l' erogazione della prima rata alla stipula dell' accordo oggi segretato.

È davvero incomprensibile che quel documento appaia nel registro della Commissione ma sia coperto da una «presunzione generale di inaccessibilità», superabile solo da una richiesta scritta che abbiamo prontamente inviato.

Fin qui, passi. Possiamo attendere. Ma non si può tollerare che tale riserbo operi anche nei confronti di un parlamentare europeo. Abbiamo infatti appreso che l' eurodeputato capogruppo di Identità e Democrazia, Marco Zanni, si è visto anch' egli negare tale documento da autorità Ue e, non propenso ad arrendersi, ha dichiarato al nostro giornale che «il fatto che il loan agreement sia tenuto segreto e non reso pubblico è inconcepibile e segnala che forse dentro a quel documento c' è qualcosa di cui i cittadini italiani dovrebbero preoccuparsi, come denunciamo da maggio.

Gli strumenti europei sono prestiti privilegiati con annesse "condizionalità", come previsto dai trattati. Se il governo e l'Ue non hanno niente da nascondere, rendano immediatamente pubblico questo documento. Noi ci siamo già mossi, chiedendo all' Ue e al commissario Gentiloni conto di questa grave mancanza di trasparenza».

È necessario vederci chiaro, anche perché tale prestito è specificamente destinato a finanziare spese già comprese nei tre decreti emanati dal governo nei mesi scorsi. Quindi il Sure non finanzia spese aggiuntive, ma spese che avremmo comunque sostenuto, e in effetti stiamo sostenendo, coperte col maggior deficit fino a 100 miliardi approvato dal Parlamento e quindi col ricorso al mercato dei titoli di Stato.

Ci sarà solo una semplice sostituzione tra debito col mercato emettendo Btp e debito con la Commissione. Va anche evidenziato che, per emettere tali titoli, la Commissione si è munita di una garanzia degli Stati membri per 25 miliardi (di cui 3,2 miliardi a carico dell' Italia): aspetto non banale, che sui mercati finanziari ha sempre un prezzo.

Se questo è il livello di trasparenza sui debiti con la Ue, c'è solo da temere il peggio ponendo l' attenzione su quanto si sta preparando con il Next Generation Eu e il bilancio pluriennale 2021-2027. Infatti il team negoziale dell' Europarlamento ha emesso mercoledì sera un durissimo comunicato in cui denunciava lo stallo dei negoziati con Commissione e Consiglio, che vengono accusati di inventarsi «in modo irresponsabile linee rosse negoziali» che non esistono.

Il tempo stringe, e il commissario Johannes Hahn ha detto chiaramente che, se non si chiude entro metà novembre, molti programmi di spesa non riusciranno a partire nel 2021.

Il nostro Paese aspetta che, da questo caos, arrivino 127 miliardi di prestiti le cui condizioni abbiamo deciso di accettare a scatola chiusa, come una Repubblica sudamericana sull' orlo di una crisi di bilancia dei pagamenti. Non va affatto bene.

Mentre dove dovrebbero essere spesi soldi non si spendono , se no come possono resettarci ?

Ed ecco finalmente una notizia confortante: «I nuovi bus acquistati da Roma Capitale sono in servizio - ha assicurato ieri il Campidoglio - anche nel quadrante Nord-Est, area di Casal Monastero». Questa parte di periferia non è discriminata: nella distribuzione dei nuovi mezzi c'è dunque questo ambito urbano. A ciascuno il suo, secondo necessità. È un esempio di quanto una cosa normale possa essere presentata come se fosse straordinaria.

Ma la sindaca è ormai in campagna elettorale, la si deve capire. Parlando di trasporti pubblici l'amministrazione avrebbe invece potuto annunciare la firma di un accordo subito operativo con il Comitato bus turistici, che da tempo ha messo a disposizione migliaia di mezzi in rimessa per il Covid: un' idea apprezzata dal governo che ha stanziato 300 milioni, utilizzati tuttavia per meno della metà. A Roma sono state rafforzate solo sette linee su 345. Con migliaia di pullman privati fermi in garage, il Campidoglio poteva predisporre da mesi un potenziamento dei trasporti: oggi ci sarebbero meno rischi nell' utilizzare i mezzi pubblici. Governare vuol dire anche saper prevedere. Ed era tutto previsto.

PERCHE' il caos a Roma al cimitero Flaminio a Prima Porta, dove la camera mortuaria è ormai satura e si sta creando una vera e propria “fila di salme”. Un disagio e un costo aggiuntivo per le famiglie, dato che le salme in attesa di cremazione dovranno essere depositate al cimitero del Verano, per poi essere riportate al Flaminio, un doppio trasporto con le spese che ne conseguono.
La decisione è arrivata dall’Ama Cimiteri Capitolini e sarà effettiva dal 2 novembre: nella circolare dell’Ama si legge di un presunto picco di mortalità registrato a ottobre 2020, e si imputano le nuove misure al rispetto delle norme riguardanti il contenimento del contagio da coronavirus. A ottobre sarebbero stati 500 i defunti in più rispetto al 2019 (+20%).

Attualmente ci sarebbero al Flaminio 900 salme e 250 resti in attesa di cremazione, afferma l’Ama. Perciò per quanto riguarda le cremazioni dal 2 novembre le agenzie funebri dovranno trasportare le salme prima al Verano, poi nuovamente al Flaminio 48 prima della data di cremazione. Una novità che ha fatto infuriare i titolari delle agenzie funebri e chi lavora nel campo, che sostengono invece come siano altre le cause del caos e non certo il picco di mortalità.

«Cinquecento morti in più in un mese è un numero importante ma non così tanto da giustificare un caos del genere - fa sapere una società di servizi che lavora con diverse agenzie funebri di Roma -. Il problema è storico, l’Ama non riesce a svolgere le attività quotidiane per diversi motivi e il risultato è che le camere mortuarie sono piene».

Le cause sono molteplici secondo quanto l'operatore racconta a Leggo: «Le operazioni cimiteriali vengono effettuate fino alle 13.30, quindi chi arriva nel pomeriggio va in camera mortuaria. Idem per le tumulazioni private, per via della carenza di personale. In più il cimitero Laurentino è esaurito». E infine, l’Ama 7 mesi fa «ha licenziato 16 persone per problemi comportamentali, e non ha ancora assunto nessuno al loro posto».

In più c’è da aggiungere che se un romano volesse farsi cremare altrove, dovrebbe pagare una tassa di 250 euro: «Permettere la cremazione fuori impianto servirebbe a decongestionare i cimiteri romani, ma ovviamente se i costi sono questi non lo fa nessuno - conclude - Riguardo la circolare, una cosa non chiara è questa: chi fa il secondo trasporto? Noi non abbiamo i mezzi. Lunedì andremo a parlare col direttore del cimitero, sperando che ci riceva».

Piu' Conte peggiora piu' il Papa migliora Un filo di voce accompagnato dal sorriso. "Buongiorno, benvenuto…". Il Santo Padre mi accoglie così nelle stanze vaticane dove ha acconsentito a rispondere agli interrogativi che tanto stanno scuotendo la Chiesa, preoccupando le porpore, angustiando i fedeli, dividendo gli addetti ai lavori che lo osannano o lo criticano a seconda della parrocchia d’appartenenza. Incontrare un Papa non è cosa di tutti giorni, regala emozioni rare, intense, fortissime anche se il padrone di casa fa di tutto per mettere l'ospite non solo a proprio agio ma – ed è davvero paradossale - sullo stesso piano.

Parlare con Lui in una stanza spoglia, due sedie, un tavolo e un crocifisso, mentre fuori tracima l'apprensione per la pandemia, accresce quel desiderio di speranza e di fede difronte all'ignoto, fede che per alcuni starebbe venendo meno a causa degli scandali, degli sprechi, delle continue rivoluzioni di Francesco e financo del virus, e di questi temi il Papa parlerà nel colloquio con l’Adnkronos.

L'occasione è utile innanzitutto per mettere un punto e tirare la riga sull'annosa questione morale fra le mura al di là del Tevere che il Papa stesso non fatica a definire un "male antico che si tramanda e si trasforma nei secoli", ma che ogni predecessore, chi più chi meno, ha cercato di debellare coi mezzi e le persone sulle quali in quel momento poteva contare. "Purtroppo la corruzione è una storia ciclica, si ripete, poi arriva qualcuno che pulisce e rassetta, ma poi si ricomincia in attesa che arrivi qualcun altro a metter fine a questa degenerazione".

Certo, nella vita millenaria della Chiesa non si ricorda un Papa così, tanto coraggioso quanto incurante di inimicarsi la potente curia romana con il mondo affaristico che le scodinzola intorno: Francesco è deciso a fare piazza pulita di ecclesiastici propensi a mettere il denaro ("i primi padri lo chiamavano lo sterco del diavolo e pure San Francesco" dice) prima della Croce.

Coerente col suo dettame francescano il Vicario di Cristo fa quel che nessuno ha mai avuto la forza di fare per una Chiesa che sia davvero una casa di vetro, trasparente, com'era quella delle origini, votata agli ultimi, al popolo. In una Chiesa per i poveri, più missionaria, però – ed è questo il credo di Francesco - non c'è spazio per chi si arricchisce o fa arricchire il suo cerchio magico indossando indegnamente l'abito talare.
"La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All'inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: "Qui dentro c'è tutto – disse -, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone e adesso…tocca a te". Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera". Già, Benedetto XVI. Una narrazione tradizionalista e conservatrice racconta di un papa emerito perennemente in guerra con quello regnante, e viceversa: dissidi, dissapori, spigolosità, diversità di vedute su tutto e tutti, trame sotterranee e pettegolezzi.

C'è del vero? Il Santo Padre si prende qualche secondo e poi sorride: "Benedetto per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo "filialmente e fraternamente". Lo vado a trovare spesso lassù (con il dito indica la direzione del monastero Mater Ecclesiae proprio alle spalle di San Pietro, nda) e se recentemente lo vedo un po' meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Pensi che sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui".

Il Pontefice riannoda le fila del discorso partito da lontano, ripensa a quando arrivò al soglio di Pietro e di cosa pensava allora dei mali materiali della Chiesa, nulla rispetto a quel che poi ritroverà affondando le mani nella gestione opaca delle finanze vaticane, l'obolo di San Pietro, l'imprudenza di certi investimenti all'estero, l'attivismo poco caritatevole di pastori d'anime trasformatisi in lupi di rendite.

Bergoglio si rifà a Sant'Ambrogio, vescovo, teologo e santo romano, per sintetizzare la sua linea guida: "La Chiesa è stata sempre una casta meretrix, una peccatrice. Diciamo meglio: una parte di essa, perché la stragrande maggioranza va in senso contrario, persegue la giusta via. Però è innegabile che personaggi di vario tipo e spessore, ecclesiastici e tanti finti amici laici della Chiesa, hanno contribuito a dissipare il patrimonio mobile e immobile non del Vaticano ma dei fedeli. A me colpisce il Vangelo quando il Signore chiede di scegliere: o segui Dio o segui il denaro. Lo ha detto Gesù, non è possibile andare dietro a entrambi".

Da Sant'Ambrogio il Papa passa alla nonna dispensatrice di buoni consigli: "Lei, che certo non era una teologa, a noi bambini diceva sempre che il diavolo entra dalle tasche. Aveva ragione". Come aveva ragione quella vecchina incontrata in una sterminata baraccopoli di Buenos Aires il giorno in cui morì Giovanni Paolo II: "Mi trovavo in un autobus – ricorda Francesco - stavo andando in una favela, quando venni raggiunto dalla notizia che stava facendo il giro del mondo.

Durante la messa, chiesi di pregare per il papa defunto. Finita la celebrazione mi si avvicinò una donna poverissima, chiese informazioni su come si eleggeva il papa, le raccontai della fumata bianca, dei cardinali, del conclave. Al che lei mi interruppe e disse: senta Bergoglio, quando diventerà papa per prima cosa si ricordi di comprare un cagnolino. Le risposi che difficilmente lo sarei diventato, e se nel caso perché avrei dovuto prendere il cane. "Perché ogni volta che si troverà a mangiare – fu la sua risposta - ne dia un pezzettino prima a lui, se lui sta bene allora continui pure a mangiare".
Questo pensa la gente del Vaticano? Che la situazione è fuori controllo che può succedere di tutto? "Era ovviamente una esagerazione" taglia corto il Santo Padre. "Ma dava conto dell'idea che il popolo di Dio, i poveri fra i più poveri al mondo, aveva della Casa del Signore attraversata da ferite profonde, lotte intestine e malversazioni".

La lotta pubblica e senza sconti al malaffare vaticano di questi tempi regala l'immagine di un pontefice molto concreto, deciso, risoluto, un eroe solitario osannato dalle folle ma osteggiato da un nemico invisibile. Un Papa che appare solo nei palazzi del piccolo stato, ma che solo non è avendo dalla sua la quasi totalità degli osservanti e dei devoti. Francesco inarca le sopracciglia, allarga lentamente le braccia cercando al contempo lo sguardo del suo ospite. Sono secondi interminabili.

"Sarà quel che il Signore vuole che sia. Se sono solo? Ci ho pensato. E sono arrivato alla conclusione che esistono due livelli di solitudine: uno può dire, mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c'è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta. Ci sono stati esempi di malaffare, di tradimenti, che feriscono chi crede nella Chiesa. Queste persone non sono certo suore di clausura".

Sua Santità ammette di non sapere se vincerà o meno la battaglia. Ma con amorevole risolutezza si dice certo di una cosa: "So che devo farla, sono stato chiamato a farla, poi sarà il Signore a dire se ho fatto bene o se ho fatto male. Sinceramente non sono molto ottimista (sorride, ndr) però confido in Dio e negli uomini fedeli a Dio. Ricordo di quand'ero a Cordoba, pregavo, confessavo, scrivevo, un giorno vado in biblioteca a cercare un libro e mi imbatto in sei-sette volumi sulla storia dei Papi, e anche tra i miei antichissimi predecessori ho trovato qualche esempio non proprio edificante".

Oggi la miglior difesa dei nemici giurati del Papa è l'attacco a Francesco attraverso i continui richiami a quel che presto, sperano, verrà dopo di lui. Una sorta di liberazione e di resurrezione per un pontificato dato già per archiviato perché troppo divisivo, politicamente scorretto, ideologicamente schierato da una parte sola.

Sul toto-papa che impazza nei passaparola, Bergoglio la prende con ironia: "Anche io ci penso a quel che sarà dopo di me, ne parlo io per primo. Recentemente, nello stesso giorno, mi sono sottoposto a degli esami medici di routine, i medici mi hanno detto che uno di questi si poteva fare ogni cinque anni oppure ogni anno, loro propendevano per il quinquennio io ho detto facciamolo anno per anno, non si sa mai (il sorriso stavolta si fa più generoso, nda)".

Papa Bergoglio ascolta con attenzione l'elenco delle critiche che gli sono state rivolte nel tempo, non fa trasparire insofferenza sulla sortita del cardinal Ruini ("criticare il Papa non significa essergli contro") sembra segnarsele a mente una per una le contestazioni, dalle unioni civili all'accordo con la Cina. Ci pensa su una decina di secondi e infine consegna un pensiero a tutto tondo: "Non direi il vero, e farei torto alla sua intelligenza se le dicessi che le critiche ti lasciano bene. A nessuno piacciono, specie quando sono schiaffi in faccia, quando fanno male se dette in malafede e con malignità.
Con altrettanta convinzione però dico che le critiche possono essere costruttive, e allora io me le prendo tutte perché la critica porta a esaminarmi, a fare un esame di coscienza, a chiedermi se ho sbagliato, dove e perché ho sbagliato, se ho fatto bene, se ho fatto male, se potevo fare meglio. Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui – continua Papa Francesco – sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all'interno della Chiesa. E' vero che poi se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo scrivono sul Papa".
Il tempo di elaborare la domanda successiva e il Santo Padre anticipa ancor di più la risposta: "Non credo possa esserci una sola persona, dentro e fuori di qui, contraria ad estirpare la malapianta della corruzione. Non ci sono strategie particolari, lo schema è banale, semplice, andare avanti e non fermarsi, bisogna fare passi piccoli ma concreti. Per arrivare ai risultati di oggi siamo partiti da una riunione di cinque anni fa su come aggiornare il sistema giudiziario, poi con le prime indagini ho dovuto rimuovere posizioni e resistenze, si è andati a scavare nelle finanze, abbiamo nuovi vertici allo Ior, insomma ho dovuto cambiare tante cose e tante molto presto cambieranno".

Fatta salva la presunzione di innocenza per chiunque sia finito o finirà nel mirino della magistratura vaticana, è sotto gli occhi di tutti quanto di buono stia facendo Francesco camminando sul filo del dirupo dell'immoralità diffusa in settori precisi della Chiesa. Ci chiediamo, e con un po' di timidezza chiediamo al Santo Padre: ma il Papa ha paura? La replica stavolta è più ponderata. Il silenzio sembra non finire mai, sembra in attesa di trovare le parole giuste. Sembra. "E perché dovrei averne?" si domanda e ci domanda il Santo Padre. "Non temo conseguenze contro di me, non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po' di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l'istinto e lo Spirito Santo, mi guida l'amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo. E poi prego, prego tanto, tutti noi in questo momento difficile dobbiamo pregare tanto per quanto sta accadendo nel mondo".

Il coronavirus è tornato fra noi, si trascina dietro inquietudine, morti e paura. Il Sommo Pontefice si prende la parola e non la lascia più, e parla quasi tenendoti per mano, come non ti aspetteresti mai dal pastore in terra della chiesa universale. "Sono giorni di grande incertezza, prego tanto, sono tanto, tanto, tanto vicino a chi soffre, sono con la preghiera a chi aiuta le persone che soffrono per motivi di salute e non solo". Il riferimento va ai famosi eroi, i "santi della porta accanto" come ebbe a definirli due settimane dopo l'appuntamento globale del 27 marzo, quand'era solo in piazza San Pietro, sotto la pioggia, in preghiera per la fine della pandemia ai piedi del crocifisso inondato dalle lacrime piovute dal cielo. Padre Santo, gli chiediamo, si prospettano nuovi lockdown, si riparla di restrizioni per il culto, c'è un rischio di ripercussioni per la Chiesa?

"Non voglio entrare nelle decisioni politiche del governo italiano ma le racconto una storia che mi ha dato un dispiacere: ho saputo di un vescovo che ha affermato che con questa pandemia la gente si è "disabituata" – ha detto proprio così - ad andare in chiesa, che non tornerà più a inginocchiarsi davanti a un crocifisso o a ricevere il corpo di Cristo. Io dico che se questa "gente", come la chiama il vescovo, veniva in chiesa per abitudine allora è meglio che resti pure a casa. E' lo Spirito Santo che chiama la gente. Forse dopo questa dura prova, con queste nuove difficoltà, con la sofferenza che entra nelle case, i fedeli saranno più veri, più autentici, Mi creda, sarà così".

L'incontro termina qui, il commiato è semplice e commovente più del benvenuto. Diceva San Francesco che un solo raggio di sole è sufficiente a cancellare milioni di ombre. Nella stanza improvvisamente vuota la luce di speranza dell'unico papa che ha preso il nome dal fraticello d'Assisi resta incredibilmente accesa. E per un istante con l'oscurità del virus si spegne anche il buio del peccato dei consacrati del Signore.

Anche se non e' scontato che il CSM sia dalla parte del Papa per cui torna libera e con obbligo di firma Cecilia Marogna, la manager arrestata il 13 ottobre nell'indagine vaticana sull'ex cardinale Angelo Becciu. Lo ha deciso la Corte d'Appello di Milano, come riferito dai legali dello studio Dinoia, che la assistono. Marogna, la 39enne cagliaritana coinvolta nell'indagine sull'ex numero due della Segreteria di Stato della Santa Sede, Angelo Becciu (anche lui indagato), è stata scarcerata dopo essere finita a San Vittore il 13 ottobre, arrestata a Milano, tramite Interpol, su mandato di cattura delle autorità vaticane con le accuse di peculato e appropriazione indebita aggravata.

Due giorni fa, davanti ai giudici della quinta penale d'appello (presidente del collegio Franco Matacchioni) era stata discussa l'istanza presentata dai legali dello studio Dinoia, che avevano chiesto di farla tornare libera o di disporre quantomeno i domiciliari. I giudici hanno deciso la scarcerazione ma con obbligo di firma.

La Procura Generale aveva dato parere negativo alla scarcerazione della donna ravvisando il pericolo di fuga e la mancanza di un indirizzo preciso tra Milano e la Sardegna, fattore che ostacolava l'eventuale concessione dei domiciliari. Uno dei difensori, l'avvocato Fabio Federico, aveva contestato "alla radice" l'arresto che era stato convalidato peraltro dalla stessa Corte con conseguente misura cautelare in carcere, oggi revocata. Secondo il legale, che ha citato l'articolo 22 dei Patti Lateranensi, Marogna "non poteva essere arrestata dato che l'accordo tra Italia e Vaticano consente l'estradizione dal Vaticano all'Italia, ma non quella dall'Italia al Vaticano".

Per la difesa, poi, non sussisteva nemmeno "il pericolo di fuga", poiché il suo arresto è avvenuto "sotto casa mentre stava andando al supermercato". I giudici hanno deciso, in pratica, che le esigenze cautelari possono essere tutelate con la sola misura dell'obbligo di firma. Va avanti, intanto, il procedimento sull'eventuale estradizione (udienza non ancora fissata).

Marogna, che qualche giorno fa non aveva dato il consenso alla sua consegna, secondo la ricostruzione della magistratura d'Oltretevere, avrebbe usato parte del mezzo milione che avrebbe ricevuto per operazioni segrete umanitarie in Asia e Africa, per l'acquisto di borsette, cosmetici e altri beni di lusso. Somma che la donna, che si è definita specializzata in relazioni diplomatiche in contesti difficili, ha ammesso di aver ricevuto spalmata su quattro anni e che, a suo dire, includeva il suo "compenso, i viaggi, le consulenze" effettuate.
(ANSA) - "La difesa ha introdotto una complessa tematica in ordine alla possibilità di concedere l'estradizione" di Cecilia Marogna, "relativamente alla quale si intravedono profili di apprezzabile sostenibilità, certamente suscettibile di ulteriore e doverosa valutazione nella sede di merito, allorché verrà esaminata la domanda di estradizione formulata dalla Santa Sede". Lo scrive la Corte d'Appello di Milano nell'ordinanza con cui ha scarcerato la manager 39enne coinvolta nell'inchiesta vaticana su Angelo Becciu. La difesa aveva sostenuto che Marogna "non poteva essere arrestata dato che l'accordo tra Italia e Vaticano consente l'estradizione dal Vaticano all'Italia, ma non quella dall'Italia al Vaticano".

I giudici, in sostanza, nell'ordinanza spiegano che non è scontato che verrà concessa l'estradizione, ma che il tema introdotto dalla difesa dovrà essere valutato nel procedimento. Scarcerando Marogna, la Corte (Matacchioni-Arnaldi-Siccardi) non ha accolto la richiesta della Procura generale che chiedeva il mantenimento della custodia in carcere "conformemente alla sollecitazione del Ministero della Giustizia". La Corte, poi, fa notare che Marogna "è cittadina italiana e vanta un indubbio radicamento sul territorio nazionale", essendo anche "madre di una figlia minorenne". Dunque, per i giudici la "esigenza di garantire in concreto che la persona della quale è domandata l'estradizione", di cui "sono documentati gli interessi coltivati nella vicina Slovenia", non "si sottragga all'eventuale consegna" può essere tutelata da "misure cautelari meno afflittive".
Da qui l'obbligo di firma e non la custodia in carcere, la "cui necessità non è stata, peraltro, al momento nemmeno dimostrata". Marogna avrà l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nella stazione dei carabinieri "competente per il domicilio che verrà eletto all'atto della scarcerazione" nei giorni "di lunedì, mercoledì e venerdì". I giudici hanno anche disposto "il divieto di espatrio" e la "consegna" alle autorità di polizia "del passaporto".

Invece  farci sentire e vedere della radio-tv cara e demenziale perché non portate i teatri nelle case ? Cosi  potrebbero lavorare tutti quelli che hanno qualcosa da proporre.

Intanto in Consip viene ribaltata la decisione dell' ottobre 2019: l' ex maggiore del Noe, Giampaolo Scafarto e il colonnello dei carabinieri, Alessandro Sessa, andranno a processo nella vicenda Consip. Lo hanno deciso i giudici della corte d' Appello di Roma che hanno disposto per i due il rinvio a giudizio accogliendo la richiesta della Procura generale.

Il 3 ottobre dello scorso anno Scafarto e Sessa erano stati prosciolti dal gup Clementina Forleo dalle accuse, a seconda delle posizioni, di rivelazione del segreto, falso e depistaggio. La Procura aveva però impugnato l' archiviazione. I giudici d'Appello hanno fissato il processo al 9 dicembre.

Scafarto ieri si è dimesso dall'incarico di assessore alla Sicurezza del Comune di Castellammare di Stabia. Per l'ex maggiore l' accusa è di aver svelato le dichiarazioni rese da Luigi Marroni, ex ad di Consip, agli inquirenti di Napoli e l'iscrizione nel registro degli indagati di Tullio Del Sette oltre che di aver falsificato un'informativa, secondo i pm per coinvolgere nell' inchiesta Tiziano Renzi, padre dell' ex premier.

BONAFEDE libera per il controllo del territorio in caso di rivolte con la seconda ondata del Covid spaventa le carceri: sono già 150 i detenuti trovati positivi al virus in 41 istituti, 71 solo a San Vittore a Milano, 55 a Terni, altri 12 a Benevento. Non solo: anche 200 operatori di Polizia penitenziaria risultano contagiati in tutta Italia, tre sono ricoverati, il resto in quarantena a casa. I focolai negli istituti per ora sono sotto controllo e al ministero della Giustizia dicono che i numeri di oggi sono in linea con quelli di inizio aprile, ma è il crescendo degli ultimi giorni a preoccupare.

Così, nell' ultima riunione del Consiglio dei ministri, due giorni fa, sono stati presi provvedimenti per limitare la diffusione del contagio anche nei penitenziari. A beneficiarne saranno circa 2 mila detenuti attualmente in semilibertà che la sera potranno dormire a casa senza rientrare in cella e almeno 3 mila detenuti comuni: in tutto, 5 mila persone, poco meno del 10 per cento della popolazione carceraria (54.815 detenuti).

La nuova norma, entrando nel dettaglio, prevede la possibilità della detenzione domiciliare, ma con l' applicazione del braccialetto elettronico, per circa 3 mila detenuti che hanno subìto pene di durata non superiore a 18 mesi.

Il Guardasigilli, Alfonso Bonafede (M5S), con un post su Facebook ieri ha tenuto a sottolineare che la norma in questione non si applicherà ai condannati per mafia, terrorismo, corruzione, voto di scambio, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia, stalking. E sarà preclusa anche a chi ha partecipato alle rivolte nelle carceri, a chi ha subìto un procedimento disciplinare nell' ultimo anno e infine a chi, dopo l' entrata in vigore del decreto, sarà oggetto di nuove contestazioni per disordini, rivolte, sommosse.

Sempre al fine di contenere le occasioni di contagio, che il regime di semilibertà può accrescere per il fatto che il detenuto ogni giorno fa la spola tra il mondo esterno (dove studia o lavora) e il carcere (dove la sera torna a dormire), ecco che il decreto prevede per circa 2 mila detenuti (esclusi i condannati per mafia o terrorismo) la possibilità di non rientrare a dormire in cella. Al condannato in semilibertà, il magistrato di sorveglianza potrà dunque concedere licenze con durata superiore a quindici giorni fino al 31 dicembre 2020, salvo che non vengano ravvisati gravi motivi.
«Sono norme importanti ed equilibrate - commenta il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis (Pd) - che mi auguro contribuiranno a ridurre i rischi di diffusione dei contagi senza compromettere le esigenze di sicurezza». Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, per la lotta al Covid chiede però al governo un ulteriore sforzo: «Resta ineludibile la predisposizione di spazi di ricovero interno che si spera non siano necessari, ma che sarebbe errato non prevedere».

«Dobbiamo essere uniti e coesi contro l' unico nemico, la pandemia», è l' appello del ministro Bonafede. È così che il governo nell' ultima seduta ha varato il pacchetto-giustizia. «Tutti gli operatori devono trovarsi nelle condizioni di poter lavorare in sicurezza», dice il Guardasigilli.
Tra le misure previste: «Indagini preliminari con collegamenti da remoto»; «udienze penali mediante videoconferenze (con il consenso delle parti)»; «possibilità di ricorrere all' udienza cartolare anche per i casi di separazione consensuale e divorzio congiunto»; «possibilità per gli avvocati penalisti di depositare da remoto, con pieno valore legale, istanze, memorie e atti mediante il portale del processo penale telematico o tramite invio pec». Infine, una promessa: «Al ministero - conclude Bonafede - stiamo lavorando per garantire che i cancellieri in smart working possano accedere ai registri del civile e del penale in modo da potenziare l' attività a distanza. E agli avvocati si darà la possibilità di accedere dai loro studi, dopo la chiusura delle indagini, agli atti del procedimento penale».

In via Arenula si perde il pelo, ma non il vizio. Non è bastato il potenziamento della detenzione domiciliare, introdotto dal Cura Italia come misura di prevenzione di focolai di Covid nei penitenziari. Non è bastata la clamorosa scarcerazione di centinaia di boss, con la scusa del rischio contagio (inesistente, visto che i capibastone erano in isolamento, ovvero, in un perfetto lockdown).

Adesso, nel decreto Ristori, il Guardasigilli grillino, Alfonso Bonafede, inserisce un' altra sottospecie di «svuotacarceri»: chi ha meno di 18 mesi da scontare, potrà trascorrerli in strutture esterne, previa applicazione del braccialetto elettronico. Insomma: meno cella, più domiciliari.

Se il coronavirus non può essere considerato una tana libera tutti, di sicuro è stato un ottimo pretesto per tentare di risolvere «all' italiana» l' eterno problema del sovraffollamento delle carceri. Agendo peraltro, come nel caso dei boss, laddove non esistevano pericoli di assembramento.
Se non altro, stavolta, il ministero della Giustizia ha giocato d' anticipo: dal beneficio saranno esclusi i condannati per reati gravi, chi è sottoposto a regimi di sorveglianza particolare e chi ha partecipato alle rivolte di marzo in 27 prigioni della Penisola, che causarono almeno 14 prigionieri morti e decine di feriti, tra detenuti e agenti penitenziari.

L' allontanamento dall' abitazione, in ogni caso, verrà equiparato all' evasione. Ironia della sorte, varrà dunque per i galeotti quel che è stato ripetuto ossessivamente a noi incensurati: restate a casa. E poi dicevano che non eravamo ai domiciliari...

Secondo la bozza del pacchetto Giustizia, inserita nel provvedimento legislativo da poco licenziato dal Consiglio dei ministri, i magistrati di sorveglianza potranno accordare ai condannati licenze di durata superiore ai 15 giorni fino a fine anno, salvo che le toghe ravvisino «gravi motivi ostativi alla concessione» della misura. Dalla quale, comunque, resteranno tagliati fuori mafiosi e terroristi.
Chi, poi, dovesse avere la sensazione che la pandemia sia una scusa per distribuire lunghe «ferie» dal carcere, consideri se non altro che, con bar e ristoranti chiusi, i condannati in permesso premio non avranno di che svagarsi.

In arrivo novità anche per quanto riguarda lo svolgimento dei processi, nel segno dell' informatizzazione.

I giudici in quarantena o in isolamento fiduciario potranno partecipare alle udienze da remoto, anche da un luogo diverso dall' ufficio giudiziario.

Teleconferenze autorizzate pure nel caso di decisioni collegiali, sia nel civile, sia nel penale. Le aule di tribunale, al contempo, introdurranno un regime di contingentamento: le udienze «alle quali è ammessa la presenza del pubblico si debbono sempre celebrare a porte chiuse». Nel caso di procedimenti penali, qualora la presenza fisica del detenuto non potesse essere assicurata senza compromettere la profilassi antivirus, l' imputato potrà anch' egli collegarsi via Web. Udienze cartolari estese, infine, ai casi di separazione consensuale e divorzio congiunto.

La «remotizzazione», come l' ha battezzata lo stesso Bonafede, coinvolgerà persino gli interrogatori, sia della persona offesa sia di quella sottoposta a indagini preliminari.

L' avvocato difensore, però, può opporsi a questa modalità. Bisogna pur sempre rispettare, ha riconosciuto il ministro, il contraddittorio e le garanzie processuali.

Se, però, pensavate che via Arenula si fosse ormai già organizzata per gestire il proprio personale che opera via Internet, vi sbagliavate: il Guardasigilli ha annunciato che «stiamo lavorando» (adesso, come se non fossimo in emergenza sanitaria da febbraio) «per garantire che i cancellieri in smart working possano accedere ai registri del civile e del penale in modo da potenziare l' attività lavorativa a distanza. [...] La situazione è grave in tutta Europa: in questo momento dobbiamo essere tutti uniti e coesi contro l' unico nemico, la pandemia». Anche se, per la giustizia telematica che ha in mente dj Fofò, il vero nemico potrebbe essere la strutturale arretratezza delle Reti italiane.

