ARCHIVIO ONLINE di Marco BAVA , raccolta deleghe per le assemblee degli azionisti e costituzione di parte civile gratuita degli azionisti nei procedimenti penali per un Nuovo Modello di Sviluppo

 

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INTERVENTI MARCO BAVA ASSEMBLEE AZIONISTI
COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE DI MARCO BAVA
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Corso su investimenti e previdenza
  • Come confrontare obbligazioni, titoli di Stato e buoni fruttiferi?
  • Qual è il vantaggio fiscale netto dei fondi pensione?
  • I certificati sono una soluzione ai tassi bassissimi?


Sono alcune delle questioni trattate nel mio corso all'Università di Torino, per la laurea triennale in Matematica, con inizio lunedì 28 settembre. Per programma ecc. vedere: Metodi per le scelte finanziarie e previdenziali e la pagina sui corsi. Saranno 42 ore di lezione nel tardo pomeriggio, lunedì e giovedì sino a dicembre 2020.
Il corso insegna metodi per analisi, confronti, simulazioni ecc., in particolare in Excel. Il corso non insegna a diventare ricchi.

A causa dell'epidemia quest'anno il corso sarà on line sulla piattaforma Webex e saranno possibili domande, risposte e scambio di file fra me e gli iscritti.

Può iscriversi anche chi non è studente universitario, purché con un diploma di scuola media superiore. Tassa d'iscrizione 180 euro, di cui (tanto vale dirlo) a me non viene nulla.

Chi fosse interessato a iscriversi, cortesemente mi scriva.
Fornirò ulteriori indicazioni.

 

Titoli sintetici, più o meno complessi
 

Con l'occasione segnalo l'articolo: « Certificati. Strumenti d’investimento spesso rischiosi, meglio comprarli dopo l’emissione» sul Fatto Quotidiano del 10-8-2020. Chi li vende ci guadagna anche più che coi fondi comuni, ma alcuni risparmiatori hanno perso anche il 100%. Alla faccia dell'affermazione di Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza, secondo cui i certificati "non sono molto pericolosi".

Saluti

Beppe Scienza
Docente di Metodi per le Scelte Finanziarie e Previdenziali


Dipartimento di Matematica
Università di Torino
via Carlo Alberto 10
10123 Torino
www.beppescienza.it
www.ilrisparmiotradito.it

P.S.: Invio tali messaggi a lettori dei miei libri (Il risparmio tradito, La pensione tradita ecc.) e altri interessati o ritenuti tali. Per non riceverne più, basta cancellare l'iscrizione cliccando qui.

 

Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

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Marco Bava: pennarello di DIO, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

wfr01
 
Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

Il sito che installa tutte le app essenziali per Windows 10

Bastano pochi clic per ottenere un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo software.

Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente configurato e utilizzabile.

A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter automatizzare.

Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e installarle in autonomia.


Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti (Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e, dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di fornire un'interfaccia grafica.

Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.

Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è molto simile al già citato Ninite.

Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve essere preventivamente installato sul Pc.

Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo sviluppatore ha battezzato Featured Pack.

Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.

In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa di invocare Winget per portare a termine il compito.

I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a creare il proprio e a condividerlo.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369

 

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) Processo MPS  2 SIENA MILANO .

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE PER UN

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

 

 

SI ACCETTANO ISCRIZIONI

STATUTO

mailto:nuovomodellodisviluppo@email.it

  

 

FRA GLI OBETTIVI :

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN  

6) COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DEGLI AZIONISTI NEI PROCESSI PER REATI SOCIETARI

 IL 31.10 15  la sentenza del PROCESSO CONTRO GERONZI E CRAGNOTTI PER ESTORSIONE NEI CONFRONTI DI PARMALAT ha ammesso il danno per i soci Parmalat .     

SENT CRAGN MOTIV 1 MOTIV 2 MOTIVAZ 3

 

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE:

NO-ISIS.cloud

www.no-isis.cloud

per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

SI ACCETTANO ISCRIZIONI : STATUTO

PROGR ELET

scrivere a :

mailto:no-isis@outlook.con

@mbnoisis

www.facebook.com/No-isiscloud-1713403432283317/

obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

 - PER AFFRONTARE LA CRISI DEI PROFUGHI, L’ITALIA HA GIÀ SBORSATO 8,4 MILIARDI - INSIEME ALL’EMERGENZA TERREMOTO, PUO’ MANDARE ALL’ARIA I PIANI DEL GOVERNO SUL DEBITO PUBBLICO - DALL’INIZIO DELL’ANNO SONO OLTRE 7 MILA I PROFUGHI SBARCATI IN ITALIA: DI QUESTO PASSO SI BATTERÀ OGNI RECORD

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Mario Sensini per il “Corriere della Sera”

 

Ieri le motovedette della Guardia costiera ne hanno sbarcati 623: 251 a Porto Empedocle e 372 a Lampedusa. Stamattina è attesa ad Augusta la Nave Acquarius, con a bordo altri 783 migranti. Negli ultimi due giorni ne sono stati soccorsi nel mare del Canale di Sicilia, e accolti in Italia, circa 1.600.

 

Ieri la Marina libica ne ha bloccati altri 400 a poche miglia da Sabrata, e nonostante gli accordi tra Tripoli ed il governo italiano, criticati anche dalla Cei, e i nuovi impegni presi dai leader europei al vertice di Malta, il flusso dei disperati dalle coste libiche verso il nostro Paese non si arresta.

 

SPESA RECORD

Dall' inizio dell' anno sono oltre 7 mila i profughi sbarcati in Italia, e di questo passo si batterà ogni record. Quello dei migranti accolti (176 mila nel 2016), ma anche quello della spesa pubblica necessaria per il soccorso e l' accoglienza, che secondo il governo contribuisce in modo determinante, insieme all' emergenza dovuta al terremoto, a mandare fuori linea il debito pubblico. Fino al punto di spingere Bruxelles a valutare una procedura d' infrazione alle regole sui conti pubblici. Il che sarebbe una doppia beffa per l' Italia, che da anni lamenta lo scarso impegno degli altri Paesi nel fronteggiare i flussi migratori.

 

 

In un rapporto appena inviato alla Commissione Europea sui "fattori rilevanti" che influenzano l' andamento del debito pubblico, il ministero dell' Economia sottolinea che quest' anno la spesa per l' immigrazione rischia di arrivare al record storico di 4,2 miliardi di euro. Nel 2016, al netto dei contributi della Ue (che sono stati pari ad appena 120 milioni) sono stati spesi 3,3 miliardi. Per il 2017 ne sono stati stanziati 3,8 e senza tener conto dei 200 milioni del «Fondo per l' Africa» per investire nei Paesi da cui partono i flussi di immigrazione più importanti.

 

Ma quella prevista in bilancio è una cifra che «se il trend degli ultimi mesi dovesse continuare», si legge nel Rapporto, potrebbe crescere di altri quattrocento milioni.

La crisi costa 8 miliardi Si spenderà il triplo rispetto alla media degli anni tra il 2011 e il 2013, prima dell' esplosione della crisi migratoria: tra 2,9 e 3,2 miliardi in più. Se poi si considera la maggior spesa in termini cumulati la dimensione dei costi sostenuti dall' Italia per l' emergenza assume proporzioni gigantesche. Secondo il ministero dell' Economia, dal 2014 al 2017 lo Stato avrà speso tra 8 e 8,4 miliardi di euro in più rispetto al periodo 2011-2013.

 

Così cresce il debito L' Italia pretende che questa spesa sia considerata «eccezionale» e dunque non conteggiata nel calcolo del disavanzo annuale monitorato per verificare il rispetto degli impegni di bilancio. La Commissione, però, è disposta a riconoscere come «eccezionale» non tutta, ma solo la spesa eccedente rispetto all' anno prima. In ogni caso, che pesi o meno sul deficit pubblico, la spesa si scarica sul debito.

 

Nel 2017, sottolinea il rapporto, la spesa per l' accoglienza è stimata in 2,3 miliardi di euro (1,9 l' anno scorso), quella per il soccorso in mare e i trasporti sarà pari a 860 milioni di euro (nel 2016 furono 913).

L' assistenza sanitaria costerà 250 milioni, l' educazione (nel 2016 sono arrivati anche 26 mila minori non accompagnati) 310 milioni.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967-cover.pdf

 

 

 

TEMI STORICI :

 

IL 16.11.19 alle ore 18 nella CHIESA S.MARIA GORETTI SI TERRA' LA MESSA IN COMMEMORAZIONE  DI EDOARDO AGNELLI

VEDI QUI LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI A CHI HA GIOVATO ?

04.07.19

E’ da poco uscito per Diarkos il libro di Antonio Parisi che risponde all’evocativo titolo Gli Agnelli. Il libro racconta gli aspetti più controversi e oscuri della famiglia che per oltre un secolo ha di fatto regnato sull’economia e su buona parte della politica italiana ed europea. Parisi pone l’attenzione in particolare sulla morte di Edoardo Agnelli, il figlio “scomodo” dell’Avvocato, trovato senza vita sotto un cavalcavia il 15 novembre del 2000.

Ricorderete quell’episodio come forse ricorderete i difficili rapporti tra Edoardo e il padre. Parisi va oltre e pubblica una serie di documenti che mettono in dubbio l’inchiesta (frettolosa) che sancì come suicidio la causa della morte di Edoardo. L’autore rimette tutto in gioco mostrando le incongruenze dell’epoca, i verbali, le testimonianze.

Trovate qui la recensione completa del libro.

 

Antonio Parisi ha risposto alle mie domande di

Un libro coraggioso quello che hai appena pubblicato, che parte da una morte che i torinesi ricordano bene: quella di Edoardo Agnelli. Una morte ancora oggi avvolta da molti dubbi. Perchè hai deciso di riportare all’attenzione questa storia?

Ritengo che al pari di altri casi irrisolti, la morte di Edoardo Agnelli vada chiarita. Credo che in maniera forse un po’ frettolosa si è parlato di suicidio. Ci sono però almeno una ventina di dati che contrastano contro questa ipotesi. Tra questi lo stato del corpo del povero Edoardo, che fu ritrovato dopo essere precipitato da 80 metri di altezza, sostanzialemente intatto e con i mocassini ai piedi. Gli esperti mi hanno spiegato che dopo una caduta da quella altezza persino gli scarponcini ben allaciati degli alpinisti, volano via. Tra l’altro, come ormai acclarato dalla documentazione, mi chiedo perché non fu eseguita l’autopsia su Edoardo. Edoardo, spesso infangato in vita, era invece una persona che aveva avuto una vita difficile e problematica. Era buono Edoardo, studioso di religione ma forse disprezzato in famiglia. Nel libro si raccontano alcuni episodi in cui si comprende come veniva trattato. Una volta cercarono con un trucco di fargli firmare la sua cessione dei diritti Fiat. Toccanti alcune sue lettere al padre, l’avvocato Giovanni Agnelli. Altre di queste lettere sono dure: in una, chiamando il padre “Presidente della Fiat”, gli contesta un comportamento penalmente rilevante, rammentandogli che “scopo della Fiat è costruire automobili, non incrementare la corruzione in Italia”.

Nel libro non ci sono illazioni e nemmeno ipotesi. Ci sono documenti, ci sono le evidenze sulle contraddizioni dell’epoca. Mi sembra che tu non voglia convincere il lettore ma portarlo a ragionare, a porsi domande…

Io faccio il giornalista e pertanto debbo mantenermi il più possibile ancorato alla realtà dei fatti. Questo lo posso fare solo attraverso le documentazioni legali e attraverso le testimonianze di persone. Di carte ne ho consultate a bizzeffe e qualcuna è pubblicata nel libro. Tra le persone che ho intervistato c’è un malgaro di Fossano, Luigi Asteggiano, il quale afferma che il corpo era già sul greto del fiume, dove fu ritrovato, alle 8 del mattino. Secondo l’inchiesta invece Edoardo si sarebbe buttato dal viadotto “Romano” dell’autostrada Torino-Savona alle 10 del mattino. C’è una contraddizione importante. Qualcuno ha indagato in tal senso? L’amico di Edoardo, Marco Bava, prendendo spunto da queste contraddizioni ha cercato di far riaprire il caso. Dopo la pubblicazione del mio libro, Bava dice che ci potrebbero essere novità. Vedremo.

Ti occupi della morte di Edoardo e della famiglia Agnelli da anni. Hai avuto difficoltà nel trovare un editore disposto a pubblicare questo libro? O pressioni esterne perchè non venisse pubblicato?

Sono anni che mi occupo del caso e questo grazie a due persone. Uno il già citato Marco Bava e l’altro il giornalista Giuseppe Puppo. Quest’ultimo aveva scritto il libro “80 metri di mistero” sulla morte di Edoardo. Io intervistai Puppo preparando diversi articoli e realizzando anche un servizio televisivo sul libro. In breve mi trovai coinvolto anche emotivamente nella vicenda. Proprio a seguito della mia “competenza” sul caso, e la conoscenza approfondita sulle grandi “famiglie” europee, l’editore Diarkos mi ha chiesto di scrivere Gli Agnelli. Molti colleghi mi dicono che se fosse stato vivo l’avvocato Giovanni Agnelli non sarei riuscito a pubblicare il libro. Non so se veramente è così. Certo è che ci sono stati preoccupanti depistaggi da parte di sedicenti ambienti giudiziari ed investigativi di cui do conto nel libro e nelle note. Però voglio ricordare tre episodi non piacevoli. Il primo riguarda l’articolo da me scritto per il settimanale OGGI, con intervista ad Asteggiano. La proprietà della testata allora era riconducibile insieme con tutto il gruppo RCS agli Agnelli. Ebbene dopo quell’articolo clamoroso, pur pubblicato, io sostanzialmente non ho più collaborato con la testata, tra l’altro diretta da un grande giornalista come Umberto Brindani. Il secondo episodio si è verificato durante la realizzazione del mio servizio TV sulla morte di Edoardo. Volevo intervistare a Fossano l’uomo dell’agenzia funebre che aveva rimosso il corpo. Volevo sapere se ricordava lo stato del cadavere. Ero con Bava, Puppo con al seguito la telecamera e gli operatori. Ci vuoi credere? L’uomo si è barricato nel locale dove aveva le casse da morto e si è rifiutato di parlarci. Intanto i passanti cambiavano strada: avevano paura di essere intervistati. Non sembrava di essere in Piemonte, piuttosto avevo l’impressione di essere nella Sicilia di qualche anno fa.

L’ultimo fattaccio, si è verificato un po’ di tempo fa. Ero in compagnia di un collega del gruppo Rcs. Giravamo per Roma con una mia autovettura Nissan Serena e ci siamo fermati per prendere un caffe in prossimità della centralissima Piazza del Popolo. Avevo lasciato in macchina attrezzature fotografiche del valore di alcune miglia di euro ma anche una vecchia borsa, con dentro uno strano e corposo dossier sugli Agnelli giuntomi dal Brasile. Il contenuto di quelle carte era a dir poco delicato. Ebbene, entriamo con il collega nel bar posto a pochi metri, dopo qualche minuto siamo tornati alla vettura: abbiamo trovato i vetri rotti ma mentre le attrezzature erano state lasciate al loro posto, era sparita la borsa con il dossier. Per fortuna si trattava solo di fotocopie.

Nel libro allarghi poi il campo ad altri misteri nella storia/saga della famiglia Agnelli. Come mai secondo te è una storia così piena di lati oscuri?

Vi sono diversi misteri. Tra questi quello della morte del vero fondatore della Fiat, il conte Emanuele Cacherano di Bricherano, suicidatosi la sera prima di un consiglio di amministrazione Fiat in cui voleva chiedere conto a Giovanni Agnelli (nonno dell’avvocato Gianni Agnelli) circa l’amministrazione della Fiat, che fallì nel 1908. Vi sono misteri nella fine del papà dell’avvocato, Edoardo, morto il 14 luglio 1936,con la testa mozzata. Racconto della morte della madre dell’avvocato, la principessa Virginia di Borbone, morta anche lei con il collo spezzato mentre corre dall’amante. Anche il fratello dell’avvocato ebbe una fine oascura. Si tratta di Giorgio Agnelli, la cui morte è molto simile a quella del nipote Edoardo. Qualcuno potrebbe forse parlare di karma familiare e dell’azienda. In verità non solo gli Agnelli hanno una storia piena di tragedie e lati oscuri ma anche molte altre dinastie, si pensi alla famiglia Kennedy.

Gli Agnelli sono in fondo stati (o sono ancora?) gli ultimi regnanti d’Italia e di Torino. La Mole è ancora oggi legata a filo doppio a questa famiglia?

Dopo che Torino, nel 1865, perse il ruolo di capitale del Regno d’Italia, era in qualche modo alla ricerca di un riscatto. Non bastava a Torino la presenza di alcuni membri della famiglia reale, strategicamente lasciati nella ex capitale da Casa Savoia, ci voleva di più. Questo ruolo fu in qualche modo assunto dagli Agnelli, soprattutto dopo la caduta della monarchia nel 1946. Anzi nella Repubblica gli Agnelli sono stati una sorta di surrogato della regalità in Italia. Debbo dire che Gianni Agnelli e sua moglie donna Marella, in qualche modo il ruolo lo hanno svolto bene. Oggi però questo legame tra gli Agnelli è la Mole, credo non esista più. Quella sorta di magia che si era creata tra la famiglia e la città, credo sia perso.

Il libro mette in luce ovviamente le magagne della dinastia. Torino ha però avuto anche del buono dagli Agnelli?

C’è chi accusa gli Agnelli di aver sfruttato la città di Torino e l’Italia intera. Secondo me però la storia non è fatta solo di ombre ma anche di luce. Gli Agnelli hanno contribuito a far girare la “ruota” economica di Torino ed anche a dare un certo fascino alla città. Ora che non ci sono più credo si noti il “vuoto”.

Esiste nel mondo a tuo avviso una famiglia non regnante con una storia tanto importante e lunga come quella degli Agnelli?

Ci sono famiglie non regnanti che hanno per molti decenni occupato scranni economici di tutto rispetto. Si pensi ai Rockfeller, la cui storia si intreccia, tra l’altro, con quella dell’avvocato Agnelli. Vi sono i già citati Kennedy e vi sono poi altre famiglie potentissime di banchieri, che appaiono poco ma dal potere immenso, addirittura incalcolabile. Tra questi i Rothschild.

Speri che il tuo libro possa dare una mano a riaprire il caso della morte di Edoardo Agnelli?

Io spero di si. Secondo Bava, che ha inviato diversi esposti agli inquirenti, questa potrebbe essere la volta buona per riaprire l’inchiesta. Lo merita la memoria di Edoardo, il senso di giustizia che deve animare tutti, lo meritano i sacrifici di Bava e del collega Puppo, il quale ha dovuto lasciare Torino e trasferirsi a Lecce, dove dirige un apprezzato quotidiano on line.

 

 

Il falco e il gabbiano

Condotto da Enrico Ruggeri

Da lunedì a venerdì ore 15.05 e 4.00 e sabato ore 22:00

Edoardo Agnelli, la solitudine dell'erede

 

 

https://podcast-radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2019/190603-falcogabbiano-s.mp3

 

1-L'auto di Edoardo non aveva le luci accese e le porte aperte

2-Franchini , addetto all'autostrada,  non poteva vedere nulla per ragioni di prospettiva

3-Giovannino non era l'erede designato ma Jaky a causa di un'intervista traanello su Mediobanca fatta da Friedman

4 - I pompieri non sono mai stati neppure chiamati

5- Boscardini non ha eseguito nulla tantomeno i RIS di Parma

6-Non c'e' alcuna prova sui tabulati che E.A abbia chiamato gli amici. La parola di Gelasio Caetani d'Aragona e Lupo Rttazzi (cugino ed amico di E.A) contro i tabulati.

6- Le prove con il telepass le fanno le scorte non E.A.

7-Sull'auto non sono state trovate impronte quindi  E.A non si e' mai

8-C'e' un teste che sia voi  sia Garofano ex Ris che il questore di Torino Cavaliere avete voluto ignorare perche' rivelava la menzogna del suicidio che anche voi avete sposato.

Mb 25-06-19

 

 

Agnelli Segreti puntata 1 "Il silenzio" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=GluwLstPQVk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Perché nessun giornale e nessuna televisione ha mai parlato di quello che accadde veramente poco ...

 

Agnelli Segreti puntata 2 "Il rendiconto" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=0NFdL6Pky2U
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

I momenti precedenti la morte dell'Avvocato, le stanze di villa Frescot precluse a Margherita, il muro di ...

 

Agnelli Segreti puntata 3 "La Dicembre" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=qUSrkoqsznk
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Il primo colpo di scena ai danni di Margherita riguarda la decisione di sua madre Marella, che non ...

 

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=YdFSP0y_Zd4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Agnelli Segreti puntata 4 "Un grande mistero alla Camera di Commercio di Torino" - Gigi Moncalvo ...

 

Agnelli Segreti puntata 5 "Le lettere segrete"- Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dVa9RYIuKbs
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Puntata dedicata alle lettere più "segrete" e riservate della storia del patrimonio di Gianni Agnelli ...

Agnelli Segreti puntata 6 "Nei paradisi fiscali" - Gigi Moncalvo - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=dV13XpJ7Hg4
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli continua la sua ricerca di informazioni sul patrimonio di suo padre custodito all ...

 

Agnelli Segreti puntata 7 "Grande Stevens non poteva non ... - YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=NRk5wky5pU8
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli entra in possesso dei documenti di una importante ... puntata 7 "Grande Stevens ...

 

Agnelli Segreti puntata 8 "Condizioni inaccettabili" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=-_ctVS2R8KA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

In questa puntata Margherita Agnelli, nel suo esposto alla magistratura, illustra lo “strano” comportamento ...

 

Agnelli Segreti puntata 9 "Estorsione" e "truffa"? - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=lu4AwXQ0mQE
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

L'esposto alla magistratura di Margherita Agnelli ci rivela e illustra i retroscena della spartizione del ...

 

Agnelli Segreti puntata 10 "I due accordi capestro" - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=Kec3oy8jJVA
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita Agnelli scrive una lettera a sua madre nel tentativo estremo di riallacciare i rapporti e ...

 

Agnelli Segreti puntata 11"Niente pace, solo guerra..." - Gigi Moncalvo ...

https://www.youtube.com/watch?v=OBEwZqMvE4A
23 apr 2018 - Caricato da Gigi Moncalvo

Margherita aggiunge una sua postilla autografa all'accordo transattivo con sua madre: "Accetto, ma ...

 

 

 

DOPO E.A RAFFAELLO BUCCI

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-be95167b-3325-4adb-9ff1-90ad235c26c4.html

 

MAFIA E STADI

Biglietti Juve: termini scaduti, e due boss tornano liberi

Corriere Torino20 Dec 2019Massimiliano Nerozzi

Per la scadenza dei termini (di fase) di custodia cautelare, sono tornati in libertà Saverio e Rocco Dominello, padre e figlio di 64 e 43 anni, condannati in primo e secondo grado per associazione mafiosa, nell’ambito dell’inchiesta «Alto Piemonte», sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in regione e nella curva sud juventina. Lo ha disposto la seconda sezione della corte d’appello, che dovrà fissare comunque un nuovo giudizio, dopo la pronuncia della corte di Cassazione. I giudici avevano confermato l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri della Dda, Monica Abbatecola e Paolo Toso, ritoccando però alcune posizioni nella sentenza d’appello. Annullando con rinvio la condanna dell’ex tifoso Fabio Germani (avvocato Michele Galasso) e quella per tentato omicidio di Saverio e Rocco, un fatto che dovrà essere riqualificato dall’appello bis: come chiesto dai difensori, gli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Domenico Putrino (e dall’ex difensore, l’avvocato Stefano Caniglia). Saverio Dominello era stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione (anche per alcuni episodi di estorsione), Rocco a 5 anni, «con il tentato omicidio qualificato come reato più grave», spiega l’avvocato Putrino, «quello annullato dalla Cassazione». Per questo, sono scaduti i termini di custodia cautelare relativi alla fase processuale e così, verso sera, hanno lasciato il carcere di Torino (Rocco), e quello di Voghera (Saverio). Erano stati arrestati il 2 luglio 2016. A occhio, hanno pesato i mesi passati tra la pronuncia della Cassazione (19 aprile) e il deposito delle motivazioni (27 settembre). Vista la possibilità di un successivo ricorso per Cassazione, i due resteranno in libertà anche dopo la celebrazione dell’appello bis.
 

L'AVVERTIMENTO

Le dichiarazioni generiche del tifoso, impiegato alla Telecontrol, hanno lasciato perplessi il pm Monica Abbatecola e il capo della mobile di Torino Marco Martino. Ma che Bucci abbia fatto scena muta o che sia stato reticente non lo ha creduto chi, subito dopo, o magari appena prima dell' interrogatorio, lo avrebbe minacciato. Questo, almeno, è il sospetto degli investigatori, che ora sono chiamati ad accertare perché, poche ore dopo la deposizione come testimone, Ciccio Bucci si sia gettato da un viadotto della Torino-Savona

lo stesso SOTTO IL QUALE FU TROVATO  Edoardo Agnelli il 15.11.2000.

Una firma che inizia con la morte del gen.Romano a cui il viadotto viene intitolato .

DENUNCIA AL COLLEGIO SINDACALE JUVENTUS ED ALLA CONSOB:

dal CORRIERE DELLA SERA DEL 11.07.16

Due testimoni: uno morto, l' altro scomparso. Entrambi decisivi per rendere esplicite le considerazioni del gip Stefano Vitelli che nella sua ordinanza scrive: «Non si può concludere senza fare riferimento al preoccupante scenario che vede alti esponenti di un' importantissima società calcistica a livello nazionale e internazionale consentire di fatto un bagarinaggio abituale e diffuso come forma di compromesso con alcuni esponenti del tifo ultrà ("voi non create problemi... e noi vi facciamo guadagnare con i biglietti delle partite").

Rocco Dominello, all' epoca 38 anni, figlio di Saverio, appartenente alla cosca Pesce/Bellocco di Rosarno (il gotha della 'ndrangheta), si offre di fare da mediatore. Non chiama un criminale, né un picchiatore da stadio. Telefona ad Alessandro D' Angelo, «security manager» della Juventus. «Io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme, allora se il compromesso è questo a me va bene! Se gli accordi saltano, ognuno faccia la propria strada». Gli accordi sono: la società (o almeno alcuni suoi dirigenti apicali) concede i biglietti che gli ultrà (o la criminalità) sfruttano per il bagarinaggio; in cambio, ottiene la calma nei rapporti con i tifosi.

Secondo l' inchiesta della Procura di Torino, tra le tribune di quello stadio, si sarebbero invece intrecciati, tra 2013 e 2014, torbidi accordi tra alcuni dirigenti della società (non indagati), ultrà e 'ndrangheta.

Il 23 ottobre 2013 si gioca Real Madrid-Juve (Champions League). E qui emerge una figura chiave dell' inchiesta. Fabio Germani: fondatore di «Bianconeri d' Italia», organizzazione no profit di tifosi. È lui che ha accreditato il giovane Dominello ai piani alti della Juve. Ed è sempre lui che, prima della partita di Champions, contatta Giuseppe Marotta, amministratore delegato bianconero. Marotta fa avere a Germani una busta di biglietti, recapitata all' hotel «Principi», raccomandando «massima riservatezza». Negli stessi giorni Dominello smercia 10 biglietti e se li fa pagare (750 euro) con un assegno intestato alla Juventus, più 200 euro in contanti, che sono il suo guadagno.

Storicamente i gruppi ultrà hanno una primaria fonte di guadagno. Quando le partite sono da tutto esaurito, hanno comunque i biglietti. Potere e guadagni che solo le società possono concedere (o meno). Secondo i pm e il gip torinesi, in questo caso è stata direttamente la 'ndrangheta a «fondare» un gruppo ultrà (i «Gobbi») per entrare nel business del bagarinaggio. Ma ogni tanto qualcosa va storto.A gennaio 2014 un tifoso manda una mail alla Juve lamentandosi di aver pagato 640 euro un biglietto per Juve-Real Madrid. La società scopre che quel tagliando rientra nella quota «nera» trattata da Rocco Dominello. Allora Stefano Merulla, responsabile «ticket office» del club, chiama il suo contatto Germani e si lamenta: «L' hai portato tu e l' hai presentato in un certo modo... non so che mestiere faccia, ma ho la percezione che abbia un' influenza abbastanza forte nella curva.
 

Come dire: lucrare sì, ma con cautela. Dalle carte si comprende che alcuni dirigenti della Juve probabilmente non avevano idea dello spessore criminale dell' interlocutore. Il security manager però, spiega il gip, «trovava comunque un espediente per aggirare i divieti ufficiali a favore di Dominello».

Il 15 febbraio 2014, in un bar di via Duchessa Jolanda a Torino, gli investigatori seguono un incontro tra Germani, Dominello e Marotta. Secondo la ricostruzione, i tre parlano di un provino alla Juve per il figlio di Umberto Bellocco, del clan di Rosarno (il ragazzo non verrà preso).
Per entrare nella curva dello Stadium, il picciotto Giuseppe Sgrò ha avuto il benestare del padrino e rassicura i suoi sottoposti: «Noi abbiamo le spalle coperte, abbiamo i cristiani che contano». Gli uomini della 'ndrangheta organizzano anche una «tavola rotonda» con gli altri ultrà per sancire il loro ingresso. Per un interesse che, di calcistico, non ha nulla: «Non ho un ca... da fare e mi butto dentro gli stadi. Se prendiamo soldi, che ca... me ne frega a me?».

 

Io non intendo suicidarmi ed eventuali incidenti potrebbero non essere causali. Mb

 

 

 

 

L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI:

IL 16.11.17 Gigi Moncalvo ha scritto:
"Il 15 novembre di diciassette anni fa moriva Edoardo Agnelli, unico figlio maschio e uno dei tre legittimi eredi (insieme a sua madre Marella e a sua sorella Margherita) di Gianni Agnelli. E quindi del gigantesco impero economico e, soprattutto, dell’immenso patrimonio (specie all’estero) accumulato dal defunto, scomparso il 24 gennaio 2003, poco più di due anni dopo suo figlio. Anche in questa ricorrenza sarà possibile verificare come sia stato completamente cancellato il figlio “scomodo” dell’Avvocato, a partire da alcuni esponenti di quel poco che resta dell’ex Royal Family. Da anni nessun necrologio, nemmeno sui giornali della Casa, nessuna breve notizia per ricordarlo, nemmeno una messa celebrativa. Anche quest’anno solo un mazzo di fiori inviati dalla sorella nella tomba di famiglia del cimitero di Villar Perosa, e una messa celebrata col rito greco-ortodosso nella cappella di casa Agnelli-De Pahlen ad Allaman sulle rive del lago di Ginevra.
A parte questo, nemmeno un tweet (a meno che non lo scriva dopo aver letto questo articolo) di Lapo Elkann, nipote di Edoardo, che in genere è un prodigo e instancabile facitore di cinguettii telematici. Niente neppure sul sito ufficiale della Juventus, di cui Edoardo era stato consigliere. Ma in questo caso è in buona compagnia, poiché da lungo tempo il club bianconero ha dimenticato perfino di ricordare il famoso e vero “Avvocato dell’Avvocato” – altro che Franzo Grande che si è auto-attribuito questo appellativo… - , cioè Vittorio Chiusano (scomparso nel periodo tra la morte di Gianni, prima, e poi di Umberto Agnelli), per anni consigliere, poi vicepresidente e, dal 1990 al 2004, presidente della società calcistica (con lui vivo “Calciopoli” sarebbe andata ben diversamente…)
UN MOVENTE MAFIOSO - Questo anniversario della morte di Edoardo Agnelli coincide con una notizia clamorosa che, in qualche modo, rende ancora più fitto ma finalmente tenta di svelare il mistero che circonda quell’avvenimento, aprendo nuovi scenari finora sconosciuti: la comparsa in scena di un movente e di una esecuzione mafiosa. Finora sulla morte di Edoardo gli interrogativi erano questi. Fu un suicidio, come si è voluto ostinatamente far credere arrivando perfino a occultare molte verità e molti dati di fatto? Un suicidio eventualmente procurato, e da chi? Oppure, tesi fino al momento meno probabile, si trattò addirittura di un omicidio? La lacunosa e quasi inesistente inchiesta venne condotta superficialmente sia dalla Procura della Repubblica di Mondovì (il corpo di Edoardo venne trovato nei pressi di Fossano, ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona), sia dalla Digos di Torino (che “dimenticò” perfino di sequestrare le videoregistrazioni delle telecamere del perimetro di Villa Sole, la casa di Edoardo nella collina torinese, e interrogò in modo blando gli uomini della scorta accontentandosi di una versione scritta, prefabbricata e identica, predisposta dal Gruppo Orione, cioè la security della Fiat). Tutto ciò ha messo una pietra tombale sulla ipotesi di reato su cui l’allora Procuratore di Mondovì, Riccardo Bausone (da tempo in pensione) aprì un fascicolo: “istigazione al suicidio”. Un titolo cui non corrispose alcun atto concreto. Infatti, in questa direzione sarebbe stato ovvio interrogare per primi i genitori di Edoardo, la sorella Margherita, il cognato Serge de Pahlen (con cui quel giorno fatale ci doveva essere un incontro a Torino), lo zio Umberto Agnelli e l’altro zio (l’editore Carlo Caracciolo, con cui ci fu un’ultima telefonata prima della morte), e anche i due stretti collaboratori di Gianni Agnelli, cioè Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che avevano avuto e avevano contatti con lo scomparso, specie il primo in ambito IFI. Invece niente. Non solo, ma a contribuire alla tesi del suicidio erano stati in questi anni certi atteggiamenti della famiglia o comunque degli ambienti Fiat che, specie nelle versioni accreditate dall’ufficio-stampa, enfatizzavano la versione “ufficiale”, manipolavano notizie di agenzia, “suggerivano” interviste con parenti ed esperti di parte, e stroncavano (non è dato sapere su ordine di chi…) ogni tentativo serio di arrivare alla verità e di mettere in dubbio ciò che si è voluto far credere per diciassette anni instillando nell’opinione pubblica solo la parola “suicidio”.
CINQUANTA LACUNE NELL’INDAGINE - Nel mio introvabile libro “Agnelli Segreti” (lo potete acquistare su www.gigimoncalvo.it), dopo aver esaminato con attenzione il fascicolo giudiziario che era secretato, avevo ricostruito una cinquantina di punti oscuri che erano in forte contrasto con la tesi del suicidio. Per cui, conclusi, che era ed è meglio definire il tutto con l’unica cosa certa: la morte di Edoardo. Dopo aver letto quella parte del mio libro, e alcuni documenti successivi, Margherita Agnelli aveva inviato un dossier (insieme al fascicolo giudiziario) ai suoi legali per esaminare se fosse possibile chiedere la riapertura del caso, un po’ come è avvenuto a Siena in tempi recenti e per un lasso di tempo più vicino alla morte, da parte della vedova di Davide Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi, anch’egli scomparso a seguito di un misterioso “suicidio”. Dopo l’archiviazione da parte della Procura di Siena, ora, dopo una inchiesta condotta dalle “Iene”, la Procura di Genova (competente per le indagini sui magistrati senesi) non ha riaperto le indagini, ma solo un fascicolo, senza però alcuna ipotesi di reato. Ma, nel caso di Edoardo, l’apporto che avrebbe potuto dare un’inchiesta tv non c’è mai stato (a parte un encomiabile tentativo qualche anno fa nel programma “Complotti” di Giuseppe Cruciani). Ed è andato semmai in senso contrario, come dimostra uno scambio di e-mail con la Procura di Mondovì, allorché “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, allo scopo di visionare i documenti secretati e di filmarne alcune parti, scrisse al magistrato: “Dal fascicolo (dov’è vero che emergono alcune lacune nell’indagine svolta) il nostro medico legale neutrale sosterrà l’ipotesi della caduta in piedi (dal tipo di fratture riportate e dall’altezza rilevata dopo la caduta che risultava 20 cm in meno) confermando in sostanza l’ipotesi del suicidio”. Era incredibile: prima ancora di esaminare il fascicolo e farlo leggere ai loro “esperti”, i responsabili del programma avevano già una tesi sostenuta dal «nostro medico legale», ovviamente “neutrale”: dirà che non ci sono dubbi, Edoardo si è suicidato. E aggiungerà perfino che uno dei punti più “strani” dell’esame così poco approfondito del cadavere (scrissero una misura di 20cm inferiore all’altezza reale di Edoardo…) verrà spiegato così: Edoardo è caduto «in piedi», e a causa del violento impatto, il suo corpo si è accorciato di 20 centimetri! Ecco risolto “scientificamente” il mistero dell’errata indicazione da parte del medico legale di Fossano. Prima di morire Edoardo era alto 1,90cm, dopo la morte è diventato un metro e 70 (anche se nel referto medico, sbagliato, c’è scritto 1,75 e quindi “l’accorciamento” sarebbe stato di 15cm). Davvero interessante, per quello che era stato annunciato come un «documentario anglosassone» dal «linguaggio asciutto».
NON CI SONO IMPRONTE - Margherita Agnelli si è affidata a un pool di investigatori italiani e stranieri. I quali sono partiti da un dato: nel rapporto della polizia scientifica di Cuneo, che ha esaminato l’auto di Edoardo (una Fiat Croma grigio metallizzata, targata TO66917V appartenuta a Gianni Agnelli e su cui era montato un motore Peugeot), emerge un dato incredibile, e mai utilizzato come spunto per ulteriori indagini: “Sulle superfici esterne dell’autovettura” non sono emerse “linee di impronte papillari latenti”. Vale a dire: non c’era nessun impronta digitale. Né sulla maniglia, né sul comando di apertura del portellone posteriore (che era aperto). E nemmeno all’interno dell’abitacolo: né sul volante, né sulle chiavi di accensione, né sulla leva del cambio, né sui tasti del telefono, né nella bottiglia d’acqua accanto al posto di guida. Com’è possibile che non ci fossero impronte, dato che Edoardo non indossava mai i guanti? Trentatré fotografie documentano il lavoro della scientifica. Esaminandole con strumenti sofisticati, gli investigatori privati hanno tratto una sola conclusione: tutte le impronte sono state cancellate. Si è trattato quindi, almeno per questo aspetto, di un lavoro compiuto da esperti criminali che potrebbero aver portato l’auto sul viadotto e l’hanno poi ripulita? C’era anche Edoardo su quell’auto e da lì qualcuno lo ha lanciato nel vuoto? Gli investigatori hanno elencato una serie di elementi che potrebbero far pensare a questo. Era difficile per Edoardo parcheggiare così bene l’auto, scendere, armeggiare per salire sull’alto guard-rail tipo jersey, e gli era impossibile muoversi con agilità dato il peso che egli aveva raggiunto e la necessità di far uso di un bastone per una recente caduta in Scozia. Possibile che fosse riuscito a salire da solo su quella barriera e a scavalcarla senza che nessuno delle centinaia di automobilisti che transitavano sulle due carreggiate dell’autostrada notasse nulla?
IL MOVENTE MAFIOSO? – Se la evidente e incontestabile cancellazione delle impronte su tutte le superfici dell’auto rivelava un lavoro di autentici professionisti del crimine, occorreva ripercorrere alcuni avvenimenti accaduti nel gruppo FIAT e cercare di contestualizzarli con un eventuale movente plausibile avente come bersaglio proprio Edoardo, uno degli anelli più deboli della famiglia. Sono stati incrociati numerosi dati e controllate moltissime circostanze specie di carattere finanziario. Gli investigatori si sono soffermati su una vicenda del 1997, allorché IFIL Spa, la società di investimento controllata dagli Agnelli (tramite l’IFI), con un portafoglio di 5 miliardi di odierni euro, gestita da Umberto Agnelli e Gabriele Galateri di Genola, portò a compimento una strana operazione in uno dei settori-chiave delle sue partecipate (che spaziavano su oltre cento società, nel settore bancario, calcistico, turistico). IFIL a un certo punto decise di vendere una parte cospicua di una di queste società. E scelse (o fu “consigliata” o “costretta” a scegliere?) un signore che non aveva alcuna dimestichezza col business di quel settore, anzi il contrario. Si trattava di un piccolo fornitore di parti elettriche per le auto Fiat, proprietario di un piccolo impianto con pochi addetti. Un signore che non aveva mai manifestato alcuna propensione per quel tipo di business che gli veniva affidato da IFIL. Che, addirittura, per incoraggiarlo ad accettare attraverso il San Paolo gli garantì cospicui finanziamenti. Venne costituita una finanziaria ad hoc, e quel signore cominciò a scegliere tra i suoi parenti prossimi gli improvvisati manager per gestire quel grosso affare.
UNA SCALATA - Tutto sembrava filare per il meglio ma nel 1999 a Torino si accorsero che qualcosa non andava. Forse avevano scelto quel nome come “testa di legno” o semplice esecutore di ordini, ma invece quel piccolo imprenditore doveva essersi montato la testa, aveva fatto investimenti e acquisizioni ben al di là di quello che IFIL voleva, a poco a poco aveva osato scalare alcune società e stava diventando padrone assoluto (o si comportava come tale) di tutto quel settore dove IFIL voleva continuare a regnare. Non era possibile che costui si permettesse di portare via ciò che gli era stato fiduciariamente affidato e si appropriasse di beni non suoi, per di più senza alcun rispetto per una potenza come IFIL. Cercarono di convincerlo a fermarsi, ma ormai la macchina era lanciata. Allora ordinarono alle banche di chiudergli i rubinetti del credito e farlo rientrare. La lotta si scatenò su più fronti e il teatro delle operazioni si concentrò in Sicilia, dove tutto era avvenuto nel corso degli anni, e arrivò fino a denunce, fallimenti, curatele, amministrazioni controllate, blocchi delle attività. Con l’intervento della magistratura, i rischi di denunce per appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta cominciarono a lambire i parenti stretti del piccolo imprenditore che comparivano come amministratori delle varie società. Uno o una di questi si confidava continuamente con una persona di fiducia (un fidanzato, una fidanzata, un amico, un’amica?). E a un certo punto annunciò: “Questi di Torino se la stanno prendendo con me. Ma devono stare attenti: non sanno che cosa significa e quali conseguenze può avere toccare me o qualcuno della mia famiglia”). Gli investigatori hanno rintracciato questo o questa testimone che avrebbe firmato una lunga dichiarazione giurata e fornito date, circostanze e particolari su questa vicenda. Concludendo con questa affermazione: “In seguito le cose precipitarono. E la frase che ricordo bene fu questa: “Adesso hanno esagerato. E allora sai che ti dico? Visto che se la sono presa con qualcuno di noi, gli faremo vedere che cosa siamo capaci di fare al qualcuno di loro, a qualcuno della loro famiglia!”.
Da qui sarebbe nata la “vendetta”, il desiderio di “fargliela pagare” a quelli di Torino, fino ad arrivare al bersaglio più vulnerabile, più fragile, meno protetto, affidando il “lavoro” a una squadra di professionisti, quelli che cancellano le impronte. Questa ricostruzione riguarda geograficamente e per molti aspetti, del passato e del presente, la zona di Castelvetrano, terra mediterranea, terra di vini marsala, in provincia di Trapani. Il luogo da cui regna, ancor oggi indisturbato, sull’immenso impero che ha creato Matteo Messina Denaro, la primula rossa di “Cosa Nostra”. Basta incrociare i dati su alcune persone originarie di Castelvetrano, molto ben collegate da anni col boss, basta legare alcune parentele con gli amministratori di certe società, per arrivare alle conclusioni cui sono giunti gli investigatori di Margherita Agnelli.
IL DUBBIO DI MARGHERITA AGNELLI - E adesso? La sorella di Edoardo è di fronte a una strada, la stessa che le si presentò anni fa quando cominciò la sua lunga battaglia per avere trasparenza sul patrimonio di suo padre: andare avanti o fermarsi? Andare avanti significherebbe presentare un dossier alla magistratura, chiedere la riapertura del caso, arrivare perfino alla richiesta di riesumazione del corpo di Edoardo per fare quell’autopsia (a diciassette anni dalla morte è ancora possibile e potrebbe dare qualche risultato interessante) che incredibilmente la Procura di Mondovì non volle ordinare, chiudendo la (cosiddetta) inchiesta in pochi giorni e trascurando ogni pista. Margherita Agnelli, stando a chi le è vicino, sembra aver commentato così le conseguenze che la sua decisione potrebbe provocare: “Già mi hanno insultata, cancellata, diffamata per il solo fatto di aver osato andare in Tribunale per chiedere il rendiconto dei beni di mio padre. Il mio figlio primogenito non mi parla da anni, non mi ha nemmeno invitato al battesimo dei suoi tre figli, né alla festa per il suo decimo anniversario di matrimonio, nonostante si svolgesse a Villar Perosa, che tra l’altro è casa mia, dato che mio padre me l’ha lasciata in eredità. Cosa succederebbe se ora chiedessi di riaprire il caso riguardante il povero Edoardo? Mi direbbero, come minimo, che questa eventuale mia iniziativa è la conferma che sono impazzita, che non ci sono più con la testa, che sono incontrollabile, che di me non ci si può fidare, che ha fatto bene la mia famiglia a rompere i ponti con me, che bisogna che qualcuno mi fermi, che non ho limiti….. Ne vale la pena? E’ il prezzo che devo pagare per conoscere finalmente un po’ di quella verità che da anni sto cercando sulla morte misteriosa del mio povero fratello?”. Come darle torto."