L'ho sempre pensato : non giochero' mai piu a nulla !Avevano ingaggiato amici, ex compagne, nuovi compagni delle ex mogli. E avevano messo in piedi un raggiro milionario: grazie alla posizione di dipendenti di Lottomatica erano in grado di sbirciare nei server, scovare i codici dei biglietti vincenti e, soprattutto, rintracciare i tagliandi nelle ricevitorie sparse in tutta l'Italia. Poi, partiva la spedizione per l'acquisto. E ad incassare la vincita ci pensavano parenti e conoscenti. Un trucchetto che, dal 2015 al 2019, ha permesso ad alcuni dipendenti della società concessionaria dei giochi per conto dello Stato di incassare quattro Gratta e Vinci: due da 5 milioni e due da 7 milioni di euro. A incastrarli ci sono anche i messaggi scambiati in una chat di gruppo: «Dopo che fai? Stappi lo champagne?», scriveva uno degli indagati su Whatsapp.
I PARENTI

A ritirare materialmente i soldi sarebbero stati sempre dei prestanome, visto che per chi lavora nell' azienda c' è il divieto di comprare Gratta e Vinci e di partecipare alle lotterie. Poi, la cifra veniva spartita. Ma adesso tutte le vincite illegali sono finite sotto sequestro. Gli indagati sono 12 e le inchieste, coordinate dalla pm Alessia Miele e dai finanzieri del Nucleo di polizia valutaria, sono due.
Ieri è scattato il sequestro preventivo sui conti di Fabio Giacovazzi, dei fratelli, della madre, della fidanzata, della ex compagna e del suo nuovo convivente. Giacovazzi, ex capo team dell' area Italy Sistem Operations del settore Gratta e Vinci, si era licenziato nel 2018. Indagati in un procedimento parallelo altri tre dipendenti, tutti quanti sospesi dall' azienda. Le accuse, a seconda delle posizioni, sono truffa aggravata, accesso abusivo ai sistemi informatici, ricettazione e autoriciclaggio di capitali illeciti.

Le indagini, partite da una segnalazione di operazione sospetta, sono state possibili grazie alla collaborazione di Lottomatica. I dipendenti infedeli, introducendosi nei server dell' azienda, avrebbero individuato i lotti vincenti e li avrebbero acquistati in giro per l' Italia: a Milano, a Molinetto di Mazzano (in provincia di Brescia), a Foggia e a Cremona. Si trattava di due Gratta e Vinci Maxi Miliardario, da 5 milioni l' uno, e due Superchash, da 7 milioni. Per quanto riguarda i primi tre, la vincita sarebbe stata incassata da prestanome di Giacovazzi (la madre e il nuovo fidanzato della ex compagna) e poi spartita tra lui e i parenti.
LE PROBABILITÀ

Nel decreto di sequestro il pm sottolinea che la probabilità di vittoria era stimata in 1 su 15.840.000 biglietti, nel caso del Supercash, e 1 su 9.360.000, nel caso del Maxi Miliardario. E commenta: «È difficilmente credibile che in meno di due mesi - il primo colpo è del 24 luglio 2015, il secondo è del 18 settembre 2015, ndr - gli stessi individui possano essersi scoperti detentori o codetentori di ben due biglietti associati al primo premio».

La tesi è che «la disponibilità sia da ricondurre al ruolo di Giacovazzi». Oltretutto, specifica il magistrato, anche gli altri dipendenti di Lottomatica indagati fanno parte dell' area Italy Sistem Operations del settore Gratta e Vinci. Una volta venuti a conoscenza dell' inchiesta, inoltre, gli indagati avrebbero fatto di tutto per «fare scomparire le consistenti somme di denaro provento delle condotte illecite», si legge ancora negli atti. In una chat uno dei di loro si dice pronto a «stappare una bottiglia di champagne» alla notizia della dismissione del server sul quale erano state «a suo tempo poste in essere le condotte illecite». Giacovazzi, inoltre, subito dopo l' incasso avrebbe investito il denaro in titoli e azioni, per non avere troppi soldi sul conto corrente. Da qui l' ipotesi di riciclaggio.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.30.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signor

Presidente della Repubblica italiana

 

«Sanguinario attacco all’arma bianca nei pressi della chiesa di Notre-Dame, a Nizza. Le vittime dell’attentato sono due donne e un uomo, secondo quanto confermano fonti della polizia a BFM-TV. Le due persone morte all’interno della cattedrale sono state “sgozzate” o “decapitate”, secondo le diverse fonti. Una terza vittima, una donna, si è rifugiata in un bar vicino alla chiesa, dove è morta poco dopo per le conseguenze delle ferite, riferisce la radio France Info. “Dite ai miei figli che li amo”: queste le ultime parole prima di spirare della donna morta nel bar. La donna è stata colpita gravemente alla gola dall’aggressore, che non è riuscito a decapitarla».

L’autore dell’attacco è stato fermato: si chiamerebbe ‘Brahim A.’ e ha parlato in arabo alla polizia che lo ha neutralizzato. In ospedale ha detto di aver agito da solo continuando a ripetere ossessivamente Allah Akbar, Allah è grande.

È stato poi identificato con il nome di Aouissaoui Bahrain, nato in Tunisia il 29 marzo 1999. L’uomo sarebbe arrivato in Italia lo scorso settembre a bordo di una barca. Sbarcato a Lampedusa sarebbe rimasto in quarantena per alcune settimane prima di essere trasferito a Bari, nel centro di identificazione. Ed è proprio nella città pugliese che il 21enne è stato fotografato, come al solito, dalla Questura.

Il killer di Nizza, era “arrivato da pochissimo tempo da Lampedusa”, riferisce l’Ansa: lo ha twittato il deputato della regione di Nizza, Eric Ciotti, affermando di aver appena chiesto ad Emmanuel Macron, in una riunione sul luogo dell’attentato, di “sospendere qualsiasi flusso migratorio e qualsiasi procedura di asilo, in particolare alla frontiera italiana”.

Se ci fosse stato Salvini al ministero degli interni, tutto questo non sarebbe accaduto ve ne rendete conto ?

 L’assassino è arrivato in Francia dopo essere sbarcato a Lampedusa. In Italia, secondo le segnalazioni dell’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, sono giunti dalla Libia e dalla Tunisia migliaia di jihadisti dell’Isis e di Al Qaeda che la Turchia ha utilizzato nel conflitto libico a sostengno del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli del presidente Fayez Al Serray.

Quanti di costoro sono pronti a diventare kamikaze e compiere orrendi crimini in nome di Allah?

Sabato 24 ottobre , le forze di sicurezza afghane hanno dichiarato di aver ucciso un importante comandante di al-Qaeda nel sub-continente indiano. Il leader di Al-Qaeda Abu Muhsin al-Masri, noto anche come Husam Abd-al-Ra’uf e originario dell’Egitto, era ricercato dall’FBI per cospirazione a favore di organizzazioni terroristiche straniere e per aver ucciso cittadini statunitensi.

Sabato la Direzione nazionale afghana della sicurezza (NDS) ha twittato che le sue truppe lo avevano ucciso. Poi lo stesso NDS ha confermato la notizia a The National, un media focalizzato sul Medio Oriente e con sede ad Abu Dhabi (UAE).

«Al Misri, che è identificato dal suo alias Husam Abd-al-Ra’uf sulla lista dei terroristi più ricercati dell’FBI, è stato ucciso nel distretto di Andar della provincia di Ghazni, ha detto il funzionario dell’NDS. “È stato colpito mentre stavamo cercando di arrestarlo”» hanno scritto i giornalisti Hikmat Noori e Ruchi Kumar su The National.

Secondo l’FBI, Al Misri era “ricercato in relazione alla sua appartenenza ad Al Qaeda, un’organizzazione nota per aver commesso atti di terrorismo contro il governo degli Stati Uniti” ed era “ritenuto associato ai paesi di Afghanistan, Pakistan e Egitto”.

Un mandato federale per il suo arresto era stato emesso dalla Corte distrettuale meridionale di New York, il 27 dicembre 2018. Al Misri si era dichiarato nato nel 1958, disse l’FBI, e pertanto risultava essere nei suoi primi anni ’60.
Il comandante di Al Qaeda Abu Mohsen Al Misri è stato ucciso nella provincia afghana di Ghazni il 24 ottobre 2020, secondo fonti dell’intelligence afghana. Per gentile concessione dell’FBI (foto da The National)

Questa sarebbe la migliore risposta ai sospetti avanzati dal diplomatico britannico solo pochi giorni fa. Un ex ambasciatore britannico e uno dei principali analisti del terrorismo delle Nazioni Unite ha sollevato serie preoccupazioni sul futuro dell’accordo di pace tra Stati Uniti e talebani a causa dei continui “stretti legami” del gruppo con Al Qaeda.

Edmund Fitton-Brown afferma che una ricerca del team di monitoraggio delle Nazioni Unite rivela che Al Qaeda ha ancora una forte presenza in Afghanistan e il fallimento dei talebani nel tagliare i legami con il gruppo terroristico pone sfide future alla continuazione dell’accordo di pace.

«Il fragile accordo ha dovuto affrontare sfide crescenti dopo che i talebani hanno accusato gli Stati Uniti di violarlo a seguito degli attacchi aerei statunitensi sui suoi combattenti nella provincia di Helmand la scorsa settimana» ha aggiunto The National. L’accordo USA-talebani afferma che le forze straniere lasceranno l’Afghanistan in cambio di garanzie di sicurezza e un impegno da parte degli insorti a sedersi con il governo afghano per trovare una soluzione pacifica a decenni di guerra.

È stato firmato il 29 febbraio 2020, un mese dopo che un aereo militare americano si era schiantato in Afghanistan lunedì 27 gennaio 2020. Il Pentagono aveva quindi rilasciato una dichiarazione ufficiale che confermava i nomi dei due aviatori morti, uno dei quali in servizio presso Comando di combattimento aereo del quartier generale presso la base congiunta Langley-Eustis, Virginia, una base militare utilizzata per organizzare, addestrare, equipaggiare e mantenere forze aeree, spaziali, informatiche e di intelligence pronte al combattimento, vicina anche al quartier generale della Central Intelligence Agency a Langley.

Il Pentagono aveva aggiunto che gli uomini erano stati impegnati nell’Operazione Freedom’s Sentinel, la designazione ufficiale dei militari per la missione statunitense in Afghanistan. L’E-11A viene utilizzato per collegare le truppe sul campo al quartier generale ed è stato precedentemente descritto dai piloti dell’Air Force come “WiFi nel cielo”.

Il Dipartimento della Difesa non aveva però confermato, ma nemmeno smentito, l’ipotesi che sul bombardiere E-11A ci fossero agenti della CIA come sostenuto dai mujahiddin afgani, i primi ad intervenire sul posto, e che tra loro ci fosse anche il comandante per le operazioni in Medio Oriente Michael D’Andrea che sarebbe morto quindi morto nello schianto.

Veterans Today e Gospa News furono i primi a rivelare l’indiscrezione che l’ufficiale della Cia “Dark Prince”, soprannominato anche l’Ayatollah Mike per aver sposato una donna musulmana, stava viaggiando sull’aereo precipitato, o molto probabilmente abbattuto.

L’ipotesi era che i paramilitari di Teheran volessero colpire l’aereo proprio perché credevano che a bordo fossero presenti il ​​comando mobile della CIA e il comandante Michael D’Andrea che avrebbe pianificato l’assassinio del generale Qasem Soleimani delle forze Pasudar Quds. Ciò sarebbe stato realizzato inviando un’unità speciale armata di missili Manpada per il lancio a spalla in quella zona dell’Afghanistan orientale che dista 600 km dal confine con l’Iran.

Il generale Soleimani era stato ucciso con razzi sparati da un drone americano, come confermato direttamente dal presidente Donald Trump, contro il convoglio di auto su cui viaggiava la mattina del 3 gennaio 2020 nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, dove era appena atterrato insieme a Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante della Hashid iracheno.

Caro Jaky chi controlla la qualita' del prodotto FIAT ?

A livello europeo e' stata fatta una previsione dei costi della guerra batteriologica che stiamo subendo ?

Gli stati di emergenza sono stati trasformati da Conte da aiuto ad ulteriore complicazione.

I due pronto soccorso principali di Genova, il San Martino e il Galliera, che nel giro di nemmeno 12 ore alzano alternativamente bandiera bianca, iniziando a dirottare le ambulanze verso altri due presìdi cittadini.

Attese in barella che, spesso, si fanno infinite (in media 70 ore per avere un posto in reparto, con un caso limite di 200 ore) e il blocco degli interventi chirurgici programmati, eccetto gli oncologici, di alta specialità e giudicati non rinviabili dai medici. L' onda del Covid non si ferma e il sistema sanitario si avvicina al suo limite cercando di ampliare la dotazione di posti letto dedicati ai pazienti malati di coronavirus.

I punti deboli Sono due i gangli scoperti della crisi ormai conclamata: i pronto soccorso e i reparti di media intensità di cura. I primi rappresentano un collo di bottiglia, perché si trovano a gestire una mole di pazienti per cui non esistono sufficienti risorse, sia dal punto di vista logistico, sia per la carenza di personale, che è allo stremo delle forze. Dei secondi c' è una necessità crescente, che alimenta il «tappo» nei presìdi di emergenza e rischia di diventare disperata.

Perché se è vero che fino a oggi la seconda ondata si caratterizza per un quadro clinico mediamente meno severo, è anche vero che nel marasma i ricoveri salgono rapidamente: il 10 ottobre erano 248, si è arrivati a 924 ieri, 46 dei quali in terapia intensiva, un dato importante, ma ampiamente sotto la soglia di allarme, che rappresenta la nota positiva di una situazione altrimenti complessa.

La curva si inverte Gli altri indicatori preoccupano. Anche ieri il numero di nuovi contagi è stato a livelli record - 926 in Liguria, 682 dei quali nel territorio della Asl 3 di Genova - e questo, fisiologicamente, alimenta la pressione sui pronto soccorso.
Non solo: «Stiamo assistendo a un' inversione del rapporto tra pazienti con altre patologie e accessi per Covid - spiega Angelo Gratarola, direttore del Dea del San Martino e coordinatore per la Liguria - i primi sono ancora la maggioranza ma la curva si sta invertendo».

Il San Martino di Genova, il principale ospedale ligure, nella martedì sera è stato costretto a chiedere il cosiddetto alleggerimento: vuol dire che la ambulanze sono state dirottate al Galliera e al Villa Scassi.

Lo stesso è accaduto al Galliera ieri mattina, scaricando a sua volta il carico su San Martino e Villa Scassi. Lo Scassi, in particolare, che è il punto di riferimento di alcuni dei quartieri a più alto tasso di contagio, è al limite: nell' Osservazione breve ci sono stabilmente un' ottantina e più di pazienti, mentre il personale è stressato all' inverosimile: un solo medico, sabato, si è trovato a gestire l' intero reparto.

l medici allo stremo «I lavoratori, medici, infermieri, tecnici, operatori socio sanitari, sono allo stremo - denuncia la Cgil - e alla paura per il contagio si somma la preoccupazione che, a questi ritmi, la capacità di dar risposte adeguate possa venire meno». La Cgil rileva come i posti letto in più predisposti negli ospedali per far fronte all' assalto siano in esaurimento, così come la saturazione dei pronto soccorso. «Al San Martino si parla di persone tenute in barella, in attesa di ricovero, in media 70 ore. Una signora ieri ha atteso 200 ore».

Il presidente della Regione Giovanni Toti, ieri, ha rintuzzato: «È vero che sui pronto soccorso c' è forte pressione - dice - ma alcuni dati riportati sono allarmistici, in particolare quelli sui posti letto disponibili, che sono superati». Il governatore fa riferimento al superamento delle varie soglie del cosiddetto piano incrementale: in pratica, al raggiungimento di un certo numero di posti letto occupati in ciascun ospedale, è previsto l' allestimento di un numero crescente di posti letto dedicati al Covid.

Ma se è vero che queste asticelle, negli ospedali, sono state superate di slancio - in particolare a Genova, mentre nel resto della Liguria il quadro è ancora sotto controllo - Regione Asl e Alisa lavorano per incrementare ancora la capienza, arrivando a 2.100 posti totali in Liguria.

«Inoltre, non è vero che non è stato fatto nulla in previsione dell' emergenza, sono stati assunti 882 tra medici, infermieri e altre qualifiche. Allo stesso modo, il sistema ha risposto, lo dimostrano anche le assunzioni in corso in queste ore».

Nessuno ha capito che occorre convivere con il virus a tempo indeterminato senza sprecare energie ?

Il decreto Ristori non era ancora arrivato in Gazzetta ufficiale e gli allegati con i codici Ateco delle attività toccate dall' aiuto del governo erano ancora in versione provvisoria, prima della firma di Mattarella e della pubblicazione avvenuta in nottata; ma già ieri le categorie escluse o che comunque ritengono di non aver ricevuto abbastanza hanno iniziato a farsi sentire.

Lamentele in una certa misura fisiologiche ma che al di là degli interessi più o meno corporativi di ciascuno segnalano un problema reale: se il peggioramento della situazione sanitaria porterà ad un vero e proprio lockdown legale o di fatto allora la logica dell' intervento appena deciso - sostenere le imprese direttamente penalizzate dalle chiusure - potrebbe risultare superata.
Già con la situazione attuale c' è chi ritiene danneggiato dalle misure appena annunciate. Agenti di commercio e consulenti finanziari fanno notare che il loro giro d' affari si riduce drasticamente se molti clienti devono abbassare la saracinesca. Gli ambulanti aderenti a Confcommercio si dicono esclusi dagli indennizzi riservati ala settore della ristorazione.

Il settore della distribuzione automatica punta il dito sul rafforzamento dello smart working e sulla riduzione degli orari scolastici: le macchinette si trovano soprattutto in uffici e scuole.
Il mondo degli Ncc (noleggio senza conducente) invece non ritiene sufficiente una rata di indennizzo pari solo al 100 per cento di quella erogata dall' Agenzia delle Entrate a giugno. Il settore degli eventi giudica fuorviante, dal proprio punto di vista, il confronto di fatturato sul mese di aprile e chiede criteri diversi. Il decreto lascerebbe aperta la possibilità di inserire nuove categorie con provvedimento del ministero dello Sviluppo.

Ma devono essere «direttamente pregiudicati» dalle misure restrittive. Ritocchi che con tutta probabilità non incideranno sulla portata del provvedimento. Ma che margini esistono per correzioni più sostanziali?
La sintesi la fa il presidente della commissione Bilancio della Camera Fabio Melilli, riferendosi anche ai recenti contatti con i ministri Gualtieri e Patuanelli. Il decreto Ristori una volta arrivato in Parlamento non potrà subire vere modifiche, perché di fatto non ci sarebbe tempo per renderle operative entro quest' anno, spiega Melilli; ma siccome è necessario sostenere le intere filiere danneggiate dalle chiusure o riduzioni di attività, con la legge di Bilancio saranno necessari interventi più ampi.

Il deputato Pd evoca quindi la possibilità che il governo chieda alle Camere l' autorizzazione a un nuovo scostamento dei saldi a inizio 2021.
Di fatto però il percorso parlamentare della manovra deve ancora iniziare e quindi lo spazio di maggior disavanzo fissato all' 1,3 per cento del Pil ovvero 22-23 miliardi potrebbe essere destinato a crescere: venerdì è in programma un consiglio dei ministri con un probabile secondo passaggio della manovra stessa. In realtà l' esecutivo non esclude la possibilità di adottare da qui a fine anno un ulteriore decreto legge con altri interventi, teoricamente di portata minore, ma dal punto di vista contabile questo dovrebbe comunque attingere a risorse risparmiate nell' anno in corso.

Come è avvenuto con il provvedimento appena ufficializzato, che vale 5,5 miliardi e attinge per 3 miliardi alla Cig non utilizzata, per 900 milioni ai fondi già stanziati per i vari sussidi, per 860 al fondo del bonus vacanze; mentre 730 provengono dalla risorse relative ai crediti d' imposta per le imposte differite delle banche.

Conte usa il debito per mantenere il potere e l'ultimo dpcm e' la goccia che ha fatto versare il vaso.

E' noto che il virus non si trasmette con l'acqua e si chiudono le piscine.

Intanto chiudendo le scuole «Raga, come si festeggia dopo aver sfasciato le vetrine?». Ballano sui ritmi del trap i ragazzi di Barriera: vestiti neri, torso nudo, risate, sullo sfondo un divano due posti di vera finta pelle e la tv accesa. Un trofeo rubato da Geox. Le foto davanti alla vetrata di Gucci in frantumi. Dito medio alzato nello scatto in posa: «Non è un gioco». «Forse questa è l' ultima storia che farò. 30 k o butto tutto, non rischio per un video».

Hanno i visi dei ragazzi di Barriera. E nel sangue la musica del trap francese. Pistole di plastica nei video e la voglia di fare soldi, in fretta. -Kaprio- è il nome del trapper che si fa immortalare così: con medio alzato. Ha una filosofia di vita e un motto: «La fame è la porta che ti conduce alla ricchezza».

Hanno casa ai giardini che sono stati dello spaccio, in quella piazza che tutti chiamano Alimonda ed è diventata, nel tempo, il simbolo della Torino che fatica a trovare una sua dimensione, i ragazzi del trap made in Torino. Hanno video su youtube, e canzoni che parlano di violenza, di soldi, e «fanculo a tutti» - Kaprio - c' era l' altra notte: lo racconta il suo profilo Instagram. E la sua banlieue è lì a 300 metri dal palazzo del Comune. I video svelano molto. I passamontagna, e le risate. Il saccheggio nel nome della moda, «vietata» se non hai il portafoglio gonfio.

«Gucci» è lo stile di chi con quella musica ha fatto i soldi. Due miti: la moda e il denaro. Lo sono anche Chanel (altra vetrina sfondata nella notte del delirio di Torino) e un po' anche Vuitton (idem come sopra). Guardi i video e ti si apre un mondo. Saltano fuori nomi e storie. «Se fai una cosa e non lo fai sapere al tuo mondo, ai tuoi followers, non esisti» dice chi di quel mondo se ne intende. Rubi? Lo dici. Ti scontri con la polizia? Lo dici. Sul web.

Lo fecero anche i ragazzi di piazza San Carlo, quella banda di ladri che nella primavera di tre anni fa, durante la finale di Champions League, sparò peperoncino sulla folla che guardava la Juve contro il Real in piazza San Carlo, facendo quasi 2 mila feriti e due morti. Festeggiarono con video su Instagram. Celebrarono un bottino di portafogli e collanine: poche centinaia di euro. Li hanno presi anche per questo.

Quelli dell'altra notte arrivano dallo stesso mondo. Dalle periferie dell' immigrazione.

Dagli stessi giardini. E hanno lo stesso sogno: entrare in quel mondo che a loro, senza lavoro, con una stanza nelle case popolari, sembra vietato.
La politica non c' entra. Non c' entrava neanche il 7 di agosto, quando un gruppo di ragazzi assaltò il tram che attraversa Barriera. Inchiodato in mezzo alla strada. Con i ragazzi - immigrati di seconda generazione - che scalano le fiancate e salgono sul tetto. Paralizzano il traffico. Si filmano. E i video finiscono nella canzone di un altro trapper. Soldi. In disagio sociale. Il mondo di Sfera Ebbasta. I tatuaggi sotto gli occhi. I vestiti e la moda. Allora, in tanti, ridevano boriosi in centro. Ma era già il disagio che diventava musica. Il video era di Yakuza.

Lo guardi adesso e vedi la periferia con i nuovi torinesi che avanzano. È l' immagine di un altro Quarto stato, ma che vuole denaro facile e vestiti firmati. Scavi in quel mondo e trovi un' altra canzone di un altro trapper dove appare una pistola puntata a una testa. Era finta, s' è scoperto: ma è il linguaggio che impressiona. E i casermoni davanti a cui tutto questo viene filmato narrano di un mondo che nessuno ha intercettato. E tantomeno cercato di aiutare. Infischiandosene di tutto i ragazzi si ritrovano ai guardini Alimonda. In tanti, l' altra sera, sono partiti da lì. Passamontagna in tasca e un unico obiettivo in testa: i negozi del lusso. Per poi sentirsi ricchi qualche ora. E dirlo su Instagram.

Perche' Viene chiesto di far entrare immigrati irregolari in Italia che al momento richiesto diventano terroristi ?
«Sono un musicista e lotto contro la mafia nigeriana. Sono famoso a Torino per le mie battaglie. Il 5 luglio 2018, mentre mi trovavo in corso Giulio Cesare con alcuni amici musicisti, è arrivato un uomo conosciuto con il nome di Prince. Con due complici mi ha colpito con un macete. Sono stato ferito al braccio sinistro e al fianco. Mi hanno rotto le ossa. Se non avessi alzato la mano per difendermi mi avrebbero ucciso».

Da un tentato omicidio, nei confronti di un giovane artista africano, più di due anni fa è iniziata l' indagine che ha portato gli investigatori della Squadra Mobile a smascherare una nuova organizzazione mafiosa nigeriana radicata a Torino: i Viking. Signori della droga e delle violenze. Governano le aree di spaccio di Aurora. Controllano la rete di pusher della zona del Lungo Dora Savona, tra via Bologna e ponte Mosca. Ma hanno ramificazioni a Ferrara, nel Veneto e in altre zone italiane.

Ieri un' ondata di arresti e perquisizioni: 52 provvedimenti cautelari, di cui 33 eseguiti a Torino. In cella sono finiti i vertici e i gregari dei Viking, una delle mafie nigeriane più agguerrite nel panorama criminale internazionale.
Una trentina i capi di imputazione, a partire dall’accusa di aver formato un'associazione di stampo mafioso con tutte le caratteristiche di quelle «nostrane»: struttura verticistica, regole di condotta, riti di affiliazione. È la seconda operazione condotta dalla polizia contro organizzazioni nigeriane a Torino. Nel 2019 erano stati colpiti i Maphite. Andando a ritroso nel passato, erano già incappati nelle maglie della giustizia altri gruppi criminali nigeriani: gli Eiye e i Black Axe. Tutti impegnati nel controllo del territorio, droga e prostituzione. Da qui un immenso flusso di denaro spedito in Africa.

«I Viking sono violenti e sono senza cuore» si legge negli atti a firma del gip Edmondo Pio. Le mafie della Nigeria sono chiamate cult. «Ci sono diversi cult, ognuno distinto da un simbolo o un colore - ha raccontato una vittima dei Viking agli investigatori - Gli Aromate o Viking si vestono di rosso, i Black Axe indossano un basco nero e un nastrino giallo, gli Eiye si vestono di blu, i Maphite di verde. In Nigeria si scontrano continuamente, si uccidono fra loro per il dominio. I Viking prima erano meno importanti, ora sono più numerosi e molto violenti».

Organizzazione piramidale, con un livello nazionale, che in Italia prende il nome di «Vatican Marine Patrol», e strutture locali, per lo più nel centro-nord, dette «Marine Patrol» o «Deck». Il ramo torinese prende il nome di «Valhalla Marine». Molte le intercettazioni telefoniche, contenute nell' inchiesta coordinata dal pm Enrico Arnaldi di Balme, che fanno riferimento a questa entità territoriale che domina in città.

Al vertice c' è un capo operativo definito «Executional». Il boss che comanda il territorio.

C' è un collegio di anziani. E poi altre figure, tutti con nomi inglesi. Ad esempio l'«Arkman», il vice capo operativo, l'«Emeretus», il consigliere esperto, lo «Strike chief», il responsabile delle attività di spaccio. L'«Executional» esercita il suo potere punitivo nei confronti degli affiliati con un machete, chiamato «Manga».

Gli agenti della Mobile, sotto la direzione di Luigi Mitola, hanno arrestato i capi torinesi dei Viking in corso Giulio Cesare. In manette l' eminenza grigia del cult: Chukwudi Stanley Amanchukwu, detto Chuks, 46 anni, considerato il fondatore del «Deck Valhalla Marine». Stando all' indagine, nella sua abitazione, in corso Giulio 169, dopo un periodo di tensioni interne ai Viking, il 14 settembre 2019 si è tenuto il summit per decidere il futuro dell' organizzazione, e consegnare lo scettro operativo a Chuks Okafor, di 26 anni.

Il boss emergente. In pochi mesi, tra il 2018 e il 2019, è passato a ricoprire il ruolo di «Arkman», «Executional», «Emeretus» e di nuovo «Executional» per volontà di Amanchukwu. In più conversazioni telefoniche Okafor ha rivendicato, con toni minacciosi, il suo ruolo di capo del cult torinese. Per il tentato omicidio del musicista è accusato un Emeretus, padrino di molti affiliati: Odino Osas, 25 anni, detto Prince.

C' era anche un dj di musica afro beat, Emmanuel «Boogie» Okenwa, tra i capi di un gruppo criminale nigeriano che operava principalmente tra Torino e Ferrara e che ieri è stato smantellato.

Una vasta operazione delle forze dell' ordine, che ha visto coinvolti oltre duecento operatori della polizia di Stato, sotto il coordinamento del Servizio centrale operativo della direzione centrale anticrimine, ha portato all' arresto nelle due città di 56 affiliati al Viking o Norsemen Kclub international, feroce associazione di stampo mafioso che si era imposta con il controllo dello spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, la rapina e l' estorsione. Altri nigeriani sono ancora ricercati. I provvedimenti restrittivi riguardano 69 persone ai vertici di un sodalizio che è parte di un più ampio gruppo, con riti tribali di affiliazione, radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei.

Sul territorio italiano è suddiviso in cellule locali chiamate «deck» o Marine patrol (Mp), una delle quali gestiva la più grande rete di spaccio siciliana dal centro di accoglienza migranti di Mineo. Il programma criminoso del gruppo, equiparato per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali, «era quello di acquisire il controllo del territorio annientando violentemente o mettendo, comunque, in condizione di non nuocere, altre confraternite nigeriane concorrenziali, per acquisire il monopolio sulle attività criminose di interesse», scrive il gip di Ferrara, Gianluca Petragnani Gelosi.

Le indagini, coordinate dalle direzioni distrettuali antimafia delle Procure di Ferrara e di Torino, hanno preso il via nel luglio del 2018, dopo il tentato omicidio di un giovane nigeriano appartenente alla confraternita degli Eiye, aggredito con un machete da sette connazionali che poi la polizia scoprirà appartenenti ai Viking. L' aggressione avviene in zona Gad a Ferrara «dove da anni si è insediata una comunità nigeriana molto numerosa e all' interno della quale operano diversi gruppi criminali», spiega Dario Virgili, dirigente della Squadra mobile di Ferrara da dove è partita l' indagine Signal.
«I Viking erano i più forti, i più strutturati, hanno avuto il predominio sugli altri e ottenuto il controllo del narcotraffico, che era la loro principale attività». Si scopre che anche a Torino operano appartenenti alla stessa organizzazioni, partono le indagini e viene individuata la struttura piramidale della Viking «che si spaccia come associazione benefica ma in realtà ha ferree regole gerarchiche, riti di iniziazione e si impone con spietata violenza sulla comunità nigeriana», precisa Virgili.
I vertici dell' organizzazione prendono ordini dal «chairman» italiano e dal «national», il capo assoluto in Nigeria. Hanno una ferrea suddivisione gerarchica e pretendono fedeltà assoluta da parte degli affiliati che se non obbediscono subiscono percosse, colpi di machete ma anche punizioni pecuniarie. Tra i capi c' era il cinquantenne Emmanuel «Boogie» Okenwa, di professione dj e che in un' intercettazione si definisce «il re di Ferrara».

Aveva il controllo anche delle province di Padova, Treviso e Venezia e si occupava in particolar modo di risolvere le diatribe tra gli associati dei ranghi più bassi, inviando spedizioni punitive per riportarli all' obbedienza. Durante le riunioni, gli affiliati indossano baschi rossi e salutano il capo, il chairman, con la formula «salutamos», parlano in codice e hanno vincoli di segretezza. Okenwa ieri è sfuggito all' arresto.

I Viking importavano eroina e cocaina dalla Francia e dall' Olanda, utilizzando soprattutto donne ovulatrici che si spostavano in auto o in treno. Gli investigatori sono riusciti a ricostruire almeno dieci viaggi che hanno fruttato circa 90 chilogrammi di sostanze stupefacenti per un valore di 5,4 milioni euro.

Affari imponenti, controllati dalla mafia nigeriana che è stata in grado di imporre «una forte soggezione» ai connazionali, come ha dichiarato il gip Petragnani Gelosi, e «alla quale ha fatto da sponda, quanto meno, una certa omertà». A Torino l' associazione aveva il nome di Valhalla marine e reclutava le affiliate mediante rapporti sessuali di gruppo, costringendole poi a pagare somme di denaro in cambio di un' inesistente protezione.

Solo una nigeriana, Osayande Aisha detta «One queen», di fatto occupava un ruolo nella gerarchia ed è per questo accusata di associazione mafiosa per l' incarico che aveva di controllare lo sfruttamento delle sue connazionali.

A tutti gli affiliati della Norsemen Kclub international vengono contestati il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, i delitti di tentato omicidio e associazione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, rapina, estorsione e lesioni gravissime. Le attività investigative si sono sviluppate attraverso intercettazioni e pedinamenti sul territorio, consentendo di individuare i vertici nazionali dell' organizzazione, in costante e diretto contatto con i leader operanti in Nigeria.

Mentre si incentivano i pagamenti elettronici ma nessuno controlla che le tastiere e le maniglie vengano pulite.

Che uso si fa dell'ozono per la igienizzazione ?

Con l'inizio dell'inverno l'abitudine imposta degli incontri on line non risparmia nessuno. Così ieri hanno fatto governo e sindacati su un tema delicatissimo, quello della proroga del blocco dei licenziamenti. Fra gli invitati alla riunione virtuale mancavano però le imprese, e ciò non ha aiutato a trovare un compromesso utile.

Peggio: i sindacati si sono presentati al tavolo con una richiesta che Palazzo Chigi e Tesoro hanno dovuto respingere con durezza. Breve riassunto: l'ultima delle tante norme di emergenza varate prevede il divieto generalizzato di licenziare fino al 31 gennaio.
Un divieto che in Italia è un unicum, ma accettato dalle imprese perché sostenuto da una generosa cassa integrazione allargata a tutti i lavoratori e (quasi) completamente a carico dello Stato. Nell'incontro di ieri i sindacati hanno chiesto di prolungare questo stato di cose fino a giugno 2021, quando realisticamente l'emergenza sarà alle nostre spalle.

Per far capire che fanno sul serio ed evidentemente preoccupati dal clima delle piazze, le sigle hanno minacciato uno sciopero. A questo approccio hanno fatto muro sia il premier Giuseppe Conte che i due ministri economici, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. Il convitato di pietra - ovvero il mondo delle imprese - è lontanissimo da questa ipotesi, e lo sanno sia il governo che le sigle: le trattative sindacali hanno sempre un palco e un retropalco.

Per questa ragione da qualche giorno nei palazzi circola un'ipotesi di compromesso: confermare il blocco solo per alcune categorie di lavoratori, quelli dei settori che stanno pagando il prezzo più alto alla crisi. Dalla piccola impresa al commercio, dal turismo all'intrattenimento. Anche questa ipotesi però non convince Confindustria.

La linea del presidente Carlo Bonomi è quella di avere norme il più possibile semplici e comprensibili. Di qui la sua proposta: dal primo febbraio confermare il blocco solo per le aziende che continueranno a fare uso del sussidio anti-Covid, lasciando libere le altre di tornare al diritto al licenziamento per motivi economici con il regime ordinario di cassa integrazione, quello nel quale le imprese pagano un contributo più alto.

Per il governo non si tratta di una richiesta irragionevole: si tratterebbe di ripristinare le regole in vigore in tempi normali, sostenendo ancora i settori in crisi con i sussidi straordinari anti-Covid. Il problema è la distanza con i sindacati. Il tavolo si è chiuso dunque con un nulla di fatto, ed è riconvocato per venerdì. In ossequio alle forme, il governo ora deve consultarsi con le imprese.

Ma il compromesso va trovato anzitutto con le sigle, in una posizione oggettivamente difficile da gestire. Ogni bollettino su contagiati e ricoverati avvicina l'ipotesi di lockdown più stringenti, e mollare la presa su un tema così delicato rischia di accendere la protesta di chi il lavoro lo ha già perso o rischia di perderlo. La speranza di tutti è che a risolvere il problema sia il virus, dando tregua entro Natale. Per il momento è solo una pia illusione.
i Enrico Marro per il “Corriere della Sera”

(…) L' ultima proposta che il governo aveva messo a punto, non accolta dai sindacati, prevede una proroga del blocco fino al 21 marzo solo per le aziende più colpite, quelle che ricorrono alla cig-Covid gratis, avendo avuto un calo del fatturato superiore al 20%, mentre per le altre il blocco terminerebbe il 31 gennaio.

Ma i sindacati insistono: bisogna prolungare lo stop ai licenziamenti per tutti almeno fino al 21 marzo. Allo stesso tempo, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, parlando a Sky Tg24, ha bocciato la proroga:«Il blocco dei licenziamenti non può andare avanti all' infinito». Conte sentirà le associazioni imprenditoriali e domani di nuovo i sindacati . Il nodo potrebbe essere sciolto con la legge di Bilancio, approvata «salvo intese» e non ancora presentata in Parlamento.

(…) Il governo, come ha confermato ieri nel vertice con Cgil, Cisl e Uil, concederà però altre 12 settimane di cassa integrazione Covid, che le imprese potranno chiedere fino alla fine di giugno. E qui sorge il problema. I sindacati vogliono che il blocco dei licenziamenti accompagni di pari passo la cig almeno fino al 21 marzo, che è la data entro la quale si esaurirebbero le 18 settimane in più di cig per un' azienda che le utilizzi senza interruzioni.
Il governo, invece, è disposto a concedere la proroga al 21 marzo solo alle aziende più colpite, quelle che hanno diritto alla cig- Covid senza pagare il contributo (9-18%) perché hanno avuto un calo del fatturato di almeno il 20% nel primo semestre 2020 rispetto allo stesso periodo 2019. Potrebbero invece licenziare le aziende che non usano la cig-Covid e quelle che hanno la cig ordinaria (più di 15 dipendenti). Contrari i sindacati.

(…) Secondo Bonomi, è sbagliato prolungare ancora (va avanti dal 23 febbraio scorso) lo stop ai licenziamenti. «Se l' obiettivo è fare un patto fra Stato e imprenditori - dice il presidente di Confindustria -quindi io ti do la cassa integrazione Covid e ti chiedo la salvaguardia occupazionale, siamo d' accordissimo.

Ma se le imprese non fanno ricorso alla cassa integrazione Covid o fanno ricorso solo alla cassa integrazione ordinaria, che paghiamo noi, non mi puoi mettere il blocco dei licenziamenti». Il leader di Confindustria accusa inoltre il governo di «ritardi» ed «errori» nella gestione della crisi e di «non ascoltare» gli imprenditori.

Preoccupato della situazione, Bonomi sostiene che «abbiamo bisogno subito delle risorse del Mes», cioè i prestiti per 36 miliardi del fondo europeo salva Stati , da spendere per rafforzare il sistema sanitario.

Anni fa sono arrivate le cimici cinesi ed abbiamo subito e basta, ora ci arriva il virus cinese e gli europei rispondono evirandosi con il lookdown !

«Didattica a distanza e scuola in presenza non sono la stessa cosa», ha ammesso la viceministra Anna Ascani nel giorno in cui il governo ha annunciato che almeno il 75% degli studenti delle superiori - più di due milioni di ragazzi e ragazze - deve stare a casa. La ministra Lucia Azzolina ci ha tenuto a ribadire che «anche loro avrebbero diritto di frequentare in presenza».
Sa bene che le lezioni online in molte scuole sono rimaste ferme alla fase sperimentale della primavera scorsa. In questi mesi estivi si è fatto molto per preparare le scuole ad accogliere gli studenti, pochissimo per preparare i professori a quello che avrebbe potuto essere - per dirla con Gino Roncaglia, professore di Digital humanities a Roma Tre - «il miglior alleato della scuola al tempo della pandemia». Invece nella maggior parte dei casi finisce che «i ragazzi collegati da casa partecipano in pigiama, oscurano il video, si nascondono», come racconta Roberto Contessi, insegnante al liceo Giulio Cesare di Roma e scrittore.

Quanto può incidere sul domani degli adolescenti italiani una didattica digitale così malintesa? A fare i conti ci hanno pensato il direttore della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto e la ricercatrice Barbara Romano. Riprendendo uno studio della Banca Mondiale basato sul postulato che ogni anno di istruzione in più aumenti le prospettive di guadagno future di uno studente del 10% e viceversa, hanno calcolato che il tempo scuola perso durante i tre mesi e mezzo di lockdown della scorsa primavera potrebbe tradursi in una perdita di oltre 21 mila euro nell' arco della vita lavorativa, con una decurtazione annua dello stipendio di quasi 900 euro all' inizio della carriera.

Si tratta di stime approssimative, ma anche chi fa calcoli diversi, come il sito Roars che ha rifatto i conti, non arriva a mettere in dubbio il rischio educativo delle lezioni al computer.

Viene da chiedersi che fine faranno gli impegni presi dal nostro Paese per raggiungere il traguardo del 40% di giovani laureati: avremmo dovuto tagliarlo quest' anno, ma siamo rimasti in coda in Europa, con il 27,6%. Difficile immaginare che in queste condizioni si facciano grandi progressi.

Anche la società di consulenza McKinsey ha elaborato un modello statistico che misura l' impatto della chiusura delle scuole superiori in America in termini di mesi di apprendimento persi. Immaginando che le scuole restino chiuse fino a Natale, il danno subito dagli studenti oscillerebbe fra 3-4 mesi nelle scuole migliori e 7-11 mesi se l' insegnamento è di minor qualità, colpendo maggiormente gli studenti di famiglie a basso reddito e più deboli.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2019 in Italia c' erano 561 mila early school leavers , giovani che hanno lasciato la scuola prima di aver raggiunto il diploma. Il rischio, se le lezioni a distanza diventeranno la modalità prevalente, è che questa emorragia aumenti.
E dire che sono passati pochi mesi dall' ultimo allarme lanciato dall' Istat su un altro triste primato italiano, quello dei Neet, giovani anche diplomati che non lavorano né studiano più: hanno raggiunto ormai la cifra record di due milioni di ragazzi e ragazze fra i 15 e i 29 anni, il 22,2% del totale, contro una media europea del 12,5%.

In un quadro mutevole, dunque ancor più minaccioso, il vertice in Prefettura sull’ordine pubblico ha cristallizzato il seguente scenario. Lo ha fatto dopo le violenze di lunedì e prima dell’annunciata manifestazione di giovedì, per la quale il questore Sergio Bracco ha diffidato i promotori ufficiali (il movimento imprese italiane) dall’organizzare l’evento stesso, alle 17 in via Clerici, a Bresso. C’è un punto di partenza obbligatorio, analizzando sempre l’ultima guerriglia e l’attuale periodo storico. La manifestazione era stata di fatto «promossa» da commercianti, baristi e camerieri, i quali poi non sono riusciti a gestire la situazione.
La dissociazione della categoria, si sente ripetere dagli operatori della sicurezza, è il minimo che si potesse fare. Offensivo pensare che basti. E non venga accolto come giustificazione un primo dato oggettivo: i promotori non hanno firmato nessun atto distruttivo. L’incapacità di governare la piazza è un secondo dato oggettivo (e loro erano pur sempre lì, a riempire lo spazio e impegnare agenti). Ma allora chi dirigeva? Non i neofascisti associati agli ultrà. I primi, in particolare, si sono isolati già nelle iniziali fasi. C’erano anche militanti anarchici, «riconducibili all’area di via Gola», ugualmente, in linea generale, «distanti».

Questa frammentazione dello schieramento (proprio mai s’erano visti movimenti antitetici, abituati a fronteggiarsi, stare invece a fianco) risponde a trame nazionali, come spiega un investigatore di via Moscova. La contemporaneità dei disordini in più città, che ha risposto a un coordinamento, ha generato un’estrema difficoltà nel modulare in anticipo gli spostamenti dei reparti mobili come ausilio mirato in una zona d’Italia anziché un’altra. La medesima frammentazione introduce un’ulteriore criticità: la mancanza di un interlocutore, o più interlocutori, con i quali dialogare nella contrapposizione delle parti, esasperata nell’offensiva contro carabinieri e poliziotti, i primi obiettivi dei violenti.

Ed eccoci arrivati a loro. In Questura invitano a osservare l’esponenziale crescita dell’aggressività, che spesso sfocia in episodi di baby gang, da parte della fascia dei 14-16 anni, successiva al lockdown. Giovani rabbiosi, anzi per esplicitare meglio «incazzati contro il mondo», che non hanno nel mirino le recenti misure del Governo.

Forse le ignorano pure. Questa rabbia, in relazione alla provenienza geografica, a cominciare dalla periferia settentrionale (i gruppi più numerosi sono partiti dal quadrante viale Monza-via Padova-Lambrate) richiama il disagio delle seconde e terze generazioni di figli di migranti. Tema ampio, enorme, una tema con puntualità alla ribalta di Milano, e drammaticamente soggetto a manipolazioni dei politici, un tema che di per sé fa capire come sia rischioso demandare tutto alle forze dell’ordine evitando un’analisi su cosa è stato fatto nei decenni dai governanti locali.
Non si deve poi dimenticare l’«apporto» numerico dall’hinterland, in una composizione urbanistica e sociale, dice un investigatore, che non limita il malessere agli estremi lembi milanesi, ma interseca l’intera città metropolitana. Sono ragazzi che (forse) non hanno un preciso spazio fisico, dove per esempio provare a cogliere il fermento come potevano essere, cinquant’anni fa, agli esordi del terrorismo, la Statale e la Siemens. L’incontro è su Internet; sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta, convocare in tempo zero decine di giovani, comunicare ritrovi, fomentare, suggerire piani. Una «improvvisazione strutturata», che spaventa i non addetti ai lavori; in queste ore istituzioni società di vigilanza hanno chiesto con insistenza: proteggeteci, interpretando carabinieri e poliziotti come un servizio ad personam.

Ma non esiste un’agenda del futuro. E non si può essere ovunque a difendere ogni Palazzo, ogni strada commerciale. Proprio perché i ragazzi sono imprevedibili, se non forse con un’insistita attività di prevenzione capace di cogliere i famosi segnali sul territorio che interrogano per prime famiglie e scuola. A settembre, a Milano il capo della polizia Franco Gabrielli aveva presieduto una riunione «interna». Aveva illustrato le criticità di mesi complicati e s’era richiamato allo sforzo instancabile di «leggere» la città e la provincia, di interpretarla ancor prima di «starci» fisicamente, di adattare le azioni a seconda dell’interlocutore, della sua provenienza, delle sue istanze, di cosa si porta dietro e dentro.

Quanto e' il saldo mensile Europa-Cina ?

Il sistema PALAMARA continua con il sostituto procuratore generale della Cassazione, Carmelo Celentano, con Luca Palamara, il kingmaker delle nomine, radiato dalla magistratura il 9 ottobre. Nel 2018 Celentano era risultato il primo dei non eletti alle elezioni per il Consiglio superiore della magistratura a causa del plebiscito in favore di Pier Camillo Davigo, da lui definito sarcasticamente in campagna elettorale «il pensionando». Adesso lo stesso Celentano è entrato al Csm proprio al posto di Davigo, spedito ai giardinetti dal voto del plenum del parlamentino dei giudici.

Il neo consigliere è stato subito piazzato nella sezione disciplinare, che durante il giudizio lampo contro Palamara era stata stravolta. Un blitzkrieg che aveva costretto alla panchina pezzi da novanta come Giuseppe Cascini e il vicepresidente David Ermini.

Adesso il cerino è passato nelle mani di Celentano che dovrà giudicare i colleghi spediti davanti al disciplinare dalla Procura generale della Cassazione per quelle chat in cui, però, compare a sua volta.
Palamara giustifica così con La Verità la scelta del vecchio compagno di corrente: «La designazione di Celentano come candidato di legittimità della Cassazione per Unità per la costituzione è frutto di un meccanismo di cooptazione interno alle correnti e rispondeva alla necessità di trovare un punto di equilibrio con l' area napoletana di Unicost».

La notizia della nomina del consigliere chattante ha incendiato la mailing list delle toghe e ha costretto Celentano a rispondere a chi lo chiamava in causa.

Un' arrampicata sugli specchi di cui non era difficile immaginare lo stridore di unghie in sottofondo.

Per lui i messaggi a Palamara non erano altro che innocenti «richieste di informazioni, nei limiti di quanto ostensibile, sullo stato di alcune pratiche che riguardavano colleghi del mio ufficio, o degli uffici di legittimità» oppure «sullo stato di pratiche di colleghi da me conosciuti, anche da poco e neppure vicini al gruppo che mi sosteneva elettoralmente, i quali mi avevano contattato chiedendo mere informazioni sui tempi di trattazione». Una specie di Urp a disposizione di colleghi vicini e lontani.

Celentano, nella sua autoassoluzione, specificava un altro sprone ai suoi interventi: «Mi preoccupavo, nel rispetto delle decisioni prese o da prendere, del profilo umano che coinvolgeva le persone che si erano sentite forse ingiustamente pretermesse, nella convinzione che fosse opportuno anche da parte del consigliere comprenderne lo stato d' animo». Quasi un ruolo da psicologo, verrebbe da dire.

Come quando spiega a Palamara di aver «tranquillizzato» Francesco Salzano, appena stoppato dal Csm nella sua corsa ad avvocato generale, e lo invita a rasserenarlo a sua volta con la «prospettiva dei prossimi posti».

Ma la mail di Celentano ai colleghi serve soprattutto a prendere le distanze da Palamara: «Notoriamente le nostre posizioni associative erano distanti su molti temi, inclusa la forte critica all' attività di quella consiliatura, critica che io svolgevo in pubblico ed in privato, nelle più svariate materie».
Divergenze che non emergono nei messaggi e tanto meno nell' ultimo scambio tra i due, dopo la sconfitta di Celentano nella corsa al Csm.

Palamara: «Carissimo Carmelo ancora adesso a mente fredda non riesco ad accettare quello che è accaduto. È necessaria una profonda riflessione ancora di più dopo "lo schifo" (non trovo altre parole) dell' intervista di oggi sul Fatto (di Marco Travaglio a Davigo, il vero nemico dei due, ndr). Tu hai lucidità politica e permettimi di dire io e te (ricorda il mio ultimo intervento al congresso) avevamo fiutato il pericolo Davigo. Io non accetto che un elettore di Unicost lo abbia votato! E non lo accetterò mai».
Celentano: «Ti ringrazio per l' affetto che ricambio immutato! Io so riconoscer e le persone che hanno testa e cuore come te. Abbiamo tuttavia entrambi la necessità di far crescere davvero il gruppo, liberandolo da qualche bassezza che la magistratura non merita. E su questo conto ancora una volta su di te e su pochi altri».

Una corrispondenza di amorosi sensi che martedì Celentano ha liquidato come «saluti finali "politici"» che si collocano «in un contesto di naturale umanità, direi reciproca, in cui entrambi consapevolmente abbiamo detto due "pie bugie"».
La replica di Celentano ha fatto infuriare diversi magistrati, tra questi Felice Lima, il quale, di fronte alle giustificazioni del collega, si è lanciato in una pesante invettiva: «La cosa veramente impressionante è che soggetti come questo qua stanno alla Procura Generale della Cassazione. [] le condotte di questo Celentano, ove le chat fossero autentiche e le dichiarazioni di Palamara ai giornalisti vere, non riguarderebbero solo la promozione di se stesso, benedetta dal Salvi (Giovanni, procuratore generale della Cassazione, ndr) come opera pia, ma anche interessi di altri.

Ergo, immagino che Salvi, con l' aiuto di Salzano (il collega «tranquillizzato» da Celentano, ndr) starà svolgendo approfondite indagini per scoprire la verità e, se del caso, mandare il Celentano a giudizio dinanzi al Celentano stesso! Hanno davvero la faccia come altre parti anatomiche! E la magistratura è oggettivamente indifendibile!».

A giugno avevamo raccontato di un incontro avvenuto nell' ottobre del 2017 al Csm tra Palamara, Celentano e l' avvocato generale Luigi Salvato (un altro dei pm che hanno indagato su Palamara & c.), questi ultimi in corsa per candidature e nomine. Ma quello non fu il solo appuntamento tra i tre.

Palamara ricorda «le discussioni con Celentano sull' assetto della procura generale anche alla presenza di Riccardo Fuzio (ex pg della Cassazione, ndr) e di Salvato» presso il suo ufficio al Csm.

«Ricordo bene anche le discussioni con i colleghi Massimo Forciniti e Pina Casella (mentore di Celentano)» continua il magistrato radiato, «sull' assetto interno della corrente di Unicost presso la sua abitazione».

Incontri conviviali che comprendevano nel menù anche le nomine. Come sottolinea Palamara, che forse di quei banchetti ricorda ancora l' Alka-seltzer: «Carmelo prepara primi prelibati, ma purtroppo venivano resi indigesti dalle solite tediose discussioni sulla distribuzione dei posti tra gli appartenenti alle correnti». Del resto nelle chat il suo interesse per la materia balza all' occhio.

Come quando si informa sulle decisioni per i posti di procuratore aggiunto di Trapani e di Bergamo o di presidente di sezione del tribunale di Padova.

Mentre chiede incontri e aggiornamenti, Celentano dà l' impressione di essere un fan di Palamara.

Come quando gli scrive: «Il tuo intervento è stato perfetto». Oppure: «Sei fondamentale come sempre». O ancora: «Sei la nostra speranza». O dove definisce di «significato politico inestimabile» la nomina di Fuzio. Sino all' apoteosi: «È tutto nelle tue mani. Per questo sono tranquillo». Nel marzo 2018 è fiducioso per la sua elezione al Csm: «Siamo una squadra molto efficace insieme». A luglio, dopo la sconfitta, sprofonda: «Come vedi mi hanno venduto per un pugno di voti». Qualche tempo dopo, disgustato, lascia Unicost.

Adesso è arrivato il risarcimento.

A volte basta seguire le Iene per sapere cio' che non si vuole sapere oggi i vigli urbani antidroga che rubano ieri aveva provato a sfoderare l' agendina delle raccomandazioni spiegando che pure politici con alte cariche istituzionali, magistrati e prefetti le chiedevano incarichi per mettere le mani sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia. Un modo per distribuire e annacquare le responsabilità, sperava. Giurando di non avere commesso reati.

Ma i giudici di Caltanissetta dopo cinque anni di inchiesta e processo non hanno creduto alla loro ex collega, già radiata dal Csm, Silvana Saguto, la madrina di un odioso cerchio magico condannata ieri a 8 anni e 6 mesi di carcere e a mezzo milione di euro da risarcire alla presidenza del Consiglio dei ministri (con confisca della sua abitazione di Palermo).

Per l' ormai ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo la Procura di Caltanissetta aveva chiesto 15 anni e 4 mesi. Con i pm Claudia Pasciuti e Maurizio Bonaccorso certi di avere scoperchiato una pentola maleodorante.

Anche se con la pena ridotta alla metà reggono le accuse di corruzione, falso e abuso d' ufficio, ma cade quella di associazione a delinquere. E questo basta all' avvocato Giuseppe Reina per dire che «in primo grado il quadro indiziario si è fortemente ridimensionato».
Il Tribunale presieduto da Andrea Catalano, a latere Valentina Balbo e Salvatore Palmeri, ha comunque sancito l' esistenza del cosiddetto «sistema Saguto». Una sorta di cricca gestita, come una spregiudicata manager, dalla magistrata per affidare incarichi e ricevere benefici. Per sé e per la sua famiglia, sostengono i giudici. È infatti robusto l' elenco delle condanne inflitte.

A cominciare da quella a sei anni, due mesi e 10 giorni per il marito, l' ingegnere Lorenzo Caramma. Destinatario di una montagna di incarichi elargiti dall' avvocato pigliatutto, Gaetano Cappellano Seminara, pure lui condannato ieri a 7 anni e mezzo. A conferma dell' appellativo di «re» degli amministratori. Sospettato di avere anche sganciato due mazzette da 20 mila euro ciascuna alla giudice che lo nominava. Soldi mai rintracciati. E forse per questo se l' è cavata con una assoluzione il padre della principale imputata. Assolti anche un avvocato, Aulo Gigante, e il giudice Lorenzo Chiaramonte.
Al contrario di altri protagonisti di questa sconvolgente caduta di presunti falsi eroi vicini alla Saguto. È il caso di una sua amica «eccellente» alla quale faceva arrivare la spesa da botteghe sequestrate, l' ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo, condannata a 3 anni. Ovvero di chi ha tentato di difendersi fino alla fine con dichiarazioni spontanee, come il colonnello della Finanza Rosolino Nasca, all' epoca in servizio alla Dia, adesso condannato a 4 anni.
Altri amministratori giudiziari ai quali sono stati inflitti 6 anni sono Roberto Nicola Santangelo e il professore Carmelo Provenzano dell' università di Enna dove avrebbe scritto la tesi di laurea al figlio della Saguto, Emanuele Caramma, l' unico che se l' è cavata con 6 mesi. Provenzano ha sempre negato, ma i giudici hanno condannato a 4 anni anche la moglie Maria Ingrao e la cognata Calogera Manta.

Favoritismi sfociati infine nella condanna a due anni e otto mesi di un preside della stessa università che ha sempre rivendicato la sua estraneità, Roberto Di Maria.

C' è chi si prepara all' appello. E chi esulta. A differenza di Nessuno tocchi Caino, l' associazione decisa a battersi per cambiare la norma che ha consentito alla cricca di sequestrare aziende usate per spolparle, poi restituite senza indennizzo a imprenditori frattanto annientati.

Ci sono maestre elementari che hanno superato 2 concorsi, dicono, che sostengono il diritto al fumo , magari anche a casa altrui , mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala pensa bene di aggiungerne anche un altro. Divieto più, divieto meno, ora arriva anche quello di fumare. Non solo al chiuso, ché quello è in vigore già da tempo, ma pure all' aperto. Ben fatto, dirà qualcuno pronto a ricordarci quanto sia importante occuparsi, e sempre con maggior rigore, della nostra salute.

A maggior ragione in queste giornate nelle quali ancor più del solito stiamo capendo quanto sia importante e quanto poco basti a perderla. Ma altrettanti saranno quelli pronti a indignarsi e magari anche a ribellarsi gridando all' ennesima libertà negata, quella di sentirsi un po' tutti Humphrey Bogart, occhi negli occhi con Ingrid Bergman in Casablanca.

Niente da fare. Almeno a Milano. Perché dal prossimo primo gennaio fumare sarà assolutamente vietato alle fermate dei mezzi pubblici (nel raggio di ben 10 metri), nei parchi, nelle aree attrezzate per gioco, sport e attività per bambini, nelle aree cani, sugli spalti delle strutture sportive. E quindi negli stadi. E perfino nei cimiteri, dove finora nemmeno la vicinanza con le care salme ha dissuaso i tabagisti a rinunciare a una bella «bionda».
A stabilirlo una delibera del «Regolamento della qualità dell' aria» già approvata dalla giunta a Palazzo Marino e che dovrà approdare per la discussione in consiglio comunale già lunedì. Ultima possibilità per gli adepti di sigaretta, sigaro e pipa per sperare in un colpo di scena. Praticamente impossibile, vista la maggioranza di centrosinistra che guida la città e non sembra per nulla intenzionata ad abbandonare la crociata anti fumo.
«È un provvedimento che ha un duplice significato - ha spiegato l' assessore alla Mobilità Marco Granelli nel corso della commissione consiliare di ieri convocata in videoconferenza -, perché aiuta a ridurre il Pm10, le particelle inquinanti che sono più nocive per i polmoni, ma fa anche un' operazione di prevenzione della salute». Sarà forse vero se si parla dei bronchi dei milanesi, anche se immaginare che le sigarette incidano sulla quantità del Pm10 che opprime la metropoli ingolfata di traffico, industrie e caldaie non sempre ecologiche, appare un tantino azzardato.
Mentre meno azzardato è ricordare all' assessore che otto edifici pubblici sono ancora riscaldati a gasolio. E verrebbe da chiedere come mai se il fumo fa così male, lo Stato continui a lucrarci, imponendo un' abbondante tassazione proprio sul tabacco. «Pensiamo sia una spinta ulteriore che diamo per migliorare la salute - assicura Granelli -. E questo ha un significato maggiore adesso, con la pandemia in corso». Anticipando che si tratta di un primo passaggio «verso il 2030 quando si introdurrà il divieto di fumo all' aperto in area pubblica». Il 2030. Chi vivrà, vedrà.

Se Salvini facesse meta' delle cose che sta facendo Zingaretti sarebbe agli arresti domiciliari : per il siluro parte dal laboratorio di microbiologia e virologia dell' Università di Padova, diretto dal professor Andrea Crisanti, che il 21 ottobre scorso ha comunicato alla Regione Veneto i risultati di uno studio sul test rapido antigenico Abbott, condotto insieme al reparto malattie infettive e al pronto soccorso dell' ospedale di Padova.

Sovrapponendo i risultati dei tamponi rapidi con quelli di un tampone molecolare classico, eseguito contemporaneamente sugli stessi pazienti, sarebbero sfuggiti al vaglio dei nuovi test antigenici 18 infetti su 61, evidenziando «una sensibilità di circa il 70%, inferiore a quella dichiarata» dalla Abbott. In pratica, secondo Crisanti, con il test rapido 3 positivi su 10 potrebbero risultare negativi e continuare a diffondere l' infezione senza alcun controllo. Falsi negativi: i più pericolosi perché in grado potenzialmente di creare nuovi focolai di cui non si sa nulla.

Lo studio è stato condotto su una platea di 1593 pazienti e i risultati discordanti non riguardano solo soggetti con una bassa carica virale, rispetto ai quali è noto che i test rapidi avrebbero una scarsa sensibilità: «Tra i campioni risultati negativi al test antigenico - sottolinea Crisanti - vi sono ben 6 casi di pazienti con carica virale molto elevata», i famosi super-spreaders o comunque possibili super diffusori. Tanto che la virologia di Padova ha deciso «in autotutela di non emettere più referti negativi» basati su quei test rapidi.

Il Veneto è la Regione che più di tutte ha puntato sulla diagnostica antigenica rapida (…) e ora con un maxi appalto da 148 milioni di euro, sette regioni italiane hanno chiesto la fornitura di enormi quantità di test antigenici rapidi: oltre al Veneto, che coordina l' appalto, anche la Lombardia, l' Emilia-Romagna, il Lazio, il Piemonte, il Friuli Venezia Giulia e la provincia autonoma di Trento. È ormai chiaro che la nuova strategia prevede l' impiego massiccio di test rapidi e un uso molto limitato dei tamponi.

(…) Anche nella Regione Lazio, dove i test antigenici sono ormai sdoganati, un documento dello Spallanzani getta dubbi ancora più gravi sull' efficacia dei tamponi rapidi, questa volta Sd Biosensor: il test "Standard Q Covid-19 Ag" ha riportato una sensibilità bassissima, del 21,95%, nettamente inferiore a quella dichiarati nel foglietto illustrativo del produttore, superiore all' 80%. Un altro test rapido, sempre Sd Biosensor, "Standard F Covid-19 Ag Fia" per lo Spallanzani avrebbe una precisione lievemente maggiore: il 47,12%. Sempre bassa.

«Tutto dipende dall' uso che se ne fa - precisa Capobianchi, a capo della virologia dello Spallanzani - Se ci sfuggono soggetti con una carica virale bassa, che quindi pensiamo non trasmettano il virus, possiamo ritenerlo accettabile perché tanto non ci interessano ». Resta una domanda, girata all' assessore regionale alla Sanità Alessio D' Amato ma rimasta senza risposta: perché il Lazio si è affidato a test che nella migliore delle ipotesi si fanno sfuggire 5, se non addirittura 8 positivi su 10?

Anche il PAPA sta aprendo gi occhi sull'elargizione dei fondi e l' omessa vigilanza. Sarebbe questa l' ultima accusa del promotore di giustizia Vaticano, Gian Piero Milano, a carico di Angelo Becciu, cardinale, senza più diritti. Dopo le ipotesi di peculato per le somme e i favori, assicurati dalla sua posizione, ai fratelli Tonino e Mario, gli accertamenti sui soldi volati in Australia durante il processo al suo nemico George Pell, le indagini sull' associazione a delinquere che ha gestito dissennate operazioni finanzieria, la magistratura della santa Sede, come era già emerso, contesta a Becciu le spese della sedicente 007 Cecilia Marogna.

La trentanovenne che millantava rapporti con i servizi segreti e si autodefiniva esperta di geopolitica. La signora, che sostiene di avere trattato la liberazione di alcuni religiosi sequestrati, ha speso almeno 200mila euro, dei 500mila che le sono stati accreditati per la presunta attività di intelligence, in beni di lusso. Detenuta a San Vittore, su mandato della magistratura Vaticana, ieri, Marogna si è presentata davanti alla Corte d' Appello di Milano, che dovrà pronunciarsi sulla sua scarcerazione. La procura generale ha dato parere contrario e la decisione arriverà entro cinque giorni.


Indagata per appropriazione indebita aggravata e peculato (in concorso con Becciu) Marogna si è presentata ieri davanti alla quinta Corte d' Appello, presieduta da Franco Matacchioni, alla quale i suoi legali, in attesa della conclusione del procedimento per l' estradizione, hanno chiesto la scarcerazione. La procura generale ha dato parere negativo, ravvisando il pericolo di fuga e la mancanza di un indirizzo preciso tra Milano e la Sardegna, un elemento che ostacola anche l' eventuale attenuazione della misura cautelare con la concessione dei domiciliari.


Mentre il difensore, Fabio Federico, ha contestato «alla radice» l' arresto, convalidato per altro dalla stessa Corte con conseguente misura cautelare. Secondo il legale, che ha citato l' articolo 22 dei Patti Lateranensi, Cecilia Marogna «non poteva essere arrestata dato che l' accordo tra Italia e Vaticano consente l' estradizione dal Vaticano all' Italia, ma non quella dall' Italia al Vaticano». Inoltre, l' avvocato ha lamentato di non avere avuto modo di leggere il mandato di cattura, che non è neppure a disposizione dei pm milanesi.

Il legale ha precisato che le notizie circolate «si basano su ciò che ha scritto il promotore di giustizia del Vaticano al Ministero della Giustizia per sollecitare l' estradizione, ma non sulle accuse contestate nel mandato di cattura».

Le carte, ha ribadito, «qui non sono ancora arrivate». Infine, altro punto evidenziato dalla difesa, non sussiste nemmeno «il pericolo di fuga», dal momento che l' arresto è avvenuto «sotto casa mentre stava andando al supermercato. Il pericolo di fuga riguarda chi sta cercando di scappare». Non così per il sostituto pg Giulio Benedetto che ha formulato il parere scritto e per la collega Laura Gay, intervenuta in udienza e che ha replicato al legale sostenendo che in genere le convenzioni bilaterali internazionali sono reciproche e le estradizioni sono possibili «in entrambi i sensi».

Marogna, che qualche giorno fa non ha dato il consenso all' estradizione, secondo la ricostruzione della magistratura di Oltretevere, avrebbe usato parte del mezzo milione ricevuto per operazioni segrete umanitarie in Asia e Africa, per l' acquisto di borsette, cosmetici e altri beni di lusso. I soldi, in realtà sarebbero il doppio rispetto a quelli contestati, oltre ai 500mila euro accreditati sul conto di una società slovena, alla Marogna sarebbero arrivate anche 500mila sterline attraverso una società inglese.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.29.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signor

Presidente della Repubblica italiana

Siete fieri ed orgogliosi di come stanno governando il Paese ?

Ieri si è tenuto un importantissimo Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Mattarella in quanto capo delle Forze Armate, che ha voluto ribadire alcuni concetti di politica internazionale e di solidarietà e cooperazione nazionale.