IO LE DO TORTO ! Mb

IL 17.11.18 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.P.COSSA ANG V.ACTIS

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

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TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

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ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

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Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

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TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

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ULTIMO AGGIORNAMENTO 26/10/2020 02.17.00

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CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

 

Umberto Palermo è lieto di annunciarvi che il prototipo del quadriciclo 100% elettrico Mole Urbana sta effettuando i primi test su strada. Con l'occasione, alleghiamo il comunicato stampa e vi invitiamo al salone Milano-Monza Open-Air Motor show, al quale saremo presenti.

PER IL MATERIALE INFORMATIVO, UNA SERIE COMPLETA DI IMMAGINI ED IL VIDEO DELLE PROVE SU STRADA, SEGUIRE IL LINK QUI IN BASSO:

https://wetransfer.com/downloads/6b55a8391e962beadf2e3aecff64ce5a20201020105932/10a90b53199f210af8dcb8a01e52319220201020105932/b0d717

PROVA DI COME LAVORI UIBM

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TO.26.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

 

PERCHE' PER COLPA DI QUESTI

Primo giorno di scuola di sci. Maschera e mascherina, casco, crema, voglia e pazienza: c'era tutto quello che serviva, peccato che ci fosse anche una lunga coda, a Cervinia, per la tradizionale apertura autunnale degli impianti da sci. La voglia di neve, dopo un inverno congelato a febbraio, ha richiamato oltre duemila persone. Che in fila per tre, col resto di due e più, hanno formato una colonna che ha fatto, prima, impazzire i social e poi impensierire l'intero settore degli sport invernali.

folla a cervinia all apertura delle piste folla a cervinia all apertura delle piste

La stradina che collega gli immensi parcheggi era colma: qualche steward si inerpicava su e giù a chiedere di mantenere le distanze. Gli altri traghettavano all'interno e alle casse una anche automatica una decina di persone alla volta, dopo aver provato loro la febbre, consegnando la mascherina a chi non la portasse. «Giornaliero, stagionale?», spiegazioni di rito e via attraverso i tornelli, poi ancora qualche ingorgo sui primi impianti e, infine lei, la neve. Bianca e libera, perché una volta in quota, di assembramento - va detto -, nemmeno l'ombra. Trenta euro per stare sul versante italiano, 63 per sconfinare oltre quota 3mila sul ghiacciaio di Plateau Rosà

folla a cervinia all apertura delle piste calca in funivia folla a cervinia all apertura delle piste calca in funivia

Fra le 10 e le 11 la ressa era scomparsa, ma il dubbio che qualcosa sia andato storto resta: «Tutte le casse erano aperte, abbiamo fatto allungare la coda all'esterno proprio per non ingolfare gli interni -, spiega Matteo Zanetti neo presidente della società impianti -. Accettiamo le osservazioni costruttive e siamo contenti che Cervinia, che da sempre inaugura prima degli altri, possa fare da apripista, mettendo in luce le criticità».

Che ieri non sono mancate: la vendita degli stagionali ha un iter più complesso e anche chi aveva prenotato via web doveva, come primo giorno, validare il voucher in cassa. Tutte procedure da snellire, incentivando la consegna del ticket in albergo o comunque l'acquisto on line, ormai possibile, anche grazie a circuiti prepagati o carta di credito.

folla a cervinia all apertura delle piste 3 folla a cervinia all apertura delle piste 3

«Le code, però, si formeranno comunque - spiega Valeria Ghezzi, presidente di Anef - Associazione nazionale esercenti funiviari, che rappresenta il 90% delle imprese di settore - proprio per evitare di fa sostare la gente al chiuso». Anef sta limando un protocollo che molte Regioni hanno già sottoscritto: fra i punti cardine, sanificazione delle seggiovie, finestrini aperti su ovovie e funivie, accessi contingentati, divieto di «svestirsi» a bordo, togliendo casco e guanti, divieto di parlare al cellulare in quei pochi minuti di viaggio. Modulabile anche la velocità degli impianti, a seconda dell'afflusso: «A pieno ritmo - spiega Zanetti - smaltisci le code a valle; più lento, fluidifichi eventuali code sulle piste».

folla a cervinia all apertura delle piste folla a cervinia all apertura delle piste

L'imperativo è uno: meglio sbagliare ora che a dicembre, quando (al netto di nuovi lockdown) partirà ovunque la piena stagione. La preoccupazione, dato il confronto con la folla quotidiana che usa metrò o mezzi locali, è quella di non venire più additati come «untori», come avvenne in primavera. «Lo sci si fa all'aperto e imbacuccati», sottolinea Ghezzi che però lancia un messaggio: «Io capisco atleti e sci club, per cui la neve è equiparabile ad un lavoro, ma forse, se il nostro Governo ci chiede di evitare il superfluo, potremmo tutti aspettare a sciare». Rinunciare oggi, «per avere una vera stagione da dicembre, quando i numeri dello sci diventano davvero fondamentali». «Per almeno 60mila lavoratori e l'economia di tutte le alpi». E non solo per la passione di qualche curva, ancora fuori stagione.

CI DOBBIAMO RIMETTERE TUTTI ?

Se volete governare questo paese non potete fermarlo chiudendo scuole e stadi perché se no la gente capisce sempre meno e reagisce sempre più.

Il 27 ottobre al Quirinale la riunione del Consiglio Supremo di Difesa

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa, al Palazzo del Quirinale, per martedì 27 ottobre 2020, alle ore 17.00.

L’ordine del giorno prevede la trattazione dei seguenti temi:

- conseguenze dell'emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla NATO e all'Unione Europea. Aggiornamento sulle principali aree di instabilità e punto di situazione sul terrorismo transnazionale. Prospettive di impiego delle Forze Armate nei diversi teatri operativi;

- prontezza, efficienza, integrazione e interoperabilità dello Strumento Militare nazionale. Bilancio della Difesa e stato dei programmi di investimento in relazione alla fluidità del contesto di riferimento e agli obiettivi capacitivi di lungo periodo.


Roma, 20/10/2020
 

Sono sempre più convinto che il virus viaggi su oggetti che tocchiamo prima di toccare le mucose senza lavarci le mani ,

I super-ricchi in Cina hanno guadagnato 1.500 miliardi di dollari durante la pandemia. Lo rivela il rapporto Hurun, un istituto di ricerca con sede a Shanghai, famoso per la sua lista annuale di super-ricchi. I Paperoni cinesi negli ultimi cinque mesi hanno nesso da parte più ricchezza degli ultimi cinque anni messi insieme, grazie al boom dell’e-commerce e a quello dei giochi online. la loro ricchezza totale è arrivata a quota 4 mila miliardi di dollari.
È un rapporto focalizzato sulla Cina che — sia pure con numeri diversi per metodologie di calcolo rispetto per esempio alle classifiche dei miliardari di Forbes o Bloomberg, perché comprende possessori di ricchezza con almeno 2 miliardi di yuan, pari a 290 milioni di dollari — evidenzia un fenomeno che è globale, quello della concentrazione di ricchezza durante l’epidemia di Covid-19 e il lockdown grazie ad alcuni business particolari.
Fino ad agosto i cinesi entrati ex novo nel club dei super-ricchi sono stati 257, per un totale di 878 persone. Forbes, che ferma il suo conteggio annuale ad aprile e usa un criterio più restrittivo (ricchezza pari ad almeno 1 miliardo di dollari) registrava 643 super-ricchi in Usa e 456 in Cina.

Nella classifica «Hengchang Shaofang·Hurun China Rich List 2020» stilata da Hurun Research è in testa Jack Ma, il fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba. La sua ricchezza è salita del 45% a 58,8 miliardi dollari, grazie ai mega-incassi che le aziende dello shopping online hanno fatto con il lockdown.

Al secondo posto c’è Pony Ma (57,4 miliardi), capo del gigante dei gioco online e proprietario di WeChat, il quale ha incrementato il suo patrimonio del 50%, nonostante le preoccupazioni per le prospettive statunitensi, dopo che la sua azienda è stata messa da Washington nella lista nera a causa dei timori per sicurezza nazionale Usa.

Al terzo posto c’è Zhong Shanshan, 66 anni, noto per il suo marchio di acqua in bottiglia Nongfu, che possiede 53,7 miliardi di ollari dopo un’IPO a Hong Kong a settembre. «Il mondo non ha mai visto tanta ricchezza creata in un solo anno», ha detto in un comunicato il capo ricercatore del rapporto Hurun, Rupert Hoogewerf.

In un anno è stata creata tanta ricchezza quanto nei cinque anni precedenti messi assieme. L’elenco di quest’anno mostra che la Cina si sta «allontanando da settori tradizionali come la produzione e il settore immobiliare e viaggia con decisione in direzione della new economy.
Wang Xing, fondatore dell’app di consegna del cibo Meituan, ha quadruplicato la sua ricchezza ed è balzato al tredicesimo posto nella lista con 25 miliardi di dollari, mentre Richard Liu, il fondatore della piattaforma di shopping online JD.com ha raddoppiato i suoi soldi attestandosi a 23,5 miliardi di dollari. Anche gli imprenditori sanitari sono saliti in classifica sulla scia della pandemia, con Jiang Rensheng, fondatore del produttore di vaccini Zhifei, che ha triplicato il suo patrimonio a 19,9 miliardi di dollari.

Intanto ogni giorno di lockdown per il Covid può rappresentare, in Italia, un serio rischio per almeno mezzo miliardi di euro di prodotto interno lordo, solo se consideriamo i settori del commercio e del turismo. Questi due comparti dell’economia italiana, infatti, pesano per circa il 12% su un totale, stimato dal governo per il 2020, di oltre 1.600 miliardi di pil. In altri termini: circa 3,5 miliardi a settimana e oltre 15 miliardi al mese.

Si tratta, tra l’altro. di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, grande distribuzione, concessionari automobilisti, ambiti nei quali sono maggiormente attive le piccole e medie imprese. È quanto calcolato dal Centro studi di Unimpresa, secondo cui il commercio e il turismo, i settori maggiormente penalizzati da chiusure e misure restrittive, valgono, per quest’anno, quasi 198 miliardi di euro sull’intero prodotto interno lordo nazionale, che, nelle stime della Nota di aggiornamento di economia e finanza, dovrebbe attestarsi, a fine anno, a 1.647,2 miliardi.

«I danni collaterali di una nuova chiusura generalizzata possono essere peggiori, sia sul piano della salute (perché molte malattie non vengono curate né diagnosticate) sia sul versante economico (perché non ci sono sufficienti soldi pubblici per ristorare chi perde incasso e fatturato), di quelli che cagionati direttamente dalla pandemia. Non ci sono soldi pubblici per tutti, inutile girarci intorno: le decisioni del governo devono essere improntate al massimo equilibrio: le pmi vanno tutelate e le famiglie aiutate.

Resta un bel po’ di amarezza. Ad agosto, quando c'erano primi segnali di ritorno del Coronavirus, tutti hanno lasciato correre, sia per consenso generale sia perché si votava in alcune regioni chiave per l’attuale maggioranza parlamentare. Adesso, invece, non sanno cosa fare e improvvisano. Tutto questo dopo aver sprecato sei mesi per migliorare tracciamento, trasporto pubblico locale e edilizia scolastica-universitaria» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il commercio e il turismo sono i settori destinati a pagare il prezzo più alto di un eventuale lockdown o, comunque, di altre misure restrittive. Questi due settori valgono circa il 12% del pil del Paese: vuol dire che si tratta di circa 197,6 miliardi sul totale del prodotto interno lordo 2020, calcolato dal governo con l’ultima Nadef, in 1.647,2 miliardi.

La media giornaliera, senza distinguere tra giorni feriali e festivi, è di 541,5 milioni di euro: è questo, in sostanza, il giro d’affari giornaliero di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, grande distribuzione, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, concessionari automobilistici, solo per indicare i comparti più noti ai cittadini, dove operano principalmente le piccole e medie imprese.

Per il vicepresidente di Unimpresa «adesso serve fermezza e giudizio: non potendo nemmeno immaginare un eventuale lockdown, bisogna tutelare le categorie più a rischio per questa malattia e, quindi, lasciare in casa i più anziani, gli immunodepressi, coloro che hanno già altre importanti patologie. Poi, occorre mantenere obbligatorio l’utilizzo di dispositivi individuali di protezione e limitare gli assembramenti, ma oltre non è possibile andare: non possiamo permettercelo».

Chi pagherà e quanto per il salvataggio delle banche ?

Martedì prossimo il responsabile della vigilanza bancaria della Bce Andrea Enria si confronterà con gli eurodeputati della commissione problemi economici e monetari. Al centro dell' attenzione generale c'è la crescente preoccupazione per gli effetti economici e finanziari della seconda ondata pandemica. Con un problema immediato, che interessa molto da vicino anche l' Italia, il cosiddetto calendar provisioning: si tratta dell'azzeramento dei crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni dei crediti coperti da garanzie reali, prevista dalla normativa Ue.

In un contesto di recessione la progressiva svalutazione di tutti i crediti deteriorati fino al 100% può comportare effetti negativi sull' erogazione del credito. L' Associazione bancaria italiana ha chiesto di modificare quelle regole data la situazione. Inoltre, si tratta di valutare se è il caso o meno di procedere verso una gestione accentrata dei crediti deteriorati oppure no.
Il riferimento è alla creazione di una bad bank, una banca-veicolo paneuropea nella quale far confluire gli asset deteriorati per poi gestirne la vendita. È una prospettiva sulla quale si discute da tempo e uno dei fautori è stato fin dall' inizio Andrea Enria, già quando guidava l' Autorità bancaria europea (Eba). Non se ne fece nulla soprattutto perché la Germania in particolare (ma non solo) temeva di dover sostenere i sistemi bancari di Paesi con alti livelli di sofferenze (tra cui l' Italia).

E così è stato. In una recente intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, Enria ha indicato che in caso di una recessione più severa quest' anno, con un Pil a -10% e non a -7,2% (scenario di base) «con una seconda ondata di contagi e di misure di contenimento i crediti cattivi arriverebbero a 1.400 miliardi, più di quanto furono nell' ultima crisi finanziaria». Richiesto di chiarire se è il caso di rilassare le regole sui crediti cattivi, Enria aveva risposto: «Sono assolutamente convinto che sia meglio per le banche e i loro clienti ripulire i bilanci bancari il più velocemente possibile.

Sono molto lieto che abbiamo introdotto regole e pratiche di vigilanza dopo l' ultima crisi per costringere le banche a riconoscere e liquidare i crediti inesigibili prima. Nella crisi attuale questo è più importante che mai». Quanto alla prospettiva di una bad bank paneuropea, il responsabile della vigilanza Bce ribadiva che ci sono «forti argomenti per una iniziativa europea, tuttavia una rete di società nazionali di gestione degli asset può fare bene lo stesso».
L'Eba è sulla stessa linea. Enria metteva però in guardia dal non ricadere nell' errore compiuto dieci anni fa quando le banche vennero salvate dai governi ma riemersero dalla crisi strutturalmente deboli: «La ristrutturazione era nelle mani degli Stati, questa volta dovrebbe seguire principi europei e condurre a un mercato più integrato». Prima della seconda ondata pandemica, la Bce riteneva che una discussione sulla bad bank fosse prematura, ora si tratta di vedere se la sterzata dei coprifuoco ha cambiato qualcosa nella sua impostazione.

Ho sempre pensato che le operazioni finanziarie irregolari in VATICANO avessero coperto buchi in altre operazioni ed infatti chi è, veramente, Gianluigi Torzi? Perché il suo nome […] rimbalza nelle procure italiane di Milano, Larino e Bari? Si sa che il broker molisano […] è riuscito a spillare alle casse della Segreteria di Stato della Santa Sede almeno 15 milioni di euro per fare da intermediario nel disastroso affaire della compravendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra, conclusosi con una perdita, per il Vaticano, di un centinaio di milioni. Una traccia di quella clamorosa parcella porta al crac della Popolare di Bari […]


A dicembre del 2018 […] Vincenzo De Bustis […] viene nominato consigliere delegato della Popolare di Bari, in quel momento in difficoltà economica. De Bustis nel primo consiglio di amministrazione porta in dote 30 milioni. Di chi sono? De Bustis spiega che una società maltese, la Muse Ventures, è pronta a sottoscrivere obbligazioni della PopBari per quella cifra. Perché si perfezioni l' accordo, però, PopBari deve acquistare 51 milioni di azioni dal fondo lussemburghese Naxos.
La maltese Muse Ventures è una società di Torzi, con un capitale di appena mille e 500 euro. Una scatola vuota. Dove li ha i 30 milioni di cui parla De Bustis? Anche la lussemburghese Naxos, però, è legata al broker molisano: è del suo partner d' affari Enrico Danieletto. Secondo la procura di Bari, Torzi, grazie alla futura liquidità vaticana, sta provando una triangolazione di denaro a rischio riciclaggio. Il cda della banca - quando si accorge che il nome di Torzi è nelle black list di mezza Europa - blocca tutto. Ma l' operazione, si scopre oggi, non è del tutto sfumata.

[…] Torzi. Classe 1979, il finanziere di Guardialfiera, comune di neanche mille abitanti in provincia di Campobasso, ne ha fatta di strada […] a Londra aggancia i contatti giusti e affina, al ritmo di investimenti e transazioni milionarie, il suo metodo […]: rileva quote di società con denaro che fisicamente non ha, ma che detiene in portafogli complessi che comprendono crediti deteriorati, obbligazioni, strumenti finanziari complicati; rivende le quote a terzi, incassando soldi veri. Anche perché la vicenda Vaticano e PopBari non sono episodi isolati. La procura di Larino ha su Torzi indagini avanzate. Quella di Milano ha più di un fascicolo aperto per reati che vanno dalla truffa alla bancarotta.

[…] Torzi siede nei salotti buoni, esibisce relazioni politiche e propina lezioni da esperto di strategia internazionale. Lo testimonia il saggio scritto la primavera scorsa […]: "Thinking outside the box. Pandemia e geopolitica: i nuovi assetti globali". […]La lunga postfazione è firmata da Franco Frattini […] Nel board di una sua società britannica figurano altri nomi noti: Giancarlo Innocenzi, ex sottosegretario alle Comunicazioni con Silvio Berlusconi; Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa; Fabrizio Lisi, ex generale della Guardia di Finanza in contatto con Luigi Bisignani. […] L'ultimo ad andarsene è stato il top manager Alfredo Camalò. […]

Mancheranno anche le risorse passare da un mucchio di alghe a un pacchetto di salsa di soia.

alghe al posto della plastica alghe al posto della plastica

La startup londinese Notpla ha creato un’alternativa alla plastica dalle alghe che è biodegradabile e persino commestibile. E si spera che possa incidere sui 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che gli esseri umani producono ogni anno.

L’involucro di plastica naturale di Notpla è biodegradabile entro quattro-sei settimane, afferma l’azienda, rispetto alle diverse centinaia di anni necessari alla plastica sintetica per biodegradarsi.

La membrana è composta da alghe coltivate nel nord della Francia. Vengono essiccate e macinate in polvere; una ricetta segreta le trasforma poi in un fluido denso e viscoso, che si asciuga per formare una sostanza simile alla plastica.

L’azienda ha raggiunto la fama cinque anni fa con baccelli d’acqua commestibili da ingerire dopo l’uso: si sono rivelati popolari tra i corridori alla maratona di Londra e ad altri eventi. L’azienda sta ora esplorando altri usi per la tecnologia.

alghe al posto della plastica alghe al posto della plastica

Le alghe sono più ecologiche delle alternative a base di amido poiché non hanno bisogno di terra o tempo per crescere.

“È una delle risorse più abbondanti”, ha detto il cofondatore di Notpla, Rodrigo Garcia. “Una tra le alghe che usiamo cresce fino a 1 metro al giorno. Riuscite a immaginare qualcosa che cresce così velocemente? Non avete bisogno di fertilizzanti, non avete bisogno di aggiungere acqua, ed è una risorsa utilizziamo da molto tempo”.

Entro la fine dell’anno, Notpla lancerà una nuova linea di contenitori per alimenti usa e getta privi di sostanze chimiche sintetiche e rivestiti con una membrana impermeabile e antiolio.

Il cartone si decompone completamente in tre-sei settimane, rispetto ai tre mesi per il cartone non trattato e centinaia di anni per il cartone rivestito con un tipo di plastica nota come PLA (acido polilattico).

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“Quello che abbiamo fatto è sostituire il PLA con il nostro materiale naturale, quindi anche se entra in natura, si degrada naturalmente come un frutto o un vegetale”, ha detto a Business Insider Juno Wilson, project manager e business manager di Notpla.

Il prezzo di Notpla è privato, ma vende prodotti all’ingrosso ad aziende i cui clienti apprezzano le loro prerogative ecologiche.

La plastica monouso è ovunque nella nostra vita quotidiana e rappresenta oltre la metà dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno.

Ciò rende alcune persone scettiche sul tipo di impatto che queste alternative su piccola scala effettivamente possano avere.

Un sondaggio condotto dal fondatore di Everyday Plastic, Daniel Webb, ha rivelato che quest’anno stiamo buttando via ancora più plastica rispetto allo scorso. E gran parte di essa – circa 8 milioni di tonnellate all’anno – finisce nell’oceano. La pandemia ha aggravato il problema.

“Prima del blocco, abbiamo scoperto che le persone gettavano via circa 99 pezzi di plastica in una sola settimana”, ha detto Webb. “Durante il lockdown abbiamo scoperto che 128 pezzi di plastica venivano gettati via dalle famiglie in una sola settimana, con una differenza del 25-30% circa”.

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I fondatori di Notpla vedono l’uso della plastica come una dipendenza difficile che deve essere però spezzata. Stanno lavorando a nuove confezioni per cibo e bevande, oltre a vestiti e viti per mobili pronti per il montaggio.

“Si tratta di impatto. Abbiamo iniziato perché volevamo essere parte di una soluzione alla crisi della plastica. È ciò che guida tutta la squadra”, ha detto il cofondatore Pierre Paslier. “Quindi è un problema davvero stimolante su cui lavorare”.

Anche perche' chi puo si abboffa di soldi pubblici «Qui mi serve un direttore generale di assoluta fiducia», pensò dopo la nomina (tutta politica in una società tutta pubblica) l'amministratore delegato di Sose, Vincenzo Atella. Pensa e ripensa, assunse se stesso. Al triplo dello stipendio che aveva come docente universitario. Cattedra che comunque decise di tenere (di riserva: non si sa mai...) mettendosi in aspettativa. Il tutto, agli esordi del «governo del cambiamento» giallo-verde. Con un contorno di consulenze a stagionati ottantenni da 650 euro al giorno e incarichi a colleghi docenti da 800 euro l'ora... Ma partiamo dall'inizio.
Cioè dalla Sose (Soluzioni per il Sistema Economico), una società con 160 dipendenti controllata interamente dal ministero dell'Economia (88%) e dalla Banca d'Italia (12%), che si occupa di analisi strategica dei dati in materia tributaria (come lo sviluppo degli Indici Sintetici di Affidabilità che hanno sostituito gli Studi di settore o la determinazione dei Fabbisogni Standard) e fattura praticamente il 100% (21,1 milioni nel 2019) al suo principale «proprietario»: il Mef. Per capirci: una S.p.A. con concorrenza zero, posti blindati, rendite sicure, niente competitività sul mercato.

Men che meno rischi anche in caso di smottamenti finanziari. Ripianati, ovvio, con soldi pubblici. Lo scossone arriva a maggio 2018. Giorni roventi. Che andranno a chiudersi con la formazione dell'esecutivo grillo-leghista guidato da Conte, annunciato da Luigi Di Maio come il «governo del cambiamento» perché «prima si è discusso di temi e poi di nomi» e nel contratto sono previsti «sistemi realmente meritocratici».

In attesa della rivoluzione «virtuosa», il ministero dell'Economia mette le mani avanti e per 8 volte in 6 mesi va a vuoto la convocazione dell'assemblea dei soci fino a spingere l'allora ad Vieri Ceriani (economista laureato con Federico Caffè, per anni all'ufficio studi Bankitalia, sottosegretario tecnico con Monti, alla guida del «tavolo sull'erosione fiscale» che aveva mappato 720 agevolazioni fiscali), ad andarsene. Niente dimissioni di cortesia: grazie, fuori. Con tutto il cda.

«Meglio la ghigliottina», gli avrebbero sentito dire, «sarebbe stata più rispettosa...». Siamo nel dicembre 2018. Al suo posto il responsabile del Mef Giovanni Tria, fino a pochi mesi prima docente di economia a Tor Vergata, sceglie d'accordo con lo storico direttore generale, Fabrizia Lapecorella (al suo posto dal 2008 con diversi governi) un collega che conosce bene. Si chiama Vincenzo Atella, insegna lui pure economia a Tor Vergata e diventa amministratore delegato a 99 mila euro di fisso e 35 mila variabile. Lordi.

Alla presidenza arriva Antonio Borrello, dirigente delle Entrate e nel cda entra come terzo membro Laura Serlenga, docente all'Università di Bari. La stessa che elenca ancora tra i docenti attuali (in aspettativa, si immagina) Fabrizia Lapecorella. Va da sé che in azienda c'è chi, sulla doppia coppia di atenei paralleli, solleva perplesso il sopracciglio: era proprio il caso? Più sconcerto ancora, però, solleva la mossa successiva. Il nuovo amministratore delegato viene infatti nominato dal cda (cioè dagli altri due membri, ammesso che lui se ne fosse uscito a bere un caffè) anche direttore generale.

Non è più una (legittima) scelta politica in un'azienda pubblica esposta ai cambi d'umore di un partito o un ministro: è una vera e propria assunzione. Definitiva. Con tutte le certezze di cui godono i dipendenti pubblici. Compresa quella di irrigidirsi in caso di rimozione o trattare una sostanziosa buonuscita. Già messa in conto con l'accantonamento delle eventuali somme da sborsare.

Certo, Vincenzo Atella rinuncia agli emolumenti da ad (alla carica no) ma viene preso a tempo indeterminato a 190 mila euro annui, quasi il triplo dello stipendio (66 mila circa) da docente universitario. Gerarchicamente, a questo punto, è il diretto superiore di se stesso. Tema: è tutto formalmente correttissimo? Può essere. Non vogliamo entrarci. Decideranno, eventualmente, altri. Le perplessità sulla opportunità di tutta l'operazione, però, restano. E pesano.

Tanto più per la coltre di (imbarazzati?) silenzi che fino ad oggi ha rallentato se non bloccato la conoscenza dei fatti. Compresa l'evaporazione di interrogazioni parlamentari mai arrivate a compimento... Non bastasse, tutta la faccenda è costellata di fatti, nomi, episodi, a dir poco curiosi. A spicciare le faccende legali, come dicevamo, pensa tra gli altri un ottantenne, Pierluigi Semiani. Pensionato della pubblica amministrazione di lunghissimo corso (due anni prima dello sbarco sulla Luna era già assistente del sottosegretario Franco Maria Malfatti!) non potrebbe teoricamente, secondo la legge Severino del 2012 sul «pantouflage» (porte girevoli, dal francese) lavorare ancora per lo Stato. Ma di fatto la tesi è stata via via così contrastata da spingere tre mesi fa l'Anac a chiedere al Parlamento di «dirimere incertezze interpretative».

Fatto sta che l'ottuagenario consulente risulta avere una collaborazione da 650 euro al giorno per 380 giorni. Cioè, par di capire, 247 mila euro per due anni e quattro mesi scarsi. Senza contare i rimborsi spese. Braccia rubate ai nipotini... Non meno controverso l'incarico (a causa del «limitato organico di Sose», si legge in un verbale del cda) dato a Laura Serlenga, la docente membro del cda nominata responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza.

Una prestazione, dice l'«autorizzazione ad incarico extra istituzionale» firmata dall'ateneo barese il 14 maggio 2019, a un carico di lavoro di 25 ore l'anno per tre anni con un compenso annuale di 20.000 euro. Vale a dire 800 l'ora. Mica male... Non manca una noterella finale. Cioè l'acquisto da parte di Sose di quadri da appendere nella stanza dell'amministratore delegato-direttore generale di cui dicevamo. Prima, raccontano, c'erano pareti spoglie o manifesti.

Ora ci sono opere dell'artista italo-tedesca Susanne Kessler. Pagati 9.700 euro dalla società con regolare fattura. Fosse un'azienda privata, affari loro. Essendo pubblica, cioè di tutti i cittadini sottoposti ai minuziosi controlli dello stesso ministero, ci sarebbe da discutere... Interessante però, a vedere le immagini su Google, il tema trattato generalmente dall'artista. Grovigli ferrosi neri, grovigli ferrosi rossi, grovigli ferrosi blu... Perfetti, per un'azienda così attenta alla chiarezza.

Mentre l'agenzia di controllo della Borsa di Wall Street, la Sec, ha annunciato di aver assegnato il compenso record da 114 milioni di dollari all'autore di una soffiata che le ha permesso di scoprire una grossa truffa, e recuperare una somma ben maggiore multando i malfattori. Nessun dettaglio è disponibile sui protagonisti della vicenda e sulla natura del reato. La Sec ci tiene ad assicurare la massima protezione alle gole profonde che trovano il coraggio di farsi avanti e denunciare.ì

Spesso la delazione arriva dall'interno della società di investimenti, da parte di uno dei funzionari che non riesce più a tenere chiusa la bocca davanti alle violazioni delle quali è testimone. Qualche volta le motivazioni possono essere più utilitaristiche, come nella vicenda che ha visto Gordon Gekko alla sbarra, il finanziere voltafaccia del film Wall Street interpretato da Michael Douglas.

Uscire allo scoperto con una denuncia è pericoloso, e spesso finisce per precludere ogni speranza di ulteriore carriera. Per questo motivo remunerare chi trova il coraggio di iniziare il processo è una misura dovuta, oltre che un formidabile incentivo per portare alla luce i reati e permettere il recupero di somme ingenti. La disciplina che autorizza la Sec a pagare le soffiate è recente.
È stata approvata dal congresso degli Usa a dispetto della forte opposizione repubblicana e delle maggiori banche nel 2010, quando la memoria degli abusi finanziari che avevano portato alla crisi globale del 2008 era ancora viva e cocente. La normativa faceva parte della legge di riforma del sistema bancario Dodd Frank, in seguito cancellata dall'amministrazione Trump. Il dettaglio sulle taglie poste a guardia delle frodi è invece rimasto.

Le banche e le aziende temevano che avrebbe scoraggiato le denunce interne, ma nel caso in questione la talpa aveva cercato inutilmente di far emergere lo scandalo rivelandolo alla società nella quale lavora. Solo quando le porte burocratiche sono rimaste ostinatamente chiuse il dipendente ha deciso di cercare aiuto presso la Sec. Va detto che il meccanismo di ricompensa amministrato dalla Sec genera un giro di soldi impressionante.

Negli otto anni dalla sua adozione ha permesso all'agenzia federale di recuperare oltre due miliardi di dollari a seguito di sanzioni pecuniarie decise contro gli operatori della borsa, e di restituire 500 milioni di dollari di maltolto a chi era stato vittima delle truffe. Nello stesso periodo la Sec ha distribuito 676 milioni di dollari ai 108 informatori che l'hanno aiutata a svolgere il suo compito.

Le truffe che sono venute al pettine sono per la maggior parte nella forma dell'insider trading, operazioni di Borsa concluse da chi è a conoscenza in modo privilegiato di eventi imminenti che incidono sul valore di un'azione ma dovrebbe astenersi da ogni scambio che la riguarda. L'altra frode ricorrente è quella della costruzione di una torre di carta, ovvero la sopravvalutazione artificiale di un titolo, con i nuovi investimenti che pagano gli incrementi di valore rampante, anche senza nessuna rivalutazione reale dell'azienda o del servizio, fino a che la bolla scoppia e brucia gli investimenti degli ultimi arrivati.
L'obiettivo della Sec non è quello di monetizzare sulle frodi, ma di scoraggiarne l'esecuzione. Nonostante questo è evidente dalle cifre del programma, che una sorta di mercato delle delazioni sta crescendo negli Stati Uniti. Il record precedente dei compensi era stato stabilito appena lo scorso giugno, a quota cinque milioni di dollari, che erano stati consegnati ad un funzionario della Mellon Bank di New York.
L'istituto applicava tassi di cambio gonfiati nelle transazioni internazionali ordinate dai suoi clienti. In questo caso la banca ha dovuto pagare una multa alla Sec di 700 milioni. Per evitare gli abusi, l'agenzia applica tariffe fisse al pagamento delle ricompense: quote dal 10 al 30% dei fondi che vengono recuperati per merito della denuncia vengono consegnati all'informatore. Il prelievo fiscale su queste taglie è del 50%, la stessa aliquota che viene richiesta ai legali che assistono le gole profonde nell'aspro percorso che chiude la pratica. «Greed is good!», viva l'ingordigia (lo slogan di Gekko), vale non solo per gli speculatori, ma anche per chi fa la spia.

E chi vuole dare lavoro rischia il processo stando all’ultimo report Inail, a fine settembre le denunce di contagio sul lavoro da Covid-19 hanno superato le 54.000 unità (54.128) con un aumento di 1.919 denunce rispetto a fine agosto di cui 1.127 relative a infezioni avvenute in settembre e le altre 792 nei mesi precedenti, per effetto del consolidamento dei dati. Questi dati riaprono il dibattito sulla necessità di uno scudo penale per i datori di lavoro adempienti, rispetto al tema delle misure di prevenzione.

«Le norme vigenti, anche quelle ultimamente introdotte, non escludono la responsabilità penale del datore di lavoro, che vedrà riconosciuto il proprio comportamento lecito solo alla fine del relativo procedimento», commenta Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. «Le incertezze esistenti, su dove come e da chi avvenga il contagio, creano una situazione di grande disagio tra gli imprenditori. Ed è un problema non da poco. Per questo è urgente, considerando l’impennata dei contagi a cui stiamo assistendo, avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma».

Rischi e interpretazioni dubbie della normativa

L’equiparazione fatta dall’articolo 42 del D.L. n. 18/2020 tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, meritevole di ricevere la copertura assicurativa Inail, potrebbe portare al coinvolgimento dell’imprenditore sul piano penale per i reati di lesioni o di omicidio colposo, nel caso di decesso.

E questo anche nel caso che la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, ma abbia adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti. Infatti, restano ancora molti i punti critici; tra questi, ad esempio, la verifica che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio.
Così come di escludere con sufficiente certezza l’esistenza di altre cause di contagio. Senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici. Il tutto al netto di cause civili per risarcimento danni. Forse andrebbe studiata una soluzione per mettere al riparo dai rischi gli imprenditori che sono stati ligi al protocollo.

Soprattutto gli uomini e si abbassa l’età

I casi mortali per contagio da Covid-19 sono pari a circa 1/3 del totale dei decessi denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno. Ad essere colpiti sono soprattutto gli uomini (84,0%) e nelle fasce 50-64 anni (69,9%) e over 64 anni (19,4%), con un’età media dei deceduti di 59 anni.

In quasi nove casi su 10 (89,3%) si tratta di lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri le comunità più colpite sono quelle peruviana (17,6&), rumena (14,7%) e albanese (11,8%). Prendendo in considerazione il totale delle infezioni di origine professionale denunciate, il rapporto tra i generi si inverte – circa sette contagiati su 10 (70,7%) sono donne – e l’età media scende a 47 anni.

Nord sotto tiro

Dall’analisi territoriale il Nord resta sotto tiro. Entrando nello specifico emerge che più della metà delle denunce presentate all’Istituto (55,1%) ricade nel Nord-Ovest, seguito da Nord-Est (24,4%), Centro (11,9%), Sud (6,2%) e Isole (2,4%). Concentrando l’analisi esclusivamente sui casi mortali, la percentuale del Nord-Ovest sale al 56,7%, mentre il Sud, con il 16,0% dei decessi, precede il Nord-Est (13,8%), il Centro (11,6%) e le Isole (1,9%).
La Lombardia si conferma la regione più colpita, con il 35,2% dei contagi denunciati e il 41,7% dei casi mortali. Tra le province, invece, il primato negativo spetta a quella di Milano, con il 10.8% del totale delle infezioni sul lavoro denunciate, seguita da Torino (7,8%), Brescia (5,4%) e Bergamo (4,6%).
Si riducono i contagi delle professioni sanitarie

Se la categoria dei tecnici della salute – con il 39,2% delle infezioni denunciate, oltre l’83% delle quali relative a infermieri, e il 9,5% dei casi mortali – si conferma la più colpita, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,6%), dai medici (10,1%), dagli operatori socio-assistenziali (8,9%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, dopo il lockdown l’incidenza delle professioni sanitarie sul totale dei contagi da Covid-19 si è progressivamente ridotta.
Guardando invece le attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, cliniche, residenze per anziani e disabili) con il 70,3% delle denunce e il 21,3% dei decessi codificati precede l’amministrazione pubblica (Asl e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l’8,9% delle infezioni denunciate e il 10,7% dei casi mortali. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.25.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

 

La fede e la devozione per sconfiggere il Covid e al Santuario della Trinità a Vallepietra è boom di fedeli. Oltre 100 mila persone sono andati in pellegrinaggio sul Monte Autore a 1400 metri di altitudine, dove c'è la chiesa con l'immagine della Trinità. «Anche se a causa del lockdown dice Don Alberto Ponzi, rettore del luogo di culto abbiamo aperto solo il 15 giugno c'è stato un notevole afflusso e la stragrande maggioranza dei pellegrini invocava la Trinità di far terminare questa epidemia che sta mettendo a dura prova le persone».

SANTUARIO DI VALLEPIETRA SANTUARIO DI VALLEPIETRA

 

 Un risveglio della fede per le pesanti ripercussioni non solo economiche ma anche di comportamento che stanno mettendo in crisi la Comunità, oppure, solo il bisogno di pregare. «Un po' tutte e due le situazioni dice Don Alberto la gente è esausta e cerca di uscire da questo isolamento in cui è finita e ritrovare le certezze di una vita tranquilla».

Sono arrivati a migliaia in questo eremo montano, che si trova sulla catena dei monti Simbruini nel territorio del Comune di Vallepietra, vicino Subiaco, nella Valle dell'Aniene. La Trinità di Vallepietra per molti è un rifugio interiore importante. E per superare la grande ansia del contagio e della paura sono arrivati da tutta Italia. «Durante la stagione invernale il Santuario è chiuso perché nevica ed è molto freddo dice Paolo De Santis di Vallepietra ma a marzo con lo scoppio dell'epidemia siamo andati lo stesso per pregare la Trinità e nostro Signore perché ponga fine a questo autentico flagello».

SANTUARIO DI VALLEPIETRA SANTUARIO DI VALLEPIETRA

 

LA CONFRATERNITA

La Confraternita di Subiaco è andata più volte: «Siamo andati sempre con piccoli gruppi per rispettare il contingentamento delle presenze racconta Flavio abbiamo pregato ai piedi dell'immagine della Trinità nella chiesa superiore implorando Dio che ponga fine a questo virus che sta stravolgendo la vita di tutti i giorni creando paura ed ansia». Sono arrivati anche da fuori provincia, da Pietraforte, vicino Rieti: «Abbiamo una Compagnia della Trinità - racconta Isidoro Anialli - e quando con il lockdown non ci si poteva spostare fuori provincia, siamo andati a pregare la Trinità in un monastero vicino casa. Ma quando il 15 giugno ha riaperto il Santuario, abbiamo organizzato diversi pellegrinaggi».

C'è chi è partito dall'Abruzzo per pregare in alta montagna: «Alla Trinità andiamo ogni anno fa sapere Mauro Iacuitti di Carsoli ma questa estate e anche in autunno sono andato più volte e ho implorato in ginocchio che ci liberasse da questo virus».

SANTUARIO DI VALLEPIETRA SANTUARIO DI VALLEPIETRA

E per sconfiggere il Covid sono arrivati anche da Bergamo dopo aver percorso in auto 740 km: «Siamo scesi in ottanta e ci siamo fermati tre giorni a pregare ed ora per la chiusura del Santuario del 2 novembre, scenderemo in 61 sempre con le famiglie e sempre per tre giorni racconta il bergamasco Massimo Acerbi siamo venuti a chiedere perdono a nostro Signore e poi a chiedere alla Trinità che ci liberi da questo Covid che ha portato morte e tristezza anche tra di noi. Nel nostro gruppo c'è gente che ha perso il genitore, il cugino, uno zio. Siamo molto attaccati al Santuario di Vallepietra. E torneremo il 2 novembre a implorare una grazia per sconfiggere l'epidemia».

LA CHIUSURA

La chiusura della Chiesa per il periodo invernale ci sarà il 2 novembre ma senza cerimonie particolari. «Una semplice messa - conclude Don Alberto - e appuntamento al 1° maggio del prossimo anno per la riapertura».

In Svizzera ben 6.592 contagi e 10 morti . Con un rapporto di 494,9 casi ogni 100 mila abitanti. Il doppio che in Italia e in Austria, cinque volte più che in Germania. La Svizzera sta per essere travolta dal picco della pandemia e corre ai ripari. Il documento elaborato dall'Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva è in vigore dal 20 marzo, anche se ufficialmente non è stato ancora adottato. Il titolo è preciso: «Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse».

Ad una domanda che si stanno facendo in tutti gli ospedali del mondo, la Svizzera mette nero su bianco una risposta: «Al livello B, indisponibilità di letti in terapia intensiva, non andrebbe fatta alcuna rianimazione cardiopolmonare». I limiti di età per le cure A pagina 5 del documento sono indicate le tipologie di pazienti destinati a non essere ricoverati in Terapia Intensiva: «Età superiore a 85 anni. Età superiore a 75 anni accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi».
A livello A, letti in Terapia Intensiva disponibili ma risorse limitate, i criteri per non essere ammessi alla rianimazione sono più gravi. Tra gli altri: «Arresto cardiocircolatorio ricorrente, malattia oncologica con aspettativa di vita inferiore a 12 mesi, demenza grave, insufficienza cardiaca di classe NYHA IV, malattia degenerativa allo stadio finale».

Essere curati o meno, sarà prerogativa dei medici. O piuttosto dal numero di letti ospedalieri. A lunedì scorso, ultimo dato disponibile, in Svizzera c'erano 22 mila 301 posti letto, di cui 6 mila e 353 ancora liberi.

Con 586 pazienti ricoverati per Covid-19, di cui 97 in terapia intensiva e 29 intubati. Ma la progressione del virus è veloce. Le decisioni che potrebbero prendere a breve i medici svizzeri, sono le stesse con cui si sono confrontati a marzo i medici di Bergamo, travolti dalla prima ondata di pandemia. Tredici di loro avevano scritto una lettera al New England Journal of Medicine che aveva fatto il giro del mondo: «I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative».

In Svizzera, lo stesso problema diventa criterio medico. Con una premessa scritta dagli stessi accademici e rianimatori: «Le decisioni vanno prese nell'ottica di contenere il più possibile il numero di malati gravi e morti». Eppure, anche nella pragmatica Svizzera, la cosa ha destato molta impressione, ammette Franco Denti, il presidente dell'Ordine dei Medici del Canton Ticino: «Quando è uscita questa direttiva siamo saltati sulla sedia. Decidere chi rianimare e chi no è pesante, pesantissimo per qualsiasi medico. Ma questo documento, che è pubblico, è a garanzia dei medici e degli stessi pazienti che potrebbero non aver voglia di essere sottoposti a ulteriori cure».

Nel comunicato di presentazione del protocollo, gli accademici parlano della necessità di «prendere decisioni di razionamento». Un termine militare che riporta alla medicina di guerra. Inevitabile secondo il presidente dei medici del Ticino: «Ogni decisione spetta ai comitati etici degli ospedali. Non mi risulta che sia già successo, ma siamo molto preoccupati».

Coronavirus, che fare dopo il contatto con un positivo?
Se sono un contatto del contatto (e cioè se ho avuto un contatto stretto con una persona che ha avuto contatto stretto con un positivo), non dovrò fare nulla. A meno che la persona con cui ho avuto contatto non diventi, durante la sua quarantena, un positivo.

In questo caso le cose cambiano. Se non ho alcun sintomo, devo rimanere in quarantena per 14 giorni. Nel caso volessi uscire prima, posso fare un tampone dal decimo giorno in poi (ho quindi dato il tempo all'eventuale contagio di palesarsi). Se invece sono sintomatico, faccio un tampone che - se negativo - mi rende libero (solo dopo aver rispettato comunque 14 giorni di isolamento, o 10 giorni e al decimo giorno un tampone o test rapido ancora negativo). Se invece il tampone è positivo, non sono più un “contatto” ma un “caso”.

Se sono un caso positivo, ma asintomatico: rientro in comunità dopo un tampone negativo fatto dopo almeno 10 giorni di isolamento. Nel caso di positività con sintomi: rientro in comunità dopo un tampone negativo, fatto dopo almeno 10 giorni di isolamento ed almeno 3 giorni senza sintomi (tali 3 giorni possono essere inclusi nei 10 oppure successivi: la cosa può variare da caso a caso in base a quando si guarisca dai sintomi).

Durante questa emergenza, purtroppo, abbiamo imparato che esistono anche casi di positività a lungo termine, e cioè che pur guarendo da tutti i sintomi - eccezion fatta per alterazioni di gusto e olfatto che spesso persistono per molte settimane – il soggetto continua a risultare positivo al tampone molecolare. Se si verifica questa ipotesi, rientro in comunità dopo 21 giorni di isolamento, laddove autorizzato dalle autorità sanitarie in relazione al caso specifico: alcuni casi, come ad esempio gli immunodepressi, possono infatti restare molto contagiosi in modo prolungato e non saranno autorizzati.
Altro capitolo molto dibattuto, la differenza fra isolamento e quarantena. Qui è la Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020 a chiarire. L'isolamento dei casi di documentata infezione da SARS-CoV-2 si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell'infezione.

La quarantena, invece, si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l'obiettivo di monitorare l'eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi. La circolare del Ministero della Salute raccomanda di eseguire il test molecolare a fine quarantena a tutte le persone che vivono o entrano in contatto regolarmente con soggetti fragili e/o a rischio di complicanze.

«La letalità del SARS-Cov-2 oscilla tra lo 0,3 e lo 0,6 % mentre per la SARS (2003 – ndr) era del 10 % e della MERS del 36 %, due Coronavirus che si sono estinti nel giro di un anno. Questo ci dovrebbe un po’ rasserenare invece questa “Infodemia”, cioè questa informazione che è diventata pandemica, questa paura del contagio, paura della morte: questa sì è divenuta virulenta e contagiosa. Si è perso il buonsenso, la ragionevolezza, la capacità critica di valutare i dati per quello che sono. Siamo nell’autunnno della ragione».

In oltre un’ora di intervista su TV7 un luminare mondiale della virologia ha scardinato le fondamenta logiche dei politici e medici terroristi della pandemia, di quei promotori del coprifuoco attuato in varie regioni d’Italia e già evocatori di un lockdown nazionale immediato, come il governatore della Campania Vincenzo De Luca.

E’ il professor Giorgio Palù, docente emerito dell’Università di Padova e poi direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dello stesso ateneo dal 2012, professore aggiunto al Department of Neurosciences, Temple University Medical School di Philadelphia (dal 2007) che non usa giri di parole per sostenere che quanto già detto da altri suoi illustri colleghi: contro il Covid-19 le cure ora ci sono. Mentre «l’Italia non può permettersi altri lockdown generalizzati» secondo l’esperto scienziato che è stato anche fondatore della Società Italiana di Virologia e per 7 anni presidente di quella Europea.

Poiché in Italia continuano a salire i contagi (19.143 nelle ultime 24 ore individuati con 182.032 tamponi, record dall’inizio della pandemia) abbiamo anche contattato direttamente l’esperto per sapere se aveva rettifiche da fare rispetto a quanto già dichiarato a TV7: «Assolutamente no. La curva esponenziale sta aumentando come previsto e ci deve allertare ma il 95 % dei positivi ai tamponi restano asintomatici. I tamponi molecolari sono uno strumento essenziale di diagnosi ma non può essere l’unico metoto per contenere la pandemia perché è irrazionale dinnanzi a tanta diffusione del virus».

Il parere di Palù è identico a quello impietoso certificato ieri dalla Fondazione Gimbe: «Il dato più allarmante – spiega il presidente Nino Carabellotta – è la brusca impennata del rapporto positivi/casi testati dal 7% al 10,9%, che certifica il fallimento del sistema di testing & tracing per arginare la diffusione dei contagi»

Addirittura negli ultimi giorni è stato evidenziato il rischio di contagi da Covid-19 durante le lunghe soste negli ospedali per i test. Ne ho avuto anche testimonianza diretta: ieri la mia nipotina di 12 anni, inviata a fare il prelievo dal pediatra dopo due giorni di lievi sintomi influenzali, ha dovuto attendere ben 3 ore all’interno di una sruttura sanitaria milanese insieme a numerose persone…

«L’eccessiva fiducia nel tampone provoca dei paradossi. Le persone si fanno il tampone e poi continuano a uscire prima dell’esito, le persone paradossalmente si contaminano facendo la coda per avere il tampone». Lo ha sottolineato Vittorio De Micheli, direttore dell’Ats di Milano, alla trasmissione Prisma di Radio Popolare. «La prevenzione è stata espletata al massimo della sua potenzialità ma le attività che sono riprese evidentemente sono state più importanti di questo tentativo di contenimento» ha evidenziato in sintonia con quanto ci rimarca anche Palù.

«La causa di questo incremento di contagi va individuata nella riapertura delle scuole e nella capacità di trasporto che non è stata ridotta e non è nemmeno stata menzionata nei DPCM (Decreto Presidenza Consiglio dei Ministri). L’unica strategia efficace è il distanziamento insieme all’utilizzo di tamponi rapidi che costano poco e su larga possono prevenire cluster di focolai nelle scuole, nelle fabbriche e negli aeroporti» aggiunge il virologo affermando però di «non appartenere alla elite scientifica che vuole fare drammatico allarmismo».

«La letalità risulta oggi essere inferiore allo 0,3 %. Abbiamo a che fare con un parassita intracellulare obbligato a ridurre la sua letalità per adattarsi e quindi può darsi che aumenterà la sua contagiosità. Essendo molto contagioso ce lo dobbiamo prendere prima o poi, finché non sarà disponibile un vaccino! I casi Rianimazione aumentano ma gradualmente: sono arrivati a 990 perciò rappresentano solo lo 0,5 % dei contagiati» ci spiega il professore che su TV7 aveva ben individuato uno degli strumenti più efficaci per combattere l’infezione Covid-19.

«Avremmo dovuto apprendere che un elemento critico è la disponibilità di letti in Rianimazione perché questo ci permette di bloccare la mortalità. Regioni oculate hanno provveduto ad aumentare i posti letto sia nel territorio che in terapia intensiva. Il Veneto l’ha incrementata. Vedo che la disponibilità della Campania è di soli 120 posti…».

Ciò nonostante, osserviamo noi, si siano spesi 8 milioni di euro per 72 nuovi posti in un prefabbricato all’Ospedale del Mare a seguito di un appalto assai sospetto di cui parleremo in un altro reportage.

Con 6.628 posti di terapia intensiva oggi disponibili in Italia il 15% è occupato da pazienti Covid, percentuale che scende all’11% se si considerano anche gli ulteriori 1.660 posti letto attivabili con i ventilatori che sono già stati distribuiti alle regioni, precisa l’Ansa che nei titoli però continua a strepitare terrorismo pandemico.

«Il 95 % di questi positivi sono asintomatici. Io farei una premessa semantica: il termine sintomatico è un termine molto chiaro e mostra una persona che ha i sintomi, dal mal di gola, mal di testa, congiuntivite, febbre, diarrea, perdita di olfatto e di gusto ci può essere qualche sindrome neurologica. Questi sono i sintomi che per larga misura sono simili a quelli dell’influenza almeno nei prodromi e nelle prime manifestazioni. Quando noi parliamo di contagiati usiamo un termine improprio: noi dovremmo parlare di soggetti positivi al test. Oggi il test fa ancora riferimento al cosiddetto tampone molecolare ma presto avremo a che fare con altri test, direi dal punto di vista clinico più efficaci, quelli di ricerca antigienica, quelli rapidi, quelli salivari».

Il test rapido immunologico (IgG e IgM) per Covid-19 serve per la determinazione degli anticorpi SARS-COV-2 IgM/IgG nel sangue umano sviluppati dal sistema immunitario in caso di infezione da nuovo Coronavirus. Il test SARS-CoV-2 ANTIBODY TEST è un test rapido che consiste in un prelievo di una goccia di sangue tramite dispositivo pungi-dito: Sono già stati validati ed usati in Veneto grazie a una produzione italiana (Abbott – Centro di Medicina Spa) e già acquistati in dosi massicce dal Piemonte. Ma il sito di uno dei laboratori specifica che i test immunologici «non rivelano la contagiosità dell’individuo».

Ma nemmeno i tamponi molecolari rino-faringei, più accurati e costosi (tra 50 e 100 euro), per ora, sono in grado di appurarla con successo, come spiega sempre il professor Palù evidenziando qual è il nocciolo della questione.

«Ci sono i positivi che contagiano e i positivi che non contagiano. Positivo non vuol dire malato. Questi termini la gente deve comprenderli bene. Trovare un positivo vuol dire che io dopo tanti cicli di amplificazioni con la tecnica PCR che si fa in laboratorio, prendo la materia che c’è sul tampone, estraendola e amplificandola per milioni di volte. Se io trovo un segnale positivo vuol dire che io ho un po’ di acido nucleico del virus. Ma non è detto che quell’acido nucleico rappresenti una particella in grado di infettare: può essere un residuo, un virus»

«Non è detto che quell’acido nucleico sia rappresentante di una concentrazione di virus sufficiente ad infettare. Sappiamo da almeno due lavori dell’Università di Berlino, Christian Drosten e di Marsiglia, Didier Raoult (il difensore della cura con l’antimalarico idrossiclorichina al centro di un sabotaggio internazionale – ndr), che hanno dimostrato con studi in vitro che l’infezione è possibile quando troviamo in un campione clinico almeno un milione di genomi equivalenti» aggiunge il virologo.

«Oggi non abbiamo ancora un test che dosi precisamente la carica virale, come l’abbiamo per altri virus; ricordo l’HIV, l’Epatite C e B. Perché non l’abbiamo? Perché non abbiamo ancora un farmaco: per i virus che ho appena citato abbiamo i farmaci. Sappiamo che dobbiamo dosare il farmaco fino ad azzerare oppure rendere minuscola questa concentrazione perché sappiamo, per esempio, che un soggetto che ha 20 genomi equivalenti di HIV nel sangue non è infettivo e non ha neanche i sintomi».

La carica virale è il principio fondamentale che determina la patogenità e trasmissibilità n tutti gli agenti: virus, funghi e protozoi» afferma Palù citando ciò che scrisse Paracelso nel XVI secolo.

«E’ indubbio che oggi le cariche virali siano più alte perché non siamo più all’aria aperta come quest’estate, non siamo esposti ai raggi ultravioletti e siamo in ambienti chiusi. Ma non c’è un test validato che misuri la carica virale: un laboratorio può farlo a livello sperimentale. Ci sono strumenti aperti in grado di misurare i CT (Cycles test) i Cicli di amplificazione genica. Un’amplificazione sopra 32 cicli può evidenziare una concentrazione positiva che in realtà è negativa: perché amplificare troppo le sequenze può individuare quelle solo lontanamente imparentate producendo i cosiddetti “falsi positivi”. Molto dipende poi dal numero di geni di SARS-Cov-2 che vengono amplificati: se se ne amplifica uno solo aumenta il rischio di una confusione con altri geni microbici» precisa il virologo padovano.

Ma il professor Palù rileva un’ulteriore fonte di ingiustificato allarmismo in relazione alle condizioni degli ospedalizzati: «Sono circa il 6 % dei contagiati mentre ricordo che a marzo-aprile erano il 25 %. Molti di questi ricoverati hanno sintomi lievi, alcuni sono ricoverati per ragioni sociali: perché non hanno a casa nessuno, sono anziani, hanno paura, non hanno chi li assiste o perché vivono in una casa con figlioli giovani e nipotini che dicono “meglio che ti ricoveri perché hai un po’ di febbre” oppure “meglio che ti ricoveri perché non sei abbiente”. E’ una situazione diversa».

«A Padova abbiamo fatto uno studio con l’Azienda Zero per vedere qual’era la circolazione del virus nel Veneto. Gli studi ci dicono che la letalità oscilla tra lo 0,3 e lo 0,6 %. Vuol dire una letalità relativamente bassa: più bassa di altra di altre malattie, sicuramente più degli incidenti stradali, dei suicidi e delle patologie respiratori per cause nanopolveri. Il che ci dovrebbe far dire: “Non moriremo tutti” come qualcuno evocava. Non è la Spagnola che ha fatto 50-100 milioni nel 1918: ma allora non avevamo pennicilina, né cortisone, né eparina, né rianimazioni, né antibiotici».

«E’ la prima volta che un Coronavirus diventa pandemico: quindi è un virus che può colpire tutta la popolazione globale. Noi non abbiamo mai incontrato nella storia della nostra evoluzione e quindi giustamente bisogna allertare le persone soprattutto all’inizio perché non conoscevamo le conseguenze Questa narrazione è stata a volte isterica, allarmistica, anche da parte dei media, tesa a suscitare clamore e scoop» aggiunge Palù che ha anche scritto il libro “La comunicazione al tempo del COVID-19”.

«Uno che si occupa di scienza deve dare dei dati oggettivi e cercare di spiegarli. Ci sono due risvolti della medaglia: oggi siamo in una fase esponenziale, il virus sta aumentando con un’impennata e questo ci deve giustamente preoccupare perché più aumenta l’incidenza e più possono aumentare i ricoveri, i casi gravi e la letalità. C’è l’altra faccia che ci tranquillizza: fortunatamente abbiamo poche persone in Rianimazione e la letalità è relativamente bassa. E soprattutto ci sono molti asintomatici».

«Dal punto di vista della virulenza non è cambiato molto. Ma rispetto al virus orginario sequenziato a gennaio – che ricordo viene dalla Cina, da Wuhan, lo hanno detto loro e non sappiamo se naturale o artificiale e forse non lo sapremo mai – è cambiato: ci sono state molte mutazioni, una che la reso addirittura più replicante, è la mutazione 614 nel gene per la proteina Spike che ne è recettore. Sembra che lo abbia reso più replicante in grado di trasmettersi meglio, ma non è detto che lo abbia reso più aggressivo, più virulento o più letale» afferma il virologo padovano.

«In Italia ci sono dai 10 ai 20milioni casi di influenza all’anno con 10mila morti: di questi saranno 300-400 quelli morti per polmonite virale da influenza, il resto sono complicanze batteriche e comorbosità (diabete, ipertensione ecc). E’ giusto quindi attribuire al SARS-Cov-2 i 36mila morti, dovremmo però dire che nel 90 % questi eventi letali sono avvenuti tra gli ottantenni in su con altre patologie (respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, diatesi) cioè tutto quello che produce infiammazione nel nostro corpo. Molti dei morti per Covid-19 erano ricoverati per un aneurisma, per una trombosi di altra natura, un infarto o un tumore terminale».

Al momento non è la stessa situazione di marzo, abbiamo mezzi per diagnosticare con tamponi rapidi che possono impattare nel contenimento del contagio ed abbiamo farmaci che sappiamo usare meglio per curarlo. Consiglio comunque anche ai 50enni la vaccinazione non solo contro l’influenza stagionale ma anche contro lo pneumococco: esse fortificano contro qualsiasi invasione patogena».

Quindi lo lookdown non serve anzi e' dannoso Ogni giorno di lockdown per il Covid può rappresentare, in Italia, un serio rischio per almeno mezzo miliardi di euro di prodotto interno lordo, solo se consideriamo i settori del commercio e del turismo. Questi due comparti dell’economia italiana, infatti, pesano per circa il 12% su un totale, stimato dal governo per il 2020, di oltre 1.600 miliardi di pil. In altri termini: circa 3,5 miliardi a settimana e oltre 15 miliardi al mese.

Si tratta, tra l’altro. di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, grande distribuzione, concessionari automobilisti, ambiti nei quali sono maggiormente attive le piccole e medie imprese. È quanto calcolato dal Centro studi di Unimpresa, secondo cui il commercio e il turismo, i settori maggiormente penalizzati da chiusure e misure restrittive, valgono, per quest’anno, quasi 198 miliardi di euro sull’intero prodotto interno lordo nazionale, che, nelle stime della Nota di aggiornamento di economia e finanza, dovrebbe attestarsi, a fine anno, a 1.647,2 miliardi.

«I danni collaterali di una nuova chiusura generalizzata possono essere peggiori, sia sul piano della salute (perché molte malattie non vengono curate né diagnosticate) sia sul versante economico (perché non ci sono sufficienti soldi pubblici per ristorare chi perde incasso e fatturato), di quelli che cagionati direttamente dalla pandemia. Non ci sono soldi pubblici per tutti, inutile girarci intorno: le decisioni del governo devono essere improntate al massimo equilibrio: le pmi vanno tutelate e le famiglie aiutate.

Resta un bel po’ di amarezza. Ad agosto, quando c'erano primi segnali di ritorno del Coronavirus, tutti hanno lasciato correre, sia per consenso generale sia perché si votava in alcune regioni chiave per l’attuale maggioranza parlamentare. Adesso, invece, non sanno cosa fare e improvvisano. Tutto questo dopo aver sprecato sei mesi per migliorare tracciamento, trasporto pubblico locale e edilizia scolastica-universitaria» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il commercio e il turismo sono i settori destinati a pagare il prezzo più alto di un eventuale lockdown o, comunque, di altre misure restrittive. Questi due settori valgono circa il 12% del pil del Paese: vuol dire che si tratta di circa 197,6 miliardi sul totale del prodotto interno lordo 2020, calcolato dal governo con l’ultima Nadef, in 1.647,2 miliardi.

La media giornaliera, senza distinguere tra giorni feriali e festivi, è di 541,5 milioni di euro: è questo, in sostanza, il giro d’affari giornaliero di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, grande distribuzione, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, concessionari automobilistici, solo per indicare i comparti più noti ai cittadini, dove operano principalmente le piccole e medie imprese.

Per il vicepresidente di Unimpresa «adesso serve fermezza e giudizio: non potendo nemmeno immaginare un eventuale lockdown, bisogna tutelare le categorie più a rischio per questa malattia e, quindi, lasciare in casa i più anziani, gli immunodepressi, coloro che hanno già altre importanti patologie. Poi, occorre mantenere obbligatorio l’utilizzo di dispositivi individuali di protezione e limitare gli assembramenti, ma oltre non è possibile andare: non possiamo permettercelo».

Ecco perché non si può dare "piena adesione alla richiesta" del presidente dei Lincei, Giorgio Parisi "di assumere provvedimenti stringenti e drastici nei prossimi due o tre giorni" per "evitare che i numeri del contagio in Italia arrivino inevitabilmente, in assenza di misure correttive efficaci, nelle prossime tre settimane, a produrre alcune centinaia di decessi al giorno".

E' quanto si legge nel testo di una lettera-appello che è stata appena inviata al capo dello Stato Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a firma di oltre cento tra scienziati e docenti universitari, tra cui figurano i nomi del Rettore della Normale di Pisa, Luigi Ambrosio e di Fernando Ferroni, ex presidente Istituto Nazionale Fisica Nucleare.

"Come scienziati, ricercatori, professori universitari - si legge nel testo che AdnKronos ha potuto visionare - riteniamo doveroso ed urgente esprimere la nostra più viva preoccupazione in merito alla fase attuale di diffusione della pandemia da Covid-19 e riteniamo utile segnalare all'attenzione delle Istituzioni, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Governo, nella persona del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le stime riportate nell'articolo del Presidente dell'Accademia dei lincei, professor Giorgio Parisi, pubblicato nelle scorse ore nel blog dell'Huffington Post".

"Il necessario contemperamento delle esigenze dell'economia e della tutela dei posti di lavoro con quelle del contenimento della diffusione del contagio deve ora lasciar spazio alla pressante esigenza di salvaguardare il diritto alla salute individuale e collettiva sancito nell'art. 32 della Carta costituzionale come inviolabile", avvertono i i firmatari dell'appello, tra cui figurano anche Gianfranco Viesti, economista dell'Università di Bari, Carlo Doglioni geologo e presidente Istituto nazionale geofisica e vulcanologia, Alfio Quarteroni, matematico applicato, Enzo Marinari, ordinario di Fisica alla Sapienza, Roberta Calvano, ordinaria di Diritto costituzionale Unitelma Sapienza, Piero Marcati, prorettore Gran Sasso Institute, Alessandra Celletti astronoma vicepresidente Anvur.
"La salvaguardia dei posti di lavoro, delle attività imprenditoriali e industriali, esercizi commerciali, e le altre attività verrebbero del resto ad essere anch'esse inevitabilmente pregiudicate all'esito di un dilagare fuori controllo della pandemia che si protraesse per molti mesi - si legge nel testo inviato al Colle e a Palazzo Chigi - . Prendere misure efficaci adesso serve proprio per salvare l'economia e i posti di lavoro. Più tempo si aspetta, più le misure che si prenderanno dovranno essere più dure, durare più a lungo, producendo quindi un impatto economico maggiore".

"E' per questo che il contagio va fermato ora, con misure adeguate, ed è per questo che chiediamo di intervenire ora in modo adeguato, nel rispetto delle garanzie costituzionali, ma nella piena salvaguardia della salute dei cittadini, che va di pari passo ed è anch’essa necessaria e funzionale al benessere economico", concludono gli scienziati che hanno fatto proprio l'allarme lanciato nelle scorse ore dal presidente dei Lincei, Parisi.
Dai primi giorni di ottobre i casi accertati di Covid stanno raddoppiando ogni settimana e per ogni ottanta casi di Covid c’è un morto dopo una decina di giorni o poco meno. Una settimana è proprio il lasso di tempo che in media ci vuole perché un contagiato contagi qualcun altro. Quindi un raddoppio ogni settimana vuol dire che ogni contagiato ne contagia due. A febbraio e all’inizio di marzo ogni settimana i casi quadruplicavano. Ci stiamo avviando verso il disastro più lentamente di marzo, ma la direzione è la stessa.

Attualmente abbiamo circa diecimila nuovi casi e una sessantina di morti al giorno. Nell’ultimo mese abbiamo visto che all’incirca ogni ottanta casi si registra un decesso, una settimana dopo, più o meno. Non ha molta importanza quanti dei nuovi casi siano sintomatici e quanti siano asintomatici, per capire la gravità della situazione: ci basta sapere che adesso muore circa una persona su ottanta diagnosticate positive.

Se andiamo avanti con lo stesso ritmo di aumento, ovvero se i numeri dei casi continueranno ad adagiarsi sulla stessa retta, fra tre settimane ci troveremo con quasi centomila casi al giorno, cinquecento morti al giorno e con la stessa crisi sanitaria del marzo scorso. Ma ben prima di arrivare a centomila casi al giorno, il sistema sanitario e il tracciamento collasserebbero con conseguenze disastrose. Centomila casi al giorno sembra un numero strabiliante, quasi incredibile, ma basta guardarsi attorno: il Belgio, un paese con una popolazione 5-6 volte più piccola dell’Italia, sta sugli undicimila casi al giorno, che, fatte le debite proporzioni, corrispondono a 60.000 casi per un paese grande come l’Italia.

Certo, non sta scritto da nessuna parte che la crescita epidemica debba andare avanti con un raddoppio costante nel prossimo futuro. Tuttavia se la situazione non cambia, se non cambia il numero di persone che va al lavoro, che si affolla sui mezzi di trasporto pubblico, che lavora in situazioni insalubri, che s’incontra con decine di persone a feste dove inconsapevolmente è presente una persona infetta, se tutto questo non cambia, ogni malato continuerà a contagiarne due fino a quando la maggior parte della popolazione non si sarà infettata. Sappiamo cosa vuol dire l’infezione da Covid non controllata; lo abbiamo visto a Bergamo: le persone che morivano a casa, gli ospedali al collasso, i morti giornalieri passati da trenta a trecento, i servizi di pompe funebri intasati, le bare accumulate nei sotterranei degli ospedali.

Sono convinto che non arriveremo a questo punto e che riusciremo a fermare la crescita prima, ma per fermare la crescita e arrivare a una situazione in cui i casi non aumentano più, servono provvedimenti drastici ADESSO. Dobbiamo dimezzare i contatti per far sì che ogni persona ammalata ne contagi in media una. Durante il lockdown duro di marzo aprile tre persone ammalate ne contagiavano in media due. Adesso tre persone ne contagiano in media sei e invece se vogliamo arrivare a una situazione stazionaria ne devono contagiare solo tre. Non è facile: il sistema di tracciamento, finché funziona, consente di isolare i malati e questo riduce il numero dei contagi; ma più il numero di malati salirà, meno sarà utile il tracciamento, finché l’unica possibilità per fermare la crescita sarà il lockdown duro.

Le prossime due settimane dunque saranno cruciali: infatti, ben prima di arrivare al di là dei cinquantamila casi, ci troveremo nell’impossibilità di fare cinquecentomila tamponi al giorno, e con il collasso del sistema di tracciamento e l’imminente collasso del sistema sanitario, un nuovo lockdown sarà necessario e inevitabile.

Il Governo ha già approvato varie misure per cercare di rallentare la crescita dei contagi. Saranno sufficienti a fermare la crescita o almeno a rallentarla? Difficile dirlo. Gli effetti non sono immediati, dal momento del contagio ai sintomi passano 5-6 giorni, 3 giorni dai sintomi alla diagnosi e 1-2 per entrare in statistica. Quindi gli effetti sul numero dei casi si vedono una decina di giorni dopo un’eventuale riduzione del numero delle infezioni. Quindi è impossibile saperlo prima; anche perché un eventuale rallentamento nella crescita dei casi potrebbe essere solo il segnale che i tamponi fatti sono diventati insufficienti per segnalare tutti i casi.

L’ideale sarebbe ridurre i contagi senza arrivare a un lockdown duro: ma per farlo senza agire alla cieca, sarebbe necessario avere informazioni più precise di quelle che ci vengono fornite ogni giorno: servirebbe un grande database nazionale in cui fossero riversate tutte le informazioni disponibili su dove sono avvenuti i contagi, le attività lavorative dei contagiati, l’uso di mezzi pubblici, le attività svolte.

Quanto influiscono sui contagi in Italia i ristoranti, le cene in famiglia, le riunione in ufficio, le convivenze familiarie, le feste? Quali sono le attività più a rischio, oltre ovviamente quelle che già si sanno: la sanità, le celle frigorifere, la preparazione dei salumi, i centri di distribuzione postale? Servono numeri, gli articoli di giornale con casi di cronaca sono del tutto inutili.

Sulla scuola, dove le ASL fanno particolari controlli, ci sono dati precisi, che permettono di escludere che fino a questo momento ci sia stata una propagazione sostenuta dell’epidemia dentro le classi,ma abbiamo informazioni molto poco precise su quello che succede in altri contesti: sappiamo il numero dei focolai o poco più. Senza dati precisi come fare a valutare gli effetti positivi o negativi di provvedimenti come la chiusura dei centri commerciali durante il weekend o delle scuole elementari?

Queste informazioni sono cruciali anche per capire come mai dopo la situazione quasi stazionaria di settembre ci sia stata l’esplosione dei casi di ottobre: ci sono congetture in proposito, alcune ragionevoli, altre strampalate, i fattori possono essere stati molteplici, ma nessuno è in grado di dire, dati alla mano, in che misura ciascun fattore abbia influito. Ma se non sappiamo bene perché i casi da noi si sono impennati a ottobre, le misure che si possono prendere saranno generiche e non mirate al cuore del problema.

Io temo fortemente che in Italia non sia stata fatta una raccolta sistematica delle informazioni cruciali sulle circostanze in cui il virus si è trasmesso: la lettera di Giorgio Alleva e Alberto Zuliani (già Presidenti Istat) al Corriere del 17 ottobre mi conferma in questo timore.

“In tanti mesi - scrivono - non abbiamo investito in un sistema di raccolta di dati che consenta un monitoraggio accurato su probabilità di contagio, dimensioni delle componenti sintomatiche e asintomatiche, collegamento con i rischi successivi, ricoveri e terapie sub-intensive e intensive, letalità. (…) Non è citando insieme, giorno per giorno, il numero di casi positivi e di tamponi effettuati che possiamo capire cosa stia accadendo realmente”.

Non è un’operazione immediata, questa raccolta, richiede un lavoro di definizione di formulari standardizzati ma sufficientemente informativi che devono essere compilati in tutte le ASL d’Italia e riversati in un database nazionale. Ma va organizzata immediatamente.

Tuttavia se al contrario queste informazioni o parti di esse fossero già disponibili ai vertici del sistema sanitario, dovrebbero essere rese pubbliche subito, in maniera tale che i cittadini possano rendesi conto delle motivazioni governative e la comunità scientifica possa analizzarli allo scopo di capire meglio la propagazione del virus. Ad esempio ci sono forti indicazioni che rari eventi di superdiffusione, quando una singola persona infetta ne contagia molti, diano un contributo rilevante alla diffusione del virus, quindi la loro individuazione ed eventuale eliminazione darebbe un gran sollievo, ma per far questo bisogna analizzare in dettaglio i dati sui luoghi di contagio.

Sappiamo bene che la scienza è ed è stata fondamentale per contrastare l’epidemia, ed è quindi inaccettabile che la comunità scientifica non possa chiarire i modi di trasmissione del virus in Italia a causa della mancanza di dati dettagliati sui contagi diffusi accessibili a tutti (quelli che in inglese si chiamano open data).

L’impressione è che al momento attuale si guidi molto alla cieca, cercando di usare il buon senso per non andare a sbattere. Dobbiamo invece (meglio tardi che mai) costruire e rendere pubblico un sistema di guida razionale da usare in un futuro che non sarà brevissimo: anche nella migliore delle ipotesi, infatti, è improbabile che un vaccino oggi in fase di sperimentazione avanzata possa avere effetti significativi sull’epidemia prima del marzo prossimo. Dobbiamo prepararci ad un lungo inverno evitando un disastro sanitario cercando di danneggiare il meno possibile la vita delle persone. La scienza ci può aiutare, ma dobbiamo metterla in grado di farlo.

La commissione Covid-19 dell’Accademia dei Lincei, all’inizio di giugno aveva scritto un documento, in cui si riteneva che ”superata la fase acuta della epidemia, sia giunto il momento, per le istituzioni sanitare regionali, l’Iss e la Protezione Civile di pianificare una condivisione dei dati concertata con la comunità scientifica”.

Apparentemente niente è stato fatto in quella direzione e le amare conclusioni del documento linceo sono ancora di grande atttualità ″In assenza di trasparenza, ogni conclusione diviene contestabile sul piano scientifico e, quindi, anche sul piano politico. Solo con la trasparente alleanza tra scienza e politica possiamo affrontare efficientemente la convivenza con il coronavirus e prevenire una possibile risorgenza del Covid-19 o gestire l’emersione di future, possibili, epidemie.

Arcuri non cambia e ha dato mandato ai suoi legali di avviare un’azione civile contro il nostro quotidiano, Domani, dopo l’articolo pubblicato da Nello Trocchia ieri dal titolo “La guardia di finanza a Invitalia per i super stipendi di Arcuri”.
Il commissario agisce per tutelare la sua “immagine e reputazione”, come ha scritto ieri l’Ansa: “La cosa che avrebbe leso entrambe è aver scritto che “il 29 settembre le fiamme gialle, su delega della procura della Corte dei Conti, hanno acquisito documenti per verificare l’eventuale danno erariale e capire se la società è esonerata dal rispetto dei tetti degli stipendi”, ha scritto oggi il direttore Feltri nel suo editoriale

“Arcuri non contesta la notizia, non smentisce nulla – sottolinea il direttore del quotidiano Domani – Considera semplicemente lesivo della sua reputazione che un giornale racconti una notizia vera, cioè che la procura della Corte dei conti sta ancora indagando sui suoi stipendi da amministratore delegato della società pubblica Invitalia che guida dal lontano 2007.”

Prosegue Feltri: “Nell’articolo noi abbiamo riportato anche la versione di Arcuri, che rivendica la legittimità di aver percepito 617mila euro di stipendio nel 2014, derogando al tetto già allora in vigore che fissa il tetto per i manager pubblici a 240mila. Nel complesso, sostiene la Corte dei Conti, ha ricevuto 1.467.200 euro più del dovuto. Arcuri dice che è tutto corretto, perché la sua società emette obbligazioni quotate, cosa che permette di sfuggire al tetto. La vicenda, peraltro, è ampiamente nota. La novità è la l’acquisizione da parte della Guardia di Finanza di nuovi documenti nelle scorse settimane, di cui abbiamo dato notizia ieri”.

In effetti gli approfondimenti della Corte dei Conti sono stati svelati nelle scorse settimane in più puntate della trasmissione “Quarta Repubblica” condotta da Nicola Porro su Rete4.

Conclude oggi Feltri: “Nella mia carriera mi era capitato di incontrare soltanto persone – potenti e non – che si sentissero danneggiati dalle notizie scorrette, da epiteti offensivi, da paragoni inappropriati. Non mi era mai capitato di trovare qualcuno che si sente danneggiato da una notizia vera, peraltro riportata in un breve articolo nel basso di una pagina. Ma la legge consente ad Arcuri di chiedere danni ai giornali anche in questo caso, spetterà poi a un giudice decidere. Nell’attesa dell’esito, saranno i lettori e i cittadini a valutare l’opportunità da parte di uno degli uomini più potenti di Italia di avviare richieste di risarcimento danni nei confronti di un giornale che pubblica notizie vere sulla sua persona nel pieno di una tragica pandemia che pensavamo assorbisse ogni energia del commissario straordinario”.

Ma dietro la guerra di Arcuri al quotidiano nato per iniziativa di Carlo De Benedetti si cela anche una diatriba di fatto all’interno del consiglio di amministrazione della società che edita il quotidiano Domani.

Infatti, secondo le indiscrezioni raccolte in ambienti legali romani, a difendere Arcuri sarà lo studio del noto avvocato Grazia Volo, che è uno dei consiglieri di amministrazione proprio della società del giornale debenedettiano presieduta da Luigi Zanda.

Non solo: a difendere invece il quotidiano diretto da Feltri sarà come sempre un avvocato che è anche membro del consiglio di amministrazione dell’Editoriale Domani spa: Virginia Ripa di Meana.
Il 29 settembre, mentre Domenico Arcuri tesseva le lodi del nostro paese nel contrastare il virus e, implicitamente, le sue come commissario all’emergenza Covid-19, a Invitalia arrivava la Guardia di finanza.

Invitalia è la società del ministero dell’Economia di cui Arcuri è amministratore delegato dal 2007 (anche se all’epoca si chiamava Sviluppo Italia). «Noi tutti siamo più bravi degli altri a gestire la tragedia», diceva il commissario. Nel frattempo i militari entravano nella sede della società a Roma per acquisire documenti e materiale su delega della procura della Corte dei conti del Lazio, in una vicenda che riguarda proprio Arcuri.

Gli accertamenti, avviati nel 2016, riguardano un possibile danno erariale. Ma la svolta è arrivata lo scorso luglio quando i finanzieri hanno notificato ad Arcuri un atto di costituzione in mora per interrompere gli effetti della prescrizione che incombeva sul fascicolo.
La storia è diventata pubblica in piena emergenza. Secondo la ricostruzione della Corte dei conti, da manager di Invitalia, Arcuri e gli altri membri del consiglio di amministrazione avrebbero per alcuni anni percepito stipendi più alti di quelli stabiliti dalla legge che ne aveva disposto la riduzione.

Secondo le norme che fissano a 240mila euro il tetto degli stipendi per i manager pubblici e secondo un decreto del ministero dell’Economia, Invitalia «avrebbe dovuto adeguare il compenso dell’amministratore delegato a 192mila euro». Nell’atto di costituzione in mora si legge invece che «risulta dalla tabella che, nel corso del 2014, all’ad (e dirigente) Arcuri Domenico è stato riconosciuto un compenso (comprensivo di tutte le voci, ndr) complessivo pari a 617mila euro».

L’amministratore delegato di Invitalia supera il tetto di 192mila euro anche nel 2015, 2016 e 2017. E questo nonostante proprio il 4 agosto 2016 l’assemblea rappresentata dal socio unico, il ministero dell’Economia, aveva invitato la società a ricondurre «i trattamenti economici ai limiti di legge vigenti».
Arcuri si è detto pronto a spiegare tutto: «Offro la mia totale collaborazione alla Corte dei conti in modo da chiarire l’assenza di qualunque errore da parte mia o di Invitalia. Non vi è stata alcuna violazione».

La cifra non è stata restituita, il commissario ha ricevuto 1.467.200 euro in più rispetto ai limiti di legge, e ora la Guardia di finanza, su delega del viceprocuratore generale Massimo Lasalvia (il fascicolo è passato alla magistrata Gaia Palmieri), ha acquisito dati e documenti per approfondire due questioni. La prima riguarda la verifica degli emolumenti ricevuti, in questi anni, da Arcuri e dagli altri manager di Invitalia.

La seconda questione riguarda una legge che permette alle società che emettono strumenti finanziari di derogare al tetto dei compensi. I militari hanno acquisito tutta la documentazione per capire se gli strumenti finanziari emessi da Invitalia consentono di rientrare nelle società esonerate dagli obblighi di riduzione dei costi.

Nel 2014 Arcuri a Repubblica spiegava che al momento la società non emetteva strumenti finanziari e che guadagnava: «300mila euro l’anno, tutto compreso». Prima di lodarsi: «Se non avessi ritenuto giusto il taglio al mio stipendio me ne sarei andato».

Anche perche' si muore per carenze organizzative o evidenti limiti di Arcuri due morti in poche ore in attesa di essere ricoverati in un ospedale intasato e con complesse procedure d' entrata. Morti «inaccettabili» le definisce la sindaca di Luco dei Marsi, Marivera De Rosa. Una donna di 79 anni con il coronavirus, infettata nella casa di riposo dove viveva, è deceduta in ambulanza dove ha aspettato 4 lunghissime ore davanti all' ospedale di Avezzano senza poter mai entrare nel reparto Covid: 4 posti già pieni. Un uomo di 72 anni, con una forte crisi respiratoria, ma senza una diagnosi di positività al virus, è spirato nell' auto ferma davanti allo stesso ospedale, con la moglie accanto che, con urla strazianti, gridava: «Fateci entrare».

«Siamo sconvolti», dice Paolo Venti, figlio di Maria Giuseppa Palma, la donna morta in ambulanza. È appena terminato il funerale della mamma, una donna conosciuta a Luco dei Marsi, in provincia dell' Aquila, dove la famiglia Venti ha una grande azienda agricola.
Parla con un filo di voce il figlio: «Siamo persone riservate, queste sono ore di grande dolore, ancora non ci rendiamo conto di ciò che è successo, abbiamo messo tutto in mano all' avvocato». E il loro legale, Giuseppe Palladino di Nola, non usa mezzi termini: «Lunedì, al massimo martedì, ci rivolgeremo alla Procura di Avezzano per chiedere la riesumazione della salma e svolgere così l' autopsia».

Il perché, spiega il legale, è anche nella gestione dell' emergenza Covid nella Rsa Don Orione di Avezzano dove si sono verificati 102 casi di infezione: 70 ospiti, 25 dipendenti, 5 religiosi e 2 volontari e fra questi anche il direttore della struttura, padre Vittorio Quaranta, che si trova in isolamento. Sette i decessi, 4 solo ieri. Tra questi Maria Giuseppa Palma. La sua famiglia ora vuole la verità. «Nella stessa struttura è ricoverato anche il marito di Maria Giuseppa, Vittorio - spiega l' avvocato - e abbiamo serie difficoltà ad avere sue notizie, Vittorio è molto malato e non è stato ancora informato della morte della moglie, vorremmo farlo noi con garbo, le sue precarie condizioni potrebbero precipitare, ma non riusciamo a metterci in contatto con lui, c' è una procedura incredibile, dobbiamo passare attraverso il medico di base, essere accreditati».

Ha intenzione di fare piena luce anche la sindaca Marivera De Rosa, la prima a lanciare sulla sua bacheca Facebook la «vicenda triste e allarmante di Maria Giuseppa, ricoverata nella Rsa Don Orione, deceduta dinanzi all' ospedale, a bordo dell' ambulanza nella quale ha atteso invano il ricovero nell' area Covid di Avezzano, i cui pochi posti letto erano già occupati». Nel post-denuncia dice: «È evidente che il sistema è già in tilt, e i numeri dell' emergenza ci dicono che il nostro territorio (la Marsica, ndr) si sta avviando rapidamente a un tracollo. È imperdonabile che oggi ci si trovi impreparati: mancano medici, attrezzature, posti letto. Chiameremo a rispondere, in tutte le sedi, i responsabili di ogni colpevole inadempienza».

La procura di Avezzano, dopo l' esposto dei familiari ai carabinieri, ha aperto un fascicolo e disposto l' autopsia sul corpo di Enzo Di Felice, 72 anni, anche lui di Luco dei Marsi, anche lui morto in attesa di ricovero durante un' emergenza in corso, problemi respiratori seri, che hanno spinto la sorella Iole e la moglie Amalia a portarlo con l' auto in ospedale. Secondo il racconto delle due donne, una clinica privata avrebbe rifiutato il ricovero.

«Andate in ospedale» avrebbero detto e le due donne si sono precipitate ad Avezzano dove ieri mattina si sono messe in coda per l' accesso al pronto soccorso passando prima per la tenda triage dove si svolgono i controlli Covid ai pazienti in arrivo. Ma le condizioni di Enzo si sono aggravate ed è sopraggiunta la morte nell' auto. Secondo la Asl, l' uomo sarebbe stato soccorso dai medici «ma ogni tentativo è stato vano». Alla Procura spetterà ricostruire la vicenda e attribuire eventuali responsabilità.

Piu' che chiudere togliete il numero chiuso per medicina e continuare a riaprire ospedali dismessi «La situazione nei Pronto soccorso (Ps) è drammatica, con fortissime criticità in tutte le Regioni. I Ps, in questi giorni, sono presi d’assalto da pazienti con sintomi da Covid-19 e ci sono file di ambulanze in attesa». Lo afferma all’Ansa il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu) Salvatore Manca. I reparti Covid, racconta, «sono pieni ed i Ps stanno diventando un “parcheggio” per questi pazienti anche per 3-5 giorni. Stiamo assistendo tutti ma mancano medici e infermieri. Non ce la facciamo più a reggere».

Lopalco: «Il problema non solo le terapie intensive,ma i posti letto e il personale»

«In questo momento le terapie intensive non sono un problema, ora il problema è la reperibilità dei posti letto ordinari. L'altro problema è il tracciamento sul territorio, in Puglia ad esempio al momento stiamo reggendo ma se i numeri dovessero crescere il tracciamento dev'essere allentato perché non ci sono uomini». Lo ha detto a Progress, su Sky TG24, l'epidemiologo assessore alla Sanità della Regione Puglia, Pier Luigi Lopalco. «È inutile parlare di cosa non ha funzionato - ha aggiunto -, se non ci sono gli uomini non possiamo formarli in due mesi, ci vogliono dieci anni per formare uno specialista. In Italia sono anni e anni che siamo in carenza di personale».