Sulla politica internazionale, ha parlato del ruolo dell'Italia che deve essere sempre più importante in quei teatri di guerra o di instabilità in cui il nostro paese si è impegnato in un'azione di peacekeeping.
Ha ribadito il ruolo propositivo che deve avere l'Italia per una possibile riforma della NATO. Il governo non deve dimenticare gli investimenti nell'alta tecnologia e, parlando della pandemia, ha esortato l'Italia a essere vicina all'Europa e deve ritrovare uno spirito di multilateralismo, solidarietà e della cooperazione.
Questa frase ha acceso qualche lampadina. Sembrava infatti rivolta a Conte, che dice sempre di voler coinvolgere tutte le parti sociali e politiche (dunque anche l'opposizione) in questo periodo durissimo, difficile, unico nella storia. E poi, regolarmente, non lo fa. L'ultimo decreto non solo non è stato discusso, ma neanche messo sotto il naso di Salvini e Meloni prima di essere firmato.
Invece secondo Mattarella la maggioranza deve tenere più conto dell'opposizione. Di fatto, inviando questo messaggio ''subliminale'' fatto di solidarietà e cooperazione, ha espresso per la prima volta la sua preoccupazione per la tenuta del governo. Perché chiunque vede lo sfaldamento dei 5 Stelle, che perdono un senatore a settimana.

La collegialità sarebbe stata utile anche in vista dei (prevedibilissimi) atti di guerriglia urbana contro il mezzo coprifuoco di Conte. Fratelli d'Italia e Lega ovviamente non hanno appoggiato le devastazioni, ma parecchi tra i loro esponenti soffiano sulla protesta (pacifica ma incazzata) di migliaia di esercenti.

Se Conte voleva renderli partecipi dell'azione di governo, non ci è riuscito. Anzi li ha stimolati a mettersi dalla parte di chi lo contesta anche con manifestazioni di piazza.

Insomma dal Quirinale è arrivato il solito messaggio: sosteniamo questo governo, ma nessuno è insostituibile ma non pensare che tu sia una persona insostituibile. Anche in un'era di pandemia si trova un modo di fare un governo di concordia nazionale.

Il messaggio è arrivato a Berlusconi che oggi ha messo a disposizione i suoi voti attraverso un editoriale sul ''Giornale'', ma solo se Conte si mette sulla retta via della collegialità.

Ma ci sono stati anche contatti tra Quirinale e Salvini. Dal Colle il messaggio è stato chiaro: questi atti di teppismo e sommossa non possono essere presi sottogamba. Per andare contro il premier non si può dare l'impressione di solleticare i facinorosi. Serve unità nazionale.
Il Colle non ha gradito il paraculismo di Matteo Renzi che prima lascia che i suoi ministri non facciano un fiato sul Dpcm, poi vede la malaparata delle piazze e attacca Conte. E infatti oggi oltre a quella di Salvini è uscita la dichiarazione di Marcucci, ex renziano rimasto nel Pd che oggi sta con Delrio, che attacca l'ex leader e invoca un ''comitato di salute pubblica''.

(ANSA) - "E' un appello urgente a tutti i partiti, a tutti i gruppi parlamentari. Siamo in una situazione di emergenza del Paese, si abbandonino gli istinti alla rivolta, e le provocazioni. Il Governo faccia la prima mossa e costituisca un comitato di salute pubblica, condividendo le informazioni e le decisioni, serve un luogo vero di unità nazionale. Le opposizioni facciano un passo indietro: ci sono momenti, in cui viene prima il Paese". Lo afferma il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci.

Conte di questi sommovimenti politici è consapevole fino a un certo punto, perché gli manca il suo braccio destro quarantenato, quel Casalino che gli gestisce anche le sinapsi, i rapporti con politici e gli fa la rassegna stampa. In più, l'altro suo consigliere preferito, Marco Travaglio, gli ha riservato un editoriale critico due giorni fa. La colpa del premier? La lesa maestà di non aver fatto leggere in anteprima il dpcm al direttore del ''Fatto''. Non a caso, ieri ecco apparire la lettera di Conte al giornale di Travaglio…

La preoccupazione di Mattarella l'ha espressa il capo della polizia Franco Gabrielli: la situazione si regge per un soffio. Se in questi scontri dovesse scapparci un morto, tutto potrebbe precipitare di colpo.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha presieduto oggi, al Palazzo del Quirinale, la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.

Alla riunione hanno partecipato: il Presidente del Consiglio dei Ministri, Prof. Giuseppe Conte; il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Luigi Di Maio; il Ministro dell’Interno, Dott.ssa Luciana Lamorgese; il Ministro della Difesa, On. Lorenzo Guerini; il Ministro dell’Economia e delle Finanze, On. Prof. Roberto Gualtieri; il Ministro dello Sviluppo Economico, Sen. Stefano Patuanelli; il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Enzo Vecciarelli.

Hanno altresì presenziato il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On. Riccardo Fraccaro; il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Dott. Ugo Zampetti; il Segretario del Consiglio Supremo di Difesa, Gen. Rolando Mosca Moschini.

Il Consiglio, dopo aver espresso riconoscenza a tutte le articolazioni della Difesa, che stanno fornendo il loro prezioso contributo, con assetti sanitari, logistici e operativi, alla risposta nazionale alla pandemia da COVID-19, ha fatto un punto di situazione sulle principali aree di instabilità e sulla presenza delle Forze Armate nei diversi Teatri Operativi.

L’emergenza sanitaria ha prodotto una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo. È indispensabile in questa fase un rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione in tutti i campi.

Il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili. La criticità dell’attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno.

L’innalzamento del livello della tensione nel Mediterraneo Orientale desta preoccupazione. Il Consiglio ha auspicato il rispetto delle convenzioni internazionali e un’azione coordinata volta a scongiurare i rischi di escalation, al fine di garantire la stabilità di un’area strategica per gli interessi nazionali.

In Libia è essenziale uno sforzo congiunto della Comunità Internazionale affinché la tregua in atto possa essere consolidata senza le ingerenze di attori terzi, permettendo una soluzione diplomatica gestita dalle Nazioni Unite che vada ad esclusivo vantaggio del popolo libico.

Il Consiglio ha espresso vicinanza al popolo libanese, duramente colpito dalla sciagura del porto di Beirut. L’Italia conferma il proprio impegno a ogni forma di collaborazione orientata a consentire una rapida risoluzione dell’emergenza e un ripristino della normalità.

In Iraq e Afghanistan si conferma il forte impegno a sostenere lo sforzo internazionale nella lotta al terrorismo. L’impiego dei contingenti nazionali dovrà avvenire con approccio condiviso e in stretto coordinamento con gli alleati.

La NATO e l’Unione Europea restano i pilastri della politica di sicurezza e difesa nazionale. L’Italia è impegnata con convinzione nel preservare e rinnovare la valenza delle due Istituzioni, fondamentali per la pace e la prosperità dei popoli. In un contesto reso più instabile dagli effetti della pandemia, la saldezza di questi Organismi costituisce un punto di riferimento per il rilancio dei Paesi membri.

Il Consiglio ha quindi analizzato il processo di ammodernamento delle Forze Armate. Gli investimenti della Difesa favoriscono lo sviluppo dell’intero Sistema Paese e fungono da traino soprattutto nei settori ad elevata tecnologia. È auspicabile coniugare la maggiore richiesta di sicurezza con le opportunità di crescita offerte dal comparto. Ciò richiede certezza nell’allocazione pluriennale delle risorse, anche per consentire una proficua sinergia con l’Industria nazionale della Difesa e dell’Aerospazio.

In tale quadro, si è infine convenuto sulla necessità di effettuare una verifica della Legge 244/2012 "Revisione dello Strumento Militare Nazionale", al fine di individuare eventuali correttivi in relazione al mutato contesto di riferimento, e di procedere al completamento del processo di riforma della Difesa in senso unitario e interforze, in linea con i dettami della Legge 25/199

"Non si confonda l'opinione pubblica con previsioni sull'arrivo del vaccino: i primi risultati ci saranno solo in estate". Il direttore dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, Guido Rasi in un'intervista a Repubblica, bacchetta pesantemente il premier Giuseppe Conte il quale due giorni fa si era venduto la notizia che per i pazienti fragili e gli anziani il vaccino anti Covid sarebbe "arrivato a dicembre". Concetto che il premier, un poco avventurosamente, ha più volte ripetuto in queste ultime settimane.

Niente di più falso secondo il numero uno dell'Ema il quale mette in chiaro che probabilmente il vaccino contro il Covid-19 arriverà tra fine gennaio e inizio febbraio e che per una vaccinazione diffusa bisognerà aspettare l'estate, mentre si potrà tornare a una vita normale a fine 2021. E avverte: "Se i governi non preparano subito piani per la vaccinazione rischiamo di rallentare il processo di 4-5 mesi e di pagare l'inazione, così come oggi scontiamo alcuni errori del recente passato".

Le previsione di Conte sul vaccino entro Natale è quindi mendace. "Tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile, se non improbabile", spiega Rasi, "Le case farmaceutiche non ci hanno ancora presentato i dati clinici delle sperimentazioni (...) Se entro fine novembre ci manderanno informazioni chiare e inequivocabili potremo farcela appunto tra fine gennaio e inizio febbraio. Si potrebbe iniziare a vaccinare subito le categorie a rischio", osserva. Mentre per il resto "si può ipotizzare per metà 2021.

O meglio: entro l'estate inizieremo ad avere abbastanza vaccinati per vedere gli effetti sulla pandemia. Per vaccinare 400 milioni di persone servono 500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile". "Anche se oggi non è possibile prevedere quando arriveremo all'immunità di massa - aggiunge Rasi - sono certo che sconfiggeremo il virus. Ma la velocità dipende dall'efficienza dei vaccini, dalla bontà dei piani vaccinali dei governi, da quelli per la comunicazione mirata a convincere le persone a vaccinarsi e dal monitoraggio. Sicuramente a fine 2021 avremo una vita molto più gestibile".

I vaccini di Russia e Cina "se li vorranno commercializzare in Europa dovranno passare dall'Ema e dubito che con le nostre procedure otterranno il via libera prima di quelli già in via di sperimentazione da noi". "Autorizzare il vaccino 15 giorni prima non serve a nulla se poi perdi 4-5 mesi nella campagna di vaccinazione perché non l'hai allestita bene - rileva - i politici che si lanciano in previsioni confondono l'opinione pubblica: più utile stilare un piano per farsi trovare pronti

I 5 stelle trattano il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Paola De Micheli come un Toninelli qualunque. Per coprire i disastri della titolare della Scuola Lucia Azzolina, piuttosto che del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (in arte dj Fofò), il M5s vorrebbe individuare nel numero uno dei Trasporti il capro espiatorio dopo la risalita dei contagi.

Da giorni è iniziato un incessante tiro al piccione contro la De Micheli. In perfetto stile grillino, i parlamentari vogliono condurre la ministra dei dem sulla graticola. Dopo gli attacchi, domani si aprirà il processo pubblico: il ministro, che ieri ha incassato una quota dei ristori per taxi e Ncc, sarà in audizione davanti alle commissioni riunite Trasporti della Camera e Lavori pubblici del Senato sullo stato del trasporto pubblico locale con riferimento all' emergenza sanitaria.

Quale la colpa della De Micheli? Quale l' errore che starebbe scatenando l' irritazione grillina? Il trasporto pubblico sarebbe il principale veicolo di contagio del Covid. Una banalità. Un atto di accusa messo nero su bianco in una nota stampa: «Purtroppo ci tocca constatare che il nostro Paese è costretto a nuove restrizioni anche per via di alcuni settori dove si è lavorato poco.
La ministra De Micheli da giorni minimizza, ma quello del trasporto pubblico rimane un problema da affrontare», scrivono i senatori grillini della commissione Lavori Pubblici e Trasporti. «Parla di studi legati alla sicurezza del Trasporto pubblico locale in modo poco chiaro, ma la verità è che su pensiline strapiene o carrozze di treni con centinaia di persone senza finestrini la sicurezza non può essere garantita.

La questione è cruciale. Regioni e città si muovono ognuna in maniera diversa, i controlli sono pressoché inesistenti ovunque e le circostanze di assembramento persistono. Decine e decine le segnalazioni di caos arrivateci durante l' ora di punta», attaccano i parlamentari. I Cinque stelle (il ministro Azzolina) sostengono che il governo abbia stanziato 300 milioni di euro per potenziare i mezzi pubblici. Mentre finora ne sono stati spesi 120 milioni. E dunque, De Micheli sarebbe inadempiente. Deve pagare. In che modo? Sottoporsi alla gogna grillina. Ovviamente, si tratta di semplici propositi da parte dei Cinque stelle.
La richiesta di dimissioni non è ancora partita. Per ora è semplicemente un' idea che circola nelle chat dei pentastellati. Il premier Giuseppe Conte non intende rimuovere la De Micheli per ritrovarsi un Toninelli qualunque alla guida del Mit. E anche il Pd, con il segretario Nicola Zingaretti in testa, non vuole silurare il ministro.

Al Nazareno solo una sparuta pattuglia, tra cui l' ex ministro dell' Agricoltura Maurizio Martina, starebbe tifando per la caduta dalla De Micheli. Il ministro tira avanti per la sua strada. E per ora non sembra preoccupata dal fuoco amico dei Cinque stelle.

Gode della fiducia del presidente del Consiglio ed è concentrata sul lavoro.

Ma ribadisce un concetto: «Le linee guida sul trasporto pubblico locale prevedono che dentro 1 metro quadrato ci stiano 5 persone, con mascherina e una validazione dei sistemi di areazione, ma è evidente che l' immagine che dà questa condizione di vicinanza, soprattutto nelle ore di punta, determina una preoccupazione nelle persone. Rispetto a questo abbiamo tentato di dare una risposta, cioè chiedere a tutti i soggetti coinvolti nella vita di una città una modificazione degli orari».

Al mittente (grillino) rimanda le provocazioni: «Al di là delle polemiche di questi giorni, di queste ore, il governo sta provando a mettere in campo tutte le misure sanitarie ed economiche, per provare a tenere in equilibrio il diritto al reddito e al lavoro con il diritto alla salute, che non possono confliggere. Chiederei a tutti gli attori economici, politici e istituzionali di non far diventare confliggenti, di non trasformare questa vicenda in una battaglia politica che disorienta le persone».

La goccia che fara' traboccare il vaso,  dopo aver annullato valori materiali ed immateriali,  sara' il prossimo lookdown per ragioni di sicurezza per far mantenere il potere esperti del nulla , perché tutti stanno facendo un'esperienza da 0 , incapaci di riprogrammare il modello di sviluppo con una convivenza con il virus.

«I l lockdown hanno conseguenze pesantissime sul fronte politico, sociale, economico e persino democratico. Molti Paesi stanno prendendo misure restrittive per frenare i contagi, ma se vogliamo evitare nuove chiusure nei prossimi mesi serve un maggiore coordinamento europeo sui test, sul tracciamento, sui piani per la vaccinazione e sulle regole per la quarantena».

Per questo il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha convocato per domani un vertice straordinario in videoconferenza per discutere della seconda ondata della pandemia: «Dobbiamo evitare una tragedia».
In alcuni Paesi la curva dei contagi è ormai fuori controllo: non rischiamo di essere già in ritardo con il tracciamento?

«Dobbiamo dire la verità: la situazione in Europa è grave e allarmante. Dobbiamo agire e con urgenza. Tutti gli Stati stanno facendo il possibile per affrontare questa crisi, ma dobbiamo essere più efficienti. C' è un legame tra il livello di intensità delle misure restrittive che sono necessarie in molti Paesi e l' efficacia della nostra comune strategia per i test e il tracciamento dei contatti».

Arrivati a questo punto, i lockdown e le chiusure non sono inevitabili?

«Si tratta di una questione di competenza nazionale. Il mio lavoro è quello di sviluppare un' azione europea comune per creare un valore aggiunto per esempio nel campo dei test, del tracciamento e dei vaccini. Tutti capiamo benissimo che la priorità è salvare vite e garantire la salute dei cittadini, per questo in molti Paesi sono in vigore diversi livelli di lockdown. La diffusione del virus è estremamente aggressiva, ma non dobbiamo mollare. Serve più efficienza nell' intercettarlo prima che i cittadini si contagino l' uno con l' altro. Serve una forte pianificazione, altrimenti nei prossimi mesi avremo sistematicamente dei lockdown più o meno intensi. Si tratta di misure che producono effetti solo dopo due-tre settimane, con conseguenze economiche e sociali pesantissime».

Lo abbiamo visto l' altra sera in molte città italiane: temete un' ondata di agitazioni sociali in Europa?

«La situazione è molto complessa e certamente ci sono reazioni sociali. Per questo è fondamentale essere efficienti e dimostrare che la strategia sta funzionando. Per contenere la diffusione del virus, ma anche per limitare gli effetti negativi dal punto di vista economico e sociale».

I governi si sono mossi troppo tardi?

«Quando nella tarda primavera siamo riusciti a rallentare drasticamente la velocità di diffusione del Covid-19, la priorità è diventata la ripresa della vita economica, sociale e culturale. Questo doveva essere supportato da una solida politica di test e tracciabilità. Ma a livello europeo questo piano d' azione non ha raggiunto i risultati sperati. E con la ripresa delle nostre attività quotidiane, il virus ha ricominciato a circolare. La cosa positiva è che rispetto all' estate ci sono stati dei progressi sui test rapidi, che sono sempre più affidabili. Ora bisogna renderli disponibili».

Farete degli appalti comuni?

«Molti Stati stanno cercando di avere accesso a questi test, accanto a quelli molecolari. Ci sono questioni di praticabilità legate per esempio all' omologazione o al riconoscimento reciproco. È importante che la Commissione faccia un appalto congiunto accessibile a tutti. Dobbiamo inoltre andare avanti per favorire il dialogo tra le varie applicazioni nazionali per il tracciamento dei contatti.
In parallelo, bisogna definire la strategia europea sui vaccini».

Quando saranno disponibili?

«In teoria tra la fine di quest' anno e l' inizio del prossimo: dico "in teoria" perché non abbiamo la certezza assoluta. Un approccio comune è indispensabile perché si apriranno una serie di questioni. Come assicurare che tutti gli Stati abbiano un equo accesso ai vaccini? Come garantire che tutti adottino gli stessi standard di vaccinazione per i cittadini, partendo dalle categorie più a rischio?».

Temete il caos al momento della distribuzione?

«Dobbiamo essere preparati perché non sarà facile gestire quella fase. Per fare qualche esempio: alcuni produttori stanno lavorando su vaccini monodose, altri su vaccini da due dosi. C' è poi una questione legata alla conservazione: per alcuni bastano normali temperature da congelatore, altri richiedono -80°. Ci sono problemi logistici che non possiamo iniziare ad affrontare a febbraio o a marzo».

Intanto le regole sulla quarantena sono una Babele

«Sarebbe meglio trovare un' intesa a livello europeo, con lo stesso periodo per tutti».

Sullo sfondo resta la questione economica: il Recovery Fund non è ancora partito e già rischia di rivelarsi insufficiente?
«Abbiamo trovato un' intesa su un pacchetto da 1.800 miliardi, che in rapporto al Pil è molto più di quanto deciso da Usa e Cina. Inoltre avevamo già approvato misure per altri 540 miliardi. Ma ora dobbiamo essere credibili e mettere in pratica quanto deciso a luglio. Non possiamo non cogliere l' attimo: è urgente trovare un' intesa. Siamo pronti a prendere in considerazione le preoccupazioni dell' Europarlamento, ma non è realistico cambiare totalmente le basi dell' accordo trovato al Consiglio europeo».

Spostare l'attenzione dalla mascherina alle mani significherebbe fare pulizia vera rispetto a mettere e lo sporco sotto il tappeto, perché non esistono prove di diffusione  prevalentemente respiratoria.

«Ho visto tanto dolore, tanta sofferenza e ho visto tante persone morire». È il racconto choc di Massimo Giannini, direttore della Stampa, reduce dalla terapia intensiva dopo esser stato colpito dal Covid. «Ho vissuto settimane dure, sono stato sotto ossigeno».

«Adesso sto meglio, posso dire di essere stato fortunato, il peggio è alle spalle - dice il direttore della Stampa - È stata dura, perché effettivamente tre settimane - di cui sei giorni in terapia intensiva, quattro in sub intensiva e tre nel reparto "pulito sporco" - sono state un'avventura molto pesante. Ho visto tanto dolore, tanta sofferenza e tante persone morire e ho deciso di non nascondere questa esperienza perché la testimonianza di chi sta male conti più di tutti i dibattiti che stiamo ascoltando da tante tante settimane».

«Ho cercato di conoscere cosa succede in questi tre gironi danteschi - racconta ancora Giannini - a me è stato per fortuna risparmiato dalla sorte il quarto, il più tremendo, quello della rianimazione. Il reparto "pulito sporco" è quello dopo sono ricoverati i pazienti meno gravi, sono coloro che stanno chiusi nella loro stanza contagiati, positivi, non possono né uscire né aprire la porta.

Quella porta si può aprire solo a orari prestabiliti durante la giornata quando arrivano i medici a fare i controlli, gli infermieri per distirbuire le terapie e gli operatori sanitari per pulire la stanza e rifare i letti, dopodiché entrano tutti bardati, si tolgono tutto, gettano tutto in appositivi contenitori, richiudono la porta e tu non li vedi più fino alla fase successiva».

«La cosa che più mi ha colpito più di tutto è vedere quanti giovani stanno male - ha aggiunto il giornalista - quante persone ricoverate sono in condizioni gravi, e anche la procedura che non conoscevo, la pronazione, un'esperienza che tutti devono conoscere quando parlano del Covid come una semplice influenza, io per mia fortuna non l'ho provata, sono stato solo con l'ossigeno».

«I pronati sono quei ricoverati gravi rispetto ai quali l'ossigeno non è sufficiente - spiega Giannini - devono essere intubati, vengono prima sedati, poi intubati nei bronchi e per sedici ore vengono ricoverati sul lettino sdraiati a pancia in sotto. Sedici ore consecutive, in una posizione guidata da un rianimatore esperto.

Dopodiché per le otto ore successive rigirati e messi supini e stanno per otto ore così, poi ricomincia e si può andare avanti giorni così perché i polmoni devono distendersi. Se questo succede a un certo momento verrai estubato, ti sveglierai e potrai dire "sono salvo". In qualche altro caso purtroppo questo non succede e quando vieni estubato te ne sei andato e nessuno ti ha dato l'ultimo saluto».

Ci sono oggetti che portiamo sempre con noi che vanno sanificati, proprio come le mani. Appendici del nostro corpo, tecnologiche e non, che devono tenersi alla larga dal Covid, come noi.

Il primo? Facile, è lo smartphone. Poi c'è l'accendino, per i fumatori. Tutto ciò che tocchiamo come lo scatolame o le confezioni di qualsiasi prodotto che acquistiamo, le chiavi della macchina e del motorino, i soldi, i pulsanti dell'ascensore, il corrimano delle scale, le maniglie di porte e portoni. Avete notato che i cassieri al momento di pagare chiedono speranzosi: «Contactless?».

Ci chiedono se paghiamo con la carta o il bancomat, ma soprattutto se quella carta è abilitata per il pagamento senza contatto. Il contactless è infatti un sistema che permette di effettuare acquisti tramite carte di credito o di debito, smart card, smartphone e altri dispositivi, per mezzo delle tecnologie RFID e NFC.

Le carte contactless, a differenza delle carte tradizionali dotate di banda magnetica e microchip, non richiedono l'inserimento fisico della carta nel lettore ma solo l'avvicinamento della stessa. Pagare con la carta in modalità contactless riduce i rischi rispetto al maneggiare banconote e monete. Il bancomat, se lo passiamo al cassiere, quando lo riprendiamo, bisogna ricordarsi di disinfettarlo dopo.

Il telefono, impugnato h24 è un veicolo di contagio. Quando si torna a casa, si devono lavare le mani e si deve disinfettare anche il telefono. «Uno dei veicoli del virus è il telefonino che va custodito con grande attenzione, evitando di trasferirlo ad altre persone», ha detto il virologo Fabrizio Pregliasco nel corso di un webinar a Studiomedia. Spesso allunghiamo il nostro telefono personale per far guardare un'immagine o un video a qualcuno. Bisogna evitare.
Pensateci: siamo tutto il tempo a digitare, a schiacciare sullo schermo del telefonino, poi tocchiamo altri oggetti, facciamo la spesa, prendiamo per mano un amico o un bambino, poi di nuovo tocchiamo lo schermo e si ricomincia da capo. Chiaro che dobbiamo igienizzare le mani tanto quanto il telefono, no? Per lo stesso motivo, in questo momento storico potreste riuscire a sconfiggere anche quella maledetta onicofagia (l'abitudine di mangiarsi le unghie che ad oggi vuol dire sommare alla possibilità di toccare il Covid quella di ingoiarlo direttamente, dunque di aumentare di molto la possibilità di contrarlo).
Come si disinfetta il cellulare? Bastano pochi minuti, un panno in microfibra morbido (di quelli per pulire gli obiettivi della fotocamera o degli occhiali da vista). «Non applicare liquidi direttamente sul telefono ed evita di creare umidità vicino alle aperture», suggerisce la Samsung.

Quindi, non bisogna spruzzare direttamente il disinfettante sul telefono. «Inumidisci l'angolo del panno con una piccola quantità di acqua distillata o disinfettante (ad esempio puoi utilizzare disinfettanti come un acido ipocloroso oppure prodotti a base di alcol)», suggerisce ancora Samsung. Bisogna evitare sfregamenti, sia sullo schermo che sulla parte posteriore del dispositivo.

Poi, dopo aver pulito con cura il telefono, ricordarsi anche di farlo con le chiavi di casa, dell'auto, con gli auricolari e tutti gli altri piccoli oggetti che portiamo quotidianamente con noi. Vi sembra di essere immersi in un grande effetto deja-vu? Comprensibile: queste erano le stesse paure che avevamo qualche mese fa. Su governo.it, a maggio, durante la prima ondata, il ministero della Salute divulgò suggerimenti e consigli per minimizzare il più possibile il contagio.

Il passaggio del virus, si legge, si svolge «toccando le superfici di oggetti contaminati, come la tastiera di un bancomat o di un ascensore, per poi toccarsi senza attenzione gli occhi. I comportamenti corretti da tenere: mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro, coprire naso e bocca con una mascherina, igienizzare le superfici, lavarsi le mani. Il claim è: “Facciamolo per noi. Facciamolo per tutti”». Consigli tornati drammaticamente utili e attuali. Si ricomincia.

L'11 febbraio il «Corriere del Veneto», sotto il titolo Analisi a chi rientra dalla Cina, pubblica un'intervista ad Andrea Crisanti, rientrato dall'Imperial College di Londra per occupare la cattedra di microbiologia e virologia all'università di Padova e dirigere il laboratorio dell'ospedale cittadino. Crisanti sostiene che la comunità cinese ha chiesto di sottoporre ad analisi non soltanto chi presenta sintomi compatibili con quelli del Coronavirus, ma anche tutti coloro che sono rientrati nel Veneto dopo un viaggio in Cina.

In regione puntualizzano che Crisanti, ottimo microbiologo, ha ereditato dal suo predecessore Giorgio Palù, già presidente dei virologi europei, una «Ferrari sanitaria»: Padova ha il più importante dei 14 laboratori di microbiologia distribuiti su 3000 metri quadrati in tutto il territorio veneto. Ebbene, né il direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, né il direttore generale dell'azienda padovana che unisce ospedale e università, Luciano Flor da cui dipende Crisanti , sanno alcunché dell'iniziativa del professore di effettuare tamponi alla comunità cinese.

Mantoan ricorda che iniziative del genere sono al di fuori di ogni protocollo, vanno concordate e, comunque, non sono coperte finanziariamente. In una lettera inviata a Mantoan il 12 febbraio, Crisanti si affretta a precisare che le sue dichiarazioni «sono state travisate dagli organi di stampa» e lo rassicura sulla sua adesione alle direttive ministeriali. Alla regione affermano che il professore non ha mai inviato un progetto scientifico sul tipo di analisi alle quali sottoporre i cinesi e ha partecipato in modo sporadico alle riunioni del Comitato tecnico scientifico regionale presieduto da Mantoan.

Insomma, i rapporti tra i due sono sempre stati conflittuali. Il 21 febbraio il Veneto entra in emergenza e il laboratorio di Padova non basta per fare tutti i tamponi necessari. Viene validato, perciò, anche quello dell'ospedale di Schiavonìa. Il 24 febbraio vengono chiusi Vo' e Codogno. L'indomani Crisanti chiama Zaia (i due non si conoscono) per chiarire definitivamente la polemica nata sui giornali e già sopita con la sua lettera a Mantoan.
Una settimana più tardi, nuova telefonata di Crisanti: «Lei» dice a Zaia «con i tamponi a tutta la popolazione di Vo', ha fatto una cosa unica al mondo. Mi finanzia una ricerca epidemiologica per rieseguire tutti i tamponi alla fine della quarantena?». Il governatore trova l'iniziativa «utile e interessante». Il 2 marzo c'è un incontro in assessorato e la giunta regionale stanzia 150.000 euro.

Crisanti procede con i tamponi, ma le autorità sanitarie venete lamentano di non aver ricevuto i risultati della nuova ricerca. Li leggono, per contro, sulla prestigiosa rivista inglese «Nature» e notano che il professore si attribuisce la paternità anche del primo giro di tamponi, eseguito invece dall'azienda sanitaria di Padova, per decisione di Zaia, tra il 23 e il 29 febbraio. Crisanti scrive che questa iniziativa è fondamentale per la strategia del Veneto nella lotta al virus. Lui stesso, come abbiamo visto, ne attribuisce la paternità a Zaia, ma nel suo articolo su «Nature» non vi fa cenno.
REPLICA

In autunno la Regione del Veneto spedisce a «Nature» una durissima lettera di replica firmata da Francesca Russo, direttore della Prevenzione. «La pubblicazione» si legge «ha alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo'. Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall'Ospedale di Schiavonìa, dove sono stati ricoverati i primi due pazienti residenti a Vo' positivi per Sars-CoV-2, e sono state assunte dal Presidente della Regione del Veneto di concerto con la Direzione Prevenzione e Sanità Pubblica della Regione e con le autorità sanitarie dell'Azienda Ulss 6 Euganea.
Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo' fosse concepito. Infatti, l'effettuazione dei tamponi è iniziata dopo che l'Ospedale era già stato evacuato e dopo che fosse disposto l'isolamento e il lockdown del Comune di Vo'. Inoltre, il lockdown era ancora in corso al momento del secondo campionamento».

E ancora: «Non corrisponde al vero che due indagini sulla popolazione residente di Vo' sono state condotte a meno di due settimane di distanza, per indagare l'esposizione della popolazione a Sars-CoV-2 prima e dopo il lockdown. (...) Non è vero che (...) questo studio ha guidato la strategia adottata dalla Regione del Veneto e che questa strategia di testing and tracing ha avuto un impatto notevole sul corso dell'epidemia in Veneto rispetto alle altre regioni italiane. Il caso di Vo' ha avuto un impatto strategico minimo sull'approccio della Regione del Veneto nell'affrontare l'epidemia, dal momento che conta, finora, solo 5 morti e 83 casi positivi nel comune mentre altri focolai sono simultaneamente scoppiati in comunità molto più grandi e la strategia di testing and tracing era già in atto».
RIVENDICAZIONE

In conclusione la Russo rivendica che «la Regione del Veneto, a differenza delle altre regioni italiane, I) ha mantenuto una tradizione di distribuzione territoriale capillare delle strutture di prevenzione e controllo; II) ha istituito, sin dall'inizio della pandemia, un sistema biologico, clinico ed epidemiologico di tracciamento dei contatti e monitoraggio dei casi; III) ha istituito punti di pronto soccorso, reparti e ospedali dedicati a Covid-19. Questa organizzazione ha determinato i risultati di sanità pubblica, non lo studio di Vo'».

Perciò, la pandemia è stata «affrontata con largo anticipo rispetto a uno studio progettato e intrapreso a posteriori che non ha avuto il minimo impatto sulle scelte strategiche di sanità pubblica». Andrea Crisanti non è mai citato, ma è a lui che è indirizzata la smentita.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e quello di Napoli, Luigi de Magistris, hanno scritto una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, per chiedere chiarimenti sulle affermazioni fatte dal consulente del ministero, Walter Ricciardi, che ha parlato di un lockdown «necessario» nelle due città.

«Stamattina ci siamo sentiti con il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, perché ieri il consulente del ministero della Salute, il professor Ricciardi, ha evocato un lockdown a Napoli e Milano - ha spiegato Sala in un video suoi social -. Abbiamo scritto al ministro per chiedergli se quella è un’opinione del suo consulente o è un’opinione del ministero e, nel caso fosse un’opinione del ministero, se è basata su dati e informazioni che il ministero ha e noi non abbiamo».

Il sindaco ha poi ricordato i dati sanitari di Milano relaviti alla diffusione dell’epidemia e al suo “peso” sulle strutture sanitarie: «oggi abbiamo meno di 300 terapie intensive, ne abbiamo avute 1.700 nella primavera scorsa, sono in crescita ma stiamo facendo dei sacrifici, vediamo cosa succederà» riferendosi soprattutto a quanto detto ieri durante l’intervista a Milena Gabanelli e cioè che a Milano c’è ancora un “tempo di osservazione” di 10, 15 giorni prima di prendere una decisione “estrema” come quella del lockdown totale cittadino.

Il suo caso aveva fatto il giro del mondo. Yi Fan, medico cinese di Wuhan che aveva preso il Covid curando i suoi pazienti nel cuore della pandemia, dopo l'aggravarsi dei suoi sintomi, si era risvegliato in un reparto di ospedale con la pelle di un colore diverso rispetto al suo colorito naturale.

A causa di una cura a base di antibiotici molto pesanti, la sua epidermide era diventata di un colore tendente al nero. Assieme a lui era stato ricoverato anche un collega, il dottor Hu Weifeng, ma lui, a differenza di Yi Fan, non ce l'ha fatta ed è morto a inizio giugno dopo quattro mesi di agonia.