Sanificando gli ospedali con l'ozono invcece di provocare della epidemia colposa aggravata «dalla morte di più persone». La Procura di Bergamo, nell' inchiesta sulla mancata creazione della zona rossa in bassa Val Seriana, rafforza l' accusa nel filone sull' ospedale di Alzano Lombardo che vede indagati l' ex dg del Welfare lombardo Luigi Cajazzo, l' allora suo vice Marco Salmoiraghi, la dirigente Aida Andreassi, Francesco Locati, dg della Asst di Bergamo, e Roberto Cosentina, ex direttore sanitario.

È il 23 febbraio, il virus dilaga nella bergamasca e l' ospedale di Alzano diventa un focolaio. Ma nel giro tre ore viene riaperto, con la garanzia di aver effettuato la sanificazione. Tutto falso, sostengono i pm nel decreto con cui acquisito telefoni e mail negli uffici della Regione Lombardia.
LE RELAZIONI INCRIMINATE

I cinque indagati sono accusati, come si legge nell' imputazione, di aver cagionato «un' epidemia colposa, incrementando e aggravando la diffusione del contagio da coronavirus, con particolare riferimento alle modalità di gestione dell' emergenza sanitaria Sars-Cov2 presso il presidio ospedaliero di Alzano Lombardo e al propagarsi della morbilità nel territorio circostante». Locati e Cosentina, in particolare, avrebbero dichiarato «in atti pubblici» che erano state adottate «tutte le misure previste», «circostanza rivelatasi falsa, stante la incompleta sanificazione del pronto soccorso e dei reparti del presidio».

Il primo in una nota del 28 febbraio «indirizzata ad Ats Bergamo» aveva attestato che sin dal 23 febbraio, «non appena avuto il sospetto e la successiva certezza della positività al tampone» di alcuni malati, «sono state immediatamente adottate le misure previste» nell' ospedale, rassicurazione secondo i magistrati non veritiera «agli esiti delle indagini sinora condotte».
Locati poi nelle «relazioni» dell' 8 e 10 aprile - «redatte su richiesta verbale e scritta» di Cajazzo e trasmesse a quest' ultimo e all' assessore al Welfare Giulio Gallera - per i pm ha mentito scrivendo che nelle poche ore nelle quali il pronto soccorso è rimasto chiuso si è provveduta alla disinfezione. Ha attestato anche di «tamponi» effettuati già dal 23 febbraio, mai avvenuti, assicurando la creazione «di un percorso d' accesso separato per i pazienti sospetti Covid in pronto soccorso», inesistente.

Nel frattempo il virus aveva contagiato medici, degenti e familiari in visita. È stata una strage: ad Alzano nei primi 21 giorni di marzo il numero di morti è cresciuto del 1.022%, nella vicina Nembro del 1.000%, a Bergamo le vittime sono state 5.000.
E adesso l' emergenza è a Milano. Le sirene delle ambulanze sono di nuovo il sottofondo, come a marzo. Fuori dai pronto soccorso i mezzi dell' Areu si mettono in coda, ormai il bollettino quotidiano della Lombardia è la conferma che il virus è sfuggito al controllo: ieri 4.916 positivi in più e sette morti nella regione, 2.399 nuovi casi solo in provincia di Milano. «Sono preoccupato. Il lockdown ci ha aveva salvati come il gong alla fine di un round soccorre il pugile già un po' suonato.

Ora non c' è più tempo da perdere, abbiamo bisogno di interventi decisi che sarebbero stati necessari almeno dieci giorni fa, se non prima», avverte Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell' ospedale Sacco. In Lombardia i malati ricoverati sono 2.013, i pazienti in terapia intensiva 184, in crescita di 28 nelle ultime ventiquattr' ore. Le rianimazioni sono in sofferenza, i pazienti vengono spostati a Bergamo, dove metà delle persone intubate arriva dal capoluogo lombardo, e a Brescia, con un' ottantina di malati accolti. E da ieri ha riaperto l' hub in Fiera: quattordici letti sono pronti, posti e personale cresceranno in base alle necessità. Che alla luce dell' aumento esponenziale dei pazienti gravi appaiono pressant

Invece l'Unione europea continua a finanziare con oltre 700mila il famigerato Istituto di virologia cinese di Wuhan proprio per studiare e catalogare, in mega progetti Ue, virus come il Covid 19, la trasmissione dai pipistrelli agli esseri umani e possibili vaccini. Il risultato non è stato dei migliori: una pandemia flagella il mondo partita proprio dalla città di Wuhan. La beffa è che continuiamo a pagare il laboratorio sospetto con 88.433,75 grazie a progetto Eva Global partito nel gennaio 2020, quando il virus cinese era già arrivato in Italia.

Gli europarlamentari della Lega hanno presentato un'interrogazione alla Commissione europea sull'utilizzo dei fondi dal 2015 e soprattutto sul controllo dei risultati. Il Giornale ha scoperto che si tratta della punta dell'iceberg: dal 2004 ad oggi Bruxelles ha finanziato il laboratorio di Wuhan con 701.196 . I fondi facevano parte di cinque progetti internazionali della Ue per un totale di oltre 28 milioni di euro. L'aspetto paradossale è che il primo (triennio 2004-2007) già sottolineava: «Gli studi sulla ricerca del serbatoio animale hanno identificato i pipistrelli come serbatoio di CoV simil-SARS».
Il progetto Episars doveva proprio controllare «l'infezione animale e umana da coronavirus impedendo il riemergere della malattia nella popolazione umana». A capo del progetto l'Istituto Pasteur di Parigi oltre all'Istituto per le malattie infettive Spallanzani di Roma, oggi in prima linea nella lotta al Covid. Non è un caso che il premio Nobel per la medicina, Luc Montagnier, dell'Istituto Pasteur, sostenga che il Covid 19 sia stato manipolato in laboratorio.

Nello stesso triennio Bruxelles aveva finanziato «una task force euro-cinese per lo sviluppo di strategie di intervento, tra cui vaccinazione, immunoterapia e antivirali per la protezione contro la Sars». Il progetto Dissect sosteneva, che i centri della «Cina hanno generato vaste raccolte di materiali biologici: virus, sieri, tessuti, dati clinici ed epidemiologici».

Fino al 2007 l'Istituto di virologia di Wuhan ha incassato dalla Ue 327.187 di euro. Dal 2007 ne sono stati versati altri 155.000 per il progetto Rivers. I finanziamenti al laboratorio di Wuhan proseguono con 130.576 euro per il progetto Evag partito nel 2015. Questa volta si tratta di mettere in piedi «un archivio europeo globale per i virus». Il piano prevede pure «l'accesso a strutture di biosicurezza ad alto contenimento per effettuare studi di malattie infettive utilizzando ospiti naturali o modelli», come il laboratorio di Wuhan.

Anche in questo progetto il partner italiano è l'Istituto Spallanzani. I risultati del progetto vengono presentati come «la più grande raccolta di virus al mondo diventata la chiave per combattere la pandemia di Covid19». Per il momento non ci ha ancora salvato, ma anche i nuovi fondi Horizon per il periodo 2020-2023 finanziano l'Istituto di Wuhan con 88.433,75 euro. Al progetto partecipa pure il Consiglio nazionale delle ricerche. L'obiettivo è creare «la rete più reattiva» al mondo «per migliorare il controllo delle epidemie di virus emergenti o riemergenti a livello globale».

Dal 2004 la Commissione europea ha finanziato non solo il laboratorio di Wuhan, ma altri 10 centri specializzati cinesi per progetti che dovevano fermare il virus. «Il programma Horizon della Ue ha un bilancio 2020 di 77 miliardi di euro» spiega Sergio Bianchi, direttore della fondazione Agenfor international. «E' sconfortante notare come a fronte di tale sforzo finanziario, il risultato reale sia molto modesto, come nel caso dei fondi all'Istituto di virologia di Wuhan - spiega l'esperto di progetti Ue - Non si è saputo affrontare per tempo le grandi criticità, come le epidemie, dimostrando una carenza seria nell'analisi dei bisogni».

 

 

 

 

Allora chiudiamo con il turismo alberghi bar e mettiamo tutti in bicicletta a portare i pasti a casa perche' ogni giorno di lockdown per il Covid può rappresentare, in Italia, un serio rischio per almeno mezzo miliardi di euro di prodotto interno lordo, solo se consideriamo i settori del commercio e del turismo. Questi due comparti dell’economia italiana, infatti, pesano per circa il 12% su un totale, stimato dal governo per il 2020, di oltre 1.600 miliardi di pil. In altri termini: circa 3,5 miliardi a settimana e oltre 15 miliardi al mese.

Si tratta, tra l’altro. di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, grande distribuzione, concessionari automobilisti, ambiti nei quali sono maggiormente attive le piccole e medie imprese. È quanto calcolato dal Centro studi di Unimpresa, secondo cui il commercio e il turismo, i settori maggiormente penalizzati da chiusure e misure restrittive, valgono, per quest’anno, quasi 198 miliardi di euro sull’intero prodotto interno lordo nazionale, che, nelle stime della Nota di aggiornamento di economia e finanza, dovrebbe attestarsi, a fine anno, a 1.647,2 miliardi.

«I danni collaterali di una nuova chiusura generalizzata possono essere peggiori, sia sul piano della salute (perché molte malattie non vengono curate né diagnosticate) sia sul versante economico (perché non ci sono sufficienti soldi pubblici per ristorare chi perde incasso e fatturato), di quelli che cagionati direttamente dalla pandemia. Non ci sono soldi pubblici per tutti, inutile girarci intorno: le decisioni del governo devono essere improntate al massimo equilibrio: le pmi vanno tutelate e le famiglie aiutate.

Resta un bel po’ di amarezza. Ad agosto, quando c'erano primi segnali di ritorno del Coronavirus, tutti hanno lasciato correre, sia per consenso generale sia perché si votava in alcune regioni chiave per l’attuale maggioranza parlamentare. Adesso, invece, non sanno cosa fare e improvvisano. Tutto questo dopo aver sprecato sei mesi per migliorare tracciamento, trasporto pubblico locale e edilizia scolastica-universitaria» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il commercio e il turismo sono i settori destinati a pagare il prezzo più alto di un eventuale lockdown o, comunque, di altre misure restrittive. Questi due settori valgono circa il 12% del pil del Paese: vuol dire che si tratta di circa 197,6 miliardi sul totale del prodotto interno lordo 2020, calcolato dal governo con l’ultima Nadef, in 1.647,2 miliardi.

La media giornaliera, senza distinguere tra giorni feriali e festivi, è di 541,5 milioni di euro: è questo, in sostanza, il giro d’affari giornaliero di negozi, bar, ristoranti, centri commerciali, parrucchieri e centri estetici, grande distribuzione, palestre, piscine, alberghi e residence, strutture ricreative, cinema, teatri, concessionari automobilistici, solo per indicare i comparti più noti ai cittadini, dove operano principalmente le piccole e medie imprese.

Per il vicepresidente di Unimpresa «adesso serve fermezza e giudizio: non potendo nemmeno immaginare un eventuale lockdown, bisogna tutelare le categorie più a rischio per questa malattia e, quindi, lasciare in casa i più anziani, gli immunodepressi, coloro che hanno già altre importanti patologie. Poi, occorre mantenere obbligatorio l’utilizzo di dispositivi individuali di protezione e limitare gli assembramenti, ma oltre non è possibile andare: non possiamo permettercelo».

Buon proseguimento Sua Santita': Quattro giorni fa, il quotidiano The Australian ha rivelato che a cavallo tra il 2017 e il 2018 circa 700mila euro furono trasferiti dal Vaticano in Australia per finanziare gli accusatori del cardinale australiano George Pell. Quel cardinale, accusato di pedofilia - nello specifico, di aver molestato negli anni '90 due adolescenti di 13 anni a Melbourne - e poi assolto in appello dall'Alta corte australiana il 7 aprile 2020 dopo aver trascorso più di un anno in prigione.

Adesso, sempre stando alle rivelazioni del quotidiano australiano, si scopre che la cifra destinata a influenzare il procedimento a carico del cardinale sarebbe stata ben più alta: due milioni di dollari. Una vicenda da inquadrare all'interno delle tensioni nella Curia vaticana. Curia terremotata, a settembre, dalle dimissioni del cardinale Giovanni Angelo Becciu dalla Congregazione delle cause dei Santi.

Ma Becciu, tra il 2011 e il 2018, periodo nel quale espolode il "caso Pell", era sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato. Quella Segretaria di Stato - secondo la stampa australiana che cita fonti investigative locali - regista degli spostamenti di denaro verso l'Australia in vista del processo a carico di Pell.

Sullo sfondo l'ostilità di Becciu nei confronti di Pell, all'epoca delle accuse di pedofilia prefetto della Segreteria vaticana per l'economia. Come ricostruito sul proprio blog dal giornalista - ed ex vaticanista del Tg1- Aldo Maria Valli, nel 2016 inizia nella Curia vaticana lo scontro tra i due cardinali. Origine del contrasto, la decisione del porporato australiano di disporre l'audit - una valutazione indipendente - delle finanze vaticane.

Mossa avversata dal cardinale italiano, attualmente indagato dal promotore di giustizia vaticano per peculato, che infatti neutralizza la decisione di Pell. Il primo invio di denaro, come riportato dai media australiani, risale al febbraio del 2017. Importo: 415mila dollari. Poco dopo, la polizia locale conclude la sua "istruttoria" al termine della quale nei confronti di Pell scatta l'accusa di violenza sessuale sui minori. Un secondo pagamento, presumibilmente di circa 280mila dollari, avviene a maggio, vale a dire un mese prima della formalizzazione delle incriminazioni a carico del cardinale australiano.

A quel punto Pell - che si dichiara innocente - lascia Roma e torna in patria per affrontare il processo. Gli ultimi due trasferimenti di denaro - per un totale di 1,3 milioni di dollari - sarebbero stati effettuati dalla Segreteria di Stato vaticana nel dicembre 2017 e nel giugno 2018. Il successivo 11 dicembre, Pell è dichiarato colpevole dalla giuria della County Court dello Stato di Victoria e condannato a una pena detentiva di sei anni di reclusione. Sentenza, come ricordato, poi cancellata dalla Corte suprema dell'Australia dopo la richiesta di revisione del processo di appello presentata dal cardinale Pell il 13 novembre 2019.

La ricostruzione dei media australiani si basa sul lavoro dell'ente di controllo sui reati finanziari, Austrac, che avrebbe inviato segnalazioni sia alla polizia federale che a quella dello Stato di Victoria. In particolare, Austrac ha confermato che grandi somme di denaro sarebbero state trasferite «da fonti vaticane a persona o persone in Australia». D'altro canto, la polizia australiana - citata dall'Associated Press - ha negato di indagare su movimenti di denaro Vaticano-Australia. E il cardinale Becciu ha ribadito di «non aver mai interferito in alcun modo» sulla vicenda processuale di Pell.

L'arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra ha avuto un ruolo di primo piano nell' affaire londinese del palazzo di Sloane Avenue, che ha provocato la perdita di centinaia di milioni di euro per le casse della Santa Sede. Cinque documenti riservati […] raccontano come l'attuale sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato abbia consapevolmente deciso di mettere il denaro dell' obolo di San Pietro e delle donazioni dei fedeli nelle mani di Gianluigi Torzi. […]

È grazie alle disposizioni di monsignor Peña Parra, successore del cardinale Becciu (indagato), che Torzi intasca, praticamente senza muovere un dito, quindici milioni di euro, sulla base di un accordo non scritto che i promotori di giustizia della Santa Sede, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi, non esitano a definire «incomprensibile». […]
L'analisi dei cinque documenti visionati da Repubblica riportano questa storia al novembre del 2018, quando la Segreteria di Stato, […] decide di interrompere i rapporti con […] Raffaele Mincione […] la Segreteria potrebbe rilevare direttamente la società che detiene le quote del palazzo, la 60 Sa-2 Limited, e chiuderla lì. Invece, e «per ragioni che non risultano ancora chiarite» […] decide di avvalersi dei servigi della Gutt, società lussemburghese che fa capo a Torzi. […]

[…] Il nome sui contratti siglati con le società di Torzi è quello di monsignor Alberto Perlasca […] ma il mandante è il sostituto. Con una lettera firmata da Peña Parra e datata 22 novembre 2018, infatti, Perlasca riceve la delega a «sottoscrivere con firma singola» il contratto con la Gutt di Torzi. […] Nella delega […] ci sono già le clausole del contratto […]: dodici pagine di intesa che mettono la Segreteria di Stato nelle mani del finanziere italiano.

Il contratto prevede tre cose: 1) il Vaticano ricompra un palazzo che avrebbe dovuto essere già suo; 2) lo fa attraverso una terza società, la Gutt; 3) Torzi di fatto ha la gestione del palazzo grazie a 1.000 azioni, che sulle 31.000 totali sono le uniche con diritto di voto. Affidatosi a dicembre in modo apparentemente ingiustificato a Torzi, ora l' arcivescovo venezuelano Peña Parra ne è l'ostaggio. […] c'è la clausola secondo cui la Gutt agirà in qualità di agente della Segreteria di Stato per il controllo dell' immobile. È una clausola del diavolo, di cui in Vaticano si pentono nell' arco di 24 ore. Per rinunciarci, Torzi pretende il 3 per cento dell' affare, ossia 15 milioni.
[…] Nella Santa Sede qualcuno parla di estorsione. Ma gli inquirenti vaticani non credono al ricatto, perché tutto «era ben esplicitato nell' accordo». […] 15 milioni finiti nelle tasche di Torzi per comprare un palazzo che era già della Segreteria dello Stato, e, per giunta, sulla base di un accordo che […] non era sancito per iscritto in nessun contratto. «Ci siamo impegnati verbalmente», si legge in una nota interna di uno dei funzionari della Segreteria di Stato. Se l'accordo era solo verbale, e il contratto era capestro tanto da far parlare qualcuno di "ricatto", perché Peña Parra ha pagato Torzi?

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.24.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

 

Da oramai molti anni si dibatte sulle scoperte fatte dal geologo e ricercatore israeliano Aryeh Shimron, che dal 1980 conduce studi su tombe e ossari, come la tomba di Talpiot, che vengono attribuiti a Gesù. Dopo anni di lunghi dibattiti, soprattutto fra i credenti, in quanto la presenza di ossa negherebbe la resurrezione, un nuovo studio condotto su alcuni chiodi rinvenuti a Gerusalemme potrebbe dare una svolta alle ricerche sulla crocifissione.

aryeh shimron aryeh shimron

Gli scavi in quella zona iniziarono nel 1990, ma i chiodi rinvenuti nella tomba sparirono. Il regista Simcha Jacobovici, noto per il film documentario “La tomba perduta di Gesù” avrebbe trovato i chiodi in seguito, giungendo a sostenere che fossero stati usati per crocifiggere Gesù  nel documentario del 2011, “Nails Of The Cross” (letteralmente, i chiodi della croce). A quel tempo Jacobovici venne ritenuto un bugiardo, e furono in tanti a smentire che si trattasse degli stessi chiodi che vennero rinvenuti nella tomba di Caifa.

Trovati nei chiodi frammenti ossei e legno antico

Il nuovo studio, però, ha dato risultati sconcertanti: i chiodi sono quelli che vennero rinvenuti nel sepolcro del sacerdote e furono utilizzati per crocifiggere qualcuno. Il Dott. Shimron è giunto a tali conclusioni dopo aver confrontato il materiale dei chiodi con quello degli ossari rinvenuti nella tomba, ossia scatole di calcare utilizzate per conservare le ossa dei defunti.

crocifissione di pietro perugino crocifissione di pietro perugino

Shimron ha dichiarato che “I materiali che invadono le grotte differiscono sottilmente da grotta a grotta a seconda della topografia, della composizione del suolo nella zona, del microclima e della vegetazione circostante. Di conseguenza le grotte hanno caratteristiche fisiche e chimiche distinti” e ha aggiunto “Le proprietà fisiche e chimiche dei materiali che, nel corso dei secoli, hanno invaso la tomba e i suoi ossari sono state studiate. La nostra analisi dimostra in modo chiaro e inequivocabile che questi materiali sono chimicamente e fisicamente identici a quelli che, nel corso dei secoli, si sono anche attaccati ai chiodi“.

frammenti di ossa frammenti di ossa

La parte maggiormente rilevante della scoperta è l’analisi chimica effettuata dai chiodi, attraverso la quale Shimron è riuscito ad identificare al loro interno sottili schegge di legno: “È ben conservato e interamente pietrificato […] il legno è quindi antico e non è un attaccamento casuale o artificiale nei chiodi“, ha specificato il ricercatore.

Ma non solo: all’interno dei chiodi sono stati rinvenuti anche frammenti ossei microscopici: “Credo che l’evidenza scientifica che i chiodi siano stati usati per crocifiggere qualcuno sia davvero forte”, ha detto. La presenza dei chiodi nella tomba è un’ulteriore prova: ai tempi, infatti, i chiodi utilizzati nelle crocifissioni venivano conservati perché si riteneva che avessero importanti proprietà curative, e dunque erano tenuti come amuleti. Il regista Jacobovici sostiene che, probabilmente, i chiodi potrebbero essere stati conservati da un Caifa pentito.

chiodi di crocifissione 2 chiodi di crocifissione 2

 

Ovviamente Shimron non è giunto a dichiarare ufficialmente che siano i chiodi con i quali Gesù è stato crocifisso, ma ci sono prove scientifiche sufficienti per continuare l’indagine. Quel che è certo, è che quei chiodi abbiano crocifisso qualcuno. 

dentro la tomba di caiaphas dentro la tomba di caiaphas

 

Vorrei che il Papa continuasse ad abolire i privilegi per tutti ad iniziare da quelli cardinalizi  «Tutto questo ha creato una grande confusione, ho ricevuto centinaia di chiamate, i fedeli sono totalmente smarriti: che cosa voleva dire, il Papa? Possibile? Perché non si esprime chiaramente?».

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, 73 anni a fine dicembre, teologo e curatore dell' opera omnia di Ratzinger, fu nominato nel 2012 da Benedetto XVI prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è rimasto in carica fino al 2017. «In Germania, con Benedetto, mi dicevano che ero troppo papista, adesso sono diventato un nemico del Papa! Una cosa assurda, per me: sono un cattolico, un sacerdote, ho scritto tanti libri sul primato del Papa, l' ho sempre difeso contro protestanti e liberali. Però...».

Però, eminenza?

«Però il Papa non è al di sopra della Parola di Dio, che ha creato l' essere umano maschio e femmina, il matrimonio e la famiglia. Sono cardinale e sempre dalla parte del Papa, ma non a tutte le condizioni. Non è una lealtà assoluta. La prima lealtà è alla Parola di Dio. Il Papa è il Vicario di Cristo, non è Cristo. E io sono credente in Dio».

Ma Francesco non ha parlato di matrimonio, ha detto che ci vorrebbe un riconoscimento giuridico per le coppie omosessuali, le unioni civili...

«E qual è la differenza, in fondo? In molti Stati le cosiddette unioni sono state soltanto la premessa del riconoscimento dei matrimoni gay. Per questo tanti fedeli sono disturbati, pensano che queste parole sarebbero solo il primo passo verso una giustificazione delle unioni omosessuali, per la Chiesa, e questo non è possibile».

E perché?

«Dall' inizio della Scrittura, nella Genesi, si dice che Dio ha creato l' uomo e la donna.

Gesù lo ricorda ai farisei: l' uomo si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne.

Per questo il solo matrimonio possibile è tra uomo e donna e i rapporti sessuali sono riservati esclusivamente al matrimonio. Non vogliamo condannare le persone con tendenza omosessuale, anzi vanno accompagnate e aiutate: ma secondo le condizioni della dottrina cristiana».

La Scrittura non parla di unioni civili...

«Questo è un sofisma! La Parola di Dio vale per tutti i tempi. E parla del diritto naturale, morale. La costituzione antropologica non è rispettata in questa nuova antropologia Lgbt: dicono non esista una natura umana definita, uomo e donna, e il sesso sarebbe solo un costrutto ideale, con tutte le conseguenze del caso, compreso il diritto di cambiarlo. Ma non esiste un futuro dell' umanità senza riconoscere la complementarietà fra uomo e donna, il dato biologico e psichico, un rapporto che fonda la cultura umana. Il Papa è anche il primo interprete della legge naturale: perché interviene in queste cose degli Stati senza sottolineare la dimensione della legge naturale?».


La Chiesa non può riconoscere le unioni civili?

«Non è possibile per un pensiero cristiano. Per questo la Chiesa si è sempre opposta: anche lo Stato laico deve rispettare la legge naturale, riconoscere i diritti fondamentali degli umani».

E dove si violerebbero i diritti umani?

«Con l' adozione dei bambini, ad esempio. Un bambino ha diritto di crescere con un padre e una madre. E non parliamo della maternità surrogata, delle donne povere che hanno bisogno di denaro e vendono il proprio corpo. Un grande mercato contro la dignità umana».

Che cosa ha detto ai fedeli che l' hanno chiamata?

«Noi rispettiamo il Papa, chiaro, è principio dell' unità della Chiesa. Ma anche Pietro e Paolo hanno discusso e un Papa, Onorio I, fu perfino giudicato da un Concilio. La persona non è totalmente identica con il papato. Ci sono stati dei pontefici non sempre chiari nella dottrina».

E questa volta?

«La dichiarazione di Papa Francesco non è ufficiale, è arrivata da un' intervista, e questo la relativizza e genera malintesi. Tutto ciò non è buono perché un Papa, così come ogni vescovo, deve essere sempre molto cauto e chiaro, specie in questi tempi così delicati. Alcuni dicono, non so se sia vero, che nel documentario hanno combinato citazioni diverse. Perché la Santa Sede non ha dato una spiegazione? E la Congregazione per la Dottrina della Fede? Eppure ha pubblicato testi su omosessualità e matrimonio, elaborati scientificamente. È un problema di confusione, nel mondo ora si dice "il Papa benedice le unioni omosessuali": non lo ha detto, ma le conseguenze sono queste.

Dovrebbe essere più attento».

«Quel che ho letto finora sui giornali non mi tocca, la realtà è diversa», dice Cecilia Marogna. Pacata e quasi imperturbabile: la descrive così chi, in virtù del proprio ruolo di parlamentare, è andato a trovarla per sincerarsi delle sue condizioni. La 39enne originaria di Cagliari è in carcere a San Vittore, arrestata lo scorso 13 ottobre.

(…) Ma quel che a Marogna sembra interessare maggiormente, ciò a cui evidentemente tiene di più - anche alla luce del soprannome che le è stato dato, ovvero la "dama di Becciu" - è difendere l' onore, la moralità del 72enne cardinale Giovanni Angelo Becciu, rimosso dalle sue funzioni da papa Francesco dopo lo scandalo sulla gestione dei fondi dell' Obolo di San Pietro.

(...) Marogna soppesa parola per parola, non è uno sfogo, giura però che «Becciu è un prete vero». Uno che ci crede sul serio, fedele alle disposizioni. Insomma, lei e il cardinale non erano amanti. La propria tranquillità è tale perché «so quel che ho fatto e non ho fatto», aggiunge al proprio interlocutore. Però rimangono le carte dell' indagine che l' hanno portata in carcere dopo un mandato di arresto internazionale, accusata di appropriazione indebita aggravata e peculato.

Ad incastrarla ci sono nove bonifici in sette mesi dalla Segreteria di Stato a un conto straniero e 120 pagamenti in negozi di lusso da parte della donna con le somme ricevute. Spese da Prada, Tod' s, Missoni, Montblanc, Louis Vuitton, Max Mara, alberghi e ristoranti costosi. Soldi che invece dovevano servire per pagare il riscatto di una suora rapita. (…)

Cecilia Marogna è diventata un rebus anche per i suoi ex partner. La cosiddetta dama del cardinale Angelo Becciu, accusata dai promotori di giustizia vaticani di appropriazione indebita aggravata e peculato per distrazione, è irriconoscibile agli occhi di chi ha condiviso con lei anni di vita.

«Per me è come un fulmine a ciel sereno, una cosa allucinante. Un incubo, non ci dormo la notte. Fino a quando mi informavo sui giornali, da un po' non leggo più, pensavo: «Ma stanno scherzando? Per me è solamente la madre di mia figlia, in questi anni non faceva altro che venire a Cagliari e tenere la bambina. Per il resto cado dal pero».

Sono le prime parole di Alessandro C., commerciante cagliaritano legato alla Marogna fino al 2013 e padre della loro figlia. I due però non si sono mai sposati, né con rito civile né soprattutto in chiesa. Spieghiamo all' interlocutore che il nostro obiettivo è cercare di approfondire la conoscenza sul personaggio Marogna, gli interessi e i contatti che coltivava in epoca non sospetta.
Quest' ultima le ha mai parlato dei suoi rapporti con Becciu? «Mai sentito nominare».

Magari le ha accennato della passione per i servizi segreti? Anche in questo caso la risposta è negativa. Non ci resta che provare con il forte interesse per la geopolitica, materia che a detta della stessa Marogna «non si studia all' università» ma per cui lei ha sempre avuto un' inclinazione, tanto da farne un lavoro come si legge sul suo profilo Instagram. Dunque, la vocazione per le relazioni internazionali? « Al di là che non capisco cosa voglia dire quella parola (geopolitica ndr), scusi la mia ignoranza. Ho dei limiti cognitivi. Ma da dove, dal divano? Mi faccia capire, non riesco a capirlo», risponde Alessandro C..
Insistiamo sul fatto che la donna si dica esperta dell' area che comprende il Medio Oriente e il Nord Africa, la cosiddetta «Mena Region». «Con me non c' è mai andata, perché in quel periodo stavamo prevalentemente a casa». Sul tema potrebbe aver comprato dei libri per ampliare la sua preparazione.
«No», ripete più volte Alessandro C. Capitolo beni di lusso, per essere più espliciti gli acquisti presso le grandi boutique di moda. D' altronde sono state proprio le presunte acquisizioni, per circa 200.000 euro, di capi e borse firmate ad inguaiare la donna con la giustizia. Dalle carte emergono 120 pagamenti per spese «non compatibili con l' oggetto sociale della sua società Logsic doo». «Capisce stiamo parlando di cose, cifre 200.000 euro non li ho mia visti in vita mia. Poi mi scusi me ne sarei accorto (se la Marogna fosse stata particolarmente attratta dalle compere di abbigliamento ndr). Ripeto io parlo sempre riferendomi a sette anni fa».
Quindi non ci sarebbero analogie tra la vita mostrata sui social - dove i viaggi (Londra, Dubai, Madonna di Campiglio e Lubiana solo per citarne alcuni) erano quasi all' ordine del giorno, fino allo scoppio dell' inchiesta - e quella precedente? «Minimamente, la nostra era un' esistenza normalissima». Lontana dal mondo del Vaticano, visto che «anche questo ingresso (ai piani più alti delle mura leonine, ndr) quando è avvenuto, senza dubbio non stavamo insieme».

Come abbiamo già raccontato fino a sette anni fa circa, la Marogna lavorava nel commercio. Circostanza che ci viene confermata da Alessandro C.: «Faceva la rappresentante per Nokia (in realtà l' azienda di riferimento era Master spa, ndr), vendeva cellulari. Una professione ordinaria, come tante altre». Eppure la Master avrebbe denunciato la Marogna per appropriazione indebita, dato che a detta dell' azienda non avrebbe restituito un' automobile e un computer; e a qualche anno prima risalirebbe un' altra denuncia per furto nei confronti della donna.
«Queste circostanze che mi sta citando», replica Alessandro C, «le ho apprese dai giornali, sono scioccato». «Forse questo aggettivo non è abbastanza eloquente, o non mi ha sentito, perché tra le altre cose sono costretto a gestire l' attenzione mediatica. Io sono un persona normale con un lavoro normale. Non ho capacità di gestire e capire certe cose, queste ancora di più.
Tra l' altro io sono una persona che non è mai stata curiosa. Sono preoccupato da genitore, vorrei solo capire come si evolverà la vicenda: è chiaro che se ha commesso degli errori dovrà pagare. Nonostante la storia sia finita da anni, quello che vedo mi dispiace [] Io sono preoccupato per un discorso genitoriale.

La bambina vuole la mamma. Io non posso trasformarmi in donna, per quanto ci sia un rapporto spettacolare. Però adesso c' è questa assenza. Vorrei capire questa cosa come si sviluppa questa cosa. Io ho solo una speranza che essendo comunque un genitore, c' è una figlia tutto si concluda nel miglior modo possibile. Mia figlia si merita una mamma libera».

Dopo questo sfogo, riprendiamo a fare domande concentrandoci ancora una volta su Becciu. Risposta: «Questo discorso esula da quello che è il presente, magari dovreste chiedere più al compagno attuale , a chi le è più vicino e non a me. Io non posso asserire cose che non conosco». E così abbiamo fatto, peccato che Fabio B.S. ci abbia dato solo il tempo di presentarci telefonicamente. «In questo momento non posso parlare», ha ripetuto più volte prima di chiudere la conversazione. Inutili i tentativi di riprendere il colloquio. Così abbiamo contattato Enrico C., un' altra «storia importante» della Marogna, ingegnere di Cagliari: «Non ho la più pallida idea di cosa facesse questa signora nella vita.

Guardi l' unica cosa che posso dirle è che se sta a San Vittore (carcere di Milano, da dove la donna è rinchiusa dallo scorso 13 ottobre, in seguito all' arresto su mandato di cattura internazionale ndr) vuol dire che lo merita. Noi ci siamo lasciati anni fa e buonanotte». I legami con il Vaticano sono il fulcro dell' inchiesta, per questo motivo chiediamo se Marogna fosse una cattolica molto praticante, in una parola devota. «Se ci andava (in chiesa ndr), ci andava senza me».

Chiediamo della passione per la geo politica, ma anche in questo caso senza troppa fortuna. «Ripeto non ho la più pallida idea di che lavoro facesse», racconta Enrico C, «sempre che l' abbia avuto il lavoro». Non ci perdiamo d' animo. «Rapporti tra Marogna e Carboni (Flavio ndr)? Mai sentiti, so solo che Carboni era implicato nel caso Calvi (Roberto, banchiere morto nel 1982 a Londra ndr)». All' epoca della vostra relazione le ha mai parlato di Becciu e Pazienza (Francesco, ex agente segreto ndr)? «No». Appena proviamo a sapere come si siano conosciuti, Enrico C. ribatte: «Dai chiudiamola qui».

La notizia era nell'aria, ma ora c'è qualche certezza in più: il cardinale Angelo Becciu - l'alto ecclesiastico che è stato privato di alcune facoltà derivanti dalla porpora - è indagato per peculato. Trattasi di accuse che il consacrato sardo ha già respinto mediante conferenze stampa. Ma la questione, in termini inchiestistici, è andata avanti. Papa Francesco è stato irreprensibile: qualcuno confida nel fatto che Bergoglio cambi idea ma, nel caso le cose dovessero restare come sono adesso, Becciu non parteciperà al prossimo Conclave. Quello che eleggerà il successore dell'ex arcivescovo di Buenos Aires.

Il caso de la "dama di Becciu" è un conto, quello dei presunto peculato del porporato italiano è un altro. L'elemento comune è la segreteria di Stato, l'ente del Vaticano al centro di tutta questa vicenda, che è complessa e che tocca il tema della gestione dell'Obolo di San Pietro.

Becciu avrebbe in qualche modo favorito alcuni suoi familiari: il condizionale è d'obbligo, ma questo è l'aspetto su cui sembra si stiano concentrando gli inquirenti:"...la procura di Roma - si legge sull'Adnkronos, che ha ripercorso quanto scritto su Repubblica - ha ricevuto una nuova rogatoria che chiede di fare chiarezza su alcuni dei rapporti, familiari ma anche economici, che hanno causato la rottura tra papa Francesco e il cardinale. E la strada porta dritta ai fratelli del religioso". Ma quali sono questi "rapporti economici"?

Anzitutti quelli tra la Caritas romana ed una società chiamata Angel's. La seconda, che produce birra, è amministrata da uno dei fratelli del cardinale Becciu: "La società - si legge sulla fonte sopracitata - ha infatti stretto un accordo di partnership per poter apporre il marchio della Caritas Roma sull'etichetta della bionda, impegnandosi in cambio a donare alla Fondazione il 5 per cento del fatturato delle vendite.

Un contratto secondo Oltretevere poco chiaro e che è stato contestato all'ex braccio destro del Pontefice e che rischia di avere anche, in Italia, profili di illegittimità fiscale". Il Vaticano starebbe insomma cercando di comprendere se esistono o no profili di illegitimmità in quanto messo in campo da Becciu in alcune operazioni economico-finanziarie. Certo è che la decisione presa dal pontefice argentino - quella di ridimensionare la sfera soggettiva di cardinale di Becciu - è già esaustiva per comprendere cosa pensi il Santo Padre di tutta questa faccenda. Ma le accuse inoltrate al cardinale italiano non sono terminate.

L'alto ecclesiastico, che ha negato ogni accusa, ha ricordato di aver giurato da cardinale di essere disposto a morire per il pontefice, ma Bergoglio deve comunque aver creduto ad una versione diversa rispetto a quella presentata dall'ex sostituto della segreteria di Stato ed ex prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Altrimenti Becciu avrebbe ancora tutti i diritti derivanti dal fatto di essere un cardinale. Nel novero delle accuse, poi, c'è almeno un altro rapporto attenzionato da chi è deputato ad indagare: " Nel mirino degli inquirenti - continuano le fonti - c'è anche la diocesi di Ozieri e la Spes, cooperativa il cui titolare è un altro Becciu, Tonino".


Poi la specificazione sul quantum: "All'impresa sono arrivati 700 mila euro a fondo perduto e, stando alle accuse vaticane, senza motivo. Finanziamenti inviati in tre tranches: 300 mila euro nel settembre del 2013 per ampliare l'attività e l'ammodernamento del forno, stessa cifra nel 2015 per riparare i danni di un incendio e, infine, 100 mila euro nel 2018 per gli adeguamenti della struttura che si era riconvertita all'accoglienza dei migranti".

Nel calderone, in qualche modo, potrebbe finire pure qualcosa d'inerente alla gestione dei fenomeni migratori, ma è presto per tirare le somme. Ad essere certe, sino a questo momento, sono soltanto le fattispecie individuate in sede d'inchiesta. C'è chi chiede a gran voce un processo per fare luce. Una delle anomalie di questa storia è proprio la mancata convocazione, almeno ad oggi, di una fase processuale da parte dei "pm" di Bergoglio. Ora però anche la magistratura italiana potrebbe dire la sua. E il nuovo grande "scandalo Vaticano" potrebbe continuare a far parlare di sé per molto tempo.

Ma sulla Cina il Papa sbaglia a mantenere segreto l'accordo con la Cina contraddicendo anche il VANGELO :

Mercoledì il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, aveva utilizzato lo stesso (sfortunato) slogan della prima fase della pandemia di coronavirus per tranquillizzare i lettori di Avvenire sull' Accordo ad experimentum sulle nomine dei vescovi tra Cina e Santa sede, scaduto e rinnovato ieri per altri due anni.

«Andrà tutto bene», aveva risposto il principale fautore dell' intesa con Pechino al quotidiano della Conferenza episcopale italiana anticipando quando accaduto ieri.

La Santa Sede ha definito il rinnovo «dell' Accordo provvisorio» come «un' occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi», si legge in una nota.

Inoltre, «c' è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa sede e la Repubblica popolare cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell' intera comunità internazionale».
Lo scopo principale dell' intesa è «è quello di sostenere e promuovere l' annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa», continua la nota.

Tuttavia è la stessa Santa sede a sottolineare che quanto finora ottenuto (sono stati nominati soltanto due vescovi) «statisticamente» «può non sembrare un grande risultato»: tuttavia, obietta la diplomazia vaticana, è «un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive».

Tutto a posto con la Cina, dunque? Non proprio. Basta continuare a leggere la nota: «Ricordando che l' Accordo concerne esclusivamente la nomina dei vescovi, il cardinale Parolin si è detto consapevole dell' esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell' impossibilità di affrontarli tutti insieme».

Ma è stato lo stesso Parolin, nell' intervista ad Avvenire, a negare le persecuzioni dei cristiani in Cina: «Ma, che persecuzioni! Bisogna usare le parole correttamente», ha risposto.

«Ci sono dei regolamenti che vengono imposti e che riguardano tutte le religioni, e certamente riguardano anche la Chiesa cattolica».

Regolamenti che prevedono, tra le altre cose, il divieto per minori di 18 anni di alla messa. È soltanto una delle misure seguite al discorso del maggio 2015 in cui il presidente cinese Xi Jinping disse: «Le religioni devono sinicizzarsi, essere libere da ogni influenza straniera».

Monsignor Savio Hon, ex segretario di Propaganda Fide, spiegò a Tempi che «sinicizzazione significa che i cattolici devono sottomettersi al Partito. La formazione dei preti e delle suore, la teologia, perfino la liturgia e le leggi ecclesiastiche devono seguire l' ideologia comunista».
L' intesa non convince tutti. Dalle pagine di Asianews padre Bernardo Cervellera ha commentato il rinnovo dell' intesa sottolinea che in Cina «sono cresciuti i controlli sulle comunità ufficiali (croci divelte, chiese distrutte, divieto di educazione religiosa ai giovani,) e la repressione verso quelle non ufficiali (chiese chiuse, sacerdoti cacciati via, distruzioni di cimiteri, isolamento per i vescovi,)».
La nota della Santa Sede sottolinea infine come la bozza dell' Accordo «era stata già approvata da papa Benedetto XVI». Il riferimento non è casuale, visto che diversi oppositori dell' Accordo spesso citano nostalgicamente il predecessore di Francesco. In particolare, il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo aveva sostenuto un mese fa, prima del suo viaggio in Europa (con tappa anche in Vaticano), che rinnovando l' intesa la Santa Sede avrebbe messo «a rischio la sua autorità morale». Ma la Santa Sede, dopo le tensioni con Pompeo durante il suo soggiorno tra Roma e il Vaticano, non ha cambiato linea.

Se si continua a pensare che il virus si possa combattere con un il vaccino non si e' capito che il business del vaccino ci svuoterà le tasche senza darci nulla in termini di protezione per la convivenza con il virus.

Ho avuto il Covid, sono stato ricoverato per 12 giorni in isolamento, ho contagiato mia moglie, ma per fortuna non i miei collaboratori. So dunque di cosa parlo», si pente di essersi lasciato andare a questa confidenza davanti alle telecamere di Agorà Nicola Magrini, 58 anni, direttore di Aifa, l' Agenzia italiana del farmaco. Ma poi si apre col Corriere : «Non ho mai temuto di finire in terapia intensiva, ma aver visto il peggioramento improvviso al quarto, quinto giorno di malattia, di persone a me vicine mi ha fatto capire quanto sapessimo poco del virus e quanto vada temuto».

Come è successo?

«Credo di essere stato contagiato a Bologna da un medico, mio conoscente. Era marzo, ero stato da poco nominato in Aifa, e avendo incontrato moltissime persone nelle mie prime settimane di lavoro, e poiché la settimana successiva avrei dovuto vedere il ministro Speranza, temendo di poter essere in incubazione la domenica precedente sono andato in ospedale per un tampone. Me l' avrebbe fatto un caro amico e collega. Dopo il prelievo mi sono fermato a parlare in corridoio con il mio amico medico, ambedue senza mascherine per alcuni minuti quasi per rilassarsi e guardarsi meglio negli occhi. Dev'essere successo lì».

Quando l' ha scoperto?

«Lui il mercoledì ha saputo di essere positivo e io il venerdì ho avuto febbre e qualche sintomo. Il sabato ancora febbre, la domenica dopo un nuovo tampone all' aperto allo Spallanzani, positivo anch' io. Lo riconosco, sono stato imprudente. Ero al primo mese del nuovo incarico e in quelle settimane ho visto tanta gente e stretto troppe mani».

Ha contagiato sua moglie?

«Sì, mia moglie Sabrina ha avuto una forma di Covid un po' più grave di me. Io invece, a parte i primi due-tre giorni immobile a letto, con grande stanchezza e dolori muscolari, ho ripreso bene grazie anche agli impegni di lavoro che continuavo a mandare avanti. Le mie riunioni sia in Aifa sia con il Cts e la Protezione civile non si sono mai interrotte. Mi collegavo dalla stanza dell'isolamento. Restare agganciato all' ambiente esterno mi ha aiutato. Sono stato assistito da infermieri e medici di grande professionalità e umanità. Ho capito quanto sia importante sentirsi protetto e seguito da persone esperte».

Ha avuto privilegi?

«Mi chiamavamo Signor Aifa, ma no, posso dire che tutti gli altri pazienti dello Spallanzani potrebbero raccontare lo stessa esperienza di sicurezza e vicinanza di tutto il personale. L'unico vantaggio è stato di aver rifiutato un farmaco antivirale, che era stato studiato per l'Aids e che avendo i visto i risultati preliminari non intendevo assumere. Ho respinto quel farmaco in linea con le raccomandazioni pubblicate come Aifa dalla Commissione tecnico scientifica dove si affermava che quella terapia aveva scarsi effetti nei casi gravi.

Non vendere speranze fa parte della mia formazione, l' ho imparato all' Oms dove ho lavorato negli ultimi 6 anni.

Mia moglie invece è stata curata con cortisone, che le ha cambiato la vita (e ora è raccomandato da Ema e Aifa dopo lo studio dell' Oms), e remdesivir (unico antivirale approvato al mondo con l' indicazione specifica per il Covid, ndr ) accettando con generosità e senso di responsabilità di partecipare alla sperimentazione in corso. Dobbiamo essere riconoscenti ai volontari e ai pazienti in generale che partecipano alla ricerca».

Mister Aifa, questo accadeva ad aprile. Dopo 6 mesi cosa è cambiato in tema di terapie?

«Ora sappiamo che il cortisone è il cardine delle cure: è provato che riduce la mortalità. Un secondo pilastro è l'eparina. All' inizio del prossimo anno arriveranno gli anticorpi monoclonali, opzione preziosissima. Il plasma iperimmune? Non si sa ancora se funziona, neppure negli Usa dopo oltre 4 mila pazienti trattati.


Quanto al remdesivir servono nuovi studi, bisogna vedere se aggiunge qualcosa all' efficacia di cortisone e eparina e il modo per farlo è uno studio randomizzato (con partecipanti assegnati a caso a due gruppi, uno che riceve il trattamento e uno di controllo ndr ). È questo che forma le nostre migliori conoscenze sull' efficacia dei farmaci. Insomma, serve più ricerca e abbiamo bisogno di meno studi clinici ma più grandi, randomizzati e più coordinati a livello internazionale».

Lo dimostra la Cina , che aldilà della informazioni , pare , dalle immagini che abbia trovato, o utilizzato l'antidoto al Covid.

«Da focolaio mondiale #covid19 a meta turistica più ambita dalle vacanze cinesi... Un week-end nella più popolare città cinese del 2020»: così Ilham Mounssif, ambasciatrice culturale in Cina racconta la vita oggi a Wuhan.

Sarda di origini marocchine, in Cina per lavoro, Ilham mostra con un video una delle strade più frequentate della città cinese da cui si è diffusa l’epidemia di coronavirus. «Qui si passeggia senza mascherina, i ristoranti sono pieni e aperti fino a tardi, la gente mangia nelle strade e anche le sale giochi sono aperte» racconta dai social

Ripetere l'esperienza del lookdown significa restare fermi al loookdown sino a quando non troveremo l'antidoto che pare, dalle immagini, che in Cina abbiano gia'

Quindi il lookdown non e' stato evolutivo .

Infatti il problema non e' il contatto con le persone ma con gli oggetti su cui gli infetti hanno depositato involontariamente il virus. 

Come dimostra il fatto che sia POSITIVO AL COVID UNO DEI CUOCHI DI MATTARELLA - LO RIVELA CANETTIERI SUL ''FOGLIO'': FA PARTE DELLA SQUADRA CHE PREPARA I PASTI PER IL PRESIDENTE, È IN ISOLAMENTO E SONO STATI EFFETTUATI I TAMPONI AL PERSONALE CHE ERA IN CONTATTO CON LUI - CI SAREBBERO ALTRE DUE PERSONE DELLO STAFF MENSA RISULTATE OGGI POSITIVE

Abbiamo imparato a curare il virus e tutto ciò ci serve adesso per non bloccare il Paese, e ci servirà sempre di più per imparare a convivere con il virus e trovarne magari un'antidoto al piu' presto da soli !

Ci risiamo. Allo IRCCS Spallanzani di Roma scappa il comunicato come ad un neonato la pipì: incontenibile. Il 5 ottobre scorso si sono inventati un comunicato, ripreso dall’ADNKRONOS, sul “numero dei candidati vaccini allo studio sull’uomo”.

Una banalità incredibile per giustificare l’aggiunta che lo Spallanzani collabora con le società italiane Takis e Reithera la quale ultima è finanziata dal Ministro Manfredi tramite il CNR, e dalla Regione Lazio di Nicola Zingaretti, con il sostegno del Ministro della Salute Speranza.

Cioè la stessa trita notizia già lanciata e veicolata fino alla nausea, (ma ovviamente tacendo che, essendo Reithera di proprietà di una società “anonima” svizzera, la Keires, i suoi utili andranno in Svizzera non si sa a chi. Cosa che ad un attento amministratore come l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, regista dell’operazione, non poteva sfuggire).

Ma la cosa più esilarante è l’articolo apparso sul settimanale “Chi” del 14 ottobre. Dopo una disamina dell’attuale situazione dei vaccini nel mondo, l’articolista ci informa che “c’è anche un vaccino italiano, quello di Retihera, che però è ancora indietro nella produzione…il 24 agosto insieme all’Istituto Spallanzani è stata avviata la fase 1 di sperimentazione”, (3 volontari).
Continua l’articolo: “peccato, è più indietro di altri: perché? In Italia le leggi sono più restrittive, a tutela della salute dei cittadini e di certo lo Spallanzani non può esporsi al rischio che qualcosa non funzioni. Quando arriverà, però, potremo essere certi che sarà perfetto. D’altra parte la corsa al vaccino è come un viaggio in macchina; se andiamo a 50 all’ora vediamo tutti i segnali, gli ostacoli e i pericoli; a 150 se siamo fortunati arriviamo prima, altrimenti ci schiantiamo. E con il vaccino anticovid non è il caso di rischiare”.

Questa può essere solo letta come una operazione di un ufficio stampa che, pur di produrre una rassegna stampa priva di ritagli, è disposta non a sfiorare il ridicolo, ma entrarci dentro con la banda che suona. Ma chi ha pronunciato o scritto simili stupidaggini vuole anche lontanamente ipotizzare che negli altri Paesi europei o nel nordamerica le leggi consentano di approvare farmaci pericolosi e che qualche multinazionale, (ce ne sono 8 in fase sperimentale clinica 3), possa esporsi a quei rischi che lo Spallanzani e Reithera non vogliono correre?
E poi la storiella della macchina. Mancava solo che avessero aggiunto “chi va piano va sano e va lontano”.

Ma perché un’Istituzione rispettata come l’Ospedale Spallanzani per accreditarsi come centro di ricerca con esperienza e know-how che non ha, deve rendersi così ridicola? Qualche anima buona e pia spieghi all’ufficio stampa che segue lo Spallanzani e la società della “prudente” Reithera che l’ansia da prestazione gioca brutti scherzi e rende al cliente un pessimo servizio.

Spieghi loro bene che la loro efficienza e bravura non si misura a chili di ritagli, ma all’incremento di prestigio, autorevolezza e reputazione che il proprio lavoro “lascia” al cliente. Ebbene loro stanno ottenendo esattamente l’effetto opposto. Ne esce danneggiato perfino il Centro clinico di Verona che, finalmente, dopo i tre volontari siringati allo Spallanzani ad uso di telecamere, ha preso in carico la sperimentazione ed essendo gente seria ha subito chiarito a “Padovaoggi” il 3 agosto che “il vaccino sarà pronto per Natale 2021(non avete letto male: Natale 2021)……certo difficile prima”.
Questo perché i signori di Verona, a differenza dell’Istituto Spallanzani, un po’ d’esperienza nel realizzare test clinici su candidati vaccini ce l’hanno. A meno che non ci sia un accordo secondo il quale i ricercatori di Verona provano a fare ricerca sul candidato vaccino e lo Spallanzani con l’Ufficio stampa si occupa dei comunicati e delle interviste a sostegno della vanità di qualche aspirante professore scienziato alla vaccinara.

Ma il top della fantasia l’ufficio stampa Spallanzani-Reithera viene toccato lo scorso 22 settembre quando Repubblica.it annuncia che “l’Unione europea sta trattando per comprare il vaccino italiano di Reithera”. Azz! Da dove sbuca questa preziosa notizia? A Bruxelles, nessuno degli uffici competenti ha mai sentito parlare di questo scoop.

Meglio chiarire prima che qualcuno per caso smentisca:

 https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/quanto-ci-costera-39-39-inutile-39-39-vaccino-247712.htm

Mentre invece Remdesivir approvato negli Usa per curare il Covid. La notizia dell’approvazione è arrivata dal produttore del farmaco, Gilead Sciences, che lo ha pubblicizzato come il primo trattamento per il coronavirus a ottenere il pieno via libera dell’agenzia.

“Veklury”, il nome commerciale del remdesivir, è stato al centro dell’attenzione quando il presidente Trump, tre settimane fa risultato positivo, ha ricevuto un ciclo di cinque dosi.

Il farmaco viene somministrato per via endovena per cinque giorni ed è stato inizialmente sviluppato da Gilead per combattere l’ebola.

Tuttavia un recente studio clinico in fase preliminare condotto dall’Organizzazione mondiale della sanità ha rilevato che remdesivir non ha avuto alcun effetto sostanziale sulla sopravvivenza dei pazienti COVID-19. La FDA ritiene che il farmaco abbia comunque ridotto i tempi di guarigione in media di 5 giorni.

50 Paesi del mondo hanno approvato l’uso del farmaco

Secondo quanto riportato dal New York Post e affermato da Gilead, circa 50 paesi in tutto il mondo hanno approvato l’uso di remdesivir. Trump si è ripreso dopo tre giorni al Walter Reed Naitonal Military Medical Center. Oltre a remdesivir, ha ricevuto come cura un cocktail di anticorpi monoclonali sperimentali, e desametasone.

Infatti gli Stati Uniti hanno il numero più alto di casi e decessi confermati di COVID-19 nel mondo. Più di 222.000 americani sono morti di coronavirus e ci sono stati 8,3 milioni di persone che hanno contratto il virus.

Ma dato il gran numero di abitanti degli Stati Uniti, come cambiano i dati dell'epidemia di coronavirus degli Usa rispetto ad altri paesi? In base alle infezioni giornaliere e i morti pro capite, i dati mostrano che una percentuale maggiore di popolazione in paesi europei, asiatici e sudamericani più piccoli viene infettata e muore rispetto agli Stati Uniti.

 

Per numero di infezioni gli Stati Uniti rimangono in testa con 8,3 milioni. Seguono l'India con 7,7 milioni di casi e poi il Brasile con 5,2 milioni. In Russia sono 1,4 milioni, in Argentina poco più di 1 milione.

casi di coronavirus casi di coronavirus

 

Tuttavia, quando si classificano i paesi in base ai casi totali per milione di persone, gli Stati Uniti si collocano all'ottavo posto a livello globale. Il Bahrein ha il maggior numero di infezioni da COVID-19 pro capite con oltre 46.000 casi per milione di persone. Gli Stati Uniti si fermano a 25.000 casi pro capite.

 

Se parliamo dei morti, il Brasile è secondo dietro agli Stati Uniti con oltre 155.000 vittime. Seguono l’India con 116.000 morti, il Messico con 87.000, e il Regno Unito con 44.000 vittime. Quando si calcola su base pro capite, il Perù ha in realtà il numero più alto di morti con oltre 1.000 morti per milione di persone. Gli Stati Uniti sono al nono posto con 671 morti per milione di persone.

morti per coronavirus pro capite morti per coronavirus pro capite

 

Se parliamo di nuovi contagi giornalieri, anche in questo caso, gli Stati Uniti registrano il maggior numero di casi di coronavirus al giorno con 62.700 infezioni registrate lo scorso mercoledì.

Seguono l'India con 54.000 contagi, e la Francia con 27.000, il Regno Unito con 26.700 casi.

 

Tuttavia, la classifica cambia nuovamente se si prende in considerazione il numero degli abitanti.

Quando si calcola i numeri dei contagi su base giornaliera per milione di persone su una media di sette giorni, la Repubblica Ceca è al primo posto con 928 nuovi casi. Gli Stati Uniti sono al 24° posto con 181 casi pro capite.

 

morti per coronavirus morti per coronavirus

Per quanto riguarda i morti di mercoledì: negli Stati Uniti sono decedute più di 1.100 persone. In India ci sono stati 702 nuovi morti, in Brasile 566 morti. Su base pro capite, l'Argentina ha il più alto numero di morti giornaliere con otto persone per milione. Segue la Repubblica Ceca con sette morti ogni milione di persone. Gli Stati Uniti, nonostante abbiano pagato il prezzo più alto, sono al 23° posto con due morti ogni milione di persone.

 
Anche perche' il Comitato delle vittime di Bergamo continua a stare “in fiduciosa attesa” ormai dal 18 agosto scorso. Due mesi di silenzio che il governo non sembra ancora intenzionato a rompere. Dopo le rivelazioni contenute nel “Libro nero del coronavirus”, dopo il ricorso al Tar e l’interrogazione alla Commissione Ue, emerge ora anche un altro dettaglio sul “Piano segreto” anti-Covid mai reso pubblico ufficialmente.

Lo scorso agosto, infatti, il Comitato “Noi denunceremo, Verità e Giustizia per le vittime del Covid-19” ha inviato una mail di posta certificata a Conte, Speranza e Mattarella per chiedere “che venga desecretato e reso pubblico il piano sulla gestione dell’emergenza pandemica del gennaio 2020”. Una richiesta ufficiale, redatta con tutti i crismi dall’avvocato Consuelo Locati, legale del comitato. Ma rimasta fino ad oggi del tutto ignorata.

Tutto nasce dall’intervista rilasciata ad aprile da Andrea Urbani, direttore al ministero della Salute e membro del Cts, in cui evoca l’esistenza di un “piano secretato” cui gli esperti si sarebbero ispirati per dare i suggerimenti nella prima fase del contagio. Un documento tenuto “riservato” perché pieno di numeri sui contagi drammatici. Troppo per non "spaventare la popolazione". Il “piano secretato”, subito dopo l’intervista esplosiva, diventa protagonista di un vero e proprio scontro istituzionale.

Le Regioni, mai avvertite della sua esistenza, restano a bocca aperta. Le opposizioni altrettanto. E il Copasir convoca Roberto Speranza per avere informazioni in merito. Il ministro, invece di domandare a Urbani che è un suo stretto collaboratore, scrive al Cts per avere informazioni sul dossier.

Ma dal Comitato gli rispondono che “nei verbali” e negli allegati “non è presente alcun documento di studio sulla risposta ad eventuali emergenze pandemiche”. Il “Piano” di cui tanto si sta parlando sarebbe solo “uno studio che ipotizza possibili differenti scenari nella diffusione” dell’epidemia. E così Speranza di fronte al Copasir “derubrica” il “Piano secretato” di Urbani ad una banale analisi accademica e ne deposita un paio di versioni.

Poco tempo dopo però la fiction si ripete. Stavolta con i giornali. Alcuni cronisti fanno un accesso agli atti (Foia) e domandano di quel famoso documento. Dal ministero prima dicono di non averlo, poi inviano uno “studio” realizzato da Stefano Merler, studioso della Fondazione Bruno Kessler.

La sua analisi è il “Piano” di Urbani? No, ma per un po’ di tempo si confondono. Come ricostruito dal “Libro nero del Coronavirus”, tuttavia, i due dossier non sono la stessa cosa. Merler infatti viene invitato a presentare il suo studio al Cts il 12 febbraio, lo stesso giorno in cui il Comitato istituisce un gruppo di lavoro per realizzare - lo chiama proprio così - un “Piano nazionale sanitario in risposta a un’eventuale emergenza pandemica da Covid-19”.

Il Cts lo approva nella sua “versione finale” il 2 marzo 2020 (poi aggiornato il 4 e il 9 marzo) per presentarlo, via Angelo Borrelli, al ministro Speranza. Ormai è troppo tardi, visto che il virus sta mietendo vittime. Ma il "Piano" esiste eccome, nonostante ad aprile il Cts - che per quel documento aveva chiesto più volte di "secretarlo" e che nei verbali chiama sempre "Piano" - lo trasformerà in un semplice "studio".

Il governo si oppone al ricorso: "Il Piano anti-covid resta segreto"

A frittata ormai fatta, i parenti delle vittime vogliono capire come sono andate le cose. Per questo il 18 agosto hanno inviato una Pec indirizzata a ministero della Salute, presidente Conte, Quirinale e Commissione per gli accessi agli atti della Presidenza del Consiglio. L’avvocato nella mail “chiede, ad ad ogni effetto di legge ed in ottemperanza al principio di trasparenza degli atti [...], che venga desecretato e reso pubblico il piano sulla gestione dell'emergenza pandemica del gennaio 2020”.

Una richiesta inviata anche a Mattarella “in virtù della carica pubblica” e del suo ruolo “nella coscienza comune”. “Confido - scrive Locati - nell’ottica della trasparenza e del rispetto dei cittadini, che tale documento venga reso pubblico nel testo che risulterebbe essere stato redatto nel gennaio 2020, prima della dichiarazione ufficiale dello Stato di emergenza”.

Per Conte e Speranza la patata si sta facendo bollente. Nei giorni scorsi due deputati di FdI, Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato, hanno “trascinato il governo” di fronte al Tar per costringerlo a rendere noto il “Piano” (ma il ministero si è opposto al ricorso). La leghista Silvia Sardone invece ha interrogato la Commissione Ue per sapere se Conte condivise o meno con Bruxelles quel documento. E ora emergono le richieste (e le proteste) del Comitato, che da agosto confida in una risposta mai arrivata.

“Ritengo sia un fatto gravissimo non aver degnato di alcuna risposta un Comitato che rappresenta 70.000 persone - dice Locati al Giornale.it - persone che hanno subito lutti e restrizioni della propria libertà e che ora vogliono sapere dai nostri ministri cosa è successo nei mesi decisivi e più tragici di questa pandemia”.

La mancata risposta, insiste, “dimostra che non c’è alcuna considerazione dei cittadini” che il governo non ha “mai considerato né rispettato”. E’ “indignato e arrabbiato” anche Luca Fusco, presidente del Comitato, “per la completa mancanza di trasparenza evidenziata dal Ministero della Salute in ordine alla richiesta di pubblicazione di documenti. Credo che un governo che continui ad evitare il rapporto con i propri cittadini non rappresenti l'idea di democrazia che i padri fondatori della Carta Costituzionale aveva pensato per il nostro paese”.

Anche perche' , come vi scrivo da febbraio, fermare un paese con  la crisi Covid sarebbe "uno shock senza precedenti" ed è possibile che "faccia qualche vittima fra le banche" a livello mondiale, per questo l'Europa deve varare delle regole per favorire lo smaltimento dei crediti deteriorati che inevitabilmente saliranno "nei prossimi mesi" permettendo la creazione di bad bank, magari con la partecipazione di investitori privati. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, alla conferenza Baffi-Carefin, parla delle minacce alla stabilità finanziaria da parte di una crisi contro la quale autorità di vigilanza e governi hanno risposto con misure straordinarie efficaci "nel breve termine", appianando le turbolenze sui mercati e facendo affluire il credito a famiglie e imprese.

Le banche centrali europee poi sono in allerta per un altro tipo di rischi quello di una troppo forte concentrazione nei pagamenti digitali ora in mano a un pugno di soggetti come Paypal, Visa e Mastercard. Per il componente del board Bce Fabio Panetta, che ha fatto il punto in un evento a Francoforte, occorre garantire l'accesso di altri soggetti, magari europei, per assicurare concorrenza e difesa dei consumatori specie ora che stanno entrando nel settore le bigh tech (Apple, Amazon, Alphabet etc..). La Bce. che lavora all'euro immateriale, vuole così una transizione al digitale che non sia "incontrollata. Ancora Visco sottolinea un altro problema derivante dalla crisi Covid.
Al momento "l'incertezza è alta e la ripresa ancora debole" e questo suggerirebbe "una cauta estensione delle misure straordinarie in scadenza", ricordando il difficile trade-off fra rischi ed effetti positivi delle misure straordinarie varate da governi e Bce. Le misure lasciano infatti delle eredità negative che prima o poi occorrerà affrontare, pena la minaccia alla stabilità finanziaria nel medio termine. Un ritiro troppo rapido dei finanziamenti potrebbe infatti "destabilizzare", e anche le aziende più sane corrono il pericolo di trovarsi di fronte problemi di razionamento del credito. Una estensione delle misure potrebbe, d'altra parte, portare a fornire credito ad aziende non solventi, finendo così per pesare sulla crescita.

E inoltre le aziende non finanziarie, magari Pmi, che hanno ricevuto i finanziamenti potrebbero non essere in grado di recuperare le perdite aumentando così il loro debito. E quindi si arriva alla cruciale questione degli Npl. Come sottolineato anche dall'Abi nei giorni scorsi, le moratorie stanno aiutando a traghettare le aziende verso giorni migliori e a tenere sotto controllo l'aumento dei crediti scesi oramai ai livelli di 11 anni fa grazie alle tante dismissioni di questi mesi. Ma il governatore, così come già rilevato più volte nelle scorse settimane, ha esortato le banche ad iniziare sin da ora a verificare i crediti in portafoglio con un "approccio prudente" per evitare un balzo improvviso.

Da parte delle autorità di vigilanza, bisognerà trovare un "difficile bilanciamento fra evitare una restrizione del credito pro-ciclica e mantenere delle pratiche di gestione del rischio". E per questo il governatore torna a insistere sulla necessità che l'Europa faccia dei passi avanti per una soluzione se non di condivisione, di certo di maggiore unicità con un sistema di regole condivise come l'utilizzo di fondi per le risoluzioni ordinate e la creazione di backstop al fondo di risoluzione unico. Vanno viste con favore iniziative per creare dei veicoli societari per la gestione degli Npl (bad banks) potrebbero prevedere anche la partecipazione di investitori privati.

Un nuovo lockdown può provocare “rivolte armate” e un “aumento di suicidi”. Lo dice Ranieri Guerra dell’Oms, che fa parte del Comitato tecnico scientifico.

I coprifuoco notturni sono “un palliativo per non chiudere tutto. Servono anche per limitare l’utilizzo di alcol e altre sostanze che rilassano i freni inibitori esponendo a rischi i giovani”. Ma il lockdown generalizzato “dobbiamo evitarlo perché provocherebbe rivolte armate. Le persone sono state sfinite dai tre mesi di lockdown”. Ne è convinto Ranieri Guerra, rappresentante dell’Oms nel Cts, intervistato dal Fatto Quotidiano.

“Purtroppo poi in estate hanno abbassato troppo la guardia incoraggiate anche da colleghi che non capisco bene che lavoro facciano. Adesso bisogna, però, fare anche una valutazione sullo stato di salute mentale di tutti e dei nostri figli. Come Oms abbiamo registrato un aumento di suicidi tra i giovani, per fortuna non in Italia, l’aumento del consumo di bevande alcoliche tra le mura domestiche”.

Conte “ha ragione quando dice che non è l’Italia di marzo quella di oggi. La capacità di decidere per aree e territori sarà sempre più fondamentale”. I temi centrali contro la pandemia, secondo l’esperto, sono “il trasporto pubblico”, poi “i medici di base” che “andrebbero inseriti maggiormente nel sistema di risposta”, mentre il terzo è “investire nelle scuole, oltre che in sicurezza anche su nuovi programmi per i giovani adulti, in modo da evitare di avere in futuro altri terrapiattisti”.

Vaccino, tempi non stimabili

Sul vaccino “le tempistiche sono allo stato ancora solo stimabili, non certe. Per fine 2020, se tutto fila liscio, avremo la conclusione di uno o più processi regolatori delle agenzie europea e americana del farmaco. Ma non significa che avremo le dosi disponibili. Nel primo trimestre del 2021 la sfida colossale sarà di natura industriale e logistica per la produzione e la distribuzione del vaccino”.

L'autogestione dopo che due giorni fa l' annuncio di utili trimestrali pari al doppio delle stime degli analisti. Ieri la conferma che lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà il prossimo 31 ottobre.

Perché il gruppo americano è solido e ha incassato un buon rimbalzo dopo il gelo di inizio anno legato al lockdown, ma i suoi utili non li fa con la fabbrica del capoluogo campano, in sofferenza da anni.
L' azienda ha tentato la carta di produrre a Napoli lavatrici di alta gamma, le «Omnia».

Ma le vendite sono calate del 70 per cento e i vertici dicono che o si tura la falla di Napoli o va in crisi tutto il gruppo che in Italia impiega 5mila persone. Nel frattempo, le fabbriche Whirlpool in Polonia non riescono a soddisfare gli ordini di lavastoviglie.

Al di là del caso industriale, la vertenza mette in bella mostra i problemi di attrattività dell' Italia e il velleitarismo di chi pensa di risolvere tutto con l' intervento dello Stato. Due anni fa, quando l' azienda ha annunciato la chiusura a Napoli e l' addio a 350 posti di lavoro, l' allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha intavolato una trattativa finendo con l' annunciare trionfalmente: «Ce l' abbiamo fatta, non licenzieranno nessuno». Proprio come l' abolizione della povertà o la soluzione del caso Ilva, il proclama si è rivelato propaganda spicciola dal fiato davvero corto.

Il governo ha tentato di allettare l' azienda con la decontribuzione per il Sud dopo averla minacciata agitando lo spauracchio del Decreto dignità, la norma voluta da Di Maio secondo cui lo Stato può chiedere indietro gli incentivi pubblici versati ad aziende che delocalizzano all' estero. Altra norma che doveva essere miracolosa si è rivelata inutile.

E visto che il gruppo aveva siglato degli accordi con il governo, la Fim Cisl denuncia il rischio che venga minata la credibilità del ministero come garante nelle vertenze, mentre la Fiom annuncia che porterà lo scontro in piazza già oggi. E per la Uilm l' atteggiamento del governo verso i lavoratori è «offensivo» e la vertenza rischia di diventare una «vergogna italiana».

Una brutta bufera che ha travolto in pieno la pattuglia governativa che ieri si era presentata al tavolo per scongiurare il peggio e si è alzata dopo aver incassato una porta chiusa in faccia. Il titolare attuale del Mise Stefano Patuanelli ha messo in campo generiche promesse per un futuro di «piena occupazione» e «non di sussistenza» per i lavoratori di Napoli.

Ma i sindacati hanno preso atto con rabbia della mancanza di una proposta: «Le posizioni espresse al tavolo di ieri erano già note -dice al Giornale Massimo Nobis, segretario generale Fim Cisl- si sono persi mesi in un ping pong tra governo e azienda e nessuno dei due ha saputo portare proposte utili».
Il ministro per il Sud si è incaricato di fare la voce grossa riguardo alla conferma da parte della Whirlpool di un piano di investimenti da 250 milioni per l' Italia: «Un piano senza Napoli non è un piano per l' Italia -ha detto Peppe Provenzano- si è aperto un vulnus con l' Italia che investe di responsabilità l' intero governo».
E ieri sera la questione si è affacciata sul tavolo del Consiglio dei ministri. In campo ci sarebbe Invitalia, alla ricerca di partner per progetti di reindustrializzazione. Ma gli ultimi sono stati altrettante delusioni. Per i lavoratori di Napoli, in piena crisi Covid, non scatterà subito il licenziamento. Ma la cassa integrazione pare alle porte.

Basta cercare ed aspettare per trovare tra il 2011 e il 2019, Ferrovie dello Stato ha pagato oltre 550 milioni di premi assicurativi. Di questi, 492,5 milioni - l' 89,5% - sono andati alle Assicurazioni Generali.

Il resto, le briciole, diviso tra altre 14 compagnie tra colossi internazionali, piccole assicurazioni nazionali e operatori specializzati.

Le «anomalie» della gestione delle polizze da parte delle Fs sono riassunte in un rapporto di audit commissionato a Pwc e finito negli atti dell' inchiesta della procura di Roma.

Inchiesta partita da una denuncia della presidente del collegio sindacale, Alessandra dal Verme, che ieri ha portato la Guardia di finanza ad acquisire una serie di documenti presso gli uffici del gruppo.

Fino al 2012 compreso, Generali ha praticamente il monopolio delle polizze sottoscritte da Fs. Nel 2013 viene fatta una gara per una serie di servizi (responsabilità civile terzi e operai del gruppo, auto e veicoli del gruppo, rischi incendio e danni) e in effetti qualcosa cambia. Quell' anno alle Generali vanno 68,9 milioni di premi su 73,4 milioni pagati in totale.
Tra 2015 e 2018 Generali è di gran lunga il primo assicuratore del gruppo ma i concorrenti risalgono: Cattolica, Unipol e Zurich si spartiscono quasi 10 milioni all' anno. Qualcosa è cambiato, si direbbe. Sì, il manager a capo della divisione che si occupava dell' approvvigionamento delle polizze. Si arriva fino al 2019, quando il totale dei premi si riduce a 46,8 milioni e Generali ne incassa «appena» 40,4 mentre i concorrenti perdono nuovamente quota. Nel frattempo, il manager era tornato al suo posto.

Tra le anomalie segnalate nel rapporto di Pwc, datato 5 ottobre 2020, anche la sparizione di una serie di pratiche.

La divisione operativa che gestisce le polizze ha comunicato, annota Pwc, che su oltre 600 sinistri denunciati relativi agli infortuni dei dirigenti dal 1998 al 2017, per 66 non esiste più la documentazione. Fino al 2017 veniva tutto archiviato su carta. Da quell' anno è partita l' informatizzazione ma qualcosa si è perso evidente per strada.

Comunque, di quei 66 fascicoli non c' è traccia né nell' archivio informatico né in quello cartaceo. Parte allora una verifica a campione sui fascicoli presenti e delle 95 pratiche esaminate, per 13 non è stata trovata la denuncia e per 25 manca la documentazione relativa alla liquidazione del sinistro.

Delle 66 pratiche mancanti del tutto, una è quella di Gianfranco Battisti, attuale amministratore delegato (dal 2018) e manager di lungo corso del gruppo. Lo stesso che si è visto liquidare 1,6 milioni di euro per infortunio e malattia successiva, nel 2014. Infortunio occorso mentre era «in servizio», di domenica, nella sua casa di Fiuggi.

Documentazione che è stata invece reperita negli uffici di Generali Italia, anche questi visitati dalla Guardia di finanza su mandato dei pm romani Claudia Terracina e Fabrizio Tucci, che stanno ricostruendo questa e altre vicende. L' infortunio di Battisti era già stato oggetto, lo scorso anno, di una interrogazione parlamentare di Luciano Nobili e Raffaella Paita di Italia Viva. Che per primi hanno sollevato il problema delle gare sulle polizze fatte dal gruppo Fs, controllato al 100% dal Ministero dell' Economia. E che ieri hanno espresso «massimo rispetto e fiducia nel lavoro della magistratura». Battisti, già a capo dell' alta velocità, è stato promosso al vertice da Danilo Toninelli, rimpiazzando il renziano Renato Mazzoncini.


Avevano anche detto che non era successo nulla. Qualche giornalista rasserenante aveva addirittura titolato “Attacco ransomware blocca Luxottica, ma la reazione è da manuale: ecco perché”. Impietosamente avevo preferito il mio “Luxottica pensi alla sicurezza dei suoi sistemi informatici invece che agli smart glasses”.

Se mandiamo il calendario indietro di un mese, approdiamo ad uno dei più disdicevoli incidenti hi-tech sul territorio nazionale che ha visto protagonista (si fa per dire) il colosso degli occhiali capitanato da Del Vecchio.

Nonostante le rassicurazioni di chi preferisce gettare acqua sul fuoco (anche quando le norme antincendio escludono il ricorso a certi liquidi), la catastrofe digitale non si è risolta con il banale “staccare la spina” che sembrava equivalere all’alzare il ponte levatoio. La manovra per isolare il castello ed impedire accessi indesiderati è infatti arrivata tardi e soprattutto quando i lanzichenecchi virtuali avevano già depredato gli archivi elettronici.

Sinceramente dispiaciuto di dover smentire certa “stampa confortante”, mi addolora ancor più prendere atto che l’artigianalità dell’azienda leader del cosiddetto “eyewear” sia rimasta presente nella gestione del proprio sistema nervoso rappresentato da computer e reti indifesi a dispetto delle incombenti minacce.

Chi ha agevolmente scavalcato la recinzione digitale di Luxottica non si è limitato a paralizzare le attività industriali e commerciali rendendo illeggibili i file di utilizzo quotidiano e inutilizzabili le procedure vitali. Non si è trattato quindi solo di un doloroso ransomware che ha cifrato i supporti magnetici di memorizzazione e danneggiato il loro contenuto.

La circostanza più sgradevole (anche se non esiste una hit-parade della sfiga) è il “data leaking”, ovvero la sottrazione di dati che è avvenuta in danno non solo di Luxottica ma anche e soprattutto delle persone le cui informazioni non erano adeguatamente protette.

In pratica chi si è intrufolato nei sistemi informatici, prima di vandalizzarli, ha provveduto a fare copia dei giganteschi database.

Non contento di tutto ciò, la banda di hacker artefice della malefatta ha ritenuto opportuno non tenere segreta l’entità del proprio malloppo. E così la masnada tedesca dei “Nefilim” ha pubblicato sul darkweb due imponenti gruppi di file corrispondenti al bottino sgraffignato alla Direzione per le Risorse Umane e al Dipartimento finanziario di Luxottica, vale a dire dati personali (anche sensibili) relativi ai dipendenti e informazioni riservate che potrebbero consentire di fare i conti in tasca all’azienda.

Sicuramente la grande impresa ha coscienza del danno arrecato alle proprie maestranze (i cui segreti sono finiti nelle mani di chissà chi) e di quello di immagine per una figura barbina di portata epocale. La violazione dei propri database configura una fattispecie interessante per la disciplina in materia di privacy e non c’è dubbio che l’Autorità Garante adotterà i provvedimenti sanzionatori proporzionali al reprensibile accaduto.
Forse è venuto il momento di smettere di nascondere la polvere sotto il tappeto e cominciare ad affrontare in modo serio la questione della sicurezza informatica e delle Reti. In una stagione in cui la pandemia ha bloccato gli inutili convegni e workshop in tema di cyber, si utilizzino le energie – in precedenza sprecate in dissertazioni improduttive – per arginare il dissesto idrogeologico digitale.

Anche le aggressività hanno una loro motivazione : È l' 8 settembre 2015. A Torino, a casa dell' ex senatore del Pd Stefano Esposito, già membro della commissione parlamentare antimafia durante il governo Renzi, c' è anche Raffaele Cantone, all' epoca capo dell' Anac (Autorità nazionale anticorruzione) e l' allora ministro della Giustizia Andrea Orlando. Poco dopo dovranno recarsi a un incontro pubblico organizzato dal Pd in piazza d' Armi in occasione della feste dell' Unità in cui sono entrambi relatori. Titolo: «Liberarsi dalla corruzione per cambiare il paese».

Per corruzione verrà però indagato Esposito anche per aver organizzato quell' incontro che nel teorema dell' inchiesta della procura di Torino che ha travolto il re dei concerti dei big internazionali Giulio Muttoni, ex patron della società SetupLive, serviva a smontare un' interdittiva antimafia emessa contro quella ditta da poco più di un mese.

Perché Setup ha subìto un' estorsione dalle 'ndrine (biglietti gratis poi rivenduti per mantenere i carcerati) cui non seguì denuncia e annovera nel parco dipendenti un pluripregiudicato in contatto coi boss.
Esposito - si legge negli atti dell' inchiesta che vede indagato anche il candidato alle primarie del Pd per le comunali di Torino Enzo Lavolta - si attiva presso i vertici Anac procurando un incontro tra l' avvocato Alberto Mittone (legale di Muttoni) e Raffaele Cantone (estranei alle contestazioni penali) - «per acquisire informazioni volte a individuare strategie e consigli utili a ottenere il provvedimento di revoca dell' interdittiva». Quella sera è l' occasione giusta. Esposito è indemoniato su questo argomento («Stefano non si da pace») perché conosce Muttoni da tempo, ne è amico fraterno e - secondo la procura - ha usufruito di prestiti per circa 200 mila euro in gran parte restituiti a interessi irrisori.

È convinto «che dietro l' interdittiva ci sia una manovra». Dice: «Lì, c' è lo zampino di qualcuno». E mette a disposizione una serie incredibile di rapporti di alto profilo professionale e istituzionale «perchè questa è una pazzia». Che Cantone quella sera avrebbe incontrato il legale di Muttoni, lo dice lo stesso imprenditore al socio Roberto De Luca, patron di Livenation: «Stasera Alberto si incontra con quella persona che tu sai».

Terminato il rinfresco il legale e Muttoni vengono intercettati: «Aveva letto tutto (Cantone ndr), sapeva tutto».
Nel merito poi: «Le indicazioni che ho ricevuto sono quelle di chiedere la revoca dell' interdittiva prima della sospensiva e bisogna farlo prima del 17 (settembre) perché chi ha emesso il provvedimento gli ha detto che è il 17 (la discussione del caso Setup) offrendo come merce di scambio la rinuncia alla sospensiva e mettendo a punto il cambiamento della governance (della società facendo fuori il socio di minoranza che ha subìto l' estorsione dai boss ndr)».

L' avvocato e Cantone avrebbero parlato del merito della questione: «Lui - spiega Mittone al telefono - dice che è borderline, che solo nella smania di fare interdittive è rientrata nel sacco ma che nella normalità non sarebbe entrata».

Il giorno successivo Esposito, convinto dell' ingiustizia subìta dall' amico, chiama Muttoni e ,«facendo riferimento all' incontro con Cantone del giorno precedente», dice: «Abbiamo messo in campo tutto quello che era possibile mettere». Segue replica: «Ah beh, di più non si poteva fare».

Due settimane dopo è il generale della Guardia di Finanza Giuseppe Gerli (non indagato) ad aggiornare Muttoni di un ulteriore incontro con Cantone: «Lui aveva ben presente la situazione, dice che il provvedimento della Prefettura era formalmente fatto bene, c' era questa cosa dell' applicazione un po' formale della legge». Cantone non è indagato, è stato sentito in procura dal pm titolare dell' inchiesta Gianfranco Colace il 25 ottobre 2017. Al magistrato ha spiegato: «Premetto che in caso di interdittiva antimafia non c' è un potere di proposta di commissariamento da parte di Anac che viene solo sentita».

Detto ciò «questa vicenda mi fu segnalata dal senatore Esposito che avevo conosciuto come persona rigorosa anche quando era assessore a Roma, e - ancorché non mi occupassi delle singole interdittive - posi particolare attenzione a questa vicenda perché mi fu detto che riguardava un soggetto che Esposito riteneva vittima della 'ndrangheta. Lessi gli atti e giunsi alla conclusione che a mio parere l' interdittiva era assolutamente legittima e solida». E alla domanda se conoscesse l' avvocato Mittone ha risposto: «Non lo conosco, mai sentito nominare, non ritengo di averlo mai incontrato». L' interdittiva a carico di Setup è stata confermata in tutti i gradi di appello della giustizia amministrativa.

Lettera di Giuseppe Bivona (Bluebell Partners) ad Alessandro Profumo e a tutti i membri del cda di Leonardo Spa.

In copia ci sono anche Mattarella, Conte, Gualtieri e Guerini

Oggetto: Impatto della condanna dell’A.D. Alessandro Profumo sull’attivita di Leonardo nel Regno Unito

Mi deve davvero perdonare se torno ancora una volta a disturbarla sull’argomento, ma volevo accertarmi che Lei fosse a conoscenza del fatto che il governo inglese in preparazione dell’uscita dall’Unione Europea, ha appena varato (in data 22 ottobre) norme molto stringenti per l’ingresso dei criminali nel Regno Unito. Secondo le nuove norme che entreranno in vigore a partire dal 1 gennaio 2021, sara fatto divieto di ingresso nel Regno Unito ai criminali stranieri condannati ad almeno un anno di carcere indipendentemente dal fatto che i reati siano stati commessi nel Regno Unito o all'estero.


https://www.gov.uk/government/news/home-office-announces-tougher-criminality-rules-for-eu-citizens


Personalmente non mi e chiaro se il divieto riguarda solo le condanne con sentenze passate in giudicato oppure anche le condanne con sentenze di grado intermedio, ovvero se la Sua condanna a sei anni di carcere (in primo grado) costituisca o meno un impedimento al Suo ingresso nel Regno Unito. (Io avrei controllato prima di scrivere)

Posto che il Regno Unito e uno dei principali mercati domestici di Leonardo, credo proprio che sia importante accertare l’effetto della condanna del 15 ottobre alla luce delle nuove misure varate dal governo inglese il 22 ottobre. Al fine di fare chiarezza, ho posto la questione direttamente al Ministro degli Interni Patel (Allegato 1).

Infine, anche con l’obiettivo di valutare possibili decisioni di investimento (come Lei sa, mi occupo di investimenti secondo una strategia di tipo attivista), nella stessa lettera ho pensato utile chiedere conferma al Ministro della Difesa Walace che la Sua condanna a sei anni di reclusione in assenza di dimissioni immediate, non influenzi negativamente le relazioni commerciali tra Leonardo ed il governo inglese, tenuto conto che Leonardo (i) realizza poco meno del 20% del proprio fatturato nel Regno Unito ed; (ii) e uno dei partner principali che collaborano con il Ministero della Difesa inglese per la fornitura di tecnologie, conoscenze e competenze per lo sviluppo del futuro velivolo da combattimento della Royal Air Force (Programma Tempest).

Per ragioni di cortesia nei Suoi confronti e per una mia naturale avversione ad apparire critico, nelle precedenti comunicazioni del 19, 21 e 22 ottobre u.s. ho evitato di esprimere le mie valutazioni sull’andamento scoraggiante dei risultati di Leonardo da quando Lei e diventato Amministratore Delegato il 16 maggio 2017. D’altra arte credo che l’andamento della quotazione in borsa dalla sua nomina ad oggi (-70%) non richieda alcun commento:

Nel rinnovarLe rispettosamente il mio invito all’unico atto possibile di responsabilita (ovvero dimettersi senza ulteriori indugi), Le porgo i miei migliori saluti e resto a Sua completa disposizione se vuole serenamente confrontarsi con me su questi temi.

Io condivido che la magistratura ha cambiato musica.

A Roma, il nuovo capo della Procura di Roma, Michele Prestipino è cresciuto nell’ombra di Giuseppe Pignatone che è passato direttamente dalla “bocciatura” definitiva in Cassazione di “Mafia Capitale” alla Presidenza del Tribunale del Vaticano.


Ora ha fra le mani il caso Marogna-Becciu. Vorrà riscattarsi dalla sconfitta sul caso “Buzzi-Carminati”? O la povera coppia di fatto Marogna-Becciu sarà solo gli obiettivi mediatici utili a coprire la vasta rete di intrecci dentro e fuori il Vaticano?

Lo “sfottò” continuo e pubblico di Salvatore Buzzi, tornato libero, ha raggiunto un livello poco sopportabile, e il nuovo capo della Procura di Roma non attende l’ora di affrancarsi dal modello del suo predecessore: collegialità, delega, passo indietro rispetto al rapporto con la politica, svuotando i cassetti dei tanti dossier ancora in attesa di essere ripescati.

Il caso Palamara, cresciuto dentro gli assetti precedenti del CSM e degli incroci con molte procure italiane ma soprattutto quella romana, ha talmente incrinato la credibilità della magistratura italiana, che la voglia di riscatto di molti procuratori è tale da ricominciare una stagione di inchieste e di sentenze esemplari (vedi a breve Eni e vedi l’altro ieri MPS/Profumo: a proposito, quali saranno le conseguenze di questa sentenza di primo grado all’interno di Leonardo? Qualcosa già si muove, esternamente ed internamente).

Inoltre la stessa aria di cambiamento che si comincia a respirare alla Procura di Roma, la si comincerà a respirare presto in altre Procure importanti. Il nuovo CSM sarà foriero di scelte e novità che faranno aprire i cassetti un po’ ammuffiti di Milano, Palermo, per citare solo due tribunali.

Attendiamoci poche inchieste mediatico-spettacolari ma più rilevanti, insieme a diverse sentenze esemplari. La Magistratura vuole dimostrare la propria autonomia rispetto agli altri poteri.