Più fortunato il collega, che ora è tornato per la prima volta a mostrarsi in pubblico da quando il suo colorito è tornato alla normalità.
Yi Fan, infatti, si è ripreso completamente e in alcuni video video pubblicati da Hubei Today, il medico ringrazia lo specialista di terapia intensiva che ha contribuito a salvargli la vita. In un altro video, pubblicato lo scorso 20 aprile, si vede il medico parlare tranquillamente con i giornalisti, anche se non ancora pienamente in grado di alzarsi dal letto dell'ospedale. Il dottor Yi è stato dimesso dall'ospedale all'inizio di maggio ed è tornato a vivere una vita normale.

Il ricovero dei due medici era avvenuto lo scorso 18 gennaio. Entrambi sono stati portati prima all'ospedale polmonare di Wuhan e poi trasferiti alla filiale Zhongfa Xincheng dell'ospedale di Tongji, secondo l'emittente statale cinese CCTV.

Il farmaco che è stato somministrato ai due dottori è il Polymyxin B, un antibiotico utilizzato solo in casi estremi. Il farmaco aveva causato una iper-pigmentazione della loro pelle, anche se inizialmente, il team medico pensava che quel colore scuro fosse causato da squilibri ormonali dopo che il virus aveva danneggiato il loro fegato.

La strana condizione è poi completamente scomparsa, ma il loro caso è destinato entrare negli annali di medicina.

Del Vecchio procede lentamente per cui l'assemblea di Mediobanca nomina il nuovo consiglio in continuità: vince la squadra di vertice col presidente Renato Pagliaro, l'ad Alberto Nagel e il direttore generale Saverio Vinci. La lista presentata dal consiglio uscente - e' la prima volta in Piazzetta Cuccia - ha ottenuto il voto del 44,17% del capitale, pari al 67% del capitale presente, una maggioranza dei due terzi a prova di minoranza di blocco. Assogestioni, che ha riproposto i due amministratori di minoranza uscenti, ha ottenuto il sostegno del 19,7% del capitale, prendendo il voto anche della Delfin di Leonardo Del Vecchio che è rimasta ferma al 10,162% comunicato meno di un mese fa.

Perdente l'iniziativa attivista di Bluebell che ha convinto solo lo 0,5% del capitale a seguire la linea proposta dal fondo di Giuseppe Bivona e Marco Taricco che con l'apporto della Novator del magnate islandese Thor Bjorgolfsson aveva depositato per la lista di quattro nomi l'1,1% del capitale: in tutto la terza lista ha ottenuto il voto dell'1,6% del capitale e resta perciò senza rappresentanza nel nuovo cda. Domani il nuovo board si riunirà per la nomina di presidente e ad e per formare i comitati. Scontato che la terza generazione dei cucciani resterà al proprio posto, premiata dai risultati ottenuti (e confermati anche dalla prima trimestrale del nuovo esercizio) e da un piano che promette di regalare soddisfazioni anche gli azionisti piu' esigenti e attenti alla remunerazione del portafoglio.

Mentre Benetton ragiona piu' del governo Prima gli affari: Mion, l’uomo dei Benetton alla guida di Edizione, la holding di famiglia che ha il 30% di Atlantia, ha chiuso un accordo alla fine della scorsa settimana per garantire liquidità ad Autogrill, controllata da Edizione: la società ha infatti ottenuto un prestito garantito da Sace per 250 milioni di euro, secondo le norme introdotte con il decreto liquidità di aprile.

Secondo il business: Mion, non ha apprezzato il prezzo ribadito da Cdp, Blackstone e Macquarie nell’offerta di ieri per Aspi, che sta in una forchetta tra 8,5 e 9,5 miliardi. L’uomo dei Benetton vorrebbe strappare un miliardo di euro in più.

Oggi è atteso il Cda di Atlantia in merito all’offerta di Cdp, Blackstone e Macquarie. Probabilissimo l’invito a bocciare la proposta di Cdp. A quel punto, o Palermo cambia l’offerta o vendiamo a chi offre di più.

E dove è finito lo spauracchio della revoca della concessione agitato da Di Maio e la dozzina di ultimatum di Conte? Direttamente al cesso! Perché lo Stato pagherebbe penali pesantissime, e l’Unione Europea potrebbe aggiungere il carico da 11. (vedi l’articolo a seguire)

(ANSA) - BERLINO, 28 OTT - "L'Italia viola le regole europee". È quello che dice Jonathan Amouyal, del fondo d'investimento di Londra TCI, in un'intervista alla Faz di oggi sul dossier Autostrade. "La minaccia di revocare la concessione, prima di un risultato dell'inchiesta giudiziaria, è una chiara violazione dei principi dell'Ue. È illegale", afferma. "L'Ue dovrebbe intervenire e l'Italia, come Stato membro, dovrebbe rispettare le regole", aggiunge.


Cdp & alleati confermano tout court l' offerta ad Atlantia per l' 88% di Aspi. E' un' offerta-fotocopia di quella di una settimana fa, quindi non vincolante, a un valore che è sempre pari al range 8,5-9,5 miliardi per il 100%, subordinata a varie condizioni tra cui la due diligence.

La precedente proposta era stata rimbalzata dal consiglio di Atlantia di martedì 20: «I termini economici e le relative condizioni allo stato non sono ancora conformi e idonei ad assicurare l' adeguata valorizzazione di mercato della partecipazione». Purtuttavia era stato dato un nuovo termine a ieri per l' eventuale offerta vincolante.


IL VETO DI M5S A questo punto, salvo colpi di scena peraltro sempre possibili in questa estenuante telenovela, il board di Atlantia di oggi pomeriggio potrebbe bocciare definitivamente l' offerta di Cdp, Blackstone e Macquarie e procedere sulla strada del dual track - scissione e quotazione in Borsa - che sarà all' esame dell' assemblea convocata da remoto per venerdì 30.

Si riaprono dunque tutti i giochi e coloro che hanno già inviato manifestazioni di interesse che, secondo la lettera di processo devono inviare l' offerta non binding entro il 16 dicembre, tornano in pista. Tra questi Toto, Gavio e Dogliani che mostrano particolare attivismo, ma dovranno fare i conti con nuovi stop politici: M5S, infatti, è contrario all' intervento di altri concessionari in Aspi e il Movimento sarebbe pronto a far intervenire l' Antitrust per le conseguenze in termini di restrizioni delle quote di mercato.

Tornando al cda di Cassa di ieri, la riunione sarebbe durata circa 1 ora e 20 minuti. Dopo la relazione introduttiva dell' ad Fabrizio Palermo, i dettagli della nuova offerta sarebbero stati illustrati da Pierpaolo Di Stefano, ad di Cdp Equity il cui cda riunitosi subito dopo ha deliberato di fare l' offerta ad Atlantia.

Si diceva che è un' offerta fotocopia in tutto e per tutto dell' altra ed è subordinata all' effettuazione di una due diligence della durata di 10 settimane, al termine della quale le parti potrebbero negoziare l' offerta definitiva. Oltre a questa condizione, la proposta è subordinata anche alla definizione del Piano economico e finanziario sulle tariffe, al centro di un andirivieni fra Mit e Art e tuttora fermo al ministero.

Alla votazione si sarebbe registrata una sola astensione: quella del vicepresidente Luigi Paganetto che però, nel comitato rischi di cui lui è il presidente, svoltosi poco prima, avrebbe dato voto favorevole.

Paganetto, che si era già astenuto lunedì 19, avrebbe motivato la sua posizione con la necessità di non ravvisare questo investimento tra le priorità di intervento della Cassa.

L' altra volta si era astenuto anche Francesco Floro Flores, esponente dei Cinquestelle che ieri avrebbe solo chiesto garanzie sul successivo intervento di altri investitori italiani nel capitale della Newco con un ridimensionamento dell' esposizione di via Goito, peraltro richiesto già più volte dalle fondazioni. E infatti è previsto che Cdp ceda il 10% ad altri soggetti.
L' operazione verrebbe fatta tramite una Newco: Cdp al 40%, i due fondi al 30% a testa. Presidente e ad sarebbero espressi da Cassa con il gradimento che non possono non esprimere dei fondi che a loro volta indicherebbero il cfo. Il cda sarebbe di 9: tre a testa fra i soci e il patto parasociale prevede una maggioranza dell' 80% sulle materie decisionali più importanti. Questo comporterebbe un rischio di stallo, visto il numero di voti che dovrebbero dirsi d' accordo: su nove ne occorrerebbero almeno sette.

Il 5G ci serve con urgenza per cui sarebbe auspicabile avere il controllo tecnologico “Più aumenta l’interconnessione, più aumentano i rischi per la nostra sicurezza”, ha spiegato Dan Ross, consigliere economico dell’ambasciata statunitense a Roma, nel corso di un seminario online sulla sicurezza cibernetica organizzato dalla stessa missione di Washington in Italia e moderato da Luigi Martino, direttore del Center for Cyber Security and International Relations Studies dell’Università di Firenze.
Ross non è entrato nel merito dei recenti sviluppi italiani ma è doveroso sottolineare come il seminario giunga a pochi giorni dalla decisione del governo di applicare i poteri della Golden power per bloccare un accordo tra Fastweb e Huawei. Inoltre, va ricordato come pochi giorni prima della visita a Roma, a fine settembre, del segretario di Stato Mike Pompeo il suo numero due, Keith Krach, aveva lodato la scelta di Tim di escludere il fornitore cinese da una gara lanciata a luglio per costruire la rete core 5G in Italia e in Brasile.

Cinque sono le aree di minaccia individuate dal diplomatico statunitense. La privacy è messa rischio dalle backdoor; la sicurezza dai kill switch nelle mani di produttori di attrezzature 5G “non di fiducia”; i diritti umani dalla tecnosorveglianza nelle smart city; le economie dal furto di proprietà intellettuale e segreti industriali; la sovranità dalla dipendenza da reti controllate da governi autoritari.

“Non c’è alcun aspetto della nostra vita che non sarà interessato dai rischi della tecnologia 5G e dai rischi presentati da questi venditori non di fiducia”, ha sintetizzato utilizzando l’espressione con cui l’amministrazione definisce le cinesi Huawei e Zte, cui ha fatto successivamente riferimento esplicito: “I Paesi che usano la tecnologia 5G per migliorare la propria sicurezza nazionale devono accertarsi della provenienza delle attrezzature.

Perché se c’è un accesso da parte di governi autoritari a queste informazioni raccolte tramite questa tecnologia, ecco che può esserci una minaccia alla sicurezza”, ha continuato portando l’esempio della (tele)medicina, settore su cui molto punta — anche in Italia — Huawei.
Poi ha citato la legge sulla sicurezza nazionale cinese che obbliga cittadini e organizzazioni a fornire supporto e assistenza alle autorità di pubblica sicurezza militari e alle agenzie di intelligence per sottolineare il rapporto tra Pechino e le aziende (legame sempre negato dai colossi cinesi). È la stessa ragione che fu adottata dal Copasir circa un anno fa nel rapporto in cui definiva il 5G cinese un rischio per la sicurezza nazionale italiana.

“È più costoso rimuovere e sostituire le apparecchiature non sicure che investire in anticipo su apparecchiature sicure”, ha illustrato Ross: “Una volta che certe società (Huawei e Zte, ndr) si trovano nella rete di un Paese, potrebbe essere troppo tardi — e troppo costoso — rimuovere e sostituire sistemi inaffidabili”, ha aggiunto mettendo in guardia dall’apertura dei mercati a compagnie che rischiano di entrarci per poi monopolizzarlo e “far fuori la concorrenza”. Il 5G di Huawei “è un’arma puntata contro gli interessi occidentali con una chiara intenzione di usarla”, ha spiegato ancora: “Le apparecchiature cinesi rappresentano un rischio troppo grande per essere introdotte nelle reti 5G su cui l’Europa fa affidamento per la sicurezza nazionale, la sicurezza, il commercio e altro ancora”.
“I fornitori creditori affidabili del 5G sono principalmente europei: Ericsson e Nokia”, ha continuato Ross riconoscendo come attualmente no ci siano un produttore di apparecchiature periferiche americano e come Washington sostenga, oltre ai gruppi svedese e finlandese, anche la sudcoreana Samsung. Ed è da questo complementarietà, dalla toolbox 5G della Commissione europea e dal progetto statunitense Clean Network che l’alleanza transatlantica più prendere nuovo slancio. “Non penso sia possibile nel mondo di oggi per qualsiasi Paese essere veramente indipendente quando si parla di tecnologia”, ha risposto Ross a una domanda. “La sfida per i Paesi occidentali è concordare una serie di standard, collaborare e cooperare per stabilire egli standard per garantire la sicurezza”.

Mentre l'Antitrust ha avviato un'istruttoria nei confronti di Google ipotizzando un abuso di posizione dominante. La società, controllata da Alphabet Inc, avrebbe violato l'articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea per quanto riguarda la disponibilità e l'utilizzo dei dati per l'elaborazione delle campagne pubblicitarie di display advertising, lo spazio che editori e proprietari di siti web mettono a disposizione per l'esposizione di contenuti pubblicitari.

L'Antitrust fa inoltre sapere che, nell'ambito dell'istruttoria appena aperta per abuso di posizione dominante nei confronti del colosso Usa, ha condotto ieri accertamenti ispettivi nelle sue sedi avvalendosi della collaborazione dei militari della Guardia di Finanza.

E per aiutare il PAPA procede la Procura generale di Milano che ha dato parere negativo all'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Cecilia Marogna, la manager coinvolta nell'indagine vaticana sull'ex numero 2 della Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu, arrestata nel capoluogo lombardo il 13 ottobre su mandato dell'autorità giudiziaria della Città del Vaticano. La 39/enne cagliaritana era presente stamani nell'udienza a porte chiuse davanti alla quinta sezione penale d'appello in cui si è discusso della richiesta di scarcerazione, istanza presentata dalla difesa in attesa della conclusione del procedimento sull'estradizione. I giudici avranno cinque giorni di tempo per decidere sulla fase cautelare.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.28.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signor

Presidente della Repubblica italiana

La insensibilità e la incapacità di Conte di gestire il PAESE e' palese, per cui non capisco perche' non se ne traggono le opportune conseguenze politiche.

Togliere «tentazioni» agli italiani per indurli a restare a casa, senza obbligarli. È la filosofia che regge il filo dei provvedimenti contenuti nell'ultimo Dpcm. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se ne è convinto dopo essersi confrontato venerdì sera col ministro della Salute Roberto Speranza e il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro.

Un colloquio basato sull'analisi dei dati dell'epidemia contenuti nel rapporto settimanale della cabina di regia. Non c'è stata nessuna indicazione precisa da parte dei tecnici.

È bastato esaminare i nuovi numeri perché Palazzo Chigi cogliesse l'urgenza di fissare altri limiti prendendo visione di un «quadro di estrema sofferenza, soprattutto in alcune Regioni» che richiedeva iniziative stringenti e tempestive «per invertire la curva dei contagi e scongiurare il rischio di trovarsi di fronte all'inevitabilità di un lockdown» a ridosso del Natale.
Da qui la decisione. Ridurre al massimo le attività non necessarie per convincere i cittadini a non uscire, non potendo frequentare ristoranti, bar, palestre, cinema. Luoghi ben organizzati ma che avrebbero costituito «una tentazione».

La gente vuole lavorare non vuole l'assistenzialismo di Conte.

La VALANGA SOCIALE e' partita e Conte non la sa fermare perché chi sbaglia paga.

Sulle pagine di alcuni dei principali giornali è comparso un avviso di indizione gara della presidenza del Consiglio. Sotto il titolo banale di qualsiasi bando pubblico, l' annuncio avvisava che la scadenza per la presentazione di offerte per la fornitura di autoambulanze e automediche era fissata alle ore 18 del 3 novembre 2020. Sì, avete letto bene, il commissario straordinario per l' emergenza Covid, a otto mesi dall' inizio dell' epidemia, mentre migliaia di persone devono far ricorso al pronto soccorso causa coronavirus, ha sentito l' urgenza di chiedere ai fornitori della pubblica amministrazione di manifestare il loro interesse alla fornitura entro i primi giorni di novembre.

Immaginiamo che tra chiusura della gara, apertura delle buste con le offerte inviate e proclamazione dei vincitori passeranno alcune settimane. Dopo di che, arrivato Natale, ne serviranno altre per avviare la produzione. Non credo di essere pessimista, ma immagino che prima della fine dell' anno non vedremo alcuna autoambulanza in più di quelle di cui già disponiamo. Naturalmente, quando parlo di fine anno intendo l' anno nuovo, perché è evidente che un' automedica non si attrezza così su due piedi. Servono sistemi di assistenza, ossigeno e altro e dunque, prima di metterla su strada, ci vuole tempo e dopo l' assegnazione dell' incarico bisogna passare alla fase operativa, cioè alla produzione, perché, a differenza delle automobili, le ambulanze non si comprano dal concessionario.
Dunque, in piena emergenza, con gli ospedali pieni e i mezzi di pronto soccorso pienamente impegnati, la presidenza del Consiglio e il baldo Domenico Arcuri, ovvero l' uomo a cui Giuseppe Conte ha affidato pieni poteri per fronteggiare la pandemia, si sono ricordati di ordinare le ambulanze solo ieri e in gran fretta hanno invitato le aziende produttrici a farsi avanti.
Che otto mesi dopo a Palazzo Chigi si siano resi conto della carenza di automediche non deve stupire. Impegnati com' erano a fare conferenze stampa e rilasciare interviste, è comprensibile che i nostri eroi contro l' emergenza siano un po' in ritardo sulla tabella di marcia. Pensate solo che per riuscire a raggiungere il numero di posti letto in rianimazione il governo - per bocca del solito Arcuri - ha chiarito che per arrivare a pieno regime, e dunque coprire il fabbisogno di disponibilità nelle terapie intensive, ci vorranno 27 mesi, vale a dire che saremo pronti ad affrontare l' emergenza all' incirca alla metà del 2023.
Il che sarebbe già un brillante risultato, perché, se si dà un' occhiata al cronoprogramma per cablare le scuole e consentire la didattica a distanza, si capisce che con l' istruzione siamo messi anche peggio. Già, perché il bando di gara del solito Arcuri scadrà anche dopo quello per le ambulanze. Le offerte dovranno infatti pervenire entro il 23 novembre e i lavori dovranno essere completati entro la fine del 2023, con una scadenza per il Natale dell' anno prossimo di almeno un 25 per cento del totale.
Dunque, per la rianimazione c' è tempo, per le lezioni anche e volete che nel ramo trasporti si proceda spediti? Ovvio che no. Sempre Arcuri, il mago dell' emergenza, l' uomo che riesce a tenere in surplace il Covid, l' altro giorno ha spiegato che a lui nessuno ha parlato di autobus e mezzi pubblici.

Forse, essendo convinto che studenti e lavoratori viaggino con la forza del pensiero o, anche lui come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che le persone si spostino da un capo all' altro delle città in monopattino, il super commissario pare non aver prestato neppure un minuto del suo tempo alla questione del trasferimento casa-scuola-lavoro. Con il risultato che al momento non paiono neppure essere state avviate le procedure per i bandi di gara e dunque, per i nuovi autobus, si dovrà scavallare anche il 2023, che a noi già sembrava una scadenza lontanissima.
Ma c' è di più. Oltre a essersi dimenticato di ordinare ambulanze, cablare le scuole e comprare mezzi per il trasporto locale, il governo ha proceduto a rilento pure sul tracciamento dei contagiati, scordandosi che l' app Immuni doveva servire per informare gli italiani entrati in contatto con un malato. Dopo settimane di polemiche sulla scelta di un sistema dall' azionariato ritenuto non completamente affidabile (tra gli investitori c' è anche un gruppo cinese con base ad Hong Kong), l' applicazione che avrebbe dovuto tracciare le relazioni delle persone con il Covid, in realtà è finita in cavalleria, insieme ai tanti altri progetti rimasti sulla carta.

L' elenco dei ritardi e delle manchevolezze naturalmente potrebbe continuare, arricchendosi di promesse e annunci non rispettati, come per i bonus. Tuttavia, penso che basti questo a far comprendere che qui l' unico a dover essere messo in isolamento prima che faccia altri guai è il governo. Non ci piacciono le rivolte in piazza e non abbiamo certo intenzione di soffiare sul fuoco. Semmai oggi ad appiccare l' incendio è chi siede a Palazzo Chigi, il quale rinviando di giorno in giorno i problemi è riuscito nella non facile opera di aggravarli. E ora pretende pure di presentarci il conto dei suoi danni.

Il CTS dovrebbe essere sciolto dando spazio al buonsenso ed equilibrio sociale, che oggi al governo palesemente manca.

C'è una parte d'Italia in cui l'ultimo Dpcm varato dal governo non vale. O meglio, non è stato applicato in toto. Stiamo parlando dell'Alto Adige, dove le restrizioni più "soft", come il coprifuoco dalle 23 alle 5, partono oggi 26 ottobre. A differenza di quanto accade sul resto del territorio nazionale, i bar chiudono alle 20 e i ristoranti alle 22, non alle 18. Inoltre, a partire da mercoledì 28 ottobre, il 50% degli studenti delle scuole superiori userà la didattica a distanza.


"Dobbiamo intervenire subito per fermare la catena dei contagi e ridurre la pressione su ospedali e strutture sanitarie, ma dobbiamo cercare anche di salvaguardare il più possibile scuole e attività economiche", ha spiegato il presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher. L'ordinanza alternativa sarà valida in tutto il territorio provinciale fino al 24 novembre.

"Di fatto recepiremo gran parte del nuovo Dpcm nazionale con alcuni adattamenti alla realtà locale, in virtù dei margini di manovra che ci sono concessi dalla nostra autonomia e dalla legge provinciale sulla fase 2 dello scorso maggio", ha continuato Kompatscher. Nello specifico, il provvedimento prevede solo consumazioni al tavolo dalle 18 in poi per bar e ristoranti; cinema, teatri e sale da concerti aperti, ma con un massimo di 200 persone. E restano accessibili, infine, anche gli impianti sciistici

La soluzione ai problemi italiani sono anni che si rinviano per cui ora tutto ora rompe gli argini dopo averla tenuta quattro anni nei cassetti, il governo ha recepito la normativa europea sui criteri più restrittivi per nominare i vertici delle banche. La misura, chiamata "fit and proper" nella direttiva europea 2015 - poi declinata nelle indicazioni Bce del 2017 - è finalmente uno schema di decreto, che il 3 settembre il Tesoro ha trasmesso al Consiglio di Stato per il parere: inoltrato il 16 ottobre, e nel complesso favorevole.
Ora la Banca d' Italia, che ha presidiato tutti i passaggi, dovrà preparare le disposizioni che completano il quadro normativo: si presume lo farà in tempi brevi, e utili perché la legge arrivi in tempo per essere applicata nei casi di rinnovo dei vertici in agenda a primavera. A partire dai più rilevanti in casa di Unicredit e Bper.

Le nuove e più severe norme, che saranno estese anche a intermediari finanziari, confidi e società dei pagamenti, sono un salto anche culturale. In Italia modificheranno i "requisiti" 1998 del Testo unico bancario: soglie rigide come quelle di onorabilità e professionalità, cui si affiancheranno nuovi "criteri" (più sostanziali) per assicurare la correttezza, la competenza, l' indipendenza, l' assenza di conflitti d' interesse, il tempo dedicato.
Nella griglia rigida dei primi (i requisiti), la modifica più rilevante, come la ipotizza la bozza fin qui redatta, prevede la decadenza per chi siede nei cda bancari in caso di condanna, anche solo in rito abbreviato, superiore a un solo anno: la metà dei due contemplati attualmente dalla "legge Severino".

Una modifica che il Consiglio di Stato perfino vorrebbe più severa, «per renderla conforme al rigoroso sistema di garanzia della onorabilità delle persone chiamate a ricoprire tali incarichi»: anche per il fatto che i riti abbreviati già scontano diverse pene. Il vaglio degli alti magistrati, invece, appare più cauto sul criterio tutto nuovo previsto nell' ambito "correttezza", per cui non è adeguato l' amministratore segnalato dalla Centrale rischi bancaria che censisce i morosi: il CdS propone di applicarlo solo dopo un contraddittorio con l' autorità vigilante.

Nel 2017 uno studio di The European House-Ambrosetti analizzò 271 curricula di amministratori di banche italiane quotate, e concluse che il 23% di essi non soddisfaceva i nuovi requisiti europei. Forse è anche per questa ragione che tutti i tentativi dei dirigenti di Via XX Settembre, fin dall' agosto 2017, di applicare la direttiva europea sono rimasti inattuati.

Del ritardo si è rammaricato pubblicamente il governatore Ignazio Visco; anche perché i nuovi criteri erano (sono) la cornice operativa entro cui la vigilanza bancaria esercita il potere di rimuovere i dirigenti che ne sono sprovvisti o li perdono cammin facendo, potere introdotti dalla stessa direttiva Crd IV.

Tra il 2015 e il 2019 l' Italia ha peraltro sperimentato una dozzina di crisi bancarie, diverse delle quali acuite da carenze manageriali di turno.
«Anche se le prime proposte di Tesoro e Banca d' Italia risalivano a più di tre anni fa, in un' altra stagione economica e politica, i capisaldi della direttiva sono ancora validi e attuali - dice Luca Galli, partner di EY -. La loro entrata in vigore costituirà un elemento di chiarezza, atteso da tempo, per investitori e operatori, e un aspetto di maggior tutela del risparmio in Italia». Secondo l' esperto di finanza della multinazionale Usa, anzi, «in questa fase delicata assumerebbe particolare rilievo adottare la misura prima delle assemblee 2021, allineando l' Italia ai Paesi che l' hanno già introdotta».

Per cui il premier Conte ha affermato che i sacrifici attuali servono anche a "salvare" il Natale. Ma intanto il Rapporto Censis-Confimprese fa i conti: un lockdown a Natale costerebbe all'Italia 25 miliardi di euro di consumi. Il dato emerge dallo studio "Il valore sociale dei consumi", realizzato con il contributo di Ceetrus.

A fine anno, a causa della seconda ondata di restrizioni in aggiunta al primo lockdown, il crollo dei consumi si attesterà a 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), e si potrebbe ripercuotere in una perdita di cinque milioni di posti di lavoro. Il solo retail, afferma il Censis, subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) e nel comparto si rischia la perdita di oltre 700.000 posti di lavoro. Nel periodo delle feste natalizie restrizioni paragonabili al lockdown di primavera farebbero sfumare 25 miliardi di euro di spesa delle famiglie.

"La situazione della distribuzione e del commercio in generale - afferma Mario Resca, presidente di Confimprese - è già durissima oggi, con chiusure soltanto parziali, perché da quando appena una settimana fa si è cominciato a parlarne, la flessione è stata immediata, i clienti si sono diradati e la distribuzione, la ristorazione e il commercio hanno già intravisto i giorni bui di marzo e aprile. Senza contare che, in relazione al virus, la chiusura dei centri commerciali il sabato e la domenica in alcune regioni non risolve nulla, perché concentra i già scarsi clienti durante gli altri giorni della settimana, con disagi maggiori".

L'indagine analizza anche le reazioni degli italiani rispetto alle nuove chiusure. La metà degli intervistati è disposta ad accettare i rigori della seconda ondata dell'epidemia solo perché è convinta che a breve arriverà una cura risolutiva o il vaccino. Lo dicono soprattutto i residenti del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e gli anziani (il 53,5%). L'asticella è fissata a Natale: è questo l'orizzonte massimo di tenuta psicologica degli italiani all'indomani delle nuove restrizioni.

Nell'emergenza si sono accelerati cambiamenti significativi nei comportamenti di consumo degli italiani. Ben 18 milioni hanno modificato i propri comportamenti di acquisto, cambiando negozi o brand di riferimento, gestendo diversamente la spesa, cambiando i criteri di scelta dei luoghi di acquisto. Dall'inizio della pandemia, 13 milioni hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari. Nel periodo dell'emergenza il 42,7% ha acquistato online prodotti che prima comprava nei negozi fisici, in particolare i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%). In generale, dopo il Covid-19 il 38% degli italiani afferma che non tornerà alle vecchie abitudini di consumo.

I consumi non sono certo un aspetto secondario della vita quotidiana: per il 57,1% degli italiani il benessere soggettivo dipende molto dalla libertà di acquistare i beni e i servizi che si desiderano. Per il 79,4% gli acquisti riflettono la propria identità e i propri valori. Per il 70,3% i consumi sono un pilastro della libertà personale, perché poter comprare le cose che si desiderano è una parte importante dell'autonomia individuale. Ma la libertà di scelta dei beni e servizi che si desiderano è frenata anche dalle difficoltà economiche.

Nella prima ondata, quasi 4 milioni di famiglie hanno già fatto ricorso a prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto quelle con redditi bassi (il 25%). Le reti di sostegno informale sono state spremute, ora per chi entra in sofferenza è alto il rischio di ritrovarsi soli. Così, paura e incertezza colpiscono maggiormente le persone con i redditi più bassi: il 60,3% di essi (contro il 37,2% medio) taglia i consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità.

Crolleranno anche gli ostaggi politici più o meno volontari come Alessandro Profumo che ho conosciuto e salvato da alcuni errori nell'ambito bancario, poi e' saltato dall'Unicredito alla vita privata con tanti soldi , ma la politica  lo ha reclutato dandogli delle garanzie che poi non lo hanno protetto da una condanna a sei anni di reclusione e una multa di 2,5 milioni di euro dopo il crack di Mps guidata dal 2012 al 2015 mette nei guai anche un intoccabile (finora) come Alessandro Profumo. A chiederne le dimissioni, non è più solo il movimento 5 stelle: tre giorni fa arriva la lettera inviata allo stesso Profumo, ma anche al premier Giuseppe Conte e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, firmata da Giuseppe Bivona, partner e co-founder del fondo Bluebell partners, azionista privato di Leonardo. Dimissioni, non come obbligo di legge, quanto piuttosto come una “questione di opportunità e dignità, oltre che di senso civico”, scrive Bivona. Uno che lo conosce bene. Lui, Profumo, come al solito starà facendo spallucce, tirando avanti per la sua strada. Come ha sempre fatto. Perché Mr. Arrogance, nomignolo gli è stato affibbiato a causa del carattere un tantinello spigoloso, è fatto così.
Nato a Genova il 17 febbraio 1957 (segno zodiacale Acquario, testardo ma affidabile, dice l'oroscopo) figlio di un ingegnere che ha un’azienda in Sicilia, trascorre l’infanzia a Palermo. Trasferito a Milano, frequenta il liceo Manzoni e poi compie un duro percorso di studente lavoratore: lavora al Banco Lariano, a far di conto, e frequenta la Bocconi, dove si laurea con una tesi sulle aziende di credito che viene notata dalla McKinsey. Così, entra a far parte del club: passa da Bain & Cuneo, poi alla Ras e alla tedesca Allianz dove incontra Lucio Rondelli che lo presenta a Enrico Cuccia e lo porta al Credito Italiano, privatizzato nel 1993.
Cinque anni dopo, nel 1998, Rondelli lascia il timone a Profumo che ripulisce i conti e la trasforma in un modello di efficienza, orientata al profitto. Nasce Unicredit, ma non è finita qui. Passano alcuni anni e, nel 2007, Profumo è regista della fusione con Capitalia da cui scaturisce fuori un colosso da 100 miliardi di euro, primo istituto in Italia e quinto in Europa, che in totale poteva contare su 9.289 filiali per oltre 160.000 dipendenti. La fusione con Capitalia se da una parte gli frutta un compenso di 9.427.000 euro (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni) rappresenta l'inizio di un calvario che mette Profumo in cattiva luce.
I guai arrivano dalla campagna di Germania: la bavarese Hypovereinsbank, conquistata con un blitz che fa storcere il naso a Bankitalia, si rivela piena di titoli marci, derivati e persino mutui subprime americani. Ecco che, quel colosso bancario che era penetrato in Francia, nel Centro Europa ex comunista e perfino in Russia, rischia di crollare. Come Alessandro il Grande, altro soprannome sgradito al banchiere, il colosso ha i pedi d'argilla e crolla. Nel 2008, per salvare la banca lancia un aumento di capitale da 6,6 miliardi (sgradito agli azionisti) e deve anche ammettere di aver fatto indigestione sottovalutando la crisi.

Da lì in poi, inizia una specie di parabola discendente. Le dimissioni da Unciredit nel 2010 gli fruttano 38 milioni di euro di liquidazione (due devoluti in beneficenza) e qualcuno inizia a vociferare che, per non sapere bene cosa fare, il banchiere “si butta in politica”. Invece, nell'aprile 2012, il Monte dei Paschi di Siena pensa a lui come nuovo presidente dopo la fine della guida di Giuseppe Mussari. Assume l'incarico, che dura tre anni, nei quali, sottolineano in tanti, non sa bene cosa fare: e comunque non salva la banca senese dal crack, mietendo errori su errori durante la sua gestione (non ultimo un sospetto di tassi da usura praticati dal Mps).

Profumo dice addio all'incarico nell’agosto 2015 ma trova ben presto altri lavori: dopo aver presieduto Equita SIM ecco che il governo Gentiloni lo nomina amministratore delegato di Leonardo, ex Finmeccanica. Quando arriva lui, Leonardo è già stata tartassata da Mauro Moretti, un altro bel caratterino, caduto (anche lui) sotto i colpi della sua arroganza e per una sentenza di condanna (a 7 anni per la tragedia di Viareggio). A Leonardo, Profumo cerca di proiettare l'azienda verso l'hi-tech: qualcuno dice che non sa cosa fare e si butta sul tecnologico. Profumo, essendo nel comitato esecutivo dell'Iit di Genova, chiama a sé un genio come Roberto Cingolani (ex deus ex machina proprio dell'Istituto tecnologico degli Erzelli) e paga profumatamente la francese Atos per costruire i supercomputer che andranno nella sede genovese di Leonardo.

Intanto, sotto la sua guida (inesperta, sostengono in tanti) i conti dell'azienda non soddisfano più di tanto: rispetto ai 17 miliardi di fatturato di Guarguaglini, per esempio, Profumo mostra un 2018 con conti che si chiudono a 15 miliardi di euro con un cash flow che scivola da 537 a 336 milioni di euro, con gli analisti preoccupati della “fragilità della situazione economica di Leonardo che si manifesta nella aspettativa di possibili operazioni finanziarie sul capitale o sull'emissione di bond, ipotesi peraltro smentita dallo stesso Profumo, senza lasciare tranquillo il mercato, però.

Nemmeno la sua politica aziendale soddisfa: nessuna acquisizione, e Leonardo continua a rimanere un vaso di coccio intorno a vasi di ferro internazionali, a competitor giganteschi contro i quali Profumo non mostrerebbe alcun potere men che meno alcuna strategia di espansione.
Parlavamo del mercato. Nell'ultima lettera inviata all'azienda pochi giorni fa, dopo il fattaccio della condanna, Profumo ha dichiarato: “il nostro mercato di riferimento ci sta dando fiducia e i risultati ottenuti in un periodo segnato dalle gravi difficoltà della pandemia raccontano di un'azienda solida e di professionisti animati da passione e competenza”. Sarà. Resta il fatto che il titolo in Borsa, da quando c'è lui al timone dell'azienda, cioè dal 2017 è crollato lentamente, passando da 15,9 euro agli attuali 4,7 euro.

Non è tutto. In tanti si chiedono, per esempio, perché lui e la sua Leonardo non vadano in aiuto a un gioiello in difficoltà come Piaggio Aero, attualmente commissariata e in attesa di compratore. Per dirne una: ieri è caduto a Trapani un drone proprio targato Leonardo.

Il M5S dopo aver allungato la vita a Pd ora passa all'incasso con il MPS , ovviamente usando i nostri soldi, con la strategia grillina di lasciare il Monte dei Paschi nelle mani dello Stato è fallita dopo le elezioni regionali. A metterci una pietra sopra è stato il decreto firmato anche dal premier Giuseppe Conte (e datato 16 ottobre) dove viene scritto nero su bianco che l' uscita del Tesoro dal capitale va realizzata «con modalità di mercato e anche attraverso operazioni finalizzate al consolidamento del sistema bancario».

Ovvero aprendo le porte a un cavaliere bianco privato, come del resto invocato dalle autorità di Vigilanza europee. Per i Cinquestelle, invece, la bad bank era l' uovo di colombo per risolvere il caso Mps, lasciarla nazionalizzata piuttosto che svenderla o farne uno spezzatino alla mercé degli stranieri e farla diventare il polo aggregato di crediti deteriorati.

A settembre, il senso dei grillini per Siena era stato illustrato dall' onorevole Carla Ruocco, presidente della commissione Banche, in un' intervista a Repubblica: «A mio avviso si potrebbero cedere le filiali e gli sportelli a uno o più soggetti nazionali, ad esempio alla Popolare di Bari per creare la banca del Sud oppure ad altri istituti, per creare un terzo-quarto player nazionale e trasformare la restante parte di Mps in una bad bank nazionale fondendola anche con Amco», aveva detto la Ruocco.

E anche il sottosegretario al Tesoro, Alessio Villarosa, ha più volte ribadito che l' obiettivo del M5s è quello di «valorizzare la partecipazione dello Stato e ridurre ogni potenziale perdita». Sul fronte politico, però, il piano è stato stoppato dal decreto che porta il sigillo di Mef, Mise e Palazzo Chigi. E anche Bankitalia ha dato il suo fermo niet alla banca pubblica invocata dai Cinquestelle.

Che ora starebbero cercando un nuovo varco sfruttando il fardello delle numerose cause legali in capo a Rocca Salimbeni anche alla luce della recente decisione dei giudici di condannare (in primo grado) gli ex vertici del Monte, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, per aggiotaggio e false comunicazioni sociali rispetto ai bilanci 2015-2018.

Ed ecco l' assist: giovedì 29 ottobre l' istituto senese riunirà il cda straordinario per esaminare gli effetti della condanna al tandem Profumo-Viola e fare il punto su eventuali nuovi accantonamenti.

Sarebbero stati alcuni amministratori considerati più vicini ai 5 stelle - l' ad Guido Bastianini, Rita Laura D' Ecclesia, Rosella Castellano, Raffaele Di Raimo - a sollecitare la presidente Patrizia Grieco sulla convocazione urgente del Consiglio per riesaminare, dopo la condanna, un' eventuale azione di responsabilità nei confronti degli ex vertici (esclusa dal cda del 30 luglio scorso con il placet del Tesoro).

Non è però scontato che tutti gli altri 11 membri del board - soprattutto quelli nominati nella lista del Mef - approvino la linea dura contro gli ex e la scelta di spesare in bilancio altri milioni per cause dall' esito ancora incerto. Al netto delle indiscrezioni e del toto-voto, infatti, è chiaro che più la mina legale cresce di taglia e meno la banca senese diventa appetibile per un possibile pretendente.
Così come aumenta il rischio per il Tesoro, che a luglio ha nominato Mediobanca come advisor per vendere Mps e onorare l' impegno preso a Bruxelles entro la primavera del 2022, di dover praticare un mega sconto all' acquirente per via della dote ingombrante. Facendo così lievitare la perdita potenziale per le casse pubbliche visto considerato il gap tra il valore di carico della partecipazione del Mef (6,49 euro) e il prezzo del titolo in Borsa (poco più di 1,1 euro).

C' è anche chi pensa che la mossa degli accantonamenti possa diventare l' alibi perfetto per tirare la volata a un possibile compratore già seduto al tavolo delle trattative e accelerare l' accordo sulla cessione a un prezzo da saldo. Ipotesi traballante, però, perché con un altro mezzo miliardo (questa è la cifra che circola) di risorse accantonate per i contenziosi, e di fronte agli effetti ancora imprevedibili della seconda ondata della pandemia, potrebbe imporsi la necessità di varare un nuovo aumento di capitale.

E a quel punto chi ci metterebbe i soldi? In altre parole, se il cda accantona una cifra importante si prende anche una responsabilità altrettanto importante per la futura tenuta della banca. Perché, inoltre, avviarsi adesso su questo cammino impervio quando - per altro - le motivazioni della sentenza su Profumo e Viola non sono state ancora depositate? Farlo ora sarebbe un po' come dare ragione alla sentenza di primo grado e con i petitum già agli atti non sembra una grande mossa.
Di certo, la soluzione per Mps dovrà essere trovata dopo la cessione dell' ultima zavorra di circa 8 miliardi di euro di crediti deteriorati a Amco (la bad bank partecipata dal ministero dell' Economia) autorizzata dallo stesso decreto.
Cui farà seguito, in base alle condizioni poste da Francoforte, l' emissione di un bond «Tier 1» di circa 700 milioni da far acquistare per almeno il 30% dai privati (al resto ci penserà lo stesso Tesoro con i nuovi fondi messi a disposizione dal decreto Agosto già convertito definitivamente in legge).

Io che ho fatto la domanda a Nagel su Del Vecchio attraverso le domande scritte prima dell'assemblea degli azionisti di Mediobanca , ma non credo minimamente alla risposta di NAGEL, che dallo scorso anno dichiara che il suo stipendio e' stato ridotto del 40% , Bivona non era in assemblea  Mediobanca «Con Leonardo Del Vecchio esiste un proficuo rapporto professionale e di stima personale da oltre 20 anni». A due giorni dall'assemblea in agenda per domani - in forma virtuale causa covid - l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, lancia segnali distensivi nei confronti di mister Luxottica che con la sua Delfin, salita oltre il 10% del capitale e con in tasca il via libera di Bce ad arrivare fino al 20%, è ago della bilancia negli equilibri di voto.

Il rapporto con Del Vecchio, ricorda il banchiere nelle risposte scritte alle domande degli azionisti, «ha riguardato anche alcune tra le più importanti operazioni di successo del gruppo Delfin. Tale circostanza non può che favorire una positiva interazione con un importante azionista del gruppo».
All'appuntamento con i soci, che dovranno votare non solo il bilancio ma anche alcune modifiche allo statuto (tra cui la cancellazione dell'obbligo di scegliere l'ad tra i dirigenti del gruppo) e il rinnovo del cda, scegliendo tra la lista promossa dal consiglio, quella dei fondi espressione di Assogestioni e un'ultima presentata da Bluebell Capital Partners.

Proprio quest' ultima società ha chiesto conto della «remunerazione del dottor Nagel». Quest' ultima, rispondono da Piazzetta Cuccia, è scesa nel 2019-2020 del 40% rispetto all'esercizio precedente e «risulta allineata al mercato di riferimento» preso in considerazione nella relazione sulla remunerazione, «peraltro con indicatori di bilancio migliori della media del campione».
Proprio oggi Mediobanca è attesa alla prova dei conti del primo trimestre dell'esercizio 2020-2021. La media degli analisti riporta la stima di un utile netto di 140 milioni (dai 271 milioni segnati nello stesso periodo 2019) e ricavi per 595 milioni (da 684 milioni) a fronte di costi per 290 milioni (da 282, 5 milioni).
Una marcia in più potrebbe arrivare dalle commissioni del Corporate and investment banking. La banca ha rivestito il ruolo di consulente finanziario in operazioni che solo tenendo in considerazione le due principali - la fusione di Nexi e Sia e l'acquisizione di Borsa Italiana da parte di Euronext - valgono suppergiù 20 miliardi, senza contare l'intervento, sempre come advisor, in altre partite quali quella tra Intesa Sanpaolo e Ubi e, in Francia, tra Veolia e Suez.

I commercialisti costano il posto a Salvini, l'avevo avvertito tempo fa per cui l’ultimo sondaggio politico realizzato da Swg e diramato dal Tg La7 in data 26 ottobre farebbe registrare un netto calo della Lega, con Matteo Salvini che avrebbe perso un punto percentuale in una settimana.

Ad approfittare di questo autentico tonfo sarebbe soprattutto Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia è ormai saldamente terzo partito del Paese, con anche Forza Italia che viene indicata con il segno positivo.
Tra i partiti di governo, dove non mancano i mugugni per l’ultimo DPCM firmato dal premier Giuseppe Conte, ci sarebbe una lieve flessione per il Partito Democratico che comunque ora sarebbe più vicino al Carroccio.
In crescita invece ci sarebbero il Movimento 5 Stelle e La Sinistra, mentre Italia Viva di Matteo Renzi farebbe registrare una flessione al pari di Azione di Carlo Calenda, con entrambi i partiti che sarebbero di poco sopra il 3%.
Sondaggi politici: male la Lega, ride la Meloni

Se nel recente passato la grande crescita della Lega è stata tutta a discapito di Forza Italia prima e del Movimento 5 Stelle poi, letteralmente cannibalizzato durante il governo gialloverde, l’ultimo sondaggio politico di Swg andrebbe a confermare invece un’altra tendenza.
Matteo Salvini dopo aver toccato il 34% alle europee, sarebbe in costante discesa con questi voti in uscita dal Carroccio che sarebbero in gran parte intercettati da Giorgia Meloni, tanto che Fratelli d’Italia da tempo è indicato come il terzo partito del Paese.

Segnali di risveglio da parte di Forza Italia che, al pari del Movimento 5 Stelle e di La Sinistra, stando ai sondaggi ultimamente starebbe recuperando terreno dopo il calo dei consensi degli scorsi mesi.

Situazione di stallo da parte del Partito Democratico, attestato in leggera flessione e non capace di conseguenza ad approfittare del momento negativo della Lega per tornare a essere il primo partito in Italia.
In calo ci sarebbe anche Italia Viva, con Matteo Renzi che comunque sarebbe seppur di poco sopra l’attuale soglia di sbarramento del 3%. Se però dovesse passare la nuova legge elettorale, che prevede una asticella innalzata al 5%, tutto diventerebbe molto più complicato.

Stesso discorso per Carlo Calenda, fresco di candidatura a sindaco di Roma in vista delle elezioni della prossima primavera, con la sua Azione che da tempo ragiona insieme a +Europa al fine di unire le forze per avere meno paura della soglia di sbarramento.

Il Papa dovrebbe anche nominare il nuovo arcivescovo di Torino senza Susa che dovrebbe averne uno proprio visto che con l'annuncio di tredici nuovi cardinali in mezzo alla «tempesta» degli scandali finanziari, e tra le polemiche dopo l'apertura alle unioni civili per le coppie gay, papa Francesco mostra di non limitarsi a gestire il presente, ma di guardare avanti. Parola di uno dei neo-porporati, Marcello Semeraro.

Pugliese, 72 anni, vescovo di Albano, già Segretario del Consiglio dei cardinali, dodici giorni fa è stato chiamato alla guida della Congregazione delle Cause dei Santi al posto di Giovanni Angelo Becciu, congedato a causa delle operazioni finanziarie sotto la lente dei magistrati. Le inchieste in corso «rientrano nel processo di riforma della Curia all'insegna della trasparenza - afferma Semeraro - che significa anche usare i beni in modo evangelico: per il culto, il sostentamento e per i poveri. Ogni altro utilizzo è un abuso».

Eminenza, come e quando ha saputo di essere diventato un'eminenza?

«Non ho ricevuto alcuna comunicazione, l'ho scoperto come tutti seguendo da casa l'Angelus. Sono rimasto senza parole, emozionato e un po' scosso».

Il Concistoro arriva a sorpresa in mezzo alle turbolenze che stanno agitando «la barca della Chiesa»: quale messaggio lancia?

«Creando nuovi cardinali il Papa cura la Chiesa del futuro. Francesco non pensa solo al presente, non si limita a gestire le situazioni, non si ferma di fronte agli ostacoli: è un pastore che ha sempre e comunque uno sguardo proiettato in avanti. E questo è un segno di speranza e di incoraggiamento per i fedeli e non solo».

Lei è successore di Becciu: che cosa pensa delle burrasche economiche e giudiziarie che coinvolgono le Sacre Stanze?

«Non spetta a me entrare nei dettagli delle vicende. Ma sono stato segretario del Consiglio di cardinali che aiutano il Papa nel governo della Chiesa universale, perciò ho lavorato in prima persona al processo di rinnovamento della Curia. Lo abbiamo impostato ponendoci innanzitutto l'obiettivo etico della trasparenza, che sotto il profilo religioso equivale all'uso evangelico dei beni».

Che cosa significa?

«Gli unici motivi per cui la Chiesa può amministrare dei beni sono la dignità del culto e il sostentamento dei pastori, senza mai e poi mai dimenticare l'aiuto ai poveri. Quando questi fini vengono distorti, allora si tratta di un abuso. Purtroppo è possibile che avvengano, questi abusi, a causa dell'umana fragilità. Perciò dobbiamo essere sempre vigili».

Quale significato hanno le parole del Papa sulle coppie gay?

«Ha ricordato che se due persone, anche dello stesso sesso, decidono di vivere in una forma di convivenza stabile, è necessario che siano loro garantite forme giuridiche di tutela. Ma non ha aperto al matrimonio fra omosessuali, né ha stravolto la dottrina. La sua affermazione va letta alla luce dell'intero magistero del Pontefice, non si possono distaccare singole frasi. Il principio è generale».

E qual è?

«L'attenzione alla persona, che è anteriore a ogni ulteriore qualificazione (per esempio, omosessuale). La persona è sempre e comunque meritevole di custodia. Va accolta a prescindere, aiutata quando è in difficoltà, e valorizzata. È questo l'atteggiamento pastorale che predica papa Francesco, in ogni ambito».

Qual è la chiave di lettura delle nuove porpore?

«È ovvio che dalle scelte emergono le convinzioni. Guardando i nomi italiani vedo alcuni dei tratti che caratterizzano il pontificato. Per chi conosce Enrico Feroci sa quanto si sia dedicato nell'attività della Caritas. Raniero Cantalamessa è una figura ben nota di annunciatore del Vangelo. E poi, mentre prima di Francesco le scelte dei vescovi erano orientate dal prestigio di una sede episcopale (penso per esempio a Torino e Venezia), oggi questo aspetto diventa secondario».

Ci spiega?

«Prevale la figura personale-pastorale che il Papa ritiene di elevare a simbolo e a messaggio spirituale. Attenzione: non si tratta di distribuire onori, ma di mettere in evidenza dei significati che si incarnano in singole persone. Per esempio Wilton Gregory e Paolo Lojudice richiamano l'impegno per le periferie».

E Semeraro che cosa rappresenta?

«Ero insegnante, in particolare di Ecclesiologia, e mi fa piacere che molti miei ex alunni mi abbiano scritto riconoscendo che il volto della Chiesa che ho sempre sottolineato è quello di una madre che accudisce i suoi figli. Questo mi ha aiutato nel passare dalla cattedra dell'insegnamento a quella pastorale. Ed è la via su cui intendo proseguire».

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.27.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

E' chiaro che Lei Presidente Conte ha fatto un dpcm formale, per gran parte delle persone ma nei tempi sbagliati per cui sarebbe consigliabile revocarlo «Per abbattere l'indice di contagio del Covid serve un altro lockdown vero». A dirlo è Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene all'Università Cattolica del Sacro Cuore e consigliere del ministro della Salute, intervenuto oggi al webinar «Oltre l'emergenza» che si è svolto oggi in modalità virtuale a Veronafiere. «La via da seguire - ha spiegato - è quella delineata da una ricerca dell'Università di Edimburgo, pubblicata su Lancet la scorsa settimana: è necessario un altro lockdown».

“Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo”. Lo scrive il direttore d’orchestra Riccardo Muti in una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, pubblicata sul Corriere della Sera.

“Egregio presidente Conte - scrive Muti - pur comprendendo la sua difficile responsabilità in questo lungo e tragico periodo per il nostro Paese, con la necessità improrogabile di salvaguardare la salute, bene supremo, dei nostri concittadini, sento il bisogno di rivolgerLe un appello accorato”.

Muti stigmatizza come espressione di “ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità” il fatto che alcuni rappresentanti di governo avrebbero definito “superflua” e osserva che la decisione di chiudere teatri e sale da concerto “non tiene in considerazione i sacrifici, le sofferenze e le responsabilità di fronte alla società civile di migliaia di Artisti e Lavoratori di tutti i vari settori dello spettacolo, che certamente oggi si sentono offesi nella loro dignità professionale e pieni di apprensione per il futuro della loro vita”.

“Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. I teatri sono governati da persone consapevoli delle norme anti Covid e le misure di sicurezza indicate e raccomandate sono state sempre rispettate. Spero che lei possa accogliere questo appello, mentre, fiducioso, la saluto con viva cordialità”, conclude il maestro napoletano.

Le ultime restrizioni sul mondo dello spettacolo, un'altra mazzata su tutto l'ambiente, che cosa pensa Simone Cristicchi?

«Io sono abbastanza deluso da questa ultima decisione. Perché, insomma, il teatro ha dimostrato di essere un luogo sicuro in questi mesi. Molto più pericolosi, mi viene da dire, sono i ristoranti. A teatro non si parla, si ascolta, si sta zitti. Non si canta come a messa. In realtà trovo veramente che sia un accanimento. La cultura come l'ultima ruota del carro».

Tante persone che vanno in sofferenza economica.

«Sono amareggiato come i miei tecnici. Io stasera faccio l'ultima replica a Ravenna. Finiamo così, se ne riparlerà a dicembre. Le altre due date, quella di Forlì e Bellaria, sono saltate pur avendo il teatro pieno. Spettacoli sold out».

Un vero peccato. E ora che si fa?

«Chissà magari si deciderà di fare teatro in salotto con massimo cinque spettatori distanziati e con la mascherina. Oppure tutti in chiesa, visto che le chiese sono immuni rispetto ai teatri. Anzi, noi artisti e il pubblico teatrale chiediamo aiuto al Vaticano. Perché ci facciano fare gli spettacoli dentro chiese, cattedrali, monasteri, conventi. Più gli spazi sono grandi e meglio è. Ovviamente è una provocazione però perché no?».

Presidente Conte gli stacchi la spina . Di fatto non sanno dirci quasi nulla sul virus da dove viene ? come si trasmette ?

Per curarlo usano quello che c'e' da tempo cortisone, eparina, e siero dei guariti.

Minimizzando da 100 anni il contagio da contatto per scarsa igiene delle mani. E' ovvio che il virus si diffonda ma per contagio delle mani dalle cose, quindi indiretto, raramente diretto dalle persone.

I test fatti per dimostrare il contagio respiratorio non sono reali ed impossibili .

Secondo Ricciardi, come emerso dal webinar che ne ha diffuso il testo, «per ridurre l'indice di contagio del 24% è necessario un lockdown, un'altra riduzione del 15% si avrebbe con la chiusura delle scuole, un altro 13% con lo smartworking generalizzato nel pubblico e nel privato e un 7% con interventi sul trasporto pubblico».

Secondo Ricciardi «in Europa la situazione è fuori controllo perché i governi esitano a prendere le decisioni coraggiose che servono al momento giusto, anticipando il virus e non rincorrendolo». Riferendosi alle misure adottate dagli ultimi Dpcm, ha aggiunto: «Il coronavirus non si riesce a contenere: è necessario mitigare, e questo avviene solo con dei lockdown veri, non con queste misure di facciata. Se abbiniamo gli strumenti tecnologici che abbiamo al pensiero razionale possiamo invertire la curva e affrontare un inverno non così drammatico come invece si sta prospettando». In Italia, «con un indice di contagio pari a 2,5 e decine di migliaia di focolai».
L'insieme di lockdown e le altre procedure elencate, spiega Ricciardi, «in otto giorni stabilizzerebbero e farebbero poi calare drasticamente la curva del contagio. Affidarsi alla responsabilità dei singoli cittadini, nella migliore delle ipotesi, porterebbe invece ad una riduzione dei contagi di appena il 3%»

Idem per le mascherine «Quando sono venuta in Italia quest'estate, portavo sempre la mascherina. Un po' per l'aria diversa, i pollini e la luce diversa, mi è scoppiata una sinusite che secondo me era 'da mascherina' che mi ha fatto venire una fortissima emicrania.

L'effetto scatenante è stata la mascherina, ma bisogna metterla: vorrei sempre vedere tutti gli italiani con la mascherina, con il naso coperto: i recettori sono sul naso...». Lo ha raccontato la professoressa Ilaria Capua conversando sulla pagina Facebook 'Il Libraio', nell'evento in cui la direttirce dell'One Health Center of Excellence dell'Università della Florida risponde alle domande degli utenti su 'Ti conosco mascherina', il libro per bambini scritto durante la pandemia.
«Tutto questo finirà. Non è la prima brutta cosa con cui dobbiamo convivere. Conviviamo con tante altre brutte cose, non solo con il virus», dice la scienziata. «Se uno ha la mascherina e sta ad un metro di distanza, va bene. Io ragiono in termini di bolla di rispetto: faccio finta di essere all'interno di un pallone. Se qualcuno entra nel mio spazio di rispetto, mi scanso», aggiunge.

«Dobbiamo convivere con questo coinquilino, dobbiamo proteggerci mettendo in atto una serie di misure che aiutino la popolazione a rimanere il più possibile protetta. Dobbiamo voler salutare il virus e per mandarlo sotto la soglia di pericolosità, dobbiamo lavorare tutti insieme», afferma ancora.

Presidenti ve l'ho gia' scritto cambiamo il ministro della sanita' se vogliamo prendere delle decisioni ragionevoli.

Piu' che lookdown e "ristori" lasciate lavorare la gente nel rispetto dei protocolli igenici del lavaggio mani ad ogni contatto, senza guanti,  e igenizzazione con ozono dei mezzi pubblici ad ogni fermata al capolinea a mezzo chiuso senza persone a bordo.

Suona come un tuono dal rumore assordante il DPCM che mette alle strette tutto il sistema della ristorazione. Ancora di più, l'eccellenza italiana. Chicco Cerea, tra gli 11 tre stelle del nostro Paese con il ristorante Da Vittorio a Brusaporto (Bergamo), è inerme. «È da mesi ormai che oltre alla preoccupazione per la salute, viviamo con la preoccupazione per l'azienda. Ci adeguiamo ai protocolli, mettiamo in campo tutte le precauzioni, igienizziamo i locali: pranzo o cena, cosa cambia?».

La ristorazione, soprattutto quella alta, così va al lastrico?

«Bisogna essere coerenti. Se si decide una cosa, o la si fa o no. Solo a pranzo non si riesce a coprire le spese. E senza aiuti veri dallo Stato, non si riesce ad andare avanti. Eppure, noi dell'alta gastronomia, saremmo la ristorazione più sicura».

Si dovevano prevedere misure differenziate?

«Sicuramente non si può fare di tutta l'erba - di centinaia di migliaia di esercizio pubblici - un fascio. E l'alternativa dell'asporto è più spesa che impresa. E perché, invece, si può andare tutti a sciare in cabinovia? La chiusura che ci chiedono è inaccettabile. Come si pagano le tasse? Noi chiediamo di chiudere, utilizzare il Fis e non pagare le tasse per quest'anno e i mesi da qui in avanti. È insostenibile questa situazione per noi».
«Si ha il dialogo, ma sempre dopo purtroppo. Non siamo una categoria tenuta in considerazione. Eppure, supportiamo l'agroalimentare e diamo con il nostro lavoro e sacrificio lustro all'Italia nel mondo. Dovrebbero chiudere solo chi non si adegua ai controlli e al protocollo di sicurezza».

"Per l’Agenzia delle entrate non è possibile che noi vendiamo le piadine vuote. Per loro non l’abbiamo raccontata giusta ed erano farcite. Così ci chiedono 6.500 euro entro il 30 ottobre". Se la Piadineria Selvaggia, solo di nome e non certo fiscalmente ci tengono a puntualizzare i titolari, non pagherà quanto chiesto, la cifra aumenterà.


Alessandro da anni aiuta la compagna Selvaggia Crema a mandare avanti la piccola piadineria su ruote. Un food track, per usare il termine corrente, che solca lo stivale portando la piadina in regioni e paesi, facendo conoscere quanto può essere speciale questo semplice prodotto alimentare nato a ridosso dell’Adriatico.

Passione e una sana follia anima la coppia che ha iniziato la propria attività in Trentino diversi anni fa. "Viviamo a San Clemente, ma al tempo avevamo deciso di andare ad abitare in Trentino prendendo anche la residenza. Lì abbiamo avviato la nostra attività - racconta Villa -. Non è stato semplice, anzi era difficile far tornare i conti così con il tempo siamo ‘scesi’ nelle regioni centrali partendo dalla Toscana, anche se di fatto questa attività su ruote ci porta in giro per il Paese nelle grandi fiere del cibo di strada che si tengono".

Alessandro ha il suo impiego, mentre Selvaggia mette anima e corpo nel preparare le piadine. Fanno tutto loro, nulla di preparato. Nel corso degli anni sono anche arrivati riconoscimenti "di cui andiamo fieri. Non è certo una attività che ti arricchisce. Le difficoltà sono tante ed è la passione di Selvaggia a essere fondamentale". Poi un giorno arriva una lettera dall’Agenzia delle entrate di Belluno, "perché l’attività l’avevamo aperta quando eravamo residenti in Trentino".

Nella quale "ci scrivono che secondo loro non è possibile che noi abbiamo venduto piadine vuote. Per loro non è possibile perché antieconomico. Per noi invece era un piccolo aiuto in più quando il turista o il cliente ci chiedeva un pacco di piadine prima di andarsene. E’ ovvio che una vuota costa poco, ma è sempre meglio che niente".

Una piadina costa un euro o meno, una farcita sei volte tanto. L’Agenzia ha fatto i propri conti e li ha presentati alla Piadineria. "Non è l’unica contestazione che ci muovono. Secondo loro una piadina deve pesare 80 grammi, non di più. Facendo i conti su quanta farina e lievito utilizziamo ci dicono che ne abbiamo prodotte più di quanto dichiariamo. Ma una piadina da 80 grammi il cliente non me la mangia, anzi me la tira addosso. Ne servono almeno 120. Tutto questo lo ha deciso l’Agenzia. Non ci hanno contestato i numeri e i registri perché fiscalmente va tutto bene. E non da oggi, in tanti anni mai avuto una sanzione, uno scontrino non emesso e così via".

Oggi Alessandro e Selvaggia cercano un aiuto. Con un post su Facebook si sono appellati al buon cuore di un avvocato che li aiuti pro bono. "Ci hanno contattato alcuni professionisti da var ie parti d’Italia. Abbiamo pochi giorni per agire".

Altrettanto chiaro e' che finalmente il Papa con un annuncio a sorpresa dopo l' Angelus di ieri, papa Francesco ha reso nota la sua settima infornata di cardinali.

Il concistoro ci sarà il prossimo 28 novembre e saranno create 13 nuovi porpore, di cui 9 con meno di 80 anni e quindi elettori in un eventuale conclave. I 120 cardinali elettori presenti oggi, tenendo conto anche dell' esclusione del cardinale Angelo Becciu, a cui il Papa ha di fatto precluso questa facoltà per le note vicende di scandali finanziari, arriveranno a 128 con la nuova infornata, tenuto conto anche che il 12 novembre compirà 80 anni l' emerito di Washington Donald W. Wuerl.

A oggi papa Francesco ha nominato quasi il 70% dei cardinali elettori blindando così il conclave con pastori vicini alla sua agenda, come confermano anche i nomi del prossimo concistoro. Si conferma così molto lontano dal metodo che utilizzavano i suoi predecessori, più attenti a esprimere nelle nomine le diverse anime intraecclesiali.

Tra i nuovi elettori ci sono 3 italiani, tra cui il neo nominato prefetto della Cause dei santi al posto di Becciu, monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano. La nuova porpora è anche segretario del Consiglio di cardinali (il cosiddetto C6); è un uomo vicinissimo al Papa, già impegnato a sostenere l' agenda del pontefice durante il doppio sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015, si tratta di un vescovo impegnato nella pastorale di accoglienza per le persone omosessuali. Tra i neo elettori anche il vescovo di Siena, monsignor Augusto Paolo Lojudice, 56 anni, conosciuto come «il prete dei rom».

Dopo le recenti dichiarazioni del Papa sulla possibile apertura a una tutela legale per coppie omosessuali Lojudice ha dichiarato che Francesco «aveva già fatto un pronunciamento ministeriale sull' Amoris laetitia, aveva messo a sistema il fatto che non perché una persona sia diversa debba essere discriminata». L' altro italiano che diventa cardinale elettore (direttamente, senza neppure essere vescovo) è l' attuale padre guardiano del Sacro convento di Assisi, Mauro Gambetti, frate minore conventuale nato nel 1965.

Tra gli altri nuovi cardinali elettori spiccano due nomi, quello dell' arcivescovo di Washington, monsignor Wilton Gregory, e quello del maltese Mario Grech, emerito di Gozo e segretario generale del sinodo dei vescovi. Entrambi pastori in linea con l' agenda del pontificato. La berretta rossa a Gregory rinnova la sfida lanciata a suo tempo da Francesco all' episcopato statunitense: Gregory è stato scelto come successore del cardinale Wuerl ed è parte di quella schiera di prelati che negli Stati Uniti vengono chiamati come «team Francis» di cui il capofila può essere considerato il cardinale di Chicago Blase Cupich.

Negli Stati Uniti Gregory è molto discusso per le sue aperture verso le diaconesse e per aver difeso il controverso padre gesuita James Martin impegnatissimo nella causa Lgbt. Il maltese Grech è un uomo di grande apertura pastorale, come ha dato modo di mostrare durante il doppio sinodo sulla famiglia schierandosi per la comunione ai divorziati risposati.

Gli altri nuovi cardinali elettori saranno l' arcivescovo ruandese Antoine Kambanda; il filippino Jose Fuerte Advincula; l' arcivescovo di Santiago del Cile, il cappuccino Celestino Aós Braco; il vicario apostolico del Brunei, Cornelius Sim.

Altri quattro cardinali sono ultraottantenni, e quindi non elettori, tra essi il nunzio apostolico Silvano Tomasi, già osservatore permanente alle Nazioni Unite di Ginevra, padre Raniero Cantalamessa, cappuccino, predicatore della Casa pontificia, e il parroco del Divino Amore a Castel di Leva, don Enrico Feroci.

Mancano nove giorni alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti e papa Francesco all'Angelus annuncia la nomina del primo cardinale afroamericano della storia: Wilton D. Gregory, l'arcivescovo di Washington, che non ha esitato ad attaccare pubblicamente Trump nei giorni infuocati delle proteste di Black Lives Matter.

L'incarico di pastore della Capitale Usa è considerato il più influente della Chiesa americana, snodo cruciale e imprescindibile delle relazioni con il potere politico. Tradizionalmente ha stretti rapporti con i presidenti e i diplomatici, oltre che con i leader della cultura. Dunque se resterà inquilino della Casa Bianca, il tycoon avrà come «scomodo» vicino di casa non più «solo» il Capo della diocesi, ma una nuovo simbolo porporato della Chiesa universale, potenziale protagonista di un eventuale Conclave.

Wilton Daniel Gregory, 72 anni, originario del South Side di Chicago (dove è cresciuta Michelle Obama), nell'Illinois, si è convertito al cattolicesimo da teenager. È considerato un progressista, vicino alle sensibilità del pontificato argentino su questioni come l'ecologia, le migrazioni e la pastorale con le persone omosessuali. «Ma riesce a farsi apprezzare anche da molti cattolici della galassia opposta, i "cultural warriors" ("guerrieri culturali") delle battaglie contro l'aborto e in difesa della famiglia "tradizionale"», dice un prelato d'Oltretevere esperto di geopolitica ecclesiastica. Prima di diventare arcivescovo di Atlanta, Gregory è stato vicecapo e poi capo dei vescovi Usa per tre anni.