Ma vorrei anche anche che i servizi segreti non lavorassero contro i loro stati come braccio armato dei poteri forti :Chi era davvero Jeffrey Epstein, e come si guadagnava da vivere? La domanda che aleggia da tempo intorno alla memoria del finanziere scomparso due anni fa, suicida in una cella di carcere di Manhattan, è tornata alla ribalta ieri, con la lettura della deposizione che la sua amica-collaboratrice Ghislaine Maxwell, rese quattro anni fa agli investigatori newyorkesi nel corso di una causa di diffamazione. «Lei era a conoscenza del ruolo che Epstein aveva nei rapporti con la Cia? E con l' Fbi? - chiede li procuratore durante l' interrogatorio. - Sapeva della sua collaborazione con la Sec (le autorità fiscali, ndr) per scoprire cifre sottratte all' erario? Aveva parlato con lui del supposto ruolo di gestore di affari negli Usa per conto del governo di Israele?». Le risposte sono altrettanti no.

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.23.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

Il medico neolaureato, João Pedro R. Feitosa, 28 anni, che si è offerto volontario per testare il vaccino contro il Coronavirus di Oxford, è morto per complicazioni della malattia. Tuttavia non è stato comunicato se ha ricevuto il vaccino o il placebo. Il professionista della salute si è laureato presso l’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ). Il caso è stato svelato mercoledì (21 ottobre) dal quotidiano O Globo».

Sul Diario do Rio de Janeiro ha avuto grande eco la tremenda notizia del primo decesso avvenuto nella fase 3 dei Trials sul farmaco sviluppato da AstraZeneca, di cui era stata temporaneamente sospesa la sperimentazione nel Regno Unito a settembre per le gravi reazioni avverse in due cavie umane, una delle quali sviluppò una patologia neurologica al midollo spinale che potrebbe lasciarla paralizzata a vita.

Secondo l’Ansa, che cita a sua volta Bloomberg, il 28enne non avrebbe ricevuto la dose del test clinico. I condizionali sono però d’obbligo perché sui test clinici e la morte del giovane medico è calato il vincolo della segretezza nonostante la multinazionale anglo-svedese, ben radicata negli USA, sia stata coinvolta in passato in più di un contenzioso giudiziario per frodi al sistema sanitario. Inoltre, prevede di produrre altri 165 milioni di dosi in Brasile nella seconda metà» scrive il Diario do Rio che dà ampio spazio alle rassicurazioni giunte anche dai partner locali della sperimentazione.

Pertanto è inutile aspettarsi chiarimenti sulle ipotesi che si possono azzardare sul decesso del giovane medico: una complicazione da Covid-19, iniettato a soggetti sani per testare la reazione con il vaccino, o una reazione avversa derivante dal farmaco stesso.

Secondo l’Istituto di ricerca e insegnamento D’Or (IDOR), responsabile dei test a Rio de Janeiro, fino ad oggi nel paese sono stati vaccinati circa 8.000 volontari. In una nota, IDOR ha affermato di non poter confermare la partecipazione di alcun volontario allo studio clinico con l’Oxford Vaccine. Tuttavia, l’istituzione afferma che, visti i dati raccolti nei test in tutto il mondo, non ci sono dubbi sulla sicurezza del vaccino.

“Vorremmo informarvi che, dopo l’inclusione di oltre 20.000 partecipanti ai test in tutto il mondo, tutte le condizioni mediche registrate sono state attentamente valutate dal comitato di sicurezza indipendente, dai team di investigatori e dalle autorità di regolamentazione locali e internazionali. Vale la pena ricordare che si tratta di uno studio randomizzato, in cieco, in cui il 50% dei volontari riceve l’immunizzatore prodotto da Oxford ”.

La scomparsa di Joao Pedro Feitosa ha destato viva commozione nell’Università Federale di Rio de Janeiro dove era stato studente del preside Denise Pires de Carvalho. «Il Rettorato dell’UFRJ – insieme a tutta la comunità universitaria – offre sincere condoglianze alla famiglia e agli amici del nostro ex studente in mezzo a questo momento di tristezza che ha tolto la vita a João, che si era appena laureato e non ha risparmiato sforzi per agire nell’affrontare la pandemia COVID-19, che ha accumulato oltre 40 milioni di casi in tutto il mondo».

Il media online brasiliano cita poi Uno studio con i risultati preliminari del vaccino di Oxford (AZD1222) è stato pubblicato il 20 luglio sulla rivista scientifica “The Lancet”. La ricerca cita reazioni considerate lievi e moderate e non parla di effetti collaterali gravi:

Dolore dopo la vaccinazione: 67% senza paracetamolo; 50% con paracetamolo.
Stanchezza: 70% senza paracetamolo; 71% con paracetamolo.
Mal di testa: 68% senza paracetamolo; 61% con paracetamolo.
Dolore muscolare: 60% senza paracetamolo; 48% con paracetamolo.

Nello stesso giorno in cui le agenzie internazionali comunicano questa misteriosa morte, che si aggiunge ai due casi dei britannici con gravi reazioni avverse, per una curiosa coincidenza il presidente dell’azienda biotecnologica IRBM di Pomezia Terme, l’ex lobbista e produttore televisivo Piero di Lorenzo, uomo di fiducia del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, grande finanziatore del centro di ricerca, annuncia l’imminente arrivo del vaccino Oxford-AstraZeneca in Italia all’inizio di dicembre che sarà destinato alle fasce più a rischio della popolazione come gli anziani delle RSA.

Come ricorda l’Ansa, la disponibilità delle prime dosi entro dicembre, già annunciata nei giorni scorsi dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, è stata così confermata da Di Lorenzo “se non insorgono problematiche improvvise – ha detto nel corso di un’intervista concessa al sito Financial Lounge – è ragionevole pensare che la fase clinica di sperimentazione possa concludersi entro fine novembre o i primi di dicembre”. L’Italia potrebbe ricevere 2-3 milioni di dosi da distribuire inizialmente tra operatori sanitari, forze dell’ordine e ospiti RSA.

“Conclusa la fase 3 – ha proseguito – la palla passa all’Ema (l’Agenzia europea del farmaco, ndr) per l’eventuale validazione”, che in tempi normali richiede fino a 12 mesi. “Ma questi non sono tempi normali” spiega Di Lorenzo, che ricorda come la procedura di validazione sia già incominciata.

Resta un altro mistero quello di capire come possa essere iniziato tale processo autorizzativo visto che la multinazionale farmaceutica britannico-svedese sta ancora conducendo una terza fase di prova del suo vaccino Covid-19 in collaborazione con Oxford in Brasile, Regno Unito, India e Sud Africa.

Lo scorso marzo la Advent srl, partecipata da Irbm di Pomezia e da Reithera, ha iniziato a collaborare con partner britannici, tra cui AstraZeneca e Jenner Institute della Oxford University, per lo sviluppo di un vaccino per il nuovo coronavirus, inizialmente previsto per settembre 2020. In estate la Commissione Ue ha firmato un accordo di acquisto anticipato di 400 milioni di dosi di vaccino Oxford da distribuire tra gli Stati membri.

Reithera, ora detenuta dall’azienda elvetica Keires AG, una società anonima di Basilea i cui azionisti, per le leggi svizzere, possono restare occulti, era stata acquistata quando si chiamava Okairos dalla multinazionale GlaxoSmithKline (quella che fornisce i 10 vaccini resi obbligatori in età scolare dal Decreto Lorenzin del Governo Gentiloni-PD) nel solito vortice di intrecci tra Big Pharma dei vaccini e progetti politico-sanitari del Partito Democratico, di cui è segretario nazionale Zingaretti, promotore dell’IRBM attraverso due tranche di finanziamenti della Regione Lazio, avviati ben prima della pandemia.

Come se il leader Dem avesse le stesse doti profetiche di Bill Gates, donors dei Dem americani, preconizzatore della pandemia da Coronavirus nel 2015, promotore del progetto di immunizzazione globale GAVI (Global Alliance for Vaccine Immunization), ma anche finanziatore delle pericolose sperimentazione sul virus SARS 1 infettato con l’HIV iniziate nel laboratorio di biosicurezza 4 del Wuhan Institute of Virology nel 2004 grazie al finanziamento della Commissione Europea presieduta da Romano Prodi, poi divenuto premier grazie al Partito Democratico.

Perché stupirsi se a distanza di 16 anni il piano vaccinale in Italia sarà quindi targato PD? Robert F. Kenney junior, avvocato dei diritti umani che si batte per i vaccini sicuri, sostiene infatti che questa pandemia sia stata pianificata da decenni proprio da Bill Gates…

Ecco che quindi occorre andare avanti senza fermare il paese anzi investendo in 5G e lavori socialmente utili per tutti quelli che hanno sussidi di disoccupazione compreso reddito di cittadinanza e cig .

Basta con i programmi spaziali che ci costano piu' degli incentivi per brevetti, marchi e design che finiscono in 3 minuti mentre sono la base per il futuro del nostro paese.

Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l'opposizione. Quand'è stata l'ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere ''elezioni subito"? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del governo resta la sua forza, e ora persino l'opposizione si è messa l'anima in pace.

Prendete l'intervista di Goffredo Bettini dell'altro ieri al Corriere. È stata letta come una presa di distanza o un vero abbandono di Zingaretti da parte del suo elefante parlante. Non è così, è che l'ex europarlamentare non vuole essere considerato solo l'intellettuale ventriloquo del muto segretario e quindi ha cercato un po' di distinguersi.

Il suo ruolo di ideologo nel Pd ovviamente è osteggiato da molti: i suoi continui endorsement a favore di Conte hanno sortito un solo effetto: far incarognire Di Maio che si sente tagliato fuori dall'asse Conte-Zinga.

E riparte il solito duello in consiglio dei ministri: i 5stelle che contano il numero dei loro parlamentari (291) rispetto ai 126 del PD. A loro volta i dem scodellano i dati unanimi dei sondaggi che vedono i grillozzi dimezzati dal 32% al 15.

Uno dei temi che sembra ormai morto è quello dei due vice da affiancare a Conte. Il premier è riuscito a impallinare l'idea di essere stritolato dalla tenaglia PD-M5S. Una sponda gliel'ha data proprio Zingaretti che non ci pensa affatto a lasciare il Lazio (che il centrosinistra rischierebbe di perdere) per entrare nell'esecutivo con non si sa bene quale dicastero.

Se non è Zingaretti, allora dovrebbe essere Su-Dario Franceschini, e nessuno nel Pd vuole dar altro potere al loro malfido capodelegazione. L'arrivo dei vice avrebbe innescato un rimpasto generale, con i soliti nomi in ballo (De Micheli, Azzolina, Bonafede…), ma al momento nessuno può mettersi a fare giochi di palazzo. Basta un soffio per far crollare il castello di carte.

Ancora una volta, questa pandemia non solo allunga la vita del governo, ma ne pacifica anche la convivenza. Poiché ormai come tiri un filo, e viene giù tutto, la soluzione adottata da Pd e 5Stelle è di non tirare un bel niente.

Resta però per i dem il problema di Gualtieri, che è l'unico big del partito a non essersi schierato a favore del Mes. Anzi dopo aver fatto eco a Conte nei mesi scorsi, ora si è fatto superare dal premier in conferenza stampa, che ha messo sul piatto la parola che nessuno osava pronunciare: ''stigma''.

Gualtieri è in contatto con i suoi omologhi degli altri paesi del Sud Europa e sa benissimo che l'Italia sarebbe la sola a ricorrere al Fondo Salva-Stati. Cosa che provocherebbe immediatamente la speculazione dei mercati finanziari internazioni verso il nostro disgraziato paese.

E tra un po' sarà pure l'unico paese europeo a usare la parte di loans del Recovery Fund (prestiti da rimborsare), visto che Spagna e Portogallo hanno già detto che si accontentano dei grants (la parte gratuita) ed eviteranno di indebitarsi con le condizionalità. Noi invece prenderemo tutto, vista la situazione economica tragica.

Conte e Gentiloni, attraverso la Merkel, ora si stanno muovendo per avere la prima tranche non più a febbraio bensì ad aprile. E trattano per prolungare il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Il premier, insieme ai suoi due fedelissimi Goracci e Chieppa, monitora quotidianamente la situazione epidemiologica. Il suo nuovo mantra sono ''interventi mirati, il più possibile chirurgici'', e non più lockdown con soldi a pioggia in maniera indiscriminata (che poi sai quanti soldi erano…).

L'idea è di aggiustare i contributi in funzione degli interventi che penalizzano singole categorie (ristoratori, gestori di bar e locali notturni etc).

Nel Pd però l'atteggiamento nei confronti del premier non è più idilliaco come un tempo. In particolare, gli rimproverano di non aver fatto un singolo investimento infrastrutturale da quando è iniziata la pandemia. C'è stato il piano Colao (che fine ha fatto?), gli Stati Generali, le fregnacce e le promesse, ma di concreto non si è visto nulla. Ha mandato dieci ultimatum ad Autostrade, e abbiamo visto che paura ha scatenato nei Benetton.
Certo, i grillini possono replicare che buona parte di questa responsabilità è in capo a Paoletta De Micheli, che sarebbe il ministro delle Infrastrutture ma che con i suoi scudieri Stancanelli e Mauro Moretti è rimasta invischiata nella burocrazia, tra un premier che temporeggia su tutto e un governo che non sa più dove trovare i soldi per l'emergenza covid, figuriamoci per le grandi opere.

Al che nel Pd replicano ancora: e allora Arcuri? Com'è possibile che il commissario straordinario all'emergenza pandemica sia ancora amministratore delegato di Invitalia e che a questo dedichi non poco tempo, inclusi i giochi di potere e di poltrone sulla Popolare di Bari commissariata dal Mediocredito Centrale (che è di Invitalia al 100%). Lì c'è ancora un De Gennaro, fortemente voluto da Arcuri alla presidenza, che ancora deve superare l'esame di Bankitalia.

A proposito di Bari, Conte ha fatto nominare nel cda un avvocato pugliese del suo entourage, Bartolomeo Cozzoli, che conosce molto bene le banche in quanto ogni tanto va a versare un assegno e usa l'app per i bonifici online.

Alle recriminazioni su Arcuri rimpallano ancora dal M5S: e allora Zingaretti? Come può tenere la segreteria del Pd e allo stesso tempo guidare una delle regioni più colpite dal Covid, dove regna un assessore alla sanità (D'Amato) sul quale è meglio stendere un velo pietoso? Così all'infinito, in un gioco di recriminazioni incrociate e di incompetenza generalizzata che protegge il governo e le poltrone dei suoi inadeguati protagonisti.

La palla del Mes rimbalza ancora, nervosa, nel campo della maggioranza. Il tentativo è quello di disinnescare il pericolo di una spaccatura, tra Movimento 5 stelle e Pd, in vista del confronto in Parlamento che dovrebbe arrivare a fine novembre. Anche perché un possibile epilogo - tutt' altro che rassicurante - arriva dal Parlamento europeo, dove le delegazioni di Pd e M5S si dividono per due volte sul Mes.

Prima sull' articolo 7 della risoluzione per le politiche economiche europee per il 2020, in cui la linea di credito collegata al Meccanismo di stabilità viene annoverata tra gli strumenti in dote agli Stati membri per fronteggiare la crisi: i Cinque stelle votano, insieme a Fratelli d' Italia, a favore di un emendamento della Lega per sopprimere l' articolo 7, mentre i Dem si schierano tra i contrari. Poi, di nuovo, si ritrovano su fronti opposti al momento del voto sull' intera risoluzione: bocciata dai grillini, approvata dal Pd.

I Dem, alla fine, escono vittoriosi in entrambi i casi, mentre i pentastellati rivendicano il loro No al Mes. Ma la questione, a Roma, è diversa e porta con sé il peso delle preoccupazioni di Giuseppe Conte per la tenuta del gruppo grillino. Timori che, con diverse sfumature, vengono condivisi anche nel Pd.

Ne è un segno la reazione tra i Dem alla notizia che arriva sempre da Bruxelles - anticipata da La Stampa - della conferma per giugno della data di emissione dei titoli legati al Recovery fund. Al di là dell' esito del negoziato, dunque, prima dell' estate non sarà disponibile nemmeno un centesimo del Next generation Eu.

Sarebbe un colpo difficile da incassare per i Cinque stelle, che hanno sempre chiesto agli alleati di lasciar perdere il Mes e concentrarsi invece «sui soldi che arriveranno dal Recovery fund». E i Dem avrebbero una sponda per alzare il pressing. Invece i toni, da una parte e dall' altra, si affievoliscono.

Il ministro dell' Economia Roberto Gualtieri, ai microfoni di Radio 24, torna ad allinearsi al segretario Nicola Zingaretti e si dice «favorevole al Mes, perché l' ho negoziato io e non presenta condizionalità».

Ma aggiunge anche: «Spiego un fatto tecnico che il presidente del Consiglio ha spiegato, ovvero che il beneficio per l' Italia dell' utilizzo del Mes non sono 37 miliardi aggiuntivi, ma i risparmi di interessi: 300 milioni all' anno». Restano «una somma significativa», sottolinea Gualtieri, ma il sottotesto è che forse, tutto sommato, non valgono il prezzo di una crisi.

Di Maio coglie la palla al balzo e poco dopo interviene con un post sui social citando proprio il ministro Dem: «Da 37 miliardi a 300 milioni di euro c' è una bella differenza -scrive -. È giusto e corretto dire che i 37 miliardi del Mes non sono una borsa piena di soldi che ci stanno regalando per costruire nuovi ospedali o nuove terapie intensive. Piuttosto, il Mes (come qualsiasi altro fondo di prestito) servirebbe a finanziare spese già in bilancio».

Anche lui, però, si affretta a gettare acqua sul fuoco: «Con questo non voglio alimentare alcuna polemica. La maggioranza che sostiene il governo è solida e forte e il mio auspicio è che si lavori sui temi, indipendentemente dagli schieramenti di parte». Gli risponde, giocando anche lui di fioretto e non di sciabola, il vicesegretario Dem Andrea Orlando: «Il Mes non è una bandiera né una questione ideologica, non è la soluzione a tutti i mali, ma penso che sia una discussione assolutamente utile, che non vada fatta in modo ideologico. Dire mai al Mes significa privarsi di una strada».

Poi, uscendo dal Nazareno, invita a guardare «qual è lo strumento più utile e poi decidiamo. Se qualcuno non considera utile il Mes, indichi un' altra strada». Si cerca un equilibrio. Tanto che anche il nuovo Intergruppo parlamentare "Mes subito", al di là della pervicacia del nome, fa già sapere che eviterà di portare in Aula mozioni che possano provocare pericolose spaccature.

Ma soprattutto senza fare quello che sta facendo Jean Pierre Mustier che traballa in Unicredit (dove, tra l’altro, vorrebbe scegliersi il nuovo presidente mentre il Consiglio di amministrazione non intende affatto seguire le sue indicazioni e i manager non ne possono più di essere di fatto obbligati a indossare la cravatta rossa di ordinanza del capoazienda di osservanza francese), ma continua a perseguire politiche di investimento border line tra la collocazione occidentale dell’Italia e i flirt con la Cina, proprio nel momento di massima tensione tra Washington e Pechino.

Nei giorni scorsi infatti ha dato via libera ad un investimento di 600 milioni, in partnership con China Investment Corporation e Investindustrial di Carlo Bonomi per il lancio di Ciicf, fondo che investira nelle societa italiane del mid-market al fine di consolidare e accelerare lo sviluppo della loro presenza commerciale in Cina.

La tempistica non è stata fortunata poichè l’annuncio è avvenuto in contemporanea con la visita in Italia del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che sembra aver ottenuto solo in parte dal premier Conte le rassicurazioni che chiedeva sull’apertura alle tecnologie cinesi e che certo non ha gradito il segnale che contemporaneamente la banca di piazza Gae Aulenti ha inviato.

La partnership offrira, prevalentemente ad aziende italiane ma anche a imprese straniere, significativi investimenti allo scopo di consolidare e accelerare lo sviluppo della loro presenza commerciale in Cina. Conseguentemente, come si legge nel comunicato di lancio, i consumatori cinesi beneficeranno di un migliore accesso a beni e servizi europei di qualita, con particolare riferimento a quelli di consumo, del manifatturiero e della sanita. UniCredit, del resto, è attiva in Cina dal 1982 e presente con filiali a Pechino e Shanghai.

Quello del vaccino è un campionato del mondo della ricerca sanitaria. E la Cina vuole vincerlo, con le sue risorse scientifiche e umane imponenti. Già da luglio Pechino ha cominciato a somministrare dosi di preparati sperimentali anti Covid-19 a centinaia di migliaia di soggetti sani, anzitutto personale ospedaliero, agenti di confine che lavorano in porti e aeroporti, dipendenti di grandi società statali e ultimamente abitanti volontari di alcune città, che si sono messi fiduciosamente in fila.

Stanno facendo test su larga scala anche industrie farmaceutiche internazionali, ma l' operazione di Pechino appare più ampia e propagandata, con la motivazione dell'«impiego per emergenza» che fa bruciare le normali tappe.

I ricercatori cinesi stanno inoculando due prodotti che usano una forma inattiva del coronavirus per suscitare una reazione immunitaria e un altro che contiene un virus indebolito. Martedì il ministero della Scienza ha annunciato che «su 60 mila soggetti che hanno ricevuto il vaccino sperimentale non è stato rilevato alcun grave effetto collaterale».

Non si sa ancora se oltre a non essere più o meno nocivi i tre vaccini cinesi «candidati» siano anche efficaci, ma già l' azienda farmaceutica Sinopharm si dice in grado di produrre un miliardo di dosi nel 2021. I numeri si accavallano: la Commissione sanitaria di Pechino promette 610 milioni di dosi pronte entro la fine di quest' anno, per il popolo cinese e anche per le richieste di altri Paesi. Il prezzo sarebbe «legato al costo di produzione e non a domanda e capacità di offerta».

Lo sforzo cinese fa discutere i politologi sulla «diplomazia del vaccino», dopo quella delle mascherine. Pechino ha promesso di aiutare i Paesi in via di sviluppo, in particolare i vicini Malesia, Thailandia, Cambogia e Laos; ha offerto dosi per l' intera Africa; ha stanziato un miliardo di dollari a favore dell' America Latina per un fondo di approvvigionamento; ha appena stretto un accordo con lo Stato di San Paolo in Brasile per 46 milioni di dosi.

La Cina è entrata anche nell' alleanza Covax dell' Oms, che Washington ha snobbato. Tutte mosse che tendono a mettere in risalto la generosità cinese a fronte del principio «America First» del presidente degli Stati Uniti.

Il ministero degli Esteri cinese risponde a chi sospetta che sia tutta un' operazione di propaganda sanitaria per accrescere l' influenza nel mondo che «si tratta solo di cooperazione internazionale da parte di una potenza che vuole comportarsi da attore responsabile sulla scena mondiale». Ha detto Xi Jinping che un vaccino sviluppato in Cina sarebbe considerato «bene comune dell' umanità» e non riservato al popolo cinese.
È chiaro il messaggio politico: dopo lo choc e le accuse subite per lo scoppio dell' epidemia a Wuhan, il Partito-Stato vorrebbe presentarsi come salvatore del mondo. Così la ricerca corre nei laboratori delle grandi aziende della Repubblica popolare.

Partecipano anche gli scienziati dell' esercito. Quattro vaccini hanno superato le prime fasi di sperimentazione, che debbono provare la sicurezza e l' efficacia immunitaria. Sono alla Fase 3 Sinopharm (con due prodotti), CanSino Biologics e Sinovac Biotherm. Fase 3 significa l' inoculazione su un campione statisticamente rilevante di decine di migliaia di soggetti sani.
Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica”

«Non siamo lontani: un vaccino efficace potrebbe esserci già tra fine novembre e dicembre. Ma non sarà distribuito prima del 2021». Al telefono dal suo studio di Washington il medico più famoso d' America, il virologo Anthony Fauci, 79 anni, capo dell' Istituto nazionale per la prevenzione delle malattie infettive, è pragmatico: «Potremo dirci al sicuro, spero, prima del prossimo Natale: quello del 2021, intendo».
(...) Una previsione?

«Se avremo un vaccino efficace entro dicembre, saremo in grado di distribuire le prime dosi a inizio 2021, ma non basterà per tutti prima di marzo-aprile. Quasi certamente servirà poi un richiamo il mese dopo.

E comunque i primi a riceverle saranno le categorie più a rischio, operatori sanitari e anziani. E soprattutto: è sbagliato creare troppe aspettative. A furia di annunciare vaccini dietro l' angolo rischiamo di deludere la gente. Se creiamo diffidenza meno persone saranno disposte a prenderlo. Dobbiamo fare le cose coi tempi giusti, perseverando con mascherine e distanziamento sociale almeno fin dopo la prossima estate. Sono cautamente ottimista sull' autunno: potremo finalmente viaggiare. Ne approfitterò per tornare a visitare l' Italia».

(…) Intanto assistiamo a una ripresa del virus. Gli scettici sono tanti e pure Donald Trump, dopo essersi ammalato, sminuisce la gravità del Covid...

«I leader sono tenuti a dare l' esempio dicendo la verità e dando raccomandazioni giuste, basate sui dati scientifici. In America abbiamo già 8 milioni di contagi e 220mila morti. Nel mondo i decessi hanno superato il milione. Mascherine e distanza sociale non sono atti politici ma gesti di rispetto e tutela. Purtroppo, la ripresa del virus dipende pure da chi segue le regole, ma non uniformemente. Se fossimo stati tutti più attenti, i numeri sarebbero in calo. Non possiamo dimenticarlo: non ne siamo ancora usciti».

Blocco anche dell'importazione di pesce perche' il coronavirus resiste anche sulle superfici congelate: un'altra conferma, dopo quelle dei mesi scorsi, arriva proprio dalla Cina, primo focolaio di Covid al mondo. Secondo quanto scrive la testata Global Times infatti, tracce del virus Sars-CoV-2 sono state scoperte a Qingdao su un imballaggio di pesce congelato di un produttore indonesiano, il Pt. Putri Indah: la dogana cinese ha annunciato che le importazioni da questo fornitore saranno sospese per una settimana, fino a venerdì prossimo.

Questa scoperta, secondo il China Center for Disease Prevention and Control, potrebbe significare che «il coronavirus utilizza prodotti refrigerati come vettori», il che consentirebbe la sua diffusione «transfrontaliera e di lunga distanza».
Non è la prima volta che succede: i prodotti surgelati già nelle scorse settimane sono stati messi sotto la luce dei riflettori, per via della sicurezza alimentare. Era già accaduto ad una confezione di ali di pollo a Longgang, Shenzhen, e a gamberetti congelati dell'Ecuador in diverse province. Recentemente sono aumentati i controlli sulla tracciabilità per evitare la diffusione del Covid-19 attraverso i cibi surgelati importati dall'estero.

I rapporti fra correnti CSM magistrati e politici sono sempre piu' nascosti

Intervista integrale a Luca Palamara:

Iena: Rieccoci, buonasera.

Palamara: Devo stare con la mascherina.

Iena: Come va? Siamo stati da Ermini e ci ha fatto due tirate di orecchie, la prima dice: “leggete bene le intercettazioni” e la seconda è “non si può paragonare la mia elezione a vicepresidente del Csm con il concorso per procuratore di Roma”. Cioè il gruppetto Palamara-Lotti-Ferri, che ha in qualche modo organizzato la mia elezione, si può fare, è nelle cose. Che Palamara, Lotti e Ferri parlassero del procuratore di Roma, no.

Palamara: Io ho sempre parlato delle nomine dei procuratori della Repubblica, non era la prima volta che parlavo in quella notte, come ho parlato tante altre volte delle nomine dell’elezione dei Vicepresidenti del Csm. Faceva parte dell’attività correntizia, tanto serviva un accordo per fare il Vicepresidente, tanto serviva un accordo per eleggere un direttivo.

Iena: Dice sempre Ermini, “se voi leggete le chat capite che io ho immediatamente troncato i rapporti con “la mia corrente”, cioè il gruppo di cui sarei espressione”

Palamara: Allora io sono sicuro e certo. Dopo la nomina del 27 settembre del 2018, che è stata la nomina del nuovo vicepresidente del Csm sono continuati regolarmente i rapporti di cortesia e direi di stima reciproca con il vicepresidente del Csm, tanto in occasioni conviviali presso la mia abitazione, tanto presso incontri nel gruppo di unità per la Costituzione, l’ultima volta addirittura il 7 maggio del 2019 ci siamo sfiorati a Pristina, in Albania, in occasione di un convegno-incontro organizzato.

Iena: Quindi mi faccia capire, lui ha interrotto i rapporti col gruppo Palamara, il vicepresidente Ermini, sintetizziamo così?

Palamara: Non c’è stata mai nessuna interruzione, come non c’è stata mai come dire nessuna variazione rispetto a quelli che erano gli ordinari rapporti che ci sono sempre stati con noi, nessuna interruzione, mai.

Iena: Però dice Ermini, “loro nelle chat parlavano male di me perché io non rispondevo ai loro desiderata”, dice testualmente.

Palamara: Le mie chat sono pubbliche oramai, trovatemi una volta in cui io parlo male del vicepresidente Ermini.

Iena: Ma quali erano sti desiderata di cui parla Ermini?

Palamara: i desiderata miei come quelli di tutti coloro i quali aspiravano a incarichi direttivi erano quelli di trovare accordi e situazioni rispetto alle quali ben poco poteva fare il vicepresidente del Csm.

Iena: Ma lei ha notato in qualche modo un affievolirsi della cordialità, che aveva contraddistinto le fasi precedenti alle elezioni di Ermini?

Palamara: Sì, sicuramente nell’ultimo periodo diciamo chi sapeva che esisteva l’indagine nei miei confronti mi evitava, chi non lo sapeva c’è cascato con tutte e due le scarpe.

L’ultimo periodo, e parlo di maggio 2019, evidentemente c’era chi lo sapeva e chi non lo sapeva.

Iena: Lui dice “semmai potete accusarmi che io sono un vero ingrato, perché faccio un avviso a tutti, non fidatevi di Ermini” - dice Ermini, però, nessun legame, nessuno scambio di favore, nessuna influenza.

Palamara: Io non ho mai preteso nulla, come sempre mi sono messo a disposizione di chi mi chiedeva di trovare una mediazione per arrivare alla nomina più funzionale allo svolgimento dell’attività Istituzionale.

Iena: Ma perché lei allora gode quando viene eletto Ermini?

Palamara: Eh perché sicuramente ero stato uno dei suoi più fermi sostenitori per la nomina del vicepresidente del Csm, posso dire oggi mal mena incolse.

Iena: Quindi lei dice, ci siamo visti a cena a casa mia, ci siamo visti a cena fuori, ci siamo visti in giro…

Palamara: Sono continuati regolarmente i rapporti dopo quell’elezione.

Iena: E quand’è che si interrompono?

Palamara: nel mese di maggio sicuramente si interrompono.

Iena: Cioè secondo lei che è successo, un uccellino ha cinguettato?

Palamara: E questo, bisogna trovare l’uccellino, non lo so, l’uccellino e il cinguettio, io non posso...

Iena: però lei ha notato che a maggio è successo qualcosa?

Palamara: Sì c’è stato assolutamente un raffreddamento non solo del Vicepresidente Ermini, ma di tante persone che sicuramente avevano adottato le opportune precauzioni per non rimanere contaminate come poi è capitato a tutti i “malcapitati”, scusate il gioco di parole, che poi si sono dimessi.

Iena: Cioè lei quindi dice che a maggio già c’era più di qualcuno che poteva essere nelle condizioni di essere al corrente che stava per succedere qualcosa.

Palamara: Sì, la notizia girava, era diffusa negli uffici giudiziari.

Iena: Uno dei giudici che l’ha giudicata da domani sarà in quiescenza.

Palamara: Si è inteso a separare la mia posizione rispetto agli altri, quindi diciamo io ho avuto un calendario accelerato.

Iena: Ma chi l’ha decisa questa cosa?

Palamara: La sezione disciplinare. Ha fatto un calendario che poi ha portato alla decisione che sappiamo rispetto alla quale la mia difesa non lesinerà di fare tutte le impugnazioni che sono previste dall’ordinamento.

Iena: Quindi tutto quello che ha detto Ermini non la convince.

Palamara: Ripeto, i rapporti sono continuati tranquillamente dopo, gli incontri sono continuati tranquillamente dopo, con l’onorevole Lotti e l’onorevole Ferri ci siamo visti tranquillamente dopo, insieme al vicepresidente Ermini, così come col procuratore generale Fuzio. Sono tutte cose documentate, rispetto alle quali penso c’è ben poco da aggiungere.

Iena: E di che parlavate?

Palamara: Di tutto, di tutto ciò che riguardava l’attività del Consiglio Superiore della Magistratura.

Iena: Quindi anche voti da esprimere, anche nomine, anche incarichi eccetera?

Palamara: Si parlava di tutto, dal disciplinare fino ai direttivi, fino alle valutazioni di professionalità, fino alle commissioni dei concorsi, di tutto. Tutto ciò che riguardava la vita del Consiglio Superiore.

Oggi ogni quattro anni va valutata l’attività e la carriera del magistrato e quindi anche da quel punto di vista spesso vicende che riguardano i magistrati possono sicuramente incidere.

Intervista integrale a David Ermini:

Iena: Ermini buonasera, di nuovo.

Ermini: Buonasera.

Iena: Lei ci ha detto “guardatevi bene le chat”.

Ermini: Sì.

Iena: “Leggetele bene e capirete che la ricetta per slegarsi dalle correnti è la mia quella giusta”.

Ermini: No, io ho detto che se voi guardate le chat, all’inizio c’era un grande supporto nei miei confronti da parte di Palamara, di Ferri, se poi lei confronta le chat con le intercettazioni si accorgerà che nel mezzo c’è stato qualcosa che si vede non è andato secondo quello che qualcuno si aspettava.

Iena: Lei ci ha detto “non ho fatto quello”, “non mi sono in qualche modo allineato alla loro desiderata”.

Ermini: Sì, se lei ha letto le chat…

Iena: Quali erano i desiderata?

Ermini: Desiderata era quella di formare, una sorta di maggioranza stabile per cui si decideva sostanzialmente tutto quello che c’era da decidere. Io invece sono profondamente contrario alle maggioranze stabili qui dentro, perché credo che qui ognuno debba decidere secondo la propria coscienza e sull’argomento del momento.

Iena: cioè quando lei viene eletto a settembre 2018 Palamara scrive “godo”.

Ermini: Sì sì ehh me lo ricordo. Non solo, ma nelle intercettazioni dice anche che io sono stato una delusione perché si vede non lo so che cosa si aspettasse… io guardi, dal primo momento ho detto “qui ci togliamo la giacchetta e rispondiamo alla Costituzione e al Presidente della Repubblica”. E così ho sempre fatto!

Iena: Però, c’è da dire che per diversi mesi gli incontri le cene…

Ermini: No no guardi, gli incontri, io ho visto un paio di volte Ferri e Palamara, ho visto una volta a pranzo, a cena mi sembra di esserci stato una volta, ma guardi, quando si è cominciato a parlare di nomine febbraio marzo, io credo l’ultima volta di aver visto Palamara sia stata a gennaio…

Iena: Ad aprile.

Ermini: L’ho visto, no.

Iena: Aprile 2019.

Ermini: No… e dove l’avrei visto...

Iena: No?

Ermini: No ci sono dei messaggi per una partita di calcio...

Iena: No, quella di San Luca dove poi…
Ermini: Sì, no quella è fine maggio, ma prima, c’era qualcos’altro, ma io prima ad aprile non mi pare di aver visto Palamara, però guà... verifichi eh perché…

Iena: Ma può essere che ad aprile, i rapporti, contatti cessano perché qualche uccellino l’ha messa un po’ in guardia?

Ermini: No assolutamente.

Iena: Perché eh… sicuro?

Ermini: Guardi, le lamentele nei miei confronti arrivano fin... da prima…

Iena: Però

Ermini: Controlli

Iena: Però diciamo, terrazza montemartini…

Ermini: No che terrazza montemartini, piano terra montemartini

Iena: Vabbè il bar di montemartini

Ermini: Novembre… l’ultima volta.

Iena: L’ultima volta a novembre.

Ermini: Sì.

Iena: A casa di Palamara col Procuratore Nazionale.

Ermini: Gennaio.

Iena: Antimafia.

Ermini: Gennaio, è l’ultima volta che io sono stato a cena con Palamara…

Iena: E poi fine…

Ermini: E poi… no, non c’è stata proprio più occasione.

Iena: Quindi non è automatico diciamo il distacco dalla corrente di riferimento.

Ermini: Non è che è stato… non è che è stato…ma guardi, io non ho mai avuto rotture forti o litigate eccetera, io semplicemente, mi sono comportato come ritenevo opportuno comportarmi, come la mia coscienza mi diceva di comportarmi.

Iena: Gennaio 2019 a casa di Palamara con Cafiero de Raho

Ermini: Sì

Iena: E poi?

Ermini: E poi basta.

Iena: E perché, cioè là che è successo?

Ermini: Perché non c’è stata più occasione, nessuno… nessuno mi ha chiamato, no nulla…

Iena: Nessuno l’ha più, cioè lei dice i rapporti si sono interrotti perché nessuno

Ermini: No nessuno...

Iena: Mi ha più chiamato

Ermini: No erano raffreddati, non c’era… tant’è che ad un certo punto nelle intercettazioni Palamara dice alla moglie “Ermini ormai l’ho perso da tempo”…qualcuno dice” Ermini non va mai dal Presidente”, ma in realtà io dal Presidente ci andavo, spesso, ma non l’ho mai riferito a nessuno, perché non era corretto che lo riferissi…

Iena: Ma secondo lei, è anomalo il fatto che nessuno stia indagando su come è avvenuta la fuga di notizie delle indagini di Perugia?

Ermini: Io se stanno indagando o no, non lo so.

Iena: Se c’è una violazione del segreto investigativo, il Vicepresidente del Csm è al corrente di un’iniziativa giudiziaria in questo senso?

Ermini: Non non… non devo e non posso essere al corrente se c’è un’iniziativa giudiziaria almeno finché non emergesse qualcosa.

Iena: No un’iniziativa giudiziaria per scoprire com’è stata possibile una clamorosa fuga di notizie.

Ermini: Ma questo io sinceramente non lo posso sapere, a noi non ce lo direbbero… a noi ci viene comunicato.

Iena: Uno si può immaginare che se, arriva ai giornalisti la notizia che c’è un’indagine a Perugia…

Ermini: Mh, ma lo vuole dire a me? Mi scusi, abbia pazienza, ma io il 29 o adesso, il 30 di maggio ero in Sicilia, apro il giornale e vedo scritto corruzione al Csm, lei pensa che non mi sia venuto un colpo al cuore?

Iena: Cioè lei mi sta dicendo che gli uccellini che hanno fischiettato vicino alle redazioni di giornali…? qua non ci sono delle…

Ermini: Qua per quanto mi riguarda

Iena: Barriere

Ermini: Assolutamente, tant’è che noi lo abbiamo saputo a maggio, a metà maggio, che lui era indagato… che era stato iscritto nel registro noti.

Iena: Quindi lei non ha interrotto i rapporti con Palamara perché ha saputo per una via o per l’altra in via diciamo…

Ermini: No guardi.

Iena: …confidenziale?

Ermini: C’erano stati delle…

Iena: Informale che c’era un’attività di indagine.

Ermini: No, ma vuole scherzare?! assolutamente. Io ho interrotto i rapporti con Palamara perché non c’era più feeling, perché, venivo criticato anche per gli interventi che facevo anche sotto l’aspetto sostanziale, eccetera.

Iena: Cioè senza… perché Palamara dice in qualche modo, qualche voce al Csm sul fatto che io potessi essere intercettato

Ermini: No assolutamente.

Iena: Ed era al corrente più di un consigliere, per questo glielo

Ermini: Guardi io sicuramente no.

Iena: Lei sicuramente no.

Ermini: Noi abbiamo saputo a metà maggio.

Iena: Perché ad un certo punto, 21 maggio 2019, Lotti invia un messaggino a Ermini.

Ermini: Sì

Iena: “David, io non sono un senatore che ti scrive messaggi del cazzo, senza di me non eri lì”.

Ermini: Eh, sì.

Iena: Rispondi “di che cosa voleva parlare Lotti”…

Ermini: Noi, metà maggio riceviamo l’avviso da Perugia che Palamara è indagato, va bene? Eh mi cominciano a telefonare con insistenza, cosa avrebbe pensato lei? Nella mia testa ho pensato che volessero notizie su questa roba che io non potevo e non volevo assolutamente dare, perché era un segreto. E quindi non ho più risposto a nessuno, perché non volevo e non potevo dare notizie su una cosa avevo appreso qua.

Iena: Perché uno dice, prima si vedono, si vedono a Montemartini, si vedono a cena a casa, si vedono a cena fuori…

Ermini: No.
Iena: Si vedono in aereo, si fanno i convegni…

Ermini: Aereo? Aereo dove?

Iena: C’è un messaggino in cui avete preso lo stesso aereo dove Palamara si coordina con la sua segreteria… se vuole glielo leggo.

Ermini: Sì me lo legga perché io non me lo ricordo.

Iena: 18 ottobre.

Ermini: Ah vabbè, 18 ottobre.

Iena: 2018.

Ermini: Ahhh, 18 ottobre quando sono andato al convegno della Coldiretti forse a Milano, sì sì sì.

Iena: 18 ottobre chi posso contattare? Stefania, lei gli risponde.

Ermini: Sì Stefania è la mia segretaria, sì sì sì.

Iena: E poi lei gli scrive “mi mandi un paio di punti per la traccia dell’intervento di domani”.

Ermini: No mi ma, sì sì sì.

Iena: E Palamara risponde “mi hanno assicurato che entro mezz’ora arriva tutto”.

Ermini: Sì sì ho fatto anche una querela per questo, perché uscirono su dei giornali che Palamara mi aveva scritto i discorsi.

Iena: No no qui dice “mi mandi un paio di punti per la traccia dell’intervento di domani”.

Ermini: In realtà…

Iena: Palamara dice “mi hanno assicurato che entro mezz’ora arriva tutto”.

Ermini: Mi hanno assicurato perché mi è arrivato dalla Coldiretti.

Iena: Perfetto.

Ermini: La bozza del…

Iena: In uno dice, il 27 settembre l’elezione

Ermini: Sì…

Iena: Ad ottobre prendono l’aereo insieme

Ermini: Sì.

Iena: A novembre cena a casa

Ermini: No, no no no.

Iena: Cena fuori

Ermini: Cena a casa cena fuori no, io ho un pranzo mi sembra di averlo visto.

Iena: Da mamma Angelina.
Ermini: Sì un pranzo, no a cena no.

Iena: Cena a casa di Palamara.

Ermini: Adesso non mi ricordo.

Iena: Con De Raho.

Ermini: Sì a casa di Palamara a gennaio.

Iena: Eh quindi dico…

Ermini: È stata l’ultima volta

Iena: Cena a casa cena fuori, aereo, bar…

Ermini: Eh ho capito, che ci posso fare?

Iena: No dico, dopo settembre e poi improvvisamente cessa tutto.

Ermini: Non cessa tutto, va avanti fino, mi sembra, l’ultima volta l’ho visto a gennaio, che mi ricordi io l’ho visto a gennaio, poi lui m’ha contattato per delle partite quindi i rapporti erano tranquilli.

Iena: Cioè non è che se uno si fa eleggere al Csm e il giorno dopo stacca il telefono, questo è che…

Ermini: Ma infatti, io non ho staccato il telefono, io l’ho incontrato, l’ho visto, ci ho parlato.

Iena: No dico, tronca di netto con una cesoia.

Ermini: Io ho cominciato ad allentare come le dicevo prima, quando mi sono accorto che volevano che ci fosse una maggioranza fissa, bloccata, cosa che a me non andava bene. Questo è stato il momento il cui io ho rallentato i rapporti, perché non volevo essere la persona determinante che stabiliva che un gruppo di magistrati decidesse, in tutto il bene e male.

Iena: Cioè lei ha capito di fare parte di un disegno di altri?

Ermini: Ho capito che con me, che io ero il voto determinante e questo io non lo volevo essere…

Iena: Perché loro dicono ma voterà, non voterà…

Ermini: Sì lo dicono, non voterà perché nonostante mi dicessero vota non ho mai votato, proprio per non far vedere che c’era questa maggioranza bloccata.

Iena: Però non le è venuto il sospetto quando lei in qualche modo aveva bisogno dei voti in Consiglio, che poi ci avrebbero provato a fare questa cosa?