Ha reclamato con forza una svolta in Vaticano per proteggere i bambini vittime degli abusi sessuali emersi dallo scandalo rivelato dal Boston Globe nel 2002. Ed è stato tra i promotori della «Carta di Dallas» finalizzata alla protezione dei minori. Bergoglio ha «molta stima di lui e di ciò che rappresenta», racconta il prelato della Santa Sede. E infatti Francesco sceglie Gregory come guida della Chiesa di Washington il 4 aprile del 2019, anniversario dell'assassinio di Martin Luther King, ucciso a Memphis in Tennessee nel 1968. C'è chi interpreta il ruolo affidato a Gregory una sorta di prologo alle richieste del movimento Black Lives Matter contro il razzismo.

A maggior ragione dopo il 2 giungo scorso, quando Trump con la First Lady Melania è andato al santuario nazionale di Washington, che contiene un'ampolla di sangue di papa san Giovanni Paolo II. Il Presidente ha incassato la dura critica del vescovo «dirimpettaio», che ha denunciato l'uso politico della religione: è «incomprensibile e riprovevole» che un centro cattolico «si sia lasciato così vergognosamente strumentalizzare e manipolare in un modo che viola i nostri principi religiosi, che ci chiedono di difendere i diritti di tutte le persone, anche di quelle con cui non siamo in accordo».
Il Presule rincarava la dose ricordando l'impegno di Wojtyla per i diritti umani e condannando «l'uso dei lacrimogeni e di altri deterrenti per mettere a tacere, disperdere o intimidire i manifestanti per una photo opportunity», un riferimento alla foto di Trump con Bibbia in mano davanti alla Saint John's Episcopal Church su Lafayette Square. Ieri le prime parole del neo cardinale sono state di ringraziamento al Papa «per questa nomina, che mi permetterà di lavorare più strettamente con lui nell'occuparmi della Chiesa di Cristo».

Lei Sergio Mattarella ha deciso di convocare il Consiglio supremo di difesa per oggi come anche Macron in Francia. E' chiaro che non e' causale.

Il Consiglio supremo di difesa è un organo di rilevanza costituzionale preposto all’esame dei problemi generali politici e tecnici attinenti alla sicurezza e alla difesa nazionale.

Il Consiglio è presieduto dal Capo dello Stato ed è composto dal Presidente del Consiglio dei ministri, dai Ministri per gli affari esteri, dell’interno, dell’economia e delle finanze, della difesa e dello sviluppo economico e dal Capo di stato maggiore della difesa. Partecipano per prassi alle riunioni del Consiglio il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, il Segretario generale della Presidenza della Repubblica ed il Segretario del Consiglio supremo di difesa.
A seconda delle circostanze e della materia trattata, possono essere chiamati a prendere parte alle riunioni anche altri ministri, i Capi di stato maggiore di Forza armata, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, il Presidente del Consiglio di Stato, nonché ulteriori soggetti e personalità in possesso di particolari competenze in campo scientifico, industriale ed economico ed esperti in problemi militari.

In poche parole il Consiglio supremo di difesa è il principale strumento attraverso il quale il Capo dello Stato acquisisce circostanziate conoscenze degli orientamenti del Governo in materia di sicurezza e difesa, per poter svolgere adeguatamente il complesso ruolo di equilibrio e garanzia attribuitogli dalla Costituzione e, secondo i soliti bene informati, stavolta tema e oggetto principale della convocazione sarà il "coronavirus" o, per meglio dire, analizzare ed approfondire le ripercussioni che il Covid sta avendo sugli equilibri strategici nazionali ed internazionali. Quindi può decidere la revoca dell'ultimo dcpm  per non leggere la disperazione colta dalla figlia, che ha postato sui social l’immagine del padre Giuseppe Tonon, titolare del ristorante gelateria Ca’ Lozzio di Oderzo, provincia di Treviso. «Questo è mio papà. Un uomo che si è fatto dal niente, dalla povertà di una famiglia di mezzadri veneti. Una famiglia numerosa dove le donne dicevano che non avevano fame pur di lasciare il cibo ai figli. Gente umile, senza tanti fronzoli per la testa» scrive Elena Tonon, anche lei impegnata nell’attività.

«Beppo», come lo chiama chi lo conosce, è seduto all’ingresso del suo tribolato locale, vestito con il camice blu e le gambe incrociate sotto il tavolo. «Questa è la mazzata finale» ha detto sabato, quando è stato pubblicato il post ripreso dal «Corriere». Temeva di non poter lavorare neppure la domenica. Non è così, ma chissà se la consolazione l’avrà fatto sorridere

Ha senso continuare a spendere i soldi  per cercare l'acqua sulla Luna c'è per davvero e potrebbe essere più accessibile del previsto: la svolta per le future missioni umane arriva da due studi pubblicati su Nature. Il primo, coordinato dalla Nasa, dimostra la scoperta inequivocabile della 'firma' della molecola di acqua (H20), rilevata per la prima volta sulla Luna dal telescopio volante Sofia. Il secondo studio, condotto dall'Università del Colorado, stima invece che oltre 40.000 chilometri quadrati di superficie lunare potrebbero intrappolare acqua sotto forma di ghiaccio in piccole cavità ombreggiate.

Ricerche precedenti avevano indicato la possibile presenza di acqua sulla superficie lunare, soprattutto vicino al polo Sud, ma gli strumenti usati per le rilevazioni non permettevano di distinguere se il segnale derivasse dalla molecola d'acqua H2O o dall'idrossile (OH) legato ai minerali. Il telescopio Sofia, montato a bordo di un Boeing 747, ha risolto il mistero analizzando lo spettro della Luna a una lunghezza d'onda di 6 nanometri a cui l'acqua non può più essere confusa con altro. "Aver visto la firma spettrale della molecola d'acqua è un grande passo avanti, perché ci permette finalmente di risolvere una questione aperta da anni", commenta Enrico Flamini, presidente della Scuola Internazionale di Ricerche per le Scienze Planetarie (IRSPS) presso l'Università di Chieti-Pescara.

I risultati delle analisi dimostrano che a latitudini più meridionali l'acqua è presente in abbondanza (circa 100-400 parti per milione), probabilmente sequestrata in matrici vetrose o rocciose. "Questo ci dice che la Luna potrebbe essere meno arida del previsto - aggiunge Flamini - ma non è ancora possibile stabilire quanta acqua ci sia e quanta sia utilizzabile: di certo questa scoperta ci aiuterà a pianificare meglio le future missioni". Più ottimisti i ricercatori dell'Università del Colorado, che col loro studio ipotizzano la presenza diffusa di 'trappole' d'acqua sulla superficie lunare: "se avessimo ragione - afferma Paul Hayne - l'acqua potrebbe essere più accessibile per ottenere acqua potabile, carburante per i razzi, tutto ciò per cui la Nasa ha bisogno di acqua".

Intanto quando arrivò sugli schermi «The Interview», la commedia prodotta dalla Sony che metteva in scena l' uccisione di Kim Jong-un, la reazione nordcoreana si spinse fino a un hackeraggio dei server della major. Era solo fiction. L' attacco riuscì e si cancellò la «prima». Sei anni dopo, un copione diverso imbarazza Pyongyang. Un docu-film coprodotto dalla Bbc che proverebbe l' elusione delle sanzioni internazionali sulla vendita di armi da parte del regime.

Protagonista uno chef, il danese Ulrich Larsen, oggi 44enne, infiltratosi per dieci anni in un' associazione pro Corea del Nord. Infine giunto, a detta sua, a negoziare contratti con emissari di Kim Jong-un. Il giorno dopo la messa in onda, lo scorso 13 ottobre, i ministri degli Esteri danese e svedese hanno detto di voler portare il girato alle Nazioni Unite. Per Hugh Griffiths, ex coordinatore della commissione Onu sulla Corea, il documentario «The Mole» è altamente credibile. «Tutto falso» per il regime.

Ma chi c' è dietro l' opera che sta facendo vacillare Pyongyang? Un cuoco disoccupato che s' inventa un mestiere. Infiltrarsi in Corea e smascherare triangolazioni per vendere armi pesanti al miglior offerente. Tutto comincia dieci anni fa. Larsen vede un film su un viaggio in Corea del connazionale Mads Brügger, «The Red Chapel», e contatta il cineasta chiedendogli di continuare il lavoro.
Da chef in degenza si trasforma in 007. Nel 2009 si unisce a una filiale della Korean Friendship Association (Kfa). Si guadagna la fiducia del capo, si «cucina» un intermediario spagnolo. Recluta un altro personaggio per interpretare un uomo d' affari scandinavo con molti soldi e senza morale. Con costui, vola in Corea dove, in un bunker, alcuni funzionari mostrano un «menu» di armi, missili, carri armati da acquistare.
Un altro aspetto del film, d' interesse per l' Onu, è l' apparente coinvolgimento di diplomatici per schivare le sanzioni. In una sequenza, Larsen è all' ambasciata a Stoccolma, riceve i piani di un progetto in Uganda da tale Mr Ri. Filma tutto con telecamere nascoste. Mr Ri chiede discrezione: «Se accade qualcosa, l' ambasciata non ne sa niente, ok?».

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.26.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

 

PERCHE' PER COLPA DI QUESTI

Primo giorno di scuola di sci. Maschera e mascherina, casco, crema, voglia e pazienza: c'era tutto quello che serviva, peccato che ci fosse anche una lunga coda, a Cervinia, per la tradizionale apertura autunnale degli impianti da sci. La voglia di neve, dopo un inverno congelato a febbraio, ha richiamato oltre duemila persone. Che in fila per tre, col resto di due e più, hanno formato una colonna che ha fatto, prima, impazzire i social e poi impensierire l'intero settore degli sport invernali.

folla a cervinia all apertura delle piste folla a cervinia all apertura delle piste

La stradina che collega gli immensi parcheggi era colma: qualche steward si inerpicava su e giù a chiedere di mantenere le distanze. Gli altri traghettavano all'interno e alle casse una anche automatica una decina di persone alla volta, dopo aver provato loro la febbre, consegnando la mascherina a chi non la portasse. «Giornaliero, stagionale?», spiegazioni di rito e via attraverso i tornelli, poi ancora qualche ingorgo sui primi impianti e, infine lei, la neve. Bianca e libera, perché una volta in quota, di assembramento - va detto -, nemmeno l'ombra. Trenta euro per stare sul versante italiano, 63 per sconfinare oltre quota 3mila sul ghiacciaio di Plateau Rosà

folla a cervinia all apertura delle piste calca in funivia folla a cervinia all apertura delle piste calca in funivia

Fra le 10 e le 11 la ressa era scomparsa, ma il dubbio che qualcosa sia andato storto resta: «Tutte le casse erano aperte, abbiamo fatto allungare la coda all'esterno proprio per non ingolfare gli interni -, spiega Matteo Zanetti neo presidente della società impianti -. Accettiamo le osservazioni costruttive e siamo contenti che Cervinia, che da sempre inaugura prima degli altri, possa fare da apripista, mettendo in luce le criticità».

Che ieri non sono mancate: la vendita degli stagionali ha un iter più complesso e anche chi aveva prenotato via web doveva, come primo giorno, validare il voucher in cassa. Tutte procedure da snellire, incentivando la consegna del ticket in albergo o comunque l'acquisto on line, ormai possibile, anche grazie a circuiti prepagati o carta di credito.

folla a cervinia all apertura delle piste 3 folla a cervinia all apertura delle piste 3

«Le code, però, si formeranno comunque - spiega Valeria Ghezzi, presidente di Anef - Associazione nazionale esercenti funiviari, che rappresenta il 90% delle imprese di settore - proprio per evitare di fa sostare la gente al chiuso». Anef sta limando un protocollo che molte Regioni hanno già sottoscritto: fra i punti cardine, sanificazione delle seggiovie, finestrini aperti su ovovie e funivie, accessi contingentati, divieto di «svestirsi» a bordo, togliendo casco e guanti, divieto di parlare al cellulare in quei pochi minuti di viaggio. Modulabile anche la velocità degli impianti, a seconda dell'afflusso: «A pieno ritmo - spiega Zanetti - smaltisci le code a valle; più lento, fluidifichi eventuali code sulle piste».

folla a cervinia all apertura delle piste folla a cervinia all apertura delle piste

L'imperativo è uno: meglio sbagliare ora che a dicembre, quando (al netto di nuovi lockdown) partirà ovunque la piena stagione. La preoccupazione, dato il confronto con la folla quotidiana che usa metrò o mezzi locali, è quella di non venire più additati come «untori», come avvenne in primavera. «Lo sci si fa all'aperto e imbacuccati», sottolinea Ghezzi che però lancia un messaggio: «Io capisco atleti e sci club, per cui la neve è equiparabile ad un lavoro, ma forse, se il nostro Governo ci chiede di evitare il superfluo, potremmo tutti aspettare a sciare». Rinunciare oggi, «per avere una vera stagione da dicembre, quando i numeri dello sci diventano davvero fondamentali». «Per almeno 60mila lavoratori e l'economia di tutte le alpi». E non solo per la passione di qualche curva, ancora fuori stagione.

CI DOBBIAMO RIMETTERE TUTTI ?

Se volete governare questo paese non potete fermarlo chiudendo scuole e stadi perché se no la gente capisce sempre meno e reagisce sempre più.

Il 27 ottobre al Quirinale la riunione del Consiglio Supremo di Difesa

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa, al Palazzo del Quirinale, per martedì 27 ottobre 2020, alle ore 17.00.

L’ordine del giorno prevede la trattazione dei seguenti temi:

- conseguenze dell'emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla NATO e all'Unione Europea. Aggiornamento sulle principali aree di instabilità e punto di situazione sul terrorismo transnazionale. Prospettive di impiego delle Forze Armate nei diversi teatri operativi;

- prontezza, efficienza, integrazione e interoperabilità dello Strumento Militare nazionale. Bilancio della Difesa e stato dei programmi di investimento in relazione alla fluidità del contesto di riferimento e agli obiettivi capacitivi di lungo periodo.


Roma, 20/10/2020
 

Sono sempre più convinto che il virus viaggi su oggetti che tocchiamo prima di toccare le mucose senza lavarci le mani ,

I super-ricchi in Cina hanno guadagnato 1.500 miliardi di dollari durante la pandemia. Lo rivela il rapporto Hurun, un istituto di ricerca con sede a Shanghai, famoso per la sua lista annuale di super-ricchi. I Paperoni cinesi negli ultimi cinque mesi hanno nesso da parte più ricchezza degli ultimi cinque anni messi insieme, grazie al boom dell’e-commerce e a quello dei giochi online. la loro ricchezza totale è arrivata a quota 4 mila miliardi di dollari.
È un rapporto focalizzato sulla Cina che — sia pure con numeri diversi per metodologie di calcolo rispetto per esempio alle classifiche dei miliardari di Forbes o Bloomberg, perché comprende possessori di ricchezza con almeno 2 miliardi di yuan, pari a 290 milioni di dollari — evidenzia un fenomeno che è globale, quello della concentrazione di ricchezza durante l’epidemia di Covid-19 e il lockdown grazie ad alcuni business particolari.
Fino ad agosto i cinesi entrati ex novo nel club dei super-ricchi sono stati 257, per un totale di 878 persone. Forbes, che ferma il suo conteggio annuale ad aprile e usa un criterio più restrittivo (ricchezza pari ad almeno 1 miliardo di dollari) registrava 643 super-ricchi in Usa e 456 in Cina.

Nella classifica «Hengchang Shaofang·Hurun China Rich List 2020» stilata da Hurun Research è in testa Jack Ma, il fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba. La sua ricchezza è salita del 45% a 58,8 miliardi dollari, grazie ai mega-incassi che le aziende dello shopping online hanno fatto con il lockdown.

Al secondo posto c’è Pony Ma (57,4 miliardi), capo del gigante dei gioco online e proprietario di WeChat, il quale ha incrementato il suo patrimonio del 50%, nonostante le preoccupazioni per le prospettive statunitensi, dopo che la sua azienda è stata messa da Washington nella lista nera a causa dei timori per sicurezza nazionale Usa.

Al terzo posto c’è Zhong Shanshan, 66 anni, noto per il suo marchio di acqua in bottiglia Nongfu, che possiede 53,7 miliardi di ollari dopo un’IPO a Hong Kong a settembre. «Il mondo non ha mai visto tanta ricchezza creata in un solo anno», ha detto in un comunicato il capo ricercatore del rapporto Hurun, Rupert Hoogewerf.

In un anno è stata creata tanta ricchezza quanto nei cinque anni precedenti messi assieme. L’elenco di quest’anno mostra che la Cina si sta «allontanando da settori tradizionali come la produzione e il settore immobiliare e viaggia con decisione in direzione della new economy.
Wang Xing, fondatore dell’app di consegna del cibo Meituan, ha quadruplicato la sua ricchezza ed è balzato al tredicesimo posto nella lista con 25 miliardi di dollari, mentre Richard Liu, il fondatore della piattaforma di shopping online JD.com ha raddoppiato i suoi soldi attestandosi a 23,5 miliardi di dollari. Anche gli imprenditori sanitari sono saliti in classifica sulla scia della pandemia, con Jiang Rensheng, fondatore del produttore di vaccini Zhifei, che ha triplicato il suo patrimonio a 19,9 miliardi di dollari.

Intanto ogni giorno di lockdown per il Covid può rappresentare, in Italia, un serio rischio per almeno mezzo miliardi di euro di prodotto interno lordo, solo se consideriamo i settori del commercio e del turismo. Questi due comparti dell’economia italiana, infatti, pesano per circa il 12% su un totale, stimato dal governo per il 2020, di oltre 1.600 miliardi di pil. In altri termini: circa 3,5 miliardi a settimana e oltre 15 miliardi al mese.

Si tratta, tra l’altro. di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, grande distribuzione, concessionari automobilisti, ambiti nei quali sono maggiormente attive le piccole e medie imprese. È quanto calcolato dal Centro studi di Unimpresa, secondo cui il commercio e il turismo, i settori maggiormente penalizzati da chiusure e misure restrittive, valgono, per quest’anno, quasi 198 miliardi di euro sull’intero prodotto interno lordo nazionale, che, nelle stime della Nota di aggiornamento di economia e finanza, dovrebbe attestarsi, a fine anno, a 1.647,2 miliardi.

«I danni collaterali di una nuova chiusura generalizzata possono essere peggiori, sia sul piano della salute (perché molte malattie non vengono curate né diagnosticate) sia sul versante economico (perché non ci sono sufficienti soldi pubblici per ristorare chi perde incasso e fatturato), di quelli che cagionati direttamente dalla pandemia. Non ci sono soldi pubblici per tutti, inutile girarci intorno: le decisioni del governo devono essere improntate al massimo equilibrio: le pmi vanno tutelate e le famiglie aiutate.

Resta un bel po’ di amarezza. Ad agosto, quando c'erano primi segnali di ritorno del Coronavirus, tutti hanno lasciato correre, sia per consenso generale sia perché si votava in alcune regioni chiave per l’attuale maggioranza parlamentare. Adesso, invece, non sanno cosa fare e improvvisano. Tutto questo dopo aver sprecato sei mesi per migliorare tracciamento, trasporto pubblico locale e edilizia scolastica-universitaria» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il commercio e il turismo sono i settori destinati a pagare il prezzo più alto di un eventuale lockdown o, comunque, di altre misure restrittive. Questi due settori valgono circa il 12% del pil del Paese: vuol dire che si tratta di circa 197,6 miliardi sul totale del prodotto interno lordo 2020, calcolato dal governo con l’ultima Nadef, in 1.647,2 miliardi.

La media giornaliera, senza distinguere tra giorni feriali e festivi, è di 541,5 milioni di euro: è questo, in sostanza, il giro d’affari giornaliero di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, grande distribuzione, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, concessionari automobilistici, solo per indicare i comparti più noti ai cittadini, dove operano principalmente le piccole e medie imprese.

Per il vicepresidente di Unimpresa «adesso serve fermezza e giudizio: non potendo nemmeno immaginare un eventuale lockdown, bisogna tutelare le categorie più a rischio per questa malattia e, quindi, lasciare in casa i più anziani, gli immunodepressi, coloro che hanno già altre importanti patologie. Poi, occorre mantenere obbligatorio l’utilizzo di dispositivi individuali di protezione e limitare gli assembramenti, ma oltre non è possibile andare: non possiamo permettercelo».

Chi pagherà e quanto per il salvataggio delle banche ?

Martedì prossimo il responsabile della vigilanza bancaria della Bce Andrea Enria si confronterà con gli eurodeputati della commissione problemi economici e monetari. Al centro dell' attenzione generale c'è la crescente preoccupazione per gli effetti economici e finanziari della seconda ondata pandemica. Con un problema immediato, che interessa molto da vicino anche l' Italia, il cosiddetto calendar provisioning: si tratta dell'azzeramento dei crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni dei crediti coperti da garanzie reali, prevista dalla normativa Ue.

In un contesto di recessione la progressiva svalutazione di tutti i crediti deteriorati fino al 100% può comportare effetti negativi sull' erogazione del credito. L' Associazione bancaria italiana ha chiesto di modificare quelle regole data la situazione. Inoltre, si tratta di valutare se è il caso o meno di procedere verso una gestione accentrata dei crediti deteriorati oppure no.
Il riferimento è alla creazione di una bad bank, una banca-veicolo paneuropea nella quale far confluire gli asset deteriorati per poi gestirne la vendita. È una prospettiva sulla quale si discute da tempo e uno dei fautori è stato fin dall' inizio Andrea Enria, già quando guidava l' Autorità bancaria europea (Eba). Non se ne fece nulla soprattutto perché la Germania in particolare (ma non solo) temeva di dover sostenere i sistemi bancari di Paesi con alti livelli di sofferenze (tra cui l' Italia).

E così è stato. In una recente intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, Enria ha indicato che in caso di una recessione più severa quest' anno, con un Pil a -10% e non a -7,2% (scenario di base) «con una seconda ondata di contagi e di misure di contenimento i crediti cattivi arriverebbero a 1.400 miliardi, più di quanto furono nell' ultima crisi finanziaria». Richiesto di chiarire se è il caso di rilassare le regole sui crediti cattivi, Enria aveva risposto: «Sono assolutamente convinto che sia meglio per le banche e i loro clienti ripulire i bilanci bancari il più velocemente possibile.

Sono molto lieto che abbiamo introdotto regole e pratiche di vigilanza dopo l' ultima crisi per costringere le banche a riconoscere e liquidare i crediti inesigibili prima. Nella crisi attuale questo è più importante che mai». Quanto alla prospettiva di una bad bank paneuropea, il responsabile della vigilanza Bce ribadiva che ci sono «forti argomenti per una iniziativa europea, tuttavia una rete di società nazionali di gestione degli asset può fare bene lo stesso».
L'Eba è sulla stessa linea. Enria metteva però in guardia dal non ricadere nell' errore compiuto dieci anni fa quando le banche vennero salvate dai governi ma riemersero dalla crisi strutturalmente deboli: «La ristrutturazione era nelle mani degli Stati, questa volta dovrebbe seguire principi europei e condurre a un mercato più integrato». Prima della seconda ondata pandemica, la Bce riteneva che una discussione sulla bad bank fosse prematura, ora si tratta di vedere se la sterzata dei coprifuoco ha cambiato qualcosa nella sua impostazione.

Ho sempre pensato che le operazioni finanziarie irregolari in VATICANO avessero coperto buchi in altre operazioni ed infatti chi è, veramente, Gianluigi Torzi? Perché il suo nome […] rimbalza nelle procure italiane di Milano, Larino e Bari? Si sa che il broker molisano […] è riuscito a spillare alle casse della Segreteria di Stato della Santa Sede almeno 15 milioni di euro per fare da intermediario nel disastroso affaire della compravendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra, conclusosi con una perdita, per il Vaticano, di un centinaio di milioni. Una traccia di quella clamorosa parcella porta al crac della Popolare di Bari […]


A dicembre del 2018 […] Vincenzo De Bustis […] viene nominato consigliere delegato della Popolare di Bari, in quel momento in difficoltà economica. De Bustis nel primo consiglio di amministrazione porta in dote 30 milioni. Di chi sono? De Bustis spiega che una società maltese, la Muse Ventures, è pronta a sottoscrivere obbligazioni della PopBari per quella cifra. Perché si perfezioni l' accordo, però, PopBari deve acquistare 51 milioni di azioni dal fondo lussemburghese Naxos.
La maltese Muse Ventures è una società di Torzi, con un capitale di appena mille e 500 euro. Una scatola vuota. Dove li ha i 30 milioni di cui parla De Bustis? Anche la lussemburghese Naxos, però, è legata al broker molisano: è del suo partner d' affari Enrico Danieletto. Secondo la procura di Bari, Torzi, grazie alla futura liquidità vaticana, sta provando una triangolazione di denaro a rischio riciclaggio. Il cda della banca - quando si accorge che il nome di Torzi è nelle black list di mezza Europa - blocca tutto. Ma l' operazione, si scopre oggi, non è del tutto sfumata.

[…] Torzi. Classe 1979, il finanziere di Guardialfiera, comune di neanche mille abitanti in provincia di Campobasso, ne ha fatta di strada […] a Londra aggancia i contatti giusti e affina, al ritmo di investimenti e transazioni milionarie, il suo metodo […]: rileva quote di società con denaro che fisicamente non ha, ma che detiene in portafogli complessi che comprendono crediti deteriorati, obbligazioni, strumenti finanziari complicati; rivende le quote a terzi, incassando soldi veri. Anche perché la vicenda Vaticano e PopBari non sono episodi isolati. La procura di Larino ha su Torzi indagini avanzate. Quella di Milano ha più di un fascicolo aperto per reati che vanno dalla truffa alla bancarotta.

[…] Torzi siede nei salotti buoni, esibisce relazioni politiche e propina lezioni da esperto di strategia internazionale. Lo testimonia il saggio scritto la primavera scorsa […]: "Thinking outside the box. Pandemia e geopolitica: i nuovi assetti globali". […]La lunga postfazione è firmata da Franco Frattini […] Nel board di una sua società britannica figurano altri nomi noti: Giancarlo Innocenzi, ex sottosegretario alle Comunicazioni con Silvio Berlusconi; Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa; Fabrizio Lisi, ex generale della Guardia di Finanza in contatto con Luigi Bisignani. […] L'ultimo ad andarsene è stato il top manager Alfredo Camalò. […]

Mancheranno anche le risorse passare da un mucchio di alghe a un pacchetto di salsa di soia.

alghe al posto della plastica alghe al posto della plastica

La startup londinese Notpla ha creato un’alternativa alla plastica dalle alghe che è biodegradabile e persino commestibile. E si spera che possa incidere sui 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che gli esseri umani producono ogni anno.

L’involucro di plastica naturale di Notpla è biodegradabile entro quattro-sei settimane, afferma l’azienda, rispetto alle diverse centinaia di anni necessari alla plastica sintetica per biodegradarsi.

La membrana è composta da alghe coltivate nel nord della Francia. Vengono essiccate e macinate in polvere; una ricetta segreta le trasforma poi in un fluido denso e viscoso, che si asciuga per formare una sostanza simile alla plastica.

L’azienda ha raggiunto la fama cinque anni fa con baccelli d’acqua commestibili da ingerire dopo l’uso: si sono rivelati popolari tra i corridori alla maratona di Londra e ad altri eventi. L’azienda sta ora esplorando altri usi per la tecnologia.

alghe al posto della plastica alghe al posto della plastica

Le alghe sono più ecologiche delle alternative a base di amido poiché non hanno bisogno di terra o tempo per crescere.

“È una delle risorse più abbondanti”, ha detto il cofondatore di Notpla, Rodrigo Garcia. “Una tra le alghe che usiamo cresce fino a 1 metro al giorno. Riuscite a immaginare qualcosa che cresce così velocemente? Non avete bisogno di fertilizzanti, non avete bisogno di aggiungere acqua, ed è una risorsa utilizziamo da molto tempo”.

Entro la fine dell’anno, Notpla lancerà una nuova linea di contenitori per alimenti usa e getta privi di sostanze chimiche sintetiche e rivestiti con una membrana impermeabile e antiolio.

Il cartone si decompone completamente in tre-sei settimane, rispetto ai tre mesi per il cartone non trattato e centinaia di anni per il cartone rivestito con un tipo di plastica nota come PLA (acido polilattico).

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“Quello che abbiamo fatto è sostituire il PLA con il nostro materiale naturale, quindi anche se entra in natura, si degrada naturalmente come un frutto o un vegetale”, ha detto a Business Insider Juno Wilson, project manager e business manager di Notpla.

Il prezzo di Notpla è privato, ma vende prodotti all’ingrosso ad aziende i cui clienti apprezzano le loro prerogative ecologiche.

La plastica monouso è ovunque nella nostra vita quotidiana e rappresenta oltre la metà dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno.

Ciò rende alcune persone scettiche sul tipo di impatto che queste alternative su piccola scala effettivamente possano avere.

Un sondaggio condotto dal fondatore di Everyday Plastic, Daniel Webb, ha rivelato che quest’anno stiamo buttando via ancora più plastica rispetto allo scorso. E gran parte di essa – circa 8 milioni di tonnellate all’anno – finisce nell’oceano. La pandemia ha aggravato il problema.

“Prima del blocco, abbiamo scoperto che le persone gettavano via circa 99 pezzi di plastica in una sola settimana”, ha detto Webb. “Durante il lockdown abbiamo scoperto che 128 pezzi di plastica venivano gettati via dalle famiglie in una sola settimana, con una differenza del 25-30% circa”.

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I fondatori di Notpla vedono l’uso della plastica come una dipendenza difficile che deve essere però spezzata. Stanno lavorando a nuove confezioni per cibo e bevande, oltre a vestiti e viti per mobili pronti per il montaggio.

“Si tratta di impatto. Abbiamo iniziato perché volevamo essere parte di una soluzione alla crisi della plastica. È ciò che guida tutta la squadra”, ha detto il cofondatore Pierre Paslier. “Quindi è un problema davvero stimolante su cui lavorare”.

Anche perche' chi puo si abboffa di soldi pubblici «Qui mi serve un direttore generale di assoluta fiducia», pensò dopo la nomina (tutta politica in una società tutta pubblica) l'amministratore delegato di Sose, Vincenzo Atella. Pensa e ripensa, assunse se stesso. Al triplo dello stipendio che aveva come docente universitario. Cattedra che comunque decise di tenere (di riserva: non si sa mai...) mettendosi in aspettativa. Il tutto, agli esordi del «governo del cambiamento» giallo-verde. Con un contorno di consulenze a stagionati ottantenni da 650 euro al giorno e incarichi a colleghi docenti da 800 euro l'ora... Ma partiamo dall'inizio.
Cioè dalla Sose (Soluzioni per il Sistema Economico), una società con 160 dipendenti controllata interamente dal ministero dell'Economia (88%) e dalla Banca d'Italia (12%), che si occupa di analisi strategica dei dati in materia tributaria (come lo sviluppo degli Indici Sintetici di Affidabilità che hanno sostituito gli Studi di settore o la determinazione dei Fabbisogni Standard) e fattura praticamente il 100% (21,1 milioni nel 2019) al suo principale «proprietario»: il Mef. Per capirci: una S.p.A. con concorrenza zero, posti blindati, rendite sicure, niente competitività sul mercato.

Men che meno rischi anche in caso di smottamenti finanziari. Ripianati, ovvio, con soldi pubblici. Lo scossone arriva a maggio 2018. Giorni roventi. Che andranno a chiudersi con la formazione dell'esecutivo grillo-leghista guidato da Conte, annunciato da Luigi Di Maio come il «governo del cambiamento» perché «prima si è discusso di temi e poi di nomi» e nel contratto sono previsti «sistemi realmente meritocratici».

In attesa della rivoluzione «virtuosa», il ministero dell'Economia mette le mani avanti e per 8 volte in 6 mesi va a vuoto la convocazione dell'assemblea dei soci fino a spingere l'allora ad Vieri Ceriani (economista laureato con Federico Caffè, per anni all'ufficio studi Bankitalia, sottosegretario tecnico con Monti, alla guida del «tavolo sull'erosione fiscale» che aveva mappato 720 agevolazioni fiscali), ad andarsene. Niente dimissioni di cortesia: grazie, fuori. Con tutto il cda.

«Meglio la ghigliottina», gli avrebbero sentito dire, «sarebbe stata più rispettosa...». Siamo nel dicembre 2018. Al suo posto il responsabile del Mef Giovanni Tria, fino a pochi mesi prima docente di economia a Tor Vergata, sceglie d'accordo con lo storico direttore generale, Fabrizia Lapecorella (al suo posto dal 2008 con diversi governi) un collega che conosce bene. Si chiama Vincenzo Atella, insegna lui pure economia a Tor Vergata e diventa amministratore delegato a 99 mila euro di fisso e 35 mila variabile. Lordi.

Alla presidenza arriva Antonio Borrello, dirigente delle Entrate e nel cda entra come terzo membro Laura Serlenga, docente all'Università di Bari. La stessa che elenca ancora tra i docenti attuali (in aspettativa, si immagina) Fabrizia Lapecorella. Va da sé che in azienda c'è chi, sulla doppia coppia di atenei paralleli, solleva perplesso il sopracciglio: era proprio il caso? Più sconcerto ancora, però, solleva la mossa successiva. Il nuovo amministratore delegato viene infatti nominato dal cda (cioè dagli altri due membri, ammesso che lui se ne fosse uscito a bere un caffè) anche direttore generale.

Non è più una (legittima) scelta politica in un'azienda pubblica esposta ai cambi d'umore di un partito o un ministro: è una vera e propria assunzione. Definitiva. Con tutte le certezze di cui godono i dipendenti pubblici. Compresa quella di irrigidirsi in caso di rimozione o trattare una sostanziosa buonuscita. Già messa in conto con l'accantonamento delle eventuali somme da sborsare.

Certo, Vincenzo Atella rinuncia agli emolumenti da ad (alla carica no) ma viene preso a tempo indeterminato a 190 mila euro annui, quasi il triplo dello stipendio (66 mila circa) da docente universitario. Gerarchicamente, a questo punto, è il diretto superiore di se stesso. Tema: è tutto formalmente correttissimo? Può essere. Non vogliamo entrarci. Decideranno, eventualmente, altri. Le perplessità sulla opportunità di tutta l'operazione, però, restano. E pesano.

Tanto più per la coltre di (imbarazzati?) silenzi che fino ad oggi ha rallentato se non bloccato la conoscenza dei fatti. Compresa l'evaporazione di interrogazioni parlamentari mai arrivate a compimento... Non bastasse, tutta la faccenda è costellata di fatti, nomi, episodi, a dir poco curiosi. A spicciare le faccende legali, come dicevamo, pensa tra gli altri un ottantenne, Pierluigi Semiani. Pensionato della pubblica amministrazione di lunghissimo corso (due anni prima dello sbarco sulla Luna era già assistente del sottosegretario Franco Maria Malfatti!) non potrebbe teoricamente, secondo la legge Severino del 2012 sul «pantouflage» (porte girevoli, dal francese) lavorare ancora per lo Stato. Ma di fatto la tesi è stata via via così contrastata da spingere tre mesi fa l'Anac a chiedere al Parlamento di «dirimere incertezze interpretative».

Fatto sta che l'ottuagenario consulente risulta avere una collaborazione da 650 euro al giorno per 380 giorni. Cioè, par di capire, 247 mila euro per due anni e quattro mesi scarsi. Senza contare i rimborsi spese. Braccia rubate ai nipotini... Non meno controverso l'incarico (a causa del «limitato organico di Sose», si legge in un verbale del cda) dato a Laura Serlenga, la docente membro del cda nominata responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza.

Una prestazione, dice l'«autorizzazione ad incarico extra istituzionale» firmata dall'ateneo barese il 14 maggio 2019, a un carico di lavoro di 25 ore l'anno per tre anni con un compenso annuale di 20.000 euro. Vale a dire 800 l'ora. Mica male... Non manca una noterella finale. Cioè l'acquisto da parte di Sose di quadri da appendere nella stanza dell'amministratore delegato-direttore generale di cui dicevamo. Prima, raccontano, c'erano pareti spoglie o manifesti.

Ora ci sono opere dell'artista italo-tedesca Susanne Kessler. Pagati 9.700 euro dalla società con regolare fattura. Fosse un'azienda privata, affari loro. Essendo pubblica, cioè di tutti i cittadini sottoposti ai minuziosi controlli dello stesso ministero, ci sarebbe da discutere... Interessante però, a vedere le immagini su Google, il tema trattato generalmente dall'artista. Grovigli ferrosi neri, grovigli ferrosi rossi, grovigli ferrosi blu... Perfetti, per un'azienda così attenta alla chiarezza.

Mentre l'agenzia di controllo della Borsa di Wall Street, la Sec, ha annunciato di aver assegnato il compenso record da 114 milioni di dollari all'autore di una soffiata che le ha permesso di scoprire una grossa truffa, e recuperare una somma ben maggiore multando i malfattori. Nessun dettaglio è disponibile sui protagonisti della vicenda e sulla natura del reato. La Sec ci tiene ad assicurare la massima protezione alle gole profonde che trovano il coraggio di farsi avanti e denunciare.ì

Spesso la delazione arriva dall'interno della società di investimenti, da parte di uno dei funzionari che non riesce più a tenere chiusa la bocca davanti alle violazioni delle quali è testimone. Qualche volta le motivazioni possono essere più utilitaristiche, come nella vicenda che ha visto Gordon Gekko alla sbarra, il finanziere voltafaccia del film Wall Street interpretato da Michael Douglas.

Uscire allo scoperto con una denuncia è pericoloso, e spesso finisce per precludere ogni speranza di ulteriore carriera. Per questo motivo remunerare chi trova il coraggio di iniziare il processo è una misura dovuta, oltre che un formidabile incentivo per portare alla luce i reati e permettere il recupero di somme ingenti. La disciplina che autorizza la Sec a pagare le soffiate è recente.
È stata approvata dal congresso degli Usa a dispetto della forte opposizione repubblicana e delle maggiori banche nel 2010, quando la memoria degli abusi finanziari che avevano portato alla crisi globale del 2008 era ancora viva e cocente. La normativa faceva parte della legge di riforma del sistema bancario Dodd Frank, in seguito cancellata dall'amministrazione Trump. Il dettaglio sulle taglie poste a guardia delle frodi è invece rimasto.

Le banche e le aziende temevano che avrebbe scoraggiato le denunce interne, ma nel caso in questione la talpa aveva cercato inutilmente di far emergere lo scandalo rivelandolo alla società nella quale lavora. Solo quando le porte burocratiche sono rimaste ostinatamente chiuse il dipendente ha deciso di cercare aiuto presso la Sec. Va detto che il meccanismo di ricompensa amministrato dalla Sec genera un giro di soldi impressionante.

Negli otto anni dalla sua adozione ha permesso all'agenzia federale di recuperare oltre due miliardi di dollari a seguito di sanzioni pecuniarie decise contro gli operatori della borsa, e di restituire 500 milioni di dollari di maltolto a chi era stato vittima delle truffe. Nello stesso periodo la Sec ha distribuito 676 milioni di dollari ai 108 informatori che l'hanno aiutata a svolgere il suo compito.

Le truffe che sono venute al pettine sono per la maggior parte nella forma dell'insider trading, operazioni di Borsa concluse da chi è a conoscenza in modo privilegiato di eventi imminenti che incidono sul valore di un'azione ma dovrebbe astenersi da ogni scambio che la riguarda. L'altra frode ricorrente è quella della costruzione di una torre di carta, ovvero la sopravvalutazione artificiale di un titolo, con i nuovi investimenti che pagano gli incrementi di valore rampante, anche senza nessuna rivalutazione reale dell'azienda o del servizio, fino a che la bolla scoppia e brucia gli investimenti degli ultimi arrivati.
L'obiettivo della Sec non è quello di monetizzare sulle frodi, ma di scoraggiarne l'esecuzione. Nonostante questo è evidente dalle cifre del programma, che una sorta di mercato delle delazioni sta crescendo negli Stati Uniti. Il record precedente dei compensi era stato stabilito appena lo scorso giugno, a quota cinque milioni di dollari, che erano stati consegnati ad un funzionario della Mellon Bank di New York.
L'istituto applicava tassi di cambio gonfiati nelle transazioni internazionali ordinate dai suoi clienti. In questo caso la banca ha dovuto pagare una multa alla Sec di 700 milioni. Per evitare gli abusi, l'agenzia applica tariffe fisse al pagamento delle ricompense: quote dal 10 al 30% dei fondi che vengono recuperati per merito della denuncia vengono consegnati all'informatore. Il prelievo fiscale su queste taglie è del 50%, la stessa aliquota che viene richiesta ai legali che assistono le gole profonde nell'aspro percorso che chiude la pratica. «Greed is good!», viva l'ingordigia (lo slogan di Gekko), vale non solo per gli speculatori, ma anche per chi fa la spia.

E chi vuole dare lavoro rischia il processo stando all’ultimo report Inail, a fine settembre le denunce di contagio sul lavoro da Covid-19 hanno superato le 54.000 unità (54.128) con un aumento di 1.919 denunce rispetto a fine agosto di cui 1.127 relative a infezioni avvenute in settembre e le altre 792 nei mesi precedenti, per effetto del consolidamento dei dati. Questi dati riaprono il dibattito sulla necessità di uno scudo penale per i datori di lavoro adempienti, rispetto al tema delle misure di prevenzione.

«Le norme vigenti, anche quelle ultimamente introdotte, non escludono la responsabilità penale del datore di lavoro, che vedrà riconosciuto il proprio comportamento lecito solo alla fine del relativo procedimento», commenta Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. «Le incertezze esistenti, su dove come e da chi avvenga il contagio, creano una situazione di grande disagio tra gli imprenditori. Ed è un problema non da poco. Per questo è urgente, considerando l’impennata dei contagi a cui stiamo assistendo, avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma».

Rischi e interpretazioni dubbie della normativa

L’equiparazione fatta dall’articolo 42 del D.L. n. 18/2020 tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, meritevole di ricevere la copertura assicurativa Inail, potrebbe portare al coinvolgimento dell’imprenditore sul piano penale per i reati di lesioni o di omicidio colposo, nel caso di decesso.

E questo anche nel caso che la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, ma abbia adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti. Infatti, restano ancora molti i punti critici; tra questi, ad esempio, la verifica che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio.
Così come di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio. Senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici. Il tutto al netto di cause civili per risarcimento danni. Forse andrebbe studiata una soluzione per mettere al riparo dai rischi gli imprenditori che sono stati ligi al protocollo.

Soprattutto gli uomini e si abbassa l’età

I casi mortali per contagio da Covid-19 sono pari a circa 1/3 del totale dei decessi denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno. Ad essere colpiti sono soprattutto gli uomini (84,0%) e nelle fasce 50-64 anni (69,9%) e over 64 anni (19,4%), con un’età media dei deceduti di 59 anni.

In quasi nove casi su 10 (89,3%) si tratta di lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri le comunità più colpite sono quelle peruviana (17,6&), rumena (14,7%) e albanese (11,8%). Prendendo in considerazione il totale delle infezioni di origine professionale denunciate, il rapporto tra i generi si inverte – circa sette contagiati su 10 (70,7%) sono donne – e l’età media scende a 47 anni.

Nord sotto tiro

Dall’analisi territoriale il Nord resta sotto tiro. Entrando nello specifico emerge che più della metà delle denunce presentate all’Istituto (55,1%) ricade nel Nord-Ovest, seguito da Nord-Est (24,4%), Centro (11,9%), Sud (6,2%) e Isole (2,4%). Concentrando l’analisi esclusivamente sui casi mortali, la percentuale del Nord-Ovest sale al 56,7%, mentre il Sud, con il 16,0% dei decessi, precede il Nord-Est (13,8%), il Centro (11,6%) e le Isole (1,9%).
La Lombardia si conferma la regione più colpita, con il 35,2% dei contagi denunciati e il 41,7% dei casi mortali. Tra le province, invece, il primato negativo spetta a quella di Milano, con il 10.8% del totale delle infezioni sul lavoro denunciate, seguita da Torino (7,8%), Brescia (5,4%) e Bergamo (4,6%).
Si riducono i contagi delle professioni sanitarie

Se la categoria dei tecnici della salute – con il 39,2% delle infezioni denunciate, oltre l’83% delle quali relative a infermieri, e il 9,5% dei casi mortali – si conferma la più colpita, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,6%), dai medici (10,1%), dagli operatori socio-assistenziali (8,9%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, dopo il lockdown l’incidenza delle professioni sanitarie sul totale dei contagi da Covid-19 si è progressivamente ridotta.
Guardando invece le attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, cliniche, residenze per anziani e disabili) con il 70,3% delle denunce e il 21,3% dei decessi codificati precede l’amministrazione pubblica (Asl e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l’8,9% delle infezioni denunciate e il 10,7% dei casi mortali. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.25.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

 

La fede e la devozione per sconfiggere il Covid e al Santuario della Trinità a Vallepietra è boom di fedeli. Oltre 100 mila persone sono andati in pellegrinaggio sul Monte Autore a 1400 metri di altitudine, dove c'è la chiesa con l'immagine della Trinità. «Anche se a causa del lockdown dice Don Alberto Ponzi, rettore del luogo di culto abbiamo aperto solo il 15 giugno c'è stato un notevole afflusso e la stragrande maggioranza dei pellegrini invocava la Trinità di far terminare questa epidemia che sta mettendo a dura prova le persone».

SANTUARIO DI VALLEPIETRA SANTUARIO DI VALLEPIETRA

 

 Un risveglio della fede per le pesanti ripercussioni non solo economiche ma anche di comportamento che stanno mettendo in crisi la Comunità, oppure, solo il bisogno di pregare. «Un po' tutte e due le situazioni dice Don Alberto la gente è esausta e cerca di uscire da questo isolamento in cui è finita e ritrovare le certezze di una vita tranquilla».

Sono arrivati a migliaia in questo eremo montano, che si trova sulla catena dei monti Simbruini nel territorio del Comune di Vallepietra, vicino Subiaco, nella Valle dell'Aniene. La Trinità di Vallepietra per molti è un rifugio interiore importante. E per superare la grande ansia del contagio e della paura sono arrivati da tutta Italia. «Durante la stagione invernale il Santuario è chiuso perché nevica ed è molto freddo dice Paolo De Santis di Vallepietra ma a marzo con lo scoppio dell'epidemia siamo andati lo stesso per pregare la Trinità e nostro Signore perché ponga fine a questo autentico flagello».

SANTUARIO DI VALLEPIETRA SANTUARIO DI VALLEPIETRA

 

LA CONFRATERNITA

La Confraternita di Subiaco è andata più volte: «Siamo andati sempre con piccoli gruppi per rispettare il contingentamento delle presenze racconta Flavio abbiamo pregato ai piedi dell'immagine della Trinità nella chiesa superiore implorando Dio che ponga fine a questo virus che sta stravolgendo la vita di tutti i giorni creando paura ed ansia». Sono arrivati anche da fuori provincia, da Pietraforte, vicino Rieti: «Abbiamo una Compagnia della Trinità - racconta Isidoro Anialli - e quando con il lockdown non ci si poteva spostare fuori provincia, siamo andati a pregare la Trinità in un monastero vicino casa. Ma quando il 15 giugno ha riaperto il Santuario, abbiamo organizzato diversi pellegrinaggi».

C'è chi è partito dall'Abruzzo per pregare in alta montagna: «Alla Trinità andiamo ogni anno fa sapere Mauro Iacuitti di Carsoli ma questa estate e anche in autunno sono andato più volte e ho implorato in ginocchio che ci liberasse da questo virus».

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E per sconfiggere il Covid sono arrivati anche da Bergamo dopo aver percorso in auto 740 km: «Siamo scesi in ottanta e ci siamo fermati tre giorni a pregare ed ora per la chiusura del Santuario del 2 novembre, scenderemo in 61 sempre con le famiglie e sempre per tre giorni racconta il bergamasco Massimo Acerbi siamo venuti a chiedere perdono a nostro Signore e poi a chiedere alla Trinità che ci liberi da questo Covid che ha portato morte e tristezza anche tra di noi. Nel nostro gruppo c'è gente che ha perso il genitore, il cugino, uno zio. Siamo molto attaccati al Santuario di Vallepietra. E torneremo il 2 novembre a implorare una grazia per sconfiggere l'epidemia».

LA CHIUSURA

La chiusura della Chiesa per il periodo invernale ci sarà il 2 novembre ma senza cerimonie particolari. «Una semplice messa - conclude Don Alberto - e appuntamento al 1° maggio del prossimo anno per la riapertura».

In Svizzera ben 6.592 contagi e 10 morti . Con un rapporto di 494,9 casi ogni 100 mila abitanti. Il doppio che in Italia e in Austria, cinque volte più che in Germania. La Svizzera sta per essere travolta dal picco della pandemia e corre ai ripari. Il documento elaborato dall'Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva è in vigore dal 20 marzo, anche se ufficialmente non è stato ancora adottato. Il titolo è preciso: «Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse».

Ad una domanda che si stanno facendo in tutti gli ospedali del mondo, la Svizzera mette nero su bianco una risposta: «Al livello B, indisponibilità di letti in terapia intensiva, non andrebbe fatta alcuna rianimazione cardiopolmonare». I limiti di età per le cure A pagina 5 del documento sono indicate le tipologie di pazienti destinati a non essere ricoverati in Terapia Intensiva: «Età superiore a 85 anni. Età superiore a 75 anni accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi».
A livello A, letti in Terapia Intensiva disponibili ma risorse limitate, i criteri per non essere ammessi alla rianimazione sono più gravi. Tra gli altri: «Arresto cardiocircolatorio ricorrente, malattia oncologica con aspettativa di vita inferiore a 12 mesi, demenza grave, insufficienza cardiaca di classe NYHA IV, malattia degenerativa allo stadio finale».

Essere curati o meno, sarà prerogativa dei medici. O piuttosto dal numero di letti ospedalieri. A lunedì scorso, ultimo dato disponibile, in Svizzera c'erano 22 mila 301 posti letto, di cui 6 mila e 353 ancora liberi.

Con 586 pazienti ricoverati per Covid-19, di cui 97 in terapia intensiva e 29 intubati. Ma la progressione del virus è veloce. Le decisioni che potrebbero prendere a breve i medici svizzeri, sono le stesse con cui si sono confrontati a marzo i medici di Bergamo, travolti dalla prima ondata di pandemia. Tredici di loro avevano scritto una lettera al New England Journal of Medicine che aveva fatto il giro del mondo: «I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative».

In Svizzera, lo stesso problema diventa criterio medico. Con una premessa scritta dagli stessi accademici e rianimatori: «Le decisioni vanno prese nell'ottica di contenere il più possibile il numero di malati gravi e morti». Eppure, anche nella pragmatica Svizzera, la cosa ha destato molta impressione, ammette Franco Denti, il presidente dell'Ordine dei Medici del Canton Ticino: «Quando è uscita questa direttiva siamo saltati sulla sedia. Decidere chi rianimare e chi no è pesante, pesantissimo per qualsiasi medico. Ma questo documento, che è pubblico, è a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure».

Nel comunicato di presentazione del protocollo, gli accademici parlano della necessità di «prendere decisioni di razionamento». Un termine militare che riporta alla medicina di guerra. Inevitabile secondo il presidente dei medici del Ticino: «Ogni decisione spetta ai comitati etici degli ospedali. Non mi risulta che sia già successo, ma siamo molto preoccupati».

Coronavirus, che fare dopo il contatto con un positivo?
Se sono un contatto del contatto (e cioè se ho avuto un contatto stretto con una persona che ha avuto contatto stretto con un positivo), non dovrò fare nulla. A meno che la persona con cui ho avuto contatto non diventi, durante la sua quarantena, un positivo.

In questo caso le cose cambiano. Se non ho alcun sintomo, devo rimanere in quarantena per 14 giorni. Nel caso volessi uscire prima, posso fare un tampone dal decimo giorno in poi (ho quindi dato il tempo all'eventuale contagio di palesarsi). Se invece sono sintomatico, faccio un tampone che - se negativo - mi rende libero (solo dopo aver rispettato comunque 14 giorni di isolamento, o 10 giorni e al decimo giorno un tampone o test rapido ancora negativo). Se invece il tampone è positivo, non sono più un “contatto” ma un “caso”.

Se sono un caso positivo, ma asintomatico: rientro in comunità dopo un tampone negativo fatto dopo almeno 10 giorni di isolamento. Nel caso di positività con sintomi: rientro in comunità dopo un tampone negativo, fatto dopo almeno 10 giorni di isolamento ed almeno 3 giorni senza sintomi (tali 3 giorni possono essere inclusi nei 10 oppure successivi: la cosa può variare da caso a caso in base a quando si guarisca dai sintomi).

Durante questa emergenza, purtroppo, abbiamo imparato che esistono anche casi di positività a lungo termine, e cioè che pur guarendo da tutti i sintomi - eccezion fatta per alterazioni di gusto e olfatto che spesso persistono per molte settimane – il soggetto continua a risultare positivo al tampone molecolare. Se si verifica questa ipotesi, rientro in comunità dopo 21 giorni di isolamento, laddove autorizzato dalle autorità sanitarie in relazione al caso specifico: alcuni casi, come ad esempio gli immunodepressi, possono infatti restare molto contagiosi in modo prolungato e non saranno autorizzati.
Altro capitolo molto dibattuto, la differenza fra isolamento e quarantena. Qui è la Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020 a chiarire. L'isolamento dei casi di documentata infezione da SARS-CoV-2 si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell'infezione.

La quarantena, invece, si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l'obiettivo di monitorare l'eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi. La circolare del Ministero della Salute raccomanda di eseguire il test molecolare a fine quarantena a tutte le persone che vivono o entrano in contatto regolarmente con soggetti fragili e/o a rischio di complicanze.

«La letalità del SARS-Cov-2 oscilla tra lo 0,3 e lo 0,6 % mentre per la SARS (2003 – ndr) era del 10 % e della MERS del 36 %, due Coronavirus che si sono estinti nel giro di un anno. Questo ci dovrebbe un po’ rasserenare invece questa “Infodemia”, cioè questa informazione che è diventata pandemica, questa paura del contagio, paura della morte: questa sì è divenuta virulenta e contagiosa. Si è perso il buonsenso, la ragionevolezza, la capacità critica di valutare i dati per quello che sono. Siamo nell’autunnno della ragione».

In oltre un’ora di intervista su TV7 un luminare mondiale della virologia ha scardinato le fondamenta logiche dei politici e medici terroristi della pandemia, di quei promotori del coprifuoco attuato in varie regioni d’Italia e già evocatori di un lockdown nazionale immediato, come il governatore della Campania Vincenzo De Luca.

E’ il professor Giorgio Palù, docente emerito dell’Università di Padova e poi direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dello stesso ateneo dal 2012, professore aggiunto al Department of Neurosciences, Temple University Medical School di Philadelphia (dal 2007) che non usa giri di parole per sostenere che quanto già detto da altri suoi illustri colleghi: contro il Covid-19 le cure ora ci sono. Mentre «l’Italia non può permettersi altri lockdown generalizzati» secondo l’esperto scienziato che è stato anche fondatore della Società Italiana di Virologia e per 7 anni presidente di quella Europea.

Poiché in Italia continuano a salire i contagi (19.143 nelle ultime 24 ore individuati con 182.032 tamponi, record dall’inizio della pandemia) abbiamo anche contattato direttamente l’esperto per sapere se aveva rettifiche da fare rispetto a quanto già dichiarato a TV7: «Assolutamente no. La curva esponenziale sta aumentando come previsto e ci deve allertare ma il 95 % dei positivi ai tamponi restano asintomatici. I tamponi molecolari sono uno strumento essenziale di diagnosi ma non può essere l’unico metoto per contenere la pandemia perché è irrazionale dinnanzi a tanta diffusione del virus».

Il parere di Palù è identico a quello impietoso certificato ieri dalla Fondazione Gimbe: «Il dato più allarmante – spiega il presidente Nino Carabellotta – è la brusca impennata del rapporto positivi/casi testati dal 7% al 10,9%, che certifica il fallimento del sistema di testing & tracing per arginare la diffusione dei contagi»

Addirittura negli ultimi giorni è stato evidenziato il rischio di contagi da Covid-19 durante le lunghe soste negli ospedali per i test. Ne ho avuto anche testimonianza diretta: ieri la mia nipotina di 12 anni, inviata a fare il prelievo dal pediatra dopo due giorni di lievi sintomi influenzali, ha dovuto attendere ben 3 ore all’interno di una sruttura sanitaria milanese insieme a numerose persone…

«L’eccessiva fiducia nel tampone provoca dei paradossi. Le persone si fanno il tampone e poi continuano a uscire prima dell’esito, le persone paradossalmente si contaminano facendo la coda per avere il tampone». Lo ha sottolineato Vittorio De Micheli, direttore dell’Ats di Milano, alla trasmissione Prisma di Radio Popolare. «La prevenzione è stata espletata al massimo della sua potenzialità ma le attività che sono riprese evidentemente sono state più importanti di questo tentativo di contenimento» ha evidenziato in sintonia con quanto ci rimarca anche Palù.

«La causa di questo incremento di contagi va individuata nella riapertura delle scuole e nella capacità di trasporto che non è stata ridotta e non è nemmeno stata menzionata nei DPCM (Decreto Presidenza Consiglio dei Ministri). L’unica strategia efficace è il distanziamento insieme all’utilizzo di tamponi rapidi che costano poco e su larga possono prevenire cluster di focolai nelle scuole, nelle fabbriche e negli aeroporti» aggiunge il virologo affermando però di «non appartenere alla elite scientifica che vuole fare drammatico allarmismo».

«La letalità risulta oggi essere inferiore allo 0,3 %. Abbiamo a che fare con un parassita intracellulare obbligato a ridurre la sua letalità per adattarsi e quindi può darsi che aumenterà la sua contagiosità. Essendo molto contagioso ce lo dobbiamo prendere prima o poi, finché non sarà disponibile un vaccino! I casi Rianimazione aumentano ma gradualmente: sono arrivati a 990 perciò rappresentano solo lo 0,5 % dei contagiati» ci spiega il professore che su TV7 aveva ben individuato uno degli strumenti più efficaci per combattere l’infezione Covid-19.

«Avremmo dovuto apprendere che un elemento critico è la disponibilità di letti in Rianimazione perché questo ci permette di bloccare la mortalità. Regioni oculate hanno provveduto ad aumentare i posti letto sia nel territorio che in terapia intensiva. Il Veneto l’ha incrementata. Vedo che la disponibilità della Campania è di soli 120 posti…».

Ciò nonostante, osserviamo noi, si siano spesi 8 milioni di euro per 72 nuovi posti in un prefabbricato all’Ospedale del Mare a seguito di un appalto assai sospetto di cui parleremo in un altro reportage.

Con 6.628 posti di terapia intensiva oggi disponibili in Italia il 15% è occupato da pazienti Covid, percentuale che scende all’11% se si considerano anche gli ulteriori 1.660 posti letto attivabili con i ventilatori che sono già stati distribuiti alle regioni, precisa l’Ansa che nei titoli però continua a strepitare terrorismo pandemico.

«Il 95 % di questi positivi sono asintomatici. Io farei una premessa semantica: il termine sintomatico è un termine molto chiaro e mostra una persona che ha i sintomi, dal mal di gola, mal di testa, congiuntivite, febbre, diarrea, perdita di olfatto e di gusto ci può essere qualche sindrome neurologica. Questi sono i sintomi che per larga misura sono simili a quelli dell’influenza almeno nei prodromi e nelle prime manifestazioni. Quando noi parliamo di contagiati usiamo un termine improprio: noi dovremmo parlare di soggetti positivi al test. Oggi il test fa ancora riferimento al cosiddetto tampone molecolare ma presto avremo a che fare con altri test, direi dal punto di vista clinico più efficaci, quelli di ricerca antigienica, quelli rapidi, quelli salivari».

Il test rapido immunologico (IgG e IgM) per Covid-19 serve per la determinazione degli anticorpi SARS-COV-2 IgM/IgG nel sangue umano sviluppati dal sistema immunitario in caso di infezione da nuovo Coronavirus. Il test SARS-CoV-2 ANTIBODY TEST è un test rapido che consiste in un prelievo di una goccia di sangue tramite dispositivo pungi-dito: Sono già stati validati ed usati in Veneto grazie a una produzione italiana (Abbott – Centro di Medicina Spa) e già acquistati in dosi massicce dal Piemonte. Ma il sito di uno dei laboratori specifica che i test immunologici «non rivelano la contagiosità dell’individuo».

Ma nemmeno i tamponi molecolari rino-faringei, più accurati e costosi (tra 50 e 100 euro), per ora, sono in grado di appurarla con successo, come spiega sempre il professor Palù evidenziando qual è il nocciolo della questione.

«Ci sono i positivi che contagiano e i positivi che non contagiano. Positivo non vuol dire malato. Questi termini la gente deve comprenderli bene. Trovare un positivo vuol dire che io dopo tanti cicli di amplificazioni con la tecnica PCR che si fa in laboratorio, prendo la materia che c’è sul tampone, estraendola e amplificandola per milioni di volte. Se io trovo un segnale positivo vuol dire che io ho un po’ di acido nucleico del virus. Ma non è detto che quell’acido nucleico rappresenti una particella in grado di infettare: può essere un residuo, un virus»

«Non è detto che quell’acido nucleico sia rappresentante di una concentrazione di virus sufficiente ad infettare. Sappiamo da almeno due lavori dell’Università di Berlino, Christian Drosten e di Marsiglia, Didier Raoult (il difensore della cura con l’antimalarico idrossiclorichina al centro di un sabotaggio internazionale – ndr), che hanno dimostrato con studi in vitro che l’infezione è possibile quando troviamo in un campione clinico almeno un milione di genomi equivalenti» aggiunge il virologo.

«Oggi non abbiamo ancora un test che dosi precisamente la carica virale, come l’abbiamo per altri virus; ricordo l’HIV, l’Epatite C e B. Perché non l’abbiamo? Perché non abbiamo ancora un farmaco: per i virus che ho appena citato abbiamo i farmaci. Sappiamo che dobbiamo dosare il farmaco fino ad azzerare oppure rendere minuscola questa concentrazione perché sappiamo, per esempio, che un soggetto che ha 20 genomi equivalenti di HIV nel sangue non è infettivo e non ha neanche i sintomi».

La carica virale è il principio fondamentale che determina la patogenità e trasmissibilità n tutti gli agenti: virus, funghi e protozoi» afferma Palù citando ciò che scrisse Paracelso nel XVI secolo.

«E’ indubbio che oggi le cariche virali siano più alte perché non siamo più all’aria aperta come quest’estate, non siamo esposti ai raggi ultravioletti e siamo in ambienti chiusi. Ma non c’è un test validato che misuri la carica virale: un laboratorio può farlo a livello sperimentale. Ci sono strumenti aperti in grado di misurare i CT (Cycles test) i Cicli di amplificazione genica. Un’amplificazione sopra 32 cicli può evidenziare una concentrazione positiva che in realtà è negativa: perché amplificare troppo le sequenze può individuare quelle solo lontanamente imparentate producendo i cosiddetti “falsi positivi”. Molto dipende poi dal numero di geni di SARS-Cov-2 che vengono amplificati: se se ne amplifica uno solo aumenta il rischio di una confusione con altri geni microbici» precisa il virologo padovano.

Ma il professor Palù rileva un’ulteriore fonte di ingiustificato allarmismo in relazione alle condizioni degli ospedalizzati: «Sono circa il 6 % dei contagiati mentre ricordo che a marzo-aprile erano il 25 %. Molti di questi ricoverati hanno sintomi lievi, alcuni sono ricoverati per ragioni sociali: perché non hanno a casa nessuno, sono anziani, hanno paura, non hanno chi li assiste o perché vivono in una casa con figlioli giovani e nipotini che dicono “meglio che ti ricoveri perché hai un po’ di febbre” oppure “meglio che ti ricoveri perché non sei abbiente”. E’ una situazione diversa».

«A Padova abbiamo fatto uno studio con l’Azienda Zero per vedere qual’era la circolazione del virus nel Veneto. Gli studi ci dicono che la letalità oscilla tra lo 0,3 e lo 0,6 %. Vuol dire una letalità relativamente bassa: più bassa di altra di altre malattie, sicuramente più degli incidenti stradali, dei suicidi e delle patologie respiratori per cause nanopolveri. Il che ci dovrebbe far dire: “Non moriremo tutti” come qualcuno evocava. Non è la Spagnola che ha fatto 50-100 milioni nel 1918: ma allora non avevamo pennicilina, né cortisone, né eparina, né rianimazioni, né antibiotici».

«E’ la prima volta che un Coronavirus diventa pandemico: quindi è un virus che può colpire tutta la popolazione globale. Noi non abbiamo mai incontrato nella storia della nostra evoluzione e quindi giustamente bisogna allertare le persone soprattutto all’inizio perché non conoscevamo le conseguenze Questa narrazione è stata a volte isterica, allarmistica, anche da parte dei media, tesa a suscitare clamore e scoop» aggiunge Palù che ha anche scritto il libro “La comunicazione al tempo del COVID-19”.

«Uno che si occupa di scienza deve dare dei dati oggettivi e cercare di spiegarli. Ci sono due risvolti della medaglia: oggi siamo in una fase esponenziale, il virus sta aumentando con un’impennata e questo ci deve giustamente preoccupare perché più aumenta l’incidenza e più possono aumentare i ricoveri, i casi gravi e la letalità. C’è l’altra faccia che ci tranquillizza: fortunatamente abbiamo poche persone in Rianimazione e la letalità è relativamente bassa. E soprattutto ci sono molti asintomatici».

«Dal punto di vista della virulenza non è cambiato molto. Ma rispetto al virus orginario sequenziato a gennaio – che ricordo viene dalla Cina, da Wuhan, lo hanno detto loro e non sappiamo se naturale o artificiale e forse non lo sapremo mai – è cambiato: ci sono state molte mutazioni, una che la reso addirittura più replicante, è la mutazione 614 nel gene per la proteina Spike che ne è recettore. Sembra che lo abbia reso più replicante in grado di trasmettersi meglio, ma non è detto che lo abbia reso più aggressivo, più virulento o più letale» afferma il virologo padovano.

«In Italia ci sono dai 10 ai 20milioni casi di influenza all’anno con 10mila morti: di questi saranno 300-400 quelli morti per polmonite virale da influenza, il resto sono complicanze batteriche e comorbosità (diabete, ipertensione ecc). E’ giusto quindi attribuire al SARS-Cov-2 i 36mila morti, dovremmo però dire che nel 90 % questi eventi letali sono avvenuti tra gli ottantenni in su con altre patologie (respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, diatesi) cioè tutto quello che produce infiammazione nel nostro corpo. Molti dei morti per Covid-19 erano ricoverati per un aneurisma, per una trombosi di altra natura, un infarto o un tumore terminale».

Al momento non è la stessa situazione di marzo, abbiamo mezzi per diagnosticare con tamponi rapidi che possono impattare nel contenimento del contagio ed abbiamo farmaci che sappiamo usare meglio per curarlo. Consiglio comunque anche ai 50enni la vaccinazione non solo contro l’influenza stagionale ma anche contro lo pneumococco: esse fortificano contro qualsiasi invasione patogena».

Quindi lo lookdown non serve anzi e' dannoso Ogni giorno di lockdown per il Covid può rappresentare, in Italia, un serio rischio per almeno mezzo miliardi di euro di prodotto interno lordo, solo se consideriamo i settori del commercio e del turismo. Questi due comparti dell’economia italiana, infatti, pesano per circa il 12% su un totale, stimato dal governo per il 2020, di oltre 1.600 miliardi di pil. In altri termini: circa 3,5 miliardi a settimana e oltre 15