Ermini: Nooo guardi, i voti in consiglio, è molto più semplice di quello che sembra anche questa, basta spiegarle…quando è venuta fuori la mia candidatura, lei pensi che quella famosa cena che ha riportato il fatto quotidiano a casa dell’avvocato Fanfani, il 25 settembre, a me mi fu detto: “guarda, noi ti votiamo ma non siamo sicuri che tu abbia i voti perché ci sono alcuni di magistratura indipendente che non ti vogliono votare”, quindi io sono arrivato qui, la mattina del 27, senza una minima certezza.

Iena: Però sapeva che Ferri e Palamara stavano lavorando assieme a Lotti per

Ermini: Sì certo, sì.

Iena: E dico, a lei poi non è venuto il dubbio che questa, come dire, questo attivismo in suo favore avrebbe richiesto…

Ermini: Ascolti.

Iena: Una sua sensibilità.

Ermini: A me il dubbio non mi è venuto.

Iena: Ma come no?

Ermini: Ma lo sa perché? Ma perché mi conosco. Perché io lo so…

Iena: Non vi fidate di

Ermini: Guardi non vi fidate, se qualcuno si mette in testa di… perché poi qui c’è il problema della riconoscenza, se legge le intercettazioni, si rilegga quella del 27 maggio, che dice che io sono un irriconoscente, che sono stato una delusione dopo tutto quello che ho fatto per lui, ecco, se mi dovete dare un voto per poi richiedermi il conto non mi votate.

Iena: Non mi votate, lei si sta auto, diciamo, per il suo futuro in politica Ermini: Sto tarpando tutte le possibilità.

Iena: hahah ho capito, va bene, no, è che a noi veniva un po’ il dubbio che non è che il Vicepresidente Ermini ad un certo punto, lei ci ha detto guardatevi bene le intercettazioni

Ermini: Sì sì.

Iena: Uno vede ad un certo punto sparito tutto, non è che Ermini

Ermini: No perché sparito, guardi, ci sono dei messaggi anche, 7-8 maggio eravamo in Kosovo, Palamara era stato a fare una partita a Pristina, lui mi manda un messaggio, non ci siamo potuti salutare perché non ci siamo incrociati, io ero con una delegazione, per cui non è che il rapporto era interrotto, era soltanto che era, era rallentato perché io non accettavo, io lo so che loro mi criticavano.
Iena: Contavano su di lei.

Ermini: No, loro ad un certo punto hanno cominciato a criticarmi perché non rispondevo, poi si vede anche dalle intercettazioni che avete mandato in onda.

Iena: Cioè Ermini ha fregato Palamara, Lotti e Ferri.

Ermini: Ma non è che ho fregato, è che quando uno assume un incarico istituzionale, deve rispondere alla Costituzione e al Presidente della Repubblica, non può rispondere a Palamara o a qualcun altro…l’unico che ti può mandare via, che ti può sfiduciare, è il Presidente. Non sono i consiglieri. cioè i consiglieri non c’è rapporto fiduciario come c’è in Parlamento. Una volta eletto sei una carica istituzionale punto e basta. Non devi dire grazie o rispondere a chi ti ha eletto, perché sennò si va fuori da quello che è il sistema Istituzionale.

Iena: Che effetto avrà la decadenza del consigliere Davigo sui procedimenti disciplinari a carico degli altri consiglieri di questo scandalo nomine?

Ermini: Guardi, eh adesso deve ricominciare il processo ai cinque.

Iena: A carico dei cinque.

Ermini: Ai cinque...

Iena: Se Palamara non fosse stato radiato, adesso ricominciava anche per Palamara? Se il processo di Palamara avesse avuto…

Ermini: Alcune sì, no.

Iena: Tempistiche più dilatate.

Ermini: Allora o c’è il consenso da parte della difesa all’utilizzo di tutti gli atti oppure alcuni atti andavano ripetuti sicuramente.

Iena: Andavano ripetuti.

Ermini: Certo.

Iena: Perché diciamo che lo stesso collegio che ha letto le prove poi sia quello che emette il verdetto.

Ermini: Esatto, esatto.

Iena: E questa cosa non è una disparità di trattamento perché gli altri cinque avranno un collegio diverso?

Ermini: Ma vuole scherzare, ma sono tutti giudici, cioè i giudici sono tutti uguali, non è che si può scegliere di dire questo giudice è migliore o è peggiore, i giudici, qui siamo un tribunale vero e proprio, è una funzione giurisdizionale per cui tutti i giudici valgono allo stesso.

Iena: Ma se sono tutti imputati della stessa condotta, abbiamo stralciato la posizione dice di quello che aveva la misura cautelare?

Ermini: No no no anche questo è un’altra cosa, a noi sono arrivate già divise. La posizione di Palamara ci è arrivata per conto proprio, la posizione di Ferri per conto proprio, la posizione dei cinque ci è arrivata già unitaria dalla Procura Generale.

Iena: I cinque sono, diciamo, nel pieno delle loro funzioni del loro stipendio, eccetera?

Ermini: Sì sì sì sì.

Iena: Palamara era sospeso dalle funzioni e dallo stipendio, quindi Palamara non poteva fare danni.

Iena: Esatto.

Iena: Gli altri cinque che brigavano…

Ermini: No le spiego…

Iena: Sono operativi diciamo…

Ermini: Lo so, ma voi dovete capire che il Csm non ha potere di iniziativa, il Consiglio Superiore funge solo da giudice, per cui le richieste, le misure cautelari, ce le chiede o il Ministro o il Procuratore Generale. Noi facciamo soltanto i giudicanti, quindi non abbiamo potere di iniziativa, anche come mi ha chiesto l’altra volta dei cinque eh, non è che abbiamo potere noi di chiedere la misura cautelare.

Iena: Però riconosce oggettivamente che la posizione dei cinque è migliore?

Ermini: Ma non lo

Iena: Sono accusati della stessa cosa

Ermini: Ma guardi, io non faccio parte dei collegi.

Iena: Ci sarà una pressione mediatica…

Ermini: Non mi faccia…

Iena: Un’attenzione sugli altri cinque…

Ermini: Non mi fa

Iena: Oggettivamente

Ermini: Questo non me lo faccia dire a me,

Iena: Eh loro sì, chi ha fatto il processo in tre settimane che non si era mai visto, tre settimane.

Ermini: Io non posso parlare.

Iena: Tra le tante cose di Csm da quando c’è David Ermini

Ermini: Eh

Iena: L’onorevole Ermini Vicepresidente

Ermini: Sì hehe

Iena: Tra le tante cose nuove c’è questa novità che si è fatto il primo procedimento disciplinare che ha avuto come esito la radiazione in tre settimane. Non è mai successo nella storia del Csm. Mai.

Ermini: Senta, io…

Iena: Tre settimane di processi.

Ermini: Io questo oggettivamente non lo so, non facevo parte del Collegio quindi non posso darle nessun giudizio su quello che ha fatto un altro collega. Iena: No nessun giudizio, le dico, è successa una cosa straordinaria al Csm.

Anche per Salvini si rompe il fronte difensivo tra i tre commercialisti vicini alla Lega arrestati a causa della vicenda Lombardia Film Commission per peculato e altri reati. Michele Scillieri, nel cui studio di Milano era domiciliata nel 2017 la Lega per Salvini premier, ammette ai pm che Alberto Di Rubba ed Andrea Manzoni, soci di studio a Bergamo e revisori del Carroccio alla Camera e al Senato, hanno incassato illegalmente 178 mila euro versati da Andromeda srl, la società dietro la quale si celava lo stesso Scillieri che aveva venduto per 800 mila euro il capannone a Flc.

Sono «uomini di partito», scrive confermando i domiciliari il Tribunale del riesame al quale la Procura dichiara che, oltre a questa operazione, «rimangono sicuramente da esplorare altri ancor più delicati settori in cui il "pool" di commercialisti ha impiegato la propria professionalità».

Quei 178 mila euro, afferma il Tribunale presieduto da Maria Cristina Mannocci, sono stati incassati da Di Rubba che, come presidente di Flc, aveva ideato l' operazione usando «la propria professionalità per mascherare con contratti, fatture e pareri, i passaggi di denaro unicamente finalizzati all' arricchimento proprio e del proprio socio Manzoni».

Ai pm Stefano Civardi ed Eugenio Fusco i due commercialisti bergamaschi hanno dichiarato che si trattava di una «provvigione per la mediazione» nell' acquisto per 250 mila euro di un terreno in Alta Val Seriana da parte di Andromeda, producendo una scrittura privata sulla quale, però, c' è una data successiva, contesta l' accusa.

«È una fattura per un' operazione inesistente», «una pezza» con un «errore da dilettanti», ha sostenuto Scillieri che ha ammesso «accordi» tra loro «per spartirsi i soldi».

Secondo la Guardia di finanza di Milano, infatti, gran parte degli 800 mila euro sarebbe finita nella loro tasche.

La vicenda delle sede Flc è una «messinscena», scrivono i giudici, allestita dai commercialisti per appropriarsi dei fondi versati dalla Regione Lombardia. Anche perché non c' erano «particolari ragioni né di urgenza, né di natura economica, né di comodità» per acquistarla «al doppio del valore» (ieri l' attuale presidente Alberto Dell' Acqua ha però detto che il prezzo era «congruo») un anno prima del rogito e poi farla ristrutturare dall' impresa di Francesco Barachetti.

Un «personaggio molto legato a Di Rubba e Manzoni e, più in generale, al mondo della Lega il cui ruolo non è stato ancora ben chiarito», dice la Procura. Di Rubba e Manzoni possono inquinare le prove, dicono i giudici. Come dimostra un incontro a Roma con esponenti della Lega ai «piani altissimi della politica» per risolvere la questione del licenziamento di un direttore di banca che, «verosimilmente prezzolato», aveva «coperto» i loro affari.

Se poi l'Azzolina diventa ministra non e' colpa sua ma di Di Maio

«La ministra Azzolina si deve dimettere. Punto». Massimo Arcangeli, filologo e docente all' università di Cagliari, lo dice e lo ripete. È stato il presidente della sottocommissione 30ma-Sardegna per il concorso a dirigente scolastico.

La quale ha promosso all' orale con una striminzita sufficienza (75/100, voto minimo 70) Lucia Azzolina, allora membro della commissione istruzione della Camera, diventata subito dopo sottosegretario e poi ministro da gennaio scorso.

Ad aumentare polemiche e accuse è il fatto che il «suo» ministero, nonostante le sentenze del Tar che lo obbliga a depositare gli atti, non deposita prove, verbali di commissione e gli altri documenti. Proviamo a fare chiarezza.

Prof, cominciamo dall' inizio. È vero che in Sardegna la prova scritta fu spostata per maltempo dal 18 ottobre 2018, quando si è svolta sul resto del territorio nazionale, al 13 dicembre?

«Sì. Fu una decisione del Comune. Chi era stato assegnato alla commissione Sardegna ha avuto la possibilità di effettuare la prova posticipata».

Il 17 ottobre 2018, il giorno prima dello scritto, sul sito del ministero fu pubblicata la griglia dei criteri per le prove con allegati gli «incipit» da cui desumere gli argomenti dei cinque quesiti. È vero che la stessa griglia è stata mantenuta per la prova in Sardegna, quindi i candidati hanno avuto 57 giorni di vantaggio rispetto agli altri?

«Sì. È evidente che chi ha sostenuto la prova posticipata ha avuto qualche vantaggio».

Un sostanzioso vantaggio

«Ma certo, certo».

Secondo alcuni ricorsi la modifica dell' elenco degli ammessi all' orale, a prove già avviate, avrebbe cambiato l' assegnazione alle commissioni esaminatrici per molti candidati, tra cui la Azzolina che avrebbe dovuto essere giudicata in Veneto e non in Sardegna

In particolare secondo il consulente di alcuni ricorrenti l' introduzione di cinque aspiranti presidi il 20 e 24 maggio 2019, dimenticati «per errore», mentre non avrebbe avuto impatto sui primi 780 nomi avrebbe mutato l' assegnazione alle commissioni per i candidati fino al numero 3.800.

«Questa storia dell' inserimento dei cinque nomi in effetti mi sembra strana, va verificata».
Come si legge da più parti, Lucia Azzolina ha sostenuto anche lo scritto (voto 80,5) oltre che l' orale a Cagliari?

«Io le posso dire che ha sostenuto l' orale a Cagliari. Gli scritti noi li abbiamo corretti sulla base di codici come tutte le commissioni. Abbiamo conosciuto i candidati solo all' orale quando a un codice è stato abbinato un volto. Io non so dirle se abbiamo corretto il suo scritto».

Se Lucia Azzolina e altri fossero stati giudicati per le due prove dalla stessa commissione sarebbe un' anomalia?

«Assolutamente no. Può essere un caso. Non trovo anomalo che una candidata esaminata per lo scritto sia poi esaminata anche per l' orale dalla stessa commissione. La questione è un' altra. La ministra si deve dimettere. Punto. Vede, fino a quando non vengono pubblicati tutti i compiti, non possiamo che ipotizzare».

In un ricorso si sostiene che la sua commissione sia stata la seconda con il più alto numero di promossi allo scritto, dopo il Molise: 60%.

«Non è vero. Sono numeri sballati. Siamo stati tra i più severi: 20,33% di promossi allo scritto e 63,92% all' orale».

Lei ha assistito all' orale della Azzolina e sulla base della sua performance si è convinto che non può fare il ministro dell' Istruzione.

«Ho voluto chiarire una cosa. Nella mia esperienza - ho presieduto e fatto parte di tante commissioni - forse non ho mai incontrato candidati tanto impreparati, ho registrato strafalcioni linguistici e lacune insostenibili per chi vuole fare il dirigente scolastico».

Esempio?

«Una candidata, non la Azzolina, non capiva che cosa le venisse chiesto. Alla fine ci siamo resi conto che non aveva la più pallida idea di cosa fosse una radice quadrata. Ha dichiarato di non aver mai visto quel simbolo».

Non male per un' aspirante preside. La Azzolina?

«Ha preso insufficiente in inglese, 5 (ndr, su 12) e zero in informatica».

L' inglese maccheronico non è indice di ministro incapace altrimenti...
«Ha preso zero in informatica. Al quesito composto da più domande non ha risposto male, non ha proprio risposto. Ma conosceva le norme e l' orale è andato, informatica e inglese avevano un peso relativo nel giudizio».

Devono essere rese pubbliche le prove del concorso a dirigente scolastico?
«Ma certo. Io sono solidale con i ricorrenti. Devono essere rese pubbliche tutte le prove, a maggior ragione quelle del ministro. Come ha fatto il ministero della Giustizia per il concorso a magistrato - anche quello sub judice - che ha ritenuto di ostendere le prove. L' ostinazione e l' arroganza del ministero e della ministra all' Istruzione, malgrado le sentenze del Tar, di non consentire ai candidati e a tutti di verificare gli esiti del concorso credo siano una cosa non da Terzo ma da Quinto mondo».

La ministra potrebbe dare l' esempio pubblicando le sue prove, mettendo a tacere accuse magari, in questo momento difficile, anche interessate.

«La ministra è la negazione dell' evidenza in ogni sua azione».
In che senso?

«Come sa ho denunciato il plagio, e sto approfondendo altri aspetti. Ho contato almeno 42 passi copiati nelle sue tesi di primo e secondo livello e di abilitazione all' insegnamento per il sostegno. Non ha mai risposto se non negando l' evidenza. Stiamo parlando di una costante azione di negazione dell' evidenza, di mancata trasparenza. Lo ripeto senza problemi».

Ha già detto che secondo lei deve dimettersi: non le chiedo perché.

«Deve dimettersi o almeno dare ora garanzia di quella trasparenza che non ha mai garantito da quando si è insediata».
Come per gli altri articoli sul concorso a dirigente scolastico, la replica alla ministra Lucia Azzolina.

Credo che dopo Becciu i Papa possa e debba continuare ad allontanare  altri ormai da almeno due anni, in Vaticano lo chiamano "il ventriloquo" per la sua abitudine di presentarsi davanti ai ricchi di mezzi e poveri di spirito aprendo i suoi occhioni particolarmente ampi a causa di una disfunzione alla tiroide per intimare, con tono sempre tassativo, "il Papa mi ha detto; il Papa vuole; il Papa chiede...".

L'ultima volta che il Padre Spadaro ha avuto un breve colloquio con il Papa è stato durante il viaggio di ritorno dal Giappone, quindi più di un anno fa. Cosa confermata dalla monumentale grezza che ha preso ieri sera, durante un'intervista su TV2000, dichiarando il contrario di quello che il Papa ha detto nello spezzone dell'intervista del 2019 a Televisa, e censurato, su ordine dell'allora capo ufficio informazione e documentazione della segreteria di stato Carlo Maria Polvani, subito dopo licenziato e cacciato dal corpo diplomatico da Papa Francesco) e ora riapparso all'improvviso.
(Polvani è nientedimeno il nipote di monsignor Carlo Maria Viganò che due anni fa chiese le dimissioni del Papa con un’iniziativa clamorosa. Lo stesso Viganò, che l’aveva giurata al cardinale Bertone per la mancata porpora quando era segretario del Governatorato, è all’origine del caso Vatileaks.)

Quindi il filmato smentisce quello che Spadaro dice di sapere "dal Papa" anche perché nel 2019, all'epoca dei fatti, evidentemente o non ne era a conoscenza o ha collaborato alla censura delle parole del Pontefice.

Resta da sapere come fa Papa Francesco a non accorgersi che quasi tutti quelli che dicono di essergli vicino stanno chiaramente lavorando perché tolga il disturbo. Mentre gli attribuiscono fatti, intenzioni, volontà e pensieri che lui, uno dopo l'altro, smentisce con i fatti e con le parole...

Intervistato dal Tg2000, Padre Antonio Spadaro parla di Papa Francesco e della sua apertura nei confronti delle unioni civili tra omosessuali. Ma secondo Spadaro il Pontefice sarebbe stato travisato: “Papa Francesco parla di un diritto alla tutela legale di coppie omosessuali ma senza in nessun modo intaccare la Dottrina”.

Spadaro quindi spiega: “Il regista del film ‘Francesco’ mette insieme una serie di interviste che sono state fatte a Papa Francesco nel corso del tempo dando una grande sintesi del suo pontificato e del valore dei suoi viaggi. Tra l’altro ci sono vari brani tratti da un’intervista a Valentina Alazraki, una giornalista messicana, e all’interno di questa Papa Francesco parla di un diritto alla tutela legale di coppie omosessuali ma senza in nessun modo intaccare la Dottrina”.

“C’è anche un’altra testimonianza all’interno del film – ha aggiunto Padre Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica – in cui si dice esplicitamente che Papa Francesco non intende cambiare la Dottrina ma nello stesso tempo Papa Francesco è molto aperto alle esigenze reali della vita concreta delle persone”.

“Quindi – ha concluso Padre Spadaro a Tv2000 – non c’è niente di nuovo. Si tratta di un’intervista data già parecchio tempo fa e già passata dalla recezione della stampa. Nello stesso tempo però comprendiamo come all’interno di questo film si ribadisce l’importanza che Papa Francesco affida a parole di ascolto e tutela di persone che vivono situazioni di crisi o difficoltà. Quello che rimane e colpisce è la capacità di ascolto che Francesco dimostra”.
Le parole del pontefice

“Gli omosessuali hanno diritto ad essere parte della famiglia. Sono figli di Dio e hanno il diritto ad una famiglia. Nessuno dovrebbe essere respinto, o emarginato a causa di questo. Quello che dobbiamo fare e una legge per le unioni civili. In questo modo sono garantiti”, avrebbe detto Papa Francesco.

Quando era vescovo di Buenos Aires, ricorda l’agenzia Ap, Francesco aveva appoggiato le unioni civili per le coppie gay come una alternativa al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nonostante questo non si era mai espresso a riguardo da quanto era stato creato Papa.

Come ha riferito Paolo Rodari su Repubblica, “tra i momenti più toccanti del film, c’è la telefonata del Papa a una coppia di omosessuali. Con tre figli piccoli a carico. In risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia”

INTANTO tredici pagine per spiegare le ragioni per cui deve restare in carcere (e poi essere estradata in Vaticano) Cecilia Marogna, la 39enne cagliaritana divenuta nota come la 'dama di Becciu' per il legame fiduciario che la lega all'ex numero due della Segreteria di Stato, arrestata a Milano il 13 ottobre scorso, su mandato di cattura internazionale richiesto dall'Ufficio del Promotore di giustizia della Santa Sede.
L'Adnkronos ha potuto visionare la richiesta di convalida dell'arresto a fini estradizionali fatta pervenire al ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, dagli inquirenti vaticani. Tredici pagine, appunto, in cui la magistratura d'Oltretevere ricostruisce passo dopo passo nei dettagli il caso che sta facendo tremare le mura leonine, già messe a dura prova dallo scandalo dell'acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra.
Peculato e appropriazione indebita aggravata: sono questi i reati di cui è accusata la Marogna. Gli inquirenti vaticani contestano alla manager sarda, nella qualità di amministratrice della Logsic Doo, società con sede in Slovenia "costituita al fine di svolgere assistenza sociale non residenziale e finanziata dalla Segreteria di Stato", di essersi appropriata di 575mila euro "che le erano stati affidati in ragione delle sue funzioni utilizzandoli per acquisti voluttuari incompatibili con le finalità impresse dalla Segreteria di Stato all’atto dell’affidamento stesso" e di aver agito "con più atti esecutivi della medesima risoluzione" e "in concorso con persone allo stato ignote".

L'inchiesta, si spiega nelle carte, ha avuto origine da una segnalazione della Polizia slovena, insospettita da una serie di movimentazioni anomale registrate su due conti intestati alla Logsic Doo, la società con sede a Lubiana di cui Marogna è amministratrice. A seguito della segnalazione, gli uomini della Gendarmeria Vaticana, attraverso accertamenti bancari, hanno rilevato che i due conti correnti "risultavano alimentati da nove bonifici emessi dalla Segreteria di Stato tra il 20-12-2018 e 1’11-7-2019 per un ammontare complessivo di 575.000 euro" e che molte delle movimentazioni eseguite "riguardavano spese non compatibili con l’oggetto sociale della società".

Dalla visura camerale, infatti, era emerso che la Logsic Doo avrebbe dovuto svolgere attività di assistenza sociale non residenziale mentre dall’analisi degli estratti conto della società era emerso che le spese sostenute dalla Marogna "non avevano alcuna attinenza con le dette finalità assistenziali e umanitarie".

Inoltre, dall’analisi dei conti sono emersi oltre 120 pagamenti tra negozi come Prada, Tod’S, Hogan, Missoni, La Rinascente, Montblanc, Louis Vuitton, Maxmara, Poltronesofa, Auchan, alberghi prestigiosi (come l’Hotel Bagni nuovi di Bormio e l'Hotel Cervo in Costa Smeralda), ristoranti di lusso e, sottolineano gli inquirenti, "ulteriori approfondimenti sono in corso".

Quanto alle modalità dei pagamenti, negli atti che l'Adnkronos ha potuto visionare ci sono una serie di conversazioni via Whatsapp tra il cardinale Angelo Becciu e monsignor Alberto Perlasca, all'epoca Capo dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato vaticana.

In particolare, il 20 dicembre del 2018 Becciu (che già non era più Sostituto della Segreteria di Stato) scrive a Perlasca di inviare i soldi alla Marogna, incaricata di mediare per il Vaticano per la liberazione di una suora colombiana rapita, e di farlo suddividendo la somma in diverse tranche. "Ti ricordi questione suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi - scrive Becciu - Li inviamo però a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico: 75.000 euro intestato a 'Logsic doo'. Causale: 'voluntary contribution for a humanitarian mission'".
In un successivo messaggio, Becciu ribadisce a monsignor Perlasca la finalità che il fondo avrebbe dovuto assolvere, cioè la liberazione della suora colombiana, alludendo "anche al fatto - sottolineano gli inquirenti - che lo stesso trasferimento fosse stato preceduto dall’autorizzazione della superiore Autorità Sovrana", ossia il Papa: "Ti ricordo che ne ho riparlato con il SP e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto". Messaggio al quale, peraltro, Mons. Perlasca risponde "ok per suora" lasciando intendere di essere a conoscenza della vicenda.

Agli atti anche lo scambio di messaggi tra Perlasca e Fabrizio Tirabassi, funzionario dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato e suo stretto collaboratore, a cui Perlasca indica i bonifici da fare: “Monsignor Perlasca inoltrava il numero dell’Iban del destinatario – corrispondente al conto corrente intestato alla Logsic Doo – a Fabrizio Tirabassi”, rilevano gli inquirenti nelle carte. Peraltro, lo stesso scambio di messaggi tra Becciu e Perlasca e Perlasca e Tirabassi avviene, rilevano gli inquirenti, "anche in occasione della disposizione degli altri bonifici che hanno costituito il deposito della società Logsic doo", avvenuti tra gennaio e luglio 2019.

Questo porta gli inquirenti a concludere, "con una certezza che esclude ogni possibile ragionevole dubbio, che la Segreteria di Stato aveva versato alla Logsic doo, affidandole alla signora Cecilia Marogna, somme per finalità istituzionali".

A spingere gli inquirenti a contestare il peculato, oltre all'appropriazione indebita aggravata, a Marogna, la convinzione che la manager sarda "agì da pubblico ufficiale". In particolare, nella richiesta i magistrati della Santa Sede spiegano che "nell’ordinamento vaticano non esiste la differenza - presente invece nell’ordinamento italiano - tra incaricato di pubblico servizio e pubblico ufficiale" e che "qualsiasi persona titolare di un mandato amministrativo (oltre che legislativo o giudiziario) nello Stato, sia esso nominativo o elettivo, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, ed a prescindere dalla sua collocazione nell’ambito della organizzazione gerarchica, assume la qualifica di pubblico ufficiale".

In questo senso ritengono che la manager sarda "per l’incarico ricevuto e la natura delle attività che le erano state affidate attraverso la gestione della Logsic Doo - come visto finanziata esclusivamente con fondi erogati dalla Segreteria di Stato -, abbia rivestito la qualifica di pubblico ufficiale". Circostanza suffragata anche dalla corrispondenza intercorsa tra Becciu e monsignor Alberto Perlasca, all'epoca Capo dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato vaticana, dalla quale emerge come la Marogna "avrebbe dovuto collaborare ad una operazione delicatissima e di grande importanza, vale a dire contribuire alla liberazione di una suora colombiana, missionaria in Mali e rapita dalla città di Karangasso provincia di Bamako nel febbraio 2017, che certamente può essere considerata di natura pubblica e rientrante nella nozione di mandato amministrativo temporaneo".

Ma più di ogni altra cosa, secondo gli inquirenti, conta la dichiarazione del 17 novembre 2017 su carta intestata della Segreteria di Stato sottoscritta da Becciu in qualità di Sostituto della Segreteria di Stato, dove il cardinale attestava che "la signora Marogna presta servizio professionale come analista geopolitico e consulente relazioni esterne per la Segreteria di Stato — Sezione Affari Generali". Una "chiara investitura", secondo gli inquirenti, "implicante l’esercizio di poteri di natura pubblicistica - quale la gestione e conservazione di fondi pubblici destinati ad una finalità non certamente lucrativa - che la signora Cecilia Marogna, invece, ha svilito sfruttandolo e piegando a proprio unico favore il mandato ricevuto".
Infine, gli inquirenti, a comprova delle loro deduzioni sul mandato pubblico della Marogna, ricordano nelle carte inviate a Bonafede la Lettera Apostolica 11 luglio 2013 "in forma di Motu Proprio del Sommo Pontefice (fonte normativa vincolante) a norma del quale ogni persona titolare di un mandato amministrativo nella Santa Sede, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, qualunque sia il suo livello gerarchico, è pubblico ufficiale".

Nove bonifici in sette mesi dalla segreteria di Stato a Cecilia Marogna e 120 pagamenti presso hotel e negozi lusso da parte della donna con le somme ricevute. La prova sarebbe anche in una serie di messaggi whatsapp con cui il cardinale Angelo Becciu, numero due della segreteria vaticana, dava disposizioni a monsignor Alberto Perlasca (ex capo dell’ufficio amministrativo della segreteria di Stato) per l’invio dei fondi. È uno dei passaggi fondamentali riportati nella richiesta di convalida dell’arresto della 39enne cagliaritana sottoposta dall’ufficio del promotore di giustizia vaticana al ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, per chiederne l’estradizione in territorio vaticano.

Il 20 dicembre del 2018 Becciu (che già non era più Sostituto della Segreteria di Stato) scrive a Perlasca di inviare i soldi alla Marogna, incaricata di mediare per il Vaticano per la liberazione di una suora colombiana missionaria in Mali e rapita dalla città di Karangasso provincia di Bamako nel febbraio 2017, e di farlo suddividendo la somma in diverse tranche. «Ti ricordi questione suora colombiana? Pare che qualcosa si muova e il mediatore deve aver subito a disposizione i soldi - scrive Becciu - Li inviamo però a diverse tranche sul conto che più sotto ti indicherò. Primo bonifico: 75.000 euro intestato a “Logsic doo”. Causale: “voluntary contribution for a humanitarian mission”».

In un successivo messaggio, Becciu ribadisce a monsignor Perlasca la finalità che il fondo avrebbe dovuto assolvere, cioè la liberazione della suora colombiana, alludendo «anche al fatto - sottolineano gli inquirenti - che lo stesso trasferimento fosse stato preceduto dall’autorizzazione della superiore Autorità Sovrana», ossia il Papa: «Ti ricordo che ne ho riparlato con il SP (Santo Padre, ndr) e vuole mantenere le disposizioni già date e in gran segreto». Messaggio al quale, peraltro, Mons. Perlasca risponde «ok per suora» lasciando intendere di essere a conoscenza della vicenda.

L’indagine sulla «dama di Becciu», arrestata a Milano il 13 ottobre scorso, nasce da una segnalazione della polizia slovena su una serie di movimentazioni anomale registrate su due conti intestati alla Logsic Doo, la società con sede a Lubiana di cui la manager sarda è amministratrice.In particolare, come accertato dalle indagini della Gendarmeria Vaticana i due conti «risultavano alimentati da nove bonifici emessi dalla Segreteria di Stato tra il 20-12-2018 e 1’11-7-2019 per un ammontare complessivo di 575.000 euro» e molte di queste movimentazioni «riguardavano spese non compatibili con l’oggetto sociale della società», ufficialmente attiva nel settore della assistenza sociale non residenziale.

Le spese, come detto «non avevano alcuna attinenza con le dette finalità assistenziali e umanitarie» essendo piuttosto pagamenti presso negozi di grandi firme di moda e non solo come Prada, Tod’S, Hogan, Missoni, La Rinascente, Montblanc, Louis Vuitton, Maxmara, Poltronesofa, Auchan e poi alberghi prestigiosi (l’Hotel Bagni nuovi di Bormio e l’Hotel Cervo in Costa Smeralda), ristoranti di lusso. Ulteriori approfondimenti sono in corso.

A Marogna vengono contestati il peculato e l’appropriazione indebita proprio in virtù di quell’incarico relativo alla suora rapita. Secondo gli inquirenti vaticani, infatti, la 39 enne «agì da pubblico ufficiale» . I magistrati della Santa Sede spiegano che «nell’ordinamento vaticano non esiste la differenza - presente invece nell’ordinamento italiano - tra incaricato di pubblico servizio e pubblico ufficiale» e che «qualsiasi persona titolare di un mandato amministrativo nello Stato, assume la qualifica di pubblico ufficiale».

Agli atti anche lo scambio di messaggi tra Perlasca e Fabrizio Tirabassi, funzionario dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato e suo stretto collaboratore, a cui Perlasca indica i bonifici da fare: «Monsignor Perlasca inoltrava il numero dell’Iban del destinatario – corrispondente al conto corrente intestato alla Logsic Doo – a Fabrizio Tirabassi», rilevano gli inquirenti nelle carte. Peraltro, lo stesso scambio di messaggi tra Becciu e Perlasca e Perlasca e Tirabassi avviene, rilevano gli inquirenti, «anche in occasione della disposizione degli altri bonifici che hanno costituito il deposito della società Logsic doo», avvenuti tra gennaio e luglio 2019. Questo porta gli inquirenti a concludere, «con una certezza che esclude ogni possibile ragionevole dubbio, che la Segreteria di Stato aveva versato alla Logsic doo, affidandole alla signora Cecilia Marogna, somme per finalità istituzionali».
E sempre riguardo a Becciu, la polizia federale australiana sta esaminando evidenze di rimesse di denaro dal Vaticano all’Australia, che sarebbero legate a tentativi di influenzare sfavorevolmente il processo per pedofilia a carico del cardinale australiano George Pell, rivale dell’ex cardinale, dal quale poi è stato scagionato. L’indagine è stata avviata dopo che l’ente di controllo dei reati finanziari Australiano ha fornito informazioni alla polizia federale e a quella dello stato di Victoria.

Intanto la chiusura degli Stadi porta al primo tempo, poco più di un mese fa, Colleferro, provincia italiana. Un branco di immondi delinquenti aggredisce Willy Monteiro Duarte, 21 anni, lo massacra di botte, lo lascia per terra. Willy, purtroppo, muore. Sacrosanto sentimento di rivolta nazionale, doverosa onnipresenza della notizia su tutti i media, che però viene piegata istantaneamente in funzione del suo commento unico, prestampato, copia&incollato.

In sintesi, ed è stato davvero un secondo scempio del corpo di Willy: il ritorno del fascismo. Perché la vittima è di colore, e i carnefici erano frequentatori delle fascistissime "palestre" (non è una burla, il nesso tra il tapis ruolant e il Ventennio lo teorizzarono in coro i giornaloni, e del resto lo ha ribadito ancora recentemente Paolo Berizzi di Repubblica)
Un branco di immondi delinquenti aggredisce Giuseppe Pio D' Astolfo, 18 anni, lo massacra di botte, lo lascia per terra. Giuseppe è ricoverato in coma, prognosi tuttora riservata, condizioni gravissime. Il branco ha messo in pericolo il suo bene supremo, la vita, se alla fine se la caverà sarà soltanto perché ha avuto più fortuna, materia insondabile, del povero Willy.

La scena di violenza selvaggia, elementare e futilissima (Willy voleva difendere un amico, Giuseppe ha chiesto ai suoi picchiatori di abbassare la musica che stavano ascoltando) è analoga.

L' indignazione, la copertura mediatica, la corsa a partecipare alla seduta di terapia sociologica di massa no. Il dramma di Giuseppe è un dramma minore, un B-movie nel grande circo giornalistico e televisivo, ha un difetto irreparabile nella sceneggiatura: sono sbagliati i ruoli della storia.

Sì, perché i carnefici sono rom. Cinque, appartenenti a una stessa famiglia, tre minorenni (quello che avrebbe sferrato il pugno decisivo addirittura tredicenne), un diciottenne e un trentenne, questi ultimi con precedenti e già noti alle forze dell' ordine, come tocca troppo abitualmente annotare in casi del genere. Li hanno identificati i Carabinieri, al momento sono denunciati, per lesioni personali gravi o per concorso in tale reato, ma a piede libero.

Soprattutto, sono assenti dal resoconto, dal dibattito, dagli stessi fatti. Il Corriere della Sera ieri ha riportato in prima pagina la notizia della "baby gang delle botte al 18enne", riuscendo nell' epica impresa di non scrivere la parola "rom" né nel titolo né nell' occhiello.
Nel corso della giornata quasi tutti i siti hanno parlato di "cinque ragazzi del luogo", con procedura tipica della censura politically correct: non hanno detto il falso, hanno semplicemente omesso un elemento di notizia sgradito per le tabelle ideologiche dominanti (l' appartenenza del branco alla comunità rom, e non a un gruppo di pesisti di destra) per quanto fondamentale.

Senz' altro più saliente dei "muscoli, tatuaggi e bella vita" degli accusati del bestiale omicidio di Willy, su cui per giorni indugiarono cronisti mediocri, politici avvoltoi, psichiatri engagé come Massimo Recalcati, che arrivò a (stra)parlare di "esaltazione paramilitare e fascistoide del corpo forte e vigoroso". Nel caso di Lanciano, quindi, dovremmo tirare in ballo "l' esaltazione criminale e zingara" del corpo forte e vigoroso, o qualcosa del genere.
Ma la verità è che sul calvario di Giuseppe Pio D' Astolfo no, non si può fare sociologia. Perché si rischierebbe di evocare l' irrisolto della comunità rom, la diffusione presso di essa di pratiche criminali, l' educazione a cui sono sottoposti i suoi giovani e fin giovanissimi, che spesso coincide con l' educazione alla violenza, l' abitudine a vivere in una zona franca dalla legge. Meglio girare al largo, e applicare il vecchio teorema di Orwell riadattato alla cronaca nera: alcuni pestaggi sono meno pestaggi degli altri.

Il tema dello scorporo di Aspi io credo che si più opportuna una scissione 99,93% invece del solo 61,93%  di Aspi in favore dei soci con una successiva quotazione per cui Cdp e fondi vari possono ricomperare sul mercato a prezzi di mercato la quota che vogliono ? (se la propongono ed approvano emettero’ fattura per la consulenza) . Non e’corretto far mantenere il 38,07 % ad Atlantia per venderlo a Cdp ed altri fondi,in quanto la revoca della concessione non puo’ avvenire sino alla fine dei 3gradi di giudizio affinché sia motivato per provata inadempienza e responsabilita’ Per cui il passaggio a Cdp puo’ avvenire ad un prezzo di mercato raggiungibile solo con la quotazione corretta dello scorporo totale con assegnazione totale ai soci.
Nel Dicembre 1999 la famiglia Benetton, assieme ad altri soggetti, acquisisce con 2,5 miliardi di euro il 30 per cento del capitale del Gruppo Autostrade dall’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale, controllata dello Stato), che ha avviato il processo di privatizzazione della società.

Mentre nel gennaio 2003 parte l’offerta pubblica di acquisto del resto del Gruppo Autostrade da parte della famiglia Benetton. Poche settimane dopo l’esito è il controllo della maggioranza delle azioni da parte dei Benetton. Nel corso dell’anno nasce Autostrade per l’Italia controllata al 100 per cento da Autostrade spa, oggi Atlantia. Grazie ai forti incassi dovuti ai pedaggi e all’aumento del traffico la proprietà compensa i costi dell’investimento in pochi anni.

Quel piano di concessioni della rete viaria a pedaggio da parte della società statale ANAS ad Autostrade per l’Italia spa, approvato dal Governo D’Alema nel 1999, vide la gestazione già nel 1996 durante il Governo del premier Romano Prodi, ex presidente IRI, nel quale Giovanni Maria Flick era Ministro di Grazia e Giustizia e lo stesso dottor Cozzi, dal 1996 al 1998, fu direttore dell’Ufficio rapporti con il Parlamento nel Gabinetto di tale Dicastero.

La privatizzazione autostradale fu partorita quindi dai governi di centrosinistra ma poi avallata da quelli di centrodestra con il famoso emendamento “Salva Benetton” del Governo Berlusconi nel 2008 (appoggiato dal’attuale leader della Lega Matteo Salvini) che prorogò la concessione con clausole ritenute più favorevoli ad ASPI, come il prolungamento incondinzionato della gestione autostradale.

Nonostante questo delicato contesto di interessi politici “bipartisan” pro-Benetton, l’alto profilo morale e professionale del procuratore di Genova ci induce a ritenere che non continuerà a non avere timori reverenziali nel perentorio prosieguo dell’attività requirente.

Cio è gia stato confermato dal cosiddetta “inchiesta bis” aperta dal dottor Cozzi su altri cinque viadotti tra cui il Paolillo in Puglia, il Pecetti e il Sei Luci a Genova, il Moro in A14 e il Gargassa in A26, in cui il procuratore genovese ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per funzionari e dirigenti delle società ASPI e SPEA controllate dai Benetton.

Secondo la Guardia di Finanza di Genova, il gruppo avrebbe «edulcorato» le relazioni sullo stato dei viadotti controllati. Per l’accusa, in certi casi, i report erano quasi routinari e quindi non corrispondenti alla realtà. Anche dirigenti e manager sarebbero stati a conoscenza dei controlli che sarebbero stati falsificati, come risulta anche dall’impiego di “jammer”, i disturbatori di frequenza utilizzati da dirigenti e funzionari per evitare le intercettazioni…

Secondo la Guardia di Finanza di Genova, il gruppo avrebbe «edulcorato» le relazioni sullo stato dei viadotti controllati. Per l’accusa, in certi casi, i report erano quasi routinari e quindi non corrispondenti alla realtà. Anche dirigenti e manager sarebbero stati a conoscenza dei controlli che sarebbero stati falsificati, come risulta anche dall’impiego di “jammer”, i disturbatori di frequenza utilizzati da dirigenti e funzionari per evitare le intercettazioni…

Nell’ormai lontanissimo 9 ottobre del 1963, infatti, 1917 abitanti di Longarone e dintorni morirono travolti da uno tsunami d’acqua generato da una frana del monte Toc dentro la pericolosa diga sul fiume Vajont che scorre tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. La vicenda è tornata d’attualità nel terzo millennio grazie al film capolavoro di Renzo Martinelli “Vajont, La diga del disonore” (2001) basato sulle numerose inchieste realizzate dalla giornalista Tina Merlin.

https://www.youtube.com/watch?v=imVSM47sZ88

Per quell’immane strage annunciata, come il crollo del Viadotto Polcevera a Genova, solo otto ann dopo, tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolse a Roma il Processo davanti alla Corte di Cassazione, nel quale gli ingegneri Alberico Biadene e Francesco Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono, nonostante Biadene fosse svanito nel nulla all’indomani del disastro sfuggendo a un mandato di cattura. In primo grado la pubblica accusa aveva chiesto 21 anni di carcere.

Soltanto nel 1997, ovvero 34 anni dopo, il Tribunale Civile e Penale di Belluno condannò la Montedison, società in cui è confluita la SADE, a risarcire le vittime con oltre 56 miliardi di vecchie lire (circa 29milioni a vittima), mente in altro processo intimò all’ENEL il risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni a 1,5 miliardi di lire.

Nel frattempo però un protagonista di quel lungo e controverso processo aveva fatto una luminosa carriera: il capo del collegio degli avvocati di difesa della società SADE, l’avvocato Giovanni Leone, infatti, era stato eletto VI Presidente della Repubblica Italiana ed era rimasto al Quirinale dal 29 dicembre 1971 al 15 giugno 1978, ovviamente assumendo anche la carica di diritto di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura…

Io credo che le responsabilita' della gestione di Autostrade sia in massima parte di Castellucci con cui ho discusso anche della tragedia del crollo del Ponte Morandi, ottenendone il massimo menefreghismo. Castellucci e stato non solo licenziato ma non ha ottenuto per ora solo il prima quarto dei 10 milioni pattuiti.

E' un segnale .

Cordiali saluti

marcobava

 

www.marcobava.it

TO.22.10.20

Signora
Vicepresidente esecutiva del Consiglio Europeo
Margrethe Vestager

Signori

Presidente della Repubblica italiana

Presidente del Consiglio italiano

SIAMO VITTIME DI UNA GUERRA BATTERIOLOGICA VERA E PROPRIA CHE SI PUO' RISOLVERE SOLO CON L'EMBARGO CINESE.

L'Australia lancia l'allarme spionaggio. «È più intenso oggi che negli anni della Guerra Fredda», ha detto in Parlamento a Canberra il numero uno dei servizi segreti australiani, ma il vero protagonista di questo preoccupante attivismo contro i cittadini e gli interessi nazionali non è più come un tempo Mosca: oggi è la Cina di Xi Jinping.

Bersaglio preferito sono i politici, attraverso lo spionaggio e la corruzione, con donazioni e investimenti generosi ma interessati: l'obiettivo finale è arrivare a condizionare il processo decisionale del Paese. Metodi usati anche con i media e le università australiani. Ci sono poi intimidazioni e minacce sugli studenti di Hong Kong in Australia e contro gli esuli di etnia uigura, oggetto di persecuzioni feroci in patria.

Mentre continua in tutto il mondo la battaglia per la nuova rete 5G che vede sospetto protagonista il colosso cinese Huawei (ieri la Svezia ha deciso di estrometterlo dalle gare), ci sono diverse ragioni per cui un Paese così remoto come l'Australia si trova al centro delle indesiderate interferenze del regime comunista di Pechino.

Una è certamente la sua appartenenza alla cosiddetta Five Eyes Alliance, la «Alleanza dei cinque occhi» per la condivisione dell'intelligence che riunisce lo zoccolo più duro dello schieramento occidentale: Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e appunto Australia.

Logico che Pechino cerchi di penetrare i preziosi segreti americani anche passando dall'Oceania. Un'altra ragione è di natura geostrategica: sia pure con qualche distinguo, Canberra fa parte di uno schieramento internazionale che reagisce alla minaccia dell'espansionismo cinese nel sud e sud-est asiatico creando d'intesa con gli Stati Uniti una sorta di barriera anche militare che va dall'India al Giappone, passando da Singapore, Vietnam, Filippine e Taiwan.
Va infine ricordato che la Cina è sempre più impegnata a conquistare posizioni strategiche nel Pacifico, un'area dove vastissime porzioni di oceano sono nelle mani di Repubbliche minuscole che tradizionalmente hanno buoni rapporti col gigante australiano. È questa una regione dove Pechino gioca anche una partita spietata contro Taiwan, che qui può contare sull'amicizia di alcuni dei pochissimi Paesi al mondo che ancora scelgono di mantenere relazioni diplomatiche con Taipei invece che con il colosso rosso cinese.

La Cina usa armi diverse per portare dalla propria parte Paesi come Kiribati o le Isole Salomone, inducendole a espellere i diplomatici taiwanesi per far posto ai propri: di solito offre a questi Stati molto poveri cospicui finanziamenti in cambio di contratti per la pesca oceanica e dell'installazione di strutture che possono essere convertite a uso militare.

Ma in alcuni casi lo ha fatto senza successo con la piccola Repubblica di Palau cerca anche di ricattarli economicamente, vietando ai cittadini cinesi di recarsi per turismo nei Paesi di cui intende prendere il controllo. Così chiude il principale rubinetto di valuta estera per Paesi altrimenti costretti a sopravvivere vendendo pesce e noci di cocco.

Lo stile sfoggiato dai cinesi in Oceania è spesso brutalmente colonialistico. A Kiribati, pochi mesi fa, l'arrivo dell'ambasciatore cinese è stato salutato con una cerimonia che avrebbe fatto gridare allo scandalo se fosse stata tenuta per un rappresentante occidentale: il diplomatico ha camminato sui corpi di decine di persone prostrate a terra in segno di sottomissione fino all'ingresso in ambasciata.

Non arrivano buone notizie dagli Stati Uniti e in particolare da Michael T. Osterholm, cioè uno degli epidemiologi più acclamati al mondo. Lo scienziato ha infatti avvertito che i prossimi tre mesi potrebbero essere “i più oscuri della pandemia”. La sua è una previsione che va per forza di cose tenuta in considerazione, visto che lo stesso Osterholm che nel 2017 aveva predetto la pandemia di Covid-19 nel suo libro "La minaccia più letale".

Le parole dell'epidemiologo

Pur riconoscendo che ci siano "vaccini e terapie in arrivo", infatti, l'esperto in un'intervista rilasciata al programma della NBC "Meet the Press" avverte che ci sia ancora molta strada da fare e che "le prossime sei o dodici settimane saranno le più buie dell'intera pandemia. I vaccini non saranno disponibili in modo significativo fino all'inizio del terzo trimestre del prossimo anno".
Dall'inizio della pandemia gli Stati Uniti sono diventati uno dei territori più colpiti dal Coronavirus, con oltre 8 milioni di infezioni e 220.000 decessi in totale. E secondo quanto spiegato dall'epidemiologo la situazione è destinata a peggiorare, tanto da "battere il record di contagiati da qui a Natale".

l coprifuoco? “Una parola che mi ricorda i tempi della guerra. Forse però serve perché fa effetto sulle persone, questo problema bisogna affrontarlo seriamente: mi fa male non poter abbracciare i miei nipotini, mi mancano, ma speriamo di dover aspettare ancora solo qualche mese”.

A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Piero Angela, probabilmente il più grande divulgatore della tv italiana. Il premier Giuseppe Conte ha chiesto a Fedez e Chiara Ferragni di sensibilizzare i giovani sui social all'uso della mascherina.
Ha fatto bene a coinvolgerli? “Si, ha fatto bene secondo me. Bisogna sempre tenere a mente di fare tre cose: indossare la mascherina, mantenere le distanze e disinfettarsi le mani”.

A lei cosa è mancato di più durante il lockdown? “Diciamo che io sto già molto spesso a casa. Durante il lockdown però mi è rimasto dentro il non esser riuscito ad andare ad abbracciare un amico che stava morendo, né il poter partecipare, poi, al suo funerale”, ha detto Angela a Rai Radio1.

Basta con i virologi del lockdown dietro l'angolo che pero' non ci dicono da dove e come arriva il virus .Chi vuole il lockdown?

Il Pd, che rappresenta i ceti medi impiegatizi. Per loro c’è lo smartworking. Possono lavorare da casa. Se poi va male, c’è la cassa integrazione. La ex classe lavoratrice è rappresentata dal M5s, dalla Lega e Fdi. Gli operai non si possono portare le macchine a casa. Baristi, camerieri, tutta la massa del terziario post moderno e delle partite Iva, o lavorano o per loro c’è la disoccupazione.

Landini che, qualunque sia la vostra posizione, è fra i più intelligenti di tutti, sta ben zitto, pensa al blocco dei licenziamenti. Ma sa che è una prospettiva di pochi mesi. I giovani, precari inclusi, vogliono uscire, e soprattutto hanno bisogno di lavorare.
I politici dicono di pensare ai giovani ma in realtà pensano ai voti. Allora i giornali strombazzano misure da operetta, come il coprifuoco dopo mezzanotte, quando in giro non ci sono nemmeno i gatti. O la chiusura di piscine (dipendenti pubblici) e palestre, anello debole della catena elettorale.
Conte è bravo nello slalom. Così fanno gli altri in Europa: Irlanda, Spagna. Gli inglesi cercano di imitare gli americani, ma sono europei e gli manca quella spietatezza.

LANDINI CHIEDE DI BLOCCARE I LICENZIAMENTI FINO AL 21 MARZO

https://www.repubblica.it/economia/2020/10/21/news/licenziamenti_landini_chiede_il_blocco_fino_alla_primavera-271299139/

Il blocco dei licenziamenti deve essere prorogato sino almeno al 21 marzo per "avere il tempo", nel frattempo di discutere "una vera riforma degli ammortizzatori sociali".

E' l'asticella fissata dal segretario dellla Cgil, Maurizio Landini, a Radio Anch'io nella giornata in cui è previsto un vertice tra governo e sindacati, e poi Confindustria, sul tema del prolungamento degli ammortizzatori sociali e della rimodulazione dello stop ai licenziamenti.

"La posizione dei sindacati è chiara: finchè dura l'emergenza, occorre proteggere il lavoro e le imprese. E' necessario", ha sottolineato Landini, "prorogare per almeno 18 settimane il sostegno Covid e, in questo periodo, bloccare i licenziamenti. Bisogna coprire tutto quest'anno e arrivare fino a primavera per darci il tempo, nel frattempo, di discutere una vera riforma degli ammortizzatori sociali".

In che modo riformarli? "C'è un sistema di ammortizzatori sociali che non funziona - ha detto Landini - Voglio arrivare ad un sistema di tutele che affronti il problema non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle partite Iva, del lavoro autonomo. Quindi diamoci il tempo di poter fare questa discussione. Siamo in un'emergenza in cui, giustamente, si danno finanziamenti alle imprese, decontribuzioni: e allora per quale motivo l'emergenza dovrebbe aprire ai licenziamenti? Se è emergenza, vale per tutti".

Il ministro Gualtieri ha spiegato nei giorni scorsi che con un decreto anticipatore della Manovra verrà estesa alla fine dell'anno la cassa integrazione per le aziende che termineranno a metà novembre gli ammortizzatori rifinanziati per l'ultima volta col dl Agosto. Di pari passo dovrebbe andare il blocco dei licenziamenti, come rivisto sempre dal dl Agosto.

La vera partita è per il 2021, quando entreranno in gioco i 5 miliardi postati nella Manovra per allungare ancora gli ammortizzatori sociali (si parla di altre 18 settimane con la conferma del meccanismo che prevede la contribuzione da parte di chi ha subito una perdita di fatturato inferiore al -20%, o di operare una selezione in base ai settori di appartenenza).

In parallelo, dovrebbero cambiare di nuovo le regole del blocco ai licenziamenti per tornare gradualmente verso la normalità. Una delle ipotesi indicate è differenziare tra licenziamenti collettivi - che resterebbero vietati per chi sfrutta gli ammortizzatori o l'esonero contributivo - e individuali, che potrebbero tornare liberalizzati (secondo il Messaggero, in cambio di un contributo per le politiche attive).
"Abbiamo un incontro questa sera con i ministri Gualtieri e Catalfo proprio a partire dalla manovra fatta e dal tema dei licenziamenti. Per noi finché dura l'emergenza occorre fare quello che è stato fatto quest'anno e cioè proteggere il lavoro e l'impresa e quindi prorogare almeno di 18 settimane il trattamento Covid e il blocco dei licenziamenti.

Bisogna coprire da metà novembre fino al 21 di marzo - ha ribadito Landini sulla partita - Il nostro paese va protetto e abbiamo bisogno di tutti. Il licenziamento è un dramma. C'è bisogno di più dialogo e coinvolgimento. I ritardi sono frutto del dialogo interrotto ad un certo punto negli ultimi mesi. Si è parlato per mesi del Mes e non di come e dove investire i soldi".

Nelle stazioni dove sono in corso lavori straordinari di manutenzione delle scale o di prolungamento già prima di salire a bordo si sperimentano assembramenti in entrata e in uscita, tra spintoni e manate.

È il caso della metro C San Giovanni, dove ieri mattina, intorno alle 8,30, una fiumana di gente si è riversata all'ingresso della stazione. E una volta raggiunto il sottosuolo, risalire in superficie è stato ulteriormente complicato.

Inoltre il coprifuoco che imporrà in Lombardia la chiusura delle attività dalle 23 alle 5, rappresenterà una nuova batosta per l'economia, già fiaccata dalla prima fase pandemica. A lanciare l'allarme sono le associazioni di commercianti. Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, ieri non ha usato mezzi termini parlando al sito Imprese e Lavoro, che si occupa di economia lombarda: «Il provvedimento del quale abbiamo avuto notizia comporta danni notevoli per le attività dei pubblici esercizi, da quelle della ristorazione ai bar serali. In più comporta un danno notevole per le strutture di vendita di medie dimensioni del settore non alimentare».

I numeri snocciolati da Barbieri non lasciano presagire nulla di buono. «A Milano ci sono circa 9.000 attività di somministrazione, quelle serali fino alle 3 di notte (i classici locali della movida) sono circa 2.000 e la chiusura alle 23 comporterebbe una perdita mensile di 31 milioni di euro solo a Milano. Mentre per le attività di ristorazione, che sono circa 2.000, la chiusura alle 23 farebbe un danno di 10,4 milioni di euro.

La chiusura delle grandi strutture non alimentari il sabato e la domenica - a Milano sono 19 - cuba il 40% del volume d'affari mensile, cioè meno 13 milioni. Nelle medie strutture di vendita non alimentari, che a Milano sono circa 760, la perdita è di 59 milioni di euro mensili».

Come sottolinea Barbieri, «se si pensa di risolvere l'emergenza chiudendo tutto bisogna sapere che l'economia milanese vale il 10% del Pil nazionale, mentre quella lombarda pesa il 22%». Insieme a Confcommercio, sono sul piede di guerra le imprese associate al Consiglio nazionale centri commerciali, Confimprese, Federdistribuzione e Fipe.

Secondo la Federazione italiana pubblici esercizi si tratta di un provvedimento che su scala regionale «da un punto di vista meramente contabile manderebbe in fumo 44 milioni di euro al giorno e 1,3 miliardi in un solo mese. Una perdita enorme che andrebbe ad appesantire un bilancio già abbastanza tragico, se consideriamo che le stime di perdita di fatturato sul 2020 vedono un calo di ben 26 miliardi di euro».

Naturalmente, alla perdita di fatturato segue anche la preoccupazione per il mantenimento dei posti di lavoro. Come spiega Roberto Zoia, presidente del Consiglio nazionale dei centri commerciali, «una nuova chiusura dei centri commerciali in Lombardia durante i weekend, che rappresentano il maggior introito - ossia circa il 20-30% del fatturato settimanale - e vedono il maggior livello di occupati, rischierebbe di porre un brusco freno a questo graduale percorso di recupero e mettere definitivamente in ginocchio un numero importante di attività in affanno ormai da mesi, generando una situazione drammatica dal punto di vista occupazionale».

E prosegue: «Si tratta di una proposta che ci preoccupa enormemente, considerato che proprio la Lombardia rappresenta almeno il 20% dei circa 140 miliardi di euro di fatturato che l'intero settore dei centri commerciali, incluso l'indotto, realizza annualmente nel territorio nazionale con 783.000 posti di lavoro». Il problema è che, almeno per il momento, si parla solo di coprifuoco senza che nessuno discuta di eventuali aiuti per le imprese, i cui bilanci verranno ancora una volta danneggiati.

Con la chiusura notturna delle attività gli imprenditori del turismo, della ristorazione, dei centri commerciali chiedono a gran voce un aiuto concreto da parte delle istituzioni.«Invece di studiare nuove misure restrittive per impedire solo alle imprese del nostro settore di lavorare», recita una nota della Fipe, «il governo si impegni a garantire i contributi a fondo perduto promessi ai pubblici esercizi, che nel 2020 faranno registrare una flessione complessiva dei fatturati di oltre 26 miliardi di euro.

Non possiamo accettare nuove inutili restrizioni e, come federazione, siamo pronti a intraprendere ogni iniziativa necessaria a tutelare 1,3 milioni di lavoratori e 340.000 imprenditori di un settore che genera ogni anno 46 miliardi di valore aggiunto, di cui 20 di acquisti di prodotti agroalimentari».

Con questi numeri, il Fondo ristorazione (del valore di 600 milioni di euro) messo in piedi con il dl agosto servirà a poco o nulla. In attesa che il provvedimento venga emanato dal ministero del Tesoro stabilendo criteri, i requisiti e le modalità di erogazione del contributo, le aziende lombarde aumentano ancora di più le loro difficoltà e i 600 milioni potrebbero non bastare a venire incontro alle richieste dei ristoratori lombardi - da domani messi ancora sotto torchio - e italiani, che hanno già dovuto dire addio al fatturato di febbraio, marzo e aprile.
Il contributo per ciascun beneficiario potrà variare da un minimo di 1.000 euro fino a un massimo di 10.000 euro, al netto dell'Iva. Ben poca cosa rispetto ai danni che le aziende di molti settori subiranno ancora a partire da giovedì 22 fino al prossimo 13 novembre.

Basta con lo spreco del denaro europeo per il collegamento sullo stretto di Messina per agevolare il passaggio degli immigrati come vorrebbe Salvini.

La seconda ondata del Coronavirus porta con sé una serie di misure restrittive destinate ad aggravare ulteriormente la recessione nel 2020 e a frenare la ripresa nel 2021. Per rilanciare le economie europee basteranno i 750 miliardi del Recovery Fund approvati a luglio, in un periodo in cui il peggio sembrava ormai alle spalle? «Se necessario siamo pronti a reagire con nuove proposte» assicura Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea.

Ma ora, dice, l'importante è far partire al più presto il «vecchio» piano: Bruxelles spera di poter erogare i primi fondi «entro la fine della primavera», ma è necessario che l'iter legislativo si concluda al più presto.

E al momento i negoziati sono in fase di stallo. L'ex premier lettone ha appena allargato la sua sfera d'influenza con la delega al Commercio, che lo porterà a gestire la disputa Airbus-Boeing con l'amministrazione Usa. Nel frattempo, però, continua a occuparsi con Paolo Gentiloni dei dossier economici interni: dal Recovery Fund alla tanto attesa riforma del Patto di Stabilità.

Secondo Dombrovskis ci vorrà «molto tempo» per riscrivere le regole sui conti pubblici, ma quelle vecchie - avverte - non potranno rimanere sospese in eterno e torneranno in vigore appena possibile.

Nelle prossime settimane presenterete le previsioni economiche autunnali: ci sarà una netta revisione al ribasso?

«Quelle precedenti erano basate sul fatto che le misure restrittive sarebbero state applicate soltanto nella prima parte dell'anno. Ma purtroppo stiamo vedendo che non è così: c'è una seconda ondata, gli Stati stanno reintroducendo misure restrittive e questo certamente si rifletterà nelle nostre previsioni. Ci sarà certamente un effetto».

Quali sono i primi segnali?

«Il quadro è complesso, non è tutto a tinte fosche. Per esempio, in termini di occupazione la situazione non è così negativa come ci aspettavamo all'inizio. A livello economico probabilmente ci sono segnali positivi sul terzo trimestre, anche se devono essere ancora confermati. Ma al tempo stesso la situazione sanitaria si sta deteriorando e questo avrà un effetto».

I 750 miliardi del Recovery Fund sono frutto di un'analisi sulle esigenze economiche fatta nella scorsa primavera: c'è il rischio che si rivelino insufficienti? Servirà un Recovery Fund 2. 0?

«La priorità in questo momento è far partire il piano. Perché bisogna ancora finalizzare il processo legislativo, ratificare la decisione in tutti i parlamenti nazionali, i governi devono ancora disegnare i loro piani nazionali Stiamo parlando di un pacchetto considerevole: 1.800 miliardi tra il bilancio Ue e il piano Next Generation Eu. Per questo è importante che i soldi arrivino alle economie. Certamente continuiamo a monitorare la situazione da vicino e restiamo pronti a reagire con nuove proposte, se necessario».

Quando arriveranno i primi fondi? I governi dovranno aspettare fino alla prossima estate o c'è ancora qualche speranza di vederli in primavera?

«Noi speriamo di essere in grado di erogare i fondi nella prima parte del 2021, entro la fine della primavera. Ma per far sì che ciò accada è importante che il processo legislativo si concluda. Per questo faccio appello al Consiglio e al Parlamento Ue affinché si arrivi a un accordo rapidamente: l'economia Ue ne ha bisogno. Sollecito poi i governi a ratificare la decisione. Il tempo stringe: prima arriveranno i soldi e meglio sarà per le nostre economie».

Nel frattempo cosa possono fare i governi che hanno bisogno di fondi?
«Il Recovery Fund arriva dopo altre misure decise per una risposta immediata alla crisi: Sure, il fondo della Bei, l'iniziativa per riprogrammare i fondi Ue e il Mes. Si tratta di strumenti già a disposizione, pronti ad aiutare gli Stati.

La linea di credito del Mes è fatta su misura per questa crisi. Non ci sono condizionalità e l'unico prerequisito è che i soldi siano usati per spese sanitarie dirette e indirette. Spetta ai singoli governi dell'Eurozona decidere se utilizzarla: in caso di necessità, i soldi sono già a disposizione».

Nel frattempo restano sospese le regole del Patto di Stabilità: è preoccupato dall'aumento esponenziale dei deficit e dei debiti pubblici?

«È importante che le misure di sostegno all'economia siano mirate e temporanee proprio per evitare una situazione in cui le traiettorie fiscali post-crisi diventino insostenibili. Dobbiamo bilanciare con attenzione l'esigenza di politiche per superare la crisi con la necessità di assicurare sostenibilità di bilancio a medio-termine, riducendo i deficit e i debiti».

Passata la crisi, andrà riformato il Patto di Stabilità: la regola del 60% ha i giorni contati?

«La revisione delle regole è in corso. C'è una consultazione pubblica, al termine della quale ci torneremo a confrontare per vedere che tipo di aggiustamenti saranno necessari. Ma in ogni caso non cambieranno quelli che sono i nostri obiettivi: supportare le politiche di bilancio e garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche».
Le regole dell'attuale Patto di Stabilità resteranno sospese fino a quando non sarà completata la riforma?

«Trovare un consenso sulla riforma richiederà molto tempo. Fino a quando non ci sarà un'intesa sulle nuove regole, continueremo ad applicare quelle vecchie. Credo che questo sia molto chiaro. La clausola che sospende il Patto può rimanere attiva solo fino a quando c'è una grave recessione nell'intera Ue».

Ecco perche' occorre vincolare i fondi europei a progetti di sviluppo vero continuando con il rigore che Lei ha avuto nei confronti dei grandi gruppi.

Estratto dell’articolo di Federico Rampini per “la Repubblica”
(…) Il Dipartimento di Giustizia - che ha funzioni di autorità antitrust negli Stati Uniti - non contesta la bravura di chi ha costruito un'azienda così innovativa, ma sostiene che una parte del gigantesco fatturato pubblicitario viene spesa da Google per erigere robuste barriere contro chiunque si azzardi a farle concorrenza.

L'annuncio del ministero, che equivale all'incriminazione dopo un'istruttoria e apre un procedimento giudiziario, segna la più formidabile offensiva dell'antitrust Usa nel terzo millennio: l'ultimo precedente di queste dimensioni colpì Microsoft nel 1998, lo stesso anno in cui Google muoveva i suoi primi passi come una start-up.

L'attacco sferrato da Washington è potenzialmente molto più grave rispetto ai contenziosi che Google ha avuto con la Commissione europea di Bruxelles, per lo più risolti a colpi di multe che non hanno mai intaccato un'azienda la cui liquidità immediata vale 120 miliardi di dollari. Se vittoriosa, l'offensiva antimonopolistica costringerebbe Google a cambiamenti strutturali, nei suoi comportamenti.
Al centro delle accuse ci sono i metodi usati da Google per rimanere il "gatekeeper" o "guardiano d'ingresso" delle nostre attività in Rete. In particolare, gli accordi miliardari con i produttori di smartphone, grazie ai quali Google viene installato come il motore di ricerca "per default", in automatico. Con Apple per esempio questo accordo prevede il pagamento di 10 miliardi di dollari all'anno.
(…) Lo stesso vale per il software Android installato su molte altre marche di telefonini, anche lì solitamente il motore di ricerca Google è in dotazione fin dalla produzione e l'utente automaticamente tende ad affidarsi a quello.

Altre pratiche anti-concorrenziali riguardano la raccolta della pubblicità digitale, pure quello un mercato dominato da Google. Nelle ricerche online compiute dagli utenti americani, l'80% transita sul motore Google. Nella pubblicità, Google e Facebook catturano il 59%, con una netta prevalenza della prima. Perfino come browser per navigare su Internet da computer e tablet, il Chrome di Google è dominante con il 65% degli utilizzi.
La prima risposta dell'azienda californiana è stata affidata al capo del suo ufficio legale, Kent Walker, che ha dichiarato: «La gente usa Google perché sceglie di farlo, non perché sia obbligata o non abbia alternative. Paghiamo per promuovere i nostri servizi, così come una marca di cereali paga il supermercato perché il suo prodotto sia piazzato in uno scaffale ben visibile».

L'argomento è dibattuto da ben più di vent' anni. Fin dagli albori dell'economia digitale - quando la presenza dominante fu Microsoft - molti esperti hanno denunciato lo stesso trend: coloro che esordirono come dei giovani idealisti e innovatori, animati dalla passione di creare, una volta edificati dei giganti hanno cercato di circondarli da robuste barriere, grandi muraglie contro i futuri sfidanti.

Vale per Larry Page e Sergey Brin, anche se i due fondatori di Google hanno lasciato il comando a un manager di origine indiana, Sundar Pichai. L'annuncio dell'offensiva antitrust è arrivato a due settimane dall'elezione presidenziale. Donald Trump aveva promesso di fare qualcosa contro lo strapotere di Big Tech, un mondo di iper-capitalisti molto più grossi di lui e prevalentemente progressisti (come si vede nelle recenti iniziative di vigilanza o censura contro le fake- news).

Però l'insofferenza verso i nuovi monopolisti cresce da tempo anche a sinistra(…).

Inoltre nel paese non si può più continuare a fare assistenzialismo ma lavori socialmente utili  anche con la manovra da poco vistata dal Consiglio dei ministri prevede per la cassa integrazione 5 miliardi. Con un piccolo trucco. Non specifica, infatti, che almeno 4 sono frutto delle minori spese sostenute da febbraio in avanti. E soltanto 1 miliardo proviene dal nuovo bilancio 2021. Ciò significa da un lato che le minori spese possono essere messe a copertura retroattiva per ulteriore cassa integrazione, dall'altro che lo schema previsto dal decreto Agosto non cambia. Tradotto, dal prossimo 16 novembre le aziende che avranno utilizzato l'intero pacchetto di ammortizzatori richiesto e non faranno ulteriore domanda potranno avviare le pratiche per i licenziamenti collettivi o individuali.

Le aziende che non hanno mai usato la Cig dovranno invece attendere il primo gennaio 2021 per valutare eventuali scissioni di contratto. Mentre nel complesso con l'avvio del 2021 si tornerà alle vecchie regole del mercato. No licenziamenti se si utilizza la Cig. Sì ai licenziamenti collettivi o individuali per tutte le altre aziende nei limiti del codice civile e dei contratti. Ribadirlo può sembrare sciocco. In realtà, nonostante le proteste di sigle sindacali come la Uil o la Cgil, il ritorno alla normalità permetterà dopo la fine della crisi da Covid una ripartenza più veloce.

Il problema adesso però sono le tempistiche con cui il governo si appresta a gestire le dinamiche del mondo del lavoro.Abbiamo sempre sostenuto che il divieto di licenziamento o la cassa integrazione forzata fossero un doping dannoso. Non abbiamo cambiato idea. Solo che sbloccare i licenziamenti in concomitanza con un nuovo lockdown economico (il coprifuoco alle 22 o alle 23 causerà immani danni alla ristorazione e al mondo dell'horeca - hotellerie-restaurant-café). Vorrebbe dire tagliare artatamente i fatturati e allo stesso tempo «suggerire» l'alleggerimento del costo del lavoro. Forse anche per questo, di fronte alle proteste dei sindacati, il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, si è detto disponibile a mettere nuovamente mano alle norme.
«Stiamo valutando come collegare la cassa Covid al regime sui licenziamenti», ha detto. «Abbiamo introdotto il divieto che con l'estensione della cassa prorogheremo fino alla fine dell'anno e stiamo valutando insieme ai sindacati delle modalità per garantire anche nella fase di emergenza una adeguata tutela», ha aggiunto ribadendo che «in ogni caso tutte le imprese che useranno la cassa Covid non potranno licenziare». In realtà, il conto alla rovescia è già partito. O il governo farà un nuovo decreto per prorogare il divieto di licenziamento e al tempo stesso destinare quei 4 miliardi su 5 in gran parte al 2020 altrimenti tutto tornerà come prima del lockdown di marzo.

L'effetto collaterale che i fondi per il 2021 si ridurranno drasticamente e come tutte le coperte corte lasceranno scoperto qualcosa. «Non vogliamo chiedere la proroga del divieto», spiega a La Verità, Paolo Capone segretario Ugl, «per noi è una droga pericolosa che può fare danni, vorremmo però sapere che cosa succederà dopo». Il riferimento è in ogni caso alla prossima primavera. L'Ugl stima che da quando tornerà la possibilità di licenziare si troveranno a rischio 850.000 lavoratori. La Cgil prevede che possano essere addirittura un milione i probabili licenziamenti. «Temiamo», prosegue Capone, «che a quel punto i fondi per la Naspi non siano sufficienti. Su questo tutte le sigle vorrebbero avere rassicurazioni politiche che invece non stiamo ricevendo». Il motivo per cui non arrivano non è poi così difficile da comprendere. Sta tutto nel falso ottimismo su cui si basa la manovra. Se Giuseppe Conte dovesse ammettere che il 2021 sarà funestato da richieste di Naspi, sarebbe costretto a smontare il calcolo di rilancio del Pil che a sua volta permette di inserire nei file excel (inviati a Bruxelles) percentuali di gettito fittizio. Basti vedere che nel documento programmatico di bilancio, i giallorossi mettono a copertura per il 2022 ben 12,9 miliardi e per il 2023 circa 7 miliardi con la voce «retroazione fiscale». In pratica si aspettano che l'economia, grazie ai progetti (al momento fantasma) finanziati dall'Ue, crescerà e quindi gli italiani guadagneranno più soldi e poi pagheranno più tasse.
Premesso che - con la stessa logica - se si tagliano le tasse e da ciò deriva una maggiore crescita economica, allora si dovrebbe poter usare quello stesso extragettito a copertura finanziaria. Invece è proibito. Ma soprattutto sono i numeri così elevati a essere incomprensibili. «Uno dei pochi precedenti che si ricordano di valorizzazione degli effetti di retroazione come strumento di copertura è la legge di bilancio per il 2017 (ultima del governo Renzi), nell'ambito della quale fu ammessa la valorizzazione nella misura di 350 milioni di euro sul 2017, 1,05 miliardi di euro nel 2018 e 2,2 miliardi di euro nel 2019», spiega Enrico Zanetti, già vice ministro dell'Economia.

«Quanto basta per capire che la stima dei giallorossi, merita l'aggettivazione "stupefacente" e impone più di qualche domanda e approfondimento», conclude Zanetti. Purtroppo l'onda lunga del Covid, l'imposizione dei coprifuoco e le stime di licenziamenti nel 2021 non consentiranno al nostro Pil di salire nemmeno se arrivassero in tempo i soldi del Recovery fund. Quindi nel 2022 ci saranno quasi 13 miliardi di tasse in più da versare.

Intanto il modello argentino e' sempre piu' vicino nonostante la "quarantena più lunga del mondo", le restrizioni durano da 31 settimane, l'Argentina è il Paese dove oggi il coronavirus viaggia più veloce in America Latina. Ieri è stata superata la soglia psicologica del milione di contagiati (su 45 milioni di abitanti), da un mese si registra una media di 10.000 nuovi casi e 400 decessi al giorno. Un disastro sanitario a cui si aggiunge una situazione economica a dir poco catastrofica. Nel primo semestre dell'anno un lavoratore formale ogni cinque ha perso il suo impiego e la povertà avanza; il 41% degli argentini vive al di sotto della soglia si sussistenza, nelle grandi periferie urbane sei bambini su dieci non riescono ad alimentarsi come dovrebbero.

CORONAVIRUS IN ARGENTINA CORONAVIRUS IN ARGENTINA

La chiusura delle scuole ha peggiorato la situazione, visto che per milioni di alunni il pranzo o la merenda in aula è l'unico pasto caldo della giornata. Da metà marzo il presidente peronista Alberto Fernandez sostiene la necessità del lockdown, pur sapendo delle conseguenze sul tessuto economico. «Una fabbrica o un negozio può riaprire - ha ripetuto - una vita persa non torna più». Il problema è che ora stanno succedendo le due cose; sempre più gente muore di Covid mentre gli ospedali pubblici sono collassati e sono fallite 24.000 piccole e medie imprese, tante quante furono cessate nei quattro anni di governo dell'ex presidente Macri.

La popolarità del presidente, eletto meno di un anno fa, è in picchiata. Qualche critica è arrivata anche dal comitato di dieci virologi, sei uomini e cinque donne, che aiuta il governo. Tra di loro c'è Pedro Cahn, uno dei massimi esperti mondiali di HIV. «Noi diamo dei consigli, ma non prendiamo decisioni politiche. La quarantena è necessaria, ma non basta. Il governo avrebbe dovuto essere più efficiente nella tracciabilità dei contagi e nell'isolamento dei focolai».

Il virus all'inizio è stato debole e circoscritto a Buenos Aires e alla sua enorme periferia, dove vive il 40% della popolazione, oggi è ovunque. A 215 giorni dai primi decreti di chiusura si inizia a permettere i viaggi da una regione all'altra, mentre le frontiere aeree sono ancora chiuse. Nella capitale la metà dei bar e ristoranti non riaprirà, la "città che non dorme mai" è finita in un desolante letargo.

Diverse imprese multinazionali, come la compagnia aerea Latam o la società tedesca Basf, hanno chiuso le loro filiali. A nessuno conviene investire nella moneta locale, il pesos, svalutato del 50% rispetto al dollaro in sei mesi. La fuga di capitali, un classico nei momenti di crisi, è altissima e a poco servono le restrizioni ai movimenti bancari imposti dal governo. Alcuni imprenditori si sono trasferiti nel vicino Uruguay, attratti dai benefici fiscali concessi dal governo locale.

Crescono intanto le occupazioni di terre e case in disuso da parte di movimenti di disoccupati organizzati. A Guernica, nell'hinterland di Buenos Aires, tremila famiglie si sono installate in un terreno abbandonato e ora chiedono che lo Stato gli dia allacci alla luce e all'acqua per costruire una nuova "villa miseria". Il governatore Axel Kicilof, pupillo della vicepresidente Cristina Kirchner, chiude volentieri un occhio, ma l'opinione pubblica non è d'accordo; secondo un recente sondaggio più della metà degli stessi elettori peronisti crede che la polizia debba intervenire per sgomberare le aree occupate.

Roma i soldi pubblici sono sempre piu' una calamita per voti incredibile per Virginia Raggi. Con 23 mila dipendenti non trova nessuno in Comune disposto a mettere etichette o spostare penne da una scrivania all’altra. E paga 653 mila euro a una ditta esterna che lo faccia per loro.

Lo svela Il Messaggero in edicola oggi 21 ottobre. "L'ultima beffa in Campidoglio - scrive Il Messaggero - Appalti per incollare etichette". Servono dunque ditte esterne per smistare la cancelleria della Capitale perché - secondo l'amministrazione - manca personale idoneo.
"E' tutto annotato in una determina firmata dalla Centrale unica degli appalti di Roma Capitale, la numero 434 del 2020 - si legge nell'articolo - Ci sono 635.703 euro e 56 centesimi messi a bilancio per il servizio integrato di ausilio agli uffici, all'archiviazione e alle attività dedicate al pubblico".

Di cosa si occuperanno nello specifico i dipendenti della ditta reclutata con bando: "Passeranno il turno tra la consegna copie di atti, la sistemazione di documenti, la distribuzione di moduli o di materiale di cancelleria e appunto l'applicazione di etichette su documenti e a fini inventatoriali".

La storia francese si puo' ripetere ovunque perche' un mussulmano non puo' rifiutarsi di agire se gli viene chiesto di farlo da chi sta sopra di lui. E' pazzesco ma reale e tocca il elettori di politici favorevoli agli ingressi e basta costi quello che costi, tanto non pagano loro !

Per la Francia è l'ora del periodico appuntamento con il cordoglio e con lo stupore. Sul primo fronte, ieri è stato il momento di una «marcia bianca» a Conflans-Sainte-Honorine, il comune dell'Île-de-France in cui venerdì scorso Samuel Paty è stato decapitato dal diciottenne ceceno Abdoullakh Abouyedovich Anzorov.

Davanti all'Assemblea nazionale, i deputati hanno inoltre intonato la Marsigliese dopo aver osservato un minuto di silenzio. In mezzo al dolore, si fa però strada la consueta sensazione di incredulità: come è stato possibile? La ricostruzione dei fatti che hanno portato all'esecuzione del professore amante della libertà d'espressione ha le sembianze del solito, brusco confronto con una realtà che si vorrebbe pacificata e che invece è attraversata da demoni.

Sul fronte delle indagini, le novità di ieri sono rappresentate dalla scoperta che il padre della studentessa che aveva messo all'indice sui social Paty aveva scambiato dei messaggi su Whatsapp con Anzorov, nei giorni precedenti all'attacco. Il genitore, infatti, aveva messo il suo numero di telefono su Facebook, insieme a un video diffuso l'8 ottobre nel quale attaccava violentemente il docente.

Un secondo video era stato pubblicato il 12 ottobre: in questo caso, l'uomo compariva in compagnia del francomarocchino autoproclamatosi imam Abdelhakim Sefrioui, volto noto dell'estremismo salafita transalpino. Non è ancora noto il contenuto dei messaggi intercorsi tra il genitore e il giovane terrorista.

Sono al momento 16 i fermati legati a questa vicenda: cinque studenti, una persona già condannata per terrorismo, i genitori, il nonno e il fratello dell'attentatore, altre tre persone entrate in contatto con lui, Brahim Chnina, il già citato padre estremista che aveva lanciato l'appello contro il docente, il suo compare Abdelhakim Sefrioui e sua moglie.

Attenzione puntata, in particolare, su uno studente, già fermato, poi rilasciato e infine ritornato in cella ieri mattina: gli investigatori credono che lui e altri coetanei abbiano indicato il professore al suo assassino dietro il pagamento di denaro. Emergono anche dei dettagli sul conferimento alla famiglia Anzorov dello status di rifugiati. Il nucleo familiare era arrivato in Francia nel giugno 2007 e aveva richiesto asilo, con il pretesto della propria vicinanza alla resistenza cecena.

Avevano parlato di maltrattamenti da parte delle autorità russe e del rischio concreto di rappresaglie in caso di ritorno in patria. Il 19 novembre 2010, tuttavia, l'Office français de protection des réfugiés et apatrides aveva rifiutato il diritto d'asilo.

La motivazione: «Récit stéréotypé». Il racconto delle persecuzioni subite, cioè, era apparso falso, basato su luoghi comuni, quindi non credibile. Il 25 marzo del 2011, tuttavia, la Cour nationale du droit d'asile aveva espresso il parere opposto, concedendo la protezione nazionale alla famiglia cecena.

In questo modo, il giovane Abdoullakh, nato a Mosca il 12 marzo 2002, aveva potuto beneficiare dello status di rifugiato e ottenere in modo automatico un permesso di soggiorno della durata di 10 anni a partire dallo scorso marzo, allo scoccare della sua maggiore età.

Gli Anzorov vivevano nel quartiere della Madeleine, a Évreux, dove a partire dal 2003 risiedono una sessantina di famiglie cecene. Se la zona è conosciuta per il suo alto tasso di violenza, Abdoullakh non sembrava farsi troppo notare: lavorava nei cantieri, aspirava a lavorare nella sicurezza, tirava di boxe. Negli ultimi giorni era apparso particolarmente scosso dalla vicenda del liceo di Conflans. Con gli esiti che sappiamo.
Ora le autorità sono alle prese con la solita, tardiva rincorsa degli eventi, nel disperato e reiterato tentativo di contrastare l'estremismo islamico. Il ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, ha chiesto al prefetto di Seine-Saint-Denis di chiudere la moschea di Pantin, da cui era stato diffuso un video che attaccava violentemente Paty e i suoi corsi sulla libertà d'espressione.

Secondo il ministro, l'imam di questa moschea portava i suoi figli, dai 2 ai 6 anni, tutti abbigliati con l'hijab, in una scuola clandestina senza ricreazione, senza finestre e senza professori. Nel mirino delle autorità anche 51 associazioni salafite.

Nei giorni scorsi, Darmanin aveva già disposto di espellere 231 stranieri i cui nomi sono iscritti nel Fsprt, il registro delle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a carattere terroristico. Sempre Darmanin ha poi chiesto una «vigilanza aumentata» attorno alle scuole.

Lunedì sono state effettuate 34 perquisizioni nei locali di associazioni culturali segnalate per radicalizzazioni. Un vero e proprio giro di vite, con il presidente Emmanuel Macron che in serata ha annunciato la decisione di sciogliere il collettivo islamico Sceicco Yassine fondato da Abdelhakim Sefrioui, filosalafita, autoproclamatosi imam, in prima fila contro il professor Paty. Fino al prossimo attentato.

E se non sono attentanti c'e' la liberta' di delinquere con la droga liquida nascosta dentro flaconi di prodotti fitoterapici e trasportata dai corrieri su voli di linea da Lima (Perù) a Fiumicino. Occultata poi in via Delia 20, sede dell'organizzazione criminale che fungeva non solo da deposito, ma anche come punto di incontro per summit tra capi. Fiumi e fiumi di droga: cocaina soprattutto, ma anche altro.

A gestire il narcotraffico un gruppo di persone, capeggiato da due calabresi, Paolo Diana e Giuseppe Ietto, vicino alla ndrina Giorgi di Locri. Mentre ad occuparsi del finanziamento di ingenti quantitativi di coca, come intermediario, tra Roma e il Perù c'era un uomo della Repubblica Dominicana. È il risultato dell'operazione Domingo che ha permesso ai carabinieri di sgominare la banda dei Narcos di La Rustica.

Ieri all'alba, nelle province di Roma e Reggio Calabria, gli investigatori dell'Arma hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 21 persone emessa dal Gip di Roma su richiesta della Procura Direzione Distrettuale Antimafia. Durante le indagini i carabinieri del Nucleo Investigativo di Via in Selci hanno accertato anche che, Giampaolo Moscia e Giulio Saltalippi, nonostante fossero in carcere (uno a Frosinone e l'altro a Terni), avevano continuato a gestire i rifornimenti di stupefacente a favore di alcuni sodali. Il tramite che acquistava e consegnava la droga per loro «era la mamma di Moscia», spiegano gli investigatori.

Un altro aspetto venuto alla luce grazie all'indagine è che il commercio dello stupefacente al dettaglio all'interno del (…)

Nel corso delle operazioni sono state arrestate, in flagranza di reato, 12 persone per detenzione ai fini di spaccio; sequestrati chili di droga. «Lo sai che stiamo a parlare con i mafiosi no? Sai che stiamo parlando con la ndrangheta? Lo sai che fine ti fanno fare a te?». È uno dei dialoghi tra gli indagati citati nell'ordinanza del gip. «Io entro domenica sera devo avere o i soldi o la merce - prosegue l'intercettazione - perché lunedì questi tornano e se non trovano né uno né l'altro a me mi spellano ed io faccio spellare pure a te...»

Le correnti nel Csm non danno garanzia di indipendenza e trasparenza che si puo' ottenere con la telegiustizia attraverso la rete 5G.
I risultati delle elezioni per il nuovo Consiglio direttivo centrale (Cdc) dell'Associazione nazionale magistrati, il parlamentino del sindacato dei giudici, mandano un bel segnale ai vertici della magistratura italiana. La maggioranza delle toghe non è influenzabile dalle campagne di stampa e non basta controllare i principali quotidiani per capovolgere i rapporti di forza dentro alle correnti. E se Luca Palamara, dopo essere stato radiato dalla magistratura, avrà da qui in poi molto tempo libero, potrebbe proporre qualche pomeriggio ai giardinetti a un altro umarell uscito con le ossa rotte dalle elezioni, quel Piercamillo Davigo prepensionato suo malgrado dal Consiglio superiore della magistratura.

Nel 2016 le elezioni del Cdc dell'Anm avevano sancito il trionfo di Palamara, che aveva trascinato la sua corrente, Unicost, a un trionfo elettorale con pochi precedenti: 13 seggi e 2522 voti di lista su 7272 totali. Distaccata di ben 700 voti c'era la lista dei magistrati progressisti di Area, storici alleati della Unicost palamariana.

Nel 2016 nella maggioranza che governa l'associazione inizialmente entrano tutte le correnti. Dopo pochi mesi, però, esce dalla giunta Autonomia & indipendenza, il gruppo fondato da Davigo. Infine, quando scoppia il caso Palamara e vengono pubblicate sui quotidiani le conversazioni della riunione dell'hotel Champagne, a cui prende parte anche Cosimo Ferri, parlamentare del Pd e big della corrente conservatrice di Magistratura indipendente, le toghe moderate finiscono all'opposizione.

Unicost tenta un'operazione di maquillage proponendosi ai suoi elettori come corrente depalamarizzata. Area cavalca lo scandalo presentandosi come l'unico gruppo in grado di contrapporsi alle logiche spartitorie dei Palamara e dei Ferri. A&i sembra la più attrezzata a manovrare la ghigliottina, anche perché Davigo guida il processo a Palamara e porta fuori dal guado dello scandalo, a colpi di distinguo e cavilli, gli altri consiglieri del Csm finiti nelle chat del magistrato radiato, in primis il vicepresidente David Ermini. Tutto ciò non è, però, bastato a evitargli il pensionamento, deciso lunedì dal parlamentino dei giudici.

Le elezioni concluse ieri dimostrano che le strategie da pentapartito di chi aveva banchettato con le spoglie di Palamara non hanno pagato. Area, la nuova Unicost e A&I, ovvero l'insieme delle forze che più hanno sostenuto l'operazione di esclusione dalla stanza dei bottoni delle toghe anche solo sospettate di intelligenza con l'asse Palamara-Ferri, hanno preso una sonora batosta. I loro seggi, sommati, sono scesi da 28 a 22 (per avere la maggioranza in consiglio ne bastano comunque 19) e i voti addirittura da 5629 a 3746 (su 6045).
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